C'era una data, l'otto di maggio, recita il verso di una canzone che, partita dalle saghe celtiche ante litteram dei Moody Blues e passata attraverso una ormai dimenticata versione dei Profeti, ancora risuona nei concerti dei Nomadi, anche se l'accentuazione che a questi versi sapeva dare Augusto Daolio resta purtroppo inimitabile ed indimenticata.
Io penso, credo, spero, ritengo giusto che, a Parma e nel resto d'Italia, questa data resti per sempre impressa nei libri di storia come lo spartiacque di un vero grande epocale cambiamento.
Perfino la primavera, partita piena di entusiasmo a fine marzo con temperature quasi estive ma poi evidentemente costretta alla penalizzazione di un mese di sospensione, ha ritirato fuori timidamente la testa anche se con cieli ancora parzialmente nuvolosi e strane caliggini mattutine.
L'ex-caimano ormai ridotto a una lucertola in fuga può usare le sue adesive viscide zampette per arrampicarsi su tutti i muri che ritiene opportuni (dopo peraltro che il suo mortifero scudiero, alternativamente definito privo di quid e in grado di spalmare tutti gli altri segretari di partito sul panino come il fantasma formaggino, aveva lealmente ammesso la catastrofica disfatta a pochi minuti dall'uscita dei primi exit poll) ma l'8 maggio 2012 rappresenta la definitiva estinzione del suo abborracciato progetto di Destra Mediatica.
L'ex-sindaco che torna sul luogo del misfatto e subisce l'onta di non raggiungere neppure il ballottaggio contro il candidato del Pd rappresenta la palingenesi di una città che ritrova improvvisamente e quasi inopinatamente la sua forza e la sua antica saggezza e gratifica non solo lui ma tutta la destra di percentuali irrisorie ed imbarazzanti.
Che il candidato a 5 stelle sia omonimo di un costruttore partecipe (e non voglio usare parole meno educate per la mia inveterata signorilità) degli scempi politico-edilizi parmigiani di questi ultimi 15 anni ha la ferrea logica di un contrappasso dantesco.
Così come potrà avere la ferrea logica di un contrappasso dantesco uno scenario arduo ma non impossibile in cui, fra meno di due settimane, molti dei voti rimasti liberi vadano a premiare il giovane brillante esordiente Pizzarotti piuttosto che il semiveterano politico professional (con pregi e difetti della suddetta categoria) Bernazzoli, riducendo di moltissimo i 20 punti di divario percentuale.
Azzerandoli?
In questa miracolosa evenienza, finalmente Parma finirebbe sulle prime pagine non più per atroci omicidi o per tragicomiche crisi politico-finanziarie, ma finalmente per qualcosa di pienamente commendevole. Come laboratorio a cielo aperto non di antipolitica, ma di vera grande Politica.
Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro, così percossa, attonita la terra al nunzio sta.
Ei fu. Raramente due microparole volutamente brevi (si poteva dire "egli morì", "lui venne a mancare", "il mondo lo perse" ma, suvvia, ammetterete che non è la stessa cosa) hanno trovato una tale forza evocativa.
Ei fu. Chi ha a suo tempo imparato malvolentieri questa poesia a memoria rischia di cadere in un curioso equivoco considerando "fu" la copula di un susseguente predicato nominale che non può che essere "immobile".
Ei fu siccome immobile. Andrebbe tutto bene se non ci fosse quel dispettoso "siccome" che, punteggiando in questo erroneo modo i versi iniziali, non si capisce cosa ci stia a fare.
E poi no, non andrebbe bene per niente perchè, anche esulando e prescindendo dal "siccome", un autore raffinato e attento al lessico come il Manzoni non si sarebbe mai sognato di proferire un "ei fu immobile" (al massimo, ma solo dopo reiterata ingestione di Barbera, un "ei restò immobile" comunque indegno di un grande della letteratura).
Leggendo con più attenzione, specie se il compito a casa non è imparare a memoria ma fare la famigerata "parafrasi", si capisce dopo un numero di secondi inversamente proporzionali all'interesse e all'acume, si capisce perfettamente che quel "siccome", dopo aver preso la tangenziale ed averci lasciato in penosa sospensione per quattro versi, dà la mano al "così" e si rivela come il primo termine di una involuta ma proprio per questo solennissima comparazione.
La spoglia (in generale si tenderebbe a dire "le spoglie", ma poi la metrica imporrebbe un "stetter le spoglie immemori" che obiettivamente assomiglia al lacerante cigolio di un gesso nuovo su una lavagna appena pulita) sta immobile e immemore, e vorrei ben vedere come potrebbe fare il contrario, mentre la terra, che a quei tempi godeva di ottima salute, non è nè immobile nè immemore ma percossa e attonita.
Esaurita questa magistrale esegesi dell'incipit del 5 maggio, possiamo dedicarci ai nostri risibili passatempi quotidiani.
Quando il tempo e la storia si aggrovigliano su sè stessi e sembrano rifiutarsi di scorrere in maniera lineare e unidirezionale, succedono cose strane.
Tornare ad abitare lontano dalla città (nel mio post precedente ho parlato di Fidenza come sede di casa e lavoro, ma in realtà entrambi sono ubicati in un piccolo paesino a metà strada fra Fidenza e Salsomaggiore) è un'esperienza che mette alla prova lo spirito di adattamento, cancella inveterate abitudini urbane, ti costringe perfino ad interrogarti su come interpreti la vita.
Il paesino si chiama Vaio, con assonanza con una importante città etrusca poi accorpata dalla vicinissima Roma e (per gli appassionati di calcio) con un centravanti di manovra dal piede fatato che ha dato il meglio di sè lungo la Via Emilia e con totale consonanza con un risibile notebook.
E' minuscolo ma in compenso è sede dell'ospedale comprensoriale, di una piccola ma funzionale stazione ferroviaria, oltre che della comunità terapeutica La Lodesana che raccoglie schegge di disperazione da tutta Italia, e magari senza volerlo ne ha raccolto anche un po' della mia, che non sono mai andato oltre il lambrusco in modica quantità.
"Vieni da noi, guarda, esplora, fatti venire delle idee e poi parliamone...".
Per chi cercava lavoro da più di un anno ricevendo solenni porte in faccia poichè i suoi trent'anni di esperienza in quella bestia strana che si chiamerebbe Sociale lo facevano apparire obsoleto piuttosto che saggio (come lui, nel suo intimo, si ostina a considerarsi, ma non lo lascia trasparire se non su codesto disprezzabile blogghettino visitato molto più dagli sploggers che dai commentatori) poteva sembrare l'ultima umiliazione, e invece è stata l'ennesima (forse terzultima o penultima perchè gli anni sono un po' più di 18, anzi inevitabilmente diversi più di 30 in base a quanto detto sopra) sfida accolta con giovanilistico entusiasmo.
Sono andato da loro, sto guardando, sto esplorando, non devo sforzarmi per farmi venire delle idee anzi devo mettere il silenziatore ideativo perchè arrivano anche se non le chiamo, e di qui a qualche giorno ne parleremo.
E ve ne parlerò.
Ai miei attuali commentatori che posso chiamare uno per uno, in ordine di apparizione, Terry, Franz, Milvia, Rita, Annamaria, grazie per esserci e siateci ancora, perché nelle alterne fortune di questi ultimi 6 anni (quanti questo beffardo Elogio dell'Entropia sta per compierne) avere pochi ma fedeli amici virtuali (su Facebook, direbbe Gaber, la qualità non è richiesta: è il numero che conta, nel mondo un po' retrò dei blog avviene l'esatto contrario) mi ha aiutato a coltivare quel me stesso che mi permetteva di guardarmi allo specchio la sera senza abbassare gli occhi, salvo quando non avevo neanche uno specchio a disposizione.
Fidenza: c'è una strana predestinazione in questo nome, così diverso da "Parma".
Specialmente "Parma" pronunciata con cadenza parmense, con quella "a" che sembra non finire mai.
Fidenza: fidarsi, confidenza, confidare come sinonimo soft di sperare.
Parma: nome musicale e scenografico che suona deliziosamente ma semanticamente significa poco.
A Parma ho dedicato gli ultimi 6 anni della mia vita.
Sì, lo so che sembra l'incipit della lettera d'addio di Luigi Tenco che saluta quel deficiente del pubblico italiano che ha preferito mandare in finale al posto suo "Io, te e le rose" di quella deliziosa rezdora prestata alla musica leggera di Orietta (Galim)berti da Cavriago.
A Fidenza ne avevo dedicati 4 e mezzo allo scadere del millennio scorso, ripagati (col senno di poi) da dolcezze e soddisfazioni fuori misura che però (per i miei parametri di quarantenne ancora in fase tardo-adolescenziale) sembravano insufficienti per il mio talento e i miei meriti presunti.
Ho compiuto azioni decisive, la marina inglese non c'era o se c'era dormiva e se era sveglia ha fatto finta di niente.
La mia vita si sposta 20 chilometri più a nord-ovest come casa e lavoro.
E la storia d'amore con Parma segue il destino di quella con Shirley, sua consequenziale figlia che ne rispecchia in pieno pregi e difetti.
E passerà sicuramente, nel tempo, per le stesse dinamiche.
Non lo so se è stato elementare o del tutto ostico parlare di te. Ma soprattutto non so perchè l'ho fatto.
Guai a presentarsi, guai a raccontare la propria storia personale, sei bloccato, cambiare diventa difficilissimo. Si potrebbe quasi dire che è impossibile sfuggire al destino di essere congelati nei pensieri degli altri.
Così si concludeva, ormai quasi 40 anni fa o forse il quasi non serve più, il monologo iniziale di "Anche per oggi non si vola", performance in formato teatro-canzone di Giorgio Gaber.
Il 28 aprile 2012 ancora non si vola. Però si svolazza nei cieli della speranza. Come spiegherò nel prossimo post che seguirà a ruota.
Mi son svegliato solo, poi ho incontrato te, l'esistenza un volo diventò per me. Come non ricordare che un paio di giorni prima della strana cena in cui ero convinto ci saremmo trovati in una dozzina di persone e invece (maliarda tentatrice!) c'eravamo solo io e te avevo postato questa medesima canzone. Sintomaticamente in inglese senza traduzione, e sintomaticamente pensando ad un'altra. Bella forza, tu non c'eri. O c'eri ma non lo sapevo. O non c'eri ma io sapevo che c'eri.
I sintomi si intrecciano e si sdoppiano in equivoca libertà. Ma la vita resta la vita.
David Bowie: An occasional dream (1969)
Ricordo come vivevamo Sull'angolo di un letto E parlavamo di una stanza svedese Di juta e legno E parlavamo con gli occhi Della dolcezza nelle nostre vite E di domani ricchi di sorprese... Delle cose che avremmo potuto fare
Nella nostra follia Abbiamo bruciato cento giorni Ci vuol tempo per far passare il tempo E ne conservo ancora le ceneri Un sogno occasionale
E abbiamo dormito, oh, così vicini, Ma i nostri occhi non erano davvero chiusi tra le lenzuola estive bagnate di blu... nel dolce gemito della notte.
Era molto, molto tempo fa E non posso ancora toccare il tuo nome Perché i giorni della sorte sono stati duri per te... Ti hanno danzata lontano da me
Nella mia follia Vedo la tua faccia nella mia Conservo una fotografia Che, con il tempo, brucia la mia parete Tempo Un sogno occasionale Dei miei Un sogno occasionale Dei miei Un sogno occasionale Dei miei.
Ci si sveglia tutte le mattine con la solita inutile erezione che ti ricorda quanto sei distante dalla perfezione intellettuale e vittima di quell'odioso processo che si chiama spermiogenesi.
Sarebbe anche bello trovare un apposito idoneo pulsante per metterlo in standby quando razionalmente hai deciso che non hai nè tempo nè voglia di dedicarti alla ricerca di una compagna e neppure tempo e voglia di dedicarti alla procedura di renderti reperibile e lasciarti trovare.
Perchè è inutile girarci attorno: da quando nella grigia plumbea fatidica mattinata del 9 novembre 2008 hai inviato alla Shirley dell'Oltretorrente il per lei enigmatico sms "E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce" e lei lo ha interpretato come un sms d'addio (ma lo era? Boh!) hai deciso che sull'intera faccia del pianeta Terra non esisteva nessuna donna che potesse anche lontanamente essere alla sua altezza e hai in qualche modo messo fine alla tua carriera di playboy.
Il Giovane Anziano ha fatto il play-boy così per provare, ma che male fa, l'estate gli ha fatto scordare l'età (errore marchiano col senno di poi).
Il Giovane Anziano ha fatto il bastardo e giammai lo fece, mai più lo farà, ha amato due donne ma non a metà (che fosse impossibile lo capì in ritardo).
Il Giovane Anziano ha fatto lo stronzo così, per vedere l'effetto che fa e perché l'ha fatto davvero non sa, bruciarsi siccome un qualsiasi bonzo.
Il Giovane Anziano ha fatto il cretino per mesi ha obliato il suo bel savoir faire l'ha solo ostentato (acsì par parlèr) fingendosi un grande signore, perfino...
Il Giovane anziano ha scoperto con scorno che forse gli manca quel physique du role che se lo possiedi riesce da sol a calamitar mille donne a te intorno.
E quando quel gioco in man gli scoppiò il Giovane anziano si sentì un fallito, un misero scarto, un uomo finito del come e perché non si capacitò...
Il Giovane Anziano è stato punito non dalle due donne, bensì da sè stesso si è preso la colpa, si è dato del fesso scordando la storia è scomparso nel mito.
E adesso quel mito lo accoglie e lo stringe censura la voglia ed esalta l'orgoglio promuove la gioia e rimuove il cordoglio destino perverso dell'uomo che finge.
E adesso la vita la guarda dall'alto di mille occasioni lasciate a marcire di sogni perduti lasciati morire dal suo monumento di marmo e basalto.
Si può sopravvivere a queste vicende? Si può, l'hanno fatto in diversi milioni di spenti narcisi, dannati coglioni sconfitti dal Fato che tutto si prende.
Graziosa poesiola del gennaio 2009 che, a due mesi dalla conclusione della vicenda ma ad almeno 5 dal suo tumultuoso epicentro, trascinava il rischio di sciogliersi in un accorato pianto nelle sicure latèbre dell'ironia. Che vale la pena riesumare, sia perché è di assoluta attualità e rispecchia ancora il tuo vissuto come se fossero passate poche ore dalla sua stesura, sia perché i tuoi sparutissimi lettori mostrano di apprezzare il tuo modesto talento di acrobata delle rime.
A volte due antichi amanti si ritrovano e come due vecchi amici parlano della propria storia e magari rimettono a posto gli ultimi tasselli che erano scivolati via e facevano un po' male. Dopo, tutto è chiaro e restano solo i bei ricordi, il dolore quello no, ci sono ben altri motivi (purtroppo o per fortuna) per lacerarsi e macerarsi. Ma fra te e lei non succederà, perché siete entrambi un perverso monumento all'orgoglio.
E allora forse un giorno capirai da solo (in fondo sei un ragazzo in gamba, di buona cultura e di squisita sensibilità, che surrogano un'intelligenza della cui piena esistenza ci sentiremmo di dubitare) cosa ti ha indotto ad infliggerti la peggiore punizione che potessi scegliere, e a passare i tre anni e mezzo successivi a pentirtene.
e compaiono dal niente, marinaio di vent'anni non guardare su nel cielo il tuo cuore cederà. Con le onde contro il viso, con la prua della nave che combatte contro il mare, marinaio di vent'anni non guardare su nel cielo tra le scariche dei lampi.
(Nomadi)
Caro Alighiero, prezioso papà di complemento negli anni più delicati eppure felicissimi della mia vita, cosa scrivevi nel tuo diario di giovane marinaio un po' fascista (magari anche un po' tanto, ma come dice il protagonista di "Schindler's List": "Il potere è più nel perdonare che nel condannare" e quindi ti perdono anche se questo non aumenta di un ette il mio potere)? "Mi rianimo perchè compiremo azioni decisive".
Il mio papà vero, in quegli stessi giorni, era probabilmente in qualche trincea della Jugoslavia minacciato da partigiani che (e forse lo capiva già in quel momento) avevano ragione e lui torto, ma da giovane tenente impavido e anche lui un po' fascista non poteva darlo a vedere per non minare il morale delle truppe. Di azioni decisive non se ne aspettava nessuna e nessuna ne avrebbe fatta.
Le tue giovanilistiche attese andarono bruscamente e brutalmente deluse. Due giorni dopo la Regia Marina subì una umiliante disfatta per mano della Mediterranean Fleet angloaustraliana. Che tu avresti ovviamente attribuito al tradimento di qualche infame piuttosto che all'imbarazzante squilibrio delle forze in campo.
Il vostro itinerario si è da tempo concluso, e riposate a una manciata di chilometri di distanza l'uno dall'altro nella campagna emiliana. Il mio itinerario purtroppo o per fortuna è ancora lì, forse nelle acque dell'Egeo che aspetta le mosse della marina britannica o forse in una maleodorante fossa jugoslava circondato da cecchini che mi hanno già inquadrato nel mirino.
Nei periodici momenti di illogica maniacalità piace anche a me rianimarmi perchè mi aspettano azioni decisive, anche se potrebbero portarmi a una ventina di chilometri (ma comunque fuori e lontano)dalla città che amo senza che ella si degni di contraccambiarmi.
Nei più frequenti momenti di logicissima depressione, mi sento come Tonino in una trincea dalla quale non so quando e come uscirò. E soprattutto non ho voglia di chiedermi, e cercare di capire, come ci sono finito.
Venti giorni di giornate uggiose, di cielo padano plumbeo denso incantato incredulo, di freddo, di pioggia a tratti quasi graziosa altre volte sferzante come ulteriori schiaffi sulle tue disillusioni.
Il torrente che taglia la tua città in due sembra un fiume vero e professionale, un piccolo Tevere (e su Ponte Verdi fioriscono scenografici lucchetti di giovani parmigiani che non si lasceranno mai per i prossimi 2-3 giorni). Anche se il colore dell'acqua è identico a quello del cappuccino che hai appena sorbito dando una scorsa distratta alle notizie.
Sciopero.
Bandiere rosse in libera uscita, accuratamente depurate di falce e martello (oggi andrebbero meglio computer e cedola azionaria) tagliano anche loro la città. Partono da Piazzale Santa Croce, quella che fino a una quindicina d'anni fa era semplicemente "la rotonda" (con una integrale applicazione delle regole del codice della strada con precedenza a destra e quindi obbligo per chi la percorreva di agevolare l'afflusso dalle vie laterali, con qualche tragicomico fraintendimento del milanesone di turno) ed arrivano in Piazza Garibaldi, a due passi dal topos cittadino dal poetico-bucolico nome di "Portici del Grano" dove incessanti proteste in stile buenosairense hanno indotto il nostro fotogenico e promettente-non-mantenente sindaco ad indecorose dimissioni.
Dopo qualche minuto mi rendo conto che assisto al corteo con la stessa disposizione d'animo (e forse la stessa faccia) che si riserva ad un corteo funebre. Mi ricompongo, atteggio la faccia ad una smorfia che oggi voglio chiamare sorriso ma la disposizione d'animo quella no, quella resta plumbea.
Per motivi anagrafici (insieme alla mia interlocutoria generazione) ho perso la rivoluzione "giusta", quella che avevano fatto alcuni dei nostri prof più giovani e dieci anni dopo ancora se ne pavoneggiavano come non avessero fatto altro in vita loro, e ho vissuto come in trance quella sbagliata, quella un po' tecnopunk senza futuro ma con un rumoroso presente, quella in bilico fra la multicromia degli indiani metropolitani e tante, troppe dita atteggiate nel lugubre gesto della P 38, quella della rabbia e delle spese proletarie, del "riprendiamoci la vita, riprendiamoci la musica, riprendiamoci tutto, subito e costi quel che costi".
Microscopici eroi che cercavano di risalire le rapide della storia, non avevamo comunque dubbi che avremmo lasciato il segno. E invece siamo stati puniti da 30 anni di riflusso, i primi 10 quasi impercettibili e a modo loro gradevoli, gli ultimi 20 progressivamente sempre più scoperti e feroci, che ci chiedevano di lasciare ogni speranza e subire in silenzio una società sempre più squilibrata, ingiusta, rumorosa e volgare.
Per ogni post in cifra tonda avevo qualche riferimento o avventurosa associazione d'idee (quelle che aiutano a risolvere con successo il gioco "Il bersaglio" della Settimana Enigmistica): ad esempio, per gli 800 avevo riesumato una canzone del De Andrè più immaginifico ma anche l'incoronazione di Carlo Magno (non Carlo Martello che conclude la sua avventura con una puttanona emiliana) nell'800 senza apostrofo, oltre agli 800 come epica gara di corsa o di nuoto; per i 600 avevo ironizzato sull'omonima autovettura sostenendo che aveva avuto un successo ben inferiore alla 500 (anche se la prima era stata citata da Vecchioni e la seconda da Elio e le Storie Tese) scatenando le violente reazioni di un sito di seicentofili, sempre ammesso che si possa dire così.
Per i 900 come non citare il "secolo breve" nel quale tutti siamo nati e che tutti più o meno rimpiangiamo, pur essendo stato teatro di due guerre mondiali, numerosi piccoli e grandi stermini etnici, feroci dittature di ogni ordine e grado, premesse e promesse di pace e prosperità vigliaccamente tradite? E' che il Terzo Millennio si è presentato talmente male (e 11 anni e un quarto cominciano a essere un campione rappresentativo, a volte si fanno proiezioni su campioni dello 0,0001 per cento e con delle allucinanti botte di culo ci si prende) che il '900 ormai è suscettibile di integrale rialbilitazione e di un principio di beatificazione nonostante tutto.
E adesso, come un atomo impazzito, mi fiondo verso i 1000 post senza fretta ma con immutata curiosità, circondato da 2, forse 3 attenti lettori e una massa inerziale di lettori che passano di qui e per motivi loro non osano commentare ma sono comunque i benvenuti.
E ora la commozione mi ha sopraffatto e mi porteranno via a braccia.
Se avremo ancora un po' da vivere... La primavera intanto tarda ad arrivare.
Le stagioni dell'anno e quelle della vita si intrecciano e si sovrappongono con bizzarra inverosimiglianza.
Mentre su quelle dell'anno (essendo uguali per tutti) il singolo individuo ha un controllo che potremmo definire minimo (nel senso che se hai un buon riscaldamento in inverno e un buon condizionatore d'estate ne attenui senza eliminarli gli effetti nocivi), su quelle della vita il controllo è più alto ma proprio per questo aumenta la rabbia quando esse non procedono secondo desiderata e previsioni.
Questo inopinato ritorno dell'inverno dopo un finto arrivo di una quasi-estate è una possibile metafora sulla quale ognuno può, se gli va e/o se proprio deve, far scorrere l'evolversi delle proprie personali stagioni esistenziali.
Per accorgersi che spesso ci si trova al punto di partenza, quando non in prigione senza passare dal via, e anni e anni di progetti e programmi è come non fossero stati fatti.
Allora con una obliqua sorta di triste allegria fai il rapido censimento di quel poco che ti è rimasto, lo raccogli e lo porti con te verso una primavera che può essere rossa, verde, gialla o blu (e tu, che ti credi chissà chi, sai dirmi come mai?) basta che la illumini qualche raggio del sol dell'avvenir e la smetta questa cxxxo di pioggia fuori stagione.
E, per consolarti nel tuo erratico cammino, rièsumi o riesùmi una, anzi due tue simpatiche poesiola rispettivamente del 2010 e del 2009 (quest'ultima in effetti dedicata alla più consueta pioggerellina di marzo), quando la pioggerellina primaverile, invece di farti venire voglia di sederti su una panchina appartata e piangerti anche l'anima, ti faceva venire voglia di scrivere. Come artificio retorico le fondi in una, anche se la cucitura si nota, ma fa decisamente lo stesso.
Buona lettura.
La pioggerellina d'aprile odora di dischi in vinile, seppure discreta e sottile ne cade, alla fine, un barile.
La pioggerellina d'aprile (d'autunno, se fossimo in Cile) si abbatte con fare gentile su fuor delle mense le file.
La pioggerellina d'aprile talvolta la senti un po' ostile: rallenta i lavori all'edìle, riempie di ringhi il canile.
La pioggerellina d'aprile di colpo ti allaga il cortile, dovresti reagire con stile, perché quel linguaggio scurrile?
La pioggerellina d'aprile induce a travasi di bile, ti fa scaricare le pile odora di piombo e fenile.
La pioggerellina d'aprile che batte, che batte indugia su tette rifatte cancella risposte inesatte e storie inadatte; con modica furia si abbatte su astuti industriali del latte su gente che ormai se ne sbatte su mal intonate cravatte.
La pioggerellina d'aprile che scende, che scende e bagna gli infissi e le tende, l'Italia che non si riprende ma un po' si sorprende trovandosi piena di bende, sulle arrugginite serrande di postribolari locande, su ronde che inseguono bande su bande che irridono ronde; si ferma, riposa, riprende...
La pioggerellina d'aprile ha poco da dire: banale continua a cadere e se anche volesse parlare chi mai la starebbe a sentire? Ma fa il suo dovere, non prova dolore o piacere, non ha alcuna forza o potere, si ammassa in pozzanghere nere.
La pioggia che impregna la tua bella giacca di Zegna regala al tuo tempo spietato l'odore di cane bagnato.
Poi, quieta, si arresta e scopri con vago stupore che amavi il suo dolce rumore ma poi te la togli di testa.
Invade e confonde i pensieri, rimbalza nell'anima stanca, ti fa ricordar ciò che manca, rimpiangere quello che eri.
Ho dovuto appoggiarmi a Google per sapere come si chiamava Aldo di cognome.
Aldo Gorreri si chiamava, ma non c'era nessuno che non lo conoscesse come "Aldo al mat".
Affondato nel cuore del più bel quartiere che città possa chiedere e vantare, l'Oltretorrente Parmigiano, la nostra piccola Trastevere padana, insieme ai suoi figli che ne condividono la sana pazzia (preferendola, anche loro come me, a una folle sanità) e alla moglie unica detentrice di un pieno equilibrio psicologico come spesso capita alle nostre mitiche rezdòre, lui non si limitava alla banale mansione di dar da mangiare dietro compenso economico.
Chi arrivava nel suo piccolo ma accogliente locale si trovava affondato in quella materia eterea ed impalpabile che si chiamava (e spero si chiami ancora, ma non sono troppo sicuro che esista più) parmigianità.
La parmigianità vera, tosta, popolare, con un briciolo appena accennato di arrotamento di erre ma senza alcuna traccia di birignao, senza sogni di metropolitana e cementificazione selvaggia, la parmigianità delle 5 giornate del '22, delle barricate, dell'accoglienza cordiale seppur un po' rustica del forestiero, che fosse il servo della gleba affrancato del tardo medio evo, il manovale calabrese del secondo dopoguerra, l'extracomunitario in cerca non di fortuna ma di semplice sopravvivenza del Terzo Millennio.
Impossibile, negli anni più leggendari della sua gestione, pretendere da lui un menù propriamente inteso. I pasti degli avventori venivano decisi in modo arbitrario e così il prezzo finale, inversamente proporzionale alla capacità dell'avventore di reggere al fuoco di fila delle sue argute ma spesso corrosive battute.
La mia mamèta, convinta di trovarsi in una trattoria ai Parioli e che insisteva per avere spaghetti e cotoletta, si vide recapitare pietanze completamente diverse e un drastico "Chera la mè siora, l'è vint ann ch'as fa acsì chi dentor" che io avevo caritatevolmente tradotto al di lei beneficio come "Mamma, Aldo si scusa ma spaghetti e cotoletta sono finiti....".
Altrettanto tipica la sua filosofia nel presentarmi conti ridicoli per pantagrueliche abbuffate "Par ti ch'at si simpatic ien quindozmila franch, a li lù (indicando qualche esigente avventore di solito milanese) ch'al romp'il bali nin smandarò s'santamila".
Ciao Aldo, anche tu nel tuo, nostro piccolo meraviglioso microcosmo di quartiere appartieni a una generazione che perde pian piano i pezzi lasciandoci più soli e tristi.
Non era colpa sua, ma anche se lo fosse stato, non sarebbe stato capace di provare nè rimorso nè rammarico, e men che meno rimpianto.
La sua missione era abortita: Sheeva si era semplicemente dimenticato di lui. E quando un dio OGM si dimentica di te, non è un modo di dire. E' quanto di più simile alla formattazione di un PC che si possa umanamente concepire. Tutti i file che ti riguardano vengono cancellati, anzi si può dire che non siano mai esistiti.
E da quando Sheeva si era dimenticato di lui, anche il suo target terrestre Atlevadit si era dimenticata di lui: se gli equilibri cosmici fossero stati tali da far sì che anche Devadip si dimenticasse (volendo) di Sheeva ma soprattutto di Atlevadit, tutto sarebbe stato più semplice.
Devadip, nato da uno starnuto cosmico di Sheeva, ma solo ed esclusivamente per corrispondere all'ossessivo mantra di una piccola pigra bellissima signora di media provincia, non avrebbe dovuto montarsi la testa. Ma l'aveva fatto. E mentre Sheeva era impegnato in un Consiglio degli Dei di pochi minuti (ma in termini di tempo terrestre di quasi due anni) Devadip ne aveva combinate di tutti i colori, incapace di autogovernarsi.
Ogni giorno che passava, perso in quella bizzarra città di quello strano pianeta, Devadip perdeva brandelli di divinità e diventava sempre più sconciamente umano.
Ingrassava, perdeva i capelli, rughe sempre meno sottili gli percorrevano il viso, la sua pelle perdeva in tonicità e si raggrinziva. Ma tutto questo ad un ritmo decine di volte più rapido di quello che sarebbe capitato a un umano standard.
Caduto dalla grazia celeste nel momento in cui Atlevadit non l'aveva più voluto (in virtù delle sue sconsiderate ribellioni al ruolo di statico e passivo oggetto del desiderio da cui non si prevedevano libere iniziative ed enunciazioni di desideri) Devadip era ormai semplicemente uno scarto di produzione, un pezzo riuscito male, un irrrispettoso sassolino nell'indifferente e grandioso meccanismo cosmico.
I volgari rituali della razza umana lo sopraffacevano senza che lui realizzasse il supremo squallore di quella triste deriva entropica: seguiva il calcio, ascoltava l'heavy metal e si pasceva di vino in tetrapak di plumbei inospitali discount. Si addormentava all'1 di notte davanti a vecchi film in bianco e nero con un rivolo di bava che gli colava lungo la guancia.
Le sue attività lavorative si fecero sempre più sporadiche ed irregolari fino ad estinguersi del tutto. Ma Devadip, per quanto umano fosse diventato, non aveva sviluppato la funzione "alert" e non sapeva cosa volesse dire preoccuparsi. E quel tanto di divino che c'era in lui gli faceva trovare, abbandonati per la città, capi di vestiario smessi e derrate alimentari ben conservate che si era abituato ad utilizzare.
La morte lo colse un venerdì santo, mentre dalla finestra della sua fatiscente soffitta guardava assorto, sostanzialmente senza capire, il plumbeo cerimoniale della Via Crucis lungo Via Imbriani.
Sul davanzale trovarono quattro confezioni di Tavernello e sei lattine di birra a buon mercato. L'accertamento dei RIS ne stabilì il consumo entro le 8 ore precedenti.
Cadde, o si lasciò cadere, la storia non lo dice nè lo lascia immaginare, impalandosi in pieno sulla croce. Le sue robuste cosce, che tante volte avevano stretto quelle di Atlevadit nell'ardore dell'amplesso, spezzarono le due braccia trasversali, e l'asse della croce, sormontata da un'appuntita picca, penetrò per intero nell'addome ignorando le anse intestinali, lacerò lo stomaco e fuoriuscì dalla bocca dopo aver perforato anche entrambi i polmoni.
Quello che quattro anni prima era stato generato dal nulla come aitante oggetto del desiderio, ora non era altro che un obeso maleodorante signore che vomitava sangue negli estremi spasmi dell'agonia sull'attonita processione.
Lo caricarono sull'ambulanza già morto dopo aver spezzato la base della croce che sarebbe stato troppo lungo tentare di estrarre. Nel giro di pochi secondi i suoi atomi si slegarono fra loro e si dispersero per la città producendo odori sapori suoni colori vibrazioni di inaudita intensità.
Nell'alto dei cieli Sheeva ebbe un momentaneo soprassalto, che sarebbe eccessivo definire malessere, e una folgore iridescente inizio il suo viaggio verso Proxima Centauri che avrebbe raggiunto in una quarantina d'anni.
Poi, della memoria di Devadip si perse anche la più microscopica traccia.
Per lunghissimi tratti della vita capita di avere un'immagine (o per meglio dire una pluralità articolata di immagini) stabile e coerente.
Che non ha nulla a che fare, e non potrebbe essere diversamente, con una libera scelta.
Nel tempo, si susseguono gli incontri col Caso. A volta si sceglie se accettarli o meno, ma non è sempre possibile perchè spesso sono così impetuosi che ti travolgono. E allora sono affari tuoi.
Da questi incontri impari ad imparare.
Impari come dare senso alle esperienze, che in sè e per sè non significano nulla. Decidi, e spesso è un processo doloroso e pericolosissimo, chi sei e chi vorresti essere.
Arrivi a capire il meccanismo di questo dialogo quando ormai è troppo tardi.
C'è caso che, quando ciò avviene, il tuo pensiero si faccia quasi mistico: una vita intera di sofferenze ed errori (molto ma molto più di una vita di ordinato tran-tran) può forse servire da ponte verso la Vita Eterna? Sì, parlo della Vita Eterna dove il caso non esiste più e le anime sono illuminate dall'infinita bontà e saggezza di un Essere Supremo che è magistralmente bravo a nascondersi ma vivaddio deve pur esserci, anzi farebbe una bella cosa ad essere un po' dappertutto.
O alternativamente, la vita di cui sopra non potrebbe servire da ponte verso una vita successiva, in cui magari dovrai ricominciare da mosca olearia (ma la cosa in questo caso sarebbe breve e sopportabile)?
Ma questa deriva mistica dura solo un attimo: sai benissimo che la ricerca del senso (per una creatura biologica drammaticamente dotata di autocoscienza) porta a dei vicoli ciechi in cui il pensiero logico, spaurito, si ritrae e lascia pieno campo alla superstizione.
Postulare un Dio risparmia molte fatiche e mette la sordina a molti dolori.
In millenni di civiltà e di apparente progresso, l'Uomo non ha saputo rinunciare a Dio. Senza volere o saper capire che l'idea di Dio è un corto circuito neurologico inevitabile e per certi versi perfino accettabile, a condizione di rendersi conto che è l'uomo ad aver creato Dio e non viceversa.
E allora, signore e signori, o siamo tutti Dio, o per dir meglio "c'è un po' di Dio dentro ognuno di noi" oppure è perfettamente inutile immaginarcelo in un altro modo.
E' quella parte divina che si esprime nei grandi artisti e nei grandi rivoluzionari e saltuariamente perfino nei sacerdoti.
Non tutto si può spiegare con le meccaniche casuali e causali, un briciolo di finalismo bisogna pur tenerselo da parte.
E' inutile che vi ostiniate a considerarmi un creativo intellettuale impegnato in molteplici multiformi attività: la triste realtà è che da più di 1 anno sono stato caritatevolmente e gentilmente estromesso da qualsivoglia attività produttiva. Nessuno si sogna più di darmi un lavoro neppure da netturbino o sguratore di fogne sia se non mi conosce sia (a maggior ragione) se mi conosce.
La pazienza del padrone di casa alla nona mensilità di affitto non corrisposta è venuta meno: sempre con molto aplomb e chiamandomi "dottore" mi ha signorilmente invitato ad abbandonare il civettuolo monolocale che occupavo, per il quale sembrano già prenotati cinque moldavi a un affitto doppio di quello che (non) pagavo io.
Attualmente dormo in un corridoio del Seminario Vescovile, in linea d'aria a una cinquantina di metri dalla principesca suite occupata da Roberto Donadoni allenatore del Parma e famiglia. Secondo me la prossima volta che ci incrociamo Donadoni mi offrirà un caffè e io gli dirò che ad Arrigo Sacchi non allaccia neppure le scarpe. Ma solo secondo me.
Alle 6.30 mi alzo, completo le abluzioni mattutine e consumo una abbondante colazione con l'abbondante colonia di parmigiani ex-benestanti che condividono il mio destino, scambiando qualche battuta di circostanza con gli altri tre gruppi etnici (meridionali, nordafricani e centroafricani) che ci guardano con disprezzo perchè secondo loro facciamo finta di essere bisognosi solo per rubare posti-letto ad altri loro consimili.
Dopo di che, ormai completate le decine quasi centinaia di telefonate, e-mail, consegne di curriculum personalizzate brevi manu motu proprio a ditte e cooperative delle tre provincie dell'Emilia Occidentale senza non dico una convocazione ma un banale cenno di assenso, mi concedo lunghe passeggiate nella Parma primaverile, ho quasi completato il trimestrale di ermetici di Domenica Quiz meritandomi la qualifica di "supermegasolutore con ingenti quantità di tempo da buttar via" e trovo comunque il modo di collegarmi ad Internet gratis, a macca, a credito o spendendo gli ultimi spiccioli superstiti.
La concomitanza serale e notturna con l'epicentro mistico della mia città a volte crea crepe nel mio agnosticismo. Ma le crepe si rimarginano durante il giorno. E l'agnosticismo degenera vieppiù in drastico ateismo che arriva a negare anche quel Dio che fino a pochi giorni fa mi sembrava di vedere dentro ogni uomo.
Chissà se le imminenti festività pasquali mi porteranno a più miti consigli...
Sto subendo un nuovo odioso attacco di un gruppo di sploggers.
Non so perchè, ma la parola splog col suo suono mi evoca ricerche nelle cavità nasali per estrarne grumi mucosi sanguinolenti da attaccare sotto il tavolo dell'odiata suocera.
Poi, nel mio altalenante ecumenismo pacifista, immagino che dietro queste odiose intromissioni nel mio sacrale spazio (di solito visitato da pochi intimi dopo essersi tolte le scarpe e detersi a lungo i piedi, mentre costoro entrano con gli stivali chiodati, familiare di Budweiser in mano ruttando e scoreggiando come delle scolopendre) ci siano dei poveracci che per guadagnare pochi euro, dollari o chissà qual'altra valuta prezzo di sangue e tradimento si prestano ad assaltare i blog dei più sprovveduti ed informaticamente ignoranti (caro alanford50, ricordo con orgoglio quando mi apparigliasti a Franz nelle mie competenze informatiche rischiando da quest'ultimo una denuncia immediata) per propagandare siti altrimenti destinati ad una giustificata oscurità, farli salire nel pagerank o farti incautamente cliccare per vederti due secondi dopo clonate carta di credito, carta d'identità, patente, tesserino sanitario, bancomat, iscrizione alle Giovani Marmotte, al Nomadi Fan Club e al Mario Monti Fancùl.
SPLOG, pittoresco acronimo declinabile negli acrostici Siamo Poveri Laidi Ometti Grotteschi, Stiamo Per Ledere Ogni Giustizia, Senza Paura Lasciamo Orme Gigantesche o chissà quanti altri.
Ma qui sorge spontanea una domanda: mi sto reincarnando in Michele Lubrano? E una seconda domanda, dopo aver formulato un secco no alla prima: ma dietro questi SPLOGgamenti chi diavolo c'è? Una potente multinazionale guidata da un cugino di Tommaso Ghirardi che ha visto tutti i film di 007 ma facendo sempre il tifo per la Spectre e il Dott. No perchè era geloso del fascino virile di James Bond? Una ditta di Scandiano guidata da un cognato di Prodi che vuole inondare il mondo di pupazzetti di pelouche con l'inconfondibile sagoma del Professore bicicletta inclusa e IVA opportunamente scorporata? Un hacker misero e macilento di Cinisello Balsamo, secondo cugino di Tonino Cripezzi dei Camaleonti, che usa Internet per vendere il maggior numero possibile di abbonamenti alla mitica rivista "Finanza", che qualunque belga o estone pur di infima cultura capirebbe dopo due minuti riferirsi all'omonima scienza e non alla Guardia di Finanza, ma che centinaia di migliaia di italiani continuano a ricevere a casa senza neanche toglierla dal cellophane solo per tenerla in bella mostra sulla scrivania del loro studio o ufficio?
Ma alla fine accurate ricerche in rete ci inducono a credere che dietro gli splog non ci sia nessun Grande Fratello (nel senso letterario, non televisivo), Piccolo Cognato o Medio Secondo Cugino. Non c'è nemmeno la Spectre, il Go-go-governo che subdolo si avvicina travestito da piscina traboccante di Analcolico Biondo per fare la festa a Supergiovane, menchemmeno degli hackers spregiudicati che potrebbero entrare nel sito del Pentagono e dichiarare guerra al Liechtenstein e invece preferiscono far collegare la Terrybile Miss a 3 euro al secondo a un sito neozalendese di fitness e sauna (a sua insaputa, ovviamente).
Ci sono o ci sarebbero dei dilettanti della tastiera che
o sono pagati da qualche sito-truffa e allora sono dei poveri disoccupati vittima del sistema e della crisi strutturale che è nata col capitale, e quindi meritano un briciolo di umana comprensione
o lo fanno gratis e allora sono degli stronzi bastardi che meritano
di ricevere per regalo di compleanno cravatte con la faccia di Gigi D'Alessio,
o un CD "Marco Mengoni interpreta Jacques Brel",
o un DVD col meglio del Bagaglino,
di sposare la donna (o l'uomo) dei loro sogni ma solo per farsi cornificare dalla mattina alla sera,
di spendere 2000 euro per andare a sciare a Cortina dopo che una ventata di Phoen ha asciugato tutte le piste e i cannoni sparaneve sono tutti in avaria,
di avere un appuntamento al buio con Samantha 82 incontrata in chat per scoprire che in realtà dovrebbe chiamarsi Bruno 53,
di aprire la porta nudi convinti che sia arrivata la fidanzata per scoprire che si tratta invece una delegazione di testimoni di Geova che se lo caricheranno in spalla e lo scaricheranno direttamente all'Inferno,
di prenotare il Pendolino per un viaggio Roma-Parigi e farselo tutto con Luca Giurato di fronte che racconta barzellette sugli eschimesi al telefonino,
di riuscire finalmente a copulare con la donna/uomo vanamente inseguita/o per 12 anni solo per sentirla/o dire dopo l'amplesso "Meno male che tu mi vuoi ancora, lo sa tutta la città che ho l'AIDS".
Tutto questo, come direbbe Freak Antoni nella sua epica "Ti disprezzo profondamente", sempre nel senso buono...
Potenza e magia delle immagini: la valigetta nella quale il Nostro avrebbe portato due milioni e mezzo di euro in una banca di Lugano per vedersi rifiutare il deposito (feroce chiosa di Michele Serra: E pensate che nelle banche svizzere di solito accettano anche valigette con dentro del pesce marcio) vale anche per vederselo possibile emigrante verso la pensione, con dentro la valigetta la sua pittoresca carriera).
L'uscita di scena di Emilio Fede, ad essere spietatamente schietti e brutalmente sinceri, non ha i connotati del colpo di scena.
E questo sia perché l'acrobatico giornalista barcellonese (nel senso di Barcellona Pozzo di Gotto, ovviamente) aveva già da mesi annunziato il suo ritiro dal Tg4 come se fosse una sua autonoma decisione; sia perché l'affastellarsi delle disavventure giudiziarie ne rendevano la posizione sempre più precaria e sempre meno presentabile; sia perché il sostanziale defilamento dallo scenario politico del suo dux maximus et maxima lux a beneficio di Mario Monti e di Angiolino Alfano (pur sprovvisto di quid) ne rendeva in assoluto il ruolo di spudorato spericolato aedo più dannoso che inutile.
Nel nostro bello Stivale (Cosa pretendi da un Paese che ha la forma di una scarpa? cantava il sulfureo Freak Antoni poche settimane prima che il Bisunto dal Signore scendesse in campo) si coltiva l'amore per il complottismo e la dietrologia.
Ricordo una spassosa pagina del grande Ennio Flaiano, che recito e ricostruisco a memoria non avendone trovato traccia in rete.
Che strazio discutere con un francese, un olandese, uno svedese di casi di cronaca nera. Ti buttano lì con aria dubitativa alcune banali supposizioni dettate dal buon senso (poveracci, chissà quanti gialli hanno letto dove il colpevole era sempre il maggiordomo) e poi con evidente imbarazzo si arrendono: "Non so, non ho idea, non ho abbastanza informazioni, possiamo parlare d'altro?". L'Italiano no! Lui ha letto tutto, ha avuto accesso ad atti segretissimi, suo cugino conosce il commercialista di un giudice a latere che va a cena col GIP, se gli dai spazio ti spiega tutti i retroscena con dovizia di particolari, ti fa schizzi della scena del delitto sul tovagliolo di carta della pizzeria, nella foga oratoria passeggia avanti e indietro per il bar gesticolando come Vittorio De Sica che difende la maggiorata fisica accusata di atti osceni in luogo pubblico. E difende le sue certezze istruttorie fino all'estremo sacrificio, disposto a perdere lavoro, amicizie e rispettabilità piuttosto che recedere dalle sue incrollabili convinzioni frutto di una così magistrale ricerca della verità......
Prima o poi troverò la vera pagina di Flaiano e magari scoprirò che è meglio la mia, ma per ora accontentatevi.
Ma riavvolgendo il nastro: io non mi associo al compiaciuto gusto per il complottismo e la dietrologia, non credo che avvenimenti contemporanei debbano avere dei rigidi rapporti di causa-effetto (a me piace pascermi dei concetti di sincronicità junghiana e di circolarità e cocreazione della realtà di matrice sistemica, anche se non ne ho mai tratto il benchè minimo vantaggio).
Che l’impero politico-economico del Bisunto del Signore stia attraversando una fase di profondi cambiamenti è del tutto evidente: dopo essersi costruito tutte le leggi ad personam umanamente possibili (per la sua immunità personale e per la salvezza delle sue aziende) l’Ubriaco di Arcore ha capito, secondo un mio personalissimo giudizio, che la permanenza in carica come Primo Ministro danneggiava le sue aziende in modo inequivocabile, e addirittura finiva per creare un effetto negativo sul suo ruolo di imputato in una risibile manciata di processi.
Con quel senso teatrale da consumato attore che nemmeno il suo più acre nemico potrebbe negargli, è perfino riuscito ad andarsene nella surrettizia veste di vittima innocente (“Non ho ricevuto alcuna sfiducia dal Parlamento, al massimo dalle banche, ed abbandono in un atto di responsabilità per il bene del paese”. Sotto sotto perfino Ghedini sarà prorotto in uno dei suoi leggendari “Ma va là” tra le mura di casa sua…).
Da burattinaio occulto il Conflitto d’Interessi Ambulante potrebbe essere anche più pericoloso che da primattore, anche se ciò non è scontato perchè quelli che gli facevano volentieri da fantocci oggi sembrano un po’ più autonomi, e magari alcuni che gli farebbero ancora da fantocci non gli servono più.
Fede segue la stessa strada di Minzolini, e tanti altri servitori sciocchi faranno la stessa fine. Mentre le preoccupazioni del Sedicente Nuovo De Gasperi oggi vanno più verso il Camp Nou di Barcellona (dove tra pochi giorni il Milan tenterà di eliminare i Campioni del Mondo, sperando che non finisca a sghignazzi come nel match di Economic League PdL-Spread) che verso Montecitorio.
Volevo scrivere due righe e me ne sono uscite fuori 106. Succede.
Mentre Monti, dalla Corea, continua le sue megalomaniche e poco umili vanterie sulle magnifiche sorti e progressive dell'Italia, la riedizione della vecchia CAF, che in questo caso si chiama ABC, studia il modo di evitare un opportuno passaggio alla Terza Repubblica (visto l'accertato decesso della seconda) preferendogli una affannosa e convulsa riesumazione della Prima.
Nonostante tutti i sondaggi parlino di una perdita secca di credibilita del tecnogoverno negli ultimi giorni (da un taxi a 5 stelle si vocifera quanto segue, e noi volentieri riceviamo e pubblichiamo: ISPO-Mannheimer: due italiani su tre bocciano la riforma del lavoro. La fiducia nel Governo crolla dal 60% al 44%) il professore colto e bocconiano eletto solamente dalle banche come un amato leader coreano le avverse idee non se le fila neanche, e nè più nè meno come il suo predecessore cita segmenti, parti e tratti dei sondaggi a lui favorevoli. Accanendosi con beffardo ghigno brianzolvaresotto contro "i partiti" che non vanno comunque, sondaggi alla mano, oltre il 20. E se l'Italia non è pronta per la sua terapia è anche pronto ad andarsene lui e tutto il cucuzzaro, abbiamo capito o no?
Il povero Bersani si piacentinizza all'estremo e si autoimita alla Crozza come tutte le volte che stanno per mancargli le parole ed emette quelle che Villaggio definirebbe "fonemi puri" bofonchiando "Io non sono i partiti, ho un nome e un cognome e se non andassi in giro a spiegare a tutti quelli che mi fermano per strada perchè bisogna avere fiducia nella politica di Monti la sua fiducia non sarebbe superiore alla nostra". La Settimana Enigmistica offre un abbonamento gratuito fino a tutto il 2023 a chi saprà dimostrare la coerenza logica e l'opportunità strategica di codesto ragionamento.
La Grosse Koalition gregaria che fa da coro greco alle performance oratorie del Prof. Mari & Monti ("Credo di dover considerare questo silenzio come un grande applauso" sarebbe riuscita solo a Bergonzoni o a James Joyce) in questo momento ha una sola preoccupazione. Che non è il bene del paese, ma il proprio destino quando il conducator in carica, che in questo momento sta facendo il lavoro sporco con grande loro sollievo & soddisfazione, dovrà lasciare nuovamente loro il campo per democratiche elezioni. E quelle elezioni sembra proprio che nessuno le voglia vincere e che tutti desiderino pareggiarle per potersi spartire responsabilità e critiche future dandosi la colpa l'uno con l'altro. Cosa possibile solo reintroducendo sostanzialmente il sistema proporzionale e tornando a strategie di coalizione da decidere dopo le elezioni piuttosto che prima. E magari dando a Sel, Idv e MoVimento 5 Stelle una comoda posizione in tribuna.
Nel frattempo, l'art.18 è diventato una seconda TAV. Ancor più della TAV, l'art. 18 conta pochissimo di per se stesso ma enormemente come epifenomeno, punta dell'iceberg, sintomo riassuntivo.
Come chi dice no alla TAV sogna e desidera un mondo meno veloce e meno globalizzato di cui l'opposizione alla TAV è un segmento centrale ma tutt'altro che esclusivo, chi si affeziona di colpo a un articolo del quale, nella stragrande maggioranza dei casi, ignorava l'esistenza (e che forse è stato usato in poche decine di migliaia di casi) esprime il suo apprezzamento, parte estetico e parte interessato, per un mondo del lavoro in cui gli interessi del grande capitale non diventino poco alla volta la variabile indipendente a cui assoggettare qualunque altra considerazione e diritto civile. Come qualche sparuto milione di Italiani ideologicizzati e prevenuti, tra i quali il modestissimo sottoscritto, sta temendo ogni giorno di più.
Mi capita spesso di paragonare la scrittura alla musica: a volte si costruiscono cattedrali vagamente sinfoniche un po' pesantine ma con un loro strano fascino; altre volte si va giù di improvvisazione jazzistica vagamente medianica, per cui sai cosa hai scritto quando molli la tastiera e rileggi.
Sono le mie contraddizioni che diventano canzoni/a parte che ora la menata è stata un poco esagerata
cantava un giovanissimo Alberto Camerini in quell'ultimo scorcio degli anni '70 quando fare canzoni era un caleidoscopio di invenzioni e creatività, prima di travestirsi da Arlecchino elettronico da easy listening compulsivo nei plastificati anni '80, durante il quale molti altri hanno fatto la stessa orrida fine da Alan Sorrenti in giù.
E sono le mie contraddizioni che diventano post. Beccatevi questa.
Rispetto alla volgare carnalità dei mammiferi, gli uccelli (strettamente imparentati coi rettili e quindi teroricamente classe inferiore) ingentiliscono i loro rituali riproduttivi con armoniose vocalizzazioni (non tutti: i piccioni si limitano ad un ripetitivo patetico verso ingrossando le piume del collo a mimare un certo qual turgore, ma 9 femmine su 10 svolazzano via dopo averli mandati a girare).
A noi umani piace equiparare questo incessante richiamo alla nostra esperienza di innamoramento; ma probabilmente ai volatili manca il vissuto del desiderio frustrato e nulla essi sanno delle mille stucchevoli sfumature che l’homo sapiens riversa nella disperata ricerca della mulier sapientissima (che anch’essa spesso e volentieri svolazza via con fare sprezzante).
Esaurito questo excursus etologico, troverei un’occasione persa non dire anch’io la mia sul dilemma (che Greg Lake ben potrebbe definire “The endless enigma”) fra una sorta di placida autoreferenzialità diaristica del blogger, o il megalomanico desiderio di sentirci giornalisti in sedicesimo, trentaduesimo, sessantaquattresimo o centoventottesimo a seconda del livello di autostima o autocritica.
“La realtà è ovviamente che la mia vita non offre spunti tanto interessanti da meritarsi addirittura un posto pubblico in questo spazio e, sebbene molti intendano i blog (anche) come un diario personale, sono sempre stato dell’idea che fosse meglio pubblicare argomenti di cui si potesse discutere.“
Devo dire che le parole di Carlo le avrei potute scrivere, identiche, più di una volta. E forse con motivi ancora più stringenti dei suoi. Perchè una vita in perenne zona retrocessione te la vivi continuando a lottare, ma non è che poi tu muoia dalla voglia di raccontarla. Allora la lasci dietro l’orizzonte e le dedichi caste e timide allusioni come per dire che chi guarda il mondo non lo guarda da una turris eburnea totalmente isolata. Ma senza entrare troppo nel merito di come passi le tue giornate e di come occupi il tuo tempo prezioso ed irripetibile.
E’ certo che tenere un blog (oggi che su Facebook e su Twitter puoi gigioneggiare con ridicoli rinunciabilissimi particolari della tua vita privata e con fulminanti sprazzi di imbecillità nei casi peggiori, Oscar Wilde direbbe “Non è obbligatorio però aiuta”) non può più essere un esercizio di tipo prettamente diaristico fine a se stesso.
Quella razza in decremento (qualche fanatico di Facebook la definisce addirittura “in estinzione” e il mio fantozziano edicolante chioserebbe “Pian int’il curvi”) dei bloggers ha una grossa responsabilità nel coltivare ancora la voglia e il gusto di ragionare, argomentare, prendendosi il tempo e la fatica per farlo.
Per sparare opinioni apodittiche istantanee Twitter è perfetto, ma io personalmente su Twitter ci andrei solo sotto minaccia di gravi torture fisiche (e poi non ne sono troppo sicuro)
Preferisco mettermi lì e, come è capitato per il mio post sulla querelle Grillo-Tavolazzi, metterci quasi quattro ore dal desiderio di scriverlo all’edit definitivo, dopo aver letto tutto il leggibile, riflettuto su tutto il riflettibile e trovato un qualche equilibrio fra cronaca ed autorefrenzialità (perchè nel dare parzialmente torto a Tavolazzi debbo dirgli pur sempre “Come somiglia il tuo costume al mio” e quindi darmi torto da solo).
Sulle recenti mosse del tecnogoverno per ora taccio non per rassegnazione, e men che meno per implicita condivisione, e mi riprometto di farne oggetto di un futuribile post altrettanto meditato e documentato, perchè dire “Monti , stai leggerissimamente cominciando ad esagerare” sarebbe un’operazione di grande semplicità e sincerità ma troppo rozza per i miei gusti e le mie abitudini. Prendo comunque atto che Elsa Fornero “non distribuisce caramelle” come riferiscono i giornali di marzo di claudiololliana memoria. Nè qualcuno se n’era mai illuso, neppure quando si commuoveva nel pronunciare la parola “sacrifici”.
Andé a di acsè mi bu ch'i vaga véa, che quèl chi à fat i à fatt, che adèss u s'èra préima se tratour. E' pianz e' còr ma tòtt, ènca mu mè, avdai ch'i à lavurè dal mièri d'ann e adèss i à d'andè véa a tèsta basa dri ma la còrda lònga de' mazèll.
Aveva lavorato con i più grandi registi, aveva scritto libri tradotti in tutte le lingue del mondo eppure non aveva nulla del VIP; viveva sull'appennino tosco-romagnolo e ci teneva a differenziarsi dai romagnoli costieri tutti quanti un po' vitelloni, lui era un romagnolo dell'altopiano dallo spirito vagamente guerriero e scevro da compromessi.
Geloso della sua storia e della sua memoria; mentre tanti che hanno smesso di fare godono nel raccontarsi, lui con scontrosa saggezza affermava "E se racconto tutto, poi cosa resta per me?".
Avrebbe potuto raccontare gustosi retroscena con Fellini e Flaiano, Antonioni e Terence Stamp, ma al massimo buttava lì quei minimalistici ricordi tanto cari alla sua ormai pressochè estinta generazione: suo padre che lo vede tornare, lacero e malmesso, dal campo di concentramento dopo due anni, e gli chiede ruvido "E't magnè?" (una domanda che meriterebbe un succosissimo saggio junghiano ma forse è meglio di no) e senza lasciargli il tempo di rispondere se ne torna a lavorare il suo misero campicello.
Però la civetteria di concedersi, qualche anno fa, a una fortunata campagna pubblicitaria, quella non se l'era voluta risparmiare. Ma alla fine era stata la ditta a far pubblicità a lui e non viceversa, perchè alla gente restava in mente quel vecchietto dalla obliqua un po' severa vitalità che per una strana inesplicabile alchimia "bucava lo schermo" piuttosto che il prodotto.
Come nella poesia che apre questo post, Tonino si sentiva sempre un reduce del passato che conviveva col presente senza farsene schiacciare. A differenza del suo amico Fellini, che conviveva con un passato che quasi lo spaventava rifugiandosi in un eterno presente.
L'ultima leggenda che i suoi amici ci lasciano, è il suo patteggiamento con la morte (Adesso non ho tempo per morire, devo festeggiare il compleanno).
La generazione del '20 si spegne lentamente come un Albero di Natale malandato ma carico di storia: quelli che hanno vissuto il fascismo come una strana malattia, e poi la guerra e (molti di loro) il carcere o il campo di concentramento, e subito dopo la prodigiosa ascesa dalle devastazioni della guerra al più prodigioso, miracoloso e come tale brevissimo, boom economico dell'intera storia europea spariscono a poco a poco.
E con loro sparisce la vera memoria, non quella dei software informatici, ma quella roba vera, ruspante, un po' mucillaginosa col passare del tempo ma sempre saporita, quella sciabola che taglia trasversalmente spazio e tempo e fonde insieme cose che sembrerebbero distanti, finchè si trasforma in un dispettoso silenzio disseminato di falsi ricordi e provocazioni. E allora sì, quello che hai fatto hai fatto e te ne vai quasi felice. Solo il tempo di festeggiare un altro compleanno.
Primavera non bussa lei entra sicura, come fumo lei penetra in ogni fessura; ha le labbra di carne e i capelli di grano, che paura, che voglia che ti prenda per mano.... Che paura, che voglia che ti porti lontano.
Eh già, la primavera non chiede permesso, esplode in pochi giorni dopo qualche tentativo accademico estemporaneo all'inizio di marzo. Per il giorno del vernissage si presenta in grande stile con la fioritura giusta, la temperatura giusta, la ventilazione giusta, quel senso di scompaginamento ormonale che sarebbe gradevole in presenza di una ipotesi di coppia ma per come ti trovi tu è solo una pesantissima seccatura.
Altro che
Poi spargerò il mio seme nella tua verde valle e aspetteremo insieme che venga primavera.
Sentimenti occulti tra noi mi innamorai seguendo i ritmi del cuore e mi svegliai in primavera.
Dall'amore carnale vagheggiato dal Luberti paroliere di Cocciante passiamo (semmai) all'obliquo misterioso innamoramento à la Battiato nutrito di sentimenti occulti ed insondabili ritmi del cuore. E più non dimandiamo.
Seguendo magari anche le suggestioni dell'unica Milvia della vita di Bergonzoni che propone un acconcio letargo durante la stagione freddda con glorioso risveglio sul finire di marzo (magari accompagnato dal merlo innamorato di San Lazzaro di Sàvena).
I ciclici ciclosi corsi e ricorsi stagionali così amati dai cicloamatori si portano dietro una versione un po' più urbana (e per altri versi assolutamente inurbana, dato che gli autisti con la bella stagione ricominciano a odiare pedoni e ciclici ciclosi ciclisti).
Mi emoziono sentendo passare di nuovo i motorini truccati, le autoradio veloci e il profumo dei tigli mischiato ad un altro più strano mi fa ricordare che da bambino sognavo di fare il benzinaio.
Io che mi chiamo Luca ma non Carboni da bambino non sognavo di fare il benzinaio e l'incipiente stagionalizzazione motoristica (completa di motorini truccati che suonano come un riff degli Iron Maiden e autoradio lente ma rumorosissime con riff degli Iron Maiden che suonano come un motorino truccato) mi commuove pochissimo.
Vista dall'alto la Terra non so se sembra un treno che non finisce mai, di certo adesso si presenta come un disciplinato soldatino allineato alle radiazioni termiche della sua stella di riferimento prima di ricominciare a contorcersi nel suo obliquo percorso cosmico.
La primavera è altro che un cielo chiaro è grandine veloce sui tuoi pensieri ti cresce all'improvviso dentro la testa e scopri che hai bisogno di questo sole e non ti fa paura la sua allegria ma ti sorprende come una malattia.
uVista da dentro sembra un pianeta intessuto di paradossi e contraddizioni, il primo dei quali è che la morte dei bambini europei ha un'eco mediatica di gran lunga superiore a quella dei bambini asiatici (fra Siria e Afghanistan, alcune decine massacrati nel sonno, bruciati vivi, in Siria anche torturati e mutilati come grazioso cadeau), scandalosamente superiore a quella dei bambini africani i cui genitori e fratelli maggiori magari vengono offesi e trattati come ladri di posti di lavoro nelle nostre civilissime metropoli occidentali.
Ma degli altrettanto sfortunati bambini belgi e francesi si parla e si parlerà enormemente di più.
Il “MoVimento 5 Stelle” è una “non Associazione”. Rappresenta una piattaforma ed
un veicolo di confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel
blog www.beppegrillo.it.
La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it.
I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica.
ARTICOLO 2 - DURATA
Il MoVimento 5 Stelle, in quanto “non associazione”, non ha una durata prestabilita.
ARTICOLO 3 – CONTRASSEGNO
Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di
Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.
ARTICOLO 4 – OGGETTO E FINALITÀ
Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog
www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle
“Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di
consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati
a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse
da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog
www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato
della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali, organizzandosi e strutturandosi
attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione
al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione.
Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso
vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio
di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza
la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli
utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.
ARTICOLO 5 – ADESIONE AL MOVIMENTO
L’adesione al MoVimento non prevede formalità maggiori rispetto alla registrazione ad
un normale sito Internet. Il MoVimento è aperto ai cittadini italiani maggiorenni che non
facciano parte, all’atto della richiesta di adesione, di partiti politici o di associazioni aventi
oggetto o finalità in contrasto con quelli sopra descritti.
La richiesta di adesione al MoVimento verrà inoltrata tramite Internet; attraverso di essa,
l’aspirante Socio provvederà a certificare di essere in possesso dei requisiti previsti
al paragrafo precedente.
Nella misura in cui ciò sia concesso, sulla scorta delle vigenti disposizioni di legge, sempre
attraverso la Rete verrà portato a compimento l’iter di identificazione del richiedente,
l’eventuale accettazione della sua richiesta e l’effettuazione delle relative comunicazioni.
La partecipazione al MoVimento è individuale e personale e dura fino alla cancellazione
dell’utente che potrà intervenire per volontà dello stesso o per mancanza o perdita dei
requisiti di ammissione.
ARTICOLO 6 – FINANZIAMENTO DELLE ATTIVITÀ
SVOLTE SOTTO IL NOME DEL “MOVIMENTO 5 STELLE”
Non è previsto il versamento di alcuna quota di adesione al MoVimento. Nell’ambito del
blog www.beppegrillo.it potranno essere aperte sottoscrizioni su base volontaria per la
raccolta di fondi destinati a finanziare singole iniziative o manifestazioni.
ARTICOLO 7 – PROCEDURE DI DESIGNAZIONE
DEI CANDIDATI ALLE ELEZIONI
In occasione ed in preparazione di consultazioni elettorali su base nazionale, regionale o
comunale, il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il
veicolo di selezione e scelta dei soggetti che saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati
all’uso del nome e del marchio “MoVimento 5 Stelle” nell’ambito della propria
partecipazione a ciascuna consultazione elettorale.
Tali candidati saranno scelti fra i cittadini italiani, la cui età minima corrisponda a quella
stabilita dalla legge per la candidatura a determinate cariche elettive, che siano incensurati
e che non abbiano in corso alcun procedimento penale a proprio carico, qualunque
sia la natura del reato ad essi contestato.
L’identità dei candidati a ciascuna carica elettiva sarà resa pubblica attraverso il sito
internet appositamente allestito nell’ambito del blog; altrettanto pubbliche, trasparenti
e non mediate saranno le discussioni inerenti tali candidature.
Le regole relative al procedimento di candidatura e designazione a consultazioni elettorali
nazionali o locali potranno essere meglio determinate in funzione della tipologia di
consultazione ed in ragione dell’esperienza che verrà maturata nel tempo.
Proprio non ci voleva. A due mesi dalle elezioni amministrative, la miracolosa delicatissima alchimia che stava dietro e intorno al moVimento di Grillo mostra dolorosamente la corda.
Vi ho però trascritto per intero, piuttosto che limitarmi a linkarlo, il Non-Statuto del MoVimento stesso perchè mi sembra, e mi verrebbe da dire "purtroppo", che la revoca dell'autorizzazione ad usare il simbolo delle 5 stelle (e non la "espulsione", come tutti continuano a ripetere) per Valentino Tavolazzi e gli altri aderenti al Progetto per Ferrara è del tutto coerente con il Non-Statuto in questione.
Il MoVimento trae origine e trova il suo epicentro nel blog. Non prevede sedi fisiche ma questa unica sede virtuale, e non prevede riunioni nazionali. Beppe Grillo è l'unico titolare dei diritti d'uso del simbolo e ha il diritto di sindacare su chi lo usa. Le esperienze, gli spunti, le idee devono avere un rapporto di circolarità col blog, da esso nascere e in esso riconfluire.
In perfetta buona fede, Valentino Tavolazzi ha ritenuto di poter in parte bypassare questi vincoli che riteneva solo di tipo simbolico-ideologico.
Mal ne è incolto a lui, e me ne dispiace sinceramente perchè tutto quello che posso recuperare su di lui attraverso la Rete me lo descrive come una persona valida, benvoluta e rispettata che mette a disposizione del MoVimento un livello e un'intensità di esperienza, impegno e partecipazione fuori dal comune.
E mal ne sta incogliendo a tutte le 5 stelle, e me ne dispiace ancora di più perchè dopo lunga e tormentata riflessione sono arrivato alla conclusione che solo questa nuova, gioiosa macchina da guerra può essere degna di un voto, in questo momento in cui l'intreccio fra Bassissima Politica e Altissima Finanza crea una reazione a catena che sta rischiando di uccidere le ultime speranze del cittadino comune e cancellare l'Art. 1 della Costituzione (il lavoro non più valore fondante ma graziosa concessione del capitale).
Avendo già espresso, sia pure su altro blog, delle idee ben precise non posso rinnegarle, anche se oggi ne sono un po' meno certo.
E ne sono un po' meno certi perchè, anch'io come l'amico Francesco che si situa nella hit-parade, oserei dire nell'Olimpo, dei miei lettori, non posso non registrare l'amaro sconcerto di una maggioritaria fetta dei commentatori del megablog grillesco.
Megablog che ha un elementare meccansimo di convalida interpersonale permettendo di votare l'adesione ai diversi commenti: i primi 23 più votati sul fatidico post del 5 marzo (non maggio, per fortuna, qui almeno non è morto nessuno) sono esplicitamente e quasi ferocemente avversi alla posizione del buon Beppe.
Per arrivare a un commento favorevole bisogna scomodarsi fino alla 33° posizione con la miseria di 8 voti.
Tutto bene, anche se nell'ambito di un post torrenziale un rivolo in più non fa male, e quindi il post del 5/3 diventa meno enigmatico se collegato a quest'altro del 2/3
Ma comunque sia, ieri dicevo, e siccome non sono visopallido lingua biforcuta non rinnego:
A me la posizione di Grillo sembra coerente, e nel complesso molto più condivisibile di quella dello “ius soli” sulla quale ci eravamo a suo tempo amichevolmente confrontati.
Credo che Grillo abbia il diritto e il dovere di vigilare sul fatto che il suo movimento non diventi una struttura partitocratica con i medesimi rituali che hanno devastato Prima e Seconda Repubblica. Non è il leader di questo movimento, sono sicuro che non abbia nessuna intenzione di candidarsi mai personalmente, ma ne è il garante e fa bene a non dimenticarselo.
Il Movimento 5 Stelle rappresenta una delle poche boccate di aria pura che si respirano nel mefitico contesto dei torbidi grovigli fra Bassa Politica e Alta Finanza di questi terrificanti anni ’10, e darsi a giudizi sommari sullo stesso basandosi su un episodio in cui Grillo può non avere tutte le ragioni (ma men che meno tutti i torti) mi sembra quanto meno improprio.
Però lo dicevo non da militante, non da aderente, quanto da parziale e forse ancora un po' dubbioso simpatizzante esterno.
Al quale magari piace, e che condivide, una posizione decisionista piuttosto che una di "laissez-faire" rispetto al diritto di far parte, o non far parte, del MoVimento.
Che considera giusto e opportuno che Grillo sia "primus inter pares" dell'intera baracca non nel senso di dare una linea (come fanno Berlusconi e Bossi, e chi non la condivide può accomodarsi fuori dal bar) ma di definire i confini dell'appartenenza. D'accordo che "uno vale uno", ma fra tutti quegli uni c'è n'è uno che ci mette la faccia e garantisce una amplificazione delle fortune elettorali di un fattore n uguale o superiore a parecchio.
E questo è il primo paradosso.
Il secondo paradosso è che diverse volte in questi ultimi anni io stesso mi sono trovato nella situazione del Tavolazzi di turno (e per fortuna qualche volta anche nel senso dell'omonimo Ares, riuscendo a riprodurre alla perfezione il riff di basso di "Luglio agosto settembre nero"): convinto che non esistessero nè capi nè gerarchie e che la mia esperienza professionale ed umana mi mettesse al riparo da qualunque forma di critica. Questo dovrebbe portarmi a solidarizzare con Valentino sentendomi anch'io come lui un genio incompreso. Invece mi porta ad incazzarmi con lui sentendolo anche lui come me un presunto genio cui ogni tanto la realtà dà dei dolorosi colpi in punti deboli (gengive, plesso solare, basso ventre).
Sul piano morale io e lui avevamo ragione (forse!).
Ma sul piano strategico, e di una oculata capacità di stare all'interno di un apparato (per quanto superdemocratico e paritetico potesse sembrare) lui ed io siamo degli ingenui, e prima o poi arriva il beppegrillo, il Don Incerto, il Pignasecca di turno a dirti "Mi piace tanto quello che fai, però qui le regole non le fai tu.".
E alla fine non è il MoVimento 5 stelle che perde Tavolazzi; è Tavolazzi che per un eccesso di hybris perde il MoVimento 5 stelle e la possibilità di fare ottime cose per la sua splendida città tanto simile alla mia.
In uno dei miei assoluti pomeriggi ho mangiato a un tavolo del Parco Cittadella nella solita rigorosa coerente solitudine tendente ad evitare compagnie inutili se non dannose secondo un antico detto popolare.
Poi ho risalito pigramente la città attraversando Lo Stradone dove si concludono le tappe del Giro d'Italia che Vittorio Adorni riesce ad aggiudicare alla sua città, idealmente coronato da un piccolo Arc de Triomphe (non a caso ideato dall'architetto Petitot e non certo da un Legrand).
Lì potevo prendere un certo numero di autobus ma ho preferito percorrere la L di Via Farini, Piazza Garibaldi con l'arloj di qua e la meridiana di là, Via Mazzini (la zona chic e snob di quelli che sognavano la metropolitana e si specchiavano nel bel faccino ebete di Pietrino Vignali) per sbucare lungo l'abbacinante scenario del Lungoparma fertilizzato dalle recenti piogge e prossimo ad una tumultuosa fioritura che esploderà, come è tradizione, in poche decine di ore lasciando i parmigiani senza fiato.
Ma sì, la bruttina infedele mi ha riconquistato. Se ci fossi addirittura nato (cosa che alcuni miei amici credono e io non confermo e non smentisco) credo che si tratterebbe di un amore totalmente cieco anche se venato di periodiche frecciatine biliose che fanno parte del temperamento ducale (ma solo relativamente a cose e persone molto amate).
Ma anche così, questa puttanella di città stendhaliana, basagliana, bevilacquiana, marialuigina, totalmente inattendibile ed inaffidabile ma sempre (in questo) meno peggio di Milano, perennemente sospesa fra il '700 e il 2100 mandando a fanculo i tre secoli intermedi ha un sex appeal che stordisce indigeni, adottivi, visitatori e semplici passanti.
Mi è venuta in mente una canzone: ci ho messo una decina di secondi per rendermi conto che era una canzone di Lucio Dalla. In realtà di Dalla solo per la musica, mentre il testo è di uno dei parolieri più significativi della musica italiana, secondo solo a quella lenza di Mogol: Sergio Bardotti.
Un paroliere che "mirava" sapientemente i suoi testi sul destinatario. E qui c'è un giovane Dalla conteso fra Roma e Bologna, fra la fonte di ogni bellezza e l'assordante sinfonia dei ricordi.
Questa canzone uscirà sul secondo album di Dalla, Terra di Gaibola (Gaibola non è un'isola caraibica ma un sobborgo della Dotta) che contiene alcune splendide perle (compresa una quasi sconosciuta collaborazione con Gino Paoli che costituisce anche il primo eseperimento di Dalla paroliere 7 anni prima di Com'è profondo il mare) accanto a sperimentazioni in tentato-prog che nel 1970 azzardavano in molti con alterni successi. E questa qui è un po' tutte e due, specie ascoltando il bizzarro finale. Andrà a finire sul lato B di "4 marzo 1943" essendole musicalmente superiore ma poeticamente molto meno pregnante.
Non è nè La sera dei miracoli, nè Le parole incrociate e nemmeno Anna Bellanna ma (almeno per me, e in questi casi credo che i giudizi personali siano insindacabili) rende bene l'idea.
La notizia che alimentava il mio post di ieri pomeriggio è già finita nelle pagine interne di quasi tutti i giornali, evidentemente non interessa quasi a nessuno. Su Repubblica almeno 6 pagine sulle manovre di governo e uno stanco annoiato trafiletto sulla vicenda a pagina 17.
Ma anche l'ancor più efferata strage di Homs (anch'essa ha avuto ad oggetto per la grande maggioranza donne e bambini, molti sgozzati, torturati, mutilati, bruciati vivi), dagli autori ancora non troppo ben precisati, fatica a trovare spazio nelle prime pagine.
Mi rendo conto che la stampa ha delle regole assolutamente ferree basate su cosa fa notizia e cosa no (la famosa fola dell'uomo che morde il cane) e che in questi momenti difficilissimi molti vogliono sapere con un comprensibile tasso di egocentrismo cosa ne sarà delle loro pensioni e del potere di acquisto dei propri salari e della tracciabilità dei propri spericolati movimenti finanziari, e che poche decine di donne e bambini sterminate in Asia non hanno alcun impatto diretto sulla vita dei lettori.
C'è un'assuefazione tanto triste quanto pericolosa: in un mondo in cui ci si può mettere in contatto in tempo reale con qualunque altro possessore di pc o frequentatore di Internet Center, in cui si possono recuperare notizie ed informazioni entro pochi minuti, ed in cui praticamente tutto il sapere universale è a disposizione di chi sa e vuole cercarlo; in un mondo in cui succedono queste cose bellissime, ci si ritrova sempre più soli ed indifferenti.
Anche Internet sta subendo lo stesso destino dell'automobile: che per la maggior parte dei suoi fruitori è un utile mezzo di trasporto, ma per una chiassosa minoranza è un prolungamento dell'Io e uno status symbol, anche Internet per una parte dei suoi fruitori è un utile mezzo di comunicazione e di trasmissione di idee ed informazioni, ma per una chiassosa quasi maggioranza è un narcisistico mezzo per stare sempre online anche quando non ce ne sarebbe alcuna urgenza. Non a scopo di comunicazione, ma esclusivamente a scopo autopromozionale.
Ci sono notizie che cerchi di sfuggire, non ti senti di commentarle (almeno, non subito...), fai l'impossibile per pensare ad altro e parlare d'altro.
Ma loro ti inseguono, appiccicose e caparbie come i 6 personaggi di Pirandello. Solo che quei 6 personaggi, una volta trovato un autore, si dovrebbero acquietare. Mentre notizie come questa perseguitano chiunque dovunque, o almeno così dovrebbe essere.
E ti costringono a riflettere sugli obliqui rapporti fra Sud e Nord, Est ed Ovest, Cristianesimo ed Islam, ricchi e poveri, uomini giusti per definizione e poveracci che (esauriti i posti buoni) devono per forza sedersi dalla parte del torto, sanità e pazzia.
Ovviamente tutti fatichiamo a credere che sia stato un unico sparuto sergente a perpetrare il massacro talmente odioso e barbaro. Donne, anziani e bambini massacrati nel sonno. Ma che cazzo di cowboy sei (o siete)?
Le guerre del Secondo Medio Evo sono così: senza un vero nemico reale ma con una rete paranoica e distorta di nemici potenziali che sono tutti nella testa di questi soldati supertecnologici nella scorza ma interiormente molto meno civili e leali dei Trecento delle Termpolili.
Questo ripugnante massacro sembra venire come una sventagliata di parmigiano stagionatissimo su un saporito piatto di tortelli d'erbetta per portarmi ad invocare pene durissime per sicari ed eventuali, non impossibili, mandanti anche indiretti, dopo che tre giorni fa ricordavo l'impunità di due militari americani quanto meno improvvidi (ma lì c'era colpa e qui c'è un perversissimo dolo).
E invece no.
A questo punto non mi interessano punizioni esemplari contro gli esecutori finali di una logica aberrante. Specie se dovessero servire per espungere questo terrificante episodio dalla lunga concatenazione che l'ha prodotto e creare l'implicito presupposto per episodi simili.
Una concatenazione fatta di uno strapotere militare che in teoria (ma molto, molto e poi ancora molto in teoria) è al servizio della democrazia ma che in realtà è diventato autoreferenziale e cieco. Che talora si muove per difendere o promuovere interessi commerciali cavalcando alibi politico-religiosi del tutto impalpabili; talaltra si muove nell'ottica tribale ed integralista di una vendetta ipocritamente travestita da misericordia.
Se ho invocato il rispetto per l'avversario per un dimostrante che ha sfottuto un carabiniere solo a parole, per poi (mi dicono) finire con lui in una chiacchierata quasi amichevole non ripresa dalle telecamere, quale mai rispetto devo invocare per questo apparato militare che odora ancora di Full Metal Jacket e che porta ogni suo membro a un passo (e sabato notte un passo oltre) dalla follia da doppio legame?
Ma, come Basaglia spiegava benissimo già 35 anni fa, la pazzia è il prodotto in qualche modo inevitabile di rapporti sociali patologici e paradossali, di condizioni di vita oltre la soglia della disperazione e dell'alienazione, di una strisciante e subdola perdita di significato alla quale, prima o poi, l'essere umano reagisce sbarellando più o meno pericolosamente.
E' su questo che i nuovi cowboy devono riflettere.
Come tutte le altre città padane, Parma dà il meglio di se stessa nelle mezze stagioni e tende a diventare sostanzialmente invivibile nelle situazioni climatiche estreme, quando il sesquipedale tasso di umidità rende le temperature percepite ben più severe di quelle reali.
Romantica e un po' decadente negli autunni di solito lunghi, lenti e cadenzati, Parma è invece civettuola ed insinuante nelle primavere che, a differenza dei più seriosi autunni, ammiccano, giocherellano, si lasciano intravvedere per poi scomparire e alla fine esplodono quando hai smesso di aspettarle.
Per chi ha tempo ed un non corrisposto amore per la natura (molto bella ma leopardianamente perfida matrigna), ed io ho entrambe le cose, studiare i segni della primavera nel prerisorgimentale scenario del Parco Ducale, o lungo le sponde di un torrente dal quale non scendono nè lucci argentati nè cadaveri di soldati e che le recenti piogge hanno provvisoriamente travestito da fiume, è una delle piccole soddisfazioni di una vita disastrata con larghi sprazzi di inutilità.
Il nutrito esercito di nutrie (quei simpatici animali a metà strada fra il ratto di chiavica e il più elegante castoro nordamericano) esce da un semiletargo pavido e scontroso e ritrova quella dimensione ludica della vita a cui non sa rinunciare, ma che i rigori invernali rendono poco volentieri praticabile.
Gruppi di uccelli migratori di cui sostanzialmente ignoro la denominazione (ma li riconosco come quelle persone di cui ignori il nome e quasi ogni ulteriore informazione personale ma incroci quasi tutti i giorni e riconosci a 100 metri di distanza) rientrano dai tepori nordafricani o mediorientali con la disinvoltura di chi si è fatto una volatina di poche centinaia di metri. Controllano la cassetta della posta, sloggiano malamente qualche picchio extracomunitario che si era intrufolato indebitamente e provvedono alle pulizie di primavera del ritrovato nido.
In Piazza Maestri attempate ma ancora gradevolissime badanti ex-sovietiche leggono insieme ad alta voce la posta di una rivista femminile, non sanno neanche loro se per perfezionare il loro già meraviglioso italiano o per cogliere tutti gli impliciti della Vera Donna Italiana che le affascinano ma non si lasciano decodificare.
La principale attrazione culturale domenicale è un lungo spettacolo di break-dance dove, a turno, giovanissimi vestiti nello stesso modo si muovono nello stesso modo su una musica che loro dicono essere composta da "una ventina di pezzi che spaccano" ma che suonano tutti nello stesso modo.
I bar di via Farini mettono fuori i tavolini che, in una ancora ridotta fascia oraria che coincide opportunamente con lo snack dell'indaffarato, godono di un confortevole tepore e permettono il rituale molto parmigiano del "guarda e commenta". E fra un panino al culatello e una gratuita maldicenza la primavera continua ad appropinquarsi.
Ma questa primavera imminente anche se non ancora operativa va proiettata sull'intero Paese, sul Mediterraneo che tenta faticosamente di tornare focolaio di rinnovamento e progresso, dell'intero emisfero boreale (quello australe attende l'autunno e non conta e l'Antartide si becca 6 mesi di oscurità così si scanta).
L'idea che fra una decina di giorni la Terra sarà in asse rispetto alla sua stella di riferimento e in tutto il globo notte e giorno saranno di uguale durata ha una potenza evocativa che nessun Natale o Capodanno può a mio parere eguagliare.
Il momento simbolico di un totale potenziale reset sembra lì, alla portata di ogni uomo di buona volontà.
Il genere umano vive di simboli e di miti, sembra che non sappia farne a meno. I miti e i simboli lo consolano e lo allontanano dalle angoscie più letali, ma contemporaneamente ne fanno un essere che distorce (spesso in assoluta buona fede) e colora la realtà di desideri ed aspettative. Per lui una rosa non sarà mai una rosa e nulla più.
L'anno scorso ha conosciuto, in un area di non più di 1 milione di chilometri quadrati di cui l'Italia costituiva la propaggine più settentrionale, la primavera più rappresentativa e pregna di speranza degli ultimi 65 anni.
Sembrava che un vento di liberazione soffiasse sbarazzino e impetuoso da un capo all'altro del Mare per antonomasia.
Ora sappiamo tutti come le cose sono andate a finire.
Dovunque (e con qualunque modalità) fra Tripoli, Tunisi, Roma, Il Cairo, ci sia stato un primaverile cambiamento potenzialmente epocale, fra l'estate e l'autunno ha cominciato a bruciare il dubbio che tale cambiamento non portasse necessariamente ed immediatamente a qualcosa di migliore. In Italia ed Egitto tale dubbio si è presto riconvertito in assoluta certezza.
All'Italia e all'Egitto si è immediatamente unita la Grecia (che rivoluzioni non ne aveva vissute e neanche ne avrebbe volute vivere), e per un momento i tre antichi fulcri della civiltà occidentale sono stati accomunati in una triste decadenza.
Visto che viviamo di simboli e miti eccetera eccetera, ci piace pensare che anche questa primavera porterà venti di cambiamento e (perchè no) di pace, dopo una stagione fredda ad inseguire quel grande bastardo dello spread, che molti parlamentari del precedente governo non sapevano cosa fosse e pronunciavano in molti modi fantasiosi, mentre questi eurotecnocrati te lo sanno spiegare per filo e per segno magari aprendo la loro prolusione con un massiccio "dicesi spread...".
Visto che viviamo eccetera eccetera, auguriamo alla seconda repubblica non una tormentata agonia alimentata a forza con sondini esofagei, ma una dolce eutanasia a cui segua un qualche tipo di coincidenza (adaequatio rei et intellectus, diceva qualcuno) fra quello che si muove con una certa tumultuosità nelle strade e nelle piazze, con epicentro in Val Susa ma ipocentro molto molto più profondo e generalizzato (come ogni sismologo sa benissimo), e quello che al momento ristagna e marcisce fra Montecitorio e Palazzo Madama.
Visto che eccetera eccetera, chissà che in Via Sant'Andrea delle Fratte qualcuno si chieda come mai i candidati ufficiali delle primarie perdano abbastanza sistematicamente, anche quando si ha il dubbio legittimo che correndo da outsiders vincerebbero a mani basse. E, preso da un incoercibile empito di chiarezza e sistematicità, si chieda se tutto quello che succede dentro e intorno al partito abbia ancora qualcosa a che fare con i desideri e le speranze dei potenziali elettori (cui tutti i sondaggi danno comunque una significativa maggioranza relativa).
Visto eccetera eccetera, tornando al topos di partenza, che la mia bruttina infedele alla quale però sono tanto affezionato esca da un quasi ventennio (anche lei come la nazione che la contiene, ma in questo caso senza soluzione di continuità) di esercizio arrogante e pressapochistico del potere che l'hanno lasciata impoverita, imbruttita, piena di inutili rotonde e di cantieri perenni, stuprata di 8 secoli di storia con la riconversione di Piazza Ghiaia in uno scorcio di Marina di Massa (e questa non gliela perdonerò finché avrò ancora un soffio di vita) e si restituisca a un sindaco magari balbuziente e di brutto aspetto ma che si metta al servizio dei cittadini e della città.
Nel mio precedente post sostenevo che le cose non hanno mai un valore assoluto (che poi è sempre difficile da trovare) ma relativo. Lo sostenevo a proposito del muro di Berlino, muricciolo di altezza totalmente non comparabile con la muraglia cinese (che secondo i Cinesi si vedrebbe anche dalla Luna, ma loro hanno l'innata tendenza ad esagerare) ma dotato di una pregnanza simbolica ben superiore a quella reale sia quando è stato in piedi che, soprattutto, quando è stato abbattuto.
E allora il concreto rischio dei nostri due militari detenuti in India di essere condannati a morte è difficile da valutare in assoluto: perchè sulla reale dinamica degli avvenimenti non esiste alcuna documentazione oggettiva, e le convinzioni sono fatalmente inquinate dalle ideologie personali.
Consapevoli assassini di poveri pescatori di frodo? Superficiali e bambineschi cowboys all'amatriciana che prima sparano e poi chiedono "Fatevi riconoscere"? Coscienziosi applicatori delle regole d'ingaggio?
Non lo so e non ho elementi per decidere, anche se propenderei del tutto intuitivamente per la seconda ipotesi.
Benissimo. Ammettiamo pure che sia così.
Il militare americano che si è accanito barbaramente contro Giuliana Sgrena e Nicola Calipari perdendo molti punti nel suo personale videogame perchè ha ucciso solo uno dei due quanti giorni di prigione ha fatto e che pena ha avuto?
Il militare americano che ha tranciato di netto i fili di una funivia trentina volando dove non doveva e ammazzando venti persone, quanti giorni di prigione ha fatto e che pena ha avuto?
Io sono stanco, logorato e nauseato. Fatevi da soli la ricerca su Internet nella quale siete sicuramente molto più bravi di me. E tirate da soli le vostre conclusioni, visto che un blog ben fatto dovrebbe stimolare all'approfondimento e giammai suggestionare.
Quanto al blitz alla James Bond in quella che a Buckingham Palace ritengono ancora una loro provincia (noi al massimo potevamo mandare Lando Buzzanca nei panni di James Tont a San Marino o nel Canton Ticino contro qualche contrabbandiere di sigarette), il sedicente e presunto recupero di prestigio e di credibilità dell'Italia sbandierato dai tecnocrati euroitaliani si misura ogni tanto nelle circostanze pragmatiche e non nei discorsi di circostanza.
Ho l'impressione, per certi versi penosa, che la Seconda Repubblica stia giungendo al capolinea.
Sicuramente tutti ricorderete come e perchè era collassata ed implosa la prima: scandali, ruberie, appropriazioni indebite, corruzioni/concussioni, scarso senso dello Stato da una parte; la caduta del muro di Berlino che era stata la sineddoche più potente della storia contemporanea ed aveva in qualche modo sancito la morte delle ideologie, dall'altra.
Il muro di Berlino in sè era un ridicolo muretto (vedi foto), la maggior parte dei capitalisti sfruttatori aveva già allora muri di cinta ben più alti, ma voi sapete benissimo che le cose contano per quel che significano, non per quel che sono.
Il partito-faro per quasi 50 anni si era smembrato come l'impero austro-ungarico dopo che aveva sfidato il resto del mondo ed aveva ovviamente perso.
Altri partiti che si ritenevano l'ago della bilancia si erano ritrovati sì e no l'ago di una siringa ipodermica.
I pochi comunisti rimasti erano stati opportunamente sistemati in graziose riserve indiane che, di lì a 14 anni, avrebbero perso ogni tipo di rappresentanza parlamentare pur continuando a fare colpi gobbi un po' qui un po' là tra Bari e Milano.
Mediamente e con beneficio d'inventario sembrava un buon lavoro, anche se qualcuno si sentiva orfano e nudo senza bandiere rosse.
Ma la storia ha una sua implacabile logica: che Hegel considerava benevola e provvidenziale; mentre gli accaniti lettori di Rifkin tendono a vederla come una logica che tende sempre alla deriva entropica salvo brevi momenti di gloriosa rivoluzione che preparano però nuove ricadute.
Non è chi non veda che fra l'indecorosa uscita di scena di Bettino Craxi, simbolo perverso e forse perfino eccessivo di quel fenomeno con epicentro a Milano denominato Tangentopoli, e la discesa in campo del suo amico, protetto e delfino Silvio Custer Berlusconi è passata una manciata di mesi.
Che ci sia stato un rinnovamento radicale della politica è fuori dubbio: ma chiedete a qualunque tifoso della Roma se il puro e semplice cambiare tutto, far giocare le ali terzini di fascia, le punte in cabina di regia e il portiere come libero aggiunto garantisca l'immediata conquista dello scudetto.
Muy muy divertiente.
La discesa in campo del Bisunto del Signore era per lui un passo in quel momento strategicamente indispensabile perchè il suo sponsor e protettore politico era caduto in disgrazia, non esistevano plausibili surrogati e l'autostima era totale.
Il povero Tanzi aveva a suo tempo ricevuto il consiglio, in situazione simile, da Beppe Grillo di fondare Forzalat, ma mancava la condizione dell'autostima, che in Calisto è sempre stata col freno a mano tiratissimo.
La tanto sospirata ed auspicata seconda repubblica è così diventata un nuovo inutile ventennio (che se non fosse arrivato Monti si poteva concludere, come il precedente, con una dichiarazione di guerra all'India o magari direttamente alla Germania) in cui il titolare di 3 televisioni e sostanziale controllore di altre 2 ha imbevuto di sè lo scenario politico.
Come e perchè nel quinquennio 1996-2001 il centrosinistra non abbia messo mano a nulla che assomigliasse a una legge sul conflitto d'interessi è un mistero in confronto al quale le stragi di Piazza Fontana, di Brescia, di Ustica, di Bologna, di San Benedetto Val di Sambro sono degli indovinelli di Sbirulino.
Alle prese con la più severa crisi economico-finanziaria degli ultimi 70 anni (iniziata, giova ricordarlo, nel 2007) che secondo molti osservatori altro non è che la crisi definitiva e irreversibile del capitalismo d'impresa e, se vogliamo, di un ottuso e suicida modello di crescita irresponsabile, i due partiti principali si sono sfaldati come neve al sole, quello al governo totalmente incapace di proporre misure credibili, quello all'opposizione letteralmente terrorizzato all'idea di poter vincere delle libere elezioni e dover gestire quel po' po' di macello con 5 televisioni contro (probabilmente 6 perchè Tele7 è sempre antigovernativa come dimostrazione di indipendenza).
Ma caro il mio parmigianone, lasciami ben quei 20-30 anni per trovare la linea...
Se vogliamo si è sfaldata anche la Lega, e non tanto per le recenti inchieste giudiziarie quanto per una leadership ormai imbarazzante, di stampo assolutamente stalinista e per una scissione schizoide (fino a pochi mesi fa) fra le agguerrite dichiarazioni dei weekends padani e il sostanziale appoggio alla linea berlusconiana nei cinque giorni restanti.
Suppongo che i miei pochi ma attenti lettori leggano i giornali e cerchino di integrarli con opportune ricerche su Internet di notiziole non censurate, semplicemente ritenute non degne di nota dalla stampa.
Quindi non voglio appesantire questo post con la disamina dello strano rapporto fra il Pd e il Pdl ed i propri rispettivi elettorati, che definirei ecumenicamente ed equalitariamente entrambi parecchio disorientati e disillusi.
E lasciatemi una battutaccia della quale mi pentirò ma adesso mi urge: se Rita Borsellino avesse fatto le primarie a Palermo non da candidata ufficiale del Pd avrebbe vinto a mani basse. E sto già cominciando a pentirmi ma non ci posso fare niente.
Mi colpisce la notizia che accreditati sondaggi danno al professore colto e bocconiano eletto solamente dalle banche un 56% di gradimento e un 22% di Italiani pronti a votarlo se, nel 2013, dovesse presentarsi con un proprio partito. E non mi colpisce come una carezza. Mi colpisce proprio nel senso cruento del termine.
Che Terza Repubblica ci attende? Saperlo, saperlo...
Lucia Lucia, non potevi scegliere un momento migliore per venire a mancare, proprio a ridosso della festa della donna.
Perchè rappresentavi, e non lo sapevi e se lo avessi saputo la cosa ti avrebbe imbarazzata, la donna che si fa largo senza bisogno di quote rosa e/o di aperture di cosce al funzionario RAI di turno. La donna che si fa largo perchè vale il doppio di qualunque uomo in circolazione in quel momento (e nell'immediato dopoguerra il parametro era quello, adesso si è ridotto a 1,7 - 1,8).
In un'epoca di maggiorate e di soubrette tu semplicemente eri un prodigio vocale. Oltre che la fidanzata e futura moglie dell'occulto ma potente leader del Quartetto Cetra, l'occhialuto Virgilio Savona autore di parecchi pezzi del quartetto (mentre il paroliere Tata Giacobetti aveva sposato una vera soubrette strappandola, pare, a Walter Chiari, l'ancora bellissima Valeria Fabrizi) il che ti ha aiutata ma non credo sia stato decisivo.
Muori a pochi mesi di distanza da Sandra, Raimondo, Lelio. E invece a molti anni di distanza dal resto del quartetto, fatto salvo il tuo Virgilio (o Virginio? Un tuo concittadino direbbe "Bisognerebbe controllare") che se n'è andato nel 2008. Stare accanto a una donna come te allunga la vita, n'est pas?
Mentre celebro tutti questi passaggi di stato e mi chiedo serenamente quando e come sarà il mio (che fatalmente, alle soglie dei 55 anni, è ovviamente lontano ma si comincia leggerissimamente ad annusare) canto la vita e la sua ineffabile temporalità.
Molti si chiedono se la festa della donna abbia ancora un senso.
A qualunque domanda di questo genere, a qualunque domanda che indaghi sul senso e sul significato di qualcosa, non si può che rispondere "dipende".
Se si tratta semplicemente, per un uomo, di regalare una o più mimose (il numero può sempre essere proporzionale al senso di colpa e alla coda di paglia) alla propria compagna, il senso è del tutto impalpabile.
Se si tratta di infilare 50 euro nel perizoma leopardato di un nerboruto spogliarellista che appena potrà si riciclerà come concorrente di reality, c'è un senso sicuramente, ed è quello di una freudiana identificazione con l'aggressore di un lungo e doloroso ancestrale passato per spazzarlo via e diventare peggio di lui.
La festa della donna non può essere un affare privato delle donne; non può essere uno spazio caritatevolmente offerto dal sesso maschile a una specie protetta; non può essere una sottile vendetta delle donne verso un sesso inferiore che non sa ammettere la sua inferiorità.
In maniera un po' meno banale, può essere declinata come una festa che riguarda tutti, e invita anche e soprattutto gli uomini a qualche riflessione sul rapporto uomo-donna.
Premettendo che qualunque uomo che si vanti con gli amici "Eh eh eh, io delle donne ho capito tutto", rischierà di ricredersi di lì a poco con esiti disastrosi.
Quello a cui un uomo arriva con un lungo difficile percorso logico che può occupare una vita, una donna lo sa, e non può non saperlo, fin da piccolissima: la condizione femminile è enormemente più complessa, variegata ed implicitamente problematica di quella maschile.
In questo senso, sì, la festa della donna ha un senso, ma io la ribattezzerei la giornata della donna, la giornata della riflessione, la giornata di un profondo dialogo emozionale prima che culturale fra uomini e donne.
Quando il genere umano ha cominciato a sollevarsi da una condizione totalmente animalesca ed ha fatto i primi timidi passi per diventare un essere culturale, sociale e politico (e non sono del tutto sicuro che abbia avuto una buona idea) si è creata una suddivisione di compiti fra i due sessi estremamente rigida e, per uno scenario paleolitico, inevitabile e corente: le donne allevavano la prole e trasmettevano la cultura; gli uomini, con ferina bellicosità e contadinesca astuzia avevano il compito di spingersi in territori ignoti ed ostili per procurarsi il cibo o, magari, scoprire grotte più ampie, meno umide e in posizione più riparata dai predatori.
E' chiaro che quegli insediamenti tribali erano assolutamente matriarcali: l'intelligenza, la sensibilità, il senso della solidarietà e dello scambio erano virtù esclusivamente femminili; che piaccia o no all'uomo del 2000, il maschio aveva una funzione riproduttiva accessoria, che si risolveva in una eiaculazione, e una funzione alimentare altrettanto accessoria, perchè portava in grotta cibi che poi non sapeva nè conservare nè rendere decorosamente commestibili.
Nel corso dei millenni questa articolazione dei compiti è diventata sempre più blanda fino a scomparire del tutto: come tutti sapete, l'evoluzione culturale procede ad un ritmo uniformemente accelerato (quello che tradotto su un piano cartesiano produce quelle pittoresche curve che si impennano sempre di più approssimandosi alla verticale); mentre l'evoluzione biologica procede ad un ritmo uniforme, va prudentemente per tentativi ed errori e non è in grado di produrre circoli nè viziosi nè virtuosi, va avanti in una lentissima e pigra linea un po' mossa ma sostanzialmente retta con una inclinazione minima.
L'essere umano lotta da qualche decina di migliaia di anni per liberarsi dalla sua componente biologica e dai condizionamenti fisio-ormonali che ne fanno un essere ecologicamente molto meno ben riuscito ad esempio dei delfini e dei gatti, ma strategicamente adatto per dominare il pianeta con largo impiego di armi come l'arroganza, l'egoismo, l'inganno e la simulazione. E' chiaro che si tratta di una lotta disperata e di retroguardia che illude il lottatore con risibili transitori successi per poi abbatterlo con plateali sconfitte.
In un milione d'anni la corteccia cerebrale è cresciuta in maniera enorme; il sistema ormonale che governa le emozioni e i comportamenti istintivi è rimasto sostanzialmente immutato. Ma alla fine, la corteccia ci serve per costruire razionalizzazioni, approssimazioni, bugie, falsificazioni, metafisiche di pronto impiego; mentre una bella fetta dei nostri comportamenti e delle nostre scelte quotidiane discendono da quello che alcuni neurofisiologi chiamano in modo spettacolare ma non del tutto improprio "il cervello dei rettili".
E' da questi grovigli inestricabili fra natura e cultura che nasce la complessità della condizione femminile: da quando l'uomo ha inventato il denaro, le religioni, la guerra, l'espansionismo coloniale riciclando il suo ruolo di cacciatore-riproduttore in quello di guerriero-commerciante e, non appena gli è stato possibile, ha fatto in modo di etichettare come "streghe" degne del rogo le donne portatrici di particolare saggezza e/o intraprendenza, quando non (orrore!) sessualmente libere, comunque inclini ad opporsi al dominio del maschio.
In parole povere, alla base delle fragilissime fortune dell'Homo Sapiens (che si crede dominatore del pianeta ma in realtà corre ottusamente verso una pressochè sicura estinzione per propria esclusiva ed attiva responsabilità) c'è il passaggio da una cultura matriarcale ad una cultura patriarcale competitiva e basata sull'inganno e sulla dissimulazione.
Nei secoli, la femminilità è diventata un valore prezioso quanto complicatissimo da esprimere e da gestire, tanto da indurre molte donne a reprimerla, negarla e rinunciarvi (a cominciare dalla maternità che, oramai, è palesemente diventata un lusso borghese se non una specie di colpa). Mentre nessun maschio deve mettere in discussione la propria mascolinità, spesso basata su fissazioni edipiche che lo inducono a credere che la donna-madre gli debba tutto senza dover pretendere altro in cambio che qualche sporadica affettuosa pacca sulla spalla.
Allora sì che la giornata della donna (io la chiamo così) ha ancora un senso, per riflettere insieme su questi nefasti grovigli. E andrebbe estesa a una volta alla settimana.
(Ho ritenuto giusto aprire questo post con un volto di giovane donna http://firenzenews.altervista.org/“cercando-la-ragazza-afghana”-foto-di-steve-mccurry-diventa-documentario/ che appartiene a quella parte del mondo in cui non si è mai parlato di femminismo e di liberazione della donna nè si sono mai fatti cortei al grido di "Tremate, tremate, le streghe son tornate" o "Il corpo è mio e lo gestisco io". Argomento che richiederebbe svariati altri post...).
Per celebrare le canzoni di Dalla, subito dopo il suo passaggio di stato, avevo minimalisticamente e pudicamente rieditato un mio recente post.
Poi mi è venuta in mente la terribile parola "coccodrillo".
Sì, cari amici miei e spero di Lucio Dalla, avete capito bene: quegli articoli scritti con calma quando il personaggio famoso è ancora vivo e vegeto ma insomma, come dire, se ne sospetta una possibile prematura scomparsa.
Il mio articoletto aveva in questo senso il pregio di non essere inedito, ma ugualmente mi ha lasciato un lieve senso di irrisolto.
Le mie quattro ore in apnea emotiva in Piazza Maggiore, le 4 ore più dolci e più terribili non voglio dire della mia intera vita, ma degli ultimi anni sì, mi hanno indotto a spremermi le meningi per dedicare a questo misconosciuto poeta qualcosa di inedito.
Non prima di aver fatto i complimenti a quel dallomane dallofilo sconosciuto misconosciuto irriconoscibile funzionario comunale che ha compilato la topten di Dalla che è risuonata (mi dicono) per tre interi giorni e che è da abbraccio perchè (a parte Caruso da cui nessuno può umanamente prescindere) conteneva altri 9 gioiellini "minori" di stupefacente abbacinante bellezza: "Le rondini". "Apriti cielo", "Tango", "Notte", "Felicità", "Cara", "E non andar più via" e due canzoni di cui Lucio non era responsabile per il testo (e nel primo caso neanche per la musica) ma che aveva fatto sue completamente tanto da renderle dalliane fino al midollo: "Ayrton" e quella che io considero, insieme a "Ulisse coperto di sale" e "Il motore del 2000" la più stupefacente fusione nucleare fra un poeta e un musicista (non solo fra Roberto Roversi e Lucio Dalla): "Tu parlavi una lingua meravigliosa".
Sulla collaborazione fra Roversi e Dalla resta aperta una ormai quasi annosa querelle col mio (non oso definirlo fratello) primo cugino Francesco Selis in arte Franz, che ha adorato il Dalla non-paroliere per dissociarsi fino all'abiura col Dalla che io invece amo di più.
Il primo disco (quelli belli in vinile, che odoravano di vinile, sapevano di vinile, ti parlavano di vinile ed erano in ultima analisi e in buona sostanza di vinile) di Dalla che ho acquistato è stato Anidride solforosa, parto intermedio della strana coppia.
Mentre Francesco, che ha un annetto più di me oltre a un fratello maggiore di cui sono privo si era innamorato di Il giorno aveva cinque teste in cui secondo me la strana coppia faceva le prove generali.
Poi c'era stato Automobili, uno strano concept-album che, nel celebrare ben oltre i confini del mito l'automobile del passato, demonizzava quella del presente e ne auspicava la fine (l'auto è in crisi profonda, stecco di legno sull'onda) a meno che non si creasse un motore che potessero respirare "un bambino e una bambina" (e la scienza ci poteva arrivare, è stata l'industria che non l'ha voluto).
Dopo di che, quasi come fra Battisti e Mogol, c'era stata una misteriosa frizione che aveva portato al divorzio.
Battisti aveva cercato di scrivere versi da solo pur attribuendoli alla moglie, ma poi si era rivolto a un bizzarro acrobata della parola.
Dalla aveva cercato di scrivere versi e, secondo me, aveva digerito la lezione roversiana andando dove il maestro, nella sua scrittura pasolinianamente didascalica, non avrebbe mai osato. E quindi è andato opportunamente avanti. Ma quel giovane prometeico Lucio con ancora la maggior parte dei capelli che affettuosamente rubava il sacro fuoco della poesia per cercare di farlo suo mi resta ancora molto caro. E oggi lo ricordo volentieri
I sassi della stazione sono di ruggine nera sto sotto la pensilina dove sventola adagio una bandiera. In un campo una donna si china su due agnelli appena nati striscia al vento nudo sopra il fuoco...il fuoco violento dei prati. Un uccello, isolato, raccoglie sopra un vagone abbandonato il cielo grande d'ottobre e gli strappa il fianco bianco e gelato, intorno, dopo la notte, ci sono tronchi sporchi di mosto e mille macchine in fila laggiù in un deposito nascosto. Apro il giornale e provo a leggere per nascondermi un poco mentre lei parla ad un uomo ed io riconosco il suo suono un poco roco. Chiudo il giornale, la guardo, lei è voltata e non mi vede, i capelli sono biondi, sono tinti; dunque lei alla vita non cede. Vuoi guardarmi? Occhio della mente, occhio della memoria una donna è vecchia quando non ha più giovinezza e ascolto la marea del cuore perchè siamo vicini. L'ho ritrovata per caso ma non è più una ragazza. Vorrei chiamarla e dirle "Le volpi con le code incendiate non parlano ma gridano pazze fra gli alberi per il dolore. Sediamoci per terra oppure là sopra panchine imbiancate, sediamoci sopra un letto di foglie secche ed ascoltiamo il nostro cuore". Ci siamo scordati e perduti ti ritrovo adesso all'improvviso dentro una piccola stazione in un giorno grigio d'ottobre tu non mi guardi neppure, io solo ho l'inferno nel cuore perchè la vita è una goccia che scava la pietra del viso. Ogni mattina, ogni sera io parto e ritorno da solo come il ragazzo che ero. Non posso più bruciare in un volo. Il treno arriva, si ferma, la mia ombra sale parte scompare io ti vedo giovane ancora come in un sogno dileguare.
La mia produttività in questo periodo è irrefrenabile, sicuramente a scapito della qualità ma pazienza: l’idea che tenere un blog abbia qualcosa a che vedere con la letteratura o quanto meno il giornalismo (cugino scemo della prima) ogni tanto mi tenta ma poi la supero in assoluta souplesse.
Tenere un blog può essere una forma di utile autoterapia per esprimersi liberamente laddove nel tuo ambiente di vita ciò risulta pericoloso, improduttivo o semplicemente superfluo. Può essere un grido di rabbia (o magari un paziente contenimento e ridirezionamento di quello che, libero e selvaggio, sarebbe un tribale belluino ed inutile grido di rabbia).
Su Lucio Dalla ho detto tutto quello che sentivo di aver voglia di dire (vedete che non uso il termine, “dover dire”, neanche chi lo usa fosse ricettacolo di chissà quali metafisiche rivelazioni al resto dell’umanità) e adesso lascio che le sue spoglie mortali si decompongano in pace e le sue energie si diffondano tranquillamente per l’orbe terracqueo.
Ignoro completamente il compleanno di Lucio Battisti (nato il 5 marzo 1943), cantautore che non ho mai amato in modo particolare essendo in tutto e per tutto il complemento algebrico del suo omonimo coetaneo.
Mi piace invece spendere due parole, quasi idealmente di fronte a una brioche e a un cappuccino, su Pier Paolo Pasolini di cui ricorre oggi il 90° anniversario della nascita.
Solo per dire che di liberi pensatori e di liberi artisti come lui ne avvertiamo, oggi, l’assoluta mancanza.
Le sue impervie scomode complicate considerazioni sulla contrapposizione fra movimento e tutori dell’ordine vecchie di 43 anni si sono rivelate per certi versi sorprendentemente attuali.
Il suo modo di irrompere nel mondo del cinema per portarvi una poetica e un’estetica che erano un terrificante pugno nello stomaco per i benpensanti e gli ipocriti è rimasto unico.
In un beffardo groviglio (stavo quasi per dire “rigurgito”) del destino, Pier Paolo è morto come un personaggio di un suo romanzo. In un beffardo rigurgito della storia italiana, sulla sua morte (come su quella di Feltrinelli, forse di Tenco, e su altre morti per così dire un po’ più collettive) la verità se ne vola nel vento sugli accordi di Bob Dylan.
Sarebbe stato prezioso, Pier Paolo, in un momento in cui l’Italia attraversava la fase più buia della sua storia culminata col rapimento e l’assassinio di Aldo Moro; e sicuramente ancora più prezioso nel momento in cui, passata la paura, l’Italia si illudeva di aver recuperato dolci scampoli della dolce vita di 20 anni prima (e non era in nessun modo e per nessun motivo così).
E di lui, dopo la morte, mi ha stupito la profonda difficoltà a farne un’icona, perché tutto il suo pensiero e la sua produzione non andavano in direzione della frase ad effetto e della citazione passepartout, ma di quello che Edgar Morin definiva “il pensiero che procede alla temperatura costante della propria fusione” (ma la citazione è a memoria e forse Morin non ha mai detto nulla di simile).
Spero che anche per Lucio valga lo stesso principio che avevo enunciato per Oriana Fallaci: le virate a 90 gradi post mortem lasciano il tempo che trovano. Quindi chi in vita l'ha trovato un opportunista e un cialtrone può tranquillamente disertare questo post.
Non posso che iniziare, esaurito l’avviso ai naviganti, da un momento di cui si sta parlando e si parlerà fino alla nausea, e alla fine “è cosa buona e giusta” che se ne parli, e pazienza se una fetta importante di parole discorsi e ragionamenti dovrebbe transitare immediatamente dalla bocca di chi li pronuncia al cesso più vicino.
Marco Alemanno.
Per un paio di minuti sulle sue spalle è gravato il dolore di un numero imprecisato di persone (in piazza si diceva 100.000 come nella sera dei miracoli, la questura parlerebbe di 8200 persone al massimo): non era mai successo, e c’è caso che non succeda ancora per chissà quanti anni, che in un funerale cattolico che più cattolico non si sarebbe potuto neppure col candeggio (compreso il severo monito da una “voce fuori campo”, come argutamente chiosava oggi Michele Smargiassi su Repubblica, e ha scritto un articolo talmente bello e profondo che finalmente gli perdono di aver definito a suo tempo Parma “l’Aspromonte del Nord”, a non comunicarsi qualora si fosse in peccato mortale) un uomo potesse esprimere un messaggio d’amore così totale ed assoluto per un altro uomo. E se capiterà ancora, credo che potrà ricapitare solo a Bologna.
Vorrei dire e scrivere tante altre cose in proposito ma non ne dico e non ne scrivo altre, perché personalmente ho sempre condiviso la scelta di Lucio di non spettacolarizzare le sue scelte sessuali delle quali, pure, tutti erano al corrente. Così come non spettacolarizzava le sue costanti attività di solidarietà (che nessuno si azzardi ad usare la parola “beneficenza” o “carità” che non c’entrano nulla) e non cercava una facile visibilità con campagne “sociali” auto promozionali tanto care a suoi colleghi in calo di vendite e di presenze ai concerti. Punto.
Quanti anni erano che non mi fermavo a Bologna? La prima risposta sarebbe: febbraio 2007, quando lavoravo senza successo e convinzione alcuna per una grande compagnia telefonica in attesa di trovare di meglio, e avevo partecipato ad una grande convention della zona nord-est (nella quale Parma rientrava come estrema propaggine occidentale mentre i piacentini si convenzionavano a Milano). Ma quella volta ero letteralmente passato dalla stazione alla sede della convention di cui neanche ricordo più l’ubicazione e ritorno.
Allora retrocediamo alla primavera 2003, quando ero passato in Via Maggiore sede dell’Ordine degli Psicologi e poi avevo fatto due passi a piedi per le vie del centro perché di ritornare a Sesto San Giovanni (dove allora abitavo) non è che avessi una voglia sconfinata.
Saltiamo a pie’ pari la Festa Nazionale dell’Unità del 2000 che era in un non-luogo genericamente emiliano lungo la Via Emilia a rubare l’egemonia a Reggio e Modena.
Erano almeno 15 anni che a Bologna non passavo una giornata intera dal mattino al tramonto. E anche se me lo aspettavo, ho cercato senza trovarla la Bologna che mi sembrava di ricordare (lo so che sembro il pensionato di Guccini, ma sto già quasi per cambiare argomento e quindi abbiate pazienza…) per ritrovarla tutta più inutilmente veloce ed isterica anche di domenica, più diffidente e spaventata, più indifferente e maleducata. Probabilmente un cambiamento meno vistoso di quello addirittura terrificante che ha attraversato Parma nel medesimo lasso di tempo, ma lì (come dire) me lo sono sorbito a piccole dosi assuefacendomi poco alla volta.
E rispetto a Roma che è Eterna per definizione, Bologna è laicamente affondata nel tempo e nella storia, e quindi alla fine è sempre comunque bellissima di quella sua bellezza pudica e distratta. E sicuramente non lascerò passare altri 5 anni prima di tornarci, anche perché di quinquenni non è che me ne resteranno tanti.
“L’importante è non arrivarci in fila, ma tutti quanti inmodo diverso. Ognuno con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi.”
La mia scelta personale è stata di incamminarmi lentamente in una Bologna ancora semiaddormentata dalla stazione a Piazza Maggiore, per rendermi conto di quali scherzi strani gioca la memoria (specie quella spaziale, presieduta dall’emisfero destro, rispetto alla quale ho sempre avuto delle imbarazzanti falle).
Comunque sia, non mi andava di imbarcarmi in comitive del dolore legate magari da una finta fratellanza alimentata solo da una curiosità un po’ patologica.
E ho regalato a, o mi sono fatto regalare da, Bologna la stessa medesima gioiosa orgogliosa solitudine che ha percorso la mia permanenza a Roma.
Mentre le fallacie della mia memoria mi facevano sfiorare un paio di volte Piazza Maggiore senza raggiungerla, cresceva sempre di più la differenziazione fra l’adempimento doveroso verso l’amico di sempre (anche se frequentare camere ardenti e funerali cattolici non è tra i tuoi greatest hits personali) e un qualche scombiccherato tipo di itinerario medianico ed erratico in cui la compagnia delle tue emozioni e dei tuoi pensieri ti basta e ti avanza.
“Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti, siamo i gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri…”
Eppure c’era un paradosso grosso come una casa: per quanto gloriosamente solitario mi volessi sentire, ero lì perché facevo parte di un popolo. Che non era il popolo nomade platealmente rivendicato dall’omonimo gruppo, e del quale faccio senz’altro parte da una quarantina d’anni. Era qualcosa di molto diverso. E’ qualcosa di molto diverso che avrei capito meglio arrivando in Piazza Maggiore.
All’amico di una vita perdoni tutto: l’appoggio a Guazzaloca, l’appoggio all’Opus Dei, canzoncine come “Ciao”, “Attenti al lupo” e last but not least i suoi impresentabili parrucchini.
Più che perdonare, cerchi di capire le sue contraddizioni che forse discendono da una personalità non banale dietro l’apparente semplicità.
Semplicemente, c’è una sintonia più di tipo emozionale che di tipo estetico per cui quello che lui produce ti piace a prescindere, anche se solo qualcosa ti entusiasma davvero fino in fondo.
“E’ una sera così dolce che si potrebbe bere, da passare in centomila in uno stadio, è una sera così grande e profonda che lo dice anche la radio, anzi la manda in onda…”.
Per uno strano mistero relativistico, senza che si percepissero quelle che prima chiamavo “processioni del dolore” in giro per Bologna, alle 10.30 la piazza è già piena. E’ piena di una bizzarra collezione trasversale che incrocia le generazioni, le classi sociali, le convinzioni religiose e politiche, la provenienza geografica. Una buona metà dei presenti viene da fuori Bologna e qualcuno anche da fuori Italia. Come se Lucio in 50 anni di carriera (cominciata accompagnando Edoardo Vianello come clarinettista dei Flippers e conclusa accompagnando come direttore d’orchestra-corista l’ennesimo giovane talento) avesse saputo intercettare gli umori della gente comune, in questa sua dimensione gramscianamente popolare alla quale tanti colleghi cantautori eletta schiera, pur avendo letto Gramsci più volte, non sapevano assurgere.
Alla fine siamo almeno in 40.000, che è la stima più prudente fra quelle tentate dai giornali di stamattina.
L’ultimo funerale a cui ho partecipato risale al 2006. Un funerale di paese, e non importa specificare chi fosse il deceduto. Allora, come ieri, ho vissuto il crocevia doloroso ma alla fine indispensabile di quando ci si ritrova e in un certo senso ci si confronta rispetto a quello che resta un mistero, tanto per chi crede o per chi non crede, o per meglio dire per chi crede a modo suo (perché secondo me neanche l’uomo più ateo e laico non si interroga mai sugli aspetti trascendenti della vita).
I partecipanti a quel funerale li conoscevo quasi tutti, mentre ieri non ho incontrato nessuno che conoscessi.
Ma ieri come allora, ho sentito fortemente (pur nell’assoluta certezza che non esista alcuna vita dopo la morte, che è la rassicurazione che tutte le religioni danno a chi è talmente orgoglioso da non saper accettare la sana, fisiologica, quasi serena fine della propria esistenza individuale) che Lucio come essere individuale si era frantumato in milioni di minuscoli frammenti energetici (parecchi dei quali non possono non essere rimasti a Montreux capitale europea del jazz, che è stata una buona alternativa al “morire in Piazza Grande” tra tutti coloro che non hanno padrone) che rimanevano a disposizione di chi riusciva ad afferrarli.
Solo scherzando posso immaginarmelo trasformato nell’angelo di una sua famosa canzone che, accolto da Dio con fare brusco (“Cosa vuoi da me tu?”) una volta libero di svolgere le sue funzioni di angelo piscia in testa ai vanagloriosi potenti della terra per concludere, molto laicamente se vogliamo, che “gli angeli sono milioni di milioni e non li vedi nei cieli, ma tra gli uomini sono i più poveri e i più soli, quelli presi nelle reti…”.
Mentre lo portavano via da San Petronio a spalla i 4 amici con gli occhi rossi (questoperò è Andrea Mingardi) non avevo dubbi che Lucio come essere consapevole e senziente ormai non esisteva più.
Ma per tutti coloro che continueranno a volergli un acritico bene (e io sono tra costoro) sarebbe riduttivo dire che Lucio non c’è più. C’è molto più fortemente di prima e si consegna ipso facto alla leggenda.
Ci sono dei momenti in cui riesco a tenere dietro al mondo nella sua vacua rotazione, altri in cui lo lascio andare per i fatti suoi e cerco con discrezione l'uscita di sicurezza.
Siccome mi trovo in modo provvisorio, casuale e reversibile nel primo dei due scenari suesposti, evitare di dedicare un post, minimalistico come la sua musica, ai 70 anni di Lou Reed mi sembrerebbe un'ingiustizia. Ma lasciatemene, ve ne prego, parlare col mio solito stile da Dott. Divago.
Devo ancora lasciare la parola al mio edicolante, che passa una settantina di ore alla settimana in un chioschettino totalmente invaso da giornali di ogni genere e tipo dove per lui resta uno spazio vitale di un metro quadro a voler esagerare.
Nel suo bellissimo antico dialetto da burattino dei Ferrari che oggi a Parma parlano solamente lui e i suddetti burattini, che però tradurrò per i non indigeni, visto che ho già fatto un post dal titolo dialettale e non voglio esagerare, mi ha detto porgendomi la Repubblica "Ma ci pensi? Lucio Dalla è morto e quel drogato di Lou Reed invece campa come un cornacchione...".
Io so che l'edicolante, nei lunghi tempi morti che la sua professione gli lascia (ma lui non abbandona mai l'edicola perchè una volta che era andato a prendersi un bianchino era passato un americano che gli voleva rilevare l'attività per centomila dollari e a lui la cosa poteva anche star bene) legge buona parte di quello che si trova attorno e coi figli parla in italiano perfetto citando Dante e James Joyce, ma in orario di servizio è fedele al suo personaggio di custode della sentenziosità pramzana.
E pensare, avrei voluto dire a lui ma invece lo dico a voi, che nel 1966 i quasi coetanei e quasi omonimi (Lou è nato il 2 marzo 1942 e Lucio era nato... beh, ve lo devo anche dire?) interpretavano canzoni in qualche modo affini: Heroin per Lou, LSD per Lucio (notare lo stile un po' alla James Brown).
Dovete sapere, a questo punto, che le canzoni sulla droga sono come le chiacchiere dei pescatori o le finte confessioni dei presunti dongiovanni: in tutti e tre i suddetti casi, chi più dice meno fa e viceversa.
Ovviamente, nella Roma che consumava gli ultimi scampoli di dolce vita ma che resta la culla della cristianità (uno dei paradossi storici più enigmatici visto il pessimo trattamento che Roma aveva riservato originariamente al fondatore di questa religione) parlare di allucinogeni era il massimo consentito, nella disincantata America già negli anni '50 si poteva vincere un Oscar interpretando un tossicomane.
Era certo che Lucio a quei tempi non andasse oltre il Lambrusco, e negli ultimi 20 anni (dopo aver sofferto di ulcera) ha bevuto solo acqua; ma anche sul fatto che Lou uniformasse la sua vita al plumbeo verso Heroin, be the death of me francamente ho i miei dubbi.
Da grande istrione e da anomalo uomo di cultura, dalle letture intense quanto scarsamente sistematiche, Lou Reed (non si sa fino a che punto consigliato e diretto e fino a che punto quasi plagiato da quel funereo volpone di Andy Warhol) aveva saputo trasporre in musica la parte dark di New York Grande Babilonia Moderna, così come Frank Zappa nello stesso periodo trasponeva in musica il caos transculturale che caratterizzava la costa pacifica. O David Bowie, qualche anno più tardi, sarà il massimo interprete della swinging London di totale libertà ambiguità promiscuità, tanto libera ambigua e promiscua da risultare alla fine wildianamente ovvia.
Con Lou Reed ho avuto un impatto diretto un po' particolare: invitato al festival dell'Unità di Correggio del 1996 grazie a una telefonata intercontinentale di Luciano Ligabue in una lingua che non so immaginarmi, era tornato a suonare in Italia dopo 24 anni.
Dopo aver scaldato il pubblico con una versione, in realtà in tono piuttosto dimesso, di Sweet Jane, aveva fatto tutto il suo album appena uscito Set the twilight reeling, più che buono, ma forse Berlin era un'altra cosa, inframmezzato da Coney Island Baby e dall'insulsa I love you Suzanne, per concedere due stanchissimi e scazzatissimi bis con versioni dopolavoristiche di Satellite of love e Walk on the wild side, con un'aria tipo "Fucking Italians, is this what you came here for?".
Eppure in quello stesso anno a Bruxelles aveva fatto Berlin per intero. Ma va bene anche così.
Un popolo intero trattiene il respiro e fissa la bara, sotto al palco e alla fotografia.
La città sembra un mare di rosse bandiere e di fiori e di lacrime e di addii.
Eravamo all'Osteriola, una sera come tante, a parlare come sempre di politica e di sport, è arrivato Ghigo Forni, sbianché come un linsol, an s'capiva 'na parola du bestemi e tri sfundon.
"Hanno detto per la radio che c'è stata una disgrazia, a Padova è stato male il segretario del PCI"
Luciano va al telefono parla in fretta e mette giù "Ragazzi, sta morendo il compagno Berlinguer". Pipein l'è andè in canteina a tor des butiglioun, a i'am fat fora in tri quert d'ora, l'era al vein ed l'ocasioun a m'arcord brisa s'le suces d'un trat as'sam catee in sema al treno c'as purteva ai funerel ed Berlinguer.
A Modena in stazione c'era il treno del partito, ci ha raccolti tutti quanti, le bandiere e gli striscioni a Bologna han cominciato a tirare fuori il vino e a leggersi a vicenda i titoli dell'Unità.
C'era Gianni lo spazzino con le carte da ramino, ripuliva tutti quanti da Bulagna a Sas Marcoun, ma a Firenze a selta fora Vitori "al professor", do partidi quattro a zero dopo Gianni l'è stè boun.
I vecc i an tachee a recurder i teimp andee, i de d'la resisteinza quand'i eren partigian a'n so brisa s'le cuntee ma a la fine a s'am catee in sema al treno c'as purteva ai funerel ed Berlinguer.
Gli amici e i compagni lo piangono, i nemici gli rendono onore, Pertini siede impietrito e qualcosa è morto anche in lui. Pajetta ricorda con rabbia e parla con voce di tuono ma non può riportarlo tra noi.
Roma Termini scendiamo, srotoliamo le bandiere, ci fermiamo in piazza Esedra per il solito caffè parte Gianni il segretario e nueter tot adree per andare a salutare il compagno Berlinguer.
Con i fazzoletti rossi ma le facce tutte scure, non c'era tanta voglia di parlare tra di noi, po' n'idiota da 'na ca la tachè a sghignazer, a gh'l'om caveda a tgnir ferem Gigi se no a'l finiva mel.
A sam seimpre ste de dre e quand'a sam rivee la piaza l'era pina "ma quant comunesta a ghé" a'n gh'l'om caveda a veder un caz ma anc nueter as' sam catee in sema al treno c'as purteva ai funerel ed Berlinguer
Pipein l'è andé in canteina a tor des butiglioun, a i'am fat fora in tri quert d'ora, l'era al vein ed l'ocasioun a m'arcord brisa s'le suces d'un trat as'sam catee in sema al treno c'as purteva ai funerel ed Berlinguer.
Il primo album dei Modena City Ramblers era stato un'incredibile sorpresa e non è mai stato superato da nessuno dei pur decorosissimi successivi.
Quello strano filo rosso che unisce Modena (in realtà Sassuolo) a Dublino era stato percorso con una incredibile perizia tecnica (fraseggi all'unisono da paura, celtica profusione di tempi dispari, contrappunti ed armonizzazioni da virtuosi) insieme ad una geniale contaminazione in cui i reels, le gighe, il combat-folk padano, qualche suggestione nordafricana e sotto sotto il liscio fornivano un saporitissimo minestrone gustoso e totalmente digeribile che non risentiva dell'eterogeneità degli ingredienti.
Al centro dell'affresco, pur se forse non riuscitissima sul piano musicale (avete presente The battle of Epping Forest dei primi Genesis prodigiosa nel testo ma musicalmente neanche terza cugina di una Firth of Fifth? Magari no ma fa lo stesso...) spiccava I funerali di Berlinguer.
Un piccolo Frankenstein musicale in cui i due cantanti della band si dividevano due canzoni assolutamente distinte: la prima su una cadenza vagamente sovietica, di quasi intollerabile solennità, sillabata con teatrale sospensione in un italiano aulico dal tenebroso Alberto Morselli; la seconda, su vorticose cadenze sassoldublinesi cantata in modenese di campagna dal solare tortellinomane Cisco Bellotti (Frase celebre "Ringrazio questa terra che mi ha fatto crescere... Anche troppo!").
Nella prima parte c'era l'epica e in fondo la retorica di un grande percorso politico e culturale che se fosse durato appena altri dieci anni poteva portare ad un'Italia meno disperata di quella che oggi è.
Nella seconda parte (ma in realtà sono intrecciate come in certi film ad episodi non dichiarati come tali) c'è la vita delle persone comuni col loro vino e con le loro partite a tressette, che però si sentono anche loro parti di quella grandezza. Gli amici del bar che si ubriacano selvaggiamente all'arrivo della notizia sembrano presi di peso da un film di Pupi Avati, magari con Lucio Dalla fra i protagonisti.
Alòra, alla Cisco Bellotti, anca mi edmà a'm catarò in sima a 'n trèn sensa gnan smandèrom parchè e, alla Alberto Morselli, dando l'ultimo saluto a Lucio mi sembrerà di chiudere mezzo secolo di storia in cui in qualche modo mi aveva sempre tenuto compagnia e mi aveva sempre prestato qualcosa da canticchiare nei momenti più neri e anche in quelli di bel colore.
C'è caso che col post che sto scrivendo mi possa alienare delle simpatie, ma le simpatie generate dai fraintendimenti e dalle ipocrisie mi danno più fastidio delle antipatie dettate dall'incommensurabilità dei punti di vista.
E allora dico quello che non ho ancora avuto tempo e modo di esprimere: il manifestante no-TAV che insulta un carabiniere adotta una modalità di tipo paramafioso in cui non c'è traccia di rispetto per l'avversario (vogliamo chiamarlo "nemico"? E chiamiamolo nemico!). Della meravigliosa nobilissima terra dalla quale palesemente proviene non porta dietro nè Sciascia nè Pirandello che non ha mai letto e probabilmente scambierebbe per dei centrocampisti dell'Acireale. Porta dietro Tano Badalamenti e Totò Riina, l'intimidazione a costo zero di chi in quel momento è più debole di lui (non a caso, vigliaccamente, ha scelto un ragazzo sardo a occhio e croce sul metro e 58) ovviamente con la piena coscienza di essere in favore di telecamera.
Ho provato una pena infinita per questa smaccata manifestazione di arroganza e vigliaccheria nella quale, voglio sperare, il movimento di cui costui si sente indegnamente parte non si riconosca.
Come Luca Abbà, e per certi versi Carlo Giuliani, abbattuto in un'azione di guerriglia urbana della quale credo conoscesse i rischi, sono delle figure a tutto tondo nelle quali chiunque cerca un'alternativa a questo indecoroso modello di sviluppo può e deve riconoscersi, questo personaggio che non mi sento di nominare va solo ad innescare i velenosi commenti dei nipotini del duce.
E può giovare ricordare le parole di Pasolini. Non necessariamente per condividerle ma per riflettere.
Pur ricordando che quarant'anni fa era vero che poliziotti e carabinieri erano i veri proletari e i manifestanti (quelli che ironicamente Paolo Villaggio definiva appartenenti a Poteve Operaio con una plateale "evve") quasi tutti figli di papà (Avete facce di figli di papà. Vi odio come odio i vostri papà era la feroce drastica invettiva).
Oggi c'è caso che la media dei poliziotti e dei carabinieri stia meno peggio della media dei dimostranti. E pur ricordando che la veste poetica, piuttosto che prosastica, che Pasolini volle dare alle sue parole di allora ci danno una chiave di decrittazione che ha più a che fare col paradosso che con una esposizione logico-aristotelica.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano. Quanto a me, conosco assai bene il loro modo di esser stati bambini e ragazzi, le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui, a causa della miseria, che non dà autorità.
(...)
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, è lo stato psicologico cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali); umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
(...)
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia. Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
L'ho già celebrato in un post in cui attraverso lui parlo quasi esclusivamente di me (e credo che questa possa essere la forza di un grande artista), ma come direbbe Guccini "Però qualcosa manca ancora". E allora voglio celebrarlo riesumando un post di poco più di un anno fa in cui si parla di lui che più vivo, vitale e trasmettitore di quasi perniciosa vitalità non poteva essere.
Buona lettura.
Mi ha sempre colpito il talento poetico di Lucio Dalla, che per almeno dieci anni all'inizio della sua carriera si è interessato solo alle musiche e agli arrangiamenti, da quel jazzista che è sempre stato (e restano epiche le leggende della rivalità clarinettistica fra lui e Pupi Avati), facendosi scrivere i testi da altri.
Nel 1977 la grande svolta: dopo cinque anni di collaborazione col poeta bolognese Roberto Roversi, Dalla decide di fare da solo. Non è fornito di grande cultura ed erudizione, a volte il suo italiano è sintatticamente traballante, il suo spessore affettivo è quello di un bambino pieno di curiosità e di voglia di stupire, ma forse proprio per questo fin dall'inizio (anzi, all'inizio e per i primi 5-6 anni più che mai) gli escono fuori dei testi assolutamente irripetibili. Dove Battiato, De Gregori e Panella (il paroliere dell'ultimo Battisti, di cui vi linko il suo parto più acrobatico e paralinguistico) arrivano con strumenti intellettuali, lui arriva di puro intuito. E così la sua carriera di paroliere comincia con versi quali
Siamo noi, siamo in tanti ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti, siamo i gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri.
mentre l'album successivo si apre con parole ancora più oltre il limite estremo dell'onirico
La settima luna era quella del luna park lo scimmione si aggirava tra la giostra e il bar mentre l'angelo di Dio bestemmiava facendo sforzi di petto.
Ma al di là di questi giochi associativi che hanno qualcosa di assolutamente freudiano (nel loro essere palesemente immediati e non frutto di faticosi sforzi di ispezioni lessicali), in certe canzoni Dalla riesce a parlare della vita, della morte, del futuro, di un bambino che nasce, delle parole dette ma soprattutto di quelle non dette, come nessun altro sa fare.
E' inutile Non c'è più lavoro Non c'è più decoro Dio o chi per lui Sta cercando di dividerci Di farci del male Di farci annegare
E' chiaro Che il pensiero dà fastidio Anche se chi pensa E' muto come un pesce Anzi un pesce E come pesce è difficile da bloccare
(Com'è profonfo il mare, 1977)
...dove puoi trovare un Dio nelle mani di un uomo che lavora e puoi rinunciare a una gioia per una sottile tenerezza dove puoi nascere e morire con l'odore della neve dove paga il giusto chi mangia, chi beve e fa l'amore dove, per Dio! la giornata è ancora fatta di ventiquattr'ore
(E non andar più via. 1977)
Si esce poco la sera compreso quando è festa e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra, e si sta senza parlare per intere settimane, e a quelli che hanno niente da dire del tempo ne rimane.
(L'anno che verrà, 1979)
Anch'io quante volte da bambino ho chiesto aiuto quante volte da solo mi sono perduto quante volte ho pianto e sono caduto guardando le stelle ho chiesto di capire come entrare nel mondo dei grandi senza paura paura di morire.
(Il parco della luna, 1980)
Con un salto siamo nel duemila alle porte dell'universo importante è non arrivarci in fila ma tutti quanti in modo diverso ognuno con i suoi mezzi magari arrivando a pezzi
(Telefona tra 20 anni, 1981)
C'è molta poesia a stare zitti se non si ha niente da dire
(Madonna disperazione, 1981)
Che buio e' mai questo E cos'e' questa forza che mi spinge Che mi costringe ad andare avanti Che cos'e' questo trucco che mi obbliga ad uscire Cosa vedo laggiu' o lontano Chissa' se mio padre e mia madre mi stanno aspettando E che razza di combinazioni trovero' E se vale la pena a tentare
(Aquila, 1984)
...forse per questo i sogni sono cosi' pallidi e bianchi e rimbalzano stanchi tra le antenne lesse delle varie tv
(Felicità, 1988)
Bloccando il malcontento degli organi vitali si riesce a teorizzare all'infinito non ci si tocca mai nemmeno con un dito. Così si va tranquilli tra la gente Ormai ci si abbandona solo ai calcoli perfetti al football e alla noia degli oggetti non ci si ferma più, non si muore veramente
(2009, le cicale e le stelle. 1990)
Va bene: io credo nell'amore, l'amore che si muove dal cuore, che ti esce dalle mani che cammina sotto i tuoi piedi. L'amore misterioso anche dei cani e degli altri fratelli animali, delle piante che sembra che ti sorridano anche quando ti chini per portarle via...
(Henna, 1994)
Madonna quanta luce là in fondo che mi viene quasi voglia di uscire e poi magari i miei mi stanno aspettando è già ora di partire via che preparo una valigia di sogni e due tre voglie dentro una sportina oh Madonnina chi l'avrebbe mai detto vado a incontrare la vita vado a incontrare la vita
(Sul mondo, 1996)
L'ultima luna la vide solo un bimbo appena nato, aveva occhi tondi e neri e fondi e non piangeva con grandi ali prese la luna tra le mani e volò via e volò via e volò via era l'uomo di domani.
"E' la sera dei miracoli, fai attenzione, qualcuno nei vicoli di Roma con la bocca fa a pezzi una canzone" cantavo tra me e me aspettando che aprisse il ristorante Meo Patacca, senza rendermi conto che magari Lucio aveva in mente proprio quel vicolo (nella fattispecie, Vicolo della Luce, nel quale per una serie di accartocciamenti dello spazio-tempo mi trovavo reiteratamente a ripassare) all'estremità del quale stazionava una bottega di carbonaio che sembrava presa di peso dal Marchese del Grillo.
E chissà quante altre volte, brandelli di canzone di questo estemporaneo fratello maggiore mi hanno accompagnato nei momenti più belli, o in quelli più difficili (enormemente superiori per numero ed intensità) della mia avventurosa vita che sembra un romanzo (nessuno mi crede quando la racconto, e allora spesso invento letterarie perfette bugie alle quali finisco per credere anch'io).
Per chi lo ha amato, e io l'ho amato davvero molto, Lucio non è mai stato il divo da venerare con un sottofondo di soggezione. Per certi versi, era della stessa razza deliziosamente emiliana di Augusto Daolio, e con lui condivideva quella subdola ostentazione di trasandatezza e incultura a coprire una interiore eleganza e ricchezza culturale rispetto alle quali, entrambi, nutrivano un incoercibile pudore. Come Augusto, Lucio era il vicino di casa estroso e genialoide col quale potevi accapigliarti su un rigore non dato o disquisire di Sartre e di Descartes, con la stessa intensità emozionale.
Rispetto ad Augusto, e a Fabrizio De Andrè e Ivan Graziani, a Lucio è stato risparmiato dagli dei l'oneroso pedaggio dell'agonia.
E' morto come è morta mia madre, che un secondo prima spignattava allegramente canticchiando (credo) una sua canzone, e un secondo dopo crollava rantolante a terra senza aver tempo e modo di capire cosa diavolo le stava capitando.
E' morto come mio padre, lui a 3 giorni e Tonino a meno di 24 ore dal suo compleanno. In queste morti c'è uno strano segnale di una ciclicità che è a un passo dal completarsi ma poi non ne vuole sapere.
Dette queste brevi cose, spero non vi apparirà, o miei pochi ma spero attenti lettori, un bieco luogo comune l'affermazione che con Lucio se ne va un pezzetto di me. Si chiude simbolicamente un'era (Lucio ha preso in mano un clarinetto per la prima volta più o meno mentre io stavo venendo al mondo) e si tira avanti un po' più soli e un po' più stanchi.
I King Crimson sono sicuramente meno famosi dei Pink Floyd, dei Genesis, dei Led Zeppelin, di Emerson Lake and Palmer e forse anche degli Yes. Rispetto a questi 5 grandissimi gruppi non hanno mai avuto un esagerato successo commerciale, anche e soprattutto perchè è difficile attribuire loro uno stile ben definito.
Per una fetta importante della loro carriera sono stati accompagnati da un paroliere folle e visionario, Pete Sinfield, che ebbe anche l'onore (o almeno lo spero per lui) di tradurre in inglese alcuni brani della Premiata Forneria Marconi durante il loro riuscito tentativo di conquistare il mercato anglofono.
Il primo album dei King Crimson si apre con XXI century schizoid man, cavallo di battaglia di quasi tutte le band progressive dei primi '70 (ma si rischiavano figure barbine perchè era un pezzo da assoluti virtuosi con illogiche velocissime sequenze armoniche, non chiedetemi come lo so...).
Zampa di gatto, artiglio d'acciaio Neurochirurghi chiedono il bis
Alla porta avvelenata della paranoia Lo schizoide del ventunesimo secolo
Sangue, tortura, filo spinato Pira funeraria dei politici Innocenti violentati dal fuoco del napalm Lo schizoide del ventunesimo secolo
Seme della Morte, avidità del cieco Poeti muoiono di fame, bambini sanguinano Non c'è niente che possieda di cui abbia davvero bisogno Lo schizoide del ventunesimo secolo
Come potete ben vedere, un testo che a 43 anni di distanza mostra una certa genericità, salvo nel verso che ho evidenziato che ha una certa qual valenza sorprendentemente profetica.
Ma passiamo al brano "In the court of the crimson king", totalmente ambientato in un medioevo fatto di tornei, di pifferai, di abili giocolieri. Quasi ad immaginare un medio-evo prossimo venturo, eccovi i quattro versi finali che, questi sì, descrivono la miriade di burattinai che sta avvelenando il pianeta:
Il buffone giallo non compare in scena
ma dolcemente tira i fili e sorride mentre i burattini ballano nella corte del Re Cremisi.
Da tempo la vicenda-TAV è andata oltre gli aspetti di merito e di contenuto ed è diventata una metafora, un attrattore, un punto archimedeo di tutte le tensioni che inevitabilmente esistono fra due modelli di Italia, di Europa e di mondo.
Questo robusto e impavido coltivatore diretto piemontese è egli stesso una metafora vivente (e speriamo che continui ad esserlo, sia per quanto attiene alla metafora che per quanto attiene al vivente) di contromisure che non si limitano più all'invettiva e a un sordo mugugnare.
Io credo che in Italia si stia ricostituendo (ed è assolutamente il caso che succeda) una mentalità risorgimentale-resistente in cui una metafisica fiducia nei propri valori, solo apparentemente di minoranza ma in realtà potenzialmente condivisibili dalla stragrande maggioranza dei cittadini, porta ad azioni forti ed eclatanti, a sfidare un potere che (da qualche mese) da sguaiato ed arrogante è diventato soffice e beneducato ma è per questo ancora più subdolo e pericoloso. Fino a mettere lucidamente a repentaglio la propria stessa sopravvivenza fisica nell'afflato di una speranza di decorosa sopravvivenza etico-morale.
Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, così suonava la retorica dei patrioti risorgimentali alimentati dal ricordo dei passati splendori.
Se libero uno muore, cosa importa di morir, quasi un secolo dopo l'accentuazione era passata da una mistica da legionario romano all'orgogliosa pragmatica della sostanziale solitudine del partigiano.
Luca, ieri mattina, era un po' entrambe le cose: solo come un partigiano in quelle stesse vallate dove una piccola patria sapeva scegliersi la parte; ma assolutamente consapevole di avere una, dieci, cento, mille coorti idealmente strette intorno a lui.
Un prodigio di forza psico-fisica, quella forza psico-fisica che abbraccia e bacia fino al petting più spinto chi non rinnega i legami con la Madre Terra e sceglie con lucida follia di vivere ancora del quotidiano faticoso lavoro delle proprie mani
Folgorato da 50.000 volts, catapultato di nuovo dal mondo dell'utopia dove il ribelle guarda con orgoglio e commiserazione dall'alto il formicaio umano alla crosta terrestre dove tutti rischiano di somigliarsi, con un minimo numero di ossa rimaste intere, Luca è ancora vivo.
E mentre un'altra gioiosa fabbrica di illusioni da ricchi a buon mercato va alla deriva nell'Oceano Indiano; mentre le banche si lamentano per essere costrette ad aprire conti correnti senza spese per i pensionati di fascia media (la maggior parte potranno per ovvi motivi essere ancora pagati in contanti); mentre l'ormai ineffabile minestra Fornero non si pèrita di sostenere che il welfare state italiano nasce dall'opera di grandi menti cattoliche come Don Bosco (150 anni di lotte operaie, suvvia, sono solo una folkloristica nota di costume)....
mentre succede tutto questo, si ingrossa ogni giorno l'esercito di chi non ci sta, di chi si dissocia, di chi resiste, di chi risorge, di chi rinasce, di chi si ricorda di essere parte di una storia ben più nobile di questo abominevole presente.
Quelli che non vogliono tornare dalla Russia e continuano a fingersi dispersi...
Alcuni miei lettori, o forse una lettrice singola, erano convinti che le mie vacanze romane fossero durate lo spazio di un week-end e che fossi tornato già da una decina di giorni. Probabilmente avendo l'idea, del tutto corretta, che non avessi un'autonomia finanziaria tale da consentirmi permanenze più lunghe nella città eternamente eterna.
Io non confermavo e non smentivo, cambiavo discorso e passavo ad altro.
In realtà sono tornato da Roma solo stamattina, forse stanco di fingermi disperso o forse spaventato dal semplice fatto di star bene con me stesso.
E' stato come quando hai una fugace avventura con una donna bellissima che ti si concede per quelle oblique allegrie che ogni tanto le donne bellissime hanno, per somma fortuna degli uomini globalmente in grado di affascinare ma esteticamente non proprio splendidi.
Lei già sa che durerà poco, ed è proprio per questo che spende in fretta tutto quello che ha da spendere così da non avere nè rimpianti nè rimorsi.
Tu, travolto da questo insolito destino, ogni tanto ti scopri ad immaginare come sarebbe se tutto quello che sta avvenendo durasse per sempre. Ma poi l'orgoglio prevale sulla passione e magari sei proprio tu a troncare la relazione prima di subire l'onta di un rifiuto.
E allora, su un treno della notte che potrebbe essere romantico ma in realtà è di una devastante tristezza, fra odori corporei fuori controllo e sinfonie da dispnea notturna, te ne torni dalla tua bruttina neanche troppo fedele ma che puoi chiamare "tua" senza tema di essere smentito.
La breve avventura con la bellissima, breve ma comunque più lunga e piacevole di quanto tu avresti mai osato sperare, forse ti aiuterà a recuperare un po' di autostima. O forse, ed è più probabile, aumenterà l'insofferenza verso la quotidiana sbobba che trangugi da diversi anni a questa parte.
"Mi dicono che non è vero". Così, il grande (quasi inquietante) Alighiero Noschese concludeva la sua affettuosa imitazione di Mario Pastore dopo avergli fatto annunciare le bufale più risibili.
Purtroppo anche stavolta non era vero.
Sarebbe stato bellissimo, affascinante, evocativo, avrebbe aperto orizzonti inimmaginabili alla ricerca di nuove teorie e nuovi paradigmi, ma per ora non se ne fa niente.
I neutrini sparati da Ginevra al Gran Sasso sicuramente hanno impiegato molto meno di un gitante svizzero a bordo di una Opel, ma non hanno superato la velocità della luce.
Chi guarda alla scienza con l'occhio ingenuo dell'uomo comune che sa a memoria una ventina di poesie ma non saprebbe risolvere un'equazione di secondo grado, può credere che la scienza scopra misteri e riveli segreti attraverso un atto di osservazione diretta e palese.
Non è così.
La scienza talora percorre i luminosi sentieri del pensiero deduttivo reso immortale da Arthur Conan Doyle che al suo Sherlock Holmes faceva risolvere casi senza che egli si spostasse dal suo elegante appartamento londinese, magari ristorandosi con un paio di piste.
Molto più spesso deve passare dal sentiero opposto, quello del pensiero induttivo che a partire da risultati parziali e spesso enigmatici cerca di costruire leggi universali, o almeno non immediatamente confutabili.
Andare a misurare la velocità dei neutrini non è semplicissimo. Quelli corrono circa 30.000 volte più veloci di uno Space Shuttle e 7500 volte più veloci della sonda spaziale Ulysses, sono eguagliati forse dalla velocità della mia sfiga ma quella non credo conti.
Ed ecco a voi la sonda spaziale Ulysses che per quegli approssimativi di YahooAnswers passa per essere l'oggetto più veloce costruito dall'uomo. Sarà...
I giornali di stamattina si sono sbizzarriti alla ricerca di particolari ameni per giustificare l'errore di misurazione. Gustosissima l'idea di una fibra ottica avvitata male di cui parlava Repubblica. I giornali tedeschi sono pronti a dimostrare che era stata avvitata da un italiano.
Per una volta, lo spazio riservato alle smentite ha eguagliato se non superato quello riservato alla notizia fallace. Almeno questo ci consola.
Nella fase più feconda e creativa della mia carriera di giovane anziano (quella in cui avevo normali e soddisfacenti rapporti sessuali) trovavo anche il tempo e la voglia di compulsare giocondi e brillanti posts sul festival dei fiori, secondo lo schema "Ebbene sì, l'ho visto e non me ne vergogno. E lòra?".
Adesso, in una fase involutiva della carriera stessa in cui per San valentino ho portato a cena la mia mano destra (e la battuta può non arrivare immediata, anzi se non arriva fa lo stesso) registro la presenza dell'ordalia sanremese nelle sue risonanze più sociopolitiche.
Negli anni dorati, a Sanremo si presentavano una cinquantina di big (ogni canzone aveva due intepreti, spesso uno dei due straniero) con canzoni mediamente di buona qualità e in grado di resistere al tempo: oggi i big sono un'esigua manciata e quasi sempre cercano di inserirsi nel contesto carnevalizio come per dire "Sì, ci vado ma è solo una solenne stronzata". Qualcuno si siede al pianoforte negli ultimi 20 secondi (ma parlo del 2011) comunque sempre in tempo a sbagliare tutti gli accordi.
Oggi è chiaro come il sole che le canzoni non contano assolutamente nulla: in una grottesca riproposizione del meccanismo retorico di "pars pro toto", la speranza di ascolti megagalattici è legata a qualcosa che ha più a che fare con l'happening (i miei lettori più attenti, cioè forse nessuno, ricorderanno che quando il buon Funari è stato promosso in prima serata su rai 1, ipotizzavo che si confidasse su un suo malore, possibilmente mortale, in diretta) che con l'esibizione.
E qui si respira la sottile schizofrenia di mammarai.
Troppo televisione commerciale per essere servizio pubblico, troppo servizio pubblico per essere una franca e non ipocrita televisione commerciale che vede lo share come valore fondante, e come tale potrebbe e dovrebbe esentarci dall'iniquo balzello del canone che peraltro anche molti deputati si vantano di non pagare.
Celentano viene invitato solo ed esclusivamente per l'effetto-suspance che andrà a creare; salvo indignarsi e stracciarsi le vesti quando, dal punto di vista squisitamente commerciale, andrà a creare il massimo risultato col minimo sforzo.
Su quello che materialmente Celentano ha detto si può essere d'accordo o meno, o lo si può (pur con affetto e rispetto per la sua monolitica carriera) considerare un po' sovradimensionato come predicatore metafisico. Che sia un grande animale da palcoscenico che, con un sapiente uso della sua immagine, riesce a non invecchiare mai, è secondo me fuori discussione.
Vorrei solamente che la Televisione di Stato fosse più lineare nelle sue scelte: Celentano non è stato chiamato come intellettuale organico alle linee socio-educative dell'ente (qualora ve ne fossero).
E' stato chiamato come moltiplicatore dell'interesse, dello share, dei contratti pubblicitari, della visibilità del programma.
E allora, vertici Rai, evitateci le vostre stucchevoli ipocrisie.
Visto che il lavoro va a rotoli ed insistere caparbiamente senza ottenere risultati rischia di disperdere gli ultimi miseri scampoli di convinzione e motivazione, il Giovane Anziano ha fatto quella che, fatta in compagnia (magari ad alto tasso alcolico), sarebbe equiparabile a una zingarata, ma così in ostinata e pervicace solitudine è più una stronzata.
Si è concesso un periodo (sicuramente breve perchè i soldi sono pochissimi, ma per ora non univocamente definito nella sua durata) di vacanze romane.
Incurante del fatto che Roma attraversa un inverno al confronto del quale la nevicata del '56 cantata da Mia Martini su testo di Franco Califano (che lascia intendere di aver scritto anche la musica ma non è così, visto che fa già fatica a suonare il campanello e preferisce ruvide bussate) era una spruzzata di zucchero a velo su un maritozzo.
Ah Rinaldò, ma che nne sai te der talento musicale mio? Ma vedi d'annattene...
Incurante del fatto che i soldi che spenderà, quanto meno per dormire in un qualche bed and breakfast malfamato e per concedersi qualche sesquipedale panino straimbottito al baretto del Colosseo, forse non oserà una pajata a Trastevere ma non è detto, potrebbero drammaticamente mancare all'appello nelle prossime settimane di fronte ad esose bollette, sospensioni del fido bancario, nuove bizzarre richieste di Equitalia del tutto prevedibili.
Incurante del fatto che quella città sostanzialmente amata è stata teatro o quanto meno motore di un paio di rapporti affettivi finiti maluccio se non drammaticamente abortiti "all'apparir del vero", comprese pesanti complicanze edipiche visto che la mamma a Roma c'è nata e cresciuta pur con radici etniche jesine in qualche modo correttive.
Incurante del fatto che, ormai accartocciato in metaforica posizione fetale sulla sua città, dopo dieci minuti che sarà disceso dal treno comincerà a provarne nostalgia.
E però, con coscenziosa applicazione e sopravvalutando il suo spessore locomotorio ultimamente un po' affievolito (dovrebbe imitare uno dei suoi più assidui lettori, darsi ad un'alimentazione e ad uno stile di vita più consoni al desiderio di evitare un drammatico invecchiamento precoce ma si sa, Parma ribocca di tentazioni e di cattive abitudini) si darà a podistiche escursioni affondandosi in una città che, per quanto disincantata e disattenta possa essere (o magari solo sembrare) alla fine gli comunica un senso di complicità.
La nostalgia farà a tempo ad estinguersi ed a cambiare di segno quando, fatto un rapido censimento del denaro restante, il Giovane Anziano deciderà che è più saggio rientrare.
E concluderà per l'ennesima volta che alla fine è allontanandosi per un po' dal proprio comodo microcosmo fatto di lente e pigre pedalate per Via Farini, festosi bivacchi del fine settimana al Parco Ducale, goliardiche partite a pallone o deliranti tentativi di emulare gli Harlem Globetrotters sottocanestro in Cittadella, ingestione di piccantissime specialità similspagnole al Tapas Pub, disperanti cineforum al Cinema Astra col dibattito finale come nel '77;
è facendo tutte queste cose che si riscopre sè stessi o magari ci si scopre (in tutti i sensi della parola).
Andando a Roma magari ti capita di capire qualcosa di più profondo e meno triviale sui rapporti umani, su quanti strati a mo' di cipolla mostra la personalità umana. Lo si poteva capire anche standosene a Parma? O lo si capisce a Roma ma Roma non c'entra niente? O c'entrerebbe Roma anche se stessi a Parma, e magari Parma anche se stai a Roma? E Helsinki, Helsinki siamo proprio sicuri che non c'entri niente?
Roma è intricata, ostica e lentissima. Roma si sbocconcella delicatamente per paura di non digerirla bene. Essere, ma anche solo sentirsi per un attimo, romani è un inutile, subdolo e meraviglioso dono degli dei. Del resto Roma è da sempre accogliente e ruffiana, è una pizza millegusti in cui arriva di tutto ma tempo un paio d'anni chiunque arriva è romanizzato a tutti gli effetti. Roma è cinta, invasa e quasi schiacciata dalla sua storia e , in sè e per sè, è Eterna.
Fondata nel 756 A.C. è stata nell'ordine:
culla della più grande civiltà antica, che stendeva le sue propaggini dall'Atlantico al Mar Caspio, dal Mare del Nord alle coste Sud del Mediterraneo;
culla della Cristianità, nonostante i centurioni romani avessero avuto non piccola parte nella crocifissione del fondatore-testimonial della suddetta religione;
nevralgico e nevrastenico centro del potere politico da ormai 137 anni, ed in quanto tale teatro di tutte le manifestazioni di protesta, mal gradite dagli abitanti (Ma che le state a fa' qui? Ma annàtevene a Pordenone...);
teatro di un goffo tentativo di ripristinare l'Urbe avìta finito con risultati che oseremmo definire non all'altezza delle aspettative, quanto meno del principale artefice del tentativo;
sede della Rai e di Cinecittà che fungono da volani amplificatori della romanità, del romanesco, de li rigatoni co 'a pajata e della coda alla vaccinara nel resto del Paese.
Quindi ci puoi passare, divertirtici, soffrirci, restare soavemente indifferente ma tanto sai già che tu morirai e lei resterà là coi suoi 7 colli, i suoi 2.825.077 di abitanti, più marchigiani che ad Ancona e più romeni che a Bucarest, a guardarti che ti contorci nella tua agonia.
Pertanto, Roma va presa con cautela e a piccole dosi. Ed è quello che il Giovane Anziano farà.
Esaurita la dose omeopatica, potrà tornare alla sua vita confortantemente prevedibile.
Io non so se il governo Monti è la punizione per qualche peccato originale dal quale il popolo italiano non si è mai liberato; o se è una soluzione che tranquillizza i politici, come certi scandalosi 0-0 di fine stagione (ma di calcio in questi ultimi giorni ho parlato anche troppo) che tranquillizzano presidenti, allenatori e giocatori esauriti ma fanno imbufalire il pubblico pagante; o se piuttosto nasce da complicate macchinazioni che coinvolgono la BCE, la Spectre, il Dott. No, Macchia nera e Cattivik (certo che pensarla come Scilipoti si fa molta fatica ma viene la tentazione); o se magari è una tappa inevitabile sulla via della purificazione, come quando ci si deve reincarnare da mosca olearia (che tanto dura un paio di giorni) prima di poter beccare la reincarnazione vincente; o se piuttosto è una tappa ancor più inevitabile sulla via della deriva entropica della politica italiana e dell'Italia tutta (Roma ed Atene che una volta diffondevano saggezza e progresso e oggi diffondono titoli-spazzatura); o se, vedi tu, è una riedizione del governo-Badoglio senza nessuna speranza di voltare le spalle ai tedeschi, ora come allora convinti di trascinarci nella loro visione della storia e dei rapporti internazionali.
Non lo so e preferisco non domandarmelo.
Vedo ogni giorno di più che la medicina che questi mestieranti alchimisti stanno allestendo è non solo amara ma presumibilmente letale per l'economia reale (fatta di una miriade di piccoli imprenditori che si chiedono ogni giorno di più chi glielo faccia fare e da una ristretta categoria di imprenditori medio-grandi che troverà sempre il modo di venire a patti con lo Stato con reciproca soddisfazione), per le garanzie di occupazione (ma l'Italia non era una Repubblica fondata sul lavoro?) e di minima tutela del potere d'acquisto dei salari.
Questo governo fa riferimento a una popolazione di produttori-consumatori e non di cittadini dotati di diritti.
A Monti, Martone e Fornero faccio una semplice richiesta: limitatevi a fare danni che tanto quello non possiamo impedirvelo, ma almeno evitate di aggiungere anche le beffe con proterve e immonde dichiarazioni pubbliche.
Non più tardi di ieri avevo licenziato un giocoso post il cui retropensiero era "Alla fine il calcio è una metafora, un'occasione, una commedia buffa; ci si diverte lo stesso, se non di più, quando la partita non si disputa.".
Ed è vero che il calcio è una metafora, e più che un'occasione un pretesto, non sempre una commedia buffa dove la massima violenza sono le gratuite offese di un allenatore immaturo ad un'intera città: il calcio riflette come specchio (spesso deformante, ma in genere spietatamente reale) la società a cui appartiene.
Non dimentichiamoci che il fenomeno del teppismo hooligan, responsabile della strage più efferata consumata in uno stadio (resa ancora più odiosa perchè consumata in un agguato vigliacco a dei tifosi pacifici ed inermi, come un branco di leoni in mezzo a un branco di gazzelle azzoppate) affonda le sue radici in un'Inghilterra afflitta dall'inflazione, con inquietanti tassi di disoccupazione, prelievi fiscali che raggiungevano il 95%, pensioni sotto la soglia della sussistenza anche per chi da lavoratore godeva di stipendi più che decorosi, danaro pubblico sperperato in una idiotissima guerra contro l'Argentina per il possesso di una capraia in mezzo all'Oceano, il tutto sotto le amorevoli cure di Mrs. Mountain, al secolo Margaret Thatcher.
La terrificante carneficina di ieri sera a Porto Said ci ricorda che, sì, il calcio è una metafora e un pretesto. Il branco omicida aveva appena assistito alla meritata indiscutibile vittoria della propria squadra sugli odiati rivali della capitale (questo non significa che in caso di sconfitta su rigore al 90' per un fallo a centrocampo la furia belluina avrebbe avuto qualsiasi tipo di ulteriore giustificazione). Al fischio dell'arbitro decine di personaggi armati che, sostengono i supporters cairoti, non avevano neppure visto la partita, si sono fiondati in campo inseguendo i giocatori rivali e, come inequivocabili supporti filmici documentano, ferendone una buona percentuale.
Come nei cortei politici, non si può escludere che ci fosse più d'un infiltrato, forse manovrato dall'alto, forse manovrato dal basso dei propri istinti a fare del casino gratuito per rabbia o per perverso divertimento, alla Jannacci "per vedere (non tanto di nascosto) l'effetto che fa".
Colpisce, comunque, la totale assenza di misure di sicurezza strutturali, l'entrata in campo degli pseudotifosi di (in arabo l'articolo determinativo maschile è lo stesso che nei dialetti emiliani) Al-Masry è stata come entrare al bar, che dinamiche, le forze dell'ordine immortalate nei vari filmati assistono divertite al siparietto.
Se a Genova un annetto e mezzo fa i supporter serbi avessero potuto entrare in contatto diretto con il pubblico locale siamo sicuri che nessuno si sarebbe fatto male?
Su quello che è successo poi, e che ha causato un numero di vittime che cresce di ora in ora (attualmente siamo a 74 dalle 25 denunciate inizialmente) le versioni divergono, voglio sperare non per tentativi di occultare la verità ma per la difficoltà di ricostruire vicende caratterizzate da una certa qual esagitazione.
Qualcuno è arrivato ad arronzare una roba che chiamerei decostruzione creativo-favolistica dettata dal senso comune, in cui tifosi della squadra locale che festeggiavano la vittoria erano stati attaccati da tifosi avversi inviperiti.
Qualcun altro, meno incline ad inventarsi i pezzi per andare un po' prima a puttane, ha parlato di una caccia all'uomo proseguita contro i tifosi in trasferta (sport comune anche in Italia ma evidentemente del tutto nuovo per i tutori dell'ordine egizi che non hanno saputo, qualche maligno dice addirittura voluto, fare nulla per prevenire o arginare la cosa) che sono finiti nel vicolo cieco di un'uscita tenuta chiusa (e anche qui, le ipotesi spaziano da una criminale incuria ad un cinico bestiale dolo).
L'Egitto sta attraversando una fase beffarda ed amara della propria storia: vittima del mito della rivoluzione, che (la storia insegna) è sempre un gettare i dadi senza alcuna garanzia che venga fuori il numero su cui si è puntato. Oggi sono pochi gli Egiziani che possono salvarsi da un'inquietudine generalizzata, che riguarda tanto i sostenitori di Mubarak (che in un paese sterminato e composito sono certamente ancora milioni e milioni) che i sostenitori di un cambiamento che non era sicuramente questo.
Il calcio, in Europa e Sud America, è abituato da decenni a fare da discarica dei peggiori istinti e delle peggiori trame criminali. Vicequestori uccisi per vendetta, calciatori uccisi per aver sbagliato un rigore o per aver parlato male di un narcotrafficante, calciatori malmenati dai loro stessi tifosi per la subdola colpa di non vincere tutte le partite, trasferte che diventano per poche decine di ultras incontrollati spedizioni punitive contro tutto e contro tutti ("Noi odiamo tutti" era lo sbrigativo slogan degli ultras dell'Atalanta, squadra che ultimamente ha avuto anche problemi di altro genere che testimoniano parità di idiozia fra tifanti e tifati).
L'impressione che si ha è che l'Egitto non fosse preparato a questo calcio denaturato che non inebria più ma al massimo ti fa brillare i punti di share televisivo.
L'armata bianconera abbandona il Tardini con un atteggiamento simile a quello di Berlusconi quando esce dalle sue udienze, indecisa se è stata più un'atroce ingiustizia o una futile perdita di tempo.
L'allenatore Antonio Conte, salentino e un po' levantino, fa capire che delle cittaducole come Parma non meriterebbero di stare in serie A. Perchè anche a Parma non hanno 27 chilometri di serpentine sotto il terreno di gioco in grado di garantire allo stesso una gradevole temperatura primaverile anche nei giorni della merla, come nel roboante Juventus Stadium?
Su Sky non sanno più che pesci pigliare e lasciano spazio a Mauro Coruzzi in versione Platinette che fa profferte irriferibili a Billy Costacurta.
All'improvviso Alex Del Piero capisce come mai il suo allenatore ha diramato una formazione in cui lui compare come titolare dal primo minuto, cosa che non capitava dal 1816.
Gigi Buffon, dopo aver fatto la battuta da asilo infantile "Anche oggi non ho preso gol" propone di dormire tutti a Parma e ripartire al mattino, vorrebbe tanto andare a salutare gli amici del centro scommesse di Via dei Mille e magari fare qualche estemporanea puntatina come ai vecchi tempi.
I parmigiani che si sono gelati il culo sui gradoni dello stadio si chiedono come mai si sia regolarmente disputato un Parma-Palermo in cui 22 ectoplasmi vagabondavano confusamente nella nebbia più totale passandosi il pallone "alla voce" (ma l'ineffabile allenatore del Palermo era riuscito perfino a vedere un rigore per la sua squadra).
A noi poveri orfani del calcio dei Mazzola, dei Rivera, dei Bulgarelli, ma anche dei Valenti, dei Barendson, dei Carosio (epocale la sua chiusura di una telecronaca dopo una qualificazione nerazzurra in Coppa dei Campioni "E ora andiamo a farci un whiskaccio alla salute dell'Inter") sfugge come e qualmente la Federazione Calcio continui a programmare partite in notturna in pieno inverno in zone devastate dalla nebbia e da prestigiose nevicate che nulla hanno da invidiare a quelle del Canada.
Ma alla fine l'annullamento della partita, che avrebbe occupato il resto della serata (comprese ipotizzabili discussioni con i tifosi di parte avversa su eclatanti sviste arbitrali e gol evidentemente segnati dalla Dea Bendata con l'involontaria partecipazione di un ossuto polpaccio del loro tisico bomber) lascia spazio a un senso di libertà: si cammina nella nevicata che, ormai paga di aver fatto un dispetto ai boriosi cisalpini, si sta concludendo; ci si tira qualche allegra pallata di neve; e si conclude la serata riaprendo un libro che si era lasciato a pagina 78 due mesi prima.
E pensare che potevo andarmi a fare una spanciata dalle sorelle Picchi.
Leoluca Orlando ha paragonato un paio di mesi fa il governo Monti al governo Badoglio: una transizione forse necessaria ma certo (in quanto transizione) di auspicabile breve durata fra uno sfascio che sembrava irreparabile e la speranza di una rinascita.
Certamente il letterario Nichi Vendola avrebbe decorato una tale similitudine di sottili arabeschi dialettici, Orlando l'ha enunciata con fare brusco e poi è passato a parlare d'altro.
Governo Badoglio. Wikipedia lo definisce un governo "tecnico-militare". Un governo che eredita le ceneri della folle avventura fascista, che doveva nelle fantasie del Duce riportare l'Italia ai fasti dell'antica Roma e invece la restituì ad una specie di medioevo feudale e disperato, e che convive con un tragicomico manipolo di reduci in vacanza sulle sponde del lago di Garda.
Badoglio era all'epoca un astigiano settantaduenne di incrollabile fedeltà e lealtà verso la monarchia sabauda. Alla sua carriera militare non aveva certamente giovato la sfortunatissima partecipazione alla battaglia di Caporetto, che come molti ricordano non si concluse benissimo per l'esercito italiano. Paragoniamola, per gli amanti del calcio, all'1-7 subito dalla Juventus ad opera del Milan nella stagione 1949-50, che pure non le impedì di aggiudicarsi lo scudetto. Sembra invece che la decisione di utilizzare gas urticanti nella guerra d'Etiopia gli giovò non poco.
La foto con cui apro questo post, che è la sua più famosa, lo ritrae con uno strano sorriso quasi imbarazzato, che sembra trasmettere il messaggio "Sono qui ma non so neppur io perchè, abbiate pazienza che me ne vado appena possibile...". Se una malaccorta giornalista gli avesse detto che era "andato al potere" anche lui avrebbe simulato, o forse addirittura provato, un principio di choc.
Anche allora come ora, ma sicuramente in termini un po' più drammatici, era il difficile rapporto con la Germania al centro delle problematiche di politica estera. Anche allora come ora, colui che avrebbe dovuto porre rimedio allo sfascio ne era stato se non artefice diretto certamente diretto ed attivo partecipe e complice. La differenza sostanziale invece era che Badoglio non potè intrattenersi in lunghe cordiali conversazioni (certamente rassicuranti per entrambi) col suo predecessore, che non fu affettuosamente indotto a dimettersi ma deposto ed incarcerato. Anche lui come Berlusconi, comunque, convinto che gli Italiani lo avrebbero caldamente rimpianto.
E la storia, che alla fine ha una sua intrinseca logica (anche se non quella che le attribuisce quell'esageratone di Hegel) alla fine ci lascia di Badoglio un'immagine chiaroscura tale per cui, pur essendosi trovato in circostanze epocali come i vari Mazzini, Cavour e Garibaldi, non condivide la loro popolarità e ben poche vie e piazze gli sono state dedicate.
Chi ama più il cinema che la prosa a volte soporifera degli storici, si vada a rivedere "Tutti a casa", con il solito gradevole gigione Alberto Sordi italiano trasversale nella parte di un trasecolato ufficiale, che prima gioisce nell'apprendere dell'armistizio e poi si trova a dover combattere una nuova strana guerra in cui non sa più cosa deve fare e di chi deve fidarsi (e perfino suo padre, che è un colossale Eduardo De Filippo, è pronto a svenderlo alla RSI).
Bene o male Badoglio riuscì a non impedire all'Italia di rimettersi in rotta di navigazione nella corrente della storia, e concluse la sua esperienza di governo con il famoso governo Badoglio 2 in cui Benedetto Croce e Palmiro Togliatti, accantonata ogni diatriba ideologica su quale futuro auspicare per l'Italia liberata collaboravano lealmente, ed erano rappresentati tutti i partiti che oggi definiremmo "dell'arco costituzionale".
Ora come allora, i tanti sottotenenti Innocenzi in giro per l'Italia non sanno bene cosa devono fare e di chi devono fidarsi.
La guerra dalla quale siamo usciti è stata una guerra virtuale del Terzo Millennio, combattuta a colpi di spread e di paventato default. Dal più feroce dei bombardamenti ci si può risollevare, ma il default quello no, non ti lascia speranze e ti riduce per il resto dei secoli a nazione di Lega Pro.
Finchè è stato in sella, il maggiore colpevole (pur se non l'unico) di questo sfacelo ha tuonato contro i complotti delle potenze demoplutocratiche contro il Belpaese (che rischiava ormai di valere meno dell'omonimo squisito prodotto caseario); il Badoglio del terzo millennio cerca una subordinata concordia con le nazioni che (come avrebbe detto Mike Bongiorno) vanno per la maggiore.
Il Badoglio del Terzo Millennio va ad incontrare la Merkel e Sarkozy che poi lo include nella triade dicendo "Tous les trois" (stavolta l'ho scritto bene); e poi si permette di scambiare uno sguardo d'intesa con Cameron (che lo invita a commentare gli oltranzismi della Merkel) che vendica l'orgoglio ferito dall'analogo sguardo d'intesa fra quest'ultima e Monsieur Bruni a proposito di Berlusconi.
Ma spero che la salute mi assista per poter dare una convalida all'avventura governativa della compagine tecnico-militare attualmente al potere: diciamo un nuovo miracolo economico entro il 2028.
Ma perché quel dabben'uomo del vicino di casa deve sempre sbattere il portone con quella veemenza? Mi fa perfino tremare le chiavi di casa appese alla serratura. Ma perchè lo fa? Sua moglie non gli si concede? Il caporeparto lo prende in giro? Ha nostalgia di Timisoara? La Dinamo Bucarest ha perso 5-0 con il Parma la qual cosa già conferma: "Dumitrache fuori forma"?
No, ma un momento. Non sento l'inconfondibile botto del portone violentato con malriposta inusitata cattiveria. E le suppellettili non avrebbero ragione di cadere per una sbattuta di portone al piano terra.
Ancora il terremoto!
Una scossa ruvida, insistita, sembra che stia smettendo e invece ricomincia più forte.
Ma la cosa che mi inquieta quando accendo la radio per sentire notizie ufficiali è che questa scossa non appartiene allo sciame sismico della bassa reggiana (Brescello, Poviglio, Boretto, Gualtieri e via doncamillando e ligabuando) ma ha l'epicentro nell'appenino parmense. La magnitudo Richter è un rotondo 5.4. Di passaggio, vi ricordo che la scala Richter non è lineare ma logaritmica in base 10, e quindi la scossa è 7-8 volte più forte di quella dell'altro ieri (anche se soggettivamente, per me, più lontana di una quarantina di chilometri).
Nè posso dimenticare che in questi ultimi due giorni c'è un terzo focolaio sismico con epicentro nel veronese.
O i notiziari radiofonici fanno confusione e spostano l'epicentro con capricciosa ignoranza, o sta avvenendo una cosa inquietante e quasi epocale:
(lo so che dopo i due punti non si va a capo ma l'artificio è inteso ad accrescere l'enfasi e la suspance, quindi se non vi va bene passate sul blog di Flavia Vento)
Tre sciami sismici indipendenti ma vicinissimi fra loro su scala planetaria (poche decine di chilometri in linea d'aria, non pensate alle distanze stradali perchè le scosse sismiche non prendono l'autostrada) si stanno verificando in contemporanea.
Sembra che la Terra comunichi ai cittadini di Parma, Reggio Emilia, Mantova, Verona il preoccupante segnale "Arrendetevi, siete circondati!". Come sempre (e in tutto) da qualche anno a questa parte, fra le quattro minimetropoli in questione Parma è quella messa peggio. E stavolta non è colpa dei politici e delle infiltrazioni malavitose.
9.06 di un tranquillo mercoledì di ordinaria paura: la poltroncina dove stai facendo finta di lavorare (in fondo siamo all'inizio della giornata, non puoi mica sparare tutte le cartucce subito, che ciai pure una certa età...) comincia a comportarsi come un seggiolino del cinema dinamico di Gardaland.
Distrattamente pensi che non dovrebbe farlo, non c'è alcun motivo per assumere una simile condotta irrazionale e leggermente ribelle: la poltroncina sapientemente anatomica che accoglie il tuo bellissimo didietro (vabbè non più quello di 30 anni fa ma vedi sopra) dovrebbe starsene zitta e cuccia e fungere da supporto stabile ed immutante (Non devi cambiare, voglio vederti immutante diceva Ciccio a Franco che ci restava un po' male) alle tue professionali cogitazioni.
Il fatto è che sei talmente abituato ai terremoti che sei diventato un po' californiano (e la roba non ti dispiacerebbe) o un po' giapponese (e lì devi rifletterci un attimo come Maroni alle domande-trappola di Floris).
Loreto, primavera '72: la casa impazzisce. Tua madre ti abbraccia con l'aria di farti coraggio ma è chiaro come il sole che quell'abbraccio serve più che altro a far coraggio a lei. Peraltro tu sei già un ragazzone sui 70 chili e preferiresti l'abbraccio di quella stronzetta del banco a fianco che si fa passare le versioni di greco ma poi non mantiene le implicite promesse sottese all'ottenimento di quella prestazione.
Padova, primavera '76: il tuo amico Leo, che oggi fa lo psicoterapeuta in quel di Pieve di Soligo, si sta dando alla pazza gioia con una ragazza che a te ha dato il due di picche (e lo darà un'altra dozzina di volte negli anni successivi): nel sentire il letto che oscilla in maniera incontrollata ha un delirio di autoriferimento ed esclama Ciò tosi, che forsa che son!
Parma, quasi Natale del 2008: il solido palazzo dell'Oltretorrente si esibisce in un paio di passi di cha-cha-cha: una miriade di condomini provenienti da zone non sismiche dell'intero globo terracqueo emerge terrorizzata dalle proprie occupazioni per riversarsi per le scale scoprendone all'improvviso la strettezza e la ripidità. Tu assapori il tuo ruolo di terremotato professional e, quando la scossa è finita apri con studiata lentezza la porta e con assoluta calma ti limiti a dire "E loooooooooooooora!". E richiudi con altrettanta calma.
Ma alla fine l'incontro col terremoto diventa un rituale sacro e perfino terapeutico: come l'incontro con lo squalo martello che volteggiava molti metri sopra la tua testa nella gigantesca vasca dell'acquario di Trieste nel 1962; o come il ruggito della tigre siberiana a pochi centimetri dalla sua faccia (ma per fortuna con delle rassicuranti sbarre in mezzo) con annessa zaffata di alito carnivoro ancora più terribile del ruggito in sè, che ti raccontava pochi secondi prima di concedersi all'amplesso la più affabulatrice delle donne che hai conosciuto.
Come la visione del Monte Bianco o delle onde dell'oceano in una giornata di bonaccia (che sono il doppio di quelle dell'Adriatico in piena tempesta).
Una banale scossa di gradazione 4.9 Richter, per di più su un fondamento geologico sabbioso-paludoso che assorbe le oscillazioni e non roccioso come quello del Friiuli, dell'Irpinia o dell'Abruzzo, ti ricorda che Gea non è lì a fare da serva sciocca alle tue esigenze di Homo Non Semper Sapiens; è un sistema dinamico fisio-biologico che alle volte retroagisce alle corbellerie che provengono dalla biosfera (anche se magari stavolta non è questo il caso), ma in generale ha la sua misteriosa vita che non sempre si lascia studiare e prevedere.
E' la natura matrigna ed indifferente che faceva inquietare Leopardi, specie nei suoi ultimi mesi di vita passati sotto quello che allora era un vulcano serio e non uno sfondo da cartolina o da canzoncina di Sergio Bruni.
E' una partner che dovremmo imparare a conoscere e a valorizzare e forse la scopriremmo meno incazzosa di quello che può sembrare: ma lo sta scrivendo un povero ipocrita che spesso si scorda di fare la raccolta differenziata,
La mia madre l'ho chiamata sasso, perché fosse duratura sì, ma non viva. I miei amici li ho chiamati piedi, perché ero felice solo quando si partiva. Ed il mio mare l'ho chiamato cielo, perché le mie onde arrivavano troppo lontano. Ed il mio cielo l'ho chiamato cuore, perché mi piaceva toccarci dentro il sole con la mano.
Non ho mai avuto un alfabeto tranquillo, servile, le pagine le giravo sempre con il fuoco. Nessun maestro è stato mai talmente bravo, da respirarsi il mio ossigeno ed il mio gioco. Ed il lavoro l'ho chiamato piacere, perché la semantica è violenza oppure è un'opinione. Ma non è colpa mia, non saltatemi addosso, se la mia voglia di libertà oggi è anche bisogno di confusione.
Ed il piacere l'ho chiamato dovere, perché la primavera mi scoppiava dentro come una carezza. Fondere, confondere, rifondere infine rifondare l'alfabeto della vita sulle pietre di miele della bellezza.
Ed il potere nella sua immensa intelligenza nella sua complessità. non mi ha mai commosso con la sua solitudine non l'ho mai salutato come tale. Però ha raccolto la sfida, con molta eleganza e molta sicurezza, da quando ho chiamato prigione la sua felicità.
Ed il potere da quel giorno m'insegue, con le sue scarpe chiodate di paura. M'insegue sulle sue montagne, quelle montagne che io chiamo pianura.
Nelle sue più recenti performance spesso Claudio Lolli recita piuttosto che cantare i suoi testi, con l'inseparabile Paolo Capodacqua alla chitarra classica che ne ripropone la sequenza armonica.
Con la sua voce da regno dei più o da festival del sottosuolo così piena di granchi di ragni di rane e altre cose un po' strane nel 1977 cantava (e tuttora canta) questa canzone.
L'anno prima aveva inciso il suo album più famoso e per certi versi leggendario "Ho visto anche degli zingari felici", la più epica e diretta trasposizione artistica di quello che sembrava stesse succedendo a Bologna la rossa, Bologna la dotta, Bologna l'umana già un poco Romagna e in odor di Toscana.
Siccome i miei principali se non unici lettori sono bolognesi e sufficientemente avanti con gli anni, non c'è neanche bisogno che spieghi quello che stava succedendo, al massimo vi linko un post
che contiene al suo interno altri link e vedetevela un po' voi.
Un anno e mezzo dopo, usciva "Disoccupate le strade dai sogni", titolo altrettanto emblematico del precedente.
Ma prima di disoccupare le strade dai sogni, lui e tutti coloro che nelle sue canzoni si ritrovavano con l'aria un po' giacobina un po' carbonara (e non è un caso che quando, in un suo celebre sketch, Maurizio Crozza cerca di rievocare quegli anni ormai paleolitici, non può che citare Lolli) non aveva potuto, e non possono tuttora, non declinare la propria semantica dell'analfabetizzazione.
Sedendosi dalla parte del torto e in direzione ostinata e contaria, come avrebbe detto un altro grande geniale scontroso leggermente più capace di lui, però, di vendersi sul mercato.
Non ho mai avuto un alfabeto tranquillo, servile.
Credo che lo sceglierò come incisione lapidaria, in entrambi i sensi del termine, quando avrò concluso questo sconcertante itinerario tra due secoli e due millenni.
Non pretendo assolutamente di essere io il primo ad affermarlo, ma ci sono delle inquietanti similitudini fra il tragico ma in qualche modo anche grottesco naufragio della nave da crociera Costa Concordia ed il tragico ma in qualche modo anche grottesco naufragio dell'Italia e forse dell'Europa intera.
La nave si avvicina pericolosamente all'isola del Giglio così come l'Italia si avvicina(va) pericolosamente al default: in entrambi i casi, il pericolo viene sfidato con allegra protervia; e anche quando le ispide scogliere del medio Tirreno, o l'aumento incontrollato dello spread, hanno ritagliato una ferita non rimarginabile nell'ossatura della nave o del Paese, il comandante non se ne dà per inteso, alle richieste di chiarimenti della Capitaneria di porto (debitamente allertata da una turista alla quale la strana pendenza della nave dà delle brutte impressioni) risponde che è tutto sotto controllo.
Quando c'è da organizzare le misure d'emergenza, il governo Berlusconi e la ciurma della nave non sanno che pesci pigliare (e nel caso della seconda non è una metafora) e non spiccicano una parola in nessuna lingua estera.
Poi, per atroce disgrazia della nave e per fortuna dell'Italia, la similitudine si smarca.
La nave che ha un nome quasi da mezza punta brasiliana, semispiaggiata come una balena stanca di vivere, conclude la sua esistenza spandendo kerosene come il toro ferito di una bella canzone di Sergio Endrigo. Turisti tedeschi innocenti vengono coinvolti nel disastro e la Germania si indigna anche se non lo dà a vedere.
L'Italia, il cui capitano cerca anche lui di andarsene senza dare troppo nell'occhio, si guarda bene dall'invitarlo a tornare sulla tolda e gli sostituisce un conducator più à la page.
Le acuminate scogliere dello spread fanno un graffio pesantissimo al rating che perde due punti in una volta sola: ma ad una prima perizia la nave non è (ancora) alla deriva. Turisti tedeschi non del tutto innocenti si compiacciono ma non lo danno a vedere.
Quasi in lacrime, il rappresentante ufficiale della Costa Crociere è a metà strada fra Monti e la ministra ipersensibile che fa fatica a pronunciare la parola "sacrifici".
La Costa Crociere recupererà la sua reputazione. L'Italia forse.
Molti psicoterapeuti (specie quelli junghiani) sostengono che tutti i sogni fatti in un'unica notte sono in realtà un unico sogno che le censure dell'Io frammentano artificiosamente.
Non è chiaro se questo vale anche nel caso di un prolungato risveglio che include spuntino notturno e/o attività erotiche od autoerotiche (per mancanza, o manifesta inadeguatezza, di partner) e/o accensione di radio, TV, computer, microonde e scaldabagno elettrico. Ma possiamo sorvolare su questa vexata quaestio.
Qui non si tratta di sogni e neppure di perniciosi incubi ma di una incontestabile realtà: nel giro di pochi giorni se non di poche ore si sono intrecciate due ulteriori puntate della telenovela parlamentare.
Certo, col passaggio della compagnia di giro del capocomico Silvio dagli onori del palcoscenico ad un (loro sperano provvisorio, noi speriamo definitivo ma probabilmente hanno ragione loro) "dietro le quinte" la telenovela ha acquisito un diverso spessore più drammatico assomigliando quasi ai vecchi gloriosi sceneggiati di Anton Giulio Majano piuttosto che alle soap piene di intrighi e colpi di scena. O quanto meno, come non sostenerlo, alle commedie di Patroni Griffi. Ma sto parlando di Giuseppe.
Malinconico.
Vedete bene che già qui si percepisce il passaggio da una nomenclatura metaforica ed allusiva (Scajola che, avendo un nome da burattino del Ferrari, parla ed agisce in modo burattinesco) ad una nomenclatura assolutamente diretta ed esplicita, oserei dire didascalica.
Parafrasando l'intro, recitato per motivi misteriosi da Gene Gnocchi, di una canzone di Vecchioni e cambiando semplicemente il cognome, verrebbe da dire:
Malinconico, Malinconico ...
già il nome che hai avuto in sorte, Malinconico,
... ma non ti dice niente?
E continui a rubarmi
giorno dopo giorno, anno dopo anno...
e io a concederli questi anni
e sai perché? Ogni anno che passa, mi piace vedere la tua faccia da viaggiatore di commercio
che ha scoperto al casello
che c'è lo sciopero e non si paga
e fa la faccia seria
ma dentro... ride.
Direi che siamo quasi ai livelli di precognizione di Bennato che nel '77 scrisse una canzone il cui incipit (in questo caso regolarmente cantato) era
Cosi' non va, Veronica... non ci sto piu'! Quella tua trita polemica non mi va giu'; e' un dato di fatto che chi mi hai ridotto cosi' sei stata tu.
e sembrava scritta per essere cantata da un illustre marito fedifrago, spesso colto in carfagna ma pronto al pentimento, una trentina d'anni dopo con accompagnamento chitarristico di Apicella.
Salvo non rifarsi a Celentano con la sua "Veronica verrai", laddove forse il concetto di venire poteva non alludere ad uno spostamento locomotorio. Ma come sempre qui si divaga.
Scajola che paga la sua casa un terzo del suo valore senza sapere che gli altri due terzi erano a carico di uno sconosciuto benefattore, Malinconico che soggiorna in un lussuoso albergo dell'Argentario e al momento di pagare il conto si sente dire "Tuttapposto dottò, hanno già provveduto...", Patroni Griffi (in questo caso Filippo) che riesce a comprare una casa vista colosseo a un ottavo del suo valore di mercato facendo passare la zona come a rischio sismico (del tutto incidentalmente con la consulenza legale dell'Avv. Malinconico) fanno parte dello stesso scenario. Del quale a questo punto fa parte anche il viaggiatore di commercio immaginato da Vecchioni, che fa la faccia dispiaciuta (o stupefatta) ma dentro... ride.
Perchè il punto è questo. Scajola, Patroni Griffi e Malinconico non appartengono ad una casta politica: appartengono ad una complessa collezione di etnie diversissime fra loro in tutto e per tutto salvo quando c'è da fare la furbata italiota e lucrare un privilegio.
Allora, e solo allora, lo Stivale non è più lacerato da mille tensioni e non è più percorso da mefitiche ventate di diffidenze reciproche (spesso finalizzate al trovare la categoria più debole sulla quale scaricare colpe ataviche): in quei momenti ci sono degli automatismi che attraversano le collocazioni geografiche, professionali e di censo.
Una delle gag preferite di Stefano Belisari in arte Elio al momento dell'ennesimo ultimo bis è "Gli altri bis facevano parte del prezzo del biglietto. Questo bis ve lo offriamo completamente gratis. Un applauso alla parola gratis.". E l'applauso è quasi sempre più stentoreo che per Tapparella, Cara ti amo o Servi della gleba.
La distinzione fra "politici" e "tecnici" è un grazioso gioco di retorica a buon mercato.
Specie adesso che una importante fetta di coloro che siedono in Parlamento non sono liberamente eletti ma semplicemente "nominati" e quindi devono rispondere al loro segretario politico piuttosto che agli elettori.
Forse solo nelle formazioni di estrema sinistra, spazzate via nel 2008 da qualsivoglia rappresentanza parlamentare anche grazie alla dissennata linea strategica che ha condotto alla nascita del PD, poteva capitare che arrivasse in Parlamento un operaio o un impiegato che si segnalasse solo per la sua passione e preparazione.
Oggi credo che non capiti più. E chissà se, quando e come ricapiterà....
Tornerà la moda dei vichinghi, torneremo a vivere come dei barbari. Tornerà la moda sedentaria
dei viaggi immaginari e delle masturbazioni.
L'analista sa che la famiglia è in crisi,
da più generazioni, per mancanza di padri.
Ed io, che sono un solitario,
non riesco;
per avere disciplina
ci vuole troppa volontà.
Sono passati appena tre giorni dall'immedesimazione nel precedente post con l'ottimismo vitalista e un po' tanto naif del Lucio Dalla paroliere apprendista (seppur temperato da una fuggevole citazione del Naufragio della London Valour di deandreiana memoria).
Mentre si aspetta di capire se il Professor Mari & Monti può a qualsiasi titolo ed effetto essere considerato una cura o, piuttosto, parte integrante ed integrale del problema, ci si può rifare a una canzone di Battiato dall'inequivocabile titolo Tramonto Occidentale.
Una canzone che sorge dal cuore degli anni '80 (laddove quella di Dalla era figlia del cuore oscuro degli anni di piombo) nonchè dal cuore della produzione dell'inquieto artista catanese (come lo definirebbe un bravo critico musicale) che da trent'anni è avventurosamente in bilico fra l'easy-listening e la musica colta (o magari còlta sul fatto).
Già allora, nel momento in cui l'illusione di un benessere generalizzato ed eterno era massima dopo anni di austerity e di terrore, Battiato prevedeva lucidamente la fine della parabola (tanto in senso geometrico che in senso evangelico).
Prima che la storia dispieghi appieno la sua logica immanente, implicita, latente ed intrinseca, il genere umano dovrà attraversare tutta una serie di recessioni, regressioni, soffi ruvidi e brutali di entropia e disordine.
Il filosofo, nel suo comodo studio che si paga con lo stipendio di parlamentare o di assessore, de minimis non curat.
L'uomo della strada, nella sua scomoda e mal riscaldata bicocca che si paga raschiando il barile di una crisi economica sempre più inflessibile verso gli inferiori, impreca smadonna e ulula alla luna e de minimis curat, et etiam in magna abundantia, quia de maximis curare non potest.
Anche la famiglia è in crisi per mancanza di padri (e, aggiungerei, per inveterata stanchezza delle madri in posizione ambivalente verso il proprio retaggio biologico con le sue subdole implicazioni).
E c'è poco da marciare in improbabili Family Day un po' in stile mulino bianco: provateci voi a metter su famiglia di questi tempi che poi ne riparliamo.
Ultimo sapido tocco battiatiano, battiatesco, battiatese: per avere disciplina ci vuole troppa volontà.
Per apprestarsi a fare i sacrifici che quando li proponevano Prodi e Padoa Schioppa l'opinione pubblica li ha crocefissi in sala mensa (col vantaggio che venivano proposti quasi 6 anni prima, e 2 anni prima dell'inizio della crisi e NON dopo tre anni in cui il più grottesco scimmiottamento di uomo di stato che la storia ricordi spergiurava che non c'era crisi veruna) ci vuole troppa volontà, e anche una improbabile fiducia per il potere politico specie quando si dà un ritocco cosmetico per sembrare tecnico.
Se mi fermo qui il post è concluso in se stesso o vi lascia con un senso di irrisolto come succederebbe a Jovanotti se la sua lei lo tradisse con Marco Mazzoli?
La notte sembrava ancora lunga quando Lucio Dalla incise questa canzone: eravamo esattamente a metà strada fra via Fani e la stazione di Bologna, dove questa volta non arriverà in un baleno la folkloristica notizia di un folle anarchico individualista che si è lanciato contro un treno.
Se vogliamo aggiungerci anche la strage di Ustica con una gamma di ipotesi che spazia fra il dramma e la fantascienza-horror-splatter, l'Italia era accerchiata dalla nera nuvolaglia del fanatismo di destra, di sinistra, da nord e da sud, da est e da ovest.
Mentre per l'ennesima volta in pochi anni, una nuova impennata del prezzo del petrolio faceva intuire che non ci si poteva cullare all'infinito nel sogno di un benessere generalizzato e progressivo.
Eppure, con la creatività e la fantasia di cui l'Italia non è mai stata avara, si stavano preparando i colorati e gioiosi anni '80 che certo non avrebbero moltiplicato pani e pesci ma avrebbero quanto meno moltiplicato le televisioni e le droghe aumentando con sapiente strategia l'illusione del benessere.
E' proprio in quegli anni '80 che Bettino Craxi (oggi ricordato a ragione come il prototipo del politico corrotto e faccendiere prodotto di una scandalosa Prima Repubblica, ma almeno capace di ricordare ai cowboys americani in gita premio a Sigonella che l'Italia non era un loro protettorato) rispolverò un concetto gramsciano spacciandolo simpaticamente come suo (come dire che la sua parte autenticamente socialista aveva preso il sopravvento ma non poteva essere dichiarata come tale): "Rivendichiamo l'ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione".
Dalla, che al massimo può essere criticato per aver spesso svenduto il suo straordinario talento artistico e compositivo sull'altare di produzioni di facile consumo, nel passaggio tra i plumbei ma intensissimi anni '70 e i colorati e un po' tanto fatui anni '80 conosce la sua fase di massima ispirazione. E anche lui molto a modo suo parla dell'ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione.
Con la sua impostazione da Ligabue della parola (e in questo caso alludiamo ad Antonio piuttosto che a Luciano), il buon Lucio compone un affresco minimalistico ma efficace di anni in cui "si esce poco la sera e si sta senza parlare per intere settimane", però alla fine ci si lascia cullare un po' dalle ruffiane promesse della televisione (Ah... Io sarei lo stronzo, quello che guarda troppo la televisione... Beh, qualche volta lo sono stato, l'importante è avere in mano la situazione, dirà in una canzone dell'anno successivo, Telefonami fra 20 anni) e un po' dalla tendenza congenita dell'essere umano a costruirsi utopie e viaggi pieni di speranza con l'implicita clausola che non si arrivi mai.
Il profluvio di promesse e di speranze, in ogni modo, non impedirà qualche misteriosa scomparsa di persone troppo furbe o troppo cretine. L'importante è stare tutti sempre in campana e ben preparati, a rialzi inopinati dello spread, ingiunzioni di pagamento equitaliote, taroccamenti del campionato di calcio, macchinazioni della casta mentre il professore colto e bocconiano fa con sussiego e compunzione tutto il lavoro sporco, perdita di sovranità popolare, perdita di potere d'acquisto, fuga dei cervelli mentre purtroppo i corpi restano in Italia, e contro ogni sorta di naufragi o di altre rivoluzioni.
Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po' e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. Da quando sei partito c'è una grossa novità, l'anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va.
Si esce poco la sera compreso quando è festa e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra, e si sta senza parlare per intere settimane, e a quelli che hanno niente da dire del tempo ne rimane.
Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno.
Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno, anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno.
E si farà l'amore ognuno come gli va, anche i preti potranno sposarsi ma soltanto a una certa età, e senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età.
Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico e come sono contento di essere qui in questo momento, vedi, vedi, vedi, vedi, vedi caro amico cosa si deve inventare per poterci ridere sopra, per continuare a sperare.
E se quest'anno poi passasse in un istante, vedi amico mio come diventa importante che in questo istante ci sia anch'io.
L'anno che sta arrivando tra un anno passerà io mi sto preparando è questa la novità.
Io sarò una culona inchiavabile ma tu ce l'hai piccolo così. E adesso telefono a Giorgio!!!!
Sul fatto che un anno non finisce e non ricomincia come capita a un gioco o a un amore mi sono già pronunciato in tutte le fine d'anno precedenti, e quindi non ritornerò sulla faccenda.
La notte di San Silvestro non ha nè il fascino nè la magia di quella di Natale, mentre quella tende ad essere raccolta e familistica (con le amanti accantonate fino a tutto il 26, chiosava Paolo Rossi in una sua dimenticabile Canzonaccia, di nome e di fatto, scritta in strana coppia con Claudio Baglioni), questa è chiassosa e proterva ed in essa si scaricano anche pulsioni semiomicide attraverso piccoli conflitti a fuoco e il rituale ancora vivo in alcune zone di buttare dalla finestra quello che non si usa più (e molte mogli spiritose cercano di svitare l'aggeggio una volta da riproduzione al consorte ormai tutto Sky Calcio e rutto libero) senza peritarsi di poter colpire qualche passante.
La fine dell'anno, pur essendo del tutto arbitraria (potrebbe quanto meno coincidere con un solstizio, un equinozio o un prelievo forzoso di Equitalia, ma anche questo mi sa che l'ho già detto e non voglio ridurmi come il babbo Tonino che aveva negli ultimi anni di vita un ripetitivo repertorio di 7-8 frasi sentenziose che proferiva sistematicamente con l'aria di chi sta per fare un'inaudita rivelazione) serve comunque per collocarvi consuntivi e chiusure dell'esercizio finanziario, anche se spesso gli uni e le altre tracimano nell'anno successivo attraverso un autoreferenziale sistema di deroghe, proroghe e biechi mannelli.
E allora il 2011 è stato un anno menzognero, visopallido lingua biforcuta e probabile tifoso della Reggiana.
Cominciato con imperiosi venti di rinnovamento confluiti in un vero e proprio '68 nordafricano, proseguito (in Italia ma non solo) con venti di rinnovamento più di basso profilo a livello europeo (ma si sa, l'Europa è una vecchia signora che contempla se stessa e cambia meno che può mentre l'Africa è una giovane donna che ti fa innamorare e poi ti dice di no) nei quali poteva perfino sembrare che governanti incapaci fossero almeno capaci di chiedere scusa e togliere il disturbo, si è concluso con un grottesco corto circuito in cui le banche hanno per certi versi surrogato la volontà popolare, creando lo stesso groviglio per cui se una mamma dà del deficiente a suo figlio dalla mattina alla sera va tutto bene, ma se ci si prova qualcun altro (o addirittura un'altra mamma!) la genitrice salta su e si indigna in modo feroce.
C'è solo una consolazione. Che quando il 2012 si presenterà alla frontiera di Chiasso col Suv pieno zeppo di spread di contrabbando, verrà rispedito indietro e, in Italia, il 2011 durerà fino a nuov'ordine.
E' dal 16 novembre che sospendo il giudizio e, forse, mi turo anche il naso.
Questa immagine del "turarsi il naso", molti lo ricorderanno, è una sapida metafora di Indro Montanelli, che invitava a "turarsi il naso e a votare DC" come male minore.
In quel caso, comunque, chi si turava il naso lo faceva rispetto ad una propria scelta, nella convinzione (secondo me scorretta ed assurda, ma comunque liberamente elaborata dall'elettore) che una eventuale possibilissima vittoria del PCI avrebbe portato all'ingovernabilità o, peggio, ad una feroce dittatura.
Nel caso presente, viceversa, chi si tura il naso lo fa rispetto ad una scelta formalmente coerente col dettato costituzionale (visto che in ultima analisi il Professor Mari & Monti ha dovuto chiedere la fiducia al Parlamento e non è arrivato in cima a un carro armato) ma sostanzialmente molto anomala: un governo deciso in modo unilaterale dal Presidente della Repubblica e presentato come l'unico possibile.
Continuo a pensare che Giorgio Napolitano, prima di fare un passo simile, abbia valutato con assoluta attenzione tutte le ipotesi alternative. Mi darebbe un enorme dolore pensare che questa scelta sia discesa da ordini arrivati direttamente da Berlino, da dove una lievemente attempata ma ancora dinamica valchiria non avrebbe avuto problemi ad avere la meglio su un Primo Cittadino vecchio, stanco ed ormai bisognoso di riposo (come lo descrive con una certa bonomia Crozza e con molta meno bonomia il suo concittadino Grillo).
Anche se:
l'autorevolezza della fonte
e (soprattutto) la prontezza e virulenza delle smentite, per altro come la quasi totalità delle smentite totalmente prive di convincenti supporti documentali, un po' per la serie "la nostra parola di galantuomini della politica contro la parola di quei lestofanti della stampa"
lasciano più di un dubbio che il tutto possa essere drammaticamente vero.
Una analisi deduttiva alla Sherlock Holmes porta invece a ritenere che (del tutto indipendentemente da una telefonata imperativa della valchiria, che sarebbe gravissima sul piano etico-morale ma ininfluente su quello pragmatico) Napolitano possa aver ricevuto spontanee e libere dichiarazioni da parte tanto di Berlusconi che di Bersani sul non sentirsi, nè l'uno nè l'altro, in grado di stare al timone di una nave alla deriva.
E questo, attenzione, non lo ascriverei ad un vissuto di incapacità.
Lo ascriverei alla convinzione che chiunque fosse stato al timone in un momento in cui la nave andava per conto suo coi motori in avaria e (secondo alcuni) diversi vascelli pirata in accostamento, avrebbe visto precipitare il proprio credito elettorale, ed avrebbe catastroficamente perso le prossime elezioni.
Non è chi non veda che, in 17 anni che più bipolari non si può neppure col candeggio, nessuno dei due schieramenti è riuscito a vincere due elezioni di fila.
Che Berlusconi a un certo punto si sia trovato di fronte all'evidenza che la sua posizione di Primo Ministro incapace e incompetente nuoceva in modo concreto alla quotazione in borsa delle sue aziende è chiaro a tutti. E si può anche ipotizzare che perfino la sua posizione di imputato in un certo numero di processi che stavano raggiungendo la fase calda fosse aggravata, piuttosto che alleviata, dalla sua posizione di Presidente del Consiglio.
Meno evidente, certamente probabile ma non sicuro, è che il PD temesse come la peste l'eventualità di libere elezioni che avrebbe stravinto senza tenere le mani sul manubrio e forse senza neppure pedalare. Per rischiare di venire sbalzato via dopo pochi mesi dal mare montante della propaganda più di massa che un partito formalmente democratico abbia mai potuto vantare nella storia dell'umanità.
Il fatto che Bersani e Berlusconi abbiano stretto un perverso armistizio, votando da bravi fratellini virtualmente tutto quello che il governo tecnico super partes decide, fa veramente pensare che il lavoro sporco venga destinato a Monti.
Con una differenza, però.
Che la totale incapacità della Berlusca Band di dare dell'Italia un'immagine credibile sul piano internazionale (dato che comunque, euro o non euro e BCE o non BCE, l'interdipendenza delle economie mondiali è ormai un dato di fatto ineludibile) è stata acclarata oltre ogni ragionevole dubbio.
Mentre quello che emergeva dall'esito delle due ultime tornate elettorali (amministrativa e referendaria), insieme ai dati piuttosto espliciti dei sondaggi, dava la dimostrazione che l'Italia chiedeva a questo PD almeno di provarci.
L'attuale posizione del PD è perdente sul piano elettorale, perchè Berlusconi sta recuperando consensi e in questi ultimi giorni si sta rimangiando la sua poco pcredibile promessa di non volersi più ricandidare. Se Monti dovesse durare fino alla fine naturale della legislatura, è quasi scontato che la rimonta avrà tempo di completarsi. E questo è un problema del povero Bersani, che fa rimpiangere perfino i bizantinismi del Veltroni coi suoi insopportabili "Ma anche".
Ma la posizione del PD è perdente e dolosa sul piano dell'interesse nazionale, e questo è un problema di ogni singolo Italiano.
"E vulive verè ca faciva pure delle storie" viene aggiunto da una mano anonima alla partecipazione a lutto di un 95enne "spentosi serenamente", nel libro e nel film "Così parlò Bellavista" di Luciano de Crescenzo, onesto ingegnere convertito alla rivista da Renzo Arbore (così come era capitato ancora prima all'architetto Mario Marenco).
Non credo che Giorgio Bocca si sia spento serenamente. Si sarà spento con quella sottile aria di indignazione che lo aveva accompagnato per tutta la vita, quella indignazione molto piemontese che sconfina da una parte con l'incazzatura e dall'altra con la rassegnazione; o, come direbbe un bravo psicologo (categoria nella quale non rientro nè ci rientrai mai, almeno per quel che concerne l'aggettivo), da una parte con una proiezione maniacal-paranoide del conflitto sul mondo esterno; dall'altra con una introiezione isterico-depressiva del conflitto medesimo.
I Piemontesi hanno fatto l'Italia; non contenti, hanno costruito la prima grande industria nazionale; rendendosi conto che ancora non bastava, le hanno affiancato una squadra di calcio dai colori evocativi di una contraddizione fra amore e odio che non ammette terze vie; per finire, hanno vissuto i doveri e gli obblighi di una lotta di liberazione (che non poteva tradursi in cerimoniali diplomatici alla Camillo Benso Conte di Cavour) con il rigore e la severità (i nostalgici fascisti la chiamano "ferocia") più alti.
Queste creazioni piemontesi tendono spesso a sfuggire di mano ai loro artefici, che non hanno l'abitudine di attaccarsi troppo alle cose che hanno prodotto.
L'Italia, la Fiat, la Juventus, i valori della Resistenza, soffrono un po' di crisi abbandonica, vanno in depressione, finiscono in serie B, hanno un difficile rapporto con lo Stato dal quale prendono volentieri ma poi si dimenticano di restituire, flirtano con gli stranieri e possono passare nel giro di pochi anni da Anastasi a Zavarov e da Mirafiori a Detroit.
Anche i valori della Resistenza hanno attraversato altalenanti momenti: diventati presto un'icona stucchevole e indifferenziata, una sorta di messa laica di cui si ripetevano le parole senza neppure più comprenderne il significato, hanno subito negli ultimi 20 anni attacchi sempre più serrati da parte di revisionisti, negazionisti, ipersemplificatori in balia dell'ignoranza e guastatori in balia della malafede; troveranno, io credo e spero, una sintesi più alta (secondo quella triade tesi-antitesi-sintesi che parte da Aristotele e arriva fino al marxismo meno stagnante) in quella nuova resistenza che parte dal basso ma non trova ancora traduzioni adeguate a livello politico. Hegelianamente (si può dire? Intanto lo dico) sarebbe un'idea che ritorna in se stessa e manda a cagare tesi ed antitesi.
Ecco.
Giorgio Bocca quei valori li portava, li indossava, come una imprescindibile prerogativa, ben convinto e consapevole che sarebbe stata di anno in anno più difficile da indossare, ma altrettanto convinto e consapevole che averli vissuti ed incarnati non era stato, e non sarebbe mai stato, una gloriosa parata che dava solo onori a buon mercato e non costosissimi oneri. Era un tesi impermeabile a qualsiasi antitesi al servizio di chi, più giovane e speranzoso di lui, volesse tentare una sintesi.
Un altro grande partigiano che aveva preferito la politica al giornalismo poteva indulgere a momenti di patriottismo un po' di maniera (come deve talvolta fare un suo successore). Lui no.
E' stato il giornalista più atipico e più indispensabile che la storia italiana potesse meritare.
In un paese in cui spesso il giornalismo sconfina in campi più o meno nobili (da quello improduttivo ma in fondo innocente del puro esercizio di stile, a quello tutt'altro che improduttivo e tutt'altro che innocente dell'attaccare l'asino dove chiede il padrone) il destino ha voluto che proprio un signore capitato nel mestiere attraverso un itinerario illogico e apparentemente casuale dovesse diventare l'icona del libero pensiero.
Per sessantacinque anni Bocca ha scritto quello che pensava, col suo stile antierudito ed antiretorico, che rifuggiva dalle citazioni e dalle frasi ad effetto (che invece, in altri due grandissimi del giornalismo come Montanelli e Biagi, spesso trovavano uno spazio perfino eccessivo, e qualcuno ricorderà le prese in giro di Stefano Benni all'illustre concittadino, immaginato a compilare articoli tutti all'insegna di "come disse il tale e come disse il tal'altro"). Prendendo talvolta colossali cantonate, delle quali a volte si scusava e altre volte no: ma in base a quello che gli dettava la coscienza, non l'opportunità.
E forse questo suo essere provocatoriamente "anti-italiano", come si intestava la sua famosa rubrica settimanale sull'Espresso, era il più alto tipo e livello di amor patrio: non un rassegnato amore per la patria com'è, ma un disperato amore per la Patria come potrebbe, dovrebbe e vorrebbe essere.
“Il segretario Rizzo e il responsabile esteri Galdi hanno espresso dolore e presentato le condoglianze al popolo nordcoreano per la morte di Kim Jong-il, guida della causa rivoluzionaria dell’ideologia Juche e del Partito, dell’esercito e del popolo della Repubblica Democratica Popolare di Corea”.
No, Marco, questa volta no.
I tuoi eroici tentativi di portare ancora in giro un'ideologia squalificata, sbertucciata, fraintesa ed identificata con i suoi esiti pragmatici (sarebbe, lo dico spesso ed è uno dei mei ronzini da scaramuccia, giacchè cavalli di battaglia proprio non ne ho, come identificare il Cristianesimo con le mille scandalose contraddizioni dei vertici vaticani e non con i povericristi che tra mille peripezie al messaggio di amore e fratellanza di Gesù ci credono ancora) hanno sempre suscitato la mia incondizionata ammirazione.
Rinunciare ad intrupparsi nel Pd per inseguire una quinta legislatura e restare a fare il militante semplice (seppur con un vitalizio di 4900 euro mensili il sacrificio appare sopportabile) è indizio di dirittura morale e coerenza.
Ma il pomposo inquietante telegramma, odoroso di comunismo anni '50, di dolore e condoglianze per la morte di un tiranno corrotto e rincoglionito che viveva nel lusso mentre il suo popolo soffriva una fame omogenea a cui sfuggivano ovviamente solo i funzionari di partito (nessuno dei quali era uscito, come capitò a te, dalla cerchia degli operai), no, quello neppure l'imminenza del Natale me lo farà digerire.
Il tuo, ma diciamo pure il nostro, Karl Marx parlava di un processo dialettico che passa attraverso errori, crisi e conflitti per arrivare, prima o poi, alla presa di coscienza del proletariato che a quel punto affonderà un semplice punteruolo nel burro fuso delle contraddizioni del capitalismo e realizzerà la sua dittatura quasi per grazia ricevuta.
Come sempre nella filosofia, la pars destruens può essere di esattezza quasi matematica (e le previsioni di Marx sulle contraddizioni strutturali del capitalismo e sulla sua intrinseca instabilità e impossibilità di garantire un benessere equo e generalizzato erano di tale oracolare precisione che proporrei di intitolare il 2012 International Karl Marx's Year), la pars costruens a volte pecca di deragliamenti in un'utopia misticheggiante.
Il capitalismo è in crisi ma il proletariato non solo fa fatica ad accorgersene, ma in massa tende a votare a destra sperando di poter assomigliare a quel fetente del padrone (nato prima di Freud, Marx non poteva prevedere il fenomeno della identificazione con l'aggressore) o quanto meno di afferrare brandelli del suo banchetto. Almeno nella nostra martoriata Italia, il principale serbatoio elettorale della sinistra è paradossalmente più identificabile con una borghesia medio-piccola di liberi professionisti e piccoli imprenditori.
In questo contesto, due elementari considerazioni saltano all'occhio, e spero che non le prenderai come omaggio al conformismo intellettuale che a tuo parere riguarda tutti quelli che non hanno capito la logica del tuo telegramma.
(a) Il processo dialettico di riconoscimento dell'antitesi e superiore fusione in una sintesi dovrebbe esserti consueto e familiare ed aiutarti a capire che non è più possibile giustificare dittature ignoranti e liberticide come momenti di necessario conflitto e disordine sulla strada della Dittatura Del Proletariato (diceva Gaber "La rivoluzione? Oggi no, domani forse, ma dopodomani SI-CU-RA-MEN-TE!!!!!). E che in quelle dittature, di comunista, di egualitario, di equo, di giusto, non rimane più nulla.
(b) Il bisogno di un proletariato che non si riconosce più come classe (proprio nel momento in cui ha eroso una fetta inquietante di ex-piccola borghesia impiegatizia) e che cade vittima della truce propaganda della Destra, non è quello di sentire incensare esperienze estranee oltre tutto fallimentari, ma di trovare uomini di grande testa e di grande cuore che sappiano ricostruire questa benedetta indispensabile preziosissima Sinistra Italiana strappandola a quella brutta copia della Democrazia Cristiana che diventa ogni giorno di più il Partito Democratico del Nonsisadove.
"Sto leggendo i diari di Mussolini e devo dire che mi ci ritrovo". E fino a qui siamo nell'ambito delle esternazioni di pessimo gusto ma ancora ammissibili nell'ambito della libertà di espressione e, come diceva Voltaire: "Non condivido le tue idee ma darei la vita perché tu possa esprimerle.".
"Il fascismo era una democrazia minore". E qui il quadro interpretativo slitta e si sdoppia:
fra una totale non capacità di intendere e di volere, per cui se codesto assunto fosse faticosamente messo insieme da un ascoltatore della "Zanzara" di Radio 24, Cruciani si informerebbe sull'esatta ubicazione dell'esternatore mentre Parenzo lo esorterebbe ad accogliere senza fare resistenza i ragazzi in camice bianco che sarebbero di lì a poco accorsi a prelevarlo;
e una sostanziale, anche se palesemente incompleta, capacità di intendere e di volere, per cui se codesta, peraltro non motivata in alcun modo, opinione fosse espressa in contesto pubblico ed ufficiale (come è avvenuto) da un privato cittadino, una pletora di avvocaticchi in cerca di visibilità si metterebbero a telefonare ai loro clienti più sprovveduti per sollecitarli a denunce per apologia di reato, tentata ricostituzione del PNF, oltraggio al Popolo Italiano, turbativa d'asta, abigeato e guida in stato d'ebbrezza (state tranquilli che oggi, spesso, le denunce nascono da questo pittoresco scambio di ruoli fra mandante e sicario).
Da 17 anni permane in effetti il dubbio se quando il Bisunto dal Signore parla il cervello sia pienamente collegato, debitamente irrorato d'ossigeno e non devastato da una notte di sesso a pagamento (ovviamente altrui e, alla Peo Pericoli, a sua insaputa, altrettanto ovviamente....), insieme alla certezza che virtualmente mai queste tre condizioni si verificano insieme.
Dare del kapò a un eurodeputato che, in tono perfino troppo bonario, gli chiedeva conto dei suoi conflitti d'interesse; definire "abbronzato" Obama; raccontare orride barzellette in contesti che richiederebbero un minimo di austerità (aperta parentesi: anche il cow-boy Reagan faceva battute in contesto ufficiale, ma erano fulminanti battute di 5 secondi che strappavano un sorriso anche ai suoi più fieri avversari, da consumato uomo di spettacolo); dare del dilettante a Zoff per non aver fatto marcare a uomo Zidane (quando un presunto intenditore dovrebbe sapere che la marcatura a uomo è scomparsa da circa 815 anni anche dai campetti di Promozione); spiegare a Zapatero che Roma fu fondata da Romolo e Remolo; paragonare il Papa al Milan, eccetera eccetera eccetera.
A volte mi assaliva il dubbio che, come il suo mentore Mike Bongiorno (che, intervistato fuori scena, sembrava un uomo di buona cultura e dotato di un delizioso senso dell'umorismo, per tornare un decerebrato appena prendeva la cartelletta delle domande in mano), la sua immagine di taumaturgico deus ex machina fosse abilmente e subdolamente intessuta di una finta ignoranza che lo rendesse "il presidente della porta accanto" a capo della parte più incolta e selvaggia del Paese che di politica non ne vuol sentir parlare ma almeno con lui si divertiva e si sentiva in qualche modo rappresentata ai massimi livelli. Mentre con Mari & Monti il sonno obiettivamente ti coglie dopo una decina di secondi anche se hai per lui la massima stima e solidarietà.
Ma di fronte al suo comportamento di questi ultimi 6-7 mesi, che ha gravemente eroso la sua base elettorale e la sua schiera di aficionados (quando perfino la Carlucci e Stacquadanio mordono il freno è veramente il segno di una debacle, e non parliamo della cacciata dal Tg1 del suo massimo aedo, segno tangibile che il cda Rai non lo teme più), tornavo a convincermi che si trattasse ormai di un caso di fuga del pensiero, direbbe Dario Vergassola "E' una fuga di cervelli. Peccato che i corpi restino in Italia".
Siccome a volte riesco ad osservare in modo neutrale senza partigianerie lo scenario politico, avevo riconosciuto all'importatore del bunga-bunga (che lo inviteremmo amichevolmente ad abbandonare perchè il creatore di questo rituale erotico non è che sia finito benissimo) una certa sagacia nello scegliere (a) tempi e modi della ritirata strategica e (b) un minimalistico basso profilo da quel momento in poi.
Avete presente quando il giudice Morton deve snidare Roger Rabbit nascosto nei pressi?
Si limita a canticchiare "Mazza la vecchia...".
Roger Rabbit suda, trema, cambia colore, gli occhi gli schizzano fuori dalle orbite, da quella povera bestiola quale purtroppo è esercita quel misero autocontrollo che ha a disposizione, fino a prorompere in uno stentoreo "Col fliiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiit...." che lo smaschera.
Purtroppo il presunto figlio del Duce manda in risonanza nel suo benefattore i peggiori coniglieschi istinti. E senza neppure bisogno di accennare "Osteria numero mille".
Travolti dalla cronaca impellente, incombente e anche un po' indisponente, chissà quanti si ricordano che 42 anni fa, allora come ora in atmosfera gioiosamente prenatalizia, la strategia della tensione madre degli anni di piombo raggiunse la sua più rapsodica e magistrale vetta.
La cònsueta prassi del terrore, come la chiamerà Guccini nella sua Lager, mettendo l'accento sulla o per motivi metrici. Che in un altra canzone, affermerà Gli anarchici li han sempre bastonati e anche questo accenno non appare fuori tema.
Non fa neanche più effetto, in fondo ne muoiono tanti anche al weekend di ferragosto, canterà in un recitativo decelerato Gaber al termine della sua La peste nera.
Era un paese apparentemente alla deriva, di lì a poco colpito da una crisi energetica che ai miei occhi di adolescente sembrava definitiva, dettata dall'imminente esaurimento delle risorse naturali, quando invece era dettata più che altro dall'inizio di quei complessi giochi di società tra l'oriente fornito di petrolio e l'occidente bisognoso dello stesso.
Quarantadue anni dopo, passando attraverso il riflusso, i patinati anni '80, la caduta dei muri, Mani Pulite e Mani Sporche, due tentativi di imitazione di Mussolini da parte di politici milanesi (il secondo abbastanza plausibile), intrecci inestricabili fra politica giustizia e bassissima finanza, il paese ha fatto un passo avanti.
Come dobbiamo interpretare il boom di ascolti dell'ultima puntata dello show televisivo di Fiorello? La risposta più istantanea, istintiva e banale (che non è detto automaticamente nè che sia giusta nè che sia sbagliata, diciamo che a volte si fa centro anche senza prendere la mira specie se il bersaglio è enorme) è che in un momento di grossa grisi, come avrebbe detto Corrado Guzzanti quando gli era consentito l'accesso al vasto pubblico, l'appello ai circenses è inevitabile quando perfino il pan ci manca e sul ponte sventola bandiera bianca.
Ma noi a Beethoven e Sinatra preferiamo l'insalata e quindi andiamo avanti.
Il bersaglio era enorme, non ho preso la mira e quindi ho sentito come un tonfo ad indicare che una parte di risposta è stata centrata.
Senonchè al buon Rosario Fiorello da Augusta l'appellativo di circense va un po' stretto. E il correlativo implicito appellativo di pecoroni ottusi va un po' stretto a quel 51% di teleutenti che, si stima, abbiano stazionato davanti al curioso elettrodomestico ormai in agonia per pascersi del di lui talento.
Fiorello non è stato catapultato nel tubo catodico (che forse, anzi sicuramente non esiste più ma come metafora regge ancora) da un reality-show o talent-show dove una vecchia gloria dello spettacolo prezzolata da un suo zio possidente biascica un "Per me è sì".
Classe 1960, Fiorello si è fatto un culo come una campana come animatore-tuttofare nei villaggi turistici, ha imparato a fare un po' di tutto (e, bisogna dirlo, tutto più che bene), è approdato in televisione a trent'anni, ha rischiato di bruciarsi subito assumendo le pose della star tutta parties e sniffate ben prima di esserlo, è caduto si è rialzato è sdrucciolato di nuovo, è passato anche attraverso programmi agghiaccianti (il dimenticabile Non dimenticate lo spazzolino da denti fa brutalmente testo), è diventato un vero inimitabile one-man show ben oltre i 40 anni.
Classe 1861, il popolo italiano si è fatto un culo come una campana passando attraverso squallide avventure coloniali, guerre civili, due guerre mondiali catastofiche ivi inclusa quella vinta, disintegrazione fra nord e sud addirittura ingravescente negli anni, uno sviluppo industriale rapido e tumultuoso dalla duplice faccia: un breve rapido boom seguito da quarantacinque anni di colossali sesquipedali contraddizioni (chiamiamole così per carità di patria).
Ieri sera si sono incontrate due grandi entità tormentate, piene di risorse ma sempre a rischio di default, entrambe pronte a dare di sè un'immagine discutibile ma, messe nelle condizioni giuste, in grado di esprimere un talento e una creatività unici al mondo.
Fiorello non ha fatto nulla di speciale. Cosa ci voleva a riscoprire il varietà degli anni '60 e a riproporlo in salsa postmoderna? Probabilmente ci voleva un talento e una capacità di stare in scena che latita grandemente, o è del tutto assente a parte il suddetto Fiorello.
Quei 12.310.000 spettatori che, come ipotetica proiezione di un campione Auditel da sempre tale da essere preso con le molle (come qualunque altro campione statisitico, peraltro) mi sembrano italiani che anche nel momento dello svago un po' spensierato (che più di un po' non si riesce) sanno riconoscere un prodotto di qualità.
E' arrivato il deus ex machina, calato dall'alto attraverso un ingegnoso sistema di cavi e carrucole ideato dall'artigiano del Peloponneso Demetrios Tachipsicos; o, per restare più vicini nel tempo, è arrivato il gigante, invocato a gran voce dal popolo spaventato (o dai suoi possibili conquistatori?) che afferra Joe Condor per la collottola, mentre il malcapitato si dimena e si divincola profferendo il suo classico tormentone "Ma mi lasci... Non ci ho il paracadute... Non ci ho la mutua...".
In un caso o nell'altro, la normale successione di eventi subisce uno strappo, la commedia bene o male deve finire e il Carosello ha la sua durata limitata, quindi per ipotizzare un happy ending bisogna scalare di livello e azzerare tutto.
Il deus ex machina può presentarsi con effetti speciali e terrificanti clangori; o può essere un dio minore, o perfino un do minore alla Paolo Belli; così come il gigante alla fine tratta Joe Condor (che nel nostro caso è trasparente metafora della classe politica pregressa) con paternalistica bonomia, e magari gli può dire "Avete esagerato con la concertazione".
Poi ci possono essere casi in cui a un deus ex machina tonitruante e logorroico si può sostituire un controdeus ex machina apparentemente di basso profilo, che ogni tanto perde il filo ed ha qualche imbarazzante esitazione, insegue foglietti che non trova, tenta qualche piccola battutina umoristica con tono poco convinto per non sembrare troppo austero.
Tra i due estremi di questo continuum c'è una roba di cui si è perso il sapore, come le cene vegan i cui sacchetti di plastica finiscono dove non dovrebbero: la politica.
Ora è solo come la pioggia come pioggia nelle strade con le radici con le sue ali come un re di spade. Solo come un sospiro un orizzonte perso di vista è solo come un gigante è solo un vecchio comunista.
(Gang, Le radici e le ali)
L'anomalo suicidio di Lucio Magri meriterebbe, e in effetti sta meritando, talenti letterari ben superiori al mio per riflettere sull'asimmetrico dialogo tra l'Uomo e la Morte.
Dagli antichi greci ben lontani dal default ad un giovane Sigmund Freud non ancora diventato una obliqua icona del conformismo finto-alternativo, Amore e Morte sono i poli attrattori ineludibili della vita di ognuno. Qualcuno ci mette anche le tasse, ma da quelle è molto più facile sfuggire.
Ci vuole molta profondità di pensiero e di emozioni per capovolgere il rapporto fra sè e la morte: c'è un ancestrale stereotipo che ci fa credere sostanzialmente immortali e immuni da malattie ed invecchiamento, e quindi ci fa dolorosamente meravigliare quando ci rendiamo conto che non è così.
Mi viene in mente una novella, credo di Ray Bradbury, in cui una razza di potenziali immortali sceglieva serenamente quando morire: l'aspirante suicida entrava in una specie di cabina telefonica e veniva letteralmente dissolto
Ora vado, io provo a sparire, vado a dissolvermi in cometa, quanto basta per non sentirlo più il gusto strano della vita diceva il protagonista di una canzone di Enzo Jannacci, che gli rispondeva Dov'è che si cambia sparandosi un colpo qui in testa? Lascia fare alla vita questa vecchia fatica, siamo feriti quanto basta...
Qui sta il punto. Jannacci percepisce il suicidio come un atto di violenza, un "ferirsi" e chiosa che a questo ci pensa già la vita.
Mentre Lucio Magri, come Luigi Vannucchi di cui parlerò tra un attimo, lo percepisce come un atto di riappropriazione della propria determinazione.
L'attore Luigi Vannucchi (e non Alberto, come avevo in un primo momento scritto, confondendolo col maestro ipocrita e finto-progressista del monologo di Giorgio Gaber Angeleri Giuseppe, lapsus sul quale mi sto incessabilmente interrogando) si suicidò una trentina di anni fa: si imbottì di sonniferi e si mise a letto con un libro, come per un normale addormentamento a cui seguirà un risveglio.
Qualcuno ancora attaccato a stereotipi sessisti obietterà che codesta è una modalità molto femminea di uccidersi, anzi di lasciarsi morire. Un vero uomo si spara, si impicca, si butta da un ponte.
La realtà è che ogni essere umano ha una parte "culturalmente" maschile e una parte "culturalmente" femminile. E che quasi mai quella maschile è la più intelligente ed equilibrata.
Togliamo il quasi.
La scelta del "suicidio assistito", del quale ignoro le modalità precise e di fatto neppure mi interessano, manda in risonanza i nomi di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro, ma è una risonanza parzialmente impropria.
Lucio non era ammalato nel senso proprio della parola, men che meno disabile. Era semplicemente affetto dal male di vivere, quel rumore di fondo che non ci abbandona mai e che viene attutito o del tutto cancellato da segnali più o meno illusori e provvisori che la vita ci lancia.
Quando quei segnali cessano, o si attenuano, o semplicemente se ne scopre la illusorietà e provvisorietà, quel rumore di fondo diventa assordante.
Quel rumore di fondo è la potenziale maledizione di qualunque essere umano, in grado di riflettere su se stesso fino ad illudersi di essere quasi divino o comunque trascendente, salvo rendersi conto prima o poi di essere un delicato e totalmente imperfetto prodotto dell'evoluzione biologica sottoposto ad ogni grado e genere di sventure (se nel frattempo una qualche forma di religione non ha messo in scacco i dubbi, anzi le disperate certezze).
Per Lucio, la morte di sua moglie e la morte apparente di un'idea erano state più che sufficienti per disvelare il rumore di fondo della sua vita.
Grazie alla sua lucida e tutt'altro che disperata scelta, la morte può fare un po' meno paura.
Minzolini è come quegli spauriti sparuti denutriti soldati giapponesi che, sperduti in qualche postazione strategica del Pacifico, non erano al corrente che la guerra era finita e continuavano il loro ostinato combattimento. Rintracciati nel 1972 da una un po' tardiva missione di salvataggio, accoglievano la stessa lanciando frecce imbevute nella fanghiglia purulenta con una rudimentale cerbottana, l'unica arma che gli era rimasta. Alla fine, su consiglio del colonnello che aveva letto un po' di Freud, venivano lasciati lì.
Il Tg1 è sempre stato filogovernativo, ma questa volta la regola viene violata. E forse non è un caso che, proprio mentre l'ex-Ultimier importatore del bunga-bunga bisunto dal signore ubriaco di Arcore si defila scegliendo il basso profilo; proprio mentre assiste all'onorevole sconfitta dei suoi pedatori di fronte a quei mezzi comunisti del Barca che praticano l'azionariato popolare (fallito perfino a Bologna) dicendo ai suoi fan "Ormai non conto più nulla"; proprio mentre la sua alleanza perde gli ultimi pezzi e si rivela di pessima lega.....
proprio mentre succede tutto questo, l'efferato Augusto moltiplica gli sforzi e riesce, infine, a farsi sorpassare negli ascolti dal Tg5.
A meno che......
A meno che il sedicente epigono di De Gasperi, che ama passare da decerebrato "perché gli Italiani mi vogliono così" (tecnica nella quale forse ebbe a suo tempo l'alto magistero di Mike Bongiorno) ma in realtà ne sa una più di La Russa (il più credibile sosia di Belzebù acquisibile sulla scena) gli abbia fatto una opportuna telefonata miracolosamente non (o non ancora) resa pubblica, del seguente tenore:
"Direttorissimo, al momento che tu mi faccia guadagnare voti o punti percentuali nei sondaggi obiettivi non mi interessa nulla. Visto che ci sei, aumenta ulteriormente la tua faziosità in modo tale da far guadagnare un po' di share al mio Tg5 che è un po' in crisi con i contratti pubblicitari. Esagera, neh, esagera più che puoi... Te saludi...".
Il capitalismo è entrato in una definitiva irreparabile crisi. Una crisi che Karl Marx aveva lucidamente previsto con 150 anni di anticipo, in un secolo in cui le magnifiche sorti e progressive (sulle quali ironizzava Giacomo Leopardi dalla sua turris eburnea di intellettuale marginale ed inascoltato, anzi proprio non desideroso di essere ascoltato) sembravano non avere alcun freno e alcun limite.
Peccato che poi il buon Karl abbia fatto la stessa fine di Gesù e Maometto, interpretato in modo a volte ottuso, a volte strumentale, a volte entrambe le cose, per condurre ad orride illiberali democrazie popolari in cui il popolo non contava nulla o ad orridi ed illiberali dibattiti in polverose biblioteche in cui il dissenso non porta nei campi di rieducazione ma ad un quasi altrettanto doloroso ostracismo.
Ma di fatto Marx aveva ragione: l'accelerazione tecnologica e finanziaria di questi ultimi duecento anni ha prodotto forse una sola vera grande rivoluzione liberale, la rete, dalla quale trasmetto come altri milioni di esseri altrimenti insignificanti il mio libero pensiero; per il resto (usando spesso e volentieri anche la religione quando faceva comodo) ha creato una ingravescente differenza fra un sempre più esiguo manipolo di lestofanti sfruttatori e una quasi totalità di produttori-consumatori a cui viene sempre più circoscritta la libertà personale.
Quello che è capitato prima alla Grecia e poi all'Italia (in entrambi i paesi, però, la cacciata di politicanti alcolizzati che schivano gli occhi di affamati, come cantava Augusto Daolio su parole di Calabrese e musica di Dylan, ha attutito fin quasi ad azzerare lo sconcerto per una siffatta soluzione) è un allarmante parametro (una cartina al tornasole, come un mio esimio collega definiva qualunque dato significativo che emergesse dai colloqui terapeutici) di come la finanza possa detronizzare la politica e, trionfante, dettare tempi e modi della crisi.
E' una nemesi storica e culturale il fatto che un grande paese che si definisce tuttora comunista coniughi il partito unico, la censura e la repressione col controllo ormai sostanziale dell'intera economia mondiale ed un livello di sviluppo industriale insostenibile per la concorrenza.
Ed è un'altra nemesi storica che le tre grandi culle della civiltà occidentale passino momenti drammatici (gli eredi dei faraoni, disillusi dai loro redentori da due soldi che si sono rivelati una pezza non migliore dello sbrego, sono quelli che stanno peggio) irrise e ridicolizzate dagli eredi dei barbari che hanno fatto carriera.
La supposizione è elementare: l'emissario della Goldman Sachs perfezionerà la devastazione della società italiana che è stata ordinata dalla BCE, ed inefficacemente tentata dal governo Berlusconi. Nel frattempo Silvio Berlusconi ed Umberto Bossi lanceranno proteste contro la realizzazione dei loro programmi passati, criticheranno aspramente gli Eurocrati tecnoplutocratici, e metteranno insieme un esercito populista (mafia, razzisti del Nord e fascisti del Sud) che finirà per vincere le prossime elezioni e trascinare il Paese verso ulteriori disgrazie. Spiacente di disilludervi: la farsa italiana avrà anche raggiunto la sua conclusione, ma si sta delineando la tragedia italiana.
(Franco Berardi in arte Bifo, novembre 2011).
Che stagione ci attende?
Le quasi nostradamesche parole del mitico Bifo, uno degli intellettuali più scomodi ed irriducibili di questi ultimi 40 anni, lasciano un alone indelebile ed inducono a più di una riflessione.
Come sempre, le realtà complesse sono suscettibili di diverse letture alternative: ed è anche possibile che quello che alcuni considerano un perfido complotto sia l'integrazione caotica di interessi diversi ma alla fine convergenti.
E' quello che in termini relazionali-sistemici (e a volte anche giuridico-penali) si definisce "collusione": protagonisti diversi fanno la stessa cosa ma per differenti motivi. Per un PM ed un avvocato questa è la differenza fra "collusione" e "complicità" che può spuntare qualche anno in meno di carcere e magari non in regime di 41 bis.
Non ho la pretesa (nè sicuramente le capacità) di elencare questi interessi diversi ma convergenti, e quindi ne evocherò medianicamente un campione significativo, in ordine del tutto casuale.
"Non importa di che colore sia il gatto, basta che acchiappi il topo" chiosò Mao Tse Tung, ormai passato da qualche anno dalla filosofia del Libretto Rosso alla pragmatica della diplomazia del ping-pong, nell'intrecciare timide ma sostanziali relazioni strategico-diplomatiche con Nixon non ancora passato dal potere all'abominio in un comune anelito antisovietico. E così, tutti coloro che desideravamo (o avevano interesse ad) una uscita di Berlusconi dal potere diretto ed esplicito, si sono mossi nella medesima direzione.
Una fetta importante del PdL non desiderava che si andasse a nuove elezioni, specie quelli al primo mandato che rischiavano di perdere, in tal caso, il vitalizio garantito a chi matura almeno 4 anni ininterrotti di presenza in Parlamento (fino a pochi anni fa bastava un giorno). E anche il figliol prodigo Fini, che aveva promesso a suo tempo dimissioni dalla presidenza della Camera quando si fosse dimesso Berlusconi, ora non vuol saperne ed ha licenziato al pubblico la dichiarazione un po' inopportuna "Le elezioni sono un lusso che non possiamo permetterci" (la prima dichiarazione di destra da due anni a questa parte, potrebbe chiosare qualcuno).
I vertici europei da tempo guardano con sufficienza e fastidio alle acrobazie della politica italiana, c'è chi dice con giusta severità, c'è chi dice con perfida cattiveria, c'è chi dice con un principio di mal di testa da confusione incomprimibile. Desiderano che, in quello che a loro sembra il carnevale italiota, venga messo ordine.
Lo stesso Bisunto dal Signore si è fatto una ragione riguardo al fatto che una ulteriore pervicace permanenza al potere, nonostante (o forse addirittura in virtù di) la quale un inquietante numero di processi contro di lui hanno raggiunto la fase calda, stesse diventando perniciosa, e ha saputo scegliere col suo consumato talento istrionico il momento e il modo più idoneo per uscire di scena "sfiduciato dalle banche e non dal Parlamento" con le stimmate dell'agnello sacrificale.
Infine, che sulle attuali fragili spoglie della sedicente settima potenza industriale del mondo, "dove i ristoranti sono sempre pieni ed è difficilissimo prenotare un volo aereo" più di un demone della finanza voglia perpetrare sciacalleschi banchetti, pur con la dovuta prudenza non è dato escluderlo.
Spero di riuscire nei prossimi giorni a riattivare uno dei miei avatar secondari, Luca Lucarelli, per condurvi con maggior chiarezza in questo kafkiano dedalo. Ma non so se ce la farò.
Chiedo scusa se parlo di Maria. Non nel senso di un discorso, quello che mi viene.
E' uno dei fulminanti incipit di Giorgio Gaber. A volte, nel caso di un amore (problematico come tutti gli amori non di convenienza) vale la pena affidarsi al pensiero ad alta voce. Anche nel caso di un evento storico, epocale ma di difficile lettura ed interpretazione (Berlusconi sfiduciato dalle banche internazionali, non vi ricorda Al Capone incarcerato per evasione fiscale?) vale la pena affidarsi al pensiero ad alta voce.
Anzi, ho all'uopo inaugurato l'ennesima categoria (arriverò all'estremo di qualche blogger che ha tante categorie quanti post, ma allora più che una categoria ci troviamo di fronte a un sottotitolo?).
Lo si può dire con malcelta rabbia o con una sorta di sollievo, in virtù delle proprie convinzioni politiche, ma il dato di fatto è che l'incarico a Mario Monti è un esplicito corollario del commissariamento che l'Italia ha ormai subito dalla Banca Centrale Europea e più in generale dal mondo intero.
Se si ragiona in modo neutrale (ed è proprio nei momenti, come questo, in cui sarebbe sommamente utile che ciò diventa sommamente difficile) va detto che non abbiamo la controprova che ciò non sarebbe successo anche con un governo presieduto da Prodi, o da Amato, o da D'Alema, o da Franceschini, o da Veltroni, o da Fantomas. Ma se ci si lascia trascinare dalla fantasia, si potrebbe immaginare un governo presieduto e composto da personaggi in grado di saper meglio interpretare la drammaticità del momento, cosa che la compagine governativa in carica non ha minimamente saputo fare.
L'entità astronomico-catastrofica del deficit di bilancio (spesso confuso col debito pubblico che è invece un tentativo di porvi parziale rimedio facendolo coprire da investitori nazionali o esteri) ha una storia di quasi mezzo secolo, è di fatto cominciata quando elettori ed eletti si sono guardati negli occhi e si sono vicendevolmente convinti che l'età dell'oro del boom sarebbe durata per sempre, e che l'Italia fosse un Paese al di là e al di sopra del bene e del male, al quale poteva riuscire qualunque magia e qualunque gherminella.
Che l'Italia, in termini di patrimonio storico-culturale e di capacità creative abbia qualcosa di assolutamente speciale è convinzione che va ben oltre i confini alpini. Ma quello che va bene come risorsa diventa pernicioso quando viene vissuto come alibi.
Nella fattispecie, che i titoli di Stato che vanno a coprire il deficit di bilancio avrebbero trovato sempre e comunque aficionados in giro per il mondo è diventata negli anni da una ipotesi plausibile ad una fantasiosa illazione, per sconfinare ultimamente nel delirio psicotico-paranoide.
L'Italia gode (se questo termine non suona lievemente ironico) del sistema fiscale formalmente più esoso e sostanzialmente più aggirabile ed inefficiente dell'intero globo terracqueo. I rarissimi governi che hanno tentato di rendere il sistema più efficiente, in vista di una minore esosità, hanno avuto scarsissima fortuna e sono stati sostituiti da governi che promettevano ribassi delle tasse in stile "offerta speciale" senza poi mantenere.
Quando parlo di elettori ed eletti che si guardano negli occhi e sanno cosa preferire, alludo anche e soprattutto a questo fenomeno.
La Spagna, il Portogallo e l'Irlanda, di fronte a seri problemi di credibilità internazionale (i titoli di stato si negoziano a condizioni più o meno favorevoli in base alla credibilità, che è un dato un po' ondivago, me ne rendo conto, e somiglia molto alla disponibilità ad accettare un assegno da parte non dico di uno sconosciuto, ma perfino di un primo cugino o di un fratello che vive in un'altra città) hanno preso atto e provveduto. Roma e Atene, antichi fulcri della civiltà occidentale e ancora legate a una visione dialettico-filosofica della realtà, si sono disperse in una miriade di ipotesi, una ridda di distinguo, un carosello di colpi di scena. Per finire messe dietro la lavagna ed esposte al pubblico ludibrio. Con in più una paradossale ingiunzione all'Italia "Siete troppo grandi per essere salvati. Ce la dovete fare con le vostre risorse. Ma non a modo vostro.".
Se non avessimo avuto sotto mano il Professor Monti, avremmo dovuto naturalizzare Trichet come abbiamo fatto per Camoranesi e Thiago Motta.
Resta il fatto che all'Unione Europea e all'euro l'Italia ha liberamente aderito (la Confederazione Elvetica ha snobbato entrambe, e il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord ha da sempre ritenuto una bestemmia l'abolizione della sterlina, ed ora se la ridacchia con la storica frase "Don't say we didn't warn you" che equivale al "Ve l'avevamo detto" italiano) ma, come per le quote latte e i problemi dell'approdo dei disperati sulle nostre coste, l'amore per l'Europa va e viene secondo le circostanze.
E l'adesione ad una confederazione (alla quale l'Unione Europea è approssimativamente comparabile) comporta la perdita di una grossa fetta di sovranità individuale. Napolitano e Monti lo sanno. Il PD forse. La Berlusca band e l'intero sistema di potere e di costruzione del consenso che la circonda, evidentemente no.
Ho parlato di Maria. Non nel senso di un discorso, ovviamente, quello che mi veniva.
Sicuramente l'esperimento sul campo di Giuliano Ferrara (gli è bastato annunciare lunedì scorso le imminenti dimissioni dell'importatore del bunga-bunga per far diminuire lo spread con la Germania di 100 punti) è stato brutale ma efficace. E siccome il sornione Giuliano non fa nulla a caso, tenderemmo pur con qualche ragionevole dubbio ad escludere che si sia trattato di una ventata di estemporanea follia dovuta a cocaina di bassa qualità.
Sicuramente le esternazioni (proditoriamente registrate) di Crosetto, forse il piemontese più coprolalico che esista al mondo, lo stesso che ha dato del "caso psichiatrico" a Tremonti, hanno dato la misura di come il malcontento divampasse anche tra i presunti fedelissimi.
Forse il Bisunto dal Signore si rende conto che, alla fin fine, la sua posizione di primo ministro non gli dà quell'impunità che si ostinava a sperare; e molto probabilmente una valutazione strategica un po' meno da avvinazzato di quelle che pubblicamente divulga lo ha portato a decidere che il PdL senza di lui gli sia alla fine più utile che il PdL con lui. Diciassette anni sono stati sufficienti per crearsi un apparato politico che può essere più opportunamente controllato dall'esterno.
Torno a dire che qualunque grande imprenditore italiano, quanto meno dal dopoguerra in poi, non si è potuto esimere dal cercare di blandire e condizionare il potere politico: ma solo Berlusconi, irreparabilmente malato di protagonismo e implicitamente diffidente anche verso i suoi stessi figli, lo ha fatto con una prolungata stucchevole discesa in campo.
Quello che ha fondato non è un partito, è un'azienda di produzione del consenso penalizzata dal fatto che, negli anni, il sedicente epigono di De Gasperi, ha colpevolmente sottovalutato il peso del web (che non è controllabile con la stessa irrisoria facilità della televisione) ed ha proseguito imperterrito con modalità propagandistiche del secolo scorso.
Pur tuttavia, io non ci credo ancora. Le dimissioni promesse ad un ormai logorato e frastornato Napolitano potrebbero rientrare ancora. Le compravendite di onorevoli potrebbero non essere finite. Le contorsioni del caimano apparentemente moribondo sono tuttora temibili.
Si è costruito dove non si sarebbe dovuto chiosa il Bisunto del Signore con la sua voce stanca, diventata da alcune settimane la voce di un settantacinquenne quale egli è e non più quella di un adolescente recidivo e gaglioffo. I maligni giurano di percepire una vocina che dice Io invece ho sempre costruito dove dovevo e dove massimo era il profitto mio e degli acquirenti. Ma, appunto, si tratta di inveterati malignazzi.
Quasi come 41 anni fa la Liguria (quasi, perchè allora si arrivò alla cifra di 35 morti) è stata devastata da inondazioni multiple: come se quel delicato prodigio ambiental-architettonico, che si inerpica in una sottile striscia di terra fra il mare e la ripida collina che odora già di montagna, fosse di nuovo entrato in corto circuito.
Se perfino il piatto e levigato Veneto un anno fa è stato devastato dalla furia delle acque (e lì, molti amministratori locali secessionisti hanno percepito la difficoltà di rapportarsi con uno Stato preso per il culo 365 giorni all'anno, più o meno come succede all'Italia con l'Europa) figuriamoci una terra delicata e precaria per definizione, bella e inquieta come il carattere della sua gente.
Le piogge di questo autunno sono inquietanti, improvvise e cattive: concentrano in poche ore il fabbisogno idrico di una settimana, si ha come l'impressione che qualcuno lassù in alto tiri uno sciacquone dicendo "Alè" come Floris alla fine di Ballarò.
Paradossalmente sono i fiumi più piccoli a poter diventare i più letali, nei loro piccoli bacini spesso quasi asciutti in estate. Si dilatano e fanno la voce grossa come certi bambini caratteriali che all'improvviso graffiano la maestra e sputano in faccia al compagno di banco senza ragione e senza preavviso.
La cementificazione indiscriminata (a Genova forse meno che a Sarno o ad Agrigento, dove il danno è prima di tutto estetico visto che le ville dei boss mafiosi sono a pochi metri dal sito archeologico più bello al mondo dopo l'Acropoli ateniese, ma evidentemente non tantissimo meno) non aiuta le esondazioni a trovare vie di fuga.
I ben informati dicono che, dopo l'inondazione del '70 c'era stato un profluvio di progetti per mettere in sicurezza quel bambino cattivello e ribelle che è il Bisagno, nessuno dei quali ha trovato una concretizzazione. Anzi, c'è chi dice che se ne parlasse già anni prima. Probabilmente la vocazione cattolica di molti, troppi, amministratori e tecnici li spinge a pensare che esiste comunque una Divina Provvidenza alla quale è opportuno affidare i problemi più complessi e drammatici.
La garbata e distinta sindachessa di Genova (basta che i giornalisti non le rivolgano domande troppo ficcanti) non è probabilmente la diretta responsabile della tragedia, anche se la sua affermazione "Ho questi morti sulla coscienza ma non mi dimetto" è indizio di irrisolti conflitti in cui il senso di colpa manda in tilt qualunque strategia razionale. Le responsabilità politiche, per altro, non si identificano con quelle tecniche, sono molto più larghe.
O in questi casi un sindaco si dimette solo se viene colto in flagrante a demolire argini fluviali per facilitare la catastrofe?
Perchè le cose finiscono sempre in disordine? si chiedeva Gregory Bateson in uno dei suoi metaloghi (immaginari dialoghi sulla comunicazione fra lui e la figlioletta, che trent'anni prima di scrivere un libro insieme a lui collaborava in modo non del tutto consapevole).
Mentre Jeremy Rifkin (e scopro solo ora la curiosa assonanza fra i nomi di questi due studiosi) ha preso un concetto astratto della termodinamica, l'entropia, e lo ha espanso dal contesto fisico a quello socioculturale per arrivare alla conclusione un po' allarmante che ogni sforzo per diminuire il disordine a livello microscopico aumenta a livello globale la quantità del disordine stesso.
Prendete un circolo, accarezzatelo, diverrà vizioso, è una delle più fulminanti ed evocatrici battute de "La cantatrice calva" di Eugene Jonesco
Senza bisogno di essere Matteo Renzi (strepitoso il siparietto radiofonico fra lui e Margherita Hack, o forse una sua abilissima imitatrice, che chiedeva O chillè 'odesto grullo che straparla del big bang?) tutti siamo il prodotto di un'esplosione di energia e materia dopo la quale nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma (come dicono gli ottimisti) o tutto si degrada (come dicono i realisti).
Indubbiamente l'universo pre-big bang era quanto di più ordinato si potesse immaginare: tutto l'occorrente per creare qualche miliardo di anni luce cubi di Universo era contenuto in uno spazio virtualmente uguale a zero.
Da lì in poi, energia e materia disseminate in tutte le direzioni avrebbero sistematicamente preferito il disordine e il degrado all'ordine. In una percentuale minima di casi, retroazioni positive (quelle che in termini umani chiamiamo circuiti virtuosi, rari contraltari dei comunissimi circoli viziosi di Jonesco) producono agglomerati in grado di autocontrollarsi e di accrescersi (prima i pianeti, poi gli ecosistemi, e infine, su un ristrettissimo numero di pianeti forse non superiori a un centinaio, le civiltà). Ma non succede mai che la fortunata eccezione divenga eterna: le stelle quando arrivano al massimo del loro fulgore implodono e diventano buchi neri travolte dal rapporto massa/volume; gli ecosistemi quando arrivano al massimo della loro complessità muoiono per devastanti epidemie e/o carestie; le civiltà quando raggiungono una eccessiva raffinatezza retrocedono rapidamente al livello della barbarie.
Rispetto ad una stella o a un ecosistema, che non pensano, una società ha anche il compito di autoattribuirsi un significato: ruolo rispetto al quale filosofi, politici e sacerdoti tendono a guardarsi con reciproco sospetto convinti ognuno di avere la verità ultima. Mentre gli artisti di solito hanno delle verità più coerenti ma le rivestono di finzione perchè nessuno se ne accorga.
Una civiltà in crisi, come la nostra civiltà occidentale lontana discendente di Roma ed Atene, a un bel momento smette anche di autoattribuirsi un significato e procede cieca e traballante nel pieno di un inquietante fenomeno corollario della deriva entropica: l'autoreferenzialità.
Ma il paradosso è che, proprio quando ci si rende conto che non si può fare nulla per fermare l'entropia, ci si rilassa e si prova comunque a produrre quegli strani grovigli virtuosi e gradevoli di minor disordine e minor malessere che si appoggiano sempre al pensiero ed alla relazione fiduciosa con l'Altro. E in quei momenti vale comunque la pena vivere.
Il sorrisino divertito che si sono scambiati il neopapà Sarkozy e la bruttina stagionata Angela Merkel, consapevoli che il linguaggio del corpo è ben più incisivo ed incontestabile del linguaggio verbale (ogni tanto l'analogico si prende la sua rivincita sul digitale) alla banale domanda da conferenza stampa sull'attuale affidabilità dell'Italia, meriterebbe un intero saggio di semiotica.
Tranquilli. Non ho alcuna intenzione di esserne l'autore.
Mi sovviene una vecchia scenetta di Walter Chiari in cui un turista australiano rispondeva a una domanda sulle sue vacanze in Italia. Mentre una traduzione manipolata magnificava le bellezze italiche, il sottostante parlato originale andava in tutt'altra direzione fino ad esplodere, brandendo il corpo del reato, in un omerico "Two thousand liras for a fucking bottle of water with a lizard inside!!!".
Dopo la riuscita gag, durata un buona ventina di secondi, le dichiarazioni ufficiali erano ovvimente rassicuranti e politically correct, ma suonavano altrettanto ovviamente come del tutto ironiche, incapsulate com'erano nel loro esplicito contenitore contestuale.
Pochi minuti prima il gagà aveva detto agli amici "Ho avuto un lungo tète à tète con la cxxxxa ixxxxxxxxxxe e l'ho convinta che le contromisure che abbiamo preso per quella menata insulsa della crisi finanziaria sono tutte OK. E adesso scusatemi ma ho un manipolo di sostenitrici del mio pidielle che mi aspettano.". Ovviamente nessuno dei due enunciati corrispondeva a verità.
"Io ho paura ad andare a vedere una gara di MotoGP. Sulla moto non te ne rendi quasi conto, sembra tutto molto più lento di quanto non sia in realtà, ma visto da fuori è una cosa assolutamente pazzesca.". Debbo liberamente parafrasare come Woody Allen con Groucho Marx all'inizio di "Io e Annie", perchè non sono riuscito a trovare una registrazione testuale o audio di questa dichiarazione di Valentino Rossi ma credo di ricordarmela abbastanza bene. E, come avrebbe detto mio padre nato peraltro a non molti chilometri di distanza da Tavullia, "Eccolo il punto!".
Visto da fuori per chi abitualmente su quei mostri a due ruote ci sale è una cosa pazzesca. Visto da fuori per chi al massimo prende il motorino per andare a scuola, è una gran figata.
E per questa seconda categoria di spettatori, è pensabile che in caso di incidente si possa premere rew o control alt canc o senza troppi problemi scalare una vita (e uno dei pupazzetti in alto a destra sul display scomparirà senza lasciare soverchi rimpianti) e proseguire nel videogame.
La realtà è molto più mistica: il vero riferimento (che molti amici di Simoncelli hanno implicitamente evocato) è la lotta di un giovane dio (con la lettera minuscola, trattandosi di una divinità apprendista dell'Olimpo) contro il Fato.
E quando il giovane dio ci lascia le penne e resta martoriato ed esanime sull'asfalto, dopo che in alto a destra sul display compare un sinistro GAME OVER, allora il circo spensierato ritorna quello che era ma nessuno voleva ammetterlo: un moderno cinico baraccone dove la morte in diretta è un fatto statistico del tutto normale, anzi sotto sotto è la benvenuta perchè fa audience e fa tiratura.
L'uomo che aveva preso in mano la Libia 42 anni fa promettendole ricchezza e prestigio, un ruolo di assoluto predominio a livello continentale, oltre all'opportunità di non perdere neanche mezza occasione per umiliare i vecchi colonizzatori, e che ha mantenuto quelle promesse in modo evidentemente troppo parziale, è finito stanato, seviziato e assassinato senza ombra di processo sia pur sommario, mentre implorava "Non sparate!". E poi, come Mussolini, ma in modo ancor meno decoroso, esposto al mercato dei polli di Misurata con sinistra macabra ironia.
La mia domanda non è la domanda retorica di chi possiede già una risposta. Dopo aver dato ancora del buffone impresentabile sul piano internazionale al Bisunto dal Signore che si è rifugiato in un pilatesco se non maramaldesco Sic transit gloria mundi a commento dell'esecuzione sommaria del suo ex-grande amico (è stato l'unico leader europeo a baciargli la mano, ma lui dice che è stata solo una guasconata, senza neppur rendersi conto che i guasconi aborrono il potere e non gli leccano lo sfintere anale), resto senza parole e senza risposte.
Quattro anni fa avevo considerato in qualche modo inevitabile anche se non del tutto equa la condanna a morte di Saddam Hussein, comunque successiva ad un processo.
Prima della rivolta, il signor Gheddafi godeva della tolleranza dell'intera Europa (sull'amicizia dello Psiconano mi astengo da ulteriori commenti) e, secondo alcuni commentatori (quanto meno coraggiosi perchè rischiavano il linciaggio mediatico) del sostegno di una fetta significativa della Libia. Più o meno come capitò ai dittatori europei del Novecento (tanto per fare un esempio del tutto a caso, che Churchill per Mussolini avesse una tolleranza che sconfinava in un abbozzo di stima, mentre Mussolini per Churchill provava un'invidia che mascherava un principio di idolatria, è cosa ormai risaputa come il tempo a Napoli la mattina di Natale). Quelli sudamericani mediamente se la sono sfangata meglio.
I I giornali di marzo, i giornali di marzo hanno spiegato, i giornali di marzo, i giornali di marzo hanno raccontato, quello di ritrovare un accordo, un colloquio, è sfuggito per miracolo al linciaggio. Il più preoccupante per i medici è un carabiniere, ha inoltre fatto un esame esterno del cadavere. Senza sapere dove andare, senza sapere che direzione prendere, inginocchiarsi prendere la mira e sparare, solo la pasticceria memore della recente ferita è serrata, nel primissimo pomeriggio con il cielo ancora parzialmente sereno.
Un bottegaio a guardia della sua bottega guardati con rabbia da un capannello di persone, ha l'orlo del pantalone perforato, grida, m'ha salvato lo scarpone. Alle 13.15 sono partiti alcuni colpi. In un succedersi incalzante di fughe assalti e contrassalti, solo le poche centinaia di persone che non erano scappate, da alcuni uffici sono stati portati all'aperto tavoli, i nostri aspiranti tupamaros devono convincersi.
I giornali di marzo, i giornali di marzo hanno capito, i giornali di marzo, i giornali di marzo hanno mentito. Gli uomini sono scesi a terra già in assetto da campagna, prudenza delle forze dello Stato, hanno replicato con lanci a ripetizione di candelotti lacrimogeni, è stato centrato alla schiena cadendo immediatamente. Coi bottoni dorati e gli ottoni lucenti fischiando la marsigliese, mentre il vento fa il solletico ai sogni rimasti impigliati nel cancello dei denti.
Claudio Lolli, 1977. Tutti i versi, tranne i primi e gli ultimi quattro, sono pedissequamente ricavati dalle cronache dei fatti dell'11 e del 12 Marzo, apparse su "Il resto del Carlino" e su "Repubblica" di quei giorni.
Quando si comincia ad avere una certa età (io non ce l'ho ancora, ma mi sono fatto spiegare il fenomeno da un amico più anziano) niente ti sembra più nuovo od originale, è tutto implacabilmente macinato nella rete dei corsi e ricorsi storici.
La circostanza viene resa più grave dal fatto che la memoria, bacino sempre più ampio che trattiene tutto e non si libera mai del tutto di nulla, crea collegamenti fallaci e fittizi, confonde avvenimenti spesso lontanissimi nel tempo e inconciliabili nel decorso.
Gli avvenimenti del 15 ottobre si vanno a confondere in parte con il G8 genovese e in parte con un 11 marzo 1977 bolognese.
Il possibile, doveroso ricorso a Google per evitare di scrivere immani cazzate è molto opportuno sul piano deontologico (ammesso che a un blogger sia richiesta la deontologia, ma anche come optional non di serie vi si può comunque fare riferimento) ma spietato sul piano sentimentale-romantico: smaschera ricordi finti ma rassicuranti, toglie gli avvenimenti remoti dalla sfera della leggenda per fiondarli malignamente nel palcoscenico a volte un po' mistificante della storia (quasi sempre scritta dai vincitori, e chi lo sa perchè).
A fare da cerniera restano sprazzi poetico-cantautoriali: quell'11 marzo 1977 in cui la sacrosanta protesta di piazza per una inutile morte (oltre tutto Francesco Lo Russo non era incappucciato e non stava brandendo un estintore) sfociò in uno scenario tipo primavera di Praga con dei blindati che qualcuno sovrastimò in carrarmati, è stato cantato da Claudio Lolli, schivo e a volte un po' criptico cantore dell'inquietudine di quegli anni (e di quella ancora più feroce degli anni del riflusso).
Non è un caso che Lolli avesse pubblicato, due anni prima, l'album "Canzoni di rabbia" diviso in due facciate, "La rabbia solitaria" e "La rabbia lucida".
L'anno dopo, era stata la volta di "Ho visto anche degli zingari felici", portentoso affresco di un movimento giovanile tutt'altro che "di piombo", come qualche giornalista amante dei luoghi comuni rietichettò quegli anni. Gli zingari, foneticamente, erano il contraltare degli zangheri che, sicuri della linea, guardavano il proletariato giovanile (allora quelle espressioni si potevano usare e non suscitavano nè sdegno nè ilarità) come Kerenskij guardava quegli esagitati dei bolscevichi.
L'album da cui è tratta la canzone che apre questo post, aveva l'emblematico titolo di "Disoccupate le strade dai sogni" che, come cantava Lolli con la sua voce "così piena di granchi, di ragni, di rane e altre cose un po' strane", "sono ingombranti, inutili, vivi".
Come sia andata a finire se lo ricordano tutti: poco prima di morire, fra l'altro, a rendere la storia ancora più amara, Francesco Cossiga ormai vecchio e quasi santificato da parte della sinistra per le sue picconate antiberlusconiane non si peritò di ammettere che in quegli anni si era fatto uso di infiltrati per far degenerare le proteste di piazza in guerriglie ad uso e consumo del piano normalizzatore dello Stato. Riporto testualmente le sue agghiaccianti parole:
“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito. Gli universitari invece lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue”
A Roma non c'è scappato il morto, come si gloria il sempre meno credibile e presentabile Maroni (che resta sempre il meno peggio della Lega ma non più con un quarto d'ora sul gruppo della maglia rosa, pardon verde). Qualche incontentabile ha storto il naso sapendolo nella giornata di sabato 15 a Varese e non a Roma, ma lo si sa, i deputati e ministri leghisti per 5 giorni alla settimana fanno gli statalisti e per gli altri due tornano al Nord a fare i secessionisti. E il motto "Tanto peggio, tanto meglio" obiettivamente non lo ha inventato la Lega. Ma queste sono solo maldicenze.
Che ci siano stati o non ci siano stati infiltrati, o che ci sia stata una presenza impotente della polizia (estremo opposto e forse non meno deprecabile della presenza fin troppo attiva di 10 anni fa con una magistrale operazione militare ai danni di un pericoloso manipolo di dimostranti addormentati), una cosa è certa: che quel 99,9 periodico di dimostranti pacifici (tra i quali immagino l'amico Franz, pacifista a prova di bomba, come campione rappresentativo seppur con n=1) ha visto la propria protesta spazzata via da una rumorosa minoranza di esegeti della "rabbia solitaria" di lolliana memoria. Una minoranza rumorosa che fa comodo a molti, a sinistra e a destra, sopra sotto e in mezzo.
Ed è altrettanto certo che già da lunedì mattina in Parlamento e in Campidoglio (dove siede un sindaco che in gioventù di manifestazioni di piazza e lanci di molotov ne deve aver saputo qualcosa di primissima mano, e quindi si vede che gli si tocca un nervo scoperto) si studiavano sottili ipocrite strategie per limitare e circoscrivere i diritti di associazione, riunione, pensiero e parola.
La Casta che si voleva colpire (e non si trattava, ahimè, dell'omonima Laetitia) è stata di fatto ingrassata e rigenerata dal 15 ottobre: con le cabarettistiche esternazioni di Gasparri che equipara Mario Draghi a Toni Negri e Adriano Sofri, ma anche con Di Pietro che farnetica di ripristino della Legge Reale, ma anche con Pancho Pardi che esagera parlando di "centinaia di morti durante gli anni 70 e 80". Il 15 ottobre è di fatto stato riciclato e metabolizzato nella lotta di potere sulle ormai spoglie di un Berlusconi imploso. L'ennesima espropriazione del potere cinico e baro.
Scilipoti era dalla mamma novantaduenne in crisi ipertensiva; Umberto Bossi raccontava a dei giornalisti che Tremonti non è quella bestia grama che si racconta in giro, anzi la sera prima avevano perfino guardato le stelle cadenti insieme; Tremonti raccontava a dei giornalisti che, è vero, aveva guardato le stelle cadenti con Bossi ma nella speranza che qualcuna gli cascasse in testa; l'Importatore del Bunga Bunga sbadigliava annoiato in attesa di una votazione dall'esito scontato contando gli sms delle sue veline. Alcuni Responsabili erano rimasti a casa perchè non era arrivata la rata mensile della bustarella e non avevano alcuna intenzione di fare credito al Berlusca: dare moneta e vedere presenza in parlamento e relativo voto favorevole
Articolo 1. O per maggiore esattezza articolo 1 del Rendiconto Generale dell'Amministrazione dello Stato. Una parentesi rosa fra le parole "Che noia!". Come la domanda del signor Cupiello alla consorte "Fa freddo fuori?" con la scocciata risposta "Fa freddo, fa freddo, fa freddo...".
Perfino l'ultimo governo Prodi che, in assenza di strategie di compravendita di parlamentari, si garantiva la maggioranza col voto compiacente dei senatori a vita (che il buon Romano si augurava almeno lunga fino al 2011, e poi che passassero pure di là) non aveva fatto una piega di fronte a questa accademica scadenza.
Ma questa presunta maggioranza, ormai, tremerebbe anche su una riunione condominiale per ratificare le quote sulla pulizia delle scale. Dal mercato di riparazione del gennaio scorso non è uscito non dico un Paolo Maldini, non dico un Franco Baresi, ma neppure un Eupremio Carruezzo.
Da Premio Oscar per gli Effetti Speciali l'ingresso di Tremonti in aula due secondi dopo la fine delle votazioni, con Berlusconi che, gira una voce incontrollata, gli dà una pacca in pieno coppino come neanche Tomas Millian versone Er Monnezza con Bombolo.
Nel XIV secolo l'esercito della duchessa Margherita di Tirolo assedia il castello di Hochosterwitz. Passano giorni, forse settimane di stallo (allora la cronaca era gestita con imbarazzante approssimazione, mica come oggi e il Gazzettino del Tirolo non usciva ancora) visto che la fortezza è praticamente inespugnabile ma l'esercito tirolese non ha alcuna intenzione di mollare.
A un certo punto finiscono le provviste. Rimangono un bue macilento e uno staio di frumento. E i castellani cosa fanno? Macellano il povero bue, con molta tristezza perchè era diventato quasi un animale da compagnia, gli riempiono lo stomaco col frumento rimasto e lo lanciano con fare sprezzante oltre le mura.
Il capitan de la compagnia tirolese sbraita "E va beh, allora ditelo...." e ordina di togliere l'assedio.
Nel 1909, colpito da un iceberg la cui rotta era stata calcolata in modo non del tutto preciso, il transatlantico più avveniristico ed inaffondabile che si credeva di aver costruito affonda mestamente.
L'orchestrina di bordo continua a suonare, mentre i Billy Zane neanche la ascoltano e prendono d'assalto le scialuppe e i Peppini Di Caprio si preparano a un salubre bagno a 2 gradi Celsius.
La guerra infuria e va anche decisamente male, il progetto imperialistico di Mussolini mostra qualche preoccupante crepa, per usare un garbatissimo eufemismo.
Ciò nonostante, il campionato di calcio prosegue e salterà solo una stagione, quella 1943-44, mentre già nel 1944-45 si gioca in campi di fortuna in mezzo alla bolgia del post 8 settembre, ai rastrellamenti, alla guerra civile e il titolo lo vincono i Pompieri di Spezia.
Tra il 1992 e il 1996 una delle città più belle d'Europa subisce un barbaro assedio durante la guerra più imbecille del XX secolo, al termine della quale una nazione civile e rispettata si troverà smembrata in 6 (qualcuno dice 7) piccole repubbliche del Terzo Mondo.
Ciò nonostante, nel 1993 il concorso di Miss Sarajevo ha egualmente luogo. Su questa vicenda Bono scrive una delle più belle canzoni di Europa e di Zooropa.
In un autunno che non ne vuol sapere di appalesarsi, uno squallido imprenditore disceso in politica (ha ragione Tabacci quando dice che in politica bisognerebbe salire, non discendere) è sfiduciato da quasi tutto il Paese, dal mondo intero, e da una succosa parte della maggioranza. Perfino il suo delfino Alfano (che scritto così sembra un eroe dei cartoni animati e in fondo lo è) alla riunione dei giovani pidiellini parla di un partito futuro che non lo prevede, ma lui bonariamente fa finta di nulla e non se la prende. Lo squallido imprenditore è inseguito da almeno 4 processi e da un numero imprecisabile di imputazioni, ma se la cava dicendo che è un povero perseguitato. Enzo Tortora, poveraccio, si rigira nella tomba a queste inopportune parole.
Ciò nonostante, nell'arrivare in Parlamento nulla di meglio trova da fare che cazzeggiare con alcuni fedelissimi in stile cocktail party, chiosando che non gli dispiacerebbe cambiare il nome del suo plastificato progetto politico in Forza Gnocca.
Attraverso gli anni e i secoli, chissà quante altre volte uomini disperati ed apparentemente alla frutta hanno fatto il possibile per negare la sofferenza e la sconfitta, imminente o già consumata. In termini pokeristici si tratta di un bluff. Se hai una coppia di sette ma hai stoltamente aperto al buio di 200 euro, ti conviene rilanciare e far finta di avere in mano chissà quale combinazione, un megafull, una scala imperiale, un pokerissimo, l'intero azionariato della Pirelli.
E a volte si può anche solidarizzare con chi non molla. Ma forse solo nel caso dei bosniaci che in un frivolo spettacolo di bellezze muliebri inseguono una dignità calpestata ed irrisa. O al limite nel caso dei castellani medievali che vivono ancora in un regime di perenne ordalia.
Mi rendo conto che nei miei due ultimi posts (con la esse, son più d'uno) ho parlato di un satellite artificiale che è finito per cadere a migliaia di chilometri dalla Val Padana, e di particelle misteriose che forse corrono più veloci della luce: una elegante maniera per rifugiarmi in una confortevole semi-realtà comunque lontana e un po' aliena, ed omettere l'osservazione e l'analisi di ciò che capita a poche centinaia di metri (tale è la distanza fra casa mia e la sede della giunta comunale di Parma).
Il disgusto è forte.
Alla fine il giovane Pietro Vignali ancora alle prese col kit del Piccolo Sindaco e scaricato con parole di fuoco dal suo stesso mentore Elvio Ubaldi (terzo fratello della dinastia degli Ubaldi inventori dell'acqua miracolosa che guarisce le malattie e vince le paure, specialisti nelle mirabolanti promesse al popolino ignaro e compiacente) si è dimesso: ma in perfetto stile berlusconiano (visto che il Silvio, lui, a differenza dell'Elvio gli voleva ancora bene e aveva promesso di mandargli un po' di contante a coprire gli sprechi della metropolitana, della quale non è stata opportunamente messa neanche la prima pietra ma era già costata più di quella di Londra ultimata) lo ha fatto col mescolino del bambino a cui è stato ingiustamente negato il gelato perchè ha l'acetone, e lui poverino non capisce il perchè.
Senza capire che così la figura da brutta diventa pessima, continua a sostenere "Io non ne sapevo niente, io non ho visto niente, io ero all'oscuro di tutto" (e lì lo stile è trasversale, perchè sembra il playback di quello che dice il buon Bersani a proposito di Penati & C.).
Quello che è più inquietante è che potrebbe anche essere vero. Anzi, credo proprio che lo sia.
Vi linko due articoli: uno di un giornale a lui sicuramente amico che qui sviluppa con maestria lo sport dell'arrampicata sugli specchi del quale è notoriamente maestro universale; e uno di un giornale indifferente (la mediocrità impedisce anche di avere veri e propri nemici).
Gira da decenni un aforisma che forse è di Montanelli o forse di Flaiano, ma che ormai è diventato di uso pubblico e comune, e ricorda vagamente l'apologo del bue che dà del cornuto all'asino: Preferisco i cattivi agli idioti, perchè i cattivi ogni tanto si riposano.
E Vignali non è cattivo: un po' sgarbato con gli interlocutori che ha l'impressione che gli facciano perdere tempo o che non siano alla sua siderale altezza, ma nel complesso una pasta di ragazzo.
E alla fine sì, gli crediamo un po' tutti. Non sapeva, non vedeva, pensava ad altro, aveva altro per la testa, gli interessava la politica dell'apparire e non quella del fare.
Come un allenatore che, messa la squadra in campo e date sommarie istruzioni tecnico-tattiche se ne vada al bar.
Quante ore del mio tempo libero ho passato in biblioteca in compagnia di libri, alcuni nuovi e variopinti, altri vecchi e che perdevano i pezzi, a cercare di capire i misteri dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo, l'imprevedibilità dei tracciati degli elettroni, la luce che viaggia sempre alla medesima velocità qualunque sia la direzione e la velocità dell'osservatore, lo strano paradosso del gatto che finchè non apri la scatola per osservarlo non è nè vivo nè morto, la gravità che non è una forza come pensava Newton (e come sulla nostra scala terrestre va ancora bene pensare) ma una deformazione dello spazio-tempo, il postulato di indeterminazione di Heisenberg (se determini la velocità di una particella subatomica non puoi determinarne la posizione, e ovviamente viceversa).
Un affascinante fiume di dati e di concetti in cui, davvero, più sai e più hai l'impressione che il dubbio e la confusione aumentino. E allora fai ricorso alla tua cultura umanistica, quella sì monolitica e priva di dubbi e di confusione tra Ciò Che E' Bello e Ciò Che Conviene Tralasciare, e naufragar t'è dolce in questo mare.
E' chiaro come il sole che il bello di questo percorso conoscitivo è la sua assoluta ludicità e gratuità: innanzitutto, è drasticamente escluso che tu possa servirti di queste (peraltro incomplete e spesso illusorie) acquisizioni non dico per trarne un profitto economico o anche solo di prestigio personale; e ben difficilmente improvviseresti una conferenza o una lezione per trasmettere quello che ti è sembrato di capire. Quei concetti e quelle nozioni non ti serviranno a nulla di concreto, se non a riempire in modo affascinante alcune ore altrimenti uggiose e tormentate del tuo tempo libero. Ti arricchiranno? Anche pestare una cacca di cane e poi trovarsi a doverla pulire e disinfettare può arricchirti, nulla che ti capiti è a livello zero di informazione, e qui l'informazione è talmente spessa e corposa che si potrebbe tagliare col coltello. Chiusa la premessa.
Assalito dal disgusto nell'ipotesi di dover commentare il salvataggio di Milanese dal carcere (limitandosi solo a ricordare che, comunque, l'arresto preventivo ha senso solo quando è tempestivo e se possibile imprevisto dall'arrestato, in questo caso avrebbe avuto solo una valenza morale e deterrente di tipo trasversale, sarebbe stato comunque cosa buona e giusta) o la trucida lista dei dieci parlamentari gay, preferisco soffermarmi su una scoperta che, al mio sistema cognitivo di orecchiante di scienza contemporanea, fa il paio con l'emozionante informazione che si era per la prima volta scoperto (e non solo se ne era sospettata l'esistenza) un pianeta extrasolare, anche se si trattava di un gigante gassoso simile a Giove, che il solo Arthur C. Clarke immagina adatto a qualche forma di vita sotto migliaia di chilometri di nubi di idrocarburi.
La scoperta, probabilmente lo sapete già, è che alcuni neutrini particolarmente in forma sono riusciti a battere il record universale di velocità, che era detenuto da 16 miliardi di anni dai fotoni portatori di energia luminosa (lo so che mi esprimo in modo molto rudimentale, più o meno come il sindaco di Treviso quando, leggermente ebbro di Tocai, definisce la Merkel "la presidentessa germanica").
Non è che lo abbiano stracciato, l'incremento è stato di uno 0,02 per mille, o con bella metafora sportiva da parte di uno scienziato intervistato, 20 metri su 730 chilometri di tragitto fra il CERN di Ginevra e i laboratori del Gran Sasso. Resta il fatto che, un attimo dopo, i fotoni abbiano chiesto un time out e si siano animatamente messi a discutere fra loro sospettando un trucco da parte dei neutrini (la versione più accreditata è che abbiano trovato una sleale scorciatoia in una dimensione con n superiore a 3).
Ma confesso che soprattutto mi affascinano gli insondabili percorsi per cui, in un momento in cui fare ricerca scientifica diventa ogni giorno più complicato perchè i fondi vengono a mancare e le priorità dei governi vanno altrove, ad importanti iniziative come la tutela della casta di governo e il rifinanziamento delle banche che stanno per saltare per aria.... in un momento come questo, Mamma Scienza va avanti e continua ad ottenere risultati.
Lavorare con questi minuscoli corridori (miliardi messi uno sopra l'altro fanno le dimensioni della proverbiale capocchia di spillo) dal comportamento ondivago ed imprevedibile costa milioni di euro, dollari, sterline, yen. Gli scienziati migliori debbono fare un po' come i divi del pallone, spostandosi laddove esiste ancora qualche possibilità di fare ricerca decorosamente. Fra l'altro, in questo l'Italia sta alla ricerca scientifica come il Brasile sta al football: il campionato locale è di livello infimo, ma i fuoriclasse migranti infiammano le folle di tutto il resto del mondo.
Se la scoperta verrà confermata da altri scienziati in giro per il mondo (una delle condizioni indispensabili della validazione dei risultati scientifici secondo Popper, Kuhn e quasi tutti gli altri epistemologi autorevoli) 106 anni di successo della teoria della relatività verranno messi fra parentesi e, con terrore di tutti i laureandi in Fisica, dovrà essere elaborata una nuova teoria (Zichichi parla di uno spazio a 43 dimensioni senza remora alcuna). In caso contrario, a meno che non sia dimostrato che ci sia stato un errore di calcolo della velocità (qui parliamo ovviamente di microfrazioni di secondo) aumenterà lo spazio per nuove ipotesi non ancora sedimentate in teorie generali, e sarà comunque un'emozione non da poco.
Sopra le nostre teste, una carcassa metallica che, in vita, era stata un prodigio della tecnica come il trapianto pilifero di Fossi figo si contorce negli ultimi spasmi di agonia lungo una rotta spiraliforme centripeta (che se fosse centrifuga questo post non avrebbe senso alcuno).
Una rotta spiraliforme secondo le proporzioni della sezione aurea, ogni circonvoluzione è circa 1,69 volte più piccola della precedente, come le spire di una galassia, la conchiglia di un mollusco, l'avvolgersi della coda del camaleonte.
Tra stasera e domani mattina prima dell'alba si schianterà in qualche punto imprecisato del Nord Italia. Secondo me in molti sanno già benissimo dove e quando questo avverrà, ma la notizia non viene propalata (dismorfismo etimologico che indica la diffusione di informazione, distinta dalla propagazione che riguarda corpi fisici anche non solidi) per non diffondere il panico.
Con fare noncurante, uno scienziato del CERN (almeno credo) o del Circolo delle Giovani Marmotte ha dichiarato che una parte del satellite finirà combusta nell'atmosfera e planerà sotto forma di lapilli relativamente innocui, se non di cenere innocua oltre ogni ragionevole dubbio, la restante parte si frammenterà in una ventina di pezzi, ciascuno dei quali potrà avere una massa fra i 600 grammi e i 300 chili. Contento dello scoop, l'intervistatore si è ben guardato dal chiedergli gli esiti comparati dell'evento a = 0.6 e dell'evento z = 300, da cui era possibile ricavare con semplici calcoli logaritmici, al massimo con ricorso ad un paio di integrali, gli esiti intermedi.
Certamente, un impatto di 300 chili in caduta libera alla velocità di una formula 1 in rettilineo in una delle zone più antropizzate del mondo non sarebbe nulla rispetto alla montagna astrale che ha posto fine al regno dei grandi rettili, ma potrebbe distruggere, diciamo così, diverse abitazioni civili. Risibile il consiglio di chiudersi in casa rispetto ad una simile, anche se sommamente improbabile (forse) evenienza. E ricordiamoci comunque che frammenti di grandine di pochi grammi possono sfondare un parabrezza.
Nè, rispetto alle paterne e quasi stracche rassicurazioni che arrivano dal pulpito leggermente deteriorato della Protesione Civile, gli Italiani di buona memoria possono dormire sonni tranquilli. Men che meno ci lascia tranquilli la perfezione tecnica della NASA, troppo freschi i ricordi di Space Shuttles con parti difettose riattaccate con lo scotch prima del decollo (sto esagerando ma non di tantissimo). E lascia quanto meno perplessi l'informazione che il simpatico UARS (così si chiama l'ormai moribondo macchinario) poteva tornare a terra nel 2030 ma la NASA ha deciso di accelerarne il rientro di 19 anni senza addurre plausibili giustificazioni.
Il problema è che questa simpatica miniluna è salpata per lo spazio vent'anni fa, quando non esistevano le procedure di sicurezza che fanno esplodere un satellite, alla fine della sua missione, in una miriade di frammenti di dimensioni microscopiche. Calderoli e Bossi hanno già preparato un pedalò a Ventimiglia per raggiungere Houston ed elevare in locu e de visu una vibrata protesta.
Era il 2001 e Giorgio Gaber sapeva benissimo che stava morendo: ma la cosa che gli pesava di più era quella di morire col penoso dubbio di non aver dato nessun contributo veramente decisivo al cambiamento: aveva attraversato tre decenni sforzandosi di uscire dalla logica della prostituzione intellettuale (come l'avrebbe chiamata anni dopo un ondivago erede di Fernando Pessoa guardando il Lambro al posto dell'Atlantico) e il quarto lo aveva visto di scorcio e non gli era piaciuto. Se fosse stato egoista, pensare che l'intera umanità era divorata da un cancro non tanto migliore del suo lo avrebbe consolato. Ma lui, seppur un po' narcisista, egoista si sforzava di non esserlo, anche se a volte lo assaliva la voglia di urlare, un po' alla Nanni Moretti "E tenetevela questa Italia che vi siete costruiti con la vostra inerzia mentale; è quello che vi meritate". Ma non poteva esimersi dal pensare, e dal cantare........
E tu mi vieni a dire che l'uomo muore lontano dalla vita lontano dal dolore e in questa quasi indifferenza non è più capace di ritrovare il suo pianeta fatto di aria e luce.
E tu mi vieni a dire che il mio presente è come un breve amore del tutto inconsistente che preso dai miei sogni io non mi sto accorgendo che siamo al capolinea al temine del mondo.
E tu mi vieni a dire che tutto è osceno che non c'è più nessuno che sceglie il suo destino non ci rendiamo conto che siamo tutti in preda di un grande smarrimento di una follia suicida.
E sento che hai ragione se mi vieni a dire che l'uomo sta correndo e coi progressi della scienza ha già stravolto il mondo però non sa capire che cosa c'è di vero nell'arco di una vita tra la culla e il cimitero.
E tu mi vieni a dire c'è solo odio ci sarà sempre qualche guerra qualche altro genocidio e anche in certi gesti che sembran solidali non c'è più un individuo siamo ormai tutti uguali.
E sento che hai ragione se mi vieni a dire che anche i più normali in mezzo ad una folla diventano bestiali e questa specie di calma del nostro mondo civile è solo un'apparenza solo un velo sottile.
E tu mi vieni a dire quasi gridando che non c'è più salvezza sta sprofondando il mondo ma io ti voglio dire che non è mai finita che tutto quel che accade fa parte della vita.
Ma io ti voglio dire che non è mai finita che tutto quel che accade fa parte della vita.
Salve signore e signori, sono Giovanni Lanza, Presidente del Consiglio in occasione della presa di Porta Pia. A differenza di Cavour, Mazzini, Garibaldi, Farini, Rattazzi e compagnia cantante non mi hanno dedicato neanche una via e molti pensano che sia il fondatore della Mira Lanza. Ma andate a cagare...
La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico. Così parlava Camillo (penso) Conte di Cavour al Parlamento non ancora italiano l'11 ottobre 1860. Con sincero amore per Roma? O con spirito ribaldo di rivalsa e di conquista? Sognando i già allora ingenti tesori pontifici? Affascinato da questa città che obiettivamente ne ha viste di tutti i colori (ma con Alemanno rischia di vedere anche colori inesistenti nello spettro, ma non divaghiamo...)?
Non ci è dato saperlo....
A quel tempo i cronisti erano molto rispettosi del potere e poco inclini a cercare lo scoop, tutt'al più sulle poche gazzette circolanti allora veniva pubblicata una velina (non nel senso di una decerebrata discinta, ma di una nota scritta inviata direttamente dal governo) e poi si tornava a parlare del fungo gigante scoperto dal Sig. Baldassarre Violanti nei boschi della Lunigiana. Su cosa si muovesse dietro la vasta fronte del Grande Moderato, incline a piemontesi elucubrazioni e torinesi rinvii laddove il veltroniano Mazzini credeva ancora che il popolo (che a Cavour stava leggerissimamente sui coglioni) potesse incidere sulla storia, nulla possiamo sapere. Nessun giornalista sudaticcio e dall'alito pestilenziale aveva ammorbato l'ecosistema del Camillino Eldorado piantandogli un fallicamente allusivo microfono sotto il naso con il tormentone alla Lello Bersani "Cidìca cidìca". Nessun negretto di redazione era stato inviato ad orecchiare le sue discussioni private con D'Azeglio per carpirgli epocali segreti.
Mancandoci quindi riscontri diretti, dobbiamo usare i metodi vagamente archeologici del bravo storico cominciando col collocare il discorso cavouriano nel suo contesto politico. Con sopraffina strategia, Cavour era riuscito a cavalcare nei fatti la spedizione dei Mille di Garibaldi che a parole avversava; l'esercito sabaudo era comparso nei tempi supplementari quando i garibaldini erano già trionfalmente risaliti da Palermo fino a Napoli bastonando i borbonici in ogni occasione lecita e consentita; l'annessione finale dell'ex-Regno delle Due Sicilie era avvenuto attraverso un plebiscito popolare e praticamente senza colpo ferire. Così Vittorio Emanuele II se ne potè entrare a Napoli come un liberatore (i napoletani non avevano la più pallida idea di come l'Italia li avrebbe trattati di lì in poi, altrimenti avrebbero organizzato una fierissima resistenza).
Laddove un'azione militare diretta sarebbe stata problematica o viceversa facilissima ma coronata da catastrofico insuccesso, Cavour faceva valere la forza della diplomazia e delle alleanze. E fu tanto bravo da costruire uno stile di governo tanto che, ben 54 anni dopo la sua morte, l'entrata in guerra dell'Italia nel 1915 al momento giusto, nell'alleanza giusta e con gli accordi giusti fu un capolavoro post-cavouriano. Aperta parentesi: nel 1940 Mussolini si comportò, viceversa, come un Mazzini in acido. Chiusa parentesi.
Il grosso problema di Cavour non erano i nemici militari, ma il mantenimento di alleanze genuflesse quanto opportunistiche (vedi gli ultimi 66 anni fra USA e Italia), prime fra tutte quelle con gli amici-rivali francesi. Come quasi tutte le alleanze non basate su una piena condivisione di valori (ammesso che ne esistano), quella italo-francese era inoltre suscettibile di dar luogo a piccole simpatiche scaramucce al simbolico grido di "Ma chi vi credete di essere?".
Un secondo problema di Cavour era che a volte il popolo vuol fare da solo e quando si muove non tiene conto (da quell'ignorante che è) delle sottili alchimie politiche, e propende per conclusioni di tipo fastidiosamente rivoluzionario.
Ma, ahimè, dopo aver dato l'input "Prendiamoci Roma" Cavour muore alla tenera età di 51 anni, età che a 140 anni di distanza è praticamente post-adolescenziale ma allora era attempatissima.
Gli succede Bettino... no, non Craxi, è ancora presto... Bettino Ricasoli, sulla carta moderato come lui ma forse un po' meno permaloso, tanto che reintegra i garibaldini nell'esercito regio (in precedenza erano di fatto delle brigate partigiane ante litteram) e richiama Mazzini dall'esilio.
Tenete presente che allora i governi duravano mediamente 8-9 mesi senza che il popolo disinformato e beota protestasse. Così a Ricasoli succede Urbano Rattazzi, torna Ricasoli, Ricasoli se ne va sbattendo la porta, Rattazzi ritorna, arriva Menabrea. E non sono cambiamenti da poco, perché Ricasoli considera Garibaldi e Mazzini dei bravi ragazzotti un po' discoli, Rattazzi li prenderebbe a calci nei denti, Menabrea è convinto che con loro bisogna ragionare pazientemente come si fa coi deficienti ma senza passare a vie di fatto.
Perso il baluardo del centrocampo Camillo (penso) Conte di Cavour il gioco dell'Italia latita sulle fasce e si insterilisce in velleitarie percussioni centrali. Nel frattempo, chiunque sieda sulla poltrona di Primo Ministro pone, si pone e propone la "questione romana" più o meno come si fa adesso con la questione del debito pubblico.
Se Cavour fosse morto qualche anno dopo, sicuramente Roma sarebbe diventata italiana per sfinimento dopo un lungo lavorìo ai fianchi.
Ma, nel succedersi di governi successivi alla sua morte, si alternavano le operazioni diplomatiche formali, le pastette sotterranee, le intemperanze di Garibaldi che voleva fare da solo ed i tentativi di indurre i Romani Moderni ad un univoco pacifico pronunciamento a favore dell'annessione (a cui i Romani Moderni, già da tempo passati da Cicerone a Gioacchino Belli, rispondevano "Ma ddechè?"). La capitale viene spostata da Torino a Firenze come atto simbolico di buona volontà verso i Francesi, che ovviamente controllano militarmente Roma ma non vogliono che si dica in giro.
Nell'estate del 1870 il fattore C anche detto italico stellone vuole intanto che la Francia debba discutere con una certa veemenza delle questioni dinastiche con la Prussia, o forse far vedere agli incontentabili francesi che i tempi di Napoleone Bonaparte non sono del tutto passati, e quindi ritira quasi tutte le truppe da Roma. Perderà comunque ma intanto lascia i territori pontifici scoperti.
Con totale correttezza, il Ministro degli Esteri Visconti Venosta fa presente che gli accordi di non ingerenza sul territorio di Roma siglati nel 1864 con la Francia sono venuti a cadere per il semplice fatto che i Francesi non vi si sono attenuti. I Francesi hanno i Prussiani che marciano su Parigi e quindi hanno altro a cui pensare.
Così, mentre Pio IX fa il bambino offeso contro l'inaudito ardire dei Sabaudi e schiera un'accozzaglia di guardie svizzere, volontari, mercenari, commercialisti e impiegati del catasto tanto per non fare brutta figura, le truppe torinesi, pardon italiane, entrano a Roma dopo una battaglia che lascia sul terreno un numero di morti inferiore a un normale weekend di ferragosto. Pio IX dichiara ingiusta, violenta, nulla e invalida l'occupazione italiana e vorrebbe anche aggiungere, "Non vale, si rifà", dichiara la sua condizione di prigioniero politico e scomunica il Re d'Italia.
E' caso singolare e sintomatico che la data del 20 settembre, che in passato era una vera e propria festività civile, quest'anno sia stata eclissata dal 17 marzo a cui, fino al 2010, ben pochi italiani avrebbero saputo abbinare un evento significativo. Sulle ragioni di questo inopinato oblio, lascio i miei pochissimi (ma in compenso qualitativamente eccelsi) lettori fare le proprie personali riflessioni.
Nella breve storia dell'Italia Repubblicana, non è mai successo che i due leader dei principali partiti di maggioranza fossero palesemente ed incontrovertibilmente in condizioni di totale inabilità politica. Forse anche perchè nella Prima Repubblica, bene o male che si voglia giudicare questo aspetto, i parlamentari erano professionisti della politica, ligi alle sacre regole della politica e consapevoli che il loro comportamento pubblico e privato non era irrilevante. Quando erano coinvolti in scandali di solito si dimettevano o venivano sospesi (come succede ancora nel PD, che infatti è una scheggia vagante della Prima Repubblica).
Intorno a Bossi e a Berlusconi, invece, nonostante l'evidenza delle loro patologie (più gravi, comunque, quelle di Berlusconi perchè non causate da irreparabili danni neurologici ma da pura e semplice perversione), e nonostante una fetta inquietante di elettori si stia distaccando delusa e schifata, la maggioranza superstite offre loro un sostegno ed una congèrie di scuse e giustificazioni che gli stessi diretti interessati (l'offeso Bossi super omnes) stenterebbero a trovare.
Anche se appare sintomatico lo spostamento psicodinamico per cui gli affetti negativi che non si possono scaricare sul proprio leader vanno a scaricarsi sul leader alleato: i leghisti mostrano insofferenza verso la ingravescente inconsistenza politica di Berlusconi che ci fa fare figure barbine in Europa; molti pidiellini ironizzano sulla ormai conclamata demenza di Bossi che ormai ha una parola gentile per tutti, ultimi i sindaci piemontesi che lo accolgono cantando l'Inno di Mameli e che quindi sono (strano ma efficace sillogismo) tutti cornuti.
Attraverso quali impervi ed imperscrutabili meccanismi la BCE abbia alla fine giudicato "soddisfacente" la cervellotica manovra estiva, perfino Dio ha chiesto la consulenza di Allah, Buddah e Manitù per capirci qualcosa.
Fatto sta che Bossi e Berlusconi non vogliono e non possono ritirarsi a vita privata: sul perchè Berlusconi non possa o non voglia non giova ritornare, perchè la cosa ha un'evidenza adamantina e tautologica. Salvo chiosare con malizia che, se sperava di scappare dalle sue problematiche giudiziarie diventando Primo Ministro, si è fatto il più grottesco degli autogol: come Primo ministro è ancora più sotto gli implacabili riflettori della cronaca (specie se recidiva i suoi atti illegali e anzi li moltiplica), ed onestamente non si può neppure escludere che alcuni PM non è che lo perseguitino ingiustamente come lui prova a sostenere, ma si fanno inconsciamente condizionare dall'asserto etico-morale che un premier dovrebbe avere un comportamento pubblico e privato integerrimo e non passare, tanto per fare un estemporaneo esempio, ore decisive per il Paese al telefono con papponi e faccendieri.
Sull'ancora più pervicace attaccamento al potere di Bossi, va ricordato che il simpatico Umberto prima di buttarsi in politica (che indica azione più impulsiva e tumultuosa di un semplice entrare) era un perdigiorno che si fingeva medico e si faceva sostanzialmente mantenere da genitori e moglie. Ancora più di Berlusconi, Bossi ha cavalcato la politica-spazzatura urlata ed ignorante a cavallo fra i due millenni. Non ce lo vedo a ritirarsi a vita privata dedicandosi allo studio, all'insegnamento e alla scrittura di saggi come Giovanni Leone, dimissionario e transfuga per accuse dalle quali poi sarebbe stato molto tardivamente scagionato.
Ci troviamo in bilico fra due date diversamente evocative. L'8 settembre appena trascorso ci ricorda una nazione in ginocchio dopo un'avventura bellica proporzionalmente ancora più delirante di quella hitleriana: i soldati italiani che si ritirano nell'inverno russo con una tenuta che sarebbe stata inadatta per un autunno siciliano sono il simbolo dell'imbecillità fascista. L'11 settembre ci ricorda una nazione simbolicamente in ginocchio (è molto più concretamente in ginocchio 10 anni dopo) in quanto colpita nei suoi simboli di potere (qualcuno può non ricordare che fu colpito anche il Pentagono, pur se con esiti assolutamente modesti).
La tragedia dell'8 settembre è una tragedia complessiva e contestuale: il comunicato di Badoglio, che impone di non attaccare più gli angloamericani ma a scanso di equivoci nemmeno i tedeschi (che scaramanticamente non vengono neppure menzionati ma si usa un giro di parole), limitandosi a rispondere a loro eventuali attacchi, ha qualcosa del miglior Pirandello che sapeva fondere amara ironia e profondo senso del tragico.
La tragedia dell'11 settembre è una instant tragedy puntuale ed inopinata: gli esportatori (o portatori sani, come beffardamente li definiva Gaber) di democrazia subiscono l'ingratitudine degli infedeli, che non condividono i loro Sacri Valori. Sempre ammesso (e non necessariamente concesso) che le cose dietro le quinte siano andate come ci è stato raccontato.
Dalle tragedie quasi sempre ci si risolleva: dopo l'8 settembre si attivano forze nazionali ed internazionali che non se la sentono più di guardare al fascismo con occhio tollerante e quasi divertito; dopo l'11 settembre si attivano forze nazionali (e con meno convinzione anche internazionali) che ci metteranno dieci anni, ed intanto metteranno le mani su qualche interessante pozzo petrolifero, per arrivare all'uccisione dell'Osama morto.
L'attuale situazione italiana ricorda in modo inquietante quella dell'8 settembre: un regime politico-mediatico ineffabile e pervasivo, dalla parvenza buonista ma dalle strategie perverse, non è neanche più alla frutta ma nel retrocucina a lavare i piatti perchè nel cercare di pagare il conto col bancomat l'ha scoperto bloccato da un paio di mesi. Ci ha comunque trascinati in una ambigua ed inutile guerra dove si proteggono i civili bombardandoli: una guerra che, qualora Gheddafi avesse potuto disporre dei mezzi bellici di una ventina d'anni fa, poteva diventare leggerissimamente più globale e coinvolgere il nostro territorio, quanto meno i nostri mari. E ci espone al pubblico ludibrio ed alla esplicita censura internazionale per la totale incapacità di arginare un debito pubblico ormai fuori controllo.
Sempre sperando che non ci aspetti un 11 settembre in cui tutto l'Italian Style faticosamente costruito o millantato in questi ultimi 50 anni (dalle Olimpiadi di Roma con annessa dolcevita in poi) venga abbattuto con la stessa crudele istantaneità delle Due Torri.
Certamente in campo internazionale la cosa sta facendo molto meno scalpore di una precedente vicenda in qualche modo analoga, visto che sono impegnati due paesi di dimensioni relativamente esigue, laddove un mesetto fa si fronteggiavano (o meglio, gli ex-sottomessi fronteggiavano gli ex-dominanti) due superpotenze.
Creata così una drammatica suspance, tale per cui i miei 5 lettori di manzoniana memoria si stracceranno le vesti e si strapperanno i capelli per poi ingoiarli disperati, passo ad illustrare in modo esplicito.
Molti di voi ricorderanno che durante l'agosto meno tranquillo di questi ultimi 800 anni la Cina aveva spiegato con malagrazia agli Stati Uniti che si stava leggermente indisponendo a prestare soldi a chi poi li sperperava e continuava a vivere al di sopra delle proprie possibilità. Una anomala lezione di pragmatismo da Oriente ad Occidente.
Un paio di giorni fa la lezioncina di pragmatismo si è ripetuta, ma questa volta nella parte della nazione bacchettante c'era la Spagna, e nella parte dell'allievo zuccone ed indisciplinato c'era l'Italia.
E ad un esame superficiale, la Spagna non avrebbe (rispetto alla Cina) alcun titolo per fare la morale all'Italia.
In primo luogo perchè la Spagna non è la principale creditrice dell'Italia, nè mi risulta vanti alcun credito nei confronti di quest'ultima.
In secondo luogo perchè Spagna ed Italia fanno parte di una medesima comunità economica e doganale, un abbozzo di Stati Uniti d'Europa, in cui dovrebbe essere accantonata ogni forma di rivalità fra i diversi stati.
In terzo luogo perchè è vero che l'Italia è vicina (se non già dentro) ad un commissariamento da parte dell'UE, della BCE e della Uè Uè, nun facimm' scherz'. Ma i cugini iberici c'erano arrivati un po' prima di noi.
In quarto luogo perchè l'Italia dispone di risorse potenziali per l'esportazione, a livello di moda, gastronomia, auto di lusso, artigianato di qualità, che obiettivamente la Spagna non possiede.
In quinto luogo, la Cina non si era permessa di accostare gli Stati Uniti (che so io) all'Argentina, e quindi anche la Spagna non si permetta di accostare l'Italia alla Grecia se non come culle di cultura da cui avrebbe tanto da imparare.
E quindi, come Il Sole 24 Ore e Radio 24 stanno urlando da due giorni, che la Spagna si taccia,
Ma cosa aveva poi detto di così devastante la Spagna? Chi l'aveva detto di preciso? E perchè? E con quali titoli?
La cosa più divertente e argutamente paradossale è che queste dichiarazioni sono state rilasciate su Telecinco, che (come dal nome si può leggermente sospettare) è nata come espansione internazionale di Canale 5 ed è tuttora controllata da Mediaset. Berlusconi non ha tutti i torti quando sostiene di allevarsi delle serpi in seno, profumatamente pagate (però alla fine abbozza perchè gli portano ascolti e contratti pubblicitari).
Le ha rilasciate Josè Blanco, nome altisonante mercè le melodiose assonanze spagnole (in Italia sarebbe Giuseppe Bianchi), portavoce del governo spagnolo.
Le "scandalose" dichiarazioni di Joe White erano le seguenti (were the sequent, direbbe Giacomino Poretti nelle vesti di Joe Flanagan) "Stiamo attraversando una turbolenza economica che e' evidente ogni giorno. Siamo molto preoccupati perche' alcuni paesi sono in una brutta situazione e non stanno rispettando i loro obiettivi: la Grecia e l'Italia, che si e' rimangiata in pochi giorni il suo piano di aggiustamento. Cio' influisce sulla decisione dei mercati che devono acquistare il nostro debito e ci dirige verso una fase caratterizzata da una certa instabilita'".
Quello che il portavoce di Zapatero non dice, per carità di patria, è che il premier spagnolo ha studiato un piano di risanamento con la piena collaborazione dell'opposizione, dopo aver già fissato la data per delle nuove elezioni. "Ho fallito, ragazzi datemi una mano e poi passiamo la palla all'elettorato...".
Nè, a maggior ragione, si azzarda a dire che se Berlusconi avesse fatto altrettanto, invece di continuare ad autoincensarsi e a darsi ragione da solo (nonostante i crescenti attestati di sfiducia del popolo italiano) quella che noi ci ostiniamo (con una sorta di lapsus freudiano) a definire "manovra" non avrebbe subito più versioni di Windows e avrebbe tutta un'altra credibilità.
Ciò considerato,l'Italia dev'essere grata al signor Blanco per la sua squisita diplomazia.
Di quando in quando Luca si sentiva costretto a visitare la tomba del Dottor Rinaldoni. Lo faceva senza gioia e anzi spesso con un filo di palpabile angoscia, ma non se ne poteva comunque esimere.
La sua parte più cattiva ed ancestrale riteneva che una morte taglia qualunque legame con chi resta vivo, e quasi sempre finisce per essere un prezioso regalo. Ma questa parte cattiva veniva soverchiata, scoperchiata, soffocata, suffumigata da quella buonista e retorica che lui odiava ma che aveva sempre la meglio: e codesta parte comandava di onorare i defunti, sotto sotto minacciando spettrali visite nel cuore della notte in caso contrario.
Quand'era lì, Luca non sapeva mai troppo bene cosa fare. Non portava fiori perchè allo squallore deve pur esistere un limite. E faceva una cosa eccentrica e balzana per un non familiare: armato di Polish e/o Vetril o prodotti equipollenti, o talvolta di semplice acqua saponata e talvolta neppure saponata, lucidava la lapide che dava sempre una fastidiosa impressione di trasandatezza. Evitava di guardare la foto perchè aveva la penosa impressione che gli occhi del dottore lo scrutassero con aria censoria, e una volta gli era sembrato di sentire la sua inconfondibile voce che lo bacchettava "Non mi dica che è contento della vita che sta conducendo". Almeno da morto poteva passare al tu, visto che con i clienti (o forse le clienti) più fedeli questo avveniva.
Se capitava che qualcuno desse anche pur soltanto l'impressione di avvicinarsi alla tomba, Luca dandosi un estemporaneo contegno se la dava a gambe, perchè qualunque conciliabolo sulle virtù del defunto con un suo amico o familiare lo avrebbe estenuato fino a rovinargli la giornata.
Concludeva la visita innaffiando dei fiori portati da altri, e se ne andava sentendosi ancora più in colpa che se fosse rimasto a casa.
Ed è proprio nel finire dell'estate che nuvolaglie di pensieri stonati cercano di armonizzarsi, ma credo che abbiano bevuto troppo alla fonte dell'utopia e sono in basa tronca. Ogni anno conti l'anno in più, e avevano ragione i Righeira (recentemente riesumati e sdoganati dai Subsonica dopo anni di oblio), è alla fine dell'estate che un anno se ne va. "Sto diventando vecchio, lo sai che non mi va" sarebbe la parafrasi pressochè letterale salvo che per una parola opportunamente cambiata.
Ti sovviene l'eterno, e ti scopri a immaginare un mondo del 2050 senza di te, un mondo drasticamente migliorato dalla tua assenza.
Messere, questo Vostro volermi apparigliare ad una sconosciuta compagnia di cantori iberici mi urta assai assaissimo.
E mentre le tue illusioni cadono a terra, non con la platealità delle foglie morte ma con la silenziosa perfidia dei capelli (quel grumo pilifero che ieri hai estratto dallo scarico della doccia, fino a pochi giorni fa era sulla tua testa, e non si tratta di un ricambio stagionale, quei capelli non verranno mai più sostituiti), resta ogni giorno di più l'armatura scheletrica della vita, quell'ottuso e vano affannarsi (o quell'altrettanto ottuso e vano riposarsi senza prendere alcuna decisione, aspettando che scenografici miracoli alterino il corso della tua esistenza).
Sempre meglio che indulgere all'acidulo gioco della memoria, ho fatto ho detto ho vissuto sono stato.
La fine dell'estate per alcuni è la fine di un incubo afoso e sciropposo, nell'ormai quasi ultimata attesa di un autunno che riporterà condizioni climatiche e lavorative acconce. Per altri è il ritorno al giogo da bovino sottomesso della fabbrica o dell'ufficio dopo sogni di libertà e di perenne felicità.
Per non so quanti, ma certamente per me, è un puro progredire meteorologico fra un niente e un altro niente, che si spera sia un niente un po' meno nullo ma le indicazioni non vanno in quella direzione.
New York che aspetta l'uragano Irene e il rais Gheddafi, transitato nel giro di pochi mesi da una situazione di presentabilità in Occidente (con picchi grandiosi quanto all'Italia dove poteva fare peggio che a casa sua) ad una credo angosciosa attesa di una squadra di esagitati oppositori pronto a massacrarlo sul posto dopo forse un processo rivoluzionario di 10 secondi, sono la faccia tragica di uno scorcio di rinata estate che viceversa, a livello nazionale, rivela scorci ridicoli più che vergognosi.
I magazzini di Montecitorio invasi da un'Himalaya di carta igienica (molta della quale potrebbe essere donata a plessi scolastici che debbono acquisirla a spese dei genitori); i prezzi da mensa aziendale dei ristoranti sempre di Montecitorio e della Regione Sicilia, con tranci di pesce spada a un paio d'euro la porzione; la volenterosa missione alla Mata Hari dell'ape regina Sabina Began che cerca alternativamente di rappacificare Bocchino con Berlusconi o di andare a vie di fatto che permetterebbero troppo elementari e triviali giochi di parole; una annunciata marcia su Genova di un manipolo di nazionalsocialisti xenofobi; e sullo sfondo, un Parlamento totalmente inetto in entrambe le sue componenti, maggioranza ed opposizione, a fronteggiare una crisi finanziaria devastante anche perché frutto di un'onda lunga di quasi 40 anni di sprechi e ruberie.
E mentre per Gheddafi la parabola discendente fa parte di un leggibilissimo e pragmatico itinerario, la marcia trionfale di Irene (che ricorda un po' la nave madre di Independence Day) contro quella che molti definiscono la Capitale Mondiale (con buona pace di Roma che resta capoccia e a volte anche un po' capocciona) attiene al registro del simbolico e quasi del mistico.
La filosofia in quanto religione laica (e la psicoanalisi in quanto scheggia impazzita della scienza che da qualche decennio ha trovato ospitalità nelle braccia accoglienti della dottrina di Platone e Cartesio) o la religione in quanto filosofia del trascendente, possono dar vita ad epocali descrizioni di questo Armageddon climatico-meteorologico di 400 km di raggio (e quindi, approssimativamente in quanto di forma non perfettamente circolare, di 500.000 km quadri, quasi il doppio dell' Italia) con venti che attirerrebbero l'attenzione dell'autovelox ma sempre molto più lenti del Ministro Speroni quando va in Germania.
Resta il fatto che è la prima volta in assoluto che la Grande Mela subisce un ordine di sgombero totale preventivo.
C'è caso che Irene arriverà in vista della Statua della Libertà col rispetto e la quasi reverenza dell'emigrante, o c'è caso che, gelosa, voglia fare peggio di Katrina a New Orleans anche in considerazione che stavolta non punta sulla capitale del jazz ma sulla capitale, sia pur ferita, della finanza.
Quello che è certo è che a Los Angeles stanno già spremendo le meningi per ricavarne un film, sempre che non arrivi prima il Big One a fare 1 a 1 e palla al centro.
Nell'ultimo post avevo preso come fatti salienti di questo ferragosto tutt'altro che di calma piatta la crisi finanziaria internazionale, che bastona tanto le superpotenze che la zona retrocessione del G8. Ho volutamente trascurato la storica vittoria della nostra nazionale di calcio sulle Furie Rosse campionesse d'Europa, del mondo, della Via Lattea ma piovute al San Nicola in veste balneare (Iniesta aveva un paio di pinne da sub al posto degli scarpini, e questo pregiudicava la riuscita dei suoi leggendari passaggi smarcanti, mentre Xavi era direttamente rimasto a Palma di Maiorca con dodici trans), così come l'ennesima figuraccia della mia amata aspirante metropoli ducale che voleva modificare la denominazione di un parco cittadino da Falcone-Borsellino a Vianello-Mondaini (Mo veh. fém'ma un referendum popolèr e vedém'ma chi la vensa, la folkloristica chiosa di un assessore in overdose da Lambrusco di Sorbara).
Avevo dimenticato, tutto preso dai problemi della crisi dello stato, quello che succedeva un duemila chilometri più a nord in quella Londra che, 35-40 anni fa, si presentava ai miei occhi onnivori e curiosi come il paradiso multissimetnico dell'integrazione e della tolleranza (e probabilmente lo era).
Un'integrazione e una tolleranza imprescindibile da una gerarchia valoriale per cui Londra era simbolicamente ancora il centro di un impero, magari non da tutti amato, ma rispettato o almeno tale da incutere soggezione. Quanto di più simile a Roma antica che l'Europa potesse immaginare (con Parigi un po' nelle vesti di Atene e Roma moderna tutt'al più al livello di Bisanzio).
Chissà perchè, mi era sorto spontaneo un parallelo coi rituali della spesa proletaria che, nella Padova di fine anni '70, avevano una loro scansione cerimoniale talmente stringente da mandare in corto circuito i tentativi di repressione.
Quella spesa proletaria si dirigeva in modo rigoroso verso beni primari: il cibo del corpo e il cibo della mente. Non ricordo che si indirizzasse anche a capi di vestiario, anche perchè negli artefici di quella forma di protesta esisteva la convinzione che ci si potesse vestire di niente, di stracci colorati. Li avresti detti diversi, e invece erano tutti uguali.
Così venivano assaltati la PAM e le librerie, i concerti (che presto diventarono gratuiti per quei pochi che a Padova venivano a suonare volentieri, citerei gli Area, Ricky Gianco, Franco Battiato. Juri Camisasca, Eugenio Finardi ed un giovane cantautore poi svendutosi all'easy-listening del quale ho citato un paio di versi e che vi invito ad indovinare) e le mense universitarie (che allora costavano 500 lire e l'anno dopo passarono a 2.000).
E' anche vero che di gadget tecnologici tentatori allora c'era poco o nulla, e quel poco che c'era era guardato con sospetto e un leggerissimo disgusto, da coloro che nel bene e nel male cercavano di giudicarsi a vicenda per quello che sapevano esprimere e non per ciò che potevano ostentare.
La rivolta londinese ha, emotivamente, le stesse radici (se mai moltiplicate per 10 perchè trentacinque anni fa o giù di lì c'era solo la percezione di un punkeggiante "no future", oggi c'è la triste certezza) dei moti patavini di un tempo che fu. Ma culturalmente e contestualmente percorre itinerari e desideri del tutto diversi.
Per cui si indirizza verso tutti quei bisogni secondari che trent'anni di riflusso piccolo-borghese hanno reso più primari dei primari: cellulari, capi firmati, casse di liquore che avrebbero fatto la gioia della povera Amy Winehouse, per finire con la maglietta dell'Arsenal (Fuck it all, I've wanted it a whole lifetime piangeva un quindicenne cui un cortese bobby chiedeva informazioni sul possesso della medesima) e chissà cos'altro di obiettivamente non indispensabile se non del tutto inutile, ma soggettivamente necessario come l'aria. Mentre allora i valori borghesi erano ridicolizzati, oggi vengono inseguiti con disperata cocciutaggine. E così si parte già sconfitti.
Una volta ad agosto non capitava niente di pregnante, i telegiornali si riempivano di storiche interviste ai bagnanti in spiaggia "Cidica cidica signora, come ha trovato quest'anno la riviera romagnola?" e di dettagliate indiscrezioni sui cambi di casacca dei pedatori più in voga.
I politici toglievano il disturbo per qualche settimana, come degli affettuosi papà certi che i ragazzi se la potevano cavare per un po' anche senza di loro.
E in effetti, anche quest'anno sembrava che sarebbe andata così. Due paroline in Parlamento giusto per non farmi dare del muto e poi tutti al mare, strizzava l'occhio l'umorista involontario. I più pii (reclutati in modo paritetico tra maggioranza ed opposizione) avevano addirittura programmato una gita in Terra Santa (ma loro preferiscono l'arcaica denominazione pellegrinaggio, neanche la raggiungessero a piedi e dotati di apposito cilicio, a parte la Binetti che il cilicio dicono che ce l'abbia davvero e altrettanto davvero lo sia per gli altri) che si sarebbe conclusa il 9 settembre.
Pellegrini antichi e moderni.... Ma comunque pellegrini.
Totalmente sprovvisto di senso dell'opportunità e del ridicolo, lo stesso Cicchitto presidente dei deputati PdL ufficializzava il suddetto impegno come ostativo di una più congrua, consona e sollecita riapertura dei lavori parlamentari.
Nessuno si aspettava che la BCE prendesse letteralmente per il lobo auricolare il Governo pretendendo risposte immediate e circostanziate. Del resto, ci troviamo con divertito stupore in una situazione internazionale in cui la Cina ricorda con malagrazia agli Stati Uniti, dei quali ha in mano circa un quarto del loro debito estero, che è ora di cominciare a fare il passo secondo la gamba, come potrebbe spiegare benissimo anche il ragionier Eufemio Cavatorta di Pontetaro al cliente di Banca Monte che va a folleggiare a Salso. In cotale situazione, che la BCE si spazientisca di fronte alla conclamata inconsistenza della nostra politica finanziaria non ha i connotati dello scoop.
Negli ultimi 10 giorni abbiamo assistito (chi con un misto di noia e disgusto, chi con rabbia omicida contro quei cattivoni degli speculatori internazionali, chi con un malriposto senso di vittoria riallacciato ad un tanto peggio tanto meglio che sembrava non aver doppiato la fine degli anni '50) agli ultimi rantoli di agonia della Seconda Repubblica, con una maggioranza spaccata e già smobilitata (bella la trovata di rimandare la parte più seria della manovrina di giugno al 2013, quando sicuramente la gatta l'avrebbero dovuta pelare i saputelli del centrosinistra, ma qualcosa di simile era già stato fatto nel 2008) ed un'opposizione che affidava ad uno spaesato Bersani la sua linea della responsabilità, che però ricordava tanto il "Non capisco ma mi adeguo" di Maurizio Ferrini.
Chiunque abbia un briciolo di residuo affetto per questo Paese più che pieno addirittura gonfio di storia e di creatività ma atavicamente povero di disciplina e responsabilità (basterebbe vedere che figure barbine fanno di fronte alla più elementare intervista a tema economico-finanziario i cosiddetti Responsabili per capire che in Italia il termine è usato in modo retorico quanto improprio) non può non rattristarsi di fronte all'immagine che forniamo a livello internazionale.
Aveva ragione Obama quando, prevedendo il poi avveratosi passaggio del rating americano da tripla A a doppia A più (noi credo che siamo valutati mezza A menomeno) aveva detto che non era l'economia a non essere da tripla A, ma il sistema politico. Una economia sicuramente più solida della nostra ha perso credibilità internazionale in seguito all'impasse fra Democratici e Repubblicani incapaci (e forse i secondi neppure troppo desiderosi) di trovare una mediazione.
Ma tornando al nostro orticello celtico-mediterraneo, sarò malizioso, ma la reazione a questo surplus di lavoro inatteso (per loro) mi sembra orientata più al fastidio che alla preoccupazione.
Emblematica la chiosa finale di Bossi, ormai privo di freni inibitori (o, a volte mi piace pensarlo, sornione nel farsi credere tale e poter dire in questo modo le sue soggettive verità) quando ha definito una riunione notturna convocata da Tremonti (che fra un po' verrà da lui definito "il culattone di Sondrio") ed implicitamente l'intera crisi "una gran rottura di balle".
Versione più rustica della patetica uscita di Alfano "Ma da quando in qua le banche decidono la sorte dei governi?".
La tragicomica crisi della politica italiana ha talmente tanti aspetti antropologicamente prima che culturalmente significativi e pittoreschi che non si saprebbe da che parte cominciare: Brunetta che dà del cretino a tutti e ogni tanto l'invettiva gli si ritorce contro? Tremonti che nella caserma della Guardia di Finanza aveva paura di essere spiato (col sottosegretario alla Difesa Crosetto, lo stesso che gli aveva dato del pazzo un paio di mesi fa, che invece di buttare acqua sul fuoco dichiara di "non sentirsi tranquillo quando parla della Guardia di Finanza")? Tremonti che ritira lo stipendio in contanti? (In entrambi i casi stiamo parlando del Ministro dell'Economia). Borghezio che trova buone, in certi casi ottime, le idee di uno psicopatico stragista? L'abborracciata ed illegale apertura di due sedicenti sedi ministeriali a Monza? Il nuovo sottosegretario all'Ambiente Belcastro che parla di mafiosità positiva? Berlusconi che nel momento della massima emergenza invece di parlare al Parlamento (che, lo dice la parola stessa, è fatto proprio per questo) dice "E' meglio se sto zitto"? Bersani che, di fronte a una situazione con svariati lati oscuri che riguarda ancora la zona di Milano, ma questa volta un po' più a sinistra, dopo aver detto "Abbiamo capito quello che sta succedendo" (meno male!) usa la trita espressione "macchina del fango" e fa un clamoroso sfondone giuridico minacciando una impossibile (o quanto meno formalmente inappropriata, perchè poi a ben vedere in Italia di impossibile non c'è da tempo più nulla) class action contro i giornali berluscanioni.
Non sapendo da che parte cominciare, prontamente concludo. Questo blog sospende le attività fin dopo ferragosto ed augura a tutti senza esclusione ed eccezione veruna buone vacanze (o, purtroppo per parecchi, semplicemente biuone ferie).
Povera Amelia Enoteca. (Questa è la fedele traduzione del suo nome). Devo essere coerente ed evitare i saltabeccamenti che tanti hanno fatto, ad esempio, con Oriana Fallaci e Michael Jackson, sbertucciati e massacrati (sia pur solo a livello dialettico, ma esclusivamente perché il titolare delle critiche non li aveva a portata di mano) in vita per essere divinizzati a cadavere ancora caldo.
Quindi eviterò di parlare di talento supremo e di genio della musica. Mi asterrò dal sostenere che le sue canzoni resteranno immortali e mi limiterò a dire che aumenteranno i passaggi radiofonici della garbata canzoncina un po' in stile Dusty Springfield Back to black, che insieme a Rehab è la sola che i non fans ricordino, e che compilations prontamente compilate venderanno quantitativi impensabili con Amy viva e vegeta (o viva e scalpitante, come vuole l'omologa espressione idiomatica anglosassone che mi sembra più calzante, perchè la Nostra di limitarsi a vegetare non ne voleva proprio sapere).
Esaurito l'excursus artistico, che per Sandra Mondaini, Annie Girardot e perfino Maria Schneider aveva occupato ben altro spazio, passo more solito alla dimensione umana, quella che qualche mio amico di blog etichetterebbe fra l'intimistico e il sociale. E devo parlare di una ragazzona (calata forzosamente di 4 taglie fra il primo e il secondo album ma sempre di sano ceppo terricolo piuttosto che metafisico-celestiale) che un mix di testardaggine, incontri giusti, puro culo e chissà cos'altro ha trasformato in un fenomeno mediatico prima che musicale.
Lo star system ha delle regole inflessibili ed è chiaro fin dall'inizio ciò che ti darà e ciò che ti toglierà. Qualcuno è capace di navigarci attraverso con soave levità (mi viene in mente Sir Paul Mc Cartney, che pure ha avuto problemi non irrilevanti con le droghe e storie di coppia che, per motivi a volte drammatici e a volte quasi ridicoli, potevano essere divorate insieme al diretto interessato dai media), qualcuno perde dietro il ruolo di personaggio pubblico gli ultimi spiccioli di buon senso.
Come per i calciatori, anche per le rockstar il successo aumenta il gap fra soldi posseduti e capacità di spenderli, insomma ti rende sempre più ricco di fuori e sempre più povero di dentro.
I calciatori hanno il responso spietato del campo e, mi piace pensarlo facendo felice con questo la mia amatissima Miss, fare vita da atleta ti aiuta ad essere un po' meno deficiente (ma non è sempre detto). Il responso del palco è molto meno spietato. Qualunque calciatore si fosse presentato al Maracanà di Belgrado incapace di fare il più elementare passaggio di 3 metri sarebbe stato svenduto alla Reggiana due secondi dopo. E che ben gli stesse.
Molto meno spietato, ma un po' spietato ugualmente.
E qui devo aprire una rapida doverosa parentesi, visto che nel post che ho dedicato alla Winehouse un tre anni fa la paragonavo a Janis Joplin (ovviamente solo per definirne la tragicomica inferiorità). Tre anni fa, non adesso che la cosa è troppo facile.
Oggi Amy è entrata nel club dei 27, di coloro che sono morti a 27 anni: Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain (notare che Kurt aveva tentato precedentemente il suicidio ma non gli era riuscito: le consonanze cosmiche esigono un prezzo).
Ma di questi solo Janis, che se le era lontana anni luce come talento era probabilmente identica a lei sul piano squisitamente umano, è morta di esplicita overdose, sola e abbandonata. Janis ancora peggio, in un albergo anonimo e non di primissima categoria (se mi passate un paragone eretico, un po' come Marco Pantani, che prima di morire aveva cosparso le pareti del bagno di scritte nemmeno incazzate, più che altro rassegnate).
E mi ossessiona un pensiero che devo esplicitare, anche a costo di essere frainteso in modo atroce: chi è più talento che tecnica sale sul palco fatto murato e fa il suo show. Chi è più tecnica che talento sale sul palco fatto murato (o ubriaco, se vogliamo acconsentire a questa ipocrita differenziazione fra alcool e droghe) e si fa ridere dietro dal mondo intero.
Poi è ovvio che sarebbe meglio salire sul palco del tutto sobri, altrimenti ha ragione Robin Williams (l'attore, non il quai omonimo leader dei Take That) quando chiosa Tutte queste droghe per scrivere questa roba? E allora Beethoven cosa doveva fare, mettersi un aereoplano nel cl?
Qualunque antropologo che guardasse con curiosità alla tribù del rock, dopo aver letto con attenzione le dichiarazioni di Keith Richards (Guarda pupa, ci si può drogare tutta una vita ma sopravvivere fino a 68 anni e spero anche oltre, e salire ancora sul palco anche se tutti i fans continuano a dire Occhio che casca, occhio che casca) farebbe una distinzione fra un uso ingenuo e sacrale delle droghe in voga negli anni '60, quando mancavano anche informazioni sufficienti sui loro effetti non tanto sul breve quanto sul lungo termine (eleggendo John Lennon, con la sua agghiacciante Cold turkey del 1970, a creatore di uno spartiacque fra due epoche) e un uso cinico e materialistico, edonistico e consumistico, delle droghe caratteristico degli ultimi 30 anni.
Un uso, soprattutto, sempre più orientato verso un consumo solitario. Qualunque tossico vi direbbe che se proprio ci si vuol drogare, va fatto sempre in compagnia, dove se uno collassa si spera che ce ne sia un altro meno fatto di lui che chiami l'ambulanza.
Amy no. Amy si è organizzata un week-end in compagnia della sua amica del cuore, sicuramente più fedele e gradevole di chiunque altro, ma non è riuscita a portarlo a termine.
La formuletta di rito è la solita con una piccola personalizzazione: che la terra ti sia più lieve di quanto non sia stato il personaggio di rockstar, tanto inseguito prima quanto probabilmente scomodo e doloroso poi.
Oggi questo blog compie 5 anni: l'anno prossimo lo mando a scuola, ma intanto essendo un tipino sveglio ha imparato a leggere, a scrivere, a far di conto ed a badare a se stesso per i fatti suoi.
E' una cosa a metà strada fra due prestigiosi riferimenti letterari: Pinocchio che appena creato da Geppetto inizia subito a ribellarsi ed a fare di testa sua (salvo, dopo una serie incredibile di peripezie che, nella stesura originaria, lo portava a morire impiccato mentre nella stesura definitiva il malefico burattino si salva, fare una miseranda fine come ragazzino ammodo in carne ed ossa e non più di legno) ed i 6 personaggi in cerca d'autore di Pirandello che si piazzano nello studio del grande agrigentino e non se ne vanno finchè lui non li assume.
Insomma, non sono io che lo scrivo, è lui che mi tira per la giacchetta e mi ricorda la sua esistenza quasi imponendomi di scrivere quello che decide lui. Come la vita che non siamo noi che la viviamo (illusi!!!!!) ma è lei che quando è di buon umore si lascia vivere, e quando è incazzata, letteralmente, "ci vive" e ci consuma.
E' un blog cominciato con una rocambolesca vittoria del centro-sinistra alle elezioni e con una ben più rocambolesca vittoria della Nazionale Italiana ai Mondiali di calcio, passato attraverso una cacciata apparentemente a furor di popolo del centrosinistra dal governo del Paese, e da due pesanti sconfitte della Nazionale agli Europei (dove, pure, impone lo 0-0 ed esce ai rigori di fronte agli spagnoli futuri campioni d'Europa e del Mondo) e ai Mondiali. Mentre celebro questo quinquennio, il centrosinistra appare rianimato e il centrodestra in irreversibile crisi, e la Nazionale ha ritrovato gioco e credibilità. Come dire che in 5 anni le cose possono variare, oscillare, virare verso scenari inopinati ed impedire di annoiarsi.
Le mie minuscole vicende personali hanno invece imboccato un cammino in qualche modo antitetico, trovando il punto più alto nel 2008 in cui centrosinistra e Nazionale le prendevano di santa ragione, e retrocedendo a livelli critici negli ultimi mesi, segnati da incisivi tentativi di etichettarmi come anomalo inutilizzabile e mettermi ai margini del mondo del lavoro e di una seria possibilità di produrre reddito.
Un paio di mesi fa avevo quasi deciso di giustiziare questo blog, ma giustamente lui non ne ha voluto sapere di farsi sopprimere, anzi direi che non mi ha nemmeno preso sul serio, io lo inseguivo con un coltellaccio da macellaio e lui canterellava tagliandosi le unghie. Alla fine ho lasciato perdere.
E allora va bene, inauguriamo in modo ufficiale il secondo quinquennio dell'Elogio dell'Entropia. E, come diceva un mio antico allenatore prima di una partita impegnativa, Ragazzi, su le maniche e vadi come vadi...
Alanford50 da qualche settimana non è più tra noi. Il doppio reale dell'essere virtuale scomparso è ancora certamente vivo e in buona salute nonostante l'incalzare implacabile dell'età, pronto a dubitare di tutto e a non credere a nulla, esercizio di rigore intellettuale che ha certamente i suoi costi ma lascia (e forse io stesso ne so qualcosa) una profonda soddisfazione, talmente profonda che quasi non la percepisci ma comunque c'è e ti aiuta a sopravvivere.
Chissà se Alan seguirà lo stesso itinerario della Bibi, scomparsa per poi ricomparire un po' qui un po' là come poltergeist un po' capriccioso, e infine approdata ad un blog che ne rispecchia quasi tutte le sfaccettature (che qualcuna resti inespressa è cosa buona e giusta). O se il suo è un divorzio dal web che ha il sapore antico di un gesto drastico ed ultimativo.
Però almeno passare dagli amici più cari e lasciare un plateale addiooforsesoloarrivederci, no eh?
Probabilmente sono io che seguo la politica italiana in modo disattento e superficiale, tutto preso da occupazioni di secondaria importanza quali (ne cito una che in qualche modo le riassume tutte) arrivare alla fine del mese riducendo al minimo i garbati solleciti di pagamento da parte del padrone di casa, delle varie aziende erogatrici di disservizi, del fisco che continua ad inventarsi cifre esigibili e dovute che io non riesco a capire da dove saltino fuori.
Sì, perchè sicuramente ho capito male. Se quello che ho capito fosse vero... Ma no, inutile apporre una conclusione ad un'ipotesi certamente non vera.
Cito a braccio quello che mi sembra di aver capito:
i due principali partiti di una maggioranza già dissanguata dalla cacciata dei "postfascisti pentiti e riabilitati" ormai dissentono su tutto e l'ombra della crisi si delinea ogni volta che c'è da prendere una decisione non banale (ammesso che in Parlamento ve ne siano)
i lodevoli tentativi del Governo di bloccare magistrati tendenziosi e partigiani non sono riusciti ad evitare che sul Primo Ministro in carica sia piovuta una sentenza (per fortuna solo civile e non penale, e liquidabile con l'equivalente della clausola di rescissione di Messi) che lo accusa di aver acquisito la Mondadori con mezzi truffaldini; essendo tale sentenza solo civile e non penale, fortunatamente non aprirà la porta delle patrie galere al bisunto dal Signore ma, probabilmente, lo costringerà alla cessione di Cassano.
quell'ingrata della Nicole Minetti, che senza l'intercessione di Berlusconi guadagnerebbe poche migliaia di euro all'anno beccandosi le zaffate di alitosi di qualche vecchia cariatide devastata dal tartaro, ha studiato col suo sulfureo avvocato una linea difensiva per la quale lo stesso ammette regalie in danaro e fringe benefits di varia natura da parte del Genio del Vunga Bunga, baci saffici dei quali peraltro nessuno nel 2011 deve scandalizzarsi, e cene che dopo le 23 viravano su un atmosfera solo da night club e non da bordello come sostiene quell'impertinente del PM
due parlamentari della maggioranza, insieme a quel Luigi Bisignani al quale La Russa, Capezzone, la Prestigiacomo telefonavano disperati chiedendo consigli ed interventi quando l'insipienza politica del loro boss li faceva uscire dai gangheri, sono inquisiti nella nuova trama alla Lina Wertmuller che fonde politica, alta e bassa finanza, intimidazioni, ricatti, ruberie e simpatiche gaglioffate. Bisignani è già in carcere, su Milanese e Papa si sta consumando l'ennesima diatriba fra i due immarcescibili ladri di Pisa, con Bossi nella parte del giustizialista spietato e Berlusconi nella parte del papà affettuoso sicuro dell'onestà dei propri figlioli. Bah!
No, Pisa la va minga ben. Fasemm i lader de la Bovisa. Ma i lader de copertùn.
l'Italia ha subito un attacco alieno di speculatori senza nome e senza volto (in allegato a codesto post, o si potrebbe anche dire in calce, o più prosaicamente in fondo, riproduco il corrosivo corsivo di uno dei miei irraggiungibili maestri Stefano Benni) che girano intorno a un paese che, più facilmente della Spagna, finirà quanto prima nel giro dei PIGS (e Dio stramaledica gli acronimi e riabiliti gli acrostici) del quale fanno già parte Grecia, Portogallo ed Irlanda; i maligni italiani ed esteri sostengono che c'entri qualcosa l'immagine di un Governo che continua a raccontare fandonie e non fa nulla per fronteggiare la crisi economica più grave dal 1929 in poi
la manovra che permetterà all'Italia di sperare di tornare in pareggio di bilancio entro il 2014, smentendo i maligni iatliani ed esteri, taglia su tutto, sanità pensioni scuola pensioni welfare servizi pubblici, meno che sui costi della politica; la Sinistra non vota contro "per senso di responsabilità".
No, ho capito sicuramente male: forse una o due di queste cose si stanno davvero verificando, ma non tutte quante insieme. Altrimenti saremmo già altro che al default, altro che alla frutta, già a lavare i piatti perché non abbiamo di che pagare il conto (e l'Europa, come direbbe Enrico Montesano, "in questi casi chiude un occhio. Co na papagna.").
NOTIZIARIO televisivo interattivo a pagamento di economia. La borsa italiana sta affrontando l´attacco degli speculatori e adottando tutte le contromisure… Utente: “Scusi, chi sono questi speculatori ?” - La Consob si è subito mobilitata. Questa nuova ondata di speculazione, hanno detto i responsabili…Utente: “Scusi ho chiesto chi sono gli speculatori. I nomi, i nomi. Dopo tanti anni qualche nome si saprà, no?”. - Signor utente mi lasci finire. Il governatore della banca d´Italia Draghi ha detto: siamo sotto l´attacco di un´ondata di speculazione che dobbiamo affrontare… “I nomi, maledizione, i nomi. Almeno uno”. - Il presidente Napolitano si è detto fiducioso e ha detto che l´economia italiana reggerà anche questo attacco della speculazione. “Chi specula, chi? Possibile che non si sappiano nomi e cognomi?”. - Anche la presidentessa tedesca Merkel si è detta preoccupata ma pronta a difendere l´euro dalla speculazione. “Non me ne frega niente della parola speculazione! Voglio i nomi…”. - Stia calmo. Del resto non è la prima volta che il mercato è in balia di ondate speculative… “Scusi posso intervenire?” - Per trenta secondi. Lei è abbonato a un servizio interattivo a pagamento, dica pure. “Non sarà che i nomi li sanno tutti e sono in fondo quelli che fanno parte dei gruppi della finanza internazionale ? Non sarà che questo gioco è un gioco truccato e interno al sistema economico?” - Tesi assurda. La speculazione viene da lontano, da gente lontana dalla istituzioni, dai nostri paesi, forse addirittura da alieni… da altri pianeti. Comunque il governo si è subito riunito per fare il punto delle manovre per frenare l´ondata speculativa. E per… “La prego un nome, un nome solo”. - Un nome solo? “Sì”. - Credo che uno si chiami Roberto. “Va bene sono soddisfatto”. - Ultime notizie. Il presidente degli Stati Uniti Obama si è detto preoccupato per l´economia europea in preda a ondate di speculazione…
Il gustoso episodio che ha visto Giulio Tremonti ricoprire di epiteti non lusinghieri il collega Renato Brunetta che, come suo solito, parlava a ruota libera e di testa sua e forse senza aver del tutto collegato il cervello all'apparato fonatorio, lascia spazio ad alcune considerazioni, gioiose se fatte con l'animo del tifoso, tristi edi imbarazzanti se fatte con l'animo del cittadino con un briciolo di senso dello Stato.
Tra i due, non è chi non sappia, da tempo non corre buon sangue. Brunetta accusa Tremonti di essere un giurista e non un economista; Tremonti risponde compiacendosi di non essere considerato un economista, visto che essi vanno a formare una categoria a suo dire nefanda e nefasta che ha procurato solo grattacapi all'intera umanità da quasi un secolo a questa parte, con le sue previsioni perennemente sballate e con la sua difesa ad oltranza di uno status quo perdente.
Non è chi non sappia che esistono i fuori onda, i microfoni che restano (a volte dolosamente e non solo per caso) aperti quando dovrebbero essere spenti. L'inizio della crisi tra Fini e Berlusconi, se la memoria non m'inganna, si colloca quando il primo, convinto di non essere ascoltato da alcuno, aveva definito il secondo un soggetto con vocazioni tiranniche, convinto di poter vivere legibus solutus scambiando l'allora indubbio consenso degli elettori come una licenza di uccidere in stile James Bond.
E le notizie che scaturiscono da questi trafugamenti sono, lo capirebbe un infante dell'asilo nido, mille volte più interessanti e rivelatorie di quelle che scaturiscono dalle dichiarazioni ufficiali (anche se rispetto a una quarantina di anni fa la tendenza tutta democristiana ad un totale fair play in politica si è quasi del tutto persa, l'epigono fu Craxi quando di Andreotti disse "Le volpi prima o poi finiscono in pellicceria", nulla comunque rispetto alla Prestigiacomo che un anno fa urlacchiava ai giornalisti "Io a quello gli metto le mani addosso" riferendosi sempre al povero Tremonti).
Due giorni prima delle disfatte di Milano e Napoli, Bocchino dichiarava a Radio 24, dribblando le maligne domande di Cruciani sulla Carfagna "Berlusconi ha funzionato perfettamente finchè ha saputo fare il catalizzatore; quando si è convinto di avere lui tutto il merito del successo elettorale del centro-destra, le cose hanno iniziato a precipitare".
Questo sfarinamento della maggioranza di governo assomiglia a quello delle squadre di calcio in crisi di gioco e risultati, ognuno tende all'azione personale per fare bella figura puntando ad attirare l'attenzione di clubs più sulla cresta dell'onda, manca qualunque ipotesi di gioco di squadra e i meno talentuosi non fanno più neanche lo sforzo di giocare se non con profitto almeno con impegno, perchè "tanto peggio tanto meglio".
E obiettivamente il PdL assomiglia ogni giorno di più al Milan, squadra che in questi ultimi 25 anni è passata senza soluzione di continuità dai trionfi europei a dodicesimi posti in campionato nonostante un organico faraonico (compresi campioni strapagati che stazionavano malinconicamente in tribuna perchè non si può giocare in 26). Più o meno nello stesso periodo Berlusconi ha rimpolpato il Milan con acquisti al mercato di riparazione, e la zoppicante maggioranza di governo con una campagna acquisti in puro stile calcistico, che però forse a Montecitorio e a Palazzo Madama funziona un po' meno che a San Siro. Tant'è che il Milan ha vinto il campionato senza grossi problemi, mentre il PdL ha collezionato sconfitte da zona retrocessione.
Per certi versi Berlusconi ha il pregio della sincerità: a quella politica che è solo far carriera già denunciata da Guccini nel lontano 1966 lui non sovrappone ideologie, filosofie, cosmogonie di sorta. Nel berlusconismo il potere rappresenta se stesso come fine e non come mezzo (il potere come mezzo ha una sua dignità ed ineluttabilità, è il potere che il popolo ti dà che si coniuga con una fitta rete di doveri e di responsabilità ineludibili; il potere come fine è sconcio ed osceno, è il potere che il popolo ti dà perché tu ne faccia un uso personale e privato).
Solo che quando il lìder maximo di un sistema di potere tanto tautologico ed autoreferenziale perde quello stato di grazia che non può giocoforza durare in eterno, i suoi fantocci prima docili esecutori delle sue volontà espresse con ipnotica sagacia si ritrovano a dover agire in proprio, e si scoprono privi di un progetto politico, culturale, etico-morale sia pur rudimentale.
Quando il lìder maximo perde la presa sulla gente, e palesemente anche molti suoi ex sostenitori gli votano contro, all'improvviso la casta intoccabile e invincibile si scopre debole, fragile ed impaurita. E fatale si insinua la metafora dei polli che Renzo porta in dono all'antenato di Ghedini, votati a sicuro impadellamento senza che la triste sorte mobiliti in loro un qualche senso di solidarietà. Poi Manzoni non ci illumina sulla loro effettiva sorte, una volta sdegnosamente rifiutati dall'avvocato Azzeccagarbugli, ma tenderei ad escludere che Renzo li liberi nelle campagne comasche.
In serata, Giulio (quasi inginocchiandosi) abbraccia Renato impetrando il suo perdono. Ma Brunetta, come De Andrè saprebbe spiegarvi bene, ha il cuore troppo vicino all'orifizio anale per non coltivare propositi di vendetta. Che puntualmente troveranno spazio entro la fine della settimana.
Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione (Jean-Paul Sartre).
Sono almeno quarant'anni, probabilmente 42, che quasi mi terrorizza l'idea di come ogni singola esistenza biologica (umana o non umana) sia il complesso e capriccioso risultato di una combinazione genetica che, in sè, ha una possibilità su svariati miliardi di verificarsi così come si verifica. Solo che gli animali, e la stragrande maggioranza degli esseri umani, non si pongono la questione e vivono la loro vita come se fosse la cosa più naturale, semplice, inevitabile e necessaria dell'universo.
Invece non è così. Per un essere biologico venuto al mondo ci sono svariati miliardi di prototipi che si perdono nel nulla, nel virtuale, e non esisteranno mai. Al di là di speculazioni mistico-filosofiche che lasciano il tempo che trovano, comunque, non abbiamo nessuna prova che i prototipi che si realizzano siano i migliori possibili. Anzi, sul piano di un materialismo anche un po' cinico, bisogna pensare che solo in una minima percentuale di casi la combinazione genetica è ben riuscita, in tutti gli altri casi vengono fuori degli esseri che riempiono la Terra ma fanno solo volume.
E in effetti, nella minibabele intellettuale del passaggio dall'infanzia alla pubertà, quell'essere uno su miliardi di miliardi lo vivevo come una intollerabile spaventosa responsabilità, retaggio di un'educazione molto cattolica dalla quale stavo prendendo le distanze ma lei non ne voleva sapere di scollarmisi di dosso. Come se nascere significasse essere dei predestinati, degli eletti, rispetto ai miliardi di miliardi che, vivaddio, non erano nati al mio posto.
Poi, approfondendo meglio le leggi della genetica e leggendo le lucide bellissime pagine di Jacques Monod sul caso e sulla necessità, e di Gregory Bateson sui meccanismi stocastici (che altro non sono che l'empirico intreccio fra una fonte di variabilità casuale ed un principio selettivo basato sull'adeguatezza alle condizioni ambientali), sono arrivato alla conclusione che nascere è una dannata casualità (magari dai 50 anni in poi spesso ti viene da chiedere Cazpiterina, ma perchè proprio io?).
Lo spostamento, non privo di incertezze e passi indietro, dalla regolazione biologica a quella culturale, ha fatto sì che non esista più la selezione naturale, che una volta condannava i prototipi malriusciti a morte precoce o a una vita che ricorda quella di Caino dopo l'uccisione di Abele, senza alcuna possibilità di riprodursi o almeno di essere accettati in qualche branco che desse compagnia e protezione.
Esiste una melliflua, ipocrita e confusa selezione "meritocratica" della quale non sono nè chiari nè univoci i parametri, che stabilisce chi riesce a vivere una vita degna di questo nome e chi (ed è la stragrande maggioranza) sta al mondo solo per obbligo contrattuale. E quando ti rendi conto di appartenere a questa seconda categoria, maledici di non essere stato abbastanza furbo da intrufolarti in quell'altra (alla fine potevi anche farcela) ma maledici ancora di più di non essere abbastanza ottuso da non porti neppure il problema.
La verità è che ci piace pensare che ci sia una logica ed un significato nella vita, ma probabilmente non ce n'è nessuno: la natura affastella casualmente nuovi nati senza porsi alcun problema sulla loro adeguatezza. La natura è ridondante: produce più di quel che serve, come le tartarughe delle Galapagos che fanno migliaia di uova, ma solo una infinitesima frazione dei piccoli arriverà non dico a una vita adulta, ma a vivere più di un paio d'ore prima di essere divorati da qualche predatore che è affezionato cliente di quel ristorante.
Eppure l'essere umano, che è l'unico (insieme forse ai delfini, che sembra siano capaci di comunicare tra loro su eventi lontani nello spazio e nel tempo, banalmente "Guarda Flipper, c'è la solita rete dei pescatori di frodo due chilometri a ovest da qui") ad aver sviluppato una dimensione simbolica, non la usa solo per comunicare, ma per appiccicare disperatamente significati soggettivi ed arbitrari a tutto quello che lo circonda. E quando trova altre persone che associano gli stessi significati alle stesse cose, tre indizi fanno una prova e tre corner all'oratorio fanno un rigore. A volte basta essere innamorati: come direbbe Epifanio Gilardi, gli innamorati inventano con gli occhi la loro realtà.
4 luglio 1776. In Europa l'Illuminismo rischiara a giorno anche le notti più buie; ideali di democrazia e libertà attraversano le menti di un'èlite intellettuale minoritaria ma decisa a tutto; l'aristocrazia terriera sta ormai cedendo il passo ad una nuova classe, nata nei borghi, fuori dalle mura, ma che quelle mura vuole rivalicare per occupare le città, i centri di potere, la cultura, potendo anche le chiese: la borghesia, allora rivoluzionaria, dinamica e ripiena di buoni propositi.
Al di là del Mostro Oceano, la cui traversata allora richiedeva giorni e giorni di periglioso tragitto, la Terra delle Mille Opportunità, 10 milioni di chilometri quadri di terre vergini trascurabilmente occupate da uno sparuto manipolo di selvaggi politeisti dediti all'incesto e alla tossicodipendenza da calumet della pace (il chilum non era ancora stato inventato).
4 luglio 1776. C'è un particolare illuminante come le teorie di Voltaire che merita il giusto rilievo. In quel giorno non si combattono battaglie, non si uccidono altri esseri umani con la scusa di Dio che ci tiene tanto, non si conquistano città, non si mandano a casa i Savoia con un referendum che molti storici descrivono come non del tutto trasparente e dall'esito preconfezionato. Nulla di tutto questo. Il 4 luglio celebra l'affermazione di un principio, "tutti gli uomini sono creati uguali e con diritti inalienabili".
La guerra d'Indipendenza è ancora lungi dal concludersi, anzi se vogliamo non è neppure cominciata. E anche lì, come da noi un secolo dopo, se non ci avessero messo una manina anche quegli antipatici dei Francesi, la nazione più pittoresca e rumorosa dello scenario mondiale non sarebbe mai esistita.
Il 4 luglio 1776 un'èlite borghese, minoritaria ma disposta a tutto come succede oltreoceano in Francia (in Inghilterra ovviamente un po' meno) composta dai 13 delegati dei famosi 13 stati originari (poi cresciuti fino all'evocativo numero tondo di 50, comprese le Hawaii che c'entrano con l'America come Leone di Lernia col progressive rock) e dai compilatori della bozza della dichiarazione d'indipendenza, tra cui l'inventore Benjamin Franklin (allora era considerato un intellettuale chi produceva innovazioni, non chi andava nei salotti) e Thomas Jefferson, si incontra con fare carbonaro (senza motivo alcuno perché le orecchie indiscrete in questo caso sono a qualche migliaio di chilometro di distanza e non dietro l'uscio).
Sospinti dalla forza delle idee, e dal desiderio di non pagare più tasse esose a quegli spocchiosi degli Inglesi, quegli uomini dinamici e coraggiosi decidono di contrapporsi alla prepotenza dell'Impero Britannico, trovando più pratico organizzarsi sull'ambizioso progetto di creare un impero in proprio che, un 230-240 anni dopo, avrebbe consentito al loro Presidente di trattare il Primo Ministro inglese come un alleato fedele ma un po' zuccone. E quello italiano come un fine dicitore dell'avanspettacolo.
Sospinti dalla forza delle idee, e dall'incoscienza di chi si sente metafisicamente nel giusto, quegli uomini immaginano forse già i blue jeans, il chewing gum, l'epopea del West, Broadway, Hollywood, il Rock and Roll, Topolino, la Quinta Armata, l'olocausto atomico, la NASA, il blues, il jazz, il folk, il country, Crosby Stills Nash and Young ("Il beat ce lo teniamo o lo lasciamo a quelli là?"), la Sylicon Valley, i Roaring Twenties, la strage di San Valentino, la Corea e il Vietnam, le gioiose esportazioni di democrazia non richieste, la sedia elettrica, l'iniezione letale, Sacco e Vanzetti, Hemingway, Edgar Allan Poe e decidono che, a costo della morte, l'umanità non poteva essere privata di quello splendore.
Parma assomiglia a quelle ragazze, belle e vistose ma non intelligentissime, che debbono comunque farsi notare e non sopportano di passare inosservate. E' normale che frequentino le feste serali del presidente del consiglio, trovando divertentissimo il passaggio attraverso il tavolo del pupazzo dal fallo enorme (ovviamente troverebbero volgare ed intollerabile la medesima iniziativa se fosse partorita dal Geometra Eulalio Cavatorta del Catasto, perchè sono anche molto classiste), e defilandosi con discrezione al momento del bunga bunga a patto che il corrispettivo per il disturbo sia già stato consegnato, altrimenti restano ma guardano da un'altra parte.
Quando può, Parma sale agli onori della cronaca per delle splendide mostre (quella sul Correggio era oltre i limiti del gettare le perle ai porci in questo mondo di illetterati teledipendenti) o per le imprese della sua squadra di calcio che però, è triste ma legittimo dovere per un suo acceso sostenitore ammetterlo, i suoi risultati migliori li ha ottenuti comprando i migliori giocatori sul mercato con soldi che non c'erano. Resta ammirata per l'eleganza dei suoi cittadini, per la sua raffinata, gustosa quanto malsana gastronomia a base di profusioni esponenziali di grassi animali, per le sue tradizioni liriche e per il suo importante passato di "piccola capitale" quando Bologna era la periferia nord dello Stato della Chiesa (tiè!). Manda in giro artisti e uomini di spettacolo dalla favella inesauribile mai disgiunta da una simpatica spocchia che è il marchio doc del pramzà d'al sass.
Quando non può, Parma non si rassegna a tornare nel dimenticatoio come una Piacenza o una Reggio Emilia qualsiasi, tanto fa e tanto briga che alla fine produce episodi di cronaca nera, rosa, grigiastra, rosso carminio, verde pistacchio, blu singhiozzo di pesce in modo tale da risalire ai (dis)onori della cronaca, fedele all'immortale motto di Oscar Wilde, variamente parafrasato ma riassumibile in un opportunamente vernacolarizzato"Parlì mèl ed mi, basta ch'a nin parlì.".
Uccisioni efferate, intrecci alla Lina Wertmuller fra sesso e finanza, pestaggi da parte delle forze del disordine contro prostitute e presunti spacciatori purchè di colore, accanimenti con multe a manetta e un paio di rimozioni forzate contro giovani psicologi che non sapendo dove parcheggiare lasciavano la macchina dove potevano essendo attesi da importanti riunioni in Provincia o in ASL, di tutto e di più in un vortice di colpi di scena spettacolari come una performance di Mauro Coruzzi in versione Platinette.
Restando confinati alla cronaca locale che forse non arriva neanche alla pagina regionale della Repubblica, moltiplicazione esponenziale di rotonde (molte delle quali palesemente inutili, tali da rallentare il traffico ed aumentare il rischio di incidenti, oltre che impercorribili per pedoni e ciclisti, solo uno sprovveduto non matura il dubbio che alcuni imprenditori ben ammanicati abbiano avuto appalti per lavori diciaamo non strettamente prioritari), smantellamento di Piazza Ghiaie (sarebbe stato più o meno come smantellare Porta Portese a Roma) per poi pentirsi e rifarla quasi come prima, lavori in stazione che all'occhio del cittadino comune sembrano immobili da mesi, un demenziale progetto di metropolitana tra le cui fermate non figurano nè la stazione suddetta nè la Fiera (progetto che non parte ma che in consulenze e progettazioni costa comunque una bella sommetta); tutti meravigliosi fiori all'occhiello di questa lista civica "Civiltà Parmigiana" nata in un anno a caso (il 1994, vi dice nulla?) che sembrava dovesse fare giustizia sommaria della feroce dittatura stalinista che aveva ammorbato la città dalla liberazione in poi.
L'arresto di 11 tra imprenditori, funzionari dell'ENIA e tecnici comunali, con la ciliegina sulla torta del comandante della Polizia Municipale (e se non si tratta solo di denuncia a piede libero significa che i simpatici lestofanti potrebbero reiterare il crimine o tentare di inquinare le prove; ci sarebbe anche l'ipotesi di fuga all'estero, magari fosse successo ma non ce n'erano assolutamente le condizioni) scoperchia scenari inquietanti che fanno sospettare, nè si tratta di una novità, che un pezzo importante della Piccola Capitale sia saldamente in mano alla malavita di ceppo mediterraneo (uso cautamente un garbato eufemismo perché ho già abbastanza guai senza bisogno di mobilitare ritorsioni criminali dirette o indirette): del resto se, come Saviano ha denunciato in TV (mobilitando una raccolta di firme da parte degli ipocriti in odore leghista che non vedono e non sentono e a quel punto farebbero meglio a completare il trittico tacendo) le suddette organizzazioni arrivano tranquillamente nelle terre della polenta taragna, possono benissimo arrivare 150 km. più giù.
Ma il sospetto più inquietante e più infamante è che in tutto questo l'amministrazione comunale non abbia avuto un coinvolgimento doloso ma solamente un colposo ed ottuso disinteresse, una rete di omesse o allentate vigilanze, un costume consolidato di superficialità e faciloneria che li affratella a quel PdL del quale in qualche modo sono una costola (non gira la leggenda urbana di Berlusconi che gongolava al telefono con l'ex-sindaco Ubaldi "Faremo di Parma una città della Brianza, altro che comunisti!!"?? Essa gira). Un sindaco che continua a giurare "Non ne sapevo niente" non ci fa una bella figura. Specie se c'è caso che dica la verità.
E io sinceramente preferisco i disonesti agli stupidi perché i disonesti ogni tanto si riposano.
L'ultima perla della cernia di Ubaldi, l'attuale sindaco Pietro Vignali bello telegenico e totalmente inconsistente sul piano politico, strategico e (temo) intellettuale è stata, ormai una settimana fa, la sua (chiamiamola ingenua) dichiarazione: "Presiederò io stesso una commissione d'inchiesta". E no, chèr al mè nanè, non far la mossa di chiamarti fuori. Tu fai parte integrante del problema.
"28 giugno" era il nome di una dimenticabile canzone del 1969 dei Rokes, che si stavano spostando dal beat ad un pop un po' anonimo che non poteva esimersi dall'affrontare le tematiche degli amorazzi estivi (anche i Nomadi l'anno dopo avrebbero pubblicato "Un pugno di sabbia" che resta tuttora la loro incursione più totale nella musica leggera tout court): dal vivo, la canzone era nobilitata da una performance vagamente alla Hendrix del chitarrista solista Johnny Charlton (Shel Shapiro, indiscusso leader del gruppo, era alla chitarra ritmica 12 corde ed ovviamente al canto) che faceva un assolo con la chitarra dietro la schiena, e prendeva cadenze un po' più rock. In vinile, lasciava trasparire una distanza ormai incolmabile dalle perle di appena un paio d'anni prima, da "Ma che colpa abbiamo noi" a "E' la pioggia che va", da "Piangi con me" a "Finchè c'è musica mi tengo su" con onirica poesiola alla fine, dalla straordinaria versione di "Baby blue" di Dylan assolutamente superiore all'originale ai tentativi di progressive sparpagliati nei loro album, che non erano mai (già negli anni '60) delle semplici raccolte di successi.
Dopo la summer of love del 1967 e l'epocale 1968 che sapeva unire rabbia e sorriso, sdegno ed ironia, contestazione e creatività, quel 1969 portava i germi del decennio di piombo, e si sarebbe comunque concluso con agitazioni, proteste di piazza e una strage efferata di cui ormai non si saprà più con certezza chi l'ha fatta, chi l'ha voluta e perchè.
I Rokes si stavano per sciogliere e forse lo sapevano: sopravvivere alla morte del beat è stato difficile per tutti, una specie di maledizione di Montezuma che ha colpito anche chi col beat aveva poco o nulla a che fare (lo stesso Gianni Morandi viene accantonato, o si accanatona da solo per oltre un decennio, dopo la tragica nottata al Vigorelli del 1971, in cui organizzatori deliranti mettono insieme Led Zeppelin e Cantagiro ed in cui succede di tutto, e per chi vuole saperne di più...).
Un mese dopo l'uomo mette piede sulla Luna (impresa che, come quasi tutte le imprese degli Americani, lascerà spazio a più di un dubbio fino al sospetto che che sia stata tutta una bufala mediatica addirittura con la supervisione artistica di Stanley Kubrick; il destino un po' beffardo ha voluto che sulle misteriose imprese sovietiche alla fine si venisse a sapere tutto, sulle imprese statunitensi aperte ad un pubblico planetario restassero, e questo fino all'uccisione dell'Osama morto, dubbi a catinelle). E sempre nel luglio 1969 i Beatles registrano la loro ultima canzone negli studi di Abbey Road, dal titolo inequivocabile di The end e dal toccante finale Ed alla fine l'amore che prendi è uguale all'amore che dai.
Nel secolo breve, nel secolo delle due guerre mondiali, nel secolo del ritorno delle dittature, nel secolo del dubbio sistematico contrapposto alle certezze positiviste dell'800, the golden decade si sta concludendo amaramente. L'avessimo saputo ce la saremmo goduta di più e meglio.
Niente paura, raga, la situazione è sotto controllo. Tra un po' si stanca.
Cosa fa il centro-destra dopo aver subito tre batoste consecutive (l'ultima, da loro etichettata come la meno significativa è in realtà la più terribile perchè riguarda l'Italia intera e non delle realtà locali per quanto importanti, e perché ha visto una disfatta del loro pavido ed inconsistente elettorato, rifugiatosi in clinch come un pugile suonato che non affonda più i colpi ma si rifugia nell'astensionismo pensando "Se cerco di menarlo mi mena lui" e ne prende ancora di più)?
Dopo che tutti i sondaggi non commissionati dal Bisunto dal Signore (immaginate un anziano signore gravemente malato che prèzzola medici compiacenti per sentirsi dire "Lei ha solo un principio d'influenza, però adesso non mi stia troppo addosso ed indossi questa mascherina"? Siamo a questo livello) danno il PdL e il suo demiurgo in caduta libera nel gradimento e nella fiducia degli Italiani, che di nuovo riesco a scrivere con la I maiuscola?
Dopo che il tentativo di puntellare la maggioranza traballante con acquisti al mercato di riparazione (ma nessuno dei Responsabili mi sembra un Cassano o un Van Bommel, qualcuno ricorda Emanuelsson dopo la terza canna) porta a situazioni-thrilling praticamente ad ogni votazione?
Qui Van Bommel con la maglia del Barcellona: forse lui vanta un curriculum che alcuni neo-sottosegretari non hanno. Ma posso sbagliarmi.
Dopo che un faccendiere che ricorda più Lele Mora che Licio Gelli li sbertuccia telefonicamente come quella banda di incompetenti corrotti pronti a tutto meno che a fare qualcosa che assomigli alla politica?
Nell'ordine: la matrice originale, il soggetto-campione e il suo inarrivabile ideale dell'Io.
Fa autocritica?
Si pone delle domande?
Prova un senso di imbarazzo per il segnale di pesante sfiducia che il Paese ha mandato loro?
Macchè...
Ovviamente non blaterano più di elezioni anticipate: lo facevano subito dopo la cacciata di Fini (che ancora adesso a mesi di distanza viene definita una separazione consensuale e anzi quasi chiesta dal bolognese e quindi criptocomunista Gianfranco, con quale sprezzo del pericolo e di documenti scritti e audiovisivi inequivocabili, giudicate voi) quasi col fanciullesco intento di dargli una lezione.
E già, direbbe un decadente rocker d'Appennino, qui si va o non si va al voto per delle valutazioni da Sora Assunta più che per delle valutazioni sul bene del paese (aperta parentesi: l'accorpamento delle amministrative e del referendum avrebbe fatto risparmiare un bel gruzzoletto, e oggi forse Tremonti sarebbe meno inviperito, ma di questo parliamo tra un attimo...).
Probabilmente se, come accadde al governo Prodi 06-08 obiettivamente non brillantissimo ma a livelli churchilliani rispetto a questo qua, avessero contro la contraerea di 6 televisioni su 7 (La7, almeno prima di Mentana, praticava la politica di attaccare sempre il governo per rivendicare la propria autonomia; adesso aspetto il Chicco nazionale alle forche caudine di un nuovo centrosinistra per vedere come si regola lui) più nulla li terrebbe insieme.
Siccome i miei lettori sono pochissimi ma affezionati ed attenti (salvo la Miss che è affezionata ma disattenta perchè è sveglia ma non si applica e spende i suoi talenti con stile assolutamente genovese) devo dire ancora che da qualche tempo non mi interessa più fare analisi esaustive quanto illeggibili (qualcuno ha ancora lievi rigurgiti del mio trittico sull'Unità, forse anch'io qualche notte mi sveglio sudatissimo nel mio lettino-piscina ripensandoci) quanto sintesi opinabili, soggettive ma personali.
La citazione del lettino-piscina è legata ai terrori di Fabrizio Tavernelli di essere un dì intervistato da Maurizio Seymandi ed essere devastato da domande idiote. Sicuramente la sua preoccupazione era peggiore della mia.
Si potrebbero scrivere (una volta si diceva pagine) gigabytes interi sulle lacerazioni interne che stanno esplodendo, sulle rese dei conti tutti contro tutti (Berlusconi contro Bossi, Bossi contro Maroni, Berlusconi e Bossi versione ladri di Pisa che si riallineano appena sentono l'odiosissima erre di Tremonti, Responsabili di nome ma non di fatto contro le promesse da marinaio di qualcuno ma anche gli uni contro gli altri da capponi manzoniani) e sulle retoriche roboanti dichiarazioni di unità, autoassoluzioni da qualunque accusa di negligenza ed incapacità, "noi lavoriamo e dell'opposizione non c'è traccia" gongola Brunetta ad una conferenza stampa che ho intercettato su Radio Radicale, dopo aver insolentito in modo sprezzante un gruppo di precari colpevoli di non adeguarsi al paradigma della flessibilità.
Colpisce l'ennesimo, e in sè (lasciatemelo dire) neanche gravissimo scandalo etichettato come P4. Cose risapute e ormai croniche, nelle quali la politica italiana si imbatte, spesso per patologici paradossali paradisiaci (per chi intasca) intrecci fra politica e finanza.
Ma credo che nessun faccendiere degli anni '70, '80 e '90, oltre tutto condannato in maniera definitiva per reati finanziari (ma forse queste cose nella politica italiana sono trascurabili inezie) si sarebbe mai permesso e/o sarebbe mai riuscito (sia per freni inibitorii suoi propri che per assenza di materiale probatorio) a condizionare e a volte quasi intimidire uomini di governo come ha fatto il vulcanico Bisignani, uno che lo vedi in foto e ti sembra un'azzeccata caratterizzazione di Colorado. Per poi emettere su di loro giudizi tranchant che, per carità, vanno presi con beneficio d'inventario in quanto espressi in comunicazioni private e non durante una puntata dell'Isola dei Famosi, ma indicano con chiarezza di quale credito goda questo governo e di quali personaggi si sia dovuto servire.
Di fronte a questo umiliante quadretto, le uniche ormai stucchevoli reazioni sono (1) "Stanno cercando di destabilizzarci", ormai il verso onomatopeico di Cicchitto ad ogni notizia di nefandezza che riguardi il PdL (2) "E' ora di finirla con queste intercettazioni".
E' possibile che 2000 anni fa l'evangelista Matteo fosse capace di dire Oportet ut scandala eveniant, E' importante che gli scandali vengano a galla, e 2000 anni dopo questi illetterati indottrinati prezzolati debbano legarsi alla massima barbarica Oportet ut gens nullum sciat?
In verità, in verità ti dico: prima che il gallo delle batoste elettorali abbia cantato tre volte, tu sosterrai le mie medesime posizioni. E non fare quella faccia da saputello che ti spezzo la noce del capocollo.
Ma l'ultima tranche di questo post la dedico a Tremonti: che a 5 anni di distanza ripete le stesse cose che diceva Padoa Schioppa, anzi le deve dire in modo meno sorridente e bonario perché in mezzo c'è stata la crisi economico-finanziaria peggiore dal 1929 in poi; perchè nel frattempo la Grecia (che culturalmente ci somiglia non poco, ma le manca uno dei nostri pregi maggiori, quello di un artigianato di altissima qualità con alto appeal sui mercati esteri) è saltata miserrimamente per aria; perché la quasi totalità degli osservatori internazionali e delle agenzie di rating guarda all'economia italiana con preoccupazione. Sempre Brunetta (l'inserimento sociale dei disabili andrebbe fatto con cautela e gestendo con acume le tappe, per evitare pericolose crisi megalomaniche) dichiara che "le agenzie di rating non sono oro colato". Direi che le sue estemporanee dichiarazioni lo sono venti volte di meno.
Come dire che quando una persona, simpatica o antipatica, di destra o di sinistra che sia (ammesso e non concesso che tali categorie abbiano qualunque valore oggettivo) valuta le cose con competenza tecnica e senso critico, arriva a delle conclusioni logiche ed ineluttabili.
Che Tremonti non ci stia a fare l'Alfano (ormai sinonimo ad abundantiam di yesman dello Psiconano) è cosa risaputa. Che sia uno dei pochi ministri che risponde alle interrogazioni parlamentari in modo esauriente ed argomentato e non col fastidio di un Mastella d'antan (E che lo chiedete a me? E' stata una decisione collegiale, testuali sue parole compreso l'orrore sintattico iniziale) è altrettanto acclarato.
Io ridacchiavo leggendo oggi sulle pagine dei giornali il mare di contumelie e gratuite cattiverie che i suoi colleghi gli hanno lanciato contro. Si è accanito in particolare il Sottosegretario alla Difesa Crosetto, ovviamente in seguito a ventilati tagli al suo dicastero (in un paese che rinnega la guerra come risoluzione internazionale dei conflitti il Ministro la Russa dovrebbe essere perfino senza portafoglio, ma questo è un discorso che ci porterebbe esageratamente lontano) sostenendo che la sua bozza di manovra finanziaria andrebbe girata brevi manu a uno psichiatra.
Con dietrologia italiota, da mesi si sostiene che Tremonti voglia far cadere questo governo per poter avere speranze di prresiedere un governo di transizione. Con quella che definirei invece davantologia, molti hanno trovato in lui il capro espiatorio delle recenti debacles. Specie quelli che dovrebbero guardarsi allo specchio per scoprire il colpevole.
Teatri vuoti e inutili potrebbero affollarsi se tu ti proponessi di recitare te. (Giovanni Lindo Ferretti, Emilia Paranoica. Dissento. l'Emilia è isterica con qualche sporadico spunto ossessivo-compulsivo, ma va bene lo stesso).
E' da molto che non parlo della mia vita su questo blog. Forse non l'ho mai fatto. E non lo farò neanche stavolta.
Uno apre un blog, arriva di pochissimo oltre gli 800 post ed evita di farsi ulteriori domande. Quelle che nel resto della sua vita è costretto a farsi, anche se sa nel momento stesso in cui le formula che non partoriranno alcuna risposta.
Nel blog si sente di essere intellettualità pura, anche se non sempre di questo aspetto riesce a fare un uso adeguato. Perchè gli piace comunque vedere l'aspetto buffo della vita (ridanciano, l'aveva definito qualcuno che gli aveva dato anche dell'onanista. E lui non aveva replicato perchè gli sembrava che la valutazione venisse da uno specialista del ramo).
Prova un'ammirazione che, se fosse più bastardo, sarebbe invidia (ma lui è bastardo solo quando non ne vale la pena e la cosa gli si ritorcerà inevitabilmente contro) per gli amici blogger che mettono la loro vita ed addirittura il loro lavoro, magari scelto per pura ironia del destino, al centro dei loro scritti.
Quell'uno sono io, anche se a volte vorrei prendere le distanze critiche da me stesso (Hai ragione ad andartene, se potessi mi lascerei anch'io, è una delle massime più argute ed acute di Freak Antoni) e quindi riprendiamo con coraggio la prima persona. Forse se parlassi del mio difficilissimo presente di sottoccupato attempato con seri problemi nello sbarcare il lunario (e neanche sotto tortura dirò alcunchè di più nè ora nè mai, quindi anche il forse è una pura e mera fictio retorica) il blog avrebbe molti più commentatori ed un significato sociale sia per quello che propago nel web (una dolorosa ed istruttiva esperienza sul cosa non fare, non dire e magari non pensare in questa sdrucciola ed elusiva società del terzo Millennio se non si vuole finire malissimo) che per quello che ricevo.
E visto che questa situazione esisteva già nel 2006 (per certi versi anche più grave di quella attuale, per altri chissà) di fatto la mia dimensione alla Eric Berne del bambino spaventato e disilluso aveva aperto il blog per parlare di questo; inevitabilmente censurata e circoscritta dalla mia altalenante ma comunque efficace parte adulta che ha sempre impedito che ciò accadesse, venendo comunque aggirata da racconti metaforici, allegorici, allusivi in rigorosa quanto risibile terza persona.
In questi giorni la precarietà e la vanità delle mie scelte e dei miei ideali di vita molto ma molto datati (nati tra la fine degli anni '60 e l'immediato inizio del decennio successivo) stanno allegramente producendo i loro effetti più vistosi. Guarda caso, proprio nel momento in cui la piega che la dimensione macrosociale italiana sta prendendo dovrebbero portarmi ad una gioia che sconfina nell'entusiasmo. Siccome sono uno specialista nel vedere il bicchiere mezzo pieno, o quanto meno nel roteare sapientemente il bicchiere per far apparire la quantità di liquido in essa contenuto ancora incoraggiante, le mie personali miserie sono ancora controbilanciate dalla percezione di un Paese che riprende il cammino, e lì i racconti del babbo Tonino e del suocero Alighiero mi danno lo spunto per immaginare un nuovo dopoguerra.
Una cosa però la devo dire: quando cominci a sentirti vecchio credo che non ci sia strada del ritorno, il cammino è irreversibile. Specie se fino a un paio d'anni fa ottusamente rifiutavi di sentire la minima differenza fra il te stesso attuale e quello di 20 anni prima, e adesso quel te stesso ti sembra quasi un'altra persona.
Forse mi pentirò di aver scritto questo post, e magari lo cancellerò ben prima di quando qualcuno l'abbia commentato. Chi fa sempre quello che si sente si entusiasma e si pente quasi nello stesso momento e quasi senza soluzione di continuità.
Nell'immaginare quest'ultimo scorcio di primavera come una nuova, pacifica ma non paciosa, Resistenza mi è sovvenuta alla mente una vecchia ma attualissima canzone dei Mau Mau. Resistenza, marzo '95, si chiamava. Perchè quelle parole uscissero dalla retorica e diventassero quasi reali c'è voluto un attimino. Speriamo che non ci voglia molto meno per confezionare una nuova struggente disillusione. E soprattutto speriamo che su questa vittoria della gente non metta il cappello la razza degli opportunisti della politica.
Sai, restare qui non fa per me si respira un'aria immobile controvento non si piscia più dentro un sogno di radici e di bandiere
E verrà l'estate e verrà la neve sentirò la tua mancanza Ma una linea d'ombra segna questa strada non si può fermare un'onda che arriva improvvisa
Porto con me i libri un quaderno bianco taglieremo ogni curva
Quanti troppi anni ri e riciclando il peggio tutte queste bestie a raschiare il fondo
E verrà l'estate e verrà la neve sentirò la tua mancanza So che riprenderò il mio giusto tempo per non sopravvivere solo monumento.
E' chiaro chi ha perso. Ha perso il Caimano (e il suo intero sistema di potere) che da un paio di mesi blàtera inascoltato, guardato in cagnesco e di sottecchi anche da molti che prima ne sottoscrivevano linea, stile e visione del mondo. Con i suoi opportunistici alleati leghisti che in questi giorni stanno esplicitando di essere anche pronti a passare a sinistra, perché il mezzo non conta, è il fine federalista la cosa importante (del resto, ragionamenti simili li fecero in un passato non lontanissimo perfino i Radicali). Con molti suoi presunti fedelissimi che non vedono l'ora di liberarsene. E con quei cattivoni comunisti dei PM che hanno alcune cosettine di poco conto da chiarire con lui e i suoi acrobatici avvocati.
E' un po' meno chiaro chi ha vinto. Probabilmente perchè questi benedetti partiti della Seconda Repubblica riescono ancora meno dei loro progenitori della Prima Repubblica ad essere contenitori delle esigenze, dei desiderata, delle richieste e delle incazzature degli Italiani.
Il PD deve stare attentissimo a gestire con equilibrio questa stagione di vittorie delle quali obiettivamente non ha alcun merito diretto se non quello di un briciolo di buona sorte dopo 17 anni di sfiga. Ma deve ricordarsi che nè Pisapia nè De Magistris erano candidati di area PD: anche se, comunque, l'uno e l'altro sono emersi perchè la sinistra non nomina i candidati con criteri oligarchico-decisionista e questo lo potremmo almeno riconoscere come merito indiretto.
E siccome i commentatori di centro-destra o tout cort di destra non è che sparino sempre e solo immani cazzate come il ladro del motorino di Alex Drastico vittima delle di lui maledizioni, va loro riconosciuta la ragionevolezza (che non significa verità) della posizione secondo la quale intorno alle indubbie reiterate recenti sconfitte del governo e di tutti i suoi annessi, connessi, infissi e suffissi non si vede ancora una maggioranza governativa in grado di governare il Paese. Il rapporto dell'elettorato di sinistra col PD non è confondibile con quello dell'elettorato di 30, 40, 50 anni fa col PCI.
La mia impressione è che il cambiamento che la gente ha chiesto con gli esiti inequivocabili di queste tre esaltanti tornate elettorali (nessuno più di Berlusconi ha mai ipostatizzato ed assolutizzato la volontà popolare, e allora essa vale anche adesso, caro il mio De Gasperi dei poveracci) sia un cambiamento che non prevede la sostituzione del carrozzone PdL col carrozzone PD, ma una profonda revisione del modo di fare politica in Italia. Altrimenti non escludo che Beppe Grillo, tirato per la giacchetta dai suoi infiniti aficionados, possa essere un futuro plausibilissimo presidente del Consiglio. Quanto meno, i comici o almeno gli attor professionisti hanno innato il senso del ridicolo che i comici involontari non possiedono. Ma non so bene se sognarlo o temerlo.
E io meno di te.
Non sono preoccupato per il debito pubblico americano: è abbastanza grande per cavarsela da solo.
Almeno quando faceva delle battute erano più vicine a Woody Allen che ad Alvaro Vitali.
Questo è un post che affonda audacemente e con impertinenza nella cronaca: comincio a scriverlo alle 14.27 di questo autunnale 13 giugno, in cui raffiche di pioggia isterica si alternano a piccole schiarite e il quorum, barchetta sperduta ma anch'essa impertinente e coraggiosa, sta per arrivare in porto sotto il fuoco incrociato di beffarde e ciniche corazzate governative, non esclusa la corazzata della vexata quaestio del conteggio o meno degli italiani all'estero nella definizione del quorum.
Il quorum del problema, direbbe Pippo Franco, è che il parere degli Italiani è vincolante quando serve a dare carta bianca al Caimano e da quel momento in poi diventa un grazioso optional dato che, come ebbe vergognosamente ad esprimersi tempo fa, Alla democrazia ghe pensi mi. Tra parentesi, nessun uomo politico dopo il leggendario Giovanni Leone aveva mai più usato il vernacolo natìo in esternazioni pubbliche ed ufficiali, ma questa è solo una questione di stile e lo stile in questi anni 10 del Millennio di Mxxxa lascia il tempo che trova.
Rinaldò, famme capì... Quanno che nun poj fa' a meno de scrive na battuta der cxxxo, perchè me devi sempre da tirà 'n ballo?
Tanto che c'ero ho mandato un sms a Bear Grylls chiedendogli ragguaglio sulle difficoltà non dico di uccidere, ma anche solo di catturare un caimano per renderlo non più in grado di nuocere. Boy, it's fucking hard è stata la sua eloquente risposta.
So, Rinaldoni, let me understand a thing. What do I have to do with this lousy blog?
Eh sì, perchè il caimano lasciato libero e tranquillo è uno spettacolo di idrodinamica che merita da solo il prezzo del biglietto, ma se viene infastidito o peggio affrontato face to face diventa la creatura più bastarda dell'Universo: non lascia nulla di intentato per far pentire il suo incauto eversore dei suoi tentativi. Può anche arrivare a fingersi morto per poi assestare la sgagnata mortale, o il quasi altrettanto letale colpo di coda che ha il corrispettivo energetico di una valanga sull'Everest, quando l'avversario si rilassa e magari festeggia con grida tribali.
Anche gli scarafaggi, bestioline a modo loro anche simpatiche che conosco un po' meglio dei caimani, adottano la tattica della finta morte: essendo dotati di una rete neurale molto primitiva, però, la adottano a prescindere e finiscono inesorabilmente spiaccicati, senza neanche la soddisfazione delle cugine cimici che almeno rilasciano post mortem un odore nauseante.
Ne creiamo di problemi al genere umano, eh?
Che Berlusconi sia un vero caimano o un sostanziale artropode invertebrato e dalle tattiche apparentemente furbastre ma in realtà suicide, lo stiamo scoprendo e decidendo (solo vivendo, ca va sans dire) in queste ultime settimane.
M'assoscio a Pippo Franco e a Bear Grylls, 'tacci tua.
Di tre referendum su quattro a Berlusconi non gliene frega assolutamente nulla: lascia agli ingenui peones del Popolo delle Libertà, che ancora credono che alle sue dipendenze si faccia qualcosa che assomigli alla politica, di accendersi sui temi del nucleare e della privatizzazione di servizi che dovrebbero, secondo logica ed etica, essere pubblici. Magari di suo, trova normale che chi eroga il servizio idrico debba godere della remunerazione del capitale investito, e poverino non capisce come mai una questione così evidente debba essere sottoposta a referendum, ma anche se ciò non dovesse succedere non credo che se ne avrebbe a male.
Tutta la partita si gioca sul legittimo impedimento: abrogato il quale, molta della sua spocchia contro la Magistratura potrebbe anche lasciare il posto a una inconfessata preoccupazione. Certamente la sua squadra di azzeccagarbugli guidata dal padovano Madài Ghedini (E Dio, nella sua inesausta sete di giustizia, dopo aver creato in Padova una città smodatamente bella ci pensò un attimo e per evitare che Venezia stessa ne fosse offuscata creò i padovani e fece pari e patta) ha già studiato tutte le contromisure, ma quei comunisti dei PM ne studiano sempre una in più, dannazione a loro.
Ma chi, ma dove, ma come, ma quando, ma di chi, ma per chi, ma a chi, ma su chi, ma con chi, ma fra chi, ma da chi, ma par cortesia, ma fame el piasér...
Col suo fare che ormai definirei fintocasual o meta-casual, con apparente noncuranza e, come avrebbe detto Roosevelt, off the records, ma il paragone è obiettivamente pochissimo credibile, Silvio ha prima detto Io non vado a votare col sottinteso che potremmo eufemistacamente definire implicito "E non fatelo neanche voi". E stamattina, a urne ancora aperte e di fatto col quorum non ancora raggiunto (nè, mentre sto scrivendo, c'è ancora l'ufficialità) ha annunciato che il quorum era stato raggiunto, non solo, che sul nucleare avrebbe sicuramente vinto il sì, con l'evidente intento di demotivare gli ultimi indecisi. E a lui si è accodato Maroni, e fatemi dire che da lui non me lo aspettavo. Se Berlusconi e Maroni fossero dei privati cittadini (beninteso, con la stessa risonanza mediatica, diciamo due insigni giornalisti o intellettuali) scatterebbe un'automatica incriminazione in quanto le loro dichiarazioni non possono non falsare in modo potenzialmente decisivo l'affluenza alle urne. E fatemi anche dire che di queste modalità da Basso Impero di manipolazione delle masse siamo in tanti a non poterne più.
Sono un grande mimo, notare la perfetta imitazione della vagina, pensate che in questo momento le tonsille mi sono diventate due ovaie, eheheheheheh...
Chi non ricorda quella storica partita al Maracanà di Belgrado (si chiama proprio così, che ci crediate o no) in cui Savicevic stava eliminando il Milan di Sacchi tirandosi dietro dieci onesti dopolavoristi di una dignitosa Jugoslavia (prima che le smanie localistiche la riducessero a una collezione di staterelli del Terzo Mondo, Bossi impara dalla storia). C'è chi giura che Galliani fece, completamente nudo nel gelo balcanico, la danza della nebbia e la partita fu annullata. O quella volta che l'Olympique Marsiglia stava sbattendo fuori il Milan sempre di Sacchi, si spense un faro su quattro e Galliani si sbracciò ordinando ai suoi fidi di tornare negli spogliatoi in una edizione precoce del legittimo impedimento? (Tosi, se gioega minga pù). Lo stile Fininvest-Mediaset traslato nella politica è questo. Tra parentesi, Savicevic venne immediatamente acquistato, già negli spogliatoi aveva firmato il contratto e in nottata dormiva già a Milano, e qualche anno dopo avrebbe fatto gol in finale al Barcellona con un cucchiaio dalla propria area di rigore. Questo solo per gli appassionati di fùtbol.
E che dire degli innumerevoli esemplari di sostenitori del Bisunto del Signore che hanno invaso le radio (in TV è un po' più difficile arrivare in diretta) a dire che chi votava no faceva vincere il sì? Molti chiaramente lo dicevano come lezioncina imparaticcia perchè alle domande dei conduttori sbracavano miseramente (alla Zanzara di Radio 24, dove i conduttori sono delle notorie bestie grame, qualcuno ha riappeso disperato quando ormai la figura di mxxxa era irrecuperabile). Costoro sono degli sconfitti. Che danno per scontata la vittoria dell'avversario e cercano di sabotarlo con mezzucci da collegio dei Salesiani dove vige la delazione al direttore. Poveracci, già facevano fatica a capire che se volevi mantenere la legge non dovevi votare sì (come il loro neurone impari mediano e senza compagnia riteneva) ma no. E poi qualcuno più addentro di loro alle segrete cose gli aveva aperto un mondo misterioso in cui se votavi no facevi vincere il sì. Meritano un affettuoso compatimento.
Quando chiudo questo post tuffato nella cronaca (ma che dalla cronaca, come mi è patologicamente consueto, si è affrancato nella sua quasi interezza) le proiezioni diffuse da La7 parlano di affluenza ben oltre il 50% che rende non significativa la percentuale di astensione degli Italiani all'estero.
Il 29 e 30 maggio non avevamo sognato.
Riapro il post quando il dato dell'affluenza non è più solo statistico ma ufficiale: questa volta, davvero e speriamo per sempre, l'Italia s'è desta. Contro chi la vorrebbe bolsa, pigra ed ignorante. Contro chi crede di poterne fare il proprio incontrastato reame. Contro chi dice di amarla ma la tratta come una colf. Ricordiamoci che in 150 anni di storia le persone che hanno fatto più del male all'Italia erano italiani. E diamoci una bella scantata per la nostra storia futura. Impariamo a scegliere.
Chi lo sa se il 30 maggio avevamo solo sognato: un sogno strano e di difficile interpretazione, in cui due impavidi Davide abbattevano degli sghignazzanti Golia che avevano dalla loro il potere del denaro e della propaganda mediatica, oltre all'incondizionato appoggio del Caimano, che in sè non era che un corollario delle suddette condizioni. Questi Davide avevano sconfitto calunnie, maldicenze, roboanti promesse contrapponendo ai plateali scenari dei loro antagonisti il potere del ragionamento e della logica. E intorno a loro, una miriade di davidini azzannavano ai polpacci i Golia di turno, lasciando loro un numero di vittorie contabili con una mano anche leggermente mutilata.
Tale e tanta era stata la concitazione che vorticava intorno a quegli inattesi risultati che una speaker della radio di stato era arrivata a parlare di "campi" invece che di città, quasi si trattasse di partite di calcio o altri eventi sportivi.
Anche i giornalisti più filogovernativi (con la ovvia eccezione di Emilio Fede) alla fine godevano di quella sorprendente rivalsa della sinistra, che obiettivamente faceva notizia molto più di una scontata stucchevole nuova vittoria della destra. Era un po' la storia dell'uomo che morde il cane, apologo che non c'è giornalista al mondo che non si sia sentito raccontare ai suoi esordi (e magari anche più in là).
Il sogno sarebbe stato talmente bello da culminare in una polluzione notturna se, come aveva fatto 11 anni prima Baffetto D'Alema dopo una sonora batosta del centrosinistra alle amministrative, il Caimano avesse preso atto che lo sconfitto trasversale di quelle elezioni era assolutamente ed inequivocabilmente lui e si fosse ipso facto et sic et simpliciter dimesso dal suo incarico.
Rinaldoni, mi dia l'indirizzo del suo pusher.
Ma il Caimano, colpito ma apparentemente non abbattuto, leggermente lacero ma ancora combattivo, faceva una virata di 180 gradi contando sulla atavica scarsa memoria degli Italiani: e quelle consultazioni che fino a venerdì dovevano avere un significato esplicito di appoggio ed avallo all'azione governativa, 72 ore dopo diventavano trascurabili faccende locali, che dico locali: strapaesane. E quella sconfitta che venerdì era categoricamente esclusa con piglio guascone e spavaldo, 72 ore dopo era banale nella sua prevedibilità. Anche quella buontempona della Merkel aveva preso una tramvata epocale un paio di mesi prima alle elezioni amministrative teutoniche, e allora perchè fare tutta quella cagnara?
Il funerale dello zio di Gene Gnocchi fu rinviato tre volte: la prima pioveva, la seconda non si trovava la cassa, la terza lo zio non poteva lui. Anche il funerale del Caimano gode di vistose proroghe. Che speriamo però non del tutto illimitate.
La gioiosa macchina da guerra che era in panne dal 1994 improvvisamente ed inopinatamente si rimette in moto. Bloccata da un fiscalissimo vigile di Arcore in servizio speciale aggiuntivo a Roma (che poi si è vantato per i 17 anni successivi di avere bloccato per sempre le velleita dei gloriosi macchinisti di rendere l'Italia una repubblica stalinista), tra multe, ricorsi, rinegoziazioni del debito, mancanza di spiccioli, multe versate in un foro incompetente è rimasta tristemente in garage a riempirsi di ragnatele e macchie di muffa.
E noi in famiglia non abbiamo nani pelati erotomani e senza il senso del limite
Proprio mentre il vigile screanzato ed arrogante ne decretava la definitiva demolizione, però, per quei casi della meccanica celeste e terrestre che a volte rendono la vita un po' meno insulsa, segnali della gioiosa macchina sono stati registrati (o forse più che segnali dovremmo parlare di scosse telluriche ed energiche spallate) a Milano come a Napoli, a Cagliari come a Trieste, a Macerata come a Mantova, perfino a casa del vigile odioso ed incompetente.
Gli amici del vigile risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Mentre il tutore dell'ordine stradale rimpiange forse quello spilungone bolognese suo collega (oddio, collega... Sottoposto) che aveva cacciato un annnetto fa, perchè invece di fare multe quasi solidarizzava con i contravventori. Adesso forse, chissà, gli sarebbe stato utile per rintuzzare le indiscipline stradali dell'insolente macchina da guerra.
Quando che ho fatto quel gesto lì io ci volevo dire al Silvio de tirà innans, anca se pare che ci dico d'andà a ca'.
Adesso, a parole, tutti i colleghi superstiti al suo fianco solidarizzano col vigile. Ma quando lui non li sente si mettono già d'accordo per fargli le scarpe e mettersi al suo posto. Mentre sulla sua testa incombono dei chiarimenti che deve dare alla Direzione Generale per alcuni illeciti amministrativi minori (corruzione, concussione, falso in bilancio, diffamazione e cazzate in diretta televisiva, concorso in associazione mafiosa, induzione alla prostituzione, peculato, abigeato, disturbo della quiete pubblica, attentati alla logica e al buon gusto e circonvenzione di elettori incapaci ed ingenui molti dei quali però si sono ravveduti in tempo). Agli amici il vigile ripete tranquillo e sereno "Nessun problema, ragazzi, posso spiegare tutto" ma in realtà non si sente troppo bene. Come Alberto Sordi nel film "Il vigile" lo rimanderanno a Milano dove potrà ripetere la celebre battuta finale della suddetta pellicola "El panetùn. El nebiùn. El magùn. Ammazza, el magùn che ci ho!!"
Dopo aver raggiunto quota 800 (che ci allontana dalla zona collinare per introdurci nelle prime pendici montane) la tentazione è di lasciare a lungo intatto questo numero, oppure aderire alle lusinghe di Facebook che mi assicura che ci sono un mare di amici, anzi amiche (peccato che quelle che mi hanno allegato a mo' di campione rappresentativo non ho la più pallida idea di chi siano, certamente sono amiche del Luca Rinaldoni perito informatico del Pinocchio di Ancona, o del Luca Rinaldoni cestista rissoso, o del Luca Rinaldoni che gestisce con la sorella Ketty una lavanderia a Potenza Picena) che mi aspettano. Ma il triste rituale di contare le amicizie eventualmente per scalare di grado mi ricorda il lugubre mondo delle chat (che pure una quindicina di anni fa trovavo incredibilmente divertente, ma ero giovane o quanto meno molto meno vecchio).
In questi ultimi tempi ho avuto modo di riflettere (in una Trimurti completata da Franz nella parte di Brahma e da Alanford nella parte di Vishnu, io ovviamente non posso che fare Shiva) sulla parola, sul pensiero e sull'azione.
La tentazione è di chiudersi in un silenzio autistico, o quanto meno riposante ("Eppure io credo che se ci fosse un po' di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire" faceva dire Fellini a un anomalo Benigni quasi afasico nel suo angosciante testamento spirituale ed artistico La voce della luna). Oppure di fare come quei fantastici pazzi che girano parlando ad alta voce a tutti e a nessuno perchè hanno una loro visione del mondo che, cazzarola!!!, a loro pare giustissima e magari lo è. A pensarci bene, tenere un blog è anche un modo di fare la suddetta operazione senza rischiare un TSO.
Riuscire ad organizzare il proprio pensiero e le proprie azioni quotidiane per fronteggiare il trash imperante ad ogni angolo e spigolo non è altrettanto facile. Specie quando ai concetti di disciplina e rigore tendi ad associare un vago retrogusto di manganello. Ma anche quelli marxiani di prassi e dialettica a volte ti sembrano marziani con la zeta.
Il pensiero si srotola ma a volte non arriva da nessuna parte, e allora torna indietro ma si accorge di aver dimenticato le chiavi e deve dormire su una panchina.
Come capita spesso, lo spazio momentaneamente vuoto viene appaltato a qualche pensatore più pragmatico e socializzato.
Il secolo che sta morendo è un secolo piuttosto avaro nel senso della produzione di pensiero. Dovunque c'è un grande sfoggio di opinioni,
piene di svariate affermazioni
che ci fanno bene e siam contenti: un mare di parole, un mare di parole, ma parlan più che altro i deficienti.
Il secolo che sta morendo diventa sempre più allarmante a causa della gran pigrizia della mente. E l'uomo che non ha più il gusto del mistero,
che non ha passione per il vero,
che non ha coscienza del suo stato: un mare di parole, un mare di parole, è come un animale ben pasciuto.
E pensare che c'era il pensiero che riempiva anche nostro malgrado le teste un po’ vuote. Ora inerti e assopiti aspettiamo un qualsiasi futuro con quel tenero e vago sapore di cose oramai perdute. Va' pensiero su l'ali dorate va' pensiero su l'ali dorate.
Nel secolo che sta morendo si inventano demagogie e questa confusione è il mondo delle idee. A questo punto si può anche immaginare
che potrebbe dire o rinventare
un Cartesio nuovo e un po' ribelle: un mare di parole, un mare di parole, io penso dunque sono un imbecille.
Il secolo che sta morendo che sembra a chi non guarda bene il secolo del gran trionfo dell'azione nel senso di una situazione molto urgente,
dove non succede proprio niente,
dove si rimanda ogni problema: un mare di parole, un mare di parole, e anch'io sono più stupido di prima.
E pensare che c'era il pensiero era un po' che sembrava malato, ma ormai sta morendo. In un tempo che tutto rovescia si parte da zero e si senton le noti dolenti di un coro che sta cantando:
"Vieni azione coi piedi di piombo vieni azione coi piedi di piombo."(Giorgio Gaber, 1994)
Cantami di questo tempo l’astio e il malcontento di chi è sottovento e non vuol sentir l’odore di questo motor che ci porta avanti quasi tutti quanti maschi, femmine e cantanti su un tappeto di contanti nel cielo blu.
Figlia della famiglia sei la meraviglia già matura e ancora pura come la verdura di papà.
Figlio bello e audace bronzo di Versace figlio sempre più capace di giocare in borsa di stuprare in corsa tu moglie dalle larghe maglie dalle molte voglie esperta di anticaglie scatole d’argento ti regalerò.
Ottocento Novecento Millecinquecento scatole d’argento fine Settecento ti regalerò.
Quanti pezzi di ricambio quante meraviglie quanti articoli di scambio quante belle figlie da sposar e quante belle valvole e pistoni fegati e polmoni e quante belle biglie a rotolar e quante belle triglie nel mar.
Figlio figlio povero figlio eri bello bianco e vermiglio quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio figlio figlio unico sbaglio annegato come un coniglio per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio a me a me che ti trattavo come un figlio povero me domani andrà meglio.
Ein klein pinzimonie wunder matrimonie krauten und erbeeren und patellen und arsellen fischen Zanzibar und einige krapfen frùer vor schlafen und erwachen mit walzer und Alka-Seltzer fùr dimenticar
Un piccolo pinzimonio splendido matrimonio cavoli e fragole e patelle ed arselle pescate a Zanzibar e qualche krapfen prima di dormire ed un risveglio con valzer e un Alka-Seltzer per dimenticar.
Quanti pezzi di ricambio quante meraviglie quanti articoli di scambio quante belle figlie da sposar e quante belle valvole e pistoni fegati e polmoni e quante belle biglie a rotolar e quante belle triglie nel mar.
Un rudimentale modello di pedalò vichingo dell'anno 800 senza 1 davanti
Sembrava solo un gioco di parole, una onirica associazione verbale senza nesso semantico.
Carlo Magno dichiara "Roma val bene una messa" la notte di Natale dell'800 senza 1 davanti
E invece nella canzone Ottocento di Fabrizio de Andrè ho trovato molti legami con questi 800 post inneggianti all'entropia e con questi quasi 5 anni di vita.
Affresco dell'800 senza 1 davanti
L'astio e il malcontento che non lasciano mai il posto alla voglia di capire il nuovo, e che a volte subisco altre volte faccio inconsapevolmente miei.
Lo snellissimo Peter Snell vince gli 800 a Tokyo partendo da Osaka
Questo procedere tutti avanti in un mondo in cui i soldi sono tutto (un tappeto di contanti), dove si comprano uomini e donne, maggioranze parlamentari, sentenze, appalti, tutto e tutti hanno un prezzo.
La valchiria alla matriciana Alessia Filippi dopo gli 800 stile libero di Roma 2009
Ricambi, articoli di scambio, meraviglie vere o presunte, un mondo dove tutto esiste e sembra non ci sia più niente da inventare, spietatamente dominato dall'immagine e dal suono ma giammai dalla parola e dal pensiero.
Suzuki Intruder M 800
Figli e figlie di cui si può andare orgogliosi, e magari non sei orgoglioso di loro come persone ma del fantoccio che ne hai saputo fare; o figli sbandati che si perdono nei Navigli in cerca di eroina.
Dune Buggy 800 cc.
E buon ultimo, perfino un perfido agghiacciante accenno al traffico d'organi.
Ferrari Adonai F-800, i cc forse sono un po' di più
Nel frattempo ho ancora compiuto gli anni (avvenimento che ormai festeggio con un minuto di silenzio) e si sta quasi avvicinando il 5° compleanno del blog.
Flash Nikon SB-800 indispensabile per le foto di nudo porno-soft
Sono stati cinque anni stranissimi, molto particolari: quando li vivi ti sembra tutto normale e quasi divertente, poi a cose fatte ti guardi indietro e ti chiedi come hai fatto a sopravvivere.
Korg 800, tipo come sembrare Keith Emerson senza saper neanche suonare il campanello.
E capisci che aver trovato uno spazio virtuale in cui la tua inesausta voglia di libertà e di essere contro (bastonata spietatamente nella vita reale) abbia avuto pieno diritto di cittadinanza, è stato taumaturgico.
737-800, che credo sia anche la linea verde di una delle hostess.
In questi 5 anni ho vissuto gli ultimi sprazzi di una adolescenza che mi ero negato a tempo debito e che, con pazienza inventiva e opportunismo ho infilato in qualche modo dopo i 40 anni. Non ho ancora capito se sono stato geniale o idiota, o un complesso mix delle due cose (a volte capita).
Carlo II detto il Calvo senza motivo alcuno, sovrano francese dell'800 senza 1 davanti.
Ho avuto due storie d'amore fuori tempo massimo, e altre tre le ho immaginate in ogni possibile particolare.
Polittico riguardante scene di vita comune dell'800 senza 1 davanti.
Il grosso problema è che le due storie d'amore reali si sono malamente pestate i piedi a vicenda, e dall'altra parte c'erano due donne e non due oggetti passivi del desiderio. Sul coacervo di rimorsi, rimpianti e sensi di colpa che tutto questo ha generato preferisco non dilungarmi.
La Mitteleuropa dopo il trattato di Verdùn, sottoscritto ad Agrate Brianza.
Ho ucciso e resuscitato più volte il Dott. Rinaldoni dall'afflato medio-borghese per sostituirgli un Luca proletario e quasi operaio, o quanto meno bohemien.
Come adoro la tua dimensione bohemien!!!
Operazione totalmente abortita, perchè il primo da zombie fa ancora più danni di quando era pienamente vivo e vitale, e il secondo è una proiezione intellettualistica inesistente nella realtà. In mezzo c'è un uomo che comincia ad avvertire inquietanti segnali di stanchezza, non sa bene dove diavolo è finito e men che meno sa se e come (e volendo anche dove) tornare indietro. Dove, fra l'altro? E quindi al tira innanz come Amatore Sciesa. Sperando che la conclusione per lui sia un po' diversa.
Pentiti, figliolo, pentiti, tanto nel 2000 considereranno il Risorgimento una stronzata colossale.
Sicuramente qualcuno avrà già fatto un'associazione mentale tra Nichi Vendola e Giuliano Pisapia: se un outsider per certi versi anche poco televisivo (la sua oratoria è quasi più da leggere che da ascoltare) come Vendola è riuscito a vincere e rivincere (in questi casi si dice "contro tutto e contro tutti") le elezioni regionali pugliesi, un outsider molto meno outsider come Pisapia può veramente rimandare a casa la Moratti.
I milanesi hanno le loro impuntature e i loro luoghi comuni ma non sono coglioni, per usare una categoria pseudo-logica tanto cara all'Ubriaco di Arcore. La Moratti ha dato pessima prova di sè dovunque venisse piazzata: come presidente della Rai ha fatto la storica dichiarazione "La Rai non dev'essere concorrente di Mediaset, ma deve indirizzarsi prevalentemente verso il servizio pubblico", più megafono di così del conflitto di interessi del Bisunto del Signore credo che nessuno sarebbe riuscito ad essere. Come Ministro dell'Istruzione ha licenziato una inconcludente riformina ricordata quasi esclusivamente per la reintroduzione del voto di condotta. Come sindaco di Milano, tutti i miei amici milanesi mi assicurano con affettuosa ironia che è meno peggio di tanti altri perché di fatto non si avverte neppure la sua presenza. E' anche vero che Milano sopravvive da decenni con sindaci mediocri perché sostanzialmente si autogoverna.
Ma la considerazione bypassa una Milano non più da bere (gli esiti sarebbero letali) e inquadra in modo drammatico le future sorti politiche dell'importatore del bunga-bunga.
Non era lui che aveva definito queste elezioni una cartina al tornasole sull'operato del Governo? Non era lui che aveva per l'ennesima volta trattato con sicumera e iattanza le opposizioni? Non era lui, secondo voi, a consigliare alla Mestizia Biondatti(scusate, c'è stata un'incursione di Bibì e Bibò) di sparare cazzate contro Pisapia a 30" dal fischio finale così che il feroce terrorista rosso non potesse ribattere? O a consigliarle di annunciare la sospensione dell'ecopass come lui aveva fatto per l'ICI? Con la differenza, però, che l'ecopass l'aveva introdotto lei come l'ottava meraviglia del mondo, quando era semplicemente un modo per fare cassa e permettere di inquinare solo ai più abbienti?
E l'ineffabile spettacolo dei Responsabili che votano a favore del Governo solo se hanno ottenuto le adeguate (secondo loro) cadreghe, altrimenti stanno a casa a dar da mangiare al gatto, mostrando in modo esemplare l'inconsistenza idiota di questo calciomercato applicato alla politica?
Ormai non ho nè tempo nè voglia di spandermi in dettagliate analisi su quello che sta avvenendo: ma questa volta gli investimenti virtuali del Caimano non stanno dando buoni frutti. E la scadenza referendaria si avvicina con la musica dello Squalo di Spielberg.
Ci sono dei post che nascono da soli ed altri che hanno una laboriosa quasi sofferta gestazione. Questo avviene quando, desideroso di esprimere opinioni e non pregiudizi, mi perdo nella lettura di decine e decine di pagine web. Con Tanzi e la Parmalat, più leggo e meno riesco a capire. Perchè, da laureato in Psicologia e non in Economia e Commercio, le grandi leggi della Finanza mi sfuggono; ma qui mi sfuggono anche le motivazioni degli attori umani.
Quindi, èdito questo post come si presenta al momento. Se mi verranno in mente delle correzioni o delle migliorie le farò. Sempre meglio che un altro post sul Berlusca.
Perfino Repubblica indulge in lacrimevoli articoli su un povero signore settantatreenne che, nel carcere parmigiano di Via Burla (e non della Burla come tutti si ostinano a dire, anche se per chi ci finisce la denominazione sarebbe appropriata) si guarda attorno spaesato e si lamenta che "i politici lo hanno abbandonato" (mo veh, l'hai capito solo adesso come sono fatti?).
Se Bossi Junior è una trota e non un delfino, Calisto è un lucertolone piuttosto che un caimano. Anche se, quando il bubbone Parmalat stava per esplodere, beffardamente Beppe Grillo gli consigliò di fondare Forzalat ed affidarsi al giudizio degli Italiani.
In realtà la famiglia Tanzi era legata a doppio filo alla DC e l'amico del cuore era Ciriaco De Mita; un'amicizia un po' di basso profilo rispetto a quella fra Craxi e Berlusconi all'ombra della Milano da bere, un'amicizia che piuttosto che di aperitivi da Giannino si alimentava di mangiate di spongata nell'alta Val Parma.
Per quindici anni almeno la DC è stata il principale fornitore della Parmalat, come il PSI di Craxi fu il principale fornitore di Mediaset prima che il patron della stessa diventasse fornitore di se stesso. Ma mentre da Mediaset c'era fin da allora una raffinatissima attentissima strategia di dove mandare eventuali regalini, la fase finale della storia della Parmalat è un tragicomico moltiplicarsi di regalie a chiunque che ha quasi dell'incredibile.
Si trattava di fornitura di servizi, e a volte consulenze (per così dire) col problema che essendo leggerissimamente vietate dalla legge dovevano essere ricompensate con quelli che a Parma si definirebbero dei "biechi mannelli".
A questo punto è inevitabile il parallelo con l'altro grande impero agroalimentare della Food Valley, la Barilla, che nasce in una Parma ancora risorgimentale come piccola bottega, cresce insieme alla giovane Italia, si amplia lentamente e in modo fisiologico, diventa società per azioni nel 1960 ma credo non abbia mai emesso una sola obbligazione. Nel 1970, ai primissimi quasi impercettibili segnali di crisi, l'azienda viene ceduta a un gruppo americano e nel 1979 Pietro Barilla ne riacquisisce il pacchetto di maggioranza. Questa è la differenza fra l'economia (nel senso quasi etimologico del termine) e la finanza.
La Parmalat nasce nel 1961 quando, alla morte del padre, il giovane Calisto fiuta l'aria e sente che il caseificio di famiglia può decollare verso insospettati orizzonti.
Questo giovanotto ventitreenne che fiuta l'aria costituisce una cesura, un immaginario punto di non ritorno. Nelle giornate luminose da Collecchio Alta lo sguardo può spaziare indisturbato fino alle Alpi del Trentino senza incontrare ostacoli. Chissà se Calisto in quegli anni in cui tutto sembrava possibile si è seduto su una panchina del Parco Nevicati e il suo sguardo sveglio e impaziente si è spinto verso l'infinito.
Quel ragazzo non voleva finire la sua vita da casaro, aveva in mente altre cose. Si era stancato dei ragionamenti da campagna padana "Si fa il passo secondo la gamba", "Se hai cento spendi cinquanta e metti da parte l'altro cinquanta", nei suoi studi di Economia che di lì a poco interromperà aveva capito che esiste un mondo che il babbo buonanima e lo zio non sanno neanche dove stia di casa, il mondo della Libera Impresa e dell'Alta Finanza.
Forse anche un giovane milanese di poco più anziano di lui, in quegli anni, dalla collinetta di San Siro (dove, come Vecchioni insegna, possono anche capitare gradevoli incontri) guardava l'orizzonte cercando di indovinare il profilo di qualche banca svizzera.
Tutti e due guardavano il boom economico prodotto dalla generazione precedente ma pensavano di poter fare molto, ma molto, di più.
Barilla, Berlusconi, Tanzi.
Finchè il mercato tira, le congiunture sono favorevoli, gli imbrogli che fai nessuno li scoprirà, tutto va bene.
E' la crisi che fa la differenza.
Quando senti le prime difficoltà puoi cedere temporaneamente agli americani; puoi decidere di fare una puntata quasi folle (se gli Italiani sono tanto fessi da crederti raddoppi la posta, altrimenti perdi tutto ma almeno ci hai provato); o puoi restare a metà strada, in una successione purtroppo per te esponenziale di trucchi, espedienti, documenti truccati, ricerca di banchieri compiacenti, ricerca di vecchi amici approdati in politica che ti presentino gli amici degli amici, fino al (apparente....) non senso di finanziare le banche che ti dovranno finanziare, fino allo scandalo finale, l'emissione di un numero spropositato di obbligazioni che direttori di banca male informati o a cui conviene dire minchiate garantiranno come investimento d'oro, ma tu sai benissimo che non sarai mai in grado di onorarle.
E il Caimano alla fine ha un'aliquota di Italiani che stravedono per lui; mentre il Lucertolone morirà in galera odiato da tutti. E la sua frase in tribunale "Invito i consumatori ad acquistare ancora prodotti Parmalat" non troverà nessun emiliofede a banalizzarla come un'innocente battuta.
Solo recentemente ho ricominciato a parlare di Berl... di Ber... Accidenti, ho gli stessi problemi di Fonzie quando doveva dire "Ho sbagliato...". Userò ancora una serie di perifrasi, alcune divertenti almeno per me, altre farraginose e cervellotiche, perché un disgustato silenzio andrebbe a sovrapporsi a quello di 4 milioni di Italiani che disertano mediamente le urne, e imbavagliarmi da solo sarebbe l'ultima tappa di un'escalation masochistica alla quale sto cercando di mettere un minimo di argine.
Nel parlare dell'esportatore del bunga bunga, non ho la presunzione di dare una rassegna esaustiva quotidiana delle inesattezze, bugie, turpitudini, volgarità, delirii, nonsensi logico-concettuali, prepotenze, protervie, spiritosaggini fuori luogo, attentati alla legalità, appropriazione indebita del concetto di democrazia, intimidazioni, ricatti, squallori, meschinità, oscenità, fecalomi verbali, ingiurie, insulti, contumelie, vituperie, assurdità che egli riesce a raggranellare. Sempre usando dei dolci, garbatissimi e mielosi eufemismi.
In un mondo in cui le analisi fanno fatica a sopravvivere perfino nelle aule universitarie, e tutto punta verso sintesi e semplificazioni sempre più riduttive, finisco per adeguarmi anch'io a questo trend e, di volta in volta, medito con la dovuta acrimonia su 1-2 corbellerie alla volta. Nè desidererei mai che questo blog divenisse uno strumento monotematico contra personam. Perchè se ciò succedesse, avrebbe vinto ancora una volta lui.
L'ho del tutto graziato sulla recente nomina di 9 sottosegretari come premio del loro passaggio alla maggioranza, perchè la moltiplicazione delle cariche ministeriali e sottoministeriali fatta dal parroco di Novellara nel 2006 due secondi dopo aver avventurosamente vinto le elezioni non mi era sembrata meno scandalosa. Certamente molto più costosa.
Sulla sua ultima, quella sì farraginosa e mal riuscita, battuta sui leaders della sinistra che non si lavano, ho esitato a lungo. Come certe bravate degli ultras in tribuna o di quelli in campo che non meriterebbero di essere amplificate dai media anche per evitare pericolose emulazioni nelle menti più instabili, anche questa mi è sembrata di una rozzezza oltre i limiti ultimi dell'improponibilità. Con la differenza che ultras e pedatori non sono tenuti ad avere un comportamento e un frasario civile, un Primo Ministro c'è caso invece che debba.
Una battuta che fa il paio con quella dei parlamentari di sinistra "malvestiti e maleodoranti", come per dire che la Minetti, la Carfagna e la Brambilla magari non saranno delle brillantissime politiche ma sono sempre firmatissime e profumate come delle prostitute d'alto bordo.
Se l'informazione fosse equilibrata, certe esternazioni dell'Ultimier si farebbero autogol da sole. Pensate solo che, nella medesima ciceroniana orazione pubblica (tenuta nell'antica cittadina di Crotone, una volta perla della Magna Grecia) in cui doveva sostenere una candidata sindaca dell'Udc, non è riuscito a trattenersi dallo sparare a zero contro Casini uomo-simbolo dell'Udc stessa. E la candidata sindaca, ovviamente, muta come la pula di fronte alle impennate di Pino dei palazzi.
Parole in libertà, gaffes à la Bonjour (tanto per accentuare il francesismo), impeti retorici incoercibili, studiate provocazioni, raffinate strategie basate su paradossi semantici di terza o quarta generazione? L'ho già affermato e lo ripeto: ormai, metà artefice e metà vittima del suo stesso gioco, anche lui lo ignora.
Io invece lo so ma non ho nessuna intenzione di dirvelo!!!
Ristabilita la mia omeostasi cognitivo-emozionale, posso dedicarmi ad occupazioni meno penose che seguire le gesta dell'Ubriaco di Arcore.
La gioiosa kermesse va avanti: probabilmente ad andatura turistica in segno di lutto e in parte di protesta. Ma poi risulta difficile trovare dei responsabili contro cui accanirsi.
A poche decine di chilometri dalla città di Vittorio Adorni e di Giuseppe Verdi (che in realtà era un bassaiolo un po' rustico che odiava con tutte le sue forze i parmigiani e si era ambientato molto meglio a Milano, ma queste sono le verità storiche che un po' tutti conoscono ma non si menzionano mai), tra quelle curve che, dopo una bella mangiata di funghi nella trattoria U Rissu (che nonostante il nome è in piena Val Taro emiliana) portano in una mezz'oretta a farsi un Fernet in riva al mare, un ragazzotto belga non aveva sicuramente tempo e voglia di bearsi degli splendidi scenari dell'alto Appennino. E quando dopo una curva sarebbe comparso il mare di Chiavari, la sua sarebbe stata non una contemplazione estetica ed estatica, ma la consapevolezza che anche quella fottutissima discesa era finita.
E non era neppure una delle discese più veloci: perfino scendendo il giorno prima da Tabiano Castello (una terza categoria definita spiritosamente "poco più di un cavalcavia") si erano toccati i 90 Km/h contro i 70 di cui parlano le cronache in questo caso.
Quando ti fiondi in discesa in bici la sensazione è insieme meravigliosa e terribile: ti rendi conto di quanto Gaia attragga a sè i suoi figli un po' degeneri in un abbraccio che a volte può anche stritolarli.
In salita si fatica e si impreca, delle volte si scende e si prosegue con la bici a mano ansimando come un mantice impazzito; in discesa fa tutto la forza di gravità: il cicloturista azionerà i freni intorno ai 40 o 50 all'ora se non ancora prima e si godrà il vento nei capelli (o se ha il casco o è calvo se lo godrà comunque addosso); il corridore agonista frenerà solo se frena qualcun altro. Di solito nessuno comincia, e si va giù come saette multicolori in una posizione a uovo quasi sciistica. Bello da vedere per chi guarda in televisione, meno per chi è sul percorso perchè non hai letteralmente il tempo di mettere a fuoco le sagome: spaventoso per chi fa lo show.
Molti ottimi corridori non sono diventati campioni assoluti perché non se la sentivano di giocare con la morte ad ogni discesa: non so se più o meno di quelli che non lo sono diventati perché non se la sentivano di giocare con la vita in farmacia.
Sei morto. Hai fatto audience. Ti intitoleranno una curva e quando qualche tuo ex-compagno vincerà una sagra del tortello fritto per anni e anni indicherà il cielo. Chissà se ne valeva la pena.
Le contorsioni del Caimano hanno qualcosa di quasi affascinante: mentre il suo principale, indispensabile alleato di governo mostra un crescente (e in qualche modo altezzoso) disaccordo con lui, e addirittura sembra schierarsi dalla parte di Napolitano "uomo di parola" contro qualcun altro che la parola si può dire non la mantenga mai; mentre l'Italia subisce la crisi libica senza tuttora mostrare alcuna linea strategica autonoma e meditata, tanto da dare l'impressione che l'intera vicenda sia vissuta dal Bisunto dal Signore e dai suoi dipendenti come una grana cui dedicarsi obtorto collo dando ragione di volta in volta a chi conviene dar ragione; mentre urge una tornata amministrativa il cui esito non è assolutamente scontato,
mentre accade tutto questo e parecchie altre cose sulle quali non mi soffermo (anzi un po' sì: disoccupazione galoppante, costante innalzamento della "soglia di povertà", prestigio intrernazionale del Belpaese ai minimi storici, direi che l'omonimo formaggio ormai ha una maggiore affidabilità)
lui porta (e fa portare da una delle sue fedelissime, dal controverso curriculum vitae non solo sul piano accademico) un pesantissimo attacco alla magistratura del quale (come sempre) non si assume la piena paternità e piena responsabilità, prima circostanziandolo, poi negandolo del tutto, quindi sostituendolo con una lode alla magistratura intera per poi, appena uscito dalla Procura di Milano, riprenderlo tale e quale.
Per carità, non dimentico mai che siamo in Italia: sull'ultimo Venerdì di Repubblica compare un istruttivo elenco di politici di tutto il mondo che si sono dimessi per delle assolute inezie. La stessa, tragica fine, dell'ex-ministro delle finanze giapponese che si era presentato in condizioni di vistosa alterazione alcoolica ad una conferenza stampa del G-8 finanziario di Roma del 2009 (dimessosi, non era stato rieletto pochi mesi dopo ed è morto, vittima di una spaventosa depressione, per una overdose di farmaci configurabile come un "suicidio accidentale") ci lascia pensare all'enormità del gap che ci separa e ci allontana da quei Paesi nei quali la politica è un affare maledettamente serio.
Nè dimentico che nel sistema giudiziario italiano all'indiziato (a maggior ragione qualora gli indizi siano forti, convergenti, cospicui, preoccupanti, inquietanti, magari conditi da un paio di prove, un vago sentore di flagranza e un'implicita confessione) viene concessa, se non quasi imposta, l'opzione di negare fin l'evidenza arrampicandosi alla Manolo free-climber su tutte le superfici riflettenti disponibili e facendosi difendere da avvocati che (se sostenessero da testimoni le stesse ineffabili distorsioni della realtà che sostengono da legali difensori) verrebbero arrestati seduta stante.
Versione statunitense: Vostro onore, mi oppongo.
Versione euganea: Ma va lààààààà, ma chi lo gh'ha dito, ma fame el piazer, ma par cortesiaaaa.
Se l'Ubriaco di Arcore non si avvalesse di una simile opzione io personalmente (e forse anche Franz e Alan) lo guarderei con occhi meno severi; ma la quasi restante totalità degli Italiani lo ricoprirebbe di lazzi e cachinni.
Con strategie da perfetto venditore, il parente acquisito di Mubarak sa volgere a suo favore anche le condizioni di apparente, quando non di assolutamente obiettivo, svantaggio: quanto ci sia in tutto questo di lucidamente calcolato e quanto di istintiva improntitudine che fa parte integrante del personaggio, non ci è dato saperlo per il puro fatto che è plausibile non lo sappia nemmeno lui.
La sua non è una carriera politica: è uno show i cui referenti non sono dei cittadini ma un pubblico, non sono dei detentori di opinioni e di diritti ma una massa informe che dev'essere condizionata al consenso. Di fatto, il buon venditore è manicheo: familiarizza col cliente disponibile, odia fino ad avere contro di lui pulsioni omicide il cliente che si rifiuta di considerare il suo prodotto il più meraviglioso che esista sulla faccia della terra.
Il perfetto venditore, poi, è quello che arriva ad essere egli stesso psicoticamente convinto che il suo prodotto è perfetto e privo di qualunque aspetto negativo.
E se non ne sei convinto, bevici sopra che poi se ne riparla!!
Questi slittamenti di contesto e questa confusione di tipi logici ovviamente non riguardano solo lo Psiconano ma tutto il suo elettorato e, aggiungerei, chiunque pur non votandolo vive con indifferenza, apatia e sostanziale tolleranza tutto questo.
La politica italiana era già per larga parte una compravendita di favori e privilegi: il legame fra le lobbies e il Parlamento era anche prima strettissimo. Ma con la discesa in campo del sedicente più grande statista che l'Italia repubblicana abbia mai avuto, la metamorfosi è stata inquietante. Ormai non solo lui, ma chiunque fa politica "si vende" alla Renato Zero: vende la sua immagine, le sue promesse, la sua capacità di fare spettacolo e, spesso, la rumorosa protervia che sostituisce i decibel alla coerenza logica e alla dirittura etico-morale.
Il lato b però lascia ancora qualche speranza.
A volte mi viene in mente il decoro, l'umiltà, la saggezza di De Gasperi (con la quale lo sbruffoncello osa paragonarsi) quando disse le famose parole Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me alla Conferenza di Pace del 1946 e la paragono alle imbarazzanti esibizioni internazionali del Giangi Meneghetti prestato alla politica, una vergognosa macchietta che, se in Italia vellica una italianità degenerata e di basso profilo, all'estero ci fa fare un balzo indietro di diversi decenni nel prestigio che possiamo vantare.
All'Isola andrebbe in nomination già in aereo.
E tutti sanno che per costruirsi una credibilità internazionale occorrono decenni, per distruggerla può bastare ed avanzare un solo giorno.
In qualunque altro paese sarebbe impensabile un attacco di questo genere contro la Magistratura da parte di un Primo Ministro in carica. Tanto più da un Primo Ministro che si trova coinvolto non in uno ma in quattro processi e che (neppure i suoi fedelissimi più esagitati credono davvero il contrario) ha intrattenuto rapporti sessuali con minorenni.
Ma a parte questo, qualunque studentello universitario che abbia sostenuto un esame complementare di criminologia saprebbe spiegarvi che un innocente, in grado di disporre di un formibadile arsenale difensivo, avrebbe tutto l'interesse a rispettare i PM che stanno valutando le prove a suo carico (a parte che, se quell'innocente non fosse Presidente del Consiglio, dichiarazioni pubbliche di quel genere peggiorerebbero di moltissimo la sua posizione); mentre un colpevole avrebbe tutto l'interesse a sollevare il massimo polverone possibile, nel caso in cui abbia l'obiettiva possibilità di instillare nell'opinione pubblica il dubbio che contro di lui ci sia un'infame ed immonda congiura.
Da De Gasperi passerei al povero Enzo Tortora, vittima non del più increscioso caso di errore giudiziario che la storia repubblicana ricordi (perché sicuramente tanti poveri cristi hanno subito ben di peggio senza la minima risonanza mediatica) ma di quello più noto: ricordo benissimo che un paio di volte arrivò a usare il termine questa giustizia immonda (o forse lo usò una volta sola, ma divenne poi un tormentone di Gigi Sabani, che tutto si immaginava tranne che di caderne di lì a pochi anni lui stesso vittima) ma da privato cittadino non in possesso di mezzi di persuasione di massa, comunque le sue parole in Tribunale sono un esempio di rispetto e di misura, Io sono innocente e spero che lo siate anche voi.
Non è neanche del tutto sicuro che colui che è stato ucciso sia veramente Osama Bin Laden, o un suo sosia, o un pupazzo di Carlo Rambaldi. Tuttora molti hanno dei dubbi sul fatto che siamo andati veramente sulla Luna e su tante altre morti, da Jim Morrison a Che Guevara.
Sul piano operativo e strategico la sua morte non cambia nulla: come tutti i maitres à pensèr, Osama aveva (ha?) creato un sufficiente numero di eredi ideologici, o per meglio dire è stato per anni l'emergente di un movimento antioccidentale che gli pre-esisteva e gli resisterà.
La sua uccisione vera o finta che sia, in questa warholiana era dell'immagine, ha dei significati di tipo ideologico-propagandistico-simbolico.
Simpatico amico statunitense dal faccino da bravo ragazzo, forse non siamo allo Yankee Stadium.
Il suo quasi omonimo (che molti si ostinano a credere nato in Kenya, un po' come Johnny Depp nel Convegno delle Parti Molli degli Elii che ognuno chiama come vuole) Obama nel giro di poche settimane recupera posizioni nei confronti del Congresso USA a maggioranza repubblicana e di un elettorato fra il deluso e l'esasperato: dopo essersi rassegnato a bombardare la Libia (operazione sulla quale, non essendo un idiota esaltato come i due Bush, aveva dei fondati dubbi) adesso è in qualche modo titolare di un momento che gli Americani avevano sognato per anni. Scaltramente, si è affrettato a precisare che aveva dato il mandato a catturare (ma non ad assassinare sommariamente) il re del male, però intanto sono successe tutte e due le cose e falchi e colombe sono entrambi contenti.
L'America prevede la pena di morte (e per i detenuti o i tossici agitati la prevede di fatto anche l'Italia) e quindi l'enormità dell'onta che Osama ha loro inferto ben merita un'uccisione in stile OK Corral.
O no?
Circa quattro anni fa avevo ritenuto equa l'impiccagione di Saddam Hussein, avvenuta comunque dopo un processo molto meno sommario di quello concesso (ad esempio) nel 1861 agli insorti di Bronte durante la spedizione dei Mille. E ricordavo l'analoga fine di Ceausescu e Mussolini.
Per correttezza vi linko il post di allora, rispetto al quale devo avere la coerenza e il coraggio di ammettere che ho parzialmente cambiato idea: l'idea precristiana dell' occhio per occhio dente per dente tranquillizza la parte bestiale ancora presente nell'essere umano, ma non può essere moralmente giusta. L'uccisione di quest'uomo feroce e ottuso (tale mi è sempre sembrato) non solo non restituisce la vita a una sola vittima dell'11 settembre, ma riconosce un'equiparazione fra chi uccide e chi si vendica uccidendo a sua volta. Che sia passato da ateo a diversamente credente? Boh!
Mi ha poi colpito in modo addirittura doloroso la mostruosa teoria della deputatessa (ovviamente PdL) Micaela Biancofiore che attribuisce questa uccisione ad una intercessione dall'alto del beato Wojtyla. Che per altri versi è una manifestazione di quali intellettuali vengano eletti tramite decisione diretta del padrone del partito stesso, che in questo inizio maggio di grandi avvenimenti e grandi uomini rimpicciolisce fino alle dimensioni di un acaro.
Su Woytjla come uomo non ho mai nascosto una valutazione positiva: è l'unico papa della storia moderna ad aver dato l'impressione che sarebbe potuto essere un grande anche senza lo scomodo ma potente ruolo di vicario di Cristo.
La sua capacità di comunicare, di servirsi dei media senza farsene schiacciare e senza schiacciare chi lo ascoltava, la sua capacità di attrarre i giovani e il suo monumentale carisma credo non accettino discussioni.
E' stato il primo e temo ultimo papa moderno: cosa sarebbe potuto essere il suo predecessore Albino Luciani (che per altro è il detentore originario dell'idea del nome Giovanni Paolo) senza la sua prematura misteriosissima scomparsa non ci è dato sapere. L'uno e l'altro venivano su dalla povertà e dalla fatica, con una forte vena "popolare" (forse nel primo caso anche troppa). L'uno e l'altro sono stati eletti quando erano outsider, per dare una salomonica risposta a conflitti di potere che non trovavano sbocco, con tutto il rispetto per chi pensa che sui cardinali del conclave aleggi e zampetti lo spirito santo per consigliarli per il meglio. E tutto questo lo pensavo, vi prego di credermi, anche prima che uscisse l'ultimo film di Nanni Moretti che non ho neanche avuto il tempo di andare a vedere.
Adesso è morto: una "scandalosa" vignetta di Milo Manara sul supplemento satirico del Fatto Quotidiano lo immagina mentre degli angeli di sesso femminile lo intrattengono piacevolmente (un paradiso più musulmano che cristiano, verrebbe da pensare). Essendo morto sembra possa fare miracoli, guarire dal Parkinson, rendere la sua Polonia oramai una quasi superpotenza più ricca, stabile e prospera dell'Italia, ma poco può fare perchè in nome suo tutte le contraddizioni vaticane si dispieghino maliziosamente.
Sulla scelta quanto meno inopportuna di indire la sua beatificazione per una data come il 1° maggio, si è già pronunciato Ascanio Celestini che, insieme al Paolini teatrante (non quello che disturba le dirette), sa contaminare magistralmente strumenti teatrali e giornalistici. E proprio da quel palco di Piazza San Giovanni dove vigeva il veto preventivo agli artisti di fare il benchè minimo accenno ai referendum (ma per fortuna nessuno ha potuto impedire a Caparezza di ergersi a Dante Alighieri del XXI secolo con la sua epocale Non siete Stato, voi!).
Sul rapporto ambivalente e un po' berlusconiano tra il cattolicesimo ufficiale e il suo popolo (a suo tempo blandito quando invocava con cori da stadio equivalenti a un In nazionale, Woytjla in nazionale la beatificazione immediata poi maltrattato e scacciato a notte fonda da Piazza San Pietro come evangelici mercanti dal tempio quando cercavano un riparo per la notte con modalità un po' troppo da concerto rock) mi pronuncio io. Per dire che, rispetto all'Islam e alle chiese protestanti, il cattolicesimo dispone di un apparato gerarchico e dottrinario elitario ed oligarchico che espropria di fatto il singolo fedele dall'essere diretto interprete della religiosità (provate a spiegare a un musulmano o a un quacquero la funzione non dico di un papa ma di un semplice vescovo, poi mi racconterete). Le masse ingenti che il cattolicesimo smuove fanno comodo quando creano consenso, vengono trattate con sufficienza o esplicito disprezzo quando si muovono come delle masse portatrici di un'idea "di base", buona o cattiva che sia. Probabilmente ho torto, ma almeno spero di essermi spiegato.
Giovanni Paolo II è stato un papa popolare quanto ferocemente anticomunista. Tanto spaventato dal comunismo da espandere la sua fobia a qualunque cosa vi somigliasse anche da lontano (compresi i movimenti, principalmente sudamericani, che si rifanno alla Teologia della Liberazione.
Capisco che abbia conosciuto solo i comunisti trinariciuti che hanno imperversato nella sua adorata terra natale per 45 anni; e i sedicenti comunisti italiani degli anni di piombo che, applicando con una pseudologica delirante alcuni inesatti corollari di un teorema incompleto avevano messo a ferro e fuoco la sicurezza nazionale (ricordatevi che il peso di un terrorista non si valuta da quanti ne colpisce, ma da quanti ne "educa"). Anche se la sua sincera amicizia con un socialista ateo dichiarato come Pertini avrebbe dovuto e potuto farlo riflettere sul fatto che, forse, il comunismo non è solo identificabile con le sue malriuscite strumentalizzazioni operative, ma incarna degli ideali che meritano un certo qual rispetto. Ma tant'è, al massimo arriveremo a un papa medio-progressista come il megadirettore galattico di Fantozzi. Ma non per adesso.
Ratzinger, nel celebrare la morte e la beatificazione del suo amico, ha ufficialmente ricordato (in diretta televisiva o quasi) che è suo merito aver convinto milioni di persone che il Cristianesimo, molto più del marxismo, veniva incontro al bisogno di redenzione degli oppressi e degli sfruttati. Posizione che ha una sua forza, perché sull'esito nefasto delle concretizzazioni del comunismo abbiamo miriadi di informazioni obiettive (trascurando quelle grossolane e/o apertamente strumentali che sono una bella fetta, o l'oscena boutade berlusconiana di Marx che dice "Lavoratori di tutto il mondo, scusatemi") mentre sull'al di là direi che sappiamo ben poco.
E proprio Ratzinger, non dimentichiamolo, è stato il consigliere più vicino a Woytjla per tutti gli anni del suo pontificato. Probabilmente ben sapendo che gli sarebbe succeduto.
Così si spiega, forse, un papa così vicino alla gente a un livello sostanziale e informale, e così lontano nelle sue meno note, ma tutte assolutamente di retroguardia rispetto a Giovanni XXIII e Paolo VI, posizioni dottrinarie, nelle quali sicuramente il futuro Benedetto XVI (o Pervi, come lo chiamerebbero molti adolescenti abituati alle abbreviazioni da SMS) aveva larga parte.
Ma Ratzinger non c'era quando Karol mimava Charlot davanti ai "suoi" giovani, o impugnava divertito la chitarra Lucille che B. B. King gli aveva appena regalato. E nemmeno dietro al suo epico "Si sbalio voi me corigerete", che se ci pensate è due passi oltre la negazione della pontificazione ex cathedra.
Come santo non mi interessi, Karol, ma come uomo quasi quasi mi manchi
Se n'è accorto perfino Alessandro Cattelan, il simpaticissimo quanto fatuo conduttore di "105 all'una", che, quasi pensando ad alta voce, si è chiesto "Ma se B. dà tanto peso al volere degli Italiani quando si tratta di prendere i loro voti alle elezioni, perché non ne dà altrettanto quando si tratta di lasciargli esprimere la loro opinione col referendum?".
Parliamo di Radio 105, non di Radio Capital o Radio Radicale, una emittente apprezzabile per il suo rapporto immediato "all'americana" col territorio ma sicuramente dai contenuti assolutamente non eversivi (l'unica trasmissione che si avventura a parlare di politica, per altro con atteggiamento di goliardico e compiaciuto qualunquismo, è stata sospesa e censurata innumerevoli volte nonostante porti ascolti prodigiosi, e qui Radio 105 assomiglia tanto ma tanto alla Rai). E, nell'ambito di codesta emittente, del suo conduttore più frivolo e rassicurante, il classico ragazzotto che tutte le anziane signore vorrebbero avere per genero.
Il problema, ancora una volta, è di stile e di metodo prima ancora che di contenuto: la protervia, l'improntitudine, la faccia tosta con la quale il Sovraesposto di Arcore, che sostiene le sue ragioni dappertutto meno che in un Parlamento che frequenta pochissimo, confessa con (finto?) candore che "è meglio che gli Italiani si pronuncino sul nucleare fra 2-3 anni quando sarà passato il trauma di Fukushima" sono al di là del bene e del male.
Un boato di proteste dovrebbe levarsi, ma non sono sicuro che stia succedendo. Comunque, leggete qui.
Direi che questa, che non è una gaffe ma un esplicito e voluto atto di arroganza nei confronti del Paese intero, è l'ennesima e definitiva dimostrazione che il Bisunto del Signore non si rivolge a dei cittadini elettori, ma ad un pubblico da blandire e coccolare quando apprezza lo spettacolo (perché di spettacolo qui si tratta, la politica era tutta un'altra cosa, e devo usare l'imperfetto perché nell'attuale Parlamento non ve ne figura più traccia alcuna) e da esorcizzare e distrarre quando sta per fischiare.
Un pubblico che purtroppo un osservatore leggerissimamente meno impalpabile del buon Cattelan valuta, sul Manifesto in edicola oggi (a proposito, auguri per i 40 anni della gloriosa testata militante che procede eroicamente tra mille difficoltà essendo composta per intero da una razza in via di assoluta estinzione) intorno al 75%, includendovi tutti gli indifferenti a cui Gramsci rivolgeva una novantina di anni fa la sua invettiva, e Moravia una trentina d'anni dopo la sua spietata analisi, e nel frattempo ben poco è cambiato.
Però queste penose giravolte dell'Uomo del Destino Avverso un micro-effetto lo stanno avendo: ho deciso di non chiudere, e neppure sospendere, questo insignificante ridicolo sputo di blog con l'ottocentesimo post, perchè non mi interessa di quante persone mi leggeranno di qui in avanti, probabilmente nessuna o quasi. E sempre più forte sarà l'impressione di assomigliare a quei "pazzi" (in realtà persone, spesso di buona cultura ed intelligenza, messe cortesemente ai margini della società e del processo produttivo e decisionale che solo in disperate manifestazioni di pazzia trovano un abbozzo di socialità, sia pur indifferenziata e generica) che girano per la mia città come per tutte le altre parlando e urlando da soli la loro visione della vita, come il barbone di Enzo Jannacci.
Ma finchè non ci riusciranno gli altri, ad imbavagliarmi e rendere anche me un alienato che grida al vento le sue ragioni, troverei idiota imbavagliarmi da solo.
Quindi il blog continua, e percepisco manifestazioni di gaudio e giubilo in tutta Italia.
Non entro nel merito della scelta di entrare di fatto in guerra contro la Libia.
Ci sarebbero dei fattori ostativi abbastanza evidenti: il fatto che la nostra Costituzione ripudia la guerra come strumento della risoluzione internazionale dei conflitti; il fatto che una potenza come la Germania abbia garbatamente declinato l'invito ad unirsi alla crociata; il fatto che appare evidente l'uso strumentale della guerra di Libia come strumento di propaganda elettorale per Monsieur Bruni; il fatto che lo stesso Obama alla fine, dopo non pochi tentennamenti, abbia dovuto ripercorrere le tappe dei suoi predecessori per non rischiare l'accusa di intelligenza col mondo arabo da parte di un Congresso a maggioranza repubblicana; il fatto che dall'apertura delle ostilità siano morti più civili inermi, innocenti e in teoria da tutelare che sostenitori di Gheddafi; il dubbio feroce che se la Libia non fosse un grande produttore di petrolio nessuno si sarebbe mosso ad aiutare gli insorti; e, buon ultimo, la sostanziale mancanza di garanzie che gli insorti in questione intendano instaurare un regime democratico, o anche solo meno antidemocratico di quello finora vigente.
Mi rendo conto che sono pochi, ma non ne ricordo altri. E almeno un'altro (la stizzita reazione della Lega che teme un esodo biblico verso le nostre coste) mi permetto di considerarlo, anch'io come l'ubriaco di Arcore, del tutto irrilevante. E comunque il punto che volevo sottolineare non è questo.
Per l'ennesima volta abbiamo dimostrato una totale mancanza di linee strategiche coerenti e credibili in politica estera. Non me la prendo con la mummia Frattini perché non è mio costume sparare sulla Croce Rossa e, personalmente, ho speso una vita nella tutela dei disabili. Il sunnominato appare ogni giorno di più un patetico impresentabile yesman col look da lettore di veline governative (almeno Fede le veline non le legge solo ma le tromba anche), il portavoce ufficiale del PdL ha molta più verve e libertà di pensiero di lui.
Ma il fatto che lo psicopatico edonista che si autoetichetta il più grande statista che l'Italia abbia mai avuto abbia, nel giro di un paio di mesi, cambiato almeno quattro volte idea su come comportarsi di fronte ai dispiaceri dell'amico Muhammar supera di molto la soglia dell'indecenza.
Vado a memoria senza neanche impegolarmi in una rinfrescata della memoria stessa su Google:
inizialmente la non-posizione è un'incresciosa boutade degna di Bellavista (vedi nota a pie' pagina): Non gli telefono per non disturbarlo. Indegna di commento.
Poi, pressato da più parti, il nemico storico dei Comunisti Che Non Gli Abbiano Regalato Un Lettone articola leggerissimamente la sua posizione sostenendo che sia auspicabile una soluzione diplomatica.
In un momento successivo, incapace di bloccare il piglio militaresco del sulfureo "La Rissa", acconsente un po' obtorto collo ad autorizzare l'invio di 8 aerei italiani non in grado di trasportare bombe. Dichiara poi sia alla stampa che al Consiglio dei Ministri "L'Italia sta facendo anche troppo".
Ed infine ieri, visto che non aveva completato il giro panoramico delle possibili opinioni in merito, dichiara (a) che l'Italia è pronta ad azioni offensive mirate contro postazioni militari libiche e (b) che questa decisione è in linea con le risoluzioni dell'Onu e quindi non richiede il voto del Parlamento.
Fermiamolo finchè siamo in tempo.
(Nota a pie' di pagina) Nella memorabile saga bellavistiana di Luciano de Crescenzo, spicca l'aneddoto del "posteggiatore" napoletano molto timido e discreto che, chitarra a tracolla, porge un bigliettino agli avventori su cui ha scritto "Non suono per non disturbare. Grazie". ricevendone in cambio piccole mance. Commento del titolare "Puveriello, è pate 'e figli e nun sape sunà.".
Salvatore non riusciva più a controllare il suo stato emozionale. Sapeva perfettamente tutto quello che gli stava per succedere, aveva previsto qualunque avvenimento esterno e sapeva che non lo si poteva evitare. Ma non aveva previsto che non avrebbe saputo prevedere il marasma interno di cui in questo momento era vittima.
Aveva quasi paura di srotolare la scansione logica del suo pensiero, che in passato gli aveva consentito di trovare le parole giuste per mettere in discussione valori apparentemente inattaccabili, basati sulla prepotenza del più forte sul più debole, sullo strapotere del denaro, sul diritto/dovere di accumulare ricchezze e sul "mors tua, vita mea".
Aveva paura perchè adesso quello strumento meraviglioso e onnipotente l'avrebbe dovuto ritorcere contro di sè per cercare di capire.
Il suo progetto di vita sembrava perfetto ed inattaccabile: il corollario armonioso e autoevidente di un teorema indiscusso.
Solo lui poteva fare quello che aveva fatto e ne era pienamente soddisfatto.
Ma la morte, e soprattutto quel modo atroce ed ignominioso di morire, non riusciva a sopportarla.
E del resto, la logica gli confermava che solo una morte violenta ed indecorosa lo avrebbe reso uomo fino in fondo.
Ma la cosa non lo consolava: in quel momento Salvatore era un povero ragazzo spaventato a morte che non voleva morire. Ulteriormente spaventato dal fatto che poteva prevedere con allucinante chiarezza ogni secondo del suo martirio. In quel momento umano e divino si mescolavano in un cocktail paradossale assolutamente indigesto. Troppo Dio per essere uomo, ma soprattutto troppo uomo per essere Dio.
Martiri ce n'erano stati prima di lui, e non era vero che dopo di lui non ce ne sarebbero più stati, come molti dei suoi discepoli erano convinti. Anzi, molti avrebbero ucciso e martirizzato altri esseri umani innocenti in nome suo.
Ma in questo momento era lui che doveva morire, ed in quel momento aveva raggiunto il massimo gradiente di umanità possibile ed immaginabile: come il più debole ed inaffidabile degli esseri umani, avrebbe volentieri dato ascolto a Maddalena che pochi giorni prima gli aveva detto "Non è vero che sei figlio di Dio, Salvatore. Sono solo allucinazioni. E non è vero che devi morire. Sei solo un profeta, Salvatore, e come tale hai fatto la tua parte fino in fondo. Vieni via con me e dimentica tutto.".
Per un attimo Salvatore si era lasciato irretire da quelle parole.
Da ragazzo più di una volta aveva dubitato che quella voce imperiosa e solo a tratti affettuosa nei suoi confronti che a volte risuonava nella sua testa fosse veramente quella del suo Padre Celeste.
E ne dubitava ancora di più adesso, che lo aveva invocato, supplicato, chiamato in tutti i modi e tutte le maniere, per ottenere in risposta il più crudele dei silenzi.
Gli implorava di salvarlo, di non farlo morire in quel modo; o, in alternativa, almeno di dargli un segno che quello che stava per succedere fosse veramente necessario.
Nessuna risposta.
La cosa che lo feriva di più era quel senso di abbandono, che lo avrebbe accompagnato fino all'ultimo secondo della sua agonia. Se era veramente suo padre, perché lo aveva abbandonato in quel modo, come neanche il più scriteriato dei genitori avrebbe fatto? E soprattutto, se era veramente suo padre, perché l'aveva reso uomo fino a quel punto, uomo fra gli uomini in grado di provare le paure e le angosce più profonde?
Era davvero necessario?
Ma non c'era più tempo. Lo stavano già venendo a prendere.
Questa società post-industriale e post-capitalista non conosce più etica e non ha più meccanismi di regolazione.
Uno studioso dei sistemi potrebbe esprimersi in termini dotti ma inquietanti: "Sono collassati i meccanismi omeostatici e l'intero sistema va verso l'entropia." Che è un modo più articolato e quindi meno spaventoso di dire che non esiste più alcun equilibrio e andiamo verso il disastro.
Curioso, un epistemologo e un testimone di Geova oggi come oggi descriverebbero il mondo in un modo che presenta delle curiose somiglianze. Anche se il primo si baserebbe su un ragionamento a posteriori e il secondo su un enunciato assiomatico a priori.
Ma i testimoni di Geova sono più ottimisti perchè pensano che arriverà il deus-ex-machina, manderà a quel paese i cattivacci che inquinano, corrompono e concutono e salverà gli uomini di buona volontà che assistevano impotenti e rassegnati a questo scempio.
Mentre lo scienziato è pessimista, non tanto perchè non vede alcun deus-ex-machina in arrivo, ma perchè pensa che anche se ci fosse farebbe molta fatica a trovare uomini del tutto puri ed esenti da colpe rispetto a un "sistema" (tanto in senso scientifico che in senso politico) alla fin della fiera sottoscritto da tutti e su cui tutti cercano follemente di lucrare il lucrabile. Avete presente l'orchestra del Titanic che continuava imperterrita a suonare?
Sono Luca Lucarelli e quest'oggi vi intratterrò sul misterioso caso del triangolo delle Bermudas che inghiotte senza sosta i blogger di Leonardo.
Perchè? Chi c'è dietro? Nome cognome e paternità.
L'ultimo recentissimo caso è quello di Miss Palestra di Genova, anche nota come Missgynn, una 43enne moglie madre e lavoratrice esemplare, che da ormai quasi due settimane, come il porto d'attracco di Ivano Fossati in Oh mamma sì ma Panama dov'è, non dà segno di sè.
Il suo ultimo post, che abbiamo letto e riletto infinite volte alla caccia di particolari rivelatori, risale a martedì 5 aprile e, con fare misterioso ed insinuante, equipara il suo blog all'Isola dei Famosi mettendo in nomination tutti e tre i suoi affezionati e devotissimi lettori, che tra le righe (nei relativi commenti) esprimono un certo disappunto per aver meritato un simile trattamento, proprio loro che riescono a commentare anche alcuni suoi posts un po' estremi, composti praticamente solo da interiezioni e fonemi puri.
Mmmmmh, la cosa si fa intrigante...
Ci è lecito immaginare spedizioni punitive da parte di uno dei tre?
La distanza fra Genova e Parma, San Lazzaro di Savena e un imprecisato paese della Bassa Varesotta renderebbe possibile una missione in giornata, forse anche tale da poter costruire alibi difficili da smontare?
Io a Genova a trucidare la Miss? Ma se ero a Castellanza a promuovere una nuova tisana rilassante.
Io a Genova a rapire la Miss? Ma se ero a Collecchio ad intrattenere un gruppo di caratteriali che mi hanno anche vomitato sulla giacca, se volete ve la faccio vedere che devo ancora portarla in lavanderia.
Io a Genova a dare alla Miss una perfida lezione? Ma se stavo lavando la Cavallona... commissario non mi guardi così, si tratta del mio taxi.
Ma esiste una via investigativa ancora più intrigante, contenuta nel post di due giorni precedente, il cui testo era il seguente, e mi raccomando state bene attenti che poi vi interrogo in videoconferenza:
"Ora vado, ho deciso. Sempre avanti, oltre il dopo. Nell'infinito entrare per vedere, per sapere. Così spogliarsi per vestirsi poi con il domani."
Sono parole che non necessiterebbero di alcun commento se fossero state scritte in prosa come io, che sono estremamente sagace, ve le riporto.
Ma queste parole erano state scritte separate in versi, come se si trattasse di una poesia. Come per sviare il lettore disattento o non a conoscenza di certi particolari e considerare queste parole come meramente metaforiche (Dio che lessico che sfoggio quando non ho bevuto troppo!).
Parole che non possono non ricordarci lo scambio di segnali in codice tra Nicolas Poussin e il Guercino con l'enigmatica scritta "Et in Arcadia Ego". Parole che solo il destinatario segreto doveva cogliere ed interpretare...
Insomma, come a dire, "Sì, vado avanti, continuo a vivere ed affronto il futuro ed intanto ci scrivo su una poesia.".
Ma se invece questo "andare avanti" fosse da interpretare in senso letterale?
E perchè in calce a questo post compaiono commenti di Bracewest e della Marti che da mesi non la commentavano più?
A questo punto, i suoi lettori abituali ci appaiono sciolti da ogni responsabilità nella sua scomparsa, e dobbiamo invece chiederci (come fa la Marti addirittura il 12 aprile, ben una settimana dopo il suo ultimo segnale di vita, e forse la sua è una domanda retorica o un voluto segnale fuorviante, ma certamente lei ne sa più che qualcosa) Ma 'do vaiii???
Verso quali mete si è avventurata la nostra indimenticabile amica?
Sol chi non lascia eredità d'affetti poca gioia ha dell'urna (Ugo Foscolo)
Beato quel paese che non ha bisogno di eroi (Bertolt Brecht)
Adesso basta sangue! Ma non vedi, non stiamo nemmeno più in piedi, un po' di pietà (Lucio Dalla)
Ueh, Bingo Bongo, va' a ca' toa (anonimo leghista italiano)
Arrigoni portava a Gaza i vizi dell'Occidente (anonimo leghista palestinese)
Non credo ai confini e alle barriere, credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, alla stessa famiglia umana (Vittorio Arrigoni)
In un blog che sta per chiudere (se fosse un titolo azionario parleremmo di chiusura per eccesso di ribasso) queste citazioni potrebbero essere già più che sufficienti.
Ricordo lucidamente un sedicente blogger i cui post domenicali erano un puro elenco dei giocatori dell'Inter che avevano realizzato un gol, esaltati con caratteri sesquipedali come si trattasse di salvifici eroi dell'intera umanità.
Ma a me piace metterci la faccia ed il pensiero, anche se nè l'una nè l'altro suscitano particolare interesse.
Su un avvenimento estremo come la morte non varrebbe la pena fare classifiche: in assoluto non esistono morti utili o inutili, morti intelligenti o morti stupide, morti giuste o morti sbagliate. La morte è (e rappresenta) solamente la non-esistenza. Come tale è sempre inutile, è sempre crudele, è sempre sbagliata.
Quando sei morto sei morto, la partita è chiusa, e purtroppo sono quasi sicuro che non esista alcuna forma di al di là della quale il defunto possa godere. C'è caso che esista una forma di al di là per chi rimane, che può realizzare allucinatorie consolatorie forme di unione con chi non c'è più forse utilizzando le energie che chi muore lascia per qualche tempo a disposizione di chi gli ha voluto bene, "e fatene pure quel che preferite".
E poi c'è quella "corrispondenza di amorosi sensi" che ho direttamente respirato sulla tomba di Augusto Daolio (chi può la vada a visitare in quel di Novellara nella Bassa Reggiana e capirà).
Allora, se riusciamo nella titanica impresa (titanica per la civiltà occidentale del Terzo Millennio) di trascendere l'individuo e ragionare in termini di cultura condivisa, l'assurda barbara feroce intollerabile uccisione di Vittorio acquista un senso e la si può immaginare come non del tutto inutile.
Già, perchè io non credo che Vittorio (ammesso e ahimè probabilmente non concesso che possa sentirci) sarebbe contento di sentire etichettare la sua morte come "inutile".
La sua morte ci ricorda che ci sono ancora persone che, senza tutele nè garanzie nè protezioni, vanno dove la coscienza gli detta di andare e fanno quello che la coscienza gli detta di fare, ben sapendo che dovunque andranno ci sarà sempre un manipolo di teste di cxxxo che non solo non capirà il motivo del loro affannarsi, ma se potrà li coinvolgerà e li strumentalizzerà in giochi ai quali non vorrebbero e non dovrebbero appartenere
La sua morte ci ricorda che esistono ancora dei "comunisti" che credono in quella cosa grande e incompresa che è l'internazionalismo proletario, che in soldoni teorizza che gli sfruttati sono uguali e fratelli in ogni angolo della Terra, specie adesso che i ricchi globalizzati sono anche loro uguali e fratelli pronti a fare della Terra il postribolo che rischia di diventare. Quei "comunisti" perennemente evocati da un idiota col mandato di decidere la sorte dell'Italia mentre neofascisti e xenofobi gli tengono allegramente bordone.
La sua morte, infine, è una morte che ha nome e cognome e il dolore straziante, credo, di tutto il mondo libero. Rispetto alle centinaia di morti anonimi e sconosciuti, alcuni dei quali gettati in mare dagli stessi spacciatori di carne umana che avevano intascato il prezzo della traversata, di cui non sapremo mai il nome.
Andiamo avanti per bloccare i magistrati sovversivi banalizza e semplifica il Giangi Meneghetti di Arcore facendo ballare il Rolex.
La realtà, come avrebbe detto il compianto Alberto Lionello da non confondersi con Oreste, è "un pelino" più complicata. Il PdL va avanti per intimidire la Magistratura e per cercare di piegarla al potere politico (cosa che nell'Italia unita aveva tentato, e neppure con pieno successo, il solo Mussolini). E, nel frattempo, per mettere una pulciona nell'orecchio degli Italiani inducendoli a credere che c'è un complotto demogiudaicoplutocratico contro il Bisunto dal Signore, datosi che tutti, e diconsi tutti, i giudici sono comunisti, in malafede e sostanzialmente messi lì per caso o per raccomandazione senza merito e credibilità slcuni.
Così come più volte il Giangi ha fatto capire che azzererebbe volentieri il Parlamento, che impedisce al Primo Ministro di avere quel potere decisionale assoluto (nel senso etimologico originario del termine, ab-solutus,
sciolto da qualsivoglia vincolo) che lui desidererebbe e che, suvvia, farebbe comodo anche a chi verrà dopo di lui.
Così come vorrebbe, secondo l'aureo principio tipicamente meneghino del chiagn' e futt',avvalorare di se stesso l'immagine del martire perseguitato da un perverso disegno cospiratorio e, quando gli fa comodo, perfino di difensore dei valori cristiani di Dio, patria e famiglia (nessuna delle 3 cose in realtà lo riguarda troppo da vicino).
Mentre l'immagine che emerge all'occhio di un osservatore non dico a lui avverso ma sanamente neutrale è la seguente:
un Parlamento espropriato, da lui scarsissimamente frequentato fra l'altro, costretto ad umilianti indecorose sedute notturne per approvare una legge che (Alfano dixit) modificherà appena lo 0,5% dei processi in corso (sai che riforma epocale...) compresi però quello Berlusconi-Mills e, sventurata coincidenza, quello contro i responsabili dell'incidente di Viareggio;
un Caimano (ma declassiamolo a ramarro) che, appena uscito dalla Procura di Milano improvvisa l'ennesimo gustoso siparietto di fronte ad una claque largamente prezzolata e che non sa neppure di che processo si tratti, sparando ad alzo zero sui suoi giudici;
un ignorante compiaciuto di se stesso (La cultura non li ha mai sfiorati... Volutaménte... diceva Gaber a proposito degli Americani, ma anche a lui calza a pennello) a cui fa maledettamente comodo ignorare che l'equilibrio fra i poteri è alla base di ogni democrazia, ed impedisce o dovrebbe impedire pericolose derive autoritario-populistiche;
una specie di mosca ad inizio autunno che, sentendo vicina la fine, svolazza qua e là senza meta e ti si posa fastidiosamente addosso anche se su di te non c'è niente da mangiare e non ti sembra proprio di puzzare di merda;
un assurdo caricaturale personaggio del tutto impresentabile all'estero (e del modo sussiegoso e a tratti sprezzante nel quale il resto d'Europa chiaramente ci tratta, lui con la sua imbarazzante faciloneria ha una bella fetta di colpa, a cui si aggiunge la vocazione secessionista ed antieuropeista della Lega che è l'unico partito xenofobo al governo in tutto il Vecchio Continente).
Sarò più che obiettivo ed indulgente: mettiamo pure che dal 1994 al 2001 il Giangi non abia fatto danni irreparabili perchè stava imparando quelle 3-4 cose che gli serviva imparare, ma dal 2001 in poi condiziona e piega in modo totale la politica italiana ai suoi tornaconti personali; compresi i due anni di governo del centro-sinistra che è stato, dal giorno dell'insediamento, assediato da una pesantissima campagna mediatica che ne screditava ogni singolo passo, compreso l'ingenuo messaggio di Padoa-Schioppa "Qui se non riusciamo a far pagare le tasse a tutti non ci saltiamo più fuori.....
Astutamente riciclato dai berluscones in Attenti, Italiani, vi vogliono mettere le mani in tasca, mentre con noi paga solo chi ne ha voglia.....
Cinquanta anni fa cominciava la corsa allo spazio: meno di sessant'anni dopo il primo volo dei fratelli Wright, un macchinario costruito dall'uomo riusciva a liberarsi della forza gravitazionale e collocarsi per 88 minuti in orbita. E' vero che il primo satellite artificiale era stato lanciato già da quattro anni, ma vogliamo mettere la forza evocativa di un essere umano che sfreccia a 24.000 chilometri all'ora e ad oltre 300 chilometri d'altezza nel punto più eccentrico dell'orbita?
Per almeno 30 anni, e con la massima intensità nel decennio precedente, miriadi di scrittori di fantascienza, qusi tutti americani, avevano immaginato mirabolanti missioni alle porte dell'universo.
Nella realtà, ben lontano dai confini della giovane superpotenza yankee, il primo uomo volava nello spazio a bordo di una claustrofobica capsula di una ventina scarsa di metri cubi poco più pesante di una Panda o di Ferrara dopo una drastica dieta, interamente comandata dalla base attraverso un computer dalla potenza approssimativa di un PC domestico odierno, esteticamente bruttissima anche solo rispetto alle sinuose capsule americane Non c'era traccia delle colossali astronavi immaginate da Asimov, Bradbury e Scheckley. Il tutto sarebbe più piaciuto al maestro di inquietudine Philip Dick, che a quel tempo scriveva ma non se lo filava nessuno.
E la leggenda urbana narra di almeno cinque cosmonauti lanciati nello spazio che avevano fatto la fine del pollo arrosto durante il rientro nell'atmosfera: elementari nozioni di fisica dicono come il rientro a terra debba seguire una traiettoria quanto mai esatta per evitare che la capsula urti contro l'atmosfera e finisca rimbalzata nello spazio come una pallina da flipper o, viceversa, a causa di un angolo troppo acuto, si surriscaldi e diventi un forno crematorio.
Altri quattro morirono "ufficialmente", uno per un impatto con la superficie terrestre a 150 all'ora, e tre per la improvvisa perdita di pressurizzazione della navicella.
Come sempre, la storia può essere raccontata in modi diversi: dietro la celebrazione del progresso tecnico e della "realizzazione di un sogno", c'era una truce pagina della Guerra Fredda che imponeva all'Unione Sovietica di mettere pressione ai nemici storici con irridenti manifestazioni di superiorità tecnologica, che di lì a una quindicina d'anni avrebbero avuto un'impatto inquietante anche sui sistemi di difesa/offesa missilistica.
Va bene la scienza, ma qui c'era anche tanta propaganda e tantissimo interesse militare-strategico che faceva dei missili più uno strumento di distruzione che di esplorazione.
Come proseguì la corsa allo spazio tutti lo ricordano: col sorpasso da parte degli Stati Uniti con varie missioni lunari sulle quali esistono tutta una serie di dubbi; con altre morti (evitabili?) e con una mancata tragedia che è entrata a far parte dell'immaginario collettivo del XX secolo (chi non conosce la frase "Houston, abbiamo un problema"?). E poi, con una sostanziale attenuazione degli investimenti in quella direzione.
Anche la fine della Guerra Fredda e la caduta dell'Impero Sovietico resero inutile la corsa allo spazio.
Restano migliaia di satelliti artificiali che ci garantiscono buona parte delle mirabilie tecnologiche del Terzo Millennio, compreso finire a Loreto Aprutino piuttosto che a Loreto Marche grazie al navigatore satellitare.
L'ottimismo propulsivo degli anni '60 è stato sostituito da una in fondo sana consapevolezza che le risorse economiche (e non solo quelle) sono limitate.
Ingentiliamo l'indecoroso inverecondo spettacolo di un Presidente del Consiglio che è ormai un personaggio da Zoo di 105, diciamo un incrocio tra il Giangi Meneghetti che vorrebbe dotare il suo Ferrarino di un lanciamissili antipoveri, Bear Grylls (un malato di mente senza controllo) e ovviamente Leone di Lernia che "non può camminare che la gente sbo'...". Cosa accomuna questi tre personaggi, oltre a quello di essere dei personaggi di fantasia (specialmente Leone di Lernia che è chiaramente un pupazzo tipo Gabibbo inventato da Marco Mazzoli a cui egli stesso dà voce)? Quello di sovrastimarsi in modo spudorato rispetto alla propria popolarità e/o al proprio potere, con una menzione particolare per Bear Grylls, la maggior parte delle cui imprese sono delle sfacciate simulazioni ad uso televisivo (un po' come quando il nostro Ultimier sostiene di dare dei preziosi consigli ad Obama o a Putin e di aver evitato almeno un centinaio di guerre e crisi internazionali col suo superomistico intervento).
L'Italia è alla frutta, l'ennesima emergenza internazionale ci trova tragicomicamente impreparati, Francia e Germania ci bacchettano con malagrazia come farebbe una maestra di montagna con lo scolaro zuccone, non ci invitano neanche più ai toga-party; inoltre la quasi totalità dei sondaggi (meno quelli che commissiona a qualche sondaggista decaduto, avete presente la fulminante caratterizzazione di Bruce Willis in La morte ti fa bella dove il truce Bruce interpretava un chirurgo alcolizzato riciclatosi come restauratore di salme? Siamo pressappoco lì) dà la sua maggioranza ormai sopravanzata da questa opposizione (e ci vuole dell'ingegno in negativo per riuscire a tanto) e lo minacciano da vicino quattro processi troppo grossi per essere contenuti dalle reti di protezione strictly personal più che banalmente ad personam.
E lui, lo psiconano, il Bisunto del Signore, che cosa fa?
Estremizza il suo personaggio di absolute beginner della politica (dopo 17 anni bisogna pensare che se lo porterà fino alla tomba), spara lazzi e frizzi, offre cioccolatini in tribunale facendo capire che non ha alcun rispetto per il luogo in cui si trova e nessuna preoccupazione per il motivo per cui vi si trova, appena uscito improvvisa un comizio su un palco di fortuna (si sa, lui ama l'improvvisazione e rifugge dalle strategie fumose a lungo termine), ad un gruppo di neolaureati che incontra a Palazzo Chigi consiglia di non farsi crescere mai la barba e poi, dopo un'agghiacciante barzelletta sul cunnilinguus che non riesce a far ridere neanche i suoi fedelissimi (e lui chiosa "Non vi ha fatto ridere perchè ho dovuto emendarla dei particolari più piccanti") rabbuffa un povero ragazzotto perché sta perdendo i capelli; minaccia l'uscita dell'Italia dall'Europa (a Bruxelles son tutti lì che danno testate nel muro), promette che comprerà una villa a Lampedusa per meglio seguire lo sviluppo della situazione (oltre che una pacchianata, questa dichiarazionemi sembra un autogol perché implica che il problema degli sbarchi a Lampedusa si attesterà su tempi decisamente lunghi) e, soprattutto, cita (secondo lui spitritosamente) il bunga-bunga e i suoi presunti rapporti sessuali multipli anche e soprattutto quando nessuno glielo chiede.
Ma la perla della settimana è quando dichiara "E' vero, ho dato dei soldi a Ruby ma perché non si prostituisse" (se non con lui, ovviamente).
Sul Parlamento costretto a sostenere l'esilarante versione che la telefonata salva-Ruby era stata davvero fatta per evitare una crisi diplomatica con l'Egitto non ho la forza di spendere neppure mezza parola.
Ma questo post iniziava con una premessa importante: il mio desiderio di ingentilire con la rosea luce dell'arte questo plumbeo scenario di deriva etico-morale. A chi può essere paragonato questo camaleontico personaggio, che se si fosse dato alla recitazione sarebbe stato l'erede di Alberto Sordi e Ugo Tognazzi nell'incarnare l'italiota arruffone, scansafatiche e imbroglione che all'estero amano tanto?
Ma è chiaro: al vecchio mal vissuto di Alessandro Manzoni. Quando parla di Fini, dei giudici milanesi, di Di Pietro, spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse.
Se dovessi morire e il mare sarà la mia tomba lei non saprà mai se sarò dannato o mi salverò.
(Sting, Valparaiso)
Non riesco ad accettarlo e non riesco a farmene una ragione.
E credo anche che se ne parli quantitativamente e qualitativamente in modo inadeguato: questa è una carneficina di cui l'Europa intera ha piena e diretta colpa.
Una colpa che viene da lontano: le scene da asilo infantile fra Italia e Francia per scaricarsi la patata bollente rispetto a una miriade di migranti che approdano in Italia ma poi vogliono proseguire per la Francia sono l'ultimo atto di una lugubre, drammatica rappresentazione che dura da numerosi decenni se non da quasi mezzo millennio, cioè da quando l'Africa è stata identificata come l'anello debole della catena, il continente da sfruttare opprimere umiliare derubare deridere sfottere degradare e privare di ogni speranza.
Mercato a prezzo stracciato di schiavi, merci, territori coloniali; teatro di safari a caccia non solo di bestie feroci.
Questo post non ha nulla di giornalistico: non c'è nulla da raccontare, spiegare, descrivere ed analizzare.
C'è solo un infinito grido di rabbia contro tutti coloro che, ancora adesso, di fronte a centinaia di povericristi che muoiono in mare, e cadono sul loro ultimo metro magari un attimo prima che degli altri povericristi impreparati ed approssimativi cerchino di salvarli, li invitano a tirarsi fuori dalle balle, o ne parlano con metafore idrauliche come fossero un getto d'acqua da regolare tramite rubinetti o un'onda anomala fatale ed imprevedibile.
E mentre il marinaio di Sting trova forse una morte gloriosa nel punto più evocativo dell'intero idrosistema terrestre, Cape Horn, per questi che stanno morendo a bordo di fetide bagnarole guidate da personaggi che mi sentirei di definire "spacciatori di uomini" non ci sarà nessuna gloria e nulla di eroico: solo un estremizzarsi del disperato diguazzare in una realtà troppo cattiva per essere vera, prima che l'acqua da cui tutti in qualche modo siamo venuti se li riprenda. Non ci sarà il momento della rivelazione finale come per Martin Eden che annegando nell'oceano "nell'istante in cui seppe, cessò di sapere". Non ci sarà nulla da sapere e nulla da capire.
Vecchie favole di un'epoca un po' più in là i colori di un'età
Libri e musica di un mondo che nasce Beat un disco dell'Equipe
L'automobile beato chi già ce l'ha è quella di papà
Oggi è sabato domani si dormirà sogni di gloria
Beat Beat cos'era il Beat una scuola e una città Beat Beat Verona Beat pugni in tasca e vanità
Poi rinascere suonare in un gruppo Beat ci si trova il venerdì
Fughe inutili per vedere se ci sei tu ginnastica in tuta blu
Diario al limite tra amore ed oscenità noi poeti per metà
Cantautori che parlavan di libertà col cuore in gabbia
Beat Beat cos'era il Beat e l'America è sempre là Beat Beat Verona Beat la tua curiosità.
Beat Beat cos'era il Beat
un milione di perchè
Beat Beat Verona Beat
non so ancora che cos'è
Poi un brivido il tempo che andava via un minuto di follia
Oggi sciopero per la fame nel Bangla Desh
dopo un'ora si resta in tre
Senza un gemito la provincia moriva al bar paura di volare
Suoni e lacrime la rabbia usciva così da una chitarra
Beat Beat cos'era il Beat un milione di anni fa
Beat Beat
Verona Beat non si cancellerà Beat Beat Verona Beat non si cancellerà...
I Gatti di Vicolo Miracoli erano nati come un normale gruppo di pop-rock con Umberto Smaila alle tastiere e Jerry Calà alla chitarra elettrica, col culto del beat e dell'America. Purtroppo, quando erano riusciti a diventare un "vero" gruppo, di dischi si cominciava a venderne pochini (un trend che dura da quarant'anni e che ha ricevuto un colpo mortale da tutte le opprtunità di ascoltare e scaricare musica, legalmente o meno ma suvvia siamo in Italia e il meno rispettoso delle leggi è diventato Primo Ministro, su Internet) mentre si cominciava a scoprire quella cosa strana che si chiamava cabaret (dapprima il famelico Smaila lo identificava quasi esclusivamente con un enorme vassoio di paste) che consentiva di sparare cazzate a manetta e farcisi anche pagare.
Ma prima di abbandonare completamente la musica seria e limitarsi a godibili canzonette-jingle, fecero comunque in tempo, nel 1980, a produrre questo pezzo ben costruito sul piano musicale (ovvio, la PFM era un'altra cosa...) e dal testo tutt'altro che banale, facciata-b del singolo Discogatto, una specie di Stayin' alive demenziale.
A Verona come a Parma, ad Ancona come a Padova, a Bologna come a Torino, cosa diavolo era il beat?
Il XX secolo ha prodotto un sacco di movimenti tanto pervasivi al momento dell'esplosione quanto ineffabili ed indescrivibili al momento di connotarli storicamente una volta conclusi.
Movimenti rapidi ed imprevedibili capaci di cambiare il mondo nel giro di pochi mesi, e che poi ti lasciano a chiederti "Ma che cxxxo è successo?".
Per molti versi il beat è stato una gioiosa prova generale del '68, o alternativamente il '68 è stata una ripresa seriosa del beat.
Il beat, a stretto rigore di termini, è stato un genere musicale. Ma si sa come la musica sia l'arte più sfuggente ed ambigua che possa esistere, fa costantemente finta di essere qualcosa di secondario e decorativo rispetto alla concretezza, che so io, della scultura o alla univocità della letteratura dove, nero su bianco, quello che vuoi esprimere è chiaro e preciso (ma se sei James Joyce riesci ad uscirne comunque fuori senza che la parola ti incateni).
Su scala europea il beat nasce, ovviamente in Inghilterra, all'inizio degli anni '60 e viene chiuso attraverso una missione segreta del Sergente Pepe nel 1967.
Come per le guerre mondiali, in Italia la datazione è diversa, e di beat non si parla prima del '64, e se ne continuerà a parlare fino al '69, quando ci sarà un'incredibile morìa di complessini beat che si convertiranno in parte all'easy leastening più o meno di classe o scompariranno per ricomparire un paio d'anni dopo con delle ambizioni di musica d'avanguardia.
Per l'Inghilterra è decisivo l'arrivo di marinai dall'America che portano dischi dalle incredibili sonorità, una roba che non è più blues nè jazz nè country ma si chiama rock and roll, un termine che solo gli ingenui non associano alle torride movenze di un amplesso condotto con reciproco gradimento.
Per l'Italia è decisivo l'arrivo di miriadi di beatniks dall'Europa più progredita, che bontà loro considerano la Roma di Cinecittà e della Dolce Vita una specie di paradiso terrestre (all'epoca ovviamente quasi nessun romano autoctono se n'era accorto, se non per inveire Mo' je 'a do io 'sta dorce vita...).
Quasi tutti suonano qualche strumento musicale (si vedono perfino i primi bongos), e qualcuno in realtà arriva già con un contratto discografico in essere come i leggendari Rokes, che per certi versi possono essere considerati gli untori della pestilenza beat in Italia. Di poco successivi, e forse non meno bravi ma meno fortunati, i Sorrows, i Motowns (che riescono a vincere un Cantagiro e dal vivo sono bravissimi ma discograficamente non trovano le hit giuste), i Primitives.
Un paio di ragazzotte della provincia emiliana si salvano da opache carriere da parrucchiera e diventano delle icone beat: poi quella più bruttina si ricicla come discografica, quella più bella si ricicla come attrice pornosoft.
Un'altra ragazzotta piuttosto strambella scappa a Roma (se l'avesse fatto oggi il marciapiede e/o il bunga bunga non gliel'avrebbe schivato nessuno) e nel giro di due mesi riesce a perdere ogni traccia di accento veneto (operazione ai limiti estremi del paranormale, nessun altro nell'intera storia dell'umanità c'era riuscito o ci riuscirà) a costo però di una disfasia che l'accompagnerà per tutta la vita.
E' strano, ma fino a un certo punto, che di cantanti beat maschi ce ne siano pochi o nessuno: forse per la tendenza maschile ad unirsi in gruppi con latenti pulsioni omosessuali rispetto allo sfrenato individualismo condito di infinite perfidie reciproche che caratterizza la peraltro indecifrabile psicologia femminile. L'unico maschietto (ma è una parola grossa) che vorrebbe fare il beat è purtroppo per lui un po' fiacchino e riuscirà ad emergere solo con la ventata glam di dieci anni dopo, che sicuramente gli si addice di più.
Ma tra il rock and roll americano e il beat inglese c'è un'epocale differenza: il rock and roll è un femomeno trasgressivo e perfino un po' di nicchia, è una musica "contro" con pochi parziali cedimenti alle logiche del mercato. Il beat, viceversa, diventa fin da subito un fenomeno di massa, ovviamente a prezzo di un quasi totale azzeramento della carica sessuale e di capelli lunghi sì ma freschi di shampoo e divise un po' da guardie comunali (imbarazzanti le uniformi dei Beatles pre-svolta, imposte dal loro materno impresario Brian Epstein).
In America la suddivisione fra musica mainstream e musica "altra" è vistosissima, in Europa il confine fra beat e musica leggera è labilissimo.
A Roma nasce il Piper, locale assolutamente storico perché costituisce la cesura tra le sale da ballo del primo dopoguerra e le future discoteche ipertecnologiche del decennio di plastica.
E, come i Gatti ricordano perfettamente, qualunque studente dell'ITIS dotato di un sia pur minimo talento musicale impugna la chitarra elettrica e si fa comprare l'altoparlante (allora non si parlava ancora di amplificatori) Davoli tentando i primi approssimativi esperimenti di distorsione e feedback.
I più sfacciati sono quelli tra la Via Emilia e il West, meno lindi ed azzimati dei loro colleghi milanesi, un po' più rockers ed americaneggianti ma anche molto più bravi a beccare le cover giuste.
L'unico problema è che le traduzioni non hanno l'accuratezza di quelle di De Andrè o Herbert Pagani, anche perché per molti parolieri italioti l'inglese ha una valenza esclusivamente sonora con coefficiente semantico nullo (in altre parole, del testo originale non capiscono una mazza e neanche si sforzano di capirlo), così ad esempio From me to you viene avventurosamente tradotta in Cambia tattica, la Norwegian wood in cui John Lennon conclude una notte di sesso mancato bruciando la casa della ragazzotta non consenziente (Isn't it good, norwegian wood?) diventa un'insulsa Se ritornerai e We can work it out si sgonfia in Nelle mani tue.
Il livello musicale dei gruppi italiani spesso è quello di una boy-band attuale, anche nelle più sofisticate sale d'incisione il sound resta sempre quello da garage, ma l'energia è tale da supplire alle lacune tecniche.
Paradossalmente, ma forse neanche tanto, il '68 da una parte sviluppa in modo molto meno frivolo le tematiche beat (su cui aleggia un qualunquistico "amore universale" tale da non spaventare i matusa) e da un'altra ne decreta la fine.
I Rokes si sciolgono. I Nomadi e l'Equipe 84 si danno alla canzonetta, ma i primi (con la ben nota testardaggine reggiana, anche se preferivano spacciarsi per modenesi) approderanno ad una decorosa canzone d'autore pochi anni più tardi e, credetemi, suoneranno ancora nel 2067 con l'alieno Bloz Karlett alle tastiere virtuali. I Dik-Dik tentano addirittura il progressive senza successo.
Chiunque mi porti le prove di possedere il vinile di questa immancabile opera sedicente progrressive riceverà in regalo la mia autobiografia in edizione economica.
I Quelli licenziano Teo Teocoli e diventeranno la Premiata Forneria Marconi. Le Orme non cambiano neppure formazione e nel giro di un paio d'anni passano dal Disco per l'Estate a Collage.
I reduci del beat, alcuni all'epoca troppo piccoli per fare anche un semplice barrè e quindi puri fruitori ipnotizzati ma gasatissimi, ne perpetuano la memoria come altri reduci fecero per la Resistenza. Sperando che il beat soffra meno di vergognosi e impresentabili revisionismi.
Aprire un blog non significa aver fondato un partito o una religione, a meno che non ti chiami Beppe Grillo.
Lo spazio di un blog dovrebbe essere (e quasi sempre credo che lo sia davvero) di totale libertà creativa.
Quasi cinque anni fa, tanti capelli in più e qualche chilo in meno, ma soprattutto ancora una visione del mondo alla Jean-Jacques Rousseau pittosto che alla Giacomo Leopardi o alla Claudio Lolli prima maniera, nel riflettere su un mondo che ancora non conoscevo, paragonavo lo scrivere su un blog a quei monologhi deliranti, ma con una loro logica, di quei rottami urbani che girano per tutte le città del mondo, e a Parma sono in numero superiore alla media nazionale perché i parmigiani sono noti per parlarsi gioiosamente addosso ad ogni plausibile situazione, spesso convinto, ognuno di loro, di essere il solo ad aver capito tutto in un mondo di pecoroni ottusi che non hanno capito niente.
Si parla da soli senza un vero interlocutore ma con mille interlocutori potenziali.
Il pregio di parlare da soli è che non devi mirare la tua comunicazione su colui che hai davanti. E' come andare a pesca: a meno che tu non sia un pericoloso nevrotico nella variante ossessivo-compulsiva non vai a personalizzare l'amo e l'esca in base ad un tipo preciso di pesce che vuoi pescare (ma mi dicono in regia che c'è più d'uno che lo fa). Metti su quel che ti capita e peschi quel che ti capita (spesso solo scarponi sfondati e preservativi usati).
Magari torni a casa col carniere vuoto ma sei stato all'aria aperta e ti sei distratto un attimo dai soliti antipatici pensieri.
Se poi peschi un luccio che sembrava un drago puoi concederti tutte le canzoni stonate che ti vengono in mente.
Ma alla fine, maniacalmente, ritorni in quello stesso punto dove ti piace pescare. Delle volte neanche ti porti l'amo e l'esca, butti semplicemente la lenza in acqua e ti piace semplicemente sentire lo scorrere della corrente.
Sei lì, beatamente solo con i pesci che neanche ti cagano ma comunque fai gloriosamente parte di un equilibrio universale che ti trascende ed altezzosamente ti ignora.
E in questo mimare un'interazione che non c'è, sta tutto l'ossimorico significato di quella pesca.
Il barista ha la bellezza di 67 anni, ma ancora nel tempo libero fa immersioni subacquee. Si esprime con quel dialetto parmigiano da burattino del Ferrari (presumibilmente Bargnocla) che ormai si parla solo in uno spicchio di città di mezzo chilometro quadrato.
Quando l'argomento si fa solenne e retorico, con fatica ma grande concentrazione passa all'italiano, dove ostenta congiuntivi quasi tutti giusti e perfino un corretto uso del passato remoto. Ma appena si rilassa cominciano ad affiorare parmigianismi assortiti. Il fatto che non gli risponda in dialetto probabilmente lo frena.
Il suo pittoresco bar è in una specie di container da terremotati all'estrema periferia ovest di Parma, dove fai un altro passo e sei già quasi a Fidenza.
Il viandante stanco e un po' scorbutico di scorza ma tenero di cuore arriva a quella destinazione in seguito a multiformi intrecci del destino:
il suo inveterato fastidio per la guida di veicoli a motore (fin da ragazzino aveva chiesto ed ottenuto raffinate bici da corsa e schifato i motorini e le lambrette icone di mascolinità ed autonomia per i suoi coetanei);
la ricerca parte in autobus e parte a piedi del centro autorizzato Toshiba (spingersi in bici lungo la Via Emilia o la Cisa non è un'abitudine delle più igieniche) che sembrerebbe in Via Emilia Est ed invece è in Via Emilia Ovest, alla trascurabile distanza di una dozzina di chilometri;
il trionfale arrivo all'indirizzo giusto per trovare il centro chiuso da due minuti, e per due ore e mezzo;
la decisione di farsi un paio di birre (visto che di pancia al viandante sembra di non averne messa su già abbastanza) e magari uno di quei sesquipedali panini pramzà traboccanti trigliceridi ed eccidi suini;
un rapido giro d'orizzonte per giungere alla conclusione che, nel raggio di svariati chilometri, non esiste altra opportunità di ristoro e di ingosamento che quella bizzarra costruzione su cui qualcuno ha arbitrariamente apposto la scritta "bar".
Non esageriamo, non eravamo a questi livelli di alienità ma neanche troppo lontani...
Il viandante, che da giovane era loquace e socievole ed ora è logorroico solo davanti allo schermo del PC altrimenti pratica un ascetico silenzio che è misto di sfiducia e repulsione per il resto del genere umano (che lui segretamente ama ma non vuole che si sappia in giro), progetta di farsi portare una Ceres e un panino del tipo Infernale Deluxe mentre con gesto teatrale squaderna la Repubblica o l'Unità e legge assorto e pensoso le notizie, per poi ordinare una seconda Ceres da sorseggiare con esasperante lentezza per poi, debitamente stonato, andare a mercanteggiare bassamente sull'importo della riparazione del suo notebook (per e-mail gli è arrivato un preventivo di 604 euro IVA compresa ma doveva essere uno scherzo di Carnevale).
Ma tutti i suoi progetti crollano miseramente di fronte alla debordante ospitalità del proprietario del bar.
Del resto, il bar in questione non possiede spazi dove appartarsi con fare asociale e il non-verbale "Non mi rompete i maroni che ci ho altro per la testa...". Nè il sunnominato proprietario lo permetterebbe ad un suo avventore.
Sulla fenomenologia del gestore di bar parmigiano o parmense molto si potrebbe scrivere. Ma fondamentalmente si divide in due categorie:
Il gestore di bar professional:
Nutre con stitici carissimi panini i suoi clienti, ne regola con maestria il tasso alcolemico (i più bravi riescono a far sbronzare in modo uniforme e progressivo gruppi di 25-30 persone con eccezionale effetto coreografico), giostra con sapienza fra i diversi tifi calcistici e le diverse tendenze politiche spesso prevenendo e anticipando ("E alòra, Gorreri, quand i'a mandem'ma via chi maruchèn lì?" compilando il cappuccino dell'ingegnere leghista per poi passare a un proletario "I'a fem'ma vèdor nuetor a chi industrièl d'la merla, ahn Spaggiari?" servendo il primo di una lunga lista di bianchini all'operaio reduce dal turno di notte per concludere con una istantanea metamorfosi, inclusa istantanea comparsa di piccola aureola e passaggio faticoso agli scogli sintattici della lingua nazionale, per proferire un "Monsignore, ci facessi il solito caffè lungo ma mica troppo col latte che ci fa la schiumina o preferesse l'orzo in tazzina piccola di cristallo?").
Possiede occhi radar nell'individuare il cliente ricco-cafone che alla seconda Tequila Sunrise offre da bere a tutto il quartiere, stando però attenti che alla quarta si tromba la cassiera qualora consenziente e alla sesta se la tromba che consenta o meno; orecchie selettive che diventano supersensibili quando c'è da registrare le ordinazioni per piombare nella sordità più totale quando qualche tossico chiede se cianno un bagno o qualche ospite dell'Associazione San Cristoforo chiede da bere a macca ("Passa a pagare il Don..."); pazienza e sopportazione illimitata nel reggere lo spiritoso del rione che racconta per la seicentesima volta la barzelletta del francescano e del domenicano, la zitellona fanè che ripete gallinescamente il suo verso "Salso l'è tanta bèla ma d'inveren l'am fa gnir la tristessa", il bullo di San Prospero che molesta ancora una volta la cassiera con raffinati complimenti come "Tè sei compagna a 'na lavatrice, dai il meglio di tè a novanta gradi eheheh".
Chiama il 113 solo quando Vittorio Sgarbi provoca Mike Tyson e Giuliano Ferrara e Gianpiero Galeazzi gli vengono in soccorso, altrimenti ha la sagacia di un questore, la forza di persuasione di un Don Camillo, il carisma di un Mario Capanna nel sedare ogni accenno di tumulto senza neppure alzare la voce.
Il barista infine, last but not least, o meglio ultma mo la gh'ha la so importansa, fa sentire a casa tutti. Nel suo bar, travolti e riscaldati da un punch stile piombo fuso o da una veronica di Giovinco, l'emigrato Ahmed schrza col manovale Savino Struddas, l'ingegnere col busto di Mussolini in casa dà affettuosi buffetti al ginnasiale con falce e martello dipinti con lo spray da murales sulla guancia destra, parmigiani e reggiani si scoprono terzi cugini (fratelli sarebbe un po' troppo).
E poi c'è il gestore di bar casual, quello che apre un bar perché deve investire l'eredità dello zio Nestore, o perché vuole ubriacarsi tutte le sere senza dare troppo nell'occhio, o perché abbiamo provato tutto, proviamo anche questa, o perché nemmeno Dio lo sa e allora cosa chiedete a lui?
E il protagonista di codesto post appartiene a questa categoria: gli chiedi un panino con la coppa e lui te lo porta col fiocchetto, oppure con in mano una riproduzione della Coppa Uefa 1994-95 vinta ai danni della squadra cisalpina di cui mi sfugge il nome (se vuole fare lo spiritoso);
gli chiedi un cocktail qualsiasi e lui non ammetterà mai che non lo sa fare ma ti dirà "S'cond mi t'è bell'e bvù a basta" anche se sei completamente e palesemente sobrio;
gli chiedi se ha una certa marca di cognac e lui "Speta ch'agh dagh n'ociéda" e poi torna con dello Stravecchio Branca;
ma soprattutto non si capisce cos'abbia comprato a fare un costosissimo bancone se non ci sta dietro neanche su disposizione della Questura.
Però è un incredibile affabulatore raccontatore di storie accenditore di fantasie costruttore di universi paralleli tra l'Oltretorrente (dove rigorosamente è nato, risiede e morirà, anche se spesso il suo bar è in territorio nemico di qua dall'acqua) e il West.
Ha accordato il basso elettrico a Jimmy Ferrari durante un concerto dei Corvi;
ha comprato una bicicletta usata da Vittorio Adorni e poi ha scoperto che era quella del mondiale del '68 a Imola;
quando ha incontrato Alberto Bevilacqua gli ha stretto la mano a lungo e prima di lasciargliela gli aveva fatto la revisione critica di tutti i suoi romanzi;
è stato lui a consigliare a Mauro Coruzzi di vestirsi da donna;
ha inventato i tortelli d'erbetta, le melanzane alla parmigiana e la punta ripiena al forno;
ha ricevuto la sua prima fisarmonica in regalo da Gorni Kramer;
è stato lui a mettere la bomba sotto il palco di Almirante, dopo di che l'hanno menato sia i fascisti che i comunisti (a gh'ho ancòra du-tri bognò a 40 ann ed distansa...).
Ti offre un po' di cuore di puledro che la sua socia (una sua ex-morosa che non ha ma lasciato del tutto perché gli sapeva briga) ha appena finito di preparare. E gode nel vedere che te lo mangi senza fare storie. Hai superato l'esame di parmigianità estrema anche se non sei buono di parlare in dialetto.
Nel giro di due ore scoprite di abitare a 50 metri di distanza (anche se tu nell'Oltretorrente non ci sei nato e c'è anche caso che non ci morirai) e di avere talmente tante di quelle conoscenze in comune che la possibilità di incontrarvi prima di allora era prossima all'unità. Eppure non è successo.
Nel lasciare il suo bar, studi ancora lo scontrino e ci sono due euro a cui non sai dare una ragione: solo a casa arrivi alla divertita conclusione che si trattava dell'assaggiata di cuore di puledro.
La Germania e il suo popolo possono suscitare nei più anziani ancestrali ricordi di violenze e deportazioni; o possono viceversa suscitare, anche nei giovanissimi, un malriposto ed erroneo senso di ammirazione identificandoli per intero con la tragica avventura del nazismo.
La realtà spietata è che c'è enormemente più residuato fascista nell'Italia e negli Italiani che residuato nazista nella Germania e nei Tedeschi, che pure hanno dato il potere ad Hitler attraverso libere elezioni, mentre Mussolini (sia pure con belle maniere e senza spargimento di sangue) se l'era preso.
I Tedeschi hanno tragicamente perso due guerre mondiali; hanno subito, loro per primi come il resto del mondo, il regime più barbaro ed atroce che la storia dell'umanità ricordi.
Dopo la guerra si sono visti suddividere a metà tra i due blocchi come un qualsiasi Vietnam. Sono stati teatro della costruzione del muro di Berlino, concretamente misera e poco più di un muricciolo (chi non l'ha visto può immaginarlo una specie di Muraglia Cinese in sedicesimo) ma simbolicamente uno degli strappi più drammatici che si potessero immaginare.
E poi, quarant'anni dopo, sono andati incontro ad una riunificazione che, retorica patriottistica a parte, ha avuto i suoi pesantissimi problemi.
Hanno subito una pacifica quanto problematica invasione dall'estero trent'anni prima di noi, in parallelo con la Francia e con l'Inghilterra dove però la maggior parte degli arrivi era dalle ex-colonie, quindi gente già in qualche modo a contatto con lingua, cultura ed usanze del paese dove emigrava, ma i sussulti xenofobi sono stati quasi inesistenti se paragonati a quanto è successo, negli anni, nei più caldi e temperamentali paesi latini. E loro sì che avrebbero avuto tutto il diritto di gridare Mamma li turchi!
C'è un aneddoto noto a parecchi fans dei Beatles: quando nel 1960 i futuri Fab Four scesero ad Amburgo per il loro primo contratto da musicisti professionisti fuori dall'Inghilterra, il caustico ed irriverente John Lennon chiese ai colleghi "Ragazzi, ma siamo sicuri che siano loro che hanno perso la guerra?".
Già, perché l'Inghilterra non si era ancora risollevata dagli orrori della guerra e la Germania era già diventata la locomotiva d'Europa.
Il dopoguerra della Germania non è che sia stato dei più semplici.
Avendo speso quasi tutte le estati della mia adolescenza con la mia famiglia appassionata del campeggio, ho avuto modo di conoscere centinaia di cittadini della Repubblica Federale: certamente si trattava di un campione fortemente deviato verso l'ecologismo e l'amore della natura e quindi non del tutto rappresentativo. Ma mi sembravano comunque, nel loro insieme, persone piene di allegria e, specie i più anziani (che oggi saranno per lo più defunti) imbevuti di una visione romantica e sentimentale della vita che in Italia, retorica a parte, non è mai esistita.
Molto più inclini ad arrivare in Italia e italianizzarsi per il breve periodo della permanenza di quanto non capitasse ad inglesi, scandinavi e (noblesse oblige) francesi, che per tutta la loro permanenza in Italia tendono a mantenere quell'atteggiamento del tipo "Mais oui, siamo arrivati in Italia ma è stato un tragico errore...".
A quel tempo non conoscevo l'aforisma (che potrebbe perfino essere del vulcanico Ennio Flaiano, creatore di quasi tutti gli aforismi celebri del XX secolo) "Italiani e Tedeschi a modo loro si vogliono bene. Gli Italiani ammirano i Tedeschi senza amarli; i Tedeschi amano gli Italiani senza ammirarli.". E comunque nel contesto in cui avveniva l'incontro, la dimensione nazionale tendeva a cadere e ci si sentiva di già molto Europei, anche senza Maastricht e senza euro.
Tutto ciò funge da decorativo quanto forse superfluo cappello introduttivo (i vecchi democristiani lo avrebbero chiamato preambolo), per dire che mi hanno in qualche modo colpito due fatti che riguardano la Germania:
1. Chiamato a gran voce da statunitensi e francesi alla spedizione punitiva contro Gheddafi al grido di "Ciuliamo (o gussiamo, o fottiamo, secondo le varianti regionali) il petrolio al puzzone amico del Berlusca", il governo Di Berlino ha garbatamente ma fermamente rifiutato, unico tra i quattro governi chiamati in causa a tener conto del parere largamente sfavorevole dei propri cittadini-elettori; ma lo devono aver fatto con argomentazioni coerenti ed inoppugnabili (massì, ammettiamolo, in questo sono molto kantiano-hegeliani e non temono rivali al mondo, se poi ti piazzano una di quelle loro parole supercomposte al confronto delle quali la nostra "precipitevolissimevolmente" sembra uno sternuto, non c'è più partita). Tant'è che alla ormai famosa videoconferenza tra i grandi paesi europei sulla crisi libica loro sono stati invitati e noi no.
2. (ciò nonostante) Il partito di maggioranza della Merkel, che il nostro ultimier tratta come lui tratta tutte le donne non bellissime (con altezzosa strafottenza se gli sono avversarie, con vomitevole galanteria di basso conio se gli sono potenzialmente amiche, emblematico il suo infelicissimo "cucù" di un paio d'anni fa) ha incassato una sostanziale sconfitta nel Land del Baden-Wuerttenberg a favore dei Verdi; e credo (ma vado a memoria) che sia la prima volta in Europa che i Verdi ottengono una simile prestigiosa vittoria quanto meno a livello locale. Evidentemente la vocazione campeggistica dei Tedeschi aveva ed ha un suo perchè. E le bugie ed i tentennamenti sul nucleare (ma pare che gli stessi Giapponesi non ce la contino interamente giusta, e questo è un inquietante segno dei tempi) possono aver avuto la loro influenza nel drastico travaso di voti.
Si tratta di due sfaccettature di un paese serio.
Come si era dimostrata seria la caliente Spagna quando (guarda gli scherzi del destino, proprio in coincidenza con lo stranguglione di Bossi) aveva ammannito una cocente sconfitta elettorale ad Aznar, reo di aver dolosamente mentito sugli attentati di Madrid del marzo 2004 come un Andreotti qualsiasi, attribuendoli all'ETA.
Solo in Italia le bugie fanno aumentare i voti e conferiscono al bugiardello di turno un simpatico carisma da gaglioffo che tanto piace all'elettorato italiota.
Alla fine questo blog, molto prossimo alla chiusura, ha man mano perso ogni e qualsivoglia vocazione giornalistica per diventare quello che un blog in realtà non può non essere: un contenitore di sogni, ricordi, simboli, allegorie.
Dietro la morte di un personaggio famoso (e questa volta si tratta di Elizabeth Taylor, che odiava essere chiamata Liz ma non è mai riuscita a liberarsi di quel ridicolo nomignolo) a volte non mi interessa fare brillanti rassegne dei suoi successi.
Piuttosto finisco per cogliere degli aspetti quasi marginali che, alla fine, secondo il principio della poesia 'A livella di Totò, rendono la vecchiaia, la malattia, la morte sostanzialmente uguale per chi ha costruito un mito e per chi non ha neanche una storia.
Paul Newman che ha chiesto di morirsene a casa sua perché non voleva diventare l'Eluano d'oltreoceano. Sandra Mondaini la cui malattia è precipitata dopo la morte del marito. Annie Girardot privata della memoria da una gravissima forma di Alzheimer. Mike Bongiorno che due ore prima di morire dichiarava "Ragazzi, non mi sono mai sentito così bene come in questo momento...".
E si badi bene, nessuno confonda queste considerazioni per una forma di livorosa invidia verso le persone ricche e famose. Tutt'altro. Arriverei perfino a dire che il successo, a parte quello che succede oggi, premiava il talento, e quindi le emozioni positive che un artista sapeva regalare.
Nella malattia e nella morte perfino un Papa acquista una veste di dolorosa umanità e di umana sofferenza.
Le immagini di Elizabeth in sedia a rotelle, ma ancora con quell'atteggiamento autoironico molto ma molto inglese che non l'aveva mai abbandonata, la fanno sembrare una ex-bella sciura Brambilla o Mrs. Brown che si spegne poco alla volta, dopo aver sopportato cinque operazioni alla schiena, una al cervello, un tumore alla pelle, due polmoniti e sette matrimoni con sei mariti diversi. Come avrebbe detto Giorgio Gaber, "in armonia con tutto, anche con la morte.".
Come la Bardot, dai quarantacinque anni in poi ha dato la netta impressione di essere infastidita dal suo ruolo tanto di star che di femme fatale. E, come lei, è arrivata a preferire di gran lunga gli animali agli esseri umani.
Pur di avere un ruolo all'altezza del suo debordante talento di attrice non aveva esitato a mettere su una quindicina di chili (unendo secondo me l'utile al dilettevole) e farsi i capelli brizzolati (o smettere per un po' di tingerseli, non ricordo bene...) in una sorta di reality-film con l'intimamente suo Richard Burton (e qui scadiamo da Totò e Gaber agli amori che non finiscono, fanno dei giri enormi e poi ritornano, non è gran che come citazione ma si adatta a pennello) di cui vi linko una scena in lingua originale con la sua vera voce (gli americani girano quasi sempre in presa diretta, se sai recitare bene se no di strada ne fai pochina...).
Come in un surreale film di fantascienza (come se un film di fantascienza potesse esimersi dall'essere surreale) lenta e maestosa con nipponica cadenza, passa un'altra nube sui nostri cieli.
Non è quella di polveri sottili (ma comunque materiali) che eruttò un annetto fa dal vulcano islandese dal nome impronunciabile e che permise a quel culanone di Mourinho di battere 3 a 1 il Barcellona reduce da 21 ore di pullman stante la precarietà dei collegamenti aerei.
Non è nemmeno quella di Chernobyl che permise ai verdurai di raddoppiare i prezzi delle verdure non a foglia larga, e ci fu il boom dell'indivia che si presenta col suo aspetto estremamente poco socievole, chiusa come Robert De Niro quando considera l'intervistatore non all'altezza (non prendertela Morandi, sempre meglio delle accuse di coprofagia che ti rivolge un noto programma di satira radiofonica).
Tanto per dire che anche sulle sciagure c'è sempre qualcuno che ci guadagna e perfino sui terremoti si possono vincere delle elezioni.
E' un'allusiva nuvola che porta una forma di energia spuria ed anomala che i parassiti di Gaia hanno rubato al Sole come in un mito ellenico (infatti all'interno del Sole le reazioni nucleari sono del tutto lecite e naturali), delle radiazioni che quando vanno in giro da sole fanno male.
Ebbene sì, ho una mutanda tipo pannolone perchè potrei farmela addosso da un momento all'altro...
Ho usato la parola "allusiva" non per buttare lì un aggettivo a casaccio (a volte mi diverto a fare l'equivalente del grande chef che insiste a mettere l'uvetta sultanina nel ripieno dei cannelloni per vedere l'effetto che fa) ma perchè, a 30.000 chilometri di distanza (perchè la nuvoletta è andata verso est ed ha dovuto attraversare due oceani e tutta l'America che c'è in mezzo), ed a svariati chilometri di altezza, la nube (peraltro totalmente invisibile essendo formata da energia e non da materia) non avrà alcun effetto sulle persone sottostanti. Ma serve a ricordarci la ricorsività del mito di Prometeo.
Ma girando sul web, vedo che questa volta ci stanno guadagnando alla grande i farmacisti.
E questo perché la maggior parte degli Italiani, quando sentono i nostri governanti assicurare che non c'è nessun pericolo, cominciano seriamente a preoccuparsi.
Una delle prerogative del rock, concretizzatasi ben prima che si parlasse di globalizzazione, è che lo si suona nelle grandi metropoli come nelle piccole città, a Sud e a Nord, a Est e ad Ovest. Purtroppo i tentativi italiani di attingere a questo linguaggio musicale planetario non sempre funzionano. Come cantava Nino Ferrer su testo (credo) di Antonio Amurri, L'italiano non funziona per questa musica qua...
E difatti...
Sarv'a tutti, sarve reggina, sarv'ognuno, simo i Scarafaggi e sonamo 'nte la zona intercorente tra Ancona e Majerada, tant'è che emo acquisito no slang che risente un po' de tutti i dialetti de la zona, dove 'nte ogni cocuzzolo de collina se inventeno na parlata diversa così quando nu je sfajola fane finta de non capisse.
A dila chiara, simo quatro bardasci che 'n ciane voja de fà gnè, però piagemo alle fijole de la zona e de solito ce famo mantenè.
La formazzione nostra se compone come qualmente de seguito:
Paolo delli Carterari al basso Eko, pianolina Giaccaglia, fisarmonica Farfisa e voce solista;
Giovanni Lennoni fa finta de sonà ma se fa tante de quele canne che se deve portà la base registrata da casa, cantà je riesce oggi sì e domani no;
Giorgino el fijo de Arrigo de Coridonia a tute le chitare possibili e 'mmaginabili mejo si non so' sue: Eko, Farfisa, Fenderelli e Gibesoni, terza voce e tajo de i capeli;
Riccardo Storchi detto Rinco(jonito) a la bateria de piati in attesa che je rivi quela nova da Castelfidardo.
Emo scrito tanti de quei pezzi che metà basta, i principali de cui sarebbono:
Te vojo strigne la mano
Nun me poi comprà l'amore
Famme'n piacere, famme contento
Quarcheccosa
Tornamo 'nte l'URSS
'Iuto!!!!
Non me piantà in asso
Ecco che riva el sole
Artorna indietro
La strada lunga e piena de curve
A lei je vai a fajolo
Eleonora Cingolani ('ndo va la gente sola)
Lady Madona de Loreto
Qui de seguito ve digimo le critiche meno scacciose che ciano fatto:
"Una band trendy, se qualcuno gli spiega cosa vuol dire" (Il Corriere Adriatico)
"Si rifanno a svariati generi musicali, si rifanno a un look oseremmo dire glamour, si rifanno più volte perchè farsi una volta ormai non gli fa più effetto alcuno" (La Gazzetta di Montelupone)
"Un martello pneumatico maneggiato da un gorilla sarebbe ben più armonioso" (L'Eco di Sambucheto)
"Svenimenti a catena fra le fans" (La Voce di Sforzacosta)
"Chiarito il motivo degli svenimenti a catena: l'insopportabile puzza delle flatulenze di Lennoni" (Il Resto del Carletto)
"Bravi ragazzi, ho visto un concerto incredibilmente bello, ma non era quello di stasera" (Groucho Marx)
Salve a tutti, siamo il gruppo 'O dirigibbile 'e piumb' e operiamo (mica nel senso che siamo chirurghi ehehehe) nell'hinterland napoletano, che così ci hanno detto che si dice anche se ne vorremmo essere spiegati il significato.
Il repertorio nostro sposa (mica nel senso che è nu previte eheheheh) la più tipica tradizione parte nopea e parte napoletana (oddio chista ccà fa scompisciare...) con le più aggiornate tendenze del pop rock folk e bifolk d'oltreatlantico, oltremanica e oltre 'a mutanna (Ggesùggesùggesù ma quanto siamo simpatici...)
Per esemplificazione, quando sonammo al matrimonio 'e Ciro Esposito chillo ca tiene 'a bottega d'antiquariato "Cose di altre case" sciorinammo fior da fiore e carciofo da carciofo questo popò (mica nel senso d'o culo eheheheheh) di programma:
A canzone d'o immigrante
Da quando so' 'nnammurat' 'e te
Totonno 'o capodoglio ('o cuggino 'e Moby Dick)
Scalinatiella pe 'o paradiso
'Ngoppa 'e colline e ancora cchiù lontan'
Cane nir'
Piccirilla te sto pe' lassà
Quante volte 'e cchiù
Nu sacc' e na sporta 'e amore
Scassacore
Riportatillo a casa toja
La nostra formazione è la seguente:
Roberto Pianta alluccamenti varii
Giacomino Pagina chitarre sue ed altrui
Gianpaolo Giovannini basso napoletano e tastiere Lettera 32
Giovanni Bonprosciutto sta sempre ubbriaco e nun sape sunà, teoricamente starebbe alla batteria.
Se ci volete veniamo anche al Nord per poche lire, basta che ci trovate da mangiare e dormire per un 2-3 mesi.
"Salve, siamo i Fluidi Rosa, un gruppo con oramai circa quasi più o meno un duetre anni di gavetta per le principali feste dell'Unità e sagre della torta fritta di Parma e provincia.
La nostra formazione è la seguente:
Ruggero Acque di Mesagne (anche se lui dice di Milano) basso, voce e allucinazioni di tutti e cinque i sensi;
Isidoro Baretti di Parma zona Montanara, chitarre con ogni ordine e grado di corde e con o senza plettro;
Riccardo Scrivaddestra di Parma zona Crocetta, tastiere elettroniche, elettriche, acustiche e di Olivetti Lettera 35;
Nicola Masoni di Parma zona Oltretorrente, percussioni date e subite, e non è mai lui il primo che lascia lì.
Il nostro repertorio si compone di brani originali, beh sì insomma qualcuno sembra un po' scopiazzato ma tanto si sa che le note sono sette, facciam pure dodici se contiamo i diesis, i principali di cui la quale sarebbero:
"Nuetor e lì lòr"
"Fa miga al cojò con cl'ascia lì Eugenio"
"Am pias'riss ch'at fiss chi"
"L'etra fazza d'la lon'na"
"Confortevolment fora'd testa"
"N'etor matò in't al mùr".
Abbiamo sentito che giù nel Lazio cinque anni fa han fatto un film spendendo 500 euro, beh noi non è che ci vogliamo dare delle arie ma se ci salta lo spriccio mettiam su un evento multimediale a costo zero.
Sappiamo che questo blog non lo legge nessuno, ma da una qualche parte tocca pure di cominciare a far della promozione, quindi avremmo pensato a te. Ci puoi mettere una parola buona?"
N. B. I gruppi presenti in foto sono, nella realtà, gli Agorà di Serra San Quirico (AN), genere rock-jazz; una miscellanea di artisti napoletani includente l'intera formazione del gruppo Napoli Centrale, Pino Daniele, Tullio De Piscopo e Toni Esposito; i Ciois di Medesano (PR), genere folk padano tipo Modena City Ramblers se questi ultimi non facessero finta di essere nati a Dublino.
Sulla scomparsa, e la successiva accertata morte, di Sara Scazzi e Yara Gambirasio non ho volutamente scritto una sola parola.
Forse perché inseguire l'attualità, specie QUESTA attualità, non rientra tra le mie predilezioni.
Forse perché mi spaventa e mi atterrisce confrontarmi con la crudeltà, l'ignoranza, gli orrori che trasudano da questi anni orripilanti in cui ci troviamo a vivere, senza quasi nessuna speranza che, durante quel poco o quel tanto di vita che mi resta (ma siamo ben oltre la metà), io possa sentirmi parte integrante e attiva di un contesto sociale e godere di tutto questo.
Ma alla fine ragiono così perchè sto diventando vecchio: a 20 anni gli anni di piombo mi sembravano coloratissimi e pieni di opportunità, ed invece erano probabilmente il punto più basso della storia repubblicana italiana.
O sono io che ricordo bene e quelli che scrivono la storia che la raccontano a modo loro?
Erano gli anni degli zingari felici, dell'ultimo mohicano sampietrino in mano, della fantasia e delle ubriacature di luna, di vendetta e di guerra o gli anni in cui le schegge impazzite della sinistra, e quelle lucidissime della destra, stringevano lo Stivale in una tenaglia di terrore?.
Oggi dell'umanità coltivo due visioni antitetiche ma entrambe possibili, perché si collocano a livelli differenti:
sul piano di come l'homo sapiens dovrebbe e potrebbe essere, penso che viviamo in un Universo non euclideo privo di un vero centro, e quindi sostanzialmente con infiniti centri potenziali: postulato di questo assunto è che ogni uomo è virtualmente il centro dell'universo, ed in ogni uomo c'è per intero Dio, che non credo esista come entità separata che siede nell'alto dei cieli, ma esiste nella misura in cui anche il più miscredente deve fare i conti con la propria spiritualità ed accettare, o subire, il fatto che non può spiegare la sua esistenza solo coi dati fisici e biologici;
sul piano di come l'homo sapiens realmente è, mi rendo conto che per moltissimi la responsabilità di essere il centro dell'Universo e dei portatori di spiritualità è talmente imbarazzante e doloroso che devono esorcizzarlo compiendo gli atti più nefasti e ripugnanti che si possano immaginare.
E alla fine faccio perfino fatica a provare rabbia e ripugnanza per esseri simili: provo solo una sconfinata pena e tristezza, anche perché le pletore di turisti dell'orrore che passavano domeniche ad Avetrana in cerca di chissà quali emozioni appartengono, in modo meno grave ma sostanzialmente simile, alla stessa categoria degli assassini.
E' perfettamente inutile girarci intorno, si tratta dell'ennesima sporca guerra in cui le considerazioni umanitarie nei confronti del popolo libico contano zero, o peggio ancora sono un pretesto truce ed ipocrita per andare incontro, come la Francia e il suo dinamico presidente, a nuove ambizioni di grandeur e fumo negli occhi all'elettorato in prospettiva di imminenti votazioni o, come gli Stati Uniti, alla consueta perniciosa attrazione verso le aree petrolifere.
L'Italia, come al solito, in totale assenza di una linea coerente e credibile in politica estera (per altro il patetico Frattini sembra più un funzionario Mediaset che una persona che esprima idee personali, come pur con tutti i suoi limiti mi sembra Maroni e perfino La Russa, le cui idee sulla vocazione militare degli Italiani reputo sbagliate ed indecorose ma almeno sono sue personali) finisce per fare mosse a caso come capiterebbe a un dilettante degli scacchi che si trovasse a sfidare il computer scacchista Deep Blue.
Salve, sono Deep Blue, il nipote del monolite di 2001 Odissea nello Spazio.
Dapprima, per bocca del suo statico premier, che ormai dà il meglio di se stesso da sdraiato perché ha subito delle irreversibili modificazioni genetiche per cui il sangue stenta a salire più in alto della zona pelvica, fa sapere che non è il caso di disturbare Gheddafi che, poverino, chissà quanti pensieri avrà già di suo. (Inutili le obiezioni di Bonaiuti, "Guarda, Silvio, che ti avevano detto di telefonargli per fargli un cazziatone e non per consolarlo...".).
Quindi, per bocca della sfinge Frattini, che un po' per inespressività sua personale (che ricorda vagamente l'attore Jeff Goldblum che può fare un film intero con la stessa espressione) un po' per dei lifting estremi ha una mimica facciale che in confronto il Tamagochi era Eduardo de Filippo, l'Italia ha fatto una lunga serie di distinguo, ben consapevoli tutti che la Libia è una fondamentale fornitrice di gas e petrolio oltre ad avere compartecipazioni azionarie un po' dappertutto.
Infine, non appena Obama (purtroppo anche lui in una posizione di sostanziale confusione e impotenza, pressato tra i desiderata del suo elettorato che presumibilmente di finte missioni di pace nel Terzo Mondo non ne possono più e un Congresso a maggioranza repubblicana che lo accusa di essere un imbelle pacifista indegno di stare a capo della superpotenza per antonomasia) ha chiesto l'aiuto italiano, tutte le nostre basi sono state messe a disposizione e otto arei italiani sono stati messi a disposizione, di cui sei già partiti a bombardare la Libia, dapprima quasi di nascosto e poi, a frittata fatta, legittimati da uno stentoreo pistolotto interventista di La Russa (una situazione del tipo "Ebbene sì, cara, ho trombato con tua sorella e adesso ti spiego tutti i particolari" dopo aver negato l'evidenza per giorni e giorni)di fronte ad una attonita Lucia Nunziata che, ancora più del solito, non sapeva dove guardare.
Come sempre l'Italia dalla partecipazione alle operazioni militari in posizione subalterna e gregaria guadagnerà poco più di una pacca sulla spalla rischiando invece molto in termini di possibili ritorsioni. Molto di più di quanto non avesse rischiato in Iraq e in Afghanistan. E a questo proposito, è inutile che l'omettino garantisca che "la Libia al momento non possiede armi in grado di raggiungere le coste italiane". Intanto alle sue promesse non crede più neanche il più acceso dei suoi sostenitori. E in secondo luogo il pericolo non viene dai razzetti da capodanno di Gheddafi, ma dai suoi ben più pericolosi possibili infiltrati fra i profughi in arrivo. Nel frattempo, il re delle gaffes (al suo confronto Mike Bongiorno era un mostro di autocontrollo strategico) non può esimersi dal dichiararsi "addolorato per Gheddafi".
I miei pochi a affezionati lettori certamente mi permetteranno di esimermi da ogni commento su quest'ennesima uscita da Bar Sport della Bovisa.
Gheddafi straparla, ma come tutti coloro che straparlano gli scappano dette ogni tanto delle terribili verità. "La Somalia e l'Afghanistan non vi hanno insegnato niente?". Evidentemente no.
In un imprecisato momento tra il 20 e il 21 marzo la Terra si è presentata al Sole perfettamente di faccia, con assoluta perpendicolarità: per qualche secondo i due corpi celesti si sono guardati negli occhi con aria un po' di complicità e un po' di sfida.
Va bene che la Terra è molto più piccola di Giove e Saturno, e perfino di Urano e Nettuno, ma vivaddio resta sempre l'unico pianeta solare che presenta forme di vita intelligente (anche se gli oloturidi bivalvi di Oberon rivaleggiano in quoziente intellettivo con Leone di Lernia). E quindi ha fissato il Sole con regale alterigia, ricevendone in cambio una rapida ventata anomala di energia termica.
Poi la Terra ha ripreso il suo frivolo balletto da primadonna capricciosa ed ha ricominciato impercettibilmente ad inclinarsi.
Fra tre mesi la sua inclinazione sarà sufficiente per permettere al Sole di accoppiarsi gloriosamente con l'emisfero Boreale a cui regalerà gradevole calore nelle aree più secche e ventilate, afa accoppa-anziani in tutte le altre. Nel frattempo l'emisfero Australe, che per altro ha potuto festeggiare il Natale in spiaggia (e questo resta comunque uno svantaggio ingiusto) dovrà arrangiarsi.
Tutte le speci escono dal letargo scoprendosi in perfetto peso-forma, meno quella umana che con la scusa del freddo nei sei mesi precedenti ha mangiato e sbevazzato più del dovuto (E il gelo è il pretesto per un buon vino, cantava con la sua impossibile pronuncia reggiana il mitico Augusto Daolio). La giovane Cunegonda Balestrieri di Ozzano Taro si guarda allo specchio in lacrime conscia che con l'abbigliamento primaverile la sua precocissima incipiente cellulite non sarà più mascherabile, e il suo amato Anteo Spaggiari le preferirà quella stronzona anoressica dell'Argia Dalcò.
I più giovani vivono tempeste ormonali al confronto delle quali lo tsunami giapponese è la risacca dell'Adriatico.
I più anziani vivono tempeste gastroenteriche che accompagnano ormai da qualche anno tutti i passaggi di stagione.
La Terra continua nella sua doppia rivoluzione: la prima è quella che la fa viaggiare per il Cosmo a 30 chilometri al secondo. La seconda è quella che sta fra sè e sè mettendo a punto per liberarsi di quei noiosissimi parassiti che la punzecchiano la sforacchiano la calpestano la affumicano la edificano e talvolta fanno come il poeta Gabriele d'Annunzio che eiaculava dentro una buchetta appositamente praticata in aperta campagna per potersi poi vantare di aver posseduto la Madre Terra.
Tanti altri non hanno la finezza lessicale del Vate e la Terra si limitano a fotterla.
Esauriti i festeggiamenti, l'Italia entra nel suo 151° anno con
tanti problemi irrisolti, ma un cuore grande così.
Non potevo esimermi dallo scrivere un post interminabile (che ho spezzettato in tre post che obiettivamente erano comunque interminabili anch'essi) non tanto per celebrare, quanto per riflettere su questo avvenimento.
Come mi era capitato a proposito del 20 settembre (presa di Porta Pia), dell'8 settembre (armistizio italiano nella II guerra mondiale) e di morti o compleanni virtuali di persone già estinte (da Augusto Daolio a mio padre).
Passato l'avvenimento saliente e pregnante con tutto il suo codazzo di retorica, ipocrisia da parte di alcuni e totale mancanza di tatto e buon gusto da parte di qualcuno in camicia verde, si torna alla vita di tutti i giorni.
La cosa più divertente è che nella bellezza di tre post non mi è venuto in mente di inserire i miei sfocati ma ancora presenti ricordi dei festeggiamenti del 1961 (all'epoca stavo per compiere 4 anni).
E' senz'altro vero che il secolo tondo ha una valenza simbolica e istituzionale maggiore di un centocinquantenario; è altrettanto vero che io ero molto piccolo, anche se molto più sveglio di adesso; però ricordo, in tutto il paese dove allora vivevo, un entusiasmo, una partecipazione, un orgoglio di essere Italiani, che cinquant'anni dopo sicuramente non ho visto. Letteralmente non si parlava d'altro, sembrava che l'unità nazionale fosse arrivata in quel momento, insomma che non si festeggiasse una ricorrenza ma un avvenimento in corso.
Poi mi è capitato di leggere un pezzo di Corrado Augias (che ha quasi 20 anni più di me, e quindi all'epoca era un coltissimo universitario) che ammetteva a malincuore che nei 50 anni intercorsi tra le due ricorrenze lo spirito nazionale invece che crescere ulteriormente era pressochè scomparso.
Il 1961 era l'anno dopo le Olimpiadi di Roma, che molti considerano le più belle e meglio riuscite dell'intera storia olimpica; la lira era la moneta più stabile d'Europa; l'Italia era guardata come una giovane ma grande nazione, diciamo una giovane promessa da guardare con simpatia, da tutto il resto del mondo.
Nel 2011, nessuno vuole saperne di affidarci non dico un'Olimpiade ma neppure un Europeo di calcio.
Il nostro patrimonio artistico e culturale è ignorato o guardto con fastidio dai cittadini. Quando si è tentato di costruire un'isola pedonale intorno al Colosseo, la cosa è durata pochi mesi "perché faceva perdere voti".
Emblematica la battuta idiota di Tremonti "Provate a farvi un panino con la Divina Commedia", agghiacciante quella di Zaia, governatore del Veneto "Qui in Veneto c'è una calamità naturale mentre a Pompei sono caduti quattro sassi". Il povero James Bondi alle prese con questo patrimonio mi fa più pena e compassione che rabbia, sarebbe come affidare un negozio di ottica a un non vedente.
Questo bel Paese pieno di poesia ha tante pretese ma nel nostro mondo occidentale è la periferia. (Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano)
E intanto siamo di nuovo in guerra: ma questa volta non contro dittatori remoti ed esotici, bensì contro l'ex-amico del cuore del nostro ultimier. Contro un Capo di Stato che ha ricevuto il solenne bacio dell'anello (allucinante giustificazione "Ueh raga, lo sapete che ho un temperamento guascone"), che quando è venuto di recente a Roma è stato messo in condizione di assumere atteggiamenti provocatori ed umilianti verso un paese intero.
Ma soprattutto contro uno dei nostri principali partner commerciali.
E contro un signore che ha avuto una compartecipazione azionaria importante in Fiat fino a pochi anni fa, e conserva un 7% di azioni della ex-Signora Omicidi del Campionato Italiano.
Con la consueta lucidità e coerenza in politica estera. fino a un paio di settimane fa l'atteggiamento verso Gheddafi era del tipo "Poer nano, non gli telefono per non disturbarlo, chissà come soffre...".
Ma appena Obama ha fatto capire che l'aiuto italiano era indispensabile, supito disponibili le basi italiane, e anzi è ufficiale che nostri aerei hanno bombardato Tripoli.
Ma quasi di nascosto, più o meno come ai tempi della Serbia.
Come il commando della Terra dei Cachi, che ci aspetta per assassinarci un po' ma se c'è la partita preferisce sventolare il bandierone e non più il sangue scorrerà.
L'atteggiamento italiano ricorda da vicino quello di un arbitro preoccupato e in colpa per aver svantaggiato la squadra che gioca in casa, che appena può le assegna un rigore del tutto inesistente. Poi magari il Maccarone di turno lo spara in tribuna su imposizione di un Super-Io intransigente, perché il calcio ha molto più senso della giustizia e della logica di quanto non ne abbia la politica.
E quando l'inventore del bunga-bunga sbraita "L'Italia ci ha traditi..." dal suo punto di vista ha perfino ragione.
Qualcuno di voi ha presente il personaggio del Giangi Meneghètti dello Zoo di 105? Appunto... Abbiamo la brutta copia del Giangi Meneghètti alla guida dello Stato.
L'Ultimier
Chiamarlo Premier è al di là delle mie possibilità umane....
Nei due post precedenti, specie nel secondo, non sono stato tenero con la monarchia sabauda.
Ma non vorrei che in queste considerazioni venisse macinato anche Giuseppe Garibaldi, che qualcuno vorrebbe derubricare da Che Guevara ante litteram in sordido mercenario, per di più di origini genovesi, e quindi attaccato esclusivamente ai soldi.
Scrivere la storia non è una cosa semplice se lo si fa con spirito oserei dire "scientifico" (anche se la storia è lievissimamente meno esatta della trigonometria). E' un gioco da ragazzi se lo si fa con la sicumera dei vincitori o (auto)presunti tali,
Allora per la neonata Italia unita Garibaldi fu un eroe senza macchia e senza paura, un integerrimo patriota, un luminoso esempio da additare per fideistiche celebrazioni. Per alcuni ministri (ripeto: ministri) della Repubblica Italiana, Garibaldi è alternativamente un povero deficiente manovrato da personaggi più furbi di lui o un pazzo esaltato che è andato a liberare un popolo che sarebbe stato meglio lasciare in usufrutto gratuito all'Africa.
Dire che la verità sta nel mezzo assomiglia molto al solito luogo comune qualunquista.
Garibaldi era sicuramente un avventuriero. Ed è anche vero che al momento della spedizione dei Mille era anzianotto e mal ridotto (la storia che dovessero caricarlo a cavallo di peso perchè afflitto da una pesante artrite sembra attendibile). Insomma, come eroe romantico lascia un po' il tempo che trova.
Culturalmente era tutto meno che un'aquila. Era un uomo d'azione e, probabilmente, era dotato del carisma classico dei personaggi con poche idee ma chiare.
Purtroppo, rispetto alle battaglie napoleoniche e perfino a quelle di Giulio Cesare (grande esegeta di se stesso) ci mancano anche i più elementari ragguagli tattici, ma è certo che per battere l'esercito borbonico con 1000 uomini Garibaldi deve aver analizzato e volto a suo favore le gravi lacune di un esercito immenso (la disponibilità potenziale era vicina ai 100.000 uomini, ma ovviamente non è che potessero essere aviotrasportati celermente dove servivano come i loro colleghi di un secolo dopo) quanto disorganizzato, mal armato, mal addestrato e soprattutto con una devastante corruzione dilagante al suo interno. E deve anche aver saputo volgere a suo vantaggio il malcontento dei siciliani contro i Borboni.
Quasi tutti i libri di storia fanno una netta distinzione tra l'accoglienza riservata a Garibaldi, che in qualche modo la parvenza del "liberatore" era riuscito a darsela, e la pesante rabbia di qualche anno dopo contro uno Stato accentratore e sostanzialmente invasore, che imponeva tasse molto più pesanti, la leva obbligatoria (che nel Regno delle Due Sicilie non esisteva). E' vero che Garibaldi mise in qualche modo becco nella fucilazione di cinque insorti, ma un anno dopo cosa combinarono i soldati savoiardi a Pontelandolfo è spiegato con tanto di link nel post precedente. E francamente non c'è paragone.
Detto questo, la spedizione dei Mille è stata una operazione militare commissionata dai Savoia pur con qualche divisione interna (Cavour propendeva per una fine tessitura diplomatica e magari aveva i suoi buoni motivi) e va valutata come tale.
Molti meridionalisti oggi sparano ad alzo zero non solo su Garibaldi (che uno stinco di santo non era) ma anche sui suoi seguaci (che nella stragrande maggioranza erano convinti di portare la libertà almeno quanto i nostri ragazzi in Afghanistan e non erano dei malviventi).
Io mi limito a linkarvi una voce agiografica, una di totale incondizionata condanna e una che si spera neutrale, visto che se ne fa un imperituro fiore all'occhiello. Lo faccio per onestà intellettuale e completezza d'informazione, Miss, non devi leggerle se non vuoi, non mi offendo....
Tentando un'impossibile sintesi, l'Italia unita ha definitivamente respinto le intrusioni estere, francesi spagnole ed austriache.
Si trattava di un sogno che i poeti e gli uomini di cultura coltivavano da almeno 6 secoli.
Più o meno come quando ci si sposa.
A me continua a sembrare che si tratti di un matrimonio litigioso ma felice. Qualcuno lo vede come il coronamento di una splendida storia d'amore. Qualcuno come uno stupro. Qualcuno come essersi portata in casa una sposa falsa e infedele. Sarebbe meraviglioso poterne discutere con mezzi dialettici ortodossi invece di contrapporre un vomitevole revisionismo ad una ancora più vomitevole agiografia.
E piuttosto che eroi nazionalpopolari come Berlusconi, Garibaldi tutta la vita.......
E' raro che le rivoluzioni vengano combattute da un popolo intero, anzi direi che è statisticamente ed umanamente impossibile: l'instaurazione del regime comunista in Russia e in Cina fu fatta a suo tempo in nome del Popolo da una èlite di intellettuali: la differenza fra una dittatura di destra ed una sedicente di sinistra è che la prima è fatta in nome di chi la crea, e il popolo si arrangi; la seconda è fatta in nome del popolo che così oltre al danno si trova anche una non richiesta presa per il sedere.
Ma è altrettanto vero che il popolo vero e proprio di suo, in quanto massa, in quanto multiforme creatura, è incline ai moti spontanei e violenti in cui l'incazzatura spontanea di pochi contagia molti altri nei quali (forse) l'incazzatura viene slatentizzata e portata alla luce; mentre (sempre il popolo) si impigrisce e recalcitra di fronte ai tempi un filino più lunghi di una vera rivoluzione che cambia il volto di una nazione o crea una nazione che non c'era. E paradossalmente tende a fidarsi di più di un conducator unico che di un manipolo di patrioti.
La Resistenza è stata una sorta di "rivoluzione silenziosa" che fa storia a sè: aveva certamente i suoi capi e le sue teste d'uovo, ma è stata un movimento popolare sul quale la maggioranza della popolazione era d'accordo, e una fetta enorme di popolazione ha in qualche modo partecipato (e i livelli di partecipazione andavano dalla lotta armata vera e propria a semplici, ma anch'essi pericolosissimi e quindi a modo loro "eroici", atti di solidarietà come ospitare partigiani o seplicemente far circolare notizie).
Quello che purtroppo è storicamente mancato al Risorgimento. Un fenomeno più vicino alla Rivoluzione d'Ottobre che alla Resistenza, un fenomeno di matrice sostanzialmente borghese che il popolo faceva fatica a capire e ad accettare.
Anzi, forse nelle regioni meridionali l'esercito sabaudo faceva la parte dell'invasore e i briganti quella dei resistenti. Forse, ovviamente, perché a quei tempi non esisteva nulla che assomigliasse ad un giornalismo d'inchiesta e le notizie viaggiavano a fatica, spesso già "velinate" alla fonte.
In una società ancora totalmente rurale o tutt'al più artigiana (in Inghilterra era già da tempo cominciata la Rivoluzione Industriale con le sue divertenti conseguenze, tipo centinaia di morti per smog all'anno a Londra, ma nella futura Italia nessuno lo sapeva, certamente in Piemonte e Lombardia c'erano delle aziende paleoindustriali ma penalizzate dalla scarsa disponibilità di ferro e carbone, di cui l'Italia è purtroppo carente, come ahimè di petrolio) non c'era obiettivamente modo di entusiasmarsi per l'idea di un'Italia unita.
Letterati e imprenditori milanesi o fiorentini potevano trovare non solo utile ma addirittura necessaria una aggregazione col Piemonte, che in quel momento sembrava una potenza militare e proto-industriale di livello europeo (i soldati piemontesi avevano combattuto in Crimea a fianco dei francesi e, via, non se l'erano nemmeno cavata male). Ma anche nelle zone meno arretrate, la stragrande maggioranza della popolazione era analfabeta e a stento sapeva quello che capitava al di là del proprio cortile.
Mentre l'Italia meridionale non aveva esagerati motivi di lamentarsi rispetto alla dominazione borbonica: Napoli e Palermo erano città ricche, culturalmente e scientificamente progredite; il modello agricolo ancora sostanzialmente feudale, basato sull'autoconsumo piuttosto che sulla creazione di utili, era diversissimo da quello settentrionale che si basava sull'uso di macchinari moderni, sugli investimenti, sul credito bancario e su proprietari terrieri che erano borghesi imprenditori e non nobiluomini che, detto alla napoletana, schifavano 'a campagna. Le tasse erano contenute e non esisteva leva obbligatoria, nè l'obbligo di esprimersi in una lingua sconosciuta.
Detto poi con la dovuta delicatezza per non offendere nessuno, esisteva già allora uno "stato parallelo" che non era vissuto come malavitoso ed era sostanzialmente tollerato dalla casa regnante. Uno stato parallelo che suppliva ed integrava le manchevolezze dello stato ufficiale con soluzioni più tempestive ed adeguate, se così ci si può esprimere.
Purtroppo, anche se esistono interpretazioni diverse, è difficile non dire che al momento dell'unificazione 8 milioni di cittadini furono trattati in modo un po' troppo simile a come fecero i conquistadores spagnoli con gli Aztechi : con un ricorso minore alla violenza, ma con una pericolosa tendenza all'imposizione culturale e all'appropriazione indebita. Come gli Spagnoli utilizzarono le ricchezze d'oltreoceano per pagarsi i debiti (e Montezuma aveva, si favoleggia, una stanza di 100 metri cubi completamente piena d'oro) altrettanto fecero i Savoia, attraverso imposizioni fiscali ed espropriazioni finchè potevano, con razzie indiscriminate quando la legge non era sufficiente.
Insomma, l'ex-regno delle Due Sicilie fu letteralmente sventrato ed azzerato e diventò semplicemente la periferia dell'impero.
E, sventuratamente per i soldati sabaudi, le popolazioni indigene non li avevano scambiati per emissari del Dio Quetzalcoatl (com'era capitato ai conuistadores) ma per bestemmiatori miscredenti: l'esempio più pregnante è la tragica carneficina di Pontelandolfo, in cui è tragicamente vero che i "resistenti" trucidarono 40 soldati piemontesi che issavano la bandiera bianca, ma ne seguì una rappresaglia su civili inermi e presi a caso che ha l'agghiacciante prerogativa di non differenziarsi troppo, secondo molti storici e anche secondo me, delle decimazioni naziste.
Questo per riflettere su come gli ideali molto belli a tavolino si traducono poi in grottesche tragiche caricature quando si tenta di metterle in pratica: logica perversa di ogni rivoluzione è che i dissenzienti debbano essere eliminati.
Avviso ai naviganti: il post che sto preparando in occasione del 150° dell'unità nazionale si sta rivelando talmente vasto che ritengo giusto spezzettarlo in più post. Questa è la prima parte.
Le posizioni estreme ed acritiche sono sempre le più facili.
E' facile dire che qualcosa non esiste, perfino Panariello ha intitolato un suo recente spettacolo teatrale Panariello non esiste, e così basta urlare a perdifiato che qualcosa che sembra esistere in realtà non esiste per instillare il dubbio nella stragrande maggioranza di chi ascolta.
E' altrettanto facile ipostatizzare ed idealizzare qualcosa sulle ali dell'emozione e del sentimento (e a volte, perchè non dirlo, del proprio tornaconto personale, cavalcando le emozioni altrui....) piuttosto che della ragione. Operazione in qualche modo accettabile per qualcosa o qualcuno che non esiste più, e che quindi è uscito/a dalla cronaca per consegnarsi parte alla storia e parte al mito.
Ma per qualcosa che è o sembra essere in piena evoluzione bisogna cercare di evitare le posizioni estreme e trovare una conveniente posizione intermedia sul continuum tra la negazione totale e l'esaltazione altrettanto totale.
Sto parlando dell'Italia in quanto concetto, prima ancora che dell'Italia in quanto "oggetto".
Su un piano squisitamente geografico, ci sono poche altre nazioni meglio definite dai propri confini naturali, l'imperiosa cerchia delle Alpi e l'affettuosa protettiva stretta del Mediterraneo.
Ma allora anche la penisola iberica gode di un simile privilegio, eppure è suddivisa in due stati indipendenti.
Su un piano storico, nell'antichità l'Italia era occupata da quanto meno 5 gruppi etnici diversi: Galli, Etruschi, Latini, Fenici e Greci. Ma c'è da dire, "quanto meno", perchè poi mi vengono in mente i Piceni, i Sanniti, gli Osci (e mi diverto a fare come ai vecchi tempi quando si doveva andare a memoria e non c'era nè Wikipedia nè Google). Durante l'età del ferro i Latini occupano una piccola area che non supera l'estensione dell'attuale Lazio. Il popolo egemone sono gli Etruschi.
Nel tempo, i Latini (poi più noti come Romani in virtù dello splendore della loro capitale) unificarono in qualche modo non solo l'Italia ma la quasi totalità dell'Europa, del Nord Africa e dell'Asia Minore.
Facendo della fantastoria, che può essere ancora più intrigante della fantascienza e quasi quanto il fantacalcio, se i Romani non fossero implosi grottescamente sulle colossali contraddizioni del loro insostenibile Impero e non si fossero autodistrutti in un vortice di corruzioni, intrallazzi, speculazioni, lusso sfrenato di pochi e miseria nera di molti, arroganza, superiority complex (Ma chi so' sti Bbarbari, Nando, te li conosci?) oggi forse festeggeremmo il bimillenario dell'Unità.
Purtroppo è andata diversamente.
E quindi dobbiamo passare ad un piano un po' più astratto, quello della fantasia e dell'arte (che a volte riveste e sgrezza la fantasia dandole dei connotati meno implausibili).
Alla fine è anche e soprattutto la testimonianza degli artisti e degli uomini di cultura che ci aiuta a stabilire fino a che punto una nazione è solo un agglomerato di popolazioni diverse (come l'Unione Sovietica e la Jugoslavia, a cui la storia ha dato inesorabilmente, e disastrosamente, torto) o qualcosa di più.
E' una realtà complessa, perché non c'è nulla di più composito degli attuali Stati Uniti, il cui pomposo motto, oltre a In God we trust, scritto da alcuni In God we tru$t,Confidiamo in Dio è E pluribus unum, Da tanti una cosa sola, il famoso melting pot o crogiolo multietnico che a parecchi crea tanto imbarazzo e fastidio (neanche il Ku Klux Klan avrebbe urlato durante una partita di baseball "Non ci sono negri americani").
Eppure nessuna nazione ha mai generato un senso di appartenenza così alto, ai limiti estremi del patologico, per cui anche il più ribelle cittadino americano quando sente le prime note di Star spangled banner finisce per mettersi la mano sul cuore.
Ma il segreto o il trucco dello Zio Sam (che di trucchi se ne intende alquanto) è stato quello di riunire centinaia di etnie diverse (oramai forse il ceppo etnico anglosassone non è neanche il più diffuso) in uno spazio altro, in cui per quante Little Italies o Chinatowns vuoi costruire, hai abbandonato (o definitivamente mai conosciuto) il tuo pezzo di terra per farne tuo un altro che ti promette di più.
Proprio quello che in Italia, fino in fondo, non è successo mai. L'Italia che sta in Europa malvolentieri e in modo spesso sciatto ed opportunistico (salvo poi lamentarsi L'Europa ci ha dimenticati quando l'unità continentale ci farebbe comodo) è il riflesso ampliato di come gli Italiani spesso stentano a rapportarsi con l'Italia stessa.
Già Dante Alighieri parlava di Italia, non benissimo (“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”) ma ne parlava. Ne parlava il suo contemporaneo Petrarca col famoso incipit "Italia mia, benchè 'l parlar sia indarno", con uno spirito leggermente meno pessimista e più incline all'azione, e soprattutto (rispetto a Dante) specificando anche delle coordinate geografiche che includevano il Po, il Tevere e l'Arno come parti di un'unica nazione.
Anche un giovanissimo Leopardi parlava dell'Italia, nella sua prima opera poetica, All'Italia, scritta a soli 20 anni ed obiettivamente interessante sul piano documentale ma grondante retorica e luoghi comuni poetici (pensate però che la sua colossale L'infinito, forse la sintesi poetica più poderosa di tutta la poesia italiana, è scritta appena un anno dopo).
Dante come Petrarca e come mezzo millennio dopo Leopardi, e come purtroppo qualcun altro meno di un secolo fa, hanno in mente l'Italia di Roma (la vittoria è schiava di Roma e non certo di Firenze, Venezia e Milano...) e quindi un'Italia che, mi si passi l'impertinente accostamento, ricorda la Terra Promessa degli Israeliti.
Poi comunque Giacomo passa al pessimismo cosmico e dei problemi politici non si interessa più.
Secondo me il primo che parla dell'Italia in modo moderno è Alessandro Manzoni nella sua Marzo 1821 che vi linko, visto che è scritta in un linguaggio probabilmente perfino meno ostico del mio.
E ne parla come di qualcosa che, per carità, non va dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno ma, vivaddio, comincia dal Moncenisio e arriva almeno fino a Scilla (che detto da un milanese vale doppio).
Ma mentre Leopardi deve immaginarsi l'Unità d'Italia girando fra Recanati, Firenze e Napoli (passa per Milano nel 1825 ma solo in cerca di editori disposti a monetizzare il suo talento artistico ma se ne va dopo qualche settimana perché il clima sia meteorologico che culturale non gli piace), Manzoni quasi vede a occhio nudo quel Ticino che è il simbolo di una artificiosa divisione tra Piemonte e Lombardia.
Insomma, i poeti erano tutti d'accordo, l'Italia doveva essere "Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor". E pèra della spada l'iniqua ragion, oh basta là...
Nei prossimi post guarderemo la costituenda Italia da angolature diverse.
Il terremoto che ha colpito il Giappone merita almeno 3 considerazioni:
La prima riguarda la Terra intera intesa come organismo quasi più biologico che geologico, la Terra in quanto Gaia piuttosto che Gea, e si tratta di una teoria con una sua profonda dignità: io non arrivo ad attribuire alla Madre Terra una sua intenzionalità. Ma mi limito a supporre che la Terra a volte, alterata da una antropizzazione superiore al lecito, starnutisca senza malizia alcuna. Riusciamo ad immaginarci la reazione di un batterio involontariamente responsabile del nostro raffreddore, quando noi sternutiamo? Lui però è giustificato perchè segue la sua natura e non dispone di sitema nervoso. Ma noi.....
La seconda riguarda il Giappone nel suo destino di nazione. Coinvolto a suo tempo in una coalizione maligna, mentre gli alleati europei ne saltavano fuori quasi immacolati (e uno dei due fu autore del peggior crimine contro l'Umanità), il Giappone subì una punizione biblica nella sua unicità, giustificata con la scusa che essa aveva evitato un numero di morti ben maggiore. Nessuna potenza aveva mai, e si spera non lo faccia più, ucciso così tanti civili innocenti in un lasso di tempo così breve e in modo altrettanto mostruoso. Ma tutto questo Gaia non lo sa.
La terza riguarda il rapporto tra il Giappone, che comunque sa che deve convivere con il terremoto e adotta contromisure, e la seconda nazione a rischio sismico al mondo che fa finta di non saperlo.
Il terremoto giapponese è stato di 3 gradi Richter più forte di quello dell'Aquila, quindi di dieci alla terza uguale mille volte più potente, visto che la scala Richter è su base logaritmica e non lineare, e ha prodotto un numero di vittime di sole 20 volte superiore in aree con una densità enormemente più alta.
Ogni terremoto fa storia a sè, ma forse anche questo merita una riflessione sulla differenza fra una nazione moderna e una che sa solo autocelebrarsi.
Io non sono e non sarò mai un Internet-addicted, perchè trovo la vita reale complessivamente ancora più stimolante di quella virtuale. Ma non sono neanche fra coloro che scagliano su Internet strali avvelenati considerandola la fonte di tutti i mali della società moderna.
Est modus in rebus (a Est c'è un modo di fare i rebus, lo tradurrebbe Luca Giurato) e qualunque contrapposizione di tesi e antitesi con un po' di buona volontà può trovare una sintesi.
L'esempio storico è Beppe Grillo, che meno di dieci anni fa concludeva i suoi spettacoli distruggendo a martellate un computer, e adesso non solo ha il blog più celebre e frequentato d'Italia, ma attraverso la presenza su Internet ha costruito un movimento che ormai solo i miopi o i prevenuti possono considerare una cosa poco seria.
Joe Cricket prima e dopo la conversione.
Lo schermo del PC ha una cosa profondamente diversa da quello del televisore: per quanto ormai ipertrofizzato di canali di ogni genere e sorta, lo schermo televisivo ti induce ad una fruizione passiva, ipnotica ed anestetizzata; lo schermo del PC invece ti sfida (beninteso è una sfida che puoi perdere) a una navigazione stile Ulisse.
Forse il classico viaggio dove viaggiare è ancora più bello che arrivare.
Col motore di ricerca puoi arrivare dappertutto, anche dove non volevi, semplificano Elio e le Storie Tese. Anche dove non pensavi e dove non immaginavi, correggerei io.
Se usi Internet come un prezioso prolungamento della tua memoria, puoi ripescare ricordi che credevi morti per sempre, rinfrescare nomi, volti e circostanze che stavano scomparendo incalzati da nuovo materiale cognitivo, magari per scoprirli diversissimi (quasi sempre, ahimè, in peggio) da come li ricordavi.
Un commento casuale a un tuo insignificante post ti può portare a rispondere citando un personaggio che hai visto una sola volta in vita tua e che ritieni ignoto, e scoprire che chi ha commentato lo conosce perfettamente.
E allora ti viene voglia di saperne di più, e ti fiondi speranzoso su Wikipedia dove, come in una festa a sorpresa, compare uno stuolo di inopinati personaggi......
Paola Musiani, Mia Martini, Anna Melato, Patrizio Roversi, Gianni Pettenati, Freak Antoni, Maurizio Costanzo, Amanda Lear, Jimmy Villotti, Mauro Malavasi...
E di colpo ti torna in mente quella ventata di creatività e di ribellione che aveva incendiato Bologna alla fine degli anni '70, una città dove tutto sembrava possibile e tutto avveniva.
E tu col tuo trenino che ci passavi solo per spostarti da Padova a Parma, da Parma ad Ancona, da Ancona a Padova.
Una volta avevi cercato di andare da Parigi a Londra ma eri passato anche quella volta da Bologna senza sapere nemmeno perchè.
E a Berlino con Bonetti niente?
Gli zingari felici di Claudio Lolli andavano a bere un "vischio" col Gig' di Andrea Mingardi, quello che al suo confronto John Wayne al pol andèr a spassèr la Montagnaula (il noto attore americano, dopo aver visto Gig', colto da un accesso di disperazione si farà assumere come addetto alle pulizie del summenzionato parco), mentre Spomèti e Amba consolano lo sfighè che cercava di suicidarsi sotto un treno ma "dap si or d'attaisa" si rende conto che c'è sciopero dei treni e Gisto, contando sulla credulità di Cesira, le dà ad intendere che al motorino s'è guastato il differenziale (apparato presente solo nei veicoli a quattro o più ruote), mentre in Via Paolo Fabbri 43 un professore dall'imponente stazza si trova da solo alle 4 del mattino, l'angoscia e l'immancabile vino, voglia di bestemmiare... Il cucciolo Alfredo avvilito appuntito, coi denti da lupo tradito sale su un giovane autobus dall'aspetto sociale e il biglietto gratuito. Al Roxy Bar si incontrano due giovanissimi rocker, il primo ha il mito di Steve Mc Queen, il secondo ha scoperto a sue spese la differenza tra le cassiere del centro e le fate.
Un laureando del DAMS biascica "Ciò delle storie ragazzi, ciò delle storie pese" e subito 4 milanesoni gli rubano l'idea e faranno molti più soldi di lui.
Radio Alice parlava di una sinistra capace anche di essere sorridente e creativa, in anni in cui la rabbia si portava dietro il linguaggio della disperazione, del "tutto subito", del "non abbiamo niente da perdere".
L'inconsapevole involontario responsabile di questa gradevolissima abreazione altri non è che Fabio Ferriani in arte Paco D'Alcatraz (o P'Aco Dalcatraz come preferiva farsi chiamare) che era l'anello finale di una catena associativa che partiva da Rinaldo Ebasta, passava per Vasso Ovale e terminava in qualche modo con lui attraversando gli anni e le situazioni differenti.
Lo avevo visto una sera del 1983, su un vecchio Phonola in bianco e nero (la TV a colori sarebbe stata una conquista dell'anno successivo) partecipare alla Canzonissima alla cassoeula (spero di averci messo tutte le vocali e tutte al punto giusto) del giovane Canale 5, Premiatissima, presentato da quella che allora era un'icona punk, un'icona gay, un'icona trash, insomma un'icona e tanto basta, Amanda Lear ex-fidanzata di Salvador Dalì e David Bowie, mica da una lorettagoggi basta che sia...
Ovviamente la Bologna anni '80 non era più quella del '77, per motivi troppo dolorosi per appesantire un post che vuol essere leggiadro e pieno di gioia.
E quindi il pezzo è una formazione sintomatica fra gli sberleffi degli Indiani Metropolitani e il disco sound che imperava negli '80.
Mai più incrociai P'Aco nelle sue sporadiche apparizioni televisive (deve aver partecipato al programma Lupo Solitario che lanciò i non confessati eredi degli Skiantos, Elio e le Storie non Pese ma Tese, e in cui un giovane Jacopo Fo invitava a una sessualità spericolata intonando in stile punk Se sei in un gruppo a rischio, me ne infischio; se sei sieropositiva, viva viva..., oltre a qualche altrettanto spericolato intervento in platea al Maurizio Costanzo Show con i suoi haiku della Via Emilia su cui Jacchetti e Flavio Oreglio dovrebbero pagargli i diritti d'autore).
Ma se l'ho ritirato fuori con tanta sicurezza quasi 30 anni dopo, si vede che quelle mutande mi erano rimaste impresse, insieme al suo stralunato look e alla sua particolare mimica che mi ricordavano in qualche modo il comico francese Mac Ronay.
Ma la sorpresa e l'emozione più grossa è stato scoprire che Ferriani nel 2009 aveva dedicato una struggente canzone d'amore alla sua città, tale per cui un mio post di analogo argomento (sul mio infelice amore mal ricambiato per quella donna di facili costumi che si chiama Parma) potrebbe sembrare un plagio.
Non lo è.
Del resto, se volessi cantare in pubblico la canzone "Padova", da me composta nel 1976, suonerebbe quasi identica a "Bologna" di Guccini pubblicata nel 1981. Ovviamente non ho alcuna intenzione di cantarla, e quindi il problema si risolve da solo.
La festa della donna può essere banalmente declinata come un affare privato delle donne, che in una aliquota rilevante andranno a cena con le amiche e infileranno 50 euro nel perizoma leopardato dello spogliarellista di turno, e magari erano i 50 euro per arrivare non del tutto in apnea alla fine del mese...
Oppure, in maniera un po' meno banale, può essere declinata come una festa che riguarda tutti, e invita anche e soprattutto gli uomini a qualche riflessione sul rapporto uomo-donna.
Mescolando cose già scritte con altre dettate dallo squallore nauseante dell'attualità, esprimo un punto di vista. Un punto di vista molto soggettivo e parziale, perché qualunque uomo che si vanti con gli amici "Eh eh eh, io delle donne ho capito tutto", rischierà di ricredersi di lì a poco con esiti disastrosi.
Ho vissuto la maggior parte della vita nella matriarcale Emilia.
Ho ivi lavorato per quasi un ventennio in USL (quindi grottescamente involuta-implosa in quell'incrocio tra il Castello di Kafka e un Comando Presidio militare che è l'Azienda Samitaria Locale) dove una fetta talora maggioritaria della dirigenza era femminile.
Sono, nel mio privato, passato da atteggiamenti più femministi di quelli della mia partner (si parla della Padova del 77-78 dove era uso telefonare a Radio Sherwood diffidandoli dal mettere su Bob Dylan perchè "nemico della causa dell'OLP") a recrudescenze misogine in coincidenza con naufragi affettivi particolarmente devastanti, per trovare con la maturità un (credo) corretto equilibrio tra le ideologie dettate dal Super-Io e i beceri luoghi comuni dettati dall'Es.
L'essere umano lotta da qualche decina di migliaia di anni per liberarsi dalla sua componente biologica e dai condizionamenti fisio-ormonali che ne fanno un essere ecologicamente molto meno ben riuscito ad esempio dei delfini e dei gatti, ma strategicamente adatto per dominare il pianeta con largo impiego di armi come l'arroganza, l'egoismo, l'inganno e la simulazione.
A livello fisio-ormonale i due sessi risentono forzatamente di un diverso funzionamento del sistema endocrino (i famosi ormoni...) che, a differenza della corteccia cerebrale enormemente sviluppata nell'ultimo milione di anni, è rimasto lo stesso del paleolitico inferiore.
E' certo che qualche decina di migliaia di anni fa la maggioranza degli agglomerati tribali fosse sostanzialmente matriarcale, con un enorme gap tra la sensibilità e intelligenza femminile, decisiva nell'allevare i figli e trasmettere la cultura del gruppo, e la ferina bellicosità del maschio che doveva arrangiarsi con la violenza e la furbizia per portare a casa il cibo.
Nel tempo, la forza fisica e l'arroganza maschile è riuscita a soggiogare l'intelligenza femminile [l'apice è stata la tendenza tardo-medievale poi arrivata fino alle soglie dell'Illuminismo, di etichettare come "streghe" degne del rogo le donne portatrici di particolare saggezza e/o intraprendenza, quando non (orrore!) sessualmente libere, comunque inclini ad opporsi al dominio del maschio].
Da circa 40 anni le donne sono riuscite a ribaltare la situazione, grazie al processo di cambiamento della società e delle forme di procacciamento del cibo diventate ormai indirette: in sostanza l'aggressività maschile non serve più, non è più un valore primario per la sopravvivenza.
Purtuttavia, gli ormoni non se ne danno per intesi e continuano a funzionare come se niente fosse.
Allora il maschio frustrato deve sfogare la sua ormai inutile, ma pur sempre esistente, aggressività in rituali di tipo ludico (come il tifo calcistico) o ai limiti del bellicoso (il comportamento nel traffico cittadino). La cultura gli impone un comportamento civile e contegnoso che gli pesa oltremisura.
La ribellione femminile non ha avuto bisogno di gesti violenti perchè il maschio (come ha provocatoriamente e lucidamente descritto Marco Ferreri ne "L'ultima donna" e "Ciao maschio" e Moravia nel suo ultimo romanzo "Io e lui") era incline a castrarsi da solo non più capace di dominare i suoi impulsi erotici, vittima della spermiogenesi (poer nano...), laddove la donna da sempre ha saputo/potuto gestire i suoi desideri e le sue fantasie con una sapienza ed un autocontrollo che la rendevano superiore sotto tutti i punti di vista.
L'uomo, quando ha raggiunto il potere, specie quando ne ha raggiunto più di quello che meriterebbe, non può che placare le sue ansie di castrazione facendo tutto il possibile per umiliare la donna, trovando purtroppo per lui pletore di donne che non sanno convivere con la propria femminilità pronte ad essere lo zerbino delle sue fantasie. Ma, per somma sfortuna del potentato di turno, non si può che trattare per l'appunto di donne ancora più ignoranti di lui, che davanti gli fanno il faccino dolce e lo fanno sentire il Brad Pitt della Brianza, e dietro sono dotate di rudimentali apparati di audio e videoregistrazione il cui contenuto poi venderanno a qualche giornale o porteranno dall'avvocato di fiducia per studiare con lui il da farsi. E in questa dinamic, il potere acquisito e mal speso spesso scompare nel nulla come una flatulenza (o così si spera).
Uno degli aspetti salienti di questo melange Natura/Cultura è, al di là delle pulsioni omosessuali che sono altra cosa, la possibilità dell'uomo di immaginarsi donna (con la frustrazione di non esserlo) e della donna di immaginarsi uomo (talvolta con l'allucinatoria certezza di essersi maschilizzata fino in fondo). "Ho visto uomini convinti di essere donne e donne convinte di essere uomini, i primi trattati molto peggio delle seconde", Paolo Rossi, 1991.
Il discorso è lungo scabroso e impegnativo, chi lo vuole sviluppare può farlo a suo piacimento, ma il succo fondamentale rispetto al tema "potere alle donne" è: quale potere una donna immagina di potere e volere raggiungere?
Un potere da "donna fallica" che freudianamente si identifica con l'aggressore di un lungo e doloroso passato e lo vuole spazzar via diventando peggio di lui?
Un potere da "donna caricaturale" che sfrutta i desideri maschili per fare soldi con molto schifo ma pochissima fatica?
O un potere da "donna e basta" che può veramente far finire l'uomo in una riserva indiana da cui uscire solo per la procreazione, a mo' di api e formiche, o più caritatevolmente garantirgli un ruolo subalterno e coreografico da principe consorte, sviluppando le risorse femminili più profonde e riformando veramente la società dal di dentro e dalla base....
La mia angoscia è che la maggior parte delle donne in carriera che ho conosciuto optavano miseramente per la prima ipotesi, spesso violentandosi l'esistenza e sacrificando tutto al Dio Successo, rinunciando inorridite alla propria femminilità come se fosse un tumore da bombardare pesantemente e di cui liberarsi.
Herbert Pagani non era nato sotto il segno dei Pesci come Dalla, Battisti, Cocciante, Venditti, Pino Daniele e Luciano Ligabue, in realtà non era neppure un cantautore: pur dotato di una bellissima voce, calda e ben impostata, era specializzato nel tradurre ed adattare canzoni straniere come paroliere.
Una delle più celebri canzoni del cantautorame italiano, la storica Teorema di Marco Ferradini (chi non ricorda, oltretutto, Aldo che la utilizza per erudire Giacomo nell'ars amandi nel film "Chiedimi se sono felice"?) deve il suo testo di una bellezza quasi zen nella sua semplicità, che sembra sfiorare perennemente il luogo comune maschilista ma ne resta sempre prodigiosamente fuori, proprio a Pagani. Anche se nel film il merito viene dato al "tuttologo" Ferradini.
Non meno bella era "Lombardia", che traducendo magistralmente "Le plat pays" di Jacques Brel rendeva Val Padana e Fiandre figlie di un medesimo afflato artistico. Anche se per sua fortuna Milano ha un quindicesimo delle giornate di pioggia di Bruxelles essendo ben protetta dai terribili venti del Nord dalla cerchia delle Alpi.
La leucemia se l'è portato via alla tenera età di 44 anni. Se fosse ancora vivo non so dove sarebbe potuta arrivare la sua vena poetica e la sua indignazione.
Quando nel 1976 scrisse questo testo molti gli davano dell'esagerato. Mentre riletto oggi, siamo a livelli di preveggenza quasi miracolosa.
Per quella schiuma bianca che copre i nostri fiumi Per tutti i nostri pesci che vanno a pancia in su E per la primavera che cede i suoi profumi Al superdetersivo con i granelli blu.
E per i panni sporchi lavati troppo tardi In certe lavatrici intorno al Quirinale Che puzzano d'inganni di sangue e di miliardi Mentre la lira scende ed il terrore sale.
Per tutta la violenza che scende nelle case Dai cieli crocefissi da antenne di TV Quando non è di turno tra Cirio e Belpaese Il papa che consiglia: votate per Gesù.
Per l'urlo del pallone che vomita la radio Coprendo altre urla nei vostri mattatoi Prima che ci stendiate sull'erba di uno stadio Signori Presidenti grazie da tutti noi.
E bravi per le belle centrali nucleari Che tutti già paghiamo e che nessuno vuole E che circonderete di mille militari Finchè non metterete un contatore al sole.
Bravi per la giustizia, che se non tace, giace Per la rivoluzione che ha i piedi gonfi e siede E per aver ridotto la libertà e la pace A tristi prostitute che fanno il marciapiede.
Bravi per le colombe costrette a fare i falchi Perchè vendete armi al meglio compratore E per i vostri amori imposti ai rotocalchi Perchè la gente creda che voi c'avete un cuore.
Io vi ringrazio ancora e me ne vado adesso La musica era bella e le parole no Ma il mondo è bello e voi ne avete fatto un cesso E finchè ci sarete, così io canterò.
Ai sondaggi che da qualche tempo danno il centro-sinistra in vantaggio sul centro-destra io, pur apprezzandoli, non riesco a dare pieno credito.
Ricordate cosa successe poco meno di 5 anni fa, quando gli exit-poll davano per certa e solida la vittoria di Prodi, e invece si rimase sul filo fino all'ultimo secondo e al Senato il centro-sinistra ottenne la maggioranza solo grazie all'inopinato spostamento a sinistra dei voti degli italiani all'estero?
E badate bene, lì si trattava di exit-poll, cioè non di intenzioni di voto ma di un voto già espresso.
E' sempre possibile che i sondaggi sbaglino. E' ancora più possibile che vengano più o meno intenzionalmente alterati se chi te li richiede e te li paga più o mano profumatamente predilige un esito piuttosto che un altro (una delle cose più stupide ed ottuse che possano succedere, un sondaggio che ti informi correttamente che la tua credibilità è in calo potrebbe esserti molto più utile di uno che sopravvaluta la tua credibilità stessa, ma si sa che oggidì si usano i sondaggi come delle minielezioni permanenti, anzi tra un po' si eleggeranno i parlamentari col televoto o direttamente col telecomando).
Ma a parte le maliziose taroccature, i sondaggi sono spesso imprecisi per il semplicissimo motivo che in molti casi sono fatti in fretta, senza la necessaria preparazione, senza una adeguata campionatura sia sul piano quantitativo (più gente si intervista e più il campione è valido) che qualitativo (se si fanno mille interviste in una casa di riposo può darsi che il campione rappresenti discretamente ma non in modo ottimale la variabile-età), e soprattutto rivolgendosi ad intervistatori spesso non all'altezza.
(ma non fino a questo punto....).
Abbiate pazienza, nel secolo scorso ho fatto la tesi sull'argomento doxometria (dotta definizione di matrice ellemistica per indicare la misurazione delle opinioni) e ne conservo ancora buona memoria per poterne parlare. Ma usciamo dai tecnicismi.
E immaginiamo che gli exit-poll non siano fatti a tamburo battente, ma preparati con il massimo scrupolo e con mesi di anticipo, o attraverso una scelta totalmente casuale delle sezioni da analizzare, ma allora il numero deve essere molto alto; o attraverso una prima "sgrossatura" scegliendo un campione di sezioni elettorali corrispondente a diverse percentuali della popolazione (tot per cento di città, tot per cento di campagna; tot Sud, tot Centro e tot Nord ecc. ecc.) e facendo una scelta "parzialmente" casuale, e allora il numero può essere molto più basso e l'indagine molto meno costosa a parità di affidabilità.
Sua Maestà la Curva di Gauss
Ma anche nel sondaggio meglio preparato, come quello del 2006, c'è una fonte d'errore che non può essere azzerata: o inietti a tutti gli intervistati un fantomatico siero della verità, o li trascini in un furgoncino antistante la sede elettorale dotato di lie-detector, o non puoi essere mai sicuro che dicano la verità.
Le faccio presente, Dott. Rinaldoni, che io non parlerei di bugie ma di fatti diversamente veri.
I più acuti tra i miei 3 lettori (non esagero, non credo che siano di più) potrebbero obiettare: "Sì, caro il mio Rinaldoni, ma gli intervistati possono mentire in un senso o nell'altro e quindi le bugie alla fine si azzereranno come gli errori arbitrali...".
Come tifoso di una squadra che, nel suo periodo di massimo fulgore, ha vinto ben 4 coppe internazionali (con arbitri non italiani) ma neppure uno scudetto, potrei scrivere 16 posts sulla questione, ma (siccome una dei miei 3 lettori odia il calcio) soprassiedo come Franco e Ciccio.
Mi limito a dire che gli errori arbitrali e le bugie trovano degli itinerari preferenziali, sono sospinti da correnti oceaniche, e insomma vanno capricciosamente più in certe direzioni che in certe altre.
Dove voglio andare a parare? Semplicissimo.
Ho l'impressione che, sia in sede di sondaggio preventivo che in sede di exit-poll, chi ha intenzione di votare o ha già bell'e votato per il centro-destra si vergogni ad ammetterlo; mentre chi ha intenzione di votare o ha già bell'e votato per il centro-sinistra non trovi ragioni necessarie e sufficienti per dire il contrario.
Di fronte al misero spettacolo offerto dal Presidente del Consiglio e dalla sua pletora di portaborse, sedicenti politici e seducenti apprendiste politiche, che sembra più una tribù che una maggioranza parlamentare, più di un elettore si sarà nascosto dietro un "Non sa/non dice" o avrà perfino spergiurato che voterà per il centro-sinistra. Ma nel segreto delle urne (a meno che non abbia un cellulare nascosto per documentare il suo voto di scambio) l'elettore plagiato dalla mitomanica perversa personalità del Bisunto del Signore si turerà il naso e lo voterà ancora.
Mi fiderò dei sondaggi pro-centrosinistra quando i punti di scarto saranno non meno di una decina, e non uno punto sei come adesso.
Anche se...................
Anche se...................
O, come diceva il compianto Paolo Panelli nel suo personaggio di Menelao Strarompi, Per quanto................
Il fatto che da qualche tempo quasi nessuno dal centro-destra parli di elezioni anticipate, mi fa sospettare che qualche sondaggio non del tutto positivo sia arrivato anche a loro, magari dopo che l'Ultimier avrà detto Ueh Biraghi, questa volta qui il sondaggio lo voglio obiettivo a mio uso e consumo, non da sbandierare a Porta e Porta, t'è capì?
Ah, Biraghi, l'hai già fatto? E cosa dice? Davvero? Non mi sento niente bene...
Sotto il segno dei pesciè una se non delle più belle, tra le più tipiche canzoni-inno di Antonello Venditti, con un testo immediato e banalotto e una musica mediamente ritmata; per la semplicità dei suoi accordi si prestava abbastanza bene ad essere suonata alla chitarra da giovani aspiranti musicisti poco portati per le esercitazioni e i virtuosismi.
Quanto all'oroscopo e ai segni zodiacali, è molto più facile dimostrare scientificamente l'esistenza di Dio che credere che un sistema astronomico senza la minima validità scientifica possa servire da piattaforma per definire la personalità e predire i comportamenti umani.
I segni zodiacali si richiamano a costellazioni completamente inesistenti nella realtà, composte da stelle spesso distanti tra loro centinaia di anni-luce ma che, viste dalla Terra, sembrano non solo vicine ma in grado di formare figure significative (più o meno come la celeberrima sfinge marziana).
Piero Angela, gentiluomo torinese che unisce al rigore scientifico la tolleranza verso chi non la pensa come lui, ha trovato una felice formula per negare ogni credibilità agli oroscopi senza trattare chi li legge da deficiente: l'astrologia, sostiene il buon Piero, è un gioco di società, e come tale va presa.
Che 6 tra i più importanti cantautori italiani e la futura Novella Calligaris siano nati sotto il segno dei Pesci (quest'ultima tra l'altro è ancora più coerente con lo zodiaco) quindi, è solamente un pretesto per poterli ricordare.
Quasi tutti i fans di Lucio Dalla sanno che è nato il 4 marzo 1943, e sanno anche perchè: col suo stile anticonvenzionale, quando alla canzone che stava per presentare a Sanremo venne censurato il titolo Gesù Bambino (oltre ai versi e ancora adesso che bestemmio e bevo vino per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino, che diventarono un più sanremese e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino per la gente del portoecc. ecc.) lui senza pensarci troppo su mise al suo posto la sua data di nascita: la sua vera mamma non ci restò troppo bene ma la cosa era fatta, e Lucio iniziò da lì la sua scalata al successo come cantautore serio, mentre fino a quel momento era stato considerato solo l'esilarante giullare che sapeva (e sa ancora tuttora) essere.
Oggi compie 68 anni, non è che non si vedano ma comunque non gli impediscono di cantare e suonare ancora dal vivo in maniera assolutamente eccezionale (anche se spesso rifà le canzoni un ottava sotto, ma quello capita anche a Robert Plant di 7 anni più giovane).
Molti meno sanno che Lucio Battisti, il cantautore per antonomasia (pur non avendo mai scritto una sola riga di testo) era nato l'indomani. Tutti e due mentre l'Italia era dilaniata dalla controffensiva alleata e di fatto la guerra era già persa da tempo. Ma questo richiederebbe parecchi post molto articolati per i quali non mi sento pronto.
Ecco: in questo caso il dato storico è più significativo di quello zodiacale.
Che due fra i più importanti artisti del dopoguerra siano nati a poche ore di distanza in un Italia che, di lì a poco, sarebbe riuscita a "scegliersi la parte" è un qualcosa denso di suggestioni.
Sul suo anno di nascita Dalla avrebbe anche scritto una delle sue canzoni più belle, immaginandosi bambino di pochi mesi sulle spalle di suo padre al momento dell'annuncio della Liberazione, anche se pudicamente l'aveva chiamata 1983 (come una canzone di Jimi Hendrix, fra l'altro, ma qui gli intrecci diventerebbero veramente un po' troppo cabalistici).
Tutti e due hanno vissuto per intero il dopoguerra e sono venuti fuori non dai talent-show ma da interminabili serate in giro per l'Italia e per l'Europa, Dalla come clarinettista con diversi gruppi jazz e Battisti, musicalmente più conservatore, come chitarrista con diversi gruppi specialisti in musica da night. Notare che nessuno dei due a quei tempi osava cantare, Dalla intonatissimo e con una incredibile estensione vocale avrebbe potuto ma non gliene fregava nulla, Battisti avrebbe voluto ma aveva una voce non in linea con gli standard musicali del tempo, non essendo riciclabile nè come "cantante confidenziale" nè come urlatore, le due categorie che riassumevano l'intera musica leggera italiana dei primi '60.
Fra la prima salita in palcoscenico e una minima ipotesi di successo a quel tempo passavano anche una decina d'anni, non bastava una Maionchi che sbraitasse entusiasta "Per me è sì".
Però quegli anni erano proficui per far crescere il talento e la creatività: quando, verso i 25 anni, arrivava l'opportunità di un Cantagiro o di un Disco per l'Estate, c'era caso che si arrivasse ultimi.
Adesso dopo un anno si va a Sanremo da favoriti e se non c'è un diabolico vecchione che mette d'accordo tutti magari si vince.
E' stato divertente, in questi ultimi giorni, subire una specie di attacco alieno. Non più i soliti finti commenti in un inglese quasi sempre opinabile ed approssimativo che partivano con espressioni tipo "Very nice blog", "Wow! Wot (sic!) a post", "You sure write good (ancora sic!)" per poi pubblicizzare scalcinate aziende che immagino americane ma magari hanno sede legale a Cormano, ma bensì enigmatici messaggi in codice (da chi e per chi?) come le stringhe del linguaggio basic, che ormai neppure ricordo più, che inserite sul tuo computer producevano magici risultati e consentivano qualsivoglia operazione.
In 24 ore ne sono arrivati ben 16.
La prima, umana, reazione è stata di incazzatura, poi è subentrato il freddo, cinico, saggio intellettuale che c'è in me, senza la presenza del quale credo che mi sarei già suicidato una dozzina di volte visti i manrovesci che la mia vita quotidiana mi sta tirando da diversi anni a questa parte.
Allora mi sono non dico divertito, ma intrippato sì, ad immaginare possibili spiegazioni.
Messaggi che, andando a vedere il mittente, liberano un virus letale per il computer?
Trovandomi in un Internet Center ho cinicamente osato, sul mio non l'avrei sicuramente fatto (nè potrei, perché in questo momento il mio splendido Notebook Toshiba regalo di mia figlia giace in un angolo della casa in attesa che mi decida a togliere dal mio magro bilancio i 600 euro preventivati per la sua riparazione, cosa che potrebbe non avvenire mai), ma dopo aver cliccato sul coacervo alfanumerico compreso fra due parentesi quadre che sembrava alludere ad una qualche ipotesi di essere umano o robot inviante compariva solo una schermata vuota con una dicitura che non ricordo ma che spiegava pazientemente che a quel coacervo non corrispondeva alcun mittente noto.
Ritorsioni di qualche blogger geloso del mio successo? Improbabilissimo.
O, viceversa, graziosi regali di qualcuno che voleva aumentare i miei commenti, che raramente arrivano in doppia cifra per singolo post? Accidenti, e io che ne avrò già cancellati almeno una trentina....
Ma la spiegazione più seducente è un'altra. Che il mio blog sia diventato la tappa intermedia di uno scambio di messaggi cifrati fra terroristi internazionali? Quando mi troverò dei cortesi funzionari della Digos all'uscio che mi chiedono di seguirli per i doverosi accertamenti, forse capirò che era questa la spiegazione corretta.
Nel frattempo, e per il momento, tutto tace...
Se avessi la stessa vena satirica che avevo qualche anno fa, quando mi sentivo (erroneamente e Dio solo sa perché)giovanissimo e con tutta la vita davanti, avrei indossato i panni di Luca Lucarelli e avrei inventato una complessa congiura spaziale a cui partecipavano il Capitano Kirk, Luke Skywalker, Hari Seldon, Peter Hammill, il Comandante Straker, la razza intergalattica dei Mangiapane ad UFO, Grace Jones, Douglas Quaid, John Black, l'uomo che cadde sulla terra, Rinaldo Ebasta, Flash Gordon e Superflash.
Come in passato mi ero sbagliato su Mubarak e su Gheddafi, vedendo come poco probabile la loro caduta (Gheddafi tiene duro, anche se ieri sera da una radio milanese ben nota per la sua inattendibilità
Comprereste un'auto usata da ceffi simili? Dipende dal prezzo...
circolava la voce di una sua possibile richiesta d'asilo in Italia, probabilmente ad Arcore), di recente mi sono sbagliato su due cose:
l'imminente arrivo della primavera;
la mia trionfale vittoria sugli sploggers d'oltreoceano.
Per tener duro sulle cose rispetto alle quali non credo di essermi sbagliato, la decenza vuole che ammetta dove invece ho errato alla grande.
Mentre a Parma il cielo resta plumbeo, denso, incantato, incredulo (tutta colpa di Giovanni Lindo Ferretti) ma almeno non piove, mi giunge notizia di piogge incessanti in quasi tutta Italia, temperature in picchiata e nevicate notturne sulla Romagna che, pur essendo almeno 200 km. più a sud della Liguria è devastata da venti gelidi e non accarezzata da tiepide brezze mediterranee, e addirittura inondazioni nelle Marche.
Mi salvo in corner, ma cosa dico in corner, in deviazione acrobatica sulla linea di porta, ricordando che la primavera prima che un dato meteorologico è uno stato d'animo, e quindi non mi lascio condizionare.
Per quanto concerne invece il branco di avide cavallette che ritengono il mio modestissimo blog la possibile piattaforma per le loro immonde pubblicità che reclamizzano quegli avventurosi prestiti senza garanzie che hanno apportato conseguenze nefaste all'economia statunitense e, in un grottesco effetto domino, a tutto il resto del mondo, oppure si offrono di scrivere la tesi al tuo posto (ma, ahimè, ostentando un inglese peggiore del mio, che non è una colpa per nessuno sia pure anglofono ma per loro mi sembra che lo possa essere), l'attacco sembra ricominciato.
Accanto a commenti finti come banconote da 28 euro, arrivano (e abbastanza copiosamente) misteriosi segnali alieni da Aldebaran che se da una parte non mi consentono di risalire alla fonte (e comunque con l'aldebaranese me la cavo male, col barese potrei anche provare) non vedo quale valenza possano avere se non quella di tentare di inzeppare di virus il PC per una perfida vendetta. E arrivano a frotte, mediamente uno ogni due ore, quindi non preoccupatevi se doveste vedermene invaso, e non trovare più i vostri commenti nella pagina d'apertura perché sono stati ricacciati indietro da commenti del tipo òlivpotttttttty,biktpàjhi+mmrcjjg0tpmgijmf2g0.
Vedo che quasi tutti i blog abbandonati vengono seppelliti di splog, con una logica quanto mai ottusa perché si suppone che siano in pochi a leggerli. Quelli vigilati può darsi che siano tempestivamente bonificati dai proprietari (a meno che il blog non sia moderato e allora gli sploggers si attaccano, ma io non vorrei arrivare a tanto), ma solo il mio sembra oggetto di attacchi così concentrici. Cosa avrà di tanto appetibile? Saperlo...
Io mi difendo come posso, e alla Vasco Rossi "Voglio vedere come va a finire...", magari chiedo al droghiere.
Se ho dedicato un commosso ricordo a Maria Schneider, e se un blog fosse uno spazio pienamente logico-matematico in cui vigono proporzioni e rapporti, per la povera Annie Girardot dovrei spendere un romanzo-fiume stante l'immensità del suo talento artistico. Il rispetto che avevo per lei è talmente grande che mi limito a intitolare questo post col suo nome e cognome, credo di non averlo fatto nemmeno con Augusto dei Nomadi. E non aggiungo nessuna immagine perché vorrei che una volta tanto bastassero le parole.
Ho usato la parola "povera", beninteso, non come formuletta automatica che si associa al nome del defunto. No.
La morte si sconta vivendo, e morire al termine di un'esistenza compiuta ed appagante può essere tutto meno che angoscioso. Morire al termine di un'esistenza incompiuta e frustrante può essere ancor meno angoscioso.
La definizione "povera" è legata all'aver vissuto gli ultimi anni della propria vita brutalmente deprivata di memoria, intelligenza ed autonomia da quella che a me è sempre sembrata la malattia più tremenda che si possa immaginare, il morbo di Alzheimer. Non alla sua morte (che solo gli apostoli integralisti anti-eutanasia possono considerare qualcosa di spregevole e ripugnante, perché è così che la vivono) ma agli ultimi terribili anni della sua vita.
Un artista fa molta più fatica ad assorbire le conseguenze di questa disabilità: non posso non ricordare la sottile autoironia di mio padre, colpito da una forma relativamente meno severa (o forse morto prima che il decorso raggiungesse il culmine) che quando mi scappava detto "Papà, ti ricordi?" mi guardava quasi sogghignando come a dire "Ma che domanda mi fai?". E forse sotto sotto nel suo mondo privo di memoria e di assilli, dopo una vita di sacrifici e di stress, stava anche bene. O sembrava.
Un artista no. Un attore no. A un artista che diventa vecchio resta solo il suo universo pieno di simboli e di significati bizzarri e sfuggenti, proprio quello che l'Alzheimer ti devasta spietatamente passo dopo passo giorno dopo giorno, spogliandoti di ogni parvenza di originalità e di creatività e sospingendoti piano piano nel terrificante mondo dell'Ovvietà.
Annie non era bella nel senso canonico del termine: non era nè una Brigitte Bardot nè una Raquel Welch nè una Monica Bellucci.
Eppure era la donna più affascinante che si potesse immaginare. Un privilegio di solito destinato agli uomini, e riassunto dalla battuta cult di Jerry Calà "Non sono bello... Piaccio." o dal geniale "Piaciucchio..." di Totò.
I registi raccontano che la sua presenza scenica fosse tale da paralizzare spesso i suoi colleghi: un attore sicuramente non sprovveduto come Romolo Valli ebbe una mezza crisi isterica quando si trovò a doverle fare da antagonista, tentando addirittura la fuga dal set , e ripetendo "Non posso, non posso, non sono all'altezza...".
Un'altra cosa che tutti i registi dicevano di lei è che sapeva cogliere al volo le loro indicazioni, spesso lasciandoli allibiti perché sembrava andare oltre le parole e leggere loro nel pensiero. Un segno di straordinario talento che forse nel cinema di oggi ha un eguale in Meryl Streep e, fra gli uomini, nella Trimurti De Niro-Pacino-Hoffmann, tutti e tre però con delle tendenze inerziali a recitare sè stessi e il loro personaggio costruito nel tempo (se parliamo di Jack Nicholson, poi, il regista incide fino al 30% e per il resto deve lasciarlo fare). Annie semplicemente "era" il suo personaggio, neppure lo diventava, sembrava che non fosse mai stata altro che quel personaggio.
La morte ti prende e ti consegna per sempre alla leggenda. Dove l'Ovvio, la Volgarità, l'Imperfetto non esistono più.
E d'improvviso anche i conti più in sospeso tornano a quadrare.
In un "controcommento" al mio post precedente ho augurato buon primo giorno di primavera. Ovviamente so benissimo che la primavera astronomica inizia con l'equinozio di primavera il 21 marzo. Ma siccome ho la sventura di avere un certo numero di anni, ricordo che una volta c'era l'usanza di affiancare al calendario astronomico quello civile, che tagliava la testa al toro e faceva cominciare le stagioni al 1° giorno del mese.
Così ogni stagione aveva i suoi bei tre mesi interi e completi e non ci si poteva sbagliare.
Di questa usanza non trovo più traccia, anche dopo lunga approfondita ricerca su Google, ma comunque la conservo lo stesso. Le usanze sono usanze, finchè si usano restano usanze e un domani chissà.
Anche quest'anno, il primo marzo è stato per me un momento di ricerca dei segni premonitori della primavera.
Vediamo un po': il cielo di Parma sembra uscito dalla penna di Giovanni Lindo Ferretti con la sua fulminante cinquina di aggettivi "cielo padano plumbleo, denso incantato incredulo",
ma quanto meno è terminata la pioggerellina apparentemente sottile ma in realtà insistente e un po' bastarda che aveva occupato i due giorni precedenti.
Il torrente è nella sua condizione media: quando è bello carico assomiglia all'Arno o al Tevere e può incutere anche una certa soggezione, quando è in secca ostenta solo qualche pozza stagnante dove si abbeverano le nutrie accaldatissime, oggi è un torrentello impertinente che si fa i fatti suoi.
Osservandolo dal Ponte Caprazucca però si nota una piccola vendetta della natura sulla civilizzazione: gli alberi nelle immediate vicinanze del greto, qualche metro sotto la sede stradale, mostrano già le prime commoventi chiazze di verde, gemme che si stiracchiano, si guardano intorno, magari preferirebbero trovarsi a Taormina o Marina di Leuca ma alla fine si adattano; gli alberi adiacenti alla sede stradale, secondo me semi-intossicati dai gas di scarico del traffico sul Lungoparma, sono ancora invernali, nudi e leggermente intirizziti.
Come vaticinavo nel post ancora precedente, prima o poi mi cattureranno con effetti speciali cromatici.
Chi vive in quella landa su cui Dio ha idee controverse che si chiama Val Padana sa che il Signor Po col suo imponente bacino idrografico favorisce un'umidità che si trasforma in inquietanti nebbie d'inverno, con un freddo che ti penetra sotto i vestiti e ti tempesta di maligni dispetti, e in un'afa che arriva ad ostacolarti nei movimenti in estate.
Ma le mezze stagioni valgono il prezzo del biglietto. E allora il cielo padano torna ad essere quello del Manzoni, "così azzurro quando è azzurro". E a volte la fata Morgana ti porta le montagne del Trentino a un tiro di schioppo e l'Appennino addirittura sul pianerottolo.
E ci si dimentica di tutto: degli anni, delle contrarietà, degli insuccessi che ti insegnano tanto ma oramai basta, dei passati amori (e magari finisce che ci si innamora ancora perché in quel campo lì gli errori non possono insegnare nulla), del corpo che comincia a scricchiolare e ad accusare strane avarie a cui hai imparato a non far caso perché tanto passano da sole (forse...).
E quando la primavera è davvero arrivata ti sembra che possa essere eterna.
Mi ero ripromesso di non nominare più Silvio Berlusconi.
Ed avevo precisato che non volevo più nominarlo non per delle considerazioni di carattere strategico (più lo mandi giù e più ritorna su, la sinistra deve smetterla di spendere tutte le sue energie su uno sterile antiberlusconismo e via delirando).
Ma per delle considerazioni di carattere estetico: la sua volgare figura di omuncolo che si sente affrancato da qualsiasi vincolo etico, morale, politico, culturale e che porta in giro per il mondo una spregevole immagine dell'Italia e dello stereotipo dell'italiano pigro, imbroglione e che pensa solo a trombare, possibilmente gratis ma se è necessario pagando tutto il dovuto, mi provoca un disgusto che sconfina ormai nella somatizzazione. Quando lo nomino mi assalgono sintomi fastidiosi che vanno dall'orticaria all'herpes, dalla colite ad un principio di cecità isterica, dalla balbuzie all'impotentia coeundi, procreandi et sopportandi.
Ma c'è un limite a tutto, accidenti, c'è un limite a tutto. Un efficace proverbio molto diffuso in Emilia-Romagna dice "E' sempre il bue che dà del cornuto all'asino".
Perché l'asino (scelto come riferimento allegorico) può non brillare per intelligenza (e questa è una valutazione sempre molto soggettiva, in realtà gli asini sono degli animali simpatici ed affettuosi, quando si incrociano coi cavalli producono il mulo, la bestia più robusta e preziosa che ci sia) ma vivaddio sul suo mancato possesso di corna non è lecito dubitare.
In una lettera di sostegno al movimento "Io amo l'Italia" di Magdi Cristiano Allam, l'ultimier (chiamarlo premier non ci riesco proprio) afferma tra l'altro «tutti insieme dovremo sconfiggere anche il relativismo eticoche ispira i nostri avversari, in particolare quella sinistra che non difende la sacralità della vita, inneggia alle coppie di fatto e cerca di imporre la cultura della morte e dell’eutanasia».
Ma sì, alla fine la amo ancora, perché non dovrei?
Quando, tanti anni fa, mi si è presentata mezza nuda, sdraiata sul piano padano con un ammaliante sorriso in una splendida fioritura di primavera è stato amore a prima vista. Io ero giovanissimo, lei invece senza età.
Una distinta signora perennemente giovane e che sembrava molto, molto accogliente e pronta ad aprirsi senza pudori.
Me l'aveva presentata mio padre, dicendo "E' una bella signora e ti piacerà, adesso piantala di recriminare e dai ascolto a me una buona volta".
E sì, il papà aveva ragione: lui frequentava quella signora per esclusivi motivi di lavoro (e l'avrebbe piantata in asso qualche anno dopo) ma io me ne dovevo innamorare. E me ne innamorai.
Poi, passarono gli anni. Io crescevo e invecchiavo, e lei era sempre più giovane, sbarazzina e sostanzialmente infedele. Continuava ad aprirsi, ma prediligeva in assoluto i ricchi spendaccioni a cui concedeva ogni vizio e ogni capriccio. Con me, di quando in quando si faceva indifferente, aveva capito che io di gran soldi non ne avrei mai fatti.
Finì che cominciai a tradirla: prima con una splendida signora mediterranea che sotto la sua apparenza solenne nascondeva ogni sorta di vituperio perpetrato dai suoi numerosi insaziabili figli, ma la cosa non durò a lungo. E poi con una tal Giovanna, sestogenita di una nobile famiglia lombarda, priva di passato e proiettata verso un futuro indefinito.
Quando alla fine, qualche anno fa, tornai con le pive nel sacco e un amore inesausto per lei, solo per lei, nient'altro che per lei, mi accolse con finta benevolenza, ma in realtà ormai non aveva più nulla da darmi.
Finì che mi collocai in una stanza a due passi dal salotto buono, ma appena di là dell'acqua, vale a dire di una tubatura che divideva la casa in due fra la parte nobile e quella più proletaria, e nel resto della casa mettevo piede malvolentieri.
Il visagista, stilista ed estetista della mia amata, tal Piero Vignetti, la stava trasformando in una maniera che non mi piaceva affatto. Voleva renderla una ragazzina frivola a colpi di interventi chirurgici ignorando completamente la sua storia e la sua antica cultura. Ogni tanto si consultava con visagisti più esperti di lui ma tornato a casa aveva bell'e dimenticato tutto.
Le sue forme diventarono sempre più rotonde ed era impossibile percorrerle senza ausilii elettromeccanici: c'erano rotondità anche dove non servivano assolutamente, ma si vede che il Vignetti aveva dei biechi mannelli coi chirurghi estetici interessati.
E quel velo d'età che la rendeva bellissima agli occhi dei suoi amanti, Vignetti studiava il modo di distruggerlo completamente.
Oggi, io e lei siamo ancora insieme. Spesso da separati in casa, che proprio non si cagano neanche di striscio. Io faccio le mie cose e lei le sue. Però sta per arrivare la primavera e allora so che lei mi riconquisterà, e forse farà finta che anch'io l'abbia riconquistata e che meriti il suo amore.
Per poi impormi un'estate bollente e afosa come solo lei e poche altre al mondo sanno creare.
Cav. Anteo Spaggiari Cavatorta, Geom. Arguto De' Cavillis, Cav. Grand. Uff. Lup. Mann. Lancillotto, Cadetto di Bologna Cyrano de Patatrac, Comm. Eleuterio de' Logorroici, Dott. Divago, Devadip droide riuscito male, Fernando Pessoa, Luca Orlando e tanti altri...
A volte, alla fine di qualche commediola cinematografica pseudobrillante, su una serie di fermo-immagine compaiono scritte che ragguagliano lo spettatore (che però a quel punto ha già raccattato il cappotto e si dirige verso l'uscita) sulle successive sorti dei protagonisti.
Questo logorroico torrenziale magmatico tumultuoso blog, nella sua nicchia ecologica dalla quale nessun cataclisma per quanto terribile potrebbe scacciarlo, ha visto succedersi tutti codesti personaggi e svariati altri che non mi ricordo. tanto per tenere nell'ombra il Dott. Gianluca Rinaldoni psicologo pentito che non ha ancora smesso di chiedersi cosa farà da grande.
Nel frattempo:
Il Cavalier Anteo Spaggiari Cavatorta si è ritirato vergognosamente a vita privata da quando si è scoperto che è stato a balia in fase neonatale da una signora di Sant'Ilario d'Enza e che quindi non è un parmigiano del sasso ma al massimo un parmense con una testa non del tutto rotondeggiante;
Il Geom. Arguto de' Cavillis, al termine di un lungo delirio di chiose, puntualizzazioni, polemiche e battaglie verbali, ha messo in dubbio la sua stessa esistenza ed è scomparso con un sommesso "plop" durante un'escursione alla Pietra di Bismantova. Ora pare che se ne registri la presenza nella quarta dimensione ma lui nega anche sotto tortura;
Lancillotto, tuffatosi fiduciosamente su un ponte levatoio che gli sembrava abbassato, ha scoperto con colpevole ritardo che era l'ultimo perverso scherzo di Morgana (che non avrà un grande spessore culturale ma sulle illusioni ottiche e non ottiche ha un master alla Sorbona) ed ora riposa in ottantadue pezzi nella pancia dell'alligatore da guardia del castello;
Il Commendator Eleuterio de' Logorroici, dopo una prolusione di 46 ore tendente a dimostrare ad una donna scarsamente sensibile al suo fascino che ella era preda di sconvenienti stereotipi piccolo-borghesi, gli stessi che l'avevano portata a rifiutare un posto da seconda violinista con l'obbligo del terzo controfagotto all'orchestra-spettacolo Casadei, ha subito una gravissima slogatura della lingua ed ora non parla più ma cattura al volo tutti gli insetti che occupano casa sua;
Il Dottor Divago, dopo essere rimasto preda per alcune settimane di una deriva concettuale che gli aveva fatto attraversare tutto lo scibile umano dall'abbecedario allo zurlo, è entrato in un corto circuito semantico e da venerdì scorso parla ininterrottamente della vita e opere di Alvaro Vitali;
Devadip droide riuscito male è stato abbandonato alla sua sorte dalla Trimurti Induista che non risponde neanche più ai suoi incazzatissimi e velenosi sms;
Fernando Pessoa, dopo aver cercato invano le risposte alle sue mille domande, nel vederle arrivare tutte insieme, traballanti e piuttosto male in arnese, ha fatto finta di non conoscerle e si è tenuto le domande;
Luca Orlando vaga ai limiti della pazzia per le strade della sua città, discretamente tallonato da due infermieri della Psichiatria Territoriale che smadonnano dietro Basaglia e la chiusura dei manicomi.
Il Cadetto di Bologna Cyrano de Patatrac guarda pensoso l'affannarsi del genere umano e lo saluta con una delle sue fulminanti ottave in rima baciata che qui riporto per concludere codesto post:
Spacchi te stesso in mille personaggi nessun dei quali vale grandi omaggi, poeti e cavalier, perfino un droide, senti un po', non sarai mica schizoide? Tutto per non guardar con occhi seri l'avvizzirsi e il morir dei desideri e ai tuoi obiettivi dare un bel ritocco... E giunto al fin della licenza, io tocco...
Ogni italiano onesto si deve sentire profondamente umiliato.
A poco più di tre settimane dalla celebrazione dei 150 anni dell'unità, stiamo subendo dalla Libia (e, in modo meno becero, dalla Comunità Europea) il purtroppo e ahimè legittimo trattamento da straccioni che ci siamo meritati.
Il titolo di questo post potrebbe essere "vergogna" senza il "che" iniziale, come a chiamarsi fuori dalla vergogna e scaricare tutta la rabbia e il disprezzo sulla nostra (lasciatemelo dire, e se non me lo lasciate dire lo dico lo stesso) fatiscente classe politica.
Passare da un censorio "Vergogna!" a un accorato e commiseratorio "Che vergogna!" significa anche far propria la splendida invettiva gramsciana contro gli indifferenti, letta per la prima volta qualche mese fa da non ricordo chi alla trasmissione "Nulla di personale" di La7 e passata inosservata, poi diventata il secondo momento più alto di un mi dicono apprezzato Festival di Sanremo coordinato da un agitprop post comunista, che se ti dà una sberla ti scaravolta, attraverso la mediazione di Bizzarri e Kessisoglu a cui il cda Rai sta per dare una severa lezione.
E descriviamo in necessaria, sommaria sintesi le radici della vergogna;
alle puerili lamentazioni di Bobo Maroni "L'Europa ci ha lasciato soli, a Bruxelles ci sono solo dei fetidi burocrati che non sanno affrontare le emergenze", l'Europa ha risposto che l'Italia la deve una buona volta finire, visto che quando c'è da sedere al tavolo coi grandi del G-8 ci travestiamo da grande potenza per poi, alla prima difficoltà, rivolgerci all'Europa come fa il bambino picchiato col papà a cui abitualmente non ubbidisce e lo tempesta di maligni scherzetti. Ricordando per inciso che Austria e Germania a suo tempo se la sono dovuta cavare da sole rispetto agli esodi biblici del post-89. Figura di merda ma sopportabile, ci siamo solennemenete vaccinati e neanche alziamo più il sopracciglio per dire "ohibò";
all'atteggiamento sottomesso e servile di un primo ministro (e le minuscole sono volute) che "non telefona a Gheddafi per non disturbarlo", che a Gheddafi nelle sue due ultime barbariche discese a Roma ha concesso qualsivoglia nefandezza compresi corsi di islamizzazione a gruppi di belle ragazze (le ciospe che restino pure cattoliche), che attraverso il suo fantoccio Frattini invoca dall'Europa un atteggiamento soft verso il dittatore impazzito, del quale parleremo fra un attimo, a questo atteggiamento corrisponde il livello di gratitudine di additare ancora l'Italia (che oggi non sarebbe neppure in grado di invadere San Marino) come prima responsabile dell'istigazione alla rivolta anche con l'intervento di nostri aerei e nostri missili. Cornuti e bastonati, il danno e le beffe, siamo lo zerbino, il bidet, la latrina di Gheddafi.
Del resto già nel 1976 la Fiat era ricorsa ai capitali libici per ripianare una situazione già allora alla canna del gas, salvo poi dieci anni dopo doversi liberare di un partner diventato ormai impresentabile con una buonuscita di mezzo miliardo di dollari (all'inizio i libici ne chiedevano 3, ma come tappetari si vede che a Torino se la cavano meglio che a Tripoli).
Oggi un Gheddafi, del quale (lo confesso) fino a giorni fa credevo inattaccabile la posizione, visto che apparentemente godeva di un sostegno popolare che Mubarak e Ben Ali non potevano immaginare neanche con un chilo di LSD, ha scatenato una feroce guerra contro il suo stesso popolo che si alimenta di particolari raccapriccianti: assoldamento di mercenari stranieri (visto che qualunque militare di qualunque angolo della terra fa fatica a sparare contro connazionali, civili, inermi e non in atteggiamento minaccioso), soldati ribelli torturati e mutilati, immediato blocco dell'accesso di medicinali e materiale sanitario agli ospedali perché medici e feriti si arrangiassero, minaccia di impiccagione a chi userà violenza ai soldati libici e non.
Quest'uomo, non diamo la colpa al solo governo in carica, è stato ampiamente sdoganato quando ancora sembrava presentabile da svariati governi precedenti (emblematica la battuta in quasi romanesco di Andreotti "E mica sempre ti puoi scegliere chi devi abbracciare", splendido esempio di realpolitik alla pajata, meno scandalose ma comunque imbarazzanti le vanterie di amicizia personale da parte di Baffetto D'Alema).
L'Italia dipende dal petrolio e dai capitali libici in maniera quanto mai pericolosa.
Anche gli USA dipendono dai capitali cinesi, ma tra le due superpotenze (appunto!) c'è un sostanziale rispetto reciproco, mentre tra due paesi aspiranti alla qualifica (non dimentichiamoci che Gheddafi si è dipinto a lungo come il possibile imperatore dell'Africa intera) ma in realtà arruffoni e inconcludenti entrambi ci può solo essere il tentativo di blandirsi a vicenda per poi mettersela nel cl alla prima occasione, con la differenza che Gheddafi minaccia la cessazione di qualcosa che sta già facendo (fornitura di petrolio e accoglimento di clandestini), qualcun altro fa solo fanfaronistiche promesse, tipo autostrade da 5 miliardi, che sa già che non manterrà mai.
E del resto lo si sa: 2 ricchi si mettono sempre d'accordo, 2 poveracci sono pronti a sbranarsi a vicenda e a finire male tutti e due.
Nè ci si può aspettare da un azzimato uomo d'affari convinto di "essere" lo Stato (siamo passati dal Lo stato sono io del Re Sole al Ghe pensi mi di Tino Scotti, con tutto il rispetto) di poter attaccare e criticare la sua immagine speculare riflessa dalla Fata Morgana al di là del Mediterraneo
Che vergogna!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Allegato numero 1
Odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia.
L’indifferenza opera potentemente nella storia.
Opera passivamente ma opera.
È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.
Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi da fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.
Chiedo conto ad ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.
(estratto da) Antonio Gramsci, 1917.
Allegato numero 2
Se qualcosa vi va male
vi scade la cambiale
vi spella lo speziale
il conto è madornale
a voi che ve ne cale?
Non datelo a vedere
scrivete al cavaliere
La soluzione è qui
perchè: "Ghe pensi mi!".
Volete pane e lavoro? Bene! Voi mettete il lavoro e mi me magni el pan.
Brutta produzione altissimo consumo, la musica è stanca, non ce la fa più.
Così sintetizzava e testimoniava circa 25 anni fa lo stato della musica un artista in perenne dubbio amletico tra lo schifare e il blandire il Suo Pubblico comunque adorante, e in realtà pronto a seguirlo nelle sperimentazioni più ardite.
Di fatto, la musica del '900 sta concludendo il suo ciclo vitale in una lenta dolorosa agonia. I suoni che la musica produce sono oramai quasi esclusivamente il proprio lamento funebre.
Io che sono nato quando uno Sputnik targato CCCP portava le magnifiche sorti e progressive del proletariato a sconfiggere i dollari statunitensi e sfrecciava per primo nello spazio col suo postmoderno bipbip (bello, sembra l'incipit di una canzone, ci vedo già una veste sonora con profluvio di settime diminuite e quinte aumentate) ricordo un decennio musicale cominciato con Revolver e finito con Anarchy in UK, ma forse sono solo discorsi buffi, n'est pas?
Un decennio in cui, allora sì, sembrava tutto possibile e le prime radio libere (e la stessa RAI di stato, con un epocale programma dal ruffianissimo titolo di "Per voi giovani" inventato da Renzo Arbore e poi lasciato in mano a dei giovanissimi Claudio Rocchi, Carlo Massarini, Paolo Giaccio, Mario Luzzatto Fegiz e un allora anglofono compitissimo Richard Benson) immettevano nell'etere qualsivoglia forma di sperimentazione si ritenesse possibile.
Riascoltate oggi, alcune di quelle sperimentazioni erano solo aleatori pastiches musicali senza cuore nè anima; altre, allora sembravano avanguardia e oggi sono a livello coda del gozino; ma allora il vissuto soggettivo di un bambino che pian piano diventava adolescente era che tutti i suoni possibili trovavano spazio sul mercato (e, soprattutto, potevano essere acquistati a prezzi accettabili, un LP 3000 lire o poco più).
Il punk ha azzerato tutto, 'fanculo la tecnica basta il cuore, ma lungi da me dare la colpa al punk che è stato effetto, piuttosto che causa, della percezione che una summer of love andata fuori tempo massimo veniva rimpiazzata da uno scenario di guerriglia in cui ai fiori si sostituivano gli sputi in faccia e alle carezze i graffi: di lì in poi, i musicisti con qualche velleità creativa avrebbero dovuto cominciare a metterla giù dura per poter non dico imporsi ma anche solo sopravvivere.
Sono seguiti a stretto giro di posta gli anni '80 in cui diventò addirittura difficile distinguere tra musica di consumo e sperimentzione, perchè comunque si inventava un nuovo linguaggio musicale che, apparentemente, rendeva insignificante quella distinzione.
Una fetta enorme di ex-rocker (o ex-progrocker) si sono arresi al mercato e sono passati dall'arte alla professione (di fede nelle leggi del capitalismo).
You were in that list, Phil, weren't you?
Ogni tanto, ad Akron o a Reggio Emilia, sputi di magma ribollente hanno strinato in questi ultimi 35 anni la pelle dei benpensanti.
Ma anche l'eruzione più immane prima o poi si ricompone, la lava si solidifica e va a comporre un bel monumento alla memoria.
che ha ricordato il passato comunista di Gianni Morandi (ma quando Gianni era giovane a Bologna c'erano più comunisti che a Mosca, ed è una battuta ma fino a un certo punto...), mi dà un fastidio insopportabile sentir dire che Benigni "è stato pagato troppo per andare a Sanremo e non ha fatto ridere".
Non entro nel merito di quanto sia stato pagato l'artista più geniale che l'Italia (e forse anche il mondo intero) possieda al presente.
Entrerei invece nel merito di quanto hanno rubacchiato due sgallettate di bella presenza ma di talento sottozero per sculettare sul palco dell'Ariston, o di quanto abbiano preso personaggi insignificanti spacciati come ospiti internazionali (e non sto parlando di De Niro che arriva stasera).
Premetto (facendo anche seguito a un'ennesima affettuosa baruffa con la Miss della West Coast) che io quest'anno non guardo Sanremo nè in effetti alcun altra trasmissione televisiva avendo colto il passaggio al digitale come preziosa occasione per dare compagnia alle scope in uno stanzino altrimenti semivuoto.
Facendo radio-zapping mi fermo spesso su RTL dove la Gialappa's Band (che in effetti fa radio anche in televisione) dà il meglio di sè nello smontare il giocattolo sanremese che, di fatto, di musicale ha ogni anno qualcosa in meno ma resta un epocale fenomeno di costume (fenomeno di successo, fenomeno di cesso ma sempre un fenomeno è, avrebbero chiosato gli Squallor).
Non questi Squallor, però, quelli di "Era il 38 luglio e faceva molto caldo, quando all'elettrotecnico "le" venne una grossa idea..."
Ebbene, durante l'intervento di Benigni i tre discoli (ridotti a due perché uno era a casa con preoccupanti sintomi di dissenteria galoppante) avranno proferito timidamente 3-4 parole assolutamente serissime (chi li conosce bene e ieri sera non li ha sentiti stenterà a crederci, ma giuro che è la verità).
Fatta questa premessa, che si salda con quella di non voler entrare nel merito del compenso che il nostro premio Oscar ha ottenuto (noi otteniamo riconoscimenti internazionali con persone che dovrebbero far ridere, mentre quelle che dovrebbero ottenere riconoscimenti internazionali fanno ridere in quanto affette da quella incurabile malattia della comicità involontaria), entro nel merito della scandalosa pretesa per cui Roberto Benigni deve far ridere.
Ma anche se Benigni ha una parlata che può ricordare Ceccherini (lui sì passato da Sanremo a fare una storica figuraccia, che in effetti giustificò in stile Bar Marisa di Pontedera O ll'è vvero, ho fatto ride po'o ma m'hanno pagato pure po'o lasciando intendere che se il compenso fosse stato decuplicato avrebbe potuto emulare Lenny Bruce) ne differisce in 16815 piccoli particolari che qualunque buon lettore della Settimana Enigmistica saprebbe cogliere al volo.
Benigni nasce comico, neanche umorista, proprio comico di grana grossa e sanguigna.
Ma, come molti comici (vogliamo citare l'altro giullare redento Dario Fo, Beppe Grillo, Woody Allen?) con l'avanzare dell'età trova decoroso mettere una visione comunque trasgressiva e graffiante al servizio di qualcosa di più profondo.
Il suo capolavoro La vita è bella nella prima metà fa sorridere in modo gradevole con i suoi diabolici sincronismi per cui il protagonista è miracolosamente sempre al posto giusto nel momento giusto, poi il sorriso si affievolisce quando Guido deve mettere alla prova il suo ingegno e la sua "grazia" (nel senso più specifico del termine) di fronte alla più infernale macchina di annientamento della personalità umana che la storia ricordi, i lager nazisti. L'intero film è una commovente celebrazione dell'intelligenza e della "leggerezza" sull'ottusità e la grevità.
E anche la mezz'ora di ieri (poi dilatata a quasi un'ora forse per rendere ancora più meritato l'onorario pattuito, ma si sentiva benissimo che ne avrebbe avuto per altre due ore e il pubblico avrebbe in quel caso tranquillamente mandato a cagare gli Smodà e il cefalo salentino ripescato nel Mar Ligure) è stata una celebrazione dell'intelligenza e della leggerezza.
L'Inno d'Italia (e con esso il Rinascimento) sbeffeggiato dai leghisti insieme al tricolore ha ricevuto lo stesso amorevole trattamento con cui Benigni ha disvelato a tutti (anche a quelli che l'hanno portata all'esame di maturità e hanno ancora gli incubi la notte al solo pensiero) la straordinaria bellezza della Divina Commedia (tra parentesi, avete mai provato ad usare le terzine dantesche per scrivere una poesia magari scherzosa? Mica facile come sembra...).
Un intervento del peso specifico di una lezione universitaria ma accattivante ed ipnotico come un grande recital teatrale.
Chi aveva voglia di ridere spero abbia provveduto con apposito auto-titillamento tramite piuma d'oca (metodo assolutamente irresistibile).
I riconoscimenti di Benigni non li linko, li allego. Perchè mi va così.
Il Nord Africa sta esplodendo, mentre il Nord del mondo (troppo occupato ad implodere) come sempre fa fatica a capire.
Fa fatica a capire le cause: se ne dà la colpa o il merito (secondo i punti di vista) all'intelligence Usa o israeliana, alla diffusione di Twitter (avete mai provato a twittare in arabo?), a colpi d'ala dell'integralismo islamico, all'aumento del costo delle materie prime. La causa più banale (ma che essendo banale il giornalista medio italiano si rifiuta di preferire ad ipotesi più arzigogolate e creative) è che in Nord Africa la popolazione è molto meno sciocca e sprovveduta di quanto i vari Mubarak e Gheddafi potessero pensare.
Fa fatica a capirne gli effetti: l'Europa che ha spadroneggiato per quasi quattro secoli in Africa riducendola a un colabrodo, non può pensare di essersi liberata del problema avendo concesso negli ultimi 5-6 decenni l'indipendenza alle ex-colonie. Nè può pensare di continuare a considerare il Sud una fonte a buon mercato di prodotti e manodopera (cosa che nell'equilibrio Nord-Sud si ripete, secondo la ben nota teoria dei frattali, sia a livello Europa-Africa che a livello nazionale, citiamo ad esempio l'Italia per fini puramente illustrativi).
A proposito di Italia, e continuando a non nominare una determinata persona (ripeto che non lo faccio per fini strategici, convinto che "più lo mandi giù più si tira su", ma proprio per motivi estetici, lo considero una fonte inquinante del mio lindo e laboriosissimo blogghettino):
mi suscita sincera pena Bobo Maroni, che oramai cammina in terzetto con gli altri due maroni che hanno raggiunto dimensioni umanoidi, persona di buon senso, di ragionato eloquio e forse il leghista meno impresentabile che ci sia, quando con accenti da sceneggiata napoletana o da "sedotto e abbandonato" si lamenta di fronte ai reiterati sbarchi sulle nostre accessibili coste:"L'Europa ci ha lasciati soli...".
Caro Bobo, nessuno ti ha mai spiegato (e per carità, tu in questo hai ben poche colpe) che il rapporto con l'Europa non significa solo farsi i czz propri per tutto l'anno e pretendere solidarietà quando serve?
Sulle quote-latte, tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente, avete o non avete cavalcato il malcontento di chi non voleva accettare i vincoli europei, arrivando ad agevolare coloro che dovevano pagare le multe, ottenendo così il duplice risultato di offendere sia l'Europa sia gli allevatori onesti ed adempienti?
Quando due anni fa il Governo ha usato il pugno duro contro i migranti clandestini, qualche tuo luciferino collega ministro non ha forse esternato il suo totale disprezzo per l'Europa, per l'Onu e per qualunque procedura di controllo internazionale?
Quante volte in questi ultimi 3 anni l'Italia non ha stanziato a bilancio i fondi per gli aiuti alle nazioni più povere, o per la lotta all'inquinamento, precedentemente concordati in sede CEE? Diciamo 3 su 3?Devo continuare?
E credi che quando abbiamo avuto il semestre di presidenza dell'Unione Europea chi ci doveva rapresentare in quella sede ci abbia fatto fare una figura men che ridicola?
Credi anche tu che il prestigio dell'Italia non sia mai stato così alto come adesso? No che non lo credi, perchè non te l'ho mai visto nè sentito dichiarare dovunque e a chicchessia.
Il prestigio internazionale dell'Italia è ai minimi storici. Forse il parroco di Novellara aveva una vita privata meno glamour e a guardarlo faceva un po' ridere, ma come interlocutore va' tranquillo che l'Europa lo prendeva più sul serio.
Allora portati il tuo pesante fardello ed abbi il buon gusto di non aggiungere ridicolo a ridicolo con le tue patetiche geremiadi.
Benedetto ragazzo, ma se quattro anni fa mi dicevi che avevo il carisma internazionale di Paperoga....
Una volta i cantastorie meticcio-celtici giravano la Gallia cispadana, e i loro sostenitori li difendevano utilizzando i propri volgari (nel senso degli idiomi, ma spesso non solo). Un tal Zucchero de' Fornaciaris compose nel 712 A.D. questo deligato madrigale.
Gloria a te nell'aria Quale tu sia Solo uno, solo o in compagnia Ma la vecchia storia Yeah yeah è un peccato morir...
Gloria a te ogni volta Siamo, saprai, figli tuoi Ma consumiamoci uno o due alla volta Yeah yeah che è un peccato morir...
Yeah... Ai piatti pieni a tavola La gente nostrana, senza boria né buriana, e via Yeah yeah che l'anima mia va a questa bocca di sole Che mi toglie le parole Yeah...
Gloria ai tempi d'oro Io vi vorrei rivedere almeno prima di fare centouno Yeah yeah è un peccato morir Yeah yeah yeah...
Gloria, siamo fiori yeah yeah yeah...
Fa' che s'innamori!
Gloria all'uccellino Vola da lei, io non so volare Dille che sei felice in mano E che è un peccato morir...
Yeah Ai baci della luna Questa vacca di vita Che in avanti all'incontrario va Yeah yeah all'anima mia! A questa bocca di sole che mi tace le parole yeah...
Yeah yeah yeah Gloria, siamo fiori Yeah yeah yeah
Fa' che s'innamori!
Gloria a te o divino Dove sarà l'altra vita da suino Se sei nel mio destino Yeah yeah è un peccato morir...
Gloria sei nell'aria A te che fai certe cose con le cose di noi Che siamo sabbia Yeah yeah è un peccato morir... Yeah yeah che peccato morir... Yeah...
Indispettito, un suo sostenitore di ceppo misto etrusco-piceno gli rispose:
Cher al mè Franz, la risposta an pol èsor ch’in emiliàn. Un emilian bastèrd, ch’al pèrta da Piasènsa e an al sa miga indo’ al pod’risa rivèr.
Mi a m’arcòrd al Delmo all’Irish Pub ed Nuv’lera soquant ann fa ch’al fèva “Donne” su ‘na dodz cordi c’l'ariss meritè ‘n’etra forton’na. “Veh, Delmo, cola lì l’è No woman no cry…”. “Al pòl anca èsor” al rispondeva li lù e l’andeva via imbariegh com’un gozè.
Però col ragass lì a l’eva un quèl pù ed nuetor, e quand l’è andè a sonèr a Woodstock ’94 a's sem’ma sintù tutt quant un po’ pù important.
An gh’ho ètor da dir.
At salud.
Ma il detrattore felsineo non si arrese e così rispose.
Chèr al mi Locca, a t’ringrazi dimondi par la to bela testimunianza. A t’ voi saul feret una dumandeina: A capess che vueter a v’si sintò tott piò impurtant, quand al Delmo l’è dvintè internaziunèl, ma dabbòn a n’pruvè brisa, adess, un puchtein ed vergagna, par totti qual furbastrarì e scupiazzameint ch’l'ha fàt in tot sti àn al voster illoster cunzittadein?
A t’salut, Baffalmac, e a t’dmand scusa per quelcha pussebbil difficultè ed cumprensiàn, ma me a viv atais a la fruntira urientèl d’l'Emillia, e po’ la mi premma lengua l’è l’italiàn.
Spaesato, il sostenitore bassaiolo chiese:
L'Italian? Si't sigùr ch'i l'han bel'e inventè? A ne's sta miga bèn anca sensa?
Io continuo ad amare i tempi medio-lunghi dei blog su quelli corti di Facebook (che qualcuno si ostina a tradurre Faccialibro ma a me sembra che la traduzione ortodossa sia Libro delle Facce) e quelli istantanei della chat (il cui significato etimologico inglese è futile chiacchericcio) dove pure a suo tempo ho spopolato quando ero più giovane e più spregiudicato, e forse anche più scemo (non è indispensabile, però aiuta...).
Un 3-4 anni fa i blog creavano fitte reti riccamente interconnesse (guarda caso, proprio nel momento in cui il Libro delle Facce, nato nel 2004, spiccava il volo passando in nove mesi dal 60° al 7° posto tra i siti più visitati): erano un'affascinante mente collettiva che, come il mare di Genova secondo Paolo Conte, si muove anche di notte e non si ferma mai.
Certo, per dare significato a un blog occorre uno sforzo intellettuale ben maggiore di quello che richiede la gestione di un profilo Facebook (Si dice così, no?).
I blog possono diventare dei veri e propri romanzi dove finiscono tante cose che stanno ben sotto la superficie.
Finisci per riflettere su te stesso e sul rapporto col tuo passato, la tua città, la tua famiglia se ce l'hai (io ho perso il vizio dopo 3 seri tentativi più 2 un po' del menga, in compenso ho una figlia che è molto più matura di me e la cosa a volte mi commuove, più spesso mi imbarazza un attimino), la storia, la società, l'esistenza di alieno di cui mi dicono Battiato abbia parlato in musica sul palco dell'Ariston (verificherò su Youtube), e comunque il cervello è sempre in moto, perfino quello della Miss che ho definito a suo tempo "mens sana in corpore sano" anche se lei si sottovaluta.
E qui cito, in parte come dovere istituzionale avendo il Nostro riconosciuto David Shel Shapiro come il cantante misterioso del precedente post, in parte perché apprezzo la sua scelta di prender su e cambiare completamente lavoro (infatti è il taxista più colto, e magari anche più colto sul fatto quando trattiene cellulari non precisamente suoi eheheheheh, dell'Emisfero Boreale, a Sydney c'è un tal Percival Cavatorta che conosce la Divina Commedia e la Gerusalemme Liberata a memoria nell'originale italiano), l'ho fatto anch'io ma a differenza sua ci sono rimasto dentro, Mr. Francesco Selis from Bologna the Learned, che scrive post che ti accorgi che sono interminabili quando hai finito di leggerli (i miei ti accorgi che sono interminabili, quando lo sono, verso i 3/5).
Incrociato in una singolar tenzone vernacolare, che vi illustrerò nel post successivo, a proposito del Delmo Fornaciari e trovato competitore dialettico assolutamente sintonico (se mi passate l'ossimoro, se no è lo stesso...).
Su Facebook puoi ritrovare e farti ritrovare da ingombranti pezzi del tuo passato. Nel mondo dei blog costruisci pezzi di futuro che danno nuovo senso al passato. E ciò detto, saluto con quello che mi sembra un addio Osvaldo, Stella, Chiara, Maryann e Cassandra che mi sembra di capire trovino Facebook à la page e i blog irreparabilmente obsoleti.
C’erano una volta(40 anni fa….) due ragazzini di 10 anni, amici sinceri, che condividevano una grande passione: tanta musica e niente calcio.
Stando insieme, giorno dopo giorno, iniziarono a costruire un sogno, assurdo e improbabileper bambini di quella età; ma la loro voglia di vivere emozioniera così autentica che quel sogno, ostinatamente inseguito, vollero farlo divenire realtà….. a tutti i costi!!!
Sarebbero partitiper Roma con il treno;
avrebbero cercato l’abitazione del loro cantante preferito, un inglese alto alto, che cantava e suonava con uno dei gruppi anni ’60, allora in voga.
Avrebbero così provato l’emozione intensa e indescrivibile di conoscere un mito, il loro mito; una cosa incredibile: parlare con lui, toccarlo, avere un autografo dedicato, chissà magari anche qualche fotografia insieme.
Avrebbero dormito tra il verde, in qualche parco, e dopo qualche giorno sarebbero tornati a casa, felici e consapevoli di essere “speciali” per ciò che erano riusciti a fare; altro che i loro compagni, sempre lì a dare calci ad uno stupido pallone.
Arrivò il giorno della partenza; per mesi avevano raggranellato i soldi per pagare il treno e comprare i panini, l’acqua. Quella mattina nascosero dei vestiti negli zaini della scuola e a piedi, s’incamminarono verso la stazione.
Non si erano mai allontanati dal centro del paese; non avevano mai “segato” la scuola.
Camminavano con l’ansia di essere visti da qualcuno, cercavano di nascondere il viso quando incrociavano un’automobile, ma la loro determinazione li portò dinanzi alla biglietteria della stazione.
Il capostazione era grosso, alto e li guardava con una certo sorrisetto… chissà… aveva forse capito che stavano scappando di casa??? Scappando di casa? ..già …”scappando di casa!!”.
Solo allora si resero conto di ciò. Il loro sogno era così grande, bello e importante che non avevano neanche per un minuto pensato a questo particolare.
Il capostazione però era gentile; li fece pure accomodare in una saletta privata. Certo che era gentile!!!… solo dopo scoprirono che era anche il padre di un loro compagno di scuola e li aveva riconosciuti.
Il loro viaggio finì in quella saletta della stazione e il loro sogno svanì come un treno che si allontana veloce, mentre tu rimani a terra. In quella saletta fu interrotta anche l’amicizia dei due ragazzini; i genitori decisero che non dovevano più incontrarsi né frequentarsi.
Da allora, pur crescendo e diventando grandi, i due non si sono più cercati, come a voler nascondere e dimenticare quel grande sogno che li aveva uniti. Ormai, passati tanti e tanti anni, solo un nuovo sogno da condividere potrebbe farli rincontrare… ma anche questo è un sogno.
Prima che qualcuno mi faccia i complimenti per come è migliorata la mia scrittura, devo precisare che si tratta di un commento ormai vecchio di 3 anni e mezzo del mio storico amico d'infanzia Raul, che ovviamente era l'altro ragazzino autore della storica impresa. E che di recente, mentre io suonavo la chitarra al Centro Estivo di Collecchio, stava sul palco con Mick Abrahams ex-Jethro Tull, non so se mi spiego. Tra l'altro nello stesso cinema-teatro dove 40 anni prima aveva vinto "L'asinello d'oro" come batterista in erba.
E di tutto questo, ma che colpa avevamo noi?
A chi individua il nome del cantante verrà dedicato il prossimo post (non dispongo di altri premi di valore equivalente).
Uomini e donne si cercano e si trovano ma non è neanche detto che succeda; dei sentimenti puoi non esser preda se vedi che alla fine non ti giòvano.
Uomini e donne vanno allo sbaraglio nelle bizzarre lande dell'amore, cambiano idea e cambiano colore e quasi sempre prendono un abbaglio.
Uomini e donne passano la vita giocherellando col proprio destino; testardi non si arrendono perfino quando l'angoscia a suicidarsi invita.
Arriva un bimbo nudo che svolazza (andrebbe ucciso a colpi di ramazza), il suo dardo beffardo ti accarezza e ti fa innamorare di una pazza.
Prima che possa metterci una pezza la donna concupita ti ipnotizza; all'evidenza provi molta stizza e quasi maledici la sua razza.
Ed ora? Metti un po' che non si rizza, che non riesci a offrirle che una pizza, che per lo stress metti su troppa stazza e lei, crudele e stronza, non ti apprezza?
Ma quel Cupido, bambinetto idiota, figlio di dei e quindi parassita, nulla aveva da fare nella vita se non lanciare dardi a mia insaputa?
Meglio sarebbe stare molto accorti e prima che il suo dardo ti colpisca dirgli con faccia quanto mai corrusca "Vattene via se non vuoi che ti squarti!".
Meglio sarebbe contattare Giove che a occhio e croce è proprio il suo papà e dirgli "Caro Giove, senti qua, quel tuo Cupìdo provoca, ho le prove!".
Ma è precipuo interesse degli dei molestare gli umani tutto il tempo rompergli il czz e non dar loro scampo e allora lo so io quel che farei...
Senza farmi venire neanche un crampo arriverei ad Atene in un momento e (l'ho desiderato proprio tanto!) scalerei in fretta e furia il monte Olimpo.
Ivi giunto aprirei la mia carpetta zeppa di documenti ed attestati alcuni falsi, altri meritati pretendendo qualcosa che mi spetta.
"Visto che vi accanite alle mie spalle con sgradevoli frivoli scherzetti (non c'è uno di voi che mi rispetti!) da trent'anni rompendomi le palle,
e visto che resisto e controbatto mostrando tempra e forza sovrumane quale altro obiettivo mi rimane se non esercitare il mio ricatto?
Ordunque, superati e falsi dei dimenticate in fretta che io esisto altrimenti è lo stesso, non insisto, fatemi diventare uno di voi...".
Stimolato dalle gustose ricette della Miss, e geloso della sua perfezione espositiva, ho provato a immaginare anch'io una ricetta più realistica per dei single imbranati e dopo una certa ora del pomeriggio probabilmente anche un po' alticci (la cosa non è necessaria, però aiuta....).
Il tapino lava le ciliegie e le monda, specie attraverso apposite letture dal Vangelo e dal Libro Cuore, e dopo averle portate a più edificanti pensieri le sminuzza con i piccioli e il nocciolo opinando che così la confettura venga più saporita.
Quanto al succo di limone, il prelibato agrume viene sventrato con un coltellaccio da pesca subacquea e intere fette di polpa vanno a decorare la confettura in fieri.
La casseruola viene posta d'ufficio sopra un falò a cielo aperto e gli ingredienti vengono mescolati con una betoniera.
L'ebollizione ha la parvenza di un'eruzione solare e, incidentalmente, uccide quello stronzo del cane del vicino così impara a cagarmi sullo zerbino.
Lo zucchero e il Fruttapec vengono gettati senza riguardo nel magma che si è nel frattempo formato, dal quale emerge nel frattempo il Dio Vulcano chiedendo se non si può per cortesia fare un po' più piano.
Nel frattempo la consistenza della confettura può assomigliare aleatoriamente tanto a quella dei discorsi di Luca Giurato che a quella dei romanzi di James Joyce, con un peso specifico che varia da 0,00000000001 a infinito al cubo. Non ci fate caso.
L'aspetto dovrebbe essere simile a questo, altrimenti ricominciate tutto da capo.
Prendete dei vasetti di vetro che vostra figlia ha appena usato per allevare una quindicina di specie di artropodi ripugnanti su istigazione del prof di scienze (o del maestro unico), guardatevi bene dal lavarli anzi scatarratevi reiteratamente dentro e sgnaccateli nel forno a 600 gradi.
Estraeteli dal forno a mani nude procurandovi ustioni di sedicesimo grado, che però non avvertirete data l'adrenalina che scorre a fiumi nel vostro sangue vista l'epicità della preparazione.
Invasate la confettura che, oltre ad essere guarnita da frammenti di nocciolo e di picciolo, deiezioni di scarafaggio, spicchi interi di limone, si confonderà in un tutt'uno col vetro colante.
Chiudete i vasetti approssimativamente con dei fogli di giornale fissati con degli elastici.
Conservate la confettura sopra lo scaldabagno.
Regalatela per San Valentino alla vostra penultima ex, che ama tanto le confetture fatte in casa.
Ero virtualmente certo che Mubarak sarebbe rimasto al potere fino alle elezioni di settembre, per poi candidare il figlio maggiore e trovare il modo di farlo vincere, facevo il parallelo con un suo omologo dell'Europa peninsulare che da mesi e mesi di fatto non governa più e si limita a mettere in vendita il suo sorrisetto strafottente, la sua vita ogni giorno più romanzesca, i suoi slogan da scuola materna, come nessun dittatore europeo prima di lui era arrivato a fare (l'unico parallelo che mi viene in mente è Amin Dada, e mi perdonino i suoi discendenti se si sentono offesi dal paragone...).
Avevo sottovalutato sia lo "zio" Mubarak che il popolo egiziano. E soprattutto, last but not least, avevo sottovalutato il fatto che Mubarak è inviso agli States, e quindi Obama (che come cow-boy sarebbe etnicamente poco credibile) si è limitato a velate ed allusive minacce esternando comunque il suo ingombrante disappunto (Bush avrebbe bombardato il Cairo, abbattuto le Piramidi e mandato in Egitto duecento cantanti country & western come spedizione punitiva).
Mentre l'ultimo (per fortuna aspirante) dittatore rimasto in Europa è un utile idiota, alleato acritico, perché ricordiamoci che lui considera ve fleg ov iunaited steits nosonli e fleg bas e simbol of fridom ev dimocrasi.
Il povero Mubarak, avendo la sfiga solenne di non essere nè utile nè idiota, adesso è esiliato in quel posto orrendo e dimenticato da Dio che è Sharm el Sheik, tra l'altro tutta di proprietà del suo figlio secondogenito che nella sua attività immobiliare ha avuto qualche innocuo aiutino.
Di primo acchito, quando nottetempo ho appreso delle dimissioni, avrei voluto autosospendermi dal web per una settimana.
Ma poi ho pensato che non si sarebbe notata la differenza ed ho lasciato perdere.
Anzi rilancio col prossimo post. E sicuramente non mollo.
Il Faraone non se ne va. Carismatico ed enigmatico, se ne sta immobile di profilo, e quindi intrinsecamente sfuggente ma nei fatti congelato ed eterno.
Nonostante una ingente sollevazione popolare, e le condizioni comatose del Paese, è convinto che la gente sostanzialmente lo ami, e che qualora se ne dovesse andare il suo posto sarebbe preso da fanatici illiberali.
Ma non penso il Faraone avesse in mente questi, qualcun altro non so...
Non avendo 5 televisioni a disposizione (oltre a controllare ed intimidire le altre 2)
nè uno squadrone che tremare il mondo fa
Mi correggo, ce l'ha anche lui....
fa fatica a farsi passare per un irresistibile ed epocale uomo di stato. Da statista un po' ottocentesco, il Faraone usa la TV in modo distratto e superficiale, e fa malissimo. Che impari da chi in questo ne sa molto più di lui.
In compenso, è riuscito a proclamare lo stato d'emergenza nel 1981 con il cadavere di Sadat ancora caldo, e a conservarlo inalterato per 30 anni. Qui il suo passato di militare sicuramente gli ha dato una marcia in più.
Essendo però nel contempo un azzimato gentiluomo, mai gli è passato per la mente di sputtanare l'Egitto in occasione di missioni all'estero, forse perché i giudici egiziani sostanzialmente non avevano mai trovato modo di contestare in modo esplicito e con rilevanza penale il suo operato. E questo
o perché Mubarak (salvo che nei delirii di un suo omologo dell'altra sponda del Mediterraneo) mai ha avuto a che fare con scandali sessuali, false testimonianze, conflitti d'interessi, salvo risibili e trascurabili "raccomandazione" a favore dei figli Gamal (o Jamal) ufficiosamente già designato a Trota del Nilo, e Alaa che grazie al papà ha beneficiato di grossissimi aiuti nella sua qualità di agente immobiliare, ma suvvia, codeste sono cose che nell'Europa peninsulare rientrano a pieno titolo tra i diritti-doveri di un politico
Notare il sorriso tirato dei due delfini ufficiali rispetto a quello spensierato degli altri 3
o perché i giudizi egiziani non sono del tutto indipendenti e non costituiscono fonte di pericolo, nè per altro Mubarak è entrato in politica per mettersi in salvo dalle loro inchieste per fatti pregressi
o per una complessa mescolanza dei due fattori.
Alla fine aver rischiato la vita in gioventù su un caccia supersonico può essere titolo di merito patriottico più che aver rischiato il linciaggio su una nave da crociera per le proprie scarse attitudini al canto? Ecchilosà....
Qualcun altro certamente ha danneggiato e danneggia il proprio paese non meno di quanto lui ha fatto e fa col suo, ma ha ancor meno intenzione di andarsene.
Neil Young è nato a Toronto nel 1945 ed ha passato l'infanzia in un paesino del North Ontario, Omemee, con soli 1.300 abitanti, celebrato in una delle prime canzoni che scrisse per il supergruppo Crosby Stills Nash and Young (There is a town in North Ontario, with dream confort memory to spare... All my changes were there...).
Vivere in un paesino del North Ontario dove gli inverni sono rigidi e interminabili e le estati un'improvvisa e brevissima esplosione d'afa, ti segna la personalità per sempre.
Se poi da bambino ti arrivano addosso il diabete e la poliomielite, anche se diventerai un omone da 1,90 resterai interiormente un bambino spaventato.
E scriverai delle canzoni che riempiranno le notti di un giovane rocker della bassa reggiana facendolo sentire in misteriosa sintonia con te.
Ne scriverai un'altra che resterà talmente impressa ad un professore di Milano da rifarla identica senza pagarti neanche un dollaro di diritti d'autore.
Lascerai cadere nei tuoi testi delicati sprazzi di saggezza:
Non farti abbattere, sono solo castelli che bruciano...
E' meglio bruciare in una fiammata che sparire poco a poco...
Soldatini di piombo e Nixon che arrivano, ma alla fine siamo da soli...
Ogni tossico è come un sole che tramonta...
E' molto triste quando uno non dà e l'altro fa finta di ricevere...
Ma non manterrai, fortunatamente, la promessa di scomparire in una fiammata.
E a 65 anni suonati ti siederai nella veranda della tua villetta che guarda sul Pacifico dalle Frisco Hills, e riprendendo pari pari il fraseggio di quella canzone, avrai ancora la forza di scrivere la tua canzone più bella.
Quasi come Innuendo per Freddie Mercury e La voce della luna per Fellini (ma a te auguro di sopravvivere un po' più a lungo).
Quando canto di amore e guerra in realtà non so di cosa sto parlando. Sono stato innamorato e ho visto un sacco di guerre ed ho visto un sacco di gente pregare. Pregano Allah o pregano il Signore ma soprattutto pregano per amore o per guerra. Ho visto tanti giovani andare in guerra e lasciare giovani spose ad aspettarli. Le ho guardate cercare di spiegarlo ai bambini e ho visto che quasi nessuna ci riusciva. Cercavano di dirgli e cercavano di spiegare perchè papà non ritornerà più a casa. Papà non ritornerà mai più. Ho detto un sacco di cose che neppure ricordo più ma neanche so se mi interessa. Ci sono state tante canzoni d'amore Io preferivo parlare della guerra già nei vicoli di Toronto.
Cantavo di giustizia ma sbagliavo gli accordi ma ancora cerco di cantare di amore e guerra La cosa più triste del mondo è spezzare il cuore di chi ti ama Ho fatto un errore e poi un altro e un altro ancora e c'è voluto del bello e del buono per rimettere insieme i pezzi. Allora ho cantato con rabbia, ma ancora gli accordi erano sbagliati. Ma ancora cerco di cantare di amore e guerra.
Ma mi rendo conto che messe giù così sembrano parole banali.
Ascoltatevi Neil Young che le canta, e vi faranno tutto un altro effetto.
Fernando Pessoa non amava la primavera ed era totalmente impreparato per l'estate. Preferiva i cieli plumbei dell'autunno, quel raggrumarsi delle nuvole intorno alla Terra che ovattavano i pensieri e quasi rallentavano i movimenti; e addirittura stravedeva per i più estremi paesaggi invernali, quando un unico baluginante bianco faceva perdere i confini stessi del reale.
Ma in quell'inverno anomalo nevicava sempre quando lui dormiva.
Dannazione!!!!!!!
Lo sfacciato nitore della bella stagione lo coglieva di sorpresa. Quando dalla sommità di un colle poteva gettare lo sguardo sull'immensa vallata e scorgere montagne lontane precise in ogni piccolo particolare, lo coglieva una illogica angoscia.
In quei momenti pensava che non ci fosse più nulla da scoprire e conoscere e che la vita gli avrebbe riservato un piano inclinato uniformemente accelerato verso la vecchiaia, ammesso che non fosse già arrivata.
Sotto la coltre omologante dell'inverno, alla fine tutti avevano la stessa età.
Ed ora che la Primavera dava i suoi primi segni nei Dias da Merla, antica superstizione lusitana, Fernando si sentiva piccolo e inerme sotto l'implacabile incalzare del tempo.
Percorreva le vie dell'Oltretago di Lisbona in preda ad una strana effervescenza.
Nella foto ANSIA, una caratteristica immagine dei palazzi dell'Oltretago di Lisbona durante la tanto paventata (da Pessoa) fioritura primaverile
Già sapeva che la primavera gli avrebbe portato l'ennesimo amore infelice ed inopportuno.
Forse la procace bidella della Escola do Nascimiento di Coimbra
con la sua quinta tenuta dietro le quinte ma pronta a partire in quarta?
Forse la signora azzorrana malmaritata che miracolosamente ringiovaniva col passar del tempo?
Forse (orrore!) una riedizione del passato, una minestra neanche riscaldata ma passata per 30 secondi al microonde, che nonostante conoscesse a menadito il bilancio negativo fra i suoi pregi e i suoi difetti voleva comunque riprovarci (segno certo che qualunque altro maschio iberico le schifava)?
Forse una identica alla sua mamma che voleva rivestirlo come un bambolotto?
Poi si sedeva di fronte all'Atlantico finchè la marea non cominciava a sommergerlo. E solo allora si decideva a tornare a casa.
Ciao, bella signora di mezza età ma ancora bellissima, Più sul biondo che sul castano, e magari qualche ruga in più ma non importa, Non è che io stia invecchiando meglio di te e si vede.
Avrei voluto almeno dirti che il tuo nipotino è meraviglioso ed ha gli stessi occhi furbi e simpatici di tuo figlio, al quale tra parentesi non ho mai avuto l'impressione di essere mai piaciuto troppo. Lui a me invece sì.
Ma siccome ognuno dei due aspettava che il primo passo lo facesse l'altro, abbiamo perso anche questa credo ultima occasione per rimuovere due anni e mezzo di questo rumorosissimo silenzio.
Peccato. Avevi tante cose da dirmi ed io di cose da dire ne ho sempre a dismisura, e per te le avrei snocciolate tutte una per una.
Pazienza. Tu che hai mantenuto buoni rapporti con tutti i tuoi ex questa volta non ci sei riuscita, o non te ne frega niente, e va benissimo così.
Io sistematicamente scontavo questi incontri silenziosi con un paio di notti d'insonnia e un paio di giorni di mal di stomaco. Sono proprio deficiente. Ma vedi bene che ho usato l'imperfetto. E come terapia d'urto sono finalmente riuscito a cancellare per intero il nostro sconfinato romanzo epistolare. Tanto conosco ogni riga a memoria e mi perseguiterà ugualmente per il resto dei miei giorni.
E rilascio questo post ancora una volta per salvaguardare e/o ripristinare i miei equilibri omeostatici. Mi servono, sai. E tu a loro non hai mai giovato trop
E potrebbe finire così.
Ma come ulteriore terapia d'urto ti mando l'ennesima canzone, e non è un caso che da Dublino siamo scesi fino a Milano.
Non è un caso che dalla celebrazione di un amore possibile si sia scesi alla sepoltura di un amore bello ma scomodo.
Ma qualunque cosa succeda ti vorrò anche il bene che assolutamente non hai meritato.
Ciao, meravigliosa Shirley. Tratta meglio di me chi ti sta amando e/o chi ti amerà. E prendi questa canzone che sembra scritta per te.
Passano gli anni passano crescono i bimbi crescono Ritorni come un brivido su questo palcoscenico però ti sento timida, timida
Tu che tenevi tutti i fili del cuore con due mani così lievi che sentivo dolore solo un po'... Non ti ho più vista piangere Non ti ho più vista ridere eri una voce fragile, fragile
Abbiamo smesso d'inventare parole senza mai trovare quella che voleva dire vivere, vivere
Milady non lasciarmi mai, ti voglio bene come sei, Milady madre amante e figlia, la sola che mi rassomiglia; Milady smettila di bere, ti spacco in testa quel bicchiere, sei vecchia e sembri un bambina, e vesti ancora da regina, Milady goccia su una foglia Milady... io non ne ho più voglia...
Sono cambiato? Dimmelo; sei tu diversa? Parlami, sei sempre stata piccola, piccola:
Io ti perdevo e mi sentivo vincente, ma non c'è stato mai verso di cambiarti con niente come te; non ti ho venduto l'anima, lasciami in pace, lasciami come mi sento stupido, stupido:
Voglio una storia d'amore più vera, una donna che mi parla e che mi aspetta la sera vattene, vattene
Milady non lasciarmi mai, senza di te cosa farei, Milady cipria sotto gli occhi, Milady persa negli specchi; Milady non hai voce e canti, in un teatro a fari spenti, Milady bolla di sapone, e ballerina di balcone: Milady il cuore è un soldatino che scrive lettere a nessuno
Milady non lasciarmi mai, ti voglio sempre come sei, Milady strada di Parigi, Natale con i tre re magi; Milady ho perso la tua spilla Milady, Dio, come sei bella
Non può che trattarsi di Fabrizio Tavernelli nella sua fase post-punk pre-new wave del 1995. Ogni volta penso di aver esaurito le citazioni da lui provenienti per poi accorgermi che non è così.
Lui alludeva a Lilli Carati, una dea dell'amore ruspante e nostrana targata Schicchi, segnata da una prolungata dipendenza dall'eroina e da due tentati suicidi.
Io alludo ad una dea dell'amore un po' più internazionale, Maria Schneider,
comunque legata a doppio filo alle sorti di un regista che parte da Parma per fare il giro del mondo, ed ancora giovane sente forte la lezione filmica di Pier Paolo Pasolini che, intellettuale sopraffino ma impaurito da qualunque rischio di caduta nel metafisico, presenta senza mezze misure l'ostentazione della fisicità come metafora della volgarità terribilmente cheap già allora dirompente. Potrebbe chiudere la triade Marco Ferreri maestro di fisicità col vertice de L'ultima donna dove il protagonista aasoluto è il membro di Gerard Depardieu, del quale per ovvi motivi non allego foto.
Bernardo Bertolucci, figlio di uno dei più grandi e misconosciuti poeti del '900, Attilio, leggermente più giovane di Bevilacqua ma da quest'ultimo diversissimo, è in bilico tra la Parma popolare e contadina che presenterà nel suo assoluto capolavoro "Novecento" e più ancora nel fenomenale "La tragedia di un uomo ridicolo", la vicenda di un tecnovillano nuovo arricchito dell'estrema periferia sud (diciamo Langhirano che facciamo prima).
Mentre Bevilacqua (che pure si gabella per figlio dell'Oltretorrente, ma è mai possibile che tutti i parmigiani siano nati in un area di 1 km quadrato con il 4% dei residenti?) incarna, anche se non vorrebbe, la Parma saputella e parecchio snob con la quale io personalmente non ho ancora fatto i conti.
Nemmeno ventenne, Maria viene appaiata al feticcio Marlon Brando in uno dei film più pregnanti (anche se parecchio frainteso, e forse ancor di più da chi lo sopravvaluta che da chi lo sottovaluta) della storia del cinema: Ultimo tango a Parigi.
Un film che si colloca come un pisello nel suo baccello in quegli ambivalenti anni '70 che moltiplicano ed estremizzano la rabbia del decennio precedente trasformandola da rabbia costruttiva in rabbia disperata e un po' nichilista,
di cui i nostri cantautori erano assolutamente maestri.
Ho già espresso la mia opinione in un post precedente, quando Maria lottava contro la Grande Stronza in un letto d'ospedale: quella rabbia disperata per quanto lucida ha portato all'esito di un trentennio di riflusso che non accenna a finire. La morale non è stata riformata e il mondo non è cambiato.
Essendo veramente nata a Parigi, cosa avrà sentito e vissuto del '68 una giovane Maria non ci è dato saperlo.
Il cinema è una strana arte: più ancora che nel teatro (dove alla fine l'attore è solo davanti al pubblico e il regista non può neppure licenziarlo, perché questa è se mai una competenza dell'impresario) l'Artista Sommo manipola non materiali grezzi ma esseri umani come lui, spesso anche migliori di lui. E l'attore ha un bel fare e un bel dire: se vuole essere Artista Sommo che si dia al teatro o, meglio, che si metta a scrivere o a dipingere. Cosa andrà o non andrà sullo schermo dipende dalle decisioni del regista. Magari scomparirà dal montaggio la tua scena più bella, quella che non ti ha fatto dormire per tre giorni dopo che l'hai recitata (succede, fidatevi, succede...) e resterà una scena improvvista sul momento a cui tu non ti sei saputa opporre magari pensando "Ma secondo te, questa la tagliano di sicuro...".
E tutta la tua vita artistica e magari anche privata futura graviterà su quell'unica scena, spesso del tutto decontestualizzata.
E da lì, l'ambivalenza ti accompagnerà per tutta la vita.
Devo tutto a quel film, senza quel film non sarei nessuno (come Bondi senza Berlusconi, scusate mi è scappata).
Ma nel contempo quel film sia maledetto, perchè mi ha congelata in un singolo fotogramma, icona di me stessa e senza più possibilità di evolvere.
I moralisti a buon mercato possono dire che comunque quel film benedetto o maledetto le ha dato una fama superiore alle sue capacità artistiche.
Chi del moralismo fa volentieri a meno può controbattere che la fama è una brutta bestia che, per uno che porta sulla cresta della proverbiale onda, cento ne lascia in un perverso limbo dove tutti ti conoscono ma nessuno sa chi sei (bella questa, mi è venuta di getto, la devo brevettare).
Maria, come Claudia Cardinale e Brigitte Bardot, ha scelto di invecchiare senza bisturi e botulino e solo per questo merita il pieno rispetto di chicchessia.
E merita l'umana comprensione se si è persa in un baratro di eccessi e disordini che, forse, se fosse rimasta una bella signora parigina ignota ai più non l'avrebbero riguardata.
O se fosse stata Lara Croft ne sarebbe uscita con disinvoltura.
Ed ora sei parte del Nulla, Maria.
Dimentica i fiori dipinti dal tempo sopra il tuo viso, e finalmente riposa. Ne hai bisogno.
L'Egitto condivide con la Russia e la Turchia il curioso destino di estendersi su due continenti.
E condivide con la Grecia e l'Italia la sorte di non aver saputo fare buon uso nel tempo di una antica civiltà saggia e potente, trascinandosi lungo tristi secoli di basso cabotaggio culturale e politico.
Il bacino del Mediterraneo, culla di civiltà per l'intero pianeta. già nel Rinascimento fu drasticamente ridimensionato quando il possesso di porti sull'Oceano diventò di stringente importanza strategica. E il mare più bello ed evocativo del mondo (ce lo vedete voi il Mar dei Caraibi vincere un Oscar?) diventò una purulenta laguna teatro di conflitti e di improbabili ricerche della libertà.
Fra i tre grandi fulcri della civiltà mediterranea, Atene (nonostante una devastante crisi economica che rischia di spostare l'intera Grecia in direzione del Medio Oriente) se la passa un po' meno peggio.
Roma ed Egitto, viceversa, sono devastati da due dittatori incapaci (uno ha cercato di mandare la nipote in sposa dall'altro ma senza successo) che però restano ostinatamente in carica perché sostengono che non esiste alternativa, insofferenti di chiunque li critichi e convinti che il Paese li ami alla follia nonostante le proteste di qualche facinoroso. E da un'opposizione in perenne inferiority complex rispetto al dittatore.
Il più anziano dei due ha la sfiga di non possedere 5 televisioni e mezza, ma in compenso vive sufficientemente lontano dall'Europa per poter usare la polizia come manganello personale contro i dimostranti.
Il più giovane possiede 5 televisioni e mezza, ma ha la sfiga di vivere a due passi da Bruxelles e Strasburgo e deve stare un po' più attento a quello che fa. Certo che non deve oscurare Internet o picchiare i giornalisti, lui ha risolto il problema alla radice...
Non c'e nessuna compagnia telefonica che mi chiami e mi chieda se sto bene se sono solo o se soltanto ho bisogno di parlare.
Il mio telefono che squilla come quello di uno squillo d'alto bordo a cui si chiede di vendere le sue disponibilità.
La ragazza del call center non mi chiama per uscire ma insiste con le proposte "lascia l'altra e vieni con me".
Rispondere o non rispondere?
C'è chi offre le tariffe più basse, c'è chi promette un migliore servizio, tutto incluso illimitato per sentirsi senza limiti.
Tante voci gentili mi persuadono, il mio corpo è l'oggetto della disputa nel banchetto delle belve che lacera la carne.
Rispondere o non rispondere?
Ci sono giorni in cui il telefono non strilla ed allora mi sembra di sentire un dispiacere, un abbandono, una piccola malinconia.
Sono un cliente sono un amante che studia strategie telefoniche per avere un po' di calore o un abbonamento più economico.
Rispondere o non rispondere?
Esistono delle distinzioni che andrebbero tenute presenti per evitare grovigli paradossali tra formale ed informale, naturale ed artificiale, uomini ed automi, gruppo primario e gruppo secondario.
A me piace andare a caccia di alter-ego perché da solo non mi basto. E' una ricerca che non ha nulla a che vedere con quella dell'anima gemella (che in realtà non ho mai effettuato, venendo se mai incrociato da scadenti aspiranti al ruolo la cui complementarietà con me dapprima mi affascinava ma poi rendeva impossibile qualunque comunicazione dotata di senso). Più che la complementarietà che dovrebbe saziare ma è quasi sempre indigesta, cerco la similitudine con una sfaccettatura in più.
Il primo periodo e il secondo, apparentemente del tutto avulsi fra loro, sono in realtà in un rapporto di contenuto-contenitore.
Perchè scartabellando fra le perle dell'ultima creazione filosofico-musicale di Fabrizio Tavernelli che scrive tutte le canzoni che avrei voluto, potuto e forse dovuto scrivere io, ho pescato un'ennesima perla rara che illustra attraverso un'analogia quello che sta succedendo fra me e il sito americano Business top.
Dopo diversi mesi in cui mi limitavo a bonificare periodicamente i grossolani tentativi di ottenere pubblicità su un blog oltre tutto letto da quattro gatti e un paio di ornitorinchi, mi è venuta l'idea di rispondere come se dall'altra parte ci fossero delle persone reali e non dei fantocci virtuali.
Non so ancora come andrà a finire, ma erano anni che sognavo di fare un esperimento sul campo di psicologia sociale in stile Muzamer Sherif.
Soprattutto, si tratta di una posizione che rischia di coincidere con quella di chi, in nome del rispetto delle regole, vorrebbe chiudere qualunque spazio televisivo metta in discussione l'operato del Governo e dei suoi rappresentanti.
Allora....
Santoro è stato espulso dalla Rai insieme a Luttazzi, Biagi e i fratelli Guzzanti in seguito al vomitevole cosiddetto editto bulgaro dello Psiconano.
Di questo quintetto, Biagi di lì a poco è venuto a mancare, Luttazzi ha ottenuto i suoi spazi su La7 ed è riuscito nella titanica impresa di farsi sbattere fuori anche da lì, i fratelli Guzzanti hanno fatto cinema e teatro senza provare nessun tipo di nostalgia per la Terra Promessa Catodica.
Santoro, esercitando un suo diritto, ha scelto di far causa alla Rai ed ha ovviamente vinto perché non poteva esistere al mondo giudice che gli desse torto. Ma sapeva che sarebbe rientrato in Rai da separato in casa.
La sua trasmissione ottiene ascolti altissimi perché fa del giornalismo ruspante e non asservito, lontano dal mito perverso della neutralità e con una linea esplicitamente critica verso il centro-destra. In questo Santoro è differente da Floris, che ci tiene a negare la non neutralità della sua posizione e vorrebbe presentare il suo programma come assolutamente equidistante ed imparziale.
L'equidistanza e l'imparzialità possono andare bene su Wikipedia, ma nel commentare l'attualità sono una grossolana mistificazione.
Detto questo, che spero eviti qualsiasi confusione tra me e i sostenitori dei dilettanti allo sbaraglio che ci stanno indegnamente governando, sostengo quanto segue:
E' verissimo che Annozero, a differenza del Tg 1 in caduta verticale di ascolti, non è pagato dal canone degli utenti ma dagli introiti pubblicitari che porta in eredità all'Ente;
ma è altrettanto vero che Santoro è un dipendente dell'Ente stesso.
Masi, da quella persona di misera dialettica e assoluta ottusità che si ritrova ad essere, ha detto delle grossolane corbellerie probabilmente leggendo da un foglietto (ed è vero, come nota un arguto commentatore di Youtube che a 1:17 fa la supercazzora brematurata)
cui però Santoro poteva e doveva controbattere con dei toni meno accesi e strafottenti di quelli che ha scelto di usare.
Masi è il classico yesman che incarna il detto "Con D'Alema o con Berlusca basta che se busca". Ma non mi sembra si sia posto contro Santoro con maleducazione o protervia, mentre Santoro lo ha impietosamente e crudelmente ridicolizzato.
A me piace fino all'adorazione il Santoro giornalista e uomo di pensiero.
Non mi piace il Santoro eroe e martire col suo vittimismo a volte plateale; il Santoro che si sente il custode della verità e della libertà e che ad esempio, ricordo, quando la povera Lucia Annunziata (donna lodevolmente brutta e intelligente) sosteneva tesi diverse dalle sue la accusò di parlare con secondi fini.
Non mi piace il Santoro che ostenta fastidio verso chi non la pensa come lui.
Ma soprattutto esiste un'etica professionale per cui se ti trovi all'interno di una Rai o di una Coop. Aurora-Domus e ti fa letteralmente schifo tutto quello che ti circonda, hai il diritto-dovere di andare altrove.
E anche stavolta i miei equilibri omeostatici sono momentaneamente ripristinati.
Peter Pan non lotta più, ha venduto il suo pugnale,
Capitan Uncino manda Wendy a battere sul viale,
e l'isola incantata è già stata lottizzata
e Alice nelle bottiglie cerca le sue meraviglie.
Paperino sta in catena e lavora di gran lena,
Paperina con passione vende baci a Paperone,
Qui, Quo, Qua sono andati via, vanno a rischio nell'Autonomia
e voi intellettuali ne avete già discusso
a che serve poi menarla con la storia del riflusso.
Don Chichotte non è contento ma lavora in un mulino a vento,
Ali Babà e i quaranta ladroni hanno già vinto l'elezioni,
Hansel e Gretel hanno fondato una fabbrica di cioccolato
e Alice nelle bottiglie cerca le sue meraviglie.
Gli stivali delle sette leghe pagan bollo e assicurazione,
le scope delle streghe le ha abbattute l'aviazione,
Pollicino è nella CIA, gli fan far la microspia
e voi intellettuali ne avete gia discusso
a che serve poi menarla con la storia del riflusso.
Cenerentola ha una Jaguar e un vestito molto fine,
ogni volta che c'è un prince leva scarpe e mutandine,
la matrigna vecchia arpia prende i soldi e mette via.
E voi intellettuali non avete mai discusso
di come torna l'onda alla fine del riflusso.
Il repertorio dei Nomadi, frutto di 45 anni di storia da Donna la prima donna cover di un pezzo americano degli anni '50 a Hey Man cover di un pezzo di un rocker al lambrusco ma senza popcorn, è talmente sconfinato, affascinante e variegato che un mitomane potrebbe fare un blog monotematico commentando uno a uno tutti i loro testi (ammesso che non ci sia già qualcuno che davvero lo fa).
Di questa Il paese delle favole avevo diverse volte citato la parte più angosciosamente profetica (Alì Babà e i quaranta ladroni hanno già vinto le elezioni), scritta molti anni prima di Tangentopoli e della successiva discesa in campo di un personaggio che confermo l'intenzione di non nominare più, anche se lo tempesterò di maligne allusioni e di complessi rituali voodoo chile.
Ma tutto il testo nel suo insieme, che la leggenda metropolitana dà per scritto da Augusto Daolio in persona, anche se le note di copertina citano un fantomatico Rossi (per problemi di SIAE, vista la ben nota idiosincrasia di Ago per tutto quello che era istituzionale?) è un'angosciosa metafora sulla caduta delle utopie, un paese delle favole che si sgretola dal di dentro e costringe i suoi magici interpreti a darsi da fare nella realtà del riflusso, dove non c'è più spazio per la fantasia e bisogna mettere insieme il pranzo con la cena con le buone o con le cattive.
Solo Qui Quo e Qua, i nipotini terribili, hanno un colpo d'ala ed entrano nel movimento di Autonomia Operaia che più volte aveva lambito la lotta armata diventandone a volte un pericoloso ed inquietante megafono si spera involontario.
Riflusso, fenomeno composito e di difficile lettura, come tutte le sintesi storiche troppo sommarie.
Dopo un periodo di almeno 20 anni di ribellione e ricerca, cominciato in qualche modo con la rivoluzione giovanile americana degli anni '50, proseguito con la beat revolution dei '60 che culminerà nel feticcio-monolite 1968 ed imploso nelle tensioni incazzose degli Anni di Piombo, gli '80 ripropongono a livello planetario la tranquillità, l'ovvietà, la pacata sicurezza di chi non vuole rischiare l'ovetto odierno per la dubbia gallina di domani, la morte delle ideologie a vantaggio di una politica fastfood molto spettacolare che cavalca con protervia i mass media, il sogno massificato e omologato di spruzzate di ricchezza per tutti e basta con la lotta di classe....
Quell'onda lunghissima di riflusso ha fatto diverse volte il giro del pianeta. E l'onda di piena non è mai più tornata a lavar via ingiustizie e volgarità.
E 20 anni dopo un aedo di ceppo slavo ma di cultura meneghina potrà cantare con disperata lucidità contemplando il neonato Terzo Millennio già schifoso da bambino, figuriamoci cosa potrà diventare quando crescerà
La mia generazione ha visto le strade, le piazze gremite di gente appassionata sicura di ridare un senso alla propria vita ma ormai son tutte cose del secolo scorso la mia generazione ha perso.
Voi ricordate quando è stata l'ultima volta che Berlusconi ha parlato di politica? O, volendo essere più drastici, vi ricordate se abbia mai parlato di politica in termini minimamente ortodossi? Vi ricordate quando è stata l'ultima volta che Berlusconi si è comportato come il capo di una nazione democratica (quella democrazia che lui invoca identificandola solo col consenso elettorale che una parte degli italiani gli ha concesso, in realtà non più del 30 per cento, e col diritto di un cittadino di fare, una volta chiuse le porte di casa, quel che più gli aggrada) e non come un livoroso dittatorello insofferente ad ogni critica, seccato dell'esistenza di un'opposizione oltre tutto in sè tutt'altro che pericolosa, convinto che l'amore incondizionato che gli Italiani gli danno l'impressione di nutrire per lui gli conceda qualunque beneficio e qualunque immunità morale e legale?
Vi immaginate Obama telefonare in diretta alla CNN per definire turpe e ripugnante uno dei tantissimi programmi che lo fanno letteralmente a fette?
C'è questo blogger italiano che mi ha dato un'idea... Quasi quasi...
Chiunque, oltre a (o meglio ancora al posto di) guardare la televisione legga qualche giornale e navighi con spirito curioso e libero su Internet, sa benissimo che Berlusconi e il suo governo sono oggetto di lazzi e cachinni in TUTTO il resto del mondo, già a Chiasso Berlusconi è rappresentato come un personaggio grottesco da operetta che è impossibile prendere sul serio.
La diplomazia americana (vedi l'apertura del vaso di Pandora da parte di Wikileaks un paio di mesi fa) diffida di quasi tutti i leaders europei, ma agli altri rivolge delle critiche politiche, mentre il Berlusca è bacchettato per la sua immagine pubblica e la sua vita privata entrambe non all'altezza di uno statista, le critiche insomma sono di principio e non di merito.
In un sistema giudiziario spietato per i poveri cristi ma supergarantista per chi ha un avvocato appena mediocre, un imprenditore della portata di Silvio poteva navigare tra prescrizioni, indulti, non luoghi a procedere, insufficienza di prove, giudici comprati in eterno.
La realtà è che ne aveva combinate talmente tante che senza lo scudo protettivo del ruolo di Primo Ministro, e senza le decine di leggi ad personam licenziate dai suoi governi, il suo prestigio e la sua ricchezza da soli non sarebbero bastati ad evitargli il carcere.
E il triste corollario di questa realtà è che per 10 degli ultimi 17 anni lo Stato si è trovato invaso da una massa di dilettanti della politica agli ordini di un personaggio che poteva solo vendere la sua capacaità affabulatoria acquisita quando piazzava scope elettriche alle casalinghe di Milano (Lei scoperà come non ha mai scopato in vita sua, cara la mia signora!), e far leva sul ddesiderio di un popolo italiano sempre più pigro e ignorante (nel senso etimologico del termine, ma purtroppo non solo) di assomigliargli anche e soprattutto nelle nefandezze.
Perché il succo del successo politico di Berlusconi purtroppo sta qui: che quelle caratteristiche a lui congenite, che sarebbero una letale palla al piede per qualunque altro aspirante leader politico (faciloneria, immagine degradata e degradante della donna, tendenza patologica alla menzogna, confusione sistematica fra vita privata e vita pubblica, cattivo gusto, scarso o nessun rispetto per le forme della politica, tendenza a cercare rapporti di amicizia prima che di collaborazione con gli altri leaders, priapismo ammesso e conclamato in infinite battute a sfondo supersessista e supermaschilista salvo smentirlo con toni da buon padre di famiglia quando scoppia l'ennesimo scandalo a luci rosse, istrionismo, percezione della vita politica come una sitcom molto pecoreccia, debbo continuare o vi basta?) per lui diventano punti di forza.
mentre Floris e un po' anche Santoro di fronte alle offese di Berlusconi restano ingessati e civilissimi, Lerner ha osato perfino dargli del cafone e, seppur inascoltato, ha controbattuto punto per punto al delirio berlusconiano (e 24 ore dopo Mentana ha esemplarmente bacchettato il suo ex-datore di lavoro che, notoriamente gli preferisce lo yesman Augusto Minzolini);
Iva Zanicchi, invitata ad andarsene (da quella pedina passiva e priva di dignità che viene considerata), è rimasta fino in fondo in trasmissione con ammirevole tempra da montanara reggiana.
La Zanicchi è stata monolitica come la pietra di Bismantova.
E concludo dicendo:
se anche tutte le testimonianze di aspiranti dive ospiti a casa Berlusconi fossero false;
se anche tutte le intercettazioni tra Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti e altri facilitatori dei piaceri del satrapo fossero state male interpretate;
se anche le decine di telefonate intercorse tra Berlusconi e Ruby Sì Rubo fossero state occasione di invitare la minorenne a moderare il suo stile di vita (ma qui abbiamo solo i tabulati e non l'intercettazione); e le telefonate della Piccola Fiammiferaia alle sue amiche per vantarsi di una totale intimità col Premier fossero le vanterie di una mitomane;
la pura e semplice telefonata alla Procura di Milano per far liberare la procace maghrebina presentata mendacemente come nipote di Mubarak, affidata alla Nicole Minetti che dieci minuti dopo l'aveva mollata in mezzo alla strada davanti al di lei domicilio disinteressandosi della sua custodia
avrebbe portato alle dimissioni di chiunque altro.
E le recentissime proposte da parte del PdL di abbassare la maggiore età a 16 anni (in sostanza un Lodo-Ruby), se non sono delle battute da ubriachi sono completamente vergognose.
Prima che venissero inventati i motori di ricerca credevo di essere l'unico Luca Rinaldoni di tutta Italia. E la cosa era plausibile, perché se digito nome e cognome di miei amici vengono fuori solamente loro con le loro imprese e successi.
Se faccio la stessa cosa con me, al primo posto compare codesto blog oramai un po' boccheggiante ma che non chiuderà se non per morte o malattia grave (ma anche lì... se riesco a far riparare il mio notebook potrei digitare perfino in fin di vita, anzi morire in diretta web sarebbe uno scoop di non poco conto). Oggi, per esempio, il mio blog occupa le prime due posizioni. Se poi uso l'artificio di espandere i risultati dal sito di Leonardo, i miei complessivi interventi sul mio blog e su quello dei miei cobloggers più fidati passati e presenti si aggirano sulla ventina. Ma quello che mi affascina di Google è che è come il mare di Genova secondo Paolo Conte: si muove anche di notte e non si ferma mai, ogni giorno ci sono delle piccole novità, new entries, spostamenti in classifica, misteriose sparizioni, supernovae, buchi neri, singolarità astronomiche e quasar.
Ma poi compaiono inquietanti avatars in carne ed ossa, perniciosi doppioni anagrafici, quasi tutti residenti nella zona di Ancona e provincia dove affondano le mie radici più profonde e ormai quasi neglette, o tutt'al più nella fascia costiera del maceratese che da bambino percorrevo in bicicletta per poi vantarmi di aver attraversato ben 3 provincie (l'escursione che partiva da sotto il Monte Conero si concludeva a Porto S. Elpidio).
Con Luca Rinaldoni che crea softwares informatici al Pinocchio di Ancona potrei essere stato confuso più di una volta da chi si ostina a non sapere che vivo a Parma ormai da tempi immemorabili. E onestamente nel cambio ci guadagnerei perché l'omonimo è molto più alto e giovane di me, mentre a capelli siamo lì, ma forse vinco io. Comunque ciao Luca ovunque tu sia.
Luca Rinaldoni che con la sorella (o cognata, o magari perfino moglie) Ketti (sic, senza ipsilon) gestisce una lavanderia a Civitanova Marche, è lo stesso del Pinocchio che si sdoppia con modi stakanovisti?
Luca Rinaldoni cestista rissoso e fallosissimo coincide o no con il Luca Rinaldoni supertifoso juventino?
Il sito 123people, in cui io e il mio omonimo dorico veniamo allegramente impastati nella stessa pagina esso (il sito, non l'omonimo chè nel caso avrei detto correttamente egli) promette incredibili rivelazioni su Luca Rinaldoni. Testualmente, garantisce di contenere tutto quello che devi sapere su Luca Rinaldoni.
Cosa ci sarà, mi sono detto, mentre la curiosità un po' narcisistica aveva il sopravvento su una punta di sdegno per la privacy violata (secondo me capita lo stesso al Berlusca quando sotto sotto spera che escano particolari piccanti, magari anche del tutto inventati, sulle sue movimentate seratine)?
I temi del Liceo che il preside leggeva con ammirazione?
Le relazioni inviate alla Prefettura di Parma che legittimavano dei poveri consumatori di cannabis a subire una pena ben peggiore della sospensione della patente, colloqui bisettimanali con un giovane psicologo esaltato e che per capirlo ci voleva lo Zingarelli?
I video delle mie performances teatrali come regista-attore con un manipolo di disabili che credevano di essere alla visita di invalidità?
Le foto di tutte le mie morose comprese quelle assegnatami d'ufficio da un gossip malizioso e incontrollato?
Niente di tutto questo: il sito raccoglie esclusivamente materiale del blog, più qualche commento di particolare pregnanza su blogs altrui (che nella stragrande maggioranza dei casi diventa poi post autonomo nei momenti di scarsa ispirazione) e l'unica foto non tratta dal blog è quella del perito informatico anconitano.
Delusione!!!!!!
Mi consolo sempre leggendo le gesta di un plateale personaggio gaddiano, il Grand'Uff. Dott. Ing. Maurizio Rinaldoni Senatore del Regno, protagonista di uno dei racconti della raccolta L'Adalgisa del 1943. Anche se mi vergogno un po' perché avevo portato Gadda all'esame di maturità senza minimamente accorgermi dell'esistenza di codesto personaggio (ma neanche i commissari ne erano a conoscenza, altrimenti figurati le battute....).
E alla fine, se aggiungo anche un probabile lontano cugino canadese, tal Toby Rinaldoni classe 1989, corregionale di Gilles Villeneuve, che spopola nei karts per tutto il Nord America ma che ancora non merita neanche una riga su Wikipedia, non so se sentirmi meno solo o sviluppare una strisciante calustrofobia per l'esagerata compagnia.
Uno dei fondamentali problemi del mio blog è che non so neanch'io con precisione che razza di blog sia.
Non è esplicitamente un diario quotidiano perché ho un certo pudore nel parlare della mia vita reale, che trovo a volte frustrante o deludente o terribile e spesso tutte e tre le cose insieme, altre volte la trovo gloriosa perché interamente basata sul primato dei valori etici sui tornaconti utilitaristici ma poi mi do del povero illuso da solo.
Non è un blog giornalistico perché come giornalista non ho nè il talento nè la professionalità nè la deontologia.
Tenta probabilmente di essere un blog letterario ma anche lì con tutti i distinguo necessari perché tra me e un letterato intercorre una vistosa differenza.
Per i primi due-tre anni della sua storia (iniziata quattro anni e mezzo fa) è stato sostanzialmente uno spazio di ironia e di satira anche discretamente ben riuscito perché probabilmente allora ero più perplesso che incazzato su quello che stava capitando nel mio minimo microcosmo esistenziale e nel macrocosmo nazionale,
spezzato però ogni tanto da indispensabili momenti di sfogo, in cui mi passava di colpo la voglia di fare lo scemo, su due tardive storie d'amore che non sapevo come collocare, anche perché hanno avuto il cattivo gusto di intrecciarsi l'una con l'altra sfuggendo quasi subito al mio controllo (ma di solito una storia d'amore lo fa, se sono due peggio ancora).
Dico questo perché, attraverso le garbate critiche di B.B. Queen ex-Ombretta Collinetta mi sono reso conto che di quando in quando mi metto in cattedra con l'atteggiamento dell'anziano protervo e rompicoglioni che non ha più alcun desiderio di interagire col resto dell'universo, e che sfoga il suo malessere quando è appena un po' depresso, per magari (ma non è mica detto) tornare ad essere una persona amabile ed accomodante appena gli torna il buonumore.
53 anni sono un po' pochi per ridursi così.
Nella fattispecie, sulla morte avvenuta a Bologna di un bambino di neanche un mese ho scatenato l'incondizionato sconsiderato sdegno contro un sistema di welfare e di solidarietà emiliano-romagnolo il quale (quando ne facevo parte anch'io) era all'avanguardia in Europa e adesso è a livelli infimi (per forza, non ci sono più io....).
Ho scaricato i miei miti e i miei fantasmi nella cronaca, che non è il loro posto.
Quando l'affettività prevarica la ragione e la usa per auto-legittimarsi nascono mostri dialettici.
Probabilmente su questa morte un decoroso silenzio sarebbe stato più corretto che un'ennesima strumentale orazione funebre.
Ammettere di aver avuto torto a volte fa bene. Non so se lo fa anche questa volta, ma in generale sì.
Avendo somministrato e interpretato in gioventù centinaia di Rorschach proviamo a immaginare di essere io alle prese con un "Rorschach naturale":
nell'insieme potrebbero essere benissimo due ectoplasmi che si baciano, direi Rodolfo Valentino a destra e Marylin Monroe a sinistra (che ne dice dottoressa, può andare?),
oppure l'ultima versione dell'aereo stealth dell'aviazione cambogiana (ma questa qui mi convince un po' di meno).
La parte più vicina al traliccio mi ricorda uguale uguale uguale la mappa della costa croata a sud di Rijeka con tutti i suoi bellissimi isolotti (guardi bene, non li vede anche lei?).
Sempre nell'insieme, queste due parti che si toccano mi ricordano un po' una specie di schiaccianoci.
La parte azzurra tra le nuvole con un po' di fantasia sembra un pulcino obeso perchè ha mangiato troppo granturco.
Ancora nell'insieme, il lago Michigan in inverno tutto circondato di neve. Non vedo altro...
Si ricordi della mia richiesta di raddoppiare la dose serale di Zyprexa.
Silvio, lo so che credi che anch'io (essendo in fortissimo odore di comunismo pregresso e forse anche attuale) ti sia costituzionalmente contro. Ma credimi, non è vero. A volte faccio lo sforzo di isolare la tua faccia e le tue battute dal tuo ruolo istituzionale e ti trovo allora un irresistibile show-man. Uno che canta suona recita forse balla, uno che ha un senso dello spettacolo assolutamente innato, uno che non ha mai vissuto un minuto di vita reale e fin da ragazzino si è costruito addosso un interminabile riuscitissimo serial che fa sembrare Dinasty e Sentieri delle minimalistiche commedie di Samuel Beckett.
Uno che, come attore, passa con disinvoltura dal drammatico alla commedia leggera, dalla pochade al sentimentale, con i massimi picchi comunque nell'hard-core.
Chiunque ti tocca o anche solo ti sfiora entra a far parte della sitcom, risucchiato dal tuo protervo carisma, e finisce per assomigliarti. Ex-comunisti (quanti! Perchè tu sei buono e tra gli amici che tu hai una sedia governativa per i comunisti pentiti certamente la troverai...), ex-democristiani, ex-veline, soubrettes che passano senza soluzione di continuità da un calendario per camionisti al calendario delle attività parlamentari, tromboni in servizio permanente effettivo, escorts in servizio permanente affettivo, tutti e tutte brillano di luce riflessa e ti somigliano e ti si apparentano.
Solo tu, Cetto Laqualunque e J Ax avete capito cosa vuole l'italiano medio, ma quegli altri due restano a livello di fiction mentre tu ormai sei approdato al reality show.
La tua utopia è diventata realtà, ha invaso tutti i gangli del potere, da dove tu e i tuoi fedelissimi potete tuonare contro chiunque vi contesti riproiettando con successo su di loro le accuse che vi vengono rivolte. Secondo l'immortale regola molto milanese del chiagn' e fott' imperversate in stile Orwell sulla nazione eppure riuscite ad accreditare nelle 5 televisioni su 7 che controllate direttamente l'immagine di vittime sacrificali di una magistratura schierata e partigiana e addirittura di una televisione tutta contro di voi, alla fin fine lo so che sospettate anche di Minzolini.
Di fronte a tutto questo, cosa dire?
Chapeau.
Quando tu verrai colto da coccolone tra le cosce della "fidanzata" di turno, verrai sostituito da un incolore Alfano, da un pedante Tremonti, o magari quelli del FLIcorno avranno preparato un colpo di stato da quei fascistoni che sono sempre stati e il fine Gianfranco raggiungerà lo scopo della sua vita, farti le scarpe.
Ma prima che ciò succeda, per carità non lesinare le tue riuscitissime gags e le tue divertentissime barzellette.
Anzi mi raccomando, la prossima volta che vai in Israele preparane una bella tosta sull'Olocausto.
E prima della fine della tua carriera politica, dacci un'altra soddisfazione. Tocca il culo alla Merkel in diretta televisiva.
Ordunque il sì ha vinto, seppur di misura. Per i pochi tra voi che non dovessero sapere di cosa si tratta, beccatevi 'sto link e saziate la vostra ineusasta curiosità.
Che un accordo composito, articolato e irto di arguti trabocchetti per il lavoratore Fiat, redatto oltretutto lasciando fuori il sindacato di maggioranza relativa entro l'azienda stessa (la FIOM-CGIL) dovesse passare almeno le forche caudine della valutazione di coloro a cui quell' "accordo" (dzema acsì) si rivolgeva era francamente il minimo sindacale (appunto!).
E per altro favorevoli al sì si erano schierati due uomini della sinistra moderata (anche se il Bisunto dal Signore li considera dei bolscevichi assetati di sangue) di specchiata onestà e soprattutto torinesi Doc (e quindi della Fiat qualcosa dovrebbero saperne) come Chiamparino e Fassino, sindaco in carica e possibile sindaco entrante della metropoli sabauda.
Mi viene in mente il regista Steven Spielberg che dopo l'11 settembre disse la frase (comunque già usata in altre circostanze, ma mai da un relativamente giovane liberal) "Rinuncerei a un po' di libertà in cambio di un po' di sicurezza".
L'accordo proposto da quella faccia da furbetto (sembra un personaggio di Alice nel Paese delle Fregature) di Marchionne, che a lungo avevo confuso con l'ex laterale destro del Parma attualmente in forza alla Fiorentina Marchionni, ha la struttura relazionale, pragmatica e semantica del ricatto.
Del resto il Minestrone Sacconi da tempo va ripetendo che i diritti dei lavoratori devono coordinarsi con (ma si capisce che vorrebbe dire subordinarsi a ma non si attenta) l'andamento del mercato.
Ormai nessuno ci crede più ai miti del proletariato che insorge e risorge, la maggior parte dei lavoratori vota Berlusconi o Lega, i primi perché vorrebbero essere come lui e i secondi perchè hanno deciso che i padroni in fondo sono buoni, sono gli extracomunitari che sono dei fetenti calzati e vestiti.
Dammi l'aumento signor padrone cantava un imbarazzante Celentano, insinunando anche che gli scioperanti avrebbero finito per ammazzarsi di pippe schifati dalle legittime consorti (Chi non lavora non fa l'amore) ai tempi dell'autunno caldo e, per far capire che aria tirava, gli facevano vincere il Festival di Sanremo.
Chi ha votato sì, e lo ha fatto in piena legittimità, ha barattato un po' di libertà e dignità in cambio di una sicurezza dell'impiego (ma io non mi fiderei per nulla, e chi lo garantisce per davvero?) e di una busta paga più pesante in cambio di straordinari obbligatori (mi sembra leggermente un ossimoro ma io sono notoriamente un brontolone diffidente ed incontentabile).
Ma che il 46% abbia corso il rischio di perdere lavoro e salario votando no (perchè Marchionne maglionaio pazzo, col beneplacito di Berlusconi, aveva minacciato in caso di vittoria dei no l'immediato smantellamento di Mirafiori) fa immaginare l'entità del malessere dei dipendenti Fiat, non solo degli operai.
Il blitz di Berlusconi in Germania è stata l'ennesima catastrofe politico-diplomatica: accolto da cartelli di manifestanti (che ovviamente leggono tutti Das Republik) che inveivano contro il Berlusconistan, Silvio al suo arrivo ha salutato la Merkel con uno stentoreo Ciao(la prossima volta tenterà di toccarle anche il culo o quanto meno le dirà "Come butta, bella tracagnotta?").
Raga, stavolta la bacio!!!!
Poi, in conferenza stampa, con la Merkel che non sapeva più dove guardare, ha ripetuto che l'Italia è sotto la dittatura di giudici deviati ed incapaci (e allora non ti meravigliare che in Brasile si attacchino alle tue stesse parole per negare l'estradizione ad un pluriomicida che (a) ha lottato contro uno stato iniquo e demoplutocratico, (b) in Italia sarebbe giudicato da giudici alla Vittorio de Sica che chiede l'assoluzione per la maggiorata fisica, pirla!) ed ha dichiarato che se nel referendum sugli accordi tra Fiat e minoranza sindacale vincerà il no, Marchionne farà bene a portare gli stabilimenti all'estero.
Secondo me perfino in Germania sanno:
(a) che Berlusconi è entrato in politica esclusivamente per evitare la galera e quindi non può che usare metodi screditanti verso i giudici degni di Tano Badalamenti (chiddu ca ggiudica a mmia cunnuto e garruso jè);
(b) che la signorina Fiat, a suo tempo, ricevette robuste iniezioni di denaro pubblico per non farla fallire, considerandola a pieno diritto un patrimonio economico e direi storico della Nazione. E che la signorina Fiat, adesso, semplicemente non può fare i suoi porci comodi col governo che, lungi dal mettere in seria discussione le sue manovre in stile Ebenezer Scrooge, nella persona del Primo Ministro plaude a questo neocapitalismo rampante.
Così, mentre i pupazzetti teleguidati (e, mi dicono, ieri sera Berlusconi stesso) continuano a sbraitare che mai come oggi l'Italia ha goduto di prestigio internazionale, il prestigio reale di cui godiamo è ridotto ai minimi termini.
"Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino". In molti hanno citato i versi di una canzone di Lucio Dalla, che nella fattispecie e nel pezzo in questione, "Disperato erotico stomp" indulgeva all'elogio dell'erotomania e della masturbazione ma, si sa, anche nei suoi pezzi meno seri emerge sempre la sua vena medianica e orientata al futuro. E il commentatore più amaro della vicenda alla quale sto per fare riferimento è stato proprio il suo ex-collaboratore Roberto Roversi, da non confondersi con Tazio Roversi ex-terzino del Bologna nè con Patrizio Roversi turista per caso.
Purtroppo, nel giorno della Befana (la festa dei bambini, ha chiosato qualcuno in vena di sdolcinature alla Caroline Inverness) a Bologna un bambino si è perso. E si è perso di brutto brutto brutto: non lo ritroveremo più e dei miliardi di cose che avrebbe potuto fare di qui alla sua morte fisiologica intorno ai 135 anni, dove nel frattempo le moderne tecnologie bioincentivanti della California d'Italia, la R.E.R. (Ragiono e Realizzo) avranno portato la durata della vita media di un maschio sieronegativo, di quei miliardi di cose non ne farà più nessuna.
Ed è inutile considerarlo di qui in avanti una stellina o un angioletto: le evidenze scientifico-filosofiche ci dicono che Devid è scomparso nel Nulla Eterno, troppo piccolo per creare fenomeni spiritistici e per diffondere le sue energie mentali ancora inesistenti in giro per il Cosmo.
L'estensore di codesto blog è stato triste e imbarazzato testimone della decadenza del sistema sociosanitario della Regione Emilia Romagna. Fino a 10 anni fa era quasi settimanalmente ospite delle Twin Towers ed Nuetor, la sede "creativa" della Regione (mentre in Via Silvani c'era quella amministrativa).
Ricorda con orgoglio e nostalgia lo zio Gigi, allora con qualche capello in più, perennemente con le maniche della camicia rimboccate e giacca e cravatta lasciate appoggiate su una scrivania che non gli piaceva molto usare (nè la scrivania nè i simboli vestiari dello status) che faceva rimbombare il suo pesantissimo accento piacentino in giro per i corridoi.
Poi lo hanno cooptato all'estero per salvare le sorti della sinistra... ma questo è un altro discorso.
L'estensore di codesto blog, quasi si vergogna (anzi togliamo il "quasi") a ricordarlo, nel 1999 invece di decollare alla volta di Sirio come immaginavano le fictions futuristiche degli anni '70 si sarebbe fatto in fine di secolo, è decollato lontano da un Servizio Pubblico parmense che lo faceva ormai vomitare.
Col senno di poi doveva munirsi di tinozza sotto la scrivania e tenersi il posto, ma allora aveva 12 anni di meno e anche lui come Bersani tanti capelli in più.
Ma anche questo è un altro discorso, e io vorrei uscire di qui in avanti da una dimensione di racconto solipsistico per entrare nella dimensione di una ancora insufficiente indignazione collettiva.
Una volta esisteva il Territorio, quello strano animale sfuggente dove succedono i fatti reali, che non ti puoi limitare ad immaginare nel comfort di un ufficio ustionante d'inverno e gelido d'estate (e regolare meglio i condizionatori?).
Una volta esisteva la promozione della salute e del benessere come dovere di ogni operatore sociosanitario.
Una volta esisteva uno spicchio di Terra fra il grande fiume e il morbido Appennino in cui imprenditori e operai votavano per lo stesso partito e condividevano con gioia e soddisfazione una oggi inimmaginabile concordia Già verso la fine degli anni '80 a Roma si accorsero che la Regione Emilia Romagna spendeva troppo per dei risultati difficilmente quantificabili in numeri, mandava in giro geniali operatori di strada, allevava giovani psicologi ferrati nella terapia familiare e nel lavoro di rete ma che non sapevano fare diagnosi e certificati di inadeguatezza per gli allievi meno dotati, istruiva assistenti sociali che ignoravano le leggi elementari dell'economia e del mercato e facevano interminabili colloqui di 30, anche 40 minuti, quando un bravo psichiatra in 5 minuti ti ha già fatto 6 ricette di farmaci tossici per il fegato e la mente e un ginecologo in 1 ora porta a casa 7-8 tickets, privilegiava l'ascolto e la comprensione sulla schedatura dei casi a rischio.
Siccome in Emilia siamo tolleranti e capiamo i sistemi complessi, non ci siamo mai lamentati (come fanno i cugini di Oltrepò) che a fronte delle tasse che i nostri imprenditori, artigiani, liberi professionisti mandavano e mandano al Governone Centrale bisognava quasi questuare per avere indietro quanto bastava a garantire servizi pubblici moderni ed efficienti. Non abbiamo mai messo il federalismo fiscale fra le priorità, e mediamente siamo molto più statalisti di veneti lombardi e piemontesi.
La morte del povero Devid si colloca in questa barbarie del Terzo Millennio, in una città pulita e violenta la donna partorì una stella (e questo è un De Gregori coevo del Dalla di A Bologna non si perde neanche un bambino).
Si colloca in una città che da un anno non ha più sindaco.
Si colloca in una città dove ormai i servizi sociali sono assediati da un'onda di piena di disperati dai quattro angoli della Terra che chiedono chiedono chiedono (un leghista direbbe pretendono pretendono pretendono ma io leghista proprio non lo sono) mentre i nuovi poveri italiani spesso sfuggono perché temono di avere indietro non quell'ascolto che non c'è più ma se mai delle pesantissime sanzioni (la principale delle quali è la perdita dei figli).
Si colloca in una città indifferente in cui un neonato sta in strada al freddo e nessuno si sente di intervenire "perché ci deve pensare chi di dovere". La solidarietà è la prima a venir meno quando la crisi economica alza la testa.
Si colloca in una città in cui "Noi gli abbiamo proposto un aiuto e loro l'hanno rifiutato".
Si colloca in una città in cui essere poveri non è più una disgrazia ma una colpa.
E conclude un giovane Claudio Lolli guardato con affettuoso distacco dal Claudio Lolli anziano che vorrebbe dire ben di peggio: E la voce che mi esce si disperde tra le case, sempre più lontana, se non la conosci è l'angoscia metropolitana.
Certo, le rivoluzioni culturali e scientifiche cominciano così.
Un giorno un eccentrico signore svizzero si chiese "Metti caso che si possa esprimere in un'unica equazione la massa e l'energia... Magari è una cazzata ma vediamo cosa viene fuori...".
Molti secoli prima un palestinese perseguitato dagli israeliti (allora però la cosa era quasi originale) si disse "E se immaginassimo che il ricco e il povero, il ladro e l'onesto, la puttanona e la donna tutta casa e tempio, sono tutti uguali e che anzi in cielo ci saranno più cammelli passati per la cruna di un ago che ricchi? Eh, che ve ne pare? Mica mi metteranno in croce per questo...". Le ultime parole famose...
Prima ancora un signore greco malmaritato precedette di un 22-23 secoli Edgar Morin e compagnia speculante (nel senso filosofico, ovvio...) sostenendo che "più si sa, più si sa di non sapere".
Alla fine del secondo millennio, un pelatone meneghino si disse "Vuoi vedere che è più facile vincere le elezioni avendo tre televisioni che vincere il primo premio della riffa di Arcore dopo aver comprato tutti i biglietti?". Per premio il signore gli fece vincere tante di quelle elezioni che metà bastavano, gli fece anche ricrescere i capelli e tanto che c'era creò migliaia di aghi con crune di 3 metri di raggio.
Non sempre dei sogni bisogna capire il significato. I sogni operano nel reame del processo primario dove il principio di non-contraddizione viene continuamente aggirato e ogni singola immagine può significare innumerevoli cose. Era Freud che con sicura sicumera positivistica sosteneva che esistesse una ed una sola interpretazione possibile, alla quale la MENTE SUPERIORE dell'analista sarebbe prima o poi arrivata. Molto più plausibilmente i sogni, che aggregano e condensano con vorticosa velocità quello che nella nostra vita da svegli è spadellato in quattrocento aree diverse, ci forniscono un angolo visuale più saggio e onnicomprensivo. E da questo angolo visuale cercano (meschinelli...) di farci capire che non esiste nulla che sia solo questo e nulla più. Quindi, caro Osvaldo, in un certo momento della tua vita potrebbe giovarti in qualche misterioso e allegorico modo pensare che quelle due "matasse" siano la rappresentazione ostensiva delle tue tensioni interiori; mentre in un momento diverso potresti interrogarti sulle tue fantasie di fusione con la Madre Ancestrale; ed in un altro ancora riflettere sul conflitto fra il bisogno di conservare un'identità incisa in un materiale solido sì, ma comunque biologico piuttosto che minerale, e il bisogno di conservare (pur nella fusione) uno spazio di movimento libero rappresentato da quella dolce oscillazione, da quell'ipnotico dondolio. Ognuna di quelle sfaccettature rifletterebbe un pezzo del tuo microcosmo esistenziale, e come tale in quel momento sarebbe profondamente VERA.
Con un abbraccio affettuoso ad un amico perso di vista, ma credo in modo solo provvisorio.
Devadip ormai guardava il mondo dall'alto della sua snobistica aristocrazia e dal basso delle sue concrete realizzazioni: la sua missione sulla terra era miserrimamente abortita. Doveva portare l'appagamento esistenziale e sessuale nella vita di una piccola graziosa signora di mezza età per poi garbatamente scomparire prima che il tutto degenerasse in una convivenza con drammi paraconiugali per lo scorretto schiacciamento del tubetto del dentrificio (e comprarne uno di plastica?). Invece, probabilmente per le mancate indicazioni in cabina di regia del suo mentore Sheeva, divinità ogm con cromosomi statunitensi ed ucraini, si era messo di traverso ed aveva completamente infranto i limiti della sua missione, era andato fuori tema, si era per così dire umanizzato diventando volgarmente geloso, squallidamente possessivo, goffamente intollerante e alle volte perfino coprolalico.
Per cui Sheeva, una volta esaurito il Consiglio d'Amministrazione con Brahma e Vishnù (durato circa dieci minuti celesti ma ben due anni terrestri) si era trovato davanti il suo droide-avatar Devadip completamente fuori controllo. Umanizzato, dedito alle bevande alcoliche, al tifo calcistico, all'ascolto di profano prog-rock anni '70, e soprattutto preda di un grottesco equivoco per cui, in assenza totale di indicazioni dall'alto, si era incapricciato di una villanella malsana dal purulento ventre e dai modi inurbani, mentre la delicata damigella che col suo mantra durante un corso di reiki aveva indotto Sheeva a produrre con atto creativo n. 86/2006 l'oggetto dei suoi desideri (per l'appunto, il nostro Devadip) attendeva paziente un uomo che "le parlasse e la possedesse" (anche se lei aveva usato un'espressione un po' più esplicita che qui non possiamo riportare).
La reazione di Sheeva, già irritato per le reprimende dei soci Brahma e Vishnù (che lo accusavano di essere un po' troppo distruttivo, ma non era quello il suo ruolo nella filosofia-religione induista? Quando la gente è prevenuta non c'è niente da fare...) era stata molto brusca e sgarbata: privato di tutti i suoi privilegi di semidio, il povero inconsapevole inconsistente inconsulto Devadip era stato condannato a concludere la sua esistenza come un comune mortale. E che con la damigella di mezz'età se la strigasse lui, visto che anche lei non si capiva cosa Buddha volesse.
E da quel momento il povero Devadip, creato alla fine del 2006 con 49 anni di memorie posticce da italiota standard, aveva saputo di essere un semidio, ma nel momento stesso in cui perdeva tutti i privilegi connessi alla sua condizione.
Mescolato da quel momento in poi ad una umanità rumorosa e sudaticcia che gli provocava un misto di sgomento e attrazione per l'abisso, aveva vissuto come poteva alternando rari momenti di intensa grandezza a reiterati momenti di totale squallore.
Alla gelida perfezione della sua missione aveva un po' per amore e un po' per forza sostituito la calda imperfezione della sua permanenza terrena.
Ma quanto meno, non era tornato 25 volte con la villanella malsana nonostante reiterati inviti telefonici da parte di quest'ultima. Solo mezza volta, e riuscita malissimo.
Sul fatto invece di concludere la sua esistenza nelle esotiche vesti di missionario laico ricordato post mortem come Barombo Tazombo (Uomo Bianco Che Quando Parla Non Si Capisce Niente Ma Suona Tanto Bene), quello poteva ancora succedere.
Lo stile di Berlusconi, per fortuna o purtroppo, non resta limitato all'Italia, ma si diffonde come una metastasi in tutto il mondo.
E' uno stile caratterizzato da arroganza, protervia, totale mancanza di rispetto per le opinioni diverse dalle proprie, assoluta ignoranza politica, maleducazione ed aggressività.
Parecchi imams (con la esse, son più d'uno) alle reazioni giustamente costernate di Benedetto Pervi (moderna rilettura della dicitura Benedetto XVI) dopo l'ennesimo massacro di cristiani inermi hanno reagito condannando le "ingerenze" del Vaticano.
L'operazione è assolutamente familiare per gli osservatori della politica italiana e (per inciso) è assolutamente proprio dello stile comunicativo dei malavitosi: si tratta di un repentino e istantaneo passaggio dal contenuto alla relazione, per cui sul contenuto delle critiche non si spende neppure una parola, ma si metacommenta sul presunto mancato diritto del criticante di esternare le sue critiche. Quindi, i magistrati che eccepiscono sui comportamenti di Berlusconi e dei suoi innumerevoli portaborse sono tutti esponenti di una lobby comunista, 'u poliziottu ch'arrestò a mio cuggino è cunnuto e garruso, Mr. Pervi deve tacere perchè sui musulmani massacrati in Iraq non si è pronunciato.
Il governo ungherese, zitto zitto tomo tomo cacchio cacchio e soprattutto senza essere presieduto da uno che possa dire a un conduttore televisivo ungherese "Lei taccia Florint, che di televisione io ne so molto più di lei..." ha varato durante il 2010 una legge in stile MinCulPop che sanziona con sesquipedali multe chi diffonde notizie o comunque contenuti atti a destabilizzare ( “La libertà di stampa non è più fine a se stessa, dovrà servire l’interesse pubblico”, ha annunciato la gentile garante per i media pubblici, neanche il Mascellone aveva mai osato spararne una così grossa). Una radio si è beccata una multa per aver trasmesso un rap che minerebbe l'equilibrio della gioventù magiara, adesso pare che trasmettano solo gli innocui rap del Jovanotti fine '80.
Il destino cinico e baro ha voluto e vuole che l'Ungheria, come accadde al Berlusca quella volta delle offese all'eurodeputato Sculz declassato a kapò (e io al posto di Schulz avrei risposto "E voscienza piffitto sarìa per la parte di Tano Badalamenti visto ca tene lo stesso sorriso da squalo") terrà la presidenza dell'Unione Europea per il prossimo semestre. Alex Drastico forse avrebbe commentato "Ma li fate entrare tutti?".
Alle serrate proteste della comunità internazionale (che, va detto, con la Cina e il suo strapotere politico ed economico ci va molto ma molto più leggera di fronte a crimini ben più feroci, mentre con quei poveracci degli ungheresi è come sparare sulla Croce Rossa) il Primo Ministro Viktor Orban, invece di limitarsi a ricordare sommessamente la libera autodeterminazione di un governo liberamente eletto ha ricordato che con i due terzi dei consensi il governo da lui presieduto può fare quello che vuole, e anzi tanto che c'è ha in mente di modificare in modo sostanziale la Costituzione.
Neanche Gasparri avrebbe osato tanto...
Nella foto ANSIA, Berlusconi guarda con grande compiacimento i suoi emuli, anzi (mi voglio sprecare) li definirei epigoni....
Che ci crediate o no, posso prevedere come passeranno i minuti adiacenti alla mezzanotte svariati personaggi famosi o ignoti perfino alle loro stesse mamme.
Cominciamo con John Stretching, anziano commerciante londinese qui ripreso col suo fraterno amico Joe Mitraglia (non chiedetemi chi dei due è Stretching perché non me lo ricordo).
Stretching è imbarcato da tempo per una crociera nei mari del sud vinta ad un concorso della London Society for Useless Business. Agli antipodi della sua amata Inghilterra, stanotte ronferà come un contrabbasso dopo essersi bevuto una pinta di rum durante il pomeriggio. Svegliato dalle per lui inaspettate celebrazioni del nuovo anno, dapprima urlerà in inglese oxfordiano Shedòp yo bostords che equivale in modo più colorito a un veneziano Tasè mona,
Ci metteranno tutta la notte a spiegargli che avendo attraversato la linea del cambiamento di data doveva mettere l'orologio avanti di un giorno. Niente. Tornato a Londra protesterà ancora, e domani notte stapperà champagne in un salone semivuoto con quattro droghieri livornesi che giocano a briscola. Dal 7 gennaio ricomincerà a vendere marshmallows e marmite.
Molto particolare la sorte che toccherà a Bono Vox, che col cognome che si ritrova verrà scambiato per un amplificatore e collegato via cavo alla ancora piacente Dusty Springfield. Senza perdere il suo aplomb, Bono commenterà in seguito 'Twas the best concert ever in my whole life, ma l'aveva già detto a Reggio Emilia nel 1995 e chissà in quanti altri posti.
Fabrizio Tavernelli da Correggio farà il sold out al Madison Square Garden e gli americani impazziti ascolteranno ripetutamente Comandante Straker all'incontrario alla ricerca di messaggi satanici. E in effetti in aramaico ODAH SADME AFAOFU è una chiara invocazione al Maligno.
Stefano Belisari da Milano suonerà per l'ennesimo anno consecutivo in una gelida località del Nord Italia, Ormai alle promesse dell'impresario Ueh raga, quest'altr'anno per Capodanno vi mando a Tropea el ghe cred minga pù.
Antonella Clerici in piena crisi narcisistica si tufferà nuda nell'Atlantico meridionale dove verrà subito divorata da un'orca. Consoliamoci pensando che sarebbe stata divorata anche vestita.
Il direttorissimo Minzolini sempre più in crisi d'ascolti indirà una conferenza stampa a Piazza Navona. Interverrà solo un'anziana signora che gli ricorderà "Viè a casa, Augù, che t'ho fatto 'e tajatelle."
Ivo Perego di Colico smonterà dal muletto alle 23.45, berrà una cassa di champagne, tromberà la moglie (una rottura di palle però bello...), le troverà il vibratore così poveraccia gode anche lei, telefonerà all'amante e riprenderà la produzione alle 00.05 in punto.
Infine, un giovane anziano di Parma, zona Oltretorrente, verrà coinvolto in un pogo non previsto al concerto degli Squish Squash e passerà le prime ore della seconda decade del primo secolo del Millennio di Cacca (per trovare di peggio bisogna andare nel paleolitico ma allora non c'erano i blog) al pronto soccorso dove un ortopedico in basa tronca gli peggiorerà tutte le fratture.
Oggi dovrei ingegnarmi, se fossi un bravo editorialista in sedicesimo, a creare una struttura che connette (il famoso pattern which connects di cui parlava Gregory Bateson) per collegare tra loro i fatti della cronaca: certamente troverei angoscianti affinità tra le mosse di Marchionne che sta riformando l'economia, la lotta di classe, il bon ton vestiario, il lessico (e per il momento ha finito di sdoganare il concetto "Chi il lavoro vuol conservare, a questi patti deve sottostare e se la FIOM ne pensa male che vada a leggersi il giornale") e il manipolo di pastori sardi incazzati per l'appunto come pastori sardi, dopo aver lavorato per anni vedendosi pagato il latte la metà di quanto costava a loro, bloccati ad ogni buon conto al porto di Civitavecchia (e Maroni medita di cedere la Sardegna alla Spagna così se la strigano loro), fulminante esempio di azione preventiva perché "si sospettava" che potessero inscenare a Roma manifestazioni di dubbio gusto e di nessuna legalità (si sa, i pastori sardi non frequentano i salotti di Lina Sotis, magari regalano 1000 pecore ai pastori abruzzesi devastati dal terremoto ma restano dei brutti ceffi maleodoranti e pericolosi).
Ma siccome non sono un bravo editorialista (anzi, non so fare quasi nulla e l'unica cosa che mi riusciva da Dio sono due anni che non la pratico più se non in allenamenti individuali notturni) preferisco dedicare questo post a Tonino che oggi avrebbe compiuto 94 anni.
Ovviamente li avrebbe compiuti se non avesse fumato, se avesse bevuto solo acqua di fonte e mangiato solo cibi naturali e genuini. Avendo condotto una vita da normale amante della buona tavola e da fumatore purtroppo per lui smodato (lui si vantava che se avesse allineato tutte le sigarette fumate avrebbe raggiunto la Luna, e io controbattevo indicando l'asfalto della strada per dargli l'idea di come fossero incatramati i suoi polmoni e, come dimostrava la sua ormai galoppante arteriosclerosi, irrigidite le sue coronarie) è decollato da questa terra verso l'ignota destinazione dei defunti 13 anni e un giorno fa.
Può risultare curioso che nella contiguità delle due date io celebri la più remota piuttosto che la più prossima. Ma celebrare il compleanno ormai non più celebrabile di un defunto è obiettivamente più gaio che celebrare il giorno della sua morte, avvenuta in un Ospedale di Parma a corto di personale per le festività natalizie e seguita da grottesche procedure burocratiche, compresa "il riconoscimento della salma".
E può risultare ancora più curioso che di quest'uomo scontroso eppur pieno di un viscerale senso dell'umorismo io non dica più nulla. Perché in questo blog ho disseminato mille pagine almeno in cui parlavo di lui senza parlarne.
E quindi basta così.
Hai sempre dormito come un sasso, e sicuramente riposerai bene. Non come me, che ho il sonno agitato e da morto diventerò un poltergeist.
Pensavo di chiudere il mio blog fino a Capodanno, disorientato e logorato dalle badilate di retorica che attraversa questi giorni prenatalizi, dopo aver licenziato un post che raccoglieva il mio The best of degli anni 2007 e 2008 (nel 2006 il mio post prenatalizio faceva barrire da quanto era brutto e scontato, e nel 2009 addirittura non ne avevo fatti). Ma poi, datosi e visto che il rapporto con questo blog è assolutamente anarchico, umorale, capriccioso e irrazionale, insomma privo di qualsiasi sovrastruttura razionale e/o programmatica, delle riflessioni che stavo facendo (unite a stralci di canzoni che mi percorrevano l'encefalo) mi hanno pirandellianamente chiesto (alla Sei personaggi in cerca d'autore) di essere disperse nel web dove avrebbero trovato infine pace.
Figliolo, sei sicuro che oltre a un pessimo carattere fra te e me ci siano altre similitudini che avvalorino il paragone?
Io sono mediamente cinico coi miei simili, ma con le idee di solito divento molto buono e disponibile e tendo ad accontentarle (è per questo che sono ridotto così male, ma questo è un discorso che rifacciamo nel 2011, per ora lasciamolo lì a stagionare),
Vedendomi intorno facce apparentemente più preoccupate di trovare ancora qualche regalo per il cognato della portinaia del commercialista che felici e beate per il clima natalizio (peraltro quest'anno Natale cade di sabato e si presta poco a sapienti ponti di quasi una settimana, quindi per molti si tratta di un normale week-end con in più lo stress dei regali e il terrore del cappone ripieno della zia Adalgisa) mi è sovvenuto questo stralcio:
Posto che a Natale c'è uno scambio di regali Che i regali vanno presi, impacchettati, poi li metti sotto l'albero Posto che il problema principale è procurarsi dei regali Non importa cosa prendi, l'importante è che li prendi
Provo a non ridurmi all'ultimissimo momento Ventiquattro sera diciannove e ventinove negoziante, stai chiudendo
Mi accontento di qualunque puttanata una maniglia colorata, un portaspilli, un portafogli, un portafigli, una cagata, qualcosa... (Stefano Belisari).
Ancora mi ricordo quando ero in Piazza Garibaldi l'ultimo dell'anno del 2006 a far divertire te e quegli altri divoratori di tortelli d'erbetta con 10 sotto zero, PIRLA!!!!!!!!!!!!!
Va bene che poi cliente e negoziante addivengono a un accordo, ma solo perché quest'ultimo invece di esercitare la dovuta inflessibilità si perde in memorie degli anni '80 quando asserisce di aver suonato coi Via Verdi (sempre ammesso che si tratti di un titolo di merito).
Poi, nel vedere un'altra faccia, quella di un Babbo Natale che si strafocava di birra in un angolino buio e un po' maleodorante delle Ghiaie aspettando che qualche bambino fosse tanto masochista da farsi una foto con lui, ho riesumato forse la più bella canzone della incerta carriera musicale di Paolo Rossi
Ecco il comico momentaneamente prestato alla canzone d'autore mentre si esibisce in un fanculo bemolle carpiato settima più
(su musica addirittura di Claudio Baglioni) che del Natale dà un immagine appunto alla Paolo Rossi:
Son vestito da Babbo Natale a un incrocio un po’ ubriaco e allieto questa mia città fisso le vetrine illuminate e i tacchini giustiziati e un capitone mi fa ciao Dietro c’è un cartello "paghi dopo, prendi prima" ma che bravi! non ti fanno preoccupar… Sento le campane qui vicino e tra i piedi un ragazzino mi ci butta un trick e track Bastardo! Non sai che io… Io ho finito i soldi proprio il giorno di Natal qui pagheranno fra 2 mesi e il 31 m’arriva un creditor e chi lo compra lo spumante per brindare con il mio amor? Penso a quel geometra in galera piange, scrive, si dispera, ma ha un salmone da leccar schizzan fra i Re Magi ed una Volvo stan cercando una cometa con in mano il cellular Passano le mogli riciclate e le amanti abbandonate fino a tutto il 26 il mafioso con la TV accesa si commuove senza posa per il filme "La vita è… … meravigliosa" E io, io, io… Io ho finito i soldi proprio il giorno di Natal qui pagheranno fra 6 mesi e il 31 m’arriva un creditor e chi lo compra lo spumante per brindare con il mio amor? che ha finito i soldi, anche lei il giorno di Natal tra noi c’è stato un sol regalo… …una bellissima cambial! Io ho finito i soldi proprio il giorno di Natale e non so neanche dove ho messo il mio abito normale e chi me lo compra lo spumante per brindare con il mio amor? che ha finito i soldi, anche lei il giorno di Natal Avessi almeno le mie renne farei una rapina a Courmayer! …la lalalaila la… E canto questa canzonaccia che tanti ascoltano a Natal tanti che son senza le renne e pur fanno Babbo Natal! (Paolo Rossi).
E ho pensato alla nevrosi natalizia, al cui confronto il tedio domenicale di Giovanni Lindo Ferretti è un pruritino alle ascelle,che può portare a gesti inconsulti:
Come in un libro scritto male lui si era ucciso per Natale (Francesco Guccini).
Coi diritti d'autore ce n'è già da comprarmi una Lamborghini, veh Rinaldoni! E meno male che oggi ti sei limitato a due righe. Intanto io sono qui in spada alle porte di Parma che cerco casa tua, o almeno vedo se arriva una ventata di marino.
Ho ricordato con una leggera nausea i miei natali medesanesi prima, langhiranesi poi, al cui confronto il film Parenti serpenti sembrava La compagnia dei Celestini; mi sono perfino chiesto come sarebbe stato il Natale 2007 con la villanella malsana, sua madre e sua sorella ancora più pazze di lei, se non fosse ricomparso da Benevento Costa dell'Est a soffiarmi il posto,
o con la Shirley completa di figlio, nipotini e sorella maldicente "Prima un extracomunitario e adesso uno che non si capisce che lavoro fa?", se non ci fossimo lasciati ai primi sentori di inverno dopo i fuochi (molto) artificiali della bella stagione:
Oggi è Natale oggi è Natale, passati due giorni però te la faccio pagare. (Valentino Alfano per Mina)
Ho ricordato i Natali organizzati per i giovani ospiti del CEIS o per quelli meno giovani della San Cristoforo
È festa persino in galera e dentro alle case di cura soltanto che dopo la festa la vita ritornerà dura (Pierangelo Bertoli)
e infine ho ricordato i prodigiosi tortelli della suocera medesanese, che a capodanno davano ancora segni di sè nell'apparato digerente
...sono già due mesi che sento odore di mandarino e di aghi di pino e ne ho la nausea, pubblicità del panettone senza pausa, assediato da nevicate di mandorlato! ... in cucina mia madre è chiusa già da un mese poverina si sbatte di brutto, lavora come un somaro albanese, ha fatto tra l'altro anche otto chili d'arrosto, nel migliore dei casi mi trovo a mangiare gli avanzi fino ad Agosto. (Alessandro Aleotti).
Sentiti ringraziamenti per la citazione
In conclusione, mentre accendevo il computer, mi dicevo che sarebbe bello se la celebrazione fosse legata a qualcosa che sta realmente succedendo, non all'anniversario di qualcosa successo più di 2000 anni fa di cui oltre tutto si è drasticamente perso il significato. O quanto meno, se si potesse celebrare in modo sincero e non rituale, solo con chi si vuole e non con chi si deve.
Se ogni tanto si potesse celebrare la vita e la speranza, ma così, a sorpresa, magari mollando mezz'ora il lavoro perchè quello che si sta per celebrare è più importante.
E mi sono dato per la ottocentocinquantasettesima volta in vita mia dell'illuso (tengo contabilità accurata di queste cose).
Buon Natale a chi se lo merita, quindi contiamoli pure sulla mano di un mutilato.
La Natività non è più quella di una volta: il bue e l'asinello verranno macellati già questa sera per essere una delle principali portate della cena sociale della Polisportiva Jerusalem FC (lo squadrone che tremare il mondo fa), e la Madonna e San Giuseppe scalderanno a turno il bambinello alimentandosi con paprika, ponce al rum e altri alimenti riscaldanti. Gesù avrà molto caldo ma farà una certa fatica ad addormentarsi e sarà grazie a questa cura che, pur essendo nato in Palestina, avrà quegli anacronistici capelli biondi da finlandese.
La Natività non sarà annunciata dagli angeli, tutti smistati a Broadway per l'ultimo musical di Andrew Lloyd Webber (Mary, Joseph and a bunch of lonesome angels, su testi di Leonard Cohen), ma da alcuni volantini stampati da un vecchio ciclostile del Liceo Scientifico Marconi di Parma, inutilizzato dall'occupazione del '75.
I centurioni romani saranno sostituiti da agenti della Stradale che abbatteranno la cometa a forza di colpi in aria per sedare i tumulti tra i pastori ubriachi.
I pastori adoranti saranno sostituiti da ultrà della Lazio che isseranno lo striscione "Nun c'è Cristo che tenga...".
San Giuseppe non solo sostituirà l'Angelo volando con un rudimentale deltaplano costruito da Icaro, ma dovrà procacciare contratti pubblicitari per il Notiziario di Betlemme e fare corsi di riqualificazione ai patori in esubero che dopo l'Epifania verranno riciclati come falegnami segantini (absit iniuria verbis...) (21 dicembre 2007)
Natale cade all'inizio dell'Inverno e risente di culti antichissimi che esorcizzavano la paura del gelo e della carestia.
Ben pochi si sarebbero ritrovati al disgelo tre mesi dopo, una bella fetta sarebbe morta assiderata o di fame, o sbranata dalla tigre dai denti a sciabola che godeva di più efficaci protezioni termiche e di ben maggiore speranza di evitare la denutrizione, mercè la propria superiore velocità.
La Chiesa Cristiana, che non passa a fil di spada gli infedeli ma cerca con astuzia di assorbire i loro rituali, ha nel tempo trasformato questi riti nel Natale. Ma l'aspetto scandinavo del bambinello e il paesaggio ben poco medio-orientale del presepe lascia pochi dubbi sulla genesi della leggenda.
Quanto poi alla Cometa che seguiva il bambinello, si trattava in realtà di un attacco atomico di Erode purtroppo fallito: per mancato pagamento dell'ultimo stralcio da parte degli eredi Harrod's, la cometa invece di schiantarsi sull'umile capanna entrò in orbita geocentrica eccentrica e ogni 2000 anni passa per vedere se :
C'è qualcuno su cui planare con esiti letali;
L'ultimo stralcio è stato pagato. Come tutti gli anni Gesù nasce nell'indifferenza totale, i pastori sbevazzano, giocano a morra, non vedono l'ora che le luci si spengano per accoppiarsi con le pecore o tra loro (si sa, ai tempi la moralità era un po' precaria...), il bue e l'asinello sono sempre sull'orlo della discesa in sciopero perchè ogni anno la biada è più scadente.
I Re Magi bevono tanta Red Bull che sono già in extrasistole e di quando in quando prendono il volo schiantandosi contro dei Patriot vaganti.
L'anno prossimo, infine, Maria quando vedrà l'angelo scapperà a gambe levate e non ci sarà nessun Natale.
(24 dicembre 2007)
Fare gli auguri per Natale? Facile come confezionare una crostata rispolverando qualche frase usata che messa lì, alla fine non fa male...
Fare gli auguri per Natale? Solito giochino delle usanze risapute o delle cose dette e non credute così nessuno ci rimane male...
Fare gli auguri per Natale? Medito di fare finta che sia il venti giugno, a chi pretende auguri dare un pugno pur sapendo che è ingiusto e che non vale...
Ma siccome alla fine sono buono se proprio devo farlo, via, facciamolo e l'abusato rituale usiamolo come concetto e non solo come suono.
Perchè il buonismo che tutti abbiamo in mente non finisca il dicembre ventisei quando come sei fatto e come sei si tornerà a vedere chiaramente.
(21 dicembre 2008)
Andare da Nazareth a Betlemme in groppa ad un asino più vecchio di tuo marito, che ti segue zoppicando ad un'andatura di circa 500 metri all'ora; e per giunta evitando come la peste la via litoranea, dove quei simpaticoni dei Romani esigevano un dazio insostenibile per le loro tasche, ma transitando per le alture della Samaria, con l'asino esausto che cercava di tirare calci a Giuseppe ogni volta che gli allungava un filino di biada.....
tutto questo era un po' troppo per la giovane Maria, che però taceva perché già spiegare a Giuseppe quello che era successo 8 mesi prima era stato molto complicato: Giuseppe la guardava senza capire (o senza voler capire), troppo vecchio innamorato e tontolone per prenderla a ceffoni, ma ogni tanto con la voce rotta dal pianto la prendeva da parte e le chiedeva "Vabbè, c'è stata una gran luce, è arrivato l'angelo del Signore, MA POI COS'E' CHE E' SUCCESSO DI PRECISO???".
Comunque, se tutta quella fola era vera, il figlio sarebbe stato maschio ed avrebbe dato una mano in bottega (tra parentesi, se fosse venuta fuori una femmina a quel punto Giuseppe avrebbe avuto fondati dubbi sulle spiegazioni di Maria).
Solo una cosa ogni tanto la giovane Maria si attentava a chiedere: "Ma almeno lì a Betlemme hai prenotato un posto per dormire, Peppino?". Giuseppe si inalberava e giurava che il cugino Ahmed li avrebbe ospitati nella sua tavernetta. Maria ci credeva poco ma taceva.
Quando giunsero in vista di una splendida città, Maria (che nulla sapeva di geografia e non si era mai mossa da Nazareth) chiese speranzosa "Peppino, è questa Betlemme?", ma lui rispose "Naaaah... Questa qui è Gerusalemme, sciocchina, secondo te? Betlemme è appena fuori le mura, un venti miglia più a sud...".
Le miglia forse erano anche 40.
E mentre Gerusalemme si allontanava alle loro spalle, entravano nel deserto della Giudea, un incrocio tra il circondario di Enna e Quarto Oggiaro, la landa più inospitale che lei avesse visto.
"Peppino, ma davvero vieni da qui?" chiese Maria, lui grugnì una non risposta e lei evitò di insistere...
Maria era stanca, aveva la nausea e 456 voglie diverse che non osava esternare, e il viaggio a dorso d'asino non aveva certo migliorato la sua situazione psicofisica. Quando poi pensava che Giuseppe avrebbe potuto fare il viaggio a Betlemme da solo, visto che era solo il capofamiglia che doveva registrarsi al censimento nella sua città di origine, aveva voglia di urlare.
Nessuno le toglieva dalla mente che Giuseppe se la fosse portata dietro perché, per l'appunto, non aveva digerito la storia dell'angelo del Signore e preferiva tenerla sotto controllo. Ma, accipicchia, avrebbe potuto affidarla a qualche parente dicendo "Datele un occhio perché sta attraversando un momento difficile...", Maria avrebbe capito. Portarsela dietro in quel modo le sembrava una cattiveria indegna di quel povero vecchio bonaccione che lei aveva sposato senza entusiasmo ma con filiale affetto.
E poi, ma se ne rendeva conto lui che il parto poteva avvenire in qualsiasi momento, e le speranze di trovare un Doctor Domus che li soccorresse seduta stante erano bassissime?
Fosse come fosse, ormai erano arrivati a Betlemme, la città di Peppino.
Oddio, città... Betlemme era una specie di ipertrofica oasi dove cammellieri, beduini, nomadi e dik-dik cercavano ristoro e se possibile svago nei loro viaggi attraverso il deserto di Giudea, le sue uniche attrattive erano delle bettolazze in cui l'ultima passata di straccio era avvenuta ai tempi di Mosè.
Giuseppe leggeva negli occhi di Maria un malcontento che sconfinava nello schifo, ma come sempre non sapeva trovare le parole adatte per confortarla e grugniva delle parole dirette più a sè stesso che alla sua sposa, che peraltro si era assopita in groppa al somaro e sognava senza ritegno di essere onorata per i 2000 anni successivi come la Madre di Dio (cosa che da sveglia non avrebbe minimamente osato).
Decise così di cercare la casa del cugino Ahmed che, 12 anni prima, di passaggio da Nazareth, gli aveva detto "Quando passi da Betlemme se non ti fermi da me mi offendo veramente..." e scoprì con un certo imbarazzo che al suo posto c'era un emporio che vendeva fichi, datteri e scope di coda di cammello.
Si maledì per non avere almeno telefonato, e con la sua inveterata timidezza cercò balbettando e biascicando di vedere se qualcuno conosceva Ahmed e il suo eventuale nuovo indirizzo in città.
Ma, tra la grossolanità delle spiegazioni di Giuseppe e la scarsa cordialità degli indigeni, di Ahmed non trovò traccia alcuna. Allora si contò in tasca e vi trovò 2 talenti e 55, con i quali al massimo poteva comprare un chilo di fichi e uno di datteri, cosa che comunque fece perché da Nazareth avevano mangiato solo qualche decina di bacche selvatiche ai limiti inferiori della commestibilità.
Mentre Maria si svegliava e la notte scendeva, Giuseppe pensò "Ma potrebbe andare peggio di così?".
Poteva.
Maria cominciò a contorcersi in spasmodiche doglie, cosa che al limite le impedì di fare a Giuseppe un sacrosanto cazziatone per la sua imprevidenza.
Assistiti da alcuni trafficanti egiziani, trovarono una spelonca dove un bue macilento frugava disperato alla ricerca di cibo in una ipotesi di mangiatoia. Riciclarono il bue e l'asino che li aveva trasportati (ben contento, quest'ultimo, di passare ad una occupazione più sedentaria a parità di stipendio) come rudimentale impianto termico. Perché di neve non ce n'era (non esageriamo, la Palestina non era la Scandinavia) ma comunque le notti del deserto sono belle freschette.
E Gesù nacque, "adorato" da quattro pastori un po' ubriachi che si davano ironiche pacche urlando "Bello questo bambino, tutto suo padre....", chissà se con malizia o meno.
Nel tornare in fretta a Nazareth, a Giuseppe venne in mente che non era neanche passato a registrarsi per il censimento, si immaginò passato a fil di spada da un legionario romano (a quel tempo le sanzioni amministrative erano particolarmente severe) e vomitò i due datteri che aveva appena trangugiato.
Però Gesù era davvero un bel bambino: e Giuseppe, che ormai alla sua età si commuoveva facilmente, sentì di volergli già un po' di bene. (23 dicembre 2008)
Poche tracce di vita, nulla più rimane da seguire tanto che ormai siamo tutti irriconoscibili.
I prepotenti al volante, il pallone che rimbalza da ogni parte, la bugia che diventa poesia, l'inganno che ci rende amorevoli.
Ma che gente c'è in giro, quali sono gli altri umani con cui vivo? E non riesco a capire se sono io...
Una visione tradita, l'ansia del minuto che sta per passare, ognuno di noi può giocarsi tutti i suoi crediti; il venditore ambulante, quello trascinato dalle circostanze, che sia vittoria o che sia agonia ci si butta, costi quel che costi.
Ma che gente c'è in giro, quali sono gli altri umani con cui vivo? E non riesco a capire se sono io...
Il pavimento che crolla e nessuno si sposta, Il pavimento che crolla e nessuno si sposterà, Il pavimento che crolla e nessuno si sposta, Il pavimento che crolla e nessuno si sposterà.
Una corsa infinita, ci si scontra ma nessuno se ne accorge, sembra normale che non ci sia differenza tra orgoglio e vergogne.
Ma che gente c'è in giro quali sono gli altri umani con cui vivo? E non riesco a capire se sono io che non sono più comprensivo.
Sulla gente si può essere drastici e un po' intolleranti come il Battiato che cantava "Coatti nella convivenza affrontiamo il progresso"
o affettuosamente ruffiani come Renato Zero che rivolgeva l'invito "Metti un ponte fra te e la gente" che manco quelli di Viva la gente simpatica più che mai.
Fabrizio Tavernelli, che suscita più che la mia incondizianata ammirazione nella sua veste di artista puro perennemente lontano dall'equilibrio (se Prigogine l'avesse conosciuto l'avrebbe eletto a rappresentante per antonomasia dei Sistemi Instabili Universali) la mia rabbia per non essere io mai stato capace di tradurre in parole (prosastiche o poetiche farebbe lo stesso) i concetti che lui esprime con cartesiana esattezza, Fabrizio Tavernelli appunto, ha trovato in questo suo recentissimo pezzo una terza via.
Nel tempo, ho usato alcune sue creazioni poetiche come metafora del vivere, ammettendo che lui sapeva esprimere perfettamente quello che io al massimo avrei abborracciato con laboriose perifrasi illeggibili e (seppur lette) incomprensibili.
Da Il complesso del maledetto a Iceberg, da Fossili a Cellula Dormiente, i testi di Fabrizio sono comparsi spesso e volentieri sul mio blog quasi come parti di un Io ausiliario. E credo che qualunque opera d'arte ben riuscita possa e debba passare per lo stesso itinerario ed addentellarsi con l'anima del fruitore.
Non potevo perdere l'occasione, oggi che il Nostro pubblica finalmente un album a suo nome dopo tanti anni di collaborazioni varie assortite multimediali e carpiate a cui ha offerto voce e strategie, di cogliere una sua combattuta visuale sul mondo del terzo millennio, che oscilla come in lui è tipico fra l'ironico e il drammaticamente serio, tra il disagio e la voglia di condivisione.
Davvero, che gente c'è in giro? Rigorosamente, non col punto esclamativo del cumenda milanese inviperito perchè non riesce a parcheggiare il suo SUV, ma col punto interrogativo di chi sta ancora cercando le zone erogene di Madre Terra.
E così anche questo potenziale ultimo atto della carriera politica di Silvio Berlusconi passa agli archivi.
Il Bisunto dal Signore ha vinto alla Camera per 3 (tre) voti quando nell'aprile 2008 aveva una maggioranza bulgara, e soltanto dopo aver acquisito a colpi di minacce, mazzette, fringe benefits, figurine rare di Pizzaballa (a cui una delibera del cdr di questo blog lascia il diritto di replica) il voto grondante sangue di un certo numero di parlamentari pronti a vendersi al miglior offerente (e figuriamoci chi potrebbe essere al momento...).
Qualcuno mi spieghi cosa c'entro io con tutto questo... Se per colpa mia non hai completato l'album della Panini a 7 anni, via, perdonami.
Chiosano i sagaci osservatori del Manifesto che codesti (e il desueto aggettivo qualificativo indica un estremo tentativo di negare ogni familiarità anche solo biologica, non dico etnica, con costoro) peones abbiano votato all'ultima chiamata, ad aula quasi sgombra, perché il rito dell'obbedienza fosse ulteriormente palese e manifesto.
Da credere, obbedire, combattere a non credere in niente, obbedire, passare alla cassa...
Ma scusate, IDV non significava Infine Dobbiamo Vivere?
E se il disoccupato silano che fotografa col telefonino la sua scheda elettorale per consegnare al boss locale la prova della sua fedeltà (in cambio di un posto di usciere per poi poter chiedere "Ma perché fra la marcatura in entrata e quella in uscita hanno a passare otto ore?") fa sincera compassione, questi impudìchi complici dello sfascio nazionale provocano disordini gastroenterici di varia natura ma tutti violentissimi.
La consecutiva rabbia quasi omicida che ha per l'ennesima volta indotto i pacifici residenti dell'Urbe a desiderare che la capitale venga spostata a Ponte di Legno (così quei dabben'uomini dei leghisti la smettono di mugugnare e si abbuffano di polenta taragna senza più limiti e confini) non fa altro che dare un'arma in più ai portaborse del Silvio (che occupano militarmente tutti i talk-show salvo urlare che parlano solo quelli di sinistra) per dire che con questa sinistra non si tratta.
Nella foto ANSIA, la possibile nuova sede del Parlamento secondo i comuni desiderata dei cittadini di Roma e della Lega Nord
Sta sfilando una squadra di calcio: è l'invincibile armata lo squadrone che tremare il mondo fa. Il primo è il portiere: Rolling Mountains, montagna rotolante, un portiere grosso e intelligente come un container. Ha due mani così, due spalle così, due schiene così! Una volta ha stretto la palla al petto e l'ha persa tra i peli del torace. Quello è il terzino destro Filetti, detto Termozeta, perché stira tutto quello che vede, è un animale tipo Pasquale Barra, ma un po' meno colto, anche se sa leggere, legge moltissimo; legge gli sponsor sulle magliette: Fiorucci, Barilla; sa leggere anche in latino: Mediolanum, Upim (è il filosofo del gruppo), e quello è il terzino sinistro Masolino Zecca, vai zecca! Zecca s'attacca all'avversario e lo devasta appunto come il suo cognome. Gioca a sinistra perché è comunista ma vota Lega per protesta, famosa la sua dichiarazione, credo nella classe operaia ma non nei negri; cazzo volesse dire? Comunque è quello che dà la linea alla squadra e quello, quello è lo stopper Attila Gebbels. Con Attila i centravanti avversari non hanno proprio vita, assolutamente; ad Attila infatti le squalifiche non gliele danno a giornate ma a lustri: un lustro due lustri tre lustri di squalifica. E quello è il capitano, capitano, mio capitano, è il libero Falco De Falchi, dotato di un notevole bagaglio tecnico, e soprannominato "Bisturi" perché anziché entrare sulla palla entra direttamente sulle palle dell'avversario; e gliele porta via così! Senza neanche sfiorarle! Ma è corretto sai?! Una volta vedendo un giocatore avversario in difficoltà, per consentire al massaggiatore di entrare, gli ha gettato le palle in tribuna! E quello, e quello è il gioiellino della squadra: Poletti 16 anni 118 miliardi! Si mormora sia figlio dell'unica notte di ciucca della sua vita di Gianni Rivera con una spogliarellista di Modena. Ha preso sia dal padre che dalla madre: famoso il suo lancio di 80 metri come il padre, che però prima di farlo deve togliersi le braghette come la mamma! Ed è calcio spettacolo! E quello è il centrocampo i tre fratelli Gino, Pino, Lino Mainardi, che i tifosi chiamano più affettuosamente "Le Merde" dal cognome della mamma. Prima della patita per portarsi fortuna si calpestano a vicenda; visti dalla tribuna sembran di colore ma da vicino si vede benissimo sono bianchissimi, hanno solo dei problemi con le mosche! E quello, quello è il fiore all'occhietto della squadra.... è un centravanti francese: Martinitt, un centravanti orfanello, che nasconde un terribile segreto: sua mamà...era una puttana, e suo papà...era una puttana anche lui; un figlio di puttana al quadrato... che lancia la palla così veloce, ma cosi veloce, ma cosi veloce, ma cosi veloce, ma cosi veloce, ma cosi veloce, ma cosi veloce, così veloce... che la palla quando entra in porta cambia fuso orario... E così Martinitt, pensa, segna prima che inizi la partita! E all'ala sinistra? All'ala sinistra c'è il presidente, tutto suo: squadre, campo di calcio, l'erba, le porte, gli sponsor, i giocatori, palloni...tutto suo; al sabato dice "Domani gioco io" e tutti " Oh che bello, PUTTANA EVA!!!". Tutto suo: gioca, si vede la partita da vicino, i goal da distanza ancor più ravvicinata; gli piacciono? Se li fa ripetere! C'è un'azione che gli fa girare i coglioni, non gli passano la palla? Appena la può prendere la prende "BASTA VADO A CASA! MIO!". C'è un avversario che gli piace durante il match? Lo compra durante la gara! Ma è legale sai? Come no! Entra il massaggiatore con la borsa dei soldi, noi diventiamo in 12 e gli altri in 10! E siamo invincibili tèh! Oh presidente, oh presidente cavaliere generoso per mestiere; oh cavaliere presidente, così tanto buono con la gente; ma perché lei fa tutto questo per noi e noi come possiamo contraccambiare? Io lo so, non le basta lo squadrone, no, no, no! Non le basta neanche la fabbrica del carbone, no, no, no! Né l'impero del salmone, no, no, no,! Oh no, no, no! Presidente... lei è affascinante
ma comunque destinato, ma comunque indirizzato… alla guida dello stato, eh! The money is a football! El balun l'è cui danè.
(Paolo Rossi, 1993).
Suo commento postumo rieseguendo questo pezzo a Parma nel 1995: "Non so se ho delle doti divinatorie o più semplicemente porto sfiga".
Ritirato o per meglio dire ritratto nella mia turris eburnea di aristocratico distacco dalle transeunti cose di questo mondo, sto trascurando sia il campionato di calcio, che mi dicono stranamente dominato dal Milan dopo anni di predominio degli odiati cugini petroliferi dell'Inter e prima ancora dai deformi ma efficaci gobbi sabaudi, che il campionato della politica, in cui la traballante capolista Protervi Despoti Ladroni si prepara ad un incontro decisivo in programma martedì prossimo (ma allora si tratta di Champions League? Ci sono già gli ottavi? E perchè nessuno mi avvisa?).
Che il Milan sia tornato a primeggiare in Italia e, salvo qualche salutare scoppola rigenerante, fin in Europa (dove invece il suo presidente onorario rimedia sistematicamente epocali figuracce) mi fa intuire che nella tribù di Arcore si avverta aria di crisi e quindi si dia nuovo fiato alle trombe dei circenses. Prevedo che lunedì prossimo al Grande Fratello ci sarà una puntata quanto meno sbarazzina (ora che quei rompicoglioni di Fazio e Saviano si sono tolti dai cgln).
Debitamente ufficializzato sulla scena internazionale da quei burfaldini di Wikileaks (ma hanno delle cointeressenze con Wikipedia o cosa?) come quel pagliaccio unto e untuoso che è sempre stato, totalmente impalpabile come statista ma dedito a festini notturni che quei quacqueri puritani degli Americani fanno passare per wild parties quando le partecipanti parlano di noiosissime proiezioni di filamti amatoriali sui successi del Silvio, dopo di che debitamente siringato con dosi esponenziali di stimolanti sessuali il satrapo si ritira per tentare di accoppiarsi con la più procace e congeda le altre con 5.000 euro per il disturbo (e mai termine fu più acconcio), il Bisunto dal Signore gioca una partita forse decisiva per la sua carriera politica.
Progressivamente abbandonato da tutti coloro che non ce la fanno più a fargli da zerbini (da Casini a Follini a Fini, e perfino la Carfagna ha tentato la secessione salvo poi rientrare nei ranghi con il commento da Posta del Cuore "Silvio mi ha capita!") e circondato da portaborse scelti in modo tale da farlo apparire un drago rispetto alla loro insipienza (Sandro Bondi è il patetico emblema di codesta grottesca dinamica), arroccato nel bunker di Arcore per la maggior parte del tempo (nessun altro Presidente del Consiglio ha così ottusamente confuso spazi pubblici e privati invitando ministri della Repubblica a ca' soa), Silvio è comunque tranquillo perché purtroppo sa meglio di chiunque altro che i suoi presunti avversari del Potremmo Dovremmo sono in crisi di gioco e risultati dall'era mesozoica e in Coppa Italia hanno perso quasi tutti gli scontri diretti (salvo in Puglia dove li ha salvati lo Zeman della Nuova Frontiera). E che molti dei fantasisti delle due provinciali che più lo infastidiscono (Finalmente Liberi e Unione dei Creativi) e perfino qualche peone della matricola d'assalto Interruzione di Vigilanza, potrebbero cambiare casacca a campionato in corso, ma che dico, a partita in corso come nel monologo-canzone di paolo Rossi che apre questo post.
Fatte virtualmente tutte le leggi che gli servivano per non finire in galera, anzi per non venir neppure processato, deve solo tener duro e restare al potere fino alla morte, dopo di che non sarà un problema far eleggere qualcuno dei suoi figli secondo il modello Bush (e onestamente Piersilvio governerebbe molto meglio di lui).
Ma l'aspetto più inquietante è che, se anche il berlusca venisse disarcionato e non mangiasse il proverbiale panettone, lo svilimento da lui prodotto nello scenario politico gli sopravviverebbe per decenni, come le scorie nucleari di Chernobyl.
Suicidarsi a 95 anni è una cosa assolutamente anomala e fuori dagli schemi. E siccome nella nostra epoca di edonismo berlusconiano quello che è anomalo e fuori dagli schemi è guardato con sospetto o tout court bollato come eversivo e comunista, Monicelli col suo efferato suicidio (quasi una forma di body art quel corpo già parzialmente disgregato che si sfracella sull'asfalto dopo un volo dal quinto piano) ha prodotto la sua opera più disperata e geniale.
Non c'è Armata Brancaleone o Borghese Piccolo Piccolo che tenga.
Ed è su quest'ultimo film che vorrei soffermarmi: prodotto nel cuore di quegli anni di piombo che però per un ragazzo di 20 anni ricordavano più i Led Zeppelin che una P 38, è stato un terrificante pugno nello stomaco per i seguaci di Alberto Sordi (che in quel film tirava fuori tutta la sua intrinseca cattiveria senza più alcuna sovrastruttura di bonarietà trasteverina, come per altro aveva già fatto in Un eroe dei nostri tempi e La grande guerra, sempre con la direzione libertaria ma spietata del Maestro) e anche per quelli di Monicelli stesso.
Alberto Sordi che, chino sul figlio assassinato, sussurra "So' papà..." è la più minimalistica e per questo profonda metafora di un'angoscia irreparabile.
Alberto Sordi che nell'affiliarsi alla massoneria, al canonico invito del massone che gli ricorda "Fratello, sei ancora in tempo ad andartene", risponde con uno strozzato "No, voglio restare" che in altri contesti farebbe ridere, in quello lì fa semplicemente accapponare la pelle.
E la disperazione, ritmata da romanissimi albertosordissimi "Ennò..." quando l'attentatore del figlio muore dopo giorni di atroci torture, per un momento ci lascia liberi di interrogarci su come vittime e carnefici, in quegli anni plumbei e apparentemente senza via d'uscita, finissero per assomigliarsi e per scambiarsi perennemente i ruoli.
E' da lì che Monicelli ha fatto capire che avrebbe desiderato scendere dal treno ma l'orgoglio glielo impediva.
Monicelli era quasi pirandelliano nel suo mescolare umorismo corrosivo e disperazione esistenziale.
Anche il suo film forse più celebre e citato, ovviamente si tratta di Amici miei, mostra dietro la grana grossa e sudaticcia della farsa lo spessore triste della tragedia, la tragedia di questo manipolo di bambinoni che sfida la vecchiaia, la malattia e la morte, anche qui con una cattiveria assolutamente freudiana (faccio angosciare e incazzare gli altri per rimuovere l'angoscia che mi rode dentro).
Ed è uscito di scena da grande signore, versilianamente adombrato perché la Natura non stava facendo il suo dovere e preferiva far morire Vincenzo Crocitti (proprio il figlio di Sordi nel Borghese piccolo piccolo) piuttosto che lui.
E la Natura, umiliata e vinta, si è dovuta per una volta arrendere...
Ultimamente di televisione ho parlato poco e malvolentieri. Non per snobismo, dato che non mi trovo minimamente nelle condizioni socioeconomiche per fare lo snob in modo appena credibile. Siccome, ormai lo ripeto in modo maniacale, questo blog (che potrebbe interrompersi in ogni momento perché di fatto non serve a niente se non ad occupare il troppo tempo libero che il mio lavoro mi lascia) è funzionale esclusivamente alla mia soddisfazione personale, e il fatto che sia letto e commentato non può arrivare a dispiacermi ma, come dire, non è fondamentale, non ho alcun tipo di condizionamento esterno (se non il buon gusto, e almeno quello non mi manca del tutto) su cosa scrivere e su cosa tacere.
Quando il compianto Funari ha avuto la sua grande chance su Rai 1, ho seguito la sua avventura con un approccio quasi antropologico, cercando di capire quali equilibri portavano in prima serata del sabato sera un artista che di solito era (auto?)confinato a televisioni e fasce orarie meno roboanti.
Quando Annozero era un programma di grande giornalismo e non la proiezione megalomanica dell'Io di Santoro ne ho commentato diverse puntate.
Quando (solitamente su La7, meno spesso su Italia 1), comparivano dei format originali basati su idee minimalistiche ma brillanti, celebravo una televisione che cercava di uscire dall'autoreferenzialità per tornare a creare.
Per un paio d'anni mi sono terribilmente divertito a fare le bucce alla sagra canzonettara della West Coast, svelando sapidi retroscena grazie a un mio secondo cugino che fa il bonghista nell'orchestra della Rai.
Di tante altre trasmissioni che imperversano e ammorbano l'etere ho taciuto seguendo l'aforisma di Wittgenstein variamente modificato che invita a saper tacere su tutto ciò di cui non si sa parlare (o, dico io, di cui parlare è nella migliore delle ipotesi è superfluo). E quindi non le nomino nemmeno.
Ma sulla trasmissione di Fazio e Saviano appena conclusa (salvo prosecuzioni ventilate forse solo per scherzo, o più probabili edizioni speciali del tipo Best of)
qualcosa la devo pur dire.
Che una trasmissione nata fra mille difficoltà, e che rischiava un aborto (spontaneo o terapeutico nessun lo sa), cresciuta quasi contro la volontà del direttore generale della Rai che ieri mattina commentava livido "Gli ascolti non sono tutto"
(e qui ci vorrebbe quella faccia da culto di Ghedini
I ascolti no x'è tuto... Ma chi l'ha dito, màriavergine... Ma fame el piaser, mona d'un mona...
con uno dei suoi sulfurei Ma va, ma davéro?), tarata su previsioni di un 12, massimo 15 % di share, arrivi al 30 e batta il Grande Fratello, la dice molto ma molto ma molto lunga.
La dice lunga sul fatto che in Italia si può ancora fare una televisione basata sulle idee.
La dice lunga sul fatto che in Italia si può ancora fare cultura e informazione in prima serata e non solo all'ora delle streghe.
La dice lunga sul fatto che in Italia si può ancora fare ascolti con dei programmi non biecamente consenzienti col potere politico-mediatico che Berlusconi ha satanicamente inventato e che purtroppo gli sopravviverà perché ha trovato una nicchia nel cuore e nella testa di una fetta di italiani. Ma nemmeno biecamente contro quel potere stesso, piuttosto ignorandolo con bella levità.
La dice lunga sul fatto che in Italia la parola, la narrazione, l'espressione di un punto di vista e di una visione del mondo possono ancora avere la meglio su dei talk-show a somma zero (come li chiama il coltissimo Fazio citando la teoria dei giochi per parlare di crogioli dialettici in cui si scontrano opinioni diverse massacrandosi a vicenda e lasciando lo spettatore in preda allo scoramento).
La dice lunga sul fatto che forse è questa la televisione che la gente vuole, anche se per pigrizia o inerzia ne accetta un'altra ben diversa.
Gli ufologi avevano preannunciato per la fine di novembre un evento epocale decodificando (dopo un corso accelerato alla Scuola Radio Elettra) i più recenti crop circles tra il Nebraska e Cinisello Balsamo.
Chiunque abbia un minimo di acume percettivo distinguerà nitidamente all'interno del crop circle l'immagine di Berlusconi che insegue Ruby benevolmente ammonito col ditino alzato da Putin; ma quei tontoloni degli ufologi hanno capito diversamente.......
Non di una pacifica invasione di alieni si è trattato (come gli ufologi vaticinavano per la loro nota monomaniacalità ed inerzia mentale) ma di una invasione pacifica (nel senso di abbastanza scontata) di informazioni riservate della diplomazia americana.
Carichi di sorpresa ed indignazione abbiamo appreso che Berlusconi passa le notti in parties selvaggi e poi alla mattina è leggermente brasato e che con Putin ha un rapporto in cui più che le considerazioni politiche contano gli affari e l'intesa privata; che la Merkel è una patata lessa senza un briciolo di creatività; che ormai Sarkozy conta meno della Bruni; che Gheddafi è mitomane ed ipocondriaco e si fa di botox come una attempata star hollywoodiana.
L'unica notizia nuova, anche se tutt'altro che shockante perché largamente desumibile dal contesto, è che c'erano state delle serie trattative fra il governo USA e quasi tutti i governi medio-orientali (Israele compresa) per dare una lezione all'Iran, ma poi non se n'era fatto nulla. Notizia per altro soffocata da quelle più in stile gossip e quindi più suscettibili di alzare l'audience o far vendere 2-3 copie in più.
Più che notizie sorprendenti, quindi, l'evento epocale in questione veicola delle conferme abbastanza inquietanti:
* che un archivio informatico è molto più facilmente attaccabile ed espugnabile di uno cartaceo;
* che la diplomazia statunitense risente del consueto stile country & western dal quale notoriamente la superpotenza per antonomasia non riesce a liberarsi;
* che Berlusconi, nonostante si vanti di un peso internazionale dell'Italia quale mai la penisola per antonomasia ha avuto nel passato, è vissuto come un dittatorucolo più simile a Gheddafi che a De Gasperi, portavoce in Occidente di Putin, vanitoso ed inefficiente;
* che di Internet nessuno si deve lamentare; non è proprio un caso che l'inizio della diffusione mondiale di Internet sia coincisa con la caduta dei muri e l'abbattimento di quasi tutte le dittature superstiti;
* che i pirati sono sempre stati letterariamente più intriganti dei ricchi e annoiati mercanti le cui navi andavano a depredare.
Post breve, rapido ed incisivo, oserei dire anche digestivo, e palla al centro.
Esiste un detto abbastanza celebre di cui non ricordavo l'autore, la memoria saltabeccava tra Pavese e Sartre, salvo poi scoprire attraverso febbrile ricerca su Google che si trattava del semicarneade filosofo spagnolo George Santayana.
Come è cambiato in questi ultimi anni il modo di scrivere: mentre le e-mail hanno riesumato il gusto di affidare alcuni concetti complessi e ostici alla parola scritta piuttosto che ad una anodina telefonata, qualunque articolo, saggio o post (che come categoria letterario-comunicazionale esiste da neppur 10 anni) non si affida più solo alle lagunose e lacunose secche della memoria o a laboriose ricerche nel cartaceo (che solo in biblioteca è catalogato, in casa tua con le pagine del libro che cerchi è stato incartato un reattore del neon che miracolosamente funziona ancora, ma la pagina è nel frattempo divenuta illeggibile). Oggi è tutto un cercare tra Google e Wikipedia, al quale spesso segue un cinico copiaincolla e chi s'è visto s'è visto (più onesto sarebbe linkare, ma su Internet non è che di onestà e lealtà ne circoli in quantità industriali.
Oramai i miei post sono talmente in bilico tra un passato esagaratemente ricco di stimoli e suggestioni e un presente drammaticamente precario, che dovrebbero servirsi di parentesi graffe e quadre oltre che tonde (sicuramente in Word esistono anche loro, ma non mi va di esagerare).
Quando questi continui rimandi concettuali devastano il linguaggio parlato, è un vero disastro.
Come mio padre quando aveva l'età che ho io oggi (allora mi sembrava veneranda, adesso faccio finta di no ma forse lo è) rischio di cadere nella sua stessa grottesca coazione a ripetere, per la quale quando si accalorava nella perorazione di argomenti che gli stavano a cuore ogni tanto esclamava "Eccolo il punto!!!" e i tre punti esclamativi si respiravano nell'aria insieme al suo dopobarba. Dopo di che, seguendo il punto che aveva individuato, slittava verso nuove aree concettuali obliando completamente l'argomento di partenza, al quale però di solito ritornava dopo un'intera tangenziale di eccoloilpunto eccoloilpunto.
Poco mi consola, anzi mi atterrisce, il fatto che la tesi di laurea di mia figlia avesse più testo come note a pie' di pagina che come elaborato centrale.
Anche lei indulge a questo inno al pensiero divergente, alla libera associazione, ad una creatività magmatica e solipsistica attraverso meccaniami di ereditarietà culturale (ben più severa di quella biologica perché non ammette alcun gene recessivo).
Esaurite le cose urgenti di cui volevo parlare con la consueta impazienza in questo post (quando ci sarebbero saltati fuori a occhio 3-4 post corposi autonomi da questo) torniamo a George Santayana.
Nato in Spagna, formatosi in America e morto in Italia, con un lungo ciclo vitale che ha attraversato due secoli l'un contro l'altro armati (che però nel suo caso erano l'800 e il '900) è stato uno degli ultimi filosofi puri. Nel senso che i filosofi moderni devono fare i letterati, gli insegnanti, i politici e quando si sentono chiamare "filosofi" fiutano la fregatura.
Il suo detto suona "Those who cannot remember the past are condemned to repeat it" e risale al 1906, quindi ben prima che il Secolo Breve dispiegasse la sua rassegna di tragedie e catastrofi, a stento compensate da illusori sprazzi di illogica allegria a cadenza approssimativamente trentennale. E' una riedizione in veste pessimistica della teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici, e vede comunque la storia non come una luminosa e rettilinea strada di costanti progressi, ma piuttosto come un sentiero aggrovigliato e contorto che ritorna come una falena impazzita a sbattere sempre sugli stessi punti.
Chissà se Tomasi di Lampedusa, nel far dire al Gattopardo "Occorre che tutto cambi perché tutto resti com'era" aveva in mente questo aforisma. O semplicemente guardasse il mondo con gli stessi occhi di Santayana.
In Italia il detto è famoso per la citazione che ne fa Primo Levi diversi decenni dopo, vedendolo avvalorarsi tristemente in due guerre mondiali e, più nello specifico, nella modalità sostanzialmente colonialistica con la quale il Nord ricco e cinico guarda al Sud impoverito ed espropriato dopo un'unità fatta anche quella col copiaincolla.
Ma non solo questo detto mi viene in mente guardando l'involuzione della scena politica italiana (perché è quella il mio punto di riferimento). Mi viene in mente il paradigma della complessità che coraggiosi studiosi trasversali che collegavano Batelson a Mandelbrot, Von Foerster a Prigogine (e il centro nodale di questo lavoro era Milano) cercavano di definire a metà del decennio più idiota e insensato che la storia dell'umanità ricordi, gli '80 dell'edonismo reaganiano.
E questi studiosi ammonivano che chiunque semplifichi la complessità oltre una certa soglia di accettabilità rischia di essere da quella complessità divorato, e passare dal ruolo di attore a quello di ingranaggio immemore ed inconsapevole di equilibri sitemici troppo più grandi di lui.
"Terribili semplificatori", li definiva in quegli anni da Palo Alto Paul Watzlawick.
Questa commistione di ignoranza (nel senso etimologico, ma spesso anche in quello derivato di approccio zotico e maleducato) e di semplificazione oggi la vedo in tutta la destra e in strati sempre crescenti della sinistra.
Si sa che la cattiva moneta scaccia la buona, e il mio blog non parla per caso dell'entropia, quel bizzarro fenomeno per cui la complessità tende sempre a decomporsi nel disordine e nella semplificazione?
Molto semplicemente, si sta riformando la Democrazia Cristiana. E' una vera e propria ricaduta da tossico.
Sondaggisti d'assalto accreditano il Grande Centro (di cui Casini cominciò a parlare a DC ancora calda seppur cadavere) di percentuali prossime se non superiori al 20%.
Il tentativo di trasformare la bizantina Italia in una riedizione degli USA dove Democratici e Repubblicani si sfidano con sano spirito sportivo e malcelata stima reciproca è miseramente fallito.
Che Berlusconi si sia appropriato della Seconda Repubblica per usi assolutamente personali è una perniciosa complicanza del fenomeno, ma Berlusconi lo ha potuto fare perché il suo fiuto di spregiudicato affarista gli ha fatto capire che c'era un vuoto da colmare, una metaforica landa vuota e ospitale dove edificare in modo selvaggio, una metaforica serie di frequenze da cui teletrasmettere, un metaforico vuoto di squadroni in cui cioccare il Milan di Sacchi e Capello.
La sua discesa in campo parlava di grandi novità (il famoso nuovo che avanza) ma, ahimè, Berlusconi non aveva letto il Gattopardo.
E il suo partito di plastica, di non politici, di portaborse e belle gnocche, alla fine è diventato una brutta copia della DC. Perché, come perfino Vespa e Belpietro a malincuore ammettono nei talk-show, Berlusconi non ha alcuna reale capacità e possibilità di governare il suo partito-azienda (perché solo un manipolo di fedelissimi incapaci gli si stringe intorno, e tutti gli altri a un certo punto vogliono fare di testa loro e perfino la Carfagna arriva a ribellarsi), E la DC uccisa ma non cancellata sta lentamente vendicandosi della sua odiata brutta copia ricatturando democristiani veri e potenziali, per ricreare quel rassicurante e stagnante contenitore che era stata ed è pronta a tornare ad essere.
Mi ricordo un mio conoscente che sosteneva che la vita reale era un incubo fra un sogno e l'altro, e che giurava che i suoi sogni erano dei veri e propri sceneggiati televisivi che poteva riprendere, se non a piacimento, comunque seguendo una scansione logica. Tant'è che non vedeva l'ora di addormentarsi così come noi non vediamo l'ora di assistere a una nuova puntata del nostro programma preferito.
Io credo che i sogni siano spesso molto più "reali" della realtà perchè pescano in quella che Carl Gustav Jung e Gregory Bateson consideravano la vera saggezza dell'essere umano, che è extraverbale, inconscia e affondata in un profondo inconscio collettivo che gli Aztechi, i Maya, gli Incas, gli antichi Egizi sapevano ancora attivare, mentre l'homo occidentalis non sa neanche più di che diavolo si tratti.
Non è un caso che l'analisi junghiana, diversissima da quella freudiana (così tremendamente lineare e moralistica con la sua oltraggiosa pretesa di combattere e delimitare l'inconscio a favore della coscienza), abitui ed educhi in qualche modo a farsi guidare dai sogni.
Nel sogno resta di noi la parte più profonda ed inespressa, le potenzialità che la vita quotidiana mediocre ed assassina spesso azzera fino a farcele dimenticare o, peggio ancora, fino a farcene quasi vergognare.
Nel sogno succedono come per magia due cose assolutamente opposte eppure entrambe possibili (i sogni hanno la dolce e buona abitudine di operare per inclusione e non per esclusione e quindi tollerano qualunque antinomia chiedendoci di imparare a fare altrettanto): il massimo di espressione della propria individualità affettiva ed emozionale, ed il massimo di affondamento nel mondo dei simboli che è un patrimonio misteriosamente ed inestricabilmente comune a tutto il genere umano (qualcuno crede che ciò abbia a che fare con Dio o chi per lui).
E, per l'appunto, chi capisce questo smette come per incanto di avere incubi e capisce che l'incubo, se mai, attraversa trasversalmente la vita reale.
Mi ha sempre colpito il talento poetico di Lucio Dalla, che per almeno dieci anni all'inizio della sua carriera si è interessato solo alle musiche e agli arrangiamenti, da quel jazzista che è sempre stato (e restano epiche le leggende della rivalità clarinettistica fra lui e Pupi Avati), facendosi scrivere i testi da altri.
Nel 1977 la grande svolta: dopo cinque anni di collaborazione col poeta bolognese Roberto Roversi, Dalla decide di fare da solo. Non è fornito di grande cultura ed erudizione, a volte il suo italiano è sintatticamente traballante, il suo spessore affettivo è quello di un bambino pieno di curiosità e di voglia di stupire, ma forse proprio per questo fin dall'inizio (anzi, all'inizio e per i primi 5-6 anni più che mai) gli escono fuori dei testi assolutamente irripetibili. Dove Battiato, De Gregori e Panella (il paroliere dell'ultimo Battisti, di cui vi linko il suo parto più acrobatico e paralinguistico) arrivano con strumenti intellettuali, lui arriva di puro intuito. E così la sua carriera di paroliere comincia con versi quali
Siamo noi, siamo in tanti ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti, siamo i gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri.
mentre l'album successivo si apre con parole ancora più oltre il limite estremo dell'onirico
La settima luna era quella del luna park lo scimmione si aggirava tra la giostra e il bar mentre l'angelo di Dio bestemmiava facendo sforzi di petto.
Ma al di là di questi giochi associativi che hanno qualcosa di assolutamente freudiano (nel loro essere palesemente immediati e non frutto di faticosi sforzi di ispezioni lessicali), in certe canzoni Dalla riesce a parlare della vita, della morte, del futuro, di un bambino che nasce, delle parole dette ma soprattutto di quelle non dette, come nessun altro sa fare.
E' inutile Non c'è più lavoro Non c'è più decoro Dio o chi per lui Sta cercando di dividerci Di farci del male Di farci annegare
E' chiaro Che il pensiero dà fastidio Anche se chi pensa E' muto come un pesce Anzi un pesce E come pesce è difficile da bloccare
(Com'è profonfo il mare, 1977)
...dove puoi trovare un Dio nelle mani di un uomo che lavora e puoi rinunciare a una gioia per una sottile tenerezza dove puoi nascere e morire con l'odore della neve dove paga il giusto chi mangia, chi beve e fa l'amore dove, per Dio! la giornata è ancora fatta di ventiquattr'ore
(E non andar più via. 1977)
Si esce poco la sera compreso quando è festa e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra, e si sta senza parlare per intere settimane, e a quelli che hanno niente da dire del tempo ne rimane.
(L'anno che verrà, 1979)
Anch'io quante volte da bambino ho chiesto aiuto quante volte da solo mi sono perduto quante volte ho pianto e sono caduto guardando le stelle ho chiesto di capire come entrare nel mondo dei grandi senza paura paura di morire.
(Il parco della luna, 1980)
Con un salto siamo nel duemila alle porte dell'universo importante è non arrivarci in fila ma tutti quanti in modo diverso ognuno con i suoi mezzi magari arrivando a pezzi
(Telefona tra 20 anni, 1981)
C'è molta poesia a stare zitti se non si ha niente da dire
(Madonna disperazione, 1981)
Che buio e' mai questo E cos'e' questa forza che mi spinge Che mi costringe ad andare avanti Che cos'e' questo trucco che mi obbliga ad uscire Cosa vedo laggiu' o lontano Chissa' se mio padre e mia madre mi stanno aspettando E che razza di combinazioni trovero' E se vale la pena a tentare
(Aquila, 1984)
...forse per questo i sogni sono cosi' pallidi e bianchi e rimbalzano stanchi tra le antenne lesse delle varie tv
(Felicità, 1988)
Bloccando il malcontento degli organi vitali si riesce a teorizzare all'infinito non ci si tocca mai nemmeno con un dito. Così si va tranquilli tra la gente Ormai ci si abbandona solo ai calcoli perfetti al football e alla noia degli oggetti non ci si ferma più, non si muore veramente
(2009, le cicale e le stelle. 1990)
Madonna quanta luce là in fondo che mi viene quasi voglia di uscire e poi magari i miei mi stanno aspettando è già ora di partire via che preparo una valigia di sogni e due tre voglie dentro una sportina oh Madonnina chi l'avrebbe mai detto vado a incontrare la vita vado a incontrare la vita
(Sul mondo, 1996)
P.S. N.B. N.d.A. Errata Corrige Conditio Sine Qua Non Fiat Lux Habemus Papam: Questo post non ha, come gli altri precedenti e futuri, altro significato, causa, scopo o finalità che la voglia di scriverlo...
Senza entrare nel merito dell'irreversibilità, irreparabilità, improbabilità, impronunciabilità di questa nostra situazione politica disperata ma non seria, come avrebbe chiosato quell'irresistibile coniatore di aforismi e calembours dell'Ennio Flaiano,
e convinti comunque che alle paventate ma apparentemente inevitabili elezioni anticipate la gente tornerà in sostanziale maggioranza a dare fiducia al buffone d'Europa, come hanno chiosato quegli irresistibili coniatori di aforismi e calembours dell'Express,
gioverà ai nostri sapidi e sagaci lettori che si torni sull'estemporaneo parallelo tra le condotte omosex e qualunque altro comportamento moralmente dubbio ma alla fin fine dettato dalla natura, nel quale si è cimentato quel resistibilissimo coniatore di cagate e idiozie che è il nostro premier.
In primis, va ricordato che Dante Alighieri, nel suo Inferno, colloca i sodomiti nello stesso girone dei bestemmiatori e degli usurai (canti XV e XVI) ma in condizioni meno estreme di entrambi (Berlusconi, tiè, visto che gay non lo sei ma le altre due cose sì): i sodomiti (tra i quali peraltro figura il maestro di vita di Dante, Brunetto Latini autore del Tesoretto, che non era il suo partner ma un prezioso libello enciplopedico unico nel suo genere per i tempi di allora) corrono sulla sabbia infuocata dove gli usurai (anche detti violenti contro l'arte, il che ci ricorda l'accanimento contro artisti e cinematografari in particolare dell'agente segreto 6 1 0 James Bondi) devono stazionare seduti e i bestemmiatori distesi.
Ma un poeta contemporaneo,
cresciuto esattamente a metà strada tra la città natale e quella del decesso del grande poeta, aveva già proposto il dilemma del premier tra la condizione aberrante del gay e qualunque altro comportamento illecito ma quanto meno maschio (riferendosi in questo caso ai delitti contro la proprietà).
Emblematico che la canzone il cui testo sto per proporvi figurasse in un album uscito nell'anno esatto in cui il Bisunto del Signore meditò di entrare in politica (dicono i maligni, solo per salvarsi dalle patrie galere). Quest'album veniva aperto da una invettiva quasi dantesca contro i malvezzi dell'italico stivale, condito dal beffardo tormentone Cosa pretendi da un paese che ha la forma di una scarpa?
Di Roberto Freak Antoni e Fabio Dandy Bestia Testoni:
MEGLIO UN FIGLIO LADRO...
La mamma non ha dubbi il babbo guarda ai fatti tempi duri per i giusti non c'è posto per i matti
Meglio un figlio ladro che un figlio frocio ..................
Vergogna ai perversi anatema sui diversi prego la Santa polizia che li spazzi tutti via
Meglio un figlio ladro che un figlio frocio ..................
Il parere del droghiere detta legge nel quartiere condiziona il bottegaio il farmacista e l'usuraio
Meglio un figlio ladro che un figlio frocio ..................
Let's go !
I buoni ed i virtuosi sono identici e noiosi con la stessa fissazione far trionfar la religione
Meglio un figlio ladro che un figlio frocio ..................
Di Sara e Ruby Rubacuori non ho scritto neppure una riga e credo che resisterò ancora.
Invece stasera mi va di porre una domanda che nulla ha di superfluo:
Dov'è andato a finire Gigi Buffon?
Già, il Maradona dei portieri, il Mandrake dell'area di porta, il Sandokan delle uscite, l'Houdini delle prese alte.
L'uomo che ha fatto innamorare una delle donne più vergognosamente belle che l'Emisfero Boreale possa annoverare.
Scomparso in una mediocre partita della nazionale italiana in pieno Emisfero Australe. Sconvolto da un mal di schiena forse simulato, forse psicosomatico, da quel momento ha deciso che tra lui e il calcio del Terzo Millennio si interponeva una malvagia intercapedine impenetrabile, ottusamente opaca, totalmente non penetrabile com'era la sua porta nelle giornate di grazia.
Ciap'la ti còsta chi!!!!!!!!
E' incredibile quanto poco si parli di lui, rispetto alle logorree e alle crasi che si spendono per furbi simulatori serbi; alle diarree verbali che nobilitano il campionato di bosniaci globetrotters che parlano sette lingue, ma sfortunatamente tutte insieme.
E la mente va alle leggende urbane che, da San Lazzaro alla Crocetta, crescevano intorno a lui nei suoi anni forse più felici.
Ha parato un rigore a Ronaldo e poi è corso verso la curva, si è tolto la maglia e sotto aveva quella di Superman.
Passava i pomeriggi al punto SNAI di Viale dei Mille a scommettere contro il Parma.
Do tri volti l'ha ciapè bala da Canavèr e l'ha fatt un assist ed novanta mètor a Crespo c'l'ha driblè al portèr ed chi etor e l'ha missa dentor.
Quando il Parma stava per retrocedere s'è infilato la maglietta un po' filofascista Boia chi molla, mo l'ho vist mi ca sota a gh'eva cola d'al Che.
Gigi, se la bruma di Torino e la spocchia dei torinesi ti ha sfiancato, torna da noi. 5-600 mila euro d'ingaggio non te li nega nessuno.
Mi scusi Presidente ma forse noi italiani per gli altri siamo solo spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo son fiero e me ne vanto gli sbatto sulla faccia cos'è il Rinascimento.
(Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano)
La mia Piccola Patria dietro la linea gotica sa scegliersi la parte.
(Giovanni Lindo Ferretti/CSI, Linea gotica)
Ieri si è celebrato il 150° anniversario dell'incontro di Teano tra il rivoluzionario Giuseppe Garibaldi, eroe per alcuni e delinquente per altri (come tutti i rivoluzionari che si rispettino), in cui l'eroe dei Due Mondi avrebbe proferito una delle parole-frasi più celebri e fondamentali della storia:
"Obbedisco".
Il link con Wikipedia vi rammenterà le precise circostanze dell'incontro, collocandolo fra un prima (l'esercito piemontese che avanza da nord, quello garibaldino che avanza da sud, e il problema del tutto irrilevante "Chi si prende Roma?") e un dopo (Garibaldi, che comunque nel momento in cui incontra Vittorio Emanuele II non poteva illudersi di far valere le sue ragioni, regala ai sabaudi le sue milizie e si ritira a Caprera come un Napoleone sconfitto, quando invece era a tutti gli effetti vittorioso e onusto di gloria)...
Se applichiamo a questa storia la tecnica delle sliding doors, potremmo immaginarci un Garibaldi che snobba i piemontesi, cerca di conquistare Roma e, se ci riesce, può creare un'Italia del Sud indipendente; se non ci riesce dovrà vedersela sia coi Francesi che coi piemontesi, rischiando (come tutti gli storici evidenziano) di compromettere anche le conquiste piemontesi.
E poi chiederci se sarebbe stato meglio o peggio. All'Enrico Ruggeri conduttore televisivo non sarebbe dispiaciuta come storia. E forse neanche all'Enrico Ruggeri cantautore.
La grande rinuncia di Garibaldi potrebbe essere equiparata a quella di un atleta che, dopo aver vinto diverse gare, si ritira perché ha dato tutto. O a quella di un concorrente di quelle trasmissioni emule (e non e-mule) del prototipo "Lascia o raddoppia"
Questa sera abbiamo con noi Beppe Garibaldi da Genova. Allora, andiamo al raddoppio da 840 milioni o ci accontentiamo di quanto fatto fino adesso?
in cui piuttosto che cercare di indovinare se Gregory Bateson fu un poeta rinascimentale, l'ala destra del Nottingham Forest campione d'Europa, un antropologo, etologo e psicoterapeuta fondatore della scuola di Palo Alto preferisce prendersi l'assegno ed andare a casa.
Di fatto, con questo anniversario idealmente cominciano i festeggiamenti per il centocinquantenario dell'unità d'Italia, che oramai non si sa più se è un valore di cui andare fieri o un maledetto pasticcio di cui lamentarsi e vergognarsi.
Io non posso che ricordare, coi miei gioiosi studi classici remoti nel tempo ma freschissimi nel ricordo, che di Italia parlavano già Dante e Petrarca un po' prima dell'altro ieri, e più recentemente i grandi poeti del primo ottocento, in ordine crescente quanto ad intensità Foscolo, Leopardi e Manzoni, celebrarono l'unità d'Italia come un traguardo di assoluta priorità (e solo il buon Lisander visse abbastanza da poterla vedere).
Per fare e mantenere l'Italia una, libera, indipendente e repubblicana durante il Risorgimento, la Resistenza e, perché no, gli anni di piombo, sono morte abbastanza persone per poter dubitare che sia stata tutta una perdita di tempo.
A volte guardo al di là dell'Adriatico e ricordo una Jugoslavia forte e autorevole quando era unita, rivedendola frantumata in ho perso il conto quanti piccoli staterelli da operetta (a partire dalla Serbia che manda i suoi hooligans indipendentisti in giro per l'Europa).
Poi ritorno sulle italiche coste e non so se chiedermi come faccia l'Italia ad essere la settima potenza industriale al mondo (e rispetto ai capitali che fa girare lo è) col suo livello di pressapochismo e corruzione, o come faccia la nazione con più risorse culturali, intellettuali, naturali ed artistiche al mondo ad essersi ridotta come si è ridotta. Ma, a differenza di quanto cantava un Giorgio Gaber che l'età avevo reso inacidito e vagamente destrorso, io italiano mi ci sento volentieri e sono pronto a prendere a parmigianissimi smafloni chiunque me ne facesse vergognare.
Anche se il nostro inno è un po' ridicolo (ma lo preferisco ad un Deutschland Deutschland uber alles che, forse, dopo le follie del nazismo, andava cambiato); anche se gli Stati Uniti hanno una fulminante Born in the USA di Bruce Springsteen e noi L'italiano di Toto Cutugno;
Credo che abbiano fatto anche di peggio.
Al peggio non c'è mai fine.
anche se abbiamo un presidente del Consiglio che sembra uscito fuori da una serata ad alto tenore alcolico in cui un francese, un inglese e un tedesco scappati da una barzelletta immaginavano come doveva essere secondo loro il Primo Ministro del Belpaese (Gli facciamo fare le corna nella foto di gruppo?Sì, dai...E fare cucù alla Merkel? Toooogooooo...E lo facciamo urlare a Buckingham Palace come un pescivendolo?Be' dai, adesso non esageriamo...).
Ah già, tutti invidiosi e anche un po' comunisti...
Per itinerari tipicamente contorti e solipsistici, arrivo ad un post dedicato a Giovanni Lindo Ferretti.
Che trovo avere alcuni punti in comune col Battiato illustrato e celebrato in un recentissimo post:
il passaggio da una gioventù all'insegna della sperimentazione e della provocazione (anche se Ferretti coi suoi CCCP era andato un po' più oltre) a una maturità all'insegna della riscoperta di un misticismo, orientaleggiante per l'uno e pienamente occidentale per l'altro;
il disgusto per la banalità e la trivialità dei tempi moderni;
uno strisciante rifiuto della modernità che porta entrambi ad esprimersi (sempre con apparente fatica e un velo di noia) con modalità stilistiche assolutamente novecentesche se non fin de siècle (quello ancora prima, ovviamente);
l'ancestrale attaccamento alla propria terra, alle proprie radici, alla propria famiglia d'origine;
una mai del tutto appagata tendenza ad un isolamento che sconfinasse nell'eremitaggio;
una istintiva antipatia per il "bel canto" (che in Ferretti diventa a tratti odio assoluto).
Ma le differenze sono per il resto abbastanza vistose: perchè, per l'appunto, essere nati e cresciuti in questa terra "piatta monotona moderna attrezzata", "girata a cercare quel mare mancante", un triangolo di terra fertile a livelli quasi egizi fra il Nilo ed noètor e l'Appennino, è fatalmente diverso dall'essere nati in un'isola sospesa in un non-spazio e non-tempo. E quindi Ferretti non dirà mai "Non sono nè a sinistra nè a destra, io sono in alto" (come ha potuto dire senza risultare ridicolo Battiato).
Ferretti è cresciuto tra le contraddizioni del comunismo e quelle del cattolicesimo e le ha da sempre incarnate entrambe: con distaccato materialismo dialettico e con misticismo quanto mai concreto, ossimorico e contradditorio dalla testa ai piedi.
Inoltre, mentre Battiato è anche un musicista (e negli anni '80 ai concerti imbracciava perfino la chitarra elettrica, anche se molti dubitavano che non fosse collegata ad alcun amplificatore), Ferretti ha problemi perfino col campanello.
I testi di Ferretti, da me citati abbastanza spesso, li ho definiti a suo tempo incubi paralessicali. Sarebbe possibile una lettura psicoanalitica che però è quanto di più noioso, pretenzioso ed arrogante si possa fare, anche quando si maneggia la materia da un trentenno. Quindi ve la risparmio.
Teatri vuoti e inutili potrebbero affollarsi se tu ti proponessi di recitare te (Emilia paranoica, 1985)
PRODUCI CONSUMA CREPA SBATTITI FATTI CREPA (Morire, 1985)
(La più sintetica ed agghiacciante descrizione della nostra sedicente civiltà mai tracciata)
Io sto bene sto male io non so come stare io non so dove stare non studio non lavoro non guardo la TV non vado al cinema non faccio sport (Io sto bene, 1986)
Sazia e disperata con o senza TV piatta monotona moderna attrezzata benservita consumata afta epizotica nebbia calce cataste di maiali sacrificati agli dei delle zone infette agli dei delle zone controllate agli dei delle zone protette agli dei delle zone denuclearizzate (Rozzemilia, 1987)
Cerco le qualità che non rendono in questa razza umana che adora gli orologi e non conosce il tempo (Svegliami, 1989)
Se produco sembra che convenga Se consumo sembra che convenga Se mi espando sembra che convenga Mi assicuro sembra che convenga Me ne frego sembra che convenga (Conviene, 1989)
Se l'obbedienza è dignità, fortezza, la libertà è una forma di disciplina assomiglia all'ingenuità la saggezza (Depressione caspica, 1990)
Esempio di come un paesino tra Cavriago e Reggio Emilia possa dare spunto ad un titolo misterioso ed esotico per i non emiliani.
Non fare di me un idolo mi brucerò, se divento un megafono m'incepperò (A tratti, 1993)
Tra fremiti di bestie camion gas clacson Vociare di mercanti a contrattare macellai Fidanzati per mano famigliole festanti Di sguardi petulanti botte a chi non ubbidisce insulti Residui di carovane in viaggio orde dirette ad inseguire il sole... Occidente Occidente Alla guerra alla gloria alla storia... (Occidente, 1993)
Anche la disperazione impone dei doveri e l'infelicità può essere preziosa (Linea gotica, 1996)
Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per una irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare né so fare domande... (Irata. 1996)
Conosco le abitudini so i prezzi e non voglio comperare né essere comprato Attratto fortemente attratto Civilizzato sì civilizzato Comodo ma, come dire: poca soddisfazione Comodo ma, come dire: poca soddisfazione (Forma e sostanza, 1997)
Densamente spopolata è la felicità Densamente spopolata è la felicità Preziosa La felicità è senza limite e viene e va La felicità è senza limite e viene e va (Bolormaa, 1997)
So che la geografia è destino; la storia non si fa, signorile, a tavolino; la libertà, un doveroso pericolo, in verità (Orfani e vedove, 2005)
Boom economici risorse energetiche guai finanziari spot pubblicitari high-tech bio-tech igiene genetica bolle fondi sovrani nel sol dell’Avvenire che avviene nel sol dell’Avvenire che è l’uomo s’assottiglia dimensione catodica immagine dislocabile monodimensionale porno-maniacale reality e virtuale (Cronaca di guerra, 2009).
Gentili telespettatori, sono le 3 e 25 e come tutte le notti diamo spazio alle espressioni poetiche meno rinomate e più anticonvenzionali. Questa notte vi presentiamo un recente parto poetico di Ermenegildo Bottazzi, un ormai anziano ma sempre vitalissimo misconosciuto artista dell'Oltretorrente parmigiano.
Come in ogni antologia che si rispetti, inseriremo delle note a pie' di pagina per poter meglio intelligere il significato di questa poesia nei punti in cui il non vivere a Parma o l'avere una non sufficiente cultura potrebbe pregiudicarne la piena degustazione.
Passo ogni sera davanti al tuo portone però non suono (che vuoi? L'educazione...); anzi non guardo neanche il campanello che credo proprio non sarebbe bello trovare accanto al tuo altro cognome e trasalendo domandarsi "Come?!?". (1)
Di tutto questo ringraziamo il 6 (inteso come autobus, direi) che ha cambiato tracciato, itinerario, autista, controllor, motore e orario ma se a Collecchio ti conviene andare o compri l'auto o altro non puoi fare. (2)
E mentre la tua via percorro lento mi emoziono, mi abbatto, mi risento tra confusi ricordi e rimozioni di chi non ha imparato le lezioni ripetendo le mosse e tristo impara (perché è finito il gioco della zara?). (3)
Passo ogni sera davanti a quel citofono vorrei urlar la mia rabbia col megafono ma poi finisco desolato al Tapas (4) come un bambino povero del Chapas (5) e davanti a un'Estrella familiare (6) il naufragar m'è dolce in questo mare (7).
(1) Qui il Bottazzi si esprime in modo (volutamente?) criptico, inducendoci a pensare che alluda alla fine di un amore legata alle continue martellanti recriminazioni di lei "Voglio i miei spazi", fatto salvo il dubbio che ottenebra la mente del Poeta, che la suddetta si sia immediatamente riaccasata col primo maschio dall'occhio di triglia disponibile su piazza. Ma sono solo nostre ipotesi, giacchè l'artista parmigiano, da noi interrogato, si è trincerato nel più assoluto silenzio.
(2) Fino ad un recente passato, l'autobus numero 6 della TEP depositava il Bottazzi a pochi metri da casa sua bypassando pietosamente il portone in questione; attualmente lo costringe, sostiene lui, ad un penoso calvario fin davanti al teatro di passate gioie, anche se un'attenta analisi del Tuttocittà ci spinge a pensare che ci sarebbe la possibilità di svicolare per borghetti laterali che allungherebbero di pochissimo il tragitto. Ma anche qui, chiedere spiegazioni a Bottazzi è come parlare con un'oloturia.
(3) Ignoriamo se si tratta di citazione dantesca voluta e consapevole o di involontario plagio, vista la marmellata letteraria che occupa l'encefalo del Nostro, per cui non gli è più chiaro chi ha scitto cosa, come dove e perchè. E non chiedeteci altro.
(4) Trattasi di locale di cui il Bottazzi è accanito frequentatore sia per la bontà delle birre in esso meste o mesciute (o mescere è uno di quei verbi difettivi che ti lasciano in braghe di tela quando cerchi il participio, vedi la storica gag di Walter Chiari "Mi disse baciami e io la baciai, mi disse prendimi e io la presi... Mi disse suggimi e io la su... e io la su... e io la dovetti suggere...") sia per la presenza di Internet gratis per quelli ammanicati col titolare.
(5) Si tratta dell'unica rima possibile, molto meno dadaista della gucciniana "Amare-Schopenhauer" che fu a suo tempo oggetto degli strali critici di Bertoncelli (che alla fine si trovò immortalato come esempio di beota nell'Avvelenata) ma comunque risolta ingegnosamente. Se fosse andato al bar Paris (leggi Parì) la rima sarebbe stata troppo facile per uno come lui. Ovviamente non è chi non sappia che il Chapas è una delle regioni più povere del Messico.
(6) E' una delle birre meste o mesciute al Tapas, ovviamente l'aggettivo "familiare" (che allude ad una bottiglia e non ad una birra servita rigorosamente alla spina, ma dà comunque conto di una quantità francamente eccessiva per un solo bevitore) è una licenza poetica perché la rima precedente aveva esaurito l'intera creatività del Bottazzi.
(7) Vedi nota 3, ma in questo caso propendiamo per la seconda ipotesi vista una inquietante mimesi osmotica col poeta marchigiano, con cui Bottazzi vanta per altro comuni radici etniche per parte di madre.
In certe giornate forzatamente oziose ci si interroga sull'esistenza di Dio. Per cercare di aggirare il problema si pubblica un post che celebra il più mistico e trascendentale dei cantautori italiani, ma l'inquietudine non passa.
Certamente l'idea di Dio è un miracoloso (come tutto quello che Lo riguarda) unguento sulla quotidiana quantità di sofferenza e malessere che, chi più chi meno (i più fortunati e/o incoscienti per niente), tutti dobbiamo affrontare sopportare metabolizzare esorcizzare.
Poter attribuire le proprie magagne alla volontà imperscrutabile di una entità superumana è una trovata assolutamente geniale. E l'idea di un Aldilà rende molto meno spaventosa, per i più convinti perfino desiderabile, la morte.
Ma al di là delle facili ironie, restano un paio di argomenti che lasciano intatti i dubbi.
Il primo è di carattere sociologico-etnologico. Dai tempi dell'uomo di Neanderthal creature umanoidi hanno ben impressa l'immagine di un Dio, in tutte le epoche e a tutte le latitudini.
Poi, se si volesse divagare sterilmente perchè la conferenza deve durare un'ora e tu temi di trovarti alla fine dei tuoi ragionamenti dopo 10 minuti (salvo chiedere domande dal pubblico che è sempre un'arma a doppio taglio), si potrebbe chiosare che l'uomo di Neanderthal misticheggiante e devoto è stato sterminato dai cugini Homines Sapientes meno devoti e misticheggianti (e quindi forse meno inclini a credere nell'amore universale) e comunque certamente meglio armati.
Il secondo argomento è di carattere tecnico-scientifico. Se esiste il famoso big bang (tanto di dominio comune che gli è stata dedicata una divertente serie televisiva popolata di giovani scienziati completamente disadattati) cosa diavolo c'era prima del big bang? Forse il big crunch, l'implosione su se stesso di un universo a suo tempo espansosi per miliardi di anni luce salvo poi ripiegarsi come un bambolotto sgonfio, una volta esaurito l'immane impulso della sua deflagrazione? OK, ma ancora prima?
E solo allora ci si rende conto che l'argomento, più che tecnico-scientifico, è esistenziale. L'uomo non riesce a rapportarsi nè con l'eterno nè con l'infinito,
se la cava meglio con l'infinitamente piccolo che appare (e probabilmente è) più dominabile, anche se non interamente.
Gli agnostici in servizio permanente effettivo ricordano che nell'antichità l'uomo ignorante e primitivo attribuiva ad una miriade di divinità tutti i fenomeni naturali che non sapeva spiegare (ma senza sapersi accontentare di osservarli senza capirli, questo no, l'uomo non riesce ad osservare senza capire, piuttosto mangia un chilo di escrementi). Nel tempo, attraverso un faticoso e spesso non lineare cammino, la scienza ha rubato sempre più campo alla religione e alla filosofia (cosa possibile dove non vigono regimi teocratici, e qui meglio non divagare sterilmente chè il discorso ci porterebbe decisamente troppo lontano).
La religione cristiana (che ha conosciuto la sua fase teocratica e l'ha superata non da moltissimo) da tempo tratta se stessa come costruita su metafore filosofiche; la maggior parte dei parroci sono impegnati nel sociale, i pastori protestanti lo sono ancora di più potendo essere anche sposi e padri. La posizione ex cathedra resta vigente nel mezzo chilometro quadro del Vaticano e in pochi esagitati moralisti che di quando in quando fanno da zimbello in qualche talk-show.
In parole povere, il cristianesimo si è spostato da tempo dalla dimensione metafisica a quella etico-morale, valorizzando il messaggio di Gesù, ancora oggi rivoluzionario e difficilissimo da declinare nella sua completezza, anzi impossibile perchè un vero cristiano è a tutti i livelli un martire portatore di valori tanto giusti e sacrosanti quanto tali da renderlo imbelle di fronte al materialismo che lo circonda.
Come sistemiamo questi due argomenti, l'universalità dell'idea di Dio e l'esigenza (per creature senzienti ed incapaci di vivere in termini sanamente animaleschi, anche se qualche genio ci riesce ancora oggi) di vedere una mente ordinatrice dietro l'angosciosa immensità del Cosmo e l'ancor più angoscioso enigma del Tempo (è cominciato? Finirà? E prima del Tempo cosa c'era? E dopo il Tempo cosa resterà?)?
Ci può essere d'aiuto quel materialista dialettico di Karl Marx (confuso dalla Gregoraci per un nuovo stilista, complice domanda cattivella della Vicky Cabello invidiosa delle di lei curve)? L'uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza?
Solo in parte.
E' chiaro che quando due entità sono in uno strettissimo rapporto di interdipendenza reciproca si può sempre invertire il nesso causa-effetto. Io stesso suscito meraviglia, curiosità e (spesso ma non sempre) apprezzamento quando sostengo che una classe educa un insegnante non meno di quanto l'insegnante educhi la classe, nel senso che gli educandi lanciano segnali altrettanto forti e significativi, e il processo educativo funziona bene solo quando diventa veramente circolare.
Ma il fatto che da tre ore sia qui su Internet in pieno lunedì fa capire che simili ragionamenti, pur se accompagnati da grandi complimenti, non mi garantiscono una piena occupazione. Ma ancora una volta, evitiamo di divagare....
La mia personalissima idea è che non esista un Dio disgiunto, separato dall'uomo e pre-esistente ad esso. Ma non condivido neppure l'idea che Dio sia semplicemente una geniale invenzione dell'uomo.
Mi convince di più una via intermedia, basata sull'idea in sè e per sè inverificabile ma affascinante "Ogni uomo è Dio". Insieme alla distinzione tra Dio immanente e Dio trascendente che ha attraversato la filosofia post-medievale da Baruch Spinoza a Gregory Bateson.
In Bateson, Dio, mente e natura sono quasi sinonimi. Bateson è stato il più grande studioso di scienze umane del XX secolo e contemporaneamente un grandissimo mistico. La sua sfortuna è stata che il suo spessore intellettuale era talmente alto ed ammantato di aristocratico snobismo da non aver creato dei veri discepoli (anche con Freud doveva non essere semplice, chiedete a Reich e Jung).
Ogni uomo è Dio. Ogni uomo è Dio quando sa uscire dai suoi condizionamenti biologici da un lato e culturali da un altro. Quando sa vivere in modo pieno la sua individualità e sa sentirsi il centro dell'Universo (e visto che l'Universo, secondo tutte le più moderne teorie cosmologiche, è multi-centrico ogni punto di esso può essere preso come centro). Quando capisce che non potrai mai parlare con gli altri in modo non idiota finchè non saprai parlare con te stesso. Quando si sente irripetibile e assolutamente unico, e da quel momento avrà un patrimonio di amore e di energie da riversare su chiunque si senta pronto ad accoglierlo.
In questo senso, Dio c'è. Ma, attenzione. Questo Dio è ancora più difficile da scoprire nelle insondabili profondità delle nostre obnubilate coscienze del Dio che possiamo immaginare, eternamente uguale a se stesso, noioso ed annoiato, sopra una metaforica nuvoletta.
Uno dei più bei momenti di televisione di queste ultime settimane è stata la partecipazione di Franco Battiato a Otto e mezzo. In tempi di televisione urlata e piena di effetti speciali di vario genere e natura, la sua comunicazione fatta quasi più di silenzi che di parole, il suo austero look di sessantacinquenne placidamente invecchiato, la spasmodica avarizia con cui centellina le manifestazioni della sua prodigiosa intelligenza (ben sapendo che un intelligente logorroico ha infinite occasioni di passare da scemo), quel suo guardare il mondo dall'alto e da fuori, mi sono sembrati più unici che rari.
Non è poi vero che Battiato in televisione ci va pochissimo: nel giro di un anno lo ricordo da Fazio e da Chiambretti. ma in quelle due occasioni, lo stile vagamente adolescenziale dei conduttori (vistoso e plateale quello di Chiambretti, simpaticamente subdolo e invischiante quello di Fazio) lo ha portato ad una immagine meno severa e più bonaria in cui il grande catanese ha accettato di buon grado di scendere tra i comuni mortali.
Lo stile teutonico della Gruber, viceversa, spersonalizzato come una musica dei Kraftwerk e totalmente al servizio dell'intervistato (ciavete fatto caso, avrebbe detto Aldo Fabrizi) ha tirato fuori un Battiato assolutamente gigantesco.
Mentre nelle canzoni di Dalla, Ligabue, Fossati posso trovare pezzetti del me reale, in quelle di Battiato trovo pezzi importanti del mio ideale dell'Io, dal quale vivo un ormai esponenziale allontanamento. Che corrisponde, pur non essendoci tra i due un preciso legame di causa-effetto, all'esponenziale allontanamento dalle vicende della cronaca, che mi suscitano ormai noia e ribrezzo in variegata commistione.
Le canzoni di Battiato si prestano ad essere scomposte in infinitesimi frammenti come lui fa con le canzoni (e le poesie) altrui: vedi la celeberrima Cuccuruccucù Paloma in cui convivono a stretto contatto di gomito Omero e Nicola di Bari. Ancora una volta, lasciatemi divertire...
Se un figlio si accorgesse che per caso è nato fra migliaia di occasioni capireppe tutti i sogni che la vita dà con gioia ne vivrebbe tutte quante le illusioni. (Energia, 1971).
Anche il tuo spazio è su misura. Non hai forza per tentare di cambiare il tuo avvenire per paura di scoprire libertà che non vuoi avere... Ti sei mai chiesto quale funzione hai? (Ti sei mai chiesto quale funzione hai, 1972).
Dentro di me vivono la mia identica vita dei microrganismi che non sanno di appartenere al mio corpo... Io a quale corpo appartengo? (Beta, 1972).
Ho già sentito aria di rivoluzione. Ho già sentito gridare chi andrà alla fucilazione (Aria di rivoluzione, 1973).
Per conoscere me e le mie verità io ho combattuto fantasmi di angosce con perdite di io. (No U turn, 1974).
Il giorno della Fine non ti servirà l'Inglese. (Il re del mondo, 1979).
E perché il sol dell'awenire splenda ancora sulla terra facciamo un po' di largo con un'altra guerra. (Venezia/Istanbul, 1980).
Quante squallide figure che attraversano il paese, com'è misera la vita negli abusi di potere. (Bandiera bianca, 1981)
L'evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un'evoluzione di pensiero. (New frontiers, 1982)
L'analista sa che la famiglia è in crisi, da più generazioni, per mancanza di padri. (Tramonto occidentale, 1983)
Migliaia di prigionieri immobili seduti sulle macchine ai semafori (Temporary road, 1985)
Passano gli anni e il tempo delle ragioni se ne sta andando per scoprire che non sono ancora maturo (Secondo imbrunire, 1989)
Come non sprecare il tempo che mi rimane? (L'ombra della luce, 1991)
E quanti personaggi inutili ho indossato io e la mia persona, quanti ne ha subiti (Lode all'inviolato, 1993)
Non avere paura, perché porto il coltello tra i denti e agito il fucile come emblema virile. Non avere paura della mia trentotto che porto qui sul petto. Di questo invece devi avere paura: io sono un uomo come te. (Serial killer, 1996)
Ho sentito urla di furore di generazioni, senza più passato, di neo-primitivi rozzi cibernetici signori degli anelli orgoglio dei manicomi. (Shock in my town, 1998)
S’invade si abbatte si insegue si ammazza il cattivo si inventano democrazie (Ermeneutica, 2004)
Uno dice: "Che male c'è a organizzare feste private con delle belle ragazze per allietare primari e servitori dello stato?".
Non ci siamo capiti, e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?
Che cosa possono le leggi dove regna soltanto il denaro? La giustizia non è altro che una pubblica merce… Di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente? (Inneres Auge, 2009).
L'applauso dei giocatori serbi ai loro edificanti tifosi è altrettanto aberrante del "We're playing for you" del capitano del Liverpool ai suoi Kops che avevano appena agevolato la morte di 39 tifosi juventini inermi (non di un branco di Drughi fatti di cocaina). Così come l'atteggiamento arrogante di Stankovic vecchia gloria interista contro l'inviato della Rai che gli chiedeva conto di quella demenziale scelta.
A parte ogni altra cosa, ci si chiede come e perchè la Superba debba, ogni tot anni, essere epicentro di scontri a sfondo politico o etnico-razziale con i quali i suoi perennemente mugugnanti ma in fondo civilissimi cittadini nulla hanno da spartire.
E la promessa di un funzionario della Federcalcio "Rigiocheremo la partita ancora a Genova", se fossi genovese la prenderei come una solenne provocazione.
Probabilmente la partita non si rigiocherà e la nazionale italiana incamererà un comodo 3-0, se si dovesse rigiocare la si può rigiocare dovunque (ma non a Marassi, sotto la lanterna si dice "Emu zà datu" o giù di lì).
Ma a una condizione. Che si blocchino degli esagitati che (a mio modesto avviso) sono assolutamente identificabili in quanto alla loro proterva passione calcistico-nazionalista sacrificano ogni ipotesi di look guardabile: strapieni di tatuaggi, in alcuni casi deformati dall'abuso di alcoolici, e soprattutto armati di fumogeni e tenaglie (usate solo per forzare le recinzioni tra i settori dello stadio e non per torturare i tifosi avversari, ma comunque non ammissibili in uno stadio dove è vietato entrare con delle comuni bottigliette di minerale in plastica, non senza ragione perché ricordo lanci di bottigliette piene che, in caduta libera dal terzo anello, possono fare abbastanza male).
E qui sorge un penoso dubbio: che i nazionalisti-ultras serbi abbiano scelto l'Italia per il loro folle raid (iniziato con l'assalto al pullman della loro stessa squadra) per due motivi che si sovrappongono:
il ricordo dei bombardamenti Nato, in cui l'aviazione italiana si era distinta per precisione ed efficacia (a voi decidere se dobbiamo andarne orgogliosi) in occasione dei massacri contro i civili kossovari;
la coscienza che negli stadi italiani può entrare anche un motorino (che lanciato dal terzo anello fa un po' più male di una minerale), basta studiare il momento opportuno e magari costruirselo con sapienti azioni diversive.
L'infernale bolgia di Marassi verrà archiviata presto perchè questa volta non c'è scappato il morto e le forze dell'ordine hanno (spero) imparato qualcosa dal G-8 del 2001.
Le risposte a quelli che hanno festeggiato con me il 700° post a questa sera, adesso il lavoro mi chiama.
700 post. Se a ogni post corrispondesse un chilometro, partiremmo dalle brume subalpine e arriveremmo al dolce tepore della Magna Grecia. O passeremmo dalle coste orientali dell'Atlantico al Mare del Nord. Se a ogni post corrispondesse un anno, cominceremmo nell'ultimo scorcio di Medio Evo, appena appena illuminato dai primi sprazzi di Umanesimo e ci ritroveremmo nel terzo millennio. Se a ogni post corrispondesse un metro, partiremmo al livello del mare e arriveremmo sui contrafforti dell'Appennino. Per fortuna non c'è nessun modello di auto con questa numerazione, altrimenti rischierei di suscitare nuovi malcontenti (nessuno degli ex-possessori di 600 Fiat mi ha ancora perdonato il paragone con le secondo me ben maggiori vendite della 500). Tutti i post pubblicati in un unico volume produrrebbero tre volte Guerra e Pace e quasi un Devoto-Oli. A che pro tutto questo? Per la dolceamara vacuità di una vita accartocciata su se stessa nella sua sostanziale inutilità, che produce a ritmo variante (adesso siamo in fase medio-diarroica ma forse il peggio deve ancora venire) schegge impazzite di una beffarda creatività. Per il senso di esserci ancora (come recitava il titolo del 698° post). E pensate solo che, se a questi 700 post ufficiali dovessimo aggiungere quelli cancellati per rabbia, quelli lasciati lì a metà e mai èditi, quelli scomparsi nel nulla perchè pulsioni inconsce mi facevano schiacciare tasti sbagliati, o perchè scadeva la sessione (perfino il PC si era rotto il cxxxo), il migliaio non sarebbe lontano. E se dovessimo aggiungere quelli immaginati la sera e già dimenticati la mattina? Ho un principio di vertigine. Visto lo sleale rush (quattro post in un solo pomeriggio, a lavorare c'è sempre tempo) può darsi che mi riposerò come fece mio padre a suo tempo dopo sei giorni di duro lavoro.
Fino a poco tempo fa, quando si cercava "Io sono uno" su YouTube saltava fuori esclusivamente "Io sono uno skianto" degli Skiantos.
Non si trovava nè la versione originale di Luigi Tenco nè quella di quasi trent'anni successiva degli AFA di Fabrizio Tavernelli, di sapore vagamente ska.
E Tavernelli stesso così commentava la scelta di quel pezzo apparentemente inconciliabile con la sperimentazione sonora e il crossover assoluto che caratterizzava la storia musicale degli AFA (e prima ancora degli EMDA, ma questo lo capiamo io, Tavernelli e altri 3,14).
Ho scoperto Tenco negli anni ’80 mentre ero ancora in piena sbornia per tutto il suono post-punk-newwave-elettronico-sperimentale. Poteva sembrare un avvicinamento temerario e spericolato quello di unire la canzone d’autore italiana alle avanguardie che arrivavano da New York, da Londra, da Berlino… eppure, in fondo, trovavo una stessa sensibilità, lo stesso esistenzialismo, la stessa alchimia tra approccio intellettuale e romanticismo. “Io sono uno” in particolare, mi colpì per la sua urgenza, per quel testo quasi declamato che ne fa un manifesto di intenti e di etica. Versi e parole da sbattere in faccia ad una Italia da sempre ipocrita, bigotta, furbetta. Per questo diedi una lettura “Punk” (con gli En Manque D’Autre nel ’90 e con gli Afa nel ’93) accentuando l’irruenza “politica” del brano. Credo che anche oggi, quel testo sia di una attualità sconcertante ed allo stesso modo sottoscrivo la sua pura insoffeenza. D’altra parte siamo sempre più sommersi dai tanti che parlano sempre e dovunque pur non avendo niente da dire, sempre più trionfa il qualunquismo ed il tirare a campare, sempre più si vende e si spettacolarizza l’intimità attraverso reality e talk-show.
Oggi la prima si trova, la seconda ancora no. E ci si può anche ricordare che il più schivo e sgrusgno (mi si passi l'emilianismo, non esistendo espressioni italiane che rendano quel grugnito onomatopeico in modo altrettanto efficace) dei cantautori degli anni '60 aveva fatto perfino la sigla finale del Commissario Maigret come un Gianni Morandi qualsiasi.
Pensa tè che ciaveva un bolognese come me (simpaticissimo) a disposizione e si è andato a prendere uno di Genova. Se ci davo un schiaffone lo rivoltavo.
Del resto, vagolando sterilmente su YouTube (cosa che può durare anche mezze giornate perchè di link in link e di associazione mentale in associazione mentale il viaggio non è mai finito) si incontrano decine di stucchevoli geremiadi su come faccia schifo la musica di oggi e su come fosse splendida quella di una volta. State tranquilli che fra vent'anni parleranno di Marco Carta come fosse Stockhausen, per la serie "Tutto è relativo" e "Al peggio non c'è mai fine".
Suicidatosi nel 1967 per disperazione e noia profonde (e perché gli era stata preferita quella povera innocente di Orietta Berti che da allora si porta quel peso sulla coscienza), ci lascia a questionare su come (se invece della sua pistola avesse preso un passaporto) avrebbe potuto non tanto e non solo diventare una star internazionale nella folle creatività dei primi '70, ma ergersi a maestro per almeno due generazioni di epigoni.
E cosa combinerebbe Jimi Hendrix con gli studi di registrazione di oggi? E Janis Joplin si sarebbe data al porno? E vai a saperlo...
You just couldn't be more wrong. I'd rather leave Janis in the studios and develop myself to porn.
Nell'epocale avvicinamento al 700° post ufficiale, mi piace riconoscermi con qualche beneficio di inventario anche in questo testo.
Io sono uno che parla troppo poco, questo è vero ma nel mondo c'è già tanta gente che parla, parla, parla sempre che pretende di farsi sentire e non ha niente da dire.
Io sono uno che sorride di rado, questo è vero ma in giro ce ne sono già tanti che ridono e sorridono sempre però poi non ti dicono mai cosa pensano dentro.
Io sono uno che non dice chi è la sua donna, questo è vero perchè non ammiro la gente che prima implora un po' d'amore e poi non appena l'ha avuto lo va a raccontare.
Io sono uno che non nasconde le sue idee, questo è vero perchè non mi piacciono quelli che vogliono andar d'accordo con tutti e che cambiano ogni volta bandiera per tirare a campare.
Parlare troppo poco? Può sembrare impossibile, ma fuori dal web mi sono ridotto a un sostanziale mutismo, schifato dalla precarietà malata di ogni tipo di dialogo interpersonale. Sono logorroico solo con le persone che amo e di cui mi fido, con n=1, mia figlia.
Sorridere di rado? Rispetto al sorriso stiracchiato e opportunistico di matrice televisiva, preferisco un'espressione perennemente aggrondata (people think I'm insane because I am frowning all the time).
Quanto al dire chi è la mia donna, oggi non avrei niente da dire nè di vero nè di falso. Ma a suo tempo non mi sono mai vantato al bar, e ne avrei avuto numerose occasioni.
Quanto al non nascondere le mie idee, non ho granchè da aggiungere.
Arrivederci al 700°.
E che l'ottocentesimo arrivi presto perché c'è una fantastica omonima canzone di De Andrè.
Certe notti non c'è nessuna macchina calda, nè autogrill dove festeggiare, nè amiche che ti disinfettano le ferite. Semplicemente sei lì, nel tuo candido lettino, che ascolti la danza macabra del tuo cuore che, e purtroppo non è una metafora, batte maliziosamente fuori tempo.
Se fossi pavido e vigliacco ti arrenderesti e chiameresti il 118. Ma per insondabili motivi ti godi quella condizione di possibile moribondo (e se anche fosse?) e, quasi deliziato, osservi il film della tua vita che, secondo un abusato luogo comune, in questi epocali momenti ti si squaderna davanti.
A cinque anni, in un tiepido giorno di inizio autunno, giochi al piccolo giardiniere sul terrazzo di casa (l'odore della terra bagnata è quasi lisergico) e ti chiedi come mai le mura circostanti la basilica sono tutte tappezzate di bandiere; poi il passaggio a bassissima quota di un aereo a reazione con relativo bang supersonico ti spaventa a morte e ti tranquillizzi solo dopo che il papà ti ha comprato un colossale gelato all'amarena al bar di fronte. Ovviamente non potevi sapere che quello era il primo viaggio fuori dal Lazio di un pontefice dall'unità di Italia in poi, nè perchè avesse scelto quello sputo di paesino tra Ancona e Macerata.
A undici anni, su quello stesso terrazzo, ammiri la tua prima alba in diretta e, anche se sei abbastanza grande per avere corrette nozioni di astronomia, ti sembra proprio che l'Adriatico vomiti un tuorlo d'uovo mal digerito.
A tredici anni, sul traghetto fra Ostenda e Dover, ti accorgi per la prima volta di come il tuo inglese sia totalmente inutilizzabile per un costruttivo dialogo con soggetti madrelingua, ma in compenso sei l'unico che non soffre il mal di mare (la zia Rinaldina Rinaldoni detta Dadà si vomita anche il pancreas).
Prato della Valle in una mattina di inverno, solo i meridionali invidiosi possono non capire quanto possa essere bella e complice la nebbia.
Sotto il monumento di Nelson ti senti per un momento londinese da una vita. Ma è anche antropologicamente chiaro che non lo sei.
Dalla chiesetta di Portovenere rimiri il braccio di mare che il poeta Shelley attraversava a nuoto, e lo apprezzi quasi più sul piano atletico che su quello poetico.
Le onde cattive dell'Atlantico si abbattono sul muricciolo del faro (o era anche questa una chiesetta? In punto di morte i ricordi dovrebbero essere più precisi..) di Biarritz. Ieri sera tu e lei avete litigato e litigherete anche stasera, in realtà lei è incazzata perchè il tuo inglese (nel frattempo enormemente migliorato) intimidisce i bottegai guasconi (in senso geografico) e il suo orrido francese la condanna ad essere servita per ultima, ma adesso sembrate i fidanzatini di Peynet (guascone anche lui?).
In fuga da una Milano che non sopporti più sei solo, all'alba, sul solito Adriatico. Questa volta il sole non ti sembra un tuorlo d'uovo ma una stella di media grandezza che brucia miliardi di tonnellate di idrogeno ogni secondo.
Avrai tre anni al massimo, dopo aver rubato alcune merendine dei compagni d'asilo te le gusti guardando affascinato i maiali di una vicina porcilaia.
Guardi ammirato il calcio del Parma di Sacchi (un modulo romantico che non prevede il gol): ventisei occasioni da gol e vantaggio del Lecce al 91'. Nonostante tutto il pubblico commenta Col plè lì al farà d'la streda.
L'inestricabile miscuglio di geometrico e metafisico di Piazza San Pietro.
Stai guardando da una intollerabile vicinanza due stupendi occhi di taglio vagamente orientale, seppur un po' rovinati da una leggera esoftalmia. Se non vi baciate ti conviene farti frate trappista.
E su questo ultimo quadro il film si interrompe. Se fossi morto, varrebbe la pena morire così tutte le notti.
"Ma vivo ancora e son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio male...".
Il giorno che ti chiederò i diritti d'autore, caro il mio Rinaldoni, vedrai che ti scanti giù bene!!!
Le icone di cui sopra sono solo per bellezza e non conducono all'ascolto dei 3 omonimi brani rispettivamente di Gino Paoli, Max Pezzali e Piero Pelù. Se volete ascoltarli cercateveli su YouTube.
Intrappolato in una piccola zona dello spazio-tempo Nella fattispecie dovrei essere in alto a destra accanto all'equazione x-theta=0, indicatrice che tutte le mie operazioni hanno risultato nullo.
che ci vorrebbe la guida galattica per gli autostoppisti per capire dove diavolo mi trovo, ancora e per sempre vittima non del tutto innocente della mia hybris simmetrica
Questo labirinto sembra semplice se lo guardi dall'alto, ma provate voi a starci dentro....
verso tutto il resto dell'universo, schiacciato da una storia che tracima da tutti gli scaffali e non ne vuol sapere di starsene buona in archivio, spaventato dal tempo libero ma con sempre meno possibilità di occuparlo, a volte mi chiedo cos'è che vela il mio sguardo quando cerco di rimirare il futuro. Lacrime o cispa in via di liquefazione? Devo andare dall'ottico, anzi no dall'oftalmologo, anzi dall'oculista, finchè non deciderò da quale dei tre devo andare (e sempre ammesso che il secondo dei tre esista) non andrò da nessuna parte.
E resterò qui, stupefatto di essere comunque ancora vivo seppur ormai totalmente privo di plausibili addentellati col resto dell'umanità se non del creato intero.
Redarrò, redigerò, redarguirò, ridurrò, ridimensionerò posts conlaessesonpiuduno sempre più sconnessi e frantumati, per certi versi tutti uguali e per altri tutti diversi (volete sapere per quali? Ecchennesò...).
Ma comunque ci sarò. Vuoi mettere la soddisfazione?
Ocio, caro il mio Rinaldino, che da domani per l'Emma non ci sarà più pace... Setacceremo tutto il mantovano a caccia di amori saffici, peculati, abigeati, apologie di reato, rapporti con minorenni, multe non pagate, cambiali in protesto, elefantini di giada comprati da senegalesi abusivi, sodomizzazioni e divieti di sosta.
Tè fai presto a parlare che c'hai duemila foto su Google e io ho solo questa e per giunta in comproprietà e magari quello a sinistra manco sono io: e adesso all'Emma chi glielo dice? Pronto... pronto... Va' che ha già riattaccato... Adesso chiamo il Crippa di Mediaset, che sistema tutto lui.
Pronto... Scolta Maurino, qui m'ha appena chiamato il Nicola che a volte esagera un cincinino ma secondo me stavolta dice sul serio: c'avrebbe un dossierino sull'Emma che io non so bene da che parte prendere... Vedi un po' tu...
E la Pepina la fa'l cafè... Lo sai anche tè come che sono quelli lì del Giornale...Sono peggio del Fede. Magari non c'è niente di vero ma tè fai 'na cosa. Chiama il Fedele Confalonieri e dicci che sono un bel po' preoccupato.... E no, non te lo chiamo io che adesso sono in riunione, del resto lo sai che quando chiami tè io sono sempre in riunione... Ciao bello...
Ultimamente, per una intricatissima serie di ragioni che preferisco non iniziare neppure a descrivere, non mi piace troppo parlare dell'attualità.
Ma ne succedono e ne saltano fuori talmente tante, che alla fine non ci si può esimere. Tanto l'effetto è lo stesso, sia che si parli della propria infanzia e dei propri ricordi, della propria precaria quotidianità, di fole esistenzialfilosofiche, di arredamento, di pret-a-portèr, di vini dell'oltrepò pavese: una pressochè totale indifferenza che, forse, è meglio di una conclamata ostilità e perfino meglio di una finta ed affettata messe di finti complimenti.
Quello che mi piace fare è cercare di non essere banale, il compitino stentato tanto per dire "E anche oggi ho snocciolato un post, ma chi se lo fosse mai creso..." lo lascio agli webdipendenti in servizio permanente affettivo. Poi se nonostante gli sforzi mi viene fuori un post risaputo e stinto lo lascio comunque lì, che di questi tempi non si sa mai...
La querelle tra Emma Marcegaglia e il Giornale non può non ricordarmi il presunto attentato subito da Maurizio Belpietro. In questo caso come in quello, la paranoia che ormai colpisce la quasi totalità dei personaggi pubblici italiani si sposa col desiderio dei giornali di fabbricare scoops e/o di compiacere il proprio padrone.
Paranoie, inquietudini, esigenza dello scoop e ormai definitivo allontanamento del giornalismo dal raccontare in direzione dell'alludere, sono quattro delle poliedriche facce di un poco luminoso diamante: l'Italia del terzo millennio, ben poco cristiana se non a parole, ben poco socialcomunista se non nelle velleità di qualcuno e nella propaganda del premier, una nazione semi-impazzita che fa girare per il mondo abbastanza capitali da poter stare nel G-8 ma annega drammaticamente in una spettacolarizzazione della politica, dell'informazione, della cultura (su cui non a caso il "poeta" Bondi considera uno spreco inutile investire del danaro, specie quando esiste oramai una Cultura Popolare a cura di Mediaset che avrebbe fatto l'invidia dei mussoliniani funzionari del MinCulPop, che non costa nulla al cittadino perchè la pagano profumatamente gli sponsors).
Trovo fragili e volgari tutti i partecipanti a questa commedia dell'arte:
Nicola Porro vicedirettore del Giornale che fa una telefonata (scherzosa secondo lui, seria per chi la riceve, serissima e minaciosissima per quella povera verginella dell'Emma) al portavoce della Marcegaglia ventilando dossiers come fosse antani, con l'epocale frase "Sposteremo i segugi da Montecarlo a Mantova", ammettendo per altro esplicitamente che la linea editoriale del suo quotidiano è quella di spostare i segugi dove tira opportuna aria di ritorsione;
il pavido e imbelle Rinaldo Arpisella portavoce in questione che, qualora ritenesse attendibili le fanciullesche minacce di Porro dovrebbe informare la magistratura o, in alternativa, verificare la cosa col direttore, e invece raffazzona telefonate ai dirigenti Mediaset neanche lui sapendo bene cosa chiedere;
la Marcegaglia che, non dissimilmente da Belpietro, trasforma ipotesi in certezze e si vede esplicitamente minacciata (quelli lì un'informativa della questura o una planimetria di cucina, vere o tarrocche che siano, prima o poi la tirano fuori davvero) dando a quei simpatici pennivendoli un peso che non meritabi;
Vittorio Feltri che, invece di limitarsi a smentire, deve offendere l'Emma con lo stile dell'amante respinto.
Per chi ha seguito la ormai tediosa vicenda di Calciopoli, la telefonata tra Arpisella e Crippa ricorda quelle tra Moggi, Galliani e Facchetti da una parte e il dirigente degli arbitri Paolo Bergamo dall'altra: complimenti o lamentele in base all'operato dei suoi dipendenti, e subdole e allusive (quasi mai dirette) richieste di mandare arbitri quanto meno non sgraditi. Quello più coglione dei tre si è beccato una radiazione e ha spedito la sua squadra in B, quello furbo ma non troppo se l'è cavata con una tirata di orecchi e l'anno dopo ha vinto perfino la Champions, su quello furbissimo (anche in considerazione della sua prematura scomparsa) evitiamo di dire cattiverie.
Che calcio e politica si somiglino tanto credo faccia piacere ai supporters del Bisunto del Signore. Agli altri, non saprei...
Far pervenire a Maurizio Belpietro tutta la mia solidarietà, per lo stranguglione che dev'essersi preso nel sentire il racconto del suo body-guard, è di elementare facilità.
Oltretutto il Nostro è decisamente simpatico, nei suoi grotteschi e malriusciti tentativi di fare l'Antipatico. Dotato di buona autoironia ed innato senso dell'umorismo, in confronto a Feltri, Sallusti e Minzolini, Facci è quasi adorabile. Il suo desiderio, tutto in controtendenza, di non essere amato fa quasi tenerezza.
Ma da qui a considerarlo vittima di un attentato, gesummaria, ce ne corre.... Forse gli attentati sono un'altra cosa...
I miei 5 lettori sanno bene che il mio blog non ha alcuna velleità giornalistica e menchemmeno cronachistica: non insegue le vicende salienti della quotidianità, insegue piuttosto i complessi e variegati equilibri della mia esistenza, ormai punteggiata da un rumore di fondo che potremmo definire una rassegnata preoccupazione priva sia di entusiasmi che di indignazioni. C'è anche un po' di cinismo? Probabilmente sì.
In ogni caso, finchè ciò non mi dovesse portare ad esiti intollerabilmente spiacevoli, mi ritaglio senza iattanza ma con un briciolo di coscienza dei pochi diritti che mi rimangono la libertà di dire quello che penso e quello che mi va.
E allora, parlare di attentato nel caso in questione è, nel migliore dei casi, una colposa imprecisione giornalistica; nel caso intermedio, un cavalcare una notiziola cercando di trasformarla in notiziona da prima pagina; nel caso peggiore (e, come disse non ricordo chi, a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina) una manipolazione strumentale di notizia per avvalorare la tesi di un complotto demoplutocratico contro il premiatissimo premier e tutti i suoi addentellati.
Ma addentellato ce sarai te. T'o o dico co' tutta franchezza...
Ma in un paese in cui si fanno titoli da prima pagina su una cucina
e sul platonico innamoramento di un anziano agente poco segreto per un rampante giovanotto scapestrato, si può fare un titolone anche su una guardia del corpo che racconta di aver incrociato sulla porta di casa del suo protetto un presunto attentatore che gli spara ma la pistola si inceppa, la guardia risponde al fuoco ma non lo colpisce e le telecamere non registrano nulla di tutto questo...
Nulla impediva di titolare "Strano episodio tutto da chiarire nel palazzo di Belpietro".
O no?
Se le mie velleità fossero quelle di licenziare un fulminante e sulfureo elzeviro, il pezzo lo chiuderei qui.
Ma siccome non ho velleità, al massimo desideri un po' stinti, mi viene una voglia incoercibile di collegare questo episodio a tutta una rete di notizie manipolate, deviate, trattate sciattamente, ignorate o ingigantite secondo i desiderata dell'editore, talvolta secondo i presunti desiderata come Fede e Feltri sanno e fanno benissimo, o quanto meno con grande intensità.
Ma, tant'è, io credo di potermi permettere di dubitare sulla natura di ATTENTATO!!! di quanto capitato al body-guard di Belpietro, essendo il mio blog una scheggia periferica remotissima del mondo dell'informazione (informazione con la i minuscola, nel senso più lato del termine, passaggio di messaggi sempre fatalmente soggettivi; non Informazione nel senso di sacra trasmissione della Verità). E, sempre in tal senso, dubitare sistematicamente dell'accuratezza e onestà di una immane fetta della stampa contemporanea.
Se contassi qualcosa, dovrei farlo con mille circospezioni e a mio rischio e pericolo, pressochè certo di passare da eversore, amico dei terroristi e, Dio ce ne scampi e liberi, COMUNISTA!!!
Nell'assistere a questa ennesima pantomima berlusconiana, come sempre non mi sento di fare scalfariane disamine storico-giornalistiche.
Ecco, appunto... Condivido.
Preferisco piuttosto indulgere in una analisi di tipo antropologico-sociologico-psicodinamico, che è di solito quella che mi viene un po' meno peggio (attenzione: non ho detto "bene"...).
Specie quando ci saccheggi senza minimamente degnarti di citarci. Firmato Gregory Bateson e Carl Gustav Jung.
E allora, la prima considerazione generale è che abitualmente gli imprenditori prestati alla politica, prima o poi ed in un modo o nell'altro apprendono linguaggi e stilemi della politica e diventano abbastanza indistinguibili dai politici professionisti.
Correct. For instance, in my prime I used to grow peanuts in Georgia. Could you ever imagine such a thing?
Berlusconi no. Secondo i suoi sostenitori questo avviene volutamente ed è la sua forza, sua forza, sua maxima vis. Secondo i suoi detrattori , tra i quali ovviamente io mi colloco, questo avviene in parte per insipienza (dettata non da scarsa astuzia, figuriamoci, ma da inveterata spocchia e pigrizia) e in parte per quella peculiare forma di sintomo nevrotico che consiste nel trasportare apprendimenti, validi nel contesto x, in un contesto y in cui essi non risultano più appropriati.
In realtà, a tratti si percepisce che Berlusconi ci terrebbe ad avvalorarsi come un vero statista, addirittura più bravo di De Gasperi,
(Prego?)
ma poi poveraccio gli manca il tempo, ci sono altre cose a cui pensare, le seratine porno-erotiche da organizzare, e allora vai col liscio: si limita a combinare le sue esperienze professionali e imprenditoriali pregresse, creando un grottesco mostro di Frankenstein in cui, dietro la superficie del capitano d'azienda efficiente e decisionista emergono in modo estremamente junghiano gli agrodolci fantasmi del suadente crooner da crociera e del piazzista di scope elettriche.
Già 25 anni fa Stefano Benni aveva accusato Craxi di voler "vendere l'Italia e licenziare tutti gli Italiani". Ed era stata una medianica proiezione futura su quello che allora era solo satira ma oggi è la triste realtà. La triste realtà di un esercizio arrogante e mascalzonesco del potere, che solamente quel personaggio shakespeariano di Antonio Di Pietro (e anche in lui, sotto la superficie dell'autoironico giullare, traspare il personaggio drammatico dell'oracolo invasato che implicitamente desidera fare la fine di Matteotti o di Giordano Bruno, al quale obiettivamente somiglia di più) osa disvelare senza infingimenti e dissimulazioni la sua eretica ma esatta teoria.
E mbè, in mezzo a sti due non ci faccio pur'io la mia porca figura?
Quello che è certo è che chi dissente dal padrone viene cacciato: Mentana e Leonardo (l'allenatore, non lo scienziato-letterato rinascimentale, ma Berlusconi avrebbe litigato anche con quest'ultimo) così come Follini, Casini, Fini.
Sopra, una sintetica rassegna degli epurati più illustri.
E chi rimane deve genuflettersi al padrone ed incarnarne lo spirito: non c'è spazio per esponenti di partito, ci sono solo portavoce, portaborse, portatori d'acqua, gregari grigi e, ove e possibile, belle gnocche in versione sadomaso (Brambilla, Santadechè), bambolina a pile (Carfagna, Prestigiacomo) o intermedia (Gelmini, Meloni, in realtà troppo poco belle per poter aspirare ad una vera ribalta televisiva).
Silvio promette fuochi e fulmini per la richiesta di fiducia alla Camera e al Senato, poi si riduce ad un discorsino da doroteo in sedicesimo in cui, tra l'altro, provoca l'ilarità anche di qualche fedelissimo promettendo completamenti della Salerno-Reggio e ponti sullo stretto, per fortuna debellamenti del cancro e un m ilione di posti di lavoro questa volta gli restano in gola.
Tanto si sa che la fiducia non è un calcolo, è un'emozione. A qualcuno ci piace il Silvio come una volta ci piaceva il formaggino Galbani, e basta là con tutte quelle menate da intellettuale dei miei stivali, t'è capì?
I finiani lo votano per non restare col cerino della crisi in mano (efficace espressione fornita da quell'utilizzatore finale di detti popolari che è Bersani) ma intanto annunciano ufficialmente la formazione di un nuovo partito.
E Maroni si fa beccare da una troupe di Striscia a sbuffare "Ma tanto si vota a marzo!". O era Ballantini?
E il teatrino della politica sarebbe quello che facevano gli altri prima di lui?
E' raro se non unico che il titolo di una canzone possa assurgere alla dignità di una quasi ricorrenza civile, come un 25 aprile, un 2 novembre, un 11 settembre.
Eppure 29 settembre ha raggiunto questo livello di trasfigurazione: da 2'30" di 45 giri beat a simbolo di un'intera epoca, riproposta in bianco e nero dalle trasmissioni di Rai 3 ma in realtà incredibilmente colorata.
Lucio Battisti la scrive nel 1966 insieme a Mogol, ma a quel tempo è solo un autore senza la minima intenzione di cantare, finchè le sue canzoni diventeranno talmente caratteristiche che solo lui avrebbe potuto interpretarle in modo adeguato. Nel frattempo, in quel di Modena, un altro giovane autore un po' più intonato ma devastato da un tremendo rotacismo (è per questo che nessuna ortofonista va a lavorare volentieri a Fidenza) scrive E' dall'amore che nasce l'uomo.
Maurizio Vandelli con la sua Equipe 84, molto più intonato, vanitoso e (secondo lui) bello dei due autori, decide di farne un bel 45 molto psichedelico.
Fino a lì, il gruppo modenese aveva onestamente vivacchiato tra cover degli Stones, Sonny e Cher, Kinks, scegliendo sempre con grande oculatezza tant'è che dei pezzi allora ignoti da loro tradotti vennero poi reinterpretati uno dai Ramones (Surfin' bird) e uno da Jackson Browne (Stay); più o meno come i Nomadi che si facevano passare anche loro per modenesi quando qualunque loro fan sa benissimo che sono nati nella meravigliosa cittadina di Novellara nella bassa reggiana, e che tanto per dire tradussero pezzi di Elton John quando non se lo filava ancora nessuno.
Entrambi i gruppi godevano poi dei regali di Guccini (era lui il bravo giovine affetto da rotacismo) che riusciva a cantare solo dopo il terzo fiasco di lambrusco altrimenti era troppo timido, pur se dotato di un bel vocione baritonale che la erre padana rendeva ancora più artisticamente pregevole.
Nessuno può dirci se, mentre prendevano quella canzoncina in sè abbastanza innocua ma per i tempi dotata di un testo leggermente osè (e difatti si capisce benissimo che dopo il ristorante e la discoteca, o come si diceva allora la balera, i due vanno a farsi una o più scopate), Vandelli e compagnia cantante pensassero di farne un hit immortale o semplicemente di onorare un contratto discografico che, ai tempi, obbligava a lavorare come negri sfornando dischi a getto continuo per dei compensi risibili, poi ci si rifaceva un po' con le serate (di tour c'era solo quello de France). Certo,la copertina in stile vagamente lisergico fa propendere per la prima ipotesi. Riuscirci, poi, era tutta da vedere...
Fatto sta che il pezzo è, ancora oggi, sorprendentemente curato nelle armonie vocali e nelle sonorità. Con gli studi di allora dove si registrava al massimo a 4 piste, qualunque adolescente viziato oggi ha ben di meglio nella propria cameretta da sbattere su Youtube tra un'ostentazione di genitali e l'altra in webcam.
Non ve lo linko nemmeno perchè sono convinto che lo conosciate tutti a memoria, se no andate sulla testè ricordata You Tube e fate vos (e non vobis come dicono quelli che credono di conoscere il latino). Se ci andate godetevi il minibatterista Alfio Cantarella che tenta di imitare Keith Moon degli Who con discutibili risultati.
Ma, come sempre nella vita, il caso era in agguato. Nessuno poteva immaginare che il 1967 sarebbe stato l'anno di svolta della musica "leggera" che da lì in avanti diventò una roba maledettamente seria, pur restando un sano e solido prodotto di consumo. Nessuno poteva prevedere la summer of love, Sergent Pepper, i primi moti universitari di Berkeley, California.
E quel piccolo disco si incastonò nel momento storico e fece da cesura da allora in poi.
Tant'è che John Lennon dichiarò che conosceva l'Equipe 84 e lo considerava il gruppo europeo non inglese più simile ai Beatles. Anche Keith Richards fatto murato disse lo stesso dei Corvi rispetto agli Stones, ma nessuno riportò la dichiarazione.
Poi c'era chi diceva che dal vivo l'Equipe faceva la canzone in una maniera talmente oscena che una volta Vandelli e Sogliani si sono guardati e l'hanno lasciata lì a metà. Ma questo è capitato anche a Roger Waters con il riff di Money, ben testimoniato da un bootleg galeotto, con imprecazioni in cambridgese stretto incluse.
A differenza dei Beatles, che non si sarebbero mai sognati di rifare Tomorrow never knows o A day in the life dal vivo (e infatti smisero di fare concerti nel '66), come sopra ricordato l'Equipe senza concerti si sarebbe ridotta a pane e mortadella, altrochè caviale e siampann. E se non facevano 29 settembre non ne uscivano vivi (come oggi Jerry Calà con Maracaibo, come cambiano i tempi...).
Ma il Luca Lucarelli che c'è in me (insieme a un'altra cinquantina di avatar che testimoniano della mia totale disgregazione, anzi diciamo proprio dispersione, mentale) insegue un mistero.
Nel mettere il titolo alla canzone (lo fece Mogol? Lo fece Battisti? Lo fece Vandelli quando ebbe la trovata di far assoldare dalla reticente Ricordi un vero speaker?) come è potuto succedere che abbiano scelto la data di nascita dei leader dei due principali partiti italiani del secondo decennio del terzo millennio che si sarebbero trovati in quel medesimo giorno del 2010 in Parlamento a guardarsi negli occhi e a cantarsi "Me la dai la tua pansè?" e "La cammesella gnornò gnornò", da quei personaggi da avanspettacolo che erano entrambi diventati.
Andiamo con ordine.
Può darsi che, mentre il gruppo registrava la canzone, si intrufolasse un giovanotto basso e precocemente stempiato che stava piazzando aspirapolveri nel palazzo antistante
e, con accattivanti giri di parole, li convincesse ad intitolare la canzone con la sua data di nascita per poter regalare il disco alla sua cara mamèta.
O può darsi che il tombeur de femme Franco Ceccarelli trombasse all'epoca con la sorella di un anche lui precocemente stempiato liceale piacentino,
Nella foto, il giovane Bersani che ha il disco dietro la schiena e sta per ostentarlo per poi poter dire "E desa basta ed torem in gir..."
che non gliel'avrebbe più data (la sorella, non il liceale) se non avessero intitolato eccetera eccetera così il Pigi se ne vantava coi compagni. (E lo vedi che chi mette la mamma davanti ai compagni ha più successo nella vita?).
Grazie a loro, questa sera Rocco Tanica saprà cosa suonare, comunque vada il summit parlamentare, dalla Serena Dandini.
Di fronte a una vita apparente mi ritiro, pratico il niente; di fronte ad un mondo troppo pieno io scompaio. Mi bastano due cose in croce, non una croce di comandamenti e codici, non replico giochi di specchi se quello che era si deforma. E perchè dovrei andare ovunque se non conosco le distanze, e perchè dovrei parlare con chiunque se mantengo le distanze? C'è chi dona altri sè e moltiplica soltanto altri sbagli, io sono uno, sono solo, io non ci sono... E quando credi che non stia facendo niente, ricorda, sono una cellula dormiente; e quando credi che non stia facendo niente, attento, sono una cellula dormiente; e quando intorno c'è un deserto desolante nel nulla qualcosa rinasce. E' un letargo di un lungo inverno, è vita conservata in formalina, è overdose di narcotici, è un battito che senti a mala pena; fingo la morte e sopravvivo mentre fuori è solo frastuono, e se provi a stanarmi io mi nego. E quando credi che non stia facendo niente, ricorda, sono una cellula dormiente, e quando credi che non stia facendo niente, attento, sono una cellula dormiente e quando intorno c'è un deserto desolante nel nulla qualcosa rinasce
Ingannato, segreto, il significato è un codice criptato; ora è il tempo di rimanere immobile mentre fuori è un disgregarsi di cellule; e quando un altro ciclo sarà finito io sarò rinato.
E quando credi che non stia facendo niente, ricorda, sono una cellula dormiente, e quando credi che non stia facendo niente, attento, sono una cellula dormiente, e quando intorno c'è un deserto desolante nel nulla qualcosa rinasce.
E' inutile negarlo, ci sono canzoni che avresti voluto, direi potuto, arriverei a dire dovuto scrivere tu. E te le trovi scritte da qualcun altro, ma almeno da un artista che segui dal '95 con immutata stima e non da un vascorossi o samuelebersani qualsiasi.
Il testo è addirittura sorprendente e ti descrive con una esattezza pressochè medianica. La musica, magari tu ci avresti infilato un paio di diminuite o di settime aumentate in più, ma non è quella che conta.
L'autore di questa canzone è Fabrizio Tavernelli. In gioventù è stato dadaista zappiano, musicalmente ibrido che più ibrido non si può, spaziando dall'heavy metal alle marcette, dalla psichedelia al liscio, dal funk al blues.
In età un po' più adulta si è dedicato a una proposta musicale molto più seria, a tratti perfino seriosa (la leggenda urbana che corre su e giù per la Via Emilia vuole che dietro questa metamorfosi ci siano stati i consigli di Giovanni Lindo Ferretti, e si sa, le leggende urbane sono quello che sono...). ma nei suoi testi continuava ad aleggiare la sua vena poetica vaghissimamente sanguinetiana, dove a volte il gioco paralessicale e le associazioni fonetiche creano significati inaspettati(come succede nei sogni).
Oggi in lui convivono le due anime, se passa con disinvoltura da Pachistano Reggiano che sembra scritta nel '93 a questa bellissima, starei per dire epocale ma poi lui si imbarazza, canzone. Come se in questi anni affollati e rumorosi non sapesse bene se ridere in modo irrefrenabile o farsi assalire da una sartriana nausea. E io con lui.
Il testo di Cellula dormiente mi sembra tra l'altro un affascinante incrocio traIl complesso del maledetto e Iceberg, Guarda caso, due testi che avevo già citato nel mio blog un tre anni fa.
Al tempo, si stava quasi formando un Club del Maledetto nel quale mi sarebbe spettata la presidenza onoraria.
Oggi fonderei un club delle Cellule Dormienti, ma forse ben pochi oserebbero iscriversi: io ne sarei fondatore, presidente, socio unico e, dopo un po', curatore fallimentare.
Dopo l'imbrunir, bella da impazzir, splenderà di luci Montecarlo.
La ormai stucchevole vicenda della casa di Montecarlo può essere utilizzata per una analisi più ampia che trascenda l'attualità: una vicenda dove i personaggi sono Finiamola, Tralluschelbrusch, Infeltrito, Bruttopietro, Santastio, grottesche maschere della commedia dell'arte che pirandellianamente o euripidicamente credono di agire secondo il proprio libero arbitrio ma in realtà sono misere marionette della sorte o attori passivi di equilibri sistemici decisamente più grandi di loro.
Le prospettive da cui guardare tutto questo sono svariate: c'è la prospettiva più stretta (in termini cinematografici) centrata su Finiamola con le sue ambizioni ma anche (avrebbe detto un dantesco Veltro) con le sue irresolutezze, con la sua prosopopea da Dotàr Balansaun
ma anche con la sua sostanziale fragilità che lo fa assomigliare un po' al compianto Dino Sarti,
un uomo debole che deve sempre circondarsi di donne più forti ed energiche di lui (a partire dalla sua fidanzatina Adalgisa Bertorelli della 3° media), donne che poi gli impongono senza trovare alcuno sbarramento le loro abitudini ed i loro sistemi familiari.
C'è la prospettiva a medio campo delle dinamiche tra Finiamola e Tralluschelbrusch, in cui ciascuno dei due crede di essere sia migliore dell'altro che all'altro indispensabile: il buon Gregory Bateson la chiamerebbe schismogenesi, in sua vece il suo allievo Paul Watzlawick che mi risulta tuttora vivente lo definirebbe un rapporto simmetrico, poi ci si metterebbe George Orwell a chiosare che ognuno dei partners desidera essere "più uguale" dell'altro. Mi sa che non se ne uscirebbe più. E infatti non se ne esce.
E c'è il campo lungo della povera patria schiacciata dagli abusi del potere: una garrula e ancor giovane Italietta che già qualche pamdemia padana vorrebbe strozzare prima che abbia raggiunto una qualche maturità (sempre ammesso che ci riesca): una Italietta che assiste attonita, ma in fondo complice, a un Parlamento da mesi bloccato e sostanzialmente non legiferante da due redivivi Romolo e Remo che dopo 16 anni di recitina scolastica finalmente sbottano che non si sono mai sopportati a vicenda. Cazziati dalla pupazza Malcicoglie, ancora irritata per essere stata equiparata a una velina e da allora mai sazia di piccole freddissime vendette consumate sulla riva del Naviglio a vedere tante volte passasse un cadavere.
Una velina io, tsè...
Con me non si sarebbe mai permesso...
E c'è la prospettiva quasi ad infinitum su un popolo tra il rassegnato e l'annoiato che continua a votare senza neanche più poter scegliere i propri candidati (Così evitiamo il voto di scambio, sentenziano i pupazzi Diotaiuti e Geimsbond, senza aggiungere Il voto di scambio lo pratichiamo noi in Parlamento con chi molla Futuro e Libertà per passare a Passato e Costrizione in cambio di qualche sottosegretariato).
Ad ogni buon conto, Finiamola ha imparato a sue spese quanto sa di sale lo pane altrui: o pensava davvero alleandosi con il meta-faccendiere più astuto dell'emisfero boreale di poter contare qualcosa? Pensava davvero, sciogliendo Alleanza Nazionale e confluendo come guest star in uno spettacolo non suo, di poter condividere gli incassi al botteghino? E pensava, infine, di poter mettere in discussione la leadership del Bisunto del Signore senza fare la stessa fine di Boffo (come il pupazzo Straguadagno ha esplicitamente minacciato in tempi non sospetti)?
Sì, effettivamente da un po' di tempo straguadagno. Cosa ci volete fare?
Come era parso brillante e vincente giocando in casa con la claque del suo ruspante popolo in quel di Mirabello, Finiamola è parso in crisi di gioco e di risultati nel campo neutro di una partita a porte chiuse di soli 9 minuti,
mentre a Mirabello aveva fatto anche i supplementari.
(Tra queste due foto ci sono 16.854 piccole differenze. A voi scoprirle.)
Sembrava Renzo che, rimbeccato da Don Abbondio per il suo surrettizio tentativo di matrimonio a tradimento, rispondeva a testa bassa "Posso aver fallato".
Ma benedetto uomo, in tutto questo tempo non hai avuto altro modo di capire se la casa di Montecarlo era o non era di quel fannullone di tuo cognato che chiederglielo direttamente (e't mèi provè a smandèr a l'ost se al vèn l'è bon, te lo dico in linguaggio cifrato così i non emiliani non ci capiscono)?!?!?!
E, quando ti sei trovato incalzato su una vicenda che (ammettiamo a fatica la tua buona fede) forse avevi perfino dimenticato o quanto meno sottovalutato, dire "Ma guardate quello che combinano gli altri invece di rompere il czz a me", come qualsiasi indiziato a corto di alibi, ti è davvero sembrata la strategia migliore?
Perchè vedi, Gianfranco, quando si pretende di fare il moralista si deve avere una moralità inattaccabile e a prova di bomba. Tutte le sere, prima di addormentarsi, si deve fare un dettagliato inventario di tutto il proprio operato della giornata a caccia delle sia pur minime sbavature.
Altrimenti, vale la pena fare come Silvio che di fatto strizza l'occhio al suo composito elettorato facendo capire che sì, ogni tanto qualche imbroglietto lo fa anche lui ma, suvvia "sono un uomo di mondo, ho fin suonato il pianoforte sulle navi...".
E adesso, mi viene da dire, arrangiati un po'.....
Eugenio, io al posto tuo quell'ascia la lascerei stare...
Questa canzone è frutto dell'estro poetico un po' naif di Roger Waters, che a un certo punto della sua carriera col megagruppo per antonomasia dell'epoca, i Pink Floyd, decise di esprimere tutta la sua inquietudine verso un ruolo di rockstar che gli stava sempre più stretto.
Ne nacque, come i fans del gruppo di Cambridge sicuramente sapranno, l'album The Wall.
In effetti, dopo un altro album in cui Waters mostrava segni ormai evidenti di squilibrio mentale
(e ad essere il leader dei Pink Floyd può capitare spesso e volentieri...)
la leadership del gruppo passò al più solare David Gilmour e Waters se ne andò per la sua strada.
Qualche anno dopo realizzò una splendida messa in scena teatrale di The Wall.
Ancora oggi in concerto la maggior parte del suo repertorio è concentrato su quelle canzoni, forse anche per motivi di copyright, mentre i Pink senza di lui realizzarono due dischi in studio musicalmente bellissimi
(The Division Bell è di una bellezza addirittura struggente) oltre a svariati dischi dal vivo, per poi sciogliersi definitivamente con la morte del tastierista Rick Wright.
Comfortably numb (che tradurrò in modo leggermente parafrasato, gli albionici di ritorno mi perdoneranno) parla apparentemente di una situazione classica dei concerti rock (e anche di quelli cantautorali, dove però alle droghe vere e proprie spesso si sostituisce la droga di stato alcool):
Scolta, Rinaldoni, non accostarmi a quell'essere là, che il Guccio non è mai andato oltre il lambrusco. E non ha mai finito i concerti sdraiato sul palco, anche perchè se no ci vieni té a rialzarmi?
l'artista strafatto non riesce a salire sul palco e un medico un po' annoiato lo visita per cercare di rimetterlo in sesto.
Ma, come in quasi tutti i testi di Roger Waters, c'è una seconda chiave di lettura. L'artista non è strafatto, è semplicemente alienato e demotivato e guarda dal di fuori la sua immagine di divo con gli occhi di un bambino che avrebbe una gran voglia di piangere.
E forse la metafora va oltre, è un portuale di Liverpool o un metalmeccanico di Birmingham che vorrebbe mandare a fanculo la sua immonda quotidianità.
E magari sta bussando il medico fiscale e l'operaio fa finta di non esserci, cosa che da un paio di mesi gli riesce benissimo.
O forse dietro la rock-star in crisi di identità c'è ciascuno di noi che non sa più come fermare un meccanismo che ormai si autoalimenta in modo irragionevole e ripetitivo.
Saperlo....
Salve. C'è qualcuno lì dentro? Fai un cenno se mi senti. C'è nessuno in casa?
Coraggio, non ti vedo troppo in forma. Posso alleviare il tuo dolore e rimetterti di nuovo in piedi.
Rilassati, prima di tutto mi servono alcune informazioni, senza andare fuori dal seminato, dimmi solo dove ti fa male.
Non mi fa male niente, ti vedo in lontananza un filo di fumo all'orizzonte, vai e vieni come un'onda, le tue labbra si muovono ma io non capisco niente.
Quando da bambino avevo la febbre, c'era un momento che le mani mi pesavano come palloni; ora mi sento nello stesso modo, non so spiegarlo, ma tanto tu non capiresti, quello che vedi non è quello che sono, ma io sono diventato piacevolmente insensibile.
Va be', adesso ti faccio una punturina e ti passerà l'angoscia ma forse ti verrà un po' da vomitare.
Ce la fai a stare in piedi? Mi sembra che vada meglio. Questo ti aiuterà a reggere lo show, forza che è ora di andare.
Non mi fa male niente, ti vedo in lontananza un filo di fumo all'orizzonte, vai e vieni come un'onda, le tue labbra si muovono ma io non capisco niente.
Da bambino avevo colto un fuggevole barlume con la coda dell'occhio. Mi sono girato per vederlo meglio ma era scomparso, non potrò più raggiungerlo: il bambino è cresciuto, il sogno è svanito.
Ed io sono diventato piacevolmente insensibile..................
Quando hai un'età che non è ancora senile (e ci mancherebbe anche questa, visto anche che per avere qualche speranza di andare in pensione dovrò lavorare ben oltre il 2023 cantato da Dalida quando esso sembrava lontanissimo) ma una che si può definire una certa età (e infatti di anno in anno si fa sempre più certa e decisa) cominci a maturare un rapporto con la morte degli altri che non è più lo stesso di prima.
Da giovani con la morte si hanno fondamentalmente due atteggiamenti: spaventato e angoscioso se si è ipersensibili, di totale indifferenza in tutti gli altri casi.
Nel tempo, in molti matura un atteggiamento per certi versi intermedio (quella che un bravo statistico definirebbe regressione sulla media).
Come tutte le cose, le circostanze, le emozioni intermedie, è meno facile definirlo dei due casi estremi (paura o indifferenza).
Impossibile riassumerlo in una parola.
Direi che si recupera a fatica quel senso di sacralità della morte, che si creda o no nell'Oltretomba e in un sistema fiscale di premi, punizioni o messe in stand-by (messe nel senso di participio passato e non delle omonime cerimonie).
Ci si interroga ogni volta sul significato dell'esistenza e su se e quanto valga la pena arrabattarsi se tanto, poi, ci si troverà tutti al semaforo.
E che muoia un tuo congiunto, un amico, un conoscente o un perfetto estraneo, non ci sono più plateali differenze: ogni morte è come uno squarcio che mette per un attimo in disparte gli stanchi rituali della vita quotidiana e ti colloca in una dimensione non so se superiore, ma comunque diversa.
In una camera ardente, in ogni caso, io vedo fuse la solennità un po' barocca che circonda il defunto e l'infinità disperata fragilità che dal defunto stesso promana.
Ecco, la morte di Sandra Mondaini, arrivata a chiudere idealmente un quadrittico partito da Bongiorno, passato per suo marito e Lelio Luttazzi, mi ha suscitato quella garbata inquietudine esistenziale a cui alludevo sopra.
Quindi non parlerò della sua vita artistica e della sua immagine di moglie devota e straordinaria madre adottiva (la cronaca inzuppa il biscottino sul fatto che ai due ragazzi sia stato impedito di vederla negli ultimi mesi, in cerca di uno scoop del cxxxo anche laddove un soave silenzio andrebbe decisamente meglio).
Mi limiterò a ripetere anche per lei come già per Raimondo e Lelio che l'incalzare della vecchiaia e l'inevitabile declino e morte su coloro che avevano divertito le mie serate di bambino che trovava tutti i modi per bypassare Carosello ed entrare nel patinato e, ai tempi, bellissimo mondo del varietà televisivo (in qualche modo fu Pippo Baudo a decretare la morte di quel genere, inventando i programmi-contenitore di estrazione nazionalpopolare dove, guarda caso, il presentatore non è più il trait d'union tra gli artisti ma diventa una stella di suo).....
dicevo, la morte eccetera eccetera mi costringe a meditare in modo un po' leopardiano sul passare del tempo, su questa irreversibile transizione che passiamo la vita a cercare di dimenticare, ma spesso non ci riusciamo.
Solo una cosa devo dire, al di là dei miei vissuti personali. Che ho trovato un po' commovente e un po' agghiacciante l'isomorfismo fra le morti di Federico e Giulietta, e queste di Raimondo e Sandra. Sandra, come Giulietta, annichilita ed azzerata, non più in grado di frapporre alcun riparo alle malefatte dell'età.
Come faccio ancora fatica a non farmi accapponare la pelle nel ricordare il sereno e noncurante "Mike, aspettaci..." pronunciato da Sandra nell'ultima intervista ufficiale della coppia (Raimondo aveva accentuato il suo stile vagamente afasico, di frasi cominciate e lasciate lì, di caustiche allusioni, e si capiva alla grande che non era più una maschera teatrale).
Sempre augurando a chi va di là di trovare tutti coloro che ha amato, e non il buio e l'oblio infiniti ed eterni.
Enzo Tortora non era simpatico. Colto, spiritoso, intelligente, se vogliamo anche di buona presenza (ma ai tempi Daniele Piombi e un giovane Baudo erano ben più avvenenti di lui, perfino Bongiorno piaceva di più alle donne) ma simpatico no.
Siccome di una città che amo in modo inversamente proporzionale a quanto l'ho frequentata (magari frequentandola di più ne scoprirei i mille difetti) lui aveva preso tutti i caratteri, non faceva nulla per attirarsi la compiacenza altrui. Si aspettava, e questo come per magia succedeva quasi sempre, che gli altri si inchinassero magari un po' controvoglia al suo strapotere culturale ed intellettuale
E si ritagliava il diritto/dovere di dire sempre quel che pensava.
Faceva una televisione molto particolare, una televisione che pur riconoscendo i gusti da bassa macelleria dell'italiota in vestagliona di flanella e rutto libero spaparanzato davanti alla TV di 30, 40, 50 anni fa, ad essi acconsentiva ma, come dire?, col sopracciglio leggermente arcuato a dire "Ohibò!".
A differenza di Bongiorno, che subì (e ne parlò solo quando non aveva più alcun timore di ritorsioni essendo ormai l'artista di fiducia del Silvio) umiliazioni infinite dalla RAI senza battere ciglio, lui parlò con tono pacato ma contenuti ustorii (Miss ciapa su il vocabolario degli Orsetti) delle mille contraddizioni che albergavano nel composito ente di Via Mazzini in Roma.
Un jet supersonico pilotato da un gruppo di boy scouts che litigano ai comandi, rischiando di mandarlo a schiantarsi sulle montagne, fu la sua lapidaria e per quei tempi coraggiosissima definizione.
E fu tra i primi a subire un editto bulgaro (noblesse oblige, fu battuto solo da un futuro Premio Nobel che osò parlare a Canzonissima delle morti bianche). Ma battè, come a dirgli guarda che scherzo ti fo, l'insigne letterato varesotto, perchè in realtà prima di quella cacciata ne aveva subita già un'altra qualche anno prima per aver permesso ad Alighiero Noschese di imitare Fanfani quando ancora non si poteva (ma benedetto ragazzo, e aspettare 7-8 anni, come dice sempre La Russa a Fini...).
Sempre in modo molto genovese (che qualcuno non pensi che prima alludessi a Ripatransone) entrambe le volte ripartì da zero e costrinse l'Ente volente o nolente a richiamarlo a furor di popolo.
Rai, tiè.
Ma, caro Enzo, in Italia nessuno ti perdona il successo.
E le cronache parlano di un camorrista squilibrato cui fu negato un invito a Portobello.
Di un'agenda su cui la città di Tortona fu letta Tortora (e, guarda caso, c'era accanto un numero telefonico che non c'era brisa bisogno di essere Sierloc Olms per comporre, ma nessuno lo compose per verificare).
Nel mio piccolo, Enzo, ti considero un idolo perchè so anch'io sulla mia desolata pelle quanto costa cercare di fare strada solo con la propria intelligenza senza mettersi a 90 gradi col vasetto della vasellina pronto in mano.
Ti va bene 10, 20, 30 anni, ma poi troverai chi te la farà pagare.
Dormi ragazzo riposa e non ci pensare, non ci pensare più. lascia dormire la rabbia che rugge qui dentro e ascolta me: anche se una tigre ti insegue da dietro, anche se un'altra tigre ti aspetta alla fine, mangia quella fragola che hai raccolto hai tuoi piedi, senti il sapore del buono dei momenti, del viaggio che vivi.
Anche se sei aggrappato a un cespuglio coi denti per non cadere giù; anche se un boa ti avvolge e ti vuole mangiare non ci pensare più. Com'è bella la pelle, tutta gialla e splendente, guarda il sole fissante dell'occhio del serpente; goditi la frescura dell'aria che respiri, senti il sapore del buono dei momenti del viaggio che vivi.
Dei miei diletti Nomadi avrò citato svariate decine di canzoni, pescando con gioia da uno sconfinato repertorio non sempre strabiliante a livello musicale (e del resto si sa, le note sono sette...) ma mirabolante a livello poetico. Il coraggio di andare a Sanremo (e rischiare di vincerlo) con una canzone che si riferisce in modo evidente alla stolta guerra in Irak è secondo solo a quello degli Elii con la loro graffiante Terra dei cachi.
Ma i Nomadi che amo di più, nella mia struggente terra di confine che forse prelude a una ipotetica rinascita o più probabilmente a un prematuro getto della spugna, sono quelli del difficile ventennio tra Io vagabondo e Ma che film la vita, quando erano arrivati a registrare nel teatrino di Fabbrico nella bassa reggiana.
In quegli album, dal suono sporco e mixati alla bruttocane, ci sono perle opportunamente ignote ai più (il che ne aumenta il pregio e la preziosità).
Come questa. Contenuta in un album del 1975 la cui title-track parla di un astronauta perduto nello spazio (un po' scollato anche lui, mah, chi lo sa...) e altrove si respira una certa confusione tra il pop già quasi alle spalle e vaghe ambizioni di progrock allo gnocco fritto.
Su questa canzone musicalmente carina (ma niente più che carina) impreziosita da svisate alla bottleneck slide di quello zingaro celtico di Chris Dennis si innesta un testo che pesca con garbato understatement da una visione del mondo più zen che da bassa padana (e quando il frontman non era un buddhista di Canelli ma un sibarita di Novellara queste due anime stentavano a convivere, famose le sue tirate sui regali in salumi da parte dei fan che scandalizzavano lo zoccolo duro del popolo nomade).
Ed è un po' come il ragazzo del testo, come il ragazzo che ero ma non ho del tutto abbandonato, che mi sento oggi mentre "il destino mi perseguita, gli anni mi pestano, i soldi latitano, solo mia figlia crede ancora in me (ma lei non si può esimere)". Capace di godere le piccole insignificanti cose della vita mentre tutto crolla con sinistro rumore di catastrofe e i castelli di sabbia vengono "eventualmente" spazzati via dal mare.
E a proposito.
Marina, sei una persona eccezionale. Devi avere avuto degli ottimi genitori.
Non sapeva come era successo. Nè di preciso quando. All'inizio gli sembrò una serie di coincidenze imbarazzanti ma in fondo spiegabili.
Ma poi si rese conto che era proprio successo.
Si era scollato dal resto del genere umano.
I suoi sms non avevano nessuna risposta. E così le sue e-mail.
C'era una sola zona di apparente collegamento con l'umanità, col "mondo là fuori", ed era il suo lavoro. Tutte le mattine andava dove doveva andare e faceva quel che doveva fare. Il tutto era talmente ripetitivo che, solo ora se ne poteva rendere conto, gli altri non si accorgevano realmente della sua presenza, nè lui della loro.
Quella sera fece baccano fino alle 3 di notte ma nessuno protestò. Alle 3,05, ubriaco fradicio, suonò impazzito tutti i campanelli del palazzo.
Nessuno rispose, nessuno si affacciò.
Suonò anche i campanelli per tutta Via Imbriani.Ancora niente
Corse a perdifiato fino a Piazzale Picelli urlando a squarciagola. Uno più ubriaco di lui non lo degnò di uno sguardo. Un cane che stava squarciando a zampate un sacchetto del rudo non alzò neppure gli occhi.
La mattina dopo osò andare alla Standa e portar via un chilo di caviale, due confezioni di cuori di palma, tre polli arrosto e un prosciuttino di Langhirano. Nel passare per l'uscita senza acquisti ovviamente l'allarme suonò, facendolo trasalire. Ma poi si tranquillizzò ed osservò quasi divertito la scena. La cassiera si guardava intorno smarrita cercando di capire chi avesse fatto suonare l'allarme senza vedere nessuno.
Ma vedeva almeno il prosciutto e tutto il resto sospesi nell'aria come preda dell'uomo invisibile? O nemmeno quelli?
Ma poi, uscito per Via D'Azeglio, buttò tutto nella prima pattumiera. Tenne solo i cuori di palma perchè erano 30 anni che non gli capitava più di mangiarli.
Ma, in compenso, tutti i guasti di casa sua si erano miracolosamente riparati da soli.
Lo scaldabagno elettrico non gocciolava più pericolosamente sul cavo di alimentazione. La luce dell'ingresso si accendeva di nuovo dopo più di due anni. La piastra elettrica non mandava più in corto circuito l'impianto, costringendolo a correre nel sottoscala a riattivare il contatore che 999 volte su 1000 non ne voleva sapere, e alla millesima si riattivava ma non senza gratificarlo di una minacciosa ostile scossa. L'asse attaccapanni dell'armadio, aggiustata fortunosamente con del robusto nastro isolante perchè con chiodi e martello riusciva solo a peggiorare la situazione, non era franata di nuovo entro le 2 ore successive. Il frigorifero si era sbrinato perfettamente e funzionava con un discreto ronzio e non scatarrando versi futuristi.
Il computer si accese al primo colpo, con un discreto jingle che lui non ricordava di aver mai scaricato. Ed era pieno di meravigliosi programmi che lui non ricordava di aver installato, ma ovviamente non c'era più nessuna connessione Internet.
Aprì il frigorifero, e sapeva già che lo avrebbe trovato pieno di ogni ben di Dio.
Allora capì che era morto da almeno due giorni.
Si addormentò contento. Adesso il mistero era svelato. E che ci pensassero i superstiti.
Dell'11 settembre non ho mai parlato in questi 4 anni di onesta carriera bloggistica. E stavo evadendo l'argomento anche quest'anno (che strana lingua l'italiano: quando una pratica si evade, vuol dire che la si porta a termine; quando si evade un argomento, non lo si sfiora neppure. E poi ci meravigliamo che i politici italofoni dicano sistematicamente tutto e il contrario di tutto. ma dove andremo a finire?).
Parlare dell'11 settembre non è assolutamente semplice (come del resto parlare di qualunque cosa: per riuscirci bisogna fare delle arbitrarie, spesso dolorose ed imbarazzanti scelte, tra ciò che è rilevante e ciò che non lo è; poi decidere una posizione opportuna tra una pseudo-obiettività un po' ipocrita e una soggettività che è sempre arbitraria, estremi entrambi criticabili; poi organizzare una sequenza argomentativa che metta in condizione chi ti legge o ti ascolta di non equivocare sulle tue opinioni o, peggio, di recepire informazioni non accurate).
Epperò dell'11 settembre parlano cani e porci, lo descrivono come un evento epocale (che poi volendo può essere epocale anche uno starnuto, dipende dal contesto in cui viene a cadere, ad esempio lo starnuto di un ippopotamo per una zanzara che cercava di pungergli le narici è un evento assolutamente epocale ma non avrà il tempo di raccontarlo e anche se lo avesse il suo racconto avrebbe già scarso rilievo mediatico tra le sue conspecifiche, figuriamoci a livello planetario...).
E poi, un blogger ha il dovere di affrontare un argomento solo perchè è d'attualità o coincide con una ricorrenza? Buon Dio, in tal caso redigere un blog diventerebbe la peggiore forma di schiavitù e prigionia possibile al mondo. E se poi uno scrivesse i suoi posts (con la esse, son più d'uno) aspettando trepido le reazioni altrui per coccolarsi i consenzienti e sferzare con la frusta del suo feroce sarcasmo gli improvvidi dissenzienti? Ma manco Berlusconi...
Beh, forse lui sì.
Ma è dell'11 settembre che intendo parlare. Qualcuno osa dubitare del nitore e della limpidezza delle mie intenzioni? Mettere in discussione la linearità dei miei processi decisionali? Perchè se così fosse, verrebbe meno la ratio stessa della tenuta di questo blog, che non sottintende interessi di alcun genere e non insegue vantaggi di niuna specie. Tsè....
Per parlare dell'11 settembre bisogna farsi ad un tempo remoto, c'era un gran vecchio con la barba bianca, lui la sua barba, ed il resto era vuoto. Perdonatemi, io non riesco mai a rinunciare ad una citazione.
Talora colta, talora - come in questo caso - francamente plebea, soprattutto nel mare magnum della poetica gucciniana che nulla ha da invidiare al Carducci, come non è chi non veda che tra Vecchioni e Pascoli corre più di una similitudine. E tra Paolo Conte e Gozzano, allora? E tra Ciullo d'Alcamo e Freak Antoni? E tra Dante Alighieri e Juri Camisasca? E tra Dylan Thomas e Bob Dylan? E tra Edgar Allan Poe e Lou Reed? E tra Edgar Lee Masters e De Andrè?
L'11 settembre, dicevamo, e serva questo prologo per collocare concettualmente un argomento così impegnativo e su cui, apparentemente, tutti hanno già detto tutto.
E quando tutti apparentemente hanno già detto tutto, converrebbe aggiungere ai fiumi di parole (ricordate quella insulsa canzonetta dei Jalisse che vinse Sanremo nel lontano 1997 per poi aggiudicarsi il quarto posto all'Eurofestival, quando la bellissima I treni di Tozeur di Alice e Battiato arrivò a suo tempo solamente quinta? Che colossale ingiustizia...) oceani di silenzio.
Oceani di silenzio? Ma allora Battiato mi è rimasto in testa. Chi non ricorda la sua bellissima omonima canzone... Che sia per assonanza con la difficile integrazione tra Oriente ed Occidente, Cristianesimo ed Islam, che nell'opera del grande catanese, che paragonerei tranquillamente a Verga, Bellini e Pippobaudo per decretarne su costoro l'assoluto primato, tanto semplice appare mentre nella storia moderna si rivela come un'equazione a numero incognito di incognite. Bella questa, me la devo segnare. Ma come mi vengono....
Apparentemente siamo molto lontani dalle Torri Gemelle, da Ground Zero, dai fire-fighters newyorkesi (e anche qui l'italiano mostra tutta la sua pochezza rispetto all'epicità dell'inglese. Volete mettere un combattente del fuoco con un italico pompiere che dalla sua grottesca denominazione sembra perennemente intento ad attività erotiche?) cui David Bowie ha opportunisticamente dedicato la sua Heroes (il cui testo parla in realtà di un uomo e una donna apparentemente squalliducci e imbolsiti che cercano di essere eroi "just for one day", ma la canzone lascia intuire che finiranno impotenti e alcolizzati).
Più o meno come Elton John che al funerale di Lady Diana ha rispolverato una dimenticabile Candle in the Wind dedicata a Marylin Monroe (ma almeno ha avuto la compiacenza di riadattare il testo).
eccetera eccetera eccetera.
Applicabile con un po' di ingegno a qualunque argomento di cui si dovrebbe parlare ma di cui o non si ha voglia di parlare o se ne avrebbe ma hanno già detto tutto gli altri oh yeah....
il ministro giapponese presentatosi in flagrante ubriachezza nel febbraio 2009 ad una conferenza stampa del G7 finanziario di Roma, era morto. Inizialmente si era dato per scontato il suo suicidio, successivamente il suicidio era stato più o meno categoricamente escluso dalla solerte e rigorosa polizia giapponese.
Senonchè, chiunque capisca qualcosa di psichiatria sa benissimo che esiste una categoria nosologica che viene spesso definita "comportamento suicidario" e produce quello che alcuni giornalisti (e John Mayall,
il grande indimenticato bluesman inglese, ci scrisse su una canzone dedicata a Jimi Hendrix) chiamano "suicidio accidentale".
I samurai sembrano ancora più lontani degli antichi romani,
eppure gettano ombre inquietanti sul futuro odierno dell'arcipelago nipponico. Un samurai che si macchiava di un'onta non aveva modo di riparare, doveva commettere harakiri (tecnica suicidaria volgarizzata da Pippo Franco nella sua epocale "Kara Kiri mò me spanzo, così salto puro er pranzo...", in cui il tardo epigono dei centurioni getta un affascinante ponte verso Er Sor Levante, "Sentite che ve dice er Sor Levante...")
avvolgendosi un affilato coltello nelle circonvoluzioni intestinali più o meno all'altezza dell'ombelico.
Dicono gli addetti al gossip del Sol Levante (più rari che in Europa ma comunque sufficienti a propalare notizie che, da quelle parti, di solito sono attendibili) che dopo la figuraccia di Roma, invece di andare su Banzai TV a rilasciare dichiarazioni di sarcastico menefreghismo o incolpare i servizi segreti cinesi (tra i due paesi, si sa, non corre buon sangue da tempi immemorabili) il povero Shoichi, pur continuando da buon giapponese a fare il suo dovere di politico, usciva poco da casa, era sempre immusonito (è anche vero che in Giappone i musi lunghi sono meno vistosi e più difficilmente discriminabili dall'espressione abituale) e, orrore, trascurava il suo giardino!
E per un giapponese trascurare il giardino è segno certo di depressione, più o meno come per un italiano chiudersi in casa a guardare il DVD con tutte le più belle interviste di Marzullo o i più sagaci editoriali di Minzolini.
Magari alla depressione aveva contribuito un esito molto infausto delle elezioni dell'agosto scorso in seguito alle quali, dopo 26 anni di onorevole attività parlamentare (e qui non posso non sottolineare l'uso comune a livello lessicale, ma diversissimo a livello semantico, che le nostre due lingue fanno di quella parola, a voi tirare le conclusioni che io sono un po' stanco) non era stato rieletto.
Certo, anche in culture meno fataliste di quella giapponese, due figuracce in sei mesi (la prima più vistosa, la seconda in realtà molto più grave) si incastrano l'una con l'altra e si sa che tre indizi fanno una prova, il terzo indizio non lo conosciamo ma magari è costituito dalla comparsa della gramigna nell'orticello di Shoichi. Insuccessi ad incastro ti fanno pensare che la buona sorte ti ha abbandonato (se indulgi alla trascendenza) o che hai esaurito la tua spinta propulsiva (se indulgi all'immanenza).
A parte l'ipotesi fantasiosissima della gramigna, chi lo sa, Nakagawa-San può aver pensato "Mi hanno trombato alle elezioni per la figura del cxxxo rimediata in quella città insidiosa e ipocrita che è Roma", o magari l'esatto contrario "Quella immonda figuraccia era l'avvisaglia che la mia carriera politica era alla frutta".
Sia come sia, nella nostra bella Italia il termine della carriera politica e le esibizioni indecorose in diretta televisiva producono autoironiche alzate di spalle.
Molti bloggers, nel commentare le avventure capitoline dell'allora ministro, ricordavano le ubriachezze moleste di Bush jr., Sarkozy, Eltsin (un vero barile di vodka ambulante), Saragat e solo per menzionarne 4 da un cioppone ben più numeroso. Quanto al non venire rieletti (cosa che, tra l'altro, qui in Italia, se non cambiano il sistema elettorale noto come Porcellum, ai grandi nomi non capiterà mai salvo loro volontaria rinuncia alle soglie del secolo di vita) può essere un noioso accidente che mette in condizione l'ex parlamentare di utilizzare comunque la sua gloria pregressa per comparsate televisive, pubblicità gratuita a qualsivoglia futura attività, prestigio e potere comunque immutati e un fastidio in meno. I più poveri tireranno un po' la cinghia perchè gli stipendi parlamentari sono belli stagni (per i non parmensi: molto notevoli), i più ricchi nel tempo rimasto libero guadagneranno di più e se ne faranno una ragione.
Parbleu se l'e bon ce vin... BURP!!!!!!
You had a few too many, didn't ya?
B. Sì va bene, Dmitri, Volga Volga, rabies no che te ghe porti subìt. S. Parbleu, au jour d'hui à moi. demain à toi.
I deso spero che nisuno fa me domanda....
Io almeno bevevo lontano dalle telecamere... o forse erano le telecamere che erano molte ma molte di meno... Ma erano più i comizi annullati per indisposizione del presidente Saragat che quelli portati a termine. Cerèa neh... E ovviamente "Vivalarepubblica vivalitalia".
E ad ogni buon conto, nessuno farebbe neppure un tentativo di suicidio plateale quanto falsissimo per una sbronza in diretta, o per non essere stato inserito nelle liste blindate del proprio partito. Mentre a quanto pare Nakagawa ne ha messo in atto uno poco plateale quanto incisivissimo.
Esiste poi una via di mezzo tra la faccia di bronzo di chi non si vergogna mai e il rigore autocritico di chi con la vergogna non potrebbe mai convivere. Ma, dovendo scegliere tra i due estremi.......
E anche a te, Shoichi, un bel retroattivo "Che la terra ti sia stata lieve e continui ad esserlo e che la dissoluzione del tuo corpo alimenti un giardinetto spontaneo bello come il tuo" non te lo leva nessuno.
E mentre le nuvole si ribellavano violentemente liberandosi in un paio d'ore di tutto il loro pesantissimo, quasi intollerabile, carico di vapore acqueo, anche a lui sarebbe venuta voglia di liberarsi di tutto quanto nella sua vita e nella sua storia si era fatto francamente intollerabile. Ma anche ammesso e non concesso che avesse deciso di farlo, non avrebbe saputo neppure da dove cominciare. Aveva già opportunamente e magistralmente espunto dalla sua vita qualsivoglia relazione significativa, e spesso contemplava quella megalomanica impresa e tra sè e sè si diceva che era stata cosa buona e giusta.
Ad un paio di donne che, poverette, si erano fino all'ultimo ostinate ad ignorare il suo metafisico bisogno di stare da solo, di fare da solo, di cavarsela da solo, ancora adesso dopo quasi vent'anni ripetendo con tutte le donne il rituale di fuga da una madre troppo innamorata e troppo pervasiva, aveva quasi con malagrazia fatto capire che non ce n'era per nessuno, non c'era trippa per gatti, non valeva la pena. Sembrava che avessero capito.
E adesso che avevano avuto la compiacenza di non sovrapporre più disordinati segmenti della loro vita alla sua, lui le poteva perfino quasi idealizzare. Poteva ricordarle quasi tutte le sere (quando trovare stimoli distraenti diventava un po' più difficile) con qualcosa che assomigliava alla nostalgia ma teneva le distanze di sicurezza dal rimpianto.
Ed era quasi bello assaporare l'inizio della vecchiaia, quel perverso stato fisico e mentale in cui ti rendi conto che puoi dare tutti gli ordini reali e virtuali che vuoi, ma niente e nessuno ti risponde più con puntualità, a partire dal tuo corpo.
In qualche momento di smarrimento, la totale assenza di prospettive future poteva anche rattristrarlo; ma poi il vecchio saggio riprendeva il sopravvento e il suo incessante filosofare sulla dolce ineluttabilità della dissoluzione.
Il suo ideale sarebbe stato non dover dipendere da nessuno e non avere nessuno che dipendesse da lui: la seconda cosa era quasi perfettamente riuscita, la prima si sarebbe realizzata se avesse avuto l'intraprendenza di costruirsi una casetta di pietra lavica sotto qualche vulcano inattivo (o anche attivo, tanto più o meno era lo stesso) e vivere della coltivazione di un piccolo orticello se non addirittura di caccia e pesca. Ma, ahimè, la sua quasi totale mancanza di senso pratico lo metteva in condizione di non poter creare nulla di alternativo alla sua tristissima dipendenza da uno stile di vita italiota standard, con esorbitante affitto per un rudere di appartamento in cui praticamente nulla funzionava come doveva (se non, solo a tratti però, il suo fulminante cervello) e quindi il bisogno di procurarsi cifre adeguate prostituendo il suo multiforme talento in qualche ridicolo lavoro.
Poi, la pioggia divenne meno intensa e ripiombò in un sonno in cui, perse le censure della vita cosciente, poteva nei suoi intricatissimi sogni vivere con gioia la ricchezza del suo passato e, figùrati, immaginarsi perfino un futuro. Poi si sarebbe svegliato e avrebbe di nuovo sognato di esistere.
Mirabello è quasi un'esortazione: guarda quanto è bello quando laddove nessuno se lo sarebbe aspettato, in quella festa inventata da Giorgio Almirante (sì, quello immortalato da Enzo Jannacci nelle sapide parole Quelli che votano a destra perchè Almirante sparla bene) che 20 anni fa veniva sistematicamente sabotata e resa impraticabile da manipoli di contestatori drasticamente convinti che essa alterasse il clima in modo letale, proprio lì (e proprio in questi anni che se i 70 erano di piombo e gli 80 di cartapesta devono essere di mxxxa tout-court) rinasce una ventata di rigore morale e di impegno politico, di entusiasmo e di lucidità (raramente coniugabili insieme).
E proprio laddove l'Emilia una volta rossa ora rosè, ottima con gli scampi alla brace e la sogliola alla mugnaia, comincia a stemperarsi nel Veneto una volta ipercattolico e oggi biecamente postreligioso e irreligiosamente intollerante (fa ancora male il muro di Padova terzo dopo quello di Berlino e quello di Gerusalemme, col Muro del Pianto invitato fuori concorso, Padova città di Giotto, Arrigo Boito, Ippolito Nievo, il Ruzante e Toni Negri ma anche di Freda e Ventura, e questo si può tollerare, ma anche della Gardini e di Ghedini, e questo francamente sfora di brutto il plafond della sopportazione di molti).
Lì, l'ex-enfant prodige di una destra postfascista ma senza nostalgia, dopo 16 anni di ferale abbraccio col Bisunto dal Signore, forsanche perchè quest'ultimo l'ha fatto scarricare (direbbe Aldo Baglio ai riottosi Giovanni e Giacomo che non vogliono aiutarlo) da un ex-comunista con metodologie francamente staliniste più che da Partito de l'Amour Toujours e, non contento, gli ha scagliato contro l'artiglieria pesante della stampa di regime con metodi a metà strada tra Comintern e Striscia la Notizia (Io le dò questi 60 milioni di firme contro Fini, e lei è Libero di ricambiare con un sacchetto di tortellini, ma non Fini possibilmente, che di fine c'è già l'intelligenza del nostro direttore) guarda fisso negli occhi il suo pubblico calcolato in 10.000 persone (e siccome Mirabello non è una grande municipalità, nessun funzionario statale diramerà stime drasticamente inferiori) e snocciola 80 minuti di discorso molto all'americana, apparentemente a braccio ma in realtà sicuramente mandato a memoria come il recital di una vita.
Se vent'anni fa qualcuno avesse detto a me (ma anche a tanti altri) "Vedi quel pingaione occhialuto là con una imbarazzante somiglianza con un Clark Kent orfano di ogni ipotesi da Superman? Sì, quello che Almirante a suo tempo elesse come suo delfino perchè con intuizione vagamente felliniana voleva un interprete di basso profilo, nè nostalgico nè fascista, del suo progetto di ingresso nei gangli vitali della politica, superando la (secondo lui iniqua) pregìiudiziale antifascista? Quel semifascista poco convinto che pare destinato a traccheggiare fino alle soglie dei 60 anni per poi diventare delfino fedele e leale di un nuovo generale nè fascista nè comunista, nè politico nè imprenditore, nè poeta nè studente, rabbonito da qualche carica di grande importanza formale ma di scarsa o nulla importanza sostanziale? Ebbene, questo ragazzo, alle soglie dei 60 anni, in una domenica di fine estate, attirerà su di sè le attenzioni di tutta la stampa nazionale ed europea, addirittura la TV della SIP gli dedicherà una diretta da Live Aid (la TV della SIP? Ma che viaggio ti sei fatto?), diventerà di lì in poi un Bettino Craxi, ma ancora più intelligente e molto più onesto, e siglerà i 20 anni successivi della politica italiana....".
Se vent'anni fa qualcuno avesse espresso siffatti vaticinii, un furgoncino del Centro di Igiene Mentale si sarebbe spontaneamente fermato alle sue spalle e la cittadinanza metà incredula metà incredula l'avrebbe spinto a forza al suo interno, dove robusti lacci di sicurezza l'avrebbero stretto verso l'ineluttabile meta del Diagnosi e Cura, dal quale sarebbe di fatto uscito ieri sera, avrebbe acceso la TV e, quasi trasecolando suo medesimo, avrebbe berciato "Ma quello lì non è il Fini? Ma io avevo previsto tutto..." per farsi internare per altri 20 anni.
Alla fine Gianfranco, che di Almirante non ne poteva più ma oggi rispetto a Berlusconi lo considera un gentiluomo di altri tempi, addirittura molto meno fascista del Silvio, dopo 40 anni di onesto gregariato, si è guardato attorno, ha visto i contendenti al potere ormai stracotti, e tenta la fuga-scudetto.
L'essere umano è intrinsecamente stupido: ha perso la capacità di convivere con la Madre Terra, per qualche decennio ha immaginato di potersene andare a colonizzare pianeti lontani abbandonando la Terra come si abbandona una puttana maltrattata senza neppure averla pagata, poi ha opportunamente capito che non ce l'avrebbe mai fatta e ha continuato la convivenza ma, per così dire, da separati in casa.
Emerso nel paleolitico come geniale esempio biologico di ecletticità (sa fare un po' di tutto ma tutto in maniera approssimativa, ma dove è carente si è dapprima fatto surrogare dalle specie animali soccombenti, e in seguito dalle sue stucchevoli macchine) ha interpretato la supremazia evolutiva (che potrebbe essere anche reversibile, hai visto mai...) come l'essere eletto dal popolo sovrano: Mi hanno eletto e adesso ghe pensi mi. Ovviamente senza riferimento a persone reali e viventi.
Nei secoli ha inventato una rete di culture e religioni per rendere complicato quello che poteva essere assolutamente semplice: ma soprattutto, pur avendo tutti gli elementi tecnico-scientifici per sapere di essere il prodotto casuale di una evoluzione aleatoria che alla fine salva non il migliore ma il più adatto, quindi nella migliore (ma proprio migliore) delle ipotesi il meno peggio. ogni gruppo etnico non riesce ad evitare di sentirsi da un lato padrone del proprio territorio (con pretese più o mano larvate sui territori confinanti) e dall'altro il prediletto di un fantomatico Creatore.
Nella variante paternalistico-mistificatoria dei gruppi etnici che detengono gli strumenti tecnologici e i capitali finanziari più ingenti, e provocatoria-terroristica dei gruppi etnici che detengono magari capitali finanziari non trascurabili ma con lo sviluppo tecnologico preferiscono fare il gioco della volpe e l'uva.
L'essere umano è nevrotico nel momento stesso in cui sceglie di usare la cultura non più come un sistema di segni collegato con la natura, ma come un sistema di segni (e significati) alternativo alla natura; quando sceglie di usare la cultura non come uno strumento di aggregazione ma come uno strumento di differenziazione e discriminazione. E quando la cultura si allontana dalla natura, essa perde ogni possibilità di essere controllata e convalidata dall'esterno (per l'appunto, come l'immaginario eletto dal popolo di cui si parlava prima...).
In questo epocale Terzo Millennio la maschera è caduta da sola, o è stata gettata con proterva arroganza.
La cronica stupidità dell'Homo Sapiens si manifesta in ogni sfaccettatura della vita di relazione, dell'arte, della politica.
L'economia si è evoluta in finanza. Vale a dire, non conta più quanti soldi un uomo, una famiglia, un'azienda, uno stato possiede, ma attraverso quali magistrali giochi di specchi e di scatole cinesi (e l'enorme debito che la cicala yankee vanta con il mostruoso formicone cinese rende questo aggettivo quanto mai opportuno) si possano spendere i soldi che forse si avranno in futuro o magari non si avranno mai.
La comunicazione interpersonale è stata irreparabilmete rovinata dalla possibilità di entrare in contatto col resto del mondo in tempo reale masturbando la propria keyboard. Mi capita sempre più spesso di sentire ragazzini vicini di pianerottolo che trovano più divertente sfidarsi on line che giocare in quel modo antico e volgare che prevede un reale contatto fisico.
L'ultima frontiera dell'estetica, ormai diffusa a livello planetaro, è il reality show, che implica l'aberrante concetto che ormai il talento artistico è stato sostituito dall'ostentazione del proprio non saper fare nulla, che permette ad una marea di gente che comanda fino a quando ha stretto in mano il suo telecomando (perchè è col quiz che si fanno i milioni) di meglio identificarsi con la sbobba umana che la mensa televisiva ammannisce.
Un giorno, forse (ma non oso pensarlo) si arriverà all'esagerazione di un imprenditore colluso con la delinquenza organizzata, specializzato in tutti i ladrocinni, le ruberie e le malversazioni possibili ed immaginabili, che arriverà al potere cavalcando esclusivamente la riproposizione ossessiva di se stesso e dei suoi ridicoli slogan su tutti gli schermi disponibili. Ma no, questo sarebbe troppo.
E poi, suvvia, il mio era solo l'ennesimo esempio di esercizio di fantasia malata. L'Homo Sapiens non è stupido e noi, come sostiene Leibniz, viviamo nel migliore dei mondi possibili. O, come il concetto venne completato due secolo dopo da Ennio Flaiano "Nel migliore dei mondi possibili vivono le persone sensibili". Chi non sa stare a tempo, prego andare...
Ghe vol orecc' dabùn, caro il mio Rinaldoni... ma io lo dicevo in modo meno peso.
Le donne le vuole tutte belle, eleganti e silenziose. Sui maschi ha degli standard alternativi.
Avete notato la protervia e la disinvoltura con cui Berlusconi costruisce la sua carriera politico-imprenditoriale per colpi di scena e per continue contraddizioni?
No, dico, ciavete fatto caso (direbbe il mitico Aldo Fabrizi ansimando già da fermo)?
Era andato avanti mesi e mesi a dire che non c'era nessuna crisi, che era solo un'invenzione dei comunisti, se c'era era già alle spalle, "e mi raccomando continuate a consumare" (se parlasse a dei cittadini o a dei consumatori, a degli elettori o a dei clienti, a delle persone che considerava dotate di raziocinio o adi invertebrati decerebrati forse, nel corto circuito tra pensiero, parola ed azione della sua "estetica del fare", forse in quel momento non lo sapeva neppur lui).
Salvo poi correggersi e, in perfetto stile Tino Scotti ("Non datelo a vedere, scrivete al cavaliere") affermare "Bambole, non c'è una lira".
Contemporaneamente, facendo la cosa meno federalista che si potesse immaginare: minacciando gli enti locali di tagliar loro i fondi chiedendo però loro di mantenere lo stesso standard di prestazioni (per la serie "Io faccio i miracoli da una vita, vedete bene di farli anche voi...").
Un anno fa, di fronte ai tifosi del Milan che protestavano per una squadra vecchia, bolsa e bollita, dopo aver spezzato le reni al Varese in amichevole e dichiarato "Il Milan è una squadra senza eguali" (era vero, in quel momento tutti le erano superiori) disse chiaro e tondo "Ragazzi, consentitemi: in un momento di così grande difficoltà economica non posso sperperare soldi, d'ora in poi compreremo solo giovani ma non preoccupatevi, vinceremo tutto lo stesso perchè el Milan l'è semper el Milan".
Un anno dopo, atterrito da sondaggi che non cita più in diretta televisiva ma che purtroppo continua a leggere, travolto tra escort, ninfette, dame di tutti i colori, maggioranze che si sbriciolano, leggi ad personam che non gli vengono più bene come una volta, Napolitano che non ne vuol sapere di fare lo yesman, finiani che gli chiedono conto dell'acquisto a prezzi stracciati della megavilla di Arcore (pezzi di mxxxa, come si permettono, mi spieghino piuttosto da dove sono saltati fuori i 4800 euro della cucina di Montecarlo), se ne fotte della crisi, compra un fuoriclasse da 12 milioni di euro a stagione, promette l'acquisto di Robinho e di Robocop al posto di Gattuso, la riesumazione di Dino Sani e svariati altri colpi a sorpresa.
Godzilla crossa dalla destra per Robocop che smarca Terminator con una magistrale rabona. Ed è golllllllllllllllllllllll. Il Termi l'ha messa!!!!!!!!!!!!
Non si capisce più se il Parlamento assomiglia sempre più a San Siro o San Siro è diventata una dependance del Parlamento.
L'unica cosa bella di tutto questo è che ha preferito accogliere il fuoriclasse bosniaco-scandinavo-olandese (che parla 7 lingue ma purtroppo tutte insieme ed ha vinto più campionati lui che elezioni il suo compratore, anche se come temperamento assomiglia più a Calderoli che a Gianni Letta) piuttosto che Gheddafi, considerando il primo ben più importante del secondo. Tutto il resto è campionato, ed io di calcio non parlo più.
Stralcio di un commento al mio ultimo post: Continuo a leggere, sperando sempre che aprendo le tue pagine il prossimo post sarà quello che parla della felicità e della gioia.
Stralcio della mia risposta: La felicità è sempre un po' ottusa mentre una oculata tristezza, diciamo un pessimismo storico con slittamenti periodici e reversibili sul pessimismo cosmico, è molto più profonda.
Alcuni hanno il coraggio di parlare esplicitamente della loro vita nel loro blog: tutto dipende dal motivo per cui si apre un blog piuttosto che un profilo su Facebook (poi magari si possono aprire tutti e due, basta capire che sono due cose avulse).
Cullato in sottofondo da una vecchia bellissima canzone degli Yes (per la precisione And you and I, riproposta live 30 anni dopo essere stata incisa su Close to the edge) so che non lo farò nemmeno questa volta. Divagherò senza nessuna disciplina, ma andrà bene lo stesso.
A volte mi chiedo se mi piacerebbe di più assomigliare a mio padre, duro come una roccia ma con degli sprazzi di ironia assolutamente magistrali, o a mio zio che dipingeva e leggeva Jung, finito a lavorare nel profondo nord.
Frase celebre di mio padre nelle sue vesti di vicedirettore della Cassa di Risparmio di Loreto, a due giovani colleghi che preparavano la serata sulla riviera del Conero "Vi ricordo che in orario di servizio si parla di argomenti attinenti al servizio".
Frase celebre di mio zio nell'inferno di una città bella pulitissima e fredda finita malauguratamente in Italia (vabbè, si tratta ovviamente di Bolzano), "Quessi qua ciane voja de litigà ma io no je do corda...". (N.d.A. Più si allontanava dalla natìa Chiaravalle, più la tendenza ad esprimersi nel proprio vernacolo aumentava).
Come se si potessero scegliere le somiglianze a tavolino...
Più facile rielaborare il proprio aspetto somatico, con l'aiuto della chirurgia (guarda caso lo ha fatto anche un noto allenatore del mio medesimo ceppo etnico e al quale da giovane assomigliavo perfino un po') che il proprio aspetto interno.
Quindi il dubbio tra Tonino e Raoul (rigorosamente con la o secondo la grafia francese, il nonno in queste cose era estremamente rigoroso) non si pone, più invecchio e più divento la copia di Tonino anche se so Jung quasi a memoria, la mia cronica incapacità di fronte a qualunque ipotesi di produzione pittorica racconta tutta la mia impotenza.
Mio padre si era incollato in modo pernicioso e perverso a mia madre e dopo la sua morte aveva completamente staccato la spina passando otto anni tra il problema psicologico della depressione e quello neurologico della demenza.
Da allora, aveva guardato il resto dell'umanità come se non meritasse uno straccio di attenzione e di compartecipazione. C'era solo lui, il suo dolore e il suo carico quasi intollerabile di ricordi, alcuni tremendi come quelli della crisi economica dei primi anni '30 e della sua esperienza di tenente dell'Esercito Italiano sbandato in Jugoslavia senza più nè ordini nè attrezzatura nè significato, tanti altri bellissimi in partenza ma in realtà ancora più brutti perché appunto, solo di ricordi si trattava ormai.
Quelli brutti venivano ingigantiti e romanzati grazie alla fluidità acritica mentale indotta dall'arteriosclerosi diventando quasi belli e gloriosi. Quelli belli venivano semplicemente rimossi.
La fornace di Chiaravalle, quella che il nonno aveva dovuto chiudere nel 1930 investito dall'ondata del ciclone (allora le crisi economiche per arrivare da Wall Street alle colline anconetane ci mettevano un anno) era diventata il suo cruccio quotidiano, condito dall'allucinazione che la fornace stessa non fosse stata smantellata più di 60 anni prima ma fosse caduta nelle avide mani di fantomatici cugini maneggioni e invidiosi.
Ho assistito con indifferenza alla sua lunga agonia, indifferenza dettata dal fatto che in quel momento avevo considerazioni professionali e familiari molto più urgentio e decisive, e per quel vecchio brontolone e rompicoglioni più che portarlo al Ristorante Impero di Fornovo che gli piaceva tanto (frequentato, ma ovviamente in giornate diverse, anche da un altro famoso allenatore) non potevo fare.
Poi, nonostante l'impegno profuso, sia il lavoro che il rapporto di coppia finirono comunque a carte quarantotto, e allora riuscii anche a provare non rimorso ma rimpianto per quella attenzione che a mio padre non avevo dato. Non rimorso come scrupolo di coscienza per i miei mancati o parzialmente elusi doveri di figlio, ma rimpianto perché capendolo avrei capito qualcosa di me stesso.
Caro fraterno amico e sodale nonostante ere geologiche di lontananza, tu stai nelle Marche e fai lo psichiatra, ma nel tempo libero suoni la tromba (chissà se anche nel maceratese su questo nobile strumento caro a Louis Armstrong, Miles Davis e Nini Rosso fanno le stesse battutacce che corrono lungo tutta la Via Emilia? ). Io non so bene cosa faccio nè in orario di lavoro nè durante il tempo libero, a parte sparare cazzate su Internet potenzialmente destinate al mondo intero ma in realtà lette da un ristretto manipolo di gentili signore che magari mi immaginano tanto bello quanto acculturato, e allora lasciamoglielo credere.
Talvolta, però, nelle ostiche condizioni climatiche della Val Padana, gelida d'inverno e similsauna in estate (passabile nelle altre due stagioni, specie in primavera come ricordava anche Herbert Pagani nella sua "Lombardia") mi sembra di ricordare che nella tua cittadina così turrita e un po' medievale, passai 3 anni interi, 5 anni come residenza prevalente in condominio con Veneto ed Emilia ed altri 20 anni con periodiche incursioni, per poi perderla malamente di vista.
Vi arrivai con una pestilenziale cadenza basso-anconetana, quell'incredibile miscuglio di romagnolo, umbro e ciociaro che nessuno potrebbe immaginare senza averla ascoltata, ma senza poi riuscire a rifarla in modo corretto.
Vi tornai anno dopo anno sempre più padanizzato nell'accento e nel modo di vivere frenetico e competitivo, ora nella parte terminale della mia esistenza fantastico a volte di esservi nato e perchè no rimasto per sempre.
Non avrò mai più una terrazza che domina 20 chilometri di Adriatico dal Monte Conero alle prime propaggini del litorale ascolano tanto caro al comico Neri Marcorè, anche se a suo tempo il mio balcone si è affacciato sul castello di Torrechiara come esilissima consolazione.
Berrò per rabbia e sadismo il Verdicchio malamente commercializzato da Fazzi e Battaglia rimpiangendo quello che il mio papà prendeva a damigiane dai contadini jesini, che ti ammanniva ciucche letterario-umanistiche, mentre il clone fazzibattagliesco quando eccedi ti fa solo vomitare.
E vivrò quel mal d'Africa un po' leopardiano che dilata una sonnolenta cittadina di provincia dove allora come ora non capita mai niente di significativo alle dimensioni di Eldorado dell'eterna gioventù, a condizione di starne decorosamente lontano?
Prima o poi tornerò a rivedere le sacre sponde (questo è Foscolo, lo so e non interrompermi) e forse allora rimarrò deluso perchè le deformazioni che si accumulano nella memoria durante gli anni producono un ricordo a cui nessuna realtà fattuale può mai equipararsi.
O magari eviterò di tornare e mi terrò lo struggente meraviglioso ricordo del borgo selvaggio e neppur natìo.
Esattamente 50 anni iniziavano le Olimpiadi di Roma.
E va detto che come logo questo qui fa il suo effetto.
Era stata un'assegnazione quasi medianica, perchè (come non v'è chi non sappia) le Olimpiadi sono una roba seria che non possono essere assegnate all'ultimo momento o spostate da una città all'altra come un G8 qualsiasi.
Ragazzi, la sapete l'ultima? Il G8 va spostato immediatamente dalla Maddalena all'Aquila. Coi sardi poi ci parlo io...
E quindi il Comitato Olimpico Internazionale universalmente noto come CIO aveva assegnato i Giochi a Roma nel 1955.
Nel 1955 Roma era già, come oggi, la capitale dell'Italia, la Città Santa dei cattolici (mentre protestanti e ortodossi se la cavavano benissimo senza città sante), il più grande e bel museo all'aria aperta dell'intera storia dell'umanità, secondo molti il simpatico centro di intrallazzi e intascamento di denaro pubblico (mentre a Milano facevano i puri integerrimi e incorrotti con le Mani Pulite).
Ma non era ancora quell'affascinante immagine del Paradiso Terrestre che sarebbe diventata per tutti gli anni '60, non soltanto Caput Mundi per diritti storico-culturali ma capitale mondiale dell'entertainment e del gossip, o come si diceva allora dello spettacolo e del pettegolezzo.
La Roma del 1955 era quella ancora popolaresca e un po' provinciale descritta da William Wyler in Vacanze romane, città gradevole e ruffiana non ancora devastata da una crescita ipertrofica e incontrollata che l'ha ormai resa una affascinante e ambigua Babilonia moderna, ma ben lontana da quello che sarebbe diventata negli anni ruggenti della dolce vita con la minuscola e la maiuscola.
Magari molto dipende dal miglioramento delle tecniche di ripresa? O Wyler a Fellini non gli allaccia manco le scarpe? O Wyler parla di una colonia e Fellini della sua odiosamata città di adozione?
E già, perchè quando i film raccontano la realtà meglio di un ponderoso trattato storico, i 7 anni che separano quei due film illustrano un passaggio epocale: da una Roma liceale e vacanziera, a una Roma internazionale, poliglotta, mondana, adulta, che non a caso Fellini fotografò in una maniera che a molti romani non va ancora giù a mezzo secolo di distanza.
Ma alla fine aveva ragione Oscar Wilde: "C'è una cosa al mondo peggiore del parlar male di qualcuno: non parlarne". E così, la dolce vita e i paparazzi (che secondo alcuni sono molluschi marini adriatici ricordati dal pescarese Ennio Flaiano sceneggiatore del film) sono entrati nel lessico comune, anzi tantissimi credono erroneamente che pre-esistessero al film. Nulla di più falso.
Un paparazzo in incognito sul lungomare di Giulianova
Ogni città porta con sè la sua storia e la proietta sugli eventi che ospita. Meravigliosa la boutade di un giornalista americano a proposito di Atene 2004. "I greci vanno a tempo di sirtaki: partono lenti e indolenti e finiscono velocissimi" (a proposito dei lavori di costruzione e riadattamento dei siti olimpici, in condizioni disperate a sei mesi dai Giochi e miracolosamente pronti per la cerimonia di apertura).
Due città a confronto: il sirtaki e Anvedi come bballa Nando
A quel giornalista non è stato concesso di presenziare ai mondiali di nuoto di Roma del 2009 altrimenti ne avrebbe dette altre delle sue.
Ma tornando a Roma, nessun'altra città al mondo aveva decuplicato la sua popolazione nell'arco di cent'anni.
Per tutti quelli che non hanno quanto meno preso un trenta e lode all'esame di statistica psicometrica nel 1977, notare i 212.000 abitanti del 1871, ad annessione appena avvenuta e i 2.187.000 del 1961, in occasione del centenario dell'Unità d'Italia. per la cronaca, nello stesso lasso di tempo in Europa Parigi aveva poco più che raddoppiato la sua popolazione, Londra era rimasta pressochè stabile, la dinamica Madrid non era andata oltre una quadruplicazion de el pueblo, olè. Lo so che volete sapere qualcosa su Milano, dove la popolazione aumenta di nemmeno 6 volte. per queste ultime 4 città credetemi sulla parola o consultate Wikipedia come ho fatto io.
Roma, sospesa in uno spazio-tempo tutto tuo, in uno sconfinato territorio comunale che quasi la isola sdegnosamente dal resto del Lazio
(più o meno come, nel suo piccolo, i 200 kmq del Comune di Parma la isolano sdegnosamente dal resto dell'Emilia), salvaguardata dal clima insalubre del Nord e dalla disoccupazione cronica del Sud, città terziaria ante litteram che ha scavalcato la rivoluzione industriale per vendere con signorilità se stessa e nulla più, in sè e per sè, è Eterna. Fondata nel 756 A.C. è stata nell'ordine:
culla della più grande civiltà antica, che stendeva le sue propaggini dall'Atlantico al Mar Caspio, dal Mare del Nord alle coste Sud del Mediterraneo;
culla della Cristianità, nonostante i centurioni romani avessero avuto non piccola parte nella crocifissione del fondatore-testimonial della suddetta religione;
nevralgico e nevrastenico centro del potere politico all'epoca da 90 anni, oggi da 140, ed in quanto tale teatro di tutte le manifestazioni di protesta, mal gradite dagli abitanti (Ma che le state a fa' qui? Ma annàtevene a Pordenone...);
Si parte sempre da Piazza Esedra, poi si va dove capita...
sede della Rai e di Cinecittà che fungevano e fungono da volani amplificatori della romanità, del romanesco, de li rigatoni co 'a pajata e della coda alla vaccinara nel resto del Paese.
inventrice dell'unica ipotesi di idioma nazionale comprensibile e sopportabile su tutto il territorio nazionale e perfino vendibile all'estero in modo meno oleografico del concorrente napoletano, di suo un po' troppo napoletano per chi napoletano non è.
Quindi ci puoi passare, divertirtici, soffrirci, restare soavemente indifferente ma tanto sai già che tu morirai e lei resterà là coi suoi 7 colli, i suoi 2.825.077 di abitanti, più marchigiani che ad Ancona e oggi più romeni che a Bucarest, a guardarti che ti contorci nella tua agonia.
Pertanto, Roma va presa con cautela e a piccole dosi. E' sempre meglio portarsi dietro (o fare in modo di incontrare in loco) amici/amiche di analogo ceppo etnico, stendardi con lo stemma della tua città, usi e costumi extraromani, tutto questo per non venire inesorabilmente romanizzati, cosa che ha i suoi pro e i suoi contro.
Roma è intricata, ostica e lentissima. Roma si sbocconcella delicatamente per paura di non digerirla bene. Essere, ma anche solo sentirsi per un attimo, romani è un inutile, subdolo e meraviglioso dono degli dei. Del resto Roma è da sempre accogliente e ruffiana, è una pizza millegusti in cui arriva di tutto ma tempo un paio d'anni chiunque arriva è romanizzato a tutti gli effetti. Roma è cinta, invasa e quasi schiacciata dalla sua storia.
In quel sempiterno scenario, apparvero citati in ordine sparso:
il futuro Muhammad Alì al secolo Cassius Clay,
un giovane welter che aveva passato parte della sua infanzia come jugoslavo virtuale per poi tornare italiano a tutti gli effetti,
una giovane gazzella che aveva passato parte della sua infanzia come paralitica virtuale per poi recuperare in modo più che accettabile la locomozione,
un timido universitario torinese occhialuto che incredibilmente schizzava via più veloce degli americani,
un rissoso irascibile tedesco che prevedeva medianicamente lo sparo dello starter e anche lui fregava gli americani,
un neozelandese che passava 700 metri annoiato in fondo al gruppone e poi partiva ai 200 all'ora negli ultimi 100 e gli avversari inevitabilmente ci cascavano,
un discobolo americano che vinse il secondo dei suoi quattro titoli,
un pistard veronese naturalizzato milanese che battè più volte Antonio Maspes ma nulla potè contro la resistibile ascesa della Leti Moratti a Palazzo Marino,
due carabinieri a cavallo che passavano lì per caso e tanto che c'erano vinsero oro e argento nel salto a ostacoli,
un maratoneta etiope che corse a piedi nudi senza correre (allora) alcun rischio di bucarsi il piede con una siringa infetta,
un ginnasta diciannovenne fratello dell'ala sinistra della Juve che si portava i maritozzi da casa abitando a un tiro di schioppo dalla Basilica di Massenzio dove si svolgevano le gare,
il futuro re degli allenatori e del non dir gatto se non l'hai nel sacco che a Roma non giocò granchè bene ma trovò moglie, e tanti tanti tanti altri.
Per le Olimpiadi del 2020 Roma ha ben poche possibilità perchè l'età dell'oro è troppo lontana. Nè i Mondiali di nuoto dell'anno scorso, eccellenti dal punto di vista dell'organizzazione tecnico-sportiva ma, come dire, molto italiani nel perverso intreccio di interessi privati, speculazioni, massaggi e quant'altro che sono stati sottesi a gare d'appalto e distribuzioni di capitali statali, sono stati una buona credenziale.
Parlare o non parlare della deriva entropica della politica italiana?
Dell'autoreferenzialità per cui la politica ormai giustifica se stessa e si autocontempla e si autoriproduce?
Della sostanziale indistinguibilità tra la cronaca rosa basata sul pettegolezzo e la cronaca politica che dovrebbe essere basata sulla presentazione di programmi progetti e strategie (ma dove mai? ma quando mai?)?
Della profonda slealtà di una partita in cui un giocatore possiede la maggior parte dei mezzi di informazione, ne controlla molti altri e fa del suo meglio per condizionare ed intimidire tutti gli altri?
Di un presidente del Consiglio che si vende come una saponetta mettendo la sua faccia e le sue irresistibili vicende private al posto di una inesistente linea politica?
Del fatale incontro tra Meneghino e Balanzone che si guardano, si studiano, e ognuno dei due trova l'altro un utile idiota da cavalcare e scaricare appena necessario, non diciamo possibile?
Di Balanzone che, avendo fatto l'usciere per qualche anno all'Università mentre Meneghino non ha neanche lustrato le ringhiere della scuola media di Busnago, guarda l'antagonista di sottecchi con fare spocchioso convinto di metterselo in tasca alla prima occasione?
Di Meneghino che, avendo fatto tanti di quei danè che può detergersi l'ano con banconote da 500 euro, vede il suo antagonista come un povero mentecatto che va bene finche dice sì e va ammonito non appena alza il sopracciglio destro, malamente scacciato quando alza anche il sinistro?
che hai lavorato neanche tanto inconsciamente sul tuo aspetto fisico per renderti non più desiderabile (ma non è vero... sei ancora un bell'ometto con qualche maniglia dell'amore in più e qualche capello in meno).
Epperò quando ti capita di incrociare una tua coetanea particolarmente charmant provi ancora delle moderatamente piacevoli vertigini...
Ovviamente è improbabile che la suddetta non sia felicemente accompagnata, e del resto quando a suo tempo ne avevi incontrata una che era accompagnata abbastanza infelicemente non hai avuto la minima pazienza nel lasciarle chiudere la sua storia, e (anche quando l'aveva definitivamente chiusa) ormai eri riuscito a tagliare i ponti e avvelenare i pozzi con le tue parole pesanti come macigni e affilate come bisturi.
E, nella tua città, di coetanee particolarmente charmant ce ne sono a bizzeffe, a profusione, come se piovesse, è una beffarda maledizione che mina le tue decisioni irrevocabili e riaccende desideri che sarebbe meglio lasciare spenti.
Non ti spaventerebbe un "No", che peraltro tu non hai mai ricevuto non perchè sia di bellezza apollinea, ma perché hai sempre saputo porre particolare acume ed attenzione nel non essere mai tu a sbilanciarti ma nel lasciare piuttosto a lei il primo passo.
Ti spaventano e ti inquietano i "Non ancora", i "Non completamente", i "Vorrei ma non posso", i "Potrei ma non voglio".
Dopo le odissee dei tuoi due ultimi travolgenti amori (dei quali chi legge con attenzione il tuo blog dovrebbe sapere quasi tutto, infatti nessuno ne sa nulla) ti sei preso inizialmente una pausa che poi, arbitrariamente, hai deciso doversi estendere ad infinitum.
Anche perché quei due maledetti amori si sono perversamente intrecciati,
B è arrivata quando ad A avevi quasi serenamente rinunciato,
poi A si è rifatta viva quando a B avevi quasi serenamente fatto tutto il male possibile ed immaginabile,
poi sei stato assalito dalla irresistibile curiosità di vedere come ci si sente a fare il figlio di madre nubile, o il play boy per usare un'espressione più à la page, cosa che a tempo debito ti eri sempre ben guardato dal fare.
E hai scelto di non scegliere.
In questi casi è facile e consolante proiettare sugli altri le proprie evidenti colpe, sfiorare a tratti atteggiamenti sprezzanti e misogini maledicendo l'affascinante complessità della psicologia femminile come se fosse un improprio eccesso di zelo, quasi deridendo la complessità dei desideri di una donna contro la tumultuosa ormonale unilateralità dei desideri maschili (che tu non sai mai esprimere e modulare nel modo giusto, quando ti trattieni lei si sente poco amata, quando li esprimi lei va in overdose d'amore e le piace per 2-3 giorni poi ti mette sedicimila incresciosi paletti, all'età che ti ritrovi non hai più voglia di dosare bene gli ingredienti e ti affidi alla cucina fai da te).
Ma anche prendersela con se stesso serve a ben poco. Ti sei già punito abbastanza senza bisogno di ripeterti ogni giorno che è stata tutta colpa tua.
Interiormente lo sai, e le poche volte che ne parli con qualcuno sei pronto a crocifiggerti in sala mensa con un'aragosta viva nello sfintere anale.
Ma nel silenzio e nella solitudine del tuo troppo tempo libero devi allontanare l'amaro calice da te (l'ha fatto qualcuno molto più in alto di te, e nessuno ha trovato mai da ridire...) e tenere alte le carte. Così con i simpatici estranei che incontri sul lavoro ti piace giocare l'autoironico ruolo del single spavaldo. Questo fa parte della costruzione di un personaggio duro e anche un pochino stronzo, che hai messo su in questi ultimi 2-3 anni dopo che (al romantico sognatore che sempre sei stato e sarai fino alla morte) ne avevano combinate di tutti i colori.
Per consolarti fino in fondo peschi dalla memoria 12 anni di matrimonio e 8+3 anni di due diverse convivenze e cerchi di ricordarteli disseminati sì di momenti meravigliosi, ma con una massa di giorni squallidi che non ti senti più di considerare uno sfondo irrilevante.
Per terminare con i due mesi scarsi dell'ultima esperienza di vita in due, belli e spensierati finchè c'erano due soldi, immediatamente problematici alla prima difficoltà economica, per te più che per lei, che pensava che tu volessi solo fare il taccagno e avessi da parte un tesoretto inesauribile, garrulamente pronta a chiamare idraulici tappezzieri elettricisti arredatori massaggiatori shiatsu che ovviamente avresti dovuto pagare TU.
Ma, non si sa se per fortuna o per sfortuna, tutto il tuo malanimo verso il genere femminile (che ti ha perfino impedito di dedicare due parole di commiato per Suso Cecchi d'Amico ed Elvira Sellerio, come se parlare di donne ti potesse far venire l'orticaria), forse complice l'estate, si spegne nell'estatica ed estetica contemplazione di donne che, complice a loro volta una vita piena di sacrifici ginnici, alimentari, magari anche chirurgici, ostentano una forma da trentenni che contiene il sapiente fascino della loro età reale.
E la sera ti addormenti un po' prima e un po' meglio, appagato dalla tua contemplazione e non solo non sperando, ma pregando Dio che la cosa resti accademica e si limiti a qualche giocoso e sapiente sottinteso scevro di qualunque trivialità figlia di un desiderio montante.
Ho esitato molto prima di scrivere un post su Francesco Cossiga. Siccome (lo ripeto meccanicamente fino allo sfinimento dei miei pochissimi lettori) codesto blog non insegue l'attualità ma con ogni post si limita al peraltro non semplice compito di ristabilire i miei delicati equilibri omeostatici, Mike Bongiorno, Suso Cecchi d'Amico ed Elvira Sellerio non hanno meritato un post, Raimondo Vianello e Lelio Luttazzi sì.
Non è neanche una questione di simpatia o di antipatia, è che quando redigo un post vorrei metterci qualcosa di mio, non dico di originale ma almeno di spontaneo.
Per cui sul buon Francesco c'è stato un bel conflitto fra Es e Super-Io (con l'Io che nel frattempo sorseggiava una birra e leggeva il giornale): il primo non ne voleva sapere e avrebbe preferito parlare di alcuni incerti del mestiere di chi lavora con disabili a volte anche gravi (tipo un tentativo di scotennamento così, per gioco o per noia o perchè era passato un cane che l'aveva spaventato), il secondo concordava col primo nel trovare Cossiga abbastanza distonico e inconciliabile con la complessa architettura etico-morale che egli di fatto coordinava (egli nel senso del Super-Io, naturalmente...), ma gli riconosceva comunque un ruolo fondamentale nella mai del tutto compiuta transizione tra la prima e la seconda repubblica. L'Es ribatteva ricordando le posizioni Tambroni-style del giovane Kossiga contro il movimento studentesco (reiterate pari pari più di 20 anni dopo contro gli innocui epigoni contestatori dell'Onda), ma poi preferiva andare a giocare con vecchi ricordi di perduti amori lasciando campo libero al soldatino superegoico.
E già, perchè Cossiga, zitto zitto sardo sardo, ha occupato con encomiabile intensità almeno vent'anni della vita politica italiana. Democristiano atipico (ma a pensarci bene, l'80% dei democristiani erano atipici, o forse atipico era a quel punto il 20% restante), spesso si trovò a reggere con virile fermezza metaforici ordigni incendiari che gli anziani del suo megapartito preferivano non tenersi in mano (mentre i più giovani avrebbero voluto ma nessuno li autorizzava) : la sua biografia ci insegna che fu il più giovane Ministro degli Interni mai nominato, il più giovane Presidente del Senato, il più giovane Presidente della Repubblica (a soli 56 anni rispetto ai millanta dei vari Leone, Pertini, Scalfaro, Ciampi, Napolitano al momento dell'elezione). In tutte e tre le occasioni dovette confrontarsi con momenti che definire di crisi sarebbe un garbato eufemismo: gli anni di piombo, con il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro come Ministro degli Interni (dopo l'uccisione di Moro ebbe l'onestà di dimettersi e di dichiarare in seguito che la linea della fermezza era stata crudele e opportunistica); la resistibile ascesa di Arturo Ui e i suoi socialisti riformati come Presidente del Senato; Tangentopoli e il crollo verticale dei partiti tradizionali come Presidente della Repubblica.
Ecco, come Presidente della Repubblica Francesco merita un'analisi forse più antropologico-culturale che sociologica: con finta apparente impulsività, ma secondo me con freddo spietato calcolo, dopo cinque anni di presidenza standardizzata e financo ingessata, sparigliò completamente il ruolo del Primo Cittadino trasformandolo da tagliatore di nastri e inauguratore indefesso o tutt'al più (come il Vecchio Saggio Pertini) Grande Vecchio Burbero Benefico a commentatore caustico e provocatorio delle disfunzioni del sistema politico più antiquato che l'Europa Occidentale potesse vantare.
Lesse con rigore la caduta dell'impero sovietico che azzerava di fatto la logica della guerra fredda; commentò talvolta financo con arguzia la inconsistenza dei partiti tradizionali; la fece solo una volta fuori dal vaso, ma era una pisciata da 50 litri, quando nel 1990 ridicolizzò il giudice Rosario Livatino definendolo giudice ragazzino: anche Livatino ci rimise la pelle come Moro (giacchè gli squali di Cosa Nostra attaccano subito appena vedono la preda abbandonata dal resto del branco), ma in quella occasione Cossiga non si dimise e non si scusò.
Si dimise invece, con grande senso della politica-spettacolo ante litteram, il 25 aprile 1992. Molti considerano quelle dimissioni la cesura simbolica tra prima e seconda repubblica.
Che poi sullo scranno della seconda repubblica si sia seduto con mal garbo e in malo modo il Berlusca, almeno questa colpa cerchiamo di non dargliela.
Ogni tanto, chiedendo umilmente scusa agli scarafaggi che sono in perfetta buona fede convinti di essere i legittimi inquilini mentre IO sarei il parassita, cerco di riordinare il mio raccapricciante appartamentino da scapolo di ritorno.
L'attività di riordino dura ben raramente più di una mezz'ora, ma quel tempo è sufficiente per scoprire piccoli inquietanti residui di un passato cronologicamente prossimo ma apparentemente ormai preistorico.
Come l'agendina del 2008 che il direttore della mia banca mi regalò con un radioso sorriso per il Natale 2007, regalìa poi non ripetuta nei due anni successivi (si vede che l'entusiasmo di avermi come cliente si era nel frattempo alquanto affievolito).
Un'agendina dove figura, tra enigmatici appunti di cui non ricordo più il significato, la bozza manoscritta di un post, buttata giù con mano forzatamente tremolante sul treno per il mare, mentre pregustavo due meravigliosi giorni accanto ad una persona speciale. Ma l'oggetto di quel post era talmente pervaso di inquietudine da far presupporre e vaticinare l'esito infausto di quei due giorni (ridottisi poi a una giornatina scarsa e stitica) nelle propaggini sudorientali della nostra bella regione.
Tornato a casa, in parte ristorato e in parte ottenebrato da due birre ghiacciate assunte a mo' di colazione horror-splatter a la staziàn ed Bulagna, prima di esplodere in una comatosa dormita di 12 ore avevo estratto dalla valigia gli effetti più indispensabili lasciando l'agendina al suo interno. Lì rimase due lunghi anni.
Qualche giorno dopo, avevo comunque scritto quel post andando a memoria.
Il post, come sarebbe dovuto essere, era il seguente:
La felicità ti sfiora, ti provoca, ti titilla... Sembra che voglia fermarsi ma dopo un attimo di sosta svolazza altrove. La vedi per un momento appoggiata sulla spalla del vicino di ombrellone che rutta scompostamente con una familiare di Heineken in mano; la intuisci che si è insinuata sotto la camicetta della bella sconosciuta che incroci al parco, solo che lei corre e tu cammini (come giustificare altrimenti quello strano rigonfiamento che sembra quasi un terzo seno, sia pur di misura molto ridotta).
In realtà questa benedetta felicità la insegui ma poi non sei del tutto convinto di meritartela. Così che quando arriva pensi che abbia sbagliato indirizzo, quando invece meglio sarebbe prenderla su senza fare troppe domande. Invece tu gliene fai, e lei alla fine scocciata ammette "Sì, effettivamente a guardare meglio dovevo andare dal geomatra Dall'Asta e non da te, sfigato di merda...".
Quando poi la felicità arriva, invece di suggerla come quel raro e delicato liquore che essa è, ne vorresti di più. Te ne arriva ancora, ed ancora non ti basta. E anche così, perdi quello che pure ti spetterebbe di diritto, per inseguire quella che non ti spetta minimamente. E del resto la felicità non arriva con nome cognome ed indirizzo del destinatario, ed è un po' difficile da marchiare timbrare e inventariare sì da stabilirne in modo non equivoco la proprietà. Che a volte ti pasci dei cascami di una felicità che qualcun altro non ha voluto, o in un primo momento non ha voluto ma provvisoriamente ha cambiato idea. E così di seguito... (Sto barando, le ultime 4-5 righe le ho aggiunte adesso col senno di poi).
Meno che meno esiste un sistema di attribuzione della felicità che assomigli ad una busta-paga o ad un assegno. "Pagate a vista ad Anteo Cavatorta un mese di felicità sfrenata con Patrizia Taddei, dopo di che i due vedano di arrangiarsi.". "Antenore Dalcò deve al fisco tre mesi di felicità come addizionale IRPEF, si provveda al prelievo forzoso mandandolo per tre mesi in villeggiatura coatta a Capracotta.
La Costituzione americana prevede come fine dell'uomo il perseguimento della felicità (the pursuit of happiness); quella italiana, più austera o semplicemente più realistica, dice che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro e non fa parola della felicità. Ci mancherebbe solo che ricordasse alle donne che partoriranno con dolore.
Qui finiva la scarna bozza del post. Quello scritto a memoria è un rassicurante esempio di come la mia memoria funzionasse allora splendidamente: c'è il vicino d'ombrellone, c'è la terza tetta, c'è tutta la fola dell'attribuzione burocratica della felicità, il parallelo tra costituzione americana ed italiota, variazioni sul tema del super-Io punitivo che quando arriva la felicità ti induce a pensare che non sia roba tua, il tutto condito e arricchito da tutte le sovrastrutture che non entrano in una penna Bic ma in una keyboard evidentemente sì.
Ma c'è, soprattutto, e questo francamente l'avevo dimenticato, un commento a un commento della mia credo unica lettrice allora come ora che, anche se mi fa accapponare la pelle e urlare di rabbia e spavento, coraggiosamente ripubblico:
E' come quando un conferenziere un po' timido sceglie una faccia della prima fila e decide che dedicherà quella conferenza solo a lui/lei; o quando un Giovane Anziano incontra per caso a un corso del Forum di Solidarietà una donna dalla strana sfuggente bellezza e passa il resto della sua esistenza ad immaginarsi come sarebbe la vita accanto a lei; o quando l'allievo del Maestro Zen trova il suo Mantra personale e se ne farà accompagnare per tutta la vita.
Non è il caso di disperdersi in mille rivoli; dovremmo tutti imparare a selezionare una piccola cosa della quale siamo assolutamente certi e cercare di focalizzare lì la nostra felicità, contando che poi quella felicità si irradi tutto intorno.
Correlativamente il problema diventa serio quando selezioni più che una cosa una persona, e tutt'altro che piccola (anzi per te enorme) e decidi d'ufficio che è su quella persona che si giocherà la tua felicità, ma ne sei tutt'altro che certo. Allora l'inquieta attesa di una felicità che sembra non volerne sapere di arrivare vanifica tutte le piccole soddisfazioni, ed ingigantisce tutte le piccole frustrazioni, della vita quotidiana.
Finchè si decide di farne a meno, e si cerca di immaginare (ma non è sempre facile riuscirci) come sarà tutto il resto della tua esistenza senza quella conosciuta appena, non c'era tempo e valeva la pena di perderci un secolo in più.
Gli imperi durano un tempo equo e poi crollano oppure semplicemente implodono.
Molti credono che l'Impero Romano sia caduto a causa di una devastante invasione barbarica con eccidi e distruzioni. Nulla di tutto questo. Il barbaro Odoacre, da tempo diventato ufficiale dell'esercito romano per convenienza e forse con secondi fini (ahahahahahah) a un bel momento depone l'imbelle sedicente imperatore Romolo Augustolo ed invia le insegne imperiali a Costantinopoli. Roma più che cadere si affloscia.
Altrettanto, chi non legge non dico Repubblica o l'Unità ma semplicemente il Corriere della Sera, può in tutta sincerità credere che il simpatico guascone Silvio Berlusconi sia vittima di una perfida campagna mediatica mirante a denigrare i meravigliosi risultati del suo governo.
Berlusconi possiede tre televisioni.
Controlla in modo integrale Rai 1.
Si può sostanzialmente fidare di Rai 2, specie dopo che gli amici leghisti che, una volta tanto con una certa discrezione, controllano quella rete, hanno silurato il giornalista che portava loro più ascolti e più introiti pubblicitari (sto parlando di Santoro).
Ha intimidito e condizionato i giornalisti di Rai 3, che da tempo trattano le problematiche afferenti al premier con anodino distacco per non rischiare il licenziamento in blocco.
Rimarrebbe La7, dove operano cavalli di razza dell'informazione come Gad Lerner, Lilli Gruber, Enrico Mentana, Antonello Piroso, Luca Telese. Ma la televisione della Telecom e di Marco Tronchetti Provera sicuramente non teme diktat da parte della joint venture Mediaset-PdL, ma non ha neanche particolari interessi ad immolarsi in una campagna di controinformazione alla Don Quijote.
Gli italiani leggono poco e male, vanno su Internet solo per acchiappare ucraine con la sesta di reggiseno e la vagina sconfinatamente aperta, hanno subito passivamente vent'anni di Mussolini senza nè entusiasmarsi nè indignarsi. Sono (siamo?) un popolo dalle risorse potenzialmente enormi ma disperse, dormienti sotto una coltre di indifferenza e tiramento a campare.
Preferiscono, dal loro insindacabile punto di vista, un leader che buca il video ad uno (il due volte vittorioso Romano Prodi) che sembra il parroco di Ciano d'Enza e parla sussurrando.
E Berlusconi di questo si è sempre fatto forte. "Gli Italiani mi hanno eletto" dice quando è in equilibrio con se stesso. "Gli Italiani mi vogliono così" dice nei momenti di megalomania.
Lo vogliono puttaniere, impreciso, approssimativo, grottesco, spesso impresentabile all'estero, grande venditore di se stesso, bugiardo, stereotipo di tutte le presunte virtù italiane (e chiamiamole pure virtù), vanesio, corruttore, forte coi deboli e debole coi forti, spesso quasi indistinguibile dal formidabile caratterista milanese Guido Nicheli (quello che dichiarò tra l'altro in una celebre intervista 'A 72 anni, taaaac, sono ancora operativo...') oltre alle royalties che, insieme a Giovanni Storti che gli somiglia anche fisicamente, deve agli eredi del grande Tino Scotti (E se vi scade la cambiale, vi manca il capitale, vi spella lo speziale, il conto è madornale, a voi che ve ne cale? Non datelo a vedere, scrivete al cavaliere, il gran rimedio è qui perchè Ghe pensi mi). (N.d.A. Non ha tutti i torti Bersani che esplode in diretta televisiva in un "L'è quindz ann ch'al ghe pensa lù e si sono visti i risultati".).
Atterrito dalla creazione del Pd che potrebbe (orrore!) coagulare i voti delle odiate sinistre, sale sul predellino e forma motu proprio sua sponte sine qua non, in un salvifico bagno di folla il Popolo della Libertà cooptando i postfascisti da lui sdoganati e che considera più che suoi alleati suoi dipendenti, secondo l'aureo e vincente principio del partito-azienda.
Ma nel frattempo i postfascisti, peraltro ormai votati da una maggioranza di elettori che il fascismo non sa più neppure cosa sia, si danno una sagace veste di liberals on holiday, pretendono che il PdL sia un vero partito tradizionale (quello che invece agli ex-elettori forzitalioti non va nè su nè giù come una cassoeula con troppa verza) con eletti, sezioni, congressi, addirittura CORRENTI (!!!!!), per bocca del loro leader Fini incarnano i valori di una destra moderata ed europea mentre a questo punto il vero postfascista con inquietanti tratti mussoliniani diventa il Cavaliere.
Il resto è cronaca odierna.
Jim Carrey può credersi una rock-star come Berlusconi può chiedersi un politico.
Agosto in città non è poi così brutto: innanzitutto, rispetto a pochi anni fa, il numero di concittadini che condividono per amore o per forza la tua scelta è drasticamente aumentato; gli esercizi commerciali che terranno aperto tutto il mese sono parecchi, e lo strillano con sesquipedali coloratissimi cartelli convinti di strappare clienti alla concorrenza, che resteranno anche in autunno ed oltre; la città relativamente vuota prende un'aria risorgimentale-chic che cozza con le atmosfere postmoderne degli altri 11 mesi.
Si lavoricchia a ritmi rallentati e più umani, facilitati da un'afa in leggero calo rispetto ai vertici insopportabili di luglio: se capita di andare sulla pedemontana piuttosto che a Colorno o Polesine Parmense si gode anche di una rinfrescante brezza che lava via i cattivi pensieri, che invece nella canicola stazionano pesanti e plumbei.
Agosto in città è fatto su misura per i giovani anziani che non hanno più ambivalenti vincoli familiari, figli da crescere mogli da non fare annoiare sennò la danno via al garzone del lattaio mutui da pagare carriera da portare avanti suocere da sopportare con cristiana rassegnazione.
Si ricordano agosti preistorici, Cheltenham nel Gloucestershire (pronunciare: Celtnam nel Glostersciaier) 1975 sotto una impressionante canicola a una sagra del pudding (omologa delle nostre sagre dello gnocco fritto); Riviera del Conero 1984 con una unica fiumana di 12 chilometri dalla collina al mare guardata con spocchiosa noblesse dopo essersi rifugiati sul poggio di Villa Gigli tra Recanati e Loreto con l'amico Marco; Courmayeur 1973 dopo aver fatto un virtuale bagno nel calderone del vin brulè; Palermo 2001 a capire come dev'essere un'estate tropicale.
Vengono in mente canzoni che cantano agosto in modo non convenzionale e non previsto, dalla Agosto di Claudio Lolli ricordata già ieri che parla di una ripugnante strage che non era ancora quella di Bologna, di una Tu puoi dei Nomadi che oppone alla gente un po' ottusa per la quale è solo agosto, agosto ad ogni costo le antiche fatiche dei pescatori ed un uomo in cerca di se stesso, ai Diaframma che vorrebbero chiudersi in casa con 2000 giornali porno, ad un Jovanotti che degregoreggia guardando la luna urbana.
E più in generale tutti i tuoi affettuosi fantasmi ti vengono a trovare specie nelle notti in cui è difficile prendere sonno e tu fai i conti su quanto ti costerebbe un condizionatore in nudo prezzo d'acquisto e in consumo elettrico salvo il fatto che non è il caldo che ti toglie il sonno.
Sono fantasmini teneri e comodi come gli omonimi calzettini e non fanno paura anche se a volte sono reali e non solo virtuali, e alcuni lasciano la camera piena di strani odori non del tutto piacevoli; sono i fantasmi di matrice dickensiana completamente fuori stagione, delle estati passate (tante e forse troppe) e di quelle future che fatalmente si assottigliano. Sono i fantasmi che escono dalla tua mente e poi non ci tornerebbero neanche se li ammazzi.
Dal primo settembre se ne andranno e ti lasceranno alle prese con una precaria realtà.
Anche questo post, come il precedente, avrà forzatamente ad oggetto una efferata strage. E, come il precedente, vedrà l'intreccio fra la mia misera risaputa vita e gli eventi epocali (quasi tutti nefasti) che accadono, a volte, a un'ora di macchina da casa tua.
Agosto. Si muore di caldo e di sudore. Si muore ancora di guerra non certo d'amore, si muore di bombe, di muore di stragi più o meno di stato, si muore, si crolla, si esplode, si piange, si urla...
Questa canzone è stata scritta (o quanto meno edita su disco) da Claudio Lolli nel 1976, all'interno del suo album più rappresentativo, quel Ho visto anche degli zingari felici che faceva da cesura tra il periodo del pessimismo cosmico adolescenziale e il periodo del disincanto adulto, sia per lui che per i suoi fan approssimativamente coetanei. Ovviamente non tratta del 2 agtosto 1980 ma della strage ferroviaria (come ci rivela l'ultimo verso da me sagacemente omesso Un treno è saltato) di San Benedetto Val di Sambro, qualche decina di chilometri a sud di Bologna stessa.
Sulla strage del 2 agosto nessuno se l'è sentita di speculare per vendere qualche disco in più.
Cosa stavo facendo il 2 agosto 1980? Ero un giovanissimo ed inadeguato marito e papà che assisteva impotente all'espropriazione di sua figlia (che al tempo aveva due settimane) da parte di un agguerrito gineceo (la suocera era la quarta di 5 sorelle, e meno male che l'ultima abitava in Veneto).
Sul televisore ancora in bianco e nero, grosso modo delle fattezze sotto illustrate, di una casa spersa nella campagna emiliana scorrevano immagini difficili da digerire: quella bella ed accogliente stazione, cantata anche da Francesco Guccini e Dino Sarti, si mostrava oscenamente sventrata.
Quando una bomba esplode in un posto estraneo c'è la classica reazione etico-morale di sdegno e di riprovazione ma non può esserci vera angoscia. Ma quando esplode una bomba in un posto che è quasi un prolungamento di casa tua, ombelico tra la tua città natale, quella di adozione e quella dove stai facendo con buon successo l'Università,
teatro di mille treni presi aspettati persi, dei deliziosi turtlàn a la pàna di dinosartiana memoria, di appassionati baci a ragazze che da lì in poi non condividono il tuo viaggio (e non solo in termini ferroviari), ebbene allora tutti i morti sono non solo tuoi fratelli, ma un clone di te, perchè metti caso che tua figlia fosse nata un anno prima o un anno dopo, tu e la madre di tua figlia e magari tua figlia stessa potevate essere lì aspettando la coincidenza per Ancona carichi di bagagli e voglia di mare.
Gli anni di piombo apparentemente non ne volevano sapere di terminare. Tutti ricorderete che 40 giorni prima un aereo era esploso in volo sui cieli di Ustica, e la agghiacciante contabilità parlerebbe di 81+85 vittime in una sola estate. Dieci Piazza Fontana.
E invece per certi versi quella strage fu l'ora più buia che precedette una strana alba di ostentazione e riflusso, disimpegno ed edonismo reaganiano, disco dance e televisioni commerciali.
Solo adesso mi rendo conto che quella povera innocente di mia figlia è incolpevolmente nata tra le due stragi più atroci dell'Italia repubblicana. E guardandomi dal di fuori ricordo confusamente che la marea di emozioni, di gioie e paure che mi coinvolgeva/sconvolgeva allora mi riparava dalla percezione che l'Italia fosse alla frutta. Quello che veniva bollato come uno squallido e meschino "rifugiarsi nel privato"....
Troppo giovane, forse e comunque, per capire quello che stava succedendo sia in Italia che in una casettina spersa nelle campagne emiliane, così belle da vedere ma così olfattivamente distoniche a causa dei concimi chimici allora in voga.
Quattro giorni dopo un Presidente davvero amato, non a colpi di sondaggi artefatti o di tirate deliranti sull'amore che vince sull'invidia, fu l'unico a non essere ferocemente fischiato nella Piazza Maggiore dove zingari felici si ubriacavano di luna, di vendetta e di guerra.
Trent'anni dopo, un Presidente aspirante tiranno se ne starà a letto con una escort e. per dirla alla Lenny Bruce, fotterà una persona sola invece che un paese intero. Dopo aver dato rigida disposizione ai suoi ministri di non andare a Bologna a esporsi al pubblico ludibrio, una città oltre tutto dove nascono esponenti politici disubbidienti e presuntuosi.
Di' ben su, Gianfranco, non è che saremo comunisti senza saperlo?
No veh, Pierferdinando, io sono sempre quello di prima..
Un po' come per il 5 maggio, data nella quale morì nel 1821 colui che mise d'accordo il '700 e l'800 (Ei si nomò. due secoli, l'un contro l'altro armati...) e l'Inter perse inopinatamente nel 2002 uno scudetto già vinto, anche il 19 luglio contiene due eventi, uno di epocale importanza e uno tutt'al più tragicomico: la strage di Via d'Amelio del 1992 nella quale un Paolo Borsellino ormai rassegnato venne barbaramente ucciso (anche se di persone uccise con gentilezza la storia non dà riscontro alcuno) e l'apertura nel 2006 di codesto meschinissimo blog.
Le coincidenze della vita possono essere infinite. Berlusconi è nato il 29 settembre ma di battistiano ha poco o punto, il rocker Adriano Celentano è nato in zona Befana, tutti e due in tempo per essere figli della lupa anche se adesso fanno con alterno successo i post-adolescenti tutti genio e sregolatezza.
Solo oggi mi rendo conto di questa coincidenza: forse perché in passato preferivo festeggiare il numero dei post realizzati o il numero dei commenti ricevuti, poi (col ridursi degli uni e degli altri) celebro ormai con divertito stupore la sostanziale permanenza in vita della mia creatura, tralasciandone la totale inutilità.
Del mio blog non c'è praticamente nulla da dire: è tautologicamente se stesso e ricorsivamente quello che è. Di Via d'Amelio, e della strage di Capaci (antecedente di soli due mesi) in cui fu assassinato Giovanni Falcone, ci sarebbe da dire anche troppo, ma non sono sicuro di saperlo fare in maniera adeguata.
Usare un quintale di tritolo piuttosto che un fucile a canne mozze ha la sua valenza biecamente simbolica. Amici palermitani mi hanno raccontato che il boato dell'esplosione si sentì distintamente in tutta la città, come un cupo monito ad abbandonare ogni speranza.
Un attentato dinamitardo non è un'azione militare nella quale un commando rischia la pelle, è un'operazione quasi burocratica o addirittura notarile in cui chi di dovere (in questo caso l'Onorata Società) tira le somme e le conclusioni dell'abbandono in cui l'oggetto dell'attentato si trova. Lo Stato che mette in discussione sia il lavoro che il diritto alla protezione (leggi scorta armata) di un magistrato fa un assist alla criminalità organizzata che a quel punto è stordita se non trasforma in goal.
Che poi, come molti sanno ma tantissimi altri no, la Polizia aveva identificato Via d'Amelio come zona ad altissimo rischio ed indicato l'urgenza di impedirvi il parcheggio ma il Comune di Palermo abbia risposto alla Pino Caruso "Iiiih, e che fretta c'è....".
Che, infine, questi due attentati siano avvenuti in piena Tangentopoli, più o meno a metà strada fra l'arresto di Mario Chiesa e il suicidio dell'on. Moroni, ("mariuoli" li chiamava allora Craxi con scelta volutamente aulica, "quattro sfigati" vengono chiamati oggi i loro epigoni con scelta volutamente da bar della Bovisa) sarebbe bello se fosse stata una mera coincidenza.
Così come sarebbe dolcemente rassicurante per tutta la nazione se nessun legame ci fosse tra questi due attentati e la discesa in campo (posteriore di meno di due anni) dell'unto del Signore.
Il mio blog prima o poi chiuderà e se ne perderà ogni memoria: di Paolo Borsellino penso e spero che non succederà altrettanto.
Scusami, Lelio, ti ho portato male. Quando è morto Vianello ho osservato che di quella strepitosa generazione di artisti nata nei Roaring Twenties (Roaring in America, e solo fino al '29, in Italia leggerissimamente di meno) restavate solo tu e Franca Valeri. E adesso Franca si starà toccando (o per le gentili signore il toccarsi allude solo ad attività auto-erotiche piuttosto che rituali scaramantici?).
Però, di quella generazione molto legata all'avanspettacolo (col quale comunque tu, insigne jazzista, non avevi nulla a che vedere) tu costituisci in un certo senso la punta di diamante. Perché la misera e insufficiente contropartita di una colossale svista giudiziaria è stato il ritirarti a vita privata nel pieno del tuo successo, consegnandoti al mito.
Che il più corrosivo e corrusco dei satiri italiani abbia preferito cambiare il suo banalmente romagnolo cognome di Fabbri in Luttazzi (mentre il nome è sempre Daniele), nonostante tra voi non ci sia in comune praticamente nulla, è un segno intrinseco della tua grandezza.
Come tutti i triestini, pur non essendo afflitto dalla cadenza croato-asburgica immortalata dal compianto Nereo Rocco e da Cesare Maldini, ti portavi dietro per il mondo la sottile inquietudine di una città-cerniera sospesa tra universo latino e slavo, ma diciamo pure tra oriente ed occidente. Una città dotata di una scontrosa grazia, come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore. O almeno così la vedeva Umberto Saba, ma la definizione potrebbe attagliarsi perfettamente a tutte quelle città di mare ma con inquietanti colline alle spalle (mi vengono in mente Genova e Ancona e volendo esagerare San Francisco). Una città dove non si passa per caso, bisogna proprio aver voglia di andarci, e della quale poi diventa quasi impossibile liberarsi una volta conosciuta.
Una città complicata e contradditoria, di fatto italiana più per caso che per libera scelta ma in realtà aspirante da sempre ad una sostanziale autonomia da tutto e da tutti.
Ma come al solito sto divagando.
Stavamo parlando, Lelio, della tua (s)folgorante stagione artistica come musicista, compositore, garbato e raffinato presentatore-entertainer (e come presentatore tiravi più verso Tortora che verso Bongiorno, perchè non disdegnavi di far notare la tua ottima padronanza dell'italiano, dal valore doppio per un triestino, e una cultura non infima).
Non pretendevi di creare delle trasmissioni, ma ti sapevi inserire con la scontosa grazia di cui sopra in diversi format (come si direbbe oggi) che hanno fatto storia.
Basti pensare a Studio Uno, il prototipo del varietà con qualche pretesa di raffinatezza del sabato sera. A Ieri e Oggi, il prototipo della celebrazione-bignami di un artista un po' su d'età. O alla radiofonica Hit Parade, il prototipo delle ingravescenti Superclassifiche Show e Superclassifica Sciò riproposte in veste sempre più bulimica in TV (dove l'istrionico Maurizio Seymandi coi suoi nonsense surreali faceva capire agli artisti quanto sono scemi).
Poi, in uno di quei drammatici capovolgimenti storici in cui si passa in un batter d'occhio dal paradiso all'inferno senza passare dal via, anche per te gli spensierati '60 si tramutarono nei problematici, incazzati e un po' plumbei '70. Quasi in contemporanea con lo scioglimento dei Rokes, venisti coinvolto in una pesantissima storia di cocaina con Califano e Walter Chiari: per loro ci sono riscontri oggettivi, per te (che non eri mai andato oltre il Prosecco) solo una loro telefonata intercettata in cui ti tirano sconsideratamente in ballo.
Forse, se ultimamente fossi stato meglio di salute, sulle intercettazioni avresti avuto da dire la tua...
Da quel momento, salvo un ritorno a condurre Hit Parade dopo la scarcerazione (sostituito provvisoriamente dall'incolore Giancarlo Guardabassi, colui che presentò un Sanremo da seduto), hai preferito per l'inezia di 36 anni non frequentare più la televisione.
Ricordo vagamente una tua intervista dei primi anni '80 in cui, abitando all'epoca alle porte di Roma, sostenevi che ti faceva quasi paura l'impatto con la città, il traffico, quella simpatica sbracatezza capitolina che cozzava con il tuo stile mitteleuropeo.
E, non so come e non so perché, accosto la tua vicenda a quella del grande Federico Fellini che, all'apice del successo, dichiarò "Se venissero a dirmi che è stato tutto uno scherzo, io mi ritirerei in buon ordine".
Proprio quello che tu hai saputo fare: la classe non è acqua.
L'estate, stagione poco padana, congela i pensieri e riscalda le emozioni. Sia quelle positive che quelle negative.
Nel suo multiforme caleidoscopio di spazi apparentemente liberi può dilatare a dismisura le illusioni ma, con la stessa facilità, può indurti a rimirare quegli stessi spazi piangendone l'ormai conclamata estraneità.
Andrebbe passata su una spiaggia lontana a lanciare messaggi in bottiglia to whom it may concern, nell'intimo desiderando però che nessuno venga raccolto. E nell'immaginare i tuoi messaggi vagabondare per i Sette Mari, ecco che vieni colto da un singulto emozionale che ti lascia a lungo senza parole (senza pensiero, vedi sopra, ci sei già...).
Andrebbe quanto meno passata con l'innocenza del bambino che fu, che al di là dell'Adriatico immaginava terre sterminate, un'Oriente di cui nulla ancora sapeva ma che già riusciva ad immaginare.
O con la capacità di commuoversi di quell'adolescente che, nel vedere la Mole Vanvitelliana magicamente sospesa in mezzo al mare la allucinò come una Stargate ammantata di mistero, un'enorme mano che puntava verso la Grecia, Bisanzio, Samarcanda e le rotte dei commercianti di seta del tardo medioevo.
Se il tuo corpo può suscitare ancora cocenti passioni nel sesso opposto (o, per gli appassionati del genere, nel proprio, o eventualmente in ambedue entrambi unquanquo) questo è il momento per approfittarne bassamente. Se invece il tuo corpo suscita ben poco di diverso dal ribrezzo (peggio ancora se la cosa è abbastanza recente a causa di tumultuosi inopinati crolli del fisico perché purtroppo hai frequentato più biblioteche che palestre e più tavole imbandite che studi di dietologi santoni) ti viene risibilmente facile dissociarti dalle turpitudini pornoedonistiche favorite dalla calura.
Vagabondando con rabbiosa allegria per la tua città che lentamente va svuotandosi, culli uno ad uno i tuoi perchè. O cerchi di piazzare le poche risposte che credi di avere a chi saprà farti le domande giuste ed opportune.
Tutto il resto è malgoverno, pestaggi ai terremotati, deliri calcistici in mondovisione. Parlarne?
- Hai visto, Silvio, io te l'avevo detto.... - Ma cosa mi avevi detto, testone di uno? E tu, appena il parlamento ti si mobilita contro, quel comunista del Presidente della Repubblica fa sapere che non avevi nessun ministero da organizzare perchè sei un ministro senza portafoglio, la Lega ironizza, Bocchino bacchetta, tu per così poco molli tutto e fai marcia indietro??? - A parte che quella storia del senza portafoglio se la potevano avanzare, che ne avevo appena comperato uno da 400 euro con le finiture in alabastro che valeva più dei soldi che c'erano dentro, a parte quello, cosa dovevo fare? Qui c'è l'Italia eliminata, Dell'Utri condannato, la dama bianca che se ne viene con te a Toronto, e se la prendono tutti con me... - E si vede che tu non hai lo charme nè di Lippi, che ha preso tutte le colpe e i giornalisti quasi gli allungavano i fazzoletti, nè di Dell'Utri che ha dato a Mangano dell'eroe e nessun Dio ha ritenuto opportuno fulminarlo, con me lasciamo perdere che non c'è partita... - Ma tu mi avevi garantito che nessuno avrebbe detto niente... che non se ne sarebbero nemmeno accorti... - Lo dicevo per incoraggiarti, benedett'uomo, come quando dicevo che la crisi non c'era e bisognava continuare a spendere e spandere... - Era una metafora... - Quelle robe lì stabiliscile té che ne capisci di filosofia. Era una tavanata grossa come una casa ma anche té, scusa, e tienimi bordone un attimino... - E ma mi telefonavano dal Tg3 per chiedermi le mie competenze e té non me le avevi ancora spiegate... Io ciò detto di guardare sulla Gasetta Ufficiale ma al giornalista ci scappava da ridere. - E vabè, allora fatti terrorizzare da quegli untorelli del Tg3 che io ciavrei risposto "Lo sa lei, il mio bel giornalista fuori luogo, che lei è più libero che intelligente?" e poi avrei minacciato rappresaglie col nuovo direttore... - Ma quale nuovo direttore, che poi han rinominato quello vecchio? Alla fine adesso succede che ciò il piemme incazzato nero e finisce che dopo il Dell'Utri condannano anche me, e non prenderla sul personale ma finisce che un giorno tocca anche a te... - Bondi, Bonaiuti, venite qui, fatevi accarezzare.... - Ma cusa l'è che te fet? - Caro il mio pretino mancato... in 'sti casi qui è bene toccare i coglioni... Te salùdi...
- Ueila. caro il mio Aldino, cuma l'è che te la passi?
- L'è mej ca ne parlemm no, Silvio. Qui per i geni della finanza non c'è mica più rispetto. Pensa che il 26 giugno devo andare in tribunale per rispondere di appropriazione indebita e ricettazione come un qualsiasi Cerutti Gino.
- Camomillati, Aldino, l'è ben per quello che ti telefono. Anche a me non pare giusto che ti trascinino ancora nel fango. Ti ricordi di quando io e il Confalonieri giravamo intorno a San Vitùr cantandoti al megafono "Brancher, Brancher. Brancher, l'è mej Milan de Macomer".
- E me lo ricordo sì, Silvio. Non fosse stato per voi mi sarei amputato un polipo nasale per protesta.
- Poi via, Aldino, di cosa ti dovresti appropriare indebitamente che ciai già di tutto di più... Mentre per quel che riguarda la ricettazione la tua ricetta di baccalà alla vicentina è quantomeno sospetta eheheh ahahah... Ti ho tirato su il morale?
- (vorrebbe rispondere no ma capisce che non gli conviene) Eh, Silvio, beato te che hai sempre quello spiritaccio. Ma senti, non è che potresti fare qualcosina per me anche stavolta? Come quando hai depenalizzato il finanziamento illecito ai partiti che c'ero dentro anch'io e stavo già preparando un asportapolipi d'emergenza?
- (con tono finto mesto come quello che ha usato nell'annunziare il defenestramento di Leonardo) Eh no, Aldino, quelle robe lì oramai non le beve neanche più l'Emilio Fede. Però mentre aspettavo che mi si riattivasse con la escort di ieri sera, mentre che lei mi parlava di Castelmezzano Aprutino, io ho escogitato una soluzione.
- Ma davvero? Dimmi su che son tutt'orecchi....
- Ueh Aldino, io vado giù bello spiano... Te la sentiresti mica di fare il ministro?
- Ministro io, Silvio? E di cosa? Dei contatti con la santissima trinità?
- No Aldino, per quella roba lì ciò la Binetti che mi telefona un giorno sì e l'altro pure, ma secondo i sondaggi alla gente l'argomento non interessa... Té cosa ne sai di federalismo?
- Che è un sostantivo maschile di 11 lettere.
- Vabè, anche la Carfagna di pari opportunità ne sapeva come Tricche Barlicche, all'epoca, e adesso ci dà dentro da Dio...
- Ma lei cià la presenza...
- Alùra, Aldino mio, io son qui sul lettone di Putin che ti telefono mentre che la tipa di turno è andata in bagno. Se vuoi che ti do una mano ascolta su bene.
- E vabè, Silvio, dimmi tutto...
- Io ti faccio fare il Ministro per l'Attuazione del Federalismo e ti nomino subito. Il Bossi protesterà un po' e dirà che la nomina spettava a uno dei suoi ma ogni tanto un qualche sgarbo gli fa solo che bene... Se è il caso poi cambio la delega e trasformo il tuo ministero in quello del conteggio delle fave secche che tanto ora che sei lì non ti sloggia nessuno. E tu invochi subito il legittimo impedimento.
- Ma sei sicuro che si possa fare? E poi scusa, ma cosa dovrei fare?
- Ma che domande mi fai? Quanto al potersi fare, il popolo mi ha eletto e alla democrazia ghe pensi mi. E quanto a cosa dovresti fare, esattamente quello che faccio io... Non combinare un cavolo dalla mattina alla sera e fare dei discorsi da bar della Bovisa grondanti amore per chi ti vota e minacce per chi non la pensa come te. Credi di farcela?
- Che vuoi che ti dica, Silvio... Io ci provo... Ma se qualcuno si arrabbia e mi mette le mai addosso?
- Basta che non si arrabbi il Brunetta, che è famoso per le sue testate nei coglioni....
Il 19 luglio questo blog compirà quattro anni. Avendo quattro anni ha imparato da tempo a non farsela addosso, defeca i suoi contenuti con lapidaria sistematicità ma solo e unicamente quando essi urgono; avendo quattro anni ed essendo abbastanza precoce ha già bypassato la fase dei perchè. Oggi è quasi un ometto, presto imparerà a leggere e scrivere dopo di che potrà aggiornarsi da solo e fare a meno del suo creatore.
Il suo creatore, nel frattempo, a volte ne dimentica l'esistenza. Pochi mesi dopo l'apertura delle trasmissioni, egli aveva teorizzato la differenza tra squali e delfini, nel senso che i primi navigano nel web perfettamente adattati da decine di milioni d'anni, e fuori del web non potrebbero sopravvivere; i secondi si sono adattati a navigare ma conservano abitudini e caratteristiche delle creature terrestri, e tali potrebbero ridiventare in seguito a derive evolutive (o involutive?) visto che non possiedono ancora nè branchie nè coda verticale nè vescica natatoria nè scheletro a lische.
Per il suo creatore questo blog ha assunto nel tempo svariati significati, tutti spuri, tutti precari, tutti soavemente inesatti ed approssimativi, in una parola sola: falsi.
Nè si può pretendere che una creatura virtuale possa mai diventare vera. Anzi!! Più cresce e si sviluppa e più si allontana dalla realtà e dalla verità, più cresce e si sviluppa e più si sovraccarica di scorie e di sovrappesi non necessari e forse perfino nocivi per chi scrive e per chi legge.
Ogni tanto muore qualcuno, o Berlusconi o uno dei suoi fedelissimi ne combina una delle sue, o la cronaca comunque bussa alla porta con fare finto-disinvolto, e allora Rinaldoni scrive frugando dentro alle proprie miserie. Di solito ha da far cose più serie: costruir su macerie o mantenersi vivo.
Blog o non blog, Rinaldoni (o meglio: Luca, giacchè Rinaldoni, col suo ormai inutilizzato e inutilizzabile titolo di dottore in psicologia, risulta morto o quanto meno disperso, dopo essersi frantumato in infiniti avatar, doppioni, alter ego, sfaccettature, sbrilluccichii impazziti, scarti di produzione e prodotti di scarto) in questi quattro anni è tornato sulla terra. Il ritorno definitivo nella sua città, festeggiato dapprima con ingenua baldanza come un ritorno ad una illusoria giovinezza densa di progetti e pregna di prospettive, si è prevedibilmente rivelato una sorta di prigionia o quasi di ergastolo.
Poichè il tempo non torna indietro e il mezzo secolo è drammaticamente alle spalle, il Nostro deve trarre la conclusione che si trova nella fase terminale della sua esistenza, fase terminale che potrebbe durare anche, vedi tu, 30-40 anni (non che la cosa sembrerebbe del tutto auspicabile...) ma sempre terminale rimane.
Quella fase in cui la voglia e la capacità di rimettersi (metaforicamente o letteralmente) in viaggio e in discussione vengono largamente a mancare. Quella fase in cui, per scelta o per necessità, si tirano i remi in barca e si incassano gli interessi attivi o si versano quelli passivi. Se nel frattempo ci si è travestiti da carismatici patriarchi carichi di sintomatico mistero, onusti e carichi di storia si viaggia serenamente inquieti verso l'eternità. Nei numerosissimi casi contrari, ci si sente vecchi e leggermente putrefatti prima di quanto non sarebbe opportuno e ciò sicuramente non giova.
In questa fase, molte certezze adamantine mai messe realmente alla prova non solo si sgretolano come calcare sotto il Viakal, ma si trasformano nel loro contrario.
Mente e corpo sembrano tramare insieme alla tua dissoluzione, corrodendosi e corrompendosi e influendo l'uno sull'altra e l'altra sull'uno con le rispettive degenerazioni.
Esattamente in mezzo a questi quattro anni, il Giovane Anziano (come allora amava vezzosamente definirsi) ha perfino vissuto una stagione da play-boy che ha avuto il suo baricentro nell'olimpica estate 2008 durante la quale ha osato quello che a 20 o 30 anni non avrebbe saputo neppure immaginare dopo un mix di alcol, allucinogeni e cannabinoidi.
Di quella stagione (di fatto da lui stesso troncata con protervo disappunto) conserva ricordi altalenanti e conflittuali. Del resto, a chi si dà poche prospettive, i ricordi fanno un comodaccio fottuto e quindi vengono periodicamente lustrati, riveduti, artatamente distorti per aderire al presente in modo indolore, comunque mai superati.
L'Omino si aggirava per le strade della sua città facendo finta di vivere, ma in realtà si sentiva già il monumento a un sè stesso che fu, che fuggiva, che fugava ogni dubbio o non ne fugava nessuno, che furoreggiava una volta nelle serate tra single di ritorno che cercavano una nuova confortante gabbia di coppia.
Forse semplicemente aveva già sparato tutte le sue cartucce e gli stava passando la voglia di combattere; forse rivendicava il diritto, o si imponeva il dovere, di cominciare disciplinatamente ad invecchiare perché si era rotto il cazzo di fare l'adolescente a vita.
L'Omino si dedicava a mille occupazioni, alcune retribuite, altre comunque giovevoli alla sua immagine sociale seppur retribuite poco o punto, altre ancora dettate solo dal suo buon cuore e dalla sua tendenza a farsi sfruttare da qualche Cavaliere della Solidarietà, altre infine totalmente improduttive, nocive al suo portafoglio e alla sua salute fisica e mentale.
Coi pochissimi amici che gli resistevano accanto proclamava il suo superomistico entusiasmo ed il suo orgoglio per una vita di francescana povertà: ma nel profondo di sè stesso rimpiangeva e malediceva una lunga sequela di scelte sbagliate (alcune francamente tra il delirante e il demenziale) dettate da romanticismo, candore d'animo, ingenuità, ottusità, tratti ossessivo-compulsivi, masochismo morale, Super-Io sadico-punitivo, cattive compagnie, testardaggine, culto della trasgressione, idolatria per le donne purtroppo non ricambiata, disordini alimentari, tilt completo dei ritmi circadiani, bioritmi impazziti, spunti paranoidi, dislivello tra conclamati altissimi Ideali dell'Io e visione profonda e segreta di un Io impotente e pasticcione da mettere a cuccia senza cena, totale mancanza di malizia, Edipo irrisolto, traumi di relazione, choc anafilattico, folgorazione sulla Via Emilia, inconcludenza, irresolutezza, disadattamento socio-culturale, tendenze all'auto-emarginazione, tortuose e turbinose ciclotimie, carenze nella razionalizzazione, scarso dialogo tra gli emisferi cerebrali. Ma questa era ovviamente solo una piccola parte delle cause della sua infelicità.
Non ci credeva più che si sarebbe risollevato e che sarebbe arrivato il suo grande momento: prima di illudersi di poter pigliare un qualsiasi treno avrebbe dovuto almeno trovare la stazione, che chissà dov'era nascosta....
Ogni tanto si accontentava di riavvolgere il nastro e guardarsi rapito qualche meraviglioso momento di 10, 20, 30 anni prima; da diverso tempo aveva invece prudentemente abolito ogni fuga in avanti con la fantasia, vivendo ogni giorno non necessariamente come l'ultimo ma come un giorno "singolare", che nulla aveva a che fare coi precedenti e nulla avrebbe avuto a che fare coi successivi.
E del resto c'erano una serie magari non lunghissima ma molto molto significativa di disillusioni nella vita affettiva e professionale che l'avevano oramai educato e condizionato ad uno sfrenato pragmatismo (pragmatismo che gli sarebbe servito qualche anno prima, e che oramai assomigliava a chiudere il recinto quando al suo interno era rimasto qualche bue sciancato e 2-3 vitellini non ancora in grado di darsela a gambe). Non si aspettava nulla, così che qualunque cosa arrivasse poteva essere considerata positiva, e qualunque novità (a volte anche le più fastidiose) rendeva la sua vita appena un po' più interessante (interessante?).
L'Omino però alla fine tirava avanti, un po' fantozzianamente, ma dando l'impressione all'esterno (e a chi non sapeva, non poteva, non voleva o non doveva vedere la sua frantumazione interiore) di essere assolutamente impermeabile e indistruttibile. E questa immeritata ed ingiustificata fama gli procurava a volte qualche istante di sincera e genuina contentezza.
No, non ora, non qui in questa pingue immane frana no non ora non qui, no non ora non qui
se l'obbedienza è dignità, fortezza la libertà è una forma di disciplina assomiglia all'ingenuità la saggezza ma non ora non qui, no non ora non qui
tu, con lo sguardo eretto all'avvenire fisso al sole nascente ed adirato all'imbrunire...
(Salto di tempo)
Rianimato da quelle parole, il Prode Cavaliere smise di misurare a nervosi passi il salone, e cominciò a concentrarsi intensamente sul ricordo che aveva di Morgana: come di colpo, i suoi terrificanti sortilegi diventarono i dolci vezzi di una damigella spaventata; le sue letali difese diventarono il lecito filtro fra chi voleva entrare nella sua vita solo per prendere, e chi aveva qualcosa da dare; i suoi enigmatici sfìngei aforismi diventarono il rilassato gioco con le parole di una donna che non ne può più della seriosità pesantissima del Maschio Sedicente Innamorato; e i suoi occhi sfuggenti e beffardi diventarono due sublimi pietre preziose incastonate nel volto più dolce su cui occhio d'uomo si fosse mai posato. E alle sue spalle, passettini insinuanti si facevano già sentire...
Ecco che Lancillotto aveva trovato la vera soluzione all'enigma: non c'era nessun enigma da risolvere.
Ecco che Lancillotto si era liberato di tutti i sortilegi: perché essi erano solo nella sua mente ottenebrata di cupidigia.
Ecco che non c'erano più fossati invalicabili, liquami tossici, mitici animali da bestiari, tetri castelli in cui fiondarsi a rischio della propria stessa vita.
Dove prima c'era il lugubre minaccioso salone, c'era adesso una radura tappezzata di una croccante erba appena spuntata, illuminata da un sole ancora tiepido, in cui animaletti di ogni genere e tipo si inseguivano spensierati.
Dietro Lancillotto c'era un nodoso invitante robusto albero: il Nostro Eroe si sedette appoggiato al tronco e socchiuse gli occhi... Stava forse morendo? E il Dio Mock gli concedeva l'ultima estasi di beatitudine, perché da dio povero e non in regola con i contributi non poteva concedergli nessun aldilà? Stava forse impazzendo? E tutta quella meravigliosa visione era pura e semplice illusione, mentre nella realtà una seconda ondata di giannizzeri e lanzichenecchi stavano già smembrando il suo corpo con i più truci e raffinati strumenti di tortura? O stava forse arrivando... no no, quest'ultima ipotesi gli sembrava la più irrealizzabile e remota, eppure mentre si addormentava felice sotto i raggi sempre più caldi del sole gli sembrò incredibilmente vera e reale.
Con l'occasione che mi ha dato il mio antico amico Marco che raccoglie e colleziona tutto ciò che riguarda il vino e i suoi derivati, anche poetici, ho dedicato una risibile poesiola alla paradisiaca bevanda in questione. Giacchè quando, leggendo la mia contorta prosa, qualcuno mi chiede l'indirizzo del mio pusher, io sdegnosamente rispondo di non essere mai andato oltre il Lambrusco. Ma senza specificare dosi & quantitativi.
In vino verità lui va cercando ma verità veruna vi ritrova ma comunque il piacere si rinnova con qualche sbronza ancor di quando in quando.
Il vino versa e sul bicchier riflette del tempo che perduto si affastella di una figura ormai ben poco snella e di una vita che lo prende a botte.
Sfrizzola il vin che nomasi Lambrusco quieto si pone nel bicchiere il Chianti e di bicchier ne son passati tanti (ha bevuto perfin con un Etrusco).
Ormai, male in arnese e fatiscente raramente va oltre il Tavernello ma il sottile piacere è sempre bello come ai tempi in cui era adolescente.
Sogna vasche di vin di quando in quando da far la prima vasca tutta a nuoto inebriandosi di un sapore noto, seconda vasca (è ovvio) camminando.
Sulla morte di Sanguineti non ho voluto scrivere subito perchè, non ho problemi ad ammetterlo, lo conoscevo poco. Io non sono un intellettuale organico, anche se ai più distratti potrei perfino sembrarlo, dai tempi del liceo ormai lontanissimi (e nei quali un Sanguineti allora ancora relativamente giovane non si studiava per nulla perchè si arrivava a stento a Montale ed Ungaretti) non è che mi sia dedicato moltissimo alla letteratura e alla poesia contemporanea e quindi ho delle vistose lacune in codesto campo.
Lo conoscevo come severo e ostico critico letterario dell'Unità (e come tale lo ha affettuosamente ricordato Michele Serra dalle colonne di Repubblica), sapevo che era anche poeta ma non avevo mai avuto la tentazione di leggere qualcosa di suo.
Piuttosto, e questo è classico di un'età ormai avanzata alla quale non tento più di resistere simulando una gioventù purtroppo passata, mi piace cullarmi nelle riletture dei vari Leopardi, Pascoli, Carducci, Gozzano, letture a volte un po' coatte ed opportunistiche durante la carriera studentesca (conoscevo tutte le strategie per ottenere mirabolanti valutazioni e dimenticare quasi tutto ad interrogazione effettuata) e invece gustose ed emozionanti nella loro odierna totale inutilità.
Ho scoperto, colpevolmente, la sua genialità quando la sua poesia mirabolante quanto indigesta ai più ha trovato spazio sui media generalistici. Da morto, naturalmente.
Diversamente dalla Merini che, sentendosi approssimare la fine col suo sesto senso di psicotica in servizio permanente effettivo, aveva flirtato con la TV negli ultimi mesi della sua vita, Sanguineti (attenzione a non confonderlo col sanguigno Tati Sanguinetti, critico televisivo che in TV ci sta come un pisello nel suo baccello) la TV la evitava con cordiale fermezza. Senza odiarla, più che altro ignorandola con fare quasi rassegnato.
Con una eredità culturale che partiva da Samuel Beckett da una parte e da Carlo Emilio Gadda dall'altra, Sanguineti era convinto che nella società dei consumi fosse impossibile (e probabilmente anche inutile) comunicare.
Quindi la sua poesia rifiutava sdegnosamente non dico di raccontare (chè la poesia non dovrebbe farlo, pena l'invasione di campo nei confronti della narrativa) ma anche solo di alludere ed evocare.
Il suo linguaggio giocava in modo drammaticamente pseudoscherzoso con i cascami della cultura di massa, mischiandoli a tradimento con una lingua aulica trattata senza il minimo rispetto per evidenziarne la decadenza.
Per questo, quando nel 2007 Pippo Baudo ebbe la pensata di invitare come parolieri dei grandi uomini di cultura, Sanguineti inviò un testo così come fecero la suddetta Merini, Alessandro Baricco e l'ancor più insospettabile Margherita Hack e Rita Levi Montalcini. Trombati tutti e cinque.
Del resto, a Recanati si vocifera che la prima stesura di "A Silvia", di un ancor giovane Leopardi fosse uno stornello a dispetto che iniziava con "Silvia me piagi tanto, quando te vedo canto. Silvia me piagi assai, in amore non se sa mai.". Ma non divaghiamo...
A leggere oggi le sue avventure poetiche, è impossibile non trovare la sua scrittura vagamente rock. Battiato, Panella e forse anche De Gregori hanno rubacchiato molto da Edoardo nostro.
Solo lui poteva trovare queste parole per accogliere al mondo un bambino appena nato:
Afferra questo mercurio, questa fredda gengiva, questo miele, questa sfera di vetro arido; misura attentamente la testa del nostro bambino e non torcere adesso il suo piede impercettibile: nel tuo capezzolo devi ormai convertire un prolungato continente di lampade, il fiato ossessivo dei giardini critici, le pigre balene del ventre, le ortiche e il vino, e la nausea e la ruggine; perché ogni strada subito vorrá corrergli incontro, un'ernia ombelicale incidere il suo profilo di fumo, qualche ippopotamo donargli i suoi denti di forfora e di fosforo nero: evita il vento, i luoghi affollati, i giocolieri, gli insetti; e a sei mesi egli potrá raddoppiare il suo peso, vedere l'oca, stringere la vestaglia, assistere alla caduta dei gravi; strappalo dunque alla sua vita di alghe e di globuli, di piccoli nodi, di indecisi lobi: il suo gemito conquisterá le tue liquide ferite e i suoi occhi di obliquo burro correggeranno questi secoli senza nome!
Come ho già osservato su altrui blog: man mano che i poeti muoiono, ci sentiamo sempre più soli con la mediocrità dei nostri tempi.
Alla prossima.
Se fossi stato un mio studente ti avrei disintegrato il libretto universitario, Rinaldoni.
E mentre l'Italia gioca alle carte, televota per i vari reality-shows, talent-shows, rubbish-shows, raccapricciant shows, si prepara a celebrare la vittoria dell'Inter che coi suoi mercenari dei cinque continenti e dei sette mari spezzerà le reni a quei poveri illusi del Bayern che hanno in rosa una maggioranza relativa di bavaresi (mentre nell'Inter l'unico che si spaccia per lombardo è nato all'Equatore), mentre l'Italia fa tutto questo le prove tecniche di regime stanno volgendo al temine.
Sopra, nell'immagine ANSIA, il gol dei bavaresi con la Fiorentina con un loro giocatore in fuorigioco di un anno-luce.
La legge che, pudicamente, è stata etichettata come "delle intercettazioni", in realtà imbavaglia sic et simpliciter nunc et semper la stampa e la magistratura. La casta non rischia più alcuna persecuzione mediatica e/o giudiziaria, e pazienza se insieme a loro stalkers, spacciatori, mafiosi, corruttori e concussori e svariate altre categorie criminali che ora mi sfuggono vedono aumentare in modo drastico se non esponenziale la loro possibilità di farla franca. E pazienza se negli USA, che non si muove foglia che lo zio Sam non voglia, hanno pesantemente criticato la suddetta legge.
Tanto, cribbio, con quell'Obama lì non ci vado d'accordo mentre con tanti indiziati di reato sì.
E l'epurazione dei giornalisti sgraditi e scomodi comincia dal loro simbolo più rappresentativo e significativo, Michele Santoro reo di aver compulsato una trasmissione che garantiva a Rai 2 uno share stratosferico e faraonici introiti pubblicitari ma, ahimè, costituiva la punta dell'iceberg di quello scandaloso eccesso di libertà di offesa, insulto e processo in diretta, per cui Rai 2 preferirà sostituirle un ciclo di telefilm del Commissario Rex o una serie di documentari sulla coltivazione della barbabietola con shares imbarazzanti ma coerenti con la linea del cav... ops, della rete.
Ma questa volta l'operazione è stata strategicamente di qualità superiore: il battagliero e dialettico Michele non è stato tout-court sospeso, ma bensì indotto alla resa con modalità del tipo soft mobbing di bolina: tanto da consentire alle teste diciamo d'uovo di Viale Mazzini di dichiarare che, d'intesa col direttore di rete, Santoro rinuncia alla sua Annozero e riceverà per buonuscita-liquidazione qualche milione (dai 2 ai 10, non si sa ancora bene) più un milione per ogni docufiction che vorrà realizzare, ovviamente sloggiando su Rai3 con la Dandini e Floris, se per allora ci saranno ancora.
Tanto da indurre parte dell'opinione pubblica a dare del venduto a Santoro e non dei censori ottusi e protervi ai suoi superiori diretti, indiretti, ascendenti discendenti e collaterali con rimbalzo o senza e più appaninati che mai.
Non so se ce la faccio ad arrivare fino in bagno, posso vomitare direttamente qui?
Giorgio Gaber, 1973 (!!!!!!!) La presa del potere
Un mastino. Un mastino nero, lucido, metallico. Un cane mastino con un occhio solo, vitreo, in mezzo alla fronte. Una mano che schiaccia un bottone. Dall'occhio del mastino parte un fascio di luce intensa, verdastra, elettrica... Psss... psss... psss...
Avvolti in lucidi mantelli guanti di pelle, sciarpa nera hanno le facce mascherate le scarpe a punta lucidate sono nascosti nella sera.
Non fanno niente, stanno fermi sono alle porte di Milano con dei grossissimi mastini che stan seduti ai loro piedi e loro tengono per mano.
Han circondato la città la stan guardando da lontano sono imponenti e silenziosi. Chi sono? Chi sono? I laureati e gli studiosi.
E l'Italia giocava alle carte e parlava di calcio nei bar e l'Italia rideva e cantava.
Psss... psss... Ora si muovono sicuri coi loro volti mascherati gli sguardi fissi, minacciosi vengono avanti silenziosi i passi lenti, cadenzati.
Portano strane borse nere piene di oggetti misteriosi e senza l'ombra di paura stanno occupando i punti chiave tengono in pugno la Questura.
Dagli occhi chiari dei mastini parte una luce molto intensa che lascia tutti ipnotizzati. Chi sono? Chi sono? L'intellighenzia e gli scienziati.
E l'Italia giocava alle carte e parlava di calcio nei bar e l'Italia rideva e cantava.
Psss... psss... Ora lavorano più in fretta hanno moltissimi alleati hanno occupato anche la RAI le grandi industrie, gli operai anche le scuole e i sindacati.
Ora si tolgono i mantelli son già sicuri di aver vinto anche le maschere van giù ormai non ne han bisogno più son già seduti in Parlamento.
Ora si possono vedere sono una razza superiore sono bellissimi e hitleriani. Chi sono? Chi sono? Sono i tecnocrati italiani.
[parlato]: Eins zwei, eins zwei, alles kaputt!
E l'Italia giocava alle carte e parlava di calcio nei bar...
Il Ministro Scajola innanzitutto ha un nome da burattino, preferibilmente dei Ferrari di Parma (Di' veh Scajola, co' e't fatt incò? Mo lessa lì, Bargnocla, i'ho fatt di gran brutt lavòr. Mo di't dabò? Còntom su!). A volte ha anche posture, espressioni e movenze vagamente burattinesche. Fa parte di quella nouvelle vague o nouvelle vogue ministeriale che ha sostituito ormai da tempo gli ingessati ministri della prima repubblica con allucinati epigoni dell'umorismo involontario.
Come già ricordato in un post precedente, premiato da un inesistente consenso di critica e di pubblico ma che ha comunque ristabilito i miei equilibri neuroendocrini un po' alterati (vulgo: mi ha aiutato a sfogarmi), ormai i numerosi e apparentemente entusiasti elettori del Popolo delle Libertà sono del tutto convinti che il suddetto partito sia in realtà una compagnia di avanspettacolo delegata, dedicata e devota al loro diuturno e sempiterno sollazzo,specialisti del lazzo e del calembour.
Per cui più i loro beniamini ne combinano (in confronto il Pierino di Alvaro Vitali sembra il Garrone di Cuore) più loro, sghignazzando e dandosi l'un l'altro di gomito, li votano.
Gli occhioni straniti della Carfagna quando deve rispondere anche alla più elementare delle domande, la cadenza alla Cesaroni della Meloni, la straordinaria somiglianza di Calderoli col burattinaio Mangiafuoco dopo una sommaria seduta dal barbiere, le incazzature alla Gianni Agus di Brunetta, le esternazioni mussoliniane di La Russa, compongono un gustoso caleidoscopio al quale gli elettori giammai vorrebbero sostituire i posati e noiosissimi ministri socialcomunisti che per ben due volte, con incrediìbile spocchia e sicumera, il parroco di Novellara Romano Prodi ha voluto imporre al Paese.
Ma Scajola li batte assolutamente tutti. Il plot che ha saputo mettere insieme, neanche i Vanzina in acido sarebbero riusciti ad eguagliarlo. Compra un appartamento con vista sul Colosseo, lo paga circa 600.000 euro, vale a dire il 40% della sua reale quotazione immobiliare, e recentemente saltano fuori 80 assegni circolari per un totale di 900.000 euro fatti versare da Diego Anemone, imprenditore edile indagato per reiterati tentativi di corruzione nei confronti di potentati di ogni genere e grado alle proprietarie della casa acquistata dal ministro, e incassati nel giorno esatto del rogito.
Si difende, il pupazzo Scajola, come gli suggerisce Bargnocla. "Mi? An nin seva nienta...". E tutto il pubblico si capotta dal ridere.
Poi, considerando la battuta carina ma non sufficientemente teatrale, si esibisce in un fuoco di fila di versioni sul suo rapporto di conoscenza con Anemone: "Mai visto. Anzi no, lo vedevo ogni tanto per strada ma mi stava antipatico. Sì, lo conosco ma non in senso biblico. E' amico del commercialista della pedicure di mia cognata. Sì, è vero, mi ha ristrutturato la casa ma io ero impegnato a fare avanti e indietro da Roma ad Albenga in aereo perchè se no gli aerei viaggiavano vuoti e non l'ho mai visto. Ha ristrutturato la casa a mia insaputa."
Per concludere con un capolavoro degno di Woody Allen: "Quel bellimbusto di Anemone avrebbe versato 900.000 euro per contribuire all'acquisto del mio appartamento? Allora gliela faccio pagare.".
Gli ruba quasi la scena il caratterista Maurizio Lupi erede di Tino Scotti che, parlando dell'uomo più goffo e imbranato che la storia della politica ricordi, sostiene che "Scajola ha fatto un ottimo affare e di questo gli va soltanto reso merito".
Nella mia giullaresca abitudine di rimaneggiare o capovolgere citazioni, motti esemplari, detti celebri, sentenze & proverbi, trovo che quanto sopra scritto potrebbe essere il mio motto.
Alla proterva sicumera che, springando dritto dalla remota adolescenza, non aveva smesso di accompagnarmi fin oltre la soglia del mezzo secolo di vita, si va (opportunamente? Ai posteri...) sempre più sostituendo uno spietato spirito autocritico che mi grida di uscire, che mi urla di cambiare, di mollare le menate e di mettermi nella vita reale.
Mentre in un recente passato avevo la convinzione psicotica che tutto mi spettasse, e questo pesava maledettamente su chiunque si rapportasse con me, nel presente ho l'iper-realistica impressione che in ultima analisi nulla mi spetti per diritto divino e tutto vada ancora maledettamente conquistato, mantenuto, difeso.
C'è caso che me ne potessi e dovessi essere accorto un po' prima, e non ora che nella mia stalla albergano solo vitellini dal passo malfermo e bovi ormai incapaci di deambulare.
Non c'è nessun problema a fare l'artista un po' bohemien, a patto che anche gli altri ti riconoscano questa qualifica e sian o magari disposti, perchè no, a monetizzarla. Se fai l'artista bohemien per una vita intera e gli altri si aspettano da te le comuni mansioni & prestazioni di un banale cittadino senza nè ghiribizzi, nè svolazzi, nè arabeschi, l'equivoco può avere nel tempo effetti devastanti.
E' sull'errata costruzione del Sè che crescono e si alimentano perniciosi disturbi di personalità, spesso con delle fastidiose implicazioni antisociali (Sono un tipo antisociale, non mi importa mai di niente, sulle scatole mi sta tutta la gente, cantava un incazzoso giovane Guccini prima di riciclarsi nel Carducci di fine secolo).
Questo blog, mio fedele amico (diario no, perchè il diario sottende e presuppone un'organicità e sequenzialità qui del tutto assente) registra e rispecchia abbastanza fedelmente l'itinerario della mia vita.
Rileggendolo, io che amo più la parola che l'immagine ho l'esperienza che altri ricavano dallo sfogliare un album fotografico: vedo come sono cambiato (probabilmente in meglio, anche se adesso ho un'idea esattamente opposta) e come mi sono liberato di un perverso sadomasochistico desiderio simultaneo di piacere a tutti e di aver sempre ragione (non è chi non veda che non può darsi l'una cosa senza rendere impossibile l'altra) per ritagliarmi uno spazio che per ora non è nè piacevole nè rassicurante ma che forse lo diventerà: e da lì, forse, potrò spendere la parte finale della mia vita recuperando un modo diverso di stare in compagnia.
Ma per il momento, meglio solo che male accompagnante...
Ma non staremmo tutti tanto ma tanto meglio con un cervellino da beccaccia?
Guardare le evoluzioni, involuzioni, circonvoluzioni, circonlocuzioni del Pollaio delle Lamentele è un'esperienza sopportabile solo per un antropologo aduso a girare di tribù in tribù senza meravigliarsi più di niente.
Dopo aver visto lo sciamano che nei giorni pari levita e in quelli dispari lievita come il pandoro; dopo aver visto il capotribù che tutti i sabati sera arrostisce la moglie, e ciononostante la domenica ne trova immediatamente un'altra che spera di convincerlo ad usare modi più urbani; dopo aver osservato tenendosi a distanza di sicurezza il guerriero maori che uccide i kiwi a colpi di alito; dopo aver preso nota della pittoresca performance di una squadra di indios perennemente infoiati che rinnovellano le partite rituali degli Incas usando i membri al posto delle ginocchia, vedere le kafkiane peripezie del partito di maggioranza relativa provoca in loro una semplice alzata di sopracciglio col lapidario commento "E alòra?"
Per chi non li vota lo spettacolo è degradante, intollerabile, miserabile, penoso (sempre nel senso buono, ovviamente...). Ma per chi si ostina a votarli???????
Ed è qui che la mia mirabolante rete di contatti internazionali, interrazziali, interetnici, intercambiabili mi porta a formulare un'ipotesi che rasenta la certezza: l'elettorato della Paccottiglia di Lestofanti ha scambiato i propri beniamini per il cast di una nuova sitcom.
Non è assolutamente un caso che le vicende della Berluska Band abbiano virato verso il nonsense più puro proprio nel momento in cui Raimondo e Sandra (già defunto il primo, più di là che di qua la seconda) per raggiunti limiti d'età hanno dovuto con dolore chiudere la serie "Casa Vianello".
Silvio, fateci caso, e non badate all'aspetto fisico obiettivamente diverso (tanto aitante Vianello nonostante l'incalzare dell'età e un evidente principio di cifosi quanto dotato del solo fascino del conto in banca lui) ma alla dimensione più prettamente caratteriale, assomiglia sempre più a un marito innamorato ma quanto meno perplesso rispetto alle intemperanze caratteriali della moglie. Senza la moglie lo share rischierebbe di abbassarsi, ma anche con una moglie che tutte le sere lo investe con i suoi "Che barba che noia, che noia che barba" e poi scalcia infuriata contro il processo breve, via!!!, la vita non è delle più semplici.
Come in ogni Casa Vianello che si rispetti, tra l'altro, la legittima consorte (che in questo caso, e chi non l'ha ancora capito è un burfaldino, è interpretata da Fini) fa delle bibliche epocali sfuriate di gelosia quando Silvio-Raimondo si apparta sia con delle escort compiacenti che con il suo vero grande amore, che in passato lo fece alquanto soffrire dandogli del mafioso e della "faina furba che vuol rubare nel nostro pollaio" ma adesso è pappa e ciccia con lui e sul tavolone del Risiko perennemente allestito a Palazzo Grazioli ha già messo Silvio al Quirinale, sè stesso sindaco di Milano, Maroni o similia a Palazzo Chigi e Fini e la Moratti a porta a porta (non nel senso della trasmissione ma proprio del lavoro a provvigione, e se non fanno contratti a fine mese stipendio zero e pubbliche rampogne).
In questi ultimi giorni la strana coppia Silvio-Gianfranco (coi brillanti caratteristi Bocchino, La Russa, Bondi, Lupi e la sciantosa Alessandra Musslini con la sua frase-cult "Sono animalista ma l'uccello di Bocchino è l'unico a cui sparerei volentieri") ha stracciato ogni record di audience: al confronto le diatribe interne dei Poveri Derelitti sembrano delle innocue liti di pianerottolo (e fanno ridere solo quando vengono parodiate da Crozza, mentre le parodie su Silvio & C. fanno, è del tutto riaputo ed acclarato, ridere molto meno degli originali).
Alla fine Sandra-Gianfranco non se ne andrà, non metterà su casa altrove, sopporterà ancora con pazienza i periodici tentativi di cornificazione di Raimondo-Silvio ma di quando in quando riuscirà, con le sue fulminanti rampogne, a farlo sentire per una frazione di secondo un perfetto imbecille.
Viva lààààà......................
Sì vabè, ma la prova d'amore quand'è che me la dai, Silvio?
Ti ricordi come era tutto facile? O forse no, era tutto tremendamente difficile ma nessuno dei due lo voleva capire. C'era il senso che oltre a noi due non ci fosse bisogno di niente altro, o magari che noi due insieme fossimo fin troppo complessi senza bisogno di aggiungere ulteriori complicazioni. Talmente complessi da doverci frammentare in qualche decina di avatar, spezzettare in una infinità di sfaccettature elusive ed illusorie. E alla fine non restava nulla perchè forse nulla c'era fin dall'inizio.
Direi una colossale bugia se dicessi che è stato bellissimo. Se lo fosse stato durerebbe ancora. Era talmente feroce e devastante quello che c'era, o cercava maldestramente di costruirsi, tra noi due, che finiva per diventare francamente detestabile. Sull'altare di una sbagliatissima e pericolosissima idealizzazione reciproca, le due persone vere erano invisibili sul palcoscenico, sovrastate dalle loro ombre che riflettori assassini amplificavano e dilatavano a misure disumane.
Ma anche una storia tremenda e dolorosa lascia sedimentazioni profonde che, per quanto ricoperte da strati geologici più recenti, si lasciano ancora intravedere con spietata chiarezza.
E l'idea di essersi liberati di un dolore crudele e inutile è alla fine ancora più dolorosa del dolore stesso.
Ma si arriva al punto in cui il dolore vira, cambia di senso e diventa qualcosa di eroico, di perversamente piacevole. In quel dolore ti crogioli, sguazzi e ti acclimati perfettamente. Pensi quanto meno di essertelo meritato e/o costruito sapientemente con le tue manone goffe che non sanno costruire nulla ma distruggono con maniacale efficacia tutto ciò che incontrano.
Sei sicuro di non correre alcun rischio di poter tornare indietro, di poter desiderare quello che non hai più. Il rapporto fra passato, presente e futuro non ammette più scorciatoie, è una atroce ferrovia senza fermate che ti porta con implacabile lentezza verso un tempo che non ti piace ma che pure con rassegnazione riconosci come quello che ti spetta.
E quando ti incontro, e maledico quanto spesso questo possa e debba succedere, il mio tetro medievale castello di pseudorazionalità viene scosso da sinistri scricchiolii che ci mettono giorni e giorni a rientrare e ricomporsi.
Provo un senso di ammirazione per chiunque al mio posto stia riuscendo ad ingabbiare le tue contraddizioni, placare le tue paure, addolcire le tue notti e rasserenare i tuoi giorni. Non invidia, non gelosia: una sincera ammirazione che sfiora l'incredulità.
Quando è morto Mike Bongiorno non mi è venuto voglia di scrivere niente.
Mentre per Raimondo Vianello la voglia è venuta.
Siccome questo blog non è mai stato un blog a orientamento "giornalistico", stare dietro all'attualità mi interessa meno di niente.
Rischierei di sembrare immodesto se dicessi che questo è un blog "letterario", e quindi ormai l'ho detto ma voi fate finta di niente.
In termini più pedestri, il mio blog è uno spazio molto libero, anarchicamente discontinuo e imprevedibile, in cui confluiscono pezzi di vita e di pensiero che mi crescono e di cui desidero liberarmi.
Non è un caso che i miei post si concludano con la sagace dicitura "la redazione di questo post ristabilisce i miei equilibri omeostatici". L'omeostasi è una cosa tremendamente seria. Se non viene perennemente ristabilita, se certi valori vanno fuori controllo, si producono delle escalation entropiche che possono portare alla dissoluzione del sistema.
Per favore no!!!
Ed è con queste considerazioni che a modo loro (molto a modo loro, per la verità) mi urgevano, mi urgono e mi ursero sempre che apro questo post che dovrebbe essere dedicato a Raimondo Vianello.
Parafrasando Giorgio Gaber che non sa parlare di Maria, potrei dire
Chiedo scusa se parlo di Raimondo Vianello non del senso di un discorso, quello che mi viene non vorrei si trattasse di una cosa mia...
E subito capisco da solo perchè di Mike non mi veniva da dire niente e di Raimondo mi vengono da dire un sacco di cose: perchè il primo era per me leggermente estraneo, con la sua monomaniacale capacità di fare una cosa sola e in fondo in modo talmente mediocre da diventare rassicurante.
Mentre Vianello si fa fatica a sentirselo estraneo: e questo nonostante in Bongiorno fossero presenti meccanismi quasi canini di captatio benevolentiae, mentre l'approccio bonariamente (ma poi neanche tanto) sarcastico di Vianello verso tutto e verso tutti era più spiccatamente di tipo felino.
Comicità all'inglese, si diceva e si dice: ed è il modo molto italiota di etichettare qualunque tipo di comicità che non si pieghi all'allusività e alla grevità dello humour "all'italiana".
Allora forse dovremmo parlare di "umorismo" piuttosto che di comicità, umorismo che sta alla comicità come l'erotismo sta alla pornografia. I grandi umoristi sanno trovare corti circuiti, scorciatoie logico-concettuali che producono un riso di glottide, esito di una brusca interruzione del respiro; i comici producono invece un riso di diaframma se non tout court di pancia, esito di una emergenza di impulsi sadico-anali maldestramente rimossi ma pronti a riemergere e a spadroneggiare.
Mentre l'umorista ha il dono di saltabeccare in maniera del tutto imprevedibile ed obliqua tra i tipi logici, il comico propriamente inteso percorre sentieri stereotipi del tutto prevedibili e deve avere la sola avvertenza di andare fino in fondo, in caso contrario la risata non viene.
L'umorista è surreale, il comico è iper-realistico. E mi viene in mente la maschera italiana per antonomasia, il grandissimo Alberto Sordi che (non a caso) non ha mai incrociato il suo cammino con Vianello nonostante fossero concittadini, coetanei e colleghi. O gli umoristi costretti a fare i comici, come Paolo Villaggio. O i comici che tentano goffi voli nel mondo dell'umorismo, come Gene Gnocchi.
Ma non è neanche tanto di questo che vorrei parlare. Mi viene in mente un altro assurdo e risibile parallelo tra Raimondo Vianello e Stanley Kubrick.
Perchè, chiederanno i miei 5 lettori di manzoniana memoria?
Perchè come il grande regista anglo-americano entrava nei più svariati generi cinematografici rileggendoli sempre con un suo stile assolutamente inconfondibile quanto difficile da spiegare, così il grande umorista veneto-marchigian-capitolino entrava nei più svariati generi televisivi rileggendoli sempre a modo suo senza mai farsi omologare e schiacciare: dal varietà al quiz, dalla sit-com al programma sportivo per tifosi domestici con vestaglione di flanella e rutto libero alla conduzione di Sanremo, Vianello prendeva il contenitore e lo piegava testardamente alla sua simpaticamente cinica visione della vita.
Magistrale il suo esordio sul palco dell'Ariston: "Si sono detti: questo qui ha fatto la storia della televisione, ormai ha una certa età, prendiamolo adesso prima che sia troppo tardi..." o sul palco dei Telegatti: "Il prossimo premio sarà alla memoria, vedrò quello che potrò fare per venirmelo a ritirare...".
Ma l'ultima considerazione, e forse quella più "cosa mia" che mi urge e mi urse sempre, è che Raimondo era l'ultimo tardivo epigono di una televisione, e più ancora di un mondo dello spettacolo, che non c'è più. Una generazione megalitica di potenziali novantenni ormai morti ( mi sembra che resistano Franca Valeri e Lelio Luttazzi) che comprendeva fra gli altri sordi, Mastroianni, Gassman, Walter Chiari, in qualche modo condizionata dalla durezza ma anche dalla creatività smisurata degli anni del dopoguerra che portò l'Italietta postfascista in quindici anni dallo sfacelo più assoluto al boom economico più eclatante e sorprendente.
E di questa generazione Vianello è stato il più inossidabile e continuativo interprete: non ha mai avuto un vero e proprio declino, mai si sarebbe ridotto come il povero Bongiorno a piagnucolare da Fabio Fazio "Silvio, telefonami!". Quando, due anni fa, il tumore che lo perseguitava dal 1976 aveva condotto l'ultimo assalto, si era ritirato a vita privata accanto alla moglie anche lei gravemente malata. Ma fino a quel momento era stato in video con tutto il decoro e il carisma di un uomo senza età, già anziano a 30 anni e giovanissimo ben oltre gli 80.
Un lieve tenero postscriptum potrebbe riguardare la stralunata leggerezza con cui aveva intrecciato vita pubblica e privata erigendo la sua talentuosa inesauribile moglie a partner artistica insostituibile: a differenza di Sonny and Cher e di Ike and Tina Turner, questa mossa potenzialmente autodistruttiva si era rivelata vincente. E nessun marito al mondo saprà mai più esprimere un totale assoluto incondizionato affetto per la propria compagna senza il benchè minimo rischio diretorica come lui ha sempre saputo fare.
La primavera arriva timida e circospetta, densa di presagi e foriera di buoni propositi.
Dopo l'inverno che, col suo gelo, facilita il pensiero razionale e logico, porta coi suoi tepori una tenera tendenza al pensiero divergente e digressivo, che potrà deflagrare durante l'estate in un pericoloso primato degli istinti (a volte solo atavici, altre volte francamente bestiali) sulla ragione.
Debitamente introdotta dai rituali resurrezionali della Pasqua, ma spesso anche da elezioni in cui il tuo partito preferito viene sonoramente sconfitto e sbeffeggiato da tutti i mass media. L'intreccio di queste due ritualità ti lascia dubbioso sul futuro: ricco o povero che tu ti possa sentire, canticchi l'immortale hit "Che sarà, che sarà, che sarààààààààààà..." e magari ricordi un antico paese disteso sulla collina cone un vecchio addormentato e probabilmente molto ubriaco.
A volte la primavera viene illuminata da un nuovo amore che seguirà un ritmo stagionale per entrare in fibrillazione in estate e morire di consunzione naturale in autunno, per fare magari delle estemporanee apparizioni stile zombie in inverno; altre volte no.
La Pasqua, su un piano squisitamente teologico, è una festa ben più importante del Natale perchè celebra la resurrezione del figlio di Dio dalla morte e non la sua nascita in una mangiatoia che sembra un garage di Secondigliano. Ma del Natale ha meno fascino per via delle diverse condizioni meteorologiche (almeno nell'emisfero boreale, a Melbourne il Natale si celebra in spiaggia e i presepi con la neve trovano pochi acquirenti) e perchè le sorprese dentro l'uovo provocano minore attesa di quelle sotto l'albero.
A Natale, si sa, il must, la mission è essere tutti più buoni. E, strafocati di panettone, capesante e spumante, mediamente ci si riesce.
A Pasqua il must è, viceversa, risorgere dalle proprie ceneri. La suddetta festa è particolarmente sentita da chi, dato per morto, si fa vedere due giorni dopo in giro per la sua città con fare noncurante (se ama il basso profilo) oppure forza la pietra tombale del suo sepolcro con fumi, raggi laser, effetti speciali e riff degli Iron Maiden (se gli piace stupire).
Quando ti è capitato a suo tempo di compiere 33 anni di venerdì santo, con la Pasqua intrattieni un rapporto complesso, simultaneamente la attendi e la temi.
Non riesco a digerire la strana coppia Lega-Vaticano, che mi sembra legata non ad amore reciproco ma a pura, bieca convenienza politica. I leghisti considerano Gesù Cristo un capellone eccentrico e comunque extracomunitario, dello spirito del Vangelo non hanno capito nulla, e usano il Cristianesimo come un feticcio da agitare contro l'Islam. Più o meno come farebbe un marito che ormai non distingue più sua moglie da una cassapanca, ma che quando teme anche lontanamente che qualcuno gliela possa violare ne torna innamoratissimo. Ma Gesù in sostanza va bene morto in croce da usare come simbolo di contrapposizione, non vivo nella sua predicazione di uguaglianza, fratellanza, tolleranza, rispetto e perdono.
Il Vaticano, dal canto suo, è pronto a perdonare ai leghisti i loro immondi rigurgiti non puramente razzisti, ma assolutamente xenofobi, non appena essi si allineano al pernicioso sofisma di Papa Benedetto Pervi (lettura à la page delle, per molti, misteriose lettere XVI) "E' giusto per un cattolico disobbedire a una legge ingiusta". Così come perdona ad abundantiam un Berlusconi pluridivorziato, pluriadultero e dichiaratamente "non un santo". Ma stiano tranquilli, appena ricominceranno a parlare degli immigrati come "nostri fratelli" il ritrovato feeling verrà messo a dura prova.
L'accanimento di Zaia e Cota, neo-governatori del Veneto e del Piemonte, genialmente dipinti su Repubblica da Natalia Aspesi come due begli idioti (come molti maschi fanno con parecchie donne) è oggi non contro gli sbarchi clandestini, il dilagare delle rivendite di kebab ai danni della casseoula, la ridicola pretesa degli immigrati di rubare lavori, case e talvolta donne alla razza celtico-ariana, ma contro la Ru486, che fino all'altro ieri credevano fosse una promenade di Biarritz e solo di recente hanno scoperto essere una pillola che permette aborti non cruenti e non invasivi.
Perfino la Prestigiacomo e la Mussolini, certamente non comuniste ma quanto meno donne, hanno ricordato che la distribuzione del suddetto preparato farmaceutico è prevista non come atto di disubbideinza civile stile anni 70-80, ma come applicazione di legge dello Stato.
L'atteggiamento dei neo-governatori, dopo aver ottenuto le regioni a suo tempo con protervia richieste, si uniforma al motto "Me ne frego", coerente e spiegabile quando guida le esternazioni del sulfureo La Russa contro l'Onu, l'Unione Europea, il Consorzio Intergalattico e in generale chiunque lo richiami a valori generali e condivisi che in quel momento gli stiano sullo stomaco.
Meno coerente e spiegabile, e ugualmente inaccettabile, è sulla bocca di due neopresidenti di regione che, forse, dovrebbero capire che la loro vittoria non ha ripristinato il Regno Sabaudo nè la Serenissima e che Piemonte e Veneto fanno ancora parte della repubblica italiana. E il Piemonte, va detto, se l'è voluta lui visto che dell'invenzione dell'Italia ha per intero il copyright.
Credo non ci sia altro da aggiungere.
Se non che si tratta, ehm..., di una coppia assai bene assortita....
Non è vero che il dolore faccia bene, che, di per sé, "tempri il carattere" o sia "formativo".
Il dolore fa male.
Fa sempre male.
Ed evitare il dolore, se possibile, o attenuarlo, non soltanto è sano, ma è parte integrante della saggezza.
Il fatto è che non tutto il dolore è evitabile, né tutto il dolore è attenuabile.
E che molti modi per cercare di evitarlo, annullarlo o attenuarlo sono spesso inefficaci o, addirittura, dannosi, perché si riducono ad affannose fughe da ogni plausibile rischio di sofferenza che conducono a restrizioni, invece che non a realizzazioni, del Sé.
É qui che nascono i problemi. La vita, anche quando non presenti eventi eccezionali, già solo nel suo normale dipanarsi comporta inevitabilmente l'esperienza del dolore in generale, e in particolare quella del dolore mentale specifico per la perdita di qualcosa di buono, non foss'altro che per i normali processi di crescita.
Quasi sempre crescere ed evolvere vuol dire rinunciare, accantonare delle sicurezze perchè qualcuno in qualche modo ci fa capire che da qualche altra parte ce ne sono di migliori.
É per questo che la base della saggezza sta nella capacità di elaborare i mille piccoli traumi della vita. É questa capacità acquisita che "fa bene". Sono le vie che portano alla sua piena strutturazione che sono "formative", non il dolore di per sé.
Si tratta di un simpatico tormentone della politica italiana, praticato senza pudore alcuno anche alle elezioni politiche dove, da sedici anni a questa parte, vittorie e sconfitte sono al di là di ogni ragionevole dubbio. Figuriamoci alle amministrative dove ci si può riparare all'interno di confronti multipli carpiati, col 2005, il 2008, il 2009, il 1848 e l'elezione di Anco Marzio. Figuriamoci alle amministrative dove si può giocare sia sulla negazione che sull'ipertrofizzazione delle diversissime realtà locali per soppesare, tarare, distinguere, fare notazioni a margine, chiosare, trovare reconditi significati tali da portare acqua al proprio mulino e rubarne surrettiziamente a quello altrui.
In Italia, da secoli, nessuno ha mai perso una elezione. Nemmeno Ferrara che, nel 2008, col suo folkloristico movimento Aborto? No, grazie si è beccato un prefisso telefonico di percentuale. E forse neppure la Sinistra Arcobaleno che, cambiate le condizioni climatiche, nel medesimo anno è scomparsa come si conviene ad ogni arcobaleno rispettabile, che mezz'ora prima rifulge che lo potresti toccare e mezz'ora dopo è definitivamente svanito senza lasciare alcun segno di sè.
L'ultimo e forse unico che ebbe il coraggio di usare le parole "esito negativo" dopo una catastrofica tornata elettorale fu Luigi Pintor dalle colonne del Manifesto, nel preistorico 1972. Tutti gli altri sono andati a scuola dal generale Cadorna che parafrasava le ingiuriose fughe dell'esercito italiano di fronte allo strapotere degli austriaci come "ritirate strategiche", in modo tanto convincente da avere a tutt'oggi molte più vie e piazze intitolate del suo vincente successore Armando Diaz.
E quindi ci è toccato sorbirci il Professor Buttiglione che ormai è la caricatura di sè stesso mentre negava l'evidenza della sostanziale vacuità dell'apporto dell'Udc novello ago della bilancia ma che ahilui non è stato decisivo da nessunissima parte.
Ci è toccato sorbirci le facce soddisfatte dei Popolani della Libertà che nulla hanno commentato sul fatto che il loro partito, in drammatica emorragia di consensi, ha un misero 1,3 in più di vantaggio sul Pd ed è stato umiliato dalla Lega in Veneto e messo quanto meno in serio allarme in Lombardia, con Bossi ormai stracotto che invoca il comune di Milano e forse anche Londra, Los Angeles e Tokyo. E nulla stanno commentando sulle sconfitte di Brunetta a Venezia e Castelli a Lecco, celeberrimi esponenti del governo contrapposti a emeriti sconosciuti a livello nazionale.
Appena meno plateali gli esponenti del centro-sinistra che, in cuor loro e nonostante le posizioni un po' alla John Wayne di Pigi Bersani, paventavano una Caporetto senza appello visto anche lo scenario bulgaro dell'informazione politica par condicio style, in cui Berlusconi era dappertutto e tutti gli altri solo sui telegiornali, e alla fine incassano una vittoria quasi commovente in Puglia, che però devono in grande misura alla cocciutaggine di Vendola che ha rifiutato di tirarsi indietro a favore di un candidato gradito ai vertici Pd.
L'unica vera vincitrice è la Lega che ha continuato la sua ascesa espugnando il Piemonte e moltiplicando i suoi consensi nell'area appenninica dove, da tempo, il rosso tende più al rosaceo che allo scarlatto (un sindaco targato An a Bologna come il Guazzaloca 99-04 neanche Stefano Benni in acido se lo sarebbe potuto immaginare). Una Lega che ormai nel Nord è la vera locomotiva del centro-destra e, per certi versi, molti lo pensano lo dicono e lo scrivono, è ormai l'unico vero partito popolare nel senso gramsciano del termine, radicato sul territorio e con una organizzazione del consenso diretta piuttosto che TV-centrica.
Il che è tutto dire...
E sicuramente ha vinto il movimento delle 5 stelle di Beppe Grillo che in Emilia ha conquistato un cospicuo serissimo 7 per cento impedendo a Vasco Errani di crogiolarsi in percentuali zaiesche e in Piemonte un meno solenne ma probabilmente fatale 3 per cento impedendo alla povera Mercedes Bresso (già trattata da Berlusconi come la sorellastra di Rosy Bindi) di battere quel gasatello di Cota. Siccome non ho mai negato o nascosto la viscerale ammirazione per il maitre à penser al pesto, ritengo che ciò sia comunque cosa buona e giusta. Argutamente Floris ha chiosato che Beppe Grillo sta prendendo il posto di Di Pietro, che a sua volta si sta rapidissimamente veltronizzando. Il Pd rischia di cascare di sotto? O come notava Gaber già negli anni '70, i partiti, svissshhhh, slitten? Saperlo, saperlo...
Adesso per tre anni, salvo imprevedibili sfracelli, non si va più a votare e chiunque si comporti come se fosse in campagna elettorale dev'essere immediatamente consegnato agli infermieri del Servizio Psichiatrico per un sano e opportuno programma di reinserimento sociale.
Quanti anni sono passati. A volte ti guardi indietro e per uno strano effetto prospettico l'adolescenza è ancora lì a pochi passi, ma è solo l'ennesimo tiro mancino che la fata Morgana ti ha voluto scaricare addosso. E pochi istanti dopo ricompaiono, bolsi e lievemente maleodoranti, tutti gli anni trascorsi. In ognuno di essi resta incastonato e ti guarda con fare garbato qualcosa di tuo, ma sono solo piccole gemme in un mare di buio, o meglio ancora di amorfo grigiore, entro il quale la tua personale esistenza in nulla differisce da quella di milioni di altri disperati che hanno percorso la terra dapprima cercando qualcosa e poi rassegnandosi a continuare i propri autoreferenziali itinerari sempre più aggrovigliati su sè stessi.
Quanti anni sono passati. E purtroppo col senno di poi adesso capisci perfettamente che hai percorso un cammino ad imbuto che all'inizio ti lasciava prestigiose illusioni di molteplici alternative, ma man mano che crescevi la tua libertà diminuiva invece di aumentare. Ogni tanto dei provvidenziali gorghi e risucchi ti facevano risalire verso l'alto dove ti sembrava di aver ritrovato una creatività e un entusiasmo perduti, ma erano momenti brevi. In fondo all'imbuto c'è la classica canna molto stretta per la quale tutti passano allo stesso modo, e se credi in Dio immagini che comunque verrai depositato in un altro contenitore ultraterreno. Se, com'è logico visto il tuo lucido materialismo, in Dio non ci credi sai benissimo che verrai depositato nel Nulla, e in fondo lo trovi anche riposante. Ma non per adesso.
Quanti anni sono passati. Vorresti liberarti di pezzi della tua storia ma non sai dove metterli, e così te la porti dietro tutta anche se diventa sempre più ingombrante. E' una storia inutile e anche un po' ignobile, anche se tu vi trovi dentro una certa qual dignità. E' una storia segreta con drammi che commuovono te soltanto. E' una storia solcata di ricordi: piccole stelle cadenti che a sprazzi illuminano a giorno l'orizzonte ma poi se ne tornano tranquilli e pacificati nell'archivio della memoria. Comunque occupano sempre più spesso il posto di quelli che una volta avresti chiamato sogni, speranze, desiderii, obiettivi, traguardi.
Disertare il proprio seggio elettorale come la mia ginnica ginnasiale ginevrina purtroppo non giunonica (ma ci accontentiamo) amica Missgynn suggerisce? Non sono d'accordo. La politica italiana è arrivata a un livello di polarizzazione talmente alto che ogni italiano dovrebbe sentirsi in diritto e in dovere di scegliere tra l'odio e l'amore, la ricchezza e la povertà, quelli che ti fanno passare il cancro e quelli che, essendo emiliani, te lo fanno venire con la loro pittoresca invettiva catvegnuncancher (a volte derubricata in catgnissuncancher che, secondo le regole della sintassi latina che alberga in tutti i volgari e non solo nel toscano, passando dal congiuntivo presente al congiuntivo imperfetto ti lascia qualche possibilità in più di salvezza), i piacioni tombeurs de femmes e gli spiacevoli tombatori di sè stessi, quelli che come punta di diamante delle quote rosa hanno la Carfagna e quelli che nella medesima posizione hanno la Bindi.
Ormai i sondaggi vengono spacciati per elezioni in sedicesimo e le elezioni per sondaggi ampliati, si sceglie un partito come si sceglie un prodotto,
da una parte il prodotto artefatto, alla moda, pompatissimo sui media,
e dall'altra
il sano prodotto artigianale che quando te lo metti in bocca pensi "Un sapore orrendo, pieno di granuli croste e robe strane però buono".
Intanto il testimonial del prodotto in voga arringa la piazza con modalità esplicitamente mussoliniane. Siamo ad un passo dal Lo volete voi? che il satrapo di Predappio giustapponeva ad ognuna delle sue proposte di gabellata riforma per poi ascoltare compiaciuto l'oceanico Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii della piazza (ma c'era un'eccezione, emblematico il defunto babbo Tonino che ricordava Lui ci chiedeva Volete la vita comoda e noi coglioni che rispondevamo in coro Nooooooo), promette come ricordato sopra miracoli oncologici, si manifesta epifanicamente come al di sopra del bene e del male, della legge e delle convenzioni, degli obblighi che il popolino ignaro e bove rispetta per pura mancanza di autorevolezza.
E i tartassati artefici del prodotto alternativo continuano, un po' stanchi ma valorosamente perseveranti, nel loro tran tran un po' incolore, spesso additati al pubblico ludibrio per delle intenzioni destabilizzanti e paragolpiste che forse sono più nella mente di chi accusa che nella loro.
Ad ogni buon conto il testimonial del prodotto in voga veglia sugli italiani confusi e disorientati, e (per aiutarli a scegliere con acume) fa chiudere 3-4 pollai mediatici dove (in almeno due dei quali) invece di informare con modalità da Rai anni 60 sulle attività parlamentari (orrore!) si pongono all'attenzione del teleutente problemi e criticità nell'operato degli arcangeli della libertà. Ricorda al colto e all'inclita che se un domani dovessero andare al potere le odiate sinistre ci costringerebbero a fare un assegno anche per prendere un caffè. Intercettato mentre tratta la Rai come un feudo periferico dell'impero Mediaset, in primis maledice chi lo spia e poi, sornione, rivendica il suo pieno diritto a tirare la giacchetta a quei poveri imbranati della TV di Stato.
Da quasi due anni, dopo una breve disperata avventura dei Prodi boys, abbiamo al governo una sconclusionata armata Brancaleone di postfascisti, cattolici di comodo, liberisti illiberali, liberiste non liberate, tana libera a tutti, magnati magnaccia e magnapane a tradimento, federalisti, confederali, fedeliconfalonieri, federe senza guanciale, razzisti razziatori, razzetti di Capodanno, aspiranti razdegàn, razzolatori impenitenti nel ricco trogolo della politica, aspiranti all'impunità all'immunità e all'indennità parlamentare, anchormen e anchorwomen ancora a piede libero e comunque ancorati alla cadrega, orfani di Mastella e vedovi di Follini, forzitalioti, forzati del gossip, esponenti dei vari berlusconi fanclub e berlusconi fancùl, circoli della libertà, triangoli amorosi, rombi ittici ed onomatopeici, ex-attori, ex-conduttori, ex-giovani promettenti che continuano a promettere invano anche da persone mature, avvocati euganei che ripetono il loro verso "Mavà" al colto e all'inclita, inclinazioni inconfessabili, inclinate ai voleri del sultano, pinocchiesche ex-pinup.
A un bel momento la polenta la puoi scarugare, mesdare, rivoltare, pasticciare come ti pare, ma se la farina è scadente la polenta medesima resterà sempre immangiabile. Alla fine ti tocca mangiarla ma ti si piazza tra l'aorta e l'intenzione e ti fa "Ciao" per le due settimane successive.
Liberatoria arriverà poi una galoppante diarrea che ti lascerà più sfatto, esterefatto, sopraffatto di prima.
Nove novembre duemila e otto. E' da poco cominciata la giornata e un uomo e una donna si guardano perplessi faticando a riconoscersi. I miti romantici fanno fatica a stare in piedi: bisogna costruirsi una bolla speculativa (speculativa nel senso filosofico del termine) entro la quale la realtà fatica ad entrare, bussa concitata ma nessuno le apre, e alla fine manda tutti affanculo e si ritira affranta. Nel loro caso non è mai stato così: la realtà si è sempre messa in mezzo con protervia, pretendendo, esigendo, spianando sogni e ridicolizzando desideri. E questa mattina ha decisamente sfondato gli argini ed allagato tutto. Non c'è più niente da fare (ma è stato bello sognare, direbbe qualcuno): l'amore che strappa i capelli è finito, non c'è mai stato, c'era a giorni alterni e mai per tutti e due nello stesso momento, comunque rimettere in scena le vestigia di un breve fulminante passato mette solo un'infinita tristezza.
Lui torna a casa. Non deve fare tantissima strada, sono al massimo cento passi e chi può dire chi dei due è Impastato e chi dei due è Badalamenti? Mettiamola così, sono tutti e due impastati a dirsi "Bada là, menti!!!!", e allora c'è una sola vittima: la felicità che nessuno dei due è più capace di costruirsi , entrambi troppo occupati a difendersi dal mondo per riuscire a vivere.
Lui, appena arrivato a casa, le manda un sms con una citazione evangelico-leopardiana che lei non capisce. Lui continua a recitare la parte dell'intellettuale nonostante abbia ormai il fisico e il look dell'inserviente di macelleria. Ma in qualche modo è prigioniero del personaggio che lei gli ha costruito addosso.
Poi, il silenzio.
Giustificato, intendiamoci.
Dalle lande estreme della nostalgia, lui ripesca uno struggente pezzo dei Modena City Ramblers che per un buon 80% sembra scritto per loro due com'erano o come loro piaceva illudersi di essere.
Farsi del male compiace il suo masochismo morale, il suo Super-Io punitivo non ancora sazio di vendetta, la fredda contemplazione della sua catastrofe umana, psicologica e socio-culturale.
La sua vena creativa inaridita rilascia spenti bagliori di un pur recente passato. Pochissima ironia, allegria zero, ma nonostante tutto uno sdrucciolo amore per la vita che forse copre come malriuscita formazione reattiva pulsioni autodistruttive estreme.
Camminavo vicino alle rive del fiume nella brezza fresca degli ultimi giorni d'inverno e nell'aria andava una vecchia canzone e la marea danzava correndo verso il mare.
A volte i viaggiatori si fermano stanchi e riposano un poco in compagnia di qualche straniero. Chissa dove ti addormenterai stasera e chissà come ascolterai questa canzone.
Forse ti stai cullando al suono di un treno, inseguendo il ragazzo gitano con lo zaino sotto il violino e se sei persa in qualche fredda terra straniera ti mando una ninnananna per sentirti più vicina.
Un giorno, guidati da stelle sicure ci ritroveremo in qualche angolo di mondo lontano, nei bassifondi, tra i musicisti e gli sbandati o sui sentieri dove corrono le fate.
E prego qualche Dio dei viaggiatori che tu abbia due soldi in tasca da spendere stasera e qualcuno nel letto per scaldare via l'inverno e un angelo bianco seduto alla finestra.
L'idea che lei aveva dell'8 marzo era ubriacarsi selvaggiamente insieme alla sua amica Rosaria e dimenticarsi che esistevano gli uomini.
Per San Valentino aveva ricevuto 49 sms in bilico fra il galante, l'arrapato e l'osceno e li aveva cancellati tutti, mentre ne aveva mandato uno all'unico uomo che non la cagava neanche nei momenti di più totale disperazione, e infatti non le aveva risposto neanche quella volta.
L'unico che si aspettava, che sarebbe stato tenero, saggio e infantile insieme, ovviamente non era arrivato. Non poteva sapere che lui ne aveva preparati, cancellati, rifatti una cinquantina, non ne aveva trovato alcuno degno di invio e alla fine ci aveva dormito sopra.
Poi sarebbe tornata a casa e avrebbe trovato suo marito semiassopito davanti a Bruno Vespa, il telecomando in mano e quattro bottiglie di Heineken vuote allineate in bell'ordine sulla moquette, forse con filo di birra sulla stessa, che sarebbe stato difficile da pulire e la avrebbe impegnata in ore di sfibranti tentativi.
Si sarebbe appoggiata alla finestra, nel tepore di una anticipata primavera, e avrebbe inseguito un pianto che la solleticava ma non ne voleva sapere di sciogliersi. All'improvviso la mano di sua figlia si sarebbe appoggiata sulla sua spalla e lei gliela avrebbe stretta spasmodicamente, e sarebbero rimaste lì a guardare quella città che non era la loro.
Forse la bambina avrebbe fatto la solita domanda, "Mamma, ce ne andiamo via io e te?" e lei avrebbe dato una delle possibili risposte, mutevoli a seconda dell'umore:
"Sì, tesoro, sì, la mamma ti porta via...". "Ma ce la fai a stare senza il papà?". "E i soldi chi ce li dà?". "Stiamocene qui che si sta tanto bene....".
E lentamente, senza dolore, l'8 marzo sarebbe finito.
Come sarebbe bello planare sulla vita guardando dall'alto i possibili percorsi, i bivii, gli itinerari contorti, per vedere dove andare; e quando si è presa la corretta e saggia decisione atterrare, piegare le ali e procedere con proterva sicurezza.
E invece no. La stragrande maggioranza del genere umano è sprovvisto di metaforiche ali e non plana, procede a tentoni quando non striscia addirittura.
I più sagaci studiano quanto meno gli indizi lungo il cammino. Se vedono trote contorcersi cercando un'acqua che non c'è più, fanno proprio l'immortale verso di Adelmo Fornaciari Prevedo inondazionie valutano se munirsi di gommoni e salvagenti o cambiare strada. Se vedono cadaveri con la gola squarciata decidono se proseguire facendosi assassino o sentirsi vittime potenziali e rinculare con discrezione (se corri ti notano ed è peggio).
I più sprovveduti si ostinano a considerare i segnali lungo il cammino solo proiezioni illusorie di una pseudorealtà, e si muovono mossi dal sacro furore dell'ideologia e dell'utopia.
Essi credono di avere una mappa buona come coloro che dispongono di ali, ma (ahimè) la loro non è la mappa del tesoro, è un fallimentare tentativo del pirata Barbanera di fare il ritratto al suo fedele aiutante Eupremio Carruezzo. Quella che sembra la croce che localizza la destinazione finale è in realtà la cicatrice che il Carruezzo si produsse facendosi la barba con la scimitarra del feroce Salatino Riz Ortolani. Quella che sembra una palma è un peduncolo che sta evolvendo in tumore benigno a giorni alterni. Quella che sembra la battigia dell'isola è la pappagorgia che raccoglie le numerose calorie in eccesso che il Carruezzo ha ingurgitato durante i saccheggi meglio riusciti (mentre i compagni più prestanti si accoppiavano con splendide creole, morendo peraltro di complesse malattie veneree di lì a poco).
Leggendo la fallace mappa dell'Utopia, ben presto si finisce in un vicolo cieco. Ma non un vicolo cieco breve e vistoso, dal quale si può fuoriuscire in poco tempo dopo aver espletato gli smadonnamenti di rito. No. Si finisce in un vicolo cieco di lunghezza incredibile, affascinati dal suo andamento rettilineo che parrebbe promettere le magnifiche sorti e progressive di leopardiana memoria.
Quando, dopo mesi o anni di fiducioso cammino, il meschinello si imbatte in una roba che fa sembrare la muraglia cinese la palizzata del geometra Cambiaghi (idiotissimo vicino di casa con problemi di demarcazione del territorio da lupo marsicano) sono possibili diverse reazioni:
appalesandosi come disperata l'impresa di abbattere il biblico sbarramento, tentare un'avventurosa scalata alla Manolo Free Climber, per riuscire a salire solo di pochi metri ( e la sommità dell'immane muraglia si perde tra i cirri) per poi piantare dolorose culate sull'asfalto sottostante;
lanciare contro l'ottuso ostacolo le proprie onde cerebrali che digitano "Seiunillusione nonesisti" senza ottenere altro risultato che una noiosa cefalea con principio di allucinazione per la quale si intravede in trasparenza Roger Waters dalla parte opposta impegnato in uno dei suoi laboriosissimi acuti in semifalsetto;
immobilizzarsi di fronte al muro con le braccia conserte vedendo se cede prima lui o prima tu. La seconda che hai dèto;
vagolare tra l'incazzato e il costernato come l'innamorato di una canzone di Jannacci caragnando com'un matt.
Infine, addormentarsi con la guancia appoggiata alla gelida pietra, familiarizzando con il muro e considerandolo il proprio migliore amico perchè in fondo, suvvia, ci protegge dalla perfida Berlino Est od Ovest che c'è al di là.
L'altro ieri, in occasione della giornata della memoria, avevo allestito un post abbastanza completo ed enciclopedico che poi, al momento di essere editato, è sparito nelle pieghe del cyberspazio e ora vaga disperato per l'etere come i sei personaggi di Pirandello.
Sicuramente, al momento di licenziare l'elaborato e renderlo ufficiale e visibile, una qualche istanza inconscia si è fatta largo ed ha indotto il mio indice destro a pigiare dove non doveva.
Esaurito questo mio ennesimo stucchevole tributo alle suggestioni del maestro Carl Gustav Jung, che vedeva nell'inconscio non già una purulenta congerie di spazzature mentali da espungere quanto prima con decennali analisi (chi va piano va sano e va lontano) ma piuttosto la fonte di una profonda saggezza ecologica e collettiva che la coscienza razionale cercava di sopprimere per costruire risibili castelli di carte di finte certezze, edifici dall'architettura sbilenca di dogmi incontestabili, allucinati mosaici di elaborazioni empiriche....
fatto ciò, torno sul tema della giornata della memoria da diversa angolatura, e mi limito ad alcune minimalistiche, ma pure a mio insindacabile giudizio necessarie, considerazioni.
Come temevo, o forse ne ero tristemente certo, il tema dell'Olocausto è stato trattato per l'appunto come un temino di fine anno: come il racconto oleografico e vieppiù stinto e spento di una catastrofe naturale avvenuta, e ormai incastonata e incistata nella controversa storia del mio carissimo irresistibile incazzoso Novecento.
No!
La memoria dell'Olocausto non dev'essere la contemplazione di una cartolina datata e ormai lontana.
Nessuno ha parlato di ciò che a me, nella mia irreversibile saggezza/pazzia di ultracinquantenne, sembra drammaticamente vero.
I semi di un altro Olocausto sono ancora vivi e fertili negli interstizi del nostro mondo ultraglobalizzato ma non per questo pacificato.
Le radici di un'altra tragedia della follia, dell'ignoranza, dell'intolleranza, dell'uso strumentale e perverso di ragioni religiose, etniche, razziali sono tutt'altro che estinte.
Le tensioni tra Nord e Sud e tra Est e Ovest del mondo sono paradossalmente (ma forse neanche tanto) maggiori adesso che potenzialmente ogni cittadino dotato di un PC non troppo scassato e di una connessione Internet appena decente può raggiungerne ogni altro, e facendo questo produrre o subire qualche irreparabile danno.
Il Sud affamato e depredato si riversa comprensibilmente esagitato e con poca pazienza sul Nord affamatore e predone.
Maometto e Gesù hanno un bel dire "Ragazzi calma! Nè io nè lui abbiamo mai detto nulla di ciò che molti di voi pensano, dicono e sostengono in nome nostro!".
Nessuno li ascolta: ma meno li si ascolta e più si pensa di aver capito tutto del loro messaggio. Per conferma chiedere al pagano Calderoli e all'apostata Borghezio, e a legioni di integralisti islamici a cui nessuno ha insegnato a calare gli insegnamenti del Profeta nella meravigliosa bellezza della vita reale.
E' da questi grovigli di ignoranza e inacapacità di capirsi ed ascoltarsi che germina un possibile olocausto con la o minuscola, che forse non genererà milioni di morti tutti in una volta, ma che rischia di spegnere lentamente ma per sempre la qualità della vita di 6 miliardi di esseri umani.
Bettino Craxi è stato sdoganato, riesumato, rievocato medianicamente, perfino accostato a Papa Wojtyla (Un noto avvocato patavino chioserebbe con un beffardo Ma dai....).
Qualcuno parla di riabilitazione, ma a me sembra che si muovano due ordini di considerazioni:
Qualcuno usa il fantasma di Craxi per legittimare una politica dell'ago della bilancia che permetta, con una manciata di voti, di diventare il fulcro della vita politica combinando non pochi casini;
Qualcun altro usa il fantasma di Craxi per dimostrare che vent'anni dopo nulla è cambiato, e gli statisti dediti solo ed esclusivamente al bene dello Stato vengono prima o poi esposti al pubblico ludibrio.
Siccome di lui avevo già parlato in tempi non sospetti (Si dice così no? E poi, e poi, che idea...) non mi pèrito di ripetere la mia opinione di allora, e anche di ora. Bettino Craxi ha incarnato con ammirevole completezza vizi privati e pubbliche virtù dell'ultimo scorcio della Prima Repubblica, omini vestiti a festa che continuavano i loro balletti sul Titanic che stava affondando.
Ma, come avrebbe detto Ennio Flaiano, la situazione era disperata ma non seria.
L'Italia era sopravvissuta ad un dopoguerra di totale distruzione, ad una crisi energetica che minacciava di lasciare tutti a piedi per l'eternità, agli anni di piombo e a quelli del riflusso.
Con arti e sortilegi che il mondo ci invidia l'Italiuzza di Cavour e Giolitti era entrata stabilmente nei top ten delle potenze economiche ed industriali del Pianeta. E quindi, perché preoccuparsi?
In particolare, la Milano sua e del suo amico Silvio era diventata la capitale europea della moda e del calcio, della televisione e della finanza, scippando in qualche modo questo ruolo alla plateale svergognata Roma della dolce vita che negli anni '60 era tornata ad essere per una breve stagione quasi caput mundi, per poi essere declassata a capoccia der monno 'nfame.
Di Craxi non si possono non ricordare almeno 3 momenti di virile fermezza.
Quando, di fronte a Ronald Reagan (non a Bushino l'Idiota) aveva impedito agli americani di fare la loro ennesima sgradevole sceneggiata da Far West in quel di Sigonella.
Quando, di fronte al Parlamento riunito, aveva pronunciato un discorso che, è vero, sembrava ricalcare a un certo punto in modo inquietante l'omologo discorso di Mussolini del 1925 nella sua minacciosa struttura sillogistica (Se i fascisti sono una banda di delinquenti, io sono il capo di quella banda di delinquenti, e Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale e sia nel 1925 che nel 1992 nessuno fiatò) ma con la differenza che l'apprendista Duce era sicuro e tranquillo di avere le chiavi dello Stato in tasca e quindi il suo discorso fu arrogante e smargiasso, mentre il Ghino di Tacco redivivo sapeva benissimo che la sua stagione politica e probabilmente anche umana si stava concludendo, e quindi il suo discorso fu decoroso e degno di menzione.
Quando infine, di fronte a un giovane e allora ancora italofono Tonino Di Pietro al processo Enimont, invece dei patetici oblii di Forlani descrisse con feroce fedeltà il sistema dei finanziamenti illeciti.
Poi scelse la fuga.
Qualcun altro, in una situazione simile vent'anni dopo, di fronte ad un sistema politico che rischia anch'esso di spappolarsi annichilito dalle sue stesse disfunzioni, contraddizioni, menzogne, artifici, sortilegi, trucchetti di bassa lega, leggi ad personam ad amicos ad quisquem id necesse est, non sceglie la fuga (che avrebbe un che di onorevole e purificatorio) ma anzi hic manet optime, intimidendo i giudici, lanciando contro i processi che lo riguardano ogni tipo di ciarpame e liquame legislativo che i suoi squaleschi principi del fòro possano escogitare.
E, a differenza di Craxi che, poer nano, quel sistema se l'era trovato già bello e impacchettato e non ha potuto far altro che adattarsi, l'attuale sistema l'ha costruito lui con una vecchia confezione del Piccolo Presidente del Consiglio, gioco di società che sta costando all'Italia in caduta d'immagine, sperperi, sostanziali ruberie neanche più di denaro contante, ormai passate di moda, ma di uso privato dei beni pubblici (aerei, residenze, RAI, Camera e Senato) più di quanto l'Italia stessa possa sopportare.
Il comico Paolo Rossi, che già nel 1991 aveva preconizzato nel monologo-canzone Lo squadrone la carriera politica del Berlusca:
Oh presidente, oh presidente cavaliere generoso per mestiere; oh cavaliere presidente, così tanto buono con la gente; ma perché lei fa tutto questo per noi e noi come possiamo contraccambiare? Io non lo so, non le basta lo squadrone, no, no, no! Non le basta neanche la fabbrica del carbone, no, no, no! Né l'impero del salmone, no, no, no,! Oh no, no, no! Presidente... lei è affascinante, ma comunque destinato, ma comunque indirizzato… alla guida dello stato, eh!
in molti speravano che ci avesse preso anche in questo sapido duetto con Cochi Ponzoni del 1995:
Sì, ma al Nuovo che avanza il Vecchio telefona! Come? Spiego, spiego il concetto. Ci sono voci, ci son voci che si telefonano tutti i giorni. Anche quando la sera prima litigano, tutte le mattine la telefonata alle 9: come stai? dormito bene? ah, pensa! hai avuto incubi? Io ho sognato Borelli. Anch'io! e va be', quello è un incubo... è tutto un incubo, capito ... oppure si parlano, si dicono le cose anche tipo: come sta Veronica, Van Basten, i figli, I Tre Saggi... tutta la famiglia! tutta la famiglia! dopodichè parlano delle cose importanti, di cui han sempre parlato, non so, Cossiga... Cosa c'entra Cossiga? Ma scusi, secondo lei uno che ha spiegato, ha raccontato agli Italiani prima come finiva Beautiful, e non ha spiegato dopo come è finito Moro secondo lei non c'entra? Beh, secondo me c'entra! Ma dove vive? In Italia! In Italia lei vive Eh, certo! Ecco. E invece l'altro, il Vecchio che telefona, no. Alla fine della telefonata manda sempre un saluto: "Ti mando un saluto da questa spiaggia lontana... Oh, Hammamet, la mia prigione mia più bella sei tu! commovente! Silvio, consentimi.... che prima o poi vedrai, ci vieni anche tu!".
Talora, nelle pieghe della vita il pellegrin si trova ad incastrarsi sia per l'asperità della salita che per gli ostacoli da ogni parte sparsi. E lì resta impigliato, e si lamenta di quel destino a cui non sa sottrarsi finchè la fiamma della speme è spenta. Solingo stassi, privo di conforto del suo destino quasi si accontenta chè il cor si fa veloce, il fiato corto arduo il cammino e lontana la meta. E i miti frequentati per diporto secondo i vaticinii del profeta non trarranno d'impaccio il pellegrino non ne faran nè un saggio nè un esteta. Ma mentre guarda il mondo a capo chino vittima di un'esistenziale crisi al miserando eroe sembra persino che, a parte la carenza di sorrisi, da quella sosta tragga giovamento.
E naufragar nel mar degli indecisi è quasi il suo più gran divertimento.
Noi parmigiani (sia pure solo d'adozione come il sottoscritto) abbiamo un atteggiamento simile a quello di quelle mamme un po' apprensive e perfezioniste che trovano mille difetti al loro figlio discolo, deviante, talora addirittura caratteriale se non patologicamente perverso, e del suddetto figlio un po' delinquente sanno enumerare con fredda precisione i difetti sia pur più segreti ed inenarrabili. Ma insorgono inviperite non appena i difetti al figlio "bagolò" glieli trovano gli altri, urlando "Giù le mani dal mio bambino, cosa ne volete capire voi!!!!!".
Così, quando di fronte ai casi che reiteratamente proiettano la nostra Piccola Capitale agli onori della cronaca nazionale, e talora fin planetaria, giornalisti che hanno il disonore di non risiedere in città (se poi sono di Reggio Emilia è peggio che se fossero di Vladivostok) si esibiscono in giudizi tranchant e talora un po' supponenti se non smargiassi, il cittadino parmigiano insorge e si adonta.
Anzi, come è mio costume renderei ancora più precisa l'analisi e distinguerei tra il parmigiano del sasso costretto ad emigrare a Bologna, Milano o Roma (stranamente i parmigiani non emigrano mai a Frattamaggiore o ad Acqui Terme, ma solo in una di queste tre città); il parmigiano del sasso che non ha nessuna intenzione di recidere il cordone ombelicale; e il parmigiano acquisito ("di complemento") che vive una travagliata storia d'amore con la città che lo ospita.
Categoria n. 1, Pramzan Strajè
Costui reagirà alle critiche sulla "sua" Parma con garbata ironia in punta di fioretto, talvolta addirittura fingendo vilmente di sottoscriverle in toto, "e altrimenti perchè me ne sarei andato?", arrivando talvolta ad usare la figura retorica della "reductio ad absurdum" dettagliando e documentando talmente tanto la critica da renderla del tutto irreale, dopo di che si ritirerà nei dorati salotti della sua città d'adozione dicendo tra sè e sè "Giustizia è fatta".
Categoria n. 2, Pramzan dal Sass del tipo "Perma e po pù"
Costui reagirà impugnando l'equivalente dialettico di una robusta scimitarra arroventata, intinta nel curaro e percorsa da scorpioni sahariani (quelli dalla puntura letale come il suo alito) e cercherà metaforicamente di usare la medesima puntando ai flosci e ormai da tempo inutilizati attributi del giornalista che ha osato parlare di Parma senza saper parlare il dialetto come Bargnoc'la, e ne distruggerà con poche e sapienti espressioni di scherno ogni parvenza di competenza e prestigio professionale.
Categoria n. 3, Pramzan pr'amor o par forsa o al sa gnan lù parchè
Costui non potrà accampare alcun vincolo di sangue con la città, e reagirà piuttosto come un marito ben consapevole della tendenza della moglie a non disdegnare avventurazze con bellimbusti che (secondo lui) non sarebbero neanche degni di lustrargli le scarpe, cioè pensando tra sè e sè "Ma allora è vero, mi sono innamorato di una città che la dà via a tutti basta che abbiano soldi e faccia tosta.", dopo di che cercherà di passare per le armi gli autori dell'infame gossip e si innamorerà vieppiù della fedifraga.
Nell'ordine, per puri fini esemplificativi: Alberto Bevilacqua, Vittorio Adorni, Flaco Biondini
Con quali aspettative, durante il secolo scorso, ci si avvicinava progressivamente al 2000, parecchi lo ricordano. E' altrettanto vero che esisteva una corrente paracagliostriana che indulgeva ad incoercibili fobie per la serie "Mille e non più mille". E infine, verso la metà del 1999, si cominciò a parlare dell'eventualità che l'intero sistema informatico planetario (già allora, attraverso una ancor giovane Internet, talmente interconnesso da risultare del tutto globalizzato) andasse in tilt confondendo il 2000 col 1900.
Ricordo che in una furia da scoop intercontinentale mi ero collegato nel pomeriggio del 31 dicembre 1999 tramite ICQ con un netfriend di Sydney già opportunamente nel terzo millennio mercè la differenza di fuso orario, per chiedergli nel mio oxfordiano inglese "Would you mind telling me if any sort of consequences occurred concerning the millennium bug problem?" e lui, due ore dopo, mi aveva australianamente risposto "No consequences, same shit as before", espressione quest'ultima che definirei pudicamente non rendibile in italiano.
Amareggiato e disilluso nella speranza di vedere i miei magri, ma allora ancora attivi, interessi bancari moltiplicati per cento, mi ero consolato tenendo banco per tutta la serata come un Pulitzer della bassa padana con l'epocale notizia che col millennium bug si potevano fare le mozzarelle (freddura che vi farà ridere la prossima settimana ahahahah).
Il 2000 era arrivato. La star tanto attesa saliva finalmente sul palcoscenico. Ma solo per suscitare una progressiva crescente delusione in chi l'aveva tanto attesa.
Altro che motore del 2000 che avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina... Altro che Futura che si muoverà e potrà volare, nuoterà su una stella, come sei bella... Altro che 2000 alle porte dell'Universo.
Ci avevano preso un po' di più i Rolling Stones che nella loro 2000 man, Uomo del 2000, immaginavano nel 1967 un marito fedifrago che preferiva un computer a sua moglie (Well, my wife still respects me, I really misuse her, I have having an affair with a random computer, Mia moglie mi rispetta ancora ma io la tratto da cani, figuratevi che ho una relazione con un qualsiasi computer, fulminante anticipazione del cyber-onanismo odierno).
Ci aveva preso abbastanza anche Wenders nella sua biblica profezia futuristica di Fino alla fine del mondo, immaginando una Terra di megalopoli crudeli e violente, in cui la tecnologia avrebbe decisamente ucciso la natura e il gadget più a la page sarebbe stato (oltre al videocitofono) la macchina per rivedere ad libitum i propri sogni.
Vediamo cosa ha prodotto questo ventunesimo secolo nel primo decimo della sua estensione:
L'epidemia della Mucca Pazza (non si tratta nè di Amy Winehouse nè di Lady Gaga ma di encefalopatia bovina)
Il più grande attenato terroristico di tutti i tempi
Il consolidamento dell'Unione Europea con l'adozione della moneta unica
La diffusione della SARS
La caduta prima, la cattura poi, l'esecuzione stile Sartana infine di uno degli ultimi tiranni rimasti in circolazione.
La più violenta ribellione della Natura contro la specie umana con 400.000 morti
L'uragano Kathrina rivolta come un calzino New Orleans
Con il fallimento della Lehman Brothers il sistema capitalistico di matrice americana mostra al mondo la sua fase di avanzata decomposizione
La Fiat spopola in America e la stampa internazionale la dipinge come "la salvatrice della General Motors". Vabbè, sarà....
Una donna vagamente somigliante a Letizia Moratti e un signore bello giovane e anche abbronzato, come direbbe qualcuno che citeremo tra poco, si battono per le semifinali delle elezioni presidenziali americane. Il secondo vince e poi si conferma anche in finale.
Scoppia la prima influenza-bufala mediatica della storia dell'umanità, è meno letale di un'influenza normale ma casca in un momento in cui la stampa boccheggia in cerca di notizie. La colpa se la prende il maiale, che da noi a Parma è considerato bestiola docile e benemerita, pronta ad immolarsi sull'altare della maldicenza e sulle tavole imbandite.
A tenere alto l'onore dell'Italia dopo la morte di Pavarotti provvede Berlusconi, eletto rock-star dell'anno 2009 dalla rivista Rolling Stone.
In zona-Cesarini, Obama inaugura la riforma del sistema sanitario americano. Se entrerà pienamente in vigore, negli USA non si rischierà più di morire per mancanza di copertura assicurativa.
Non v'è traccia alcuna di risoluzione dei problemi della fame, sete e mortalità infantile nel Sud del mondo, sempre più colonia asservita di un manipolo di affaristi che fanno sembrare Fabrizio Corona un boy scout.
Non v'è traccia alcuna di riduzione dei dislivelli economici e sociali tra ricchi e poveri, anzi in tutto l'Occidente la soglia della povertà si alza drasticamente ed essere a stipendio fisso diventa una jattura.
Di AIDS e di cancro si muore sempre di meno ma in compenso ci si ammala sempre di più.
Nelle due superpotenze economiche e culturali del pianeta esiste ancora la pena di morte.
Le notizie buone sono evidenziate in varie sfumature di blu, quelle così così in varie sfumature di giallo, quelle catastrofiche in rosso.
A volte il dolore ha un aggancio preciso e univoco a circostanze esterne ben definibili: per quanto cocente, è normale e fisiologico che passi: o perché le circostanze esterne non sono definitive, e potranno cambiare da sole o per un qualche intervento riequilibratore di chi quel dolore subisce e non lo trova affatto divertente; o, più spesso, perché quelle circostanze, per quanto immutabili e definitive (vedi il caso di un decesso o di un addio definitivo con riaccompagnamento con un partner più bello bravo simpatico ricco intelligente colto) sono passibili di essere digerite metabolizzate e infine beffardamente defecate.
Ma ci sono casi in cui il dolore è pervasivo e metafisico, ormai indipendente dal mondo esterno: è una risposta malsana e paradossale a qualunque cosa accada. E allora nulla può essere mai più veramente ed autenticamente piacevole, anzi le occasioni di piacere vengono accuratamente schivate perchè se ne teme la transitorietà e/o illusorietà, che renderebbe ancora più mesto e meschino il ritorno al sempiterno squallore.
Mentre i piccoli contrattempi della vita quotidiana altro non sono che la dimostrazione che nulla di buono o positivo potrà mai capitarti. Non sai spiegare come o perché, ma non li vivi più con fastidio ma con rassegnazione, senti di meritarteli: e loro, come mendicanti invadenti, ben vedendo che non fai nulla per superarli, ti si incrostano addosso come una sedimentazione calcarea, proliferano e si moltiplicano come un brutto male.
Prima di potertene accorgere, sei avviluppato in una fitta rete di disgrazie vere o presunte che alla fine diventa quasi ospitale ed accogliente: un caldo morbido bozzolo dall'interno del quale (dove ormai più nessuno riesce a penetrare e a venire accolto) puoi compatire e commiserare la tua ormai ineluttabile e quasi compiuta catastrofe.
Comincia un altro anno, e già senti che non solo sarà peggiore del precedente, ma renderà il precedente (in un ricordo inutile e gratuito) quasi gradevole.
Anzi, farai di tutto perché ciò succeda. E non v'è dubbio alcuno che ci riuscirai.
La vigilia di Natale avevo redatto un post lucidamente amaro sugli anni e sull'età: ma al momento di postarlo il mio implacabile inconscio ha detto no e mi ha fatto schiacciare un tasto sbagliato: e così il post suddetto è andato a raggiungere tantissimi altri nella quarta dimensione dell'iperspazio web.
Il mio super-Io deve avermi detto "Chi ti autorizza a denigrare lo spirito del Natale con le tue fetentissime elucubrazioni; e credi tu che qualcheduno possa trovarle minimamente interessanti?". Anche se si tratta di una approssimazione, in realtà il mio immarcescibile super-Io (come, ho ragione di credere, quello di tutti) non argomenta e non consiglia, eroga premi e punizioni senza accettare il minimo contradditorio, giacchè si ritiene, a torto o a ragione, l'incontrastato vertice dell'apparato psichico.
Nella fattispecie, il mio super-Io mi punisce come un papà esageratamente severo da un numero imprecisato di anni, ma questo è un altro discorso.
Così, alla fine, me ne sono stato fuori dalla melassa natalizia e credo sia stato meglio così.
E, mentre me ne stavo fuori dalla melassa natalizia, mi è sovvenuta una canzone di Lucio Dalla, una di quelle dal testo pieno di sottintesi, metafore e allusioni messe lì con grazia naturale in un linguaggio che meno letterario non si potrebbe: e mi sono sentito come l'astronauta perso nello spazio, che dopo aver mandato a quel paese i responsabili della sua deriva cosmica guarda attonito passare i simboli del Natale. Ma poi, non si sa come, riesce a ritornare ed a rinnovare una qualche ipotesi di contatto sociale ed affettivo.
Il testo faceva così:
Non mi toccare vuoi farmi morire sapessi ieri come ero lontano, lontano ho bisogno di dormire ma che voglia di te lassù credevo di impazzire in mezzo al cielo tra miliardi e miliardi di stelle ero solo da morire così ho acceso la radio tra gli auguri ma come gli auguri si sentiva cantare e io lì solo,ci pensi,da solo a guardare le stelle,le stelle ma che andassero a cagare così ho capito che tra poco è Natale e che ero lì come uno scemo e che dovevo tornare
Perchè spegni la luce vuoi far finta di dormire so che ti piace se ti guardo se ti parlo magari sorridi mentre fai finta di dormire va bene allora ascoltami un pò lo sai che prima di partire mi son sentito gelare le mani guardando di fuori non hai l'idea che confusione a un certo momento le stelle del cielo si son messe a girare e hanno fatto una strada d'argento che i miei occhi non potevano guardare sono stati i pastori i primi a passare seguiti dai re magi sui loro elefanti mentre gli angeli cominciavano a cantare ma non è niente,una cosa da niente se penso a una casa col sole in cima alla collina e che tra poco, tra poco è mattina tra un'ora ti svegli,mi guardi sorridi .
Spesso gli astronauti ritornano, anche quelli dell'Apollo 13 che avevano inaugurato l'immortale frase "Houston, abbiamo un problema...". Altri si perdono nello spazio e lo trovano perfino divertente. Altri stanno ritornando ma la capsula penetra nell'atmosfera con un'angolatura sbagliata e, secondo le leggi della fisica, o ci rimbalza contro e si perde definitivamente nello spazio (vedi sopra) o diventa incandescente per l'attrito esagerato, mettendo in pratica l'altra immortale frase "It's better to burn out than to fade away" di Neil Young.
Mettetela come volete, ma il rientro non è mai agevole e neppure scontato.
L'epopea di Silvio Berlusconi si allontana sempre di più dalla politica e dall'impresa, e si consegna senza opporre resistenza a quella complessa rete di sogni, stereotipi, archetipi, significati & significanti spesso dolcemente sfasati gli uni rispetto agli altri, che in una sola parola si definisce come "mito".
Monarca incontrastato dell'Italietta da diporto, non indulge a tecnicismi culturali, politici, sociologici, tattico-strategici o quant'altro. No! Egli incarna la figura del condottiero barbarico che contrappone alle svenevoli raffinatezze della Roma tardo-imperiale il giovanilistico strapotere del corpo, della spada che taglia il nodo gordiano, di Brenno che fa capire agli sconfitti che non ce n'è più per nessuno..
E come ogni bravo capo barbaro, si guarda bene dall'andare in battaglia protetto da tutti e quattro i lati da sconfinate legioni, e men che meno dal guardare la battaglia dall'alto di un'apposita collina o torre di guardia. Egli scende in campo (lo disse 15 anni fa e mantiene vieppiù la parola) stringendo mani, accarezzando bambini, palpeggiando maggiorate, a rischio di ricevere addosso treppiedi di macchina fotografica o ponderose riproduzioni del suo adorato Domm de Milan.
Anche le sue ferite, come i coccoloni da superlavoro, debbono andare in diretta televisiva.
Ferito ma non battuto, sbeffeggiato ma non umiliato, egli trova ancora il coraggio di ergersi ancora come un anno fa su un benevolo predellino e porgere al colto e all'inclita l'effetto naturale del suo bel faccino deturpato e somigliante a un mascherone da carnevale viareggino. E il suo popolo si gonfia di indignazione per il colpevole del folle gesto e di rinnovellato amore per il suo conducador.
Anche se ti ha tradito. Anche se fa la smorfiosa con tutti e a te dà solo le briciole... Anche se a volte la prenderesti a sberle, ma non sai bene come fare, trattandosi non di una donna ma della tua città. Allora ti limiti, nottetempo, a tirare furiosi calcetti ai muri dell'Oltretorrente, peraltro già mediamente diroccati per conto loro. Poi ti penti e chiedi scusa. E vieni di nuovo invaso da un acritico metafisico incondizionato amore per la tua città bella e crudele, nobile damigella e spregevole baldracca, e ripeschi nella tua memoria una delle innumerevoli canzoni belle e praticamente ignote dei Nomadi, dedicata a una città gemella situata una sessantina di chilometri a sud-est e quindi implicitamente più enigmatica e levantina ancora della tua, ma insomma va bene lo stesso. Specificando che il termine "padani" poteva, all'epoca, essere usato in modo poetico ed accettabile non essendo ancora stato malignamente cavalcato dalla Trimurti (nel senso di auspicabile triplice scomparsa) Bossi-Borghezio-Calderoli. Alla prossima.
Ma cos’è, ma che senso ha, quest’amore per la mia città Provare l’emozione della memoria, Sentirsi quasi vecchio alla mia età. E girare per la mia città, in bicicletta con il freddo che fa. Cercare nella nebbia forme e superfici Calore di radici Un manifesto mi dice che stasera c’è uno spettacolo al quartiere tre. L’ha disegnato un mio amico e non è niente male, E puoi comprare il giornale Esser quasi sicuro di incontrare qualcuno che hai già visto e che conosci già. Per riscoprire insieme che non è affatto strano Sentire noia amore libertà Mattina padana che sembra quasi sera, quasi uguale autunno e primavera. Il panino delle undici e tre In quel locale in via Prevert (o Via d'Azeglio) Vecchio platano del parco, vecchia ghirlandina, terra bruna e bagnata della mattina. Quanta storia fra l’abbraccio di due antichi fili scuri Ma in America lo sanno che i padani sono duri?
Dopo che nel post precedente ho licenziato tutti i miei alter ego, si pone la scelta fra il chiudere definitivamente il blog o proseguirlo senza alter ego.
Propenderei per la seconda ipotesi.
Già, perché più di tre anni fa codesto blog era nato con l'intento di esprimere me stesso e la mia vita.
Ma poichè la mia vita, allora come ora, era ed è ai limiti estremi dell'impresentabile e difficile da capire anche per il sottoscritto, avevo preferito esprimerla a sprazzi, romanzandola, interpolandola, affidandola a personaggi letterari che potessero nobilitarla.
Nel luglio del 2006 vivevo un momento molto precario ma con l'indiscutibile pregio di lasciarmi speranze per il fututro.
Nel plumbeo e maligno autunno del 2009 il momento è leggermente meno precario ma cose persone e circostanze di questi tre anni e mezzo mi hanno fatto capire che alla tenera età di 52 anni è difficile pensare di reinventarsi di continuo: se hai costruito qualcosa tiri impercettibilmente i remi in barca e procedi per inerzia interpretando con stanca ridondanza, come un attore poco dotato, i vari ruoli che la tua quotidianità ti impone.
Se, viceversa, hai ciclicamente distrutto (o quanto meno lasciato decadere) quello che di volta in volta avevi saputo mettere insieme, arriva il momento di una prima necessaria resa dei conti con te stesso, che ti aiuta a capire che le tue disavventure non sono da imputare alla sfortuna ma alla tua cronica dabbenaggine.
O peggio, alla tua inconsapevole smania autocritica, autopunitiva, autodistruttiva.
In questa situazione, le fasi depressive non sono diverse da quelle che già hai conosciuto: sono le fasi ipomaniacali che cambiano di segno, e non sono più momenti in cui credi di poter dare qualcosa di unico e imprevedibile a chiunque incontri (spesso riuscendoci), ma momenti in cui, sì, vorresti dare a chiunque qualcosa di unico e imprevedibile (da chi lo riceve, almeno) ma sotto forma di un gran manrovescio.
Ce l'hai con l'intero universo, ma la cosa è reciproca e comunque ha cominciato lui... Come si è permesso?
A volte, alla fine di qualche commediola cinematografica pseudobrillante, su una serie di fermo-immagine compaiono scritte che ragguagliano lo spettatore (che però a quel punto ha già raccattato il cappotto e si dirige verso l'uscita) sulle successive sorti dei protagonisti.
In realtà il mio blog è già da tempo terminato e le sedie del cinema sono tutte incontrovertibilmente vuote, ma ai titoli di coda comunque ci tengo.
E quindi
Il Cavalier Anteo Spaggiari Cavatorta si è ritirato vergognosamente a vita privata da quando si è scoperto che è stato a balia in fase neonatale da una signora di Sant'Ilario d'Enza e che quindi non è un parmigiano del sasso ma al massimo un parmense con una testa non del tutto rotondeggiante;
Il Geom. Arguto de' Cavillis, al termine di un lungo delirio di chiose, puntualizzazioni, polemiche e battaglie verbali, ha messo in dubbio la sua stessa esistenza ed è scomparso con un sommesso "plop" durante un'escursione alla Pietra di Bismantova. Ora pare che se ne registri la presenza nella quarta dimensione ma lui nega anche sotto tortura;
Lancillotto, tuffatosi fiduciosamente su un ponte levatoio che gli sembrava abbassato, ha scoperto con colpevole ritardo che era l'ultimo perverso scherzo di Morgana (che non avrà un grande spessore culturale ma sulle illusioni ottiche e non ottiche ha un master alla Sorbona) ed ora riposa in ottantadue pezzi nella pancia dell'alligatore da guardia del castello;
Il Commendator Eleuterio de' Logorroici, dopo una prolusione di 46 ore tendente a dimostrare ad una donna scarsamente sensibile al suo fascino che ella era preda di sconvenienti stereotipi piccolo-borghesi, gli stessi che l'avevano portata a rifiutare un posto da seconda violinista con l'obbligo del terzo controfagotto all'orchestra-spettacolo Casadei, ha subito una gravissima slogatura della lingua ed ora non parla più ma cattura al volo tutti gli insetti che occupano casa sua;
Il Dottor Divago, dopo essere rimasto preda per alcune settimane di una deriva concettuale che gli aveva fatto attraversare tutto lo scibile umano dall'abbecedario allo zurlo, è entrato in un corto circuito semantico e da venerdì scorso parla ininterrottamente della vita e opere di Alvaro Vitali;
Devadip droide riuscito male è stato abbandonato alla sua sorte dalla Trimurti Induista che non risponde neanche più ai suoi incazzatissimi e velenosi sms;
Fernando Pessoa, dopo aver cercato invano le risposte alle sue mille domande, nel vederle arrivare tutte insieme, traballanti e piuttosto male in arnese, ha fatto finta di non conoscerle e si è tenuto le domande;
Luca Orlando vaga ai limiti della pazzia per le strade della sua città, discretamente tallonato da due infermieri della Psichiatria Territoriale che smadonnano dietro Basaglia e la chiusura dei manicomi.
Il Cadetto di Bologna Cyrano de Patatrac guarda pensoso l'affannarsi del genere umano e lo saluta con una delle sue fulminanti ottave in rima baciata che qui riporto per concludere codesto post:
Spacchi te stesso in mille personaggi nessun dei quali vale grandi omaggi, poeti e cavalier, perfino un droide, senti un po', non sarai mica schizoide? Tutto per non guardar con occhi seri l'avvizzirsi e il morir dei desideri e ai tuoi obiettivi dare un bel ritocco... E giunto al fin della licenza, io tocco...
Nello stesso identico medesimo modo in cui sono sempre aperte come un tempo le osterie di fuori porta, sono perennemente aperte le iscrizioni al Club dei Maledetti.
E alla fine si scopre come essere maledettamente sè stessi possa essere più confortante che essere benedetti perchè ci si castra, ci si altera, ci si adultera per piacere agli altri ed essere accettati.
C'è chi sull'altare del suo essere perennemente maledetto e perennemente contro ha bruciato una reputazione ed una lunga serie di sicurezze;
c'è chi ha scoperto che il piacere sublime della libertà e dell'autodeterminazione si può pagare con epocali momenti di angoscia, di solitudine, di frustrazione;
c'è chi quando vuol far quadrare i conti li trova talmente rotondeggianti e privi di spigoli che si rifiutano di star fermi e rotolano per il tavolo come cagnolini indisciplinati in vena di scherzetti;
c'è chi interroga lo specchio e si sente dare delle risposte non sempre rassicuranti, e allora o cambi specchio o cambi immagine;
c'è chi si ingarbuglia, infila l'indice nel garbuglio e poi non riesce a tirarlo fuori;
c'è chi si sgarbuglia ma poi si annoia e allora si re-ingarbuglia con la velocità del fulmine;
c'è chi preferisce viaggiare pieno di speranze che arrivare;
c'è chi tutte le volte che arriva riparte subito per paura di mummificarsi;
c'è chi vive in talmente tante dimensioni che non c'è geometria post-euclidea al mondo che possa contenerlo;
c'è chi si tuffa nell'ignoto con giovanilistica esuberanza anche quando l'età consiglierebbe di entrare nell'ignoto in modo graduale, saggiandolo prima col piedino, poi bagnandosi ben bene la pancia per acclimatarsi, e infine accovacciarsi lentamente nell'ignoto stesso come faceva la zia Adalgisa sulla costiera romagnola approfittandone magari per una sana e rilassante minzione;
c'è chi dice prendere-o-lasciare-sono-fatto-così ma poi quando viene lasciato ne fa un casus belli e chiama tutto l'Olimpo a giudice e vindice dell'ingiustizia subita. Ma tutte queste pittoresche contingente sono meglio di una triste e monodimensionale normalità:
c'è chi ci ha pollo e lasagna, c'è chi ci ha una castagna...
Condizioni, tutte queste, che direttamente o per interposta persona ben conosco, e fanno tutte parte di quella tela di cose con cui riempire i lunghi intervalli tra un istante e l'altro di felicità che la voglia di vivere forse ti porterà.
Autunno dolce camminare verso un lieto sentiero curvo;
dolce alitare di vento tiepido, musica di fronde dai tenui colori.
Pioggia di foglie che toccano la testa, le spalle, il viso, pacifico cadere;
il cuore stanco ritrova il vigore con il caldo amore e la pace cercata.
(Arpeggi alla David Crosby)
Rumori lievi e verso il tramonto si cammina si cammina si cammina
si cammina da soli si cammina da soli si cammina da soli....
Tornare a Padova dopo tanti anni mi ha provocato una dolorosa felicità, o una gioiosa sofferenza (non ricordo bene).
Mi è tornata in mente questa vecchissima canzone che avevo musicato su parole di un ex-paziente psichiatrico scampato agli psichiatri ma non alla pazzia (di solito capita più facilmente il contrario).
Collocavo quelle parole in una qualche giornata di inizio autunno, quando ricominciavano i corsi e si camminava a passi lenti nel solenne splendore di Prato della Valle un po' ubriachi di Merlot e di amor proprio.
Chi avrebbe mai immaginato che sarebbe arrivato anche l'autunno dell'esistenza, e che non avremmo avuto 20 anni in eterno? E forse camminando da soli incontreremo il "lieto sentiero curvo" che allora non capivamo cosa fosse. Ma sarà davvero un lieto sentiero? O nel vederlo ci farà un'ingiustificata paura?
Nell'ultimo giorno d'estate tutte le risposte lo colpirono alla nuca con perversa risolutezza: "Ci hanno detto che ci cercavi, e allora guarda (coglione!!), siamo tutte qui, sei contento adesso?".
Contento?
Ma dov'erano, cosa facevano quelle ridicole puttanelle mentre lui le cercava, in verità in modo molto soft perchè sapeva che c'erano ma non era certo di volerle affrontare? E poi, anche formulare le domande richiedeva uno spreco di tempo e di energie che lui non si voleva concedere. Preferiva blindare la sua intelligenza dentro un plumbeo fatalismo che gli consentiva brillanti adattamenti automatici ad una realtà sempre più univocamente lontana dai suoi desideri.
Desideri?
Con quanta rabbia, e con quanta postuma soddisfazione aveva sibilato a una donna non più sua "Senza desideri si vive benissimo, lo sapevi?"... Come se del rassegnato azzeramento dei suoi desideri avesse colpa lei, che se mai, poverina, li aveva attizzati e valorizzati.
Un ideale dell'Io troppo alto, in realtà, non ha scampo. In un caso su 100, su 1000, su un miliardo, si realizza pienamente e produce il prototipo del vincente. In tutti gli altri casi si ripiega buffamente su se stesso come una marionetta a cui sono stati tagliati i fili, ma non prima di aver sfiorato il ridicolo ignorando tutti i segnali negativi e continuando a proporsi all'interno di scenari sempre più lontani dalla realtà (cfr. Casanova di Fellini, l'avventuriero veneziano ormai vecchio e bolso che recita una poesia e quattro ragazzini screanzati che gli ridono spietatamente dietro).
E così Fernando ancora una volta fissava l'Oceano con il desiderio e la paura di cedere alla sua possente fascinazione e diventare un tutt'uno con lui (vulgo: affogarsi).
Ma poi, visto che le risposte che cercava gli stavano appresso scodinzolanti e impazienti, il Poeta si girò e con dolcezza disse "Va bene, avete vinto, portatemi con voi.".
E Pinocchio, diventato un bambino educato e quindi evolutosi dallo stereotipo del pupazzo petulante, guardava incredulo l'epopea che quel dabben pupazzo aveva saputo produrre: e pensava, da dentro l'ordine plumbeo e rassicurante della sua nuova vita, che per fare tutto quel po' po' di plaita ci voleva una faccia tosta e una voglia di stupire che egli non solo non aveva più, ma difensivamente non si ricordava neppure di aver avuto. Ora non si vendeva più l'abbecedario per andare al teatro di Mangiafuoco, l'abbecedario se lo teneva ben stretto al cuore e ne recitava passi scelti con aria ispirata. Certo, il naso gli si era accorciato e, curiosamente, anche altre insospettabili appendici sembravano aver perso il loro vigore.
E così la fatina dai capelli tinti se ne restava sola nel suo appartamentino (o, più probabilmente, con un altro pupazzo in attività permanente ed effettiva dal naso ancora lungo) e la villanella malsana, sconfitta nei suoi anacronistici tentativi, non si produceva più nelle sue accorate telefonate.
Pinocchio aveva imparato la lezione e l'avrebbe tenuta a mente per il resto della sua esistenza.
Coi pochi zecchini che entravano nelle sue incomprese tasche, ne aveva di che condurre la vita del signorotto, qualora gli stessi non dovessero finire nel gorgo di una vita dissoluta e felice.
Gliela faccio vedere io a quel dilettante dell'Obama com'è un vero uomo di Stato!!!!!!
Debitamente ringalluzzito dall'esito della tornata amministrativa che aveva scacciato i fantasmi del mancato 45%, Silvio I da Arcore si preparò per il viaggio transoceanico a trovare l'amico Barack.
Barack Obama esterna in modo plateale il suo entusiasmo all'idea.
Lungi dal rammaricarsi per le sue espressioni improprie ed improponibili, il goliardico personaggio se le ripeteva e se le reiterava, se le ricantava e se le risuonava con l'accompagnamento compiaciuto di uno stuolo infinito ed immemore di sicofanti, postulanti, portaborse, portavoti, elettori dell'eletto, elettrìci elettriche nel vedere il suo ducesco profilo, chitarristi partenopei, ministre piene di argomenti che si reggono da soli (vedi sotto), suonatori d'organino, falsi sospiri di Ghedini e suonatrici del suo organo che sghignazzavano in faccia ai suoi sempre più fiacchi detrattori.
A furia e forza di ricantarsele e risuonarsele, le suddette espressioni assurgevano al rango di frasi storiche e aggiungevano nuove sfumature al suo inesplicabile carisma.
Pur piccolo, pelato e fisicamente più mediterraneo che celtico, Silvio I sentiva di godere di un fascino che neppur lui sapeva giustificare (ogni tanto si guardava allo specchio): la realtà era che, incastrato nell'unico paese al mondo che poteva dare ricchezza e potere a un grottesco giocatore d'azzardo, ne aveva assunto nel tempo tutte le caratteristiche più aberranti e riprovevoli ma pur sempre tristemente peculiari: inaffidabilità, inattendibilità, cinismo, perversione, cattiveria profonda travestita da mieloso buonismo (come l'omino di burro di Pinocchio che finge di baciare l'orecchio all'asinello e invece glielo trancia di netto con uno squalesco mozzico), vanità, incostanza, infedeltà, poca voglia di lavorare ma grande capacità di far lavorare gli altri, jazzistico senso dell'improvvisazione, improntitudine, cafonaggine, maleducazione, tribale senso del clan, sprezzo dei diversi e dei diversamente pensanti, intolleranza, vittimismo, teatralità, istrionismo e un'ottantina di altri difetti italioti che chiunque saprebbe aggiungere.
Il correlato era che il fascino di Silvio I si esauriva appena messo piede fuori dei confini patrii, all'esterno dei quali diventava tutt'al più un epigono di Pulcinella, una macchietta che confermava tutti i più biechi stereotipi anti-italiani. Un cafone olimpionico che se ne stava mezz'ora al telefonino mentre gli altri capi di stato celebravano l'unità europea; un decerebrato che si esibiva in battute di quanto meno dubbio gusto che fin lì erano riuscite solo a Bokassa e a Gheddafi; un liceale in gita premio che negli incontri di vertice faceva cucù dietro gli angoli e le corna nella foto di gruppo; un arrogante impresentabile e improponibile che dava del kapò a un eurodeputato (il famoso Schulz inventore di Charlie Brown) e dei turisti della democrazia all'intera assemblea; uno psicopatico paranoico che quando la stampa mondiale parlava univocamente male di lui dava la colpa a Rockerduck Rupert Murdoch.
Ora, mentre se ne volava negli States ad incontrare il serio, preparato, morigerato, strategicamente impeccabile, controllato, coltissimo, autenticamente spiritoso quando voleva e quando era il caso (vale a dire il suo esatto complemento algebrico) presidente degli Stati Uniti invece di pronunciare frasi gravi e ponderate adatte al difficile momento, rincarava la dose delle frasi inopportune affermando con guasconesca spavalderia "Vado dall'amico Obama bello e abbronzato come lui".
Già. Dare del bello, giovane ed abbronzato ad Obama è come equiparare la Marcegaglia a a una velina. Continuare a parlare con malriuscita autoironia di veline, minorenni e voli di stato significa non aver nessuna intenzione di chiudere decorosamente una serie di incidenti che avrebbero condotto un primo ministro alle dimissioni fors'anche in Uganda.
Ma Silvio I da Arcore non sapeva che Obama lo incontrava malvolentieri dopo aver chiesto decine di volte "Is it really certain that I must?"? Ah già, quelle frasi da invidiosi maldisposti le aveva dettate alla stampa mondiale Rockerduck Murdoch.
Detto questo, circondato da acrobati, giocolieri, consiglieri, consigliori, padri e padrini (ovviamente di battesimo), nani, ballerine ed eteree etère, volò a Washington. Ma Murdoch era arrivato anche lì.
E così anche queste elezioni sono alle spalle: tecnicamente sono state quasi inutili, giacché in Europa contiamo come il due di bastoni quando briscola è denari, ma come tutte le elezioni "minori" (amministrative e/o europee) si sono caricate di significati succedanei e supplementari.
Sul fatto che dell'Europa non gliene fregasse niente a nessuno , basta contabilizzare quante volte è stata menzionata la parola Europa: a parte la cronica vena europeistica dei Radicali, pressochè tutti gli altri hanno scambiato le elezioni europee per un'assemblea condominiale.
Rombando dalle sue mille televisioni, il Bisunto del signore aveva stabilito lui a cosa dovevano servire codeste elezioni: ad avvicinare il suo partitone nazionalpopolare (che retrospettivamente fa sembrare la vecchia DC un tempio di galantuomini pieni di senso dello Stato) a quel 51% che avrebbe definitivamente tappato la bocca ai suoi incauti detrattori, declassato definitivamente l'opposizione al rango di servitù assunta in nero, reso inutile qualunque tipo di dibattito parlamentare di fronte al fascino discreto dell'ipse dixit.
Per meglio titillare i bassi istinti dei suoi elettori, Silvio aveva ulteriormente abbassato il livello pedante e noioso della politica italiana cercando di candidare un manipolo di soubrettes sedicenti laureate e di grande spessore culturale oltre che toracico e mettendo artatamente in giro la voce che una diciottenne partenopea lo viene a trovare tutte le volte che può e, mentre lui suonicchia al pianoforte gli standard di Cole Porter, lei si insinua sotto lo strumento per consentirsi una visuale privilegiata delle di lui grazie.
Infine, aveva fatto uso massiccio e dopante di sondaggi, da lui commissionati (quelli in cui un tremebondo co.co.co in bilico tra la noia e il disgusto per quel czz di lavoro che gli tocca fare e la paura di perderlo chiede Lei voterebbe per il PdL e la risposta è Ma sì, ma sì, certo che lo voto e adesso per favore riattacchi che ho la bronza sul fuoco) per sostenere un gradimento del 56% per sè, la sua politica, le sue barzellette e il suo carisma di macho rampante e arrapato e del 18-20% (a star larghi) per quei maleodoranti malvestiti stitici e affetti da alitosi del PD.
Se Rosy Bindi ieri notte gongolava come dopo la prima scopata della sua vita per un risibile 26-27%, il Berlusca se la deve prendere solo con sè stesso.
Questo mancato trionfo però non dipende dall'esito del processo Mills. Non dalla vicenda Noemi, che anzi gli ha portato i voti di quei milioni di italiani che vorrebbero essere come lui (e di italiane che lo trovano irresistibilmente sexy e guascone), nè per la crisi che attanaglia l'Europa e che ha bastonato elettoralmente sia Zapatero che Brown, risparmiando lui e Sarkozy. No, Berlusconi ha perso un 7% almeno di voti già belli maturi e quasi marci perché sta vendendo Kakà al Real Madrid.
Quanti emuli di Pippo Franco avranno scritto sulla scheda elettorale Provaci tu a stare senza Kakà e poi ne riparliamo?
Meditavo di chiudere questo blog per totale mancanza di ispirazione: forse sono io che in questi ultimi mesi ho visualizzato la mia età, i miei problemi irrisolti, lo sfacelo della mia vita e mi sono chiesto se valeva la pena coltivare uno spazio paraconsolatorio su Internet (e la risposta non poteva che essere un energico no); forse è la realtà che mi circonda che si ripete tutti i giorni stancamente portandomi a compitare dei posts ormai sempre più simili l'uno all'altro; forse sempicemente gli amori finiscono e io ho sempre preferito lasciare prima di essere lasciato (e se venivo lasciato, vedevo di tornare insieme per poi essere io, beffardo e trionfante, ad andarmene): così anche questo anomalo e precario spazio espressivo su Internet, che una volta accendeva il mio entusiasmo e la mia fantasia, era diventato un mezzo dovere, un vincolo a volte pesante, ma sì scriviamo qualcosa anche se non ho niente da dire.
Spesso, ultimamente, vagabondavo all'indietro rileggendo le mie produzioni passate e scoprendomi creativo e brillante come oggi non sono più. Forse nel luglio 2006, quando ho aperto questo blog, cercavo qualcosa che oggi so che non c'è, e che non so neanche bene cosa fosse e se anche lo sapessi non lo direi e se anche lo dicessi risulterebbe incomprensibile.
Allora sarò buono con me stesso: questo blog non lo chiuderò, perchè poi probabilmente me ne pentirei. Lo lascerò aperto come una finestra su quello che speravo di diventare ma non ce l'ho fatta. Come una feroce testimonianza delle mie contraddizioni e del mio tempo perduto e ormai irreperibile (quanto è proustiano tutto ciò...).
Ogni tanto avrò tempo e voglia di scrivere e scriverò. Più spesso mi dimenticherò perfino che questo blog esiste, o magari scriverò solo per me su un vecchio computer che non legge più le periferiche (e quindi quello che scriverò resterà in esso imprigionato, e questo è a metà strada fra Kafka e Edgar Allan Poe).
Farò finta di amare il mio lavoro.
Mi innamorerò ma non lo ammetterò nemmeno con me stesso.
Mi delizierò del disordine discreto che di nuovo si sta insinuando nella mia vita.
Quando mi chiederanno "Come va?" darò risposte esclusivamente non verbali disperatamente allusive.
L'infelice triviale schifosa battuta del Bisunto del Signore riferita a Emma Marcegaglia, presidentessa della Confindustria, illumina ancora una volta l'immagine che l'abietto individuo ha delle donne. ""Ieri sera la presidente di Confindustria è venuta a trovarmi a Palazzo Chigi e un commesso mi ha detto: 'C'è di là una velina'. Era la presidente, era in gran forma, elegante, tutta vaporosa perché aveva una cena: sembrava volasse sui tappeti di Palazzo Chigi".Tutto questo, poco prima di sostenere che il Parlamento Italiano è pletorico ed inutile ed andrebbe drasticamente ridimensionato ed imbavagliato, che obiettivamente come cagata è anche peggio.
Queste oramai non sono più gaffes, sono strategie consolidate ed intenzionali. Lo psiconano non riuscirebbe mai a diventare un politico convincente e credibile, ma ormai la cosa neanche lo interessa. Vivendo tutta la sua vita sul filo dei sondaggi, il salvifico Silvio ormai ottiene feedbacks immediati di ogni suo messaggio. E i feedbacks gli dicono che più lui è sboccato, scurrile, arrogante, maleducato, clownesco e più la gente lo adora.
Il paragone con Mussolini ormai è sottodimensionato.
Il parallelo bypassa Caligola che fece senatore il suo cavallo (e lui fa ministre delle gradevoli cavallone sperando fortemente che tutti ritengano che ne abbia preliminarmente usufruito) e arriva direttamente a Nerone, che copiando spudoratamente i Giochi Olimpici antichi ideò le Neroniadi dove introdusse le gare dei poeti tragici e dei suonatori di cetra, alle quali partecipò e ovviamente le vinse. A corto di panem e ormai sprovvisto di circenses, egli diede sè stesso in pasto al popolo romano, che peraltro appoggiava ogni sua nuova uscita con degli stentorei "Anvedi quantefforte sto Nerone ahò..." anche se il filosofo gallico Travaglius si interrogava sul buon gusto e lo spessore politico di tali sortite.
Qualcuno sostiene che le gaffes di Berlusconi siano rigidamente studiate a tavolino. La mia opinione è diversa: nelle gaffes dell'uomo del destino vedo l'intreccio di uno sfrenato narcisismo e di un altrettanto sfrenato opportunismo. Immagino frotte di assistenti massmediologi che gli fanno bere pinte di Tocai prima di ogni intervento pubblico, che gli nascondono le cartellette dei discorsi che il povero ingenuo Bondi ancora gli prepara, che gli urlacchiano "Presidente, sia sè stesso, dica qualunque cosa le passi per la testa, specialmente se ha l'impressione che sia una colossale stronzata. E' questo che la gente vuole. Vuole essere governata da uno che ragiona come il barista all'angolo, oggi Moro buonanima potrebbe ambire al massimo a un posto di portaborse della Brambilla.".
Nella fattispecia, con la Marcegaglia scattano degli automatismi incontrollabili (e guai a controllarli, sai quanti voti perderebbe...) che riportano alla gaffe ben più grave nell'ambito della quale il primo minestrone si vantava di aver usato le sue arti di latrin lover e i suoi modi da Rodolfo Lavandino con la premier finlandese per far sì che la sede della Security Alimentare fosse ubicata a Parma piuttosto che a Helsinki.
Mentre la sua protetta Noemi Letizia, che lui sotiene di non aver mai incontrato da sola mentre lei garrula e giuliva racconta di nottate a Palazzo Graziosi, verrà dirottata al quiz di Italia 1 "Gira la ruota" dove potrà chiamare Papi il conduttore senza destare sospetti.
Quando si tratta di sederci al tavolo dei grandi anche se siamo piccolini e tontoloni, siamo tutti contenti e ci gabelliamo per una grande potenza. Ci ostiniamo a non capire che ci invitano solo come mascotte portafortuna, e da quando c'è Berlusconi anche come intrattenitori fantasisti, visto che le sue gags e i suoi siparietti danno una nota di imprevedibilità e gaiezza a riunioni e vertici che altrimenti sarebbero mortalmente noiosi. Poi pare che Zapatero e Brown siano pronti ad uccidersi a vicenda pur di venire in possesso delle prestigiose cravatte che il nostro lader (ops, mi è scappata una e) ammannisce in quelle occasioni.
Quando invece si tratta di fare la nostra parte di sedicente potenza mondiale per riequilibrare il mortifero divario tra Nord e Sud del mondo, per dare spazio e speranza ai disperati della Terra, per accogliere chi cerca rifugio e chiede asilo, allora torniamo ottusi e provinciali abbarbicati al nostro dirupato campanile. Allora ci scordiamo di quando i disperati che partivano da Molfetta, da Sciacca, da Benevento, da Oristano ma anche dalla Val Trompia e dal Cadore attraversavano l'Oceano o semplicemente varcavano le Alpi (e l'integrazione a Bellinzona non era necessariamente più agevole che a Broccolino) si giustapponevano senza integrarsi in un sistema di vita che non capivano e per il quale forse provavano ribrezzo, portando spiacevoli effetti collaterali come la mafia e la scarsissima capacità di parlare decentemente qualcosa che non fosse il proprio dialetto.
E soprattutto dimentichiamo che alla fine i nostri emigranti hanno dato alle terre che li ospitavano ben più di quanto non abbiano preso. Ma ci è voluto tempo, pazienza e tolleranza.
Tempo, pazienza e tolleranza che Ignazio La Russa (che starebbe splendidamente in orbace e fez con moschetto d'ordinanza e olio di ricino a portata di mano) decisamente non ostenta di avere.
E così, nel vedere che l'Alto Commissariato per i rifugiati dell'ONU bolla come primitivo e tribale il comportamento dell'Italia contro un ridotto plotone di disperati inermi (che peraltro Silvio non si era peritato di etichettare come persone senza arte nè parte, usando per l'ennesima volta in un consesso pubblico e ufficiale espressioni degne di un bar della Bovisa) va su tutte le furie e merita una poesiola ad hoc:
Il La Russa è quel bel tale che cianotico tartaglia, urla, rantola e si sbaglia ma ministro essere vuol...
Possiamo però passar quasi sotto silenzio, come dire?, il suo livore verso la rappresentante italiana dell' UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees, mentre illogicamente la Federazione Italiana Consorzi Agricoli non ha mai avuto l'onore di un acronimo e viene pudicamente denominata Federconsorzi) colpevole di aver dato voce all'osservazione del Commissariato secondo la quale i soldati italiani hanno usato contro gli occupanti dei barconi rispediti in Libia modi inumani. Che in Italia i fatti diventino opinioni e come tali possano essere allegramente occultati e negati, lo ha scoperto da almeno 10 anni Marco Travaglio. In perfetto stile italiota La Russa ha stigmatizzato le parole della gentile pacatissima signora come sue opinioni personali illecite ed irresponsabili, passando poi ad una squalifica dell'emittente del messaggio in perfetto stile mafioso-fascista.
Ma quello che non solo non possiamo perdonargli sul piano logico-estetico, ma dobbiamo rimproverargli come l'ennesima stronzata in mondovisione dei nostri politici, è la sua affermazione che l'UNHCR non conta un fico secco.
Ma se avesse potuto esprimere fino in fondo il suo sdegno, Ignazio sarebbe prorotto in uno stentoreo,
Me ne frego dell'UNHCR mentre sulla Federconsorzi si potrebbe trattare.
Me ne frego di questa opposizione che si oppone (per quale motivo l'opposizione deve opporsi?, l'opposizione deve solo dare pareri costruttivi, sulla cui costruttività sta a noi giudicare).
Me ne frego delle convenzioni internazionali, l'Italia è uno stato libero e sovrano e se quei cowboy d'oltreoceano mandano a cagare l'ONU a ogni piè sospinto lo vogliamo fare anche noi.
Me ne frego delle possibili sanzioni, che fin d'ora definisco inique.
Credere obbedire combattere.
Meglio un giorno da leoni che cent'anni da pecora.
Il divorzio fra Berlusconi e la sua Veronica non meriterebbe e non meritava più di un post parodistico e quasi affettuoso, l'affettuosità che si dedica ai cerebrolesi che tanto si sa che non ci arrivano, e allora perché pretendere da loro mari e monti, accontentiamoci dei loro conati, dei loro abbozzi, dei loro simulacri di prestazione.
Ma è l'insieme delle berlusconate che codesto blog, lo definisco "codesto" per prenderne già un po' le distanze, ha fedelmente registrato in questi tre anni, che merita una considerazione appena un po' più seria. Aspettate un attimo.
OK, ho fatto dodici minuti di esercizi di concentrazione Yoga e Massalombarda per indurmi a prendere sul serio tutto questo, visto che oramai il mondo in cui trascino la mia fallimentare esistenza mi provoca sogghigni, contenuta ilarità e sporadici conati di vomito.
Senza troppi giri di parole, Silvio Berlusconi è rozzo, sboccato, triviale, arrogante, egocentrico, intollerante, discretamente ignorante, passabilmente irresponsabile. Tutti i suoi collaboratori, e quella minima fetta dei suoi elettori che ammette pubblicamente di averlo votato, lo descrivono come un genio con tanto di quel carisma che metà sarebbe già un'esagerazione, ma ho la penosa impressione che chiunque voglia applicargli dei normali strumenti critici si trovi a stringere in mano l'equivalente solido di un'emanazione gassosa rettale, che può fare un rumore plateale e lasciare traccia di sè a lungo, ma sostanzialmente si alimenta di tutti gli scarti che un sistema biologico è in grado di produrre. I suoi stessi alleati lo cavalcano ma quando possono lo prendono pesantemente per il culo (vedi sotto).
Come il fenomeno biologico preso a paradigma, Silvio Berlusconi cresce ed alligna sulla deriva entropico-autoritaria del sistema non tanto e non solo politico, ma culturale nel senso più ampio. Un'Italietta narcisista e capricciosa, intollerante e pressapochistica, superficiale e megalomane, si rispecchia fedelmente in lui e sghignazza, sbadiglia e magari rutta rumorosamente contro chi tenta di onorare la pratica della politica come servizio dello Stato.
Per chi ha vissuto l'Italiona che uscì viva dagli anni di piombo senza alcuna deriva autoritaria (anche se a Cossiga sarebbe piaciuto tanto) e si è sentito mille volte raccontare l'Italia ai limiti del metafisico che nel giro di 15 anni passò dalle rovine della guerra agli anni rosa e multicolori del boom (peccato che quegli anni vengano rievocati in bianco e nero, perché anche senza Play Station, Internet, cellulari, cybersex, reality shows e partiti di plastica erano sfolgoranti di tutti i colori dello spettro cromatico) confrontarsi con l'Italiaccia neofascista e liberticida del terzo millennio è un'impresa improba.
Berlusconi obiettivamente non sta rovinando l'Italia. E' quello che l'Italia si merita e in cui l'Italia (pur vergogandosi un po', giacché un briciolo di residuo pudore è pur ben rimasto) attonita e bolsa si rispecchia e si rimira.
Berlusconi vende la sua non-politica come certe pseudoaziende vendono riviste che non esistono, servizi che non vengono erogati, vantaggi e benefici al di là dei loro mezzi. E il bello è che sono proprio le trasmissioni Mediaset che denunciano questi soprusi contro gli Italiani presunti inermi.
Gli Italiani non sono inermi nè di fronte a chi vende abbonamenti alla pallosissima rivista "Finanza" intesa come disciplina scientifica spacciandoli per "Finanza" intesa come Guardia di, nè di fronte a chi vende linee politiche come venderebbe una polizza assicurativa (di quelle che quando credi di poter passare a riscuotere scopri una clausola scritta in caratteri lillipuziani con l'inchiostro simpatico che te la mette nello sfintere).
Non sono inermi, sono inerti. Pigri. Svogliati. Stravaccati. Approssimativi. Degenerati, anche, se li si paragona con gli Italiani del Rinascimento, del Risorgimento e della Resistenza. Senza palle.
E Berlusconi è la loro giustificata e neanche troppo severa condanna.
Cosi' non va, Veronica, non ci sto piu'... quella tua trita polemica non mi va giu'. E' un dato di fatto che ci mi hai ridotto cosi' sei stata tu. Sei diventata isterica dal giorno che ti hanno bocciata all'esame di guida e sai perche'? Non ti bastava piu' il giro alla sera insieme a me. Io me ne andro' in Giamaica l'otto di agosto e vado con un volo charter perche' in nave non c'era piu' posto, tanto che fa se arrivo a Kingston un po' piu' presto... Cosa faro' oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh io non lo so oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh so solo che l'importante per ora e' scappare via via il piu' lontano possibile da te via da te (leggero ansimare).
Senza di te, Veronica mi arrangero' sara' un po' dura all'inizio non dico di no ma voglio imparare a suonare il sassofono e ci riusciro'
Cosa faro' oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh io non lo so oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh so solo che l'importante per ora e' scappare via via il piu' lontano possibile da te via da te (leggero ansimare).
Senza di te, Veronica mi arrangero' sara' un po' dura all'inizio non dico di no ma voglio imparare a suonare il sassofono e ci riusciro' voglio imparare a suonare il sassofono e e e ci riusciro' si si perche' senza di te e' tutto piu' facile non ho piu' palle al piede potrei fare qualunque cosa potrei anche imparare a suonare il clavicembalo ma il sassofono e' sempre stato il mio sogno proibito...
Ma siempe co' a munnezza tene a che fa'?
Ueh Rinaldoni, té sei forte. Ma guarda che sul rapporto tra il Silvio e la Vero ne avevo parlato anch'io, quando lui faticava a trovarle il punto g.
Cavaliere, su con la vita. Io ci son passato prima di lei...
Rassegniamoci, i nostri soldati resteranno in Afghanistan ancora chissà quanto a lungo e ne combineranno ancora delle altre. Sono tanti piccoli Spaccarotella abituati a fare qualcosa che in fondo in fondo non gli piace, per la quale sono stati male addestrati, male attrezzati e preparati in maniera approssimativa e contradditoria. Però vivaddio guadagnano molto di più di uno Spaccarotella qualsiasi.
Gli è stato detto che si tratta di una missione di pace negando il fatto che, se l'italiano medio (quello al quale secondo gli Articolo 31 basta che non gli togli il pallone, Fiorello e Panariello poi gliene puoi fare di tutti i colori) è un po' infastidito dall'extracomunitario bonario e pacifico che viene da noi per lavorare, figuriamoci come l'afghano medio accetta dei ragazzotti che di fatto hanno perfezionato un'invasione militare bella e buona.
Gli è stato detto di stare molto attenti a non provocare in nessun modo i nativi (quello se lo possono permettere solo i colleghi di oltreoceano), ma nel contempo hanno saputo che alcuni ufficiali sono sotto processo per non aver adeguatamente protetto la caserma di Nassiriya.
Hanno visto che il soldato che ha sparato a Giuliana Sgrena e a Calipari se l'è cavata senza problemi, anzi in America gli stanno preparando statue equestri.
Poveri cristi disorientati e nervosi, quando vedono una macchina che assomiglia ad un'autobomba venire verso di loro sparano subito.
Peccato che il parabrezza risulti intatto e invece sia esploso il lunotto.
Il Messico era un allegro paese che nella sua secolare storia ha prodotto gli Olmechi e gli Zapotechi, i Maya e gli Aztechi, Chichen Itza, Tenochtitlan e Teotihuacan, Puerto Escondido, Montezuma, Emiliano Zapata, Speedy Gonzalez e Carlos Santana. Poco celebre in Europa ma comunque degno di menzione il Berlusconi messicano, Porfirio Diaz che, senza assumere ufficialmente la veste del dittatore, riuscì comunque a diventare Presidente della Repubblica nel 1876 e restarlo fino al 1911 (con quattro anni di uscita di scena tra il 1880 e il 1884 proprio per dimostrare preventivamente che non era un tirannello da repubblica delle banane). Amante anche lui delle frasi ad effetto, gli si attribuisce una epocale Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti...
Proverbiale paradiso del dolce far niente sotto il torrido sole tropicale, all'ombra di sesquipedali sombreros e di pesantissimi ponchos che però proteggevano miracolosamente dall'arsura per dei principi metafisici più che fisici (così come l'Italia è popolata da mafiosi che suonano il mandolino e si abbuffano di spaghetti con la pummarola), era vagheggiata da avvocati astigiani riciclati in chansonniers.
Milioni di Europei preferivano Acapulco a qualunque spiaggia mediterranea disponibile, consideravano le rovine precolombiane molto più accattivanti e misteriose di quelle greche, romane od egiziane, si pascevano della pepatissima cucina locale che induce devastanti diarree popolarmente note come la maledizione di Montezuma.
Le sue città sono quasi tutte ad altitudini dove in Europa a stento vivono gli stambecchi, anche questo aggiungeva fascino e colore locale e faceva capire al primo sforzo quanto sia vitale l'aria per l'essere umano.
Quando le guerre non avevano ancora delle ipocrite giustificazioni del tipo "portiamo la democrazia", si era scontrata con gli Stati Uniti per trascurabili questioni di delimitazione territoriale, ed aveva perso con onore, lamentando tra l'altro la mancata concessione di ben sei calci di rigore.
Sembra comunque che quando i generali statunitensi poterono prendere visione dei territori strappati al Messico, si mettessero le mani nei capelli urlacchiando "Ridiamoglieli indietro!".
Nel suo complesso il Messico era un paese pacifico oltre che atlantico, benvoluto dai più e portatore di solidi valori, con sagace equità quattordicesimo stato al mondo sia come estensione che come PIL.
Aveva ospitato un'Olimpiade e due mondiali di calcio nonostante i problemi dell'altura rispetto alla prestazione degli atleti.
Ma il caso beffardo cinico e baro era in agguato. Quel caso in cui i superstiziosi possono rintracciare le azioni di un Dio severo ma imparziale, che toglie e dà come Cencelli comanda. Il caso, sotto forma di una controversa bestia, simpaticissima e venerata in Emilia come pesantemente osteggiata ben oltre i suoi demeriti in tutto il mondo islamico.
Questo animale che, nel nostro immaginario collettivo, rappresenta la parte più istintuale e per certi versi vera dell'essere umano (anche se la declinazione maschile inclina al sorriso e quella femminile alla deprecazione) si è rivoltato contro il Messico e i messicani, in realtà uccidendo finora meno persone di quante ne muoiano in incidenti stradali nella sola Città del Messico (dove è sconsigliabile mettersi alla guida senza una solida assicurazione sulla vita) ma provocando ataviche paure.
Per ora sono morte 160 persone, ma queste epidemie pandemie o come diavolo le si voglia chiamare non hanno la stronzissima abitudine di crescere con delle graziose progressioni esponenziali piuttosto che lineari?
E poi non è strana questa influenza che colpisce di preferenza le persone giovani e forti, contro ogni legge della medicina e del buon senso?
Per qualunque cultore del determinismo teologico, la recente scossa di terremoto che ha colpito il Messico prova che c'è una qualche forma di soprannaturale accanimento contro i Messicani, che sembrano così paciocconi ma si vede che qualcosa di male devono averlo fatto... Io invece mi limito a registrare attonito che un sisma della stessa intensità di quello abruzzese non ha fatto nemmeno un morto, ma è un altro discorso....
Dio ce l'ha davvero con i Messicani? O, perché no, piuttosto usa il Messico come mezzo di punizione dell'Occidente corrotto e modaiolo che lo guarda con arroganza dall'alto in basso? O Dio come sempre non esiste e si tratta di un puro caso?
Lo so, posso sembrare fazioso e probabilmente lo sono, nè mi disturba l'idea di esserlo perché non occupo canali televisivi pubblici o privati, nessuno mi paga per quello che scrivo (anzi più che altro ci rimetto tempo e denaro che potrei utilizzare altrimenti, ma si vede che mancano alternative sostanziali) e nessuno rischia di essere traviato o condizionato dai miei punti di vista.
Ma l'ennesimo coup de theatre di Berlusconi diciamo eufemisticamente che non mi convince, anzi per usare un frasario tipicamente Mediaset mi sembra una tavanata galattica.
Riesco a sopportare comunque la sua scelta di proporre L'Aquila come sede del prossimo G-8 visto che da ciò non risulta (per ora) un danno diretto al Paese nè in temini concreti nè (sembrerebbe) in termini d immagine. Parecchie altre sue galattiche tavanate ci hanno fatto ridere dietro dal mondo intero, hanno implicato danni economici e sociali ingenti, hanno prodotto ulteriori non necessarie divisioni e barricate in un'Italia ormai permanentemnte sull'orlo di una crisi di nervi. Questa qua almeno ci dovrebbe far risparmiare 800 milioni di euro (anche se ha ragione chi dice che i G-8 si potrebbero comodamente fare in video-conferenza risparmiando ben di più, ma è la stessa storia dei convegni dei medici che non si fanno mai a Fagnano Olona o a Sassoferrato ma più facilmente a Ischia o a Taormina, con prestigiosi momenti serali di convivialità semiorgiastica a spese dell'Erario. Ma questa è un'altra questione...).
La sopporto e cerco di non indignarmi, ma trovo comunque in essa le stimmate di un decisionismo in confronto al quale il decisionismo craxiano era il balbettìo di un bambinetto imbranato e affetto da atrofia genitale.
La sopporto e cerco di non indignarmi, ma trovo comunque in essa i riflessi di un sentirsi ed essere permanentemente in campagna elettorale (e adesso di fatto ci siamo davvero): nulla di quello che Berlusconi, deus ex-machina che ha ormai in ubbia il Parlamento più o meno come Mussolini 85 anni prima, pensa dice fa decide è minimamente tarato e misurato sul bene della nazione, no!! E' tutto parte di un cosmico tragicomico groviglio di equilibri tra un devastante narcisismo apparentemente non più bisognoso di conferme, ed un più profondo angoscioso disperato bisogno di conferme: Silvio cavalca con virile baldanza il suo mandato elettorale, ma ne è nel contempo schiavo e vassallo: il Bisunto del Signore le studia tutte per fare ciò che faccia dire al suo dorante popolo "Lui è il più grande genio della politica che l'Italia abbia mai avuto".
La sopporto e cerco di non indignarmi, ma mi ricorda le strategie dell'agente Vodafone che per lucrare una Rete Aziendale Mobile da 80 SIM troverebbe qualunque artificio, gadget, suggestione, aggancio, uncino, fino a vendersi la moglie e concedere l'anziana madre per un lapdance show. Berlusconi vende la sua immagine e la sua pseudopolitica come venderebbe un telefonino superaccessoriato, dimostrando con goduria come e qualmente con l'ultimo modello whiteberry si friggano le uova, si stirino le camicie, si abbattano satelliti-spia.
Alla Maddalena, dove i lavori per il G-8 sono in fase quasi terminale, con un investimento di 400 milioni (e non di vecchie lire...), cercano di contenersi per non fare la fine di Vauro, ma perfino Cappellacci, delfino del premier eletto govenatore della Sardegna grazie a una massiccia campagna mediatica non tanto a suo favore (difficile, essendo del tutto privo di meriti) ma basata su contumelie e ridicolizzazioni del leader uscente, perfino lui dice "Non si può fare. Il vertice resta qui.". Gli do ragione, poveretto. Berlusconi l'ha dipinto come un nuovo Machiavelli finchè doveva essere eletto, e adesso lo tratta come l'ultimo degli yes-men (di fatto ha parlato prima coi giornali che con lui).
Tra l'altro, nella concitazione, il piazzista di G-8 si è dimenticato che, prima di offire il G-8 all'Aquila come riparazione per il terremoto, l'aveva offerto alla Maddalena come riparazione per 35 anni di servitù militari. Ripassa, Silvio, ripassa...
Come si possa spostare un vertice internazionale da una delle aree turisticamente più attrezzate d'Europa ad una terra martoriata e peraltro ancora pericolante e pericolosa, solo Berlusconi e i suoi fedeli lo sanno. Come si possa adattare la Caserma dei Vigili del Fuoco a sede del summit richiede una fantasia da strafatto di allucinogeni.
E quanto ai rischi di incidenti (provocati in passato, ricordiamolo, non da gruppi di impegno politico ma da teppisti nichilisti che non hanno alcun accesso al linguaggio ma si esprimono con mute feroci azioni di guerriglia, per poi scappare indisturbati e lasciare che al posto loro vengano malmenati pacifici dimostranti talvolta addormentati e/o invalidi) la speranza che gli agitatori "non abbiano cuore" di ferire ulteriormente una terra già tanto colpita va annoverata tra i delirii schizoidi e non tra le opinioni.
scusa se non ho risposto alla tua offerta di amicizia su Facebook. Per motivi che richiederebbero di dipanare dei nodi che preferisco tenere lainghianamente attorcigliati, Facebook mi sta in una posizione tra l'esofago e il piloro, e quindi non mi ci sono ancora iscritto e non mi ci iscriverò mai. Nonostante qualcuno mi dica e quasi mi intimi di chiudere il blog ("i blog sono morti") ed aggregarmi alla composita variopinta confraternita di Faccialibro (come tutti lo traducono, anche se credo vada tradotto Libro delle Facce, ma ciò non cambia la sostanza). Anzi, queste imposizioni mi rafforzano ulteriormente nella mia decisione, e quindi "hic in blog manebo optime".
Io ormai festeggio il 15° anno di frequenza in Internet e non sono più mosso da curiosità verso il nuovo, anche perchè vedo e constato che nel nostro variopinto Stivale (direbbe Freak Antoni "Cosa pretendi da un paese che ha la forma di una scarpa?") il nuovo che avanza è quasi sempre un'involuzione surrettiziamente travestita da progresso.
Facebook è un fenomeno di moda (e qui lascerei chiosare gli Squallor, "Fenomeno di successo, fenomeno di successo, ma sempre un fenomeno...") e come ogni fenomeno di moda mi induce a cogitare sul cui prodest, per decidere infine che a me non mi prodest proprio. Già il nome indica una barbarica tendenza per cui le persone si identificano con la loro faccia, col loro look, col modo in cui eventualmente sanno fare della body-art forgiando con lampade, microchirurgia, interventi tricologici la propria immagine per farla coincidere coi propri desiderata e non con quello che la Natura ha deciso (ricorda qualche pseudopolitico di successo? Ma no!!!).
Quanto basta per farmi andare dalla parte opposta.
Le percezioni sono sempre colorate di desiderio o paura (es. molti dei ragazzi che seguivo al Sert vedevano carabinieri e poliziotti dappertutto, il mio amico Peppino vede donne disponibili a ogni cantone e si meraviglia degli innumerevoli due di picche che si becca, io sono sempre a un passo da complesse esperienze ESP che poi alla fine non si concretizzano), noi umani percepiamo più attraverso la mente che attraverso i sensi e questa è la nostra ricchezza ma anche la nostra maledizione, perchè per noi nulla potrà mai essere "quello che è" come capita a un qualsiasi altro mammifero (esclusi forse i cetacei?).
Se il mondo coincidesse con la sua mera estrinsecazione fisica sarebbe un po' noiosetto. Quando si parla ad esempio di anti-materia mi colpisce la capacità di alcuni di dare per pacificamente scontato quello che non è fisicamente evidente: l'anti-materia appunto, ma anche i buchi neri, le possibili dimensioni oltre le 3 che percepiamo (i matematici riescono tranquillamente a creare teoremi geometrici in spazi a più di tre dimensioni, lo sapevate? ma non chiedetemi come cavolo fanno)...
Sul piano della ragione sono certo che l'essere umano quando muore cede TUTTA la sua energia al cosmo sotto forme degradate (trattasi di entropia, parola a me abbastanza cara) e quindi perde ogni individualità: non riesco a concepire l'anima se non come una forma di superstizione ancestrale; non credo nell'Aldilà e sono abbastanza convinto che le religioni siano nate dalla paura dell'uomo di invecchiare, degenerare, ammalarsi e infine morire e dalla sua domanda "perchè la vita è per la stragrande parte noia o dolore?". Parliamo leopardianamente di natura matrigna e la piantiamo lì? O ci inventiamo uno Shiva, Manitù, Buddah, Allah, Javeh, Dio che dà un senso a tutto questo?
Eppure... Eppure credo che i fantasmi ESISTANO. Psicoanaliticamente esistono, e sono tutte le nostre paure, rimorsi e rimpianti rimossi e non rielaborati, che si affollano come un'armata di mostruosi zombies nei recessi del nostro inconscio. Forse esistono anche ENERGETICAMENTE, ma sono prodotti dai sopravvissuti e non dai morti, così come "l'uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza". Come certe forme isteriche possono produrre cecità, attacchi epilettici o gravidanze che in realtà NON ESISTONO, così le nostre paure o desideri legate a chi è morto possono produrre immagini o forme parafisiche che a volte ci terrorizzano e a volte ci confortano. Una persona a cui voglio molto bene ha passato pomeriggi interi a Grazzano Visconti in cerca del fantasma di Eloisa; un'altra persona a cui ho voluto un bene parossistico dialogava quotidianamente col fratello morto (a volte ci giocava a briscola e ovviamente perdeva perchè lui le vedeva tutte le carte) e la trovava la cosa più naturale del mondo.
Credo che anche per gli UFO la spiegazione più plausibile possa essere questa.
E adesso aspettiamo pazientemente gli infermieri del Diagnosi e Cura.
Immagine dello spettro di Eloisa visibile al quinto bicchiere di Gutturnio presso il Ristorante "Lo scudiero" di Grazzano Visconti.
Egisto Gorreri continua a chiedermi ospitalità: lo fa con l'ipocrita arroganza di chi ti fa sentire in colpa se gli dici di no.
E' nascosto da qualche parte e per un paio di giorni sembrerebbe morto o trasferito, poi di nuovo mi tartassa con le sue mille pretese.
Un po' lo odio perché mi fa da specchio obiettivamente un po' deformante, troppo uguale per essere diverso e troppo diverso per essere uguale: mi fa ricordare cose che vorrei dimenticare, amori che vorrei cancellare per sempre non dico dal cuore (perché da lì sono già caduti da un bel po') ma dal duodeno dove continuano come bacilli infestanti ad annidarsi.
Un po' lo compatisco, e si sa che se non ci si autocontrolla il compatimento tende a trasformarsi in un abitudinario affetto per quegli sfigati che si fermano un attimo nella tua vita e non la trovano troppo noiosa.
Il problema è che il buon Egisto si è già arreso, cammina leggermente curvo a testa bassa trascinando i piedi con un atteggiamento da giovane anziano ammuffito di solitudine e di sfortuna: e io mi rifiuto di pensare di avere alcunché da condividere con un simile losco figuro.
Io così brillante ed ironico, facondo e logorroico, incline alla socialità e alla solidarietà...
Mentre il Gorreri girocla per la nostra città guardando gli altri con una punta d'odio e di ribrezzo, incline a pensare che ce l'ha con l'intero Universo, e comunque ha cominciato lui.
Giustamente, non sono Pirandello e a me capitano personaggi di questo genere, del resto non avrei nè lo spazio nè le risorse economiche per ospitare un'intera famiglia di pericolosi nevrotici.
Ma pur cedendo caritatevolmente alle sue insistenze, questo è un non-personaggio, un'ombra indistinta la cui unica occupazione oltre alla quotidiana ormai impersonale routine del lavoro rimane un aggirarsi inebetito cercando di ricordarsi qual era il significato profondo della sua esistenza (è sicuro che a monte ce ne fosse uno, ma quanto a dir qual era è cosa dura).
Quindi lo prego caldamente di tornare nell'ombra del suo grigio mesto crepuscolo e non disturbarmi più.
Somigliarsi o sentirsi diversissimi a volte è questione di sottilissime sfumature. Avete presente i faretti, gli spot che si usano a teatro? Possono illuminare selettivamente una certa parte del palco e lasciare nella più completa oscurità altri punti. Il regista horror-splatter può piazzare in quei punti, che so io, attori che balzano fuori all'improvviso con urla inumane, effetti speciali di vario genere, finti cadaveri...
Resta il fatto che noi umani spendiamo una parte rilevante del nostro tempo a decidere cos'è figura e cos'è sfondo, cosa è rilevante e cosa è trascurabile, quanto mezzo pieno o mezzo vuoto sia il bicchiere, e altre simili amenità.
Nel cercare di capire e di conoscere, quante volte ho spostato i miei faretti per illuminare quello che mi piaceva e lasciare al buio quello che mi dava fastidio. Ma poi la mano mi slittava e il faretto partiva impazzito per conto suo andando ad illuminare dove non volevo, dove non dovevo, dove non era il caso.
E chissà quanti faretti hanno maneggiato su di me: riflettori da 10.000 watt sulle mie cattiverie e flebili candeline sulle mie virtù vere o presunte. Che ci vuoi fare...
Finchè i faretti si guastano e funzionano a casaccio, oppure funzionano ancora benissimo ma li baratti con degli occhiali scuri che ti impediscano la visuale anche solo a un palmo dal naso.
E tutto quello che il tuo impianto luci aveva illuminato in tutto il suo apparente splendore torna nel nulla, fino al punto da lasciarti nel dubbio che sia avvenuto tutto nella tua mente contorta e non nella realtà.
E' già successo altre volte, ma stavolta è diverso.
Questo non voler sapere e non voler conoscere non è più una patologia acuta post-traumatica ma diventa dolcemente cronica.
E allora la tua poderosa corazza ti avvolge protettiva e ti preserva dal disordine dei sogni e dai turpi rischi del ridicolo.
Egisto Gorreri passeggiava pigramente per la sua città che oramai non pretendeva più di conoscere. Anche perché all'interno della sua città aveva costruito una sottocittà virtuale che più o meno cominciava da Piazzale Corridoni e finiva a Piazzale Picelli includendo Via D'Azeglio, Via Imbriani, Via Inzani e Via Costituente e tenendo dolorosamente fuori Via Bixio, il posto dove i miracoli non avevano funzionato e si erano verificati in modo improprio e/o inavvertito: mezzo chilometro quadro che ormai non richiedeva neanche più la bici, si poteva percorrere a piedi con quelle sue scarpe vecchie e sformate quasi impresentabili ma tanto tanto comode.
Dentro questo villaggio c'erano quei due-tre luoghi di culto che riempivano il suo ormai debordante tempo libero: il Tapas Pub (pure ricordo di momenti meno solitari, alcuni male accompagnati e altri accompagnati benissimo ma con quell'angoscioso senso di precarietà e di casualità che l'aveva indotto a fare per viltade il gran rifiuto), la Biblioteca dove ogni tanto incrociava sempre più sfasciata trasognata e di nuovo ai margini dell'obesità la donna capovolta, senza che nessuno dei due facesse mostra di registrare l'evento con alcunchè assomigliasse ad un saluto, e l'Internet Center dove per due euro all'ora si faceva incapsulare nei sogni della rete, spesso ripercorrendo su Youtube lunghi contorti itinerari musicali che incrociavano in un pittoresco caleidoscopio King Crimson e Modena City Ramblers, Gentle Giant e Gang, Pink Floyd e Nomadi, Alan Stivell e Claudio Lolli, Leonard Cohen e Skiantos.
Il lavoro veniva spedito con notarile precisione ed algida professionalità, simulando una passione alla quale tutti credevano. Con avventurose e talvolta malaccorte approssimazioni progressive, Egisto aveva saputo anche in questo caso costruirsi un lavoro su misura delle sue fobie, del suo snobismo, del suo narcisismo sempre più sfrenato man mano che il suo aspetto reale lo giustificava sempre di meno.
Nel suo mondo virtuale e ricostruito, gli altri facevano fatica ad entrare. Non che qualcuno mostrasse particolare entusiasmo nell'invadere la sua privacy, ma chiunque ci provasse urtava su un muro di gomma e veniva respinto all'indietro con moto uguale e contrario. E mentre Egisto guardava il malcapitato o la malcapitata scomparire nel nulla, un delizioso agrodolce senso di solitudine e di autosufficienza pervadeva il suo essere.....
E comunque amava, sempre e comunque, la sua città come si ama una moglie stronza e troia.
Cos'è una poesia? E' quello che Sant'Agostino diceva del tempo, "Finchè non mi chiedi cos'è, lo so; quando me lo chiedi non lo so più...".
Il fatto è che esistono delle grandi verità intuitive che stentano a trovare una traduzione in parole. Non per questo cessano di esistere.
In realtà la nostra vita si alimenta anche di poesia, umorismo, sogni, creatività, insomma di tutto ciò che non trova spazio negli schemi cartesiani del divenire.
Una poesia dovrebbe quanto meno avere qualcosa di ermetico ed oscuro, almeno una doppia chiave di lettura (come una battuta di spirito, anche se la poesia suscita reazioni antitetiche a quest'ultima).
Le più belle poesie non si prestano a una interpretazione univoca, devono evocare immagini e fantasmi fatalmente diversi in diversi lettori. Da quelle didascaliche del Rinascimento, a quelle prolisse e ridondanti dell'800, a quelle straordinariamente secche e minimaliste di una bella fetta di Novecento.
E secondo me i poeti dovrebbero rifiutare di leggere in pubblico le loro poesie, dovrebbero affidarle allo spazio grafico e poi disinteressarsene, lasciando ad ogni lettore il gusto di leggersele con la cadenza e la musicalità che più prediligono.
Ma oggi cosa significa fare poesia? Esistono più i mecenati che, attratti dal gusto del bello, con garbo e discrezione esentano il poeta dallo sbattersi quotidianamente per la sopravvivenza, e mercè la potenza dell'oro lo collocano in una bolla aspaziale ed atemporale dove egli possa creare indisturbato?
No, non è più così. Da almeno un secolo il poeta deve tarparsi le ali come l'albatros di Baudelaire e lasciare che le turpitudini terrene lo immiseriscano e lo fiacchino; o vivendo una doppia vita alla Pessoa o alla Bukowski, impiegato di giorno e artista di notte, o diventando mecenate di sè stesso a caccia di capricciosi cinici sponsors che lo useranno a mo' di Kleenex, o di editori ignoranti e pieni di complessi di inferiorità nei suoi confronti. O riciclandosi come cantante, anche se se ne vergognerà un po' tutta la vita e dovrà bere come una spugna prima di darsi in palco alle belve illetterate degli stadi e dei Palasport
Finché la Poesia, dinosauro antidiluviano reso disfunzionale dai cambiamenti climatici, lancerà un ultimo grido strozzato e riposerà per sempre.
Si porta in tavola una torta di mele con su piantate un po' troppe candele ed i progetti dell'anno scorso, tenuti in frigo, rimasti lì. Si porta in tavola la commozione tutti i ricordi di giovinezza, la ruota gira, gira il timone fa capolino un po' di tristezza. Fa capolino un poco di rabbia, fa capolino una vita schifosa, fa capolino il giorno in cui mamma diede il suo frutto di giovane sposa. Eccolo lì il nostro ex ragazzo, eccolo lì ancora una roccia, non ha paura di metterci la faccia anche se questo gli complica la vita. E la guerra non c'è più ormai, la guerra è finita.
Mi corre l'obbligo di fare due rapide, leggere, indolori chiose sulla vicenda del terremoto aquilano che costituisce l'ennesima affondata di bisturi nelle peculiarità e nei malvezzi italioti del resto ben noti:
1) Berlusconi, che è convinto di poter comandare a tutti (imponendo giocatori imbolsiti e moduli autolesionistici al povero Carletto Ancelotti; ubbidienza pronta cieca ed assoluta ai sudd... pardon alleati di governo; consumi coatti ai sottoccupati malpagati; surrettizi encomi e adulazioni ai suoi pennivendoli) credeva di potersela cavare a buon mercato anche col sisma. Benedicendo urbi et orbi gli aquilani (talmente corretti da non mandarlo a fanculo nonostante ne avessero tanta voglia, pensando comunque in cuor loro che aveva usato per la loro martoriata città maggior rispetto di quanto ne avesse avuto per i leader della Nato, e perdonandogli la dubbia battuta ai bimbi sfollati Ueh tusi, ma non è come stare al campeggio?) aveva assicurato che il peggio era passato e che si poteva guardare avanti con ottimismo.
Purtroppo il sisma buffoncello non gli ha portato il minimo rispetto e nella notte si è esibito in un 4.9 Richter che, per quei territori che poggiano su un sottosuolo roccioso che amplifica le scosse equivale a un 6.5-7 in Val Padana, dove il sottosuolo è sabbioso ed assorbe qualunque cosa, anche le cazzate del Primo Ministro.
2) L'unico che pagherà per questa strage annunciata, prevedibile ed arginabile sarà il povero Michele Santoro, reo solamente di aver dato rilievo alle magagne di soccorsi arronzati e ricchi di buona volontà quanto poveri di linee strategiche e, spesso, di adeguata attrezzatura; a Giampaolo Giuliani si può dare del pirla in diretta televisiva rischiando al massimo un paterno buffetto; ma Clark Kent Bertolaso no, lui non si tocca ed è immune da qualunque pecca.
Quasi nessuno dice che la stessa presidentessa della provincia dell'Aquila (e non di L'Aquila come dicono la maggior parte dei giornalisti Mediaset ignoranti di geografia e scelti solo per le capacità di fare da megafono al Grande Cognato Bisunto dal Signore) ha dichiarato che Santoro ha messo in evidenza dei problemi reali.
Ciò detto, vi reìtero gli auguri di buona Pasqua e passo oltre.
Quest'anno Nostro Signore è stato, come dire, un po' messo in ombra da un intero popolo di suoi ferventi ammiratori che ha voluto ripetere in maniera assolutamente convincente la sua passione e morte. Alle sofferenze mitizzate, distanti nel tempo, storicamente indimostrabili di Gesù si è contrapposta una sofferenza in diretta televisiva ferocemente concreta, parallela nel tempo e vicina nello spazio: la sofferenza di una gente orgogliosa e schiva svenduta per poche migliaia di euro, per quel 2-3% di capitolato che si risparmia non mettendo a norma antisismica le nuove costruzioni, per la colpevole ebbrezza che ha spinto, negli anni del miracolo economico, a costruire molto e in fretta e, negli anni della tangente libera e felice, a risparmiare su materiali, manodopera, competenze tecniche.
Gli svariati Giuda che li hanno traditi e svenduti probabilmente non faranno nemmeno un giorno di galera; mentre giovani italiani di colore che rubano dei biscotti o barboni alticci che danno in escandescenze vengono abitualmente giustiziati sul posto. Ma questo discorso ci porterebbe molto lontano...
La passione e la morte degli aquilani, però, non serve ad adempiere nessuna sacra scrittura, al massimo quella dell'audience (agghiacciante il compiacimento con cui il Tg1 snocciolava trionfalistici dati d'ascolto e con cui il sostituto di Mentana presentava una compilation dei MOMENTI PIU' BELLI visti in TV); non prevede alcuna resurrezione, nessuno dei quasi trecento morti si presenterà con fare noncurante a tavola per il pranzo pasquale; non verrà immortalata in nessun Nuovo Testamento, al massimo su testamenti mancanti o incompleti gli eredi si azzufferanno con acrimonia; non salverà nessuno dalla morte eterna.
E allora buona Pasqua a Berlusconi che ogni tanto è costretto a confrontarsi con il dolore e la morte e sembra che la cosa gli faccia bene, perché in quelle occasioni non racconta barzellette e non parla al telefonino dell'ingaggio della Ventura dicendo poi che parlava con Erdogan.
Buona Pasqua a Napolitano, che si autocontrolla sempre per non passare da quel comunista che spero per lui sia interiormente rimasto, ma che all'Aquila non si è potuto esimere dal mandare platealmente a quel paese dei giornalisti petulanti che ostacolavano ottusamente i soccorsi.
Buona Pasqua a Bertolaso, presenzialista genio della comunicazione che, come acutamente fa notare il luciferino Marco Travaglio, va sempe in giro con delle felpe impataccate per darsi l'aria di quello che fa sempre un sacco di attività manuale, basterebbe che andasse meno in TV e coordinasse di più e meglio.
Buona Pasqua al perito chimico Giampaolo Giuliani che sotto sotto ci gode quando lo chiamano dottore o addirittura scienziato in diretta televisiva, al quale con affetto e stima sinceri estendo l'invito rivolto a Bertolaso: il suo sistema di previsione è molto promettente, la smetta di fare la vittima e si metta a disposizione della comunità scientifica e civile.
Buona Pasqua a chi mi legge, con particolare menzione per Miss Palestra che affronta i miei posts (con la esse, son più d'uno) con l'animo indomito di una Messner al femminile rischiando la cefalea per certi periodi color blu di Prussia, giallo zafferano, rosso magenta, rosa shocking o per l'incidenza statistica di parole desuete, periodi contorti, circonvoluzioni logiche, subordinate ciceroniane.
Buona Pasqua a tutte le mie ex, a patto che restino disciplinatamente tali.
Buona Pasqua a Marco ricordando gli esordi della nostra amicizia risalenti al paleolitico inferiore.
Buona Pasqua alla Pasqua perché sia un momento di riflessione sul controverso destino dell'Homo Sapiens.
Mentre agonizzava sulla croce, Gesù sapeva che anche la sua era una morte annunciata ed inevitabile, senza la quale le Sacre Scritture non si sarebbero potute adempiere. Tante altre morti annunciate ed inevitabili ci sarebbero state nel futuro e qualcuno avrebbe considerato inutile il suo sacrificio.
E mentre tanti Giampaoli urlavano "Noi l'avevamo detto!!!" l'establishment ebraico negò qualunque attendibilità tecnico-scientifica alla morte in croce del Nazzareno sostenendo che un vero Redentore non può morire in quella maniera lì.
In diretta televisiva urlarono che volevano vedere il protocollo sperimentale della moltiplicazione dei pani e dei pesci e della resurrezione di Lazzaro. Chiesero a Gesù il suo curriculum, e mentre lui biascicava un tentativo di cursus honorum, le risate dei sacerdoti coprivano le sue parole.
Un fariseo in particolare arrivò fin sotto la croce e disse
"Non vi preoccupate. Questo impostore muore ma il vero Redentore arriverà, sappiatelo, nascerà in una brulla pianura pseudoceltica nel tempo in cui tutto il mondo sarà un solo grande villaggio senza pace e senza amore, e proprio quando tutti attorno a lui penseranno che si tratta solo di uno scanzonato affarista col complesso del giocattolo, prenderà il Mondo in Mano e lo rivolterà come un calzino. Parlerà coi potenti della terra, anche lui redimerà prostitute libiche dai desideri mitici, opporrà il corpo a chi tenterà di flagellarle per il loro passato urlando Chi non si è mai chiuso in bagno con un loro calendario scagli la prima pietra, placherà giudici assatanati di vendetta, accoglierà calciatori vecchi e malati sul viale del tramonto anche se poi un Giuda Iscariota della Reggia di Oloferne non li farà ostinatamente scendere in campo o, peggio, darà loro delle mansioni da portatori d'acqua; porterà gioia e letizia con le sue frizzanti lepidezze dove prima albergava una fredda ingessata austerità; dirà ai suoi sudditi che gli dicono Maestà, non abbiamo più pane, Andate e consumate, in nome del PIL, del NASDAQ e dello Spirito di Adattamento.".
Gesù reclinò il capo e morì da incompreso.
Ma risorse due giorni dopo perché gli mancava qualcosa. Le parole del malvagio fariseo non gli avevano dato pace. Andò da Pietro e gli disse
"Lo so che gli scribi e i farisei non mi credono, che volevano un redentore (notare la minuscola, Pietro, notare la minuscola) arrogante e vaniloquente. Ebbene, nell'Aldilà ho fatto un briefing col babbo che mi ha confermato che l'anticristo nascerà nella Gallia Cisalpina fra 1900 anni. Se nel frattempo non avremo messo su un sufficiente battage pubblicitario, egli conquisterà un potere planetario. Ora ascoltami! Vai a Roma. C'è un cammello che parte fra due ore, in una ventina di giorni dovresti essere arrivato. A Roma fonderai il culto della mia personalità così che quando l'anticristo verrà al mondo noi potremo contrastare il suo potere.". "Ma Signore, mi sembra che i Romani non ci abbiano troppo in simpatia. Perché vuoi mandarmi nella tana del lupo?". "In verità, in verità ti dico, Pietro, che quei tracotanti signori che oggi dominano l'orbe terracqueo, fra un mezzo millennio saranno col culo per terra devastati da incontenibili scorribande del nuovo che avanza e allora ringrazieranno che io abbia piazzato i miei fedeli nel ventre della loro corrotta città rendendola eterna a tutti gli effetti. Vuolsi così colà dove si puote, insomma è un ordine!".
Pietro obbedì, e nacque la civiltà occidentale.
E l'anticristo, chiederanno in coro i miei piccoli lettori? L'anticristo nacque, si esibì in tutto il repertorio degli atti del redentore di cartapesta, ma per fortuna nessuno lo ascoltò al di fuori del suo gruppo etnico. Parlò ai potenti della terra illudendosi di poter influire sulle loro scelte ma costoro, quando se n'era andato, si davano di gomito ridendo come pazzi; protesse donne perdute dando loro compiti palesemente al di sopra delle proprie possibilità, mise in riga un sufficiente numero di giudici anche se non proprio tutti, diede ricetto a gladiatori stanchi e costruì orrende città, l'ultima delle quali venne ricordata come Aquila Monzese.
Acciderba, quel visionario aveva proprio ragione. E anche noi Santi abbiamo il nostro spicchio di visibilità...
Nonostante io mi picchi (voce del verbo piccarsi) perfino con una certa alterigia di dire sempre quello che penso, in realtà non è così. Sono il primo a rendermi conto che MAI, NESSUNO MAI ascolta fino in fondo il suo pensiero e lo srotola con la dovuta precisione. Perché viviamo in una società ostile e ipocrita che penalizza pesantissimamente chi lo fa, e premia chi sa studiare i suoi messaggi fin nelle più riposte e segrete sfumature. E che lo vogliamo o no siamo tutti condizionati, anzi come direbbe un grande genovese Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti.
Più che dire quello che pensiamo, a volte ci limitiamo a dire quel che non dovremmo (e che magari non pensiamo neanche fino in fondo) per sentire come suona. Ed è comunque già qualcosa.
Nella maggior parte dei casi le cose che diciamo non servono a farci capire e/o conoscere l'un l'altro, vanno piuttosto a collocarsi in schemi o clichè già rigidamente definiti, e che nè noi nè gli altri abbiamo tempo voglia o la necessaria lucidità per cambiare, alterare, aprire alla novità e all'imprevisto.
Allora, si finisce per dire quello che va detto, o (qualora si possa) per usare l'ironia che ti permette di dire quello che pensi travestendolo da battuta (o, perché no, per dire quello che devi lasciando trapelare quanto poco ci credi) o in ultima analisi per rifugiarsi in un disperato decoroso silenzio.
Si rischia sempre di fare la fine di Giampaolo Giuliani, che per aver previsto il terremoto in Abruzzo ha beccato un avviso di garanzia per procurato allarme.
In effetti il caso di Giampaolo Giuliani, collaboratore non laureato, per la precisione perito chimico, presso il Centro del Gran Sasso o giù di lì, uomo non allineato e (mi sento di credere) spirito candido che non sa e non vuole capire la complessità dei nostri tempi, e non sordido personaggio in cerca di facile pubblicità, meriterebbe di essere studiato a lungo dai teorici dei grovigli della comunicazione (una volta lo ero anch'io, oggi non so più tanto bene chi, cosa e perché sono). In base a una tecnica predittiva dei terremoti promettente ma non ancora consolidata e, soprattutto, non ancora ufficiale quindi una sorta di agopuntura sismologica, basata sulla fuoriuscita dal sottosuolo di modeste quantità di gas radioattivo (e in quanto tale facilmente rilevabile strumentalmente) quando il mantello terrestre si stiracchia e sta per mollare una loffa........ in base a tutto questo ha previsto che ci sarebbe stato un terremoto a Sulmona domenica 29 marzo. Il terremoto è poi avvenuto 70 chilometri più in là e una settimana dopo.
Abbastanza per far dire a Giuliani "Io l'avevo detto, mo' è mejo che me sto zitto..." (è classico dell'area abruzzo-marchigiana, come a pensarci bene di tutte le altre aree italiane, che si esprimano con forte cadenza dialettale, specie in condizioni di stress emozionale, anche le persone di ottima cultura). Abbastanza per far reiterare a chi lo aveva denunciato per procurato allarme, un'infamante reato da mitomani pericolosi per la comunità, "Faceva previsioni a caso".
L'episodio mi sembra illustrare a pennello quanto possa essere ambiguo, difficile, pericoloso, doloroso, e delle volte del tutto inopportuno, esternare.
Se Giuliani fosse uno scienziato vero e proprio, e non un semplice collaboratore che per passione, curiosità, adolescenziale entusiasmo che in un sessantenne dovrebbe essere ormai del tutto incartapecorito porta avanti delle ricerche autonome insieme a un gruppo di colleghi, gestirebbe il suo rapporto coi media secondo il principio del tornaconto personale. Saprebbe benissimo che una tecnica di ricerca promettente ma non consolidata è come se non ci fosse, saprebbe benissimo che sull'utilizzo di una tecnologia scientifica daranno il nulla-osta l'industria, il capitale e NON l'interesse collettivo; quindi se fosse uno scienziato se ne sarebbe stato zitto.
Da appassionato in buona fede, si è mosso senza il minimo senso dell'opportunità, in maniera eticamente lodevole ma strategicamente disastrosa. Ha fatto quello che riteneva giusto fare, avvisando chi di dovere che c'era la sostanziale certezza di una scossa fortissima. Qualunque vero scienziato si sarebbe detto "Senti veh, chi me lo fa fare? Questa è una tecnologia puramente sperimentale; qualche volta in passato ci abbiamo preso, altre volte no. Io personalmente non ho alcuna autorevolezza scientifica e se parlo come minimo mi becco una denuncia, dopo di che se fanno tanto di eleggermi a capro espiatorio faccio tutta la galera che svariati furbetti del quartierino non stanno facendo. Se dalle parti di Sulmona c'è un terremoto appena appena forte, un 6° grado Richter basta e avanza, moriranno decine di persone. Che ci posso fare?".
Ben maggiore senso strategico hanno mostrato i politici dell'opposizione che si sono autocensurati per paura di passare da irresponsabili (e Franceschini è arrivato a dire che la Protezione Civile sta funzionando a dovere, non è chi non veda che non è così); il mio idolo Silvietto in gita premio che ha invitato tutti ad andarsene negli alberghi pescaresi "che agli sciacalli ci pensiamo noi" (motivo in più per restare!), ha promesso la costruzione di L'Aquila 2, L'Aquila 3 e L'Aquila Monzese, e ha infine tirato su i bambinetti aquilani sfollati dicendo "Che bello bimbi, non è come stare al campeggio?"; Bruno Vespa che ha gioiosamente cavalcato le sue radici aquilane per fare del moralismo da audience, e tanti altri molto più furbi e fighi del povero Giampa'.
Ti scrivo solo perché sono certo che non mi leggi più. Altrimenti sarei meno diretto. Mi nasconderei dietro le mille capziosità dialettiche del mio variopinto e vuoto modo di comunicare, lasciandoti sempre il dubbio se sto parlando con te o se tu non c'entri nulla ed è solo la tua vanità che ti fa credere che quello che dico sia rivolto a te.
E poi se volessi davvero scriverti ti manderei un'e-mail, non queste pesanti lettere in bottiglia esposte a possibili commenti che un po' fanno piacere e un po' disturbano.
Mi chiedo quali ulteriori contorsioni debba fare per allineare la tua risonanza simbolica, debitamente ipostatizzata e immobile, nell'austero silenzioso museo della mia memoria. Perché ogni tanto la risonanza non è simbolica, risuona davvero e si traduce non dico in desiderio e men che meno voglia, ma in un indebito indecoroso senso di vuoto? Mah!
E poi in fondo sbaglio ad attribuire a te un senso di vuoto che invece arriva da ben più lontano: dal dislivello ormai impareggiabile e irriducibile tra l'ideale e la realtà, tra il progetto e la realizzazione, tra le premesse e le conclusioni. Allora credimi, il vuoto e la solitudine non sono un problema ma un sano rimedio che rende più facile ascoltare la coscienza che ti loda, ti sublima e ti sbrodola di complimenti.
Sì, l'uomo duro e puro che non è mai sceso a compromessi. Sì, l'uomo severo rigoroso che non ha mai tradito sè stesso. Sì, l'uomo che sfrigola nella sua malriposta ironia per non sentire il bruciore feroce delle ferite più che aperte purulente. Sì, l'uomo che non accetta un no ma che in fondo dubita di ogni sì e che avendo intasato i sensi con le sue mille elucubrazioni non sa in realtà discernere i no dai sì e si macera nei forse.
Frammentato frantumato fratturato fritto e fregato in mille incomplete sfaccettature, lascia che il tempo si accartocci su di sè e non ha più la forza e il desiderio di difendersi.
A quando una tecnica in grado di raccogliere i potenziali elettrici delle onde cerebrali e tradurli tout-court in configurazioni uditive, visive, olfattive, gustative o tattili? Per non dimenticare le configurazioni propiocettive e cinestesiche che non sono da meno...
La cosa non dovrebbe essere totalmente impossibile, avevo letto da qualche parte che esistono delle raffinate (ma già accessibili) tecnologie che permettono di accendere il pc non con un comando vocale (quelle sono già obsolete) ma col semplice pensiero: insomma, non è detto che l'utente sia obbligato a pensare "Computer. Accenditi!". Può pensare all'odore dello stufato che preparava la zia Gina, basta basta che quello stato di attivazione encefalica (opportunamente raccolto e amplificato da una cuffia tipo EEG) sia memorizzato come comando di accensione. Quanti problemi ciò eviterebbe agli smemorati che mettono sul loro PC delle password assurde e poi quando le dimenticano urlacchiano "Accenditi, bestia grama, lo sai benissimo che sono io!!!".
O il macchinario solo immaginato da quello spinellato di Wim Wenders che permetteva di rivedere i propri sogni, parte dello psichedelico affresco di Fino alla fine del mondo?
L'avvento di una simile tecnologia trasformerebbe completamente le arti grafico-pittoriche premiando la creatività assoluta rispetto al possesso di tecniche.
Se si volesse usare un abusato luogo comune/frase fatta, questa è stata una strage annunciata. Non tanto e non solo da quel sismologo un po' esaltato che sostiene si possano prevedere con cartesiana esattezza le scosse sismiche attraverso le fughe di gas dal sottosuolo, e che si è beccato una denuncia per procurato allarme prima, e il servizio principale di Striscia la Notizia poi (e non so quale delle due cose lo dovrebbe far preoccupare di più). Quel garbato signore usa argomentazioni semiesoteriche un po' da ufologo e rischia di venir macinato nell'immondo ciarpame mediatico che il violento scuotimento della crosta terrestre ha quasi direttamente prodotto.
La strage è stata annunciata, come ricordava con leggermente maggiore rigore logico-scientifico il geologo-prezzemolino in camicia rosa che saltabeccava inesausto tra una rete e l'altra e che ancora alle 7 di mattina non mostrava alcun effetto della notte insonne, dalla protervia con la quale da quasi un secolo si continua a costruire senza rispettare i criteri antisismici anche in zone altissimamente a rischio, non si mettono in sicurezza edifici vetusti, e adesso si è proposto allegramente di cementificare in modo selvaggio per un 20% in più. Resta il fatto che più di 200 fra morti e dispersi è un prezzo troppo alto per un terremoto che non raggiunge il sesto grado della scala Richter.
Tabella di gravità del terremoto
magnitudo Richter
effetti sisma
0- 1,9
può essere registrato solo mediante adeguati apparecchi.
2- 2,9
solo coloro che si trovano in posizione supina lo avvertono; un pendolo si muove
3- 3,9
poca gente lo avverte come un passaggio di un camion; vibrazione di un bicchiere
4- 4,9
normalmente viene avvertito; un pendolo si muove notevolmente; bicchieri e piatti tintinnano; piccoli danni
5- 5,9
tutti lo avvertono scioccante; possibili fessurazioni sulle mura; i mobili si spostano; alcuni feriti
6- 6,9
tutti lo percepiscono; panico; crollo delle case; morti e feriti; onde alte
7- 7,9
panico; pericolo di vita negli edifici; solo alcune costruzioni rimangono illese; morti e feriti
8- 8,9
ovunque pericolo di vita; edifici inagibili; onde alte sino a 40 metri
9 e più
catastrofe; danni di portata apocalittica, eventualmente un grande spostamento della superficie terrestre
Esemplare il mio amatissimo Silvio (non è ironia, gli voglio bene davvero perché è la mia principale fonte di ispirazione, e lo stimo e lo apprezzo per il modo in cui rappresenta con antropologica precisione le caratteristiche del suo elettorato, ignoranza faciloneria permalosità narcisismo egocentrismo scarso senso dello Stato) che, trovandosi per la prima volta in un contesto in cui non si poteva limitare a raccontare barzellette ed esibirsi in gags (con la esse, son più d'una) da Bagaglino, prima ancora di dire alcunchè ha messo le mani i piedi e forse anche il pistolino avanti dicendo "Questo non è il momento di fare polemiche" (excusatio non petita, tutti i capi dell'opposizione si sono imbavagliati da soli invocando l'unità nazionale, e allora un politico più accorto avrebbe evitato di ostentare in modo così adamantino la propria coscienza più che sporca lurida). Un Berlusconi preoccupatissimo che il "suo" Abruzzo da poco restituito al buongoverno, alla libertà, alla prosperità e alla bellezza non facesse la figura di una regione tuttora nel caos, beninteso non per colpa degli abruzzesi forti e gentili ma dello Stato Centrale che è convinto che le Marche confinino col Molise. A proposito, la prossima volta che strapperete una regione al centrosinistra evitate di usare metafore sismiche che è chiaro che portano male.
Squallidi i personaggi che andavano in diretta televisiva con il trasparente desiderio i cavalcare il sisma per autopromuoversi. Sciacalleschi i telegiornalisti che inseguivano la disperazione, ostacolavano i soccorsi, mettevano il culo in mezzo a tutto convinti che la loro realtà virtuale alimentata da punti di share contasse più della realtà vera condita di punti di sutura (quando era andata bene).
E come spesso mi capita, lascio la parola a un grande piccolo poeta dei nostri tempi, Paolo Archetti Maestri, che alla fine del millennio scrisse uno stupendo feroce struggente testo dedicato alla spaventosa alluvione che aveva colpito la sua terra piemontese
E sapere che ci sono occhi che cercano la luce e mani tese e calci al vento e grida di terra e rabbia e voci che ci chiamano e noi che non sappiamo ascoltare, non riusciamo a sentire E curvarsi sulla nostra gente soffiare fiato caldo sul loro cuore facendo finta che lacrime e pioggia si possano confondere al sudore E quando il fiume ha sentito che il suo vestito di cemento, degrado, incurie, inquinamento si faceva troppo stretto ed è evaso spargendo intorno la violenza del suo bisogno di fuga il suo sangue di acqua veloce e melma avvolgente ha invaso campagne e case cose come uno schiaffo tagliente dato a chi non ha colpe e paga sempre per tutti E sapere che ci sono le tue mani che scavano nel fango dispensano dolcezza si sporcano di luce e quei tuoi occhi che del fango hanno il colore e del desiderio un lontano sapore Socchiudi gli occhi la paura è passata la pioggia è finita oggi è davvero il primo giorno di una nuova vita E guardare le loro facce assenti sui telegiornali sugli aggiornamenti ci tranquillizzano sul futuro indagheranno sul passato ma del presente non sanno dirci niente perchè il presente lo vivono con la coscienza di chi non è capace di capire gli altri di chi è molto abile predestinato preparato a non ammettere mai per nessun motivo di avere sbagliato E venire a sapere che ci sono sciacalli e gente che lucra sulla disperazione vorrei avere un paio di stivali di plastica verde ed una scopa nuova di saggina per spazzarli via insieme al fango alla cronaca spettacolo alla sete di giustizia alla fame di pietà perchè non è della pietà che abbiamo bisogno ma di non essere lasciati soli perchè non è con la pietà che un incubo diventa un sogno ma con la voglia di ricominciare con la forza di ricominciare Socchiudi gli occhi la paura è passata la pioggia finalmente è finita oggi è davvero il primo giorno di una nuova vita
(In Novembre, Yo Yo Mundi, 1996, dall'album "Percorsi di musica sghemba")
Io mi faccio in quattro per garantire la pace nel mondo, parlo con tutti i grandi uomini di governo che, ammirati, pendono dalle mie labbra, difendo gli amici russi dalle accuse di essere dei liberticidi che ammazzano i giornalisti, anzi li additerei come esempio, lodo l'abbronzatura di Obama anche se ritengo che quella di molti anchormen nostrani sia molto più negroide della sua, quando ci sono dei pallosissimi incontri celebrativi io preferisco continuare la mia telefonata a Erdogan che non ne vuol sapere di accettare un danese a capo della Nato dopo quella fola delle vignette anti-islamiche.
Insomma, mi sunt drè a laurà, t'è capì? Mica come tutti questi turisti della democrazia che parlano parlano ciuciuciù e ciuciuciù e alla fine concludono nagotta. Quella madonnina ritinta della Merkel, che fra l'altro ho visto le sue foto in costume e mi è venuto un disturbo intestinale, quella vecchiettina semiparalitica dell'Elisabètta che mi ha trattato come uno studente discolo in diretta televisiva, quel ganimede del Nicolino Sar-Così Così che mi vuol dare delle lezioni di ecologia e di tutela dell'ambiente, ma dammi la Carlotta che te la tutelo io...
E i giornalisti poi, cribbio, i giornalisti... Uno di questi giorni prendo su il Taormina, il Letta, il Bondi, il Bonaiuti e studio per quei brillanti signorini una bella legge di regolamentazione deontologica e dentale (nel senso che chi non scrive come si deve ci rimette qualche incisivo) che li faccia tornare ai tempi di Fanfani, quando le veline non erano delle belle gnocche mezze nude ma dei fogli su cui era riportato in modo chiaro e autentico il Pensiero del Governo.
A volte sono tentato di ritirarmi in Sardegna a costruirmi con le mie mani un 20% di ampliamento della mia megavilla con annesso finto vulcano eruttante (perché il mio oramai erutta mica tanto), ma come faccio?
Lascio il potere a quel bolognese criptocomunista infiltrato del Fini?
E senza di me, chi fermerà l'avanzata rossa, con quel sepolcro imbiancato di Franceschini che ha nascosta una divisione di cosacchi nel frigo-bar?
Ma sono tanto triste perché nessuno mi capisce e tutti ce l'hanno con me.
- No veramente non...non mi va. Ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi ed io sto buttato in un angolo...no. Ah no, se si balla non vengo. No, allora non vengo. Che dici vengo?. Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate "Silvio, vieni di là con noi, dai" ed io "Andate, andate, vi raggiungo dopo". Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo. Erdogan, va a ciapà i ratt.
attraversiamo una terrificante crisi economica su scala planetaria,
i nodi degli squilibri tra Sud e Nord del mondo stanno venendo clamorosamente al pettine,
c'è almeno una mezza dozzina di paesi-canaglia (così definiti da chi canaglia non si sente e non vuole essere definito) in grado di sganciare bombe al confronto della quale quella di Hiroshima sembrerebbe un raudo da cortile,
ma
Berlusconi, ospite di uno degli scenari più austeri e solenni del Vecchio Continente (Buckingham Palace, per intendersi, mica il Palatrussardi) non rinuncia al suo stile da avvinazzato della Bovisa: erano almeno tre mesi che aspettava il momento di chiamare Obama con voce stentorea in stile gita aziendale, e di farsi fotografare con una mano sulla spalla di Obama istesso e l'altra sulla spalla di Medvedev (al quale Obama, come ebbe a chiosare a suo tempo Silvio, ha tutto per piacere) col faccettino di quello che "Questi due li faccio ragionare io, san Giuann fa minga d'ingann!".
Nessuno però sa che, più tardi, ha allungato la mano verso Sarkozy e, quando il felice impalmatore della Bruni ha fatto per stringerla, l'ha fulmineamente ritirata con un trivialissimo commento che Nicolas non ha afferrato (masticando poco o nulla il milanese). Che ha spalmato di Nutella la sedia della Merkel. E che col suo seguito di sicofanti lestofanti, continuava ad apostrofare la regina Elisabetta (rea di avergli sibilato "Need you shout like this?" se non addirittura il vittoriano "WE ARE NOT AMUSED", dopo lo stentoreo saluto al bel giovane abbronzato) come "quella vecchiettina lì".
Usque tandem?
Pensiero Obama "Someone tell me how to get rid of this f*****g idiot"
Pensiero Medvedev "Devo bere meno vodka. Un altro di quei terribili incubi..."
Certe decisioni ci mettono tempi biblici, cosmici, infiniti, eterni, astrali a maturare, ma quando sono mature, tan!! danno una gran culata per terra, si spatassano malamente e lasciano fuoriuscire tutta la complessa seminagione che contenevano.
Visto che una parte sempre più grande della mia vita si è ormai uniformata ai vincoli della castità e del silenzio, in parte per libera scelta in entrambi i casi, in parte (nel secondo caso) perché ultimamente proprio non ne vogliono sapere di darmela, ho ritenuto giusto dare una sterzata drastica e dedicarmi al vagabondaggio più sfrenato. Debitamente deteriorato dai chilometri che percorrerò a piedi e dalla ovvia obiettiva difficoltà di provvedere all'igiene personale, la possibilità che qualche derelitta mi conceda le proprie grazie sfonderà il plafond negativo e scaverà un ulteriore cunicolo di 99 punti percentuali.
Liberato quindi sic et simpliciter da qualsivoglia vincolo di vita di coppia, vita sociale, vita di relazione, vita a n superiore a 1, mi dedicherò con goduria alla meditazione immanente (su quella trascendentale non sono ancora ben preparato), alla caccia al fringuello della Val Chiurla (che, qualora catturato, ingerirò crudo e possibilmente ancora vivo piume comprese), alla composizione di splendide poesie in ottava che poi andranno fatalmente perse perché non avrò dove scriverle.
Essendo l'accesso a Internet quanto mai problematico per i non abbienti, dispero di potervi dare aggiornamenti futuri sul mio nuovo stato di senzatetto, cosa che peraltro farei ben volentieri.
Abbiate quindi tutti i sensi della mia più devota stima.
La Fiat 600 era comparsa insieme alla 500 ma la sua fortuna fu, al paragone, quasi irrisoria.
Le centinaia di post sono diventate 6. Modo lievissimamente criptico per dire che questo è il seicentesimo post. E' stupefacente come certi meccanismi totalmente inutili traggano proprio dalla loro inutilità il loro massimo pregio.
ETR 600Pendolino, nelle giornate ventose decolla e atterra su Melone 3.
Certo bisogna apprezzarlo il sottile fascino dell'inutilità, per perseverare nell'alimentarli. Sempre ammesso che il meccanismo tragga da te che scrivi la sua, per così dire "alimentazione", o a un certo punto si sviluppi obliquo e sghembo fuori dal tuo controllo facendoti scoprire delle cose che non sapevi di non sapere, e quindi ti sembrava di saperle.
Quando il meccanismo è avviato, trova una sua logica leggermente perversa e costruisce una calda confortante confortevole abitudine: come certi preziosi costosi ninnoli meccanici che ornano le scrivanie di giovani yuppies annoiati, non serve a niente e non fa succedere niente, però riempie un vuoto che, non si può discutere, andava comunque riempito.
Le sue 600 gli hanno reso più delle mie.
A differenza di quei ninnoli costosi, non costa quasi nulla, a volte ti costa solo un po' di malinconia perchè costringe il tuo pensiero a delle acrobazie che forse non sarebbe più il caso di arrischiare. Prima o poi, chissà, il meccanismo incontrerà una fallace falla, una solita solida incertezza e si divorerà da solo come il serpente Uroboro. Ma non per ora.
E quando ciò succederà, non è certo quello che succederà subito dopo. Quando Uroboro si sarà interamente autodivorato scomparirà nel Nulla trascinandosi dietro in un vortice entropico da black hole tutto ciò che lo circondava? O dal fatto di essersi interamente divorato dovrà nascere qualcos'altro, dovrà rivomitarsi in qualche altro pertugio dello spazio-tempo?
Per ora il meccanismo non ha alcun intento cannibalistico/autodistruttivo e procede spedito nella sua inutilità, inutile nella sua speditezza.
Si compiace che qualcuno ogni tanto lo osservi, ma non è che la cosa sia di vitale importanza. Semplicemente esiste. E se esiste significa. E se significa vale la pena.
E così alla fine la fusione a freddo è avvenuta, ora la Democrazia Cristiana vanta un secondo (e, temiamo, ben più autorevole) tentativo di imitazione. Al'understatement veltroniano qui si è sostituito un turbinoso tourbillon di lustrini e paillettes, lazzi e cachinni, gargarismi, effetti speciali, jingles, acclamazioni bulgare, lacrime e baci veri finti e Perugina, il tutto virtualmente in diretta televisiva a reti unificate per l'intero weekend. Ma dedicarsi alla sodomia no, eh?
Il gruppo The Cow ora non esiste più, AN si è fusa (o, come dicono loro per cercare di indorare la pillola, è confluita) con la Berlusca Band, certa di trovare là molto più postfascismo, sfascismo, panfascismo, culto mussoliniano della personalità, di quanto ce ne fosse sotto la leadership dell'ormai allegramente sinistrorso Gianfranco Fini (glielo avevano detto che sotto sotto i bolognesi sono tutti geneticamente comunisti anche se non lo sanno, SOPRATTUTTO se non lo sanno).
E del resto, erano quindici anni che Mefistofele Silvio rivendicava l'anima del suo Faust: ripulito, sdoganato, legittimato, agghindato, trasformato da partitino di nostalgici impresentabili in faccia pulita e statalista del centro-destra (contrapposta ai dilettantismi forzitalioti e alle fughe nell'immondizia della Lega), messo in condizione di governare grandi città Roma compresa (e col genero di Rauti, mica con uno qualsiasi...) Faust poteva traccheggiare, beccheggiare, tergiversare, ma prima o poi l'anima (modo nobile per non menzionare l'orifizio anale) doveva pur darla via.
Silvio ha festeggiato l'evento guaendo e uggiolando che in Italia il Presidente del Consiglio non ha potere alcuno: le prove tecniche di dittatura sono avanzatissime, e se Franceschini non si inventa qualcosa (consigliamo azioni veloci e imprevedibili sulla fascia evitando inutili autolesionistiche percussioni centrali pararugbistiche) lo psiconano bisunto dal Signore non ce lo toglieremo più i torno. Qualora morisse dopo il quarto amplesso con una giovane Monica Lewinsky de noantri, purtropo centinaia di giovani Silvi sono pronti a rimpiazzarlo con ancora maggiore protervia e ancor più discutibile senso dell'umorismo.
A Fini che, appartato e un po' livido, esprimeva dubbi e distinguo (Gianfranco, di' qualcosa di destra ogni tanto...) Berlusconi non ha neppure risposto.
Basta, passo al post successivo al quale tengo ben più che a questo.
Fernando Pessoa gestiva con uguale attenzione la fine della settimana e la fine del continente che si arrestava spaventato davanti all'Atlantico. Era simultaneamente affascinato ed orripilato da tutto quanto ci fosse di marginale e periferico nella sua vita. Dal fatto che nulla riusciva a durare abbastanza da consolidarsi, e così strane stanche astratte bolle di putrido nulla decoravano con austero decoro gli interstizi della sua esistenza.
Immaginava un non lontano futuro in cui ogni uomo avrebbe avuto accesso in tempo reale a tutti i suoni, le immagini e le informazioni in quel momento disponibili, ed intuì che allora nulla avrebbe potuto mai più contenere la marea montante dello spleen, del tedium vitae, della sfiga.
Immaginava un non lontano futuro in cui le idee e le opinioni, e Dio non volesse perfino i fatti, sarebbero stati messi in vendita al miglior offerente, e allora forse qualcuno avrebbe smesso di inseguire il proteiforme illusorio mito della Verità.
Immaginava un non lontano futuro in cui si sarebbe riusciti ad individuare nelle infinità del Cosmo pianeti enormi ed immaginarli pullulanti di vita, ma intuì che questo avrebbe fatto sentire l'uomo acora più solo.
Immaginava un non lontano futuro in cui la Terra sarebbe sembrata così piccola da poter stare nella mano di ciascuno dei suoi figli, ma questo non avrebbe fermato le guerre, le violenze e le sopraffazioni, le avrebbe semmai rese più fattibili e più evidenti, finché chiunque si sarebbe abituato.
Si addormentò sulla sabbia umida e sognò di sognare la sua vita: ma era un sogno maledetto perché in ogni secondo sapeva che quella realtà sarebbe finita e sarebbe tornata l'illusione della vita.
Si risvegiò molte ore dopo senza saper nè voler decidere se dell'umidore che velava i suoi calzoni fosse responsabile l'oceano o un principio di incontinenza.
Per fortuna aveva scordato le sue visioni. Inseguendo i rimasugli di una poesia che non ricordava più se aveva già scritto o doveva urgentemente scrivere, dolorosamente ricordò la strada di casa.
Domenica sera il genere "improvvisazione garrula ed arrogante" (potremmo classificarlo come unreality show) ha avuto una decisiva recidiva.
Una volta si chiamavano idee, trovate, invenzioni e (una volta consolidati) tormentoni: adesso mi dicono che si deve dire format, e quindi mi adeguo.
In due parole, l'ormai consolidata "Buona la prima" di Ale e Franz ha partorito un clone apparentemente minore (ma questo lo scopriremo solo vivendo): "Grazie al cielo sei qui".
Cripstak, questa volta mi sa che ho fatto il passo più lungo della gamba.
Non vale la pena parlar male di codeste trasmissioni: fa tanto chic, ma dopo un po' si chiedono "Ma se ti fanno tanto schifo perché ne parli con tanta cognizione di causa? Non sarai anche tu come quei censori anni '60 che guardavano allupati al cinema le prime donne leggermente nude (quasi sempre in realtà in guepiere e reggicalze e per un capezzolo dovevi pregare Sant'Harduino) per poi tuonare la mattina dopo contro la pornografia dilagante, e poi magari quarant'anni dopo diventare tardive icone di una sinistra dispersa (migrazioni politiche veramente da Oscar)?".
Non vale neanche la pena parlarne bene: le si guarda come rumore di fondo di serate casalinghe in cui digerisci faticosamente lo spezzatino (maledicendoti per le 46 spezie che ci hai messo in preda a raptus gastro-psicotico) e cerchi di invadere la Russia con l'esercito belga su Civilization.
Le si guarda (o almeno così si vorrebbe) col cervello scollegato un po' per scelta un po' per sovraccarico. Ma ogni tanto il cervello si ricollega e pensa, e medita, e riflette, e collega.
E si dice "Ma codeste due trasmissioncine non del tutto sgradevoli e obiettivamete somiglianti, basate sulla più totale improvvisazione e che premiano la prontezza di spirito e, in fondo, la cialtroneria, sono in palinsesto per puro caso o ci indicano qualcosa dei tempi che viviamo e di quello che il pubblico televisivo considera curioso e divertente?".
Ale e Franz (e i loro ospiti) che improvvisano obbedendo a demenziali ordini costantemente mutevoli che arrivano via auricolare, non ricordano i peones di Berlusconi costretti a correre dietro ai mutevoli imprevedibili capricci da andropausa del Grande Capo?
Gli attori che partecipano al bluff-show di Leonardo Manera, unici a non sapere nulla della trama in mezzo a bravissimi attori che sanno il copione a memoria (esilarante Gioele Dix che stava inconsapevolmente per pomiciare l'attrice che impersonava sua sorella) non ricordano Berlusconi stesso che fa finta di aver capito tutto della politica ma in realtà non sa neppure da che parte si comincia?
No, dico, ciavete fatto caso?
L'espressione stralunata di uno degli attori cult del Novecento rende bene l'idea.
La primavera arriva discreta ed obliqua senza dare troppo nell'occhio. Dopo aver raggiunto il suo asintoto l'inverno impercettibilmente si ritrae inorridito. Occupa gli ultimi giorni di febbraio con batterie di pioggerellina, nevischio e nebbiolina che sono proprio da finale di carriera. Poi si volta, placido e vinto, e inizia un prolungato petting con la stagione entrante. Non arrivano alla penetrazione ma, insomma, ci danno dentro per bene.
E nei loro contorcimenti lasciano scappare giorni monsonicamente indefiniti con scoscendimenti termico-climatici che fanno lanciare vernacolari maledizioni ai più meteoropatici. Poi, a mo' di mantide, la primavera azzanna di sorpresa l'inverno e lo decapita senza che neppure se ne accorga, e lo butta fuori dal talamo che sta ancora zampettando e urlacchiando "Tooogooo !!!".
L'intero sistema bioculturale si risveglia.
Ma non è che per tutte le creature che occupano a torto o a ragione questo complesso e multiforme contesto questo risveglio sia qualcosa di gioioso. C'è anche chi adorava le atmosfere invernali, con quella biblica confusione tra cielo e terra che accorciava gli orizzonti ed evitava di far pensare alle immensità cosmiche e alle meccaniche celesti, la rassicurante monocromaticità delle giornate di neve. Ci sono plantigradi, tassi e marmotte che si erano addormentati opulenti e satolli e si svegliano magrissimi e affamati maledicendo la sveglia. Ci sono giovani calciatori muscolari che sui campi pesanti imponevano la propria devastante fisicità e che da metà marzo in poi incominceranno ad inciampare nelle primule portando la loro squadra nella serie inferiore e finendo l'anno dopo sull'Isola dei Famosi.
Ma i più festeggeranno l'arrivo della primavera lasciando libero sfogo alle starature ormonali, concedendosi a turpi amorazzi semimercenari (più divertenti se sei l'avvantaggiato/a ma comunque irrinunciabili), trascurando il lavoro e perdendo preziose occasioni di avanzamenti di carriera.
Non mi ricordo più. Ero io che dovevo pagare te o tu che dovevi pagare me?
Miriadi di volatili di ogni forma e dimensione mostreranno la loro gioia di essere tornati a casa scagazzandoti sul soprabito. Con fare noncurante lo manderai in lavanderia e avanzerai con occhio corrusco e deciso nelle nuove contingenze che la bella stagione ti proporrà.
L'insulsa canzonetta (inizialmente ero certo fosse un fake a cura di Elio e le Storie Tese) che da un anno accompagna le magnifiche sorti e progressive del Popolo delle Libertà, mi spinge a fare delle dolorose imbarazzanti considerazioni sullo stato della politica odierna. Ogni tanto la sentivo canticchiare associata all'immagine di Berlusconi che abbraccia bambini, accarezza vecchiette, fa pesantissime battute e tutti ridono servili e con lo sfintere allentato, stecca la zampetta a un cagnolino investito, consola un investitore, falcia il grano a torso nudo, arringa la folla dicendo frasi storiche come "Vinceremo perché non siamo coglioni (checché ne dica Paolini)". Mi sembrava musicalmente orrenda e artisticamente nulla. Ma vale la pena fare un passo indietro e capire come si possa essere arrivati a tanto.
Il cittadino comune da tempo non si interessa più di politica. Salvo un avventuroso, e per certi versi autoreferenziale, manipolo di reduci radicali leggermente decotti, nessuno coltiva più l'orticello dei diritti civili. Non esiste più rispetto nè tolleranza.
Il ventre molle del Partito Democratico accoglie generosamente tutti coloro che non rinunciano ad una politica decorosa e coerente, ma che sembra ogni giorno di più l'arabesco superfluo della mezza punta narcisista, il virtuosismo ridondante dell'istrione che non trova più scritture, il vacuo gigioneggiare del professorino di provincia di fronte a una scolaresca finto-interessata.
Avevano cominciato Leoluca Orlando con la Rete, Mariotto Segni col Patto Segni, ma erano ideali alla carlona fatti coi miti del '66. Nessuno a quel tempo immaginava che un partito in grado di assumere un ruolo centrale nella scena politica italiana potesse coagularsi intorno a un pittoresco avventuroso imprenditore non solo totalmente digiuno di politica, ma ostentatamente orientato a proseguire il digiuno vita natural durante prorompendo venti volte al giorno in spropositi, luoghi comuni, clichès, stereotipi, corbellerie, eresie politico-culturali, elaborazioni logiche alla Alvaro Vitali. Nessuno!
Tutti credevamo che il culto della personalità riguardasse cinesi e cubani, cambogiani e albanesi, romeni e iracheni. Popoli dei quali ci sentivamo più furbi e culturalmente provveduti. La lezione del fascismo ci era servita, sempre ammesso che per il grossolano epigono di Giulio Cesare ci fosse stato alcunchè che assomigliasse ad un autentico culto. Al massimo opportunistica tolleranza e autoironica accettazione dei suoi sgangherati slogan, con la subdola saggezza di un conglomerato etnico italiota che negli ultimi 1500 anni ne aveva viste un po' di tutti i colori...
Macchè.
Le prove generali le aveva fatte Bettino Craxi, statista dall'imponente carisma sia fisico che, obiettivamente, politico-culturale (la sua fermezza contro Ronald Reagan, mica Bush junior, durante la crisi di Sigonella, gli varrebbe da sola un attestato di grandezza) ma vittima inconsapevole di una inarrestabile deriva megalomanica. Il suo discorso al Parlamento quando scoppiò il bubbone di Tangentopoli era angosciosamente simile a quello di Mussolini quando arrivò la notizia dell'assassinio di Matteotti.
"Se il Partito Fascista è una banda di criminali, ebbene io sono il capo di quella banda di criminali" disse l'allora apprendista-Duce, e nell'aula non si sentiva volare una mosca.
"E' una cosa che tutti sanno che buona parte del finanziamento pubblico ai partiti è in buona parte irregolare. Chiunque si alzasse in questo momento per giurare il contrario, sappia che i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro". E le mosche non solo avevano smesso di volare, ma erano migrate tutte in Corsica.
All'inizio degli anni '90 era di dominio comune la voce che ci fosse una profonda sinergia tra Bettino e Silvio, in un intreccio di politica e finanza che avrebbe meritato un titolo della Wertmuller.
Può sembrare non del tutto casuale la scansione degli eventi per cui
il pool di Mani Pulite si scatena contro il vecchio sistema di potere,
Craxi che ne era la più possente e coerente creatura viene disarcionato e scappa via come un ladro,
il suo sodale Berlusconi scende in campo,
il pool di Mani Pulite si scioglie come neve al sole e
quello che negli anni 80 e primi 90 era clandestino diventa ufficiale e legittimo.
Berlusconi sostiene di essere stato (e tuttora essere) il nuovo che avanza. Mah! A noi francamente sembra il fondo dell'armadio della vecchia politica democristiana incapace e corrotta rispolverato, abbellito con qualche lustrino e paillette e portato con arroganza alla luce del sole.
Il post lo chiudo qui ma c'è ancora tanto da dire, a partire dalla tendenza ormai di tutti i partiti di strutturarsi intorno a un leader molto "vistoso" (Italia dei Valori cosa sarebbe senza il suo pittoresco sgrammaticato incontenibile conducator, non meno priapico di Berlusconi visto che corteggia le giornaliste in diretta televisiva?) e possibilmente rozzo e approssimativo nelle analisi "altrimenti la gente non capisce" direbbe il mitico Brunetta....
Lo chiudo con il testo integrale di questa ineffabile canzoncina che non ho la forza di commentare. Fatelo voi. Se ce la fate.
“A Silvio”
Testo e Musica: Andrea Vantini
C’è un grande sogno Che vive in noi Siamo la gente della libertà, Presidente siamo con te Menomale che Silvio c’è
Siamo la gente Che ama e che crede Che vuol trasformare Il sogno in realtà Presidente siamo con te Menomale che Silvio c’è
Siamo la gente Che mai non si arrende Che tende la mano Che forza si dà Presidente siamo con te Menomale che Silvio c’è
Viva l’Italia L’Italia che ha scelto Di credere ancora In questo sogno Presidente siamo con te Menomale che Silvio c’è Presidente siamo con te Menomale che Silvio c’è
Il disperato canto di Apicella
T'aggio voluto bene a te, tu m'hai voluto bene a me, mò nun ci amamme cchiù ma tu distrattamente pienz'a mme....
Canto così Con quella forza Che ha solamente Chi è puro di mente
Presidente siamo con te Menomale che Silvio c’è Presidente siamo con te Menomale che Silvio c’è
Viva l’Italia L’Italia che ha scelto Di credere ancora in questo sogno Presidente siamo con te Menomale che Silvio c’è
Viva l’Italia L’Italia che ha scelto Di credere ancora in questo sogno Presidente siamo con te Menomale che Silvio c’è
Viva l’Italia L’Italia che ha scelto Di credere ancora in questo sogno Presidente siamo con te Menomale che Silvio c’è Presidente questo è per te Menomale che Silvio c’è
Vantini, prima di vantarti... Non ti dice nulla che "A Silvia", nota ode leopardiana, sia stata dedicata a una morta? Beh, anche con i lapsus si può fare la storia. La leggenda metropolitana ci dice che non sia stato Silvio a commissionarti l'implausibile canzoncina, ma tu stesso a scriverla in un empito di berlusconite acuta con complicanze gastroduodenali, e questo ci fa ulteriormente capire e sostenere che al peggio non c'è mai fine. Ma come ogni leggenda metropolitana che si rispetti, molto sappiamo del come ma nessuno sa spiegarci il perché. Cosa spinge un ragazzotto anche di bell'aspetto a diventare il Mameli di Arcore? Mah...
Per chi è appassionato di ossìmori, ma anche per chi non lo è, salta in mente l'espressione "un rumoroso silenzio". A volte il silenzio fa rumore (e magari gli occhi hanno un amplificatore).
Quale più sottile e quasi perversa soddisfazione di creare quasi dal nulla uno dei più bei blog della breve storia dell'italian weblog, coagulare intorno ad esso una composita tribù di artisti, scienziati, sciami di sciamàni, intellettuali, perdigiorno, astienesi perditempo, sportivi, sportellisti, e poi mettendosi vezzosamente l'indice destro (o sinistro in caso di mancinismo o qualora la mano destra sia in altre faccende affaccendata) all'angolo della bocca decidere che se ne ha abbastanza, e ritirarsi nella contenuta privatezza di un altro cyberspazio
creando orfani, vedovi, adolescenti in sindrome abbandonica, abbandonati in sindrome adolescenziale, Peter Pan senza Trilly, Stradivari senza trilli, ristoranti di pesce senza triglie, triceratopi e velociraptor confinati in un incùbico e un po' cubico Jurassic Park?
Mentre le mosche per l'aere svolazzano e di romper le palle non si saziano l'arguto cavilloso certe sere le afferra per i peli del sedere e, non contento, cerca già con gli occhi se su quei peli vi sian mai pidocchi ai quali nelle ore meno oscure potrebbe fare fin la pedicure.
Lo so che è un passatempo senza sbocco e, giunto al fin della licenza io tocco...
(spiegazione poetica del raffinatissimo detto parmense "ciaper il moschi pr' i peli d'al cul").
Volevo dedicare un post all'orrida canzonetta "Meno male che Silvio c'è", ma la lettura integrale del testo mi ha provocato una dissenteria fulminante che mi ha debilitato in modo irreparabile. Forse riuscirò nell'intento in futuro, ma più probabilmente no.
Nel frattempo, raccolgo il grido di dolore di chi, come Missgynn, non riesce a stare dietro alla mia tambureggiante produzione, e fornisco qui di seguito un bignamino estremo dei miei ultimi post. Così vi fate un'idea senza faticare troppo.
venerdì, 20 febbraio 09 13:19 E anche Oreste sta recuperando il sonno arretrato Celebrazione del compianto Oreste Lionello con sapide pennellate aneddotiche. Frase centrale: E' stato, insieme a Ferruccio Amendola, il più grande doppiatore del cinema italiano, e rispetto a lui ha l'ulteriore merito di aver messo al mondo figli discreti e amanti del basso profilo.
martedì, 24 febbraio 09 14:23 Fernando Pessoa Prendendo come spunto una bella canzone di Vecchioni, Rinaldoni parla di Pessoa facendo finta di parlare di sè stesso, o viceversa. Sembra chiaro ai più che Fernando Pessoa si aggiungerà ai vari Lancillotto, Eleuterio, Cyrano de Bergerac, Devadip e compagnia cantante come ulteriore sfaccettatura della poliedrica personalità del Nostro. Frase centrale: Nel tempo l'intellettuale o presunto tale ha costruito una splendida cattedrale nel deserto, piena zeppa di ricordi e povera di desideri.
venerdì, 27 febbraio 09 13:56 La prevalenza del cretino Amare considerazioni sulla denuncia contro Beppino Englaro per omicidio volontario da parte di una pricolosissima accolita di integralisti catto-scientisti non dichiarati com tali. Frase centrale: Gli integralisti che hanno pensato questa perfida e delirante denuncia meritano una querela per calunnia, con milionaria richiesta di danni (non sono sicuramente dei poveri proletari spiantati) da destinare alla creazione di una Fondazione Eluana che si interessi di combattere le nocive ingerenze della Chiesa nella laicità dello Stato.
venerdì, 27 febbraio 09 14:21 Epocale domanda Dove Rinaldoni si chiede se esiste ancora un'opposizione, fa finta di non saperlo ma si vede benissimo che pensa di no. Frase centrale: All'accolita di avventurieri che sogghignando governa e regola l'Italia, dovrebbe speranzosamente contrapporsi una eterogenea accozzaglia di professorini sussiegosi e un po' snob?
domenica, 01 marzo 09 18:21 Avete presente il Golem? Acrobazie pseudoletterarie sulla figura del Golem: post non riassumibile, se ne consiglia (anzi, oseremmo dire, se ne impone) la lettura. Frase centrale: Alla fine, il Golem rappresenta l'incarnazione di tutti i conflitti dipendenza/autonomia che ci sono propri e in qualche modo familiari. Dipendendo dal suo padrone può esprimere una funzionalità ed una efficienza assolute; cercando l'autonomia, il suo stesso surplus di energia lo porterà alla perdizione ed alla dissoluzione.
domenica, 01 marzo 09 18:49 Padova 1977 Ricordi in libertà nel tedio domenicale. Come eravamo belli, come eravamo pazzi, come eravamo liberi... Pesantissimo per tutti i non-nostalgici e per chi nel 1977 avesse meno di 15 anni. Lettura sconsigliata e frase centrale irreperibile.
martedì, 03 marzo 09 13:36 Fernando Pessoa davanti all'Atlantico Pronto recupero dell'ispirazione poetica con questo toccante post evocativo già fin dal titolo. Fernando Pessoa con l'Europa alle spalle e l'Atlantico immenso di fronte. Tutto si concluderà con una nuotata suicida? E chi può dirlo... Frase centrale: Quando si emozionava, Fernando Pessoa diventava ridicolo. Sentiva che le sue goffe mal controllate emozioni erano pronte a diventare oggetto di scherno per degli estranei (e questo era imbarazzante ma sopportabile) o per la persona stessa che le aveva suscitate (e questo NON era sopportabile).
martedì, 03 marzo 09 13:56 La pioggerellina di marzo L'ennesima poesiola svagatamente carica di allusioni, illusioni, collusioni e aforismi abortiti. Frase centrale: La pioggerellina di marzo che scende, che scende su ronde che inseguono bande su bande che irridono ronde.
venerdì, 06 marzo 09 14:13 Sullo scomparire con stile Doverosa dedica alla fulminante chiusura di un blog pubblico (solo per aprirne un altro privato ad inviti, ma questo al momento della stesura era un dato non a disposizione...). Frase centrale: L'alternativa è scomparire stile Gatto del Cheshire di Alice in Wonderland, perdendo i pezzi a poco a poco e rimanendo alla fine con un anacronistico spersonalizzato sorriso senza volto e senza corpo (metti poi che è un po' che non vai dal dentista, è brutto che di te resti solo quello).
martedì, 10 marzo 09 13:51 La rivoltà degli scimpanzè Solidarietà con lo scimpanzè Santino che, incazzato nero, in uno zoo svedese tempesta i visitatori di sassate per esprimere la sua diperazione di recluso, ma la notizia viene connotata come curiosa e divertente. Mi sa che le bestie siamo noi... Frase centrale: Se arrivassero degli umanoidi da Zeta Reticuli e ci trasportassero in un astroparco a 216 anni luce da casa, ce ne staremmo lì a farci offrire riproduzioni molecolari mal riuscite di lasagne da spettatori ottopodi? O ci incazzeremmo di brutto?
mercoledì, 11 marzo 09 19:02 Luca Orlando ritrova il suo senno Già stanco di Fernando Pessoa, Rinaldoni continua la sua deriva schizoide frammentando la sua oscillante personalità in un ulteriore pittoresco avatar. Ogni allusione a Leoluca Orlando viene gabellata per casuale. Frase centrale: Orlando rabbrividì nel vedere il suo multiforme gigantesco senno, che di suo poteva occupare un'intera area urbana, raggrumato in un'ampolla di pochi cc di volume. In pochi balzi fu sull'ampolla, la infranse e poi dovette procedere ad un prolungato inseguimento visto che il suo senno, dopo anni di prigionia, di ritornare subito subito nella sua testa di rapa non era esattamente dell'idea.
venerdì, 13 marzo 09 12:51 La canzone dell'estraneo (inutile dedica postuma) Leonard Cohen fa tutto il lavoro. Frase centrale: Come ogni giocatore stava cercando la carta che è tanto alta e ben giocata che non dovrai mai più giocarne un'altra.
venerdì, 13 marzo 09 14:11 Nuovi misteri, nuove inquietudini Veemente filippica contro il ritrovamento di un ritratto di William Shakespeare che tenta proditoriamente di intaccare il mistero che circonda l'immortale bardo di Stratford-on-Avon. Frase centrale: Insomma, che Shakespeare sia lasciato nel suo immortale mistero. Non vogliamo nè sue immagini meno sbiadite e generiche di quelle della quale da sempre ci accontentiamo, e meno che meno particolari sui vili rapporti di convenienza economica che doveva intrattenere nello squallido mondo della quotidianità.
Nulla a che vedere con l'appassionante dedalo delle supposizioni che ormai quasi due anni fa hanno collegato Nicolas Poussin, il Guercino, Maurotto Costanzo, Dinozzo De Laurentiis, Augusto Daolio, i Led Zeppelin, i Black Sabbath e Gigi D'Alessio.
I due ritratti che vedete sono, nell'ordine, quello ormai storico che più che ritrarre rappresenta allegoricamente uno Shakespeare gloriosamente brutto e molto stempiato, e il ritratto che in questi giorni è salito agli onori delle cronache, che ritrarrebbe il bardo di Stratford on Avon all'età di 46 anni.
Che dire? Il ritrovamento di codesto peraltro poco credibile ritratto (nessun 46enne del 1610 poteva essersi conservato così bene, nè oso credere che Shakespeare potesse avere questo tipo di aspetto vagamente efebico) mi ha riempito di una inspiegabile inquietudine.
L'ulteriore sottolineatura di Osvaldo sul possibile intento del quadro in questione di celebrare il mecenatismo del conte di Southampton verso Shakespeare, mi ha altrettanto incredibilmente intristito.
Visto che solo scrivendo riesco a capire qualcosa di me stesso, mi metto a scrivere.
Dopo che un risibile programma pseudomisterico della Rai ha alimentato l'ipotesi che William Shakespeare si chiamasse in realtà Scotilanza (e su cosa si intendesse per lanza e per lo scuotimento della stessa omettiamo ulteriori approfondimenti) e venisse dritto dritto dalla Sicilia, ecco un nuovo appassionante mistero.
Certo Shakespeare è stato più fortunato di Giacomo Leopardi, la cui icona più nota ed utilizzata nei busti e nelle statue è la sua maschera mortuaria. E mentre del povero Leopardi si conoscono particolari patetici quali l'enorme naso, la cifosi e la pressochè totale cecità (dovute entrambi alle lunghe notti trascorse chino sui libri con la fioca candela che l'avarissimo Monaldo gli lasciava utilizzare) e perfino la devastante alitosi, Shakespeare è l'incarnazione dell'artista conoscibile solo attraverso la sua opera, e di cui qualunque altro purulento particolare dev'essere sottaciuto e/o ignorato e/o nascosto.
Shakespeare era inglese, era italiano, era guatemalteco. Shakespeare era un oscuro stalliere di Stratford col pallino della poesia, era l'agglomerato virtuale di almeno 6 letterati coi controcoglioni, non è mai esistito, era l'alter ego di Francis Bacon. Shakespeare era una donna, era un demone celtico, era un babbuino dalle straordinarie capacità.
Del grande bardo tutto si può e si deve dire, ma nulla può e dev'essere certo.
E non vorremmo vederlo, come Dante, doversi piegare alle convenienze ed accettare il mecenatismo di qualche ricco ed annoiato signorotto, imparando a sue spese
Quanto sa di sale lo pane altrui e quanto è duro cale lo scendere e salir per le altrui scale.
E vorremmo conservare di lui quella ormai risaputa immagine, vagamente somigliante al chitarrista dei Jethro Tull Martin Lancelot Barre, che sicuramente ha una valenza solo simbolica, è un'icona visiva alla quale agganciare la più fulminante serie di prodotti che l'ingegno umano abbia mai messo insieme.
Magari William Shakespeare altro non era che un severo e avvinazzato (o, viste le latitudini, abbirrazzato) bibliotecario che raccoglieva spunti da migliaia di giovani d'ingegno che attraversavano a cavallo o direttamente a piedi l'Inghilterra recando con sè una stropicciata pergamena dove avevano vergato nervosamente pochi versi, e poi li coordinava e li metteva insieme producendo qualcosa che riguardava tutta l'umanità ma che nessuno avrebbe mai potuto scrivere nello stesso modo.
Insomma, che Shakespeare sia lasciato nel suo immortale mistero. Non vogliamo nè sue immagini meno sbiadite e generiche di quelle della quale da sempre ci accontentiamo, e meno che meno particolari sui vili rapporti di convenienza economica che doveva intrattenere nello squallido mondo della quotidianità.
Adesso ho capito da dove nasceva la mia inquietudine. Alla prossima.
E' vero che tutti gli uomini che hai conosciuto erano giocatori d'azzardo che dicevano di aver smesso col gioco ogni volta che davi loro riparo. Conosco quel tipo di uomo, è difficile tenere la mano a qualcuno che cerca di raggiungere il cielo per potersi arrendere.
E spazzando via gli assi caduti dalla sua manica magari ti rendi conto che non ti ha lasciato molto, neanche una risata. Come ogni giocatore stava cercando la carta che è tanto alta e ben giocata che non dovrai mai più giocarne un'altra. Era solo un povero Giuseppe che cercava una mangiatoia.
E poi appoggiato al davanzale un giorno ti dirà che hai indebolito la sua volontà col tuo amore, il tuo calore e la tua protezione. E tirando fuori dalla sua 24 ore un vecchio orario dei treni ti dirà "Te l'avevo detto quando sono arrivato che ero un estraneo".
Ma oggi un altro estraneo sembra desiderarti, ignorare i suoi sogni come se fossero un problema altrui. Hai già visto quell'uomo, il suo braccio d'oro distribuire carte ma ora è arrugginito dal gomito alle dita. Sì, lui vuole rinunciare al lavoro che sa fare per un po' di riparo.
Tu non sopporti di vedere un altro uomo stanco mettere le sue carte in tavola come se stesse rinunciando al sacro rituale del poker. E mentre lui fa addormentare i suoi sogni a furia di chiacchiere tu noti che c'è un'autostrada che si incurva come fumo sopra la sua spalla.
Tu gli dici di entrare e accomodarsi ma qualcosa ti fa trasalire: la porta è aperta, non puoi chiudere il tuo rifugio. Tu provi la maniglia della strada, si apre, non aver paura, sei tu, amore mio, tu l'estranea.
"Quanto ho aspettato, ma ero sicuro che ci saremmo incontrati mentre ognuno aspettava il suo treno e penso che sia ora di prenderne un altro. Ti prego di capire, non avevo delle carte segrete per portarmi al cuore di tutto questo o di qualunque altra faccenda". Quando parla così, tu non sai dove vuole andare a parare.
"Incontriamoci domani se ti va, sulla spiaggia, sotto il ponte che stanno costruendo su un qualche fiume infinito". Poi va via dalla stazione verso una calda macchina addormentata e tu ti rendi conto che sta solo facendo pubblicità a un nuovo rifugio. E d'un tratto capisci che non è mai stato un estraneo e dici "OK, il ponte o qualche altro posto più tardi".
Il paladino Luca Orlando si aggirava per le brulle vallate lunari alla disperata ricerca del suo senno. Checché ne avesse detto Torquato Tasso, Astolfo col suo Ippogrifo non solo non lo aveva recuperato, ma non era neanche andato sulla Luna limitandosi a farsi ritrarre dal pittore toscano Holiviero in una zona del l'Irpinia che era quanto di più vicino ad un paesaggio lunare che il nostro eroe potesse immaginare.
Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando. Guarda, Tito, Astolfo non mi risulta ancora allunato... E l'Orlando di cui va cianciando comunque non sono io...
Dopo inenarrabili peripezie che solo per l'indulgenza degli Dei non lo avevano portato alla morte, compresa una traversata del Mediterraneo a nuoto, alla fine si era convinto che Angelica era definitivamente scappata in Tunisia con Medoro, e con quel cane infedele condivideva ogni notte il talamo. Tutte le volte che questo pensiero forava malignamente le sue meningi, Luca Orlando compiva ancora azioni folli e incontrollate. Per questo da tempo non riceveva più alcun invito ai cocktail-party e l'ultima chiamata sulla sua sfera magica risaliva a nove mesi prima.
Abbiamo ragione di credere che in realtà le prodezze natatorie di Luca Orlando fossero state intercontinentali, e tali da impressionare le plebi osannanti al suo passaggio.
Aveva deciso con enorme fatica che era lui il pazzo, e che Angelica aveva proceduto ad una scelta coerente e legittima sulla quale nessuna censura poteva esserle mossa. E dunque, una volta recuperato il suo senno (che Mago Merlino gli assicurava essere ancora sulla Luna, nel mare Imbrium, due miglia più a sud dei Monti Recti, poi prendi no la prima no la seconda la terza e lì chiedi...) era aristotelicamente chiaro che il pensiero di Angelica avrebbe definitivamente abbandonato il suo cerebro.
Una suggestiva veduta del Mare Imbrium.
Il viaggio verso la Luna era stato abbastanza disagevole: stanco delle vaghezze di Merlino, aveva chiesto la consulenza del mago Horontio che, con esoterico fare assai criptico, gli aveva consegnato un esiguo frammento di rubidio imponendogli di accendere accanto ad esso una fiamma alla mezzanotte in punto.
Luca Orlando avrebbe voluto tornare da Merlino, ma ormai aveva pagato sedicimila ducati d'oro indebitandosi fino al 1684, e tanto valeva dar retta ad Horontio.
Accesa a mezzanotte la fiammella con un vecchio acciarino strappato a tre cani ancora più furiosi di lui, Luca Orlando venne coinvolto in una complessa reazione forse quantica (ma quanto quantica nessuno l'avrebbe saputo dire), smaterializzato e rimaterializzato sulla Luna, ma nel Mare della Tranquillità.
Una semplice descrizione grafica del fenomeno quantico sopra narrato.
Purtroppo la rimaterializzazione non era stata coronata da pieno successo e alcune parti del suo corpo erano rimaste sulla Terra, mentre altre si collegavano tra loro in maniera quanto meno bizzarra e altre ancora si erano inopinatamente moltiplicate: progettando di richiedere indietro al mago una consistente parte dei suoi ducati, Luca Orlando cominciò a rotolare a mo' di ruota appoggiando ora una ora l'altra delle numerose appendici ambulacrali che fuoriuscivano dai punti più impensati e più imbarazzanti. Tale era il desiderio di ritornare in possesso del suo senno, che qualunque altra considerazione poteva essere tranquillamente posposta.
Dopo un giorno e una notte di cammino (se così lo si poteva chiamare) Luca Orlando vide in lontananza un caotico baluginio e cominciò a sentire un assordante sibilo: era il suo senno che cercava di fuoriuscire dall'ampolla dove le guardie di frontiera selenite lo avevano sbrigativamente sistemato. Orlando rabbrividì nel vedere il suo multiforme gigantesco senno, che di suo poteva occupare un'intera area urbana, raggrumato in un'ampolla di pochi cc di volume. In pochi balzi fu sull'ampolla, la infranse e poi dovette procedere ad un prolungato inseguimento visto che il suo senno, dopo anni di prigionia, di ritornare subito subito nella sua testa di rapa non era esattamente dell'idea.
Ma alla fine, esausto e quasi ottenebrato da quella ritrovata libertà, sedotto dalle allettanti promesse del suo legittimo proprietario, il senno si riaccomodò disciplinato nel cranio di Luca.
Nuove avventure li aspettavano, ma per ora era bello godersi lo spettacolo della Terra che ruotava pigra e bellissima sulle loro teste.
Alla fine non tornarono più indietro.
Luca Orlando e il suo ritrovato senno declamarono e proclamarono "Renderemo questo luogo disperato un posto a misura d'uomo, combatteremo la corruzione e la violenza che hanno reso la Luna la vergogna del Sistema Solare, le daremo la dignità di pianeta a tutti gli effetti e non più solo di satellite della terra. Edificheremo una rete che respingerà i meteoriti e permetterà di passeggiare indisturbati al riparo da impatti omicidi.".
Non ci riuscirono quasi per nulla, ma almeno ce la misero tutta.
Lo scimpanzè Santino raccoglie e tira pietre ai visitatori e al personale dello zoo di Furuvik, in Svezia. Non lo fa in un accesso acuto di agitazione, no! Il primate raccoglie e mette da parte le pietre la mattina presto quando nessuno lo disturba, e le scaglia, pare con buona mira, quando attorno alla sua gabbia c'è la quotidiana assurda confusione di scimmioni acculturati.
La cosa più drammatica è che questa notizia rischia di diventare l'ennesima notiziola futile e stravagante per far divertire i bambini e strappare un sorriso agli adulti irretiti nella loro infame quotidianità di alienazione, frustrazione e sacrifici.
O tutt'al più, partorirà svariate reazioni da annoiati etologi che ci spiegheranno come e qualmente questo episodio dimostra che anche un semplice scimpanzè è in grado di prevedere il futuro e programmare azioni.
Andiamo! Qualunque etologo sa che perfino le cincie inglesi (che non si sa se sono cinciallegre o cincie britanniche pensierose e taciturne) andavano già negli anni 60 a forare i tappi in latta delle bottiglie di latte consegnate dal solerte lattaio alle prime luci dell'alba e ritirate ad ora di colazione. E con tutto il rispetto il cervello di una cincia è delle dimensioni del testicolo di un normale scimpanzè maschio.
Andiamo! La genetica ci insegna che l'Homo sedicente Sapiens e lo scimpanzè hanno un DNA per il 98% identico. Dopo aver fatto i complimenti alla razza umana per aver saputo sagacemente lucrare su quel 2% residuo, invitiamola comunque a non fare troppo la spiritosa.
Se arrivassero degli umanoidi da Zeta Reticuli, magari con un DNA ben più dissimile e ovviamente molto meglio organizzato del nostro (non tale, quantomeno, da far sì che uno Space Shuttle si sfracelli poco dopo il decollo perché il meccanico Tom Smith ha fatto cadere il suo chewing-gum nel sistema di retroazione termica) e ci trasportassero in un astroparco a 216 anni luce da casa, ce ne staremmo lì a farci offrire riproduzioni molecolari mal riuscite di lasagne da spettatori ottopodi? O ci incazzeremmo di brutto?
E quindi, il povero innocente Santino non suscita in me meraviglia alcuna. Se mai, provo meraviglia per i delfini che, pur sapendo benissimo che l'uomo quando può li cattura, li uccide, li incastra più o meno accidentalmente nelle sue reti, li porta a Gardaland a fare gli scemi, quando incontrano un uomo in mare invece di fargli assaggiare la loro temibile e abbondantissima dentatura fanno i superiori e ci giocano come se niente fosse. E provo meraviglia per tutti gli altri gorilla, scimpanzè, oranghi, gibboni e cercopitechi che non si comportano come Santino.
Tutti i veri zoofili sanno che quasi tutti gli animali in cattività maturano delle vere e proprie nevrosi; quelli dei circhi sono per la quasi totalità drogati e gestiti con metodi terroristici, in caso contrario nessuno di loro accetterebbe di fare il buffone in giro per il mondo; ma anche quelli deibioparchi, come oggi ipocritamente si chiamano i giardini zoologici, hanno pesanti alterazioni nelle abitudini alimentari, nel sonno, nella riproduzione. Sono infelici e frustrati.
Alla fine si rassegnano, somatizzano quasi tutti e tirano a campare. Le scimmie no. Mentre un felino o un canide, o qualunque altro carnivoro, quando non ha bisogni primari da soddisfare, può passare la giornata intera sonnecchiando, le scimmie sono curiose, esplorano, si fanno delle domande.
Come extracomunitari alla deriva in un paese che non li vuole e non li capisce, non si possono integrare in condizioni climatiche e più genericamente ecologiche "inumane"; ma rispetto agli extracomunitari, non hanno nessuna speranza di poter tornare nelle loro terre di origine (magari alla fine ricchi e benestanti) perché non hanno più i tempi e i ritmi giusti per poter vivere in maniera naturale.
E, rispetto ai cetacei, con la loro misteriosa intelligenza (il cervello dei delfini è fisioanatomicamente altrettanto grande e complesso di quello umano), le scimmie fanno fatica a familiarizzare con quel loro primo cugino neoarricchito e sprezzante.
Il buon Santino ce l'ha voluto ricordare. Non sopporta più di essere trattato da bestia, odia l'atteggiamento ignorante dei visitatori che ridono di lui e lo trovano buffo. Buffo cosa? Ma voialtri vi siete visti?
Se non avesse paura di essere soppresso farebbe come l'orango di Edgar Allan Poe ibridato con Rettore, troverebbe un bel rasoio e poi dall'alto verso il basso zic, sinistra verso destra zac (senti come taglia questa canaglia). Siccome alla vita comunque ci tiene e vuol comunque a vedere come va a finire, ha scoperto nel tempo questa molto nevrotica formazione di compromesso tra impulso distruttivo ed esigenze di autotutela e si è detto "Vi faccio ridere? Eh? Vi faccio ridere? Bene, vediamo se anche questo lo trovate divertente...".
Povero disperato scimmiotto, adesso che la stampa ti ha scoperto finirai al Guinness Show su Canale 5 e magari ti costringeranno ad accoppiarti con la D'Urso...
Ma, a proposito, visto che sei di ceppo africano e svedese di adozione, il nome Santino?......
Devo dire che apprezzo chi prende delle posizioni drastiche anche a costo di essere frainteso. Chi dice "fine delle trasmissioni" e scompare. Sto con Neil Young e col suo quasi intraducibile "It's better to burn out than to fade away".
L'alternativa è scomparire stile Gatto del Cheshire di Alice in Wonderland, perdendo i pezzi a poco a poco e rimanendo alla fine con un anacronistico spersonalizzato sorriso senza volto e senza corpo (metti poi che è un po' che non vai dal dentista, è brutto che di te resti solo quello).
Un'altra alternativa è lasciare intatta e abbandonata la propria cattedrale nel deserto come memoria e monito per le future generazioni: man mano che il tempo passa, i pezzi della cattedrale si sfaldano un po', qualche calcinaccio cade, le ragnatele si ammassano senza che nessuno passi più a raccattarle ruotandoci dentro un manico di scopa.
Però, per dare dramaticità alla scomparsa, è bene disseminare indizi che mettano in condizione gli amici di dire "Hai capito perché....". Non basta scomparire di colpo, il tutto potrebbe essere scambiato per un'avaria, un guasto meccanico, insomma qualcosa che lo scomparso subisce e non provoca.
Che terribile infamia sarebbe!
Invece, scomparire con stile accentua paradossalmente la propria simbolica presenza. Sempre meglio dell'ultima alternativa: continuare come se niente fosse, anche se non se ne ha più voglia, anche se si diventa dei padroni di casa sciatti e trasandati, sperando che comunque gli ospiti facciano anche i lavori che dovresti fare tu.
Orrore!!
Ma per fortuna c'è chi sa scomparire con studiata tempestività, consumata teatralità. Scomparire da un mondo virtuale per esserci di più in un altro mondo, che poi sarebbe quello reale ed effettivo della dura e ripetitiva quotidianità. Perdere qualcosa in fantasia per recuperare in realtà....?.... Beh, certo che ci vuole del coraggio.
A chi si autocancella con un click del mouse e lascia un retrogusto di affascinante magia, nella retorica un po' retro delle sue ultime parole, un saluto.
La pioggerellina di marzo che batte, che batte indugia su tette rifatte cancella risposte inesatte e storie inadatte; con modica furia si abbatte su astuti industriali del latte su gente che ormai se ne sbatte su mal intonate cravatte.
La pioggerellina di marzo che scende, che scende e bagna gli infissi e le tende, l'Italia che non si riprende ma un po' si sorprende trovandosi piena di bende, sulle arrugginite serrande di postribolari locande, su ronde che inseguono bande su bande che irridono ronde; si ferma, riposa, riprende...
La pioggerellina di marzo ha poco da dire: banale continua a cadere e se anche volesse parlare chi mai la starebbe a sentire? Ma fa il suo dovere, non prova dolore o piacere, non ha alcuna forza o potere, si ammassa in pozzanghere nere.
La pioggia che impregna la tua bella giacca di Zegna regala al tuo tempo spietato l'odore di cane bagnato.
Poi, quieta, si arresta e scopri con vago stupore che amavi il suo dolce rumore ma poi te la togli di testa.
Fernando Pessoa si fermò a guardare l'Atlantico, deliziandosi della meravigliosa inutilità di quella occupazione. Poi si tolse gli occhiali e allora restò solo il minaccioso rimbombare della risacca e l'acuto odore di salsedine. Senza le sue spessissime lenti, il mondo era un magmatico marasmatico caleidoscopio chiaroscurale di forme indistinte sulle quali poteva a suo agio sovrapporre l'assoluto nitore delle sue visioni interiori.
Camminando sulla sabbia umida cercò di decidere quale delle sue identità potesse essere valida in quel momento: e decise che per alcuni minuti sarebbe rimasto, per la prima volta nella sua vita, sospeso in una non-identità. Poi più semplicemente ebbe voglia di annullarsi in quello strano vento, e negli schizzi che cominciavano a raggiungerlo, e confusamente capì che la sua maniacale ricerca di mille identità frammentate era il vero problema di tutta la sua vita.
Si cercò nelle tasche, accidenti voleva scrivere. Ma per fortuna non trovò nulla di adatto, e allora si accovacciò e scrisse qualcosa sulla sabbia. Ma lo cancellò col piede, con una punta di raccapriccio, quando si rese conto che stava scrivendo un nome che cercava disperatamente di dimenticare.
Si rimise affannosamente gli occhiali. Aveva bisogno di recuperare il controllo visuale e razionale perché le emozioni per un istante lo avevano travolto.
E quando si emozionava, Fernando Pessoa diventava ridicolo. Sentiva che le sue goffe mal controllate emozioni erano pronte a diventare oggetto di scherno per degli estranei (e questo era imbarazzante ma sopportabile) o per la persona stessa che le aveva suscitate (e questo NON era sopportabile). Meglio di no.
Cercò nel blu quasi plumbeo dell'Atlantico le sfumature smeraldine di un altro oceano, ma ovviamente non le trovò. Allora cercò di immaginare nella mente la sconfinata massa liquida che aveva di fronte. Come spesso riusciva a fare, eliminò dalla mente qualunque nozione storico-geografica e guardò l'Oceano con l'occhio meravigliato di un selvaggio che non aveva fino a quel momento visto nulla di più terribile della piena invernale di un torrente di montagna.
Immaginò confusamente mostri inenarrabili, terrificanti tempeste, temporali in cui mare e cielo si scambiavano la medesima tonalità di grigio e si accartocciavano l'uno sull'altro.
Percepì in quella immensità la dolce e disperata deriva della sua vita, la predestinazione alla solitudine, e maledisse la triste necessità di doversi quotidianamente confrontare con altri Pessoa che attraversavano la vita con la sua medesima contorta obliquità. Non erano le persone da lui diverse che lo irritavano; erano coloro (e Dio sa quanti ce n'erano) che gli somigliavano nel loro percorrere un cammino di consapevole ed orgogliosa inutilità. In casa aveva frantumato tutti gli specchi, ma per ogni specchio frantumato altri cento se ne presentavano.
Fernando Pessoa si alzò, e con andatura leggermente zoppicante tornò alla sua vita segreta e ineffabile. L'oceano cancellò in pochi minuti coscienziosamente le sue impronte.
Io parlo con te di rivolta e liberazione Io parlo con te di angoscia ed alienazione Io parlo con te con profonda disperazione. Ma al di là della nostra estraneità io non dico niente che tu non sappia già tu non dici niente che io non sappia già.
Attraverso avventurose peripezie siamo venuti in possesso di questo frammento preistorico. Vergato su un foglio a quadrettoni paurosamente macchiato di vari materiali organici e non, si trovava incastrato tra il sedile e la spalliera di una di quelle poltrone "anatomiche" che andavano tanto di moda a quei tempi. Un rigattiere di Padova cercava senza successo di rivenderla da almeno 10 anni, ma alla fine ce l'ha ceduta gratis offrendoci anche un Pedrocchino purché gliela levassimo di torno.
L'applicazione del metodo dello stronzio-28 di recentissima scoperta, e ben più accurato del metodo del carbonio-14, ha consentito di collocare il momento in cui l'inchiostro usciva dalla penna e si depositava sul foglio alle 4.15 del 6 marzo 1977. Applicando anche il metodo dell'analisi della varianza geodetica, possiamo affermare con un margine di dubbio dello 0,3 per mille (la stessa probabilità che il calciatore Senderos azzecchi un tackle vincente su un attaccante avversario) che il foglio non si era mai allontanato di più di 600 metri dal posto in cui lo abbiamo reperito.
Ordunque, abbiamo in mano un documento imperdibile di quegli anni che qualcuno definì "di piombo" (Dio ci scampi dall'immaginare di quale materiale verranno definiti nel 2040 gli anni nei quali ci troviamo attualmente).
E come non immaginare il significato di questi minimalistici ma incisivi versi? Il luogo e la data in cui sono stati scritti li collocano in un momento di grandi sommovimenti: nasceva Rai3, Toni Negri e Marco Boato predicavano la lotta armata (poi avrebbero fatto tutti e due una brutta fine, peggiore quella di Boato), il PSI si guardava intorno e diceva tra sè "Sinistra? Te la do io la sinistra...", il PCI si guardava intorno e diceva tra sè "Potremmo vincere le elezioni solo se Berlinguer morisse due giorni prima", e nel frattempo la DC, pur non avendo nulla che assomigliasse a Berlusconi, licenziava garruli monocolori.
L'ora antelucana fa pensare che a scriverli fosse uno studente in grado di alzarsi a mezzogiorno, far finta di lavarsi, spettinarsi ulteriormente, indossare un giaccone militare di colore indefinito e dall'odore penetrante e andare a seguire il seminario integrativo del corso di Lotta Armata 2.
Le parole angoscia, alienazione, estraneità ci fanno pensare che potesse essere iscritto a Psicologia, ed il ricorso a vetuste rime baciate indicano non risolti trascorsi al Liceo Classico (anche se la sua anima operaista avrebbe di gran lunga preferito l'ITIS, l'IPSIA allora non esisteva).
Degli scarabocchi ormai illeggibili interpolati ai versi parrebbero indicare degli accordi musicali, così che questo ci pare l'incipit di una ponderosa ballata sull'incomunicabilità e la desolazione di un vivere alienato ed espropriato di gioia e rivoluzione.
Chissà perchè, l'andamento del verso ci fa pensare ad un moscio valzerino inascoltabile alla Lolli prima maniera, senza la benedizione di una settima aumentata o la sghemba deviazione di una diminuita.
Oggi su questi versi, e sul loro plausibilmente scarno vestito musicale, pioverebbero lazzi e cachinni. Ma allora, ne siamo certi, da essi promanava una prometeica forza in grado di devastare l'ordine costituito e di dare vita a un sogno.
Cosa non daremmo per stringere la mano all'autore, che oggi sarà sicuramente un affermato professionista, un affettuoso padre di famiglia, un membro emblematico e rappresentativo della nostra società....
Un amico blogger dalla ricca e variegata ispirazione artistico-culturale ha di recente introdotto il tema del Golem: il Golem in realtà è una creatura strana e paradossale, potentissima e impotente, forte e fragile. Come molte delle figure create dalla nostra mitologia cristiano-giudaica (da Lilith a San Chiuppino) è una complessa metafora afferente alla condizione umana.
Alla fine, il Golem rappresenta l'incarnazione di tutti i conflitti dipendenza/autonomia che ci sono propri e in qualche modo familiari. Dipendendo dal suo padrone può esprimere una funzionalità ed una efficienza assolute; cercando l'autonomia, il suo stesso surplus di energia lo porterà alla perdizione ed alla dissoluzione. Ma il Golem ha una lunga storia.
Fa la sua prima comparsa come materia in forma emolla ancora prima di Adamo, forse come deriva entropica del brodo primordiale, ma il buon Dio pensa che difficilmente Eva si sarebbe innamorata e prestata a fare da partner ad un essere dal look così scadente (anzi, nella Sua infinita sapienza immagina la subitanea invenzione della beffarda frase MA NEANCHE SE FOSSI L'UNICO UOMO SULLA FACCIA DELLA TERRA) e lo accantona (contando di farlo comparire in un DVD antologico qualche milione di anni più tardi, che però non verrà mai realizzato).
Volendo liberarsi del Golem, Dio per fare una buona azione decide di cedere la licenza ad un rabbino cieco. Si accorge solo a cose fatte che in realtà si trattava di un rabbino ceco, di Praga, e ci resta molto male perché avevano fatto regolare richiesta anche un rabbino storpio, un pastore bigamo e un parroco omosessuale. Ma alla fine si convince per l'ennesima volta che quello che fa lui è sempre giusto e chi la pensa diversamente è un buddhista comunista che guarda solo Rai 3.
Il rabbino praghese ha capito male le istruzioni (quando Dio, alla fine di 46'30" di ampollose spiegazioni, gli aveva chiesto Hai capito bene, figliolo?, a lui era sembrato sconveniente dire che aveva capito le prime 12 parole e poi era andato nel pallone più completo, e del resto prima di allora la persona più importante con cui aveva parlato era lo spaziale Pavel Dubcek): Dio aveva parlato di silicio e carbonio ma lui usa della volgarissima argilla che dà alle sue creature il caratteristico aspetto tozzo e grossolano; inoltre Dio aveva spiegato, secondo lui in modo esauriente, i meccanismi di retroazione per controllare la crescita, ma il rabbino non si ricorda una mazza e così i Golem diventano mostruosamente obesi e, guidati da un misterioso istinto, scappano in massa verso cliniche svizzere che, in cambio di pesanti mansioni di tuttofare, li rimettono in condizioni decenti.
Ai giorni nostri, i Golem si sono stabilizzati in creature fisicamente molto più armoniose, qualcuno sostiene in seguito ad accoppiamenti dei Golem fuggitivi con nobildonne elvetiche amanti del "famolo strano" , ma che conservano le loro caratteristiche costitutive che ne fanno la gioia dell'imprenditore europeo: sanno fare un po' di tutto, ignorano completamente il significato della parola fatica o stanchezza, non protestano mai per le condizioni lavorative o abitative, sono forti ed ubbidienti e di carattere cordiale, anche se parlano una strana lingua incomprensibile ai più, e vengono un po' da tutte le parti del mondo.
(Di seguito, una storia per immagini dell'evoluzione del Golem).
La domanda è assolutamente legittima. E forse anche un po' retorica.
Il Partito Democratico si dimostra ogni giorno più inadeguato a fronteggiare l'agguerrita spudorata spregiudicata confraternita dei fedelissimi di Berlusconi. Confuso, incline al vittimismo, ciclopico e caotico, sbatte contro tutti gli spigoli della scena politica come un moscone cieco cascato in un boccione di centerbe senza trovare via d'uscita.
All'accolita di avventurieri che sogghignando governa e regola l'Italia, dovrebbe speranzosamente contrapporsi una eterogenea accozzaglia di professorini sussiegosi e un po' snob che a ogni pie' sospinto si lamentano più o meno come Fantozzi alle prese con una banda di teppisti (avete presente?) che mentre dignitosamente continua a dire "Io non accetto, sa? E moderi i termini..." viene menato di santa ragione?
L'unica opposizione un po' grintosa dovrebbe essere guidata da un bonario populista che parla uno slang alla Pappagone e a volte dà perfino l'impressione di farsi ridere da solo?
La più grande vittoria delle sinistre dovrebbe essere la vittoria di Luxuria all'isola?
No, l'agonia di Beppino Englaro non è ancora finita. Paragonato dal comico Beruschi al Conte Ugolino; accusato dal nostro sbrigativo premier di volersi solo togliere un incomodo; apostrofato da una femme fatale che pur vantando tra i suoi ascendenti illustri un pianista jazz e un mito del cinema si ostina ad assomigliare al nonno "Ma io l'alimentazione e l'idratazione le toglierei a lui"; costretto a girare per la sua Udine con la scorta armata (e credo che questa sia la cosa che più gli deve essere pesata), adesso un fantomatico movimento che si autodefinisce "Verità e vita" ha denunciato alla Procura di Udine Englaro, il personale della clinica "La quiete" e sostanzialmente tutto il cucuzzaro per omicidio volontario aggravato.
E alla Procura di Udine non hanno avuto il coraggio di fare quello che legalmente avrebbero, non potuto, ma dovuto fare: rigettare la denuncia come irricevibile, visto che la morte di Eluana è avvenuta in seguito a un pronunciamento della Corte d'Appello di Milano (che, come ogni studentello di legge sa, è un grado inappellabile di giudizio) ed attraverso l'applicazione di un preciso protocollo medico. "Atto dovuto" sentenziano i funzionari udinesi.
Due piccole considerazioni:
gli integralisti che hanno pensato questa perfida e delirante denuncia meritano una querela per calunnia, con milionaria richiesta di danni (non sono sicuramente dei poveri proletari spiantati) da destinare alla creazione di una Fondazione Eluana che si interessi di combattere le nocive ingerenze della Chiesa nella laicità dello Stato;
i clochards che continuano a morire di freddo e fame non nei piccoli centri ma nelle grandi città italiane, per coerenza dovrebbero essere tutti raccolti a forza e alimentati. Non mi sembra che lo si faccia.
Non ho altro da aggiungere.
E pensare che non eri mai riuscito a farmi ridere... Mai dire mai...
Fernando Pessoa chiese gli occhiali e si addormentò e quelli che scrivevano per lui lo lasciarono solo finalmente solo... così la pioggia obliqua di Lisbona lo abbandonò e finalmente la finì di fingere fogli di fare male ai fogli...
e la finì di mascherarsi dietro tanti nomi, dimenticando Ophelia per cercare un senso che non c'è e alla fine chiederle "scusa se ho lasciato le tue mani, ma io dovevo solo scrivere, scrivere e scrivere di me..." e le lettere d'amore, le lettere d'amore fanno solo ridere: le lettere d'amore non sarebbero d'amore se non facessero ridere; anch'io scrivevo un tempo lettere d'amore, anch'io facevo ridere: le lettere d'amore quando c'è l'amore, per forza fanno ridere.
E costruì un delirante universo senza amore, dove tutte le cose hanno stanchezza di esistere e spalancato dolore.
Ma gli sfuggì che il senso delle stelle non è quello di un uomo, e si rivide nella pena di quel brillare inutile, di quel brillare lontano...
e capì tardi che dentro quel negozio di tabaccheria c'era più vita di quanta ce ne fosse in tutta la sua poesia; e che invece di continuare a tormentarsi con un mondo assurdo basterebbe toccare il corpo di una donna, rispondere a uno sguardo...
e scrivere d'amore, e scrivere d'amore, anche se si fa ridere; anche quando la guardi, anche mentre la perdi quello che conta è scrivere; e non aver paura, non aver mai paura di essere ridicoli: solo chi non ha scritto mai lettere d'amore fa veramente ridere.
Le lettere d'amore, le lettere d'amore, di un amore invisibile; le lettere d'amore che avevo cominciato magari senza accorgermi; le lettere d'amore che avevo immaginato, ma mi facevan ridere magari fossi in tempo per potertele scrivere...
(Roberto Vecchioni, 1995)
La solitudine straziata dell'intellettuale o presunto tale; di colui che per annosa e patologica abitudine filtra i sentimenti e le emozioni al vaglio spietato della ragione e muore schiacciato da un Super-Io incredibilmente sadico.
Ogni tanto il bambino spaventato che c'è in lui emerge e solleva la testa ma non sa più che dire perché si sente insignificante ed inascoltato.
Nel tempo l'intellettuale o presunto tale ha costruito una splendida cattedrale nel deserto, piena zeppa di ricordi e povera di desideri (quello che ci doveva essere in fondo c'è già stato, ha avuto solo il brutto vizio di finire troppo presto).
L'intellettuale o presunto tale ha imparato a far fluire le lacrime verso l'interno in modo che non si vedano e non lo facciano figurare male; non conosce più piacere e dolore perché vive in una perenne sospensione del giudizio e del sentimento.
Solo ogni tanto deposita un po' della sua cattiveria su chi probabilmente se la merita, ma anche probabilmente no: basta che non gliene resti dentro troppa.
L'intellettuale non sa più scrivere lettere d'amore, o forse non sa più scrivere lettere tout-court. Quando scrive lettere d'amore è anche molto bravo, ma poi gli resta l'insormontabile problema di reggere e convalidare nella vita reale le rutilanti cose scritte nella vita reale, e allora non solo ha smesso di scriverle, ma ha smesso di costruirsi situazioni che rendano penosamente inevitabili le suddette lettere.
Però, narcisisticamente, ne tiene copia e ogni tanto le rilegge senza ricordarsi troppo bene a chi le ha scritte e perfino perché, ma Dio come suonano bene!
E poi, a che pro un simile profluvio di intelligenza e passione (passione?) per una donna che è già pronta a giudicarlo per come si veste o notare un leggero cedimento della tomaia in quel paio di scarpe che lui trova così comode? Diciamocela poi tutta, non è che ne valga la pena...
Adora invece scrivere in modo impersonale usando se possibile la terza persona: ma anche quando usa l'io, è un Io talmente sfaldato e permeabile che nulla se ne potrebbe dire.
Chiede che si prenda atto e lo si lasci nella sua splendida orgogliosa catastrofe. E' meglio sopportare gli oltraggi, i torti, le ingiustizie che la vita ti riserva (e certe volte anche la sfiga), o prendere l'armi contro un mare di problemi e combattendo disperderli?
E' meglio sopportare le prese per il culo dei mediocri o trovare il modo di dar loro una lezione, anche se questo significa la propria definitiva rovina?
E' meglio amare una disadattata che altro non ha se non il suo sex-appeal, o una adattata a forza che del suo sex-appeal si vergogna?
E' meglio barcamenarsi lungo oscure stanze di vita quotidiana o morire nella gloriosa fiammata di una trasgressione senza ritorno?
Queste, e tante altre, sono le questioni che segnano le giornate dell'intellettuale o presunto tale: questioni alle quali non troveremo risposta, perché sappiamo bene che il fascino del viaggio non è nell'arrivare ma nel viaggiare pieni di speranza; e che i tuoi desideri è bene che non si avverino mai, perché qualora lo facessero rivelerebbero la loro clamorosa distanza dal sogno.
E così, ci consegniamo inermi alla vecchiaia, anno dopo anno inseguendo i nostri angusti e vetusti ideali, i nostri incrollabili principi, i nostri irrinunciabili modi di essere, di vivere, di pensare.
Ovviamente sto parlando di Fernando Pessoa. Del suo occultare la sua anima latina dietro il freddo orizzonte della lingua di Shakespeare. Del preferire scrivere lettere a sè stesso attraverso infiniti eteronimi, piuttosto che a chiunque altro. Del suo frantumarsi in mille identità per non abbracciarne nessuna (quanto influenzato da Pirandello, nessuno ha saputo affermarlo con precisione). E soprattutto del suo morire prima di essere diventato del tutto adulto.
Chissà come ci si sente a coltivare una simile identità...
La morte di Oreste Lionello rischia di venire offuscata da quella del PD come quella di Sabani lo fu da quella di Pavarotti. In questo momento drammatico della storia italiana, la scomparsa di un uomo di spettacolo rischia di restare confinata nelle note di costume.
Ma Oreste Lionello, negli ultimi anni intruppato nel bolso baraccone del Bagaglino, titolare di una satira politica vecchia di almeno 40 anni, ha in carriera ben altri meriti: è stato, insieme a Ferruccio Amendola, il più grande doppiatore del cinema italiano, e rispetto a lui ha l'ulteriore merito di aver messo al mondo figli discreti e amanti del basso profilo.
Quasi tutti sanno che Woody Allen senza la sua voce avrebbe avuto in Italia un successo meno clamoroso (più o meno come De Niro con Amendola e, perché no, Oliver Hardy con Sordi): ma oltre ad adattare magistralmente alla sensibilità italiana il particolarissimo stile recitativo woodyalleniano, salvaguardando la freudianità della sua leggera balbuzie, Lionello ha saputo rendere in italiano anche alcuni degli intraducibili calembours del grande newyorkese (il primo che mi viene in mente è io ti stramo, ti adamo, ti abramo! che Dio solo sa come suonava in inglese. Pochi sanno che Lionello ha doppiato anche Groucho Marx, Jerry Lewis, Peter Sellers, Dick Van Dyke, il pupazzo Provolino, Michel Serrault nella sua fortunata trilogia gay in coppia con Tognazzi, Dudley Moore, perfino John Belushi, ma soprattutto Gene Wilder in Frankenstein Junior, e allora possiamo pensare che abbia messo bocca anche nell'immortale "Lupo ululà, castello ululì".
Fellini provava per lui un'ammirazione che sconfinava nella venerazione: in alcuni film gli impose di dare voce a più di un personaggio, col vertice di Prova d'orchestra in cui qualcuno sostiene che, oltre all'inconfondibile voce del direttore, anche le voci dei professori d'orchestra siano quasi tutte sue. Chi ha approfondito il modo di lavorare di Fellini può credere questo aneddoto non del tutto apocrifo.
"Di una rapa sapeva fare un aquilone" è l'anticonvenzionale e incisiva immagine che il suo fraterno amico Pierfrancesco Pingitore ha con (per lui poco abituale) delicatezza lasciato. E in effetti, anche nello squinternato e artisticamente discutibile carrozzone pingitoresco, le sue caratterizzazioni (quasi stanislavskiana quella di Andreotti) avevano una cifra di talento allo stato puro che talora sembrava sprecata per quella ribalta.
(Le immagini parlerebbero da sole, ma meritano un commento. Walter è l'unico che quando si dimette ci resta male davvero. Buona lettura.)
Se si fosse trattato solo dell'ennesima brutta figura del PD, non mi sarei scomodato a farci su un post.
Il PD è una strana chimerica creatura che vive la sua irresponsabile e irresoluta infanzia senza decidersi a diventare adulta ed assumersi le proprie responsabilità.
Mentre nell'ormai imminente e definitivo scioglimento di AN nel Popolo delle Libertà fa gioco la figura di Berlusconi considerato un forte attrattore di consensi (ed è così che Fini, La Russa e Gasparri lo considerano: mai sentita da nessuno di loro 3 anche solo una mezza parola sulle sue doti di statista), la Margherita è riottosa a sciogliersi nell'abbraccio dei post-comunisti (anche se di comunismo vero e proprio ormai non è rimasto nulla) perché Veltroni non è considerato un forte attrattore di consensi. E' meno brillante di D'Alema, meno stratega di Fassino, meno grintoso di Bersani, meno dialettico della Finocchiaro, dalla sua c'è solo una enorme passione e una deamicisiana tendenza all'idealismo ma per il resto mi sembra essere al limite estremo della nomea di jettatore.
Fa un po' compassione quando cerca di lucrare sulla vittoria di Obama alle presidenziali statunitensi arrivando a un passo dal dichiarare "Quel ragazzo ci ha rubato il programma".
Ma non si è trattato solo dell'ennesima brutta figura del PD.
Walter Veltroni ha fornito la sua versione di dimissioni all'italiana.
Si è collocato in posizione intermedia fra Riccardo Villari (che le dimissioni le ha promesse praticamente subito ma le ha date quando proprio non poteva farne a meno) e Enrico Mentana (che ha scoperto inopinatamente un lunedì sera che a Canale 5 non si fa informazione e, orripilato, si è dimesso da direttore editoriale; terrorizzati alla prospettiva di perderlo, i dirigenti Mediaset gli hanno immediatamente cancellato il programma e hanno gioiosamente accettato il suo autolicenziamento).
In neanche un anno e mezzo il PD ha collezionato devastanti batoste a livello amministrativo, perdendo Roma, Abruzzo e Sardegna, ha visto gli scandali abruzzesi e napoletani su cui sportivamente l'informazione berlusconizzata non ha neanche esageratamente infierito (con l'evidente implicito messaggio Siamo dei signori, NOI, mica come LORO), si è mostrato spappolato e irresoluto sui drammatici temi dell'eutanasia e dell'alimentazione forzata, ma soprattutto si deve assumere la responsabilità storica e politica di aver emarginato ed accompagnato ad una repentina morte la sinistra non incline a trasformismi neodemocristiani, lasciando le fasce meno tutelate e più sfruttate senza alcuna rappresentanza parlamentare.
Di fronte all'evidenza di questo sfacelo, il commentatore un po' di sinistra si sdoppia.
Con il cuore, e forse anche con l'anima, urla che Veltroni non deve mollare proprio adesso. Che se lo fa è un codardo indegno di ripresentarsi in pubblico. Un infantile che si è stufato del suo giocattolo, ma doveva controllarlo subito e si sarebbe accorto che era pieno di guasti e non avrebbe mai funzionato. Un narcisista che credeva di guidare il PD a colpi di clamorose vittorie, e non sa convivere con le sconfitte.
Con la mente, ma forse anche con la pancia, ha l'agghiacciante impressione che Veltroni si senta lui stesso un codardo, un infantile e un narcisista ma che non veda altra soluzione che farsi da parte. C'è una possibilità su mille che il giocattolone si ricomponga guardando mesto il suo cadavere galleggiare sul fiume della Storia, ma ce n'è una su millanta che tutta notte canta che il giocattolone si ricomponga da solo senza una terapia d'urto.
E nel frattempo, Berlusconi ringrazia, incarta e porta goduriosamente a casa. Sta preparando un sobrio comunicato che posso qui anticiparvi (la sorella di una mia ex-morosa si accoppia con il Bisunto del Signore su un divanetto di Palazzo Chigi 2-3 volte la settimana):
Il Partito Democratico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi mesi del 2008 e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di valori di ogni sorta e pressoché per intero il suo spessore ideologico e culturale. Ha lasciato finora nelle nostre mani milioni e milioni di voti, oltre a qualche utensile di uso comune, soprattutto tini e mastelle. I resti di quello che si illudeva di essere il vero erede della DC risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.
Qual è l'equivalente genovese di "Gnì zò ch'a gh'ema da parlèr...", la frase che, riesco a immaginare, circa un anno fa Matteo Bagnaresi aveva urlato con quanto fiato aveva in gola a un pullman di tifosi juventini, prima di finire stritolato dall'autobus stesso che sgommava cercando una via di fuga?
Cosa spinse allora un ragazzo impegnato nel sociale, un po' testa calda ma tutt'altro che delinquente, a trasformarsi in un barbaro assaltatore che non riesce ad emulare De Andrè vedendo nei suoi coetanei dei ragazzi rei solo di avere "la divisa di un altro colore"? E cos'ha spinto l'altro ieri un signore un po' più maturo a trovarsi in mezzo a un branco di esagitati che salutavano a modo loro i giocatori viola che avevano strappato al Genoa un rocambolesco pareggio?
Aveva ragione l'antropologo Desmond Morris quando nel suo saggio "La tribù del pallone" sosteneva che le emozioni che ruotano intorno al calcio sono emozioni da paleolitico, legate alla difesa del proprio clan dagli immondi assalti del clan nemico, con ogni gol che rappresenta una violazione e, nel caso detto gol sia ritenuto da te (ominide tifoso) irregolare e/o truffaldino, un vero e proprio stupro?
Cronache dal 200.000 a.C.
Quando entrano nella tua sacra arena di Marassi gli odiati nemici Etruschi, non esiste alternativa: essi devono abbandonare l'arena vinti ed umiliati dopo essere stati spogliati di armi ed insegne.
Se inoltre i suddetti nemici, ovviamente indegni di condividere con te la qualifica di uomo, fingono di subire una epocale disfatta per poi, sogghignando, violare per ben tre volte la Sacra Porta cara al Dio Baal, essi sono fedifraghi e mentitori e meritano di essere perseguitati dalla sorte per tutto il corso delle proprie miserevoli vite.
Se addirittura essi si servono per la bisogna di un guerriero tracio di probabile ceppo Rom, l'insulto è intollerabile.
Si aggiungano incantesimi e sortilegi coi quali i vituperati Etruschi inducono il santone giudice a non percepire lo scorrere del tempo, a infliggere punizioni ai tuoi guerrieri trattando i loro a tarallucci e vino, a decidere capricciosamente l'esito della contesa.
Solitamente tu sei un essere pacifico, lavori la pietra con grande destrezza, seppellisci i tuoi morti e se potessi pagheresti anche le tasse. Ingaggi colluttazioni solo con la tigre dai denti a sciabola per decidere chi deve mangiare chi.
Ma oggi gli Dei ti chiamano a difendere l'onore del tuo clan contro l'invasore. E lo difenderai fino alle estreme conseguenze.
Risvegliandoti sfracellato dalle ruote del carro da guerra etrusco ma comunque vivo, ringrazierai il tuo Dio per elezione, FahlliWiola, e ti sentirai un eroe.
Dall'alto in basso: Nakata, Nakamura, Nakjima, Nakatastrofe
Non ci sono più i Samurai di una volta: il Tremonti dell'Estremo Oriente, Shoichi Nakagawa, si fa pizzicare in deplorevoli condizioni alcoliche alla conferenza stampa finale del G7 finanziario di Roma. Il breve ma eloquente filmato diffuso in tutto il mondo lo mostra in stato soporoso ai limiti del catatonico, nessuno dubiterebbe che preferirebbe di gran lunga schiacciarsi un russante pisolino piuttosto che rispondere alle domande dei giornalisti; quando proprio non può esimersi dal rispondere biascica delle risposte che, anche nella totale ignoranza dell'idioma del Sol Levante, appaiono quanto meno laconiche e abborracciate; mentre i giornalisti formulano, con nipponica implacabilità, le loro articolate domande, il povero Shoichi appare in preda ad allucinazioni bioptiche da avvinazzato all'ultimo stadio, e segue con gli occhi una plètora di inesistenti animaletti che scorazzano lungo i muri della sala stampa.
Intendiamoci, rispetto alle figuracce internazionali che fa qualcun altro, il buon Nakagawa merita non solo l'indulgenza ma addirittura la stima incondizionata da parte del popolo italiano, che vede ancora una volta confermata la qualità delle sue proposte enogastronomiche e la validità della sua accoglienza: nessuno riesce ad andarsene dalla Città Eterna senza aver messo a serio rischio l'apparato gastrodigerente con pietanze affascinanti quanto insidiose, prima fra tutte i rigatoni co la pajata (l'esperienza più affine alla coprofagia che si possa realizzare senza superare il crinale della perversione) e senza aver indulto in uno sfrenato consumo dei bianchi dei Colli, che vanno giù come spuma al ginger e poi si fanno malignamente sentire per le 24 ore successive, e Naka ne sa decisamente qualcosa.
Del resto, col PIL del Giappone a picco (il crollo verticale più ingente dai tempi della crisi energetica di 35 anni fa), con i Giapponesi infuriati (chiunque pensa che i Giapponesi siano imperturbabili ricordi un attimo il mitico personaggio di Marrabbio della serie Kissmelicia, che quando gli facevano girare le scatole preparava l'Okonomiyaki con inquietanti fendenti del suo karakirico coltellaccio provocando striscianti ansie di castrazione tra il pubblico) e con quel dannato sobrio del Ministro dell'Economia Kaoru Yosano che ha già deciso di addossargli la colpa, come non condividere la sua scelta, molto mediterranea, del tipo "OK ragazzi, me ne vado ma a modo mio. Col botto.". E difatti Shoichi si è già dimesso, il suo dicastero verrà conglobato in quello di Yosano, e probabilmente lui resterà a Roma dove sembra che sia già in parola con Del Noce per condurre Domenica In alla Buster Keaton (senza dire una sola parola ed esprimendosi solo con stralunate espressioni facciali, anche se sembra che per assicurargli la dotazione alcolica necessaria sarà necessario un raddoppio del cànone).
Qui sopra un immagine dell'eversore di Nakagawa, Kaoru Yosano, che ha dichiarato Non è vero che ho dato al mio molto onorevole collega dell'ubriacone, anzi gli dico sempre "Sakè lei è un bravissimo ministro?".
San Valentino è una festa paradossale ed inutile, in realtà come quasi tutte le feste che non consentono giorni di ferie, avventurosi ponti, tredicesime mensilità.
Spesso si sovrappone e si intreccia al Carnevale che, nella sua veste generalista, è più liberamente fruibile e più significativo.
A cosa serve San Valentino? Per gli innamorati è sempre festa e non bisogna aspettare il 14 febbraio per scambiarsi epocali promesse, fantastici regali, mirabolanti prestazioni porno-erotiche.
Per chi innamorato non è, San Valentino è un momento di spiacevole voyeuristico contatto con l'ostentato piacere degli altri.
Con una distinzione:
chi innamorato non è e non è nemmeno in coppia, può se preferisce tapparsi in casa stappando una bottiglia di quello buono per brindare alla persona più meravigliosa che conosce (sè stesso): questa antinomia tra tappare sè stessi e stappare un'innocente bottiglia meriterebbe commenti di tipo euristico-ermeneutico ma al momento non mi escono e quindi meglio per tutti.
Chi invece e per contro innamorato non è ma è in coppia, ecco, per lui San Valentino è una feroce e inumana tortura. Che fare? Dirsi la verità e festeggiare la ricorrenza con un minuto di silenzio ? O mentire e mentirsi e non smettere più e confondere spesso Lenìn con Gesù? Dopo di che andare con la/il partner ad ostentare la tua finta gioia come la puttana di una vecchia canzone delle Orme? Consentendo a chi innamorato non è e non è nemmeno in coppia di fissarti con gli occhietti cisposi e l'alito agliato mormorando a scelta "Tsè", "Pfui" o "Tsk".
E chi, più che in coppia era in triangolo fino a non tantissimo fa, come si regola?
Si imbottisce di San Miguel doppio malto nel locale che vide alcuni dei momenti più alti del suo genio di seduttore sperando di non vedere entrare nessuna delle due sedotte e abbandonate (o sedotte e abbandonatrici? Boh....) in compagnia di qualche esemplare etnico del quale poter dire "E beh, ma allora...", prima di andare a vomitare nel cesso Dio solo sa se per il disgusto o per la rabbia?
Si imbottisce di San Miguel doppio malto nel luogo sopra menzionato ma poi corre a casa e segue la sfida-promozione dei suoi undici leoni contro degli insidiosi maremmani?
Si chiude in biblioteca a studiare Lacan fino all'orario di chiusura?
Si chiude in biblioteca a leggere un interessante autobiografia di Mike Bongiorno?
Fa un giro in bici al Parco Cittadella sperando di non incontrare una delle due sedotte e abbandonate/abbandonatrici che abborda tutti gli uomini soli che trova indipendentemente dal loro grado di impresentabilità (chè starsene da soli al Parco Cittadella di sabato pomeriggio e per di più di San Valentino fa escludere una qualche somiglianza con Raul Bova), e se la incontra si allontana scuotendo mestamente la testa, gesto inutile perché lei neanche lo ha visto, o peggio neanche lo ha riconosciuto?
Manda ironici sferzanti sms a tutte le sue ex meno alle due summenzionate? Concludendo tutti con la sto(r)ica frase Non attendo alcuna risposta ma incazzandosi come una pantera perché tutte lo prenderanno sul serio...
Lasciamo la risposta ai nostri pochi ma sagacissimi lettori. E nel frattempo, buon San Valentino a chi ci crede.
Tra Berlusconi e Gasparri c'è una piccola differenza: che Berlusconi almeno esprime una carica di umorismo del tutto involontario (perché quando si sforza di essere spiritoso è terribilmente deprimente) che strappa un sorriso anche ai suoi più accesi eversori.
Invece le uscite di Gasparri non fanno assolutamente ridere. Sono plumbee, sanno di manganello, di olio di ricino, di menefrego,
Berlusconi è quasi infantile nella sua sicurezza di potersi permettere tutto. Se imparasse a tacere sarebbe molto più pericoloso perché la gente farebbe molta più fatica a capire che vuole fare le scarpe a Napolitano, riscrivere la Costituzione, cancellare qualunque cosa che assomigli a un sindacato o a una magistratura libera, eliminare qualunque cosa assomigli a una sinistra politica, intimidire e ricattare l'opposizione, far pesare il suo potere economico e mediatico contro tutto e contro tutti. Invece è più forte di lui, tutte le volte che ne fa una delle sue lo deve urlacchiare ai quattro venti: "Napolitano mi mette i bastoni fra le ruoteeeeeeeeee!", "La nostra Costituzione è anacronistica e filosovieticaaaaaaaaaaaaa!", "Se non mi fanno fare la legge che voglio io faccio una sollevazione popolareeeeeeeeeeeeee!".
Gasparri invece è truce e trucido, maligno e malevolo. Quando viene preso in mezzo e costretto a ritrattare lo fa con la faccia livida e contratta, mentre Berlusconi ritratta volentieri anche quello che non ha detto perché due minuti dopo si è già stancato egli stesso delle sue cazzatine. Lui no, lui alle sue cazzatine ci tiene troppo.
Quando, al momento dell'elezione di Barack Obama, si è apparentemente lasciato sfuggire un infelicissimo (ed è un garbato eufemismo) Adesso Al Qaeda sarà contenta, invece di ritrattare ha sostanzialmente confermato le sue parole aggiungendo più o meno "Lo pensano un po' tutti". Poteva dire anche lui "E' stata una carineria" ma non ci ha pensato nemmeno.
E ben pochi ricorderanno ancora la sua furibonda ferocissima telefonata in diretta a Quelli che il calcio, pericolosissimo covo di sovversivi, seconda per assurdità solo a quella di Francesco Giorgino alla stessa trasmissione. Telefonata che meriterebbe la leggendaria battuta di Grillo "Sarebbe come se Brown se la prendesse con Mr. Bean".
Non appena appresa la morte della "signora Englaro" (come la sola Irene Pivetti ha avuto la delicatezza di chiamarla, mentre tutti la chiamano disinvoltamente Eluana come se fossero primi cugini) ha sparato in diretta, madido di sudore e livido di rabbia (così lo descrivono svariate fonti giornalistiche) Su questa vicenda peseranno le firme non messe. E la rabbia non è per la recentissima dipartita, ma perché non può dire la frase che gli titilla le corde vocali Napolitano boia maledetto!
Sbugiardato dall'astuto finissimo Fini che gli dà dell'irresponsabile e lo invita al silenzio, starebbe per rispondere Ma iresponsabbile ce sarai te... ma si limita a un castigatissimo «Sto parlando con rispetto, con molto rispetto del Capo dello Stato perchè io sono una persona responsabile che rispetta dalla più alta istituzione, all'ultimo cittadino su un letto di ospedale». Ma lo sforzo è tale che deve passare tre giorni a letto con 38 e 6 di febbre.
Ristabilito a furia di dosi industriali di Tachipirina deve sopportare i lazzi, i cachinni e gli strali di Vauro e Santoro (caritatevolmente Travaglio si astiene), e in particolare la seguente vignetta:
Berlusconi se ne sarebbe narcisiticamente lamentato con un sorrisino beffardo della serie "Su otto trasmissioni ce ne sono nove che mi sfottono, ma devo ammettere con genialità. Ahahah, quella di Al Tappone mi ha fatto ridere da matti...". Invece Gasparri no, definisce Santoro e Vauro volgari sciacalli, ma non se la prende più di tanto perché dichiara compiaciuto che I gestori della RAI stanno per essere cacciati come meritano.
E poi per fortuna se n'è tornato a letto, questa volta con un principio di crisi convulsive.
In attesa di nuove avventure del pensiero, godetevi questo strepitoso testo del Lucio Dalla più onirico, anno 1994, album "Henna".
Era appena uscito fuori che sua madre gli diceva "Quando arrivi, almeno telefona...", poi in mezzo alla strada si è voltato per vedere Ferrara e la sua casa mentre nevica. Tra un'ora sono lì, prendo un treno e sono lì, arriviamo giusto lì che c'è ancora un po' di luce. Eccola lì la Jugoslavia, quanti alberi come è verde, ha un qualcosa che mi piace... Va, corre in fila, verso il duemila.
Ma il treno non si ferma, anzi a vedere come corre Va sempre più lontano, Passa le foreste dell'Europa i ponti, le case Fino alle linee della mano Chissà chi era mio padre, chissà chi era mia madre Dimmelo Sigarette americane, avessi almeno un po' di pane, soldi, puttane sono libero Va corre in fila il treno verso il duemila.
La stazione di Milano città della moda e dei miracoli Il treno rallenta va più piano Non si vede nessuno andiamo via Più in là c'è un ponte sul fiume con migliaia di soldati Ed alcuni carrarmati Passano il confine tra l'Austria e l'Ungheria.
Il treno corre per l'Europa tra due ali di fascisti Vecchi, nuovi, misti Poi sotto un cielo nucleare, mai visto, irreale Passa un gruppo di montagne siamo in Russia E io che volevo telefonare, non ho niente da mangiare Come nevica. Teresa son qui, dentro un sogno Dentro un sogno tutto bianco sopra un treno e sono stanco Non lo so mi stan guardando, sono in tanti qui Han la faccia e le mani degli zingari sono tanti come il vento sono liberi Sono i pensieri della notte, tra le nuvole della notte.
...Ma corre in fila il treno verso il duemila... ...Il treno verso il duemila...
Il modo in cui Eluana è morta merita un ulteriore ultimo post.
Se il mio blog avesse migliaia di contatti probabilmente mi autoimporrei un decoroso virile silenzio, perché veramente troppe se ne sono dette, azzardate, sparate su questa povera famiglia violentata dalla malattia, dal dolore, dalla stupidità e dalla cattiveria umana.
Ma poiché il mio blog è semplicemente una bottiglietta di Ceres che viaggia silenziosa e discreta nell'oceano del world wide web, mi ritaglio per l'ennesima volta la facoltà di fare e dire quello che mi sento, visto che nella mia vita quotidiana una bella fetta di ciò che faccio e dico è saggiamente e dolorosamente ritagliato sui contorni della prudenza. Almeno qui dentro fatemi fare a modo mio.
Sarà un post senza foto e senza caratteri variopinti, banditi anche il grassetto e il grassetto corsivo, non previsti link. In quanto tale avrà pochissimo appeal e nessuno probabilmente arriverà in fondo.
Chi se ne frega.
Eluana non è morta come tutti speravano e immaginavano. Appena le, invero modeste, tecnologie che la tenevano in vita si sono fatte da parte il suo robustissimo fisico razza Piave si è malinconicamente ripiegato su sè stesso, è drammaticamente imploso, ha affrontato la morte come quell'evento traumatico e drammatico che di fatto non può non essere. Non si è spenta lentamente come una candela in una stanza mal ossigenata, è morta come di solito si muore, senza rispettare la scaletta che le era stata costruita.
Visto che su questa vicenda ormai si gioca tutto sull'emozionale e sul simbolico perdendo di vista la concretezza del dato reale, è normale che su questa morte chiunque costruirà il proprio sistema di ipotesi.
I biechi scagnozzi della reazione immagineranno iniezioni letali, infermiere-killer prezzolate, perverse diavolerie espressamente commissionate da un feroce burattinaio.
I cultori del mito di uno stato autoritario ed invadente urleranno "Ma come? Si era parlato di una interruzione progressiva della fornitura (come in modo molto aziendale Berlusconi aveva ridefinito la somministrazione) di sostanze nutritive e medicinali. Chi ha autorizzato la clinica "La quiete" ad interrompere l'alimentazione in modo incondizionato?".
I dietrologi con sfumature paranoidi (quelli che vedono complotti dietro un arbitro che, impallato da un difensore, non vede un rigore; attentati all'umanità dietro un comico che sostiene che la Chiesa non si rinnova; ipotesi di reato in ogni critica al premier) getteranno badilate di graveolenti dubbi sulla tempistica della morte. Si chiederanno perché il padre non era accanto alla figlia mentre questa trapassava a miglior vita (tutto meno che un modo di dire, in questo caso...). Si stupiranno del fatto che Eluana non abbia avuto la compiacenza di aspettare quel paio di giorni che il Governo, ricattando e occupando militarmente il Parlamento, avrebbe impiegato a licenziare una legge che le avrebbe salvato la vita.
Gli integralisti cattolici urleranno all'assassinio, andranno alla cieca e squallida caccia di particolari clinici per dimostrare che era vero quello che andavano dicendo, che Eluana è morta tra atroci sofferenze e probabilmente non munita dell'Estrema Unzione.
Gli opportunisti politici loderanno la professionalità del personale che ha assistito Eluana, si uniranno allo strazio di Beppino perché in cuor loro il vero assassino è il Presidente Napolitano, non a caso un comunista, fratellino minore di quegli stalinisti che hanno redatto una Costituzione che ostacola le azioni umanitarie del Governo e che va cambiata prima che faccia altri danni.
Le star dell'informazione spettacolo faranno (anzi, han già fatto e continuano a fare) a gara a chi cavalca meglio l'onda emotiva per guadagnare mezzo punto di share. Mentana si chiederà (anzi si è già chiesto) "Perché a quello yesman di Emilio Fede hanno concesso una interminabile diretta in stile Radio Maria che avran guardato dodici perpetue di Ariano Irpino mentre a me è stato preferito il Grande Fratello? Quanto dovrò scontare ancora il fatto di aver cacciato via Berlusconi che voleva fare l'uscita straordinaria in coda allo special pre-elezioni?", e passerà a La7 a rimpiazzare Chiambretti.
Chi si sforza di ragionare in modo laico ma non materialista arriverà ad una conclusione bizzarra che gli procurerà solo fastidi e prese per il sedere (ma tanto ci si è largamente abituato). Penserà che la corteccia cerebrale è il massimo livello di coordinamento dell'organismo, una galassia sconfinata di microscopiche cellule che si possono collegare tra loro in modi svariati, tali per cui nessun cervello umano sarà mai uguale a nessun altro. Ma ricorderà dai suoi remoti studi che esiste un governo-ombra del corpo umano, il sistema nervoso autonomo, che non si collega col mondo esterno ma risponde in modo automatico ma complesso ai cambiamenti dell'omeostasi interna.
Quell'intelligenza del corpo di cui parlava il fisiologo Cannon, che ci farebbe mangiare le cose giuste, dormire il tempo giusto, fare l'amore con animalesca perizia, se solo la sapessimo ascoltare e non vi sovrapponessimo la prepotenza della corteccia e, quindi, del pensiero associativo che segmenta la realtà e in questo modo la uccide.
E si dirà che, non appena il corpo martoriato di Eluana, da almeno 14 anni liberato da ogni forma di controllo mentale, ha potuto decidere, non ha visto l'ora di cancellarsi nel nulla e godere il riposo. Quel corpo che non poteva più muoversi nè percepire il mondo esterno, quel corpo che parlava con sè stesso una lingua autoreferenziale da artropode, una lingua che non conosceva piacere e sofferenza, gioia e dolore, ma solo l'incessabile ritmicità del ritmo sonno-veglia, quel corpo ne aveva abbastanza da parecchio. Ma non aveva modo di dirlo. Solo Beppino poteva fare da interprete. E lo ha fatto.
Sull'allucinante dramma umano di un padre che spinge il suo amore e la sua coerenza fino a rischiare il linciaggio virtuale e la gogna mediatica ho già detto molto, anche troppo. Beppino ci implora di starcene zitti ma visto che non ci riesce nessuno...
Un commento al mio ultimo post merita di assurgere alla dignità di post concluso in sè stesso.
Io sono rimasta dapprima senza parole poi immediatamente dopo mi sono incazzata come un aspide imbizzarrito ieri sera, quando al telegiornale sento le parole del nostro "Premier" pronunciare più o meno una baggianata del genere: "...e poi io mi batto nel pieno rispetto della legge, per far sì che lo Stato non possa ingerire nelle questioni che dovrebbero essere lasciate al privato".
Ho pensato che i casi potessero essere tre: 1) il suo insegnante di lingua italiana è Di Pietro e pertanto egli non sa assolutamente cosa sta dicendo;
2) il suo delirio di onnipotenza è ormai incontrollabile anche a lui medesimo e pertanto non sa di essere il Premier ma pensa di essere il portavoce di Dio;
3) il suo cervello è in realtà migrato definitivamente all'estero per sempre e da sempre e pertanto non può farci niente e ce lo teniamo così.
Perchè mi rifiuto di pensare che un essere senziente qualsiasi possa volontariamente pronunciarsi in tal senso mentre sta effettivamente tentando di agire nel senso opposto.
Volevo quasi fare un terzo post su questa triste vicenda, parlando dei deliri berlusconiani, dall'infame attacco a Beppino Englaro che "vuol solo liberarsi di un peso", all'incongruo e storicamente sconclusionato attacco alla Costituzione fatta e voluta dai Comunisti (ah già, in Italia è sempre colpa loro), per concludere con le parole da te commentate, che realmente preoccupano perché il nostro Presidente del Consiglio ormai parla a vanvera. Ma me ne manca la forza per logorio e sfiancamento. Esporsi alle argomentazioni berlusconensi ha un effetto tossico sul mio encefalo
Le tue misurate e incisive parole (io avrei indulto, participio passato di indulgere, all'invettiva più sfrenata) oggi sono migliori delle mie. Aggiungo che quasi tutti quelli che si ergono a giudici della famiglia Englaro mostrano di avere la corteccia necrotizzata come la povera Eluana.
Ma meglio di tutti si era espresso Giorgio Gaber nel lontano 1994 in questa sua straordinaria canzone che sembra scritta stamattina:
Il secolo che sta morendo è un secolo piuttosto avaro nel senso della produzione di pensiero. Dovunque c'è, un grande sfoggio di opinioni, piene di svariate affermazioni che ci fanno bene e siam contenti un mare di parole un mare di parole ma parlan più che altro i deficienti.
Il secolo che sta morendo diventa sempre più allarmante a causa della gran pigrizia della mente. E l'uomo che non ha più il gusto del mistero, che non ha passione per il vero, che non ha coscienza del suo stato un mare di parole un mare di parole è, come un animale ben pasciuto.
E pensare che c'era il pensiero che riempiva anche nostro malgrado le teste un po’ vuote. Ora inerti e assopiti aspettiamo un qualsiasi futuro con quel tenero e vago sapore di cose oramai perdute. Va' pensiero su l'ali dorate va' pensiero su l'ali dorate.
Nel secolo che sta morendo si inventano demagogie e questa confusione è il mondo delle idee. A questo punto si può anche immaginare che potrebbe dire o rinventare un Cartesio nuovo e un po' ribelle un mare di parole un mare di parole io penso dunque sono un imbecille.
Il secolo che sta morendo che sembra a chi non guarda bene il secolo del gran trionfo dell'azione nel senso di una situazione molto urgente, dove non succede proprio niente, dove si rimanda ogni problema un mare di parole un mare di parole e anch'io sono più stupido di prima.
E pensare che c'era il pensiero era un po' che sembrava malato, ma ormai sta morendo. In un tempo che tutto rovescia si parte da zero e si senton le noti dolenti di un coro che sta cantando.
Vieni azione coi piedi di piombo vieni azione coi piedi di piombo
(Dedicato a chi parla troppo, pensa poco e quanto ad agire...).
Mettiamola così: ammesso e non concesso che Napolitano sia addormentato, è in buona e copiosa compagnia.
In secondo luogo, i due signori sono le due maggiori cariche dello Stato.
In terzo luogo, la litigata non dovrebbe avvenire perché la Costituzione Italiana prevede delle ben precise gerarchie all'interno delle quali uno dei due signori (quello più accomodante) non può assumersi alcuna decisione (anche se un suo predecessore che, essendo sardo, aveva una zucca praticamente di titanio rinforzato al tungsteno, decideva esternava e si toglieva macigni dal pedalino destro) ma può anzi DEVE! controllare le decisioni del signore meno accomodante e più decisionista, il quale, se vuole, può aspirare a prendere il posto dell'altro signore tra 4 anni e nel frattempo calma e gesso.
In quarto luogo, la situazione attuale mi ricorda quella della primavera 1915, con la maggioranza parlamentare che, convinta in base a chissà quali metafisiche considerazioni che il Popolo Italiano (che non contava un czz allora e conta ancor meno oggi quando non ti fanno comodo le sue volontà vere o presunte) volesse la guerra, e la volesse non al fianco degli alleati ufficiali Austria e Germania che le stavano già leggerissimamente buscando da inglesi francesi e russi;
firmò un alleanza bellica con l'Inghilterra approfittando del fatto che allora le cose si potevano fare di nascosto appena un po' meglio di oggi (dove qualche travaglio devi pur subirlo prima di farla franca) mettendo il Parlamento di fronte al fatto compiuto.
Ma con una differenza.
Che allora il Re (che tecnicamente e strategicamente, vista anche la ben nota tendenza della Casa Savoia a sbattersi il meno possibile e dedicarsi alla bella vita lasciando che alle cose concrete ci pensino gli altri, in teoria comandava ma in pratica lasciava fare) era favorevole alla guerra. E adesso non solo l'opposizione, lo stesso Presidente della Repubblica (che, freudianamente, è da sempre in Italia un re senza reame) la pensa diversamente.
Ormai il signore assatanato e decisionista morde il freno: dà spallate al Palazzo convinto che gli stia stretto e non gli lasci esprimere il suo sesquipedale talento politico.
Ci ammannisce deliziosi nonsense alla Gene Gnocchi ("Lo stato vegetativo potrebbe modificarsi" e, assolutamente sublime, "Eluana potrebbe avere un bambino", se la violenta un portantino, commenterebbe Pippo Franco), si fa sorpassare a sinistra da Fini e da quasi tutta la Lega meno Bossi e Borghezio (il primo demente per gli esiti di un ictus, il secondo demente di suo), ma con un pool di insigni giuristi guidato da Ghedini e Taormina (quest'ultimo un po' in ribasso visto che è passato da Porta a Porta al Processo di Biscardi dove fra l'altro prende sistematicamente su da Corno e Crudeli) è pronto a studiare una legge che sarà pronta in due-tre giorni (cioè circa 79 volte più rapidamente di una legge sulla coltivazione dei gladioli, salvo che qui il tema è appena un pelino più saliente) e che salverà la vita di Eluana che qualche becero vuol far morire di fame.
Ottocentomila bambini da tutta l'Africa stanno raggiungendo con tutti i mezzi Palazzo Chigi perché gli hanno detto che il Berlusca non tollera che qualcuno sia fatto morire di fame.
Ma il bello è che, fino a 48 ore prima, lo Psiconano Bisunto affrontava il tema-Englaro con espressione annoiata (preferiva fare battute sui soldati che ci vorrebbero per tutelare tutte le belle gnocche della Penisola).
Solo dopo la levata di scudi del Vaticano contro l'infame progetto di legge che potremmo definire "del medico delatore" ha ritenuto opportuno dare un affettuoso buffetto oltretevere condannando migliaia di immigrati irregolari (magari per lacune ed inadempienze burocratiche) all'astensione dai servizi sanitari e, come molti medici sottolineano, sottoponendo i suoi stessi elettori al rischio di contagi per malattie non più diagnosticabili e controllabili; ma, vivaddio, salvando la vita a Eluana contro la sua volontà.
Bella struggente e storica la frase del Beppino Englaro: "Preferisco avere contro tutto il mondo che avere contro la mia coscienza!". Anche se Englaro esagera: ha contro solo qualche migliaio di stronzi.
Diciassette anni di coma vegetativo. In neanche un secondo di questi diciassette anni Eluana è mai più stata un essere senziente e consapevole. La vita si perpetua (e oggi si può angosciosamente perpetuare all'infinito) che abbia ancora senso o no, e in effetti ci sono dei personaggi non in coma vegetativo la cui vita è ben più inutile di quella di Eluana. Il ministro Sacconi,per esempio. A cui dedico con affetto questa canzone di Battiato che l'insigne catanese scrisse 20 anni fa quando Berlusconi era solo un imprenditore, i post-fascisti erano delle tristi macchiette del tempo che fu, le soubrette non si improvvisavano donne di cultura, e Sacconi era un mediocre docente universitario iscritto al PSI.
Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere di gente infame, che non sa cos'è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno e tutto gli appartiene. Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni! Questo paese è devastato dal dolore... ma non vi danno un po' di dispiacere quei corpi in terra senza più calore? Non cambierà, non cambierà no cambierà, forse cambierà. Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali? Me ne vergogno un poco, e mi fa male vedere un uomo come un animale. Non cambierà, non cambierà sì che cambierà, vedrai che cambierà. Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali che possa contemplare il cielo e i fiori, che non si parli più di dittature se avremo ancora un po' da vivere... La primavera intanto tarda ad arrivare.
Uomini e donne si cercano e si trovano ma non è neanche detto che succeda; dei sentimenti puoi non esser preda se vedi che alla fine non ti giòvano.
Uomini e donne vanno allo sbaraglio nelle bizzarre lande dell'amore, cambiano idea e cambiano colore e quasi sempre prendono un abbaglio.
Uomini e donne passano la vita giocherellando col proprio destino; testardi non si arrendono perfino quando l'angoscia a suicidarsi invita.
Arriva un bimbo nudo che svolazza (andrebbe ucciso a colpi di ramazza), il suo dardo beffardo ti accarezza e ti fa innamorare di una pazza.
Prima che possa metterci una pezza la donna concupita ti ipnotizza; all'evidenza provi molta stizza e quasi maledici la sua razza.
Ed ora? Metti un po' che non si rizza, che non riesci a offrirle che una pizza, che per lo stress metti su troppa stazza e lei, crudele e stronza, non ti apprezza?
Ma quel Cupido, bambinetto idiota, figlio di dei e quindi parassita, nulla aveva da fare nella vita se non lanciare dardi a mia insaputa?
Meglio sarebbe stare molto accorti e prima che il suo dardo ti colpisca dirgli con faccia quanto mai corrusca "Vattene via se non vuoi che ti squarti!".
Meglio sarebbe contattare Giove che a occhio e croce è proprio il suo papà e dirgli "Caro Giove, senti qua, quel tuo Cupìdo provoca, ho le prove!".
Ma è precipuo interesse degli dei molestare gli umani tutto il tempo rompergli il czz e non dar loro scampo e allora lo so io quel che farei...
Senza farmi venire neanche un crampo arriverei ad Atene in un momento e (l'ho desiderato proprio tanto!) scalerei in fretta e furia il monte Olimpo.
Ivi giunto aprirei la mia carpetta zeppa di documenti ed attestati alcuni falsi, altri meritati pretendendo qualcosa che mi spetta.
"Visto che vi accanite alle mie spalle con sgradevoli frivoli scherzetti (non c'è uno di voi che mi rispetti!) da trent'anni rompendomi le palle,
e visto che resisto e controbatto mostrando tempra e forza sovrumane quale altro obiettivo mi rimane se non esercitare il mio ricatto?
Ordunque, superati e falsi dei dimenticate in fretta che io esisto altrimenti è lo stesso, non insisto, fatemi diventare uno di voi...".
Siamo sicuri che Fabrizio Corona sia meno pericoloso degli immigrati irregolari che una bella fetta di Italiani vorrebbe rimandare a casa tramite possenti colpi di metatarso in zona anale?
Un essere così a piede libero non è una costante minaccia all'incolumità e al quieto vivere di chicchessia lo circondi?
E perché per lui non valgono le condizioni di custodia cautelare pur in assenza di una condanna definitiva?
Per i non addentro alla materia, ci degneremo di ricordare che si esercita la misura della custodia cautelare in carcere quando valga anche una sola delle susseguenti condizioni:
rischio di fuga all'estero (dove, come si sa benissimo, anche l'ultimo dei masnadieri diventa un fragile e indifeso rifugiato politico, più o meno il contrario di quello che succede da noi, e chi ha orecchie per intendere intenda, gli altri in bungalow);
rischio di inquinamento delle prove (non che le prove non si possano inquinare anche nei regimi di custodia più apparentemente rigorosi, come la storia dell'art. 41 bis dimostra ad abundantiam, ma certo che in libertà totale e beata tacitare testimoni, corrompere giurati, assoldare giornalisti compiacenti che battano senza tregua il tamburo mediatico e insomma far su un polverone inenarrabile è un gioco da Luchi Giurati);
rischio di reiterazione del reato.
Ora, sul punto 1. siamo tutti tranquilli. In nessun altro paese al mondo Corona troverebbe credito per nulla più che un lavoro di pulitore di cessi a colpi di lingua, e il soggetto è troppo furbetto per non saperlo benissimo.
Sul punto 2. siamo molto meno tranquilli. Corona fa sembrare Ricucci un boy-scout, Genchi un ragioniere del catasto, Milingo un parroco ciociaro. Ha già detto di tutto e minacciato il mondo intero. Perché Berlusconi può farsi i processi a modo suo e Corona non dovrebbe almeno provarci?
Quanto al punto 3., mi esibirei in un sommario elenco delle sue prodezze da quando ha lasciato le patrie galere che da sempre invocano quei giustizialisti molisani di Tonino Di Pietro e Alto Biscarto:
gennaio 2008 e gennaio 2009, beccato alla guida senza patente; lui sostiene entrambe le volte con simpatica protervia di averla dimenticata in casa, ma forse l'ha dimenticata in Prefettura, visto che gli è stata ritirata e che difficilmente si creeranno le condizioni perché gli venga reintegrata;
marzo 2008, sorpreso a smerciare banconote false, si scoprirà che era almeno una settimana che pagava con soldi tarocchi, ovviamente invoca la buona fede e inveisce contro tutta la Galassia;
gennaio 2009 (qualche giorno dopo il caso della patente-fantasma): novello Rambo, litiga con 12 poliziotti rei di avergli chiesto come mai alle 5 del mattino vomitasse improperi contro un chiosco per panini chiuso come le Chiese quando ti vuoi confessare. L'avesse fatto un senegalese lo avrebbero rinchiuso e buttato via la chiave, un marocchino si sarebbero difesi con gli interessi, un romeno gli sarebbero passati accidentalmente sopra con la pantera. Corona è tornato a casa ancora non si sa se con una denuncia d'occasione a piede libero o con un paterno buffetto.
Aggiungiamo intimidazioni contro inquirenti e testimoni a carico, circonvenzione di incapace (Belen Rodriguez), millantato credito (ha detto che vuole entrare in politica, fino alla Carfagna siamo disposti ad arrivarci ma più in là è una truffa), calunnia (ha definito Francesco Coco un giocatore di calcio), abuso di ufficio (stava in ufficio dopo l'orario di chiusura), corruzione concussione concorezzo, detenzione di materiale pedo-pornografico (Pato nudo), maltrattamenti in famiglia, reati informatici (ha tentato di aprire un blog), traffico di rifiuti (ha detto no a 56 modelle in tutta Europa).
Ma andare ad usare l'orifizio anale per finalità non escrementizie, no eh?
Si vive un po' tutti con quieto e saggio fatalismo, nell' applicazione del principio leibniziano che questo sia "il migliore dei mondi possibili". Ma poi lo è? Io vivo parte della mia vita (approssimativamente la metà) abbronzandomi al sole dell'utopia, ed un altra parte (approssimativamente la metà) a curarmi le scottature.
Già, perché il sole dell'utopia non è più quello di una volta, e forse non basta più viaggiare per sentirsi degli zingari felici, o meglio non è più possibile viaggiare pieni di speranza piuttosto che arrivare, perché adesso tutti i viaggi devono avre una destinazione e una logica, e i vagabondaggi fisici e mentali verranno senza pietà stroncati.
Il sole dell'utopia passa indisturbato nel buco nell'ozono che il tempo ha ritagliato nelle nostre difese, e invece di giovarci ci uccide. Produce nei casi più innocui pericolosi eritemi culturali, ma spesso displasie emozionali, neoplasie affettive, aplasie esistenziali. E queste complesse e dispettose formazioni pseudotumorali quando sono penetrate nella coscienza si comportano oncologicamente, si replicano e si moltiplicano in un doloroso gioco di specchi. E allora credi di vedere te stesso ma in realtà vedi il prodotto delle tue contraddizioni. Credi di avere a che fare con te steso ma in realtà hai a che fare con un cumulo ormai post-umano di spazzatura ideologica. Sei un accumulo di ricordi, una galleria di citazioni, una confezione-dono di ammiccamenti e allusioni ma, guardati bene intorno, nessuno capisce il senso di quello che comunichi o credi di comunicare.
Per "lutto" si intende tradizionalmente il sentimento disforico conseguente alla morte di una persona cara o, in senso traslato, ad una repentina e inopinata perdita e, forzando ulteriormente i limiti semantici del concetto, ad un cambiamento improvviso e percepito come inaccettabile. Il tuo lutto è autocentrato e legato alla tua ormai inarrestabile dissoluzione come emittente di messaggi dotati di senso.
Ti restano due alternative, nessuna delle quali ti tenta esageratamente:
Produrre messaggi comprensibili per chi li recepisce, ma totalmente privi di senso per te, oppure,
l'esatto contrario, produrre messaggi pieni di senso per te ma suscettibili di essere totalmente fraintesi da chi li riceve.
Ma alla fine indulgi copiosamente sia in 1. che in 2., così, tanto per pensare di esserci ancora.
Per "elaborazione del lutto" si intende invece l'attività di ristrutturazione cognitiva che permette, a colui che vive quel sentimento, di gestirlo adeguatamente, o quanto meno in modo che non invada completamente la sua vita. Si tratta di un processo mentale, lungo e complesso, che conduce a un consapevole rassegnarsi alla perdita patita. Rassegnarsi alla fine è infinitamente meglio che disperarsi. La disperazione è una speranza viva e brulicante che non trova sbocchi. La rassegnazione è una speranza ibernata. Congelata a 120 sotto zero in attesa che valga la pena di risvegliarla e farla di nuovo dispiegare. Ma nel frattempo, facciamo sì che non prenda colpi che le sarebbero certamente letali.
E nel frattempo al Dott. Rinaldoni nulla può fare male perché lui guarda il mondo dall'alto con sovrano distacco e perfino un principio di snobistico disprezzo; a Luca nulla può far male perché lui guarda il mondo dal basso, dal Regno degli Sconfitti Rinunciatari con sovrano distacco e, appunto, più che un principio di rassegnazione...
Per fortuna lo aspettano una decina di improrogabili impegni, tra cui il riordino della sua collezione di penne Bic, il drenaggio del bagno allagato, la preparazione di un succulento rognone trifolato e il 56° tentativo di rifare l'arpeggio di De Andrè nella Domenica delle Salme, che riempiranno il suo tempo libero da attività lavorative o affini.
L'universo intero gli sta sui coglioni, ma la cosa è reciproca e comunque ha cominciato lui.
Chi detiene il potere può fare tutta una serie di cose:
riscrivere la storia puntando sulla memoria corta del cittadino elettore;
riscriversi le leggi a suo uso e consumo, e talora va al potere apposta e solo per quello;
cercare di ingraziarsi in tutti i modi chi quel potere gli ha concesso, e ciò facendo attaccare e sbertucciare chi lo avversa fino ai più estremi livelli di provocazione;
lasciare un purulento segno del suo passaggio smantellando il più possibile di quello che non è stato fatto e deciso da lui.
A livello locale riscrivere le leggi è quasi impossibile, al massimo si può andare a Bologna alle Twin Towers ed nuètor cercando di incidere su qualche legge regionale (ma non è precisamente la stessa cosa).
Riscrivere la storia è molto difficile, al massimo si può fare tutto il possibile per rimaneggiare la storia cittadina, sottovalutando o obliando del tutto i meriti antifascisti e descrivendo e considerando i propri concittadini un popolo di gastronomi melomani aristocratici e snob, tutti lirica e tortelli d'erbetta ma comunque proiettati nel 2000.
Ingraziarsi vieppiù i propri fidi, sbertucciando e provocando chi ebbe l'ardire di non votarti, è invece di una semplicità sconcertante.
Puoi fare entrambe le cose
chiedendo alla tua Polizia Urbana di comportarsi con le persone di colore come farebbe un soldato israeliano di fronte a un palestinese,
costruendo una grottesca metropolitana dal bizzarro tracciato che ignora la Stazione e la Fiera, ma la cui costruzione terrà per un numero imprecisato di anni tutta la città nel caos, rendendo definitivamente impossibile la viabilità (e quanti anziani ciclisti precipiteranno negli scavi pronunciando il tradizionale mantra catgnìssuncancor?),
dichiarando il quartiere Oltretorrente, laboratorio di tolleranza e di integrazione, zona da riqualificare,
minacciando di costruire centinaia di grattacieli in vetroresina stile Sesto San Giovanni, così al prossimo terremoto invece di due contusi avremo 2000 morti e acquisiremo visibilità internazionale,
smantellando ipso facto sic et simpliciter il mercato delle Ghiaie coi suoi otto secoli di storia, e minacciando di fare altrettanto con l'Ospedale Vecchio, altro pezzo della storia della città, sotto due immagini: prima della cura e dopo che lo scempio ha avuto luogo
inveendo con fare berlusconiano contro l'egemonia comunista degli ultimi 50 anni (e in questo caso l'invettiva ha una sua plausibilità storico-politica),
promettendo all'elettore di centrodestra che trasformerai la città da cispadana a brianzola, facendola assomigliare sempre meno a Ravenna e sempre più a Busto Arsizio.
E del resto, Bologna non ha fatto a suo tempo il passo del Guazzaloca? E' forse molto qualcuno nella metropoli felsinea?
Seguo Gino Paoli con simpatia da circa 25 anni: da quando, dato ormai per finito e superato, era risbucato dal nulla con fulminanti canzoni come Averti addosso, Una lunga storia d'amore, La luna e Mr. Hyde, Cosa farò da grande, armoniosamente accattivanti e mai banali nei testi.
All'epoca avevo riscoperto canzoni che, essendo uscite quando ero in età neonatale (potrei mentire e dire che non ero nato ma perché farlo?) all'epoca avevo ignorato a vantaggio di Fammi crescere i denti davanti te ne prego Bambino Gesù, 44 gatti e Il valzer del moscerino.
Mi ero commosso per come Il cielo in una stanza e La gatta nobilitavano il giro di do, avevo perso serate intere a cercare di tirar giù alla chitarra l'impossibile sequenza armonica di Senza fine, avevo fin assaporato l'inconciliabilità di Sapore di sale con Pinne fucile ed occhiali.
Penso che il suo concittadino De Andrè aveva dapprima giustificato ladri, assassini e perversi che svendevano la mamma ad un soggetto fisicamente ipoevoluto:
Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.
Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo.
per poi esercitare la sua umana comprensione nei confronti del terrorismo e dell'Anonima Sequestri della quale era appena stato vittima, paragonando i banditi sardi ai pellerossa.
E penso comunque che la scrittura di De Andrè era obiettivamente più alta di quella di Paoli, e quindi tale per cui la pietas verso i colpevoli non si potesse confondere per complicità.
Però... però un momento. Lo stesso De Andrè ebbe problemi quando in una canzone che oggi è talmente risaputa da risultare inoffensiva, celebrò un'apologia di reato.
E di recente una Dori Ghezzi più divertita che indignata ha confermato la leggenda urbana che voleva De Andrè osservato speciale dei Servizi Segreti.
Resta il fatto che nessuno ha mai chiesto a De Andrè di rispondere della sua opera di fronte a una Commissione Parlamentare. E non dimentichiamoci che in quegli anni i film andavano al rogo come nel Medio Evo.
Ma poi, la canzone Il gigante e la bambinadi Lucio Dalla non parlava dello stesso argomento? Certo, forse in modo più sfumato e allusivo.
Paoli invece, visto che nel frattempo sono passati 37 anni, lascia un po' meno spazio all'immaginazione e si esprime così:
Aveva gli occhi come un pettirosso
era una donna di undici anni e mezzo
si alzò la gonna per saltare il fosso
aveva addosso un vestitino rosso.
Mentre passava in mezzo a quel giardino
di settant'anni incontrò un bambino
voleva ancora afferrare tutto
e non sapeva cos'é bello e cos'é brutto
e l'afferrò con cattiveria
lei si trovò le gambe in aria
lui che cercava cosa fare
c'era paura e c'era male.
E il male lo afferrò proprio nel cuore
come succede con il primo amore
e lei allora lo prese tra le braccia
con le manine gli accarezzò la faccia
così per sempre si addormentò per riposare
come un bambino stanco di giocare.
La canzone è bruttina e mal riuscita, non dico di no. Ma pur tuttavia...
Siamo sicuri che nei testi di Fabrifibra e Mondomarcio non ci sia ben di peggio?
E siamo sicuri che la prima accusatrice sia più moralmente degna dell'accusato?
E non si sente qualche sinistro eco di MinCulPop in tutto ciò?
Berlusconi non è un uomo, è una leggenda metropolitana. Un feticcio agile e virulento di questi anni di transizione (si transea si transea, ma dove czz si va?). Una divertente caricatura di se stesso, un permanente assist a tutti i comici satireggianti in sevizio permanente elettivo. Un monito a chi di dovere che ad essere onesti non ci si guadagna proprio niente. Una deflagrazione psico-ormonale. Una collezione di paradossi. Un aggregato di sfide all'impossibile.
Si permette di dare del kapò a un deputato tedesco, dell'abbronzato al Presidente degli USA, del coglione a chi non lo vota, dell'idiota (seppur utile) al suo competitor alle penultime elezioni, dell'imbecille a chi non apprezza il suo oxfordiano senso dell'umorismo, di raccontare in occasioni ufficiali barzellette che perfino Bombolo rifiuterebbe, di prendersela con Soru per il suo conflitto d'interessi (ma si sa, è sempre il bue che dà del cornuto all'asino).
Dichiara coram populo che sposerebbe la Carfagna (e un anno dopo ce la troviamo minestra del Parlamento Italiano), afferma senza tanti giri di parole che tromba tre ore per notte (ma non precisa con chi, noblesse oblige), dà una patente di tombeurs de femmes a tutti i deputati del Popolo delle Ovvietà, parla più di sesso che di politica ma ormai quasi nessuno se ne accorge.
Promette un milione di posti di lavoro e intanto comincia con la Carfagna, la Prestigiacomo, la Gelmini e la Meloni (che ha un cognome comunque evocativo anche se a occhio non giustificato dalle attribuzioni anatomiche, ma a Silvio si vede che tanto basta). Promette a suo tempo case gratis un po' a tutti (o meglio, come sempre, prima dice a tutti, poi solo agli sfrattati per concludere a chi mi consegnerà una foto del suo voto per Forza Italia) ma nel suo piccolo si era già attivato, regalando uno splendido appartamento alla soubrette Sonia Grey, nota per le sue argomentazioni sia a priori che a posteriori.
OK, all'atto dell'acquisto Berlusconi non era Presidente del Consiglio; OK, l'atto di acquisto è stato perfezionato da una società del Cavaliere e non dal Cavaliere (in questo caso in vari sensi della parola) come privato cittadino, tanto più che Berlusconi da privato cittadino ormai non fa più neppure la popò...
Nulla di scandaloso, tutto chiaro e tutto a posto.
E chi pensa che regalare casa a una persona cara sia un modo a buon mercato per possederla carnalmente tutte le volte che lo si desidera, è un perverso malpensante.
Buon week-end a tutti.
Basta maldicenze sull'appartamento "regalato"... La Sonia quell'appartamento me l'ha largamente ripagato... Anzi a pensarci bene le vengono ancora una Ferrari e uno yacht!!
Più un mese alle Seychelles con Beckham... Veditela tu con la moglie...
Mi chiedi davvero troppo... Al massimo un week-end a Tropea con Gattuso... Che tanto è infortunato...
A 50 anni vai ancora in televisione vestito da scolaretto con la vocina da sindaco di Napoli e nessuno osa mandarti a quel paese.
Lo sceicco Mansueto Manolesta arriva con tutto il PIL del Qatar nella bisaccia e tu ci pensi e ci ripensi, ci ripensi e ci pensi, poi decidi che Milano fa un po' meno schifo di Manchester e speri che sia vero che Berlusconi ti abbia destinato alla successione di Galliani, e resti dove sei.
Trentasette membri della vigilanza su 40 se ne vanno, anche il tuo fatica a funzionare per lo stress, tutti ti invocano di andartene ma anche tu, contro l'evidenza e contro la logica, resti nel cesso in cui ti trovi.
Sei brutto, nano, antipatico e leggermente ottuso ma riesci a vendere milioni di dischi, a far scopare milioni di coppie con le tue ruffianissime canzoni, e da vecchio diventi il Lloyd Webber italofrancese celebrando uno molto più bello di te.
Porca vacca, ma perché non mi chiamo Riccardo anch'io?
Ecco cosa pensava il Berlusca un paio di giorni fa...
E io a Washington a fare le feste a quel pallone gonfiato del Barack Obama ci vado mica.
Tanto lui già mi odia per quella innocente battuta dell'abbronzatura, quando ha vinto le elezioni ha telefonato anche al presidente dello Zambia prima che a me, anzi se non era il Fratta che ci telefonava senza dirmelo e convinto che io non lo venissi mai a sapere, col cavolo che mi chiamava. Non è mica un figlio di papà pavido e condizionabile come il Giorgino questo qua...
Ci ho da andare alla Baggina ad intitolare un salone alla mia maméta che dall'alto mi guarda ed è pronta a criticare anche da lassù, tanto che ci sono ci allungo un mezzo testone e intanto mi faccio riprendere da tutte le televisioni.
Ci ho da distribuire sorrisi e ottimismo per contrastare la Dandini, il Santoro e quella maledetta astrologa della Margherita Hack che alla sua età invece di andarmi a sputtanare da quell'altro bel tomo del Fazio che chiunque va da lui ci dà ragione anche se spara cazzate, dovrebbe giocare coi nipotini. Ghe n'ha no? E alùra che vada a giocare con gli orfanelli dei Focolarini, possibilmente in mezzo all'autostrada...
E poi soprattutto interessa me del Baraccone, ci ho il Mansueto Manolesta che le cerca tutte per ciularmi il Kakà. Lui è venuto qui a Milano contando sul fatto che io vada a baciare la sacra pantofola del negretto, ma io prendo due piccioni con una fava, resto qui e al Riccardino ci faccio un bel discorsino del seguente tenore:
"Ricardìn fa no'l pirla... Te lo sai che quando finisci di sgambettare in mutande per i campi di mezzo mondo ci hai già la tua poltrona da dirigente, la tua scrivania in truciolato, il tuo calendarietto in eternit, sarai al posto del Galliani sicuro come l'oro. Io tutto quello che ti vuol dare lo sceicco te lo do in nero, ti faccio diventare socio in Mediaset che se vuoi vieni alle riunioni e ci detti la linea per i tre anni successivi... E quanto alle ville a Dubai e ai loft a Manchester (che io l'ho vista, è più o meno come Voghera) la Leti mi ha garantito che quando chiudi la carriera ti diamo in usufrutto gratuito il Castello Sforzesco, per il Duomo ero in parola ma poi il Tettamanzi mi si è messo di traverso...".
Sono queste le cose che contano, dico bene o dico sciocco?
Missione compiuta. Sgarbo a Obama (che si rigira nel letto per il dispiacere) e Kakà trattenuto a Milano. Che uomo!!!!!
La triste constatazione dell'odio etnico bilaterale che insanguina la striscia di Gaza (bilaterale, perché Hamas non si limita a sganciare bombe, propugna delle tesi islamico-integraliste per cui l'unica soluzione preventivabile è l'annientamento totale e sistematico di Israele, tutte le altre sono degne di un traditore infedele, e purtroppo molti palestinesi atrocemente feriti, invece di mandare a fanculo i vertici di Hamas per la guerra insensata nel quale sono stati trascinati, continuano a dire "Israele vuole distruggere Hamas") si intreccia con le celebrazioni di Fabrizio de Andrè in occasione del decennale del suo passaggio a un altro ciclo di vita.
Mi viene da chiedermi: il buon Fabrizio, così attento alle miserie umane, così solidale con gli ultimi, così originalmente e non banalmente cristiano, che canzone avrebbe scritto sui massacri di Gaza se Dio lo avesse considerato abbastanza noioso da farlo campare un centinaio di anni? Proviamo a immaginarlo, un po' citando dei suoi versi, un po' parafrasandoli e un po' inventandoli di sana pianta.
Il cuore rallenta e la testa cammina, i soldati prendevano tutti e tutti buttavano via.
Distribuire patenti di verginità e fare una misera contabilità di chi possiede il torto o la ragione di questa guerra senza vincitori lo può fare soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio.
Due famiglie disarmate di sangue si schierano a resa e per tutti il dolore degli altri è dolore a metà.
Sullo scandalo metallico di armi in uso e in disuso a guidare la colonna di dolore e di fumo che lascia le infinite battaglie al calar della sera la maggioranza sta la maggioranza sta... recitando un rosario di ambizioni meschine di millenarie paure di inesauribili astuzie.
Coltivando tranquilla l'orribile varietà delle proprie superbie la maggioranza sta come una malattia come una sfortuna come un'anestesia come un'abitudine per chi viaggia in direzione ostinata e contraria.
Ricorda Signore questi servi sofferenti e non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti come una svista come un'anomalia come una distrazione come un dovere.
(In realtà non ho dovuto faticare molto, c'era già tutto nel meraviglioso superbo testamento spirituale che un De Andrè già segnato dal tumore ha consegnato all'album Anime Salve, qui in particolare nelle tre canzoni Khorakhanè, Disamistade, Smisurata Preghiera. Chi indovina per primo quali versi, solo 4, sono miei e non di De Andrè vince un post celebrativo).
Il bello di quassù è che è vietato usare Internet. E quindi ti devo mandare un plauso utilizzando i mezzi più antichi. Adesso lego la lettera a un fiocco di neve e alla prossima nevicata su Parma vedo di fartela arrivare. Però guarda che i tuoi versi li riconoscerebbe anche Luca Giurato.
Collaborare a qualsiasi titolo & livello col mio amico Osvaldo Contenti (mai personalmente incontrato per perfidi intrecci del destino, ma amico sempre comunque tout court) è una roba talmente sfiziosa che quando sento odore di collaborazione perdo ogni controllo razionale sulle mie produzioni e lascio andare il mio inconscio fin dove esso si ritiene autorizzato a giungere (cioè, trattandosi di inconscio, praticamente ovunque).
Il suddetto Contenti mi chiese un ulteriore illuminante chiarimento sul concetto per me ovvio di identificazione con l'aggressore.
Lunghe frequentazioni di Wikipedia mi hanno peraltro (meno male) abituato a non dire mezza parola senza controllare le fonti, chè fidarsi della memoria è come fidarsi di una moglie abitualmente e reiteratamente fedifraga.
Quindi parto dalla definizione standard, per poi svilupparla a modo mio. Scopro, e segno come punto di mio personale vantaggio, che i sapientoni di Wikipedia depositari del sapere universale, hanno una pagina dedicata a Riccardo Villari (nella quale informano il colto e l'inclita della sua iscrizione ai Radicali, che da tempo immemore raccolgono le scorie di tutti gli altri partiti) ma nulla dedicano a questo argomento.
La mia personale memoria, alimentata più da centinaia di colloqui che da letture dei Sacri Testi (peraltro non mancanti), mi porta a volgarizzare il concetto di identificazione con l'aggressore come un meccanismo per il quale colui o colei che subisce un'aggressione, e che manca di fonti di identificazione positive, si identifica con l'aggressore. Da quel momento in poi, il genitore mancante o carente viene rimpiazzato da chi, facendoti del male, ti fa comunque sentire esistente.
Nel caso di Israele, un Dio che ti qualifica a parole come Popolo Eletto e nei fatti permette che tutti ti trattino come spazzatura, viene rimpiazzato da chi ti perseguita. Il meccanismo può essere riassunto come Il babbo mi ha detto delle cose non vere e quindi non lo ascolto più, a questo punto hanno ragione gli Zar e i nazisti che mi trattano come mi trattano. E, attenzione, mi comporterò come loro, trascurando e ignorando gli insegnamenti di mio padre, contro chiunque mi verrà contro, senza minimamente valutare le sue eventuali ragioni. Anzi, tanto che ci sono, visto che il Padre Mio Mi Ha Abbandonato, sarò sempre io ad attaccare per primo.
Probabilmente avrete capito che, nella mia smodata voglia di comunicare, non mi perito di appaltare parte del lavoro a qualche oscuro collaboratore esterno, da Lucio Dalla a Claudio Lolli, da Giorgio Gaber a Franco Battiato, da David Bowie a Bono Vox.
Talvolta le citazioni sono puri e semplici gesti di apprezzamento per le capacità poetiche che l'oscuro collaboratore ha saputo manifestare, con la solita modestia riconoscendo che se continua così diventerà molto più bravo di me (a parte chi, come Gaber, è già estinto e quindi assurge a un mito al quale io, misera creatura vincolata alle sconvenienze gastrogenitali della vita biologica, non posso ancora ambire).
Ben più spesso, le canzoni diventano specchi esistenziali quasi perfetti. Quella che scelgo oggi appartiene al periodo più "peso e tetro" di Francesco Guccini, il periodo che fu etichettato da diversi suoi esegeti, fra cui il leggendario temutissimo Riccardo Bertoncelli (quello che, del primo album della PFM, si limitò a scrivere "Non è male, è malissimo!!") come sostanzialmente insopportabile, inascoltabile, grottescamente leopardiano e proprio di chi oramai sul piano poetico e musicale era non alla frutta ma già fuori del ristorante.
Per altro il Guccio inizialmente abbozzò, ma poi superato brillantemente questo periodo di stanca e tornato un brillante e ironico cantore dei vicoli ciechi dell'esistenza umana, dedicò al Bertoncelli gli affettuosi versi:
... tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate!
Narra la storia che Bertoncelli, più divertito che offeso, si presentò una sera in Via Paolo Fabbri 43, per conoscere colui che, alla fin fine, lo aveva fatto assurgere a una popolarità maggiore di quella della quale godeva di suo, e Guccini, dopo una esilarante gag di due minuti sul tema "Bertoncelli chi?", gli disse con emiliana bonomia "Mo veh, pensavo che fossi un onanista occhialuto e brufoloso, invece sembri quasi una persona normale...". Ma non divaghiamo oltre.
Questa canzone acchiappa una discreta fetta del mio feeling attuale. Guccini la dedicò all'amico Pier Farri, io la dedico ad un mix ideale dei vecchi amici persi per strada, parzialmente ritrovati e poi persi di nuovo. Ma in realtà, secondo una tecnica poetica molto cara a Vecchioni, Guccini "usa" Farri per rispecchiare sè stesso (come Vechioni fa con Velasquez, con l'amico imbranato e ubriacone di Stranamore, con i due leader di Canzonenoznac): nel fingere di confidarsi a un vecchio amico, ha il pudore di non confessare che si sta guardando allo specchio, e magari non gli piace quel che lo specchio gli dice.
A volte, per far coincidere meglio la canzone con la mia esperienza, faccio delle garbate parafrasi. Qui lascio tutto com'è ma ci tengo a fare delle precisazioni, che verranno apposte in fondo alla canzone tramite apposite note.
E adesso possiamo procedere....
Mio vecchio amico di giorni e pensieri da quanto tempo che ci conosciamo, venticinque anni son tanti e diciamo un po' retorici che sembra ieri. Invece io so che è diverso e tu sai quello che il tempo ci ha preso e ci ha dato: io appena giovane sono invecchiato, tu forse giovane non sei stato mai.
Ma d' illusioni non ne abbiamo avute, o forse si, ma nemmeno ricordo, tutte parole che si son perdute con la realtà incontrata ogni giorno.
Chi glielo dice a chi è giovane adesso di quante volte si possa sbagliare, fino al disgusto di ricominciare perchè ogni volta è poi sempre lo stesso. Eppure il mondo continua e va avanti con noi o senza e ogni cosa si crea su ciò che muore e ogni nuova idea su vecchie idee e ogni gioia su pianti.
Ma più che triste ora è buffo pensare a tutti i giorni che abbiamo sprecati, a tutti gli attimi lasciati andare e ai miti belli delle nostre estati.
Dopo l'inverno e l' angoscia in città quei lunghi mesi sdraiati davanti, liberazione del fiume e dei monti e linfa aspra della nostra età. Quei giorni spesi a parlare di niente sdraiati al sole inseguendo la vita, come l' avessimo sempre capita, come qualcosa capito per sempre.
Il mio Leopardi, le tue teologie: "Esiste Dio ?" Le risate più pazze, le sbornie assurde, le mie fantasie, le mie avventure in città con ragazze.
Poi quell' amore alla fine reale tra le canzoni di moda e le danze: "E' in gamba sai, legge Edgar Lee Masters. Mi ha detto no, non dovrei mai pensare." Le sigarette con rabbia fumate (1), i blue jeans vecchi e le poche lire, sembrava che non dovesse finire, ma ad ogni autunno finiva l' estate.
Poi tutto è andato e diciamo siam vecchi, ma cosa siamo e che senso ha mai questo nostro cammino di sogni fra specchi, tu che lavori quand' io vado a letto (2).
Io dico sempre non voglio capire, ma è come un vizio sottile e più penso più mi ritrovo questo vuoto immenso e per rimedio soltanto il dormire. E poi ogni giorno mi torno a svegliare e resto incredulo, non vorrei alzarmi, ma vivo ancora e son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio male...
(1) Mai fumata una sigaretta in vita mia; però sulle sbornie assurde precedentemente citate si può negoziare...
(2) Probabilmente se fossi un cantautore condividerei questo stile di vita (e in effetti anche Vecchioni, Io torno a casa adesso e tu sei sveglio dalle 6...), sventuratamente non me lo posso permettere...
C'è appena un piccolissimo particolare, Rinaldoni, che io quella canzone l'ho scritta scaramanticamente a soli 34 anni. Vedi un po' tu...
Il Giovane Anziano ha fatto il play-boy così per provare, ma che male fa, l'estate gli ha fatto scordare l'età (errore marchiano col senno di poi).
Il Giovane Anziano ha fatto il bastardo e giammai lo fece, mai più lo farà, ha amato due donne ma non a metà (che fosse impossibile lo capì in ritardo).
Il Giovane Anziano ha fatto lo stronzo così, per vedere l'effetto che fa e perché l'ha fatto davvero non sa, bruciarsi siccome un qualsiasi bonzo.
Il Giovane Anziano ha fatto il cretino per mesi ha obliato il suo bel savoir faire l'ha solo ostentato (acsì par parlèr) fingendosi un grande signore, perfino...
Il Giovane anziano ha scoperto con scorno che forse gli manca quel physique du role che se lo possiedi riesce da sol a calamitar mille donne a te intorno.
E quando quel gioco in man gli scoppiò il Giovane anziano si sentì un fallito, un misero scarto, un uomo finito del come e perché non si capacitò...
Il Giovane Anziano è stato punito non dalle due donne, bensì da sè stesso si è preso la colpa, si è dato del fesso scordando la storia è scomparso nel mito.
E adesso quel mito lo accoglie e lo stringe censura la voglia ed esalta l'orgoglio promuove la gioia e rimuove il cordoglio destino perverso dell'uomo che finge.
E adesso la vita la guarda dall'alto di mille occasioni lasciate a marcire di sogni perduti lasciati morire dal suo basamento di marmo e basalto.
Si può sopravvivere a queste vicende? Si può, l'hanno fatto in diversi milioni di spenti narcisi, dannati coglioni sconfitti dal Fato che tutto si prende.
L'accorata protesta della Dark Lady from the West Coast che sosteneva che il tentativo di salvare il mio ultimo post aveva impallato il suo computer, costituisce il millesimo commento ospitato su questo blog.
Le mille bolle blu (con leggero effetto "particella di sodio che si sente sola")
In realtà io fatico a vedere la consecutio, il nesso logico, la concatenazione causa-effetto tra i due fenomeni che la suddetta donzella cita, nè capisco appieno che funzione abbia il periglioso salvataggio dei miei posts (con la esse, son più d'uno) per leggerseli dopo con calma, quando basta un colpo di mouse e si può tornare comodamente nel mio augusto angusto ancestrale spazio virtuale e magari scoprire che ci sono ulteriori parti del mio multiforme ingegno... Ma suvvia, non è di questo che si vuol parlare oggi.
L'Aprilia 1000
Sono più o meno 30 mesi che questo blog si è offerto al mondo e, se volessi arrampicarmi lungo le spirali delle rime imperfette per raschiare il barile delle assonanze direi che
E' un blog di nicchia, ammucchia velleità, rispecchia spocchia, esprime un uomo onesto e senza macchia comunque meglio assai del Conte Tacchia.
L'equivalente di 1 euro secondo la quasi totalità dei negozianti
E' un blog pensoso (l'esse dopo la enne non è a caso), medita sulla vita in modo sfuso e alle volte è perfino un poco peso.
I Mille di Garibaldi (che avevano le camicie rosse perché si confondessero col sangue versato, e i pantaloni marrone... ancora oggi nessuno si sa spiegare il perché...)
E' un blog giocondo e guarda con sorriso altero il mondo pur se alle volte leggerlo è tremendo ha un bello stile raffinato e lindo.
Cecil B. De Mille (per pura assonanza, secondo i canoni di un primato schizoide del processo primario su quello secondario)
E' un blog da niente, troppo prolisso e troppo supponente, l'autore è miserevole e arrogante ma dice cose che non son mai finte.
La Mille Miglia
E' un blog corposo: lui scrive posts come soffiarsi il naso.
Un rarissimo 45 giri dei primi anni '70, nella fase "pop" del gruppo di Novellara
A tutti coloro che hanno alleggerito coi loro leggiadri commenti la monoliticità della mia creatura, auguro un anno sesquipedale ed euristico.
Il popolo ebraico ha subito, nella sua lunga storia che sconfina nella leggenda, tre immani tragedie, forse quattro. Vediamole.
La prima è di carattere metafisico-religioso: la loro fede è basata, in modo disperato e struggente, su una feroce metafora: l'eterna irriducibile ricerca della Terra Promessa, che non può che essere condita di atroci persecuzioni e crudeltà da tutti coloro che, nella loro cecità di miscredenti, si frappongono tra il popolo ebraico e la sua meta.
La seconda è di carattere filosofico-culturale: un sedicente figlio di Dio ha preso il messaggio iniziatico di Jahvè e l'ha reso un prodotto di consumo diffuso ai 4 angoli della Terra, e da allora sono i suoi seguaci, tra l'altro litigiosissimi e scismatici all'estremo, a comportarsi da Popolo Eletto. Qualche secolo dopo, un profeta che almeno aveva il buon gusto di non addurre gradi di parentela con l'Essere Supremo, dichiarava di essere l'interprete più fedele e autentico della parola di Abramo. La sua parola si diffuse con velocità esponenziale verso Oriente come quella del sedicente figlio di Dio si era diffusa ad Occidente. Da questa duplice perversa espropriazione il mitico e originariamente pacifico popolo ebraico fece fatica a riprendersi.
La terza è di carattere storico: mentre la Terra Promessa non ne voleva sapere di saltar fuori, l'altra metà delle sacre profezie si concretizzò con persecuzioni di crescente intensità. Dovunque andava, il Popolo Eletto subiva l'invidia e la tracotanza dei Cristiani e/o dei Musulmani, questi ultimi sempre più inclini a fare anche loro le prove generali da Popolo Eletto. La loro appartenenza religiosa, che non prevedeva e tuttora non prevede la conversione ma si trasmetteva per linea di sangue, li rendeva una aristocrazia oggetto di pregiudizi e di ostilità. Poi c'era la trascurabile bagatella dell'accusa di deicidio che arrivava dai Cristiani... E che solo il grande colossale enorme Giovanni Paolo II ebbe il coraggio di liquidare definitivamente, chiamandoli i nostri fratelli maggiori. Aperta parentesi: dire che Marx, Freud, Einstein e, nel loro piccolo, Bob Dylan e Woody Allen erano o sono ebrei vi dice qualcosa sul fatto che, insomma, qualcosa di speciale questa gente ce l'ha e sa bene di averlo? E magari gli Zar di Russia e Adolf Hitler ci sformano e rosicano un attimino...
La quarta è di carattere politico strategico: dopo che una discussa e sofferta decisione delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto degli Ebrei reduci da una diaspora di un paio di millenni di ritornare nella loro Terra Promessa, questo popolo leggendario, carico di onustà e storia, afflitto da inenarrabili oppressioni, persecuzioni e stermini, ha ritenuto giusto difendere questa acquisizione con la stessa protervia che a suo tempo è stata usata contro di loro. Certo, vallo a spiegare a milioni di palestinesi ovviamente non ebrei, contagiati dalle prediche di Gesù o di Mohammed, che in quella terra ci stavano non per diritto religioso ma, come dire?, per semplice diritto anagrafico.
E alla fine Israele assomiglia sempre di più agli Stati Uniti: chiunque affermi che la cultura ebraica sia insignificante nella storia dell'umanità mente sapendo di mentire. Altrettanto vale per gli Stati Uniti.
Ma con una differenza: che la discrasia tra la pacifica e creativa cultura yankee, alla fin fine vecchia di due secoli, e le estrinsecazioni politiche dei suoi presidenti (Obama tocca a te, facci sognare se puoi...) è comprensibile. Mentre la discrasia tra una cultura vecchia di quattro millenni e madre di tutta la cultura moderna, Cristianesimo e Islam compresi, e l'ottusa stoltezza di chi pretende di parlare in nome di tale cultura, è un po' meno perdonabile...
Da quando alla profonda e metaforica ricerca di una Terra Promessa (che è l'equivalente della jihad musulmana e dell'apostolato cattolico) si è sostituita una terra promessa virtuale, un angelo è caduto in volo...
Com'è bella la tua imperturbabilità; com'è sublime il tuo far finta di niente; apprezzo ammiro e quasi invidio il tuo mettere allegramente tra parentesi settimane di silenzio e chiedere A ME se mi è passata la rabbia. Mai sentito parlare di meccanismi di scissione e proiezione: al buon Dott. Bisagni piacevano un sacco (e non c'è motivo di credere che non gli piacciano ancora)?
E poi quanto algidamente perfetta la tua chiusura: "Fatti sentire ogni tanto...". Ma certo: mettiamoci reciprocamente come fiori avvizziti tra le pagine di un libro chiuso, che ogni tanto si apre e ci si pasce del ricordo di com'era quel fiore quando non era nè reciso nè avvizzito.
Alla fine uomini e donne non assomigliano al modello beota che di ambèdue traccia la virago De Filippi nella sua immonda omonima trasmissione. Uomini e donne percorrono allegramente corrucciati la vita e ogni tanto si incontrano gli uni con gli altri (o gli altri con gli altri, o le une con le une, secondo i gusti e la maggiore o minore paura di cercare per l'ennesima volta di capirsi): per far durare tutto questo forse bisogna passare dall'amore all'abitudine, come diceva un nostro comune amico che ogni tanto evidentemente sapeva indulgere a sintesi di buon spessore filosofico.
Certo tu su di me hai un vantaggio: che puoi comunque tenerti di me la parte che più ti piace attraverso la lettura del mio blog. Se anch'io potessi tenere di te la parte che mi piace non ometterei di farlo. Ma forse non so più quale sia... E se lo sapessi come fare ad estirparla da tutto il resto che mi piace un po' di meno?
Ma a volte, è proprio conoscendo una donna non del tutto adatta per te, che di te capisci tante cose che altrimenti resterebbero incognite. Poi, quando le hai ben conosciute, avresti una voglia bestiale di farle tornare nell'oblio, ma è proprio allora che non vogliono più saperne. E te le tieni, e finisce che ti ci affezioni.
Ma anche la disperazione impone dei doveri e l'infelicità può essere preziosa... E anche un apparente abbandono può essere un feroce struggente atto di rispetto per lei e per te stesso (e magari anche per lui e per te stessa, più che ovvio...).
(Vieni via Ulisse, siamo in mezzo al mare, qui non c'è più nessuno.)
Si beve il calice fino alla feccia rischiando poi di giocarsi la faccia dentro una vita a dir poco posticcia ma decorosa se togli la buccia.
Sì, la tua fronte già un po' si corruccia mentre di istanti felici vai a caccia; insegui a tratti una donna un po' riccia che da docente di vita si spaccia.
Il tuo morale, un po' spento, si accuccia pur se tuttora ti senti una roccia quindi concludi in maniera un po' spiccia "Meglio che leggere un libro di Moccia...".
Questa tua vita sul nulla si affaccia e con l'angoscia talvolta si intreccia, incede lenta, solenne, massiccia in una Parma così godereccia.
Certo vorresti lasciare una traccia, chiedi Cartesio e ti dan Gianni Meccia, sei circondato da gente un po' alticcia, hai l'esplosivo ma manca la miccia...
Anche questo anno sta malinconicamente morendo. Non ripeterò per il terzo anno consecutivo che un anno non finisce nello stesso modo in cui finisce una vita o un film, semplicemente a un anno di distanza la Terra ricapita dalle stesse parti e dice "Ma toh, come passa il tempo..." ma realmente non c'è nulla che finisce e men che meno nulla che ricomincia. E che l'anno cominci il 1° gennaio piuttosto che il 16 marzo è una delle tante convenzioni delle quali riempiamo la nostra interazione sociale per renderla più prevedibile e noiosa.
Già 1400 anni fa Sant'Eligio si imbufaliva contro i costumi dei suoi contemporanei: "A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l'andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l'usanza di doni augurali o di libagioni eccessive...".
Pittoresca figura codesto Eligio: orafo di corte presso il re merovingio Clotario II, in quel faticoso spostamento a nord degli equilibri europei successivi alla caduta di Roma, o meglio alla sua riuscita trasformazione da caput mundi a caput christianorum, egli venne dichiarato vescovo della diocesi di Noyon (suo paese natale) e solo un anno dopo ordinato sacerdote. Per dire che a quei tempi le gerarchie ecclesiastiche erano leggermente più informali di oggi, il che fra l'altro permetteva la spettacolare moltiplicazione di papi e antipapi (insomma, c'erano più papi allora che federazioni pugilistiche oggi).
Che un orafo possa nel tempo diventare vescovo è quasi impossibile come il fatto che un ex-piazzista di scope e crooner sulle navi da crociera possa nel tempo divenare Primo Ministro. Eppure...
In quasi tutte le altre culture il capodanno arriva quando gli tira il cl di farlo arrivare, in corrispondenza con le fasi lunari o i transiti celesti. Tra i Kasperczak dell'estrema Siberia, ad esempio, è lo sciamano che in modo inconsulto e inopinato una mattina esce fuori urlacchiando "Alòra, lo facciamo finire quest'anno o no?" e i suoi adepti devono organizzare il cenone entro la sera stessa pena il taglio della mano destra o l'ascolto forzato dell'opera omnia di Samuele Bersani.
Domani notte molti si sentiranno di colpo di un anno più vecchi, i peggiori alcolizzati parmigiani alle 00.01 potranno prendersi un'omerica basa dicendo a sè stessi "Mo veh, l'è 'n'ann ch'an bev miga...", coppie consolidate od occasionali moriranno dalla voglia di controllare il rispetto dell'usanza della biancheria intima rossa con accese incursioni nel reparto sottostante.
Ognuno farà il suo bilancio esistenziale, peraltro offuscato e obnubilato dai litri di alcolici ingurgitati fin dal pomeriggio.
A notte fonda torve di ubriachi al volante si schianteranno l'uno contro l'altro e i TG Mediaset del primo gennaio non avranno problemi di scaletta: una fredda spruzzata di paura e poi via a scene di baldoria inconsulta.
Un ultimo pensiero a Berlusconi che, poveraccio, passerà un Capodanno preoccupato perché ha già detto "Sarà un anno terribile, ci toccherà fare le riforme...". Come dire: finchè c'è solo da chiacchierare come mi diverto, quando devo fare qualcosa che assomigli alla politica mi pesto i maroni (e anche i Maroni?) a ogni passo. Quanto soffro per lui...
Maria era stanca, aveva la nausea e 456 voglie diverse che non osava esternare, e il viaggio a dorso d'asino non aveva certo migliorato la sua situazione psicofisica. Quando poi pensava che Giuseppe avrebbe potuto fare il viaggio a Betlemme da solo, visto che era solo il capofamiglia che doveva registrarsi al censimento nella sua città di origine, aveva voglia di urlare.
Nessuno le toglieva dalla mente che Giuseppe se la fosse portata dietro perché, per l'appunto, non aveva digerito la storia dell'angelo del Signore e preferiva tenerla sotto controllo. Ma, accipicchia, avrebbe potuto affidarla a qualche parente dicendo "Datele un occhio perché sta attraversando un momento difficile...", Maria avrebbe capito. Portarsela dietro in quel modo le sembrava una cattiveria indegna di quel povero vecchio bonaccione che lei aveva sposato senza entusiasmo ma con filiale affetto.
E poi, ma se ne rendeva conto lui che il parto poteva avvenire in qualsiasi momento, e le speranze di trovare un Doctor Domus che li soccorresse seduta stante erano bassissime?
Fosse come fosse, ormai erano arrivati a Betlemme, la città di Peppino.
Oddio, città... Betlemme era una specie di ipertrofica oasi dove cammellieri, beduini, nomadi e dik-dik cercavano ristoro e se possibile svago nei loro viaggi attraverso il deserto di Giudea, le sue uniche attrattive erano delle bettolazze in cui l'ultima passata di straccio era avvenuta ai tempi di Mosè.
Giuseppe leggeva negli occhi di Maria un malcontento che sconfinava nello schifo, ma come sempre non sapeva trovare le parole adatte per confortarla e grugniva delle parole dirette più a sè stesso che alla sua sposa, che peraltro si era assopita in groppa al somaro e sognava senza ritegno di essere onorata per i 2000 anni successivi come la Madre di Dio (cosa che da sveglia non avrebbe minimamente osato).
Decise così di cercare la casa del cugino Ahmed che, 12 anni prima, di passaggio da Nazareth, gli aveva detto "Quando passi da Betlemme se non ti fermi da me mi offendo veramente..." e scoprì con un certo imbarazzo che al suo posto c'era un emporio che vendeva fichi, datteri e scope di coda di cammello.
Si maledì per non avere almeno telefonato, e con la sua inveterata timidezza cercò balbettando e biascicando di vedere se qualcuno conosceva Ahmed e il suo eventuale nuovo indirizzo in città.
Ma, tra la grossolanità delle spiegazioni di Giuseppe e la scarsa cordialità degli indigeni, di Ahmed non trovò traccia alcuna. Allora si contò in tasca e vi trovò 2 talenti e 55, con i quali al massimo poteva comprare un chilo di fichi e uno di datteri, cosa che comunque fece perché da Nazareth avevano mangiato solo qualche decina di bacche selvatiche ai limiti inferiori della commestibilità.
Mentre Maria si svegliava e la notte scendeva, Giuseppe pensò "Ma potrebbe andare peggio di così?".
Poteva.
Maria cominciò a contorcersi in spasmodiche doglie, cosa che al limite le impedì di fare a Giuseppe un sacrosanto cazziatone per la sua imprevidenza.
Assistiti da alcuni trafficanti egiziani, trovarono una spelonca dove un bue macilento frugava disperato alla ricerca di cibo in una ipotesi di mangiatoia. Riciclarono il bue e l'asino che li aveva trasportati (ben contento, quest'ultimo, di passare ad una occupazione più sedentaria a parità di stipendio) come rudimentale impianto termico. Perché di neve non ce n'era (non esageriamo, la Palestina non era la Scandinavia) ma comunque le notti del deserto sono belle freschette.
E Gesù nacque, "adorato" da quattro pastori un po' ubriachi che si davano ironiche pacche urlando "Bello questo bambino, tutto suo padre....", chissà se con malizia o meno.
Nel tornare in fretta a Nazareth, a Giuseppe venne in mente che non era neanche passato a registrarsi per il censimento, si immaginò passato a fil di spada da un legionario romano (a quel tempo le sanzioni amministrative erano particolarmente severe) e vomitò i due datteri che aveva appena trangugiato.
Però Gesù era davvero un bel bambino: e Giuseppe, che ormai alla sua età si commuoveva facilmente, sentì di volergli già un po' di bene.
(Notare l'angelo che di fatto è la prima reclame della storia dell'umanità)
Fare gli auguri per Natale? Facile come confezionare una crostata rispolverando qualche frase usata che messa lì, alla fine non fa male...
Fare gli auguri per Natale? Solito giochino delle usanze risapute o delle cose dette e non credute così nessuno ci rimane male...
Fare gli auguri per Natale? Medito di fare finta che sia il venti giugno, a chi pretende auguri dare un pugno pur sapendo che è ingiusto e che non vale...
Ma siccome alla fine sono buono se proprio devo farlo, via, facciamolo e l'abusato rituale usiamolo come concetto e non solo come suono.
Perchè il buonismo che tutti abbiamo in mente non finisca il dicembre ventisei quando come sei fatto e come sei si tornerà a vedere chiaramente.
Andare da Nazareth a Betlemme in groppa ad un asino più vecchio di tuo marito, che ti segue zoppicando ad un'andatura di circa 500 metri all'ora; e per giunta evitando come la peste la via litoranea, dove quei simpaticoni dei Romani esigevano un dazio insostenibile per le loro tasche, ma transitando per le alture della Samaria, con l'asino esausto che cercava di tirare calci a Giuseppe ogni volta che gli allungava un filino di biada: tutto questo era un po' troppo per la giovane Maria, che però taceva perché già spiegare a Giuseppe quello che era successo 8 mesi prima era stato molto complicato: Giuseppe la guardava senza capire (o senza voler capire), troppo vecchio innamorato e tontolone per prenderla a ceffoni, ma ogni tanto con la voce rotta dal pianto la prendeva da parte e le chiedeva "Vabbè, c'è stata una gran luce, è arrivato l'angelo del Signore, MA POI COS'E' CHE E' SUCCESSO DI PRECISO???". Comunque, se tutta quella fola era vera, il figlio sarebbe stato maschio ed avrebbe dato una mano in bottega (tra parentesi, se fosse venuta fuori una femmina a quel punto Giuseppe avrebbe avuto fondati dubbi sulle spiegazioni di Maria).
Solo una cosa ogni tanto la giovane Maria si attentava a chiedere: "Ma almeno lì a Betlemme hai prenotato un posto per dormire, Peppino?". Giuseppe si inalberava e giurava che il cugino Ahmed li avrebbe ospitati nella sua tavernetta. Maria ci credeva poco ma taceva.
Quando giunsero in vista di una splendida città, Maria (che nulla sapeva di geografia e non si era mai mossa da Nazareth) chiese speranzosa "Peppino, è questa Betlemme?", ma lui rispose "Naaaah... Questa qui è Gerusalemme, sciocchina, secondo te? Betlemme è appena fuori le mura, un venti miglia più a sud...".
Le miglia forse erano anche 40. E mentre Gerusalemme si allontanava alle loro spalle, entravano nel deserto della Giudea, un incrocio tra il circondario di Enna e Quarto Oggiaro, la landa più inospitale che lei avesse visto. "Peppino, ma davvero vieni da qui?" chiese Maria, lui grugnì una non risposta e lei evitò di insistere...
(continua)
Va bene, Mariù, Betlemme non sarà granchè ma pure Nazareth non scherza...
Un grosso vantaggio delle arti pittoriche su quelle narrative è che si può far finire un alieno sui tetti di Roma senza minimamente preoccuparsi di spiegare perchè.
Più o meno nello stesso modo in cui Manet non deve spiegare cosa ci fa una gentile signora completamente nuda, e un'altra che muore dalla voglia di imitarla, accanto ad irreprensibili gentiluomini vestiti di tutto punto in un suo celeberrimo dipinto; come Munch non deve spremersi in mille acrobazie per esprimere i nebulosi confini dell'angonscia ma la può esprimere ostensivamente, e va bene così perché sia il Dispetti che il Bellotti Bon lo descrivono come sostanzialmente afasico e dislessico; come lo stesso Leonardo può disseminare incongruenze nella sua Ultima Cena aspettando che mezzo millennio dopo qualcuno ci scriva su un romanzetto di successo.
Nella fattispecie, l'alieno ha fame freddo e paura, ha scelto quel tetto ecclesiale perché i finestroni circolari gli ricordano tanto gli oblò della sua astronave; guardando con la sua potente vista a raggi x gli abitanti della Città Eterna, cerca di trarne induzioni, deduzioni & sillogismi sulla popolazione terrestre, anche se gli è del tutto chiaro che la popolazione di Roma ne rappresenta circa lo 0,5 per mille (o, per dirla in temini più diretti, al mondo solo un abitante su 2.000 è romano mentre almeno 1 su 180 è di Tokyo, e i giapponesi hanno il vantaggio di assomigliare molto di più agli alieni di Spielberg).
Ma, nonostante l'approccio tolemaico alla storia del mondo che molti romani possiedono, è difficile credere che il Nostro sia precipitato a Roma sua sponte motu proprio odi et amo nec tecum nec sine te vivere possum. Più facile postulare avarie del motore al plasma, bassamente interferito da un 215 pollici pur'isso al plasma e deviato da New York o ahimè Pechino, dove lo scaltro alieno intendeva fare il sequel di Ultimatum alla Terra senza sapere che a Hollywood ci avevano appena pensato (e del resto le notizie a volte si fermano un paio di parsec più in qua o vengono intercettate dai perversi lucertoloni di Zeta Reticuli).
Ormai è quasi Natale e l'alieno non osa ancora scendere: qualche bambino che non ha ancora paura di uno sguardo verso il cielo dove il Sole è meraviglia lo ha scambiato per un Babbo Natale postmoderno e gli commissiona via sms l'ultimo modello di Xbox; un gruppo di Hare Krishna lo ha scambiato per Shakti e tenta di intossicarlo con suffumigi all'incenso; il signor Ermete Cecconi, seguito da anni dal CIM di Trastevere 2 La Vendetta, crede di riconoscervi il suo ormai annoso rivale in amore (tale Percivaldo Besozzi che si è accoppiato, secondo lui, con tutte le femmine respiranti che gli sono piaciute e non glie l'hanno data) e lo invita con idonee vernacolari espressioni a venire giù per farsi praticare alcune rituali formule di accoglienza fraterna.
Niente, CP84 barrato (chè tale è la sua denominazione su Melone 3 dal quale proviene) ha deciso che Roma vista dall'alto è lo spettacolo più meraviglioso che esista. Su Roma vista dal di sotto ha ancora i suoi sacrosanti dubbi...
il Tapas Pub di Parma per avermi fornito i supporti informatici per postare codesto post, oltre ai supporti enogastronomici funzionali a stimolare ad hoc la mia ormai consunta e desueta fantasia.
Ermete Cecconi e Percivaldo Besozzi (quest'ultimo bello giovane, abbronzato, diabolico nell'amplesso e spropositato per quanto riguarda le dimensioni del sesso) in rare immagini di repertorio.
Mi lasciate fare un salto indietro di 30 anni abbondanti? E mi lasciate spostare questa canzone da Piazza Maggiore di Bologna a Prato della Valle di Padova?
E' inutile che dite no, ho già premuto il tasto "pubblica".
Ciao Anna, dovunque tu sia e qualunque cosa tu faccia.
Anna di Francia che arriva, Anna che ride, Anna che scherza, Anna che ascolta, che parla Anna che chiede, vuole sapere come andremo a finire la sera, Anna la piazza ti ama, ti ama con me. Anna racconta: l'ultima Francia com'era grigia, com'era triste, Anna racconta: il nuovo lavoro sempre camicie, solo camicie, Anna ti sembra di essere pazza Anna la piazza, la piazza ti ama con me.
Anna che mi porta via e vuole bere, vuole parlare, s'infila in un'osteria forse stasera ha voglia di amore, Anna più bella, più bella che pazza Anna la piazza, la piazza ti ama con me. Con Anna troviamo tanti amici, uno comincia la discussione, sono momenti quasi felici, Anna mi guarda faccio il buffone "E dove sarà la cultura operaia?" Anna che scuote la testa e dice di no.
Anna non vive, è da sola si è già stancata di prenderci in giro "E Luigi Nono è un coglione, l'alternativa nella cultura non è solo ideologia l'alternativa è organizzazione". Anna si arrabbia, basta parlare, Anna si alza, andiamo via e mentre la strada mi fa perdonare c'è Anna che brinda alla sua anarchia, Anna imprendibile più di un momento, Anna dà un bacio alla piazza e poi se ne va.
Non sarò per te un orologio, il lampadario che ti toglie il reggiseno, quando è tardi, è notte e tu sei stanca e la tua voglia come il tempo manca. Non sarò per te un esattore di una lacrima ventuno volte al mese, non conterò i giorni alle tue lune per far l'amore senza rimborso spese. Non sarò per te solo lo specchio di una faccia che non cambia mai vestito, non sarò il tuo manico di scopa travestito da amante o da marito. Non sarò quel cielo grigio quel mattino, il dentrificio che fa a pugni con il vino, non sarò la tua consolazione, e neanche il padre del tuo prossimo bambino. Per questa volta almeno sarò la tua libertà, per questa volta almeno solo la tua libertà, per questa volta almeno la nostra libertà e la piazza calda e dolce di questa città.
Veh Luca, guarda che Anna ha 6 figli e pesa 130 chili... Datti una scantata!!!
Amo profondamente questa umanità rumorosa e sudaticcia che si coagula in instabili gruppi solo per celebrare meglio la propria incoercibile solitudine.
Amo questo pianeta ridotto a brandelli ed edipicamente violentato dai suoi stessi figli, molto peggio di quanto farebbe una razza aliena.
Amo il trascorrere implacabile del tempo che azzera il tuo futuro e allontana il tuo passato, lasciandoti in un eterno presente da cui protervi sgocciolano giorni tutti uguali.
Amo l'inutile fretta e la feroce paura di perdere tempo che fa schizzare la gente da un niente ad un altro niente, il dovere che spinge tutti a sacrificare la propria identità.
Amo la finta cortesia del negoziante o del barista che in realtà ti odia perché per lui servire gli altri è diventata una maledizione da Antico Testamento, una delle sette piaghe, il segnale dell'ira divina contro di lui.
Amo gli idioti rituali del week-end, sì è sabato! "divertiamoci un casino", le famigliole che traspirano disperazione e che sono già da alcuni anni implose su sè stesse ma neanche loro se ne sono accorte, le code nei Centri Commerciali, le affannose ricerche di un parcheggio, le carognate sulla strada.
Amo una società che deprezza il merito e valorizza la meschinità, in cui solo i furbetti hanno diritti e tutti gli altri prego accontentarsi dello stretto indispensabile.
Sono tutto una roba d'amore.
Peccato che l'Universo non ricambi il mio sentimento.
Si ringraziano Jim Morrison, Herbert Pagani, Antonio Albanese, Giovanni Lindo Ferretti, Luciano Ligabue, gli Articolo 31, Freak Antoni, Giorgio Gaber variamente citati, parafrasati o sfiorati allusivamente nell'ambito di codesto post.
Anch'io a modo mio sono tutto una roba d'amore come te! Ma mia moglie non mi capisce.
Alba la presero in duemila il 10 ottobre, la persero in duecento il 2 novembre dell'anno 1944. Anche la disperazione impone dei doveri e l'infelicità può essere preziosa.
Non si teme il proprio tempo, è un problema di spazio Non si teme il proprio tempo, è un problema di spazio. Geniali dilettanti in selvaggia parata, ragioni personali, una questione privata. La facoltà di non sentire, la possibilità di non guardare, il buon senso la logica i fatti le opinioni le raccomandazioni...
Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi, occorre essere attenti...
Luogo della memoria pomeriggio di festa giovane umanità antica fiera indigesta cielo padano plumbeo denso incantato incredulo un canto partigiano al Comandante Diavolo.
Non temere il proprio tempo è un problema di spazio, non temere il proprio tempo è un problema di spazio... Geniali dilettanti in selvaggia parata ragioni personali una questione privata...
La facoltà di non sentire, la possibilità di non guardare, il buon senso la logica i fatti le opinioni le raccomandazioni...
Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi occorre essere attenti.
La mia piccola patria dietro la Linea gotica sa scegliersi la parte, la mia piccola patria...
Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi occorre essere attenti, occorre essere attenti, occorre essere attenti e scegliersi la parte dietro la Linea gotica
Comandante Diavolo Monaco Obbediente Giovane Staffetta Ribelle Combattente. La mia Piccola Patria dietro la linea gotica sa scegliersi la parte .
So che il lavoro di Giovanni Lindo Ferretti, prima coi CCCP, quindi coi CSI e infine coi PGR, ha molti più ammiratori in giro per l'Italia di quanto si potrebbe umanamente credere.
Giovanni è uno dei più grandi poeti rock di questi ultimi 20 anni. Del movimento politico-artistico-culturale dal quale è uscito è rimasto pochissimo. AFA, Yo Yo Mundi, Ustmamò, Officine Schwartz, Settore Out sono praticamente scomparsi.
Il leader virtuale degli AFA (virtuale perché quei gruppi erano leggermente stalinisti e non davano spazio a carriere da frontman) Fabrizio Tavernelli resiste ancora e ogni tanto mi onora dei suoi commenti.
Comunque, per citare non dico chi, formidabili quegli anni... affondati dentro un decennio dal quale (cone argutamente chiosava Paolo Rossi) anche la merda prendeva le distanze.
Mentre Ferretti era più aulico ma non meno incisivo nel definirla Decade malefica in stolto secolo.
Questo testo è uno dei suoi più belli. Come tutti i suoi testi, parte da un centro concettuale e poi svaria a tutto campo nei vari meandri dell'esistenza umana.
Se il suddetto Tavernelli volesse integrare la mia incompleta e ormai anziana memoria con qualche parola ispirata delle sue, gli dedicherei un monumento equestre in Piazzale Picelli a Parma.
La vita di Devadip proseguiva pigramente. Caduto sulla Terra per una missione non di primaria importanza, missione poi precocemente abortita, non aveva più alcun mezzo di ritornare da dov'era venuto. Sheeva, il dio indoamericano geneticamente modificato che l'aveva prodotto con un incurante starnuto, lungi dall'interessarsi a lui gli aveva mandato anche qualche tangibile accidente, attraverso delle subdole missioni del suo avatar Shakti nel mondo del divenire. Poi se n'era assolutamente dimenticato. E quando un dio dimentica, vi assicuro che non è un modo di dire. Devadip era scomparso dalla sua memoria perdendo ipso facto ogni dimensione ultraterrena e diventando a tutti gli effetti un uomo comune. Anzi, peggio, un uomo svantaggiato e disadattato, al quale si poteva tristemente applicare la formuletta "diversamente abile", che però questa volta non era una metafora politicamente corretta ma la spietata fotografia della sua esistenza in vita.
Devadip era caduto dalla grazia e, addirittura, a lui non si sarebbe applicata alcuna evoluzione karmika. Una volta esaurito il suo itinerario terrestre, si sarebbe lentamente disgregato, sarebbe stato digerito e metabolizzato dal Cosmo e sarebbe rimasto pura materia senza il minimo afflato spirituale.
Non era chiaro se questo Devadip lo sapeva; e, se lo sapeva, se padroneggiava concettualmente l'enormità della sua disgrazia; e, se la padroneggiava, quale significato le dava.
Fenomenicamente, Devadip ormai era un uomo. Si era lentamente lasciato andare ai volgari rituali della specie umana, seguiva il calcio e ascoltava musica rock, ogni tanto esagerava con la birra doppio malto, spesso si esprimeva nel rozzo vernacolo della città che lo ospitava. Ma, paradossalmente, più diventava uomo e più il contatto con gli uomini veri, con gli uomini nati da un utero e non da un divino starnuto, gli provocava orrore e ribrezzo.
Ed ora che la sua missione era finita con il più umiliante dei fallimenti (potenzialmente umiliante, in realtà, perché lui viveva quel fallimento con un sentimento tra la rassegnazione e il sollievo), i suoi contatti con il resto dell'umanità erano ridotti.
Il suo hobby era quello di fare andare il pensiero in interminabili circoli viziosi, che all'inizio davano un piacere quasi (auto)erotico, poi diventavano inevitabilmente dolorosi. E allora si fermava e riusciva (antica eredità della sua ormai esaurita natura di semidio) a sospendere il pensiero per ore, a volte anche per giorni.
E in quei vuoti di pensiero finalmente fluttuavano dolci e ruffiane trame sottili di emozioni che sembravano dare un senso alla sua fragile vita. Sembravano...
Ma perché quando circa un anno fa Bolds and Padoa Explode cercavano di spiegare agli Italiani che stava per arrivare una pesantissima crisi e c'era da rimboccarsi tutti le maniche, sono stati infestati di lazzi e cachinni e cacciati con disdoro, accusati di destabilizzare il Paese (più o meno come adesso fanno Rai 3 e La7 cercando di descrivere lo sfascio in termini obiettivi)?
Perché adesso, di fronte alla crisi arrivata e decisa a restare a lungo, nessuno ha il coraggio di dire che i pannicelli caldi che l'allegro e rubizzo governo in carica ci ammannisce (vedi Social Card, sulla quale il mio innato pudore mi impedisce di esprimere qualsivoglia commento) andrebbero presi e usati per divertenti giochini sadico anali che avrebbero anche il pregio di occupare in modo originale il tanto tempo libero che questi politici danno l'impressione di avere?
Forse perché Bolds and Padoa Explode non possedevano nè giornali nè televisioni nè Circhi Medrano travestiti da squadre di calcio da lanciare alla plebe sconcertata per creare manovre diversive e depistaggi alla Licio Gelli?
Forse perché Bolds and Padoa Explode davano l'impressione di governare per puro dovere, specie il primo non vedendo l'ora di dedicarsi alle gioie del cicloturismo e dell'accudimento dei nipotini? Mentre The Anointed of the Lord, Threemountains, Bosses, Thins and singing company governano e fottono con uguale goduria e la gente vuol vedere politici ottimisti e anche un po' guasconi (Mi consenta, signor elettore barista, risolva la crisi mettendo i tramezzini a prezzo fisso, cribbio ma le devo sempre dire tutto io?)?
Ecco, la fola del caffè e del tramezzino amico, sulla quale Crozza (l'intellettuale che Berlusconi teme di più, sarebbe come se Brown avesse paura di Mr. Bean...) si è già dolorosamente pronunciato in questi ultimi giorni, è a metà strada fra l'osceno e il sublime come certe canzoni di Lou Reed. Del resto da uno che fa cucù alla Merkel e si presenta al premier brasiliano con i brasiliani del Milan (quando verrà in visita in Italia Obama gli presenterà Balotelli?), che esordisce come presidente della Comunità Europea dando del kapò a un eurodeputato tedesco, che tratta Enzo Biagi come uno scavezzacollo irresponsabile, cosa vorreste aspettarvi: interventi alla Keynes? But do me the favour...
Il sospetto, che sconfina nella certezza, è che ormai sia la Carfagna a dare diktat politici al Cavaliere piuttosto che il contrario.
Adesso non hai più motivo di lamentarti, Luca, hai plasmato la tua realtà nel modo esatto in cui inconsciamente volevi plasmarla.
Negare le proprie parti più profonde non le esorcizza (e sì che tu dovresti saperlo meglio di tantissimi altri, o no?), le fa diventare dei bambini ribelli castigati con inutile crudeltà, che aspettano la prima occasione buona per fartela pagare.
Dal magma indistinto dei tuoi ricordi esce una lava incandescente di refusi, atti mancati, lapsus, aprassie, paraprassie che poi si solidificano in conformazioni laviche apparentemente caotiche, ma in realtà con una loro ben precisa geometricità non euclidea. Curve, contorsioni, frattali e frattaglie, spasmi agonici ed epilessie della volontà, tutto congiura a rendere la tua vita una melmosa distesa di problemi irrisolti e lancinanti contraddizioni.
Ma tu, impavido e imperterrito, vuoi bere l'amaro calice fino alla feccia. Una delle tue ultime incarnazioni è o non è il droide Devadip, che (piuttosto che far contenta la donna dalla cui fantasia è scaturito) preferisce rinunciare a quel tanto di divino che c'era in lui ed aggirarsi costernato in una plumbea e ottusa solitudine scandita solo dai ritmi orwelliani del lavoro?
Se solo volessi saresti il più felice degli uomini e potresti far crogiolare gli altri al caldo sole della tua umanità e della tua saggezza. Ma per qualche strano motivo che mi sfugge (vedi, Luca, io a differenza tua non faccio finta di capire sempre tutto) preferisce le tenebre dei tuoi conflitti alla luce della vita di relazione.
La tua casa è diventata un doppio di te, ordinatamente disordinata e funzionalmente disfunzionale. Come la tua mente, anche la tua casa manca ormai di qualsivoglia abbozzo di rigore logico, è dominata dal principio dell'accumulo casuale. Che può essere molto accattivante sul piano letterario, ma è squallido e patetico sul piano pragmatico.
Non prendere troppo sul serio gli sprazzi improvvisi di felicità che percorrono la tua giornata. Sono sfoghi automatici del surplus affettivo che ti porti dentro, ed esplodono (in maniera sempre grottescamente sovradimensionata rispetto alla realtà) quando nonostante tutto senti che sei in relazione coi tuoi piccoli assistiti e le loro famiglie, coi colleghi che interiormente odi tutti quanti, quando nonostante i tuoi febbrili e convulsi tentativi ti senti parte di un tutto.
Ho l'angosciosa impressione di non poter fare nulla per aiutarti, sempre ammesso e per nulla concesso che tu ti lasciassi aiutare.
Perché la vita è fatta anche e soprattutto del non detto e del non agito, forse perfino del non pensato.
Perché la vita corre e scorre beffarda e malandrina sul crinale di un sogno perennemente interrotto da fastidiose infiltrazioni di una roba indigesta che i più chiamano Realtà (czz sia nessuno lo sa).
Perché vivere è sempre così paradossalmente bello, esclusivamente perchè alle schifezze che succedono e al pattume che invade la tua vita tu continui gloriosamente a sovrapporre quello che poteva essere successo, quello che potrà succedere, quello che potrebbe succedere fra un secondo ma tu ancora non lo sai.
Perché ti ostini a credere che il destino non ci sia e poi lo scopri implacabile, che ti sogguarda scurrile e malevolo dagli interstizi della tua giornata.
Perché comunque vivere continua a piacerti e quindi acconsenti a che la cosa continui, e poi vuoi vedere con Jannacci l'effetto che fa, o con Vasco Rossi come va a finire... anche se sono alcuni anni che vai non precisamente al massimo...
Perché hai scelto una decorosa orgogliosa tracotante solitudine che diventa ogni giorno più impenetrabile, e te ne pasci e te ne alimenti, e te ne alimenti e te ne pasci come fosse antani.
Perché tra il lavoro e le donne hai scelto il lavoro, per l'unico motivo che se fai finta di amarlo lui ci crede, lo prende per buono e si accontenta.
Perché tra il lavoro e il tempo libero hai scelto il lavoro, e così con qualche coraggioso risparmio non sei più fra quelli che non arrivano alla fine del mese. Tu ci arrivi, sia in senso economico che in senso esistenziale, e di fine mese in fine mese si accorcia il tempo che ti è riservato.
Perché tra il dovere e il piacere non hai saputo e voluto scegliere e a volte fai confusione.
Chiunque paragona la carneficina del Taj Mahal Hotel all'abbattimento delle Twin Towers compie un'operazione legittima e corretta in un contesto di informazione-spettacolo, ma spara un'immane corbelleria sul piano storico.
L'elegante albergo di Mumbai prima e dopo la cura
L'abbattimento delle Twin Towers è stato un esemplare, quasi ammirevole atto terroristico da parte di una piovra multitentacolata che aveva deciso di aggredire la balena azzurra e farle capire che il suo dominio delle profondità oceaniche non era più così assoluto. La piovra multitentacolata, espansa un po' per tutto il pianeta, aveva inventato una strategia scaltra ma in qualche modo minimalistica, comunque incentrata, se non sul mordi e fuggi, sicuramente sul mordi e muori.
Quello che è accaduto a Mumbai (la vecchia Bombay, a cui Sting con i suoi Police aveva dedicato con medianica previsione almeno 25 anni fa una canzone il cui refrain recitava Bombs away in old Bombay) è tutt'altra cosa: un'azione di guerriglia, se non di guerra tout-court, che ha impegnato almeno cento uomini sul piano esecutivo (presenti e attivi) e Dio (o Allah ancor meglio di lui) solo sa quanti altri a livello programmatorio e organizzativo.
Un'azione che ha integrato in un patchwork piuttosto allucinante il feticcio del terrorismo di tutti i tempi: l'aggressione dinamitarda che fa tremare la terra e le coscienze, fa crollare muri e arroganti certezze, distrugge vite e sicurezze, in questo caso "quattro attentati simultanei e coordinati", perché l'era dei bombaroli artigianali cantati da De Andrè (lo facesse oggi sarebbe incriminato per favoreggiamento di reato, incitamento alla rivolta, inside trading e turbativa d'asta) è definitivamente tramontata; lo strumento più soft del sequestro di civili inermi (Monaco 1972 l'evento mediatico di maggior successo di questo tipo); e infine, tanto per gradire, tre giorni di scontri a fuoco con le forze militari e paramilitari di una nascente superpotenza (o probabilmente di una superpotenza fatta e vestita, ma preferiamo tutti far finta di nulla).
In sostanza, mi sembra una delle prime volte (azzarderei la prima in assoluto ma posso avere una memoria fallace) che delle forze ribelli non si limitano a seminare anonimo terrore ma aprono una battaglia violenta e prolungata (seppur con davvero esigue speranze di successo) contro la società civile.
Se, correttamente, si sospendesse il giudizio sulla bontà delle motivazioni dei ribelli, non si potrebbe che osservare che si tratta più di un atto insurrezionale condito con modalità vicine a quelle dei terroristi, che un atto terroristico vero e proprio.
Fa del terrorismo chi non sa, non può, non vuole, non ritiene opportuno o strategicamente conveniente scendere in campo aperto.
La guerriglia invece è uno stadio intermedio tra il terrorismo e la guerra: il guerrigliero agisce in modo volutamente sleale, punta sulla sorpresa e le sue azioni devono essere rapide ed imprevedibili: delle volte imprevedibili anche per lui, nel senso che il guerrigliero professionista sa benissimo che bisogna cogliere al volo le occasioni e che i piani troppo dettagliati falliranno perché non tengono conto dell'aleatorietà e della complessità irriducibile della realtà.
Il commando di Mumbai, viceversa, ha effettuato una certosina pianificazione fatta di infiltrazioni, sopralluoghi, spionaggio da servizi segreti, mappatura degli obiettivi e, forse, assoldamento di qualche agente nemico pronto a fare il doppiogiochista. E le esplosioni, differentemente da quanto avviene in un attentato classico, non sono state fini a sè stesse ma hanno costituito una "testa di ponte" per qualcosa come 7 assalti armati (un po' meno contemporanei perché gli uomini sono meno facili da regolare degli ordigni ma, via, pur sempre contraddistinti da una coreografia alla Ziegfield). I membri del commando omicida erano giovani e alla moda: dotati di modernissimi palmari (dei cellulari superaccessoriati che sconfinano nel pc) controllavano momento per momento i feedback della loro azione sulla stampa di tutto il mondo, con osservazioni che erano l'equivalente indiano e/o pakistano di "figo, togo, gajardo, mondiale".
E' guerra, ragazzi, è guerra: sotto lo scudo precario delle religioni, il Sud del mondo si rivolta inferocito contro il Nord del mondo. Parte delle sue ragioni sono sacrosante ma chiaramente le modalità con cui vengono espresse è quanto meno aberrante.
E, come sempre, l'unica risposta attesa è la feroce contrapposizione bellica, senza sforzarsi di capire i contradditori e sconvolti messaggi che aleggiano intorno alle Twin Towers in cenere o al Taj Mahal in fiamme.
Ormai è chiaro: Riccardo Villari non ha nessuna intenzione di dimettersi dalla Commissione di Vigilanza RAI.
Nonostante sia chiaro a tutti che la sua elezione sia stata un "colpo di mano" se non addirittura una provocazione della maggioranza,
che non poteva eleggere un presidente interno alla maggioranza visto che è elementare prassi democratica, da sempre rispettata, che questo organismo sia presieduto da un rappresentante dell'opposizione;
non aveva nessuna intenzione di accettare la candidatura di Leoluca Orlando, accusato ufficialmente di avercela con Berlusconi (ha ragione Cornacchione, Silvio ce li ha tutti contro!!!) ma in realtà temuto per essere una persona di scarsissima propensione ai compromessi, e aduso a dire quello che pensa, che spesso è la nuda verità dei fatti;
non poteva farsi l'autogol di eleggerne uno diverso da Orlando ma comunque, non dico bravo, almeno minimamente accreditato;
e quindi ha scelto un oscuro giovane peone (giovane per gli standard della politica italiana, in realtà più anziano di Obama, di Zapatero, forse anche di Sarkozy) per costringere l'opposizione a presentare una candidatura più "morbida" (subito saltata fuori con il veterano Sergio Zavoli, politicamente meno onusto di gloria di Leoluca Orlando che si vantava di "aver reso Palermo una città dove si poteva camminare di notte" e che nel 1994 sembrava l'erede di Aldo Moro, ma certamente molto più sapiente e bizantino di lui). Nonostante sia stato espulso dal PD.
Nonostante tutti lo invitino a dimettersi.
Nonostante alla prima riunione dell'Ufficio di Presidenza della Commissione di Vigilanza mancassero tutti i membri appartenenti al PD e lo stesso vice-presidente.
Nonostante i giornali riferiscano che intorno a lui, in Senato, si è creato il vuoto e nessuno lo saluti più.
Villari evidentemente conosce bene il significato dell'antico proverbio partenopeo "Chiagne e fott'...".
Si lamenta con tutti del trattamento ingiusto che gli viene riservato (resta il fatto che era stato lui a dichiarare, in un primo momento, che si sarebbe dimesso subito; e, in un secondo momento, per la serie "Chi me lo fa fare?", che si sarebbe dimesso una volta raggiunto l'accordo su una candidatura alternativa, e oggi è esplicito e ufficiale che tutti sono d'accordo sulla candidatura del predetto Zavoli; quindi è palesemente un mancatore di parola)...
Ma intanto convoca riunioni in maniera quanto meno disinvolta, presenta ricorso contro la sua espulsione dal PD, addirittura rimbecca La7 per una trasmissione in cui veniva osservato quello che è evidente a tutti: che la Rai dedica alla politica una percentuale di tempo spropositata rispetto ad altre televisioni pubbliche europee. Attenzione, non che la Rai favorisca smaccatamente i partiti di governo, che sarebbe stato altrettanto vero ma meno facilmente dimostrabile in termini freddamente statistici.
Cosa ti devo dire, Riccardino? Goditi la tua mezz'ora di potere e poi viviti una vita di rimorsi quando tutti si ricorderanno di te come dell'uomo più paradossalmente e masochisticamente attaccato a una carica ottenuta senza meritarla che la storia dell'umanità ricordi... Buona fortuna.
Di seguito, Riccardo Villari riassunto per immagini
Nell'ordine: il suo riferimento politico-culturale;
Nello stesso universo in cui Vladimir Luxuria vince all'Isola dei Famosi, ad Enzo Biagi viene negato con speciose ragioni un Ambrogino d'Oro alla memoria.
Può sembrare che fra le due notizie non vi sia correlazione alcuna, o che lo scrivente voglia connetterle per un puro baroccheggiante gusto di stupire (E' del poeta il fin la meraviglia/chi non sa far stupir vada alla striglia) ma non è assolutamente così.
In questo assurdo eppure spietatamente logico universo (assurdo solo per chi si ostina a ragionare secondo una logica da Prima Repubblica) i fatti non sono mai casuali, si sospetta spesso una regia occulta da Grande Fratello (nel senso del personaggio orwelliano e NON dell'omonimo reality-show) che finisce per farli succedere insieme in una complessa scansione di equilibri cosmico-epistemologici tanto delicati quanto perseveranti.
Vladimir Luxuria è uno dei personaggi antropologicamente più interessanti di questo inizio di millennio: come Obama è talmente multietnico (con radici in quattro continenti su 5, ovviamente esclusa coscienziosamente l'Europa) da essere ormai a-etnico, Vladimir è talmente multisessuale, talmente sapientemente ammiccante con raffinata autoironia sul suo essere "oltre" la distinzione tra uomo e donna (alcuni ricordano una gustosa gag in cui, baciata/o da Alba Parietti in diretta televisiva l'ha quasi schienata per poi ammettere divertito/a "E per Dio, un po' di testosterone ce l'ho ancora...") da essere a-sessuale, forse la prima avvisaglia di un genere umano che si riprodurrà per scissione o partenogenesi bypassando i complicati e spesso ahimè noiosi cerimoniali della riproduzione sessuata.
Il suo ingresso in politica è stato ostentatamente svagato e quasi distratto (Sono qui ma potrei anche non esserci...). Non rieletta/o dopo il primo mandato si è consolato/a con alcuni interventi modicamente correttivi (riduzione del naso, ampliamento delle tette ma comunque conservazione dell'apparato fallico) diventando ancora più spiritosamente androgino/a.
La sua presenza all'Isola dei Famosi è più o meno paragonabile a quella di Elio e le Storie Tese a Sanremo: un'operazione più dadaista che di immagine, uno spregiudicato tentativo di rendere la propria identità talmente contradditoria da far rinunciare per sempre chiunque e chicchessia a coltivare ulteriori istanze esegetiche. Eppure, come gli Elii stavano quasi per vincere (anzi, continuano a spergiurare che avevano vinto loro ma le votazioni sono state manipolate per far vincere il ben più innocente e presentabile Ron, ma comunque va bene lo stesso), Vladimira ha vinto alla grande, con passo da fuoriclasse e falcata da gazzella.
Ma non è sulla sua partecipazione al reality che disquisisco, NO. E' se mai sui grotteschi entusiasmi dei suoi ex-colleghi di partito che sostengono che la sua vittoria ha, in un colpo solo, ridato speranze alla sinistra ormai tristemente extraparlamentare e contribuito a nobilitare le lotte dei gay e dei trans per non essere travolti dall'ondata montante dell'intolleranza neofascista (anzi, fascista tout-court) che trova ogni giorno nuovi bersagli.
E torno a ripetere che se Vladimir ha deciso di fare quell'esperienza, l'ha fatta con quello spirito ludico e trasgressivo che da sempre la/lo contraddistingue. Io non credo, ricordandolo/la come una persona di eccezionale intelligenza ed acume, che abbia per una sola frazione di secondo pensato che la sua partecipazione al reality fosse a nome dei comunisti o dei gay. Era a nome suo, come del resto qualunque altra cosa che ha fatto in vita sua.
E' se mai funzionale all'ormai melmoso ed inconcludente mondo televisivo che quel programma l'abbia vinto un diverso, un personaggio fuori dagli schemi. Un bel pat-pat sulla spalla al Luxuria di turno e da domani altre ronde contro i froci e altre calunnie contro i comunisti senza che nessuno abbia la capacità, la forza o la voglia di elevare una veramente incisiva protesta.
E in questo stesso universo, il povero Enzo Biagi viene strumentalizzato in una laida diatriba da Basso Impero. Proposto per l'onorificenza dalla riabilitabile Letizia Moratti (come Minestra della Pubblica Distruzione aveva fatto molto meno peggio della Gelmini e come sindaco di Milano ha anche l'indubbio merito di aver mandato a fanculo quel saccente di Sgarbi e forse è la meno peggio degli ultimi 20 anni su quella poltrona) la sua candidatura viene cassata con l'esplicita motivazione "Non vogliamo prestarci a strumentalizzazioni politiche...".
Abbiamo capito, abbiamo capito... Ormai i premi si danno e si negano secondo convenienza politica. E Biagi si è portato nella tomba la colpa (che peraltro condivideva con Montanelli, ancora meno "di sinistra" di lui) di non riuscire a digerire quel plateale e greve cumenda milanese prestato (anzi, ahimè, ceduto per sempre) alla politica. Ma dello psiconano non ho voglia di parlare anche oggi, quindi il post lo chiudo qui.
Decisione assolutamente ineccepibile... Quella di chiudere qui il post, voglio dire...
E va bene, non ho problemi ad ammetterlo. L'insuccesso mi ha dato alla testa. Sto assaporando il meraviglioso sapore dell'indifferenza altrui, il fascino sottile dello scrivere per nessuno, la dolcezza irrefrenabile di aggirarsi per il web concionando inascoltato e blaterando fra la annoiata condiscendenza dei passanti.
Quando il rapporto blog pubblicati/commenti ricevuti resta di poco superiore a 1, e quando le statistiche del numero di visitatori giorno per giorno ricordano l'altimetria di una corsa ciclistica, dove alle rare salite corrisponde quasi subito un'altrettanto repentina discesa, è fatta: la tua carriera di genio incompreso è cominciata, o meglio prosegue sotto i migliori auspici.
E' vero che io mi picco di scrivere per pochi, e considero tuttora il mio blog un blog di nicchia, se non di isolotto sperduto al largo delle coste neozelandesi: ma così si esagera.
Perfino il fatto di non aver ricevuto in ventotto mesi di onorata frequentazione dell'arcipelago dei blogs (con la esse, son più d'uno) neppure un commento offensivo e/o minatorio mi fa chiedere se sono il figlio della serva, una specie protetta dal WWF, un tifoso del Pizzighettone o una specie mutante che non trova il suo habitat naturale neanche col bastoncino del rabdomante.
Così, con discontinua e capricciosa frequenza, estrometto dalle mie meningi malridotte un ennesimo pezzullo (questo è addirittura il cinquecentotrentatreesimo stando alla numerazione ufficiale, che però non comprende nè quelli cancellati per rabbia o spregio nè quelli scomparsi nell'etere prima di essere editati) e lo lascio marcire nel mare magno dell'inutilità dove presto si decomporrà e perderà ogni appeal mediatico per trasformarsi in un pugnettino di irrilevanti bits nel rumore di fondo che accompagna le nostre giornate.
Del resto, nel momento in cui un genio viene compreso riceve mille lodi ed encomi ma perde ogni genialità; Caparezza, unico rapper che quando rappa colleghi una frazione significativa della sua dotazione encefalica, ha lottato per far arrivare il suo messaggio e adesso ascolta trasecolato la sua "Fuori dal tunnel" echeggiare da migliaia di suonerie di cellulare. Non era proprio quello che cercava, ma se non puoi ottenere quello che ti piace, fatti piacere quello che hai ottenuto...
E sempre del resto, dopo essersi interessato dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo, è normale che lo scienziato si riposi interessandosi dell'infinitamente medio.
Comunque sia, continuare a comunicare nel vuoto quasi assoluto alla fine è frustrante: uno può anche risparmiare sulla connessione Internet facendosi un blog segreto, leggendoselo e rileggendoselo e dicendosi "Madonna come scrivo bene!!! Sono o non sono il più bravo scribacchino del reame?". Anzi, può risparmiare sul pc, semmai rivendendoselo tanto che ci può spuntare almeno l'equivalente di una cena per quattro da Squeri a Cella di Noceto, e tornare a quella sana compilazione del diario che aveva abbandonato da un numero imprecisato di anni.
Oppure può continuare a coltivarsi l'automistificazione "Io scrivo per il piacere di scrivere, chissenefrega dei commenti", ma allora perchè la prima cosa che va a vedere (prima ancora di verificare se il suo antivirus ha avuto il sopravvento sulla pattuglia di virus che lo stanno tenendo impegnato dal 1999, che fine ha fatto la tentata vendita su eBay della sua collezione di cd di Claudio Lolli, e se gli ha scritto qualche vecchia fiamma desiderosa di provare il gusto eccelso della minestra riscaldata) sono i commenti sul suo pezzentissimo blog? E quando non ne trova nessuno, consolarsi sbraitando "In fin dei conti l'80 per cento dei commenti sugli altri blog se li scrivono da soli sotto mentite spoglie, o anche se sono veri sono esclusivamente 'vuoti di scambio' (sic!) della serie Io commento sul tuo, tu commenti sul mio e poi io magari vado sul suo a dirgli di dare una sbirciata al tuo che hai guardato quello di qualcun altro che ti sembrava avesse qualcosa a che vedere col suo."
Oppure può consolarsi costruendo grotteschi intrecci spionistici in cui la CIA, l'Intelligence australiana, Moggi e Galliani, Tronchetti Provera e Afef si coalizzano per boicottare il suo blog mandando a tutti gli altri navigatori in Internet e-mails minatorie per dissuaderli ad entrare nel suddetto pena l'immediata perdita del lavoro e della casa, il ritiro della patente e la cancellazione dall'anagrafe.
Oppure può restare semplicemente dove un attimo vale un altro senza chiedersi come mai. E probabilmente lo farà.
Buona navigazione a tutti.
Al centro, il più gande genio incompreso della storia dell'umanità, Ennio Flaiano, fra Federico Fellini e Carlo Ponti che prima sfruttavano spudoratamente la sua strepitosa vena letteraria e poi, nei viaggi di lavoro, se ne andavano in prima classe piazzando lui in turistica (vedi biografia di Fellini di Tullio Kezich).
La situazione per l'On. Villari si fa sempre più critica:
Col suo movimentato e drammaturgico stile il fine Mino Damato ci mette al corrente di una drammatica telefonata ricevuta dal senatore prtenopeo. Ne pubblico gli stralci più significativi (cioè il 2% dell'intero articolo)
Non so quanto potrà o vorrà resistere il presidente della Commissione di Vigilanza. So però, per esserne stato testimone, che un passaggio probabilmente chiave della sua vicenda risale a mezzogiorno e mezzo di martedì scorso, 18 novembre. Mentre cercavo di carpirgli delle informazioni gli squillò il telefonino. Decidendo di rispondere, si allontanò in fretta da me con un cenno di scusa, voltandomi la schiena. Rimase al telefono per tre o quattro minuti, più sentendo che parlando,a voce peraltro bassissima.
Finita la conversazione,anziché tornare da me s'infilò nella sala lettura, in quel momento vuota. Aveva perso ogni voglia di parlare. Era letteralmente stravolto. Il suo sguardo era assente. Colsi anche un segno di tremore nella mano destra. L'altra stringeva il telefonino. Ne rimasi tanto impressionato che rinunciai ad insistere.
Di più Damato non sa dire. Io invece conosco l'esatto tenore della telefonata, nonché l'emittente della stessa: il padre putativo di Villari, l'ex-Guardasigilli Clemente Mastella:
(Io può pure darsi che quella telefonata l'abbia fatta, ma comunque non ricordandomene bene nego tutto).
"Riccà, io tengo rispetto per la tua intelligenza che grazie ad una serie di algoritmi filosofico-matematici creati dall'On. Buttiglione posso dire che ci sta, anche se non mi risulta di averla mai vista. Io e Ciriaco ce ne siamo andati più lontano possibile da Berlusconi, anche se quando Walter ci sfrucuglia minacciamo di tornare all'ovile. E sai perchè? Perché chillo tiene l'abitudine di trattare gli alleati come degli zerbini, e si salvano appena appena Fini che quanto a dialettica sta messo meglio di Taormina, e Bossi perché ormai è rincoglionito e dice tutto quello che ci passa per la capa.
Mo' non mi dire che non hai capito che quando Bondi e Bonaiuti t'hanno acchiappato uno di qua e chill'at' di là che più che pigliarti a braccetto sembrava che ti volessero immobilizzare, e hanno cominciato a parlarti con quelle vocine che parevano il gatto e la volpe, mo' non me lo dire che non hai capito che avevano accattato il più fesso di tutto il centrosinistra.
Ma te lo devo dire io che tu non tieni la capa manco per dirigere una bocciofila, altro che la Commissione di Vigilanza... Io ti vedo passare tutti i santi giorni con una pila di carte sotto il braccio che finisce che ti piglia 'a scoliosi, ma dillo allo zio... Dove li trovi tempo e voglia per studiartele, che pure la laurea te l'hanno dovuta accattare i genitori tuoi spendendo 3/4 del PIL della Campania?
Ma l'hai capito o no che ti hanno votato solo per convincere Veltroni a ritirare Leoluca Orlando... Oh Riccà, Leoluca Orlando, mica Pizza E Fichi... Uno che è stato sindaco di Palermo, ha inventato un partito che se non scendeva in campo Berlusconi sarebbe diventato la nuova DC, uno che va in televisione e sbaraglia tutti mentre tu in televisione hai fatto solo la comparsa di "Un posto al sole".
Lo vuoi saper il ragionamento che hanno fatto questi qua? Noi eleggiamo il più deficiente del loro schieramento, magari con l'aiuto di due amici di D'Alema che muoiono dalla voglia di fare un dispetto a Veltroni e uno a Di Pietro, così quelli si pigliano paura e dicono a Leoluca "Guagliò, quella poltrona ti sta nu poco stretta, abbi pazienza che te ne accattiamo un'altra." Poi gli proponiamo la nomina di uno che sta per tirare le cuoia e chiudiamo il problema...".
Se ti dimetti ti mando da Fabio Fazio. C'è da sostituire Maurizio Milani con uno che faccia più ridere di lui
Ma come i miei lettori più attenti sanno, la sedia di Presidente della Commissione di Vigilanza RAI non gli si scolla più dalle natiche, anzi è diventata un corpo unico con esse. Villari da diversi giorni è rassegnato a farsi quattro piani di scale a piedi perché non entra più nell'ascensore, la notte dorme direttamente sul cadreghino perché ovviamente non esiste alcuna posizione fisicamente praticabile che gli consente di sistemarsi a letto. Peraltro la parola "dormire" è eccessiva, il Nostro passa la notte in un tormentato dormiveglia in cui di volta in volta gli appaiono Leoluca Orlando che gli mostra prove di suoi coinvolgimenti con Totò Riina, Tano Badalamenti e il Joker di Batman, Sergio Zavoli armato di bisturi che cerca di amputargli la poltrona per farne a sua volta una propria definitiva escrescenza, Tonino Di Pietro che ha in mano il suo albero genealogico che ne prova la discendenza diretta da Giuda Iscariota.
Ma il dramma è che Villari prima o poi deve andare di corpo e il suo orifizio anale è completamente occluso, anzi possiamo correttamente dire che è stato assorbito dalla poltrona, per cui defecherebbe all'interno della poltrona stessa rendendola maleodorante oltre che malsicura.
Che fare?
Essendosi a suo tempo comprato una laurea in medicina e avendo svogliatamente esercitato per qualche anno, durante i quali, invero, nessun paziente si è mai lamentato di lui(forse perché decedevano tutti? Questa può essere una spiegazione....), Riccardone sa che potrebbe farsi praticare un sondino intestinale per prelevare il fecaloma dal retto e farlo fuoriuscire all'altezza dell'ombelico. Ma tale deturpazione sarebbe irreversibile e permanente, e se poi trovano il modo di destituirlo, ne varrebbe realmente la pena?
La fortuna dell'Onorevole è che quando è molto in tensione diventa incredibilmente stitico, e quindi lo stimolo all'evacuazione è ancora sopportabile. La pancia è leggerissimamente gonfia, ma Villari ha già provveduto a farsi confezionare pantaloni in speciale tessuto elastico, ovviamente a sei gambe così da poter accogliere la cadrega che oramai, come detto sopra, si è fusa con i suoi tessuti organici senza soluzione di continuità.
L'unico fastidioso inconveniente sono le ormai incontrollabili flatulenze, che attraverso un ingegnoso sistema di canali praticato con trapano e succhiello sul fondo della poltrona da un amico falegname si disperdono serenamente nell'ambiente, dopo di che la poltrona stessa viene ogni volta riareata con qualche litro di spray deodoranti; ma sventuratamente il rumore, grottescamente amplificato dalle venature del legno, è percepibile in tutta l'area comunale di Roma. Ma Villari si ostina a considerare tutto questo il rovescio della medaglia della celebrità, e tira avanti imperterrito.
Se finirà nella mrd che non dica che non se l'era andata a cercare.
Pure questa mi doveva capitare... In condizioni normali Villari non mi batterebbe neanche a rubamazzetto...
E intanto a me mi hanno votato e a te no... Pappappera...
Vista la grave latitanza di commenti ai miei posts (con la esse, son più d'uno) che mi dà occasionalissimamente l'impressione di parlare da solo come gli innumerevoli psichiatrici in libera uscita che percorrono quotidianamente la mia città, vi do delle ulteriori impressioni su come esprimervi, riprendendo un vecchio commento suscitatomi dalla mia diuturna e spesso unica lettrice Miss Palestra da Genova (rullino le trombe squillino i tamburi Turchetti e portatemi la domanda per il raddoppio), due punti aperte virgolette:
Vi potrei dare alcuni suggerimenti.
Usate un sistema ostensivo-iconico che aggiri le strettoie della comunicazione verbale.
Prendete un qualunque quotidiano, tagliuzzate tutte le parole di un articolo, mettetele nel sacchetto della tombola ed estraetele a caso. Se si tratta di un articolo di Filippo Facci il risultato sarà migliore dell'originale.
Prendete qualche commento affettuoso e celebrativo fatto a qualche maschione palestrato sui 32-33 anni che tiene il blog solo per rimorchiare e fate un bel copia-incolla.
Lasciate parlare il cuore.
Lasciate parlare il fegato.
Lasciate parlare il pancreas.
Lasciate parlare un qualunque alveolo polmonare.
Chiedete ispirazione a San Francesco (attenzione, non mi sto riferendo a Cossiga).
Chiudete gli occhi e lasciate scorrere le mani sulla tastiera .
Bevetevi una bottiglia di Sciachetrà, qualora siate liguri, o altro vino delle vostre zone di quelli amabili zuccherini che vanno giù come spuma e ti fanno salire una sbronza parossistica a scoppio ritardato e poi scrivete tutto quello che vi viene (tanto io non sono un tipo che si monta la testa).
Bevetevi una bottiglia di Sciachetrà e poi mettetevi a letto per tutto il fine settimana così scansate anche le pulzie.
Scrivetemi qualcosa di orrendo.
Scappate con George Clooney o con Monica Bellucci (a seconda del sesso anagrafico e/o di quello percepito) e poi raccontatemi com'è andata.
Scappate con Alvaro Vitali o con Anna Mazzamauro ma poi i particolari teneteveli.
Parafrasate una poesia di Neruda.
Parafrasate una novella di William Somerset Maugham.
Parafrasate un articolo di Eugenio Scalfari.
Parafrasate un temino di vostra figlia, della vostra nipotina, della vostra sorellina pestifera.
Parafrasate quello che vi pare.
Apparite, scomparite e riapparite dove meno ce lo aspettiamo.
Prendetevi i vostri tempi e i vostri spazi.
Scoprite con divertita meraviglia la vostra creatività.
Create con meraviglioso divertimento la vostra scoperta.
E grazie della fedeltà passata, presente o eventualmente futura.
Bibliografia:
Se l'effetto didattico di questo post sarà lo stesso che codesto libro ebbe nel lontano 1964 sul sottoscritto, siamo fritti...
La politica italiana ha trovato un nuovo simpatico esempio di cadreghite acuta, l'Onorevole Riccardo Villari, il cui unico merito precedente pare quello di essere stato il primo ad accedere illo tempore al canale satellitare della Barbara d'Urso, e che vanta come suoi mentori nientepopodimenochè Clemente Mastella (che lo definisce, bontà sua, abile ma sfaticato) e Ciriaco De Mita.
Questo assolutamente sconosciuto parlamentare è stato eletto una settimana fa presidente della Commissione di Vigilanza RAI con una modalità tecnicamente ineccepibile ma politicamente aberrante, preferito a Leoluca Orlando che obiettivamente vantava un migliaio di titoli più di lui che forse non ha mai diretto neppure un condominio, e tutto col forte sospetto che i sicari di Berlusconi, mandante occulto e beffardo ("questa decisione è stata assunta in piena indipendenza dai nostri gruppi parlamentari che mi hanno dato semplice avviso"), cercassero di manovrare per avere in quel ruolo-chiave un personaggio fragile, incompetente e assolutamente pilotabile.
Ma è vero, non alimentiamo sospetti, brutta abitudine italiana. Parliamo di certezza che facciamo prima...
Il seguito della vicenda ha mostrato comunque che, di fronte alle veementi rimostranze dell'opposizione, nessuno nella Casa delle Libertà e dintorni ha difeso la posizione di Villari più di tanto. Nessun attestato di stima, solo una sorta di richiamo alla sua responsabilità istituzionale e un invito a non dimettersi dalla sua prestigiosa carica come tutto il PD gli chiedeva con una certa qual decisione.
In seguito, trovato un italianissimo compromesso (il ritiro della candidatura Orlando sostituito con un ex-grande giornalista che alla tenera età di 85 anni sicuramente farà meno l'elefante in cristalleria di quanto di solito faccia il luciferino Leoluca) perfino Berlusconi, Fini e Schifani invitano paternamente e in modo quasi umiliante il buon Riccà (come tuttora lo chiama la D'Urso) a farsi da parte.
Citiamo ancora l'Unto Del Signore. Dichiarazione esplicita "Il sen. Villari può dirsi soddisfatto di avere in fondo contribuito a determinare queste condizioni e può quindi serenamente rassegnare le dimissioni convinto di rendere così un servizio alle istituzioni". Dichiarazione implicita "Tuso, lasciaci lavorare che hai fatto anche troppo. Fòra d'i ball.".
Ma lui no, non se ne va. E' nel suo DNA democristo. E' più forte di lui. Espulso dal PD, sconfessato dalla D'Urso che prima lo ha definito "il mio primo grande amore" e poi l'ha derubricato ad oscura conoscenza da liceo, sputtanato dai suoi stessi grandi elettori, può perfino darsi che tenti di alzarsi dal cadreghino ma ormai questo ha fatto corpo unico con le sue natiche.
Con terrore, Villari si rende conto di essere diventato un esapode, e già ieri sera rincasare è stato un problema perché il cadreghino non entrava nell'ascensore. Andare poi a letto (in religiosa solitudine di cattolico dolorosamente separato e quindi non riaccoppiabile, cosa avevate capito?) è tecnicamente impossibile. Villari si assopisce spossato verso le 3 sulla parte in legno e stoffa del suo corpo, ma dorme brandelli di mezzore tra incubi di Designati Eccellenti che arrivano armati di bisturi e glielo amputano malignamente.
Che vita!!!
Riccarduccio, se ti dimetti subito guarda cosa ti regalo...
Qui sopra, l'unica che ha speso di recente parole buone per il povero Villari (peraltro rimangiandosele quasi subito).
Lucio Dalla è il poeta delle piccole cose, di quegli infinitesimi sentimenti tutt'altro che da superuomo che solo lui sa far ergere a dignità artistica.
La canzone il cui testo, miei pochi ma sagaci lettori, vi propongo oggi ha anche il pregio di chiamarsi 2009 (Le cicale e le stelle). E' stata scritta nel 1989 (nè più nè meno come Telefonami tra 20 anni che parla del Duemila ma è stata scritta nel 1989, 1999 scritta addirittura nel 1966, Il Motore del 2000 scritta, peraltro le parole sono del poeta Roberto Roversi, nel 1977) da un tizio la cui canzone più emblematica si chiama Futura e non certo Passata.
Esprime con sciamanica preveggenza la confusione e l'impotenza di questi anni.
Potevo tirarla fuori il 31 dicembre ma chissenefrega, bruciamola adesso.
Da giovanissimo ero stato capace di tenermi in serbo per quasi due anni l'epica battuta "Ragazzi, adesso siamo l'Equipe 84", pensata alla prima riunione d'equipe del Consultorio di Langhirano nel maggio 1982 ma sfornata il 2 gennaio 1984. Adesso sono meno giovane e non reggo più le attese...
Gente ... Gente ... Ge ... Chi l'avrebbe detto mai che per essere felici bastava stare un poco senza amore o non pensarci più ma guardarlo freddamente come uno che non vede e che non sente ... sente. Bloccando il malcontento degli organi vitali si riesce a teorizzare all'infinito non ci si tocca mai nemmeno con un dito. Così si va tranquilli tra la gente ... gente ... ge ... Ormai ci si abbandona solo ai calcoli perfetti al football e alla noia degli oggetti non ci si ferma più non si muore veramente al brivido sottile di due occhi di due occhi mescolati tra la gente ... Noi nel silenzio della notte ci fermiamo ed ascoltiamo le cicale delle stelle. Noi volevamo avere tutto, tutto quanto calcolato fino a quando abbiam perduto anche il tempo per un bacio le lenzuola scompigliate, i silenzi telefonici le promesse bisbigliate. Senti io ti parlo ma non mi senti urlo forte ma non mi senti. Se io muoio tu non mi senti. Ecco vedi siamo soli nel silenzio della notte a guardare, ad ascoltare le cicale delle stelle... Chi l'avrebbe detto mai non riesco più a vederti son passati già degli anni e non telefoni chissà se ci sei più, se esisti veramente brivido sottile di due occhi mescolati tra la gente. Noi volevamo avere tutto, tutto quanto calcolato fino a quando abbiam perduto anche il tempo per un bacio le lenzuola scompigliate, i silenzi telefonici le promesse bisbigliate. Senti io ti parlo ma non mi senti urlo forte ma non mi senti. Se io muoio tu non mi senti. Ecco vedi siamo soli nel silenzio della notte, nel silenzio della notte a guardare, ad ascoltare a guardare, ad ascoltare nel silenzio della notte, nel silenzio della notte nel silenzio della notte ...
Quando Silvio fa "cucù" c'è un giornalista, Mentre Silvio fa "cucù" è sempre festa. Se c'è una cosa che mi spiazza (hai voglia a metterci una pezza) è un milanese che fa il demiurgo con una distinta signora di Amburgo.
Tutti i demiurghi fan "cucù" cosa vuoi farci amano stupire sai che da soli non si può come un coniglio fare il Presidente del Consiglio.
Per una nomina alla RAI-ahi-ahi-ahi-ahi magari passano dei guai ma col ditino accusatore mandano in culo l'oppositore.
Così ogni cosa è nuova è una sorpresa e proprio quando piove Silvio si dice "Ma che inferno, daran del ladro al mio Governo".
Quando Silvio fa "cucù" che meraviglia, che meraviglia! ma che scemo vedi però, però che mi vergogno un po' perchè se io faccio "cucù" mettiamo il caso al capufficio lui non apprezza, mi dà una pizza lui non ha peli sulla lingua (e se ne ha non sono i suoi).
I demiurghi sono molto indiscreti ma hanno tanti segreti come i poeti nei demiurghi volan forti i sondaggi e a volte anche i linciaggi stile Bulgaria, bada! Ma ogni cosa è chiara e trasparente lasciatemi il potere, il resto non fa niente. E se Di Pietro ci ha la bua è colpa sua.
Quando un demiurgo fa "cucù" cresce l'ascolto anche di molto ma che scemo vedi però, però che mi vergogno un po' perché vorrei fare "cucù" a quelle guardie comunali che trattano i negri come animali.
Finchè i cretini fanno eh, finchè i cretini fanno ah finchè i cretini fanno "boom" guarda che ignoranti! ma se Silvio fa "cucù" ridon tutti quanti per lui mi vergogno un po' ma i suoi elettori fanno "toh, com'è pimpante, com'è brillante, lo voto ancora alla malora chi non apprezza la sua gaiezza.
Però la distinta signora di Amburgo ha un'altra opinione sul nostro demiurgo lo chiama convinta con gran decisione se bene ricordo "Die Gross Makarone".
E quando lui ha fatto "cucù" alla Carfagna la bella ministra ha fatto una lagna perchè nel contempo ha aperto il cappotto e si è appalesato con niente di sotto.
E, per chi ha fatto il militare negli anni 60 e 70, ricordiamo che la parola "cucù" sottende il seguito "Per voi è finita, per me c'è una vita...", in questo caso al potere e non a subire scherzi del czz in una fetida e maleodorante caserma.
A me sembra che il non-verbale della Merkel implichi un inespresso "Oh, no... Mi ero già messa l'anima in pace che questa volta non c'era...".
Su un piano (come dire?) astrattamente formale, la nomina di Riccardo Villari a presidente della Commissione di Vigilanza Rai è stata corretta: è avvenuta una votazione a scrutinio segreto e Villari ha ottenuto 23 voti, ben 10 in più di Leoluca Orlando.
Su un piano pragmatico e sostanziale, invece, si tratta di un colpo di mano della maggioranza parlamentare. L'uso inveterato vuole infatti che, per certi incarichi delicati, maggioranza ed opposizione si accordino su un nome che viene poi votato in massa (in sostanza, una sorta di acclamazione formalizzata).
Può sembrare un metodo antidemocratico, e forse in qualche caso lo è. Ma nel caso della Commissione di Vigilanza Rai, visto che di fatto l'azienda in questione subisce sempre e comunque la pressione se non il controllo del governo in carica, è buona usanza che il Presidente della Commissione di Vigilanza non solo appartenga all'opposizione (giacché Villari appartiene alla corrente destra del PD, l'ex-Margherita di Prodi e Rutelli) ma sia scelto direttamente dall'opposizione. Un Edoardo Bennato di fine '70 commenterebbe:
Ma chi l'ha detto? ma dove sta scritto? ma chi l'ha deciso? ma chi l'ha stabilito?
E' una regola E' una convenzione si era sempre fatto così... si era sempre fatto uno per volta....ah!... E invece a me piace due per volta!... Qualcuno, si sente offeso?
qualcuno si sente defraudato? qualcuno si sente danneggiato? ah?... e allora.... e allora e allora.... e allora, avete capito o no?....
Abbiamo capito benissimo, Edoardo, e grazie per le tue come sempre incisive parole. Viene da pensare che l'elettore-tipo del centrodestra possa apprezzare questo rigurgito di decisionismo craxiano (che consisteva nel prendere provvedimenti di testa sua, visto che il Primo Ministro era lui, fanculo all'opposizione e anche alla maggioranza, e se non vi va bene provate pure a farmi dimettere, ahahahahah).
Di contro, i non elettori del centrodestra possono restare allibiti e scandalizzati da questa mancanza di bon ton dei Berlusca boys, che terrorizzati all'idea che su quella strategica poltrona potesse finire Leoluca Orlando (uno che ha la perniciosa abitudine di pensare con la sua testa, oltre all'handicap di appartenere all'Italia dei Valori di Tonino Di Pietro, sì proprio quello che ha dato recentemente a Berlusconi del magnaccia e a Dell'Utri del pregiudicato) hanno manovrato per trovare un personaggio un po' più malleabile.
Abbastanza veemente la reazione di Tonino Di Pietro, che ha garbatamente alluso ad una deriva argentina di Berlusconi chiamandolo presidente Videla. Risposta di Berlusconi "Videla? Al massimo Vileda, guardate come ho ripulito in fretta Napoli...". Controreplica perfida di Di Pietro "Ovviamente la mia era una semplice carineria...".
Allora, mammà, che dici, ce la dico quella cosa lì di Videla?
Da buon padano sia pure di adozione amo questa stagione che ci transita dolcemente, quasi maternamente, dalle illusioni edonistiche dell'estate ai geli intollerabili dell'inverno. I colori dell'autunno sono i più intimi e dolci che la natura sa offrire agli occhi foderati di stanchezza e indifferenza degli Homines Sapientes (nominativo plurale, son più d'uno...).
Il lavacro incessante di questa pioggerellina inglese (ma a me ricorda più le Fiandre, ognuno ha le sue associazioni mentali) lava i pensieri e rinnova le emozioni.
Da quando ho raggiunto l'età adulta (ahimè molti anni fa) l'autunno ha sempre rappresentato un momento di ripensamento spesso difficile, duro e crudele sui miei valori, la mia personalità, la mia storia, il mio contesto sociale. Mentre da giovane l'autunno era anche occasione di una transumanza dai prolungati ozi sulle spiagge adriatiche alla vita universitaria prima e professionale poi, nella dorata consistenza dell'età di mezzo la transumanza è solo simbolica, giacché i limitati mezzi economici (che inducono a ridurre al minimo le vacanze e cercare entrate economiche ulteriori anche nella più allucinante canicola) mi spingono a restare nella mia città bella e soccorrevole per quasi tutta l'estate.
A volte il transito tra l'estate e l'autunno è dolce e graduale e lascia spazio a tutti gli adattamenti del caso. Altre volte, magari graduale lo è ma tu non te ne accorgi, ed è come quando ti trovi grasso o povero tutto d'un colpo perché l'acquisizione dell'ennesimo chilo o la perdita dell'ennesimo euro ti fanno scoprire appartenente ad una categoria diversa da quella ritenuta tua.Ma mentre quasi nessuno vorrebbe essere povero e grasso potendo scegliere, l'autunno te lo ciucci che ti piaccia o meno.
Allora la psiche si scinde in una parte sublimata e superegoica e in un'altra irresponsabile e impulsiva, essiccata essenziale essudata estemporanea custode dell'Es: la prima gode del ritorno dall'apparenza alla sostanza; la seconda soffre e si arrovella per il ritorno nel mondo della realtà dopo essersi un po' animalescamente cullata in sogni mostruosamente proibiti.
Poi ti riscuoti, ti dai una toccatina alle palle un po' per scaramanzia un po' per sincerarti della loro perdurante esistenza, e prosegui nella tua umana avventura.
Tieniti la tua vita, io mi tengo la mia tanto non c'è nessuno che ce le porta via. E chi le vuole poi, son fatte su misura agli altri vanno larghe o strette alla cintura...
D'altra parte, mi insegni, c'è la reincarnazione: a me non spiacerebbe rinascere leone, starmene muto e attonito guardando la savana e oziare indisturbato l'intera settimana
seguendo sbadigliando le gazzelle passare e inseguirle talvolta, solo quando mi pare, anche se poi davvero io non saprei che farne oltre al sommo piacere di straziarne la carne.
Ne mangerei svogliato solo qualche boccone e il resto, abbandonato, lo lascerei alle iene e tornerei a poltrire sotto le fresche foglie di un albero africano che basti alle mie voglie.
Ma con la sfiga nera che mi ritrovo addosso rinasco sempre uomo, fare altro non posso e poichè sarò immemore di sbagli precedenti ancora ne farò e sempre più pesanti
così di vita in vita continuerà la giostra monotona e fantastica di questa vita nostra nei secoli dei secoli diversa eppure uguale la mano di tarocchi che non sai mai giocare....
(tempo: valzerino alla De Gregori prima maniera, accordi: Do magg., Mi 7, Fa 7+, La min., Mi min-, Sol 6, Si 7, Fa diesis 7, Do diesis min. 7, Sol diesis 7)
Cioè, proprio non puoi evitare di coinvolgermi in questi tuoi discutibili conati letterari... E va bè... Ma le altre volte almeno avevi dichiarato la citazione, benedetto uomo...
Valzerino alla De Gregori??? No dico, ma stamo a scherzà??
Ennesima tamarrata di Berlusconi: il presidente brasiliano Luiz Inacio da Silva è in visita ufficiale in Italia e lui gli porta, verrebbe da dire come grazioso cadeau, i 6 brasiliani del Milan (compreso l'ex calciatore Leonardo, attualmente dirigente).
Va bene che il da Silva un po' tamarro lo è anche lui. Adora il calcio al punto da adottare, secondo l'uso brasiliano, il nick Lula al posto del suo vero nome (e come Lula è universalmente noto). Straparla sul calcio esattamente come Berlusconi ma incutendo meno soggezione (addirittura epico un siparietto tra lui e Ronaldo, non Cristiano ma proprio il Ronaldo di nostra conoscenza, al bassissimo livello di "Ronaldo è grasso", "E Lula beve come una spugna", mentre il portiere interista Julio Cesar lo ha addirittura invitato a trasferirsi in Argentina) e non perde occasione per farsi fotografare accanto a calciatori che oltretutto (chioserebbe Berlusconi col suo proverbiale miconsénta) non sono neppure di sua proprietà.
Ma appunto, Berlusconi non ha raccolto a Roma una delegazione di giocatori brasiliani delle varie squadre (credo che lo avrebbero fatto anche Veltroni e D'Alema, non meno calciofili di Berlusconi ma più portati a investire rispettivamente in appartamenti a Manhattan o in barche da regata che in squadre di calcio), ha ostentato con un approccio da magnate arrogante i suoi schiavetti.
Ma perché la povera deliziosa Rula Gebrehal, che con la sua indiscutibile travolgente avvenenza potrebbe fare la velina e vivere tranquilla e invece ci tiene a far vedere che ha anche una bella testa, continua a prender su in diretta televisiva? E perché le vengono perennemente sguinzagliati contro omaccioni poco raccomandabili come Calderoli o melliflui bastardoni come Filippo Facci? E perché lei abbocca sistematicamente alle provocazioni di costoro?
Perché Mentana deve ridursi pateticamente a megafono di Berlusconi? Perché deve confezionare una puntata di Matrix tra le più fiacche ed inutili degli ultimi mesi? Perché deve impostare tutta la puntata, travestita da allegra e goliardica presentazione di giovani satrapi della satira, su due argomentazioni quanto meno strumentali, per non dire totalmente false (1. La battuta di Calderoli contro la Gebrehal "Chela sciura abrunzàda lì, me ricordi minga cuma la se ciama..." è molto più grave di quella di Berlusconi su Obama; 2. In Italia c'è assoluta libertà di satira, mentre per esempio in Francia...)?
Per chi non ha visto la puntata di Matrix di ieri notte (immagino siano stati la maggioranza), della quale non esistono ancora stralci filmati su YouTube, il fine dialettico Filippo Facci (che ha delle splendide tecniche oratorie non basate sull'esattezza delle affermazioni ma su una strisciante induzione ipnotica nei confronti dell'ascoltatore finché non viene contraddetto, dopo di che diventa un Funari padano) sosteneva a proposito dei comici che fanno politica fingendo di fare satira, per citare Trilussa, ce vo 'n freno per impedì che inventino 'ste chiacchiere. Giustificato sdegno della Gebrehal che lo interrompe. Reazione inconsulta di Facci che le intima sguaiatanente di tacere e le dà della maleducata. Gebrehal che a quel punto piuttosto che tacere si farebbe passare a fil di spada. Facci che per fortuna è collegato da altro studio e non può passare a vie di fatto, ma si vede che la cosa gli pesa. Gebrehal che accusa Facci, per chi non lo conoscesse giornalista del Giornale (ma a chi non lo conosce ci vorrebbero 3-4 posts per spiegarlo in modo esauriente), di sostenere con argomentazioni speciose la linea editoriale del suo gruppo. Facci che neanche le risponde e si limita a dire a Mentana "Hai visto Enrico, ce l'ha col nostro gruppo..." e poi altre scaramucce che non ricordo data l'ora tarda.
Ma l'interrogativo più inquietante e tutt'altro che ironico è il seguente: perché su Rula Gebrehal in questo momento Google presenta solo n. 1 pagina contro (per fare un elementare esempio) più di 35.000 per la dimenticabile soubrette galatinese Gegia? Chi ha ordinato al più autorevole motore di ricerca di oscurare tutti i risultati sulla suddetta? La stupenda reporter palestinese è stata già messa al bando?
N.B. Su Yahoo Rula batte Gegia 116.000 a 88.500. E allora?
Si può fare giornalismo anche con pochissimi mezzi, con la forza quasi esclusiva delle idee e dei principi. Si può continuare a fare un giornalismo non neutrale (per il semplice motivo che esso non esiste) ma almeno non ipocrita, nel momento in cui Rai 3 subisce quotidiani assalti di squadracce fasciste e viene altrettanto quotidianamente bacchettata intimidita minacciata da scagnozzi di Berlusconi (che sulla Rai sta più attento che su Obama e preferisce mandare avanti persone di fiducia).
«Le notizie, certo, bisogna darle, sennò si torna al fascismo, ma c'è modo e modo di comunicarle. Io guardo il Tg3 e vedo che ci sono degli anchorman che hanno già una faccia un po' gotica, un po' dark. Sicuramente, ce ne sono più in Rai che sugli altri network. Credo che il direttore del telegiornale dovrebbe dimostrare un maggiore esprit de finesse in queste cose. Farle, dirle lo stesso, ma magari con un'altra espressione». Queste le parole di Marcello Dell'Utri, uno che in qualunque altro paese del mondo avrebbe fatto una plastica facciale e si sarebbe dato al giardinaggio, ma da noi continua ancora a pontificare.
Il Manifesto, anzi il manifesto (la scelta delle minuscole è di una finezza quasi metafisica, a voi interpretarla) rischia seriamente di chiudere perché il sistema di finanziamento pubblico dei giornali, grazie anche alla stentorea campagna di Beppe Grillo (Beppe, proprio perché ti voglio bene, quando dici cose ingiuste mi ritaglio il diritto/dovere di contestarti), viene messo in discussione.
Il fatto che, in un futuro più o meno prossimo, solo i giornali che vendono abbastanza copie per autofinanziarsi, o che fanno massiccio ricorso alla pubblicità (e il manifesto è l'unico quotidiano italiano a non aver mai accettato una sola riga di pubblicità a pagamento) possano restare sul mercato, mi fa pensare che se la caveranno la Gazzetta dello Sport, la Repubblica, il Corriere della Sera.
Ottimo sul piano della logica capitalistica, ma il pluralismo dell'informazione sarà adeguatamente tutelato?
Ovvio che lo sarà, Rinaldoni, ovvio che lo sarà. Ce li avrò tutti contro lo stesso, quanto ci scommetti?
Per la mia diletta Missgynn (The Queen of the Palestrates): questo post non è sul calcio ma bensì sui sentimenti umani, e quindi lo puoi leggere benissimo.
Caro Marco Borriello,
dev'essere pesante traccheggiare su un campo del Sud, perennemente spalle alla porta per difendere i pochi palloni che i tuoi compagni riescono a farti pervenire, in mezzo a semidei che guadagnano il triplo di te ma si fanno il culo un quindicesimo.
Se tu sbagli una partita finisci in panchina per due ere geologiche, se LORO sbagliano una partita i crudeli sostenitori milanisti trovano quindicimila giustificazioni e diffidano Ancelotti dall'accantonarli. LORO vanno in TV in discoteca ritirano premi perchè hanno il physique du role mentre tu hai il fisico e basta.
L'anno scorso hai segnato un solo gol meno di Alex Del Piero ma non ti si è cagato nessuno lo stesso. Forse perché nei 5 anni precedenti avevi segnato una media di 2,2 gol a stagione che non era precisamente irresistibile, mentre Del Piero il primo gol lo ha segnato con i Blackburn Rovers nel 1885.
Però sentirti dare del cornuto da uno stadio intero non è il massimo. Specie se si pensa che l'appellativo arbitro cornuto scaturisce da una discutibile equazione per cui, mentre lui dirige la partita a Mondovì negando sedici rigori alla Monregalese, sua moglie a 1000 chilometri di distanza si diletta con tale Peppiniellu 'U Drittu (nel senso di astuto ma non solo...). Mentre le corna che ti vengono ricordate da 50.000 leccesi sono documentate in diretta televisiva.
E la tua incapacità di far gol, anche ad un metro dalla porta salentina, a questo punto acquista una valenza estremamente freudiana.
Lasciami ricordare un delizioso siparietto tra Enzo Bearzot ed Helenio Herrera di quasi 30 anni fa...
Bearzot (dopo una partita persa per 1-0): E' andato tutto bene tranne il gol.
Herrera: E quando vai con una bella donna cosa le dici? E' andato tutto bene tranne il gol?
Nè Freud, nè Jung, nè Adler, nè Fromm, men che meno l'ermetico e criptico Lacan hanno mai osato dirlo, ma le religioni non solo rassicurano l'uomo dal terrore di scomparire nel nulla dopo la morte (il che è umanamente comprensibile, scusabile e quasi apprezzabile) ma soprattutto legittimano i suoi peggiori istinti aggressivi e narcisistici ammantandoli di giustificazioni ultraterrene.
In termini psicoanalitici, l'adesione ad una religione è la massima espressione del meccanismo della sublimazione che, se in chimica rappresenta il passaggio dallo stato solido a quello gassoso senza passare attraverso lo stato liquido, in psicologia rappresenta il passaggio dalla sfera istintiva a quella morale (dal dominio dell'Es a quello del Super-Io) senza passare attraverso un controllo cosciente dell'Io.
In parole poverissime: se una persona aggressiva, perversa, egocentrica e bastarda decide coscientemente di redimersi attraverso un doloroso processo di rinuncia, abbandonando drammaticamente una fetta enorme dei suoi cattivi desideri per rendersi accettabile e per essere amato, non si tratta di sublimazione. In questo caso il soggetto transita attraverso lo stato liquido (l'Io) ed esce dallo stato solido (la monolitica imperiosità delle istanze impulsive). Può darsi che poi maturi progressivamente delle istanze morali (l'aereiforme stato gassoso in cui la propria bontà si sparge per il Cosmo), o si accontenti di non fare del male, che forse è il modo più intelligente di fare del bene. Ma non divaghiamo...
Il sublimato, viceversa, non ha nessuna voglia di mettersi in discussione e di evolvere verso uno stato maturo di rapporti tra desideri e possibili realizzazioni. I suoi desideri perversi lo tartassano, l'Io razionale non trova l'angolo di incidenza corretto per contenerli e modificarli, e di solito il contesto esterno è tale da rendere pericolosa la realizzazione di questi desideri: la sanzione può essere pesantissima, dalla perdita della reputazione alla perdita della vita stessa, A MENO CHE NON SI TROVI UN GRUPPO SOCIALE CHE DIA ALIMENTO E LEGITTIMAZIONE AI TUOI DESIDERI: una gang, per dirla in una sola parola.
Stando in una gang puoi comunque perdere la reputazione nel mondo esterno, ma parallelamente acquistarne una crescente all'interno della gang. In compenso puoi compiere le più efferate nefandezze "perché è così che vuole il boss". In questa fase puoi brandire un arma o una croce, e magari perchè no tutti e due. Te l'ha detto il boss, o magari non l'ha detto direttamente a te (perché come il megadirettore galattico di Fantozzi, sei sicuro che ci sia ma tu di tuo non l'hai mai visto) ma insomma sei sicuro che te l'ha detto.
In queste situazioni puoi essere stato spietato con chi ha il tuo stesso boss, ma non ne vuol sapere di prendere sul serio suo figlio (non è facile andare d'accordo con le gangs rivali); ma essere comunque proposto per la beatificazione.
Solo gli imbecilli, i coglioni e i prevenuti non apprezzano il suo finissimo umorismo. Peggio per loro.
A memoria d'uomo non era mai successo che, all'elezione di un Presidente USA, qualche importante uomo di governo non americano avesse reagito con la spocchiosa arroganza di Berlusconi ("E' bello, giovane e abbronzato. Cosa vogliamo di più? E vedo che la sinistra stravede per lui, è arrivato il nuovo Messia, evviva...") o con le raccapriccianti parole di Gasparri (capogruppo del PdL in Senato), "Con lui presidente Al Qaeda sarà contenta...".
E per fortuna, mentre le parole di Berlusconi hanno provocato un allegro vespaio che lo ha condotto fino al titolo di "world's worst" munificamente concessogli per questa settimana dalla trasmissione "Countdown with Keith Olbermann" (un Santoro d'oltreoceano, penserà sicuramente l'Insalata Mista), delle farneticazioni ancor più gravi di Gasparri sembra non essersi accorto ancora nessuno.
Mentre mi dispiace che l'immagine all'estero del mio controverso ma pur sempre amabile Paese sia rappresentata in codesto modo, mi sfugge dal cuore una considerazione di realpolitik: se si voleva cominciare malissimo il rapporto col comandante in capo di quello che resta comunque il nostro alleato per ora insostituibile (o il passaggio dall'imbecillotto Bush al lucido ed astuto Obama adorato da Veltroni ha fatto venire le paturnie a tutta la destra?) non si riesce ad immaginare esordio peggiore.
Anche la affettuosa battuta di D'Alema "Uno come lui, figlio di un emigrato keniota, qui in Italia sarebbe ancora a lottare per il permesso di soggiorno" mi è sembrata francamente di un provincialismo sconfortante e, come dire, mentre da Gasparri e Berlusconi non mi aspetterei nulla di meglio, da lui....
Capisco il tuo desiderio di non apparire fazioso. Ma ci hai pensato bene prima di tirarmi in ballo?
Gasparri, più ignorante che perfido, di fronte alle reazioni universalmente sdegnate, si è limitato a biascicare in un italiano faticosamente tradotto dal romanesco "Ma cosa avrò detto mai? Ho citato un documento di Al Qaeda?" senza che nessuno, per carità di patria, gli chiedessed di definire meglio le sue malferme fonti, giacché a nessuno risulta che Al Qaeda abbia organizzato un festino a base di kebab e bracioline di cammello, si sono limitati a intimare a Obama di "ritirarsi dall'Iraq e convertirsi all'Islam" ma mi sembra che Obama debba ancora dar loro una risposta...
L'unto del signore, viceversa, più perfido che ignorante (anche se si tratta di una lotta all'ultimo sangue), non si è limitato a sminuire la portata delle sue parole ma ha, nell'ordine,
definito la sua battuta "spiritosa" (ma non dovrebbero farlo gli altri? O ha già fatto un sondaggio lampo?);
richiamato anche lui un documento ufficiale, i.e. la celebre canzone "Abbronzatissima" di Edoardo Vianello;
dato degli imbecilli a tutti i giornalisti che non si sono scompisciati dalle risate;
dato dei coglioni a tutta l'opposizione che, avendo perso le elezioni, dovrebbe a suo insindacabile giudizio lasciarlo governare in pace senza tirargli continuamente la sua giacchetta (che poi si sgualcisce);
trattato più o meno come fece con l'europarlamentare Schulz un giornalista statunitense che chiosava come sarebbe stato opportuno scusarsi con il governo USA.
Gli osservatori più sagaci, fra l'altro, notano come il lucido Obama possa non aver gradito nè la visita a Bush in piena campagna elettorale, nè il permanente appoggio al suo amico veneto Vladimiro Putìn rispetto alle operazioni militari contro la Georgia. Ma figuriamoci se uno che dà implicitamente del "negro" a Obama e lo trova spiritoso, può preoccuparsi di simili bagatelle.
A Rinaldò, lassame perde... Nun vedi come che m'ha aridotto 'a politica?
Stavolta l'ho sparata grossa... Bisogna che dica alla Vero di invitare la Michelle alla sagra della busecca di Mariano Comense, chissà che lo strappo non si ricomponga....
Gosh! This guy writes really damn good, doesn't he?
Che cosa significherà, fra poco più di due mesi, l'entrata in carica di Barack Hussein Obama jr., forse si capirà solo nel tempo.
Sempre che George Bush in questi folli ultimi 70 giorni non trovi il modo di avvelenare i pozzi, seminare discredito, disseminare i primi giorni del mandato del giovane brillante avvocato trans-razziale di mille perversi trabocchetti (tecnicamente potrebbe farlo e moralmente non ne sarebbe incapace).
Sempre che qualche integralista invidioso della sua abbronzatura non lo assassini in diretta televisiva. A proposito, ma La7 voleva portare sfiga dedicando la puntata di Atlantide di martedì scorso a tutti i Presidenti USA assassinati, compreso un Garfield che nulla ha a che vedere con l'omonimo gatto?
Sempre che di qui a qualche giorno Barack non rinunci clamorosamente dichiarando che la sua candidatura era solo l'esperimento di uno studioso di Psicologia Sociale della UCLA, e che lui personalmente non ha nessuna intenzione di mettere il suo ben tornito sederino sul vulcano più pestifero che ci sia in circolazione.
Sempre che il sistema elettorale più cervellotico al mondo non faccia sì che il 15 dicembre un numero spropositato di Grandi Elettori di Obama impazzisca e voti per Mc Cain (anche questo è tecnicamente possibile ma in realtà probabile come un congiuntivo imbroccato da Cassano al primo tentativo).
Se tutto questo non succederà, Obama si troverà in mano una vecchia fuoriserie che non passerebbe mai una revisione fatta seriamente (ma via, in realtà nessuno ha la sia pur minima intenzione di fargliela...), devastata dalla crisi economica più perniciosa che mente di economista in acido potrebbe immaginare, ormai economicamente dipendente dalla Cina che ne finanzia con cinica ipocrita disponibilità l'allucinante debito pubblico, sputtanata da sessant'anni e passa di guerre travestite da interventi umanitari, screditata e sbertucciata da chiunque sia in grado di analizzare la sua miseranda situazione, liberatasi dell'Impero del Male di sovietica memoria solo per ricostruirsene un altro virtuale e indefinito con tanta voglia di giocare ancora al pilota pazzo con qualche grattacielo. E non riesco a trattenere un brivido di terrore quando definisce gli Stati Uniti il posto dove tutto è possibile. Questa caratteristica degli Stati Uniti è assolutamente vera e reale, ma dev'essere se mai contenuta e disciplinata. Gli USA devono ricominciare a collocarsi sul mappamondo e capire che non esistono solo loro sul Pianeta Terra
Obama si troverà tutto questo. E in più, last but not least anzi direi quasi in cauda venenum, dovrà sopportare l'assillante corte di Silvio I di Brianza che non si metterà l'anima in pace finchè non se lo sarà fatto amico. Obama, accetta un buon consiglio: non gli concedere neppure una falange altrimenti non te lo schiodi più. Per ora ti ha definito giovane, bello e abbronzato con il suo senso dell'umorismo che fa ridere solo lui, i fedelissimi, i parenti stretti e qualche amante dell'orrido. E, di fatto, ha già dato dell'imbecille e del coglione a chi si limitava a segnalare la sua battuta come di dubbio gusto. Compreso l'Herald Tribune? Non vede l'ora di farsi fotografare con una mano paternamente sulla tua spalla (con relativa slogatura della scapola, però, dato l'eclatante gap in altezza). Tu intanto fai bene a chiamare tutti tranne lui, se è vero che hai già parlato con il premier australiano Kevin Rudd, il britannico Gordon Brown, il canadese Stephen Harper, il Primo ministro israeliano Ehud Olmert, il giapponese Taro Aso, con la cancelliera tedesca Angela Merkel, con il presidente francese Nicolas Sarkozy, il capo di Stato sudcoreano, Lee Myung-bak e il presidente messicano Felipe Calderon.
L'alluvionale vittoria che il nero più WASP d'America ha riportato è una terrificante cambiale in bianco: la gente non ne poteva più di Giorgino Cespuglio e aveva la nettissima impressione che Mc Cain, che pure in campagna elettorale ha più volte preso le distanze da lui, una volta insediato presidente avrebbe preso a modello la sua cronica irresolutezza, la sua arrogante sicumera, i suoi valori un po' fondamentalisti accentuandone se mai il piglio guerrafondaio (nel quale Giorgino a petto suo è un absolute beginner). Ma è facile supporre e temere che la maggior parte dei suoi elettori si attenda da lui interventi di riforma radicali e miracolistici che il brontosauro transoceanico non è in grado di digerire senza drammatici episodi di rigetto.
Obama non ha, come a suo tempo Bush jr., vinto pur avendo perso (e dopo un mese di sostanziale pareggio con Al Gore, che alla fine ha opportunamente capito che aveva più opportunità di vincere il Nobel per la Pace da sconfitto che da vincitore, se avesse insistito con gli avvocati i due ometti sarebbero ancora lì a litigare); non ha vinto per una manciata di voti. Ha stravinto dall'alto di una predestinazione divina, francamente non si vedeva come avrebbe potuto perdere. Ha vinto, oltre tutto, ad un'età in cui un politico italiano potrebbe al massimo aspirare a fare il portaborse o il ministro-yesman, ma questo è un altro discorso....
Un episodio non marginale: a due giorni dal voto Obama sorrideva garrulo e vincente in uno spot di 40' costato come il PIL della Bielorussia, Mc Cain era al Saturday Night Live a prendersi per il culo da solo (per la serie "Ragazzi, se devo perdere fatemelo fare a modo mio..."). Più o meno in contemporanea, Sarah Palin si faceva imbrogliare da un grossolano imitatore telefonico di Sarkozy che sosteneva di avere come più fidato consigliere Johnny Halliday.
E adesso Obama dovrà mettersi alla guida di questo prestigioso quanto ormai vetusto macchinario, dirigere questo Stato-bricconcello che però cerca sempre Stati più deboli a cui dare della canaglia, risistemare la ormai inveterata abitudine a fare, come li chiamava Gaber, i portatori sani di democrazia (distribuirla a destra e a manca senza esserne a propria volta minimamente toccati). Erediterà un sistema economico basato da almeno 40 anni sull'indebitamento collettivo e sistematico (se n'era accorto già Paul Watzlawick più di vent'anni fa), che invita il cittadino beota a consumare e a d indebitarsi: un sistema che l'America ha esportato anche in Europa, dove però sta venendo messo in discussione da parecchi, mentre negli States prima che esplodesse il patetico caso dei mutui-spazzatura nessuno aveva capito quanto fosse bacato e discutibile.
Per ora ostenta ancora una visione neoromantica e neomelodica quando, in una situazione simile a quella dell'Alitalia, anzi molto più grave, con l'intero sistema creditizio statunitense che sta implodendo vittima delle sue contraddizioni strutturali (direbbe qualche lurido marxista non pentito), di fronte al rischio che i contribuenti americani debbano fare quello che i contribuenti italiani fanno dal 1861 (farsi spogliare di una consistente fetta dei propri averi per consegnarli a fondo perduto a un governo incapace e imbelle se non corrotto) ha la veltroniana trovata di affermare "Ma perché non cerchiamo di trattare il contribuente come un investitore?". Che significa: perché non stimoliamo il contribuente a vivere le tasse che versa come un suo importante e vitale contributo alla crescita dell'Azienda-Stato, invece di fargli vivere lo Stato come un medievale esattore di gabelle? Appunto... E' cinico cercare di spiegargli che, seppur il contribuente americano è mediamente meno furbetto e meno incazzato di quello italiota, ci vorrà del bello e del buono per raggiungere siffatto traguardo?
Detto questo, devo però passare a una considerazione che spero scatenerà un po' di vespaio perché oramai il mio blog sembra il Manuale delle Torte di Nonna Papera: diversamente da quello che si pensa in Europa, Obama ha ben poco a che vedere con la numerosa, dinamica, meravigliosa comunità afroamericana USA: non tanto e non solo perché non è obiettivamente nerissimo (lo stilista Valentino lampadato è molto più nero di lui) ma perché gli manca un fondamentale elemento di possibile identificazione rispetto ad un autentico afroamericano: suo padre è arrivato in America in aereo per fare l'Università e non nella stiva di un veliero per coltivare il cotone (anche perché in quel caso avrebbe più o meno trecento anni). Aggiungiamo che Barack è cresciuto alle Hawaii in mezzo alla bianchissima famiglia di sua madre originaria del Kansas (poi lei, lui e il suo secondo marito sono finiti in Thailandia non si capisce bene perché) e ha incontrato il padre (morto nel 1982) circa 3 volte in tutta la vita.
Quindi Barack non può vantare quello che ogni vero afroamericano può vantare: il peccato originale di un arrivo in America da schiavo, da merce umana da parte di qualche arcavolo (Grazie, arcavolo recitava un gustoso raccontino di Achille Campanile, ma non so se i non romani capiranno la battuta). E' questa umiliante imbarazzante origine che rende i neri americani così combattivi e intraprendenti. Questo rapporto di odio-amore con l'America, paese che li ha espropriati delle loro radici ma insieme paese che ha dato loro delle superiori opportunità (tra l'altro ho il sospetto che un senegalese del '700 in America non stesse poi così peggio di un senegalese del 2000 in Europa) è stato un mix che ha fatto della comunità nera statunitense una insostituibile componente della società americana contemporanea.
Ma Obama non vanta questo peccato originale, e in realtà si vede. Se mai, quello che gli ha creato dei problemi (e glie ne creerà ancora) è il sospetto di un atteggiamento più filo-islamico di quanto il cittadino medio americano possa tollerare (problematica elegantemente riassunta dal nostro fine dicitore Gasparri con la storica frase Adesso Al Qaeda sarà contenta...).
Volendo fare i bastardi, verrebbe da dire che anche Hillary è donna appena un filino di più di Rosi Bindi, ma non infieriamo...
Barack in realtà è transetnico, transculturale, transreligioso, ha radici in tre continenti su cinque, anzi addirittura quattro se consideriamo le Hawaii (dove è cresciuto) geograficamente appartenenti all'Oceania, e idee che spaziano lungo tutto l'arco costituzionale, e ci tiene che la gente lo sappia.... Vuole avvalorare di sè l'immagine di un Presidente nè razzista nè antirazzista ma definitivamente post-razzista incarnato in un melting pot ambulante, pensante e parlante. Più di così...
Ho comunuque la netta impressione che si sia ficcato in un terribile pasticcio, ma spero che si tratti di un semplice momentaneo attacco di pessimismo cosmico.
E'vero. Obama è giovane, bello ed abbronzato. Rinaldoni invece è anzianotto, bruttarello e perennemente pallido e non lo hanno mai eletto neanche capoclasse.
We are not particularly amused by Mr. Gasparri's and Mr. Berlusconi's poor efforts of being humorous . Are you?
E ci ha raggione l'Herald Tribune der Kansas City. Nun ce famo conosce...
Hai fatto bbene a parlà te, Arberto, che io è mejo che me sto zzitto...
Mi ha emozionato e quasi commosso Maurizio Crozza, che nell'incarnare un personaggio che mi somiglia (un cinquantenne rimasto impigliato nel 1977 e oramai incapace di uscirne, solo che lui era anche fisicamente rimasto chiuso trent'anni nell'università occupata) opponendosi ad Ambra Angiolini in Renga che (nella parte di una rivoltosa up-to-date) parlava di Mp3, U-tube, E-mule, le citava quasi pateticamente per ben due volte Claudio Lolli come esempio di estasi musical-culturale.
Claudio Lolli l'ho visto dal vivo nel 2001, in un recital garbato quanto minimalistico (ma mi dicono che sono almeno dieci anni che si esibisce solo così), signore di mezza età distinto nonostante (o forse proprio in virtù di) la scarsissima cura per il look, nel quale più che cantare recitava i suoi bellissimi testi con la sua voce, così piena di ragni di granchi di rane, e altre cose un po' strane, una voce da regno dei più, o da festival del sottosuolo... come lui stesso l'aveva a suo tempo definita, accompagnato da un bravissimo chitarrista classico e avventurandosi nei suoi ormai cronicamente malriusciti arpeggi solo per la riproposizione della storica Ho visto anche degli zingari felici.
Lolli è stato per la nostra generazione un Leopardi urbano, un Gozzano di città, un moderno albatros di Baudelaire maledetto e confinato in una umida abbagliante periferia, perennemente in bilico tra l'impegno politico-sociale e il cantare le piccole cose della quotidianità.
Nel tempo è diventato uno splendido poeta, disincantato e lucido come tutti i poeti contemporanei da Montale in poi, raffinato e spesso quasi auto-ironico.
Della sua voce che fa sembrare intonati Conte e Jannacci ha fatto nel tempo un punto di forza. L'ultimo Lolli spara le sue complesse metafore quasi con grinta, con una sorta di faticoso ruggito, interiormente ancora incazzato a morte ma esteriormente deciso a non dargliela vinta.
E i suoi testi sono sempre più belli.
Lasciatemi identificare e nascondere ancora una volta dietro una canzone, e dietro l'ennesimo alter-ego che a questo punto non può che essere Ulisse : Ecco, è seduto davanti a noi come Ulisse, col suo giaccone da marinaio e quel sorriso da gioconda un poco troia precipitata dal Louvre in questa specie di guaio perché il destino, il fato, è cambiato, e oggi gli dei ci sono nemici e certamente non basta più viaggiare per sembrare degli zingari felici, perché gli anni passano e i figli crescono, e ognuno pensa alle cose sue, e se gli chiedi quanti figli ha lui ci pensa un po' prima di dire due, due quasi grandi che lo prendono in giro quando riceve lettere d'amore, guardate Ulisse, navigatore solitario, che discende in canoa le intermittenze del cuore ...e poi le donne, ah! le donne, che affare, ce ne vorrebbero tre o quattro per ciascuno, e poi le donne, anche in mezzo al mare, ah, le donne, che profumo le donne salutano dalla banchina, e piangono, il giorno che devi partire, poi si consolano e ci bevono sopra e quella notte chissà con chi vanno a dormire.
Ecco, coi gomiti spolvera il tavolo Ulisse, parla di Tennyson, di Omero e di Dante sempre a occidente senza nessuna paura perché è il ritorno che non è importante e quindi la storia della galera e i traffici dopo l'università, ma era bello rubare nei supermercati, in barba al principio della proprietà, è breve la vita, è un lampo che illumina soltanto una scena da dilettanti, se non sai bene la tua parte a memoria cosa farai col pubblico davanti, balbetterai qualcosa, una musica dolce, quell'unica semplice melodia che sai, rimandando a domani il senso del tempo, del poco tempo contato che hai, ...ma per fortuna le donne, che affare, ce ne vorrebbero due o tre per ciascuno, e poi le donne, anche in mezzo al mare, ah, le donne, che profumo, appena in tempo alla banchina, e salutano il giorno che devi partire, poi tornano a casa e ci dormono sopra e nei sogni chissà dove vanno a finire.
Ecco, ha la faccia tra le mani Ulisse, e ci racconta di quel brutto incidente, rivedere lei in camice al pronto soccorso come se gli anni non fossero niente, Rivedere lei e sentire tornare la meraviglia di quel tempo antico, le ciliege sull'albero, orecchini di un sogno da sognare con tutti o con più di un amico... ... perché le donne, ah! le donne, che affare, ce ne vorrebbero una o due per ciascuno, e poi le donne, anche in mezzo al mare, ah, le donne, che profumo ma non c'è nessuno sulla banchina, piove, proprio il giorno che devi partire, sono tutti a casa e ci bevono sopra e nei sogni chissà con chi vanno a dormire.
Ecco, ha le mani tra i capelli Ulisse, quei riccioli grigi eternamente ribelli, c'è quasi una lacrima che vorrebbe sgorgare per farci capire che tempi eran quelli, tempi di lotta e tempi duri d'amore tra l'Italia sconfitta e un futuro bastardo e una donna che chiude le intermittenze del cuore, una donna fissa che non ricambia lo sguardo una donna magica, unica infermiera che ti lecca nel cuore e cuce le ferite, un luogo dell'anima in cui ritornare a dipanare l'imbroglio delle nostre vite, perché il destino, il fato, è cambiato, e oggi gli dei ci sono nemici e certamente non basta più viaggiare per sembrare degli zingari felici, ... certo le donne, ah! le donne, che affare, bisognerebbe averne almeno una per ciascuno, e poi le donne, anche in mezzo al mare, ah, le donne, che profumo ma proprio quella che ci voleva, quella sirena, è finita male, qui abbiamo chiuso tutti le orecchie, fino al prossimo carnevale, e proprio quella che ci voleva, si è consegnata al Grande Digiuno, la vita è stanca, e se ne va via, vieni via Ulisse, siamo in mezzo al mare qui non c'è più nessuno,
vieni via Ulisse, siamo in mezzo al mare, qui non c'è più nessuno.
Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.
Così si esprimeva il fiero astigiano Vittorio Alfieri (e allora Asti, non avendo prodotto Paolo Conte, Giorgio Faletti e l'Asti Gancia, di questo si doveva accontentare): uno che non lasciava mai le cose a metà, di cui si vocifera che (a differenza di Leopardi, che stava ore e ore chino sui libri non avendo grandissime alternative) per riuscire a studiare giornate intere si faceva legare alla sedia per frenare uno spirito che lo avrebbe fatalmente trainato verso facili amorazzi prezzolati od omeriche bevute di acquavite o assenzio: spirito sanguigno e irrequieto, gira l'Europa un po' come Casanova, ma tromba molto di meno anche perché resta per tutta la vita innamorato della stessa donna, la leggendaria Contessa d'Albany che pure, dicono i maligni, non gli fu mai esageratamente fedele.
Le sue parole sono decisamente interessanti: e diverse da quelle di Platone, che nella Repubblica (Scalfari era già vivo ma non partecipò alla stesura) va giù bello spiano e conclude che la tirannide è l'approdo naturale della democrazia, perché nei regimi democratici i cittadini sono polemici, indisciplinati e incontentabili ed è una bella cosa che prima o poi arrivi un uomo dal sorriso suadente e la parlantina sciolta a spiegargli che quella che loro credono democrazia in realtà è solo caos, arbitrio, barbarie e, si direbbe oggi, comunismo...
Se fosse vissuto oggi, Platone sarebbe stato il referente filosofico di Forza Italia, sarebbe sicuramente stato più bravo di Cicchitto che, poveraccio, si sobbarca questo compito perché nessun altro riuscirebbe a farlo senza cagarsi addosso dal troppo ridere.
Mentre Alfieri avrebbe scritto sulla Repubblica, quella vera, facendosi dare dell'agit-prop, del provocatore, per l'appunto del comunista, dell'alcolizzato, del pennivendolo, del manutengolo, dall'infinita schiera di uomini-megafono del tiranno di turno.
Forse come un suo omonimo avrebbe mandato affanculo in diretta televisiva tutti coloro che non la pensavano come lui; sarebbe stato deliziosamente fazioso e intollerabilmente snob, anche se ci vedeva benissimo si sarebbe infilato sul naso dei vistosissimi occhiali, ma solo per guardare chi non la pensava come lui con occhio stranito al di sopra delle lenti, un po' alla Fassino ma con occhio corrusco e fiammeggiante piuttosto che attonito e disperato.
Ma Vittorio no, non avrebbe mollato. Avrebbe litigato anche con Di Pietro trovandolo troppo cheap. Rinunciando alla politica attiva, avrebbe scritto un romanzo di fantascienza in cui un giovane annoiato rampollo della borghesia milanese cominciava facendo il crooner sulle navi da crociera, quindi si riciclava in palazzinaro, poi inventava un gioco a metà strada fra il Risiko e il Monopoli in cui conquistava pezzi sempre più vasti di impero economico e mediatico, a 82 anni diventava Presidente della Repubblica, a 91 papa (dopo aver fatto solenne giuramento di rinuciare per sempre al piacere sessuale, ma nel dubbio le suorine più giovani vengono mandate tutte in missione in Africa) e avrebbe venduto 3 milioni di copie nella sola Milano. Quindi, imbufalito per i livelli di idiozia del popolo italiano tanto meno lucido e intelligente di lui, avrebbe scritto un'edizione moderna del trattato "Della tirannide; Del principe e delle lettere; La virtù sconosciuta" che ovviamente non si potrebbe chiamare altro che "Fenomenologia della dittatura". La prefazione sicuramente avrebbe avuto la seguente forma:
"Chi si mostra irritato per i vincoli che il sistema parlamentare pone alla libera iniziativa di un Presidente del Consiglio, ignorando o trascurando come tale sistema sia stato previsto proprio per evitare che un Primo Ministro megalomane come lui faccia irreparabili sfracelli, come si fa a non considerarlo un aspirante dittatore? Chi fa leggi per sè e per i suoi amici, per avvantaggiare le imprese a lui collegate (delle quali si è solo formalmente liberato affidandole a familiari, domestici, uomini di fiducia e portaborse) contro i competitors, intimidendo se nel caso i competitors (un esempio a caso, la Rai) se fanno una concorrenza troppo incisiva, ha in sè tutti i segni e le tracce del dittatore, e così ci piacerebbe chiamarlo. Chi mette limiti alla possibilità di un giornalista di appurare e comunicare la verità, minacciando per chi pubblica verbali di intercettazioni pene che raramente si merita uno spacciatore, è un dittatore anche abbastanza pericoloso. Chi mette limiti alla possibilità di un comico di fare satira in modo dileggiante e carnascialesco, a meno che non lo faccia con forte accento romanesco scagliandosi contro il centro-sinistra, non ha il senso dell'umorismo (e lo dimostrano le terrificanti barzellette che racconta nelle circostanze più grottesche e inopportune di fronte a un pubblico che ride per pura cortesia) e questa è una delle principali caratteristiche di un dittatore. Chi cerca di assoggettare la Magistratura al potere politico, così che lasci in pace i potenti e perseguiti piuttosto chi cerca di scoprire le loro magagne, se riesce nel suo intento crea un regime del terrore che sarà divertente e paradisiaco solo per lui e per i suoi fedelissimi, che nel giro di pochi mesi diventeranno (a scanso di guai) la quasi totalità del Paese. Chi si permette di insultare e prendere in giro il Parlamento Europeo non merita alcun commento supplementare. Chi riesuma il motto "panem et circenses", ma il suo pane sa sempre più di sale e i suoi circensi non fanno più ridere, vorrebbe trasformare il Paese che governa in una repubblica delle banane e prima o poi ci riuscirà. Chi toglie fondi alla scuola e alla tutela dell'ambiente per darli in buona sostanza alle banche insolventi e sull'orlo del crac e del crack, e si scandalizza offendendo chi non la pensa come lui, se fosse al bar sarebbe solo un arrogantello, ma a Palazzo Chigi è un dittatore a tutti gli effetti. Chi si serve dei nostalgici di un altro dittatore per rimpolpare la sua alleanza elettorale, è un dittatore per proprietà transitiva. Chi minaccia azioni paramilitari contro gli oppositori, ma poi trovando un po' imbarazzante farle fare alla Polizia di Stato invia al suo posto degli squadristi quarantenni travestiti da fuoricorso, è uno squadrista esso stesso. Chi, non avendo cavalli da fare consoli, fa ministra la Mara Carfagna, oltre che dittatore si dimostra pazzo e prima o poi brucerà il Colosseo per costruire al suo posto un centro commerciale.
Per eventuali querele, prendetevela con gli eredi dell'Alfieri.
Oramai per Devadip non c'erano più speranze: troppo tardi per tornare indietro, stante il fatto che l'ira celeste di Sheeva contro di lui aveva raggiunto lo zenit; troppo tardi per rappacificarsi con Atlevadit, sempre ammesso che avesse avuto intenzione di farlo; troppe cose lo dividevano dalla Villanella Malsana che a tratti ne richiedeva l'intervento e a tratti gli chiedeva di starsene del tutto fuori, cosa che peraltro faceva volentieri anche senza sollecitazioni esterne.
In questo scenario in cui la libertà di movimento era quanto meno coartata, a Devadip non restava più nulla della sua natura di semidio: caduto rovinosamente tra gli uomini, trovava questa collocazione perfino soddisfacente. Come semidio sarebbe stato perfetto e virtualmente immortale, in grado di riascendere al cielo su qualche plateale carro di fuoco una volta che le sue incombenze terrene fossero state soddisfatte. Come uomo è pur vero che assaporava l'estasi di una piena autocoscienza e di una beffarda autodeterminazione, ma è meglio godere della propria divina schiavitù o di un'umana possibilità di scegliere tra una limitata serie di meno peggio?
Nel suo farsi uomo tra gli uomini, Devadip assaporava il gusto sottile del masochismo morale, del piacere ancestrale dell'autodistruggersi e del farsi del male, che tanto albergava tra gli Umani: farsi male a volte con incursioni incontrollate nel mondo degli impulsi, ma molto più spesso facendosi devastare da rimorsi, sensi di colpa, assurde richieste di un Super-Io punitivo e sadico. Nel fango purulento e graveolente entro il quale si trascinava la sua vita mortale, egli si sentiva finalmente nel giusto.
Il male che poteva aver fatto a terzi (in primis ad Atlevadit) scompariva di fronte all'ineluttabilità della punizione che aveva liberamente scelto di auto-infliggersi. Dilatato nel corpo, vieppiù rugoso e dismorfico nel volto, totalmente incurante del look e delle più elementari convenienze sociali, doveva eliminare le ultime parvenze di divino assumendo dei tratti intrinsecamente animaleschi, cosicchè dalla combianzione algebrica delle due dimensioni dovesse saltare fuori l'essere umano che egli ormai bramava essere.
Mentre il ragazzino disabile che seguiva al mattino gli sbavava copiosamente sulla camicia nuova, Devadip respirava a pieni polmoni l'atmosfera soavemente pesante della quotidiana lotta per sopravvivere.
Mentre i fratellini terribili che seguiva al pomeriggio lo deridevano senza pudore per fargli capire quanto poco autorevole egli fosse ai loro occhi, Devadip si sentiva umano oltre ogni ragionevole dubbio.
Mentre leggeva, spillandola come un giocatore di poker fa con la mano di carte su cui ha giocato al buio 20000 euro, la bolletta dell'ENIA, quasi eiaculava dalla gioia.
Adesso sì che si sentiva un uomo, e non ce ne sarebbe più stata per nessuno...
Uno degli sport nazionali è la smentita. Un fenomeno che ormai investe tutti i campi dell'interazione sociale, dai cocktail-party alle conferenze stampa dei parlamentari. Il meccanismo è semplicissimo: si spara una cazzata immane tenendo rigorosamente il cervello scollegato, dopo di che lo si ricollega, ci si rende conto di quello che si è detto e si convoca in tutta fretta una conferenza-stampa, o si telefona al velinista amico (uno che scrive veline e a volte con delle veline suole anche accoppiarsi) o si fa un post sul proprio blog (bellissimo quello di Paolo Guzzanti, che molti ritengono un fake di suo figlio Corrado, talmente pieno di errori di battitura, sintassi romanesca, lapsus freudiani, avventure lessico-concettuali da collocarsi tra lo sciamannato e il geniale con qualche punta di sublime tout-court) non limitandosi a rettificare, cosa che fra galantuomini si può sempre fare, ma smentendo in modo reciso e categorico, negando l'evidenza, arrampicandosi su montagne di specchi insaponati e, come grazioso e leggiadro optional, maledicendo sia coloro che hanno avuto l'ardire di propalare il falso (che poi in realtà sarebbe il vero, ma ha ragione Travaglio quando dice che nella nostra gagliarda Repubblica i fatti diventano opinioni) che tutta la loro parentela diretta e indiretta, ascendente discendente e collaterale, talvolta minacciando querele financo alla manicure del commercialista della vicina di pianerottolo dell'incauto giornalista. Quando però a smentire non è Francesco Totti (che mi sta perfino simpatico ma che, come molti suoi colleghi pedatori, ha un palco mediatico inversamente proporzionale alla padronanza linguistica e concettuale) ma un Parlamentare della Repubblica, direbbe Lubrano che sorge spontanea una considerazione, anzi almeno due.
1. Lo straparlante di turno inizialmente dice quello che, a giudizio suo o per quello che afferma l'ultimo sondaggio (ormai se ne sfornano ad un ritmo da brioches e gli avversari politici brandiscono l'un contro l'altro ricerche sociometriche tali da affermare qualunque cosa empiricamente affermabile), gli può portare un aumento del consenso, per misurare il quale Egli si guarderà bene dall'aspettare il responso delle urne, quale espressione obsoleta!, ma commissionerà all'uopo un altro apposito sondaggio. Egli non si porrà minimamente il trito quesito se ciò che dice è dotato di senso logico, consequenzialità aristotelico-cartesiana, coerenza interna e/o plausibilità; dirà se mai quello che pensa, o assume per certo, vellicherà gli istinti più bassi e triviali dei suoi elettori/sostenitori presenti e futuri, che godono ad immaginare negri rinchiusi in ghetti cittadini, insegnanti fannulloni mandati sotto i ponti, impiegati assenteisti con paghe mensili ridotte a paghette da dodicenne, capitani d'industria messi al muro, magistrati inquisiti per truffa, falso ideologico, peculato e abigeato. Quando si renderà conto che, non solo le sue malaccorte parole hanno scatenato un vespaio tra quei cagoni dei suoi oppositori, ma da un instant-sondaggio risulta che gli hanno fatto perdere due punti percentuali di credibilità anche tra i parenti stretti, farà scattare tutto l'armamentario della smentita. Giammai si limiterà a rettificare e a meglio spiegare il suo pensiero (che sarebbe un'implicita ammissione di aver detto quello che ha detto). Menchemmeno provvederà a dire, alla Tramaglino Renzo "Posso aver fallato..." (ma non ritiro quello che ho detto). Ma la cosa più divertente è che, spesso, chi non condivide le parole di qualcun altro (specie se il parlante è di minore prestigio sociale e/o potere mediatico) non si limita a dire "Non condivido", "Ha detto panzane", "Come si permette", "Ma che sta a ddì?". No! Sempre più spesso, si assiste a delle cabarettistiche richieste di smentita, che hanno ormai rimpiazzato le richieste di pubbliche scuse e ammenda. Il colpevole di frase scomoda e non gradita deve umiliarsi a smentire di averla detta.
2. Come corollario di questo inequivocabile teorema, nel mondo della politica nessuno (a parte forse il ruspante Tonino Di Pietro che però così facendo si sta creando il vuoto attorno e nessuno lo vuole più come alleato) si assume la responsabilità di quello che dice; nessuno ha minimamente in mente il fatto che compito di un politico sarebbe anche quello di fare accettare all'elettorato posizioni corrette ma impopolari (avete idea di quali aliquote fiscali abbiano dovuto sopportare gli inglesi nei momenti di recessione?), non solo quello di attaccare il somaro dove il padrone/elettore vuole; nessuno coltiva la pianticella della coerenza.
A nessuno viene in mente che compito di un politico non è quello di auto-perpetuarsi in modo autoreferenziale creando se nel caso delle appendici prensili a livello anale che stabiliscano un legame imperituro con la cadrega governativa. Suo compito sarebbe altresì o piuttosto quello di assumere posizioni giuste e corrette nel superiore interesse del paese, anche a costo di vedersi revocare il mandato o di tornare mestamente all'opposizione. Fatto sta che gli ultimi che hanno tentato di fare quattro ragionamenti sull'esigenza di pagare tutti le tasse dando un taglio al fenomeno dell'evasione ("Un Paese a evasione zero è possibile, anzi è a portata di mano: serve un atto di fiducia, una riconciliazione, un patto, oltre che tolleranza zero contro chi evade") sono stati fatti sparire dalla circolazione e di loro nulla più si sa. Senza neppure lasciargli il tempo di una sana italica smentita.
Rinaldoni, ma lo sai che porti sfiga? Quando non mi casca il catetere presiedo la commissione ONU-Unione Africana sul peacekeeping in Africa (al so che ti con l'Africa at gh'è mia un bel rapport, mo mi co' gh'poss'ia fer?). E po' at vriss veder a gnirem a drè in bici prema 'd derem dal mort ch'al cameina, capanòn d'un pramzàn...
E' vero, Dott. Rinaldoni, agli evasori volevo riservare, come dire, un trattamento drastico... Ma come le Sue sapide e sagaci parole evidenziano, non me ne fu lasciato il tempo. Grazie per la citazione che invero mi ha commosso, e complimenti per il Suo brillantissimo blog. Colgo l'occasione per dissociarmi dalle sferzanti parole del Dott. Prodi, animato però (mi sembra di capire) da considerazioni campanilistiche che capisco ma non condivido.
Stiamo facendo l'ennesima sesquipedale parossistica inqualificabile ineffabile figuraccia a livello internazionale: altro che il pattume napoletano di cui tanto si preoccupava Berlusconi; altro che i problemi di integrazione, sui quali non è che tantissime altre nazioni europee possano darci lezioni esaustive e convincenti, menchemmeno la Mariannona d'oltralpe le cui banlieu sono da almeno un decennio delle polveriere.
Stiamo facendo, perfino ingenuamente verrebbe da dire, la parte degli spilorci dickensiani mentre l'odiosissimo ma contemporaneamente astutissimo Sarkozy si erge a difensore degli equilibri ecologici del Cosmo Intero. Direbbe il buon Pirandello "Ma dove mai? Ma quando mai?".
I fatti, immagino, Vi siano noti, arguti e onniscienti, raffinatissimi miei lettori. L'Unione Europea chiede un colossale ma obiettivamente inevitabile sacrificio economico ai paesi membri (che peraltro traggono dall'abbattimento delle barriere doganali, dalla moneta unica, dalla libera circolazione, tutta una serie di importanti vantaggi, pur rendendoci conto che quelli ad esempio della Romania sono ben maggiori di quelli dell'Italia o della Francia) in ordine alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Sarkozy, che come presidente dell'Unione sta figurando un filino meglio di Berlusconi, ha già messo in riga gli industriali francesi e decanta,novello ragazzo della Via Gluck, le meraviglie di un mondo meno industrializzato ma più pulito. Berlusconi, per bocca del suo galoppino-portaborse Altero Matteoli (uno dei tantissimi ex-missini ripuliti e riciclati senza dare troppo nell'occhio con il saporito motto "Io vi do la rispettabilità e vi apro le porte dei salotti del potere con tutte le loro mangiatoie, ma voialtri fate tutto quello che vi dico...")
piange strepita e pesta i piedi, urlacchiando e sbraitando "Dobbiamo tutelare le imprese...".
Certo... Per tutelare le imprese in Italia si continua a chiudere un occhio sulla prevenzione antinfortunistica perché, minchia che costa troppo... Per tutelare le imprese in Italia c'è una tutela dei diritti dei lavoratori che ormai è a livelli ugandesi... E per tutelare le imprese ci si rifiuta, pervicacemente unici in Europa ma insieme agli USA e alla Cina (mio cugino Rodolfo di Ancona si esibirebbe in uno dei suoi stentorei "Boni quelli..."), di stanziare i fondi necessari alla bisogna. Quando poi ci rendiamo conto che il Ministro dell'Ambiente, che dovrebbe tirare la giacchetta ad Altero Mattioli e farlo riflettere su problematiche ecologiche, è la deliziosa Stefania Prestigiacomo (che sta all'ambiente come Polifemo allo strabismo), come dire... Il circolo si chiude.
Vero non dicesti che io sto all'ambiente come Policarpo alla stitichezza... Guarda come sto bene in mezzo all'ambiente, maschiaccio cattivo...
A me e a tantissimi altri Italiani credo piacerebbe un'Italia che tutela il proprio meraviglioso ambiente, quello sì unico al mondo (mentre le nostre avventure industriali spesso e volentieri mostrano la nostra assoluta inadeguatezza), il proprio patrimonio culturale, artistico e perché no turistico. Un'Italia che avendo inventato il Rinascimento traendolo non si sa come da mille anni di miserie e nefandezze seguiti alla triste implosione dell'Impero Romano sapesse inventare il Rinascimento del Terzo Millennio. Ma certo, non con Berlusconi che come titolo di ecologista militante aveva declamato a Strasburgo il suo amore per i fiori.
Tranquilla Stefania, per quel Rinaldoni là ho pronta la soluzione finale...
Ma il senso di sgomento del viandante dura poco: basta un cambiamento di qualche piccolo parametro ambientale o socio-culturale, e quel viaggio che prima sembrava dannato e disperato diventa un meraviglioso itinerario di liberazione e auto-determinazione. Il viandante si sente pieno di risorse e di amore, sia nel senso erotico che in quello ecumenico. Le tenta tutte per rimanere solo ma alla fine non ci riesce, e allora gli viene in mente un'altra canzone: una canzone molto diversa, in cui non c'è più il personaggio-eroe che lotta contro un Universo del czz, ma il gioioso senso di essere parte di un flusso vitale che solo le trite convenzioni occidentali devono segmentare in tanti singoli individui.
Con la speranza, se i buddhisti hanno visto giusto, di vivere la prossima vita come energia pura. Ce la potrebbe anche fare...
Distante armonico motivo
si sente da molto lontano
infrange la barriera del suono
mi prende, si propaga poco a poco
ammaliante canto arioso
mi raggiunge nel posto più remoto
mi avvolge, proteggendomi dal buio
si distingue delicato tra il frastuono
onda armonica
onda che l’amore amplifica
onda d’apertura sinfonica
vibra su frequenza ultrasonica
migrante messaggio luminoso
imponente come uno spirito antico
mi sorprende nel mio sonno insicuro
suadente mi conduce al mattino
onda armonica
onda che l’amore amplifica
onda d’apertura sinfonica
vibra su frequenza ultrasonica
(Con l'ennesimo grazie a Fabrizio Tavernelli per il suo debordante talento poetico)
Il viandante esausto inventa sempre nuovi itinerari, incontra persone sempre nuove lungo il suo cammino, accumula esperienze e correlative emozioni, comunque si mantiene vivo. Laddove nulla gliene farebbe sospettare la presenza, scopre unguenti miracolosi che leniscono le sue ferite e placano le sue pene, cosicché il suo ormai interminabile viaggio possa continuare.
Nelle incontrollabili evoluzioni della sua vita, ogni tanto sta perfino bene. E nell'ascoltare gli altri, ogni tanto aggiunge un altro paragrafetto al suo lunghissimo libretto di istruzioni. Di quando in quando vorrebbe fermarsi a riposare, ma il suo glorioso destino gli preclude una cosa tanto banale e volgare: siccome il viaggio non è rettilineo ma ondivago e per certi versi circolare, raramente incontra cose del tutto nuove, ma ugualmente non incontra mai nulla di completamente risaputo. Ha scoperto da tempo come nulla si ripeta uguale ed ha smesso da tempo di generalizzare.
Tra le poche cose dette e le innumerevoli cose non dette; tra le indispensabili trivialità della comunicazione esplicita e le segrete verità dei silenzi, si aggirano smarrite le mille sottili sfumature dell'implicito, in una città che sa tutto di lui mentre lui sa pochissimo di lei. Una città che lo corteggia e lo blandisce ma non si lascerà mai possedere fino in fondo, sul più bello scapperà garrula e bastarda, magari inducendolo di nuovo a tradirla con qualche altra città più grande e prestigiosa ma certamente ancora più estranea.
Come può e come gli riesce, sfida il Caos e si fa beffe degli Dei. Prima o poi da questo stato di squilibrio col resto dell'Universo gli deriverà quella terribile punizione che lui stesso sente come probabile e imminente; ma in quella punizione, se non altro sentirà con dolce romantica certezza che gli Dei si curano di lui (anche se solamente per distruggerlo) e alla fine hanno notato la sua presenza.
E a volte, nelle sue peregrinazioni in giro per il mondo virtuale racchiuso nella sua mente, si sente come il personaggio di una canzone, per esempio questa....
Questa canzone racconta la storia di uno che era giù, molto giù... credo che più giù di così non si possa essere e infatti Fango ebbe un padre negro e una madre pellerossa l'una e l'altro lo lasciarono davanti a un portone era l'università di Heidelberg, forse di Jena... Un leggio ebbe per culla e un libro per la cena...
Quando fu più grandicello fece un salto a Leningrado e si mise a lavorare in una fabbrica di sogni lui voleva fare un uovo tutto rosso e levigato ma in programma erano cubi con lo stemma dello Stato...
Sopra il muro di Berlino se ne stette appollaiato aspettando che passasse un editore di memorie passò invece una ragazza con il mitra tra le braccia lui le sparse del profumo sui capelli sulla faccia
Quando arrivò in America lo beccarono all'istante lo accusarono d'aver ucciso ben sette presidenti ma lui conservò la calma, disse: "Io non c'entro niente ho ammazzato i re di Roma - i re di Roma solamente".
E così lo torturarono con i ferri e con i vetri con i fili con il gas con gli strumenti più segreti ma lui continuò a sorridere e sparì tutto d'un tratto perché Fango non smentisce la sua anima di spettro
Ora Fango è per la strada lungo i muri e nel quartiere nelle culle dei bambini dorme, non si fa vedere ma tu senti il suo calore sulla punta delle dita Fango nasce nel tuo corpo e trasforma la tua vita.
L'ultimo post del mio ormai ritrovato fratello Osvaldo, il cui scrivere e il cui creare ci rende sempre sistematicamente appagati e Contenti, mi spinge ad alcune elementari considerazioni (A gh'ho da fèr 'na considerasiò, dice il pupazzo Bargnocla, stella polare del folklore parmigiano, prima di sparare imperdonabili sciocchezze):
mi impressiona, mi prostra e mi costerna il passaggio dal bagaglio artistico, culturale, morale che la nostra tormentata Italia si porta dietro (un'Italia di cui già Francesco Petrarca parlava in maniera liricamente accorata, tutto questo un po' per dire che in quasi 7 secoli non è che le cose si siano esageratamente evolute, e un po' per ricordare che se è vero che l'Italia moderna l'hanno genialmente e cinicamente reinventata i torinesi, come punto di riferimento etico ed etnico essa pre-esisetva già, e per secoli ha ricordato la realtà ellenistica con tanti "campanili" (Roma, Venezia, Firenze, Napoli) che condividevano un comune humus culturale ma preferivano tirare ciascuno l'acqua al proprio sgarrupato mulino) al Bagaglino che raccoglie idealmente quel poco che è rimasto;
la relatività, in fondo, di cosa è rifiuto e di cosa è materia utilizzabile, che si rifà al concetto ben noto in Psicologia della Percezione di figura/sfondo, e a quello omologo della Teoria dell'Informazione di informazione/rumore, ed entrambi confluiscono nel fondamentale concetto di strutturazione e punteggiatura della realtà, che è un'attività che (come Sartre e Wittgenstein benissimo hanno spiegato) l'essere umano non smette mai di portare avanti, cercando disperatamente le tracce di quel Dio postulato ma quasi sicuramente mancante, e rendendosi conto alla fine della recherche che deve cavarsela da solo. Sappiamo tutti che, con l'avvento, il consolidamento e il metastatico avanzare generalizzato della civiltà dei consumi, la soglia fra quello che va conservato e quello che va buttato si è spostata di molto verso il basso: va buttato quasi tutto, e quando si guardano le facce di Berlusconi, Calderoli, Bossi, Gasparri, Maroni, Bondi, Bonaiuti, Gardini Elisabetta, Fede, Giordano, Franco Pippo ci si chiede come e perché arte e cultura dovrebbero avere qualche sia pur infinitesima speranza di entrare nel novero delle cose da salvare dal massacro;
la cancellazione dell'ICI e il bisogno di salvare le brontosauriche banche italiane da una altrimenti certa estinzione stanno drenando in modo irreversibile e irreparabile fondi dall'Istruzione, dall'Arte, dalla Cultura e più in generale dalla Qualità della Vita;
chi scrive è il primo a sentirsi una risorsa trattata sistematicamente da rifiuto, e quindi ne sa qualcosa.
Il repertorio dei Nomadi è talmente variegato sia sul piano musicale che su quello poetico che chiunque li conosce e li ama veramente difficilmente arriva ad annoiarsene: personalmente la fase che amo di più è quella che comincia con Noi ci saremo del 1977 ed arriva alla morte di Augusto, con quello struggente album Contro che ha un numero dispari di brani (a voi immaginare il perché). Senza nulla togliere alla brillante carriera successiva coronata da una quasi vittoria a Sanremo e da una ritrovata popolarità a livello nazionale; senza ripudiare la loro epoca beat sotto l'ala protettrice di un giovane autore modenese a cui un ostinato rotacismo sembrava precludere una carriera di cantautore in proprio; ricordando con simpatia anche il loro periodo pop in cui peraltro è incastonata l'epocale Io vagabondo che non sono altro che molti loro fans potrebbero erigere a inno personale.
Ma nel quindicennio preso in esame il gruppo di Novellara ha lottato contro tutto e contro tutti (perfino contro quel giornalista TV che si chiedeva Come suonerebbero i Nomadi oggi se fossero ancora insieme?, peccato solo non si fossero mai sciolti...), ignorato dalle majors e snobbato dalla critica, arrivando ad usare come sala d'incisione il teatrino di Fabbrico (operaistico paese della bassa reggiana).
La canzone dietro cui mi nascondo oggi è tratta proprio da Noi ci saremo, ma è ancora oggi uno dei brani più spesso riproposti dal vivo. Quello che mi ha sempre emozionato e commosso di questo testo è la sua totale sospensione... quel qualcosa che dovrebbe essere espresso, legato a un quando che richiederebbe un allora esplicativo. Ma spesso l'allora non c'è, il nesso esplicativo va in corto circuito e rimane solo il quando che allude sarcasticamente al passare implacabile e feroce del tempo, con tutto quello che ne consegue e che il testo spiega benissimo, per chi lo sa leggere col cuore prima che con la mente.
(Anche con le copertine, come potete notare, non è che Ago e compagni potessero ingaggiare i più grandi designers anglosassoni...)
E quando ha speso tutto ed ogni via lo induce fatalmente alla memoria ed anche il cielo aperto chiama storia e in lui altro non cresce che apatia.
E quando nei suoi occhi nel suo cuore non sente che la voglia di posare
E non ricorda cosa sia migrare non ricorda cosa sia l'amore.
E quando la morale è la sua spada non resta che scordarlo e dirgli addio lasciarlo indietro come un vecchio Dio abbandonarlo ai bordi della strada.
E quando della forza del passato del sole che scaldava ogni suo gesto non resta che un sorriso troppo mesto che vuole dire solo ho rinunciato.
E non ricorda cosa sia migrare non ricorda cosa sia l'amore.
Il Dio Sheeva, contaminazione indo-americana, sinceramente infastidito dall'insistente mantra di una piccola donna che lo invocava da territori un po' troppo ad Occidente per i suoi gusti, decise di intervenire. Il mantra era ripetitivo (e sennò che diavolo di mantra sarebbe?) e consisteva delle parole: "Datemi un uomo che mi parli e mi possieda...".
E siccome Sheeva era abbastanza telepatico ("non sono mica Bhagwan o Sai Baba..." soleva affermare) vedeva che la minuscola graziosa donna che il tempo si rifiutava di segnare censurava dei desideri un po' meno realizzabili, tipo "Portatemi George Clooney" o "Rendetemi di nuovo desiderabile al bell'idiota che occupa militarmente la mia vita e il mio appartamento, che se mi suona George Clooney devo far finta che non ci sono". Impietosito più che convinto, Sheeva sternutì e immediatamente comparve un perfetto droide che incarnava alla perfezione non solo l'esplicito desiderio ma anche i sottintesi, i retrogusti impliciti, le consonanze semantiche inconfessate...
Siccome Sheeva non faceva mica le robe così per l'aria che tira e non faceva l'igiene dentaria ai trichechi, il droide era stato generato già con 49 anni di memoria incorporata. Ma siccome era la prima volta che Sheeva si cimentava con simili incombenze, la memoria era zeppa di incongruenze così che il droide fin dal primo secondo cominciò a chiedersi "Ma che cavolo sto combinando? Ma chi sono? Ma da dove vengo? Ma dove vado?", anche se nel giro di un paio di mesi si abituò a considerarli quesiti esistenziali un po' sartriani. Però anche se la memoria era zeppa di incongruenze, o forse proprio per questo, c'era dentro di tutto: dalla logica alla scienza, da Marcuse fino a Dante, anche Fellini (com’è pesante…).
Oltre alla memoria, atta ad affascinare la minidonna e convincerla di aver trovato pane per i suoi denti, l'apparato paracognitivo del droide conteneva delle semplici basiche istruzioni su cosa fare: presentarsi nel mondo della postulante senza farle troppa impressione, ma lanciando eloquenti segnali non verbali sagacemente equivalenti ad un esplicito "Carmencita sei già mia, chiudi il gas e vieni via...", indi aspettare le sue reazioni.
Solo che Sheeva si riprometteva di vigilare sull'operato del droide come Boncompagni con Ambra, Ubaldi con Vignali, Berlusconi con la Carfagna, ma impegnato in un consiglio degli Dei durato due anni terrestri, lasciò il droide allo sbando, tanto che inizialmente il tapino cannò totalmente il bersaglio e si invaghì di una donna più giovane, più alta e più ignorante nonostante non gli tornassero del tutto i conti ("Beh, però visto che Sheeva tace andrà bene così..." si diceva il povero droide anche se i congiungimenti carnali con la villanella erano ben lungi dall'appagarlo, e quanto all'interfaccia verbale lasciamo ben perdere...).
Quando finalmente la piccola donna, inconsapevole del regalo di Sheeva (che aveva incaricato Shakti, un po' più a suo agio con le tecnologie moderne, di mandarle un fax che però era arrivato illeggibile) si fece sotto, dovette sopportare un umiliante ballottaggio con la villanella malsana: vabbè che ai ballottaggi e alle comproprietà affettive c'era abituata, ma vivaddio questo si presentava come l'omettino dei suoi sogni e la riscossione risultava problematica come sempre più di sempre...
D'altra parte, il mancato contatto con Sheeva aveva gradualmente reso il droide stesso inconsapevole del suo obiettivo, tanto da arrivare a fargli teorizzare: "Bo', se ci sei bene, se no passo una interessante serata col processo di Biscardi e chi s'è visto s'è visto...".
Ma non era finita lì: il Consiglio degli Dei alla fine si concluse e...
"Droide Devadip, ascoltami! E' il tuo Dio Sheeva che ti parla! Ti ricordo che il tuo obiettivo sulla Terra è solo ed esclusivamente quello di dare la realizzazione erotico-spirituale alla donna che in codice, qui nella Trimurti, abbiamo ribattezzato col nome di assonanza indù Atlevadit stante la banalità del suo nome europeo. Qualunque iniziativa che esuli dal compimento dell'obiettivo implicherà il tuo immediato annientamento in energia pura che si spargerà per i quattro angoli dell'Universo. A qualche perverso narcisista la prospettiva potrebbe fare piacere ma a te ho l'impressione che non aggraderebbe troppo. Quindi su le maniche e vada come vada...".
Queste erano le parole che Sheeva urlacchiò direttamente nell'apparato ricettore del droide, rendendosi conto che la sua missione non stava avendo l'esito sperato. Sul suo monitor celeste aveva visto con raccapriccio il droide concedere ad Atlevadit delle attenzioni decisamente insufficienti, pretendendo da lei dei riscontri affettivi che non facevano parte del pacchetto originario; in buona sostanza il droide si prendeva delle libertà ed assumeva delle iniziative totalmente non previste.
Era pur vero che il Consiglio degli Dei era stato di una brevità assoluta a livello del tempo divino, visto che si era risolto in una rapida lettura dei procedimenti che Sheeva intendeva adottare e in uno sbrigativo "Siamo d'accordo, ragazzi?" che non ammetteva risposte negative; ma era durato l'equivalente di due anni terrestri. E nel frattempo Devadip, che doveva essere amorevolmente governato da Sheeva almeno per i primi 2-3 anni, aveva raccolto tutto il ciarpame umano possibile ed immaginabile e si era di moltissimo allontanato dalla perfezione.
A onor del vero, Atlevadit apprezzava comunque l'inattesa regalia (forse perché ignorava si trattasse di una iniziativa di Sheeva, altrimenti avrebbe preteso un bel po' di più) nonostante (orrore!!) più di una volta Devadip la trattasse con alterigia, superbia e supponenza, e (raccapriccio!!) per un certo periodo le avesse preferito una malconcia villanella che non corrispondeva in nulla all'immagine segnaletica che il droide aveva saldamente piantata in memoria (e Sheeva aveva cospicui dubbi che lì Devadip avesse fatto in modo molto ma molto terrestre "il finto tonto").
Ma acciderba, il gradimento da parte di Atlevadit era il minimo concepibile per non interrompere subito la missione, quel dannato droide doveva essere reso permanentemente sottomesso alla volontà della richiedente e definitivamente inibito a prendersi iniziative personali.
Quindi basta con questi atteggiamenti alla Rodolfo Lavandino, mandiamogli tra capo e collo una bella depressione tale da fargli pensare che nulla nella sua vita funziona come dovrebbe, che le donne lo aborrono lo scartano lo schivano e lo schifano, tutte tranne quella fine intenditrice buongustaia dell'Atlevadit, che è l'unica che lo capisce, lo apprezza e lo brama.
Basta con questa sdrucciola "amicizia" con la villanella, facciamole arrivare anche a lei fra capo e collo qualche amorazzo ad hoc così che sia lei ad andarsene ma dando a Devadip l'illusione che sia stato lui a cacciarla.
Basta con la sicumera che da qualche tempo Devadip ha messo su, mandiamogli anche tutta una lunga serie di problemi lavorativi ed economici così che arrivi alla logica conclusione che se non ci fosse Atlevadit non avrebbe più ragione di esistere.
E rimettiamo la nostra leggiadra protetta nella condizione di estrarre l'uomo dei suoi sogni dalla custodia se quando e qualora Ella lo desideri, nelle circostanze e per il tempo che Ella considera appropriati, e di rimetterlo in stand-by non appena egli torni a venirle a noia.
Ciò deciso e deliberato, Sheeva diede un leggero colpo di tosse e tutte le sue volontà divennero effettive.
Colpito dalla terrificante ventata delle volontà di Sheeva, Devadip si era sentito come quando, nella memoria evidentemente posticcia e implausibile che il dio aveva frettolosamente introdotto nelle sue pseudomeningi, un'onda di almeno 7 metri lo aveva travolto mentre giocava tranquillo sulle rive dell'Adriatico all'età di 8 anni. O forse gli anni erano 7 e i metri 8?
E come allora, dentro di sè lui aveva sfidato l'onda e mentre l'intero parentame correva urlacchiando verso il gorgo di schiuma che lo avvolgeva, convinti tutti di raccoglierne al massimo una cartilagine auricolare e due frammenti di incisivo, si era tirato su bello tranquillo e intero protestando anzi contro quell'assembramento improvviso.
Devadip sapeva benissimo che l'ira tremenda di Sheeva dipendeva dalla sua angoscia per la perdita del controllo su di lui: del resto nelle stucchevoli memorie che simulavano un'infanzia e un'adolescenza normali, Sheeva aveva inserito una madre che aveva lottato invano per 20 anni per recuperare un controllo dal quale lui si era sagacemente e abilmente sottratto appena quattordicenne. Sapeva benissimo che sull'oggetto perduto (e perduto probabilmente per sempre) si scatenavano bibliche, babeliche, babiloniche ire che altro non erano che la riconversione dell'amore non corrisposto e non più in grado di trovare un approdo.
Sheeva non lo controllava più, e a questo punto spettava a lui decidere se continuare ad interfacciarsi con Atlevadit. Per il momento si sentiva di continuare, e in realtà le folgori maligne di Sheeva lungi dal richiamarlo all'ordine ne esacerbavano vieppiù lo spirito ribelle.
Devadip continuava a voler bene ad Atlevadit, non in virtù di, ma nonostante i tentativi di Sheeva di regolamentarlo.
A quel punto Devadip si sentiva come "L'uomo che cadde sulla terra", libro che aveva letto e film che aveva visto nella sua memoria posticcia e che, ambèdue, si era ben preoccupato di rileggere e rivedere nella vita reale. Era uscito dal cinema con gli occhi lucidi e in quel momento avrebbe voluto avere a portata di mano quel gadget che i terrestri chiamavano "occhiali da sole" ma che usavano, chissà perché, anche e soprattuto quando il sole proprio non c'era.
Dopo che Sheeva, col suo starnuto cosmico, lo aveva prodotto, Devadip si era visto catapultare sul pianeta più incasinato che potesse esistere. E dire che Sheeva aveva delle convenzioni anche con Zeta Reticuli 4, Aldebaran 2, Betelgeuse 9 e Melone 3; ma lì la popolazione era talmente avanzata in fatto di religione che i seguaci induisti si limitavano a celebrarlo, venerarlo, tessere le sue lodi, al massimo chiedergli dei consigli spiccioli, ma non gli avanzavano mai richieste.
Per altro, finire nelle grinfie di una femmina di celenterato dodecapode di Melone 3 poteva anche non essere il massimo della vita (i più perspicaci tra voi avranno anche capito che per la legge delle proporzioni le stesse avevano 3 vagine, e la cosa poteva essere divertente i primi tempi ma stressante per tutto il resto della loro vita, che equivaleva a 12.000 Consigli degli Dei) e quindi Devadip se n'era finito per fare una ragione.
E se l'era cavata neanche malaccio, per un povero androide intelligentissimo ma del tutto a digiuno delle abitudini terrestri. Nel giro di due anni, attraverso agghiaccianti abborracciati tentativi, era arrivato ad un lavoro esteriormente rispettabile quanto interiormente pieno di punti oscuri e ad un appartamentino ino ino con vista sul quartiere più bohemien d'Europa nello stabile più multietnico della Via Lattea (ma da statistiche ufficiali, su 7000 residenti del quartiere risultavano 812 etnìe diverse, e quindi la cosa era nella norma). Ora si ingegnava a costruirsi una vita di relazione degna di quel nome, anche se scopriva tutti i giorni che l'esiguità del conto in banca pregiudicava alla grande il suddetto obiettivo.
E, a tempo perso, cercava di mettere a fuoco la piccola donna il cui insistito veemente petulante mantra aveva indotto Sheeva a starnutirlo sulla terra.
Certamente, se Sheeva lo avesse potuto seguire step by step, ne avrebbe fatto un docile scendiletto per i desiderata di Atlevadit (tale era il nome in codice della richiedente). Ma, non avendolo seguito, Devadip aveva investito nella faccenda tutte le sue macroscopiche rutilanti sesquipedali risorse intellettuali, si era legato a quella donna come voleva lui, come ce ne aveva voglia lui, come gli piaceva a lui, spesso mancando grossolanamente di rispetto ai di lei sentimenti derubricati a finzioni, menzogne, sintomatiche contraddizioni, modi di dire, modi di fare, punti di vista, risibili opinioni.
Aveva sistematicamente e costantemente desantificato i sentimenti di Atlevadit che avrebbero dovuto (secondo i progetti di Sheeva) renderlo pastella per fritto, materia in forma emolla, brodo di giuggiole, materia amorfa a disposizione di tempi ritmi e desideri della femmina desiderante.
E lo aveva fatto tanto bene che mezza Atlevadit continuava a bramarlo, concupirlo, desiderarlo, volerlo, vederlo come il maschio più desiderabile del quartiere (in stato di ubriachezza, di tutta la terra), in buona sostanza amarlo; l'altra mezza gli rivolgeva pressanti inviti per il tempo libero, indulgeva all'invettiva, doveva a qualunque costo anche il più devastante dimostrare a sè stessa che senza di lui ci saltava fuori lo sesso, lo metteva fra parentesi, lo dimenticava obliava scordava denigrava ridicolizzava fra sè e sè ma quando ne parlava alle amiche lo faceva in modo tale da indurre le amiche a sbarrare i loro begli occhioni e mormorare "E uno così te lo lasci scappare?".
Del resto Sheeva, dopo aver sganciato sul reprobo Devadip l'equivalente dell'attacco atomico di Hiroshima e Nagasaki, rendendolo depresso insicuro nichilista, aveva deciso di abbandonare il prototipo e curare una fornitura di pluripenici per le femmine di Melone 3.
La depressione era durata un paio di settimane, durante le quali chiunque stringeva la mano a Devadip rimaneva folgorato e leggermente ustionato; i suoi vicini di casa si scostavano urlacchiando di paura quando saliva e scendeva le scale; i suoi presunti datori di lavoro trovavano tutte le scuse per rendere i rapporti tra lui e il lavoro i più incerti e aleatori possibili.
Ma la tempra di Devadip era troppo forte.
Così che quando Atlevadit si rifece viva.....
Quando Atlevadit si rifece viva per venirsi a riprendere Devadip in modo assoluto e definitivo, non trovò più nulla di quello che cercava:
non c'era più una creatura eterea e ultraterrena, ma un uomo, un uomo di aspetto non attraente, ma soprattutto un uomo che non sembrava più fatto per lei e che forse non lo era mai stato;
un uomo che aveva rinunciato alla trascendenza, all'immortalità e ai superpoteri solo ed esclusivamente per acquistare un'anima (possesso peraltro paradossale e mistificatorio, perché avverti di averla, ma non ne puoi verificare l'effettiva presenza finché non muori, e da lì in poi non c'è più spazio per reclami);
un uomo confinato in uno spazio fisico, ristretto negli angustianti e angosciosi rovelli della quotidianità (un contratto lavorativo ad ore che ne rendeva lo stipendio mensile variabile fra sostanzioso e imbarazzante; l'affitto da pagare; la tubatura dello sciacquone che perde ma l'idraulico pretende più di quanto sia onesto spendere; la villanella che continua a telefonare; i vicini di casa che scambiano la notte per il giorno...), incattivito dagli inconvenienti e immiserito nell'eloquio;
un uomo che non le piaceva più e allora faceva finta che non le fosse mai piaciuto ma era una stratosferica balla.
Atlevadit non sapeva nulla della genesi divina di Devadip, e quindi non sapeva darsi ragione di come egli fosse così miseramente crollato da una dimensione iperurania ad un'altra, per così dire, volgarmente e trivialmente pragmatica.
Non immaginava assolutamente che i suoi desideri fossero stati puntualmente esauditi dal Dio Sheeva, pur se di tanto in tanto si stupiva della fortuita coincidenza fra le sue insistite preghiere e il misterioso, inopinato arrivo di Devadip.
Quando ne parlava con lui, Devadip faceva finta di niente ma si incazzava un po' con Sheeva che aveva considerato un flop la sua missione e lo aveva abbandonato alla deriva nello spazio antropocentrico, e un po' con la stessa Atlevadit (che in realtà non aveva colpa alcuna) che delle volte non sembrava avere la minima idea di come gestire un regalo degli dei.
Ma oramai, sic stantibus rebus, non c'era più spazio nè per rimorsi nè per rimpianti.
Atlevadit avrebbe continuato la sua ricerca del grande amore fino alle soglie della vecchiaia, per trovarlo a 73 anni nella persona di un distinto gentiluomo 81enne che avrebbe sposato e che l'avrebbe lasciata, morendo un mese dopo, erede universale di un ingente patrimonio, che Atlevadit avrebbe speso in viaggi e banchetti nel giro dei 12 anni successivi, poi avrebbe fatto perdere le sue tracce e nessuno l'avrebbe vista mai più ma non osarono farle il funerale prima del 2077.
Devadip sarebbe tornato 25 volte con la villanella malsana per periodi oscillanti fra 6 giorni e 2 minuti, ed avrebbe quindi continuato con disperato entusiasmo il suo itinerario di umanizzazione per finire missionario laico in Africa dove, dopo la sua morte, sarebbe stato ricordato come Barombo Tazombo (Uomo Bianco Che Quando Parla Non Si Capisce Niente Ma Suona Tanto Bene).
E così l'epopea di Devadip ed Atlevadit trova la sua conclusione, ennesima dimostrazione di come qualunque tentativo di costruire qualcosa di bello e grande venga inesorabilmente spazzato via dal nero soffio dell'entropia.
Schulz - Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei innanzi tutto replicare all’onorevole Poettering, che nel tessere le lodi dei rappresentanti della Presidenza arrivati oggi dall’Italia – Berlusconi, Fini, Frattini, Buttiglione – si è lasciato trasportare dall’entusiasmo al punto che ho persino temuto che arrivasse a citare anche Maldini e Del Piero o Garibaldi e Cavour. Si è però dimenticato di una persona in particolare, ovvero di Bossi. Anche lui fa parte del governo italiano, ed ogni sua minima dichiarazione è ben peggiore di quelle che hanno indotto il Parlamento europeo a muovere censure contro l’Austria e ad opporsi alla partecipazione del Partito liberale austriaco al governo di questo paese. Si deve parlare anche di lui.
Mi rendo conto che lei non è responsabile del quoziente intellettivo dei suoi ministri, signor Presidente in carica del Consiglio, tuttavia lei è chiamato a rispondere di quello che dicono. Le asserzioni di Bossi, il ministro del suo governo che si occupa di politica di immigrazione, che è uno dei temi che lei ha affrontato nel suo discorso, sono del tutto incompatibili con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. In qualità di Presidente in carica del Consiglio, lei ha il dovere di difendere i valori in essa sanciti, pertanto dovrà difenderli contro il suo stesso ministro.
Vorrei riprendere un’osservazione formulata dall’onorevole Di Pietro, il quale ha detto che non vorrebbe che il virus del conflitto di interessi si espandesse anche a livello europeo. Ha proprio ragione, e a questo proposito da alcuni giorni ci troviamo in una situazione difficile in Aula ogni volta che parliamo della Presidenza italiana, perché continuiamo a sentirci dire che adesso dobbiamo stare attenti a non criticare Berlusconi per ciò che fa in Italia, in quanto il Parlamento europeo non è la sede giusta. Perché mai? L’Italia non fa parte dell’Unione europea?
E’ ovvio che il Parlamento europeo è la sede giusta, e ve ne dirò il motivo. I deputati del parlamento italiano sono eletti per occuparsi delle azioni da lei compiute in qualità di Primo Ministro italiano e noi siamo eletti per discutere su ciò che lei fa in qualità di Presidente in carica del Consiglio, poiché questo è il nostro compito. Lei ha fatto riferimento allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia e al processo di Tampere. Vorrei farle notare che a questo proposito lei non ha completato il suo discorso, in quanto si è limitato a parlare di Europol. Volevo ricordarglielo e chiederle se può dire qualcosa riguardo a tutti e tre i concetti. Cosa intende fare per accelerare la creazione di una procura europea?
Cosa intende fare per accelerare l’introduzione del mandato di arresto europeo? Cosa pensa di fare riguardo al riconoscimento reciproco dei documenti nei procedimenti penali internazionali? Ritengo che in fatto di autenticità dei documenti il suo paese abbia un tantino bisogno di riforme. Se lei attuasse tali riforme nel suo stesso paese, il mandato di arresto europeo potrebbe entrare in vigore più rapidamente.
Nonostante tutto, sono lieto che oggi lei sia presente in questa sede e di poter discutere con lei. Di questo dobbiamo ringraziare non da ultimo Nicole Fontaine, in quanto lei non godrebbe più dell’immunità di cui ha bisogno se Nicole Fontaine non fosse riuscita con tanta abilità a rinviare così a lungo la procedura relativa alla richiesta di revoca dell’immunità parlamentare sua, Presidente Berlusconi, e di Dell’Utri, il suo assistente, che oggi in via del tutto eccezionale una volta tanto è presente in Aula. Anche questa è una verità che oggi dev’essere detta.
Berlusconi - Non posso non rispondere a tutti coloro (come dire che non si trattava solamente di Schulz, n.d.r.) che hanno guardato all’Italia dandone una versione assolutamente caricaturale e lontana dalla realtà. Io li invito a venire a godere di qualcosa che il governo Berlusconi evidentemente non è riuscito a negare, cioè del sole, della bellezza, dei centomila monumenti e chiese dell’Italia, dei tremilacinquecento nostri musei, dei duemilacinquecento siti archeologici, delle quarantamila case storiche dell’Italia che non siamo riusciti a distruggere in questi due anni. Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti: la suggerirò per il ruolo di kapò. Lei è perfetto! (Lo so, è dura da credere ma è tutto vero)
Concludo questa polemica dicendo che probabilmente gli amici e colleghi socialdemocratici dovrebbero ampliare le loro frequentazioni al di là dei colleghi italiani che trovano qui in Parlamento e dovrebbero forse ampliare le loro letture al di là dei giornali di estrema sinistra, che evidentemente hanno formato questi loro convincimenti.
Sul conflitto di interesse a cui molto hanno fatto riferimento: bene, forse non siete a conoscenza del fatto che, in Italia, i giornali ma soprattutto le televisioni che ancora appartengono al mio gruppo e alla mia famiglia, sono tra i nostri più decisi critici. Perché? Evidentemente vi manca il sole dell’Italia; non siete venuti e non avete mai acceso una televisione italiana. Dovreste sapere – eppure molti di voi vengono dal giornalismo – che ogni giornalista ha come massima sua preoccupazione quella di apparire indipendente nei confronti dei suoi colleghi. E questa indipendenza lo porta ad essere ogni giorno critico nei confronti di colui che considera il padrone. Se questa è la forma di democrazia che intendete usare per chiudere la bocca al Presidente del Consiglio europeo, vi posso dire che dovreste venire come turisti in Italia, perché qui sembrate turisti della democrazia (Nessuno aveva mai osato tanto al Parlamento Europeo, ma nessuno era Berlusconi, n.d.r.).
Circa l’ambiente, forse i signori Verdi non sanno che tra gli hobby del Presidente Berlusconi il principale è quello dei fiori, del verde, dei giardini e dei parchi. E’ praticamente l’unico hobby, dopo che il calcio si è allontanato da me (Un pensionato alcolizzato della Bovisa avrebbe saputo arrangiare una difesa meno vergognosamente patetica, n.d.r.. Se legge a pagina quarantanove del nostro programma, onorevole Frassoni, lei troverà che vogliamo introdurre degli alti livelli di tutela ambientale; la nostra politica, al di là di ciò che si dice erroneamente, va esattamente nella direzione di una maggiore tutela dell’ambiente, e siamo i primi ad essere perplessi sul fatto che troppe volte l’espansione produttiva e industriale è andata contro l’ambiente. Per quanto riguarda l’applicazione del protocollo di Kyoto, anche qui interporremo la nostra attività per convincere chi ancora non l’ha siglato a farlo.
Infine, agli avversari vorrei dire con il sorriso che non devono fare una tragedia di questa nostra Presidenza. In fondo, sei mesi passano molto in fretta. Agli amici invece, a coloro che ci hanno incoraggiato e ci incoraggeranno vorrei dire che, per quanto riguarda il passato che fa l’uomo e l’uomo stesso, credo che valga non solo per quello che dice – in politica poi si cambia, o altri cambiano molto spesso le cose che si dicono – ma vale la sua storia, ciò che ha fatto. Bene, io credo che nella mia storia ci sono solo successi e ci sono soltanto cose tese a fini buoni. Quindi, anche questi sei mesi noi li faremo fruttare e cercheremo di arrivare a una conclusione che consenta all’Europa di essere un fattore positivo per la pace, per la sicurezza, per il benessere nel mondo. Ci applicheremo, signor Presidente, alla nostra attività con umiltà, con serietà, con passione; ci applicheremo alla mediazione tra le varie e ancora distanti posizioni tra i vari membri per arrivare a un risultato che ci dia un’Europa più forte, capace di decidere sul piano internazionale; per arrivare ad un’Europa attraverso la nuova Costituzione, un’Europa che sia più vicina ai cittadini. Questa è la nostra speranza, questo è il nostro impegno, questo è il nostro traguardo.
Ringraziandovi ancora per gli auguri di buon lavoro, faccio a voi tutti gli auguri migliori per il vostro lavoro e perché tutti possiate trasformare le speranze che avete nel cuore in effettive realtà. Tanti auguri a tutti e buon lavoro ancora!
La fin troppo pacata replica di Schulz - Signor Presidente, la ringrazio per avermi dato la parola. Non ho bisogno di tre minuti. Sarò molto breve. Durante la sua dichiarazione, se la traduzione è stata corretta, il Presidente Berlusconi ha affermato che un regista sta girando un film in Italia sui campi di concentramento e mi ha invitato a ricoprire il ruolo di kapò , …cioè il ruolo di tirapiedi delle SS. Ho solo una cosa da dire in risposta: il mio rispetto per le vittime del fascismo m’impedisce di fare qualsiasi commento al riguardo. Tuttavia, ho le idee molto chiare sul fatto che è estremamente difficile accettare una situazione in cui un Presidente in carica del Consiglio, di fronte alla minima contestazione nel corso di un dibattito, perda a tal punto la padronanza di sé.
E l'infelicissima chiusura di Berlusconi in stile "Signora maestra, io facevo per scherzo e lui mi ha fatto tanta tanta bua..." - Signor Presidente, chi non è stato qui a sentire l’intervento del signor Schulz? Che mi ha offeso gravemente sul piano personale, gesticolando e con un tono di voce che, quello sì, non è ammissibile in un Parlamento come questo. Io ho detto con ironia quello che ho detto. Se non siete in grado di capire l’ironia, mi spiace. Ma non ritiro quanto con ironia ho detto, se il signor Schulz non ritira le offese personali che mi ha rivolto. Io l’ho detto con ironia, lui l’ha fatto con cattiveria!
Presidente dell'Assemblea - Prima di concludere la discussione e passare le consegne a uno dei Vicepresidenti per condurre la votazione, vorrei dire che personalmente deploro i termini offensivi rivolti al nostro stimato collega, onorevole Schulz. La discussione è chiusa. (N.d.R. E a Berlusconi è andata bene, perché la terrificante espressione "turisti della democrazia" non ha subito nessuna deplorazione, pur essendo rivolta con modalità assolutamente neo-mussoliniana ai rappresentanti di tutta l'Europa. Non so se mi spiego...)
Berlusconi dà del kapò a Schulz: alle sue spalle, Fini ha l'inconfondibile espressione di chi si compiace per la brillantezza del paragone.
Berlusconi ha il diritto di difendere Putin rispetto all'accusa di aver invaso la Georgia, capovolgendo la realtà e sostenendo che lo aveva fatto per legittima difesa, contraddicendo la posizione delle Nazioni Unite che ha esplicitamente condannato l'azione militare russa?
E Paolo Guzzanti doveva aspettare questa occasione per "farsi venire il vomito" e mettersi a fare il separato in casa del Popolo delle Libertà? Ma non poteva arrivarci prima? Non se n'era già accorto 5 anni fa quando la rivolta cecena era stata soffocata nel sangue e anche lì Berlusconi aveva difeso Putin contro ogni evidenza? O in una lunga squallida serie di occasioni in cui Putin era stato difeso in modo vagamente squadristico contro tutto e contro tutti?
E, più drasticamente, le leggi ad personam, i conflitti d'interesse, il cavalcare i rigurgiti xenofobi della Lega, la tendenza a bypassare sistematicamente il parlamento, il decisionismo spinto, la tendenza a trattare in maniera cabarettistica dei problemi seri e drammatici sciogliendo se nel caso la tensione con orrende barzellette, tutte queste cose non avevano mai prima d'ora fatto sobbalzare Guzzanti? Vabbè, sarà...
Come (anche se la cosa oramai è un po' datata) Berlusconi aveva il diritto di mimare il gesto della raffica di mitraglia contro una giornalista russa che aveva fatto una domanda intollerabilmente frivola sempre a Putin (dimenticando che in Russia i giornalisti scomodi non rischiano solo il posto in Rai ma sanzioni leggerissimamente più definitive)?
Berlusconi ha il diritto di difendere sempre e comunque Putin in modo acritico?
E più in generale, quanto può andare avanti questa modalità di gestione "per bande" della politica tanto cara a Berlusca (difendo i miei amici qualunque cosa facciano e insozzo i miei non-amici qualunque cosa facciano, dicano o pensino perché se sono tanto stronzi da non essermi amici meritano questo ed altro)?
Se mi stai antipatico ti do del "kapò" di fronte al Parlamento Europeo e se sei mio amico giustifico qualunque nefandezza e, mentre bercio contro il comunismo italiano che è stato la speranza di riscossa per milioni di lavoratori, non mi rendo conto che tu (mio amico) conservi ancora lo stile del funzionario del KGB? QUELLO era uno pseudo-comunismo da condannare, non certo quello di Togliatti e Berlinguer. Ma vaglielo a spiegare...
E allora me lo spieghi, cribbio, caro il mio Rinaldoni, prima che Le faccia fare la fine di quella là, cuma la se ciama, l'Anna Politologa...
Non so se ve ne state rendendo conto, ma il Genere Umano è arrivato alla frutta. Non nel modo altisonante e spettacolare che prevedeva l'Apocalisse (magari ci avrebbe fatto una miglior figura), ma in un modo subdolo e contorto che aggiunge indizio a indizio, disfunzionamento a disfunzionamento, rotella che si inceppa a rotella che si inceppa.
In termini sistemici, la Civiltà Umana ha raggiunto il suo punto asintotico: la sua complessità è talmente grande che è diventata incomprensibile e ingestibile, ma soprattutto il suo livello di interconnessione è talmente assoluto che ormai vale per i fenomeni sociali quello che vale per la meteorologia: il battito un po' troppo insisitito di un farfallone in amore in un parco di San Francisco può provocare un'onda anomala sulle coste orientali del Giappone, e al farfallone non potrà essere applicata alcuna sanzione perché nel frattempo si è già riprodotto ed estinto.
Altrettanto vale per l'economia, la politica, i rapporti umani in generale: gli avvenimenti casuali o quanto meno imprevedibili o quanto meno non previsti, possono avere un impatto a vasta scala, al limite (ma neanche tanto)a livello planetario.
Faccio due elementari esempi:
la crisi sistemica dell'intero sistema di credito mondiale (delle banche, in parole povere ed imprecise, perché non solo delle banche si tratta, ma dell'intero sistema che ruota loro attorno)
e la paventata scomparsa delle api, queste nostre pungenti e discrete amiche.
Sfrondando il cavolfiore di tutte le sue foglie inutili ed accessorie, eliminando bugie, retorica, disinformazione, approssimazioni giornalistiche, invettive contro lo strapotere della Cina, la finanza mondiale deve affrontare lo spaventoso problema di una mancanza di liquidità legata al fatto che la gente ha sempre più paura di investire.
Perché (chi si intende di finanza lo sa benissimo, gli altri ragionino un attimo in termini logici) le banche funzionano e prosperano in quanto prestano denaro a chi non ne ha richiedendogliene ovviamente più di quanto glie ne hanno prestato (acquisendo in fase di istruttoria garanzie che il debitore avrà domani i soldi che non ha oggi, o che potrebbe vendere dei beni immobili che possiede ma ha preferito tenerseli, o vattelappesca quali altre informazioni e garanzie, comprese eventuali gradite firme di fidejussione di qualcuno che per vari e non approfondibili motivi si accollerebbe il debito) e incamerando ingenti somme da parte di risparmiatori-investitori che (avendo tanti soldi da non sapere dove metterli) invece di comprarsi un piano-bar o un atollo del Pacifico concordano con una banca delle sagaci strategie per concedere i propri soldi in usufrutto alla stessa, a patto che dopo una scadenza precisa essi torneranno indietro aumentati e rivalutati.
Nel primo caso rischia la banca, ma fino a un certo punto perchè tanto questi crediti, anche i peggiori chiamati sub-prime, vedi il recente caso dei mutui-spazzatura concessi negli USA a chiunque li chiedesse anche se cliente N.I.N.J.A (No Income, No Job end Asset),possono venire cartolarizzati, ossia trasformati in titoli commerciabili sul mercato, così che il rapporto creditizio passa dalla banca emittente al nuovo acquirente.
Nel secondo caso rischia esclusivamente l'investitore, magari sedotto da quei tassi d'interesse che accompagnano da sempre i titoli ad alto rischio, per la serie "Nessuno regala niente a nessun altro".
Nessun dirigente bancario, e apparentemente nessun economista, si è reso conto che questo schema solo apparentemente complicato, ma in realtà di una trita banalità, era ottimale in un sistema economico di tipo industriale. I più grossi rifornitori di denaro fresco delle banche erano gli industriali, che prima prelevavano ingenti quantità di denaro per comprare macchinari e assumere operai, poi producevano ricchezza che metteva in condizione parecchi loro dipendenti di diventare anch'essi piccoli investitori, quindi reinvestivano parte dei loro guadagni nelle banche in investimenti finanziari piuttosto che industriali.
Ma oggi, una fetta enorme dell'economia passa attraverso il multiforme e per certi versi misterioso settore terziario, dove non si producono e non si vendono merci ma, sintetizzando molto, "servizi e idee"; nel settore terziario prosperano anche tra l'altro (e sempre di più) agenzie di credito che fanno concorrenza alle banche da una parte, ma sono tra i loro clienti più dinamici e intraprendenti dall'altra.
Dove voglio andare a parare? E' semplice: voglio asserire che mentre in un recente passato esisteva un rapporto tra industria e finanza armonioso ed evolutivo (pur se qualunque economista marxista, una volta ce n'erano, era pronto ad ergersi a Cassandra urlacchiando "Dura minga"), in una società post-industriale le banche possono fornire (e pretendere) garanzie ben più aleatorie di restituzione dei soldi investiti (o di recupero dei soldi prestati).
Ma lasciamo perdere le banche e passiamo alle api: questo operoso animaletto, che condivide con le formiche una struttura sociale di una raffinatezza e di una perfezione che dovrebbe far rodere d'invidia gli umani, sta subendo un'inquietante morìa un po' in tutto il mondo.
Le ipotesi sono le più svariate, e magari potrebbero tutte quante concorrere al fenomeno: le frequenze dei telefonini cellulari entrano in conflitto con il loro sistema di orientamento spaziale e le povere bestiole sbagliano platealmente strada andando a finire a chilometri e chilometri dall'alveare dove muoiono di fame, di stenti, di crepacuore o mangiate da qualcuno dei numerosi insettivori che condividono legittimamente lo stesso ecosistema; oppure muoiono tra mille atroci tormenti quando vanno a suggere il nettare di qualche pianta ogm; o magari rimangono intossicate da pesticidi, o da insetticidi che non fanno più un czz agli insetti-target e ammazzano loro che non c'entrano nulla
C'è una frase forte, attribuita a Einstein: "Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita". E' anche vero che Einstein prese un granchio pauroso a proposito della meccanica quantistica, trovando insostenibile il carattere aleatorio e probabilistico delle sue leggi e dichiarando che "Dio non gioca a dadi con l'Universo", facendosi rispondere da Bohr "Non ti azzardare a dire a Dio cosa deve fare coi suoi dadi".
Certamente, un numero spropositato di specie vegetali non potrebbe riprodursi senza il ruolo di "organo sessuale virtuale" svolto dalle api, che fanno del petting con lo stame, raccolgono il polline e lo vanno a portare prima o poi su qualche pistillo, ricevendo in più laute razioni di nettare. Brave ma anche ingegnose. E' anche vero che non tutta l'impollinazione avviene attraverso le api: secondo la moderna Bibbia Wikipedia il trasporto può essere mediato da diversi vettori:
Come è vero che se tutte le banche fallissero ricominceremmo a mettere i soldi sotto il materasso (metafora che hanno usato anche Berlusconi e Tremonti ma solo per assicurarci che non si arriverà a tanto).
Ma sempre per la serie "Il battito d'ali di un farfallone in amore", quali reazioni a catena dovremmo aspettarci?
A me dispiace muovere rilievi critici sulla mia città nè più nè meno come al pugliesissimo Caparezza (l'unico rapper che quando versifica tiene collegato il cervello) spiace dover parlar male della sua regione.
Del resto, faccio mie le sue giustificazioni considerandolo in qualche modo un collega che, come me, si arrampica sulle parole rischiando sempre di capitombolare ingloriosamente, per colpa di qualcuno che può non capire e inchiodarti al senso letterale delle stesse.
Ai politici pugliesi che consideravano la sua Vieni a ballare in Puglia un affronto da lavare col sangue, il pittoresco personaggio ha risposto Io amo la Puglia alla follia, e proprio per questo odio chi le fa del male.
Come somiglia il tuo pensiero al mio, Caparezza... Anch'io amo la mia città oltre i confini del bene e del male (qualche indigeno mi dice che è perché non ci sono nato e quindi la identifico con una fantomatica salvifica liberatrice Terra Promessa più o meno come hanno fatto per 25 secoli gli ebrei con Israele, che obiettivamente non è il massimo della vita) e detesto e disprezzo chi le fa del male.
E guarda caso quasi sempre a far del male a Parma sono dei parmigiani (o al massimo parmensi) doc che navigano e cavalcano la loro città con arrogante sicumera e tracotanza certi dell'impunità. Non la amano per nulla, la sopportano a mala pena, appena possono se ne vanno a Bologna, a Milano o a Roma e da lì parlano di una Parma che è sempre più autistica e fuori dalla realtà (senza far nomi, guardate solamente Bevilacqua); se restano la usano e se ne servono perché permette facili arricchimenti, arrampicate acrobatiche alla Tanzi o alla Cambi e, ultimamente, una ribalta mediatica che nessun altra città delle stesse, in fondo ridotte dimensioni, garantirebbe.
A far male a Parma non sono certo dei ragazzi come Emanuel Bonsu (a cui sia Mentana che Santoro rivolgono la domanda stile zia Gina "Le piace vivere a Parma?" e lui non sa bene cosa rispondere); sono sindaco e assessori che praticano il federalismo della sicurezza dando ai Vigili Urbani dei compiti che palesemente non sono in grado di portare a termine (ma si sa, Polizia e Carabinieri sono un feudo di meridionali scansafatiche che vengono al Nord a battere la fiacca, invece i nostri parmigianissimi vigili sono dei Rambo padani senza macchia e senza paura); sono delle fantomatiche operazioni antidroga (come quella in cui è stato pestato, minacciato e umiliato Emanuel, perfino la destrorsa Gazzetta di Parma ha ormai abbandonato qualunque tono dubitativo) non concertate e non concordate con le "vere" forze dell'ordine, operazioni antidroga che sembrano delle scampagnate fuori porta con tanto di torta fritta, spalla cotta e Lambrusco libero; sono i tanti signori portatori di parmigianissimi cognomi come Gorreri, Spaggiari, Cavatorta, Dal Cò a provare che non arrivano da contrade barbare che sbraitano contro i negri, i drogati e i froci e poi votano per una lista che si autodefinisce Civiltà Parmigiana dandole di fatto il mandato di fare quanto prima una larvata e vellutata pulizia etnica, incominciando se possibile dall'Oltretorrente che era il tempio della parmigianità e adesso, orrore!!, sembra una banlieu parigina.
Io, pur rendendomi conto che l'integrazione non è sempre facile e mette alla prova severamente la tolleranza di tutti noi, continuo a sentirmi orgoglioso che Parma sappia accogliere, nel complesso ancora decorosamente, la colorata e rumorosa invasione da 4 continenti (i Papuani mancano ancora all'appello) e dia una speranza e un po' di serenità a chi a casa sua avrebbe vissuto una vita senza la minima prospettiva. E mi permetto di chiosare che se l'Oltretorrente è diventato così tumultuosamente multietnico è proprio perché è il cuore pulsante della Pèrma Vecia, dove forse si guarda meno al colore della pelle di quanto non si faccia in Via Mazzini o in Via Cavour o in Cittadella, il quartiere più snob dell'intera città.
E continuo ad avere la penosa impressione che gli estri da vendicatore della notte di qualche vigile confuso e malaccorto non vengano più tenuti a bada e a freno. Ma su questo spero ovviamente di sbagliarmi...
Quando Atlevadit si rifece viva per venirsi a riprendere Devadip in modo assoluto e definitivo, non trovò più nulla di quello che cercava:
non c'era più una creatura eterea e ultraterrena, ma un uomo, un uomo di aspetto non attraente, ma soprattutto un uomo che non sembrava più fatto per lei e che forse non lo era mai stato;
un uomo che aveva rinunciato alla trascendenza, all'immortalità e ai superpoteri solo ed esclusivamente per acquistare un'anima (possesso peraltro paradossale e mistificatorio, perché avverti di averla, ma non ne puoi verificare l'effettiva presenza finché non muori, e da lì in poi non c'è più spazio per reclami);
un uomo confinato in uno spazio fisico, ristretto negli angustianti e angosciosi rovelli della quotidianità (un contratto lavorativo ad ore che ne rendeva lo stipendio mensile variabile fra sostanzioso e imbarazzante; l'affitto da pagare; la tubatura dello sciacquone che perde ma l'idraulico pretende più di quanto sia onesto spendere; la villanella che continua a telefonare; i vicini di casa che scambiano la notte per il giorno...), incattivito dagli inconvenienti e immiserito nell'eloquio;
un uomo che non le piaceva più e allora faceva finta che non le fosse mai piaciuto ma era una stratosferica balla.
Atlevadit non sapeva nulla della genesi divina di Devadip, e quindi non sapeva darsi ragione di come egli fosse così miseramente crollato da una dimensione iperurania ad un'altra, per così dire, volgarmente e trivialmente pragmatica.
Non immaginava assolutamente che i suoi desideri fossero stati puntualmente esauditi dal Dio Sheeva, pur se di tanto in tanto si stupiva della fortuita coincidenza fra le sue insistite preghiere e il misterioso, inopinato arrivo di Devadip.
Quando ne parlava con lui, Devadip faceva finta di niente ma si incazzava un po' con Sheeva che aveva considerato un flop la sua missione e lo aveva abbandonato alla deriva nello spazio antropocentrico, e un po' con la stessa Atlevadit (che in realtà non aveva colpa alcuna) che delle volte non sembrava avere la minima idea di come gestire un regalo degli dei.
Ma oramai, sic stantibus rebus, non c'era più spazio nè per rimorsi nè per rimpianti.
Atlevadit avrebbe continuato la sua ricerca del grande amore fino alle soglie della vecchiaia, per trovarlo a 73 anni nella persona di un distinto gentiluomo 81enne che avrebbe sposato e che l'avrebbe lasciata, morendo un mese dopo, erede universale di un ingente patrimonio, che Atlevadit avrebbe speso in viaggi e banchetti nel giro dei 12 anni successivi, poi avrebbe fatto perdere le sue tracce e nessuno l'avrebbe vista mai più ma non osarono farle il funerale prima del 2077.
Devadip sarebbe tornato 25 volte con la villanella malsana per periodi oscillanti fra 6 giorni e 2 minuti, ed avrebbe quindi continuato con disperato entusiasmo il suo itinerario di umanizzazione per finire missionario laico in Africa dove, dopo la sua morte, sarebbe stato ricordato come Barombo Tazombo (Uomo Bianco Che Quando Parla Non Si Capisce Niente Ma Suona Tanto Bene).
E così l'epopea di Devadip ed Atlevadit trova la sua conclusione, ennesima dimostrazione di come qualunque tentativo di costruire qualcosa di bello e grande venga inesorabilmente spazzato via dal nero soffio dell'entropia.
Niente, non c'è verso. Parma non riesce quasi più a far parlare di sè per tutto quello di meraviglioso che ancora sa offrire (anche se da quella puttanella che è sempre stata, si concede con più calore e in modo più accattivante ai visitatori esterni che ai residenti, spesso questi ultimi trattati con una certa sufficienza...).
A sinistra il Sindaco di Parma Pietro Vignali: alle sue spalle il suo mentore Elvio Ubaldi ne spia preoccupatissimo le mosse. A destra un giovanissimo Vignali nella sua fortunata carriera di rocker.
Negli ultimi 2 anni una spirale di violenza, intrallazzi privati, malgoverno, crisi economica si è abbattuta come uno tsunami sulla nostra Piccola Capitale (ricordi di quando Parma era un ducato felice, e Bologna la periferia malridotta dello Stato della Chiesa). Matteo Cambi ha appena avuto il tempo di sostituire Ricucci nel cuore e tra le cosciotte di Anna Falchi che è stato travolto da un crack che ricordava in piccolo quello Parmalat, con in più un retrogusto di sesso droga e rock and roll che rendeva la vicenda ancora più appetibile ai media, adesso pulisce i cessi della CT Betania di Marore; la squadra di calcio cittadina, una volta sotto l'ala protettrice della Parmalat e ipertrofizzata da una barca di soldi molti dei quali in realtà non c'erano, 4 trofei internazionali ma nessuno scudetto (non ho più voglia di spiegare il perché di questa discrasia) adesso le prende dall'Albinoleffe e dal Grosseto e il presidente Ghirardi per il dispiacere è dimagrito di mezzetto; ci si ammazza ci si trucida ci si maltratta dalla mattina alla sera, si fanno a pezzi industriali insolventi, si sopprimono ex-fidanzate secondo il motto femminista "O mia o di nessuno", si spara al taxista perché non si hanno i soldi per pagarlo.
Maroni a Parma: "Su tutto quello che succede in questa città garantisco io...". Appunto.
La bellissima mostra sul Correggio assurge agli onori nazionali solo perché Sgarbi manda a dire che c'è in mezzo un falso; le celebrazioni verdiane finiranno in prima pagina perché un parlamentare belga finirà in ospedale dopo aver mangiato un culatello avariato in una sordida bettola di Samboseto.
"Rinaldoni, ci hai poco da fare l'invidioso... A ognuno le donne che si merita..."
Ma speravamo almeno che la nostra disgrazia cittadina di avere i vigili urbani più ignoranti, impreparati e cafoni della Galassia (guarda caso, proprio nella città in cui albergano gli unici Carabinieri intelligenti d'Italia, i supertecnologici ragazzi dei RIS, già immortalati in un apposito serial televisivo) restasse una macchia privata più o meno inconfessabile e non diventasse di dominio pubblico.
Due indizi non fanno una prova, ma la prostituta nigeriana fotografata a terra seminuda e piena di lividi, e il 22enne ghanese scambiato per uno spacciatore (quando tutti sanno che gli spacciatori autentici godono di trattamenti quanto meno acquiescenti perché fanno comodo a piede libero come informatori, o no?) e come tale gonfiato di botte da agenti in borghese che non si erano qualificati, e i suoi effetti personali messi in una busta con su scritto il nome di battesimo e la parola negro come se fosse un cognome (e ahimè di questo esiste la prova fotografica)... beh questi sono fatti che solo un emulo di Berlusconi derubricherebbe in accanimento giornalistico contro la città più civile d'Italia.
L'impressione di chi da almeno un trentennio combatte contro questa inutile sottospecie animale (non alludo alle prostitute, agli spacciatori e men che meno ai negri, alludo ai Vigili Urbani di Parma) è che in passato la loro ignoranza e incapacità fosse un vizio privato di parecchi di loro, lassisticamente tollerato da superiori e cittadini; mentre ultimamente (diciamo con l'approdo alla poltrona di Sindaco del dandy postmoderno Pietrino Vignali? E diciamolo...) la loro ignoranza, incapacità, tracotanza, arroganza, sicumera, brutalità, in una delle prime città italiane in cui i poteri del Sindaco in materia di sicurezza sono stati drasticamente aumentati, sembrano diventati degli strumenti funzionali a un bel "giro di vite" che accontenti tutti i parmigiani che votano e continuano a votare centrodestra, evidentemente stanchi di una Parma multietnica, di una Parma accogliente, di una Parma medaglia d'oro per la Resistenza (o non è vero che l'ex- Sindaco Ubaldi dalla pelata mussoliniana nascondeva la relativa targa dietro l'attaccapanni?), di una Parma dove i disperati della terra vengono più volentieri che a Brescia o a Verona (e allora convinciamoli a scegliere delle altre città), di un quartiere Oltretorrente una volta tempio della parmigianità e adesso una specie di Bronx padano. Basta con tutto questo, sbraia da 9 anni quella maggioritaria fetta di parmigiani che vota a destra, i neri vanno bene ma solo come camerieri nei ristoranti eleganti, OK le puttane ma purché esercitino in civettuoli bilocali e non diano scandalo all'aperto, che si droghino tutti ma quanto ci vuole ad andare direttamente a casa dello spacciatore invece che al parco dove i nostri barboncini si possono anche bucare una zampetta con qualche siringa abbandonata?
Colpo di scena: perfino il già ricordato Elvio Ubaldi, sindaco di Parma per 9 anni fino al trionfale cambio della guardia a favore del suo giovane cefalo (delfino mi pare troppo) Pietrino Vignali, ieri si è apertamente e platealmente dissociato dalla sua creatura sostenendo che "molti sindaci" interpretano il dogma della tolleranza zero con un po' troppa disinvoltura, dando troppi poteri alla Polizia Municipale, come se Carabinieri e Polizia non fossero più che sufficienti. Ma da quell'orecchio il Vigna non ci sente, e da talpe insospettabili che ho in Comune so per certo che intende presidiare i parchi Ducale, Cittadella, Eridania, Ferrari, oltre al Gommaland di Via Spezia, con 100 parà, 35 marines e 12 arditi a testa.
Devo dire che questo 500° post mi ha colto impreparato: a parte che di post ne ho scritti qualcuno in più, ma qualche mese fa ne avevo stizzosamente e platealmente cancellati un certo numero nell'ambito di amorose schermaglie che mi avevano indotto a fare un uso un po' privato del mezzo. Che è come dire che, calcolando a memoria in 12-13 i posts (con la esse, son più d'uno) a suo tempo cassati, il 500° dovrebbe essere il seguente, del quale vado giustamente orgoglioso perché sviluppa in maniera decorosamente creativa lo spunto di Philip K. Dick che possano esistere esseri umani (e lui stesso, schizofrenico salvatosi dall'internamento in virtù della sua professione di artista, si considerava uno di essi) la cui memoria è del tutto fittizia ed è stata installata chissà da chi, chissà come e chissà quando, ma ogni tanto rivela la sua natura posticcia attraverso grossolane incongruenze delle quali il portatore della stessa non sa darsi ragione.
I 26 mesi lungo i quali ho redatto questo blog (che, salvo improbabili ma non del tutto impssibili ipotesi di suicidio, durerà ancora per i 4 anni che restano all'intero genere umano) non sono stati i più semplici della mia vita.
Punteggiati da simbolici appaganti successi, rovinose difficoltà finanziarie, momenti di disperazione che duravano tra le 2 ore e le 2 settimane alternati ad illogici tripudi (ma ddechè?), 2 sconvolgenti storie d'amore più un paio di storie minori rimaste saggiamente nel limbo dell'inespresso; trascorsi e attraversati da un elettrico mefitico malessere (come quasi tutti i 49 anni precedenti, peraltro, a partire dalla più tenera età quando ero costretto a far finta di star bene perché se no la mamma ci rimaneva male); sono stati degli anni totalmente inutili ma comunque belli e importanti (come quasi tutte le cose soavemente vane).
Non ho ancora capito che diavolo farò da grande e oramai mi sa che sono fuori tempo massimo, quando l'avrò capito qualcuno mi dirà "Sì, bello, ma non è che potevi pensarci almeno 30 anni prima?". Ogni tanto sogno (ad occhi chiusi, che ad occhi aperti non sogno più almeno dal 1971) che questa vita sia solo una prova generale che mi permetta di acclimatarmi, mentre la vita vera nella quale quanto meno dominerò il mondo e godrò di tutte le gioie che un uomo buono e giusto come me merita, grazie dell'applauso spontaneo e basta coi flash... la vita vera deve ancora cominciare.
Come capita nei primi istanti dopo il risveglio (e i miei studi di psicologia mi confortano sul fatto che non si tratta di un sintomo psicotico, capita più o meno a tutti ma non tutti riescono a metterlo a fuoco) continuo ad elaborare in modo attivo il sogno immaginandomi tutte le possibili implicazioni di esso nella vita reale. Poi di colpo la bolla di sapone scoppia e mi ritrovo in una vita rispetto alla quale ho fatto tutte le scelte, tutte fatte con sprezzante sicurezza e tutte grossolanamente sbagliate.
Eppure... eppure mi piace ancora farmi guidare dalla curiosità, dallo spirito di avventura. Mi piace, e direi anche che mi serve, dare sfogo alla a volte imbarazzante ricchezza della mia vita, della mia storia, della mia esperienza di uomo buttato nel reale a cercarvi quel diavol di senso che non c'è mai (ma ci piace immaginarlo).
Felice nel mio malessere, orgoglioso delle mie sconfitte, forte come una roccia e tenero come uno stracchino, non posso che augurarmi altri 5.000 di questi post.
E sorridi, Luca, sorridi... Il tuo faccino da attempato adolescente non viene valorizzato da una espressione aggrondata alla Humphrey Bogart. E tutte le volte che fai il cattivo lo fai controvento, così che ti si ritorce sempre e solo contro.
Detto questo, mi presto alla cerimonia un po' trita ma inevitabile dei ringraziamenti.
A Shirley, perché nessuna donna al mondo mi ha ispirato come lei.
A Vicky, perché nessuna donna al mondo mi ha fatto capire meglio di lei le mie contraddizioni.
A Marco perché so che c'è, e un dì s'io non andrò sempre fuggendo, ci prenderemo una fantomatica sbronza alla Fiera della Pesca di Ancona o da Bianchi il diavolo del brodetto di Portorecanati. O tanto che ci siamo facciamo un bagno in una botte di Verdicchio, entriamo a nuoto e usciamo a piedi...
A Raul per la medesima ragione, anche se non sono sicuro di come si collochi rispetto a sporadiche incursioni nell'etilismo acuto, ma forse per raccontarsi 40 anni di vita è meglio viaggiare a Levissima (o no?).
A Miss Acrostico, Maryann, Chiara, Stella, Osvaldo, Missgynn in rigoroso ordine di apparizione, perché mettersi in relazione con me non è una cosa delle più semplici e loro l'hanno fatto e/o lo fanno con adamantina naturalezza.
A mia figlia Marina e al suo pittoresco partner Pierluigi detto Drago perché coltivino le mie stesse virtù ma non ripetano i miei catastrofici errori.
E a chiunque, in qualsiasi momento della mia vita, mi lasci coltivare l'illusione che questo sia davvero il migliore dei mondi possibili.
E i giorni che passano sono lunghi e coperti di nero , mi trascino perduto nei vicoli a maledire una terra straniera. E i giorni son secoli aspettando di poter tornare di nuovo alla fine del mondo cullato dal canto del mare
(Modena City Ramblers, Canzone dalla fine del mondo)
A volte ti guardi allo specchio, o almeno cerchi di farlo perché lo specchio non ti rimanda più nessuna immagine: perfino lui non ti vede più.
In assenza di uno specchio, devi riorganizzare la tua identità in modi più o meno avventurosi, basandoti su un ristretto numero di principi morali che speri caldamente possano funzionare ma è solo e semplicemente una speranza, perché ti manca qualsiasi feedback.
Ti muovi, agisci, lavori, ti tieni informato e ti guardi intorno, e così ti senti parte della società, ma non è vero... Sei solo uno spettatore passivo di un processo sul quale ti rendi benissimo conto di non aver più nessuna presa.
E ti senti mostruosamente risucchiato nella tua lunga, e per certi tratti gloriosa, storia; se avessi tempo e modo di parlarne con qualcuno, e meglio ancora se la tua storia interessasse a qualcuno, o addirittura fosse utile a qualcuno come fonte diretta o indiretta di esperienza, allora sì che la tua storia sarebbe un patrimonio. Ma così...
Ogni tanto ti agiti, ti riscuoti e decidi di giocare qualche partita: certo, con spirito assolutamente decoubertiniano perché le possibilità di andare oltre a un farraginoso 0-0 sono del tutto infinitesime. Quasi sempre perdi rovinosamente e allora te la prendi con l'arbitro, col pubblico ostile, con i tacchetti inadatti al fondo erboso. Decidi ipso facto e sic et simpliciter di autoradiarti da ogni campionato. Ma poi...
Sarebbe bello se la tua deriva ti conducesse davvero lontano da tutto e da tutti, in quella terra in cui esiste solamente il tuo disfacimento morale. Ma allora non sarebbe più una deriva, sarebbe una rotta da qualcosa verso qualcos'altro. E invece la tua deriva ti fa incontrare uomini, donne, esperienze, momenti di struggente intensità e pienezza. Ma porca puttana tutti nel momento sbagliato. Il tuo buio si illumina per una frazione di tempo e poi torna più nero e assoluto di prima.
Ma nessuno lo sa. Nessuno lo deve sapere. La tua beffarda ironia che sottende un velenoso corrosivo sarcasmo (io e l'universo ci stiamo vicendevolmente sui coglioni ma comunque ha cominciato lui) viene scambiata per amabile e disteso sense of humour. Sembri l'emblema della persona che se la cava benissimo da sola e basta perfettamente a sè stessa. E magari lo sei, ma per necessità più che per scelta.
Certo, basterebbe fermarsi, gettare la spugna e chiedere aiuto. E in passato un paio di volte lo hai fatto. Ma solo per finire in quei dolciastri ipocriti orripilanti circuiti della solidarietà, del tipo "aiutiamo chi è rimasto indietro". Ma il fatto è che tu non sei nè avanti nè indietro.
Tu sei altrove.
Sempre e comunque altrove. Fuori contesto, fuori ruolo, fuori posizione, non fai a tempo la diagonale e il fantasista avversario ti sfugge agile garrulo e beffardo sfornando assist a manetta.
Occupi una complessa e limitatissima nicchia ecologica che, per espulsioni progressive, contiene solo te e anzi delle volte ti sta perfino stretta. Un paio di donne di recente ci hanno messo il naso e, sgomita di qua appiattisciti di là, sembrava ci fossero entrate a pennello. Ma poi, fatalmente, uno dei due faticava a respirare. Un'altra stava per entrare ma quando ha capito bene cosa le stava per capitare ha fatto il faccino di quella che aspettava la Barbie e si vede recapitare un bambolotto in panno lenci, ed è scappata urlacchiando.
Gli unici amici, o presunti tali, con i quali ogni tanto scambi qualche gratuita e infruttuosa impressione sono solo quelli che, con tua meschina soddisfazione, sono esplicitamente e non solo virtualmente ai margini del mondo. Quelli riusciti pasciuti e un po' putrefatti nel loro onesto tran-tran di lavoratori indefessi e padri di famiglia modello li scansi perché non ti va di paragonarti a loro (ma probabilmente la cosa è reciproca)....
Dicono in tanti che il genere umano scomparirà nel 2012, secondo le teorie più recenti per la repentina estinzione delle api che farà implodere il sistema alimentare umano, e quindi ti tieni in piedi perché la fine del mondo proprio non te la vuoi perdere.
Paul, te la dico proprio tutta. Me ne stavo per tornare a casa dopo una gradevole permanenza al Tapas Pub di Parma (birra a fiumi a pagamento, Internet gratis per i raccomandati) quando mi ha assalito sgradevole la notizia della tua morte.
Tornare a casa senza lasciarti un pistolotto di saluto, sembrava brutto. Farti un pistolotto di saluto nelle condizioni psicoalcoliche in cui mi trovo, magari è ancora peggio. Ma oramai ho optato per la prima delle due, e tanto te da dove ti trovi sei sicuramente superiore a queste risibili distinzioni tra bello e brutto, opportuno e inopportuno, lecito e illecito, gente per bene e gente per male tipiche del pianeta Terra.
Pensa, Paul, fino a un secondo fa avevo finito di redigere, fra i fumi della stratosferica San Miguel doppio malto di cui il Tapas è monopolista per Parma e provincia (sono convinto che se continuo a fargli da testimonial un domani sarà gratis anche la birra e non solo Internet, dopo dick il mio fegato chiederà asilo politico in una comunità di islamici osservanti), le memorie del droide Devadip caduto sulla Terra. Sapere che tu su questa Terra non ci sei più mi mette in condizione di scacciare in malo modo il cameriere che mi tenta con stuzzichini similbarcellonesi, mentre in condizioni meno tristi mi sarei lamentato per l'esiguità della porzione.
E allora, Paul, non mi va di fare il giornalista in trentaduesimo (per quello c'è già il mio futuro, spero per mia figlia, genero rimbeccato dal direttore perché non ha riconosciuto il portiere dello Zibello): questo non è un coccodrillo preparato da 20 giorni almeno (che tanto s'era bell'e capito che tiravi gli ultimi, anche tu come mio suocero avevi detto l'equivalente yankee della sua dolcissima storica frase Co gh' stagh'ia a fèr in ospedèl? A voj andèr a morir a cà meja...).
Questo tuo quasi popolaresco, quasi animalesco bisogno di morire nel proprio territorio e non in una clinica assistita dove magari saresti rimasto altri 49 anni a fare l'Eluano der Kansas City, vale più di tutti i tuoi film messi iniseme al quadrato moltiplicati per 3,14.
Devadip ormai si sentiva come "L'uomo che cadde sulla terra", libro che aveva letto e film che aveva visto nella sua memoria posticcia e che, ambèdue, si era ben preoccupato di rileggere e rivedere nella vita reale. Era uscito dal cinema con gli occhi lucidi e in quel momento avrebbe voluto avere a portata di mano quel gadget che i terrestri chiamavano "occhiali da sole" ma che usavano, chissà perché, anche e soprattuto quando il sole proprio non c'era.
Dopo che Sheeva, col suo starnuto cosmico, lo aveva prodotto, Devadip si era visto catapultare sul pianeta più incasinato che potesse esistere. E dire che Sheeva aveva delle convenzioni anche con Zeta Reticuli 4, Aldebaran 2, Betelgeuse 9 e Melone 3; ma lì la popolazione era talmente avanzata in fatto di religione che i seguaci induisti si limitavano a celebrarlo, venerarlo, tessere le sue lodi, al massimo chiedergli dei consigli spiccioli, ma non gli avanzavano mai richieste.
Per altro, finire nelle grinfie di una femmina di celenterato dodecapode di Melone 3 poteva anche non essere il massimo della vita (i più perspicaci tra voi avranno anche capito che per la legge delle proporzioni le stesse avevano 3 vagine, e la cosa poteva essere divertente i primi tempi ma stressante per tutto il resto della loro vita, che equivaleva a 12.000 Consigli degli Dei) e quindi Devadip se n'era finito per fare una ragione.
Poi, come ricorderà chi ha letto le prime tre puntate della saga cosmica di Sheeva, Devadip e Atlevadit (gli altri, se vogliono se le vadano a cercare, e siccome oggi sono di cattivo umore non gliele linko nemmeno, viceversa partano da qui e non rompano i maroni, nel caso estremo smettano di leggere e si dedichino alla pastorizia sull'altopiano dell'Anatolia meridionale...), pressanti impegni di governo di Sheeva gli avevano impedito di guidare passo per passo Devadip nella sua nuova realtà. La cosa non aveva solamente risvolti cognitivi (per così dire) ma anche squisitamente operativi, perché Devadip era piombato sulla terra all'età apparente di 49 anni senza casa e senza lavoro, e in assenza di indicazioni dall'alto se l'era dovuta cavare da solo.
E se l'era cavata neanche malaccio, per un povero androide intelligentissimo ma del tutto a digiuno delle abitudini terrestri. Nel giro di due anni, attraverso agghiaccianti abborracciati tentativi, era arrivato ad un lavoro esteriormente rispettabile quanto interiormente pieno di punti oscuri e ad un appartamentino ino ino con vista sul quartiere più bohemien d'Europa nello stabile più multietnico della Via Lattea (ma da statistiche ufficiali, su 7000 residenti del quartiere risultavano 812 etnìe diverse, e quindi la cosa era nella norma). Ora si ingegnava a costruirsi una vita di relazione degna di quel nome, anche se scopriva tutti i giorni che l'esiguità del conto in banca pregiudicava alla grande il suddetto obiettivo.
E, a tempo perso, cercava di mettere a fuoco la piccola donna il cui insistito veemente petulante mantra aveva indotto Sheeva a starnutirlo sulla terra.
Certamente, se Sheeva lo avesse potuto seguire step by step, ne avrebbe fatto un docile scendiletto per i desiderata di Atlevadit (tale era il nome in codice della richiedente). Ma, non avendolo seguito, Devadip aveva investito nella faccenda tutte le sue macroscopiche rutilanti sesquipedali risorse intellettuali, si era legato a quella donna come voleva lui, come ce ne aveva voglia lui, come gli piaceva a lui, spesso mancando grossolanamente di rispetto ai di lei sentimenti derubricati a finzioni, menzogne, sintomatiche contraddizioni, modi di dire, modi di fare, punti di vista, risibili opinioni.
Aveva sistematicamente e costantemente desantificato i sentimenti di Atlevadit che avrebbero dovuto (secondo i progetti di Sheeva) renderlo pastella per fritto, materia in forma emolla, brodo di giuggiole, materia amorfa a disposizione di tempi ritmi e desideri della femmina desiderante.
E lo aveva fatto tanto bene che mezza Atlevadit continuava a bramarlo, concupirlo, desiderarlo, volerlo, vederlo come il maschio più desiderabile del quartiere (in stato di ubriachezza, di tutta la terra), in buona sostanza amarlo; l'altra mezza gli rivolgeva pressanti inviti per il tempo libero, indulgeva all'invettiva, doveva a qualunque costo anche il più devastante dimostrare a sè stessa che senza di lui ci saltava fuori lo sesso, lo metteva fra parentesi, lo dimenticava obliava scordava denigrava ridicolizzava fra sè e sè ma quando ne parlava alle amiche lo faceva in modo tale da indurre le amiche a sbarrare i loro begli occhioni e mormorare "E uno così te lo lasci scappare?".
Del resto Sheeva, dopo aver sganciato sul reprobo Devadip l'equivalente dell'attacco atomico di Hiroshima e Nagasaki, rendendolo depresso insicuro nichilista, aveva deciso di abbandonare il prototipo e curare una fornitura di pluripenici per le femmine di Melone 3.
La depressione era durata un paio di settimane, durante le quali chiunque stringeva la mano a Devadip rimaneva folgorato e leggermente ustionato; i suoi vicini di casa si scostavano urlacchiando di paura quando saliva e scendeva le scale; i suoi presunti datori di lavoro trovavano tutte le scuse per rendere i rapporti tra lui e il lavoro i più incerti e aleatori possibili.
Alberto Camerini è sufficientemente noto per delle canzoncine techno-pop anni '80 come Computer capriccio o Tanz bambolina, per dei tentativi di emulare i Madness con la dimenticabile Ska-tenati o tutt'al più per delle melense ballate come Serenella.
In realtà, nella prima parte della sua carriera il futuro Arlecchino elettronico aveva prodotto, fra il '76 e il '78, tre album a modo loro "d'avanguardia" che avevano venduto sulle 500 copie a testa ma erano comunque supertrasmessi dalle varie Radio Alice di Bologna e Radio Sherwood di Padova, che tra parentesi usava incongruamente la sigla del Club di Topolino almeno 10 anni prima di Full Metal Jacket, ma si sa, in quegli anni eravamo tutti creativi al limite del medianico-divinatorio tant'è che i rifluenti anni '80 vissero vampirizzando spunti e stimoli che i caotici anni '70 avevano buttato là come si abbandona un bambino esposto davanti al monastero delle Clarisse, a l'em'ma miss al mònd mo ne gh'n'em'ma miga da derogh da magnèr, si giustificavano i genitori poveri di Parma che venivano scoperti in siffatto atto, quando a Parma si respirava una decorosa miseria e non il discriminatorio e mal ripartito benessere di oggi. Ma mi sa che sto divagando....
Di lui avevo già pubblicato il bel testo della Ballata dell'invasione degli extraterrestriormai quasi un anno fa. Altrettanto bello, anche se forse leggermente datato (la parola "padroni" ormai credo che non la usino più neanche i reduci della Guerra Civile di Spagna e la TV a colori allora ce l'avevano in pochi, adesso per così dire "te la dirano dietro") e con almeno una palese inesattezza (la TV è arrivata in Italia quando il piccolo Alberto aveva già tre anni e non nel 1951).
Altrettanto bello secondo me risulta quest'altro testo che definirei (autocitandomi) una affettuosa e bonaria invettiva contro la televisione, signora o troia di ligabuesca memoria.
Inizia tutto in un laboratorio, un arrivo dallo spazio nuovo e meraviglioso
un apparecchio ipnotico, una luce elettronica, un tubo magico di vetro misterioso
I primi traumi, choc, i primi bambini risucchiati, affascinati quasi come magnetizzati
le signorine buonasera davano sorrisi, vecchi films, più che altro in grande quantità
Spiava tutto al suo passaggio, entrava in ogni casa, in ogni cuore di ragazza senza amore
1951, un milione di apparecchi, io ero appena nato, il tempo della sensazione, la nuova invenzione era nata la televisione.
Tutti volevano, tutti adoravano, tutti compravano, tutti credevano alla televisione.
Poi vengono anche gli anni della grande ambizione, il boom del benessere, la corsa alle illusioni,
si vendono milioni di apparecchi, un'antenna trasparente nutre tutta la nazione
L'Italia, Sophia Loren si è moltiplicata sugli schermi, ogni città è conquistata,
esplosioni di risate, i varietà, show di lustrini , lo sport, pagliacci in grande quantità,
i giochi in cui rischiavi tutto, io non avevo niente, il tempo della sensazione, la nuova emozione, era nata la televisione.
Tutti volevano, tutti adoravano, tutti compravano, tutti credevano alla televisione.
Ma dopo 25 anni in bianco e nero di demagogie falsità a 2 dimensioni
forse per avere un altro sogno da sognare o per avere un trucco in più su cui contare
perché l'hanno voluta loro, i padroni, per uscire dalla crisi vendendo altre televisioni,
arriva finalmente anche il colore nell'immagine, a colori anche il sogno come la realtà,
allora ero come Arlecchino, il tempo della sensazione, della fantastica emozione,
della nuova invenzione del colore della televisione.
Tutti volevano, tutti adoravano, tutti compravano, tutti credevano alla televisione.
quando tanti anni dopo si recuperò il tubo magico di vetro e le sue facoltà
E quando più nessuno s'illudeva o si fermava, nessuno scivolava più su dubbi inutili
e quando ognuno conquistò la comunicazione riuscì a liberarsi dalla suggestione
allora la gente la sera rideva e ricordava il tempo in cui era facile abbagliarsi e non vedere più,
allora la gente la sera rideva ricordando il tempo della grande sensazione, della fantastica euforia,
della straordinaria storia dell'invenzione della televisione.
Tutti volevano, tutti adoravano, tutti compravano, tutti credevano alla televisione.
Sì, è vero, Alberto, adesso la sera in molti mettono un cornino alla TV ma solo per isolarsi in modo ancora più agghiacciante davanti allo schermo ancora più freddo e spietato del PC. Questo sì, uno scenario un po' da fantascienza.
E così (forse) Alitalia è salva. Già scorporata la bad company su cui gravano i debiti, le perdite e gli esuberi dalla good company che promette utili a chi ci investe, con una garrula e allegra modalità da repubblica delle banane la good company finisce in mano ad imprenditori garantiti dalla Berlusca Band, la bad company resta nelle mani dei contribuenti che avranno l'onore e l'onere di coprire le perdite.
Chissà perché, riesco a capire quei dipendenti Alitalia che quando si sono sentiti ricattare e minacciare megadecurtazioni dello stipendio, riduzione dei riposi e generalizzazione della reperibilità hanno fatto il tifo perché Alitalia fallisse, anche a costo di cercarsi un altro lavoro un po' meno del czz.
Chissà perché, capisco Barack Obama quando, in una situazione simile a quella dell'Alitalia, anzi molto più grave, con l'intero sistema creditizio statunitense che sta implodendo vittima delle sue contraddizioni strutturali (direbbe qualche lurido marxista non pentito), di fronte al rischio che i contribuenti americani debbano fare quello che i contribuenti italiani fanno dal 1861 (farsi spogliare di una consistente fetta dei propri averi per consegnarli a fondo perduto a un governo incapace e imbelle se non corrotto) ha la veltroniana trovata di affermare "Ma perché non cerchiamo di trattare il contribuente come un investitore?". Che significa: perché non stimoliamo il contribuente a vivere le tasse che versa come un suo importante e vitale contributo alla crescita dell'Azienda-Stato, invece di fargli vivere lo Stato come un medievale esattore di gabelle? Appunto...
Chissà perché capisco il rappresentante dei piloti che ad Annozero, di fronte ai ragionamenti da bottegaio di Castelli, non sarà stato un esempio di bon ton ma gli ha detto papale papale "Lei non sa neppure di che cosa sta parlando", e Castelli si è limitato a una triste scrollata di testa dicendo tra sè e sè "Meglio passare da vittima che da arrogante".
Chissà perché capisco i funzionari dell'aereoporto di Albenga, collegato a Roma quando l'albenghese Scajola (quello che aveva dato del rompicoglioni a Marco Biagi, per collocare il personaggio) era ministro, scollegato quando era andato al governo il centro-sinistra, e prontamente ricollegato a Roma quando Prodi è stato restituito al suo ruolo di nonno (con stanziamento di un milione di euro da parte del governo perché si vocifera che ci siano migliaia di turisti, non solo Scajola per carità, che vogliono atterrare ad Albenga); capisco il loro imbarazzo, le loro reticenze, le loro paradossali arrampicate sugli specchi per giustificare voli Roma-Albenga con 6 passeggeri su 76 posti disponibili, poveracci anche loro devono mangiare....
Chissà perché, non capisco come in questa vicenda tutti si autodichiarino vincitori e nessuno avverta il bisogno di qualche sano momento di umiltà e di autocritica.
Possibile che nessuno prenda Berlusconi per il bavero e gli dica la verità "Sono mesi che ce la meni con la cordata, ma in realtà hai fatto una splendida campagna acquisti, peccato che l'Alitalia non sia il Milan, e comunque attento che 16 soggetti sono pochi, ce ne volevano almeno 18 altrimenti la panchina è corta: hai regalato una good company totalmente bonificata ad un gruppo di imprenditori (che ti resteranno amici nei secoli dei secoli e probabilmente lo erano già) che ci lucrerà bassamente per i 5 anni in cui sei riuscito a convincerli a starsene fermi, e poi venderanno al miglior offerente".
Possibile che nessuno prenda Veltroni per il colletto e gli dica nel suo pittoresco ed espressivo dialetto "A Walterì, ma che stai a ddì che è tutto merito tuo? Ma t'o devo da spiegà io che ciaffatto Sirvio co' lla lettera tua?".
Possibile che nessuno abbia il coraggio di ricordare ai sindacati confederali e di categoria che quando Prodi e Padoa-Schioppa volevano vendere ad Air France senza tante preoccupazioni sull' italianità (che in tempi di Unione Europea sembra quasi un rigurgito parafascista, ma lasciamo perdere...),il che avrebbe comportato niente fallimento, niente ricorso alla legge Marzano sulle aziende decotte, 2150 esuberi mentre adesso ne avremo 6-7000, e ci sarebbero arrivati dalla Francia la bellezza di due miliardi e seicento milioni... quando stava per capitare tutto questo, hanno esercitato una garbata ma insuperabile resistenza poi diventata superflua perché ad aprile è tornato lo psiconano: uno senza cordata ma con una splendida idea in mente, insomma (via...) il Cesare Ragazzi della finanza?
Quanto ai dipendenti Alitalia (e mi sembra di capire che un pilota che si sobbarca turni che possono arrivare alle 18-19 ore portandosi qualche centinaio di persone ai 4 angoli del mondo guadagni infinitamente meno di un dirigente d'azienda che passa la giornata a farsi praticare la fellatio dalla segretaria, per non parlare di hostess e personale di terra che guadagna mediamente il 30-40% in meno dei loro omologhi francesi e tedeschi) sono rimasti inchiodati sullo 0-0 ma almeno non hanno fatto la parte dei pirla. Exigua consolatio sed semper consolatio est....
Secondo una corrente del pensiero relazionale-sistemico un po' esistenzialista, tutta la vita di un essere umano è un lungo tormentato dialogo tra l'Uomo e la Realtà (la Natura, avrebbe detto Giacomo Leopardi che non aveva fatto in tempo a leggere Sartre, e neppure Wittgenstein, figuratevi Watzlawick...).
Da una parte ogni uomo costruisce la propria realtà selezionando gli stimoli che ritiene più rilevanti e ignorando, o quanto meno trascurando, tutti gli altri. Da un'altra parte esiste una realtà concreta, pragmatica, fatta di oggetti fisici ma non solo. Fatta anche di convenzioni, regole, rituali, convenienze, abitudini, censure, obblighi e divieti, complessi equilibri fra piacere e dovere.
E poi esistono degli spazi quasi mistici e metafisici dall'interno dei quali ogni singolo essere umano può rendere reali i suoi sogni: l'Amore, la Solidarietà, l'Arte, fino a qualche anno fa avrei detto la Rivolta ma adesso a passare da comunisti c'è tutto da perdere e niente da guadagnare.
E' con la forza dell'Amore che un uomo può costruirsi alla fine in delicato e precario equilibrio una misteriosa e impercettibile "nicchia ecologica" dove le convenzioni e le trivialità non hanno diritto di cittadinanza. E a quel punto, per riprendere il bandolo della matassa, un essere umano può dialogare con la Realtà da pari a pari o addirittura in posizione privilegiata.
Qualche essere raziocinante, che ritiene che i sentimenti siano un'onda del Pacifico e la ragione una tavola da surf, si aggira attonito e imbolsito per le strade della sua città mettendo la Ragione al posto dell'Amore. Mal gliene sta incogliendo: giacché al posto della nicchia ecologica dalla quale potrebbe dialogare da pari a pari con la realtà, il Fato gli concede sempliemente un'intercapedine (che non è chi non veda essere tutt'altro da una nicchia ecologica) tra il Sogno e la Realtà: in quella intercapedine l'essere raziocinante non può più raggiungere nè il sogno nè la realtà, anche se conserva buona memoria di entrambi per poterne parlare. Vàgola sperduto e vorrebbe lavorare 28 ore al giorno, perché il tempo libero è un inno feroce e disperato al "Vorrei ma non posso, potrei ma non devo, dovrei ma non voglio, potrei ma non voglio, vorrei ma non devo, dovrei ma non posso", dopo di che si trova ad aver esaurito le possibilità combinatorie e ad essere esaurito come il concerto di Vasco.
Continua a leggere Wittgenstein e Lacan e finalmente ha il coraggio di dire "Ma che czz dicono 'sti qua?".
In questo blog, di solito alla voce "Graditi ospiti", hanno trovato ospitalità reiterata Lucio Dalla, Giorgio Gaber, Fabrizio de Andrè, i Nomadi, Francesco Guccini, perfino Luca Carboni e (spiritosamente) i nazionalpopolari Alberto Lupo (e non Lupo Alberto, la differenza non è di poco conto) e Mina; più un David Bowie pudicamente non tradotto, che urlava un bisogno d'attenzione e d'amore che sarebbe stato beffardamente corrisposto 24 ore dopo (ma in quel momento non lo sapevo), un Bono tradottissimo e riadattato, Peter Hammill, i Jefferson Airplane.
Non ha mai trovato spazio Francesco de Gregori, che pure ha scritto delle canzoni apparentemente minimalistiche, in realtà talmente piene di metafore, allegorie e allusioni da lasciare anche il sottoscritto (pur essendo egli versatissimo in quel campo) di stucco & senzaparole, e delle volte anche curatissime sul piano musicale, con delle sequenze armoniche che solo lui si sarebbe potuto immaginare (avete mai provato a tirar giù "Pezzi di vetro" alla chitarra senza avere lo spartito, possibilmente completo di tablatura, e poi chiedervi se De Gregori ha il mignolo smontabile per poter suonare accordi del genere?).
Ma oggi devo riesumare una sua ormai paleolitica canzone, forse fra le prime che suonavo nelle notti padovane a chiunque volesse ascoltare quando la nostalgia di casa era ben più forte della voglia di libertà. Allora non avevo a chi dedicarla. Adesso, con qualche piccola parafrasi per renderla sorprendentemente mia, sì.
Ho visto torri alte un Paradiso, crescere sopra isole deserte, dov'eri tu quando parlavo tanto, ed ero solo come una bestemmia. Torre d'avorio e pena nella notte, cristallizzata nella tua agonia. Dov'eri tu vestita da scolaro, quando dormivo senza avere sonno, dov'eri tu col tuo sorriso onesto, dov'eri tu col tuo vestito hippy e il tuo ospedale per amori infranti, chiusi dentro un cassetto insieme al vino, dov'eri tu col tuo buonumore. Tu mi stavi ammazzando, tu mi stavi ammazzando con amore. E io dormivo dove era più freddo, dentro il mio pozzo ormai senza pudore, con il mio cuore stranamente nudo e mi dicevo adesso si che sto crescendo, invece era soltanto una stazione, sono un'altra iniezione di eroismo utile tutt'al più per affogare, per liberarsi di un vestito stretto ed indossarne uno un pò più largo. Dov'eri tu che mi dicevi sempre, "Guarda che bello, come siamo pazzi". Dov'eri tu quando restavo zitto ed ero ingenuo come una bestemmia, dov'eri tu con la pace nel cuore. Tu mi stavi ammazzando, tu mi stavi ammazzando con amore. E adesso guarda ho rotto il mio orologio e ho costruito la mia stanza a specchi e cullo la mia fine come un bimbo che aspetta il giorno che verrà Natale e non invidio la tua casa bianca, dove resisterai fino a cent'anni, per finire su un letto di granito, con il conforto della tua coscienza, la mani nette e il cuore di cristallo e i cani abbaieranno a mezzavoce. Io forse allora non sarò più niente, solo una X nel ciclo dell'azoto, se c'è un inferno mi potrà ascoltare. Buonanotte sorella, buonanotte sorella con amore...
Lo stacco tra estate ed autunno è il più drastico e crudele tra i cambi di stagione. Gli altri passaggi sono graduali, preceduti e accompagnati da una fitta sequela di preavvisi, presentimenti, anticipazioni, allusioni, strane inenarrabili sensazioni.....
L'autunno no. E l'estate nemmeno. Non si è ancora capito, dopo svariati miliardi d'anni che il fenomeno si presenta (prima la Terra era talmente bollente che si può dire fosse perennemente estate) se è l'estate che si rompe le palle e se ne va insalutata ospite totanbòt, o se è l'autunno che invece di aspettare una curriculare cerimonia di insediamento strangola l'estate in una notte di settembre (o se è un po' timido, di inizio ottobre e poi si pente e concede anche un'estate di San Martino ai primi di novembre), fa crollare le temperature, dà quel mezzo punto di share in più al meteorologo che annuncia che "le temperature sono vistosamente al di sotto delle medie stagionali" come se annunciasse che la cordata per salvare l'Alitalia era una boutade estiva di Berlusconi, ci costringe ad affannose ricerche di maglioni che poi saltano fuori sbranati dalle tarme, ci spruzza addosso fastidiose pioggerelline all'inglese ed ancora più fastidiose pioggerelline ornitologiche da parte di branchi di volatili che bivaccano come tunisini davanti alla stazione inquieti per dover anticipare la migrazione (gli uccelli, perché per i tunisini non c'è speranza).
C'entra sicuramente anche l'inizio delle scuole, che scuote branchi di giovani decerebrati virgulti dai loro ozi estivi e intasa la città di motorini scoppiettanti che compiono manovre tipo UFO con totale sprezzo delle leggi dell'inerzia, della gravità e della fisica in generale, riempie tra le 7.30 e le 8 e tra le 12 e le 14 gli autobus di rutti, scoregge, conati di vomito, affettuose invocazioni alla Divinità, battute degne di Pippo Franco, demenziali dinamiche di gruppo, fa la gioia soltanto di librai e cartolai che a metà ottobre possono partire tranquilli per le Maldive dopo aver piazzato ai nostri figlioli zainetti che costano come attici in Piazza Duomo e astucci superaccessoriati che costano come un'utilitaria.
I tuoi amici professori che fino al 14 settembre erano gioviali, intelligenti e creativi, tornano ad assumere la loro triste facies di Fantozzi di stato (no, meglio Fracchia perché un Fantozzi di stato purtroppo c'è già e sussume su di sè l'onere di siffatto nome), riprendono a trascinare i piedi con fare depresso chiedendosi chi tra loro cadrà sotto la scure moralizzatrice della minestra Gelmini.
Le facili promesse erotiche, i garruli amori che si intrecciavano sotto lenzuola roventi e sudaticce lasciano il posto a squallide recriminazioni, accuse e scuse senza ritorno, hai ragione sai io non sarò mai come vuoi (beh non ne parliamo più), e gli ormai ex-partners si rinchiudono in un ripensamento sugli anni e sull'età usandosi biecamente a vicenda come capro espiatorio colpevole unico della propria dissoluzione morale (meglio sarebbe se non ti avessi amato, disgraziato/a che non sei altro!!!!!).
E il Tempo, questo grandissimo farabutto, sembra che verso la metà di settembre dia un colpo di tallone e se ne voli via senza aspettarti, senza concederti il time out che implori e pure meriteresti.
Frammenti di te ti abbandonano come foglie morte; li calpesti incurante e continui caparbio nella tua ottusa e vana corsa verso il Nulla.
Salve signore e signori, sono Giovanni Lanza, Presidente del Consiglio in occasione della presa di Porta Pia. A differenza di Cavour, Mazzini, Garibaldi, Farini, Rattazzi e compagnia cantante non mi hanno dedicato neanche una via e molti pensano che sia il fondatore della Mira Lanza. Ma andate a cagare...
La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico. Così parlava Camillo (penso) Conte di Cavour al Parlamento non ancora italiano l'11 ottobre 1860. Con sincero amore per Roma? O con spirito ribaldo di rivalsa e di conquista? Sognando i già allora ingenti tesori pontifici? Affascinato da questa città che obiettivamente ne ha viste di tutti i colori (ma con Alemanno rischia di vedere anche colori inesistenti nello spettro, ma non divaghiamo...)? Con lo stesso spirito con cui Berlusconi annuncia tanto ai tifosi del Milan quanto agli elettori di Forza Italia l'acquisto di Ronaldinho? Non ci è dato saperlo....
A quel tempo i cronisti erano molto rispettosi del potere e poco inclini a cercare lo scoop, tutt'al più sulle poche gazzette circolanti allora veniva pubblicata una velina (non nel senso di una decerebrata discinta, ma di una nota scritta inviata direttamente dal governo) e poi si tornava a parlare del fungo gigante scoperto dal Sig. Baldassarre Violanti nei boschi della Lunigiana. Su cosa si muovesse dietro la vasta fronte del Grande Moderato, incline a piemontesi elucubrazioni e torinesi rinvii laddove il veltroniano Mazzini credeva ancora che il popolo (che a Cavour stava leggerissimamente sui coglioni) potesse incidere sulla storia, nulla possiamo sapere. Nessun giornalista sudaticcio e dall'alito pestilenziale aveva ammorbato l'ecosistema del Camillino Eldorado piantandogli un fallicamente allusivo microfono sotto il naso con il tormentone alla Lello Bersani "Cidìca cidìca". Nessun negretto di redazione era stato inviato ad orecchiare le sue discussioni private con D'Azeglio per carpirgli epocali segreti.
Mancandoci quindi riscontri diretti, dobbiamo usare i metodi vagamente archeologici del bravo storico cominciando col collocare il discorso cavouriano nel suo contesto politico. Con sopraffina strategia, Cavour era riuscito a cavalcare nei fatti la spedizione dei Mille di Garibaldi che a parole avversava; l'esercito sabaudo era comparso nei tempi supplementari quando i garibaldini erano già trionfalmente risaliti da Palermo fino a Napoli bastonando i borbonici in ogni occasione lecita e consentita; l'annessione finale dell'ex-Regno delle Due Sicilie era avvenuto attraverso un plebiscito popolare e praticamente senza colpo ferire. Così Vittorio Emanuele II se ne potè entrare a Napoli come un liberatore (i napoletani non avevano la più pallida idea di come l'Italia li avrebbe trattati di lì in poi, altrimenti avrebbero organizzato una fierissima resistenza).
Laddove un'azione militare diretta sarebbe stata problematica o viceversa facilissima ma coronata da catastrofico insuccesso, Cavour faceva valere la forza della diplomazia e delle alleanze. E fu tanto bravo da costruire uno stile di governo tanto che, ben 54 anni dopo la sua morte, l'entrata in guerra dell'Italia nel 1915 al momento giusto, nell'alleanza giusta e con gli accordi giusti fu un capolavoro post-cavouriano. Aperta parentesi: nel 1940 Mussolini si comportò, viceversa, come un Mazzini in acido. Chiusa parentesi.
Il grosso problema di Cavour non erano i nemici militari, ma il mantenimento di alleanze genuflesse quanto opportunistiche (vedi gli ultimi 63 anni fra USA e Italia), prime fra tutte quelle con gli amici-rivali francesi. Come quasi tutte le alleanze non basate su una piena condivisione di valori (ammesso che ne esistano), quella italo-francese era inoltre suscettibile di dar luogo a piccole simpatiche scaramucce al simbolico grido di "Ma chi vi credete di essere?".
Un secondo problema di Cavour era che a volte il popolo vuol fare da solo e quando si muove non tiene conto (da quell'ignorante che è) delle sottili alchimie politiche, e propende per conclusioni di tipo fastidiosamente rivoluzionario.
Ma, ahimè, dopo aver dato l'input "Prendiamoci Roma" Cavour muore alla tenera età di 51 anni, età che a 140 anni di distanza è praticamente post-adolescenziale ma allora era attempatissima.
Gli succede Bettino... no, non Craxi, è ancora presto... Bettino Ricasoli, sulla carta moderato come lui ma forse un po' meno permaloso, tanto che reintegra i garibaldini nell'esercito regio (in precedenza erano di fatto delle brigate partigiane ante litteram) e richiama Mazzini dall'esilio.
Tenete presente che allora i governi duravano mediamente 8-9 mesi senza che il popolo disinformato e beota protestasse. Così a Ricasoli succede Urbano Rattazzi, torna Ricasoli, Ricasoli se ne va sbattendo la porta, Rattazzi ritorna, arriva Menabrea. E non sono cambiamenti da poco, perché Ricasoli considera Garibaldi e Mazzini dei bravi ragazzotti un po' discoli, Rattazzi li prenderebbe a calci nei denti come Lo Monaco con Mourinho, Menabrea è convinto che con loro bisogna ragionare pazientemente come si fa coi deficienti ma senza passare a vie di fatto.
Perso il baluardo del centrocampo Camillo (penso) Conte di Cavour il gioco dell'Italia latita sulle fasce e si insterilisce in velleitarie percussioni centrali. Nel frattempo, chiunque sieda sulla poltrona di Primo Ministro pone, si pone e propone la "questione romana" più o meno come si fa adesso con la questione dei nostri soldati all'estero.
Obiettivamente, peraltro, un'Italia che ricordava il Pakistan di una volta con lo Stato Pontificio nella parte dell'India lasciava esteticamente un po' a desiderare. Tutto questo anche se nei territori pontifici si parlava una lingua molto più vicina all'italiano standard di quanto non capitasse nelle vallate bergamasche o nella Conca d'Oro.
Se Cavour fosse morto qualche anno dopo, sicuramente Roma sarebbe diventata italiana per sfinimento dopo un lungo lavorio ai fianchi.
Ma, nel succedersi di governi successivi alla sua morte, si alternavano le operazioni diplomatiche formali, le pastette sotterranee, le intemperanze di Garibaldi che voleva fare da solo ed i tentativi di indurre i Romani Moderni ad un univoco pacifico pronunciamento a favore dell'annessione (a cui i Romani Moderni, già da tempo passati da Cicerone a Gioacchino Belli, rispondevano "Ma ddechè?"). La capitale viene spostata da Torino a Firenze come atto simbolico di buona volontà verso i Francesi, che ovviamente controllano militarmente Roma ma non vogliono che si dica in giro.
Nell'estate del 1870 il fattore C anche detto italico stellone vuole intanto che la Francia debba discutere con una certa veemenza delle questioni dinastiche con la Prussia, o forse far vedere agli incontentabili francesi che i tempi di Napoleone Bonaparte non sono del tutto passati, e quindi ritira quasi tutte le truppe da Roma. Perderà comunque ma intanto lascia i territori pontifici scoperti.
Con totale correttezza, il Ministro degli Esteri Visconti Venosta fa presente che gli accordi di non ingerenza sul territorio di Roma siglati nel 1864 con la Francia sono venuti a cadere per il semplice fatto che i Francesi non vi si sono attenuti. I Francesi hanno i Prussiani che marciano su Parigi e quindi hanno altro a cui pensare.
Così, mentre Pio IX fa il bambino offeso contro l'inaudito ardire dei Sabaudi e schiera un'accozzaglia di guardie svizzere, volontari, mercenari, commercialisti e impiegati del catasto tanto per non fare brutta figura, le truppe torinesi, pardon italiane, entrano a Roma dopo una battaglia che lascia sul terreno un numero di morti inferiore a un normale weekend di ferragosto. Pio IX dichiara ingiusta, violenta, nulla e invalida l'occupazione italiana e vorrebbe anche aggiungere, "Non vale, si rifà", dichiara la sua condizione di prigioniero politico e scomunica il Re d'Italia.
Ci penserà Mussolini a rimettere le cose a posto nel 1929.
E ora che abbiamo fatto l'Italia, disse non so chi, facciamo gli Italiani....
Riassunto dei post precedenti: il Dio Sheeva, dio transgenico con qualche cromosoma yankee, crea un droide per saziare gli appetiti di una sua protetta; ma, a causa di un impegno celeste, deve lasciare il droide allo sbando. Il droide ne combina di tutti i colori, interagisce rovinosamente con gli umani prendendone alcune delle peggiori abitudini, matura una personalità autonoma e una volontà indipendente, ma soprattutto trascura la sua missione e arriva ad intrecciare a più riprese una relazione con una donna diversa da colei che l'aveva per così dire "prenotato". Sheeva lo trasformerebbe volentieri in energia pura per poi spargerlo ai quattro angoli dell'Universo, ma è frenato dal fatto che la richiedente, nonostante il funzionamento completamente anomalo del droide, se ne mostra completamente soddisfatta.
Colpito dalla terrificante ventata delle volontà di Sheeva, Devadip si era sentito come quando, nella memoria evidentemente posticcia e implausibile che il dio aveva frettolosamente introdotto nelle sue pseudomeningi, un'onda di almeno 7 metri lo aveva travolto mentre giocava tranquillo sulle rive dell'Adriatico all'età di 8 anni. O forse gli anni erano 7 e i metri 8?
E come allora, dentro di sè lui aveva sfidato l'onda e mentre l'intero parentame correva urlacchiando verso il gorgo di schiuma che lo avvolgeva, convinti tutti di raccoglierne al massimo una cartilagine auricolare e due frammenti di incisivo, si era tirato su bello tranquillo e intero protestando anzi contro quell'assembramento improvviso.
Devadip sapeva benissimo che l'ira tremenda di Sheeva dipendeva dalla sua angoscia per la perdita del controllo su di lui: del resto nelle stucchevoli memorie che simulavano un'infanzia e un'adolescenza normali, Sheeva aveva inserito una madre che aveva lottato invano per 20 anni per recuperare un controllo dal quale lui si era sagacemente e abilmente sottratto appena quattordicenne. Sapeva benissimo che sull'oggetto perduto (e perduto probabilmente per sempre) si scatenavano bibliche, babeliche, babiloniche ire che altro non erano che la riconversione dell'amore non corrisposto e non più in grado di trovare un approdo.
Sheeva non lo controllava più, e a questo punto spettava a lui decidere se continuare ad interfacciarsi con Atlevadit. Per il momento si sentiva di continuare, e in realtà le folgori maligne di Sheeva lungi dal richiamarlo all'ordine ne esacerbavano vieppiù lo spirito ribelle.
Devadip continuava a voler bene ad Atlevadit, non in virtù di, ma nonostante i tentativi di Sheeva di regolamentarlo.
Nel frattempo, Atlevadit aveva già percorso l'intero itinerario dei suoi ma, dei suoi forse e dei suoi se. Se mi accorgo che non sono capace di amare Se mi accorgo che torno ad essere dipendente da qualcuno Se mi stanco io e non riesco a dirglielo Se scopro che sono diversa da quella che pensavo e non mi piaccio più Se scopro che con lui potrei esser diversa e non voglio esserlo Se scopro che vorrei esserlo Se sento il bisogno di stare da sola e lui non lo capisce Se solo la mia vita fosse stata diversa adesso magari potrei dargli quello che lui vuole da me Se solo lui mi amasse meno Se solo lui mi amasse di più Se solo lui avesse più pazienza Se solo lui mi piacesse meno Se solo capissi perché mi piace Se solo non mi sciogliessi tutte le volte che leggo qualcosa che ha scritto Se solo non mi stupisse ogni volta con qualcosa di nuovo Se solo non mi leggesse come un libro aperto Se solo fossi la donna fatta per lui Se solo fossi la donna che vorrei essere Se solo tutto fosse perfetto e non ci fosse ogni volta bisogno di stare male per amare e per farsi amare Per arrivare a concludere che "no, non lo so e forse non lo voglio neanche sapere, per il momento il mondo è già perfetto così!".
Di solito uso le canzoni quando non mi basta più la creatività per dare veste letteraria alle mie misere vicende umane. O quando mi vergogno di parlare d'amore e allora lo faccio per procura.
Ma qualche volta mi piace scovare, se non canzoni intere, almeno frammenti di canzoni che sembrano scritte oggi. O forse oggi non si potrebbero più scrivere con quelle parole così esplicite. E magari, come questa di De Andrè, è stata scritta nel 1973. Ma non vi fa risuonare vicende di questi ultimi, diciamo, 13-14 anni, da Tangentopoli-Manipulite in poi?
Imputato, il dito più lungo della tua mano è il medio quello della mia è l'indice, eppure anche tu hai giudicato.
Hai assolto e hai condannato al di sopra di me, ma al di sopra di me, per quello che hai fatto, per come lo hai rinnovato il potere ti è grato.
Ascolta una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge.
Oggi, un giudice come me, lo chiede al potere se può giudicare. Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?
Riassunto del post precedente: Il Dio Sheeva, commosso dalle richieste di una piccola donna ( "Datemi un uomo che mi parli e mi possieda...") crea un perfetto droide che incarna alla perfezione, tutto e solamente, l'esplicito desiderio della postulante. Siccome Sheeva non fa l'igiene dentaria ai trichechi, il droide viene generato già con 49 anni di memoria incorporata. Ma altrettanto siccome è la prima volta che Sheeva si cimenta con simili incombenze, e quel giovane Cristo induista che sarebbe Shakti, pur essendo addetto alle faccende terrestri, non gli è di aiuto alcuno, la memoria viene fuori zeppa di incongruenze così che il droide fin dal primo secondo comincia a chiedersi "Ma che cavolo sto combinando? Ma chi sono? Ma da dove vengo? Ma dove vado?", anche se nel giro di un paio di mesi si abitua a considerarli quesiti esistenziali un po' sartriani.
Sheeva, impegnato in un consiglio degli Dei durato due anni terrestri, lascia il droide allo sbando con tutti i suoi quesiti esistenziali, tanto che inizialmente il tapino si invaghisce di (e ovviamente si accoppia con) una donna più giovane, più alta e più ignorante nonostante non gli tornassero del tutto i conti. Ma tanto che c'è prende la cosa in modo costruttivo.
"Droide Devadip, ascoltami! E' il tuo Dio Sheeva che ti parla! Ti ricordo che il tuo obiettivo sulla Terra è solo ed esclusivamente quello di dare la realizzazione erotico-spirituale alla donna che in codice, qui nella Trimurti, abbiamo ribattezzato col nome di assonanza indù Atlevadit stante la banalità del suo nome europeo. Qualunque iniziativa che esuli dal compimento dell'obiettivo implicherà il tuo immediato annientamento in energia pura che si spargerà per i quattro angoli dell'Universo. A qualche perverso narcisista la prospettiva potrebbe fare piacere ma a te ho l'impressione che non aggraderebbe troppo. Quindi su le maniche e vada come vada...".
Queste erano le parole che Sheeva urlacchiò direttamente nell'apparato ricettore del droide, rendendosi conto che la sua missione non stava avendo l'esito sperato. Sul suo monitor celeste aveva visto con raccapriccio il droide concedere ad Atlevadit delle attenzioni decisamente insufficienti, pretendendo da lei dei riscontri affettivi che non facevano parte del pacchetto originario; in buona sostanza il droide si prendeva delle libertà ed assumeva delle iniziative totalmente non previste.
Era pur vero che il Consiglio degli Dei era stato di una brevità assoluta a livello del tempo divino, visto che si era risolto in una rapida lettura dei procedimenti che Sheeva intendeva adottare e in uno sbrigativo "Siamo d'accordo, ragazzi?" che non ammetteva risposte negative; ma era durato l'equivalente di due anni terrestri. E nel frattempo Devadip, che doveva essere amorevolmente governato da Sheeva almeno per i primi 2-3 anni, aveva raccolto tutto il ciarpame umano possibile ed immaginabile e si era di moltissimo allontanato dalla perfezione.
A onor del vero, Atlevadit apprezzava comunque l'inattesa regalia (forse perché ignorava si trattasse di una iniziativa di Sheeva, altrimenti avrebbe preteso un bel po' di più) nonostante (orrore!!) più di una volta Devadip la trattasse con alterigia, superbia e supponenza, e (raccapriccio!!) per un certo periodo le avesse preferito una malconcia villanella che non corrispondeva in nulla all'immagine segnaletica che il droide aveva saldamente piantata in memoria (e Sheeva aveva cospicui dubbi che lì Devadip avesse fatto in modo molto ma molto terrestre "il finto tonto").
Ma acciderba, il gradimento da parte di Atlevadit era il minimo concepibile per non interrompere subito la missione, quel dannato droide doveva essere reso permanentemente sottomesso alla volontà della richiedente e definitivamente inibito a prendersi iniziative personali.
Quindi basta con questi atteggiamenti alla Rodolfo Lavandino, mandiamogli tra capo e collo una bella depressione tale da fargli pensare che nulla nella sua vita funziona come dovrebbe, che le donne lo aborrono lo scartano lo schivano e lo schifano, tutte tranne quella fine intenditrice buongustaia dell'Atlevadit, che è l'unica che lo capisce, lo apprezza e lo brama.
Basta con questa sdrucciola "amicizia" con la villanella, facciamole arrivare anche a lei fra capo e collo qualche amorazzo ad hoc così che sia lei ad andarsene ma dando a Devadip l'illusione che sia stato lui a cacciarla.
Basta con la sicumera che da qualche tempo Devadip ha messo su, mandiamogli anche tutta una lunga serie di problemi lavorativi ed economici così che arrivi alla logica conclusione che se non ci fosse Atlevadit non avrebbe più ragione di esistere.
E rimettiamo la nostra leggiadra protetta nella condizione di estrarre l'uomo dei suoi sogni dalla custodia se quando e qualora Ella lo desideri, nelle circostanze e per il tempo che Ella considera appropriati, e di rimetterlo in stand-by non appena egli torni a venirle a noia.
Ciò deciso e deliberato, Sheeva diede un leggero colpo di tosse e tutte le sue volontà divennero effettive.
Il Dio Sheeva, contaminazione indo-americana, sinceramente infastidito dall'insistente mantra di una piccola donna che lo invocava da territori un po' troppo ad Occidente per i suoi gusti, decise di intervenire. Il mantra era ripetitivo (e sennò che diavolo di mantra sarebbe?) e consisteva delle parole: "Datemi un uomo che mi parli e mi possieda...".
Sheeva, stante la sua condizione di Dio-ogm con qualche gene yankee, ben conosceva le differenze fra le donne della sua terra d'origine e quelle indemoniate delle occidentali e si stupiva che quella donna, nata e cresciuta in una delle aree più laiche ed edoniste dell'intero pianeta (quando ci si metteva dava perfino dei punti alla California), non riuscisse a procurarsi un uomo che rispondesse a quegli elementari requisiti (o forse a volte i requisiti si presentavano, ma nell'ordine inverso a quello desiderato? Mah...), ma soprattutto che invocasse un essere trascendente per realizzare le sue fantasie.
E siccome Sheeva era abbastanza telepatico ("non sono mica Bhagwan o Sai Baba..." soleva affermare) vedeva che la minuscola graziosa donna che il tempo si rifiutava di segnare censurava dei desideri un po' meno realizzabili, tipo "Portatemi George Clooney" o "Rendetemi di nuovo desiderabile al bell'idiota che occupa militarmente la mia vita e il mio appartamento, che se mi suona George Clooney devo far finta che non ci sono". Impietosito più che convinto, Sheeva sternutì e immediatamente comparve un perfetto droide che incarnava alla perfezione non solo l'esplicito desiderio ma anche i sottintesi, i retrogusti impliciti, le consonanze semantiche inconfessate: non troppo bello sennò lei non lo avrebbe mai approcciato nè avrebbe preso per vero il suo corteggiamento, non troppo buono sennò lei ne avrebbe fatto marmellata, non troppo alto perché a lei piaceva farsi baciare durante l'amplesso e un bel torace villoso ad altezza oculare alla fine diventa anche stucchevole, non troppo magro per non farla sentire Ciccia Bombola Cannoniera, però culturalmente ed eroticamente preparatissimo. Un mezzo cesso però con quel certo non so che...
Siccome Sheeva non faceva mica le robe così per l'aria che tira e non faceva l'igiene dentaria ai trichechi, il droide era stato generato già con 49 anni di memoria incorporata. Ma siccome era la prima volta che Sheeva si cimentava con simili incombenze, la memoria era zeppa di incongruenze così che il droide fin dal primo secondo cominciò a chiedersi "Ma che cavolo sto combinando? Ma chi sono? Ma da dove vengo? Ma dove vado?", anche se nel giro di un paio di mesi si abituò a considerarli quesiti esistenziali un po' sartriani. Però anche se la memoria era zeppa di incongruenze, o forse proprio per questo, c'era dentro di tutto: dalla logica alla scienza, da Marcuse fino a Dante, anche Fellini (com’è pesante…).
Oltre alla memoria, atta ad affascinare la minidonna e convincerla di aver trovato pane per i suoi denti, l'apparato paracognitivo del droide conteneva delle semplici basiche istruzioni su cosa fare: presentarsi nel mondo della postulante senza farle troppa impressione, ma lanciando eloquenti segnali non verbali sagacemente equivalenti ad un esplicito "Carmencita sei già mia, chiudi il gas e vieni via...", indi aspettare le sue reazioni.
Solo che Sheeva si riprometteva di vigilare sull'operato del droide come Boncompagni con Ambra, Ubaldi con Vignali, Berlusconi con la Carfagna, ma impegnato in un consiglio degli Dei durato due anni terrestri, lasciò il droide allo sbando, tanto che inizialmente il tapino cannò totalmente il bersaglio e si invaghì di una donna più giovane, più alta e più ignorante nonostante non gli tornassero del tutto i conti ("Beh, però visto che Sheeva tace andrà bene così..." si diceva il povero droide anche se i congiungimenti carnali con la villanella erano ben lungi dall'appagarlo, e quanto all'interfaccia verbale lasciamo ben perdere...).
Quando finalmente la piccola donna, inconsapevole del regalo di Sheeva (che aveva incaricato Shakti, un po' più a suo agio con le tecnologie moderne, di mandarle un fax che però era arrivato illeggibile) si fece sotto, dovette sopportare un umiliante ballottaggio con la villanella malsana: vabbè che ai ballottaggi e alle comproprietà affettive c'era abituata, ma vivaddio questo si presentava come l'omettino dei suoi sogni e la riscossione risultava problematica come sempre più di sempre...
D'altra parte, il mancato contatto con Sheeva aveva gradualmente reso il droide stesso inconsapevole del suo obiettivo, tanto da arrivare a fargli teorizzare: "Bo', se ci sei bene, se no passo una interessante serata col processo di Biscardi e chi s'è visto s'è visto...".
Ma dalle ultime notizie in nostro possesso, il consiglio degli dei si è appena concluso e Sheeva sta smanettando sulla sintonia per rimettersi in contatto con il droide, che per ora riceve segnali confusi e fa le cose giuste senza sapere perché (tipo cacciare malamente la villanella in occasione di uno dei suoi di solito riuscitissimi blitz di riconquista, reprimere la sua virulenta vis oratorio-polemica e ragionare temporaneamente come un normale impiegato del catasto ecc. ecc.). Ma presto la voce di Sheeva risuonerà chiara e netta nella sua mente e il buon droide finalmente si sentirà un po' più tranquillo. Quanto alla piccola donna, a voi immaginare il meraviglioso paradiso che la attende.
Il bello (o il brutto) del pensiero rispetto all'azione, come il bello (o il brutto) della masturbazione rispetto a un rapporto sessuale che coinvolga un altro essere umano, è che mentre la seconda richiede un adattamento tattico all'ambiente circostante e non sempre ti viene come vorresti, il primo si erge nella sua cristallina purezza e nella sua impeccabilità formale fino a convincerti che se la realtà fattuale non coincide con quella che tu cogiti come giusta, ma che la realtà fattuale si impicchi con le sue stesse budella...
Osvaldo Contenti che maneggia la comunicazione ostensivo-analogica molto meglio di me, con un'immagine gravida di implicazioni riesce a farmi, farci, fargli, farcitura, avetemaipresonafarcenmano, capire a quali abissi di abiezione conduca un eccesso di pensiero mentre la realtà strombazzando ti sorpassa a destra (e ti si schianterebbe addosso se tu cambiassi corsia, ma non c'è rischio che tu lo faccia...).
Anzi, mentre lei ti sorpassa a destra tu puoi ancora esibirti in un tormentone di 30 anni fa: "Tzè... Io sono più a sinistra di lei...".
Già... La sinistra e la destra. Gaber si interrogava su cosa fosse la destra e cosa fosse la sinistra. E si dava parecchie risposte, alcune semplici calembours e altre decisamente serie. Ma in realtà non è chi non veda che, almeno in Italia oh dolce Italia, la sinistra sta dalla parte del pensiero e della complessità, la destra sta dalla parte dell'azione e della semplificazione. In effetti negli anni '70 bisogna riconoscere che i coetanei del Fronte della Gioventù si divertivano sicuramente di più di noialtri sinistrorsi e un po' sinistri, impegnati in estenuanti seminari, gruppi di autocoscienza, assemblee permanenti, letture gramsciane mentre loro percorrevano spavaldi i quartieri alla ricerca costante di azioni decerebrate.
Però, tornando al tema dell'esegesi dell'opera contentiana, c'è un limite a tutto. Potendo scegliere è meno pericoloso e aberrante un pensiero senza azione che un'azione senza pensiero, ma bisogna trovare un punto archimedeo di equilibrio, magari 60 pensiero e 40 azione; o almeno trovare degli spazi artistici riconosciuti che se anche non ti permettono di mantenerti economicamente costituiscono un adeguato deposito-contenitore del tuo pensiero che gli conferisce un significato sociale (se il tuo pensiero fatica a tradursi in azioni che modifichino la realtà, almeno traducilo in espressioni socializzabili, ed è anche quello un modo di incidere e di esserci).
In difetto di tutto ciò, il pensatore diventa quello che Osvaldo configura con agghiacciante lucidità e abbacinante nitore (qualcuno direbbe nitidezza ma io sono aulico): più un pinnipede che un primate superiore (e stranamente le scimmie pur avendo un bell'encefalo agiscono parecchio e non si fermano mai, non ci starebbero assolutamente a passare buona parte della giornata sonnecchiando come un felino o un canide qualsiasi). Allora il corpo prima si arrotonda e poi si sfascia, quasi a mostrare che non è con esso che vuoi conquistare consensi ma con la Mente, la tua Mente eccelsa che può nobilitare anche il corpo più sgraziato e deforme. E non importa se la donna che si è fatta conquistare dalla tua incontenibile favella ed affascinare dalla tua sagacia appena può scappa appresso a un venticinquenne palestrato sorvolando sulla sua totale incapacità di servirsi del congiuntivo (tanto si congiunge benissimo ad altri livelli che tu ritieni laidi e postribolari).
E mentre ìl tuo motore speculativo batte in testa e comincia a tossicchiare lasciandoti in panne ai margini della Tangenziale Epistemologica, tu guardi con un disprezzo che maschera l'invidia sfrecciare multicolori vetturette dal motore scoppiettante a due tempi, a un tempo, a mezzo tempo, ma vivaddio quel tempo è impiegato tutto.
Mentre il 4 novembre, il 2 giugno, il 25 aprile sono ricorrenze legalmente riconosciute, l'8 di settembre è trattato come un parente eccentrico al quale è bene non consentire l'accesso nel salotto buono.
Il 4 novembre rappresenta il capolavoro della sagacia italica, che ci permette di intrupparci in una alleanza più che mondiale cosmica contro l'Impero Austro-Ungarico che sta implodendo da solo: un mix di sapienza tattica e di fattore C alla Marcello Lippi, non disgiunto da un po' di faccia tosta. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalirono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza, e così sia...
Il 2 giugno rappresenta il nostro understatement: al posto di ghigliottinare il re alla francese, con garbo italico si chiede alla famiglia reale di accomodarsi all'estero per una cinquantina d'anni, tanto poi tornerete con tutti gli onori e diventerete gli idoli della mondanità chic del Belpaese.
Il 25 aprile è il fratello nobile dell'8 settembre e il cognato a carico del 2 novembre. Come a volte succede, la gente, il popolo, la plebe priva di tutto salvo che di buona volontà e fantasia si rivela migliore degli Eletti, specie quando gli stessi risultano auto-eletti attraverso una barbarica invasione dell'Urbe e il popolo si limita a sopportarli aspettando tempi migliori, pur non avendoli ufficialmente scelti. Emblematico l'aneddoto narrato da Tullio Kezich nella sua splendida biografia di Federico Fellini: Aldo Fabrizi, poco prima di firmare il contratto per Roma città aperta (di cui Fellini è collaboratore ufficioso alla sceneggiatura intanto che decide cosa vuol fare da grande) guarda con aria smarrita Rossellini e chiede esitante "E se quelli poi ritornano?".
L'8 settembre rappresenta un momento contradditorio e tragicomico: lo Stato dice sbrigativamente agli Italiani "Arrangiatevi..." e gli Italiani si arrangiano come possono.
"Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza". Un modo garbatamente allusivo per dire "Ragazzi, i tedeschi non l'hanno mica presa tanto bene. Già gli stavamo sulle scatole prima, come alleati inaffidabili e inetti... Figuratevi adesso...".
Il quadro in realtà è per certi versi simile a quello del '15-'18, ma con una piccola differenza: che gli eredi storici dell'Impero Austro-Ungarico (eredità tutt'altro che virtuale, perché quello che resta dell'Austria viene annesso alla Germania con un Anschluss unilaterale, e lo stesso Adolf Hitler è austriaco di nascita) fino a un secondo prima erano i nostri capi-cordata (usare il termine "alleati" fa un po' ridere data la grottesca disparità del potenziale militare nostro e loro). A 28 anni di distanza, l'Italia si intruppa ancora nell'alleanza giusta ma, per usare una metafora calcistica, in fuori gioco e a tempo scaduto.
La virulenza che tutto il mondo civile ha contro la Germania nazista è sicuramente superiore a quella di inzio secolo contro l'Austria. E gli eserciti sovietico e americano sono molto meno approssimativi di 30 anni prima. Anzi, gli USA fanno le prove generali del loro ruolo di portatori sani di democrazia.
Senza la lenta ma sicura risalita degli Alleati lungo lo stivale, certamente la forza popolare non sarebbe bastata.
Ma quella incredibile ventata di utopia che rendeva partigiani militanti quelli che fino a pochi giorni prima erano pavidi e banali "supportatori" del fascismo (ricordiamoci che to support in inglese vuol dire sostenere, mentre la traduzione ad assonanza italiana rivela junghianamente quello che il cittadino medio pensava di Mussolini....), quel primato dell'ideale sulla convenienza, quel desiderio di lasciare un segno nella storia, quella voglia di azione può essere stata pragmaticamente irrilevante, ma almeno simbolicamente ha avuto il suo peso.
E non escluderei d'altra parte che lo spirito partigiano sia stato esportato 15 anni dopo, da giovani resistenti divenuti nel frattempo operai, impiegati, dirigenti, insegnanti in quello che venne chiamto il Miracolo Italiano (non solo economico, non solo economico...).
Di quello spirito oggi non resta traccia alcuna: i pochi operai superstiti anèlano a diventare dei borghesi virtuali grazie alle arti occulte delle finanziarie; si riscrivono i libri di storia derubricando la Resistenza a una lurida guerra civile in cui delinquenti comuni trucidavano impuniti gentiluomini innocenti; il mito dei ventenni non è la libertà ma andare in TV.
Quando quei tuoi pensieri in altalena attraversamo rapidi la vita ma ti sfuggono buffi dalle dita anche se poi non te ne dai gran pena...
Quando quei tuoi equilibri ballerini scandiscono momenti inconsistenti però di anni non ne hai proprio venti e questi non son giochi da bambini...
Quando l'anima urla e si dimena non sopportando angoscie interminabili, dubbi supremi, malattie incurabili, e si dibatte come una falena
solo due son le vie, le soluzioni che qui si elencano in modo lineare o arrabattarsi nel tira a campare o urlare "Me so' rotto li cojoni".
Nel primo caso, della tua tragedia non resta traccia alcuna per i posteri; giacchè non sei il Ministro degli Esteri ti rimane la morte per inedia.
Mentre il secondo caso si presenta come un buon coraggioso tentativo di urlare al cielo "Guarda! Sono vivo!!" senza sperare che il cielo ti senta.
E allora? Che tu faccia o tu non faccia tanto il destino tuo rimane uguale ottuso ti dispensa il bene e il male comunque, che ti piaccia o non ti piaccia.
La terza via è interrogar le Muse e chiederti ti diano quell'estro magico per tramutare in divertente il tragico e fare le tue idee meno confuse.
Uno sfogo imprudente ed anche inutile che ti faccia passare per simpatico ed una volta tanto non ermetico: una poesiola puramente futile.....
Sono passati 40 anni; il rock and roll è diventato un business planetario.
Di trasgressivo ormai ha ben poco. Quando i capi di stato, da Clinton a Berlusconi a Sarkozy al meno noto premier israeliano Katsav che essendo meno belloccio di Clinton ha dovuto usare le maniere forti per fare sesso, ostentano la loro allegra sessualità; quando pushers (con la esse, son più d'uno) possono entrare al Ministero con la dose quotidiana per qualche sottosegretario; ma quando soprattutto, nonostante le censure di stato e le protezioni dall'alto, il globo è veramente un villaggio globale in cui tutto sanno tutto di tutti (e se spii all'Internet Center la password della bionda mozzafiato che digita con lentezza i suoi dati, hai buone speranze di censire i suoi ultimi 316 rapporti, vederla nuda in pose ginecologiche, conoscere tutte le sue più riposte fantasie tipo menages a trois includente un armadillo).....
Quando succede tutto questo, e tante altre cose a questo correlate, le trasgressioni dei rockers del terzo millennio sono robetta.
Certo, se i vari Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Keith Moon, Tim Buckley avessero avuto ai loro tempi lo spiegamento mediatico che c'è oggi, avremmo saputo tutto delle transaminasi del mancino di Seattle e del numero di bottiglie di Southern Comfort o di groupies che risopettivamente la Joplin e Morrison si portavano in albergo; sulla mitica storia dei Led Zeppelin che a otto mani infilano il muso di uno squaletto nelle pudenda di una fan avremmo avuto riscontro immediato la mattina dopo, con migliaia di filmati taroccati compreso quello di un pensionato di Ariano Irpino che viola la sorella con una sogliola....
Ora, che un personaggio come Amy Winehouse passi per essere un'icona trasgressiva mi fa un po' sorridere.
Per un motivo semplicissimo: che trasgredire significa opporsi ai valori dominanti, rischiando la propria sicurezza e libertà.
I patinati eroi del rock post-moderno, viceversa, incarnano in modo schifoso e vomitevole i valori dominanti della media borghesia più finanziaria che industriale che domina il loro tempo: da medio-borghesi sfaticati e imbroglioni fanno tutto quello che vogliono riscuotendo encomio popolare e standing ovations permanenti; sono misantropi, arroganti, odiano il loro pubblico, non hanno la minima professionalità e quanto a spessore artistico in un pelo pubico di Jim Morrison ce n'era di più che in tutto il gracile corpo di Marylin Manson.
La Winehouse, che in italiano si chiamerebbe Amelia Enoteca e non sarebbe andata male nei fumetti di Pazienza, magari come sbarba al seguito del tossico Zanardi, con un cognome simile è la massima applicazione del concetto di nomen omen. Da diva (???) del rock non solamente può permettersi di resistere alle affettuose pressioni del di lei babbo ad affrontare un efficace programma riabilitativo dalla polidipendenza, ma ci fa su anche una canzone di successo planetario che veicola il subdolo messaggio Raga, continuate a sballare. Nulla teoria sine hosteria...
I suoi bollettini medici invadono le cronache, la ragazzotta viene data per morta in diretta un giorno sì e l'altro pure, poi si fa un cambio totale del sangue alla Keith Richards e sale sul palco apparentemente sobria (tra l'altro, proprio il totemico chitarrista degli Stones, eroinomane perso da più di trent'anni, segna il confine tra la trasgressione naif che ti falciava prima dei 30 anni alla trasgressione furbetta sagacemente assistita da un pletorico staff medico che ti lascia in vita a tempo indeterminato, e anche Maradona ne sa qualcosa, segnata da periodiche ciclotimie di svaccamento/pentimento che oltre tutto piace tanto ai cattolici).
Ordina 48 bottiglie di whiskey per il suo prossimo concerto, e le farà trovare tutte rigorosamente vuote... In realtà 46 le verserà nel water con la sua caratteristica aria da carognetta, per i coccodrilli bianchi delle fogne sarà una baracca storica....
Direbbe il compianto Ivan Graziani Tutto questo cosa c'entra con il rock and roll?
You mean: what's that got to do with rock and roll? Nothing at all, idiot...
lo so che stavi digiunando già da sabato scorso per meglio accogliere le mille prelibatezze che la cucina parmigiana fornisce al palato; che ti eri chiusa in una camera iperbarica che ti garantisse una situazione di sostanziale deprivazione sensoriale per meglio godere i sinestesici e multimediali piaceri che la mia leggiadra città fornisce al forestiero (e, con un po' di fantasia, anche all'autoctono ormai assuefatto); che conversavi solo col vecchio giornalaio per meglio godere della mia raffinata e multiforme loquela.
Ma, ahimè, il destino cinico e baro ha voluto altrimenti...
Purtroppo al momento sto ricevendo pressanti e maleducate richieste del direttore della mia banca di rientrare hic et nunc & sic et simpliciter da uno scoperto bancario che io ritengo di trascurabilissima entità ma il bucefalo creditizio ritiene per contro di dimensioni assolutamente intollerabili; e questo mi costringe a lavorare 23 ore e mezzo al giorno, intervallate da una dormita in piedi a mo' di cameriere imbolsito, nonché a versare per ora l'intero ammontare dei miei guadagni in quella che l'iniquo funzionario definisce "una voragine" quando si tratta tutt'al più di un invisibile pertugio. Debbo quindi chiederti di pazientare per l'esiguo lasso di tempo di altre tre settimane, periodo entro il quale (secondo il sistema di derivate, integrali, calcolo infinitesimale e logaritmi neperiani che ho impostato) avrò coperto il risibile ammanco e potrò tornare ad un orario settimanale di 32-33 ore con larghi ed eclatanti spazi per il tempo libero e l'edonismo più sfrenato.
Per la mia adorata Miss con un numero variabile di esse secondo le variabili meteoropatiche sue e mie: questo NON è un post di calcio, quindi lo puoi leggere tranquillamente.
Prima dell'inizio della stagione psicosportiva, un alto funzionario del Ministero delle Interiora aveva bonariamente chiosato "Ma sì, noi desideriamo che i tifosi possano tornare negli stadi ad apprezzare le evoluzioni & circonvoluzioni dei loro idoli, basta col pugno di ferro. Noi vogliamo dare una prova di fiducia a questi bravi ragazzotti, giusto un pochino esagitati ma tutt'altro che cattivi...",provocando la gioia del Presidente di Lega Tonino Matarrese che piange e si dimena se pensa ai suoi stadi desolatamente vuoti.
Matarrese dopo aver saputo che i collegiali della curva Posillipo potevano andare indisturbati a Roma
Più o meno come se un genitore che scopre il figlio con la siringa in mano e il laccio emostatico già posizionato chiudesse disciplinatamente la porta sussurrando "Divertiti pure, figliolo, e dopo ne parliamo con calma...". A sua volta il genitore provoca la gioia sfrenata dei narcotrafficanti, ma non diamo al discorso delle implicazioni che renderebbero il calcio il nuovo oppio dei popoli...
Morale della favola: tifosi juventini regolarmente a Firenze (ma con i dirigenti delle rispettive squadre che hanno stemperato gli animi pomiciandosi in diretta televisiva), tifosi napoletani regolarmente a Roma.
Oddio, regolarmente....
Il treno a loro munificamente riservato che doveva partire da Napoli Centrale (l'unica stazione italiana che si chiama come una band progressive degli anni '70, questo significa qualcosa?) è partito con tre ore di ritardo, probabilmente per alcune gustose sceneggiate alla De Filippo tra aficionados e forze dell'ordine su risibili particolari quali pagare il biglietto, consegnare spranghe da 20 chili, non sputare addosso al vicequestore, non pisciare in faccia all'appuntato Gargiulo che, puveriello, ten' probblemi familiari e sta nu pocurill' nervoso...
Oddio, regolarmente...
La totalità della band, una volta arrivata a Roma, ha svelato la sua idiosincrasia per il biglietto non solo ferroviario ma anche d'ingresso allo stadio ('O bbiglietto? Vorrei essere spiegato cos'è...) ed ha risolto la vexata quaestio sfondando allegramente i cancelli.
Le immagini dell'arrivo a Roma ricordano quelle di una calata di lanzichenecchi (come possiamo immaginarcela, a quei tempi Youtube non copriva ancora tutto il territorio europeo) e dicono ancora relativamente poco del ritorno nella metropoli partenopea, avvenuta prelevando con la forza dell'arroganza un intero treno.
Io continuo ad avere l'impressione che gli stadi finiranno per diventare delle Suburre dove, alla fine, i rimasugli sociali verranno incanalati quasi a forza per ammazzarsi a vicenda. I calciatori interromperanno spesso le azioni perché lo spettacolo delle gradinate sarà molto più interessante del loro. Il cittadino rispettabile si romperà il czz di dover sottostare a rituali sempre più assurdi per comprare un biglietto per l'Inferno e si abbonerà in massa a Sky (Rupert, consentimi, ti garantisco 15 milioni di abbonamenti entro il 2012...).
Ovviamente i pochissimi ultras beccati in flagrante e fermati sono già a piede libero. Secondo i parametri che qualsiasi studentello di Legge conosce, non possono reiterare il reato, inquinare le prove o scappare all'estero (...'uagliò, a Napule se sta troppo bbuon'...).
L'ultima parola la lascio al mitico irascibile incontenibile insostituibile Tonino Di Pietro che non linko ma cito integralmente: "E' un autogol della politica se questi sconsiderati sono stati messi fuori perche' se la politica si ostina a fare delle leggi per cui il giorno dopo bisogna metterli fuori, che siano falsificatori di bilancio, corruttori, truffatori ai danni delle risorse dello Stato, poi i giudici devono applicare quelle leggi per tutti, anche per chi sfascia il treno. Siccome hanno previsto leggi per cui non va in galera chi sfascia il paese, poi neanche chi sfascia il treno va in galera. La politica pianga se stessa, invece di prendersela con i magistrati. Se fosse stato per me avrei fatto una legge e poi da magistrato avrei fatto un provvedimento per cui e gli uni e gli altri li avrei tenuti in galera. Ma, si sa, io sono giustizialista". Grande!!!!!
E' un po' che Grillo non mi caca più e mi tocca accontentarmi di Rinaldoni...
Non c'è niente da fare: oggi un premier per ottenere e soprattutto mantenere (e a volte recuperare) il consenso non si può più accontentare di governare. Deve fare qualcosa di più primitivo e plateale, triviale ed elementare che resti impresso nella memoria degli elettori (laddove, ovviamente, esista ancora una parvenza di suffragio diretto). Si può falciare il grano a torso nudo (Mussolini), comprare vecchie glorie del calcio (Berlusconi), comporre canzonette napoletane (sempre Berlusconi) o milanesi (Napolitano, ma per ora la famiglia del Presidente della Repubblica si oppone alla loro propalazione)suonare la chitarra elettrica (Blair) suonare il sassofono (Clinton) o farselo suonare (sempre Clinton), molestare impiegate statali, parastatali e affini (Katzav), sposare una donna di 20 cm. più alta (Giovanni Leone 50 anni prima di Nicolas Sarkozy).
Vladimiro Putìn (nativo di Castelfranco Veneto, e il cognome non mente se lo si accenta nel modo giusto) pensava di aver già mandato il suo sterminato popolo in una overdose di eccitazione adrenalinica resuscitando la guerra fredda, ma tristemente si era dovuto rendere conto che un quasi ventennio di informazione, se non libera almeno non troppo imbavagliata, rende difficile raccontare ai russi delle belle favolette staliniste: un Renato Mannheimer-Alzheimer di San Pietroburgo gli ha fatto opportunamente capire che la sua popolarità non era più allo Zenit (e qui i calciomani ridono di gusto).
"Che fare?" si diceva con fare neoleninista lo zar di tutte le Russie... "Questi qui non apprezzano più le prove di forza, mi vorrebbero imbelle come un Romano Prodi qualsiasi... Lascio o raddoppio?".
"Raddoppia, Vladimir, raddoppia..." gli sussurrava all'orecchio il suo diavoletto personale, dopo aver sodomizzato e imbavagliato l'angelo custode.
Solo che con queste incredibili prodezze Putin ha aperto un pericoloso trend: la Merkel vorrebbe atterrare da un elicottero in corsa all'Olympiastadion di Monaco di Baviera vestita da Wonder Woman (facendosi magari scivolare un capezzolo fuori dall'attillato e scollatissimo costumino) ed abbattere con due colpi di karatè e un'alitata di sauerkraut un invasore di campo che vorrebbe strappare le mutande a Toni (in realtà si tratta di uno stuntman già controfigura di Derrick e del Commissario Rex); Obama, se verrà eletto, visto che è molto incacchiato con me perché gli ho dato dello WASP, il giorno dell'elezione spezzerà gonfiando il torace in stile Mandingo delle finte catene di titanio; Berlusconi si sta facendo spiegare da Alemanno e Gasparri come funziona il salto nel cerchio di fuoco, mentre Paolo Ferrero prova da due giorni il ballo in ginocchioni dei cosacchi ma si è già cagato addosso tre volte ed ha una lombosciatalgia da paura, per cui rinuncerà con la scusa che "queste sono pagliacciate piccolo-borghesi"; Zapatero arriverà a sorpresa a Pamplona e si farà correre dietro da dodici elettori di Aznar più cornuti degli omologhi tori; Juncker, premier lussemburghese, farà il periplo completo dei confini del suo stato nel tempo record di 6 minuti 4 secondi e 2 centesimi, e poi sfiderà Sarkozy a fare altrettanto col suo, se ci riesce; Matti Vanhanen attraverserà nudo il corso principale di Helsinki la mattina di Natale.
Il presidente ugandese Yoweri Museveni è però quello che ha ideato la soluzione più horror-splatter: domenica prossima divorerà l'intero parlamento.
Sperando che Putin non decida di rilanciare ulteriormente...
L'Oltretorrente è un antico quartiere popolare di Parma in cui risiedono 7.914 abitanti.
Situato al di là dell'acqua rispetto al centro della città, su una superficie globale di 1,1 km², tra il torrente Baganza e la linea ferroviaria Parma-La Spezia, è detto anche "Parma Vecchia. Durante il ventennio fascista venne in parte demolito. Questo risanamento fu decretato non solo per ragioni da salubrità ambientale ma anche per questioni politiche. Gli spazi creati vennero impostati su assi ortogonali snaturando la storia di un antico tessuto abitativo medievale.
La denominazione di "Parma Vecchia" nacque nel 16° secolo quando i Farnese operarono un consistente rinnovamento edilizio nel centro cittadino, che iniziò ad essere chiamato "Parma Nuova". Mezzo millennio dopo, la lotta fra Parma Vecchia e Parma Nuova è ancora aperta, con i residenti della Parma Vecchia da una parte e i potentati locali, espressione della Parma Nuova, dall'altra... Ma il discorso ci porterebbe lontano...
Nelle sue, spesso misere, abitazioni l'Oltretorrente ha ospitato sempre gli abitanti più lontani e diversi, ovviamente compreso il modesto sottoscritto, piuttosto vicino ma decisamente non omologabile. Anche ai giorni nostri è il quartiere cittadino con la maggiore concentrazione di immigrati stranieri, alcuni dei quali trovano insospettabili adozioni non proprio a distanza da parte di nobildonne parmigiane inclini alla beneficienza... Ma questo discorso ci porterebbe ben più lontano...
Questa vocazione all'ospitalità ha fatto di Parma Vecchia la parte più colorita, sanguigna e generosa della città. Nei borghi echeggiano ancora le gesta degli Arditi del Popolo di Guido Picelli, le Barricate antifasciste del 1922, la figura storica di Padre Lino Maupas, ora beato.
Bello quel tuo sorriso mongolo, vuoi sapere come ti sta? Sembra l'uscio di un cesso pubblico ecco come ti sta bello anche il tuo sguardo limpido la sua fisicità poi non ti ricordi?
60.000.000 di anni fa i dinosauri, qui, vivevano felici infatti quando cadde quell'oggetto dal cielo erano lì, come te che ridevano ci fu una grande nuvola bianca è così che morirono e in più tu non sai niente
niente di me, niente di te poi all'improvviso arrivi con l'aria stravolta, la faccia distrutta e con un mezzo sorriso chiedi, pretendi, vorresti la verità va bene, parliamo di te parliamo pure di te. Vuoi sapere la verità ma quale verità? tu non pensi più a niente Un'altra volta io e te a parlare io e te a parlare di niente.
Ma perchè non smetti un pò di sorridermi così ti fa più ridere niente?
Bello quel tuo vestito tragico forse va bene così pensando che sia tutto logico comunque va bene così guarda che stai perdendo qualcosa anzi lasciala lì poi non è vero che 60.000.000 di anni fa i dinosauri erano felici si trovavano di notte guardando il cielo come te, aspettavano un segno, sarebbe bastata una carezza oppure la verità basta non far finta. Arrivi con un mezzo sorriso chiedi, pretendi, vorresti la verità parliamo pure di te parliamo sempre di te.
Vuoi sapere la verità, ma quale verità? Se tu non pensi più a niente un'altra notte io e te ancora io e te a parlare di niente Ma perchè non smetti un pò di sorridermi così non mi fa più ridere niente non mi fa più ridere niente non mi fa più ridere niente
E così la notizia è gloriosamente ufficiale: Barack Obama rappresenterà il Partito Democratico nella corsa alla Presidenza dell'unica super-potenza planetaria (Cina permettendo e Russia sopportando), e i coniugi Clinton (più lei che lui, in realtà, ma si sa che le donne sono meno livorose degli uomini, o no????) gli tireranno la volata festanti leali e servizievoli.
La prima osservazione che viene da fare è che forse gli statunitensi, pur con tutte le loro vistosissime contraddizioni e pecche note ai più, hanno un senso di disciplina in politica che li porta a praticare meglio di noi italianuzzi fantasiosi e megalomani il gioco di squadra.
Detto questo, devo però passare a una considerazione che spero scatenerà un po' di vespaio perché oramai il mio blog sembra il Manuale delle Torte di Nonna Papera: diversamente da quello che si pensa in Europa, Obama ha ben poco a che vedere con la numerosa, dinamica, meravigliosa comunità afroamericana USA: non tanto e non solo perché non è obiettivamente nerissimo (lo stilista Valentino lampadato è molto più nero di lui) ma perché gli manca un fondamentale elemento di possibile identificazione rispetto ad un autentico afroamericano: suo padre è arrivato in America in aereo per fare l'Università e non nella stiva di un veliero per coltivare il cotone (anche perché in quel caso avrebbe più o meno trecento anni). Aggiungiamo che Barack è cresciuto in mezzo alla bianchissima famiglia di sua madre originaria del Kansas (poi lei, lui e il suo secondo marito sono finiti alle Hawaii non si capisce bene perché) e ha incontrato il padre (morto nel 1982) circa 3 volte in tutta la vita.
Quindi Barack non può vantare quello che ogni vero afroamericano può vantare: il peccato originale di un arrivo in America da schiavo, da merce umana da parte di qualche arcavolo (Grazie, arcavolo recitava un gustoso raccontino di Achille Campanile, ma non so se i non romani capiranno la battuta). E' questa umiliante imbarazzante origine che rende i neri americani così combattivi e intraprendenti. Questo rapporto di odio-amore con l'America, paese che li ha espropriati delle loro radici ma insieme paese che ha dato loro delle superiori opportunità (tra l'altro ho il sospetto che un senegalese del '700 in America non stesse poi così peggio di un senegalese del 2000 in Europa) è stato un mix che ha fatto della comunità nera statunitense una insostituibile componente della società americana contemporanea.
Ma Obama non vanta questo peccato originale, e in realtà si vede. Obama è semplicemente un WASP un po' abbronzato.
Andare alla deriva non è poi così brutto: significa riconoscere, in accordo con la metafora gioiosamente marinaresca che tale espressione evoca, che esistono correnti oceaniche talmente forti che il tuo misero malandato timone non può sperare attendibilmente di controbatterle.
Allora è meglio abbandonare il timone e smettere di giocherellare con delle vele che, non solo non sai usare, ma ti aggrovigliano con i loro mille fili, legacci, gomene fino a lasciare sulla tua sensibile pelle segni indelebili.
Andare alla deriva, espressione che i benpensanti usano con significato molto negativo e con fare sprezzante, è viceversa un'esperienza vagamente zen, che andrebbe accompagnata con dei piccoli mantra in sanscrito o in parmigiano stretto.
E' un'esperienza definitiva e seminale che può sganciarti da una vita inutilmente produttiva e restituirti a una vita produttivamente inutile; emanciparti da una folle sanità e regalarti una sana e consapevole follia (che ovviamente salva il giovane dall'entropia e dall'iscrizione al PdL).
Nell'andare alla deriva scopri i mille sapori nascosti, gli infiniti retrogusti, gli interminabili irrinunciabili baluginii dell'esistenza, che nel seguire faticosamente e banalmente una rotta con un principio e una fine non riusciresti mai a distinguere.
Nell'andare alla deriva riscopri il gusto del ritorno al processo primario, quello delle libere associazioni e della creatività più indiscriminata: da quel momento una rosa cessa di essere "una rosa e nulla più" (credo si tratti di una citazione di William Blake ma non ci giurerei) e (questo invece è sicuramente William Blake) puoi vedere l'universo in un granello di sabbia.
Se poi riesci a fare tutto questo senza diventare buddhista, cultore del reiki o affiliato a qualche associazione italo-indiana, insomma senza intrupparti in qualche megacarovana del trascendente ma restando orgogliosamente e testardamente un uomo con la sua storia e la sua individualità, la soddisfazione è ancora più sottile.
Come cantava il mitico e totemico Augusto Daolio nell'ormai preistorico 1985 nel pezzo d'apertura dell'album dal profetico titolo CI PENSERA' POI IL COMPUTER (Dio se ci ha pensato...)
La vita è un fiume lento ricama la poesia ti prende per la mano solo se tu hai tanta fantasia se vedi oltre le nubi il sole che non c'è se senti dentro le voci forti che gridano la verità.
Noi sempre alla deriva noi sola ambiguità noi fermi ad aspettare un treno che non arriverà.
E' vero, il treno non arriverà, e la cosa non ci procurerà alcuna delusione perché nel profondo lo sapevamo: uno dei motti di quelli come noi è o non è "E' meglio viaggiare pieni di speranza che arrivare"?
Chi sono "Quelli come noi"? Lascerei la parola a colui che è stato il mio alter-ego poetico filosofico per quasi tutti i ruggenti incazzatissimi anni '70, Claudio Lolli:
Quelli come noi che son venuti su un po' strani e hanno avuto sempre poche donne per le mani e covano le loro solitudini in segreto quasi con gelosia lasciandosi un po' andare solo davanti al vino forte di un bicchiere. Quelli come noi così timidi e ambiziosi piuttosto silenziosi e sempre con la testa piena di musica di arte e grandi amori e solo poche volte fan festa e spesso invece cantano quel che non hanno è quello che gli resta Quelli come noi che non valgono niente quelli come noi che non gli si darebbe un soldo Invece, quelli come noi diciamo che valgono molto e basterà che un giorno trovino un po' di forza e aiuteranno gli altri a dare un calcio al mondo e prenderanno a pugni il Re e lo Stato calpesteranno il Dio per cui ogni libertà si fa peccato. Perchè, quelli come noi non han rispetto per nessuno non credono più a niente e solo hanno il difetto di essere nati un giorno tra i vigliacchi tra i vinti dalla forza della vita e di scordarselo soltanto davanti a una bottiglia ormai finita.
Io continuo a nascondermi dietro alle canzoni, e ogni fase della mia vita trova echi canzonettistici spesso svariati: questa volta mi immedesimo in una recente produzione del simpatico complessino Elio & Le Storie Tese, che affronta l'argomento "La tristezza" da un'angolatura erratica e divergente, più o meno come piace a me.
La tristezza vien vissuta come un valore negativo Mentre invece va vissuta come un valore positivo Non commettete l’errore di denigrare la tristezza Ad esempio Gino Paoli ci ha costruito su un impero Un impero conosciuto come Impero di Gino Paoli Ma con ciò non intendo affermare che egli abbia fatto male Ad esempio Luigi Tenco ci ha prosperato molti anni Fino a quando poveretto non ne è rimasto sopraffatto Salvo grasse novità dalla riapertura dell’inchiesta
Ma se ti guardi intorno...
Il problema è che i miliardi fanno passare la tristezza E così il tuo impero crolla come un castello di sabbietta Basterebbe regalare le canzoni tristi a tutti La tristezza si misura in litri di lacrime Ad esempio io una volta ero triste tredici litri. Ma che piangere che fa la tristezza ha ha ha ha
Ma se ti guardi intorno...
Tristezza, pianto disperato, angoscia e depressione insomma triste Benzodiazepina non toccarmi la tristezza, farmaco generico non mi spaventi tu
Piangi pure se sei triste, non fa ridere la tristezza Non ti devi vergognare di un sentimento così antico Anche nell’antichità ci son stati personaggi tristi Ad esempio Giulio Cesare quando è stato pugnalato Come dargli torto, è sempre triste venire pugnalati Specialmente da tante persone contemporaneamente
Ma se ti guardi intorno...
Viva la tristezza simbolo di mentalità vincente Non a caso quando vinci provi una grande contentezza Che poi vien spazzata via da un’onda anomala di tristezza
I compleanni andrebbero passati nella solitudine più assoluta, possibilmente stesi in posizione fetale nel buio più assoluto con l'accompagnamento sonoro di tutte le canzoni che ci hanno commosso durante l'intera esistenza: di sole lacrime si può dimagrire due chili.
Nei compleanni sorge irresistibile l'esigenza di fare il censimento di cose persone circostanze esperienze, e magari darsi un voto.
E' meglio sopportare gli oltraggi, i torti, le ingiustizie che la vita ti riserva (e certe volte anche la sfiga), o prendere l'armi contro un mare di problemi e combattendo disperderli?
E' meglio sopportare le prese per il culo dei mediocri o trovare il modo di dar loro una lezione, anche se questo significa la propria definitiva rovina?
E' meglio amare una disadattata che altro non ha se non il suo sex-appeal, o una adattata a forza che del suo sex-appeal si vergogna?
E' meglio dire "Non voglio scegliere", rischiando di perdere entrambe le persone che ami o credi di amare, o dire "Scelgo" per sentirsi dire "DICI di aver scelto me ma in realtà non è chi non veda che hai scelto lei/lui"?
E' meglio barcamenarsi lungo oscure stanze di vita quotidiana o morire nella gloriosa fiammata di una trasgressione senza ritorno?
Queste, e tante altre, sono le questioni che hanno segnato i miei compleanni; questioni alle quali non troveremo risposta, perché sai bene che il fascino del viaggio non è nell'arrivare ma nel viaggiare pieni di speranza; e che i tuoi desideri è bene che non si avverino mai, perché qualora lo facessero rivelerebbero la loro clamorosa distanza dal sogno.
E così, ci consegniamo inermi alla vecchiaia, anno dopo anno inseguendo i nostri angusti e vetusti ideali, i nostri incrollabili principi, i nostri irrinunciabili modi di essere, di vivere, di pensare.
Che l'estate stesse finendo era un mero accidente cronologico: lui l'estate non l'aveva vissuta sulla spiaggia, anzi in spiaggia c'era stato quando era ancora primavera ma (come suo solito) in una situazione ai confini della realtà. Era rimasto in città ad inseguire guadagni che non erano venuti, amori (due in realtà, non di più) che si erano dispersi nell'aria con un retrogusto di mistificazione (eppure essendo amori di città dovevano pur avere qualche titolo in più degli omologhi amorazzi da spiaggia), consuntivi esistenziali che venivano rimandati, riordini del guardaroba che proprio non ne volevano sapere, riordini esistenziali che ma fatemi il piacere!!!....
Eppure sapeva benissimo che al ritorno dell'autunno avrebbe sentito ancora l'ala del tempo che batte troppo in fretta, la guardi... è già lontana, e avrebbe ricominciato (sufficientemente carico di San Miguel doppio malto in quel momento di nuovo disponibile) il gioco della sua identità. Ma da solo.
Io mi sto preparando: è questa la novità. E se Lucio Dalla festeggiava l'anno nuovo sentendosi egocentricamente il baricentro del Cosmo, ordunque non poteva lui fare lo stesso? Anch'io mi sto preparando, anch'io... Non so a cosa, non so per che cosa, ma in questi tempi agitati, anni affollati, è fondamentale prepararsi. Quando te lo mettono in culo devi sapere già da prima che faccia avrai... Se no la foto viene male.
Che l'estate stesse finendo era poi una sua opinione: fin da bambino (quando viveva quasi in riva all'Adriatico e quindi più a contatto con la natura di quanto non avvenisse ora, a un passo dal centro storico di una città resa post-moderna da una giunta comunale sostanzialmente ineffabile) pensava che dopo ferragosto l'Estate si sgonfiasse come un palloncino bucato, lasciando il posto a 5-6 settimane di controprimavera in cui godere su spiagge semideserte i tepori casti di un sole in decremento..
Nel dubbio aveva già spento i tre ventilatori di cui disponeva, si era trovato con una confezione di Vape in mano ma le aveva preferito una bottiglia di lambrusco di ugual prezzo, dormiva ancora in mutande (col suo corpaccione sexy che comunque non bramava carezze femminili, o forse sì?) ma verso le 4 si copriva col lenzuolo rabbrividendo leggermente.
Per certi versi era atrocemente solo, ma per altri versi no: come in una delicata stereofonia, da una parte lo cullavano rumori suoni odori della sua città sempre più multietnica (com'era esaltante contendere donne a tunisini romeni senegalesi e non più a fidentini medesanesi nocetani come una volta...), dall'altra lo ninnavano ruffiani i suoi copiosissimi ricordi, copiosi un po' perché gliene erano capitate di tutti i colori e un po' perché godeva purtroppo di una memoria da Pico della Mirandola.
Ma soprattutto era diventato bravissimo a livello di dinamiche di coppia: erano almeno 15 anni che nessuna lo piantava più perché lui giocava sempre di anticipo e chiudeva le storie al primo segno di stantio, alla minima traccia di contraddizioni, non appena usmava rischi pur remotissimi di tradimenti.
Quando ci riusciva, era talmente magistrale da deporre senza la minima esitazione la partner nelle braccia di un uomo che, attenzione!!!!, non era migliore di lui (che questo non lo avrebbe sopportato) ma aveva bensì tutti i segni esteriori e superficiali per sembrarlo agli occhi della villanella malsana di turno. Per poi sincerarsi che la coppia funzionasse. E se non funzionava, rispondere con grotteschi aforismi ai disperati sms della villanella che non era convinta del passaggio di proprietà.
Si preparava quindi un piatto di fusilli melanzane zucchine e peperoni per il quale si auto-lodva come il migliore degli chef, e si addormentava con un fusillo sul guanciale.
Vorrei entrare dentro i fili di una radio E volare sopra i tetti delle città Incontrare le espressioni dialettali Mescolarmi con l’odore del caffè Fermarmi sul naso dei vecchi mentre leggono i giornali E con la polvere dei sogni volare e volare Al fresco delle stelle, anche più in là
Sogni, tu sogni nel mare dei sogni.
Vorrei girare il cielo come le rondini E ogni tanto fermarmi qua e là Aver il nido sotto i tetti al fresco dei portici E come loro quando è la sera chiudere gli occhi con semplicità. Vorrei seguire ogni battito del mio cuore Per capire cosa succede dentro e cos’è che lo muove Da dove viene ogni tanto questo strano dolore Vorrei capire insomma che cos’è l’amore Dov’è che si prende, dov’è che si dà
Mentre discendeva in bici Via d'Azeglio, gli venne incontro un sole rosso al tramonto, reso enorme dalle illusioni prospettiche di cui l'Homo Sapiens non sa ancora liberarsi. E dietro quel sole così complice ed accattivante, lui pensò che si nascondeva semplicemente una stella di medie dimensioni, costituita essenzialmente da idrogeno ed elio, una banalissima nana gialla che orbitava a 26.000 anni-luce dal centro della Via Lattea, e che comunque pur nelle sue ridotte dimensioni bruciava ogni secondo 600 miliardi di chili di idrogeno, di cui 595,74 miliardi diventavano elio e il resto si tramutava nella più tremenda energia che la Natura avesse concepito. Da quando gli sciamani del Nuovo Mondo avevano rubato agli dei questo sortilegio, costruendo piccoli soli ovunque tra Hiroshima, Cernobyl e Caorso, il mondo non era stato più un posto sicuro. Sciamanti sciamani, maghetti, Harry Potter nucleari, Maghi Otelma della fusione, Herbie Hancock con la sua fusion e i momenti fusionali di alcune madri patogene avevano fatto il resto.
Guardò quel sole che al tramonto si poteva fissare senza paura: nel suo diuturno sacrificio in cui circa un milione di miliardi di chili si degradavano entropicamente in maniera irreversibile, vide ad un tratto scritta e segnata la sorte dell'umanità. E pianse.
Sarebbe giunto il momento in cui il Sole sarebbe esploso in super-nova ingoiando Mercurio, Venere e Terra, poi le onde di energia termica (volgarizzabili in "fiamme") si sarebbero ritirate e l'astro sarebbe diventato una stella di neutroni di irrisorie dimensioni e mostruosa densità, per poi collassare nuovamente in buco nero, talmente denso da impedire a tutto, anche alla luce, di sottrarsi alla morsa del suo abbraccio gravitazionale. Vide nell'involuzione futura del Sole tracce della sua passata involuzione, e ripianse.
Solo da non poterne più Tra due nuvole e l'alba Passo da un camion all'altro e la faccio da padrone
Solo in mezzo a questa confusione Solo così mi riesco a contare Così solo che mi parlo e mi posso ascoltare
Solo come una scarpa su un biliardo pronto per un nuovo imbarco Ma è lontana la mia nave Difficile arrivare Per ora usiamo il cannocchiale
Solo come un'armonica a bocca senza bocca Un bacio caduto per terra Solo come uno che sta per tornare dalla guerra
Tra la verità che non si dice E una bugia detta male Qui comunque qualcosa non funziona Bisognerebbe controllare E' solo chi sta in casa tutto il giorno E a non far niente si stanca O quelli che per forza li trovi ogni sera dove si beve e si canta
Solo e pesante come il sonno dei bambini Soli ogni notte nel letto Era solo anche mio padre poveretto Che per farmi dormire rimase solo e la favola è ancora li da finire
Solo come in America Seduto davanti al mare Ti ricordi che solo che ero a Los Angeles quando ti ho vista arrivare
Che eri sola anche tu Com'eri sola anche tu Bene mettiamoci insieme e non pensiamoci più Il ragionamento filava Non ti sembra Eravamo due soli Che si guardavano in faccia Ci si guardava a vicenda
Se questa è la vita di qui non si scappa Ogni cosa ogni giorno la cambia Nel deserto tempesta di sabbia S'incazza anche il mare ma dopo un'ora si calma
Telefoniamoci Magari vediamoci No aspetta stasera non so No va bene lo stesso Proviamo a parlarci Ad amarci più spesso Va bene parliamo, domani però, perché proprio adesso?
E no ciccia mia la vita è la mia Ci sono altre cose che si possono fare Per intanto mi chiudo in casa e ricomincio a pensare
Solo da non poterne più tra due nuvole e l'alba Ma ero più solo quando c'eri anche tu Però qualcosa mi manca
Solo davanti a tutti i campanelli Così solo che mi metto a suonare Sono i momenti più belli Eh eh con te non si poteva mai fare Solo come in America Seduto davanti al mare Ci scommetti che torno ci torno e mi siedo Qualche cosa dovrà pur arrivare
perché preferisci non prendere niente e nessuno sul serio prima che gli altri lo facciano con te
perché non lasci mai un uomo, aspetti pazientemente di essere lasciata
perché oramai tra di noi solo un passo... io vorrei non vorrei ma se vuoi...
perché essere perdonati da te dev'essere l'esperienza più sublime della vita, ma vivaddio quanto costa?
perché quando ti renderai conto di quanto sei bella nessuno potrà più farti del male
perché presa da un vortice misterioso mi hai visto come l'uomo dei tuoi sogni, non lo ero ma grazie lo stesso
perché dopo averti conosciuta niente può essere più lo stesso
perché mi hai fatto sentire l'uomo più essenziale e fondamentale della storia dell'Umanità
perché Dio, nell'essersi reso conto che il mondo che aveva creato aveva un certo numero di difetti, ha creato te per cercare di recuperare... e devo dire che c'è riuscito
perché non smetteremo mai di ferirci ma non smetteremo mai di volerci bene
perché continueremo per una vita intera a rinfacciarci delle storie che non ne vogliono sapere di chiudersi
perché comunque la parte migliore delle nostre vite deve ancora arrivare... possibilmente insieme, previa la risoluzione di un copioso numero di equazioni ad n incognite
perché sapere che in un lembo per quanto piccolo della mia vita c'è un lembo per quanto piccolo della tua vita (insomma, l'insieme intersezione non è vuoto) mi dà il coraggio di affrontare la mia quotidiana lotta contro la realtà che si rifiuta ottusa e impervia di riconoscere la mia grandezza
perché non lo so se questo è amore, faccio ancora confusione, so che sei la più brava a non andartene via
perché continuo a parlare con te, ma chissà poi perché.....
Anche se non sembrava, lui faceva le cose lentamente, con calma, collocandole pazientemente nel tempo e nello spazio (la mamma Lauretta non diceva sempre "Ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa"?).
E' che ogni tanto (secondo gli ultimi sviluppi della Teoria della Relatività Allargata di Einstein) il tempo si aggrovigliava e lo spazio si accartocciava, dando alle cose da lui fatte un sentore di cose fatte rapidamente, in modo inopinato ed impulsivo. O di cose potenzialmente giuste ma del tutto fuori contesto. O di cose potenzialmente geniali ma chi era in grado di capirle?
E mentre restava confinato a Parma dall'abitudine e dalle ristrettezze economiche, poteva volare con la fantasia nei limpidi cieli cosmologico-simbolici che occupano la quasi totalità del suo Sistema Nervoso Centrale, e nel contempo (tanto che c'era) risalire come un salmone le rapide dell'età e raggiungere la maturità affettiva di un 38enne. Recuperare 22 anni in 15 giorni fa una media di 18 mesi al giorno e lui era molto contento di tutto ciò.
Agli altri di lui restava l'impressione e il ricordo di una persona arrogante, spocchiosa e un po' autodistruttiva.
Ma d'altra parte anche luile persone che trovava sentiva incoercibile la voglia di rimetterle subito nella Zona dell'Oblio dopo di che azionare in rapida successione REWIND, RESET, RETURN, VADERETROSATANA, COVRIVDAMI' (ma non necessariamente in questa sequenza).
E pensava che la vita è insensibile al destino degli esseri umani, ma ogni tanto lascia cascare premi e punizioni. Ma non a ragion veduta, naaaaah, con la capricciosa casualità che le è propria.
E noi, ottusi omuncoli e omuncole così sperticatamente affezionati al principio di causalità, vogliamo vedere nei buffi ghiribizzi della vita un senso e un significato profondi, quando (come direbbe il Mago Otelma) "non ve n'è veruno".
Due attempati adolescenti si incontrano, si perdono di vista, si ritrovano, si aggrovigliano, si piacciono ma non si fidano, si vogliono ma non si amano, si sentono ma non si capiscono. Sullo sfondo, per ognuno di loro, una storia precedente che non vuole saperne di finire, boccheggia ma resiste o addirittura ricompare più viva che mai quando era già stata quietamente tumulata nell'archivio della coscienza.
E siccome sono l'uomo e la donna più intelligenti della loro pur ingegnosa e fantasiosa città, intrecciano ghirlande di razionalizzazioni su ciò che sta succedendo, florilegi di giustificazioni su ogni azione e pensiero propri od altrui, batterie contraeree di sfide dialettiche.
Il loro amore ha un bel battito d'ali, ma ci sono mille catene che lo tirano giù e gli impediscono di volare.
Lui sente di amarla con tutte le sue forze proprio ora che la sente (dentro di sè) persa per sempre. Ma lei oramai non si fida più, non gli crede più, tiene le distanze.
E allora lui, attingendo al multiforme vastissimo repertorio di un noto gruppo milanese a torto etichettato come "band demenziale", prorompe in un tristissimo blues
Demotivato, si... in alcuni momenti della mia vita io mi sento veramente molto, molto, molto, molto, molto, molto demotivato. E mi sento anche molto molto molto molto depresso E del resto sara' capitato anche a voi di trovarvi in una cameretta in un terrapieno a 60 metri di profondita' e di sentirvi demotivati e depressi. Qui nel mio letto verticale contenuto nella mia cameretta pitturata di grigio. E' il colore che io preferisco, ma soffro, perche' non me lo lasciano neanche vedere. Non mi danno neanche una lampadina per illuminare questa misera cameretta che io ho cercato di arredare alla cieca basandomi su un solo senso: l'olfatto. E' stato difficilissimo ma io ce l'ho fatta. Un giorno accenderanno la lampadina e si accorgeranno, tutto il mondo si accorgera' di quello che io sono capace di fare in questa cameretta.
E così queste Olimpiadi maledette, queste Olimpiadi per molti indegne di essere celebrate, queste Olimpiadi perverso mix di tradizione e post-moderno, queste Olimpiadi ospitate dall'Impero Celeste Sbiadito che coniuga pessimamente il peggio del socialismo reale e del capitalismo virtuale (ma che comunque tiene il colosso yankee in pugno vantando da costoro crediti per nonsocquanti miliardi di dollari), queste Olimpiadi dall'inconfondibile retrogusto di involtino primavera, le ventinovesime Olimpiadi dell'era moderna sono cominciate. Lo so che ne contate ventisei, ma l'usanza vuole che si computino anche quelle del 1916, 1940 e 1944 non disputate per mancanza di accordo con gli sponsor.
Far arrivare Rebellin ai piedi della Grande Muraglia piuttosto che alle pendici della Marmolada ha obiettivamente il suo potere evocativo. Potenzialmente come la prova di getto del peso di Atene 2004 disputata sotto il Partenone, ma bisogna riconoscere che la Grande Muraglia è un filino più imponente. Voci di corridoio dicono che il viziatissimo Tagliariol (bel nome per uno schermidore, sarebbe come se il capo della polizia si chiamasse Manganelli, ma queste cose succedono solo a Topolinia) voleva tirare di spada nella Città Proibita e che i ragazzacci del beach-volley avevano chiesto Piazza Tien-An-Men ma insomma, non si può avere tutto...
Olimpiadi per ora molto leghiste per quanto riguarda l'Italia che ha portato a casa tre medaglie con atleti veneti e una con un piemontese. Peccato che la veneta più attesa abbia fatto una figuraccia da pellegrini con la p minuscola, però su Fox ha dimostrato dei talenti alternativi che consolano il tifoso medio.
Olimpiadi che non fermano più le guerre, anzi le fanno incominciare. Che non segnano nessuna distensione, anzi promuovono proteste, rivendicazioni, attentati, accoltellamenti, sgambetti, avvelenamenti a base di tau-fu in virtù della visibilità planetaria che garantiscono.
E' vero che le atlete rispettivamente russa e georgiana si sono abbracciate a lungo dopo la premiazione (e non credo perché si conoscessero ai tempi dell'URSS, perché altrimenti dovrebbero avere almeno la mia età, disgrazia che non augurerei a nessuno) ma il loro gesto istintivo e dettato da uno scarico adrenalinico post-performance (sembra che fuori onda si siano succhiate a lungo i capezzoli) è compensato dal becero abbandono della sua batteria da parte di un nuotatore iraniano per non trovarsi nella stessa acqua con un israeliano di ceppo giudaico.
Olimpiadi democratiche, perché una volta tanto il calcio va in differita rispetto alla scherma (quando mai ricapiterà). Nadal e Federer sono stati avvistati in mensa a litigarsi una porzione di riso alla cantonese e si vocifera che dormano in loculi mortuari di 6 metri quadri ognuno insieme a due connazionali. Federer ignora disciplinatamente le loro flatulenze, mentre il caliente Nadal le sottolinea con degli Olè.
Olimpiadi salvapalinsesto per Rai 2, che (se i Giochi fossero stati sospesi o sottoposti all'embargo della cronaca come una parte del governo italiano chiedeva) alternerebbe Tom e Jerry a spezzoni di Pappagone e Maga Maghella delle vecchie Canzonissime.
Olimpiadi attese spasmodicamente da molti; subite passivamente da molte mogli che, nel vedere il marito che si sveglia alle 4 con l'occhio concupiscente, realizzano tristemente che la puledra che gli interessa è solo quella del dressage di equitazione; benedette dagli sponsor che sperano in scandali, intricati casi di doping. esposizione in diretta di genitali, streaking scrapping e snorkeling e che giammai si accontentano di normali competizioni sportive; guardate con occhio da intenditore dal cinquantenne imbolsito che sostiene di aver fatto tutti gli sport possibili e immaginabili compreso il curling, ma tutti almeno 20 anni fa e purtroppo si vede.
Quanto basta per riaprire precipitosamente un blog chiuso per eccesso di calura (o sospeso per eccesso di ribasso, non ricordo bene....).
C'è una canzone di grande impegno socioculturale ed etico-morale, che credo sia la traduzione italiana fatta da Branduardi di un sonetto di Majakovskij, o la versione in modenese fatta da Guccini di un'ode di Lord Byron dopo una tempesta nel golfo di Portovenere.
Detta canzone parla con toni soffusi e allusivi della possibilità di molteplice lettura dei nessi causali relazionali, dell'impossibilità di punteggiare in modo univoco il flusso degli eventi, del travaglio interiore per elevarsi dal processo alla struttura e per passare dal contenuto alla relazione. L'avrebbe potuta scrivere anche Gregory Bateson ma era troppo occupato a studiare le focene in qualche atollo del Pacifico.
Il testo suonava così:
La verità mi fa male, lo so... La verità mi fa male, lo sai!
Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu (la verità ti fa male, lo so) Lo so che ho sbagliato una volta e non sbaglio più (la verità ti fa male, lo so) Dovresti pensare a me e stare più attenta a te C'è già tanta gente che ce l'ha su con me, chi lo sa perché?
Ognuno ha il diritto di vivere come può (la verità ti fa male, lo so) Per questo una cosa mi piace e quell'altra no (la verità ti fa male, lo so) Se sono tornato a te, ti basta sapere che ho visto la differenza tra Vicky e te ed ho scelto te.
Se ho sbagliato un giorno ora capisco che l'ho pagata cara la verità, io ti chiedo scusa, e sai perché? Sta di casa qui la felicità. Molto, molto più di prima io t'amerò in confronto all'altra sei meglio tu e d'ora in avanti prometto che quel che ho fatto un dì non farò mai più
Ognuno ha il diritto di vivere come può (la verità ti fa male, lo so) Per questo una cosa mi piace e quell'altra no (la verità ti fa male, lo so) Se sono tornato a te, ti basta sapere che ho visto la differenza con la Villanella e ho mollato quella. Se ho sbagliato un giorno ora capisco che l'ho pagata cara la verità, io ti chiedo scusa, e sai perché? Sta di casa qui la felicità. Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu!
Lui invece in quei trent'anni era cambiato parecchio, e non poteva essere diversamente: la sua città, dal nome compatto, liscio, color malva e morbido, e l'aveva detto Marcel Proust, mica Lapo Elkann, esisteva già come colonia etrusca 2300 anni prima della sua nascita e sarebbe esistita certamente anche nel momento in cui il Sole fosse deflagrato in supernova.
Il suo itinerario esistenziale, o transito terrestre che dir si voglia, nonostante ciò gli rugasse molto avrebbe viceversa difficilmente superato gli 80 anni (o molto meno se avesse continuato ad esagerare con la San Miguel del Tapas Pub).
Era quindi normale, pur se causa di un certo imbarazzo, guardare in mutande la sua città immutante da un torrido balconcino di Via Imbriani e sentirsi invece moltomammolto mutato.
Era arrivato poco più che adolescente, pieno di sogni e di capelli, di pochissimo eccedente il mezzo quintale di peso ed ora si ritrovava con una accettabile percentuale di sogni e capelli ma sicuramente più vicino al quintale pieno che al mezzo quintale, eppure a modo suo uomo affascinante e piacevole che aveva imparato come comportarsi con le donne quando forse non era più il caso di approfondire l'argomento.
Si ritrovava ad aver fatto una dozzina di lavori (o forse un unico lavoro in una dozzina di sfaccettature), ad aver avuto otto donne importanti (che per un suo oscuro conoscente di professione parassita parrocchiale erano troppissime, per quasi tutti i suoi amici erano risibilmente poche) e ad avere non si sa come una figlia molto più matura di lui.
Nel tempo aveva giustiziato il Dottor Sottile che c'era in lui, per dare sempre più largo spazio all'anima di salumiere che anch'essa albergava tra l'aorta e l'intenzione. Non che stesse meglio, ma sempre di vita si trattava.
E da due anni teneva un blog. Dio, se l'avesse potuto fare con la proterva creatività dei 20 anni... ma a volte anche quella dei 50 bastava e avanzava.
E su quelle meste parole, chiuse il blog per riposo estivo, si bevve due gin tonic, un bargnocla, due grappini e ci dormì serenamente sopra.
Lui e Parma erano cresciuti insieme, ma Parma (da quella donna affascinante e maliarda che era sempre stata) era cambiata molto meno di lui nel gioioso trentennio di convivenza.
Si era limitata a diventare estremamente multietnica e questo l'aveva almeno leggermente sprovincializzata.
Si era dotata di una tangenziale scorrevole e velocissima dove potevi farti beccare dall'autovelox a 190 all'ora, e queste erano le piccole soddisfazioni della vita;
era letteralmente deflagrata di rotonde, nella quasi totalità inutili pericolose e addirittura tossiche per i poveri ciclisti, a scapito dei semafori, e questo aveva reso la vita difficile ai lavavetri e ai venditori di accendini, che si erano quasi tutti riciclati come spacciatori di crack, e anche queste sono le piccole soddisfazioni della vita (soprattutto per i consumatori di crack che avevano beneficiato della maggiore offerta con prezzi vieppiù stracciati);
aveva affiancato ai suoi gloriosi tradizionali monumenti quali Duomo, Battistero, Pilotta, Petitot, Certosa, Platinette delle postmoderne fontane illuminate stile Mirabilandia che facevano tanto terzo millennio;
era diventata la capitale europea dell'alimentazione dopo un'epica incertissima battaglia con Helsinki (vinta solo perché Berlusconi, come aveva fatto capire con un arzigogolato giro di parole, aveva fatto un cunnilinguus alla prima minestra finlandese);
e last but not least era governata da un sindaco giovanilmente androgino a metà strada tra Bryan Ferry e Vittorio Sgarbi.
Ma tutto il resto era rimasto confortantemente uguale.
Quanto prima vedremo quanto nel frattempo fosse cambiato lui
E finalmente Lancillotto aveva capito che non c'era niente da capire e si chiedeva "Capire che non c'è niente da capire... Ma non è ancora capire?".
Vagabondava sul suo Ronzinante un po' male in arnese e cercava il suo senno, facendo un po' di confusione sul piano ermeneutico ed epistemologico oltre che letterario.
Morgana era salda nel suo pensiero, ma ogni tanto c'era un'interferenza assolutamente spuria e compariva nel suo mesencefalo una emissione pirata a cura della maghetta Grimilde dalla Cittadella.
Per contrapporsi a quelle indesiderate intromissioni, egli aveva eretto dimora (chè ormai era quasi l'unica erezione che gli rimaneva) nelle terre di là dall'acqua.
Ma ora nè San Leonardo nè il partigiano Pablo potevano più proteggerlo, e Sant'Ilario non si curava molto di lui avendo da proteggere ormai un territorio di 200 kmq. con quasi 200.000 residenti censiti, più vari milioni gravitanti abusivamente nella più bella città d'Italia (Roma Venezia Firenze permettendo) provenendo da tutti i più sperduti Angoli Del Pianeta, quasi tutti rissosi, litigiosissimi, precocemente arteriosclerotici per esagerate ingestioni di grassi animali e inclini all'etilismo (i residenti, gli abusivi erano complessivamente un po' meglio).
La luce abbacinante di Morgana gli era di guida nelle sue umane peripezie.
Creduta a tratti del tutto sua, e a tratti perduta per sempre, ora era più vicina alla prima ipotesi che alla seconda ma, vivaddio!, il Principe dei Mori non ne voleva sapere di andarsene (non si sta mica male a Camelot, n'est pas?) come peraltro Grimilde non aveva nessuna intenzione di recedere dalle sue irrazionali ed intempestive brame di possesso su Lancillotto e minacciava la morte per inedia se Lancillotto non l'avesse corrisposta (aveva comunque un paio di settimane d'autonomia in grassi superflui sottocutanei, il che evitava a Lancillotto eccessivi sensi di colpa).
Mentre Ariosto, Scott e Cervantes facevano un seminario in Via Testi per mettersi d'accordo su una possibile conclusione, Lancillotto continuava tristemente a vagabondare.
Dove portano le intermittenze del cuore? Come Evariste Galois non ho più tempo e devo comunicare al mondo le mie scoperte... O prosaicamente il mondo se ne sbatte i coglioni?
E Dio, se ci fosse una donna-chimera in cui confluiscano tutte le cose che in una donna stai cercando, invece di trovartele pariteticamente disseminate in due donne diverse ma di fatto equivalenti? Non sarebbe meglio?
E Dio, se fossi capace di mettere in atto i tuoi propositi e ti fossi già incistato nella monastica solitudine che in fondo ricerchi... Nella tua romantica nicchia di là dall'acqua, talmente zeppa di cose e talmente invasa dalla tua storia da non lasciarti quasi spazio per respirare... Non ti basteresti?
E Dio, quanto può pesare la vita quando non si accontenta di trascorrere ma anela a momenti se non di gloria almeno di visibilità.
E Dio, ma io parlo parlo ma tu mi ascolti? Sempre ammesso che ci sei della qual cosa ti piace immensamente farci dubitare. Ma se ci hai sbattuti in questa valle di lacrime per poi disinteressarti di noi guarda che ti faccio causa.
Lauretta, come ti sentivi quel giorno dell'aprile '57 che mettevi al mondo il tuo primo e unico figlio? Certamente devastata dal dolore: perché quell'ineffabile bamboccione non ne voleva sapere di uscire di testa e, probabilmente cercando di scuriosare il mondo che lo aspettava o di dire subito le sue prime cazzate, si era messo di mento.
Prima ti avevano squarciato la vagina con una drastica sforbiciata, della quale (tanto era il dolore) dicono non ti fossi nemmeno accorta. Poi avevano agito sulle tempie del nascituro col forcipe, riuscendo a portarlo in qualche modo alla luce, lasciandogli due cicatrici non vistosissime ma comunque percettibili che da allora lui cerca di occultare tenendo i capelli abbastanza lunghi o (quando andavano di moda) con lunghe basette.
Il babbo Tonino sosteneva (quando il rampollo straparlava pretendendo di aver ragione) che il forcipe gli avesse leso anche delle importanti aree corticali, e l'ipotesi (alla luce dei suoi attuali comportamenti) potrebbe anche non essere destituita di fondamento.
Come ti sei sentita con quel figlio desiderato così a lungo? Hai capito che non si trattava di un'escrescenza del tuo Io? Forse sì. Ma certamente l'hai visto come il bambino (e quindi il ragazzino, e poi il ragazzo, e infine l'uomo) più straordinario del mondo.
E con lui sei stata una mamma presente, affettuosa, generosa... Il babbo Tonino un po' meno. Abituato a essere il sultano della casa (adorato anche dalla sorella, che mai volle sposarsi e accettò di buon grado di farvi da colf a costo zero) non capiva o non voleva capire perché alla nascita del loro unico figlio la tua passione per lui era, per così dire, venuta meno...
E lui, povero bambino, ci ha creduto finchè ha potuto, di essere il più straordinario essere che madre avesse messo al mondo. E ogni tanto (Dio quanti anni sono passati...) ci crede ancora. Ma fa un po' fatica. Perché nel frattempo la Natura è stata moltomammolto matrigna, lo ha disilluso e frustrato tante di quelle volte che tu non te lo potresti neanche immaginare (o da lassù, come dicono i preti, vedi tutto?).
Quando, di recente, ha incontrato una donna che lo vedeva e lo stravedeva più o meno come te, ha applicato anche a lei i medesimi schemi ribelli e trasgressivi che trentacinque anni prima lo avevano salvato dall'omosessualità. L'ha tradita, accantonata e umiliata con una donna che lo trattava più o meno come il babbo Tonino ("Criminale, non sai fare niente....").
Sono solo attimi strappati all'eternità quelli in cui ci si incrocia e si sincronizzano le traiettorie non tanto da congiungersi (ché gli dei questo non vogliono) ma almeno da sfiorarsi e quasi immaginare scrigni di dolce gioia abbacinante familiarità alla tremula luce di un'incerta emozione.
Ma poi... poi l'inquietudine prevale e ci porta a percorrere rotte diverse ed incommensurabili e porzioni purtroppo lontanissime del Cosmo accoglieranno le nostre stanche anime che non vogliono arrendersi all'età...
Ma in quei dolci momenti in cui sei stata completamente mia lasciando graffi nella mia coscienza non trascorreva invano quel tempo che da oggi segnerà il monotono ritmo dei giorni e delle notti senza di te, senza di me.
Siamo come meteore lanciate nello spazio troppo veloci e troppo indifferenti per potersi fermare senza doversi distruggere a vicenda.
E così anche con lei era apparentemente tutto finito: con uno scenario simile, ma ancora più violentemente sprezzante, inversamente proporzionale alla diversa stima che aveva per le due donne, alla fine di un'altra recente struggente storia.
Tratto comune la crudele perversa sequela di ingiurie, maledizioni, vaticinii negativi quasi calati dall'alto di una presunta collocazione iperurania, con l'apparente scopo di far sentire la donna non meritevole delle sue attenzioni e del suo amore, che quindi ella aveva chiaramente trafugato in modo furtivo ed abusivo; altro tratto comune il repentino inopinato passaggio da una sostanziale pace ad una guerra totale, innescato da una frase banale o da una situazione non prevista e della quale in fondo nessuno aveva colpa, ma che lui sapeva abilmente connotare come l'ultima goccia in un vaso ormai traboccante.
Ma con questa seconda donna c'era di più: non l'abbandono del campo alle prime luci del mattino ma una biblica cacciata dal tempio: il piccolo appartamentino dell'Oltretorrente inseguito da una vita era suo, solo suo, nient'altro che suo, e lei non aveva nè titolo nè diritto a condividerlo. Il tutto corredato, perché il messaggio fosse più chiaro, con i fogli del suo curriculum (rifatto cento volte ma sempre imperfetto) gettati con gioiosa maleducazione giù per le scale.
Dopo queste tempeste veniva colto da uno stordimento quasi post-coitale, come se un dio bizzarro avesse dislocato le sue energie libidiche da Eros a Thanatos: litigare era diventato meglio che scopare.
Nelle ore successive, rispondere con criptiche enigmatiche lapidarie frasi, o con contorte involute evoluzioni dialettiche agli sms di lei (rifiutando ovviamente tutte le sue telefonate) accentuava questo idiotissimo nevrotico piacere. Dimenticare i momenti di dolcezza e convincersi che tutto quello che c'era stato altro non era che una totale mistificazione reciproca aveva il sapore dolceamaro di un martirio autoimposto, di un severo cilicio che martoriava l'anima e anche un po' le carni.
Sulla riva di quella deriva, lui si sedeva e addentava un panino col culatello e le scaglie di grana, e si sentiva libero e solo come Jonathan Livingston o come il topo Firmino. Incerto se seguire l'esempio del primo e librarsi in cieli vuoti e immensi, o fare come il secondo e divorarsi dodici libri nella settimana successiva.
Quasi sempre a questo punto lo coglieva un pianto o un sonno dirotto.
Tu ami stare sola in compagnia e vuoi un uomo che non ti porti via, tramuti in un bel sogno la realtà e in bieca ipocrisia la fedeltà.
Tu ami solo i cibi biodinamici (vorresti contadini con i camici) poi mangi chili e chili di prosciutto e piangi per il fegato distrutto.
Se incontri un cittadino di Bombay gli dici "Sono indiana più di lei, lei che oramai ha dimenticato il Chakra e forse si imbottisce di Viagra...".
Sei iscritta a quasi mille associazioni sempre per il potere dei più buoni, ma quando devi farti i fatti tuoi scegli autonomamente quel che vuoi.
L'uomo vegetariano sta benone, peccato abbia problemi di erezione e tu, a cui un po' di sesso sempre piace gli cucini una pecora alla brace.
Ti piace in paradisi naturisti mangiare tutta nuda fritti misti ma speri sempre siano più di sette gli uomini che ti guardano le tette.
Da dilettante viaggi fra le chat che costan sempre meno di Raisat, cerchi compagni per percorsi esotici ma vanno bene pure giochi erotici.
Perchè mi amavi non l' ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché, perchè fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me...
Tra Nord e Sud, Oriente ed Occidente non ci si capisce proprio niente ma accanto a te siam tutti un po' più ricchi perché tu sempre resterai la Vicky.
Riparare ai propri errori delle volte non è un optional, non è un raffinato passatempo.
Se non ripari ai tuoi errori, loro bastardamente si dipanano si biforcano si girano si voltano ed invadono l'intero tuo spazio esistenziale. La soluzione più facile ed inadeguata è non riconoscerli come errori e derubricarli (o suprarubricarli) come scelte.
Libere e consapevoli scelte.
Balle!!!!
Quando vedi che la tua vita è una specie di incubo scuro, un periodo di buio buttato via ti dici "Tutto questo sarebbe molto romantico, da dire Mi ha aiutato a crescere, se appartenesse al passato, ma sta accadendo ora e non so se quando e come finirà. E per altro mi chiedo perché la mia vita debba continuare ad essere attraversata da fenomeni adolescenziali se ho 51 anni.".
Dove eravamo rimasti? Ah già, gli errori...
Esistono errori legati ad un set coerente e discreto di scelte omogenee. Una volta (prima possibile) riconosciuti come errori, non è difficile fermarsi un attimo, ripercorrere a ritroso le rapide della vita e capire dove si è inforcata la strada sbagliata. Più difficile è rappezzare i guasti da lì in poi prodotti ma, insomma, sepoffà.
Ma esistono errori ben più pervasivi subdoli e (credo) comuni, legati ad una attenuazione della capacità di intendere e di volere. Quando ciò succede, si sceglie in modo impulsivo, disordinato, entropico, si fa la cosa che ti fa star bene al momento. Oggi scegli l'alternativa A e A ti sembra la panacea di tutti i tuoi mali. Ma già a ora di cena, vittima del folle tumulto dei tuoi bioritmi, scegli l'alternativa B e B ti sembra l'unica scelta possibile, e preferiresti che l'alternativa A non fosse mai esistita. Riconoscerli come errori non è un processo freddamente logico, mette in gioco la propria sopravvivenza psicologica e può piombarti nella più cupa depressione.
Da una parte ci sono i genitori inadeguati (per usare un garbato eufemismo) come Julien Monnet e la di lui ineffabile compagna; dall'altra i mancati adulti in perenne sindrome di Peter Pan, come Lapo Elkann, tanto più sbruffoni e inconsistenti quanto più baciati in fronte dal Dio Denaro. Con una curiosa particolarità che differenzia Lapo da Piersilvio: se è già il papà a fare lo sbruffoncello, il figlio è esentato dal seguirne le orme... Se invece il papà è un distinto, affabile ma serissimo giornalista di babeliche ascendenze, allora ti puoi scatenare a tuo talento.
Io sono convinto che se si cercassero ai tavolini del Tapas Pub di Parma dei 31enni di ingegno, se ne troverebbero almeno 3-4 per sera in grado di inventare fantasiosissimi gadgets molto più creativi e divertenti di quelli di Lapo (immagino occhiali a forma di culatello, braccialetti in scaglie di parmigiano intrecciate, torte sbrisolone in fibra di carbonio). E invece molti di loro finiranno per essere assunti dalla Cooperativa Domus per portare bambini senegalesi al parco giochi o dalla Gazzetta di Parma per compilare memorabili articoli dal titolo "La Palanzanese rischia grosso a Calestano".
La notte brava a base di sniffate e multivariate variazioni del Kamasutra dell'autunno 2005 può destare scandalo ma rientra, come dire, in una personale gestione del tempo libero. Io personalmente avrei preferito sniffare un paio di mutandine femminili e poi accoppiarmi con la portatrice delle stesse, ma "de gustibus...".
Grottesco e tragicomico è invece l'episodio in cui il rampollo o ramcappone di casa Agnelli si è messo alla guida di un taxi, mentre gli altri partecipanti alla zingarata lo spingevano a motore spento canticchiando "O bucaiola, tu mi tradisci, dici che vieni e invece tu pisci...", e alla peraltro garbata richiesta di un altro taxista di abbandonare il veicolo ha risposto "Terùn, il taxi è Fiat e quindi è mio, Capri me la compro quando voglio e te ti mando a suonare il mandolino a Positano...".
No, Lapo, non ci siamo. Quando la Fiat ha incassato o rubacchiato un 15-20.000 euro per la Fiat Marea in questione, ha perso ogni diritto sul bene ceduto (qualunque studente del primo anno di Ragioneria te lo saprebbe spiegare). Se ti vuoi divertire, fai un salto a Mirafiori e fai l'autoscontro coi tuoi amici con una ventina di Fiat Marea fresche di fabbrica col loro vomitevole odore di Fiat nuova.
Di questo passo, il tuo omologo Piersilvio potrebbe sodomizzare tutti gli italiani urlacchiando "Té sei italiano e quindi sei mio...". Ma come si argomentava poc'anzi, ci pensa già il papà....
Scrivi qualcosa... lascia scorrere le dita sulla tastiera e, assecondando la famosa metafora dello scimpanzè che (battendo a caso sui tasti di un computer) ha una possibilità infinitesima ma non nulla di scrivere un capolavoro letterario, anche tu potresti scrivere qualcosa di memorabile.
Il tempo ti manca. Il lavoro ti prende. Il morbo infuria e sul ponte sventola bandiera bianca.
Stai con una donna e a volte pensi ad un'altra. Ma è meglio che non si sappia in giro. Del resto le tue scelte sono sempre rigide in maniera inversamente proporzionale alla loro coerenza.
E quando stavi con l'altra pensavi all'una. E quando non stavi con nessuna delle due ti sentivi inutile. E quando stavi con entrambe (ma la cosa è durata non più di una settimana) ti sentivi bastardo geneticamente. In realtà stavi per decidere di rinunciare ad entrambe ed immolarti sull'altare della singlitudine, ma una delle due ha eroicamente tenuto duro anche dopo umiliazioni che nessun'altra donna avrebbe sopportato. Ti è sembrato giusto premiarla... O ti è sembrato giusto punirti????
E' quello tra voi due un gioco a somma zero, in cui uno rigorosamente vince e l'altro rigorosamente perde, o è un gioco a somma diversa da zero, in cui strategie collaborative, cooperative ed altruistiche potrebbero ottimizzare le vincite per entrambi? Per te è la seconda che hai detto, ma guarda che a lei lo devi ancora spiegare perché non sempre dà l'impressione di averlo capito.
Chi è Julien Monnet? Un mostro sanguinario che ha tentato di uccidere a sangue freddo la sua innocente figliola durante un romantico viaggio a Roma? O un misero patetico miserando spostato disadattato che dopo aver tentato invano per anni di inseguire tutti i ruoli sociali che il vivere civile gli imponeva non ce l'ha più fatta ed ha espresso come gli veniva e come gli poteva il suo potenziale disgregativo?
Poco sappiamo di lui. 37 anni, convivente con una giovane donna, con la quale ha messo la mondo la bambina oggetto del tentato massacro, vanta un passato di cure (e c'è chi dice ricoveri) psichiatriche oltre ad un recente licenziamento dal suo prestigioso lavoro di tecnico informatico. Sappiamo che la giovane compagna se n'è andata in vacanza in Turchia con i suoi genitori lasciando Julien e la bambina a Parigi. Sappiamo che si è precipitata a Roma con il primo aereo e ai giornalisti ammassati alla caccia di scoop ha detto di "non spiegarsi" il comportamento di Julien.
E a questo punto viene da dire: molto si parla del padre degenere, del mostro da sbattere in prima pagina (a proposito: l'episodio è diventato clamoroso per la stampa italiana, mentre in Francia nessun giornale ne ha fatto il minimo accenno...) ma poco si parla di una madre che se ne va in Turchia lasciando la figlioletta a un padre sicuramente non in buone condizioni psicologiche e morali. Tuttora sotto trattamento farmacologico, reduce da un licenziamento... Ci voleva Crepet per capire che la bambina era a rischio?
Quanti Julien Monnet vagabondano tristemente per il mondo confrontandosi con un mercato del lavoro sempre più feroce, con una realtà di vita alienante e infelice, con l'obbligo sempre più vincolante di reggere la bestiale competizione per la sopravvivenza? Quando un uomo impazzisce e perde il controllo delle sue azioni, ma prima ancora dei suoi pensieri, e ancor prima dei suoi sentimenti, è solo su di lui che va vomitata la colpa?
Lasciare il povero miserando Julien con una innocente bimbetta di 4 anni è stata una atroce violenza verso entrambi. La giovane dinamica mammina non poteva portare con sè la bimba? O magari Julien stesso, visto che da disoccupato di tempo libero ne doveva avere? (Attenzione... Diversamente da quello che si dice la coppia non era separata... era convivente a tutti gli effetti...).
Si vede che la presenza della bimba le avrebbe rovinato la vacanza e/o dilatato i costi oltre il budget previsto....
E non basta dare a una figlia il romantico ed evocativo nome Luna, se poi la si considera una grottesca escrescenza da collocare lungo strane rotte diagonali funzionali ai tiramenti di culo degli adulti e non alle esigenze del figlio, che NON HA CHIESTO DI VENIRE AL MONDO E MENO CHE MENO HA POTUTO SCEGLIERSI I GENITORI.
Il Rag. Giovanni Verdi era un ragioniere un po' particolare, una specie di ragioniere free-lance: lavorava ora per questa ora per quella banca, ma alla fine non sviluppava senso di appartenenza con nessuna e per nessuna. I conti li faceva molto bene, però, addirittura i colleghi che di volta in volta si trovava attorno gli si rivolgevano speranzosi tutte le volte che il computer aziendale andava in panne (mediamente quasi tutti i giorni).
Sapeva consigliare ai clienti strepitosi piani di investimento che in poche settimane decuplicavano le loro finanze, ma per sè non aveva trovato di meglio che investire tutto in Tango Bonds e Obbligazioni Parmalat, così che si era ritrovato col culo per terra, la Gilera pignorata, la casa ipotecata, la moglie trombata da un consulente globale Fininvest.
Per le ferie si era fatto il vestito blu, e le sue ferie le passava tutte a Rimini. A suo tempo giocava a totocalcio tutti i sabati per parlarne coi colleghi il lunedì, poi si era convertito al videopoker.
Contrario per partito preso all'amor mercenario (vattene femmina ignuda!!), anche se talvolta guardava le stangone strategicamente posizionate nottetempo in Viale Mentana, in amore preferiva non impegnarsi troppo: odiava il sentimento (rende falso il suo comportamento) ma lo sapeva simulare benissimo, se nel caso anche con più donne alla volta. Ogni tanto si guardava allo specchio e si diceva "Vacca zana sono ancora un bell'ometto e alle donne dovrei piacere ancora, ma non me ne frega nulla verificare....".
Tifoso moderato della squadra della sua città, di cui però stentava a recitare la formazione titolare, trovava ancora i Nomadi il massimo che la musica italiana avrebbe mai potuto esprimere fino a tutto il 2412. Votava Veltroni per farsi del male e continuava ad andare in una sordida trattoria di là dall'acqua nonostante tutte le volte che tornava a casa si vomitasse anche l'anima.
Era un eroe, un eroe dei nostri tempi. La morte ce l'ha portato via una quindicina di anni fa, ma non essendosene accorto continua ad aggirarsi per i borghetti della sua città con la caratteristica andatura medio-dinoccolata. Una prece per questo sventurato...
Finalmente Crudelio era quasi felice: la sua testa ribollente come una bronza di fagioli si era fermata un attimo, e il suo timido cuore, sempre timoroso di disturbare, poteva finalmente parlare: essendo disabituato ad esprimersi parlava come un bambino di 2 anni, ma si faceva comunque capire benissimo. Il cervello era in pausa, in stand-by, non rielaborava più nulla ma si limitava a raccogliere impressioni sparse che arrivavano dalla città che lo circondava con fare dolcemente materno: e a pronunciarla nel modo giusto, Parma aveva il nome più materno e rassicurante che nome di città potesse avere. PARMA!!! Come una carezza.... PARMA!!! Come una coperta rimboccata con consumata sapienza, magari accompagnata dall'ultima tazzona di latte caldo col miele per far passare la raucedine. PARMA!!!...................... Come un gioco fatto con la manica del bambino per fargli passare il singhiozzo.
Crudelio beveva ogni sensazione come un cognac invecchiato, servito in quei surreali bicchieroni dai lunghi steli, debitamente riscaldati, del ristorante Lo Scudiero di Grazzano Visconti, dove in certe serate autunnali potevi veramente respirare l'atmosfera di un romantico e storicamente inesatto Medio Evo, magari cercando con tua figlia ancora bambina il fantasma di Eloisa.
Crudelio si lasciava assorbire dai colori, dai rumori e dai profumi della sua città e del suo quartiere senza opporre nessuna resistenza. E immaginava secoli, millenni, ere geologiche intere di beatitudine ai confini della realtà o in pomeriggi velati e venati di celeste nostalgia.
Ci sono notizie che sono talmente ridondanti da essere delle non-notizie.
Nella teoria dell'informazione il concetto di "ridondanza" indica un elemento che non aggiunge sostanzialmente informazione nuova, va se mai a confermare delle informazioni già possedute.
Per il terapeuta familiare, che ha a che fare con tutte le transazioni possibili entro un nucleo familiare di n membri, cogliere anche le ridondanze è molto importante. Se un messaggio espresso verbalmente mi viene confermato anche dal non-verbale, e se magari più messaggi verbali o non verbali indipendenti si confermano tra loro, gli indizi diventano prove e le ipotesi diventano se non teoremi almeno corollari.
Per il lettore medio di giornale, che non deve uniformarsi al paradigma della ipotizzazione/neutralità/circolarità caro alla Dr.ssa Selvini Palazzoli e ai suoi collaboratori, la ridondanza è seccante e noiosa. La morte da tempo annunciata del povero Funari aveva un livello di ridondanza vicino al 100%: sia Chiambretti che Bonolis che Del Noce avevano sperato che gli morisse in diretta televisiva, e la cosa avrebbe fatto notizia, più o meno come il Benigni che violenta Raffaella Carrà urlacchiando "Cosa ci avete voialtre donne in mezzo alle cosce? Ormai so' grande, me lo si deve dire....".
Invece il dispettoso Gianfranco è morto al San Raffaele come un qualsiasi impiegato del catasto, e la sua morte ha strappato tutt'al più qualche sbadiglio. E del resto si era già auto-sepolto annunciando una morte che, probabilmente, ha perso un paio di partite a scacchi e gli ha lasciato il tempo di esordire da moribondo su Rai 1.
Viceversa, la notizia dell'arresto di Ottaviano Del Turco di ridondante ha ben poco. Ricorda in modo plateale le famose bufale del Male, a partire dall'arresto di Ugo Tognazzi capo delle Brigate Rosse, passando attraverso l'invasione aliena finalizzata all'uso del Pianeta Terra come megadiscarica cosmica e i carrarmati sovietici in Piazza San Pietro, per non parlare del riarmo del Giappone o di Breznev e Carter che si sfidano a battaglia navale.
A parte la zia Argia di Ravarano che mi ha telefonato in lacrime chiedendomi cosa avesse fatto Riccardo Del Turco per finire in galera, e io le ho pazientemente spiegato che le parole di "Luglio" ascoltate al contrario rivelavano un pericoloso complotto massonico.....
Del Turco ha militato a lungo in area socialista, e questo forse toglie qualche ridondanza alla notizia in questione. Ma la Repubblica di oggi porta copiose testimonianze sulla sua teatrale dissociazione dall'evoluzione-involuzione del PSI da partito di sinistra a partito-ovunque, ovunque ci fosse una poltrona da occupare.
Del Turco, da buon abruzzese, era uomo di sani e rigidi principi morali, scolpito nella roccia delle sue montagne appenniniche che, rispetto a quelle omologhe dell'arco alpino, non si portano dietro pericolose pulsioni federalistiche. Come Marini (Franco, non Igor e tanto meno Valeria). Come Ennio Flaiano. Come Ignazio Silone. Come Benedetto Croce. Come Sergio Marchionne. Come Ivan Graziani. Come Jarno Trulli. E, sani an al so miga ma rigidi di certo, Rocco Siffredi.
E' vero che poi dall'Abruzzo provengono pericolosi trasformisti come Gabriele d'Annunzio, Bruno Vespa, Domenico Morfeo, Marco Pannella che abbassano un pelino la media.
Del Turco sarebbe, anzi è, accusato di associazione per delinquere, truffa, corruzione, concussione per gestione privata nella sanità, non di aver rubato a un bimbo i suoi popcorn. I familiari e gli amici si costernano e si accasciano dicendo "Ottaviano un tangentaro? Ma avete visto in che casa di merda viveva?".
Su di lui le opinioni di Berlusconi e Di Pietro si divaricano come le gambe di una velina all'arrivo di un mediano di sfondamento. "Sì, ho sentito - ha commentato Berlusconi - mi sembra una cosa molto strana che ci sia una decapitazione completa, quasi una retata nei confronti di un intero governo di una regione. Ho sentito anche il teorema accusatorio. Conoscendo l'attuale situazione della accusa in Italia sapete come la penso...molto spesso i teoremi accusatori sono teoremi che alla fine non vengono confermati". Il virile e rurale Tonino invece è esploso in un incontenibile "E' tornata Tangentopoli!!!!!!!!!!!! E' difficile invece che torni Mani Pulite dal momento che in Parlamento si fanno le leggi per non fare i processi e invece di occuparsi della giustizia ci si occupa di fermare la giustizia".
Il colto e raffinato veltro dantesco ha invece prudentemente chiosato "Serenamente pacatamente ma anche... Con vicinanza umana al presidente Del Turco, noi auspichiamo che egli sappia dimostrare la sua totale estraneità ai fatti che gli vengono contestati. Per noi un cittadino, fino all'ultimo grado di giudizio, deve essere considerato innocente. Al tempo stesso ribadiamo, come sempre, la piena fiducia nella magistratura auspicando che l'inchiesta, nel più breve tempo possibile, conduca a fare piena luce su tutta la vicenda".
E sembra che Del Turco non goda del regime di "carceri d'oro" che accoglie i VIP: in isolamento, gli sono negati anche i libri (un secondino pietoso gli ha passato un vecchio numero di Le Ore con Paola Senatore che si masturba ma il presidente della Regione Abruzzo non ne ha voluto sapere di sfogliarlo).
Ma allora i potenti possono andare in galera..... Tranne uno?
Ci sono amiche fragili che vanno salutate nella confortante certezza che abbiano abbandonato per sempre la tua vita (non è che ci si libera delle persone come fossero bastardini a ferragosto, è vero o no?) e ci sono grandi donne che meritano grandi dediche: pescando sempre dentro i confini regionali a noi cari, trovo una canzone di Lucio Dalla ed una dei Nomadi che sembrano fatte per te. O, se posso osare, per noi (a parte il fatto dei "pochi anni" che è comunque negoziabile...)...
Cosa ho davanti, non riesco più a parlare dimmi cosa ti piace, non riesco a capire, dove vorresti andare vuoi andare a dormire. Quanti capelli che hai, non si riesce a contare sposta la bottiglia e lasciami guardare se di tanti capelli, ci si può fidare.
Conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento per i tuoi pochi anni e per i miei che sono cento non c'è niente da capire, basta sedersi ed ascoltare. Perché ho scritto una canzone per ogni pentimento e debbo stare attento a non cadere nel vino o finir dentro ai tuoi occhi, se mi vieni più vicino.........
La notte ha il suo profumo e puoi cascarci dentro che non ti vede nessuno ma per uno come me, poveretto, che voleva prenderti per mano e cascare dentro un letto..... che pena...che nostalgia non guardarti negli occhi e dirti un'altra bugia A..Almeno non ti avessi incontrato io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato.
Tu corri dietro al vento e sembri una farfalla e con quanto sentimento ti blocchi e guardi la mia spalla se hai paura a andar lontano, puoi volarmi nella mano ma so già cosa pensi, tu vorresti partire come se andare lontano fosse uguale a morire e non c'e' niente di strano ma non posso venire
Così come una farfalla ti sei alzata per scappare ma ricorda che a quel muro ti avrei potuta inchiodare se non fossi uscito fuori per provare anch'io a volare e la notte cominciava a gelare la mia pelle una notte madre che cercava di contare le sue stelle io li sotto ero uno sputo e ho detto "OLE'" sono perduto.
La notte sta morendo ed e' cretino cercare di fermare le lacrime ridendo ma per uno come me l' ho gia detto che voleva prenderti per mano e volare sopra un tetto.
Lontano si ferma un treno ma che bella mattina, il cielo e' sereno Buonanotte, anima mia adesso spengo la luce e così sia.
Forse scorre dentro il silenzio il senso e il profilo della vita è tra le cose e anche il buio serve ad immaginare la ragione che ci invita a provare so che può far bene anche gridare per riscattare l'anima dal torpore so che ad ingannarmi non è l'amore perché voglio amare
Io voglio vivere, ma sulla pelle mia io voglio amare a farmi male, voglio morire di te... io voglio vivere, ma sulla pelle mia io voglio amare e farmi male, voglio morire di te...
Contro il mio equilibrio sempre un po' precario libero l'istinto, ciò che mi sostiene emozione nuova senza nome la ragione che ci invita a continuare per questo problema non ho soluzione io mi sento vittima e carceriere so che ad ingannarmi non è l'amore perché voglio amare
Io voglio vivere, ma sulla pelle mia io voglio amare e farmi male, voglio morire di te... io voglio vivere, ma sulla pelle mia io voglio amare e farmi male, voglio morire di te... io voglio vivere, ma sulla pelle mia io voglio amare e farmi male, voglio morire di te...
Forse la coscienza, il senso della vita sta in mezzo a mille notti o forse più non servirà a tradire semplicemente amare qualsiasi cosa che ti dà di più
Io voglio vivere, ma sulla pelle mia io voglio amare e farmi male, voglio morire di te... io voglio vivere, ma sulla pelle mia io voglio amare e farmi male, voglio morire di te...
A volte ti trovi evaporato in una nuvola rossa in una delle molte feritoie della notte con un bisogno d'attenzione e d'amore a urlare "Se mi vuoi bene piangi se vuoi essere corrisposta". E io volentieri ho divertito le tue serate estive con un semplicissimo "Mi ricordo": per osservarti affittare i tuoi sentimenti ai contadini in pensione e alle loro donne e regalare a piene mani oceani ed altre ed altre onde ai marinai in servizio, fino a scoprire ad uno ad uno i tuoi banalissimi nascondigli senza rimpiangere la mia credulità: perché già dalla prima trincea ero più curioso di te ero moltomammolto più curioso di te.
E poi sorpreso dai tuoi inutili "Come stai" meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci, ti ho promesso "D'accordo, Amica Fragile, se vuoi potrò occuparmi un'ora al mese di te" "Lo sai che io ho perduto due lavori" "Amica, sei una donna piuttosto distratta." E ancora ucciso dalla tua cortesia nell'ora in cui un mio sogno ballerina di seconda fila, agitava per chissà quale avvenire il suo presente di seni enormi e il suo TSO fresco, pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare un'altra donna.
E poi seduto in mezzo ai tuoi arrivederci, mi sentivo meno stanco di te, ero molto meno stanco di te.
Devo essere sincero: a me Funari stava simpatico, tant'è che quando (non più tardi di un anno fa) tornò in televisione, ne parlai senza alcun intento elogiativo (non rientra nelle mie corde stilistiche) ma con trasparente affetto e simpatia. Anche se il suo programma era caotico ed abborracciato, partito in un modo e concluso in un altro; anche se Funari aveva mostrato scarsissimo rispetto nei confronti dei suoi collaboratori De Luigi, Parassole e Rezza, liquidandoli dopo un paio di puntate all'insegna del "Ahò, se 'a nave affonna deve da affonnà co 'mme"; anche se gli ascolti erano stati un flop colossale, la proposta televisiva di Funari mi era parsa comunque sostanzialmente superiore alla media.
Si è parlato, a proposito o a sproposito, di "pasquinate" dopo il turbinoso No-Cav Day di martedì scorso, ma forse l'ultimo vero, autentico Pasquino rimasto sulla scena era lui, fiero e roboante nella sua straripante romanità anche dopo un numero imprecisato di anni che a Roma non viveva più (ma vedi il rapporto di Leopardi con Recanati...). Con una piccola differenza: che Pasquino di fatto non esisteva, era (ed è tuttora) una semplice statua al collo o ai piedi della quale i cittadini dell'Urbe potevano piazzare brevi componimenti in versi esercitandosi nell'arte mai doma e sempre invisa ai potenti della satira più corrosiva e triviale. Gianfranco invece ci metteva la faccia, tanto da scontrarsi con Berlusconi (non ancora in versione Insalata Mista o Unto del Signore, ma sempre Berlusconi era...), con Rosy Bindi allora ministro della sanità e con una lunga e nutrita serie di dirigenti RAI.
Forse la sua TV non era il massimo della raffinatezza, e spesso e volentieri il germe della retorica populistico-demagogica si infiltrava nei suoi programmi. Non era un fine dicitore, ma di lui tutto si poteva dire meno che non "bucasse il video".
Aveva inventato un modo di fare televisione pragmatico, talmente realistico da diventare talora quasi surreale. Con creatività e fantasiosità tutta capitolina (azzarderei perfino la parola "genialità" ma non so se mi attento) fondeva una rabdomantica capacità di cogliere gli umori della massa, simboleggiata dalla famosa Casalinga Di Voghera (ma anche le commesse di San Benedetto del Tronto e le tabaccaie di Aulla erano sotto tiro) con una prorompente strafottente sicurezza nei propri mezzi che lo portava a fare quello che si sentiva, qualunque costo ciò configurasse.
Non c'è molto altro da dire. Ma quando dico che ci mancherà, non è una vuota coccodrillesca formula di rito.
Dedicato a tutti quelli che non sanno come arrivare alla fine del mese ma comunque ci arrivano; all'Italia sana e incazzata che tira avanti (di)sperando, bestemmiando e somatizzando; che non ha mai trovato il coraggio di operarsi al fegato e non ha mai pagato per fare l'amore e non ha mai criticato un film senza prima vederlo; convinta che esistano ancora gli sfruttati malpagati e frustrati; dedicato ad un paese deriso frustrato picchiato derubato, dimagrito declassato sottomesso disgregato
Piacere, Luigi delle Bicocche Sotto il sole faccio il Muratore e mi spacco le nocche da giovane il mio mito era l’attore Dennis Hopper che in Easy Rider girava il mondo a bordo di un Chopper invece io passo la notte in un Bar Karaoke se vuoi mi trovi lì tentato dal videopoker ma il conto langue e quella macchina vuole il mio Sangue un soggetto perfetto per Brahm Stoker TU che ne sai della vita degli Operai io stringo sulle spese, Goodbye Macellai non ho salvadanai da Sceicco del Dubhai mi verrebbe da devolvere l’otto per mille a Snai io sono il pane per gli usurai ma li respingo non faccio l’Al Pacino, non mi faccio di Pachinko, non gratto, non vinco, non trinco nelle sale Bingo man mano mi convinco
che io sono un Eroe perchè lotto tutte le ore sono un Eroe perchè combatto per la pensione sono un Eroe perchè proteggo i miei cari dalle mani dei sicari, dei cravattari sono un Eroe perchè sopravvivo al mestiere sono un Eroe straordinario tutte le sere sono un Eroe E te lo faccio vedere ti mostrerò cosa so fare col mio superpotere
Stipendio dimezzato o vengo licenziato a qualunque età io sono già fuori mercato fossi un ex SS novantatreenne lavorerei nello studio del mio avvocato invece torno a casa distrutto la sera bocca impastata come calcestruzzo in una betoniera io sono al verde, vado in bianco ed il mio conto è in Rosso quindi posso rimanere fedele alla mia bandiera ? SU vai a vedere nella galera quanti precari sono passati ai mal’affari quando t’affami ti fai nemici vari se non ti chiami Savoia scorda i Domiciliari finisci nelle mani di strozzini e ti cibi di ciò che trovi se ti ostini a frugare i cestini nè l’Uomo ragno nè Rocky nè Rambo nè affini farebbero ciò che faccio per i miei Bambini
Per far denaro ci sono più modi, potrei darmi alle frodi e fottermi i soldi dei morti come un banchiere a Lodi c’è chi ha mollato il Conservatorio per Montecitorio lì i pianisti sono più pagati di Adrien Brody io vado avanti e mi si offusca la mente sto per impazzire come dentro un Call Center vivo nella camera 237 ma non farò la mia famiglia a fette perchè sono un Eroe
Gad Lerner ha ragione quando ipotizza una opposizione capitanata non dal pacioso Walter Veltroni ma dai corrosivi Di Pietro, Grillo, Travaglio, Sabina Guzzanti? Ha ragione, in particolare, quando sostiene che oramai nell'agone politico del terzo millennio le parole sono diventate molotov?
Ha ragione nel definire "una pasquinata" il No-Cav Day di martedì scorso? Ha ragione quando accusa il quartetto di cui sopra di usare, in fondo, le stesse armi del populismo e dell'antipolitica proprie del Caimano? Ha ragione nell'implicare "Ragazzi, forse siete divertenti ma la politica è un'altra cosa..."?
Va detto che anche Nanni Moretti, padre del movimento girotondino ed esplicito eversore di Berlusconi nel film "Il Caimano" (memorabile la battuta o molto auto-ironica o molto idiota dello sbeffeggiato all'indomani del trionfo bulgaro del 13 aprile, "Non sarò più il caimano") si è dissociato con aria stanca e schifata (che è la roba che gli riesce meglio) dicendo più o meno "Noi cercavamo di fare politica a modo nostro, ma questi qui fanno anti-politica di grana grossa... Dovrei ridere alle battute di Grillo? Psiconano, Topogigio, chevvordì?....".
Come va detto che Giorgio Bocca ha caldamente difeso Di Pietro con le accorate parole: "Oggi come quasi 20 anni fa c'è un "uomo nero" che va cacciato, diffamato, un energumeno, un giustizialista (... ),poliziotto rude e poco di buono, accusato dei più disonoranti reati per squalificare la sua attività giudiziaria ieri, politica oggi.".
Come va detto che, alle sobrie parole della Guzzanti "La Carfagna ha guadagnato un ministero in cambio di un pmpn", la Rosy Bindi ha detto che non si sente offesa come donna. Non ne avremmo mai dubitato...
Ma alla fine Mara Carfagna è stata a letto con Silvio Berlusconi? O hanno avuto solo un fugace rapporto orale? Allora, come chiosava Bill Clinton, il rapporto orale non è sesso. E come contro-chiosava Daniele Luttazzi, "allora quella nigeriana mi deve indietro un sacco di soldi...".
O addirittura, come ipotizza il quotidiano argentino "El Clarin" (nomen omen), tra il Berlusca e la minestra più buona del mondo ci sono state solo allusioni telefoniche a pompamenti di vario genere (insomma, sesso telefonico, il sesso degli sfigati, naaaaaaaaaaaaaaaaa....).
E, di qualunque livello di intimità si tratti, ci troviamo di fronte alla gratitudine della Carfagna per delle decisioni già prese, o al tentativo della Carfagna di ingraziarsi decisioni ancora da venire? Dopo tutto, come evidenzia l'ebdomadario transoceanico, a quel tempo Berlusconi non era al governo (ma era virtualmente certo di tornarci, visto lo stato preagonico-catatonico del Governo Prodi e la scarsa attitudine alla vittoria del suo competitor Veltroni).
Nella foto: la minestra Carfagna nell'espletamento delle sue attività istituzionali....
O lo ha fatto solo per amore, trasporto ed ammirazione???????????!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Certo che un anno fa Berlusconi si fa pubblicamente riprendere dalla Vero perché fa chiaramente capire che metterebbe la Carfagna al suo posto se solo potesse; la Vero si fa scrivere una bella accorata lettera da Cacciari, Berlusconi risponde con una lettera che si fa scrivere da Bondi e Bonaiuti e il paragone è quasi irriverente....
Come che sia, Clinton per alcuni pmpn ha rischiato l'empeachment (cioè l'impescamento, sa solo Dio perché lo chiamano così), mentre Berlusconi rischia l'aumento dei voti (El vedet Giuanin cume l'è in forma el Berlusca? Mi el vòdi...) . E se Clinton avesse fatto la Lewinski, chessò, Segretario di Stato come la Condoleeza? Beninteso, nella misura in cui l'ambaradan sotto al tavolo non fosse stato scoperto... Magari Monica non se la sarebbe cavata male ed avrebbe saputo usare argomenti inattaccabili coi Capi di Stato Esteri (If you please, Mr. Khatami, why don't we discuss this serious subject in private? Quante czz di guerre si sarebbero evitate...)
E' stato più pazzo Caligola a fare senatore il suo cavallo o...?
Berlusconi assomiglia più a Nerone, a Caligola, a Mussolini, a Craxi, a Rodolfo Lavandino o a Pierino Porcospino?
E bloggando bloggando, non sono mai stanco. Mi muovo d'istinto, yeah! E se davvero lo scopo di questo premio è promuovere il blog premiato nella blogosfera mondiale, perché non essere contenti? E' altrettanto vero che se ognuno dei 7 bloggers premiati ne premia altri 7, assumendo la peraltro impossibile condizione che vengano premiati solo bloggers non premiati in precedenza, già al quarto passaggio arriviamo ad un numero di n= 7x7x7x7=2401 blog premiati.
Il che significa che chiunque tenga un blog (foss'anche sulla bocciofila di Pizzo Calabro) e non si veda premiato entro la fine del mese avrebbe il diritto se non il dovere civico di suicidarsi tramite reiterata inspirazione in prossimità delle ascelle di Luca Giurato.
Ma si sa, oramai i premi in Italia sono come la formula di rito "Buongiorno professore, come sta la sua signora?". C'è una democraticità delle premiazioni che bypassa qualunque considerazione gerarchico-meritocratica, e forse è giusto così, perché la procellosa avventura di condurre un blog merita comunque un riconoscimento incondizionato.
Nella fattispecie ringrazio il mio fratello ritrovato (anche se dovrà fare due settimane di purgatorio come secondo cugino stante la permalosità del mio carattere, ahaha ehehe ihihih) Osvaldo Contenti (e valga il link sia per richiamare il suo raffinato scrigno multimediale transavanguardistico di ermetica trasparenza, disperata allegria ed ossimorica coerenza, provare per credere e la domenica tutti a pranzo con gli architetti che si abbufferanno di stinco di maiale al forno e vi vomiteranno sulla cravatta nuova; sia per richiamare il regolamento del premio de cuius, che nel post linkato viene descritto con la consueta feconda fecondante facoltativa facondia del Nostro) che, parendogli poche sette traslazioni del premio, tanto che c'era (e riteneva di non potersi esimere) ha ecumenicamente premiato ben 16 cobloggers.
Rammenti, Osvaldo, quando (munìtoti di occhialini da professore miope peraltro forse già in dotazione e sotto braccio un'edizione tascabile dei Promessi Sposi) avesti a dirmi, a proposito di un post scritto quasi medianicamente e quindi con intenti tutti e solo autoterapeutici e giammai letterari, con la mia solita modestia lo paragonerei al copione perennemente scritto e mai finito sugli schermi del Viaggio di G. Mastorna di Fellini,
Se si tratta di una prima stesura, non è male. Ma il vero Luca sa far di meglio. Molto meglio! Innanzitutto sul piano dell'ironia, che qui appare troppo contenuta, se non in quell'immagine dell'"agente Vodafone" ecc. che però poi si spegne troppo frettolosamente. Poi manca un'adeguata descrizione della Donna Capovolta. L'immagine attrae, ma proprio per questo il lettore vorrebbe leggere qualcosa di più di una descrizione sommaria. Poi eviterei vocaboli desueti come "mendace" (meglio "falsa") o "irresoluta" (meglio "incerta") che appesantiscono una prosa altrimenti brillante. Infine, le vie o gli scorci di una città, se citati, andrebbero descritti, altrimenti la Via D'Azeglio che per lui "campionava la città intera" non si comprende perché sia come affermato. Ciao! Osvaldone criticone.
Cadesti rovinosamente vittima di una confusione di tipi logici, che finché resta confinata nei manualetti universitari di Epistemologia 1 non produce danni, ma quando ne fuoriesce per invadere i rapporti umani può fare sfracelli teribbili (detto con voce strozzata alla Verdone edizione Non-stop con particolare riferimento allo sketch della piena del Tevere, Ma avete visto? Ce staveno rami d'arbero, pezzi de legno, radici, mobbili antichi e pure dei cervi... (Sguardo enigmatico verso l'alto) Però nu lo so se erano cervi...).
Compiaciuto dall'intuito femminile dell'Eterna Fanciulla e della Miss, che avevano invece trovato il post molto toccante sentito e vero, avevo estremizzato e ipostatizzato il mio dissenso dalla tua incauta recensione (ma come... la prima volta che mi recensisci e mi stronchi come un fratello Vanzina qualsiasi...) sospendendo drasticamente ogni contatto con te. Ma vedo che non alberga in te lo spirito della ritorsione, e quindi godo di questa ritrovata amicizia.
Chissà quanti Kalòs che mi sono perso. Ma recupererò....
Ad maiora!!!!
Ah, quanto ai sette blog sette da citare, non potendo citare Osvaldo per evitare pericolosi paradossi di transitività reciproca che potrebbero far scomparire entrambi i nostri blog nella quarta dimensione, citerò in ordine sparso:
Fabrizio Tavernelli ha scritto praticamente su tutto: si è accanito contro Maurizio Seymandi con i suoi nonsense surreali per far capire agli artisti quanto erano scemi (MS Body Art); ha celebrato Shoko Asahara (quello citato anche dagli Elii nel verso Usma il gas nervino del santone dopo aver sentito quanto è al dente il maccherone); ha cantato la saga dei siluri del Po ben prima del suo compaesano correggese Ligabue in Radiofreccia; ha ridicolizzato gli yuppies spavaldi di fin de siecle (Figli delle stalle); gli sciamani mediatici (sciamàno, sciàmano dalle mani i poteri..., Moderno Primitivo); i mezzadri mesamorfici che giocano con gli ogm (Folk Acido); ha versato una lacrima per la saga del Comandante Straker. Ha inveito contro la nuova destra (AIDN) e contro alcuni disinvolti vergognosi revisionismi (La notte dei partigiani viventi)
Avendo capitanato per alcuni anni il fantasmatico gruppo Acid Folk Alleanza (acronimato in AFA), poteva Egli non scrivere sulle calure che affliggono la nostra meravigliosa contradditoria megavallata (il "piano padano" di ferrettiana memoria)? E infatti lo ha fatto, con zappiano sarcasmo e bergonzoniani equilibrismi metalessicali e paralinguistici.
Politico polittico apocalittico
ascolta questo trittico: "Pan Salam e Brogna! (1)"
Asfittico il clima ti rende paralitico
ma prima che succeda ascolta l’uomo etilico
pan al Pan Vein al Vein Pan al Pan Vein al Vein
la m’ha magne tota l’aria!
tempeste di sabbia che salgono dal sud
e mille glaciazioni che scendono dal nord
ma io che vivo sotto il livello del mare
dell’afa soltanto mi devo accontentare
portatemi l’ossigeno
la gravità mi schiaccia la gravità mi opprime
deformazione alimentare
io l’aria col coltello la devo tagliare
malaria mal d’aria sudario la mia maglia
zanzare tigre, quante giornate pigre
fammi risalire fammi risalire
fammi risalire al più presto in superficie
io mi disidrato, la terra trasuda
intanto di nuovo la palude si fa strada
lassù in paradiso si respira e non si suda
ma qui continua ancora a regnare, a regnare l’afa
AFA!
appicicaticcio se faccio un movimento
le gambe hanno radici mi rendono più lento
brodo primordiale, cucina infernale
non sono in vacanza anche se il clima è equatoriale
aria stagnante, per niente ventilato
senti cosa dice questo povero stremato
"Pan al Pan Vein al Vein Pan al Pan Vein al Vein
am seint mancher l’aria!"
Non vedo più il sole, offuscato è il confine
tremano i contorni tutto sembra irreale
difficile pensare difficile amare
neanche il kamasutra sul letto riesco a fare
chiuso dentro casa mi tocca stare
per trovare un poco di sollievo
e mi ritorna in mente, lo cantava lo zecchino:
"sono una talpa e vivo in un buco"
e l’anarchia non sta più a casa mia
ma ora ci abita soltanto l’apatia
l’è dura l’è dura l’è dura la calura
ma in fondo ci si abitua alla terribile tortura
poche sorprese poco movimento
ma solo il passare inesorabile del tempo
la metereorologia con noi non ha problemi
perché la previsione è comunque per sempre afa!
AFA!
é inutile sfuggire
AFA!
(1) Dicesi "brogna" nell'intera area di produzione del parmigiano-reggiano il normale organo sessuale femminile, nello stesso modo in cui chiamasi "fittone" a Bologna il normale paracarro.
Erano almeno tre mesi che la sua vita era diventata un diciottovolante, un trentaseivolante (otto pareva francamente poco). Emozioni sconsigliate ai cuori deboli, malesseri che sarebbero stati letali a stomaci cagionevoli, improvvise e subitanee gioie che potevano annientare perfino un robocop, figurarsi un brevilineo di ceppo umbropiceno come lui.
Si avvicendavano attorno a lui ed in lui donne, case, lavori, tendenze alla sobrietà o all'ubriachezza molesta, ecumenica tolleranza e derive protoleghiste, misticismo ascetico ed edonismo reaganiano, ristoranti macrobiotici e osterie dello gnocco fritto, sprazzi di devastante socialità e periodi di monastica clausura.
Ma adesso, munitosi di un machete virtuale, stava diradando ad energici spietati colpi la jungla che si era formata attorno a lui. Cadevano facce, gambe, pance, braccia, balletti bioenergetici, condomini multietnici, smaltimenti un po' troppo estrosi della spazzatura, nasi interminabili, coiti negati, gomitate nella milza "e non dormire che non ho finito", serrature rotte, rimorsi, rimpianti, narcisismi assortiti rintorcinati con contorsione carpiata del menisco e ingestione compulsiva di lambrusco, spassosissime parodie musicali, fusilli troppo salati, minestrine troppo insipide, chitarre scordate ma non dimenticate, canzoni di Elton John con testo "awanaghein".
E mentre la jungla si diradava talmente tanto da ridiventare quasi savana, nell'intrico ormai esiguo delle residue liane si intravvedevano placide serate di carezze interminabili e banali profondissime parole, oltretorrentizie torrenziali turgide ironie (avrebbe lui saputo esserne degno e soprattutto non farsene travolgere?), riposanti silenzi e profondissima quiete ove per poco il cor non si spaura.
Tornava il suo vecchio mondo giovane e forte, odorante di sangue e fertile, rigoglioso di lotte, moltitudini, che splendeva radioso anche se pretendeva molto...
Sapeva benissimo che per garantire il ritorno del suo vecchio ma ancora attualissimo mondo sarebbero dovuti per forza scorrere sangue sudore e lacrime. E sapeva altrettanto bene che il sangue versato non odora d'ambrosia, puzza e fondamentalmente è infetto.
Ma non poteva farci granchè.
Bentornata Shirley, aggrappati bene a me e ti porterò lontano.
I conti con la mia adolescenza li faccio, caro il mio dottorazzo, li faccio eccome... Quante volte ho cercato di SpiegarLe, ma evidentemente senza successo, che io vivo in modo modulare e sequenziale, accumulando strati esperienziali gli uni sugli altri senza decidermi a buttare via nulla. perché non menzionare oltre all'adolescente in vena di scoperte il bambino spaventato, il giovane arrabbiato, il bravo onesto padre di famiglia, il trentacinquenne in carriera, l'intellettuale organico, lo stimato professionista, il tombeur de femmes virtuale che spopolava prima su c6 e poi su Lycos tra il 1999 e il 2002, il cantautore dilettante, l'animatore teatrale, il volontario da parrocchia?
Mi diverte vagolare tra emozioni, sentimenti ed esperienze, sfiorare reiteratamente la deriva sociale per poi (quando sembra tutto perduto) dare una bella pedata sul fondo e risalire? Non particolarmente, ma questa è la mia vita, Sempre io che pago Non è mai successo Che pagassero per me
Comincio a fare l'inventario delle persone che ho fatto soffrire con la mia inaffidabilità? No che non lo faccio, perché non ho mai considerato il fatto di cambiare idea e di avvertire il bisogno di cambiare come inaffidabilità. Faccio invece da tempo l'inventario e il censimento di coloro che mi hanno frustrato e castrato con le loro gufesche parole da grillo parlante, ed Ella è il primo della lista con codesti arzigogolati criticismi. Esca dalla mia vita se la cosa non le arreca disturbo. I miei più devoti omaggi
Caro Luca, prima o poi dovrai fare i conti con questa tua adolescenza eternamente protratta. E non è una scusa quella di non essere mai stato realmente adolescente a tempo debito, il passato è passato... Ti diverte questo tuo vagolare tra emozioni, sentimenti ed esperienze, questo tuo sfiorare reiteratamente la deriva sociale per poi (quando sembra tutto perduto) dare una bella pedata sul fondo e risalire? Cominci a fare l'inventario delle persone che hai fatto soffrire con la tua inaffidabilità? No che non lo fai, perché la prima sarebbe tua figlia, la tua adorata figlia che idealizza il padre simbolico ma palesemente fa fatica ad interfacciarsi con quello reale. Delle volte, osservando le tue peripezie, ho come l'impressione che tu ti guardi vivere chiedendoti tu stesso come andrai a finire, con una sorta di caustica indifferenza verso il tuo futuro. Non sei più giovane, Luca, alla tua età le persone cominciano a tirare i remi in barca e ad assaporare i frutti del loro lavoro, e tu non hai ancora deciso cosa farai da grande... Quando torni a casa la sera e lei ti accoglie col suo splendido fintissimo sorriso, che cosa provi? Amore, tenerezza, rassegnazione, una punta d'ansia? Avevi voglia di scoprire anche tu come si sta accanto a una persona che hai amato intensamente e convulsamente a suo tempo e che adesso non ami più, ma in qualche modo ti sei abituato/a alla sua presenza e comunque si è abbarbicata/o alla tua vita dando per scontato che stare con te è meglio che stare da soli? Non ti assale mai il dubbio che vi stiate squallidamente usando a vicenda, ognuno dei due per punire l'altro dei suoi torti passati veri o presunti? Paragoni mai la sua infantile arroganza nell'occupare spazi non suoi, abituata com'è a prendersi quello che può senza andare troppo per il sottile, alla composta signorile discrezione di un'altra donna di cui ti sei liberato solo per punirti, convinto che lei in realtà non ti avesse mai realmente amato. Hai reagito con freddo autocontrollo ai suoi sms ed e-mail rabbiosi e ostili, ma sei rimasto spiazzato da quella dolce e tremenda e-mail scritta in palese stato di alterazione alcoolica in cui lei si dimostrava così assolutamente e totalmente tua da farti quasi urlare di rabbia e disperazione. Da quel momento hai visto la disperata creatura che condivide i tuoi spazi per quello che è: un'opportunista che non ha mai amato nessuno e che ha cercato per tutta la sua vita di servirsi degli uomini. Una che sta con te ma che è pronta a riprendere il suo pellegrinaggio appena troverà qualche nuova avventura. E hai capito, per triste drammatico raffronto, e solo quando era troppo tardi, quanto ti facesse star bene l'allegra incondizionata dedizione di quell'altra donna. E adesso? Sei ostaggio di una donna che ti potrebbe lasciare in qualunque momento (e se lo facesse non faresti nulla per trattenerla, ma questo potrebbe succedere fra un giorno, un mese o un anno) e non sai più come porti verso una donna ai cui sentimenti non hai mai voluto credere, solo perché non te li decantava in endecasillabi danteschi. Perderai tutte e due e finalmente vivrai, come sotto sotto stai desiderando, il repentino passaggio dall'adolescenza ad una stagionata maturità in cui il futuro non esiste più e il passato pesa come un macigno.
"Io di lei mi fido" diceva un figurante della pubblicità della Galbani nei favolosi anni '60 a Johnny Dorelli, che con pacata fermezza rispondeva "Calma! La fiducia è una cosa seria, che si dà alle cose serie...". Il grande Johnny Dorelli, interprete di immortali hits quali "Carissimo Pinocchio", "Arriva la bomba", "L'immensità", compagno di cordata di Modugno nella sua doppia vittoria a Sanremo, conduttore radiofonico di Gran varietà ma soprattutto creatore del personaggio di Dorellik (che si presentava regolarmente col tormentone Sono Dorellik, buaaaahhhh (risata sardonica)) con queste quasi veltroniane parole voleva intendere che anche il divo più amato dal grande pubblico può essere alla fine meno degno di fiducia di una robiolina o di un certosino.
Bambino intellettualmente precoce, che dopo alcune infarinature di genetica in 2° media si chiedeva filosoficamente "Ma perché fra i milioni di miliardi di combinazioni cromosomiche del Tonino e della Lauretta sono venuto fuori proprio io? E farmi un po' meglio no, eh?" quello era stato il mio primo, e per lungo tempo unico, con la parola F I D U C I A. Poi per anni, forse decenni, non mi ero più posto il problema. Erano passati gli anni di piombo, quelli del riflusso, i '90 da cui, per citare un efficace battuta di Paolo Rossi, perfino la merda aveva preso le distanze. Alla fine del decennio, del secolo e del millennio (capitando opportunamente le tre cose tutte quante insieme, e parendomi codesto un segno del destino...) avevo deciso di realizzare la mia personale perestrojka e (dopo un quarantennio di ordinato tran-tran da bravo ragazzo) cominciare a pormi tutta una serie di domande.
Ma cos'è la destra (wowo), cos'è la sinistra?
Ad essere disponibile, oblativo, sempre in buona fede, ci si guadagna o in breve ti trovi l'orifizio anale devastato?
La vita di coppia è un accessorio di serie o un affascinante optional?
Fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio... E fidarsi in modo randomizzato porebbe andare?
Armato di queste e di mille altre epocali domande doppiavo il traguardo dei 40 anni fiondandomi verso una maturità anagrafica e una ritrovata adolescenza interiore, per la quale con la quale e nella quale non mi sarei mai più sentito disposto a prendere per buono quello che i mezzi di persuasione & condizionamento sociale mi ammannivano come precotte pietanze da ingurgitare in rispettoso silenzio.
……… e quanto al fidarsi o non fidarsi, di che cosa ci si deve fidare, delle azioni del presente, di quelle del passato o di quelle che si promettono per il futuro? E di cosa non fidarsi, di quello che si dice o di quello che si fa o di entrambe le cose? E poi la fiducia deve essere rivolta verso l’altro o riguarda anche se stessi? E se c’è fiducia verso l’altro ma non ci si fida di se stessi o viceversa? Oppure la fiducia può essere presente in alcuni momenti della vita ma in altri no e allora è corretto buttare tutto all’aria o si deve cercare di riconquistare o ridare la fiducia persa? Così si esprime Paola, una persona di intelligenza, sensibilità, creatività, delicatezza, senso critico decisamente superiori alla media. E' merito suo se, dopo aver parlato in modo un po' gratuito e superficiale di "fiducia", mi interrogo di nuovo su cosa significhi questa paroletta solo apparentemente banale ed elementare. Senza raggiungere grandi conclusioni...
E' vero, le tue domande sono belle, ben formulate, stringenti, con una loro scansione dialettica. Se ti dovessi dare una risposta spontanea ed impulsiva dovrei dirti "Boh!", e ammettere che so che la fiducia è qualcosa di importante per tutti (sicuramente per me, e credo anche per te) ma che non te la so definire. Per me (non come Dott. Rinaldoni, peraltro ufficialmente morto anche se ufficiosamente riesumato e aggirantesi per Parma, ma come Luca) la fiducia equivale, o almeno si lega, a una sensazione di benessere, buone vibrazioni, una bella aura azzurrina e non nera catrame, delle robe così insomma.... Non si può razionalizzare. Quando c'è fiducia c'è anche pazienza, voglia di capire, umiltà, dedizione etc. etc. Quando questa latita, per l'appunto, si finisce per scappare. Non ho capito se tu ti senti, personalmente, come colei che ha subito o colei che ha provocato dei problemi legati a una fiducia non concessa nel modo e nell'intensità giusta. Spesso si è sia vittime che carnefici.
Il mio prossimo post sarà sulla fiducia? Lo è stato....
Un villaggio ha tra i suoi abitanti uno ed un solo barbiere, uomo ben sbarbato.
Sull'insegna del suo negozio è scritto "il barbiere rade tutti - e unicamente - coloro che non si radono da soli".
La domanda a questo punto è: CHI FA LA BARBA AL BARBIERE? La risposta che siamo portati naturalmente a dare è "il barbiere si rade da solo".
Ma in questo modo violiamo una premessa: il barbiere rasandosi non raderebbe unicamente coloro che non si radono da soli. Allora viene spontaneo pensare che il barbiere sarà raso da qualcun altro, ma ancora una volta si viola una premessa: che il barbiere è uno soltanto (per dirla in altre parole, il barbiere se si rade da solo non dovrebbe radersi, se non si rade da solo dovrebbe radersi).
Eppure il barbiere è ben sbarbato...
Questo è uno dei paradossi più famosi, in teoria risolvibile postulando che il barbiere si collochi in una categoria metacontestuale per cui non possa essere computato fra gli abitanti del villaggio. Insomma, direbbero Bertrand Russell o Ludwig Wittgenstein o Alessandro Bergonzoni, "una semplice fallacia logica".
Chi bazzica libri e film di fantascienza può imbattersi in altri affascinanti paradossi legati ai viaggi nel tempo (quelli che per l'appunto lo scienziato pazzo di Ritorno al futuro liquida con un molto umano "E chi se ne frega..."): la vedova di un assassinato potrebbe tornare indietro nel tempo e uccidere l'assassino di suo marito? Convincerlo a darsi alla floricultura invece che alla malsicura attività di sicario della 'ndrangheta? Semplicemente deviare il colpo di pistola o eroicamente frapporsi allo stesso morendo al posto dell'amato consorte? Superman può davvero rivolare indietro lungo la circonferenza terrestre a velocità ipersonica per salvare da morte Lois Lane? I più perversi possono risolvere il loro penoso complesso d'Edipo facendo un voletto indietro di una trentina d'anni e corteggiando la propria mamma che tutto immaginerebbbe meno che quello che le sta malaugaratamente capitando? I depressi cronici potrebbero andarsi ad uccidere in età neonatale cancellando ogni traccia della propria insulsa vita dall'orbe terracqueo e immediati dintorni? Direbbe il mitico Luigi Musiari ospite del centro Lubiana di Parma, "Mah...", interiezione con la quale il pittoresco personaggio chiude tutte le situazioni dubitative della sua semplice e gioiosa vita, tipo: "Ci saranno le tagliatelle domani a pranzo?", "Smette o non smette di piovere?", "Se frego le scarpe a Norberto lui se ne accorge? E se se ne accorge capisce o no che sono stato io?".
Ma con tutto il rispetto per il Musio, noi siamo intellettualmente un po' più evoluti (o, per restare nel politically correct, diversamente evoluti) e un semplice "mah..." non ci basta.
Ma come tutti i didatti bravi ed affabulanti (termine virtualmente sinonimo di "inaffidabile inattendibile fanfarone", ma come suona meglio...) accantoniamo per ora la suddetta questione, alla quale promettiamo di ritornare dopo aver perscorso l'intera tangenziale concettuale che ci aspetta.
Un paradosso è qualcosa che sfida l'opinione comune: si tratta, infatti di
"una conclusione apparentemente inaccettabile, che deriva da premesse apparentemente accettabili per mezzo di un ragionamento apparentemente accettabile".
Uno dei motivi per cui la vita quotidiana è intessuta di paradossi veri o presunti è che il linguaggio verbale comunemente usato non ha la precisione e l'accuratezza dei linguaggi logico-matematici, che devono essere coerenti e non ammettono alcuna contraddizione interna. Un teorema mal formulato semplicemente NON PUO' ESISTERE. Viceversa, una frase mal formulata può far incazzare, può lasciare perplessi, può indurre al sorriso (divertito o di scherno, dipende dalla relazione fra chi spara la cazzata e chi la riceve) ma provateci voi a farla scomparire.
Inoltre, come fa notare benissimo Paul Watzlawick, il paradosso nella comunicazione umana spesso è volentieri ha una valenza pragmatica molto potente: una comunicazione paradossale, se entra a far parte di un rapporto emotivamente ed affettivamente "non neutro", può dettare dei comportamenti impossibili; può far oscillare colui o coloro che nella relazione ha o hanno meno potere fra una serie di comportamenti-risposta allo stimolo paradossale tutti apparentemente giusti ma in realtà tutti concretamente sbagliati.
Perché in realtà questo stesso post può essere letto in mille modi diversi: qualcuno può prenderlo per uno scherzo più o meno atroce, chiedendosi "E qui dov'è che si ride?"; qualcuno può cimentarsi a leggerlo vedendo alla fine quanto riesce a capire, e di quello che riesce a capire quanto realmente lo interessa, e di quanto lo interessa quanto gli è utile; qualcuno può cercarci disperatamente e un po' egocentricamente degli accenni a sè, nella totale assenza di riscontri diretti; qualcuno può prenderlo per un articolo tecnico e censurarne l'approssimatività; qualcuno può prenderlo per un articolo divulgativo alla Piero Angela e censurarne l'esagerato rigore. Ma comunque si tratta solo di un post: cambi sito, volti pagina e il post non esiste più.
In altri casi, i segnali, i messaggi che ti vengono rivolti possono essere fondamentali per il tuo benessere e, metaforicamente parlando, per la tua sopravvivenza.E quindi gli devi dare senso e li devi in qualche modo utilizzare.
Se qualcuno al cui giudizio tu tieni ti chiede "Sii spontaneo...".
Se la donna che ti piace ti ordina di assumere con lei un atteggiamento dominante.
Se un mentitore si presenta affermando "Premetto che io mento sempre...". Ma sempre sempre sempre? E allora, bestia grama, significa che stai mentendo anche adesso e forse qualche volta dirai la verità.
Se la libellula chiede al millepiedi "Ma come fai a coordinare così bene le tue mille zampette quando io ho già qualche problema con le mie quattro ali?" e da quel momento il millepiedi non riesce più a muoversi.
O se una mamma che ti ha regalato cinque camicie, appena ne indossi una, con la voce velata dal pianto ti chiede "Le altre quattro non ti piacciono, vero?".
Ma, forse anche per le particolari circostanze in cui questo paradosso (che pure già conoscevo in teoria) mi è stato presentato in modo più dettagliato, partecipativo e pragmatico (con una vera e propria simulata in cui due squadre interpretavano il ruolo dei due prigionieri), colpisce la mia fantasia il cosiddetto dilemma oparadosso dei due prigionieri (Colonna sonora: Storia o favola del lago di Kriss).
Due criminali vengono accusati di aver compiuto una rapina. Gli investigatori li arrestano e li chiudono in due celle diverse. A ognuno di loro vengono date due scelte: confessare l'accaduto, oppure non confessare. Viene inoltre spiegato loro che:
a) se solo uno dei due confessa, chi ha confessato evita la pena; l'altro viene però condannato a 7 anni di carcere.
b) se entrambi confessano, vengono entrambi condannati a 6 anni.
c) se nessuno dei due confessa, entrambi vengono condannati a 1 anno.
Detto in termini più pedestri e triviali ma efficaci:
se io sono più furbo di te, io mi salvo e tu te la prendi in quel posto; altrettanto, a parti invertite, se tu sei più furbo di me;
io faccio comunque il furbo perché ho una vaga se non vaghissima speranza che tu non faccia il furbo; se fai il furbo anche tu ce la prendiamo in quel posto in società e, cosa vuoi che ti dica, mal comune mezzo gaudio;
se mi fidassi in modo assoluto di te, e se ti volessi davvero bene, mi direi "Io NON confesso, perché dovrei visto che è ovvio che siamo tutti e due innocenti; lui non confesserà, per la medesima ragione. E ce la caviamo col minimo della pena....".
Molti hanno usato questa metafora per descrivere la corsa agli armamenti fra URSS e USA nei quarant'anni successivi alla seconda guerra mondiale. Solo l'implosione dell'impero sovietico ha posto fine alla situazione, ma solo per qualche anno, perché poi i vaccari americani (nulla di offensivo: vaccari è la fedele traduzione italiana di cow-boys) hanno cambiato avversario (il terrorismo internazionale meglio se di matrice islamica) e ripreso l'amato gioco. Ma stiamo andando fuori tema.
Io più modestamente uso questa metafora per descrivere la difficile situazione del passaggio da innamoramento ad amore: è importante che ci sia un innamoramento forte, pervasivo, ai limiti dell'assoluto, che però o uno dei due partners, o tutti e due, o a turno l'uno e l'altro, si rifiutino di chiamare amore.
La sopra enunciata condizione è importante: perché, ancora una volta paradossalmente, è proprio lo scorretto etichettamento con la parola amore di quello che in realtà è un semplice innamoramento (e in quanto tale, prova generale, simulazione, verifica, antefatto, artefatto, metafora, allusione, allegoria del vero amore) che porta i partners a sviluppare una metafisica fiducia reciproca che rende il dilemma dei due prigionieri inapplicabile, o meglio lo rende applicabile nella variante (mi fido e non scappo, l'equivalente di "non confesso") (anch'io mi fido e non scappo) (ce la caviamo col minimo della pena, urrah!) che nella vita reale nessuno sceglierebbe mai. Viceversa, un innamoramento abbastanza forte da incatenare i due miserandi, ma evidentemente non abbastanza forte da metterli in condizione di fidarsi l'uno dell'altro porterà a scenari meno rosei.
Se uno dei due si fida, e l'altro un po' meno, il rapporto può essere comunque stabile: chi non si fida e continua a scappare viene inseguito da chi si fida e non smette di urlare "Ma dove vai? Io ti amo, e anche se non lo sai o non lo dai a vedere mi ami anche tu... Fermati e amami, o quanto meno fermati e lasciati amare, piantala di scappare che non ci hai più neanche l'età...". Caratteristico, anche se un po' agghiacciante, il fatto che a volte quando il fuggitivo si riposa, l'inseguitore comincia LUI a scappare... Come se la logica del gioco fosse quella e dovesse continuare anche scambiandosi le parti.
Se nessuno dei due si fida, quando la fiamma della passione, che sarà stata nel frattempo alimentata da mille buffe barocche balzane baruffe, comincerà a declinare, al posto del Laghetto Alpino dell'Amore Eterno la coppietta in rodaggio si troverà di fronte due lenti scivoli che vanno in direzione opposta, che per qualche giorno o settimana li faranno sentire ancora insieme "anche se c'è qualcosa che non funziona", finché una mattina si guarderanno e scopriranno la loro totale estraneità.
Avranno in quel momento perfezionato il loro meraviglioso 0-0, mentre la vita vince di goleada e acquista su entrambi un incolmabile vantaggio. E da incalliti giocatori cominceranno altre partite cercando, o ritrovando, o rivalorizzando, qualcuno di cui fidarsi? Non fidarsi? Fidarsi? Non fidarsi? fidars... non fidars... fidar... non fidar... fida... non fida... fid... non fid... fi... non fi... f... non f... non... no... n... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...
Dice un antico ma efficace luogo comune che l'ora più buia è annunciatrice dell'alba; altrettanto può avvenire che un'ora di abbacinante splendore sia annunciatrice del buio e del nulla più assoluti. Oppure siamo noi esseri umani che cerchiamo (e spesso ci illudiamo di trovare) un senso nella nostra umana tragicommedia: e quando ci affidiamo ad una fede ultraterrena questo senso c'è anche quando non lo capiamo (l'importante è che esista un Essere Perfettissimo Signore e Creatore che abbia in mano il bandolo della matassa e la cosa basta a tranquillizzarci); quando ci sforziamo di essere rigorosamente laici (pur vivendo in un Paese che assomiglia ogni giorno di più ad una teocrazia) trovare un senso all'altalenante succedersi di gioie e dolori, soddisfazioni e frustrazioni, brillanti successi e brucianti sconfitte diventa talmente difficile da sembrare inutile.
Chi vive nella ingenua convinzione che sia tutto predestinato forse ha meno fantasia, e comunque sa che deve limitarsi ad assumere l'atteggiamento appropriato per quello che il Fato ha già deciso per lui; chi vive nella perniciosa anche se giusta convinzione che nulla sia predestinato ha il dovere d'ufficio di pensare in positivo, ma è altrettanto vero che ogni tanto, in mezzo ad anni e anni di spensierato ottimismo in cui pensi che le tue risorse comunque basteranno, ti scopri a fare dei bilanci che rischiano di farti andare di traverso la tua baldanzosa sicurezza: devi confrontarti con dei dati obiettivi tipo conto in banca, sicurezza del lavoro, sistemazione abitativa; e con altri dati meno obiettivi ma comunque facilmente interpretabili, tipo la ricchezza e la piacevolezza della tua vita sociale, la linearità della tua vita affettiva, la capacità di stare in coppia.
L'idolo delle masse Vasco Rossi, con la sua adolescenziale tendenza all'ipersemplificazione, ci ha scritto sopra un testo (che questa volta non citerò per esteso, perché va bene nascondersi dietro le canzoni, ma c'è un limite a tutto...) in cui con rudimentale approccio analitico cerca un senso dovunque questa ricerca sia praticabile, per giungere alla conclusione che, anche se nulla ha un senso su questa terra, tanto domani arriverà lo stesso. Non è che il tempo si ferma battendo scocciato il piedino in attesa che Rossi Vasco da Zocca o chiunque altro per lui trovi il senso ontologico del reale. E in ogni caso, come Sally dimentica le sue sfighe ascoltando rapita il rumore della pioggia, anche qui c'è una soluzione extracontestuale con slittamento dall'intellettuale all'animalesco: "Senti che bel vento". Magari bastasse...
Scrivere in questi casi (bene o male che ti riesca) ha un senso catartico-consolatorio (anche se la catarsi è una cosa e la consolazione tutta un'altra, quando cominci a scrivere non sai se raggiungerai la prima,dovrai miseramente accontentarti della seconda o da quell'incapace disadattato che sei dopo aver scritto starai ancora peggio): scrivere, per così dire, punteggia il flusso del pensiero, che in casi come quelli implicitamente analizzati assomiglia al mare di Genova cantato da Paolo Conte, che si muove anche di notte e non si ferma mai, o al dilemma dei due prigionieri (allucinante flash di come certe cose che succedono nel 2006 dovrebbero servirti da traccia cognitiva per capire cosa potrai aspettarti nel 2008) al quale penso (ma non ne sono sicuro perché purtroppo sono esageratamente volubile) di dedicare il prossimo post. Se il tuo pensiero è un incessante andirivieni di concetti che si sovrappongono e si contraddicono, di volta in volta conquistando l'onore del proscenio e venendo poi risbattuti senza tanti complimenti dietro le quinte; se ad una soluzione buona se ne sovrappone una più buona, per poi dubitare che quella rimpiazzata fosse migliore della rimpiazzante.......
................ se succede tutto questo, e non intendi consegnarti spontaneamente al più vicino Ospedale Psichiatrico per evitare un TSO pronosticabile entro le successive 3-4 ore, dare una struttura univoca ad un processo ricorsivo può essere utile: in parole molto più povere, decidere di fronte al foglio bianco reale o virtuale che alcune parole sono degne di essere consegnate ai posteri, altre sono degne del silenzio (anche se possono allusivamente riaffiorare o in lapsus tastierae che provvederai a correggere, o in parole o frasi che non vorresti proprio dire ma butti distrattamente lì, perché anche l'inconscio vuole la sua parte) finisce per dare un po' di sollievo alle tue meningi.
Poi, se vuoi sfogarti senza rischiare troppo, eviterai di dare al tuo blog un taglio troppo smaccatamente autobiografico, ma non farai altro che parlare di te fino alla nausea e allo sfinimento tuo e altrui. E continuare a vivere....
E' normale che tutte le volte che l'Italia si confronta con l'Europa coli miseramente a picco. Questa volta si trattava banalmente di calcio, ma non è che (tanto con Prodi da qualcuno non italiano definito un "vecchietto isterico", quanto con le gags agghiaccianti di Berlusconi che dava del "kapò" a un eurodeputato tedesco reo di non pensarla come lui, e dei "turisti della democrazia" a tutta l'assemblea) in contesti solo apparentemente più seri abbiamo fatto miglior figura.
Gli industriosi Olandesi raddoppiano sforzi e marcature, con in porta un Van der Sar praticamente cieco quando giocava a Torino e che quando sente aria di canali e mulini a vento ritrova di colpo tutte le sue diottrie, allenati da Van Basten che essendo costantemente infortunato aveva più tempo di Donadoni per riflettere sulle lezioni tecnico-tattiche di Arrigo Sacchi, con una difesa sulla carta composta da inguardabili brocchi (ma siccome si giocava sull'erba la difesa si rivela impenetrabile come la vagina di Madre Teresa di Calcutta). Gli astuti romeni giocano una partita alla Viva il Parroco con la Francia senza mai tirare in porta, così tanto per illuderci, per poi zingarescamente trasformarsi contro gli odiati Campioni del Mondo in undici satanassi assetati di sangue, guidati dai doppiogiochisti Chivu e Mutu che ci hanno rubato tutti i segreti relativi a diagonali, ripartenze, possesso di palla, pretattica, pret-a-porter, prestidigitazione, falli tattici, falli nascosti, falli enormi, falli esagerati.
E dire che tutti gli italici osservatori sottolineavano come e qualmente l'Italia fosse superiore all'Olanda sotto praticamente tutti i possibili punti di vista (dalla gestione della palla al carrello dei bolliti a pranzo). Quanto ai romeni, c'era chi ne sentenziava insieme l'eliminazione dall'Europeo e dall'Europa propriamente intesa in un'unica soluzione. E invece....
Per fortuna la terza partita (che potrebbe ancora regalarci una prosecuzione del cammino europeo) si gioca contro la Francia che, pur avendo Michel Platini in posizione strategica nella stanza dei bottoni, è storicamente ancora più arrogante e megalomane di noi e pensa che i gol debbano venire per grazia ricevuta, congiunture astrali, delibere presidenziali, prese della Bastiglia, e quindi macina gioco a ritmo incessante ma segna solo su svenimento del portiere avversario. Quando non segnano si guardano interdetti ed esplodono nel loro caratteristico verso di scherno "Pffffffffff" e sentenziano "Liberté, égalité, Italié éliminè...", più un mantra che una constatazione (o più una constatazione che un mantra?).
Ma anche nella vecchia lenta tradizionale affascinante Mitteleuropa si intrecciano destini e scenari psicosportivi più o meno com'era capitato sull'asse Parma-Catania circa un mese fa: un gol, un ciuffo d'erba malandrino, un placido e malaccorto passaggio indietro di Zambernardi a Buffetti, una semplice scoreggia di un laterale sinistro, potrebbero decidere la qualificazione di un team piuttosto che un altro.....
E come nelle ultime due giornate del nostro Massimo Campionato le combinazioni statistiche avevano fatto venire la dissenteria a Cannavò e l'orticaria a Xavier Jacobelli, così subito dopo l'avventuroso pareggio tra Leonardo da Vinci e Dracula si moltiplicavano i modelli logico-matematici, gli algoritmi, i teoremi per decidere se in serata sarebbe stato meglio che la Francia impallinasse l'Olanda, o che l'Olanda strapazzasse la Francia, o che i galletti sbucciassero gli Orange, o che gli Orange spennassero i galletti cominciando preferibilmente dalla zona sottostante la coda che è notoriamente la più dolorosa.
Eggià. Perché nel calcio (peraltro come nella boxe, nel ciclismo, nell'automobilismo, nell'atletica, nel curling e forse anche nel sudoku a squadre) c'è un'ampia possibilità di combines, pastette, biscotti, bistecconi, accordi sottobanco e altre simili amenità.
Ergo, in qualunque ultima giornata di qualunque torneo o girone che si rispetti, la squadra già matematicamente qualificata (più ancora di quella matematicamente eliminata) può anche impegnarsi relativamente, far riposare i migliori, evitare loro infortuni o squalifiche, e magari far loro godere le gioie di un rapido ma intenso amore mercenario con la Jessica di turno. Consentendo alla squadra avversaria di vincere in souplesse ben oltre i propri meriti.
Cosa impedirà ai maliziosi olandesi di far riposare contro la Romania tutta la prima squadra schierandole contro una formazione più o meno composta da: Van Wood; Shocking Blues, Exception, Focus, George Baker Section; Erasmo da Rotterdam, Bosch, Van Gogh, Rembrandt; Baruch Spinoza, Anna Frank?
Insomma, torniamocene a casa subito che figuriamo meglio....
Anna non abita più qui Laura se ne è andata via Valerio non lo sento più Ci siamo persi un po' per colpa mia Ciao... poi uno se ne va e se ne va per sempre La notte intanto cade giù e io ti cerco inutilmente, ma sento che mi cerchi anche tu Da una parte in mezzo ad altra gente Intanto piove che non smette mai ed io ti ho perso veramente Maria Dentro un'altra realtà...Don't touch me O forse in casa mia...Don't touch me Oppure in questa città...Don't touch me Da buttare via...Don't touch me Spengo il mio computer e cerco un po' d'aria vado sul balcone Il mondo è acceso sembra un video game Nelle città miliardi di persone ma i sogni non finiscono mai E io ho sognato di trovarti tra gli aeroporti e le stazioni Io proverò a cercarti tra gente muta e le canzoni verrò a recuperarti E se i sogni non finiscono mai non ho finito di sognarti Maria Dentro un'altra realtà...Don't touch me O forse in casa mia...Don't touch me Oppure in questa città...Don't touch me Da buttare via...Don't touch me Sotto i cieli lontani...Don't touch me Senza nostalgia...Don't touch me Neotranquillità...Don't touch me Maria...Don't touch me Anna non abita più qui Laura se ne è andata via Valerio non lo sento più Ci siamo persi...ci siamo persi Dentro un'altra realtà...Don't touch me O forse in casa mia...Don't touch me Oppure in questa città...Don't touch me Da buttare via...Don't touch me Sotto i cieli lontani...Don't touch me Senza nostalgia...Don't touch me Neotranquillità...Don't touch me
In questa estate che non vuole decollare, in questi fine settimana squattrinati (come peraltro il resto della settimana e dell'anno), in questi ricordi che ti tagliano a fette e si stagliano nel cielo facendoti sentire un cervo a primavera, il tuo blog diventa ogni giorno di più uno pseudopodo che ti tiene collegato al resto del consesso umano mentre cresce la voglia di isolarsi in giornate di gelida meditazione sul tempo e sull'età.
E questa solitudine, temuta e ricercata insieme, ha il fascino perfetto delle condotte di risk-taking che tanto piacciono agli adolescenti veri, ma evidentemente hanno addentellati anche con gli adolescenti virtuali, che forse hanno smesso di andare in giro a fare danni molto a sè stessi e un pochino agli altri ma continuano a farsi del male semplicemente restando dove sono.
Le persone si perdono e si ritrovano, c'è chi ti perdona con discrezione e disinvoltura mesi e mesi di silenzio (forse capendo che sono stati l'antidoto a settimane e settimane di troppe parole, retoriche altisonanti crepitanti ma in definitiva vuote); c'è chi ti promette oceani interi di felicità e poi ti concede sbadigliando miasmatici laghetti ripieni di frattaglie; c'è chi sembra non ci sia ma al momento giusto si fa trovare e ti dà succose conferme sull'esistenza di Dio; c'è chi all'improvviso ti esce dalla manica e scompare nella quarta dimensione passando per tua capricciosa e arrogante decisione da fratello ad estraneo; e ci sono sempre, miracolosamente, nell'archivio della tua coscienza, migliaia di canzoni (quasi tutte le sai rifare sulla tua modesta chitarra acustica con un garbato arpeggio alla De Andrè) dietro le quali continua a farti piacere nasconderti.
Questa volta ho scelto Lucio Dalla (quei pochi che si ostinano a considerarlo un buffoncello scherzoso si leggano la voce a lui relativa su Wikipedia cliccando opportunamente sul link da me gentilmente fornito) che resta a mio parere il migliore nel cantare con accenti epici le piccole cose della quotidianità. Avrei potuto parafrasare la canzone cambiando i nomi o alcune parole, ma proviamo a considerare le canzoni come delle equazioni a più incognite dove ognuno può sostituire ai nomi scelti dall'autore quelli che vuole lui.........................
Nomadi Lyrics A me in generale piace molto nascondermi dietro le canzoni. La vita con me è stata volubile e dispettosa, mi ha dato una lunga serie di cose ma quasi tutte al momento sbagliato, e ogni tanto ha deciso di togliermi quello che mi aveva dato senza il minimo preavviso. Non si fa così (secondo me, eh...), non si fa così. Del resto altre volte sono stato io che ho buttato via quello che mi capitava in mano invece di metterlo pazientemente in un cassetto e aspettare che tornasse ad essere utile. Non è tra le mie capacità l'arte di attendere.
Alla fine questo blog, partito come un raffinato gioco intellettuale, è diventato il diario sincero e spassionato dell'Eterno Adolescente che si scopre Giovane Anziano e in fondo la cosa gli piace. Attraverso questo blog ha ritrovato amici che credeva persi per sempre. Ha trovato persone che credeva non potessero esistere, anche se le ha lasciate opportunamente, con Battiato, nei giardini della pre-esistenza. Ha parzialmente combattuto la sua inveterata tendenza alla solitudine (comunque è meglio essere realmente, autenticamente soli, che sentirsi soli in compagnia). E del resto lavora tutta la settimana, altri hobby non ne ha (e neppure se ne vergogna). Ha parlato di sè a volte senza darlo a vedere, altre volte dandolo a vedere benissimo...
Se finisse sotto l'autobus tra mezz'ora, questo sarebbe uno splendido testamento morale.Ovviamente, non finirà sotto l'autobus tra mezz'ora e quindi continuerà a scrivere testamenti morali virtuali sentendo la cosa come tutt'altro che lugubre, anzi in fondo divertente.
E, per tornare al concetto iniziale di codesto post (e la parola codesto mostra un discreto ma chiaro voler già prendere le distanze dalla propria produzione intellettuale, nel momento stesso in cui la si produce), concludo nascondendomi dietro l'ennesimo omaggio all'epocale band molto emiliana dei Nomadi, che ha accompagnato la mia vita dal 1967 in poi rendendola più degna di essere vissuta.Questa canzone fa parte dell'album Noi ci saremo del 1977, che apre in qualche modo la definitiva uscita del gruppo dalla musica di consumo (che pure aveva prodotto belle canzoni come Un pugno di sabbia, Voglio ridere, Crescerai, Un giorno insieme, Ala bianca, Stagioni, Senza discutere, Il nome di lei, Vai via cosa vuoi, Suoni, oltre alla monumentale Io vagabondo che ancora oggi conclude i loro meravigliosi concerti tra la commozione generale), un album bellissimo nella sua artigianalità e imperfezione tecnica, privo di capolavori ma bello solido....
Ho corso questi anni come gli ultimi che avevo con la paura davanti della gioventù che perdevo con lo sfasciarsi delle assi della barca fra la corrente misto di coscienza e illusione resta il niente. Ho corso questi anni senza mai guardarmi indietro passando fra tanta gente come una tazza di vetro filtrando tutti i raggi con la limpida corazza stando bene attento a non rompere la tazza. Ho corso questi anni mescolando rabbia e amore e non so se il bilancio sia stupore o rancore ma ho la sensazione di aver mistificato che non rimpiango niente del passato. Ed ora che le rapide sembrano finire si addolcisce la rabbia ma non riesco a dormire e mi domando se comincio a invecchiare o sto cambiando modo di lottare. Lottare. Lottare
Più di tre mesi fa scrivevoMi dispiace infinitamente, ma nell'ultima tragedia della sotto-occupazione (chiamarlo lavoro forse è un eufemismo esageratamente ipocrita) non riesco a vedere eroismo; vedo disperazione, desolazione, l'agghiacciante immagine di un'Italia rappezzata e approssimativa, dove ci si sottopone senza la minima protezione ad esalazioni tossiche.
Sono passati tre mesi e l'episodio si è ripetuto molto simile, quasi identico: degli operai che entrano in contatto con una sostanza tossica senza le adeguate protezioni; dei colleghi che potrebbero (e forse, per rispetto delle loro famiglie e nella triste consapevolezza che a fare l'eroe ci si rimette sempre, dovrebbero) scappare a gambe levate corrono in loro soccorso, ovviamente non li salvano e muoiono anche loro.
Che i due ultimi episodi siano capitati nel profondo Sud non deve condurre ad affrettate generalizzazioni in quanto in precedenza episodi simili erano capitati a Marghera, a Genova e nel pieno centro storico della severa, ordinata, efficiente Torino.
Tra l'altro, nello stesso modo in cui il povero Gigi Sabani, offuscato dalla contemporanea morte di Pavarotti, per molti è ancora vivo, stanno quasi passando sotto silenzio la bellezza di altre 5 morti sul lavoro, avvenute alla spicciolata e forse in modo meno spettacolare, fra martedì e mercoledì. Come diceva Giorgio Gaber negli anni di piombo, a proposito di altre emergenze,
morti dappertutto che vengono ammassati come animali non fa neanche più effetto sono cose normali si fotografano i cadaveri non fa neanche più schifo ci si lava, ci si pettina si esce, si va al bar si scansano i cadaveri non ci fai più caso. Ci si abitua così presto in fondo ne muoiono tanti anche al week-end di ferragosto.
A qualche generalizzazione invece non so quanto affrettata porta il fatto che solo ora si comincia a sollevare il verminaio dell'assenteismo e dell'inefficienza negli Enti Pubblici (la più divertente, quella del capo-turno del reparto falegnameria dell'Azienda Trasporti Milanese che in orario di lavoro costringeva alcuni suoi sottoposti a costruire delle cucce per cani, certamente per far viaggiare meglio i nostri amici a quattro zampe nelle altrimenti scomode carrozze della metropolitana): viene da riflettere su un'Italia a due velocità, in cui da una parte ci sono lavoratori che si immolano vittime innocenti, e da un'altra "lavoratori" che rendono vittime innocenti coloro che dovrebbero usufruire dei loro servizi (una volta si diceva utenti, adesso la parola sembra essere passata di moda). Da una parte ci sono lavoratori che affrontano situazioni pericolose, potenzialmente letali, senza i minimi strumenti di tutela e prevenzione, e dall'altra "lavoratori" che usufruiscono di mille inutili comfort e possono usarli tranquillamente per loro fini personali senza rischiare praticamente nulla.
Il lavoro che per alcuni diventa un privilegio, per altri è un diritto a prescindere, ma ancora per moltissimi è una maledizione quotidiana, in cui per pochi euro all'ora ti devi fare il culo se non vuoi rischiare di essere licenziato esternalizzato messo da parte.
Come i morti di Molfetta, anche questi morti di Mineo non sono eroi: sono poveri Cristi sparuti e spauriti che percorrono indifesi il mercato del lavoro del Terzo Millennio prendendo quel poco che la sorte dà loro; sono cittadini di serie C/2 che devono lottare per i loro diritti, quando molti altri loro connazionali se li prendono con rapido e semplice gesto, nella speranza di arrivare ai play-off e a fine mese.
Quattro su sei erano anche dipendenti pubblici, ovvero parte di quella schiatta di presunti fannulloni assenteisti che timbrano il cartellino e poi vanno ad ubriacarsi al bar. Ma anche qui, i luoghi comuni aiutano poco a capire. Chiunque abbia una certa età e abbia cambiato un po' di lavori sa benissimo che nel Servizio Pubblico esistono numerosi operatori validi e appassionati (che spesso sono oggetto di sfruttamento e/o ilarità da parte dei colleghi più smaliziati), mentre in tutte le ditte private esistono manipoli di fancazzisti cronici protetti da parentele più o meno illustri o semplicemente bravi e fortunati ad aver occupato quelle nicchie ecologiche in cui ti basta simulare qualcosa che assomigli all'impegno lavorativo per poche ore alla settimana e il gioco è fatto...
Lo sdegno di chi ha ancora qualche valore, e deve difenderlo quotidianamente dall'imbarbarimento dei costumi, è talmente grande da essere ormai incontrollabile. Sentire poi qualche esponente del governo (senza far nomi, il Ministro del Welfare Maurizio Sacconi, uno dei molti transfughi dal PSI di Bettino Craxi al Partito di Plastica di Silvio Berlusconi) che osa sostenere che non si possono chiedere odiosi incrementi degli adempimenti formali e sanzioni spropositate in tema di sicurezza, mi fa capire come nessun governo, di Centro-Destra o di Centro-Sinistra che sia, muoverebbe foglia che Confindustria non voglia. Non basterebbe semplicemente adeguarsi agli standard europei? O noi Italiani siamo troppo furbetti per fare le stesse cose di quei noiosoni degli inglesi, dei francesi e dei tedeschi?.................
Le intercettazioni telefoniche? Ma cribbio... Cinque anni a chi le dispone. Cinque anni a chi le effettua. Cinque anni a chi le diffonde. Con tanti saluti, ovviamente, a qualunque concetto di gradualità della pena. Con tanti saluti, ovviamente, al fatto che le intercettazioni telefoniche sono uno dei metodi più efficaci e "obiettivi" per risalire a grandi piccoli scandali, aggirare reti di connivenza e di omertà, scoperchiare vergognose coperture. Salvo non si tratti, aggiunge Berlusconi, di reati di mafia o di terrorismo. Come dire che su tutto l'enorme scenario dei reati amministrativi il diritto alla privacy prevale sulla certezza del diritto.........
Ma Berlusconi non ne vuol sapere: con la stessa enfasi con cui David Bowie gridava Five years in un suo vecchio storico pezzo, Berlusconi usa queste due parole come un'accetta da brandire contro chiunque voglia ridurre gli spazi di potere della casta privilegiata di cui, ovviamente, lui si sente il meglio fico del bigoncio.
E non mi sembra di esagerare, ma la modalità con cui Silvio comunica i "suoi" progetti di legge è ormai completamente slittata in direzione di uno stile da monarca assoluto, certamente illuminato, certamente benvoluto dai suoi sudditi... ooooops, elettori, ma altrettanto certamente monarca. Il Consiglio dei Ministri è lì per ratificare i suoi desiderata, l'opposizione è stata tacitata miracolosamente, senza bisogno di nessun rapimento, nessun pestaggio, nessuna azione dimostrativa tragicamente tramutatasi in omicidio preterintenzionale (e quindi non rompe più i coglioni).
Certo, si tratta di un governo di centro-destra. Chi lo ha eletto si aspettava probabilmente una militarizzazione della politica, un ritorno a quel tante volte rimpianto "decisionismo craxiano", la voce grossa contro gli immigrati e un sentito ringraziamento al Vaticano.
Ma io dubito che perfino molti dei più fedeli elettori di Berlusconi non provino un attimo di disagio vedendo come il loro "eletto", nel senso questa volta restrittivo del termine, continui a suonarsela e cantarsela a suo piacimento e a suo uso e consumo. Poi però, siccome lo adorano, fanno spallucce e si rituffano nella lettura della Gazzetta dello Sport.
Conosco una piccola dolcissima donna che da bambina si nascondeva sotto la macchina da cucire convinta che là sotto ci fosse uno spazio tutto suo dove i grandi non potevano entrare; e conosco un eterno adolescente che forse ha deciso di diventare grande ma non ne è ancora tanto sicuro. Sono al corrente di una storia d'amore talmente complicata, talmente estrema, talmente incandescente che può virare in qualsiasi momento dal tormento all'estasi, dalle vette incontaminate alle più angosciose profondità oceaniche dove tutti i fantasmi dell'inconscio fanno a gara per precluderti la felicità. Conosco bene tutto questo e mi rendo conto che non ne so parlare, perché i misteri dell'amore sono i più inestricabili e beffardi misteri che mente umana possa immaginare. Magari fra due giorni mi troverò a leggere questo post e a darmi del pazzo per averlo scritto, ma perché ipotecare il futuro?
Per fortuna ci sono i moderni poeti prêt-à-porter, uno stuolo di cantautori che, a volte, fanno la parte del buon ristorante sotto casa quando ti rendi conto che è la quarta volta che le tue tagliatelle risultano buone al massimo come fertilizzante.
Shirley, Morgana, Dalila, Sempretua, Cornelia Bonati Pedrona, Rossana, Pompea De Prosperi questa è per te..... o dovrei dire per voi, da parte di Luca, Lancillotto, Sansone, Eleuterio, Arguto de' Cavillis, Anteo Cavatorta e soprattutto il redivivo dott. Rinaldoni
Una donna fasciata in un abito elegante una donna che custodisce il bello una donna felice di essere serpente una donna infelice di essere questo e quello.
Una donna che a dispetto degli uomini diffida di quelle cose bianche che sono le stelle e le lune una donna cui non piace la fedeltà del cane.
Una donna nuova, appena nata antica e dignitosa come una regina una donna sicura e temuta una donna volgare come una padrona.
Una donna così sospirata una donna che nasconde tutto nel suo incomprensibile interno e che invece è uno spirito chiaro come il giorno.
Una donna, una donna, una donna.
Una donna talmente normale che rischia di sembrare originale uno strano animale, debole e forte in armonia con tutto anche con la morte.
Una donna così generosa una donna che sa accendere il fuoco che sa fare l’amore e che vuole un uomo concreto come un sognatore.
Una donna, una donna, una donna.
Una donna che resiste tenace una donna diversa e sempre uguale una donna eterna che crede nella specie una donna che si ostina ad essere immortale.
Una donna che non conosce quella stupida emozione più o meno vanitosa una donna che nei salotti non fa la spiritosa.
E se questo bisogno maledetto lasciasse in pace i suoi desideri e se non le facessero più effetto i finti amori dei corteggiatori allora ci sarebbero gli uomini e un mondo di donne talmente belle da non avere bisogno di affezionarsi alla menzogna del nostro sogno.
Una donna, una donna, una donna. Una donna, una donna, una donna.
NON SI PUO’ NON COMUNICARE: vale a dire che ci si può censurare, limitare, ridurre all'immobilità e alla catatonia più assolute, ma anche così si comunica. La comunicazione avviene anche (e forse soprattutto) quando non è intenzionale e conscia. L'esempio più pratico che mi sento di fare è: come comunichiamo i nostri valori ai nostri figli? Attraverso estenuanti maratone retoriche (di solito inascoltate) o attraverso gli esempi (largamente involontari e inconsapevoli) che diamo loro coi nostri comportamenti? Appunto...
OGNI COMUNICAZIONE HA DUE ASPETTI: CONTENUTO E RELAZIONE, OVE IL SECONDO CLASSIFICA IL PRIMO ED E’ METACOMUNICAZIONE. Dirò di più: un messaggio può essere molto povero come contenuto, sciatto, inservibile perché non ci dà nessuna informazione, oppure ce la dà ma è inutile o ridondante (già nota), oppure ce la dà ma in modo talmente confuso e oscuro da essere illeggibile; e purtuttavia dirci molto di come l'emittente qualifica la sua relazione con chi riceve (o potrà ricevere) il suo messaggio.
LA NATURA DI UNA COMUNICAZIONE DIPENDE DALLA PUNTEGGIATURA DELLE SEQUENZE DI COMUNICAZIONE FRA PARTECIPANTI: già perché la comunicazione umana, come quasi tutti i processi biologici e culturali, ha una natura circolare piuttosto che lineare: ha la brutta abitudine di attorcigliarsi in modo strambo su sè stessa, contraddirsi, tornare indietro, affermare il falso, falsificare il vero, affermare delle cose su sè stessa (e l'esperto di logica dice: NON SI PUO'... TRATTASI DI PARADOSSO DI AUTO-REFERENZIALITA' CHE POTREBBE FAR SPARIRE CHI PRODUCE SIMILI MESSAGGI NELLA QUARTA DIMENSIONE). Perché la comunicazione abbia un senso non equivoco, occorre che i partecipanti si trovino sostanzialmente d'accordo su come è strutturato il contesto in cui la comunicazione avviene, e quindi sul significato che ha quel contesto (es. questo è un processo penale, è l'ora di diritto di un Istituto Tecnico Commerciale, è una chiacchierata tra ubriachi al bar, è un sogno dopo aver mangiato due tegame di peperoni ripieni).
I COMUNICANTI USANO SIA IL MODULO DIGITALE CHE QUELLO ANALOGICO. IL PRIMO HA LOGICA COMPLESSA ED EFFICACE MA NON SEMANTICA. IL SECONDO HA SEMANTICA MA NON SINTASSI E RIMANE RELAZIONALMENTE AMBIGUO: il modulo digitale è fondamentalmente il linguaggio verbale, cioè l'uso di una serie di vocalizzazioni interconnesse tra loro in modo estremamente complesso e sostanzialmente univoco attraverso un CODICE; il modulo analogico è altrettanto fondamentalmente tutto il resto (e scusa se è poco); la digitale purpurea è un'orrenda poesia di Giovanni Pascoli.
OGNI SCAMBIO COMUNICATIVO E’ SIMMETRICO O COMPLEMENTARE A SECONDA SE BASATO SULL’ UGUAGLIANZA O SULLA DIFFERENZA: semplificando all'estremo, le relazioni simmetriche sono quelle in cui a e b si co-rispondono con la stessa classe di comportamento (es. vanteria contro vanteria); le relazioni complementari sono quelle in cui a e b esprimono classi di comportamenti che, in qualche modo si completano a vicenda (inseguitore-inseguito, comandante-esecutore, insegnante-discente, scrittore-lettore). Il primo tipo di relazione può produrre escalation potenzialmente distruttive, il secondo tipo di solito è mortalmente noioso.
Ora che sapete tutto della comunicazione umana, imparate anche l'arte del silenzio. Un abbraccio....
Berlusconi, scanzonato adolescente con la brillantezza di un pensionato ubriacone di un bar della Bovisa, sostiene a spada tratta "Siamo a favore della Chiesa". Deve farlo, ovviamente. I sondaggi gli consigliano di farlo. I suoi consiglieri, ciambellani, lacchè gli sussurrano "Cavaliere, lo faccia!". Considerazioni di opportunità lo inducono a farlo. In fondo, il suo partito di plastica e fibre carbonate, elegante come la carena di Mascalzone Latino, resistente come la carrozzeria di una moderna Formula 1 (ti schianti contro un pilone a 300 all'ora e ne fuoriesci non solo illeso, ma ti è anche passato quel noioso principio di cervicale...), ultrapiatto come un televisore dell'ultima generazione, occupa il posto lasciato libero dalla DC, anche se Veltroni non dispera (con la sua creatura molto più somigliante alla vera DC) di scalzarlo da quel posto così trivialmente usurpato.
E se occupi il posto della DC devi prima di tutto fare un patto di ferro con la Chiesa. Non nel senso di seguire alla lettera i dettami evangelici (spogliarsi di tutti i propri averi e seguire un capellone pazzo? Ma andiamo...), ma nel senso di sponsorizzarne la politica, darle spazio per entrare con gli scarponi chiodati non solo nella vita dei propri fedeli (che in quanto fedeli gliene riconoscono il diritto, se no sarebbero infedeli e traditori) ma anche dei cittadini di cultura ed estrazione laica, far sì che poco alla volta la Repubblica Italiana diventi una teocrazia in cui la fede sostituisce la ragione, il dogma rimpiazza la dialettica, l'ipse dixit manda a fare un giro il libero confronto delle idee, e la società si divide calvinisticamente in uomini giusti, probi e ammanicati col potere, e uomini ingiusti, improbi e col potere del tutto fuori della manica.
Che i tre grandi sàtrapi del centro-destra siano tutti dei pubblici concubini, secondo i dettami vaticani mai accantonati e tuttora vigenti, è un trascurabile accidente. Che dei parroci integralisti neghino la comunione a un privato cittadino divorziato, mentre il puttaniere Berlusconi viene ricevuto in Vaticano con tutti gli onori, mi suona tanto come una colossale ingiustizia.
Ma nella politica esiste almeno il diritto/dovere di conservare un briciolo di pudore: pudore che forse perfino i notabili democristiani degli anni '60 avevano ancora e i politicastri rampanti del terzo millennio non sanno neppure dove stia di casa. Non ne hanno mai sentito parlare. Lo confondono con le pudenda, e allora Berlusconi tuona "Un briciolo di pudore? Ne ho ben più di un briciolo" e accenna a sbottonarsi trattenuto con la forza da Bondi e Bonaiuti.
Nella fattispecie, i politici italiani tendono a servirsi della Chiesa (o almeno credono di farlo, perché a sua volta la Chiesa è convinta, secondo me a ragione, di servirsi di loro) più che a rispettarla. Non capiscono che la fede è e deve rimanere un fatto privato, personale, che non va sbandierata (specie quando i tuoi comportamenti pubblici e privati si allontanano esponenzialmente da quello che la tua conclamata fede detta come giusto ed opportuno). O dentro di loro lo sanno benissimo, ma se ne sbattono bellamente i coglioni............
La felicità ti svolazza attorno con fare provocatorio ed ammiccante, talvolta ti sfiora, talvolta quasi ti punzecchia producendoti strani bognoni opalescenti che non se ne vanno via neanche coi rimedi della nonna (sfregamento di fette di patate crude et similia). Poi la vedi posata sulla spalla del vicino di ombrellone che si dà al rutto libero con una familiare di Heineken in mano; la scorgi docilmente accovacciata sotto l'orecchio della signora lampadata e palestrata che scorazza il suo levriero afghano; la intuisci sotto la camicetta della bella sconosciuta (o sennò cosa potrebbe essere quella strana escrescenza? Una terza minuscola tetta?) e ci rimani male.
Il fatto è che la felicità è un fluido etereo e impalpabile, quasi ectoplasmatico (che talora si traveste da svolazzante insetto garrulo e festante nelle metafore dei bloggers esauriti) un po' difficile da afferrare, ma ancora più difficile da attribuire: alla felicità non puoi mettere una targhetta con nome cognome e indirizzo, si fa una certa fatica anche a marchiarla come un normale capo di allevamento. La vedi che si presenta e non sei mai del tutto sicuro che sia lì per te. Dovresti afferrarla a tradimento prima che scappi, senza farle e farti troppe domande, e invece stai lì esitante, la guardi e la riguardi, ti avvicini e lei immediatamente si scosta, allora tu ti scosti e lei (puttanona che non è altro!) si avvicina.
Alla fine sei troppo un bravo ragazzo, le chiedi "Ma sei qui per me?" e lei ovviamente risponde "Ma dove mai, ma quando mai? Sto aspettando il geometra Dall'Asta, e tu sfigato togliti dalle palle!!".
E pensare che nel lontano 1776 i coloni americani citarono nella loro Dichiarazione d'Indipendenza il raggiungimento della felicità (the pursuit of happiness) come uno dei diritti fondamentali dell'essere umano. A 232 anni di distanza, i valori che hanno ispirato quella frase valgono ancora qualcosa? La Costituzione Italiana non menziona la parola felicità nemmeno di sguincio, parte col concetto che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro, poi parla di solidarietà, libertà, uguaglianza, pieno sviluppo della persona ma considera la felicità un curioso accidente, una fortuita contingenza, un aggregato casuale di eventi che non ci si sente di promettere, e tanto meno di garantire, al cittadino.
Come sarebbe bello, invece, se ci fosse un'equa redistribuzione della felicità, togliendone un po' a chi ne ha troppa (e finisce per sentirsi l'Unto del Signore) e dandone a sufficienza a chi ha solo il diritto a sopravvivere nel monotono e struggente affastellarsi di giorni tutti uguali.
O forse delle volte nell'essere infelici si vive una meta-felicità paradossale ed intensa, quasi a dire "Io non mi riconosco nella ricerca del piacere che caratterizza questi anni smodatamente edonistici ma vuoti di significato; amo soffrire, adoro sbattermi, mi rotolo gioioso nell'insonnia, nell'inappetenza, in qualunque tipo ordine o grado di somatizzazione e di conversione isterica". O in versione più mistica, "Io rifuggo da questa ricerca smodata, smodata e smoderata del piacere. Essere felici è ingiusto ed egoistico e forse non è neanche troppo trendy. Questa vita è e dev'essere una valle di lacrime, tutti quelli che oggi sono più felici di me li voglio poi vedere al semaforo il giorno del Giudizio Universale quando io risorgerò cervo a primavera e loro al massimo potranno fare i gabbiani da scogliera". O in versione più solidaristica "Io non riesco ad essere felice se non lo sono anche gli altri; la mia vita di ogni giorno è preoccuparmi di ciò che ho intorno; e giammai mi rinchiuderei con un sorrisino ebete nel mio spazio personale di felicità mentre intorno a me continua a prosperare questa società ingiusta e classista.".
Già, perché poi comunque quando la felicità alla fine arriva e si lascia afferrare, scopri con raccapriccio che non è proprio quella che volevi; e allora stai lì con un sorriso incerto come il bambino che aveva chiesto la Play Station e si trova il trenino, oddio è sempre un bel regalo ma non era quello che volevi tu, e perché mai è il sesto anno consecutivo che Babbo Natale si permette di interpretare i tuoi desideri? Ma è scemo???
Poi comunque quando la felicità arriva dopo le tue ripetute implorazioni alternate ad invettive, mai che ti accontenti... No, quando è bella che arrivata ti sembra scontata, nel giro di due giorni ti sei assuefatto e ne vorresti di più, anzi per inseguire quella che ancora non hai (e magari neanche ti spetta) ti fai scivolare di mano quella che avresti dovuto stringere saldamente, così che si sbriciola in mille tintinnanti beffardi frammenti che poi, tardivamente, cerchi di inseguire per rifarli tuoi. Vattelapesca, chissà dove sono andati a finire.
Ci sono mille ricette parziali e soggettive di felicità: l'inconsapevolezza, la chiamerebbe forse il poeta; una sana ignoranza, la chiamerebbe chiunque abbia un certo disprezzo per la razza subdola e un po' parassitaria degli intellettuali; dare voce al fanciullino che c'è in noi, lo chiamerebbe qualche lettore di Pascoli e/o ascoltatore di Vecchioni.
E intanto la felicità, strano abnorme insetto, continua a ronzarti intorno forse ormai un po' spaventata di te, perché quando si posa amichevole sulla tua spalla tu poi gliene fai di tutti i colori.
Eleuterio e Sempretua non erano più di primissimo pelo ma si conservavano benone, Eleuterio più sul piano della salute che su quello estetico, Sempretua più sul piano estetico che su quello della salute. La loro principale caratteristica era che, pur potendosi vedere praticamente tutti i giorni, si divertivano quasi di più a subissarsi di lettere.
Nelle loro lettere c'era dentro di tutto: a cavallo dei primissimi incontri, Eleuterio chiosava "Tu gestirai con civettuola irresistibile malizia il confine fra sì e no e ogni tanto farai finta di distrarti per vedere se e quanto me ne approfitto...", per poi avventurarsi in un "Sei una donna incredibilmente articolata, mi ricordi i giocolieri cinesi che fanno girare 200 piatti senza che nessuno cada.", che metteva in condizione Sempretua di sentirsi un po' un camion con rimorchio.
Quando non indulgeva in metafore ma andava sul descrittivo, Eleuterio affermava di considerare Sempretua "una donna unica, atipica, anomala" e Sempretua aveva il dubbio su quale ufficio fosse competente a concederle la deroga per circolare regolarmente, e se nel caso ci fossero da pagare delle tasse. Ogni tanto si esibiva in metafore talmente estreme da varcare il confine del linguaggio schizoparanoide, del tipo "Tu preferisci dare senza ricevere, nella paura o nella certezza che per quello che ricevi ti venga presentato un conto tale da farti rimanere al verde, o finire nelle grinfie di un Recupero Crediti Affettivi spietato e coercitivo." e Sempretua restava nel dubbio se appendere la citazione debitamente incorniciata alle pareti del tinello o chiamare il 118.
Ma non ce n'era bisogno, giacché poche ore dopo arrivava la versione in prosa che recitava "Ti reìtero comunque il concetto di fondo che razionalmente accetto e mi sembra plausibile, ma emotivamente mi fa ululare di rabbia: nel tuo assolutamente sacrosanto bisogno di proteggerti, difenderti, filtrare e raffreddare le tue emozioni, ti è funzionale amare, amare profondamente e disperatamente, senza essere riamata.". Il massimo di senso critico-pratico che Eleuterio sapeva esprimere lo portava ad affermare che "questa è l'ennesima e-mail densa di concetti duri indigesti ma forse veri e realistici.". Di fronte a considerazioni di Sempretua legate alla vita pratica, Eleuterio sdegnosamente obiettava "E va bene, rendiamo grigio anche quello che potrebbe essere fantasmagorico e multicolore!" .
Alla fine Eleuterio seppellisce Sempretua di iperboli, la ricopre di paradossi, la tempesta di sineddochi e le fa perfino assaggiare qualche ossimoro. Sempretua si difende come può con un paio di reductio ad absurdum, ma poi cade in contraddizione e va in confusione di fronte al critico borbottio che Eleuterio non sa trattenere.
Oscilla, la nostra Sempretua, fra momenti di venerazione quasi imbarazzante (E´ questo l´uomo che vorrei, un condensato di amante, amico, fratello, padre, psicologo, medico generico, cuoco, colf, cantante, chitarrista ecc. ecc.) ed altri momenti di sfrenata iconoclastia (Se la citazione non è corretta, completa ecc. ecc. anche di questo non me ne frega niente, correggila, sei tu il prof.!).
Eleuterio viene issato in iperuranie costellazioni di elogi (Non mi sentirei e non mi sarei sentita più protetta di quando sono insieme a te. Nessuno ha mai cercato di proteggermi come Eleuterio, addirittura mi proteggi da te stesso quale angelo custode potrebbe fare meglio?) per essere poi affossato nella gogna degli asinoni compiaciuti di sè stessi (Se anche tu avessi ragione in tutto e per tutto (ma non ce l´hai! il problema è che la vuoi avere!) ripeto, ammettiamo che tu abbia ragione! A che cosa portano tutte queste tue convinzioni su di me?).
Forse un giorno usciranno dalle pagine del loro diario e riusciranno a costruire qualcosa di importante nella vita reale. O forse continueranno ad idolatrarsi a vicenda in maniera talmente sgangheratamente sperticata da pretendere l'uno dall'altro agglomerati di virtù, coacervi di meriti, arcipelaghi di sicurezze, costellazioni di garanzie impossibili nel mondo fisico. O magari, chissà, si ritroveranno verso gli ottant'anni, debitamente inondati di sedativi, ancora sperando che il loro sogno romantico si avveri?
Il Dott. Rinaldoni stava morendo su un anonimo letto d'ospedale. Era talmente incrostato di patologie della terza età che risultava inoperabile. E del resto, in un rapporto costi/ricavi, si era deciso di evitare con lui qualsivoglia forma di accanimento terapeutico perché la sua limitatissima fama non ne avrebbero comunque fatto lo stendardo di qualche movimento anti-eutanasia. Al suo letto stranamente non si presentava nessuno. E fu allora che il Dott. Rinaldoni capì che era diventato un personaggio virtuale, totalmente fuori dalla realtà.
Solo allora capì che i rapporti che aveva costruito erano tutti basati su una insopportabile superficialità, superficialità che lui con i suoi conclamati strumenti concettuali avrebbe ben dovuto riconoscere.
Nessuna delle donne che lo avevano amato si ricordavano di lui. Nè Marianna che gli aveva dovuto forzatamente preferire il fidanzatino arrangiato in famiglia, come si usava dalle sue parti. Nè Elisabetta che pure era stata quanto di più vicino a una moglie che lui avrebbe potuto immaginare. Nè Luisa, l'eterna amante che c'è sempre ma non si trova mai. Nè Tatiana che aveva preso un controllo così immediato della sua vita. Nè Monica che aveva solo il torto di non essere ricambiata, ma se solo si fosse potuto accontentare.... Nè Susanna che gli aveva offerto un amore illimitato e vuoto che lui avrebbe dovuto riempire, e in quel momento non aveva materiale... Nè Federica che aveva troppo bisogno di lui per poterlo ammettere, una venerazione troppo grande per non potersene difendere, una fanciullesca incredulità nel sentirsi appena appena amata per la prima e unica volta in vita sua. Ma Piera? Almeno Piera poteva esserci....
Lo sapeva benissimo che Piera aveva scelto Luca, il suo paziente-fratello minore, apparentemente da una settimana ma forse da molto prima.
Già, Luca.... Luca era sceso sulla Terra, aveva messo al mondo una figlia, si era scontrato con la realtà quotidiana mentre lui era rimasto dove nessuno poteva ferirlo, nessuno poteva raggiungerlo, e lui poteva giudicare tutti dall'alto.
Ma ora lui stava morendo e quella bestia grama di Luca gli sarebbe sopravvissuto.
Ed era proprio Luca che stava entrando nella camera. La maniera in cui era bardato non lasciava dubbi a Rinaldoni su quanto male fosse ridotto. Ci fu un silenzio lunghissimo. Ognuno dei due pensava la stessa cosa: che Rinaldoni ormai se ne doveva andare, togliere il disturbo, e lasciare quel povero diavolo di Luca libero di fare la sua accidentatissima vita.
E mentre Luca gli prendeva la mano, Rinaldoni fece la fatidica domanda, "E Piera?". Avendo due mani a disposizione, e la gola completamente paralizzata, Luca fece un vago gesto che poteva significare "Tutto a posto" oppure "Piera non c'è più" oppure "Ma che cazzo di domande mi fai in questo momento?". Sagacemente Rinaldoni propendeva per la seconda ipotesi, ma vivaddio stava morendo e allora finse di propendere per la prima con un vago cedimento per la terza, e morì al colmo della felicità perché é così che si dovrebbe morire.
Luca gli chiuse gli occhi e gli sistemò le coperte come non era stato capace di fare per suo padre (delegando la faccenda a un annoiato inserviente di quello stesso reparto, forse due camere più in là).
La signora Franzoni mi fa una pietà infinita: non c'è bisogno di essere degli Sherlock Holmes per capire che le evidenze sono tutte contro di lei. E' solo in virtù di un sistema giudiziario farraginoso e barocco che può ancora starsene a piede libero, prendere in giro Pubblici Ministeri, giudici e forse anche avvocati, assurgere al livello di star mediatica e fare la gioia di Bruno Vespa (che era arrivato a farsi costruire un plastico della casa di Cogne). Sistema farraginoso e barocco che, anzi, nel suo caso è perfino quasi veloce, considerati i tempi fra il siderale e l'eterno che si sono presi processi come quelli relativi a Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus, Ustica, Stazione di Bologna eccetera eccetera eccetera.
Il suo sodalizio conclusosi bruscamente e misteriosamente (l'ha realmente ricusato la signora come parrebbe dalle versioni ufficiali o se n'è andato lui capendo che stava rimettendoci quel po' di prestigio professionale superstite?) con l'avvocato Taormina non ha sicuramente giovato alla gradevolezza del personaggio. Scegliersi un avvocato che, da qualche decennio, si è fatto un punto di difendere i manigoldi più incallati e i criminali più feroci (diciamo Erich Priebke ex-capitano delle SS?) facendoli passare per perseguitati dalla giustizia non è stata una mossa atta ad attirarsi la benevolenza della pubblica opinione. Che Berlusconi straveda per Taormina è un assioma cartesiano. Per il resto, secondo me, neanche i suoi genitori stravedevano per lui. Che si sia poi scagliato contro gli unici carabinieri intelligenti d'Italia (i magici ragazzi del RIS di Parma), descrivendoli come apprendisti stregoni alle prese con strumenti che non sanno usare, gli ha alienato le ultime simpatie al di fuori di Forza Italia.
(Nella signora si nota una zingaresca improntitudine nel ripetere come un disco rotto "Non sono stata io non sono stata io non sono stata io"; su questo strato profondo si sovrappone però uno strato superficiale di tipo alto-borghese per cui "la signora non si sente di parlare", "la signora è offesa dall'atteggiamento del PM" e via blaterando, come faceva con (s)pregevole platealità Taormina e come oggi fa con maggiore understatement l'attuale gentile avvocatessa d'ufficio Paola Savio.)
Il sagace e sapiente spostamento (ora a dire il vero quasi del tutto rientrato, ma il danno è ormai fatto) del processo dalle aule di giustizia agli schermi televisivi, con parallelo spostamento dal razionale all'emotivo (con una maggioranza poco rumorosa di colpevolisti e una minoranza direi anche esigua di innocentisti amanti del paradosso e rumorosissimi) ha dato alla frittata un retrogusto cipolloso di quelli che ti salgono su nell'esofago e ti fanno ciao!! per una settimana.
Già il semplice fatto che l'assassino indossasse sicuramente i pantaloni del pigiama della signora Franzoni è un particolare difficilissimo da spiegare. I mille colpi di scena promessi e mai mantenuti a base di sconvolgenti rivelazioni sul vero colpevole, se ricordo bene, hanno solo aggravato la situazione penale di mamma Franzoni con ulteriori denunce per calunnia e vilipendio. Il fatto che la casa fosse una sorta di baita di montagna e non un appartamento in un palazzo-alveare della periferia di Milano rende piuttosto difficile l'ingresso in casa e la fuoriuscita rapida e discreta di un feroce assassino senza volto e senza movente, e che comunque a Cogne e dintorni nessuno ha mai visto.
Poi preferisco non addentrarmi nel complesso ginepraio delle perizie e delle controperizie, ma mi chiedo semplicemente se è difendibile (o anche solo presentabile) una perizia di parte effettuata dopo tre anni dallo svolgimento dei fatti. Lo so che l'avvocato Taormina mi darebbe dell'incompetente e mi spiegherebbe che la cosa è fattibilissima, ma credo che non riuscirebbe a convincermi.
Nè voglio addentrarmi nel ginepraio delle perizie psichiatriche accettate, rifiutate, accettate sub condicione, schivate, dribblate, rimandate al mittente.
L'ipotesi che fin dal principio avevo fatto nella mia mente contorta è che una madre che massacra il figlioletto in un momento di follia, da quel momento in poi slitta difensivamente (per non impazzire) in una calda e accogliente realtà parallela in cui non è che l'evento è dimenticato, proprio non è successo. Immagino Annamaria attonita col cadaverino accanto che emerge da una zona d'ombra e cerca di capire cos'è successo. E' da qui che si genera la pietà profonda che provo per quella donna.
Guarda caso, il Dott. Rinaldoni è moribondo in un letto di ospedale e quindi resta solo Luca a tirare avanti la carretta. E Luca legge quotidianamente La Repubblica, forse perché l'ha vista nascere quando era un giovanissimo extraparlamentare in eskimo innocente, lunghi capelli alla Peter Gabriel e fascino vagamente androgino (chi riconoscerebbe in tale identikit il Luca del 2008? Ma non divaghiamo...). E sulla Repubblica, con una certa emozione ha visto il Prof. Raffaele Morelli sostenere, quasi parola per parola neanche si fossero messi d'accordo, la medesima posizione.
Nessuno ha cercato di spiegare ad Annamaria quello che potrebbe essere successo? Nessuno psicologo d'assalto l'ha presa da parte per dirle "Annamaria, guarda che le cose sono andate così anche se tu non te lo puoi ricordare per questa, questa e quest'altra ragione..."? E perché ci sono dolci, dolcissime madri che si avvelenano la vita convinte di aver inferto al proprio figlio il peggiore dei traumi possibile (e non è vero), mentre chi gli ha inferto il peggiore dei traumi possibili può dimenticare e rifarsi una verginità soggettiva? OK OK, qui ci rivolgiamo a Dio piuttosto che all'uomo, ma qualche volta anche lui può ben partecipare alla discussione....
Ma soprattutto, perché parlare di grazia?
E qui scatta una prima considerazione di tipo legale: Adriano Sofri non ha mai chiesto la grazia perché in coscienza non si ritiene responsabile dei reati che gli vengono ascritti. Se Annamaria chiede la grazia deve ipso facto auto-dichiararsi responsabile del reato ascrittole. O per lei non valgono le stesse regole che valgono per il ruvido Sofri?
E inoltre: se si dà la grazia alla dolce fragile indifesa Annamaria, essa va estesa a tutte le madri che ammazzano i figli e poi rimuovono il crimine, con effetto sia retroattivo che proattivo. Non solo, va estesa a chiunque mostri di non ricordare i propri reati........................ No, mi sa che ho imboccato un vicolo cieco.
Che i compagni trombati di Rifondazione Comunista indulgano ad una deamicisiana difesa di Annamaria non mi meraviglia e non mi scandalizza: azzerati a livello nazionale, seppur ancora vitalissimi qui in Emilia, sono in cerca di visibilità.
Ma evitino, in questa ricerca di visibilità, di apparigliarsi con il Popolo delle Libertà (o comediavolo si chiama più) che pensano che ormai i magistrati sparano cazzate come aprono bocca. Come ve lo devo spiegare, compagni? E ve lo dice uno dei due comunisti superstiti a Parma (l'altro è il calciatore Lucarelli importato da Livorno).
Qualunque operazione che leda la certezza del diritto fa il gioco della Berlusca band e del suo progetto totalitario.
Con una compassione per la signora Franzoni che ho evidenziato mettendo fra parentesi e in neretto una espressione di 14 mesi fa che non mi trova più tanto d'accordo....
Ed io, sono ancora qui a cantare come quando si diceva non potete giudicare ho visto passare le stagioni ho cantato altre canzoni ho imparato ad ascoltare.
Ho sperato che cambiasse il mondo e ho lottato e ho cantato che ormai è già morto Dio.
Oggi che sperare sembra un lusso c'è chi parla di riflusso e si rifugia nel privato Elena ha il suo lupo e una pistola va a vivere da sola dice che ha dimenticato.
E ho visto passare tanta gente qualcuno ha raccontato che cantare serve a niente.
Poi a volte scopri che non sai perché vivi cosa fai, se è miracolo o follia se gli anni che passano sono tanti la ragione per cui canti può esser solo nostalgia.
Ma se ho cantato dentro il tempo se sto al ritmo della storia forse c'è ancora scampo e sopra i miei mucchi di memoria io continuerò a cantare ....
Debitamente introdotto da un'ennesima canzone dei Nomadi del lontano 1982 (guarda caso facente parte dello stesso album dove c'è l'altra canzone che a un certo punto dice profeticamente Alì Babà e i quaranta ladroni hanno già vinto le elezioni)ammetto che ultimamente mi sono interessato ben poco di politica, e accetto il crucifige e così sia (volendo ancora citare): su 16 post di maggio, ben 12 parlavano di fatti miei personalissimi, 1 di fatti miei di rilevanza nel Condominio Leonardo, 2 di fatti miei un po' più condivisi (almeno da quei 5-600 tifosi del Parma ancora superstiti) e l'unico post non del tutto autoreferenziale parlava per una buona metà degli anni '60 e '70 e per l'altra metà di problematiche (diciamo) sociopedagogiche. Mentre in aprile almeno la metà dei post trattava dei temi più caldi e stringenti dell'attualità.
A maggio mi sono (colpevolmente? dolosamente? colposamente? preter-intenzionalmente) ritirato nel privato. Mentre facevo questo, il Berlusca-quater (quater guarda caso si dice nello stesso modo sia in latino che in milanese, vuolsi e sperasi che sia un puro caso) ha preso saldamente il comando delle operazioni.
Eppure parlare di politica non mi va troppo. Mi piace di più fare il critico musicale, come quel fortunello di mio nipote Marco, che viene pagato a peso d'oro per fare quello che lo diverte, mentre io per fare quello che mi diverte devo rimetterci mezzo stipendio (ciao Marco...).
Allora mi sembra che i quattro governi-Berlusconi possano sostanzialmente sovrapporsi ai primi 4 storici album dei Led Zeppelin, senza titolo e quindi noti come Led Zeppelin, Led Zeppelin II, Led Zeppelin III, Led Zeppelin IV anche detto , e che il critico musicale debba assaporarne la varietà delle soluzioni armoniche, l'ingegnosità degli arrangiamenti, la ricchezza delle influenze, pur nella sostanziale coerenza stilistica che hanno fatto degli Zep un'icona del rock, e dei governi-Berlusca un'icona della politica.
Berlusca 1 (il dirigibile decolla): Appartiene a quella folta schiera di dischi creati in poche ore, tra uno studio di registrazione e l'altro ad orari impossibili nel cuore della notte. Nonostante ciò, esso è uno dei più grandi dischi di sempre, ed uno dei più grandi album Hard & Heavy. (Duro e pesante, specie per chi non aveva alcuna intenzione di comprarlo ma se l'è trovato comunque sul suo lettore CD). La formazione del gruppo è quella ormai arcinota: front-man e simbolo sexy del potere di fascinazione della band è Silvio "Robert Piantala" Berlusconi; acrobatico chitarrista e reale "mente" del gruppo, visto che Silvio ha una bellissima voce e un gran bel fisico ma di musica non capisce una mazza, Jimmy Pagina Letta; prezioso collante, apparente umile gregario ma spesso con velleità di leadership John Frank "Fine" Jones che parte al basso elettrico ma poi si trastulla ad una miriade di tastiere elettroniche tant'è che dà un contributo insostituibile al sound del gruppo; infine, alle percussioni, suonate con impeto da vichingo celtico all'arrembaggio di qualche inerme popolazione mediterranea, John "The Boss" Bonham, le cui dichiarazioni alla stampa andrebbero raccolte solo dopo avergli fatto la prova del palloncino. Indispensabile comunque la presenza di svariati collaboratori quali Julian Ferrara, buttafuori, Julius Threemountains, manager del gruppo, Robert Maroon, accreditato sulla copertina dell'album come sassofonista anche se non se ne percepisce una sola nota.
Berlusca 2 (il dirigibile si ripresenta): L'uscita di questa nuova opera è preceduta da una trovata pubblicitaria che lascia attonite tutte le band rivali (i Deep Red rischiano addirittura di sciogliersi per lo sconforto): Robert Piantala si presenta in diretta televisiva alla CNN e legge un contratto ai futuri acquirenti dell'album in cui garantisce che se in seguito all'ascolto non ci sarà un significativo incremento delle onde alpha rilevabili all'elettroencefalogramma, l'intero costo del CD verrà rifuso con l'aggiunta degli interessi legali.
Che cos'è un riff? È quel piccolo oggetto fatto di musica, sempre in bilico tra l'insignificanza e la genialità. Il secondo governo di Berlusconi si apre con un riff, un semplicissimo riff composto da tre sole note, inglese impresa informatica, dietro le quali, però, si prepara una intera nuova generazione. La chitarra volgare, metallica, oppressiva di Jimmy Pagina Letta canta il cinismo, la disillusione che ben poco hanno a che fare con la appena tramontata stagione dei prodi progressisti. É un riff che parla d'amore, oseremmo dire di un sacco e una sporta d'amore (Whole lotta love per i barbari alloglotti) ma di un amore lontano anni luce da quello professato da quegli agresti prima della Quercia e poi dell'Ulivo; si tratta di un amore violento, irrispettoso, tirato per i capelli e spinto verso il bassoventre da un ritmo staccato e turgido di sangue pulsante. Tutto questo in un riff, in qualcosa che ben presto diventerà uno dei più preziosi tesori della storia del rock. Assieme ai riff di "Satisfaction", "You Really Got Me", "Smoke on the Water", l'apertura del Berlusconi-2 è quanto di più viscerale, immediato, istintivo vi può essere nel rock. La voce e i testi sessualeggianti di Roberto Piantala e la parte strumentale centrale, autentica cacofonia orgiastica in cui John The Boss ha la parte del leone, completano degnamente l'opera.
L'album, che vorrebbe essere a parole quanto di più rivoluzionario e creativo esista al mondo, è in realtà una astuta operazione commerciale in cui la band accumula vantaggi economici, fiscali, giudiziari, di immagine dando al pubblico solo una gran manciata di onde alpha. Chapeau!!!!
Berlusca 3 (il dirigibile traballa): Il gruppo attraversa una prima fase di crisi quando si scopre che buona parte delle canzoni del secondo album sono in realtà state scritte da Marian Smallbee, un suonatore di slide guitar di origini partenopee intimo amico di Silvio "Roberto Piantala" Berlusconi. Lo scandalo è talmente grande che, per cercare quanto meno di attenuarlo, il gruppo fa l'atto di sciogliersi per poi ricomporsi pochi giorni dopo.
Estenuanti consigli dei ministri, centinaia di migliaia di elettori impazziti, decreti legge a profusione Dopo l'uscita di "II", la Berlusca band comincia ad assaporare il successo, quello vero, e a conquistare il mondo a suon di rock and roll. Ma non solo di rock and roll erano fatti i nostri eroi; le due menti creative del gruppo, Pagina Letta e Roberto Piantala, cominciarono ad avvicinarsi a nuove forme di espressione, a generi apparentemente lontani dal "dirigibile". Il 2005 è l'anno della "scoperta acustica"; il gruppo si ritirò per un breve periodo in uno sperduto cottage presso Arcore, isolato villaggio del Galles. L'atmosfera bucolica e rilassata in cui il gruppo si immerse, fece affiorare sconosciute passioni per il folk, il country, il rock californiano. Sfortunatamente, nessuno aveva il coraggio di far notare al vanesio Robert che, mentre le vendite dei due album precedenti procedevano a gonfie vele, le tournee locali cominciavano ad avere un esito fiacco. Jimmy Pagina Letta, per non turbare il suo amico, prezzolava ad ogni concerto migliaia di figuranti per riempire i vuoti dei vecchi fans che preferivano andare ad ascoltare i Deep Red
Da questa esperienza nasce "III", l'album forse più controverso, ma anche più ricco di sfumature nascoste. In questo disco si respira la solarità delle invettive anticinesi di Julius Threemountains, la sensuale pacatezza di Stephany Lendjames, e soprattutto quel languido desiderio per una terra promessa che non c'era, ma che allora veniva identificata con la Brianza. Ma tutto questo lo si capisce dopo. L'album apre con "Immigrant Song", in cui l'italoamericano Mirko Tremaglia difende i diritti degli italiani all'estero. Subito dopo questa sferzata di energia belluina, arriva il primo assaggio acustico del disco con "Friends", dedicata a Casini e Follini che però non se ne danno per intesi. "Since I've Been Loving You" è una appassionata dedica di Robert Piantala a sua moglie che lo accusa di accoppiarsi con dodici groupies dopo ogni concerto (Robert sostiene che sono 2-3 molto racchie, che lo fa per loro e deve ricorrere a quantitativi ingenti di Viagra). Il lato B di "III" esprime al meglio l'anima folk di questo disco. Invettive a chi non comprerà il quarto album, promesse di benefici economici poi subito smentite, frecciate spesso non troppo di buon gusto ai rivali storici Deep Red. Uno dei brani più riusciti è certamente "Gallows Pole" (Asse del Patibolo), canzone "traditional" dedicata ai fans dei Deep Red.
Ad ogni modo, da qui parte la rottura tra la band e la stampa, ma soprattutto l'idea di una totale autonomia da tutto ciò che la critica, il pubblico si aspetta. Le sorprese non tarderanno ad arrivare. La "scala per il paradiso" è vicina.
Per due anni i Deep Red spopolano in tutte le classifiche, guidati dal pacioso Roman Bold ma impreziositi dai prestigiosi assoli al controfagotto in si bemolle di Max Of Hamelin e dalle incessanti tessiture armoniche di Walter Veltrony. Ma la Berlusca band ha in mano il suo capolavoro:
Stairway to heaven (la scala per il Paradiso). Un brano di oltre sette minuti, covato per due anni, che riscrive completamente tutte le sonorità del gruppo, promette abbattimento delle tasse, ponti sullo stretto di Messina, sicurezza a colpi di manganello, ricacciata dei barbari alloglotti fuori dei patri sacri strani confini, consigli dei ministri itineranti in tournee con possibilità di votare, in estate, direttamente dagli stabilimenti balneari; sette ore di calcio internazionale al giorno; sesso sfrenato ma di nascosto dal Vaticano; un buon papà eternamente quarantenne che veglierà su tutto e su tutti.
E il successo questa volta fu veramente planetario!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Quella mattina Luca non aveva la minima intenzione di andare dal Dott. Rinaldoni.
Quell'insopportabile vanesio, tragicomico monumento ad un glorioso passato ormai definitivamente sepolto, pallone gonfiato che trasudava arroganza e supponenza da ogni parola, ogni gesto, ogni silenzio, ogni stropicciatina di mani, ogni ironica grattatina di testa (non era meglio un normale "Ma cosa sta dicendo?").
Quell'individuo che non gli ispirava alcun rispetto, e al quale pure per anni e anni si era appoggiato ascoltando i suoi risibili consigli senza la capacità di reagire, forse perché spesso diceva la verità...
Sì, è vero, la verità la diceva spesso e volentieri. Ma non basta dire la verità. Bisogna metterla umilmente a disposizione questa verità, non farla cadere dall'alto e tenerla legata a una corda impossibile da spezzare. Non basta dire "Io so la verità e tu no, pappapera pappappera..." sperando così di creare una dipendenza. E d'altra parte la felicità degli arroganti è contare quante persone dipendono dalle loro parole, dai loro giudizi, dai loro consigli.
Insomma, il Dott. Rinaldoni era stato in tutti quegli anni un pessimo terapeuta, almeno con lui. Di solito era molto più bravo con le donne, almeno finché non si innamorava di loro, perché poi scompariva nelle brume padane e molte, guarda caso, le scaricava proprio a lui che ne finiva immancabilmente inesorabilmente schiacciato.
Ma poi c'era un altro motivo per cui Luca preferiva non vedere mai più il Dott. Rinaldoni. Perché va bene la strana coincidenza di essere nati nello stesso giorno mese anno e città e di abitare nella stessa città (il Dott. Rinaldoni in zona molto più centrale, ma ovviamente lui aveva ben diversi mezzi finanziari), ma il sogno che aveva fatto quella notte lo aveva spaventato e quasi traumatizzato. Se Rinaldoni gli avesse chiesto di raccontargli il suo ultimo sogno, lui cosa avrebbe fatto? L'ultima volta che aveva tentato di imbrogliarlo raccontandogli un sogno immaginario era stato smascherato nel giro di due minuti...
Oltretutto di solito i sogni non se li ricordava, era quando andava da Rinaldoni che, col suo aiuto, frammenti incoerenti diventavano una trama degna di Wim Wenders. Ma questo, nella sua brevità, avrebbe potuto raccontarlo in tutte le sue sfumature: lui era inginocchiato in adorazione del Dott. Rinaldoni, contento di partecipare della Sua grandezza e sentendo che non sarebbe stato nulla senza di lui. Siccome i sogni sanno esprimersi solo per immagini, non c'era alcun indizio per capire se il rapporto era padre-figlio, fratello maggiore-fratello minore, o di tipo larvatamente gay fra due perfetti estranei.
A un certo punto il Dottore alzava ieraticamente una mano, dalla quale si alzavano l'indice e il medio, e pronunciava delle parole che, seppur dal tono apparentemente pacifico, non ammettevano replica alcuna "Luca, è tempo che tu abbandoni questo incongruo paradiso che non hai fatto nulla per meritare, cullandoti stancamente dietro la Mia immagine e spesso vendendola al colto e all'inclita macchiandoti così del terribile peccato di simonia. E' mio pronunciamento che tu debba scendere nel mondo dei comuni mortali e ivi rimanere fin quando a mio insindacabile giudizio ti riterrò degno di ritornare in unione con me. Hai capito tutto, che mi stai guardando con la tua solita aria da pesce lesso?".
Luca si era svegliato urlando nel suo lettino-piscina, il vicino di casa aveva dato due rabbiose nocchiate alla parete, e il sogno si era concluso.
Alla fine anche Luca aveva delle nozioni di psicoanalisi necessarie e sufficienti per analizzare il sogno (Freud stesso aveva brillantemente analizzato i suoi, alla fin fine, ignorando bellamente ogni paradosso di auto-referenzialità): quel sogno illustrava il suo ormai quasi fastidioso vissuto: che quel fetente di Rinaldoni fosse un personaggio virtuale, quasi un cartone animato, mentre lui, lui era una persona reale in carne ed ossa. Il suo Padre Celeste lo aveva cacciato dal Regno, e negli anni a venire aveva lasciato che fosse reiteratamente sbeffeggiato, ammanettato battuto dal suo stesso popolo, hai la minima idea del perché te lo meriti?, e infine più volte crocefisso in sala mensa, in verità tutte le volte uscendone più vivo e incazzato di prima, probabilmente grazie alle robuste iniezioni di DNA jesino che ne caratterizzavano il genotipo e ne facevano un raffinatissimo schermidore.
Lui combatteva tutti i giorni la dura eppur gloriosa battaglia della sopravvivenza, della quale Rinaldoni nulla sapeva e nulla poteva sapere, sospeso nel suo Empireo talmente rarefatto da portare all'anossia chiunque vi entrasse senza un'adeguata acclimatazione.
Lui si innamorava, si arrabbiava, soffriva, gioiva, si illudeva, rincorreva tutti i legnetti che gli venivano lanciati per vederseli poi portar via da cagnoni che non aveva mai nè visto nè conosciuto ma abbaiavano meglio di lui. Rinaldoni pensava, meditava, cogitava, elaborava teorie che poi cercava coscienziosamente di passare al vaglio delle evidenze empiriche, constatava, riteneva, supponeva, desumeva.
Ma poi c'era un altro motivo ancora per cui Luca non voleva confrontarsi col Dott. Rinaldoni: per la prima volta gli aveva disobbedito, non aveva messo in pratica nessuna delle sue indicazioni terapeutiche (indicazioni che lui travestiva da personalissime opinioni, ma che in realtà erano degli ordini tassativi, la cui mancata esecuzione avrebbe comportato un numero imprecisato di sedute in cui sarebbero state analizzate TUTTE le resistenze, TUTTE le contraddizioni, il gioco non valeva la candela...). Luca aveva fatto di testa sua e aveva scaricato tutta la sua rabbia, la sua vergogna di sè stesso, la sua sfiducia, il suo minimalismo esistenziale, il suo masochismo morale erigendo in poche ore un battagliero Muro di Berlino tra sè e ogni ipotesi di Amore (ma anche tra ogni ipotesi di Amore e sè). Un muro presidiato da guardie armate fino ai denti, con mine e filo spinato percorso da scariche a 40.000 volts.
Mentre il ritardo di Luca diventava ormai sospetto, il Dott. Rinaldoni valutava diverse ipotesi: chiamarlo al cellulare per rammentargli l'appuntamento? mandargli un sms? un'e-mail? un piccione viaggiatore?
Ma mentre le valutava, capiva che Luca era un paziente un po' particolare: il trattamento era iniziato e si era interrotto tumultuosamente una lunga serie di volte, ed ogni volta Luca ritornava dicendo "Non so perché sono qui e non vorrei esserci....". Non era sempre facile condensare 26 anni in poche righe, ed io i miei in un solo saluto. Ma davvero, Rinaldoni stava per fare quella cosa che tante volte aveva stigmatizzato nei suoi colleghi a orientamento psicodinamico ortodosso: ricorrere al controtransfert.
Per la prima volta da tanti anni Rinaldoni si lasciò invadere da tutte le sensazioni che gli provocava quella specie di fratellino minore ribelle, autolesionista, a volte francamente ai limiti estremi del disadattato, incapace di gestire denaro carriera storie d'amore immagine sociale amicizie rapporto con l'autorità rapporto con lo Stato. Sentì che gli sarebbe mancato, sentì che avrebbe lasciato per sempre vuota la sua ora del lunedì, ma capì che ognuno dei due doveva recidere il cordone ombelicale. Era pericoloso, certamente. Ma se pensava al sogno che aveva fatto, in cui lui, nella parte di Dio Padre, mandava Luca sulla terra a trasmettere il Suo Vangelo, si rendeva conto che ogni prosecuzione dei contatti interpersonali sarebbe stata ancora più pericolosa.
E a quel punto si lasciò serenamente guidare dall'istinto a digitare per Luca lo scarno SMS "Buonavita, Luca, buonavita".
Due secondi dopo si accasciò sulla sua comoda poltrona vittima di un (fatale?) attacco cardiaco.
Nonostante le amorevoli cure di un giovanissimo dinamico presidente che sembra uniformarsi allo stereotipo iconico del galantuomo simpaticamente amante della buona tavola, il Parma FC ha conosciuto per la prima volta nella sua storia l'onta della retrocessione in serie B. Già, perché la spigliata compagine crociata (o semplicemente gialloblù per i laici) in serie B c'era salita un ingente numero di volte, dopo aver sgominato la terribile concorrenza della Reggiana, dello Spezia, della Carrarese, del Modena o, in tempi più remoti, del Montevarchi o dell'Ancona, ma giammai disceso.
E' salita trionfalmente in A, la squadra della mia città, quando Berlusconi non era ancora sceso in campo, non esistevano nè telefonini (i primi cellulari erano delle dimensioni di un mattone) nè Internet, erano ancora vivi Vasco Pratolini, Renato Rascel, Stan Getz, Lea Padovani, Concetto Lo Bello, Miles Davis, Walter Chiari e Paolo Valenti, il piccolissimo Pato non parlava ancora e la signora Barwah era ancora incinta del futuro Mario Balotelli. In quel 27 maggio 1990 la Germania si stava riunificando, i muri cadevano come fogli di carta velina e tutta l'Europa dell'Est festeggiava con gaudio l'arrivo dell'economia di mercato, della disoccupazione, del caro-affitti e della dittatura del capitale, l'Organizzazione Mondiale della Sanità aveva appena eliminato l'omosessualità dalla lista dei disturbi mentali.
Ridiscende in B mentre Berlusconi andrebbe sottoposto a DASPO per prolungata, reiterata nonché immotivata invasione di campo, nessuno di noi potrebbe concepire la vita senza telefonini e Internet, nessuno dei morti elencati è resuscitato anche se di Walter Chiari si sente una certa mancanza, Pato e Balotelli sono i nuovi astri del calcio, l'Europa dell'Est non ha più gran che da festeggiare con le modeste e parziali eccezioni della Polonia e della Repubblica Ceca, l' OMS discute se inserire l'eterosessualità tra i comportamenti in via di estinzione. Quante cose sono cambiate!
Poche volte, per altro, le fortune di una squadra si sono legate così vividamente a quelle di un'azienda: il legame tra Parma e Parmalat è stato quasi più viscerale di quello tra Fininvest/Mediaset e Milan. Poche volte, se non nessuna, un cambio di proprietà ha modificato di così tanto le sorti di una squadra. Il Parma targato Ernesto Ceresini vivacchiava tra B e C, indi C1. Il Parma targato Tanzi ha vinto 4 trofei internazionali e 4 trofei nazionali, purtroppo nessuno scudetto perché evidentemente non se li è meritati. In base agli angosciosi risultati dell'inchiesta successiva al crack-Parmalat, del resto, si è portati a supporre che il Parma comprasse giocatori con soldi che non c'erano, o attraverso le obbligazioni con cui incauti risparmiatori-investitori finanziavano i debiti aziendali, sia attraverso magistrali operazioni di finanza virtuale in cui le sorti del Parma-Parmalat si intrecciarono con quelle della Lazio-Cirio. Entrambe le squadre rischiarono la cancellazione per debiti ma se la cavarono, il Parma vendendo il vendibile e sciroppandosi due anni di gestione commissariale, la Lazio grazie all'intervento dell'ineffabile Silvio I che dichiarò "Non possiamo mandare la Lazio in C senza rischiare moti di piazza...". I tifosi di Napoli, Fiorentina e Genoa si sentirono quanto meno più idioti e meno temibili dei colleghi biancocelesti.
Una immaginaria formazione all star includente 6 campioni del mondo potrebbe annoverare Buffon (Frey); Thuram, Apolloni, Cannavaro, Junior; Fuser, Veron, Boghossian, Dino Baggio; Zola; Inzaghi, Gilardino.
Una formazione più comica potrebbe lasciare spazio a Bettarini sulla fascia sinistra e Gene Gnocchi in cabina di regia.
Ma tutto questo ora non conta più nulla. L'anno prossimo ci attendono appassionanti derbies col Modena, il Piacenza e il Sassuolo. Giovani interessanti come Dessena e Cigarini giocheranno finalmente titolari fissi, forse in serie B troverà spazio anche Gene Gnocchi che vuole essere l'esordiente più anziano della storia del calcio, i panini del Tardini saranno molto più grami, e la vita andrà comunque avanti....
P.S. Miss, non considerare questo post (con la esse, son più d'uno) "di calcio". Essendo io emulo di Giovanni Arpino, Vladimiro Caminiti, Gian Paolo Ormezzano, Gianni Brera e Gianni Mura, considero il fùssboll (come lo chiamano i meno angloglotti di area padana, così come l'off-side diventa "opsin") un magistrale spaccato della nostra società, mentre le regole del gioco illustrano ancestrali miti dell'inconscio collettivo relativi alla difesa della propria femmina e alla violazione della femmina altrui, possibilmente senza fare fallo ma se il fallo c'è ben venga... E Beppe Grillo fa tanto il calciofobo ma ha una collezione di sciarpe rossoblù e quarantasei grifoni in tutti i materiali possibili e immaginabili che te li raccomando...
(Alberto Lupo e Mina, miga parsutt e malvasia, 1971)
Parlato: Cara, cosa mi succede stasera, ti guardo ed è come la prima volta Canto : Che cosa sei, che cosa sei, che cosa sei Parlato: Non vorrei parlare Canto: Cosa sei Parlato: Ma tu sei la frase d’amore cominciata e mai finita Canto: Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai Parlato: Tu sei il mio ieri, il mio oggi Canto: Proprio mai Parlato: È il mio sempre, inquietudine Canto: Adesso ormai ci puoi provare/ chiamami tormento dai, già che ci sei Parlato: Tu sei come il vento che porta i violini e le rose Canto: Caramelle non ne voglio più Parlato: Certe volte non ti capisco Canto: Le rose e violini/ questa sera raccontali a un’altra, violini e rose li posso sentire/ quando la cosa mi va se mi va, quando è il momento/ e dopo si vedrà Parlato: Una parola ancora Canto: Parole, parole, parole Parlato: Ascoltami Canto: Parole, parole, parole Parlato: Ti prego Canto: Parole, parole, parole Parlato: Io ti giuro Canto: Parole, parole, parole, parole parole soltanto parole, parole tra noi Parlato: Ecco il mio destino, parlarti, parlarti come la prima volta Canto: Che cosa sei, che cosa sei, che cosa sei, Parlato: No, non dire nulla, c’è la notte che parla Canto: Cosa sei Parlato: La romantica notte Canto: Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai Parlato: Tu sei il mio sogno proibito Canto: Proprio mai Parlato: È vero, speranza Canto: Nessuno più ti può fermare/ chiamami passione dai, hai visto mai Parlato: Si spegne nei tuoi occhi la luna e si accendono i grilli Canto: Caramelle non ne voglio più Parlato: Se tu non ci fossi bisognerebbe inventarti Canto: La luna ed i grilli/ normalmente mi tengono sveglia/ mentre io voglio dormire e sognare/ l’uomo che a volte c’è in te quando c’è/ che parla meno/ ma può piacere a me Parlato: Una parola ancora Canto: Parole, parole, parole Parlato: Ascoltami Canto: Parole, parole, parole Parlato: Ti prego Canto: Parole, parole, parole Parlato: Io ti giuro Canto: Parole, parole, parole, parole parole soltanto parole, parole tra noi Parlato: Che cosa sei Canto: Parole, parole, parole Parlato: Che cosa sei Canto: Parole, parole, parole Parlato: Che cosa sei Canto: Parole, parole, parole Parlato: Che cosa sei Canto: Parole, parole, parole, parole parole soltanto parole, parole tra noi
WORDS (F.R. David, 1982)
Parole
Mi mancano le parole Come posso farti capire che ti amo? Mi mancano le parole
Mi mancano le parole Questo è l’unico modo che conosco per dirti che ti amo Mi mancano le parole
Bene, non sono che un musicista Le melodie sono per la mia migliore amica Ma le mie parole suonano storte Ragazza, Ti apro il mio cuore e Spero che tu creda nella sua sincerità perché
Mi mancano le parole Come posso farti capire che ti amo? Mi mancano le parole
Questa non è che una canzone semplice Che ho scritto per te e per me Non c’è alcun significato nascosto quando Quando ti dico che ti amo tesoro! Ti prego credimi perché
Mi mancano le parole Come posso farti capire che ti amo? Mi mancano le parole
Non è semplice Mi mancano le parole
Mi mancano le parole Come posso farti capire che ti amo? Mi mancano le parole
Mi mancano Questo è l’unico modo che conosco per dirti che ti amo Mi mancano le parole Mi mancano le parole
LE NOSTRE PAROLE" (Luca Carboni, 1985) Dille per dire, o come ti pare o per poterle sentire dille per fare o per contraddire teneramente imbrogliare Per infilarle piano in un orecchio per provare a stupire per appoggiarle sopra un foglio di carta o per provare a capire
Lo so che tra un'ora mi vieni a cercare magari... sei già per le scale.
Ti fermi mi guardi mi dici: "Sto male" Ma che male e male...
E' che le nostre parole non sanno più dove andare certe volte vanno in giro da sole ecco... perché fanno male
Oh... come faccio a farti capire a dire tutto senza dire niente senza farti soffrire
"Non aprire la bocca non devi parlare. Non era così, che doveva finire. Poteva andar peggio, potevamo morire"
Ma forse siamo ancora amici ma si che siamo ancora amici
Ah... com'è difficile parlare d'amore ah... com'è difficile parlare d'amore non ti ricordi quella sera che ah, com'era facile fare l'amore
Com'era, com'era... amore!
Non eri tu che mi dicevi tutte quelle parole che non capivi e non sapevi dov'eri e io chi ero... a sì, ero il sole
Ne hai dette tante che qualcuna è rimasta tra le lenzuola. Adesso siediti che silenzio stasera.
Lascia stare le mani, non farti del male se ne hai voglia rimani non mi guardare... anzi prova a chiudere gli occhi cerca di pensare
che siamo ancora tanto amici... sì che siamo molto più che amici
Ah... così in silenzio noi facciamo l'amore ah... adesso noi facciamo l'amore non nascondere i tuoi occhi perché stiamo facendo l'amore ah, adesso noi facciamo l'amore
Non nascondere i tuoi occhi perché...
Parole (Francesco Guccini, 1993)
Parole, son parole, e quante mai ne ho adoperate e quante lette e poi sentite, a raffica, trasmesse, a mano tesa, sussurrate, sputate, a tanti giri, riverite, adatte alla mattina, messe in abito da sera, all'osteria citabili o a Cortina, o a Marghera. Con gioia di parole ci riempiamo le mascelle e in aria le facciamo rimbalzare e se le cento usate sono in fondo sempre quelle non è importante poi comunicare, come l'uomo solo, che fischietta dal terrore e vuole nel silenzio udire un suono, far rumore. Mio caro amore si è un po' come commessi viaggiatori con campionari di parole e umori a ritmi di trecento e più al minuto; amore muto beati i letterari marinai così sul taciturno e cerca guai così inventati e pieni di coraggio. Io non son quei marinai, parole in rima ne ho già dette (e tante, strano, ma ne faccio dire) nostalgiche, incazzate, quanto basta maledette, ironiche quel tanto per servire a grattarsi un po' la rogna, soffocati dal collare adatto per i cani o per la gogna del giullare. Poi andare sopra un palco per compenso o l'emozione: chi non ha mai sognato di provare? Sia chi ha capito tutto e tutto sa per professione ed ha un orgasmo a scrivere o a fischiare, sia quelli che ti adorano fedeli e senza intoppi, coi santi non si scherza, abbasso il Milan, viva Coppi! Amore sappi beato chi ha le musiche importanti, le orchestre, luci e viole sviolinanti, non queste mie di fil di ferro e spago; amore vago, mi tocca coi miei due giri costanti far il make-up a metonimie erranti: che gaffe proprio all'età della ragione. E sì son tanti gli anni, ma se guardo ancora pochi, Voltaire non ci ha insegnato ancora niente, questo quel periodo in cui i ruggiti si fan fiochi oppure si ruggisce veramente ed io del topo sovrastrutturale me ne frego; chi sia Voltaire mi dite? va be', dopo ve lo spiego. E se pensate questi i vaniloqui di un anziano lo ammetto, ma mettiamoci d'accordo conosco gente pia, gente che sa guardar lontano e alla maturità dicon sia sordo perchè i rincoglioniti d'ogni parte odian parecchio la libertà e la chiamano "vagiti", o "ostie" di un vecchi. Amore a specchio, tanto bello urlare dagli schermi, gettare a terra falsi pachidermi coprendo ad urla il vuoto ed il timore. Qui sul mio onore, smetterei di giocar con le parole ma un vizio antico e poi quando ci vuole per la battuta mi farei spellare. Eee, le chiacchiere son tante e se ne fan continuamente, tanto bello dar fiato alle trombe o il vino o robe esotiche rimbomban nella mente esplodono parole come bombe, pillacchere di fango, poesie dette sulla sedia, ghirlande di semantica e gran tango dei mass-media. Dibattito, dal vivo, miti, spot, ex-cineforum, talk-show, magazine, trend, poi TV e radio telegiornale, spazi, nuovo, gadget, pista, quorum, dietrismo, le tangenti, rock e stadio, deviati, bombe, agenti, buco e forza del destino, scazzato, paranoia e gran minestra dello spino. Amore fino lo so che in questo modo cerco guai ma non sopporto questi parolai non dire più che ci son dentro anch'io, amore mio se il gioco esser furbo o intelligente ti voglio presentare della gente e certamente presto capirai. Ci sono, sai, nascosti, dietro a pieghe di risate che tiran giù i palazzi dei coglioni, più sobri e più discreti e che fan meno puttanate di me che scrivo in rima le canzoni, i clown senza illusioni, fucilati ad ogni muro se stan così le cose dei buffoni sia il futuro. Son quelli che distinguono parole da parole e sanno scegliere fra Mercuzio e Mina, che fanno i giocolieri fra le verità e le mode, i Franti che sghignazzano a dottrina, che irridono ai proverbi e berceran disincantati: "Fra Mina e fra Mercuzio son parole, e non son frati".
Si era addormentato contro un platano per la prima volta quasi felice, chiedendosi se stava morendo, stava impazzendo o se quei passettini che sentiva erano veramente i suoi, i passi di Morgana che aveva deciso di entrare VERAMENTE nella sua vita.
Ovviamente non li erano, ed altrettanto ovviamente non era morto.
Che Morgana non ci fosse era alla fine un corollario di un teorema ormai arcidimostrato: che chiunque si avvicinasse a lui finiva per fare una terribile fatica a mettersi autenticamente in contatto, e così finiva per creare un rapporto per lui insoddisfacente e incompleto, che lo lasciava interdetto e frustrato. In realtà Morgana lo stava aspettando nel suo castello, convinta che fosse LUI con la suprema forza di tutte le sue armi offensive e difensive a doverla raggiungere, ma Lancillotto era troppo protervo e vanesio per immaginarlo.
In certi momenti Lancillotto si sforzava di odiare Morgana per la sua irresolutezza, per la sua immaturità e per la sua superficialità. E per un po' ci riusciva, ma poi tornava a darle in fondo ragione: perché doveva aggiungere ai propri problemi personali anche i suoi? Lancillotto era combattuto tra
il desiderio di stare con Morgana a tutti i costi, immolando sull'altare dell'amore per lei tutte (e diconsi tutte) le sue esigenze affettive, che pure le aveva tante volte presentato e non sembravano così impossibili: una donna che lo amasse a modo suo (ovviamente suo di lui); una donna interamente sua (e questo Morgana non lo era e forse non lo sarebbe mai stato); una donna che vivesse la storia con lui in modo semplice, diretto e lineare, ovviamente spianando e stirando tutte le infinite curvature non euclidee del suo pensiero;
e l'irresistibile tentazione di dettare con protervia che rasentava la cattiveria le sue condizioni, ponendo come alternativa la dolorosa rinuncia a lei.
Sarebbe bastato che Morgana si fosse lasciata andare a tutto quello che Lancillotto muoveva dentro di lei, ma non lo faceva. E Lancillotto non riusciva peraltro più ad accettare l'ennesimo amore non corrisposto, corrisposto male, corrisposto a metà, corrisposto a livello "sto con te ma perché momentaneamente non ho di meglio.....".
E non aveva più pazienza, non ne aveva più, perché fondamentalmente Morgana aveva dato l'ennesimo e definitivo colpo ai suoi sogni romantici: il mondo di Morgana, ad insindacabile parere di Lancillotto, era un mondo in cui i sentimenti non si sapevano dispiegare, in cui i sentimenti vivacchiavano piegandosi al compromesso, si contorcevano sperando che qualcuno li intuisse e li indovinasse dietro metri cubi di muraglie cinesi. E a lui non bastava più dimostrarle che li stava provando, avrebbe voluto che lei glieli esternasse. Avrebbe voluto che gli desse qualche prova tangibile di quanto teneva a lui, giacché quelle che Morgana gli dava gli sembravano sempre e comunque insufficienti.
Lancillotto aveva cessato l'assedio e, seduto sotto il famoso platano, assaporava le prime avvisaglie della pazzia che invadevano il suo spirito, mentre tutti i fluidi magici di Morgana abbandonavano la sua coscienza. E anche l'immagine di Morgana, ormai ridimensionata a fantasiosa artificiosa vestigia della sua mente malata, sbiadiva in controluce. E l'amore provato per lei si adagiava fino a diventare una dolce sopportabile nostalgia. Lancillotto archiviò coscienziosamente i momenti belli della loro relazione, rimosse con fraterna indulgenza le innumerevoli ferite che la sua Non Più Amata gli aveva inferto, si tolse un po' d'umido dalla guancia destra (che fossero lacrime? Ma no no, era la condensa atmosferica di quel bel mattino di primavera...) e riprese con amara allegria il suo faticoso cammino.
Mentre Lancillotto, con tutti gli organi di senso bloccati e ormai incapace di ascoltare vedere e capire, stava togliendo l'assedio, Morgana continuava la sua bizzarra vita nel mondo dei se, un mondo strano confuso pieno di persone che non sanno mai decidere che cosa fare, anche le decisioni più semplici vengono pensate e valutate perché se.....
Morgana era la regina di questo mondo semplicemente perché era, fra gli abitanti, la migliore. Ogni giorno quando si alzava e doveva vestirsi pensava: cosa mettermi oggi, ecco potrei mettermi quella gonna ma se.... Certo meglio scegliere i pantaloni, ma se.... E così dopo aver perso la prima ora della sua giornata sceglieva qualcosa di solito e comodo ma che in fondo non le piaceva più tanto, anche se... faceva portare alla sua dama di compagnia, dentro ad una bellissima capiente borsa, tutto quello che non aveva voluto lasciare a casa perché se...
Poi andava al lavoro, come regina non aveva molto da fare e allora si era trovata qualcosa che la teneva impegnata per qualche ora, anche se... non le piaceva molto quello che faceva e neanche le persone con cui lavorava, ma se... avesse deciso di fare qualcos´altro avrebbe potuto avere dei problemi ed allora meglio restare lì anche se... ogni tanto durante il giorno diceva: certo che se.....
Nel tardo pomeriggio, ritornava al castello, anche se... ultimamente preferiva passeggiare ritardando il ritorno e anche se... non capiva bene il perché sentiva il bisogno di stare fuori, era come se stando im mezzo alla gente potesse fingere di non avere responsabilità che la aspettavano a casa; al lavoro; verso le persone che dipendevano da lei e quelle che le erano accanto.
Durante uno dei ritorni al castello, si era imbattuta in Lancillotto, uno strano cavaliere che favellava come un codice esoterico anzi meglio di un codice esoterico e allora lo aveva invitato a cena al castello, che in quel periodo era vuoto perché tutti quanti erano andati in ferie. Non aveva pensato a quello che avrebbe potuto succedere durante o dopo quella cena, aveva tremendamente voglia di parlare e di sentir parlare ( e per questo lui rasentava la perfezione visto che quando cominciava a parlare non finiva mai, ed era piacevolissimo) e sapeva che era la cosa giusta da fare, per la prima volta dopo tanto tempo il se.... non era entrato nella sua mente. Chissà che cosa avrebbero detto gli abitanti del mondo dei se, se solo avessero saputo.....
Dopo quella cena ce ne sono state altre, altri incontri, altri momenti da ricordare per sempre e quasi mai durante quei primi giorni il se.... si era fatto vivo, poi all´improvviso eccolo a riempire la sua mente.
Se mi prende piacere di questo cavaliere, cosa mai potrà avvenirmi
Se per lui rinuncio ai miei privilegi di regina del mondo dei se ed entro nella vita reale, cosa ne sarà di me
Se i miei sudditi si mostrano incapaci di rinunciare alla mia reggenza
Se non mi innamoro
Se mi accorgo che non sono capace di amare
Se mi accorgo che torno ad essere dipendente da qualcuno
Se mi piace essere solo di quel cavaliere
Se mi piace talmente tanto restare fra le sue braccia da non desiderare altro e poi lui come gli altri mi allontana
Se mi stanco io e non riesco a dirglielo
Se scopro che sono diversa da quella che pensavo e non mi piaccio più
Se scopro che con lui potrei esser diversa e non voglio esserlo
Se scopro che vorrei esserlo
Se mi viene voglia di piangere quando credo che abbia ripreso il suo cammino e sia in qualche terra lontana a combattere i Mori
Se mi viene voglia di interrompere le mie faccende regali e scappare da lui che non mi vuole più
Se durante il giorno mi viene naturale pensare a lui inserito nella mia vita di tutti i giorni e non capisco se lo voglio o no
Se sento il bisogno di stare da sola e lui non lo capisce
Se mi viene voglia di pettinarmi diversamente perché a lui piace così
Se mi ritrovo a stropicciarmi le mani come fa lui
Se mi accorgo di rileggere le frasi che scrivo per cercare di mettere le virgole al posto giusto
Se solo la mia vita fosse stata diversa adesso magari potrei dargli quello che lui vuole da me
Se solo fossi diventata grande
Se solo riuscissi a diventare grande
Se solo lui mi amasse meno
Se solo lui mi amasse di più
Se solo lui avesse più pazienza
Se solo lui mi piacesse meno
Se solo capissi perché mi piace
Se solo lui fosse entrato meno dentro il mio essere regina
Se solo non aspettassi le sue ambasciate come la cosa più importante dell'intero Orbe Terracqueo
Se solo non mi sciogliessi tutte le volte che leggo qualcosa che ha scritto
Se solo non mi stupisse ogni volta con qualcosa di nuovo
Se solo non mi leggesse come un libro aperto
Se solo avessi il coraggio di aprirmi a lui come non ho mai fatto neache con il mago Merlino
Se solo fossi la donna fatta per lui
Se solo fossi la donna che vorrei essere
Se solo tutto fosse perfetto e non ci fosse ogni volta bisogno di stare male per amare e per farsi amare
Se solo accettassi me stessa per quello che sono e non per la persona che ho costruito per far piacere ai miei cortigiani
Se solo riuscissi a parlargli e a dirgli le cose come sono dentro la mia testa e non come sono quando le dico
Se solo questa notte fossi da lui
Se solo capissi quello che provo per me per lui e per gli altri
E adesso Morgana si ritrova a fare le cose che da sempre fa ma senza il desiderio di farle combattuta fra il desiderio di vivere la storia che il destino le ha proposto e il desiderio di continuare la scelta di stare da sola per imparare a fare le cose di tutti i giorni, dalla più banale come rifare il letto alla più importante ( che ancora non ha deciso quale sia).
Certo è che la storia che il destino le ha proposto e che l´altra persona ha descritto così bene forse non sarà più possibile viverla e come al solito per colpa sua e questo la distrugge, anche i suoi sudditi se ne sono accorti, anche i più piccoli e lei non riesce quasi più a nascondersi perché stanca di vivere nel mondo dei se, vorrebbe tanto poter uscire da quel mondo per entrare nel mondo di lui, almeno per un poco, almeno per capire, giusto per vedere se in un mondo dove non ci sono se ma solo certezze è possibile vivere la storia d´amore perfetta.
Se Lancillotto avesse potuto sapere cosa stava succedendo nel mondo di Morgana non avrebbe avuto più dubbi di aver incontrato una splendida bellissima damigella meravigliosamente piena di contraddizioni, che non sarà MAI come gli altri se l'aspettano e come la desiderano, ma proprio per questo continuerà ad affascinarlo coi suoi involontari rompicapo; che alla fine sarà LEI a tirar fuori il Lancillotto che si è immaginata e che probabilmente c'è, e anche solo per questo meriterebbe un monumento equestre in Piazzale della Tavola Rotonda; che lo farà ancora godere soffrire provare tutte le sensazioni del mondo perché è un adorabile straordinario concentrato di vita e di gioia a cui è impossibile non voler bene; che sentirà a tratti del tutto sua per poi in un attimo sentirla lontanissima, all'altro capo dell'Universo; che non dirà mai TI AMO ma gli darà con entusiasmo e naturalezza tutto quello che una donna innamorata può dare a un uomo.
Ma Lancillotto è il più testardo ed orgoglioso cavaliere che il Medio Evo ricordi...
Signor Luca, si sieda... E mi dica la prima cosa che le viene in mente...
La prima cosa che mi viene in mente. Dott. Rinaldoni? Che questo è l'ultimo posto dove vorrei essere, eppure ci sono. Che non desidero fidarmi di lei, ma alla fine lo farò perché in fondo mi conviene. Che ho una barca di cose da raccontare ma non so proprio se Lei nè è degno...
Calma, calma, signor Luca... Quanta furia! Me ne bastava una, ma forse lei non me l'ha ancora detta... Mi sbaglio?...
Ebbene sì, maledetto Carter, ho mentito ancora... Sono qui per...
Per?
Per...
Per?
Ma senta, caro il mio dottorazzo, a Lei non capita mai di avere una parola sulla punta della lingua, lì bella solare e traslucida eppure inesprimibile? Eh? Non le capita mai?
Certo che mi capita, signor Luca, io e lei ci somigliamo molto più di quanto lei non oserebbe mai ammettere.
Ma si può sapere perché parla con quel tono da Hal di 2001 Odissea nello Spazio? Lei ogni tanto prova delle emozioni?
Se fossimo in Questurale potrei rispondere: Qui le domande le faccio io, e lei ha già violato due volte questa regola. Ma non siamo in Questura. Ha intenzione di rilassarsi con significativo anticipo sulla fine della seduta, o intende sfidarmi dall'inizio alla fine?
OK, OK, dottore... Sono rilassato... Rilassatissimo...
Il suo non verbale dice tutto il contrario, ma comunque cominciamo... Che cosa l'ha portata qui?
Rispondere il 6 non è sufficiente?
Direi di no, signor Luca... Direi di no...
Che cosa mi ha portato qui... Lei vuol dire qual'è la causa ultima, o qual'è la causa remota?
Veda lei. Per sua fortuna le mie domande sono meno aggressive delle sue.
Le donne... Forse UNA donna... Forse parecchie donne che nella memoria sembrano una sola... O forse un'unica donna che si frammenta in mille donne...
Molto bene. Vada avanti.
Andare avanti... Non c'è il tasto rewind, o contr-alt-canc? Non c'è un gigantesco elastico per tirare indietro le parole che ho appena detto?
Ma in fondo lei non ha ancora detto praticamente nulla... Si è limitato a collocare, e probabilmente la collocazione è corretta, il suo problema nella sfera degli affetti. Vuol parlare d'altro?
Ma no, ma no... E' di questo che voglio parlare... Ma non so dove mi porterebbe questo argomento...
Credo che sia il bello dell'esprimersi, signor Luca. A meno che non impariamo la nostra lezioncina a memoria, non sappiamo MAI dove andrà a finire il nostro pensiero. E a volte, senza qualcuno che ci rispecchi, non lo sappiamo nemmeno quando ci sembra di averlo dipanato per intero.
E io di lezioncine a memoria ne conosco parecchie, è questo che vuol dire?
Come tantissimi, signor Luca, forse come tutti...
Sa, Dottor Rinaldoni, mentre salivo le scale mi chiedevo delle cose... Delle cose molto precise... E' normale per me tempestarmi di domande, lo faccio di continuo... Ma il fatto è che le risposte fluttuano, oscillano, seguono delle ciclotimie molto strette...
Ciclotimie?
Io credo che lei conosca il significato di questa parola... Quindi devo arguire che Lei mi invita a non usare termini tecnici...
Se le creano una buona difesa li usi pure, ma se può parlare il linguaggio dei sentimenti e non quello della tecnica, credo che guadagnerebbe tempo.
Cos'è che stavo dicendo... Ah sì, venendo su per le scale mi facevo delle domande... E nel farmele quasi mi vergognavo di farmele... E pensavo all'ultima donna della quale credo di essere innamorato.
Crede?
Credo, dottore, credo.
Io posso accettare il concetto "Io credo che LEI mi ami". Ma "Io credo di amarla" è un concetto che mi sfugge.
Le sfugge?
...............
E va be', le sfugge... Ci provi lei a stare con una donna che sistematicamente fa sembrare le tue parole sbagliate, i tuoi sentimenti esagerati, i tuoi stessi pensieri inappropriati...
Io provo ad immaginarmela, signor Luca, e dal tono con cui lei ne parla vedo che le piace molto che tutto questo succeda.
Mi piace molto?
Lei che ne dice? Mi sta parlando di una donna che le fa da specchio.
Be' insomma... da specchio...
Sì, signor Luca, da specchio. Lei mi sta descrivendo una dinamica fondamentale ed importantissima tra un uomo e una donna che cominciano a stare insieme: lei vede lui diversamente da come lui si vede (e ovviamente lui fa altrettanto con lei). E' fondamentalmente per la ricerca di questo rispecchiamento nuovo e diverso che ci si continua ad innamorare.
Lei dice?
E' una mia opinione, signor Luca, che metto a sua disposizione. Ovviamente non ho alcuna pretesa di convincerla. Ma lei, questa donna, la ama o non la ama?
Amo di lei quello che potrebbe essere... quello che è ma non sa di essere... forse, e questo mi fa impazzire di rabbia, quello che è stata in passato con altri uomini e che con me non sa o non vuole più essere.
Ma della donna reale ed esistente cosa mi dice?
A volte mi affascina e a volte non la sopporto.
Quando capita la prima cosa e quando capita la seconda?
Non credo che dipenda da quello che fa lei... Dipende da come sono messo io...
Cioè?
E' la prima donna che mi tiene testa sul piano dialettico. A parole mi tratta come un genio, ma nei fatti spesso e volentieri mi fa sentire un perfetto cretino...
Butto lì un'ipotesi... Quando la fa sentire un perfetto cretino lei prova come un senso di sollievo?
Sollievo? Ma... delle volte sì...
Delle volte sì!
Penso a quante altre donne, in passato, si facevano apparentemente incatenare dalle mie parole ma solo per vendicarsi di questa gabbia; mi verrebbe da citare un mitico "Ci hai raggione ma te meno...", o un quasi equivalente "Lo so che hai ragione ma non voglio dartela (sottinteso ovviamente la ragione, ma in realtà da come evolveva il rapporto anche qualcos'altro...)".
E con la donna che sta attualmente frequentando, invece?
Lei non si lascia incatenare. Ho la penosa impressione di doverla riconquistare tutti i santi giorni...
Penosa? Cosa c'è di penoso nel mantenere e valorizzare la dimensione della seduzione e della conquista? Non sarà invece proprio questo che le fa amare questa donna?
Sì, perché la amo... Il problema è che lei non ci crede...
Uno che ha una padronanza così perfetta e completa della lingua italiana, signor Luca, a volte può lasciare perplesso chi comunica con lui... E lei è innamorata?
A parole no... Anzi alle mie pressioni lei esplicita di non esserlo... Ma mille piccole cose che fa per me, che sopporta di me, che mi comunica, mi fanno pensare il contrario.
Benissimo!! Lei tocca giustamente la dimensione del non verbale, perché é lì che si misura la pienezza di un sentimento. La donna che le interessa le dà delle prove che lei in fondo ritiene convincenti; e lei, signor Luca?
Io... Io non mi accontento mai, la provoco, cerco di metterla a disagio e di farla sentire cattiva perché non dice mai che mi ama...
Ma lei vuole amare o essere amato?
Amare è qualcosa di banale... Mi riesce benissimo... E' essere amato che mi stuzzica di più.
Ci rifletta signor Luca, ci rifletta... Ci vediamo lunedì prossimo....
Il Giovane Anziano non era felice, ma del resto era da tempo che non lo era più. Anche quando rideva era un riso amaro che delle volte sembrava più una specie di cigolio. Alla fine riusciva a far star bene gli altri molto più che sè stesso. Quando era di umore nero, comunque, la sua prosa migliorava. I periodi, da ciceroniani diventavano tacitiani. Non più lunghi arzigogoli. Non più sequele di proposizioni subordinate, incisi, parentesi. Periodi scarni, elementari. Totale rinuncia al punto e virgola e ai due punti.
Quando aveva poco da dire lo diceva con chiarezza, e riusciva a farsi intendere. Era quando aveva molto da dire che alla fine dell'esposizione lui stesso si ritraeva inorridito non capendo neppure lui cosa avesse detto.
Il Giovane Anziano sembrava sicuro di sè fino all'arroganza. E gli piaceva giocare pirandellianamente con questa maschera: "Così è se vi pare - pensava - sono uno, nessuno e centomila, o forse un personaggio in cerca d'autore. Tanto questa sera si recita a soggetto ed è tutto un gioco delle parti.". Ma dentro, il vuoto lo scavava ogni giorno di più: tra il nanerottolo spaventato che albergava in fondo alla sua coscienza e lo spavaldo guascone che sapeva sempre trovare la battuta giusta la distanza si allungava ogni giorno. E la sua interiorità, la sua essenza profonda ormai era incognita anche a lui.
E alla fine il paradosso, l'atroce paradosso era che questa sua grande capacità di affabulazione, di fascinazione, di comunicazione, di espressione trovava il vuoto, o talvolta un vuoto travestito da persona: specchi deformanti che gli rendevano di sè schegge impazzite che quasi lo spaventavano, o forse più ancora lo amareggiavano. Avrebbe voluto citare Nanni Moretti e urlare con la sua vocetta stridula "Io non parlo così, io non mi esprimo così...". Persone che sostenevano di tenere a lui ma che con lui non riuscivano a mettersi in rapporto. Persone che lo lasciavano entrare in un apparente contatto ma poi creavano una perversa rete di ingiunzioni, divieti, tabù da fargli preferire una sana e serena solitudine. Persone che lo usavano come sparring partner, "se riesco a fargli del male significa che sono forte". Persone che non avevano mai scelto e deciso, e che pretendevano da lui la frase illuminante, la soluzione al problema, il punto archimedeo dove applicare una piccola pressione perché tutto il sistema potesse docilmente cambiare.
E più passava il tempo, più lui diventava poco tollerante e poco incline ad accontentarsi di quello che gli passava il convento: più diventava anzianotto, più avrebbe preteso una comunicazione diretta, senza sovrastrutture, senza il bisogno di chiedersi "ma se io dico x, poi cosa succede?" (a parte che poi, quando la pazienza si esauriva, e oramai si esauriva molto rapidamente, lui diceva xykjw in rapida successione fregandosene altamente delle conseguenze). Più diventava anzianotto, meno accettava di vivere situazioni diplomatiche, dolciastre, di compromesso.
E più succedeva tutto questo, più lui si ritrovava solo, ma sempre meno incline a credere che la sua solitudine fosse frutto di suoi errori e/o colpe: era un segno del destino che l'orribile rumore, la volgare confusione che caratterizzavano la civiltà del Terzo Millennio non sarebbero riusciti a prevalere.
Pensato questo, stava subito meglio e godeva voluttuosamente la sua solitudine senza nè rimpianti nè men che meno rimorsi: lui proseguiva la sua andatura costante seppur non velocissima. Stava agli altri cercare di raggiungerlo.
Per capire la nostra storia bisogna farsi ad un tempo remoto, direbbe Guccini... Come per capire lo sviluppo urbano degli Stati Uniti bisogna immaginarsi l'avanzata, durata più di un secolo, dei pionieri americani dalle colonie atlantiche lungo 5000 km. di terre inesplorate e piene di insidie (un'epopea immortalata da migliaia di film, fatta di atti di eroismo e di vigliaccheria, di grandi imprese e squallidi stratagemmi, di grandi ideali e trucchi di bassa lega). E per capire come nel 2008 ci si rapporta (o ci si cerca di rapportare) con il disagio, bisogna ripercorrere il lavoro di pionieri che si chiamano Ronald Laing, Don Lorenzo Milani, Franco Basaglia.
Ronald Laing è stato il primo studioso a considerare la malattia mentale una forma di adattamento, un adattamento in qualche modo adeguato (a volte per certi versi l'unico possibile) a delle condizioni esistenziali insostenibili, ma evidentemente tale da cozzare contro determinate richieste di prestazione che il contesto socio-culturale richiede. In particolare, insieme ad altri studiosi come Paul Watzlawick e Gregory Bateson, Laing studiò a lungo i meccanismi della trasmissione della malattia mentale all'interno delle famiglie, individuando i caratteri della famiglia a transazione patogena. Il suo lavoro, iniziato alla fine degli anni '50 con il libro L'Io diviso, incontrò la massima fortuna e diffusione verso la metà degli anni '60.
In quegli stessi anni, Don Lorenzo Milani, inquieto ed insubordinato sacerdote fiorentino, straordinaria figura di pacifista e di disubbidiente civile ante-litteram (vale a dire, quando a fare i pacifisti e i disubbidienti si finiva in galera e non nei talk-show), creava le prime esperienze di integrazione scolastica prendendosi cura di un manipolo di bambinetti sottoproletari che la Scuola di Stato considerava scarti di produzione da espellere prima possibile da ogni ipotesi di istruzione, di educazione e di emancipazione sociale.
Trent'anni fa la malattia psichiatrica in Italia cambiava volto. La legge 180, voluta da Franco Basaglia, approvata in parlamento il 13 maggio 1978, che decretava la chiusura dei manicomi (l'ultima struttura ha visto la fine nel 2002) ha posto l'Italia all'avanguardia della cura psichiatrica. La legge Basaglia è stata presa come punto di riferimento da una risoluzione dell'Europarlamento che chiedeva una profonda riforma della strategia europea sulla salute mentale.
Nel 1978, l'Italia è governata da un monocolore DC dopo che i tentativi dell'Onorevole Moro di ottenere una "non sfiducia" da parte del PCI sono drammaticamente naufragati. La legge 517/77, che sancisce il diritto dei diversamente abili ad accedere alla scuola pubblica fruendo di tutte le agevolazioni perché la loro presenza non sia puramente formale, ma consenta loro reali possibilità di apprendimento e di crescita culturale, è licenziata dall'On. Franco Maria Malfatti, non ha alle spalle nessuno sponsor prestigioso come la sopra ricordata "Legge Basaglia", ma risente di un forte movimento di opinione che va in direzione della chiusura delle scuole speciali e delle classi differenziali: da quel momento, i diversamente abili accederanno nelle classi normali, si integreranno con il cosiddetto mondo dei "normali", avranno la possibilità di un recupero più ampio e incisivo delle proprie potenzialità di apprendimento.
Queste due leggi hanno una particolarità: si tratta di leggi di carattere ideologico piuttosto che pragmatico. Vale a dire, non si limitano a rispecchiare il mondo (in questo caso, più modestamente, l'Italia) così com'è o com'è venuto diventando; ma rappresentano il mondo come dovrebbe diventare. Come tali, non hanno nulla a che vedere con le centinaia di "sanatorie" che periodicamente prendono atto di come vanno le cose e promuovono una prassi clandestina e/o tout court irregolare in qualcosa di legale e quindi fattibile alla luce del sole. Anzi, si contrappongono al modo in cui le cose vanno, presentano una complessa e delicata sfida verso il cambiamento e l'evoluzione, propongono soluzioni complesse ed evolute laddove apparentemente le soluzioni semplificate e terra-terra potrebbero funzionare molto meglio con apparente buona pace di tutti.
Perché spesso il legislatore ha a che fare col terribile dilemma: meglio una società eticamente giusta ma difficilissima da far funzionare o una società che funziona e nella quale "i conti tornano", ma a costo di ingiustizie, sperequazioni, conservazione di privilegi di pochi contro i sacrifici dei molti? Gli anni '70, ricordati come "gli anni di piombo", caratterizzati politicamente da una (quella sì plumbea) egemonia democristiana pressoché totale, erano alla fine anni in cui i cittadini non si limitavano a dare il loro voto per poi ritirarsi nel proprio privato e disinteressarsi completamente di politica; erano anni in cui le idee contavano ancora qualcosa, e non esisteva (anzi, sarebbe stata del tutto inimmaginabile...) la grottesca manipolazione delle coscienze che caratterizza il terzo millennio.
I cittadini si battevano per un Paese migliore: e la classe politica doveva prenderne atto.
Per disagio socio-culturale si intende fare riferimento prioritariamente oggi alla realtà problematica e spesso conflittuale che si verifica in seguito all’impatto tra due culture a causa di fenomeni di migrazione. Ma non è sicuramente il caso di dimenticare un disagio socio-culturale oggi meno evidente (e per questo più subdolo e maligno) legato ad una situazione socio-economica ogni giorno più instabile e sperequata.
Alcuni dei soggetti che quotidianamente un operatore socio-sanitario incontra sono stati caratterizzati dalla Natura da condizioni particolari, che li rendono "diversi" a priori dagli altri: condizioni genetiche, neurologiche, fisiologiche che determinano un funzionamento del loro circuito corpo-mente differente dagli standard che la nostra società ritiene adeguati per un corretto funzionamento.
Ma molti altri sono geneticamente, neurologicamente, fisiologicamente del tutto nella norma.
Hanno il torto o la sfortuna di vivere delle condizioni, non più a priori ma a posteriori, in qualche modo svantaggianti nella quotidiana corsa al successo.
Non hanno imparato a vivere la realtà scolastica come qualcosa di gradevole e di edificante (ma a volte per far questo ci vuole della fantasia).
Non hanno imparato il sistema di valori che la maggioranza assoluta o relativa dei loro coetanei condivide (e se vengono dalla Moldavia, dal Senegal o dalla Tunisia la cosa "si spiega"; se sono nati e cresciuti da italiani in mezzo agli italiani, la cosa è vergognosa e quasi dolosa).
Non si sanno rapportare con gli altri in modo diplomatico, ipocrita e accattivante, chiedono e pretendono l'amore che non hanno mai avuto ma non sanno dare nulla in cambio; più lo chiedono e meno lo ricevono; meno lo ricevono e più lo chiedono in un modo inaccettabile.
A differenza dei cittadini "responsabili", che sanno mettersi in una posizione di contrattualità con lo Stato difendendo i propri diritti a rigor di legge, i loro familiari si rapportano con lo Stato come ci si rapporta con un genitore rompiscatole a parole ma manipolabile nei fatti: hanno imparato, e insegnano, che quando non sei particolarmente fortunato è inutile praticare il fair play, o gioco leale che dir si voglia: imbrogliando e/o impietosendo si ottiene di più, o quanto meno si ottiene qualcosa.
E' proprio con questi soggetti che chi fa questo tipo di lavoro si trova a confrontare la propria scala di valori, le proprie scelte quotidiane, la propria immagine di cittadino. E' facile vivere come sgradevole la loro "diversità": il lavoro dell'educatore non è vissuto come un "servizio", ma piuttosto come una forma di controllo sociale e quindi viene disseminato di sfide e di disconferme. Ma è proprio nel lavorare con queste persone, troppo diverse per essere uguali, troppo uguali per essere diverse, che si misura l'essere tagliati o meno per questo lavoro.
A volte il calcio ritorna ad essere un concentrato di emozioni ed adrenalina allo stato puro. Una tragicomica commedia dell'arte in cui si dimenano imperdibili personaggi. Un magistrale spaccato della nostra stanca civiltà.
Il finale di questo campionato 2007-2008 non sarebbe dispiaciuto a Carl Gustav Jung che avrebbe disquisito a lungo nella sua deliziosa maniera criptica e allusiva (quanto diversa dal lucido cartesiano argomentare del suo maestro Sigmund Freud) sui mille intrecci apparentemente casuali, ma in realtà frutto di una qualche forma di Finalismo Calcistico che rifugge a qualsiasi legge di casualità fisico-storica.
Tra domenica scorsa e la domenica che deve ancora venire si sono mossi, citati in ordine assolutamente casuale, il petroliere Massimo Moratti; il Demiurgo d'Italia Silvio Berlusconi; il Produttor de' Produttori Aurelio de' Laurentiis; il giovanissimo dinamico corpulento irresistibile Tommaso Ghirardi, che produce cuscinetti industriali, gli Oriali della meccanica: nessuno nota la loro presenza, ma appena vengono a mancare l'intero apparato va in tilt; il meno giovane ma comunque giovanilisticamente rampante Antonino Pulvirenti che fa affari in Sicilia con brillante piglio mitteleuropeo; i fratelli Andrea e Diego Della Valle che fanno le scarpe a tutto il mondo; i resti della famiglia Agnelli; una giovane graziosa figlia di papà che ci fa perdere letteralmente i Sensi; Sammontana gelati all'italiana; panforti palii ricciarelli e le rispettive compagini, chi impegnata a poter urlacchiare "Siamo noi siamo noi, i campioni dell'Italia siamo noi", chi desiderosa di poter giocare in pieno agosto i preliminari di Champions coi campioni dell'Isola Che Non C'E', chi anelante a non piombare nell'inferno periglioso della serie B, chi semplicemente in grado di giocare con la forza dei nervi distesi e onorare lo sport.
Mentre un hidalgo triste e stanco, gaucho anomalo in quanto di probabile derivazione etnica anglosassone, raffazzonava l'ennesima prestazione a capocchia della sua ormai spompata compagine, di fronte ad un tetragono bresciano provato dalla vita e quindi a cui null'altro si poteva chiedere.... mentre succedeva tutto questo, due predecessori dell'hidalgo vedevano di togliergli qualche castagna dal fuoco pareggiando a loro volta con le loro squadre partite sulla carta già perse.
Per chi non si intende di calcio, ma perfino per chi si intende benissimo di calcio, può suonare stordente la complessità delle combinazioni che possono verificarsi in un banale e comune campionato di serie A.
Se l'Inter avesse battuto il Siena e il Catania avesse vinto in casa della Juventus, il lungo commovente idillio del Parma con la serie A si sarebbe infranto già ieri pomeriggio. Irraggiungibile il Catania, inutile comunque la partita con l'Inter di domenica prossima, come inutile e noiosa la trasferta della Roma a Catania. I soliti 11 ectoplasmi si sarebbero aggirati vagolanti sullo splendido tappeto erboso del Tardini, producendo come al solito stucchevoli azioni di pericolosità nulla. La Corazzata Inter, ebbra di vittorie e onusta di gloria, avrebbe giochicchiato a beneficio dei suoi numerosi tifosi di Parma e provincia, tra cui saluto mio cognato Anteo. La Roma avrebbe lasciato infilare all'orgogliosa compagine etnea, peraltro già salva di suo, un paio di reti di pregevole fattura a scusarsi tardivamente di un 7-0 di fresca memoria.
E invece no!!!!!!!!!!
L'Inter, che si narra intorno al fuoco dopo qualche bicchiere di troppo avesse addirittura a suo tempo 11 punti di vantaggio sulla Roma, perdendo perfino con la Pergolettese, la Marrabolese e la Holly e Benji di Sarzana adesso si ritrova con la Roma a 1 punto. Il Catania, in vantaggio a Torino grazie ad una inutile uscita di Buffon (ma si vocifera che gli avessero telefonato che c'era la Sederova che limonava con il figlio di Cobolli Gigli in tribuna e che volesse andare a verificare) viene raggiunto all'88esimo da una prodezza di Alex Del Piero che vuole diventare capocannoniere, andare agli Europei e odia da sempre i catanesi. L'ex-interista Zenga perde gli ultimi capelli che gli restano e fa danni alla panchina dell'Olimpico di Torino per 80.000 euro.
E per chi non lo avesse capito, domenica prossima si giocano Parma-Inter e Catania-Roma. Roba da Colosseo di 2000 anni fa, mors tua vita mea, pietanza per apparati gastrointestinali a prova di bomba.
La cosa più divertente è che a Parma si incontreranno le due squadre meno in forma del campionato, per cui potrebbe letteralmente succedere di tutto. Hector Cuper, il gaucho stanco, non si sa neppure se sarà sulla panchina del Parma perché Tommasone Ghirardi sembrerebbe ormai preferirgli l'allenatore della primavera Andrea Manzo (quello che a suo tempo aveva sposato la schermitrice Dorina Vaccaroni, giuro che non è una boutade...). Roberto Mancini invece sulla panchina dell'Inter ci sarà, ma sarebbe molto più contento di stare da qualunque altra parte......
La cosa meno divertente è che il Parma potrebbe anche battere i resti della grande Inter (ci stava già riuscendo qualche mese fa, e a San Siro, poi le cose sono andate diversamente) ma anche il tonico Catania di Walter Zenga potrebbe mettere sotto la Roma e rendere l'unica impresa di questo abborracciato campionato completamente inutile.
Calcio mistero senza fine bello, chiosava il grande Gianni Brera. E chi sono io per dargli torto (Who am I to disagree?)?
Il Giovane Anziano gli sms li trovava invasivi e potenzialmente volgari, mentre le e-mail le trovava discrete ed eleganti, perfette... Restano lì giorni settimane mesi anni, a meno che non vai perennemente in giro col portatile le leggi a cadenze piuttosto lente. Mettiamoci anche che digitare su una vera tastiera è più rilassante che pistolare sui tasti del cellulare. Una e-mail assomiglia ad una vera lettera. A volte, quando ci si conosce virtualmente e non ci si è ancora incontrati, l'e-mail sostituisce la realtà. In altri casi, come capitava nel suo, la integrava.
Già, perché il Giovane Anziano era preda o vittima, mai l'avrebbe capito fino in fondo, di una storia d'amore sfaccettata, multidimensionale e multimediale. E cercava di ricordarsi come era l'amore quando non c'erano nè Internet nè i cellulari. Due persone che, alla Mogol-Battisti, "non sperano però si stan cercando" all'inizio degli anni '90 potevano trovarsi solo imbattendosi materialmente l'uno nell'altro. Per fortuna in un paesotto della pedemontana parmense la cosa non era poi così difficile... Ma soprattutto, le lettere d'amore si scrivevano ancora con carta e penna (non era considerato fine compilarle alla macchina da scrivere), si consegnavano per lo più a mano con un lieve rossore ("ho una cosa da darti" e lei sperava sempre che fosse se non un collier almeno un anellino, e si trovava con in mano quattro fogli scarabocchiati con la grafia del medico della mutua...) e spesso erano piene di cancellature. sbianchettate, sbordacciamenti vari che facevano capire benissimo come, alla fine, il sentimento fosse romanticamente tormentato e conflittuale. Si leggevano sotto un platano del parco più vicino, e insieme alle melodiose parole di lei, chi era portato per la grafologia studiava la curva delle elle che ricordava quella del suo collo, la curva delle emme che ricordava quella del suo seno, le zampette delle zeta e delle effe che nel loro tratto deciso non potevano non far pensare a blande ma pur mo' preoccupanti istanze castratrici.
Nel 2008 la comunicazione tra due presunti innamorati poteva invece avvenire attraverso una variopinta pluralità di mezzi: alluvionali sms, bibliche e-mail da un giga l'una, magari file audio, video, olfattivo-gustativi, tattili-cinestesici, cybersex sesso virtuale webcam sesso telefonico (nel caso di vagine molto sfruttate e videofonini particolarmente compact l'innamorato poteva addirittura esplorare in diretta l'utero dell'innamorata), rendendo alla fine l'incontro fisico quasi superfluo, se non leggermente volgare.
Quali soavi mondi culturali, artistici, letterari potevano essere contenuti in una e-mail, specie se zeppa di hyperlinks (con la esse, son più d'uno...); quali capolavori di dadaistica sintesi potevano promanare da un sms, mentre per i più informaticamente dotati gli mms potevano diventare degli happenings di enorme rilevanza....
Mentre la comunicazione verbale diretta subisce tutta una serie di pesanti handicaps, dai rischi di un non-verbale incongruente, all'ancora maggiore rischio di segnali involontari sgradevoli (vulgo: cattivi odori corporei), al fatto che se sei bello dentro ma così così fuori... o ti rivolti come un cappotto o c'è caso che una e-mail renda più di un monologo occhi negli occhi. Nella comunicazione verbale diretta ci si caga poco (mi si passi il francesismo), ci si interrompe, si perde il filo, ma soprattutto non c'è nessun tasto rewind, nessun control-alt-canc che azzeri tutto quando ti stai incartando, nessun gigantesco elastico per richiamare indietro parole imprecise, inopportune o tout court stronze (voce dal sen fuggita...). Si è soli col proprio irrisolto inevaso bisogno di esprimersi, ma a volte le parole tornano indietro e ti azzannano come bisce d'acqua. E gli occhi della tua (presunta?) innamorata ti attraversano da parte a parte e ti leggono dentro come un raggio laser, dardeggiando in Morse il messaggio Ma guarda tu con chi mi sono andata a mettere....
E mentre davanti alla tastiera puoi stare mezz'ora a cercare la parola giusta, il giro perifrastico fulminante, il concetto illuminante, il passagio smarcante, faccia a faccia ogni silenzio diventa imbarazzante (e se poi ti viene rivolta la fatidica domanda "E adesso a cosa stai pensando?".....), ogni pausa può essere un pretesto per cambiare discorso, non puoi minimamente permetterti di prenderti non dico minuti ma almeno quella fisiologica ventina di secondi per riordinare e/o raccogliere le idee senza che questo venga interpretato o come una conclusione o (peggio ancora!) come un vergognoso essere rimasto senza parole (che talora può essere ferocemente sottolineato da un E alòra? Era tutto qui quello che avevi da dirmi?).
Delle volte ti verrebbe voglia di non incontrare mai la tua lei, perché tanto quando la incontri materialmente realizzi lo iato sgradevole tra sogno e realtà, e capisci che lo schermo su cui proietti le tue adolescenziali fantasie è pieno di strappi e discontinuità, di singolarità dove non vale più alcuna legge nè della fisica nè della logica e tutte le allettanti promesse scompaiono lasciando il posto al pesante grigiore della quotidianità. Eppure come erano belle le e-mail che vi siete scambiati durante la giornata (sempre meglio che lavorare...) e come sono ovvie e dolorose le parole "vere" che quasi non sanno uscire.
Vorresti prenderla per mano, diventare insieme con lei un effetto speciale e fiondarvi felici e leggeri nel WEB, dove amarsi è la cosa più facile e naturale del mondo anche perché siete le uniche creature umane nel raggio di migliaia di miglia virtuali....
Te l'ha deciso il Karma che tu dovessi innamorarti a Parma, tra un fiocchetto e un culatello se c'è un bacio ti va bene pure quello. E per chi non disarma è molto bello innamorarsi a Parma, una musica di Verdi e pensando alla tua amata il sonno perdi.
Eppure in questo posto godibile io ti ho detto "Ti amo" tu mi hai detto "Richiamo...".
La vita non si ferma e quindi è bello innamorarsi a Pérma, leggi Bevilacqua Alberto e il futuro poi ti appare meno incerto. La passione non si scherma, qual migliore posto hai che non sia Pérma? Puoi incontrare Gene Gnocchi o Ghirardi che ha opzionato dieci brocchi.
Eppure in questo posto imperdibile dissi "Per te stravedo...", rispondesti "Non credo...".
Che grande mirabilia sentirsi innamorati in Emilia, diventata un po' Brianza perché del PCI non c'è più rimembranza. La gente si strabilia per quanti amori nascono in Emilia, un boccione di lambrusco e poi parli da sembrare quasi etrusco.
Eppure in questo posto plausibile io ti ho detto "Sei mia" tu hai risposto "Suvvia....".
Il protettore dei Romanticoni Intellettuali, il Dio Frederick Mock, preceduto da un tintinnio di lucchetti dell'amore, comparve molto scenograficamente attraverso una spaccatura in una nuvola temporalesca che si era appena formata (a crack in the sky and a hand reaching down to me), si ravviò con gesto androgino i capelli e disse senza parafrasare "Lancillotto, sei vicino alla verità ma devi ancora lavorare su te stesso. Sei convinto di essere il più figo del Reame di Camelot ma, credimi, una femmina per innamorarsi di te deve avere una certa dose di fantasia. Escluderei l'amore a prima vista, il colpo di fulmine, la cotta fulminante, un inumidimento della biancheria intima al solo vederti appoggiato al bancone del bar mentre sorseggi il quarto Bloody Mary. Ti darei invece grosse speranze, ed è quello che tutta la tua ormai più che trentennale vita affettiva ti è andata insegnando, per degli innamoramenti che partono da lontano, prendono la tangenziale, fanno il giro panoramico della città, escono alla Crocetta mentre tu sei a San Lazzaro, riprendono la tangenziale nel senso opposto e alla fine si imbattono in te che parli riparli straparli ipnotizzi intossichi ma alla fine ti infilzi talmente bene nel rapporto che la tapina non sa più come schiodarti. Me so' spiegato, Lancillo'?"
Rianimato da quelle parole, il Prode Cavaliere smise di misurare a nervosi passi il salone, e cominciò a concentrarsi intensamente sul ricordo che aveva di Morgana: come di colpo, i suoi terrificanti sortilegi diventarono i dolci vezzi di una damigella spaventata; le sue letali difese diventarono il lecito filtro fra chi voleva entrare nella sua vita solo per prendere, e chi aveva qualcosa da dare; i suoi enigmatici sfìngei aforismi diventarono il rilassato gioco con le parole di una donna che non ne può più della seriosità pesantissima del Maschio Sedicente Innamorato; e i suoi occhi sfuggenti e beffardi diventarono due sublimi pietre preziose incastonate nel volto più dolce su cui occhio d'uomo si fosse mai posato. E alle sue spalle, passettini insinuanti si facevano già sentire...
Ecco che Lancillotto aveva trovato la vera soluzione all'enigma: non c'era nessun enigma da risolvere.
Ecco che Lancillotto si era liberato di tutti i sortilegi: perché essi erano solo nella sua mente ottenebrata di cupidigia.
Ecco che non c'erano più fossati invalicabili, liquami tossici, mitici animali da bestiari, tetri castelli in cui fiondarsi a rischio della propria stessa vita.
Dove prima c'era il lugubre minaccioso salone, c'era adesso una radura tappezzata di una croccante erba appena spuntata, illuminata da un sole ancora tiepido, in cui animaletti di ogni genere e tipo si inseguivano spensierati.
Dietro Lancillotto c'era un nodoso invitante robusto albero: il Nostro Eroe si sedette appoggiato al tronco e socchiuse gli occhi... Stava forse morendo? E il Dio Mock gli concedeva l'ultima estasi di beatitudine, perché da dio povero e non in regola con i contributi non poteva concedergli nessun aldilà? Stava forse impazzendo? E tutta quella meravigliosa visione era pura e semplice illusione, mentre nella realtà una seconda ondata di giannizzeri e lanzichenecchi stavano già smembrando il suo corpo con i più truci e raffinati strumenti di tortura? O stava forse arrivando... no no, quest'ultima ipotesi gli sembrava la più irrealizzabile e remota, eppure mentre si addormentava felice sotto i raggi sempre più caldi del sole gli sembrò incredibilmente vera e reale.
Avevamo lasciato il Nostro Eroe, al calare delle tenebre, virtualmente intrappolato tra l'impossibilità di uscire dal maniero di Morgana, l'improba improbabile improponibile impressionante impraticabile impresa di raggiungere l'Amata e farla sua, e (vivaddio eziandio) le mille insidie che sicuramente Steven Spielberg, assunto con contratto co.co.co da Morgana come addetto agli effetti speciali, aveva disseminato per i mille corridoi del castello, tutti fiocamente illuminati e pieni di botole che conducevano direttamente il malcapitato che vi cadesse nelle Malebolge infernali, dove Dante e Virgilio lo avrebbero apostrofato in terzine per tutta l'eternità. Brrrrrrrrrrrrrrrr........
Che fare? Lancillotto si trovava in un immenso spoglio salone, incongruamente spazzato da venti artici nonostante l'unica fessura aperta fosse l'angusta bifora dalla quale era atleticamente penetrato (trattandosi per ora dell'unica penetrazione che fosse alla sua portata). La notte era ormai del tutto calata e solo una minuscola lanterna (alimentata da misteriosi costosissimi olii provenienti da Baghdad ) illuminava la scena.
Il Prode Cavaliere (iscritto all'albo dei Prodi Cavalieri della Regione Emilia-Romagna al numero 1568/bis ma in predicato di cancellazione per morosità pluriennale, nel qual caso sarebbe stato retrocesso a cavaliere di ventura senza assegni familiari) camminando nervosamente su e giù per il salone cominciò a pensare.
"E' concetto eticamente spendibile che le donzelle siano mercanzia a disposizione del desiderio virile? Vuolsi così che l'opinione comune sia di tal fatta, ma a volte il dubbio mi assale... E' gioco tale da valere la candela configurata come modesto premio finale avventurarsi in mille perigli, in cotante e cotali peripezie, sventrare dragoni, sfidare a singolar tenzone altri cavalieri che anèlano alla medesima vulva a cui tu anche anèli, sobbarcarsi estenuanti trasferte da un reame all'altro attratti a miglia e miglia di distanza da esotici afrori vaginali? E del resto dice così la saggezza popolare, che un singolo pelo pubico femminile potrebbe svolgere il lavoro di un numero imprecisato di buoi, anche se le nostre tuttora modiche e rudimentali cognizioni di fisica ci impediscono di dimostrare scientificamente il suddetto assunto....
Deve comunque il raggiungimento della Donna Amata equipararsi ad una Conquista? Havvi alcuna convincente logica in cotesta argomentazione? Io mi dico 'Signornò, trattasi di certa ed evidente fallacia!'. Non deve piuttosto il raggiungimento della Donna Amata basarsi su una fitta e ben ricamata rete, su quella corrispondenza di amorosi sensi di cui tanto bene favella il poeta? E ordunque, da questo istesso momento il Prode Lancillotto si mette in cassa mutua come Prode Cavaliere, che a dirla tutta con un menestrello che si finge celtico ma in realtà è di ceppo ionico,e mi sont chi, che cammini avant e indreé, me fa mal i pee!".
e alla fine le disperate invocazioni giunsero alle orecchie del suo divino protettore, il dio dei romanticoni intellettuali, che disse.......
La fata Morgana chiama Lancillotto dall'interno del suo castello: ora dovete sapere che Morgana è piccina, ma di aggraziate e commendevoli fattezze, e in fondo va detto che sì, neanche Lancillotto è quella gran picca... E dovete sapere che Morgana scatena al suo passaggio scie di feromoni, retrogusti di libidine inespressa ed inevasa, interi sciami di seducenti scintille; ma in realtà ella possiede fra le sue doti magiche un sortilegio selettivo che blocca alle porte del suo castello gli uomini innamorati di lei, mentre lascia il passaggio aperto a quelli che, malvolentieri e con malagrazia, accettano l'amore di lei contraccambiandolo con un volubile e chiaroscurale interessamento.
La voce con cui Morgana chiama Lancillotto è piena di promesse e di sottintesi ma, ahimè, non appena il prode cavaliere si avvicina, con un contemporaneo schiocco tutti i quattro ponti levatoi si alzano di colpo, e il fossato (dove in precedenza famigliole di paperi nuotavano felici e nutrie e lontre si sfidavano in giullaresche e goliardiche gare di inseguimento) diventa un fetido contenitore di liquami tossici tra i quali non manca nè l'uranio impoverito, nè la belladonna e la bruttaciospa, nè l'arsenico arricchito, l'atropina, il curaro, il cianuro, il gas nervosetto e quello intrattabile, la stricnina strictly confidential oltre ad un certo numero di inibitori dell'acetilcolinesterasi. In quel ributtante liquido dal quale si sollevano infernali miasmi si aggirano, protetti dalla loro pelle squamosa, caimani dello Stige, alligatori del Lete, dragoni, enormi scarabei mutanti dalle tenaglie grandi come pale da mulino.
Lancillotto non se ne dà per inteso e, usando la sua lunga lancia come perno, qual basilisco gibilisco si fionda entro una bifora casualmente aperta del piano superiore. Nonostante la sua padronanza dell'arma bianca, del gladio e dei servizi deviati, della durlindana, della flamberga, dell'alabarda terrestre e spaziale, della picca, del tridente, dell'arco, della balestra, della catapulta, delle bombette puzzolenti e dei raudi, non può non impallidire nel trovarsi di fronte quattro giannizzeri in assetto da guerriglia, otto lanzichenecchi tutti palesemente affetti da peste fulminante e quattordici sosia di Gigi D'Alessio. Nel giro di 2'42" (record mondiale non omologabile perché rifiuterà successivamente di sottoporsi al controllo antidoping non volendo mostrare il suo apparato urinario in sconvenienti condizioni di dilatazione da desiderio non esaudito) li uccide tutti, ma gli si presenta davanti un diabolico macchinario opera sicuramente del Mago Merlino, dal quale con diabolica velocità dodici appendici prensili si dirigono verso i suoi testicoli tentando di sfarinarglieli completamente.
Con triplo salto mortale Lancillotto supera l'infernale congegno, mentre la voce di Morgana insiste, e ora le sue parole sono più chiare "Vieni qui Lancillotto, perché io non posso concepire la vita lontano da te, ma eziandio guardati bene dall'amarmi poiché qualunque anelito d'amore si movesse da te, io farò l'impossibile per spegnerlo con gelide secchiate d'acqua e raggelanti enigmi ai quali giammai tu troverai adeguata risposta...".
E nella penombra, un ingannevole riflesso raffigurante Morgana lo attraversa qual incorporeo fantasma, lasciandolo ad interrogarsi sulla sua sorte. Dal castello sa che non potrà più uscire con le sue sole forze, ma pure il raggiungimento dell'amata appare improba impresa.
E la notte sta già calando sul Territorio Di Là Dall'Acqua.............
Riconquistarti ancora? Per perderti di nuovo? Per inseguirti a lungo senza trovarti mai? Per farsi sempre male con quello che non hai e in modo sistematico negare quel che provo?
Abbandonarmi al mare di un triste sentimento che suscita fantasmi nella mia mente stanca che vorrebbe riscontro, e disperato arranca, si sente ancora acceso e magari è già spento...
Mi serve, lo sai Shirley, questa veste poetica per smorzare l'immane drammatica tragedia di questa mia inquietudine che da sempre mi assedia, inquietudine assurda, alla gioia antitetica.
Troveremo un bel giorno la maniera di amarci visto che, stringi stringi, noi lo vorremmo fare, ma poi chi lo attraversa quel tempestoso mare di scrupoli e paure, col rischio di annegarci?
Troveremo un bel giorno quel codice comune che ci permetterebbe di dirci tante cose a volte indigeribili, altre meravigliose, rendendo il nostro dire dagli equivoci immune?
Dire "Ti prego, basta", guardarti andare via e chiedersi per quale motivo io l'abbia fatto non risolve il problema, non lo risolve affatto perché comunque è inutile, ti sento ancora mia.
I faretti in teatro illuminan la scena ma solo dove vuole un lucido regista, e alla fine ci sfuggono e perdiamo di vista mille cose di cui la nostra storia è piena.
Se ti lasciassi amare... come sarebbe semplice passare dal distacco all'armonia più complice; se ti lasciassi amare... ma non è quel che vuoi, vince ancora la vita, però perdiamo noi...
Io sono un blogger abbastanza anomalo, perché non amo esageratamente parlare di me. O quanto meno, se parlo di me uso diversi artifici retorici (il primo dei quali, non troppo originale in realtà, la terza persona) e (se mai) utilizzo le mie esperienze personali, umane, affettive (compresa una incredibilmente intricata e dannata ricerca dell'anima gemella che di solito si ferma al massimo all'anima cugina o all'anima cognata a carico) come spunto per riflessioni sulla generalità della natura umana.
Ma il conferimento dell'ormai già famoso e prestigioso PREMIO DIECI E LODEda parte di una delle mie più affezionate e attente lettrici (tra parentesi, io credo che suo marito sbagli a dirle che ha un solo neurone, perché a un tanto al chilo almeno una venticinquina ne deve avere...) mi spinge ad uscire da questo mio atavico inveterato riserbo.
Ebbene sì, quando la tua vita sembra una perenne corsa ad ostacoli (divertente e tutt'altro che noiosa, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, o per meglio dire ruotando a lungo il suddetto bicchiere perché la quantita di liquido in esso contenuta, in grazia della forza centrifuga, sembri un po' maggiore di quello che è); quando nel lavoro trasfondi una creatività inversamente proporzionale al ritorno economico che da esso ti deriva; quando le madri dei tuoi amori sognan trepide dottori e ti rinfacciano una crisi non chiarita (peraltro: (1) dottore in Psicologia lo saresti anche tu ma la cosa evidentemente non le commuove; (2) avendo tu 51 anni e pescando sostanzialmente nella fascia delle coetanee o giù di lì, è molto facile che le madri suddette siano già in arterio conclamata, seppur sventuratamente ancora in vita; (3) le loro figliole sono uscite con la peggiore fauna antropoide di Parma e provincia alla quale non è stata mossa la minima censura); quando succede tutto questo, che da sotto la Lanterna, dalla città di Fabrizio de Andrè e dei Ricchi e Poveri, ti giunga un riconoscimento come quello sopra ricordato, non può che illuminarti d'immenso.
Fatta questa doverosa piacevolissima precisazione, posso dedicarmi in pace al prossimo post.
«Il concetto di base che unisce lo studio dei frattali alle discipline come la biologia e quindi anatomia e fisiologia parte dalla convinzione di un necessario superamento della geometria euclidea nella descrizione della realtà naturale. Volendo essere molto sintetici, i frattali servono a trovare una nuova rappresentazione che parta dall’idea di base che il piccolo in natura non è nient'altro che una copia del grande. I frattali saranno presto impiegati nella comprensione dei processi neurali, la mente umana sarà la loro nuova frontiera.»
Un frattale è un oggetto geometrico che si ripete nella sua struttura allo stesso modo su scale diverse, ovvero che non cambia aspetto anche se visto con una lente d'ingrandimento. Questa caratteristica è spesso chiamata auto-similarità (self-similarity). Il termine frattale venne coniato nel 1975 da Benoît Mandelbrot, e deriva dal latino fractus (rotto, spezzato), così come il termine frazione; infatti le immagini frattali sono considerate dalla matematica oggetti di dimensione frazionaria.
I frattali compaiono spesso nello studio dei sistemi dinamici e nella teoria del caos.
La natura produce molti esempi di forme molto simili ai frattali. Ad esempio in un albero (soprattutto nell'abete) ogni ramo è approssimativamente simile all'intero albero e ogni rametto è a sua volta simile al proprio ramo, e così via; è anche possibile notare fenomeni di auto-similarità nella forma di una costa: con immagini riprese da satellite man mano sempre più grandi si può notare che la struttura generale di golfi più o meno dentellati mostra molte componenti che, se non identiche all'originale, gli assomigliano comunque molto. Secondo Mandelbrot, le relazioni fra frattali e natura sono più profonde di quanto si creda.
« Si ritiene che in qualche modo i frattali abbiano delle corrispondenze con la struttura della mente umana, è per questo che la gente li trova così familiari. Questa familiarità è ancora un mistero e più si approfondisce l'argomento più il mistero aumenta » (Benoit Mandelbrot)
La forma frattale di un cavolfiore. A qualunque scala si osservi, l'oggetto presenta sempre gli stessi caratteri globali.
Una sostanziale differenza tra un oggetto geometrico euclideo ed un frattale è il modo in cui si costruisce. Una curva piana, infatti, si costruisce generalmente sul piano cartesiano, utilizzando una funzione del tipo
f(x(t),y(t)) = 0 che descrive la posizione del punto sulla curva al variare del tempo t.
La costruzione dei frattali, invece, non si basa su di un'equazione, ma su un algoritmo. Ciò significa che si è in presenza di un metodo, non necessariamente numerico, che deve essere utilizzato per disegnare la curva. Inoltre, l'algoritmo non è mai applicato una volta sola: la procedura è iterata un numero di volte teoricamente infinito: ad ogni iterazione, la curva si avvicina sempre più al risultato finale (per approssimazione), e dopo un certo numero di iterazioni l'occhio umano non è più in grado di distinguere le modifiche (oppure l'hardware del computer non è più in grado di consentire ulteriori miglioramenti): pertanto, quando si disegna concretamente un frattale, ci si può fermare dopo un congruo numero di iterazioni.Alla base dell’auto-similarità sta una particolare trasformazione geometrica chiamata omotetia che permette di ingrandire o ridurre una figura lasciandone inalterata la forma. Un frattale è un ente geometrico che mantiene la stessa forma se ingrandito con una omotetia opportuna, detta omotetia interna.
L'insieme di Mandelbrot visto con una lente di ingrandimento sempre più potente ha sempre lo stesso aspetto.
Mandelbrot afferma che la costa è stata modellata nel corso del tempo da molteplici influenze. La situazione si presenta così complicata perché in geomorfologia non si conoscono le leggi che governano queste influenze. Possiamo quindi affermare che il caso occupa un ruolo rilevante e tuttora l’unico strumento capace di fornire una soluzione al problema è la statistica.
Il caso può generare irregolarità ed è capace di generare un’irregolarità talmente intensa come quella delle coste, anzi in molte situazioni è difficile impedire al caso di andare al di là delle nostre aspettative.
Il caso non deve essere sottovalutato nello studio degli oggetti frattali in quanto l’omotetia interna fa sì che il caso abbia precisamente la stessa importanza a qualsiasi scala. Per tanto gli oggetti frattali sono inseriti nel contesto dei sistemi dinamici caotici.
Nel corso della storia molti matematici sono arrivati alle loro scoperte inaspettatamente. Lo stesso Mandelbrot afferma di essere arrivato alle sue scoperte per puro caso. Un giorno egli si trovò nella biblioteca dell’IBM dove molti libri che nessuno aveva mai letto stavano per essere spediti al macero. Benoit aprì una rivista a caso e lesse il nome del meteorologo Richarson. Questo nome era già noto al matematico polacco per gli studi che stava effettuando sulla teoria della turbolenza. Richarson era uno studioso bizzarro ed eccentrico che era solito porsi domande che nessuno altro avrebbe mai formulato. Queste sue stramberie risultarono nell'anticipare scoperte che alcuni studiosi realizzarono nei decenni successivi. Nel libro Richarson si preoccupò di misurare la lunghezza delle linee costiere su scale differenti. Mandelbrot fotocopiò il disegno che descriveva queste misure e lasciò il libro dove si trovava per riprenderlo il giorno seguente, ma il libro sparì. Il disegno servì al matematico per formulare la teoria dei frattali perché faceva riferimento a qualcosa che noi tutti conosciamo, le coste. Mandelbrot si rese così conto che tutti gli studi effettuati da lui stesso avevano qualcosa in comune seppur spaziavano in discipline completamente differenti. Il modello di partenza era lo stesso: Mandelbrot si preoccupò di definire l’apparente caos insito in essi.
Chissà se il 2000 sarà l'epoca storica in cui si fonderanno l'ottimismo positivista del 1800 e il pessimismo un po' nichilistico del 1900, "il secolo del dubbio sistematico", attraverso il consolidamento di scoperte scientifiche che permetteranno di descrivere il caos, i sistemi instabili, le strutture lontane dall'equilibrio, insomma tutto quello che secondo gli schemi meccanicistici risulta imprevedibile.
Nel 2000 parleremo di entropia, frattali, teorie del caos, come nel 1800 si parlava di energia e nel 1900 di informazione?
E che diavolo ne so??????????
Ma come molte persone appassionate di scienze umane (e che magari per una fetta della propria vita con le scienze umane si sono guadagnati da vivere), provo una onnivora attrazione per tutto quello che l'uomo inventa e scopre. Humanus sum, nihil humanum mihi alienum puto e l'ultimo chiuda la porta. E il bello dei frattali è che sono simultaneamente una bella (e apparentemente frivola) invenzione che, con l'aiuto di Fratel Computer, può produrre bellissime immagini in bilico tra il sogno e la fantasia; ma anche (come direbbe Veltroni) una sconvolgente scoperta che dimostra ancora una volta (e il primo a diffondere l'idea fu Albert Einstein ormai più di un secolo fa) come la ormai vetusta geometria euclidea sia insufficiente a descrivere la realtà: attraverso i frattali possiamo descrivere le frastagliature di una costa, la struttura della corteccia cerebrale, un albero, un cavolfiore, una montagna, l'evolversi di una storia d'amore (che in sè è molto più interessante di tutte le altre cose messe insieme), alcune sequenze armoniche di Stockhausen, l'involuzione del gioco del Parma a ridosso del centrocampo, l'accumulo delle idee nel cervello di un attempato adolescente come si presentano nel suo entropico blog, e chissà quante altre cose. Con la geometria euclidea, che in teoria dovrebbe essere "intuitiva", possiamo descrivere al massimo i manufatti artificiali dell'uomo.
Ma non importa nulla per ciò che non è stato, ché troppo dolce è quello che comunque è successo, quel coacervo incredibile di dialogo e di sesso, di cene interminabili, di amore disperato.
Gareggiavano in classe per premiare il più dotato. E l'insegnante, una donna di 40 anni che sostituiva la collega di ruolo, dice candida: "Non me ne sono accorta".
Alla scuola media di Sant'Antimo, a Nord di Napoli, capita anche questo. E sembra che non sia neppure la prima volta. C'è chi parla di altri episodi di esibizionismo avvenuti nella stessa classe.
Cinque ragazzi si sono lanciati in una gara di «sesso», sfidandosi a «chi ha il pisello più lungo»
durante l'orario scolastico.
L'insegnante non si sarebbe accorta di nulla perché i ragazzi si sarebbero appartati in un'aula accanto con la scusa di discutere su un'immente gita scolastica e qui avrebbero avviato l'esibizione.
Il caso choc sarebbe stato scoperto grazie a una denuncia anonima. I cinque minori sono stati denunciati alla Procura dei minori di Napoli, mentre l’insegnante alla Procura di Napoli.
E' anche vero che un'altra supplente è stata filmata mentre (se mi si passa il francesismo) le veniva reiteratamente toccato il culo, e anche lei non si è accorta di niente. E' vero, ormai siamo talmente abituati al sesso in tutte le sue manifestazioni, rappresentazioni, ostentazioni che non ci accorgiamo più di nulla. Io stesso ieri ho trovato Monica Bellucci sdraiata nuda sullo zerbino di casa mia, e a momenti mi faceva inciampare! L'ho scavalcata e sono corso al lavoro.
E' anche vero che la supplente in questione può portare a discarico almeno 400 commediole cochon degli anni 70 e 80 che provano come e qualmente le supplenti sono oggetto di ogni tipo di provocazione a sfondo sessuale, e la gente al cinema lungi dallo scandalizzarsi, ride a crepapelle. Queste supplenti, poi, diventate adulte, si fidanzano con industriali felsineo-sabaudi, fanno prole con showmen brianzoli, diventano anchor-women, infermiere professionali, commercianti di corbezzoli o quant'altro.
E' anche vero che, come sempre in Italia, le versioni divergono, e Vespa e Mentana sono già lì con gli occhi lucidi di cupidigia e un filo di bavetta rappresa all'angolo della bocca: Vespa ha già pronto il plastico della scuola, mentre Mentana sta ripassando tutte le battutacce trash-chic che (da quel simpaticone impunito che si è sempre considerato) sfodererà in crescendo rossiniano.
Secondo la versione della mamma che ha fatto la denuncia, i cinque ragazzotti (eufemisticamente ed ipocritamente derubricati in "bambini" dalla maggior parte dei giornalisti che hanno trattato il caso) nel misurarsi i genitali hanno ovviamente (secondo la logica di una sana, dura, rigida competizione) fatto in modo che gli stessi raggiungessero le dimensioni maggiori possibili, decorando questa fase "preparatoria" di gridolini lascivi che hanno gravemente deconcentrato le compagne, quindi hanno invitato la supplente a munirsi di apposito righello per misurare le appendici, mentre una compagna scriveva sulla lavagna i risultati, Esposito 12,8; Cacace 9,6; Cirillo 20,5 ma è finto; Jannuzzi non pervenuto.
Secondo la accorata difesa della supplente, i cinque discolazzi si sarebbero appartati in un'aula circonvicina con la scusa di discutere su di una imminente gita scolastica. Ora, sono molti ma molti anni che non frequento più ad alcun titolo un'aula di Scuola Secondaria di Primo Grado, ma che cinque pre-adolescenti chiedano ed ottengano di abbandonare la lezione per andarsene a discutere di chissà cosa, SENZA LA PRESENZA DI UN ADULTO, in un'altra aula, mi sembra quasi altrettanto inquietante delle gare di virilità, che per altro esistevano anche negli anni '70 (io stesso ne ho vinte una caterva eheheheheheh) ma forse venivano esercitate con maggiore segretezza.
Su come questo si inserisca nello sfascio della Scuola Pubblica, si prega di visionare il mio precedente post.
Il fatto che questo blog sia dedicato all'entropia, anzi che in qualche modo ironicamente la omaggi, non è del tutto casuale.
Quasi due anni fa, quando ho aperto questo anomalo, atipico, particolare, strano, sghembo, squinternato, scompaginato blog ero stupefatto (e direi che lo sono ancora) nel vedere come la seconda legge della termodinamica si applicasse non solo al mondo della fisica, ma anche a quello della convivenza civile. Secondo questa legge, non vi è alcuna tendenza in natura a passare dal disordine all'ordine o dal semplice al complesso, come afferma l'evoluzionismo ateo; è vero il contrario! Si tratta di una delle leggi scientifiche più importanti, più universalmente applicabili, ma soprattutto è una di quelle di più elementare comprensibilità. Ogni sistema fisico va in decadenza con il passare del tempo: infatti, la materia tende verso la disorganizzazione, se lasciata a se stessa. Per esempio, senza manutenzione, le case si diroccano, le nostre automobili si arrugginiscono e si deteriorano, e così via. E questo costante passaggio dall'ordine al disordine, con dissipazione (perdita) di energia, è quella che viene definita entropia. Ora, come quella strana figura di economista che è Jeremy Rifkin ha evidenziato nel suo epocale volume che si chiama guarda caso proprio Entropia, il genere umano riesce a costruire strutture ordinate a livello architettonico, socio-culturale, politico, produttivo e quant'altro solo aumentando l'entropia generale del suo ecosistema. In parole più povere, per costruire dell'ordine si aumenta la tendenza al disordine.
La mia impressione, però, è che anche le creazioni dell'Uomo tendano alla dissoluzione, al disordine. O per meglio dire, occorre una quantità di energia ogni giorno maggiore per "tenere insieme" l'organizzazione sociale, ormai largamente globalizzata, del pianeta. Laddove le strutture create dall'uomo divengono troppo complesse, e/o l'impegno profuso per tenerle insieme viene meno parzialmente o del tutto, le strutture implodono, collassano, diventano rapidamente autoreferenziali (cioè non c'è più modo di controllarle o dirigerle o limitarle dall'esterno, cominciano a produrre esse stesse le proprie leggi e funzionano in modo sempre più sganciato da quelle che erano le loro funzioni originarie).
Questo vale per la politica: in origine nota come l'Arte di governare le società, già nel 1966 per un giovane Guccini era solo far carriera, e sarebbe un po' lungo analizzare cosa è diventata oggi.
Questo vale per la Sanità Pubblica: nata come uno dei correlati fondamentali degli ideali democratici ottocenteschi e novecenteschi, per un giovane Claudio Lolli già nel 1973 era implosa nella raccapricciante visione di Hai mai visto una città dove si nasce e si muore in un grande ospedale, un grattacielo moderno a struttura di tipo aziendale, dove la morte è un fatto statistico del tutto normale, e come descrivere oggi le Aziende Sanitarie Locali, grottesco incrocio tra un Comando Presidio militare e il Castello di Kafka.
E questo vale per il Sistema Educativo: la scuola pubblica dell'obbligo dovrebbe essere uno spazio di riequilibrio interclassista, una palestra di tolleranza e di educazione nel senso più ampio del termine, il teatro oserei dire sacro del passaggio del sapere di base tra le generazioni: mentre invece vi lavorano e la frequentano personaggi sempre più assurdi, coinvolti in una terrificante deriva entropica, gli insegnanti sempre più frustrati sottopagati e indifesi, gli alunni sempre più demotivati strafottenti del tutto inconsapevoli del perché sono lì. Notizie come questa, alla quale dedicherò il prossimo post perché merita una disamina più attenta, stanno diventando purtroppo la norma.
E questo vale per i rapporti umani: schiacciati dalla fretta, dal bisogno di far carriera, da un costo della vita sempre più alto, da un'organizzazione del lavoro sempre più alienante, da una totale perdita di significato del nucleo familiare come trasmissore di cultura, di valori, di atteggiamenti, non sappiamo più amarci, non sappiamo più parlare, viviamo i nostri momenti di incontro senza più nessun rispetto per l'Altro; anche le nostre case sono diventate il museo della nostra capacità di acquisto, di quanti viaggi esotici abbiamo potuto fare, di quanti costosi inutili gadgets possiamo permetterci....
E' questo il vento subdolo e feroce dell'entropia che soffia quotidianamente su tutto quello che facciamo. Personalmente, ho imparato a costruirmi i miei piccoli, specialissimi e segreti significati in minuscole nicchie ecologiche dove in teoria l'entropia non dovrebbe arrivare. A volte ci riesco, altre volte anche questi spazi si aprono di colpo e vengono invasi dalla terribile confusione che c'è là fuori. Allora, lentamente, raccatto i pezzi e inizio con lenta sapiente maestria la costruzione di una nicchia ancora più protetta e segreta.
Tutte le volte che sento la cantante Dolcenera (al secolo Emanuela Trane, proveniente da quella terra di sogno che è il Salento, tanto ben celebrata dai miei Nomadi nella stupenda Costa dell'Est) mi dico "Uhm sì, bravina, ma forse ha ragione chi sostiene che ha fatto un uso improprio del titolo di una canzone del grande De Andrè...".
E poi, nei miei assoluti pomeriggi, mi chiedo "Ma allora quanti altri avrebbero potuto prendere il nome d'arte da canzoni del Grande Genovese?".
Il gorilla andava benissimo per Adriano Pappalardo, Un nano per Riccardo Cocciante, Geordie era perfetta per Delmo Fornaciari detto Zucchero, stante la sua inveterata tendenza al furto (ma nessuno che lo impicchi mai, cribbio!!!), Giovanna d'Arco avrebbe descritto Nicoletta Strambelli molto meglio di un idiotissimo Patty Pravo, Amico Fragile è perfetta per Luca Carboni che sembra sempre che tenga l'anima coi denti...
Ma soprattutto, perché Anna Tatangelo non ha mai pensato a rinominarsi Bocca di Rosa? In questo caso direi che, talento artistico a parte (che qui non è in discussione soprattutto perché assente in contumacia), non mi sentirei di parlare di "uso improprio".
Dopo il post puramente impressionistico di 24 ore fa, si può forse lasciare spazio ad alcune considerazioni leggermente più meditate, non necessariamente originali ma sicuramente legittime.
Molti osservatori hanno intravisto nell'esito, per certi versi choccante, di queste elezioni l'inizio della Terza Repubblica. Non che la Seconda abbia lasciato memorabile traccia di sè, e forse proprio per questo la fantasia perennemente accesa dei nostri brillanti analisti politici ha portato ad intravedere un nuovo, epocale, passaggio.
Resta il fatto che alla Camera vengono rappresentati solo 3 partiti, uno di destra-centro, uno di centro con spruzzate di sinistra, e il terzo costituito dall'in fondo ancor vitale rimasuglio del Grande Centro di cui Casini farneticava già alla fine del millennio scorso (per dire quanto tempo è passato e come la gestazione è stata lunga, ma purtroppo ha prodotto uno sparuto topolino di Cenerentola e non il corposo cetaceo che Pierferdi sperava).
Ma soprattutto, sembra di sentire il Dio di Guccini che apostrofa Lucifero, reo di aver appena scritto un libretto rosso (ai tempi andava di moda) "Ma cosa vuol dire di sinistra, di sinistra... Non sono socialdemocratico anch'io? Avanti al centro contro gli opposti estremismi! ". Gli opposti estremismi sono stati cancellati con un drastico colpo di spugna, e se per la Santa De Che francamente se lo aspettavano un po' tutti, la sconfitta della Sinistra Arcobaleno ha lasciato spiazzate e dispiaciute anche parecchie persone che nel sentirsi qualificare comunista avrebbero invariabilmente risposto: "Comunista sarà lei...".
La Lega, che sia Berlusconi che Veltroni si ostinavano a considerare un'accolita di innocui buontemponi dediti a briscole abbondantemente innaffiate di Barbera, ha riportato una vittoria di portata storica, sia a livello nazionale (ritornando agli inquietanti livelli di 15 anni fa) che a livello più squisitamente lumbard, col 22% al Senato e il 28.9% alla Camera. Raffinate analisi dei flussi elettorali dimostrano che una larga parte di queste percentuali provengono da ex-elettori del centro-sinistra, e questo dato (seppur plausibile e non certo) merita qualche riflessione. Forse le persecuzioni fiscali ai piccoli artigiani che sono l'ossatura sana e produttiva di tanta parte della Val Padana, e l'imbellità assoluta nei confronti di una migrazione che ormai assomiglia a un mostruoso esodo biblico, hanno dato stimoli pesanti a un voto di incazzata protesta
Mai come stavolta, pazienti psichiatrici in libera uscita sono stati liberi di presentare liste alcune delle quali votate da meno di 1000 persone sull'intero territorio nazionale. Fra i Grilli Parlanti che cercavano di cavalcare l'effetto-Grillo senza averci nulla a che fare (più o meno come certi sagaci venditori telefonici spacciano la rivista Finanza, che tratta della finanza in quanto scienza, come la rivista della Guardia di Finanza, e sono talmente bravi che li ho visti con i miei occhi rinnovare degli abbonamenti!!), la pittoresca lista di Giuliano Ferrara "Aborto? No, grazie!", Loto, Bene Comune, scissionisti di secondo livello della sinistra (per loro anche la Sinistra Arcobaleno era un covo di revisionisti), giuro che mi aspettavo di veder comparire l'onorevole Cetto LaQualunque con la lista Cchiù Pilu Pi Ttutti.
Ma soprattutto, last but not least, mancheranno all'appello Bertinotti, De Mita, Pecoraro Scanio, ovviamente Mastella che mi è sembrato quei bambinetti che si picchiano da soli sperando che il papà non li picchi, ma si fanno più male da soli di quanto gliene farebbe il genitore, Caruso, Luxuria, Rizzo animatore di tanti talk-show, Boselli che studiava da Craxi ma si vede che ha sbagliato pagina, e chissà quanti altri rampolli della Seconda Repubblica. Ce ne faremo una ragione....
E così il sogno di Veltroni muore ben prima dell'alba, già a metà pomeriggio si era infranto su una delle disfatte elettorali più pesanti che la storia della Sinistra ricordi. Ovviamente sto alludendo a TUTTA la sinistra, ma con menzione particolare alla Sinistra Arcobaleno (fra l'altro omaggiata da Madre Natura da un profluvio di gratuiti spots, vista l'abbondanza di arcobaleni semplici, doppi, tripli, lineari, attorcigliati, carpiati che si è avuta in Italia in questi ultimi giorni). La Sinistra Arcobaleno, dicevo, era partita con ambizioni di zona UEFA e si ritrova cancellata da tutti i campionati per inadempienza politica.
Il trionfo di Berlusconi; la squillante vittoria della Lega; l'azzeramento totale della sinistra che vorrei chiamare "operaia" (se si potesse ancora dire) sono fattori che configurano lo scenario politico più desolante dal monocolore democristiano del 1972. Che Parlamento ci aspetta?
E fra i fattori ostativi ad un Parlamento in grado di dirigere un paese strapieno di risorse sempre peggio gestite e incanalate, vassallo sciocco degli USA, violentato economicamente dal cinico dinamismo cinese, sorpassato in tromba anche dagli Spagnoli postcattolici, come non menzionare la complessa affascinante architettura del PD, riedizione cyberpunk del Compromesso Storico con Veltroni al posto di Berlinguer (e lì il paragone regge) e Rutelli al posto di Moro (mi astengo da qualunque commento...).
Desperacion, io che volevo Che Guevara ed ho Bordon, cantava Maurizio Crozza stufo di contare i sassi che spariscono dalla Toscana. Come non condividere la sua disperazione?
Alla fine, i due anni del governo Prodi sono stati nella migliore delle ipotesi un'occasione mancata, nella peggiore delle ipotesi tempo drammaticamente buttato dalla finestra.
Molti osservatori hanno elogiato Al Profesòr (ma quasi tutti dopo che aveva dichiarato che se ne tornava a fare il nonno) per aver fatto il possibile per ripianare dei conti statali ridotti una fetenzia. Con l'applicazione di Visco e Padoa Schioppa, Prodi (che ha insegnato alla London School of Economics, mentre Berlusconi non ha all'attivo neppure una supplenza al Liceo Scientifico di Parabiago) ha rastrellato come poteva e dove poteva. Con almeno 5 televisioni su 7 contro, e altre due che gli garantivano una sostanziale non-sfiducia, ha cercato di ridurre lo strapotere di qualche lobby minore (vedi farmacisti e taxisti), peraltro scusandosi e dichiarando "Va bene ragazzi, si stava solo scherzando... Morta lì, e scusateci per l'intrusione...."; ha promosso degli studi di settore che introducessero parametri credibili sugli incassi di artigiani e liberi professionisti, senza arrivare a risultati realmente incoraggianti; e come sempre, il sacrificio più grosso lo hanno sostenuto dipendenti e pensionati (atroce la beffa di una tredicesima mai così impalpabile...).
Il pateracchio dell'indulto, lo spacchettamento/moltiplicazione dei ministeri, le insanabili divergenze in politica estera che portavano a decisioni strategicamente inevitabili ma politicamente disastrose.... Cito le prime tre cose che mi vengono in mente, assolutamente a memoria, perché a questo governo Prodi ho quasi voluto bene (come a certe partners brighelle ma in fondo in fondo affascinanti) e non voglio accanirmi...
Ora, sorge spontanea una considerazione... Le leggi ad personam Berlusconi le ha già fatte tutte. L'armamentario delle sue clowneries l'ha già sfoggiato. Che ci dimostri se, insieme alla sua composita Armata Brancaleone, sa fare qualcosa di più e di meglio per ridare dignità internzaionale all'Italia; per equilibrare le entrate fiscali con una spesa pubblica oculata e qualitativamente significativa; per mettere in condizione più famiglie possibili di arrivare alla fine del mese; per far ripartire consumi e investimenti. Se ci riuscirà, nessuno lo criticherà per partito preso. Se non ci riuscirà... il seguito mettetelo voi.
P.S. Ringrazio la Shirley Mc Laine dell'Oltretorrente per avermi segnalato un refuso prontamente corretto, ma non solo per quello...
Un arguto commento lasciato a suo tempo sul blog di Chiararey, mai assurto (pòver nanè) alla dignita di post, mentre quelli che finivano sul blog di Maryann Unfaithfull diventavano tutti posts (con la esse, son più d'uno) il giorno dopo. Rimediamo tempestivamente....
(Secondo me il mio pezzo sugli indiani fa più ridere del vostro. Secondo me, eh? Per la serie: Ognuno tira l'acqua al suo mulino...)
Il grande capo TrenoCheRitardaMaComunqueArriva uscì dalla sua tenda e annusò il vento: in realtà anche un comune ragioniere del catasto avrebbe riconosciuto nell'aria l'inconfondibile escrementizia fragranza di un branco di bufali dalle corna ritorte in avvicinamento al villaggio.
Purtuttavia il grande capo annusò di nuovo l'aria e sentenziò "La mostruosa bestia dalle lunghe corna è sulla nostra strada". BufaloGrigioLaCuiSquawNeFaDiCotteEDiCrude colse in queste parole una lieve allusione e si adontò tantissimo. Senza curarsi di lui, il grande capo (presa una vecchia coperta di pelle di gnu e controllate le e-mail di tutti i suoi vice-capi) inviò con magistrale precisione segnali di fumo ad ognuno di loro.
Quella nuvoletta a forma di pugno voleva sicuramente dire "LampoCheRisuonaNellaNotte, la prossima volta che tocchi la mia squaw te ne accorgi"; quell'altra nuvoletta a forma di aquila voleva sicuramente dire "AlcePezzataDallaScoreggiaPuzzolente, vedi se riesci ad andare sull'altura delle grandi aquile e strappare due penne dal culo della meno sveglia che le mie ormai sono tutte stropicciate".
Quando tirava un vento particolarmente forte il rischio era che il messaggio partisse come "Vediamoci sul far della notte sotto la montagna dalle due vette" ed arrivasse come "PulceTossicchiante ha una relazione gay con BisonteCatarroso", ma oggi l'aria era tersa e questo pericolo non esisteva...
(Frammento apocrifo che il mio bisnonno ha vinto a poker a Buffalo Bill quando venne in tournee in Europa col circo Pace e Bene con De Gregori come riscaldapubblico....)
Sulla Cina un anno fa scrivevo (l'intero post si legge cliccando qui) E' bello vivere in uno schizofrenico intreccio di capitalismo e feudalesimo, che peraltro raccatta il peggio di questi due sistemi, ti prospetta come ideale di vita lavorare incessantemente con l'unico culto del dovere (specie se hai la sfiga di essere una donna)? e ancora Il fatto è che la comunità cinese non è, non si sente e non sarà mai, subalterna a nessun'altra. Il loro senso di superiorità non nasce da considerazioni filosofico-religiose ma da quella che a loro sembra una valutazione obiettiva. Dal loro punto di vista hanno il merito di offrire all'Occidente in declino beni e servizi a prezzi convenienti, di lavorare e produrre il doppio di noi, di darci lezioni di capitalismo e imprenditorialità. Quanti bottegai milanesi hanno venduto proprio ai discendenti del Celeste Impero i loro esercizi a prezzi folli, godendosi poi una tranquilla vecchiaia? Quanti consumatori non hanno problemi a scegliere bar, ristoranti, empori, negozi ecc. ecc. ecc. gestiti da cinesi perchè li trovano convenienti e spesso molto ma molto più professionali dei loro omologhi italiani? Parliamo di Milano ma potremmo parlare anche di Londra, Parigi, New York. E quanti yuppies rampanti hanno spregiudicatamente e spudoratamente investito in Cina perchè lì la manodopera costa una cantata, i lacciuoli burocratici sono ai limiti dell'inesistente e il mercato tira da far paura?
Più di recente osservavo, a proposito dell'assegnazione delle Olimpiadi (il relativo post era questo)Quando furono assegnate, sette anni fa, la Cina si stava lentamente avviando a diventare, ma ancora non era, una terrificante e un po' ottusa super-potenza economica e politica..... Sette anni fa la Cina trattava già i tibetani come li tratta adesso, ma pochi lo sapevano. Sette anni fa 16 delle 20 città più inquinate del mondo erano già in Cina, ma nessuno se ne curava. Sette anni fa la repressione feroce di Piazza Tien An Men era di sette anni più vicina, ma forse comunque troppo lontana.
Osavo dire questo dall'alto di una ammirazione per la storia e la cultura cinese che in un passato non lontanissimo sconfinava nella venerazione, e ancora oggi si situa nella dimensione della fascinazione. Senza ostilità, ma con il biasimo di un amante tradito.
Nel vedere oggi come l'itinerario della fiaccola olimpica sia ovunque accompagnato da lazzi e cachinni, sberleffi, feroci contestazioni, minacce di spegnimento provo una sincera stretta al cuore. Nel mondo della comunicazione globale, Pechino non è come la Mosca di quasi 30 anni fa, e neppure come la Città del Messico di 40 anni fa (dove pure centinaia di studenti vennero uccisi pochi giorni prima della cerimonia di apertura). Le miserie e le vergogne sono difficili da nascondere. La ancora bassissima tutela dei diritti civili, la repressione ancora stalinista del dissenso, la colonizzazione ottocentesca del Tibet, l'arroganza verso la stampa estera etc. etc. etc. lasciano un drammatico segno, una sbavante purulenta scia. Mentre l'8 di agosto si avvicina, la Cina è sempre più un gigante dai piedi di argilla che si sente (ingiustamente secondo loro) attaccata dal mondo intero.
E' lo scotto da pagare, miei cari deliziosi cinesini.... E fate vostro il mio fraterno amichevole auspicio di appena 3 settimane fa:
Adesso la Cina ha un'occasione imperdibile per dimostrare al mondo le sue mille risorse e la complessità della sua storia e della sua cultura. O può fare dell'Olimpiade una squallida occasione di autopromozione tipo riviera romagnola. Che scelga con acume....
E così sono arrivato al 400° post. Dalla precedente celebrazione, relativa al trecentesimo, sono passati più di sei mesi e ci sono stati parecchi cambiamenti. Rileggendo quello che scrivevo allora, quasi mi meraviglio e mi stupisco del profluvio di parole, della marea di concetti, dell'accatastamento di idee che allora era la regola. Adesso, anche se con periodici ritorni al mio vecchio stile affabulatorio ed acrobatico, ho scoperto anche il gusto di post minimalistici (minimalistici almeno per i miei standard), ma soprattutto assaporo di più il gusto di parlare di me stesso.
Tra l'altro (in un modo che a Carl Gustav Jung sarebbe piaciuto) il mio vecchio, ormai quasi remoto amico Raul ha proprio in quella occasione svelato quanto meno la mia età (il luogo di provenienza forse l'aveva capito solo Cassandra, che credo sia nata a pochi chilometri da dove sono nato io, l'attuale luogo di residenza è notoriamente Parma, la professione è avvolta nella nebbia perché non so troppo bene neanch'io cosa sto facendo, diciamo che lavoro per una Cooperativa Sociale come Intellettuale Organico Polivalente), e mi ha legittimamente collocato sullo scomodo piedistallo del mezzo secolo di vita (Raul, Raul, se scrivi 40 anni fa due bambini di dieci anni..., i bloggers di Leonardo sono abbastanza portati per la matematica...).
Quel che è certo è che a settembre 2007 il mio blog era l'ostentazione narcisistica della mia Mente (scritta con la emme maiuscola in omaggio a Gregory Bateson, perché allora significa una serie di cose che vanno al di là della mente individuale, schiscia il link e capirai...), adesso è una dolce àncora di salvezza dove i dolori si decantano (vero Vicky?) e le gioie evitano di soffocarmi (vero Signorina Tumiturbi?). Senza più nulla da ostentare e da dimostrare, un libero diario che, chissà, un giorno qualche scalcinata casa editrice pubblicherà a mie spese in tiratura ultralimitata, e quella splendida creatura di mia figlia Marina potrà tenere sul comodino.
Chiunque ha la pazienza e la bontà di leggermi merita comunque la qualifica di Splendido ad Honorem e ad Oltranza. Ma Chiara, Maryann e Stella (oltre a Marco che mi ha conosciuto praticamente da neonato) meritano una menzione particolare come amiche anche nella vita reale.
Chiudo scusandomi con Licia, anche lei mia amica di ahimè quanto vecchia data, se la menzione che ne ho fatto in questo misero blog, lungi dal lusingarla, l'ha mandata su tutte le furie.... Però lasciami chiosare che per essere una pramzan'na d'al sass manchi un po' di autoironia...
Non hai ancora trovato pace, Matteo, e chissà quando te ne concederanno un po'. Oggi le tue "spoglie mortali" verranno sistemate nel cimitero di Marore (logisticamente più vicino di quello della Villetta, a due passi dalla Comunità Betania che è uno dei punti focali della rete di solidarietà che, contro tutto e contro tutti, continua ad illuminare dal di dentro la nostra complessa bellissima città). Dei tuoi amici hanno già reagito con veemenza all'invadenza di una troupe Mediaset in missione all'autogrill dove oramai non c'era nulla da vedere e da documentare; quelle splendide persone di tuo padre e tua madre hanno reagito con la metafisica compostezza che ti deriva da un dolore talmente assoluto da non lasciare spazio a nient'altro.
Alberto Bevilacqua no! Non l'ha ancora capita. Intervistato alla Fiera del Libro di Roma, strizzando l'occhio, mettendosi la mano rovesciata (nel senso che il pollice guarda verso il basso) sulla fronte come se avesse una fulminante cefalea, con quell'aria da "Io solo ho capito tutto della vita e gli altri sono dei miseri stallieri senza cultura alcuna" parla e straparla su una Parma che non conosce e non capisce più da diversi decenni e si esibisce nel seguente estratto del Bevilacqua-pensiero: "La Parma felice di un tempo non esiste più, questa città femmina e colta, sensibile quindi, con il crac Parmalat ha ricevuto una tale botta in testa che è stata come un terremoto. Ora è più facile venga fuori quella sua anima inquieta e ribalda, ribelle, specie se infiltrazioni negative, immigrazioni e modifiche del tessuto sociale, ne accrescono le tensioni, che nel tifo estremo possono trovare una sorta di sfogo. Ricordo i tempi di Nevio Scala, l’allenatore del Parma che per primo portò la squadra in serie A, ma aveva alle spalle appunto una città anche economicamente forte, sana, pur avendo già in campo giocatori come Asprilla che non venivano certo dal Liverpool, piuttosto dal cartello di Medellin. E così un quadro limpido ha finito per offuscarsi. Ma tutta la città è cambiata: è la città dell’omicidio terribile del piccolo Tommy o dell’economista milanese ucciso con una sega elettrica".
Non so voi, ma io provo compassione per un ex-intellettuale che oramai è la caricatura di sè stesso e indulge a tutti i luoghi comuni disponibili sulla pubblica piassa, mette insieme con barocco effetto di accumulo semantico fatti slegati tra loro, ma soprattutto parla dell'immigrazione (che con la morte di Matteo, direbbe Di Pietro, checciazzecca?) con accenti da leghista di complemento, quando dovrebbe essere (come io lo sono) orgoglioso per come la "sua" Parma ha saputo accogliere questa ondata di etnodiversità (che ha mandato in tilt Verona, Brescia, di Padova non ne parliamo proprio) accogliendo, integrando e dando delle speranze a chi non ne aveva più alcuna. Magari mettendoli in condizione di prendersi il lavoro o la donna che vorresti tu, ma è lì che si misura la tua reale civiltà e tolleranza. O no? Quanto poi alle considerazioni su Tino Asprilla, qualunque colombiano avrebbe il diritto-dovere di adire alle vie legali...
E mi ritrovo nelle parole di Antonio Mattioli, segretario nazionale della FLAI CGIL, anche lui parmigiano doc (ma rispetto a Bevilacqua un po' più radicato nel territorio, "a ne gh' vol miga tant") che alla parmigianità da Piazza Duomo del noto scrittore risponde con toni più opportunamente da Oltretorrente: "Come accidenti si fa a strumentalizzare la morte di Matteo utilizzandola come la dimostrazione che Parma ha perso valori, storia, serenità? Come accidenti si fa ad utilizzare questa morte per sostenere che la vera ragione del disagio di Parma sta negli effetti prodotti dal crac Parmalat? Come si fa a continuare a far finta che prima del crac Parma era una città diversa? Sono domande che mi sono posto dopo aver letto le dichiarazioni fuori luogo di AlbertoBevilacqua. Lasciate stare Matteo, oggi venerato e ieri considerato come gli agli altri ragazzi del Mario Lupo, da molti “benpensanti” della città, un cancro da estirpare. E’ vietato leggere nella morte di Matteo il malessere di Parma; è un’ipocrisia inaccettabile. Le ragioni del suo male Parma le deve ricercare negli interessi di lobby che governano il territorio, nella gestione della politica locale che preferisce le alleanze con i poteri forti, i soliti, piuttosto di ascoltare i bisogni reali di chi vive la città. Le ragioni del suo male Parma le deve ricercare nel radicamento dei circoli chiusi, refrattari al cambiamento, all’accettazione del diverso e del debole. Le ragioni del suo male Parma le deve ricercare nella spasmodica rincorsa al miglior lifting di facciata, nel radicamento dell’illegalità organizzata favorito da una gestione, che definire allegra è eufemistico, di un’economia tutta spostata sulla finanziarizzazione. Le ragioni del suo male Parma le deve ricercare in chi non vuol vedere e che vive la nebbia e la tranquillità padana come un velo che nasconde le complicità che trasversalmente permeano il nostro territorio. Le ragioni del suo male Parma le aveva prima e le ha mantenute anche dopo il crac Parmalat: la lezione non è servita. Ma Parma è viva, piena ancora di valori, di storia, di risorse che anche ragazzi come Matteo,magari in modo non sempre condivisibile, hanno cercato e cercano continuamente di sollecitare. E allora zitti! Non usate Matteo".
Era molto che riflettevo su questa eventualità, ma visto che una parte sempre più grande della mia vita si è ormai uniformata ai vincoli della castità e del silenzio, ritengo giusto passare sùbito da un approccio subìto a queste due complesse e stimolanti realtà ad un approccio pienamente intenzionale e responsabile. Entrerò quindi come membro aggiunto extranumerario non ordinato (o disordinato che dir si voglia) nel monastero dei Frati Ubiqui Minori, ubicato sulle colline equidistanti tra Loreto e Recanati, in località Frattaglia Picena, in una zona franca che sia la Provincia di Ancona che quella di Macerata da tempo rifiutano di riconoscere. Le semplici regole di questo monastero sono per l'appunto la totale castità (non ci si lava neppure le parti intime, che dopo alcune settimane mandano un soave odore di merluzzo che ristora l'intera confraternita), il silenzio assoluto e definitivo, la costante contemplazione del Divino e l'alimentazione a base di sole barbabietole scondite.
Ovviamente manca qualunque forma di riscaldamento e di energia elettrica e l'unico contatto con il mondo esterno è l'arrivo settimanale di uno scalcinato furgoncino che porta venti chili di barbabietole già con principi di putrefazione e capi di biancheria usata.
Ciò detto, vi saluto perché devo raggiungere la mia destinazione attraverso un viaggio a piedi nudi che mi terrà impegnato per i prossimi dieci giorni.
Matteo, se è vero quello che dicono i preti, tu in questo momento hai raggiunto il massimo della consapevolezza e stai brillando nell'Universo come una supernova, anche se nessuno con i nostri miseri occhi mortali può scorgerti. Allora lasciati dire che quando ti sei avventato davanti al pullman dei tifosi juventini (che sostenevano e sostengono tuttora di essere scappati perché stavano venendo malmenati da "200" ultras del Parma, ma si sa che "loro" spesso amano mentire per vedere l'effetto che fa) mi hai ricordato il ragazzo di Piazza Tien An Men che (come dice una storica canzone dei Nomadi che sicuramente anche tu amavi) con il suo esile corpo ha fermato un carrarmato, bastava un attimo e sarebbe stato schiacciato. Ma tu eri troppo piccolo, e l'autista del pullman troppo distratto e/o troppo spaventato per vederti. Il pilota di un carro armato è sicuramente più addestrato e sa benissimo quando gli conviene fermarsi e quando invece gli conviene permettere al suo mezzo di diventare uno strumento di distruzione di massa.
Ma proprio perché oramai hai raggiunto la piena saggezza e puoi capire tutto, mi sento di dirti, mio caro amatissimo Matteo, che il paragone finisce qui. Mentre il ragazzo cinese si opponeva con gesto disperatamente lucido, lucidamente disperato alla feroce repressione che il popolo cinese stava subendo (e solo perché chiedeva la corretta e integrale applicazione dei principi filosofici di Karl Marx, sui quali la loro gloriosa Repubblica Popolare avrebbe dovuto basarsi), tu esprimevi la tua rabbia cieca contro un gruppo di ragazzi come te, colpevoli solamente di essere tifosi di un'altra squadra, insomma gente che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore (e non mi dire, Matteo, che anche questa canzone non l'hai mai cantata o strimpellata su una qualche vecchia chitarra).
Lo so che per te la Juve rappresentava il potere, la sopraffazione, l'arroganza mentre il Parma rappresentava la pulizia, il Davide completo di fionda che a suo tempo fece cagare addosso più di un Golia. Adesso che sei puro spirito lo hai capito quanto eri manicheo, benedetto ragazzo?
"Loro" hanno imbrogliato, comprato partite, intimidito arbitri, costruito una Cupola stile Brunelleschi ma hanno pagato con un anno di Purgatorio. "Noi", a ben vedere, abbiamo comprato fior di giocatori con soldi che non c'erano, fatto scambi di plusvalenze fra Tanzi e Cragnotti che gridavano vendetta, abbiamo primeggiato in Europa con alle spalle un gigante ipertrofico e malato (altro che Davide con la fionda!!!!!!!!!!!!!) e abbiamo pagato con tre anni di commissariamento e un drastico ridimensionamento delle nostre malsane ambizioni. E il destino bonario, dopo averci minacciati con Valenza e Sanz, ci ha inviato un corpulento adolescente bresciano che ci sta consentendo di non finire anche noi in Purgatorio (e non sarebbe per un solo anno....).
Perché un ragazzo come te, impegnato nel sociale, tra gli animatori del Mario Lupo (il nostro piccolo Leoncavallo di provincia fatto chiudere dagli Ubaldi Boys che imperversano su Parma da otto anni), ecologista, pacifista, antifascista, laureato in Tecniche di Prevenzione sui luoghi di lavoro (e come tale già al lavoro più battagliero e concreto che mai) non è mai riuscito a rinunciare al fascino discreto del mondo ultra, al suo linguaggio e alle sue modalità purtroppo molto fascistoidi? Da quaggiù mi avresti risposto che non eri violento, che amavi il calcio come lo avevano amato Pasolini, Gianni Brera, Mario Soldati, Osvaldo Soriano, e che i tre anni di divieto di accedere alle manifestazioni sportive che avevi appena finito di scontare (per essere sceso sul campo del Tardini nel 2005 in un movimentato scambio di opinioni con una delegazione di "gobbi") erano un vergognoso atto di discriminazione e di repressione da parte della Polizia Dei Padroni; ma da lassù so che allarghi mesto le braccia e riconosci che, sì, hai privato la nostra città dei prossimi 60 anni della tua meravigliosa vita trovandoti dove non dovevi essere, a fare quello che non avresti dovuto fare, vittima solo parzialmente innocente delle tue contraddizioni.
The hand that wrote this letter Sweeps the pillow clean So rest your head and read a treasured dream I care for no one else but you I tear my soul to cease the pain I think maybe you feel the same What can we do? I'm not quite sure what we're supposed to do So I've been writing just for you
They say your life is going very well They say you sparkle like a different girl But something tells me that you hide When all the world is warm and tired You cry a little in the dark Well so do I I'm not quite sure what you're supposed to say But I can see it's not okay
He makes you laugh He brings you out in style He treats you well And makes you up real fine And when he's strong He's strong for you And when you kiss It's something new But did you ever call my name Just by mistake? I'm not quite sure what I'm supposed to do So I'll just write some love to you.
I recall how we lived On the corner of a bed And we'd speak of a Swedish room Of hessian and wood And we'd talk with our eyes Of the sweetness in our lives And tomorrows of rich surprise... Some things we could do
In our madness We burnt one hundred days Time takes time to pass And I still hold some ashes to me An Occasional Dream
And we'd sleep, oh so close But not really close our eyes 'Tween the sheets of summer bathed in blue... Gently weeping nights It was long, long ago And I can't touch your name
For the days of fate were strong for you... Danced you far from me
In my madness I see your face in mine I keep a photograph It burns my wall with time Time An Occasional Dream Of mine An Occasional Dream Of mine An Occasional Dream Of mine
Ha fatto bene il giornalista Magdi Allam a convertirsi in diretta televisiva?
Devo confessare che non ho una risposta.
Prendo atto che
in un mondo in cui tutto diventa spettacolo, tutto viene enfatizzato, le scoregge diventano odi pastorali e i borbottii borborigmici diventano sconvolgenti rivelazioni;
in un mondo in cui si leggono e rileggono i labiali dei calciatori;
in un mondo in cui, come quasi medianicamente previdero gli U2 venticinque anni fa, I fatti sono finzione e la TV realtà,
è tutto talmente mescolato ed embricato che non ci si può e non ci si deve (e in fondo non se ne ha neanche più voglia) scandalizzare di nulla.
Questo mondo così istantaneo e globale, così ottuso e fragile, così apparentemente variopinto ma sotto sotto stinto e ripetitivo, a volte è divertente.
Sappiamo tutto di tutti e tutti possono sapere tutto di noi (ma se siamo dei poveri Cristi non abbiamo granché da temere), e un'altra predizione che si è drammaticamente avverata è quella, ancora più datata, di Andy Warhol, Nel 2000 ognuno avrà diritto ai suoi 5 minuti di notorietà.
E nel contempo, questo mondo così variopinto fa schifo e paura, perché quando si vive immersi nell'informazione e nel pettegolezzo, e tutto può fare sensazione, ascolti e share, fare le cose in favore di telecamera non è mai un fatto banale.
Come capitava al tempo dei sofisti (che nell'Agorà di Atene sostenevano al mattino una certa opinione, e nel pomeriggio un'opinione diametralmente opposta, riuscendo entrambe le volte a risultare convincenti) oggi tutto è sostenibile e la libertà di parola, pensiero, rappresentazione ed ostentazione è arrivata tanto in là da paralizzare le facoltà critiche del fruitore medio; se una cosa viene detta, se un messaggio viene lanciato, una stretta minoranza cerca di capire se vale la pena crederci, tutti gli altri metabolizzano e tirano avanti.
Allora si può contemporaneamente dire che l'uomo Magdi Allam, in quanto personaggio pubblico famoso e benvoluto, ha fatto bene ad assumersi la responsabilità (e perché no, l'eroico rischio alla Salman Rushdie) di esteriorizzare al massimo la sua scelta di abbandonare una religione che non sente più sua per abbracciarne un'altra che, ai suoi occhi, ha quelle 2-3 contraddizioni in meno; ma si può anche a buon titolo affermare che il personaggio pubblico Magdi Allam, in quanto uomo intelligente e scaltro, ha fatto una gran porcata che ricorda quella di Emilio Fede (che cognome ad hoc!) diventato milanista due giorni dopo essere stato assunto dal Berlusca. Insomma, Magdi ha fatto sue le convinzioni di coloro che gli pagano lo stipendio.
Giustamente il Corriere della Sera ha fatto un titolo (per l'appunto) del tipo "scoreggia che diventa ode pastorale": La conversione di Magdi Allam fa il giro del mondo. Allam è il loro vice-direttore (seppure ad personam, cioè senza alcuna responsabilità sulla linea politica del quotidiano, e quindi il suo è un titolo meramente onorifico, il Presidente della Repubblica conta in Italia più di quanto lui conti al Corriere, e credo di aver detto tutto) e in Via Solferino si è sentito un odore di scoop che ha fatto perdere il senso della misura.
Altrettanto giustamente Benedetto Pervi (come molti leggerebbero oggi la strana sigla XVI) ha ritenuto opportuno battezzare Allam non in un decoroso segreto ma coram populo, più o meno nello stesso modo in cui Berlusconi presenterebbe Ronaldinho alla stampa plaudente ed osannante qualora modificasse la sua appartenenza calcistica. Peccato solo che poi un portavoce ufficiale del Vaticano abbia fatto precipitosamente marcia indietro temendo palesemente di acuire l'atroce fossato che divide le due religioni monoteiste di successo (la terza è un po' fuori moda ed abbracciata solo da veri intenditori del metafisico). Che si tratti della solita tecnica di dire ciò che è opportuno dire per poi comodamente smentirlo qualora le reazioni siano diverse da quelle auspicate?
Ancor più giustamente Magdi Allam, il giorno di Pasqua, ha scritto una lunga lettera al direttore del Corriere indulgendo ad echi un po' alla Quo Vadis?.
Qualche ingenuo romantico può pensare che le convinzioni religiose, in un mondo "laico e moderato" (per usare parole che allo stesso Allam piacciono in modo quasi porno-erotico e che quindi usa spesso), andrebbero tenute cautamente e pudicamente riservate e personali, e che proprio per reazione ad una civiltà dell'informazione e dell'immagine che insegue i potentati fin sulla tazza del water, i potentati stessi dovrebbero ergere solidi confini tra ciò che è di pertinenza pubblica e ciò che è di pertinenza squisitamente privata. Ma, appunto, questo modo di ragionare è un'anticaglia del passato e quindi non indulgiamo ad essa.
Sempre cara mi fu la Biblioteca Civica Parmigiana, i suoi silenzi, le vetuste ed austere postazioni da cui diparte il viaggio nel procelloso mare della rete modernamente nominata Web ed i suoi diroccati muri grondanti secoli e cultura che da tanta parte de l'ultimo orizzonte il guardo escludono. Sedendo e digitando, interminato spazio di là da quelli, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come sento il delicato ticchettio dei tasti delle adiacenti keyboards, io quello subliminal segnale ai miei pensieri vo comparando: e mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente E viva, e 'l suon di lei. Sperduto dentro il mondo in questo itinerario che assecondo (pur non sapendo bene dove porta) stringo le mani e penso "Cosa importa?" senza che la risposta si appalesi. Così tra questa Infinità s'annega il pensier mio: E 'l naufragare in questo grande mare a volte (più che dolce) è un po' volgare.
Nel mio compiaciuto vagabondaggio nei ricordi poetico-musicali spaziati lungo quattro decenni, avevo a lungo trascurato una canzone dei Nomadi che è stata il loro simbolo per buona parte degli anni '90: una canzone scritta per Augusto, ma che Augusto non ebbe il tempo di cantare, e al suo posto si cimentò il suo decoroso successore Danilo Sacco da Canelli. Una canzone che, con parole semplici e quotidiane, descrive tutto un modo di vivere notturno, fatto di chiaroscuri e di rovesciamenti, nell'ambito dei quali chi è perdente durante il giorno può (col vampiresco favore delle tenebre) diventare un fascinoso Signore della Notte.
Mi chiederai perchè io apro le finestre nella notte buia, quando il cielo dorme. Risponderò: lo so, che io son figlio del vento, che mi aiuta ancora a vivere felice. Mi chiederai perchè io apro le finestre sulle strade vuote, quando la gente dorme. Risponderò: lo so, che io son figlio della notte, che mi aiuta ancora a vivere felice. E allora vivo e vivo forte, faccio mia questa notte, faccio mio il suo respiro. Mi chiederai perchè io chiudo le finestre, quando sorge il sole e le stelle son lontane. Risponderò: lo so che io son figlio della notte, che mi aiuta ancora a pensare. E allora vivo, e vivo forte, con mille pensieri, con mille idee. E, allora vivo, e vivo forte, faccio mia questa notte, faccio mio il suo respiro.
Nel ricordo di un Dìo troppo uomo per essere Dio, o di un uomo troppo Dio per essere uomo, anche noi abbiamo cercato di risorgere.
Ma per ben pochi questa è stata una Pasqua di resurrezione.
Quasi tutti si sono dovuti accontentare di concetti succedanei ma foneticamente simili, meno costosi e più facilmente reperibili, attingendo una Pasqua di rassegnazione (in cui si fa la conta degli anni e dell'età, mentre come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità), o una Pasqua di riesumazione (in cui si risentono persone che credevi morte, si uccidono metaforicamente persone che credevi vive, si ha la penosa sensazione di quanto precario e transeunte sia il nostro eterno divenire), o una Pasqua di ritenzione (in cui si rinuncia per l'ennesima volta a buttare fuori il magmatico marasma che si ha dentro, e le somatizzazioni raggiungono il top), o una Pasqua di anàstasis passata a compiacersi del tripudio di Petruzzu Anastasi alla doppietta gobba che ha affondato la Corazzata Potemkin dei Navigli, o una Pasqua di redenzione in cui si è rinunciato ad abbuffarsi di cioccolata e/o a divorare l'agnello di dio ripiegando su carne di bovini o suini macellati adulti dopo una vita di lussi e vizi.
Fra poco meno di 5 mesi (esattamente l'8.8.08 alle 8.08 ora pechinese, notte fonda al meridiano di Greenwich, notare comunque la maniacale ricerca della ridondanza del numero 8, che secondo i più aggiornati sinologi ha una profonda valenza cosmologico-evocativa nella complessa e per noi di fatto incomprensibile cultura cinese) inizieranno le Olimpiadi di Pechino.
Quando furono assegnate, sette anni fa, la Cina si stava lentamente avviando a diventare, ma ancora non era, una terrificante e un po' ottusa super-potenza economica e politica. Era già, e non poteva non esserlo, una super-potenza culturale e dell'immaginario, con la sua storia millenaria. Mangiare cinese, comprare cinese, flirtare con quel delizioso mix di esotismo orientale e pragmatismo moooolto occidentale che contraddistingueva la Cina di allora suonava molto alla moda e, perché no, anche politicamente corretto. Fare i conti con la terra che conteneva e contiene più di un quinto dei terrestri era un'operazione gradevole e quasi scontata.
Sette anni fa la Cina trattava già i tibetani come li tratta adesso, ma pochi lo sapevano. Sette anni fa 16 delle 20 città più inquinate del mondo erano già in Cina, ma nessuno se ne curava. Sette anni fa la repressione feroce di Piazza Tien An Men era di sette anni più vicina, ma forse comunque troppo lontana. Certamente sette anni fa i cinesi non avevano creato colonie e teste di ponte in virtualmente tutte le città d'Europa, con particolare predilezione per l'Italia. Non erano ancora il principale, e ormai insostituibile, partner economico-commerciale degli USA (Federico Rampini di Repubblica ricordava oggi che
Anche se gli Stati Uniti considerano la Cina come il rivale strategico in grado di sfidare la loro egemonia planetaria, negli ultimi anni hanno accresciuto la loro dipendenza dal gigante asiatico. Hanno goduto dello “sconto cinese”, l’invasione di prodotti a basso costo che hanno limitato l’inflazione e hanno sostenuto il potere d’acquisto dei consumatori. L’esplosione del debito americano è stata finanziata da Pechino: la banca centrale cinese “ricicla” l’immenso attivo commerciale acquistando buoni del Tesoro Usa; ha le casseforti più ricche del pianeta con 1.550 miliardi di dollari di riserve valutarie.
Nella crisi che scuote il sistema bancario mondiale, gli americani sono stati i primi ad accogliere a braccia aperte gli investitori cinesi come “cavalieri bianchi” nel capitale dei loro istituti di credito, da Bear Stearns a Morgan Stanley. Non è facile ora fare la voce grossa contro chi siede nei tuoi consigli d’amministrazione. ).
Adesso la Cina ha un'occasione imperdibile per dimostrare al mondo le sue mille risorse e la complessità della sua storia e della sua cultura. O può fare dell'Olimpiade una squallida occasione di autopromozione tipo riviera romagnola. Che scelga con acume....
Le ultime notizie sul pianeta-calcio sono francamente inquietanti: l'arbitro Bergonzi di Genova, reo di aver agevolato la vittoria del Napoli sulla Juventus con due rigori totalmente inesistenti, è stato messo sotto protezione dalla Digos come un pentito di mafia o un supertestimone.
Il provvedimento può sembrare eccessivo, ma parecchi ricorderanno che lo stesso Collina (il C.T. degli arbitri, se vogliamo indulgere in tale metafora) ha ricevuto avvisi di stampo malavitoso che hanno fatto già scattare rigorose misure a tutela della sua incolumità (Collina gira da alcuni mesi sotto scorta). E, più recentemente, un sosia dell'arbitro Bergonzi è stato letteralmente sequestrato e quasi malmenato. La punizione corporale non è andata a buon fine perché il tapino è riuscito a dimostrare (carta d'identità alla mano?) lo scambio di persona. Se al suo posto ci fosse stato l'originale?
Il diretto superiore di Collina, Cesare Gussoni, ha tuonato a lungo contro l'accanimento che l'opinione pubblica coltiva contro la categoria arbitrale: ha ricordato che le aggressioni all'arbitro, per ora pressoché impossibili nei campi del grande calcio, sono in eclatante costante aumento nei campetti del calcio amatoriale.
Resta il fatto che la qualità degli arbitri italiani è in netto preoccupante calo: due anni fa si era paventato che si trattasse anche di mala fede ed esplicita sudditanza psicologica, ma nella tempesta-Moggiopoli in realtà arbitri e dirigenti arbitrali sono emersi (alla fine) come più allocchi incapaci che furbetti del quartierino. Massimo De Santis ha pagato per tutti, i vertici dell'Associazione Italiana Arbitri sono stati rivoluzionati, e si è pensato di voltare pagina.
Ma gli errori continuano come prima. E qui vale la pena di ricordare il proverbio Preferisco i cattivi agli stupidi, perché i primi ogni tanto si riposano. Come dire che chi distorce artatamente il risultato di una partita per malvagità, potrà sempre ravvedersi, o in alternativa diventare talmente bravo da distorcere senza che i distorti se ne accorgano o senza che osino lamentarsi in modo troppo violento. Chi lo distorce per carenze tecniche, atletiche, di personalità, di diottrie resterà sempre incapace, spompato, smidollato o miope.
Gli arbitri di oggi, spesso, riescono a scontentare entrambe le squadre in campo; mostrano precisi limiti di personalità nel farsi strattonare, sbertucciare, spesso aggredire verbalmente dai giocatori o, viceversa, nel far scattare cartellini gialli a grappoli al primo accenno di lesa maestà senza fare altrettanto per entrate spaccagambe; danno un ascolto acritico ai guardalinee ben sapendo che, in caso di loro errore, potranno lavarsene le mani e scaricare sugli stessi la colpa.
In realtà, c'è nel ruolo dell'arbitro una valenza narcisistica incomprimibile: l'arbitro è il personaggio automaticamente più al centro dell'attenzione di tutti i 23 partecipanti. Gli altri 22 dovranno guadagnarsi visibilità con tiri imparabili, passaggi illuminanti, salvataggi sulla linea, interventi in acrobazia. In difetto di questo, la loro prestazione rischierà di passare inosservata. E in realtà esiste tutta una categoria di "onesti pedatori", come li avrebbe definiti Brera, che tutte le domeniche fanno il loro dovere in campo ma non stimolano le fantasie dei tifosi perché non hanno nel loro reportorio particolari numeri ad effetto. Fanno 60 passaggi di 3 metri tutti giusti, mentre il fantasista genio e sregolatezza ne fa 3 di 60 metri, uno lo manda in tribuna, con l'altro innesca un contropiede avversario, col terzo manda il centravanti in gol e viene giù lo stadio.
Nulla ci impedisce di pensare che, nell'epoca del look e dell'apparenza, un'epoca in cui essere ignoto è una specie di malattia infettiva, personaggi che mai e poi mai potrebbero diventare eroi della domenica col pallone tra i piedi riescono a diventarli con un fischietto tra le labbra. E questo spiegherebbe tante cose....
Io non credo che Fabrizio Corona "si sia fatto imbrogliare" accettando delle false banconote in pagamento di una serata, che poi poverino ha distrattamente cercato di piazzare in giro per l'Italia. Potrei dire che non ci credo per principio, per partito preso, a prescindere, perché Corona e quelli come lui mi fanno venire l'orticaria, perché Corona e quelli come lui rappresentano l'Italia che (purtroppo) esporta anche attraverso la sua ormai inguardabile televisione la sua immagine di faciloneria e arroganza.
Ma ci sono alcuni particolari che non quadrano:
Le cronache parlano di banconote talmente mal contraffatte da sembrare quasi quelle del Monopoli. Possibile che una lenza come lui non se ne sia accorto?
Un benzinaio racconta che Corona, nello spacciare un centone falso a una pompa di benzina, era rimasto col motore acceso (pirla anche il gestore che gli ha fatto ugualmente il pieno, cosa oltretutto pericolosa, e magari fosse scoccata una scintilla... ma queste cose capitano solo ai sottoproletari che ci lasciano la pelle per 1000 euro al mese...) per ingranare la marcia e sparire nella notte urlando "Mamma mi aspetta" come in una vecchia canzone di Vecchioni quando il benzinaio ha fatto capire di avere dei fondati dubbi sulla validità della valuta e sulla bancabilità della banconota...
Accostati da una vettura della Stradale, gli occupanti dell'auto si sono affrettati a gettare un mazzo di centoni falsi dal finestrino.
Chiesto e ottenuto un patteggiamento tramite processo per direttissima, Corona si è sorbito con disinvoltura una condanna a 18 mesi , ovviamente sospesa (quando lo vedremo sodomizzato da una intera ala di San Vittore, Dio mio, quando?). Il suo avvocato ha candidamente ammesso che "l'assoluzione sarebbe stata impossibile".
Patetiche le scuse del Fabri poco Fibra, "Uno che guadagna come me può sputtanarsi per 4000 euro di banconote false?". Credibile come il Berlusca quando dà ad intendere di essere sceso in campo per il bene degli Italiani... Non ci sono rampolli di famiglie altoborghesi che rubacchiano nei supermarket? Mariti di donne bellissime che vanno squallidamente a puttane? Bei ragazzotti che potrebbero avere se non tutte moltissime ragazze sforzandosi un po', che preferiscono di quando in quando provare il brivido di un po' di sana violenza carnale?
Insomma, Fabrizio, raccontala a quella ingenuona della Nina Moric che a quanto pare ancora ha voglia di difenderti!!!
Ho come la sensazione e il sospetto che in due partiti democratici in giro per il mondo la politica-spettacolo prevalga sugli interessi collettivi:
il Partito Democratico Statunitense sta tenendo l'opinione pubblica mondiale avvinta proponendo come futuri concorrenti per il posto che quella scimmia di presidente (efficace definizione di Sgalambro-Battiato) lascerà tra breve libero:
da una parte una ex-first lady pluricornuta che alterna momenti decisionisti da donna fallica a struggenti quadretti da Piccole Donne Crescono in cui si commuove e piange in diretta mondiale;
dall'altra un quarantenne di colore che però non è un afroamericano nel senso tecnico del termine (i suoi progenitori non sono arrivati in America nella stiva di un veliero) ma un africano tout-court (il babbo ha messo piede negli States con un normale volo di linea).
Entrambi hanno una valenza esplicitamente simbolica, significano in quanto membri di una "minoranza" e non per le loro (peraltro difficilmente rilevabili) doti politiche. Sono sicuramente degli ottimi comunicatori, e forse degli eccellenti gamblers che non sfigurerebbero ai tavolini di Las Vegas. Hillary ha perso le prime 12 primarie ma non si è mai smontata (grazie anche alla perfezione del suo lifting) e la sua perseveranza è stata premiata con le vittorie in Ohio, Rhode Island e Texas. A occhio e croce ne dovrebbero restare altre 35, ma in virtù di un meccanismo complicato come le regole del baseball sembra che si deciderà tutto nella convention di agosto. Barack, dal canto suo, sa benissimo che se lo dovessero eleggere presidente (o anche semplicemente se dovesse diventare il candidato democratico) sarebbe sotto il mirino di un numero incalcolabile di facinorosi (e negli USA spararsi addosso è facile come ai tempi dei cow-boy). Viene da dire: chi glielo fa fare? (Ah, già, la filosofia del gambling...).
Resta il fatto che nel frattempo Mc Cain, che avendo contro un avversario meno tosto di Hillary ha già vinto le primarie repubblicane per KO tecnico, ha sei mesi in più per preparare la campagna elettorale.
Nel nostro più modesto Stivale, il Partito Democratico si contrappone al Popolo delle Libertà (che candiderà veline e tronisti in quantità industriale) mettendo insieme superstiti di infortuni industriali, imprenditori pieni di improntitudine, abortisti antiabortisti e abortiti, diavoli e acquesante, cozze e capesante, pepponi e doncamilli, autoflagellanti e autoreggenti, opossum e opusdei, nostalgici del compromesso storico ed esegeti del fattore K, magistrati magistrali, cinefili cinofili e cinesi, insomma la versione elettorale di Domenica In, mantecare con cura, amalgamare, legare con due gocce di angostura, un'idea di aceto balsamico, un rudimento di Worcester Sauce e infornare a fuoco molto mammolto lento...
«Beato quel paese che non ha bisogno di eroi». (Bertolt Brecht).
Mi dispiace infinitamente, ma nell'ultima tragedia della sotto-occupazione (chiamarlo lavoro forse è un eufemismo esageratamente ipocrita) non riesco a vedere eroismo; vedo disperazione, desolazione, l'agghiacciante immagine di un'Italia rappezzata e approssimativa, dove ci si sottopone senza la minima protezione ad esalazioni tossiche che, secondo gli specialisti del ramo pronti a darsi opportuna visibilità mediatica, avrebbero richiesto non una semplice mascherina ma addirittura uno scafandro.
Lavoratori che rischiano la vita quotidianamente per un salario che li colloca brutalmente ben al di sotto della soglia di povertà; uomini che presumibilmente vivono quel lavoro senza gioia alcuna, ma come una cupa e assillante maledizione che li accompagnerà per tutta la vita, simili a personaggi pirandelliani (il Ciaula che lavorava proprio nelle miniere di zolfo fin da piccolissimo e che scopre la Luna quando è già grande) o kafkiani. Il triste tentativo di industrializzare il Sud che ha prodotto a suo tempo l'immondo carrozzone clientelare della Cassa del Mezzogiorno (fanta-aziende aperte per il tempo strettamente necessario a rastrellare denaro pubblico ed illudere centinaia di famiglie che speravano di trovare lavoro in loco senza dover andare a vivere nei fatiscenti quartieri-dormitorio per terroni di Torino e Milano, e chiuse subito dopo).
Proprio il giorno prima della ennesima tragedia, un giornalista scriveva (con stile epico ma senza esagerare) Il bollettino delle morti bianche sul lavoro è infinitamente e quotidianamente devastante.
Subito dopo la tragedia, Luciano Gallino (che non è un qualsiasi pennivendolo o giornalista di regime ma un professore di sociologia dell'Università di Torino) scrive uno splendido amarissimo articolo su Repubblica in cui spiega come e qualmente l'incidente fosse prevedibilissimo ed evitabilissimo (anzi verrebbe da citare il Manzoni e dire prevedibile prevedibilissimo, evitabile evitabilissimo come il messaggero di Don Rodrigo e del cugino Attilio bastonabile bastonabilissimo... Già, e qui chi merita le bastonate? Ancora non è chiaro...) e che qualunque addetto che nell'espletamento delle sue mansioni professionali si avvicini ad una cisterna che contiene materiali tossici dovrebbe essere:
adeguatamente preparato
adeguatamente attrezzato.
Ma quello dell'articolo di Gallino che più mi ha colpito è una frase buttata lì con (apparente?) noncuranza: nel descrivere la catena di soldarietà che ha portato prima l'autista della cisterna e poi il titolare della ditta a cercare di soccorrere l'operaio che si era sentito male (e a condividere la sua sorte), Gallino così si esprime: E' una nobiltà dell'agire umano che si riscontra soprattutto negli ambienti di lavoro - o nelle situazioni di guerra.
Direi che non c'è bisogno di aggiungere altro. Ecco cosa può significare oggi lavorare in Italia (e non solo al Sud, perché Marghera, Genova e Torino sono un po' più a nord di Molfetta).
Fra tante cose che ritardavano, o proprio non ne volevano sapere di arrivare (a titolo di esemplificazione, e in ordine sparso, potere d'acquisto, pienezza di rapporti, valorizzazione delle risorse possedute), almeno le stagioni si succedevano con esemplare regolarità. Il 1° marzo la primavera aveva fatto la sua comparsa nella Piccola Capitale con un eclatante sbalzo termico. Nel giro di due giorni i primi alberi avevano ritenuto opportuno fiorire e il torrente aveva di nuovo raggiunto una confortante portata mercè il repentino scioglimento dei ghiacciai appenninici.
L'inverno aveva peraltro abbandonato la scena da incazzato, infliggendo in zona Cesarini dure punizioni virali alla quasi totalità della popolazione (oltre alla più terrificante edizione del festival di Sanremo dell'intera era quaternaria), così che i primi tepori si festeggiavano con mille remore da convalescenti, incerti se scoprirsi e rischiare il refolo maligno o girare ancora dovutamente scafandrati e venire devastati da sudorini diurni che poi, in serata, alteravano in modo nefasto e nefando la termoregolazione infliggendo pleuriti, broncopolmoniti doppie e altre innominavili affezioni alle vie respiratorie.
Con la stessa inopinata rapidità dei fenomeni naturali, fiorivano a tradimento i tavolini dei bar sui marciapiedi che producevano avventurose perverse chicanes, per cui ti poteva capitare (camminando con la tua tipica andatura a testa bassa da incallito pensatore sartrian-leopardiano incline a un cupo sostanziale pessimismo) di franare su coppie di fidanzatini sbaciucchianti, turisti quasi sempre di madrelingua francese o amministratori delegati di note aziende cittadine pacificamente seduti laddove il giorno prima c'era solo un libero spazioso camminamento magari fondendo la tua camicia nuova col loro devastante gelato all'amarena (rovinando irreparabilmente entrambi).
In questi momenti, la propria faticosamente e dolorosamente riconquistata condizione di single (implicitamente sposato, o quanto meno convivente, col proprio lavoro che occupava la quota di maggioranza delle ore di veglia), tanto gloriosamente vissuta negli ultimi scampoli invernali, provocava occasionali momenti di scoramento mai superiori ai 2' 35", massimo 2' 36", ma comunque per loro natura di intollerabile peso specifico nella propria incomprimibile brevità. Allora il ciglio si inumidiva leggermente, immagini della propria ex (malignamente alterate verso una perfezione estetica ben maggiore della realtà) occupavano l'intera corteccia cerebrale scacciandone qualunque altro contenuto cognitivo, insomma l'effetto globale era quello di un petit mal epilettoide con parziale incoscienza e mancata risposta agli stimoli ambientali.
Sentendo passare i motorini truccati e le stentoree autoradio che si diffondono dai finestrini proditoriamente abbassati, ci si può ricordare che da bambini si era coltivato il sogno di fare il benzinaio.O pensare che molte impossibili rivoluzioni sono proprio decollate in primavera. O ricordarsi con struggimento una poesia imparata in seconda elementare che esordiva Viva marzo pazzerello, piedi nudi e un giupperello ma togliendosi la soddisfazione di capire finalmente cosa diavolo è il giupperello (un misero giubbetto usato nel tardo medioevo, rimasto vivo fino al XX secolo in un sempre meno usato detto andarsene scalzo e in giupperello, come dire che si è piuttosto male in arnese).
Avrebbero queste modificazioni climatiche innestato una opportuna meteorofilia dopo quattro mesi di plumbea incessante inarrestabile meteoropatia? Saperlo, saperlo....
Esattamente un anno fa prevedevo così il Sanremo 2008: non ci ho preso molto, ma non sarebbe stato tutto molto più divertente? N.d.A. Le interpuzioni in grassetto corsivo sono state aggiunte in data odierna. Buona lettura...
Approfittando di una mia remotissima parentela col bonghista dell'orchestra di Sanremo, il cui fratello adottivo è tra l'altro protagonista del nuovo pezzo di Elio e le Storie Tese Parco Sempione, ieri mi sono fiondato nella città dei fiori e, utilizzando metodi investigativi che fanno impallidire Carlo Lucarelli, ho raccolto una ghiotta messe di anticipazioni sul prossimo Sanremo. Le idee di Baudo sono piaciute molto a Fabrizio Del Noce, peccato che il portatore di tali idee gli piaccia molto di meno e quindi verrà freddato in una via di Catania con ventisei colpi di kalashnikov da un funzionario Rai travestito da picciotto. (Un tentativo in tal senso è effettivamente avvenuto, ma Pippo aveva una panciera Gibaud talmente spessa che il proiettile è tornato indietro a velocità raddoppiata freddando il sicario. Del Noce ha dovuto pagare il suo silenzio confermandolo obtorto collo, cndicio sine qua non, more uxorio, fiat lux, tu quoque Brute).
Bonolis non condurrà comunque Sanremo 2008 perchè ha già firmato il contratto per diventare uomo-immagine del suo intimo amico Mike Tyson. Del Noce chiamerà un gruppo di ex-giovani comici di area Zelig (mago Forrest, Maurizio Milani, Diego Parassole alias Pistolazzi, Geppi Cucciaro, Luciana Littizzetto e Debora Villa) con le voci fuori campo della Gialappa's, tornando in sostanza allo stile informal-cecchettiano degli anni 70-80 (Cecchetto, il più raccomandato di tutti, comunque c'era, più liftato di un lob di Pete Sampras e più rintronato di Keith Richards).
Ci saranno ancora palpeggiamenti di genitali ma questa volta al limite estremo dell'hard perchè avverranno tra individui di sesso diverso: Maurizio Milani con una alcolemia ormai fuori controllo tenterà di accoppiarsi prima con la Littizzetto, poi col mago Forrest e infine ci riuscirà con una telecamera abbandonata, fulminandosi peraltro in modo irreparabile l'attrezzatura da riproduzione. Geppi Cucciaro tirerà giù i calzoni a Forrest esponendone le pudenda in diretta eurovisiva fra la proclamazione del secondo classificato (Gianni Morandi con Non son degno di andare a cento all'ora) e del primo (Lucio Dalla con Dice che era un bell'uomo e invece si chiamava Rosanna). (Ma tra la Guaccero e Chiambretti non è ancora detto...).
Paolo Rossi tornerà con un altro inedito di Rino Gaetano (Roma reggaeme er moccolo stasera), ma sarà imitato da Daniele Luttazzi con un inedito di Ivan Graziani (Lugano canzone triste) e da Corrado Guzzanti con un inedito di Antonello Venditti nel frattempo deceduto per overdose di pajata purulenta (Lo stadio era vòto perchè nun ce staveno li tornelli).
Per par condicio ci sarà una canzone a favore della mafia, cantata dal duo Concetta Riina - Rosario Badalamenti, intitolata Qualcuno potrebbe farsi molto male che vincerà a mani basse la Sezione Nuove Proposte Indecenti dove concorrerà insiema a una canzone inneggiante agli ultrà (Siamo come siamo e non ci scassate la minchia in una sofferta interpretazione di Totuccio di Catania, clone perfetto di Nicola di Bari) e ad una a favore dell'inquinamento (L'odore del 2000, che sarà però squalificata essendo praticamente identica a una quasi omonima canzone di Dalla).
Il Dopo Festival comincerà alle 4.30 e sarà condotto per metà da Selen completamente nuda e, per gli ultimi venti minuti, consisterà in un reality-show sulle abluzioni mattutine di Luca Giurato.
Per un guasto collettivo ed inesplicabile dei telecomandi, lo share sarà del 100% per tutte le cinque serate. Purtroppo per la Rai le spie Mediaset hanno bloccato il tutto...
Qualche settimana fa vi avevo parlato della anomala presenza di un grande gruppo del beat inglese in gara a Sanremo 1966: non ospiti o super-ospiti, ma anonimamente in gara in mezzo a bobbisoli, edoardivianelli, milve, peppinigagliardi e gigliolecinquetti.
Qui sotto, i Led Zeppelin, subito dopo il concerto, leggermente segnati dalla brutta esperienza.
Qualcuno ricorderà che, cinque anni dopo, l'ingegno italico partorì un'altra mostruosità forse non inferiore: i Led Zeppelin sbrigativamente accorpati ad una tappa del Cantagiro 1971 al Vigorelli di Milano, che avrebbero dovuto suonare verso mezzanotte, dopo le esibizioni di tutti i divetti nostrani.
Chi sono i Led Zeppelin è presto detto: uno dei gruppi più importanti, carismatici e innovativi di tutta la ormai più che cinquantennale storia del rock. Solo i Beatles, i Rolling Stones e i Pink Floyd possono forse superarli come fama; ma il ruolo dei Led Zeppelin nel fare da cerniera tra l'hard rock di fine '60 e il progressive del decennio successivo è rimasto storicamente ineguagliabile.
Cos'era il Cantagiro richiederebbe un discorso un po' più lungo: era una stravagante sagra nazionalpopolare ante litteram, nell'ambito della quale una trentina di artisti (cantanti famosi, giovani promesse e complessi beat, come si chiamavano allora) percorrevano l'Italia pascendosi dell'ingenua idolatria che li circondava negli anni '60 (quando per un autografo di Mariolino Barberis o di Nico dei Gabbiani si poteva anche fare a botte), su macchine scoperte all'uso americano (Dallas era per fortuna lontanuccia alquanto), e la sera si esibivano in sempre diversi stadi, arene o assimilabili (vedi il Vigorelli di Milano, lo Sferisterio di Macerata, l'Arena di Verona, il Foro Boario di Ladispoli, il cortile di Lello Arena e così via).
Dice: ma che c'entravano i Led Zeppelin col Cantagiro? Meno degli Yardbirds con Sanremo... Appunto.
Quel 5 luglio 1971 il Vigorelli di Milano fu preso d'assalto dalla solita plètora di famigliole che voleva applaudire i Pooh, Gianni Morandi, Bobby Solo, Al Bano, Edoardo Vianello, dalla meno solita plètora di freakkettoni che volevano deliziarsi alle note del gruppo inglese, e dalla parzialmente abituale per i tempi aliquota di autoriduttori che pensavano a ragione o a torto che fossero se mai i divi del rock a dover gettare assegni in bianco ai sottoproletari che si degnavano di andarli ad ascoltare, altro che pagare esosi balzelli e illeciti corrispettivi per accedere ai concerti...
Fu preso d'assalto anche da circa 2000 agenti in tenuta antiguerriglia, debitamente terrorizzati dai loro superiori con slogans quali O voi o loro, Ricordatevi che quelli lì vogliono le vostre teste, e altre didascaliche facezie.
Alle 20.30 cominciò il consueto carosello di ugole nostrane. Come ricordato sopra, i Led Zeppelin avrebbero dovuto suonare alla fine della kermesse, ben dopo la mezzanotte. Ma viste le rimostranze poco urbane di chi non era arrivato fino a Milano per sentire Tanta voglia di lei, si decise di farli salire sul palco poco dopo le 22, quando di fatto un buon numero di autoriduttori stava ancora cercando di convincere le forze dell'ordine del proprio buon diritto di entrare gratis.
La bolgia diventò incontenibile, un gruppo di contestatori più scaltro e/o allenato riuscì ad intrufolarsi da un cancello momentaneamente incustodito, e la Polizia cercò di farli desistere lanciandogli contro dotazioni industriali di candelotti lacrimogeni.
Buona parte dei quali finì addosso agli incolpevoli e increduli Zep, che dapprima li scambiarono per fumogeni non in programma (Damn it all, Robbie, with your fucking craze for side effects molti sentirono distintamente Jimmy Page redarguire l'amico Robert Plant, che invano rivendicava la sua innocenza) e poi cominciarono molto umanamente a tossire e lacrimare.
Tutto il resto è diventato legganda urbana, mentre Robert Plant faceva il vocalizzo iniziale di Immigrant Song gli esplose un raudo sotto i piedi e se ne andò incazzato, stavano suonando Black dog, cazzodici che la dovevano ancora comporre, John Bonham pisciò in testa al vicequestore di Milano, Jimmy Page invitò alla calma in un italiano alla Oliver Hardy, Robert Plant spense il fumo a forza di soli polmoni...
Quel che è certo è che i Led Zeppelin non vennero mai più in Italia e il Cantagiro morì di lì a poco.
E la prossima volta vi racconterò di quando i Black Sabbath andarono al Disco per l'Estate....
E così, col definitivo infortunio di Ronaldo, il Milan deve rinunciare al Ka.Pa.Ro, il cui parallelo col Gre.No.Li è l'ennesima, e forse neanche tra le più gravi, scempiaggini compilate da Berlusconi.
Viene da pensare che l'ex-Fenomeno (però sempre fenomenale in sala da pranzo e in camera da letto, a quanto si sente in giro) sia stato assoldato dalla compagine ambrosiana o come mascotte, o come show-man (vedi l'inopinato cambiamento di look passato dalla rasatura assoluta ad una ipotesi di dreadlock) o come uomo-immagine, o come compagno di camera di Kakà che a Gilardino non era più tranquillo a mostrare le spalle, insomma tutto meno che calciatore.
Ma ora si pone l'angoscioso problema di quale sigla andrà a designare il nuovo tridente dello squadrone più titolato del Pianeta. Scartato a priori In.Ka.Pà che si presterebbe a lazzi, motteggi e cachinni tutte le volte che Inzaghi, Kakà e Pato dovessero cozzare contro le difese avversarie come moscerini contro un parabrezza, Berlusconi ha dato il suo placet a Pa.Gi.Ka che riecheggia la famosa Ma.Gi.Ca del Napoli '90 (che però quando a Giordano infortunato subentrava Carnevale diventava una meno seducente Ma.Ca.Ca).
Ghirardone presidente del Parma, sempre di basso profilo a parole ma di profilo spessissimo nei fatti (e non solo sul piano anatomico) non vuole essere da meno, e visto che ha il pallino degli attaccanti (ne ha comprati 18 e poi quel culanetto di Di Carlo glieli piazza quasi tutti laterali di centrocampo) ha solo l'imbarazzo della scelta. Una volta licenziato l'azzimato laziale e aasoldato un allenatore amante del calcio spettacolo, preferibilmente siciliano, gli imporrebbe di schierare il Lu.Bu.Co (sottinteso: u schieramentu difensivu de chidd'autri) alias Lucarelli Budan e Corradi dal primo al novantesimo, con i poveri Dessena e Cigarini costretti ogni volta a una finale olimpica della maratona per rappezzare a centrocampo. Mentre uno schieramento più equilibrato, con Gasbarroni finto centravanti alla Hidekguti verrebbe sintetizzato in un originale Bu.Ga.Lu che svecchierebbe l'immagine della squadra (tanto per cominciare, Back Off Boogaloo di Ringo Starr verrebbe suonata al posto della Marcia Trionfale di Verdi all'ingresso in campo delle squadre).
Ma in Sicilia non stanno con le mani in mano, e non potendo schierare un tridente vernacolare come a Parma, stanno studiando l'acquisto di Suazo per dar vita ad una Ama.Mi.Su con la complicità di Amauri e Miccoli, che potrebbe essere dedicato dai giocatori al proprio esigente pubblico, da Guidolin a Zamparini, da Zamparini alla sua giovane ed irrequieta moglie.
Estendendo l'analisi alle stagioni passate, stupisce che la Juventus, avendo avuto a disposizione Baggio, Ravanelli e Vialli, non abbia mai concepito l'ovvia sigla Ba.Ra.Vi. Vai a capire perchè....
Alla fine il Cavaliere dispone direttamente di tre televisioni, e può piazzare a direttori dei TG dei suoi fedelissimi umettatori sfinterici (mentre l'unico giornalista degno di questo nome va in onda all'ora delle streghe)...
Alla fine il Cavaliere controlla in modo tutt'altro che indiretto altre due televisioni il cui CdA è rimasto lo stesso di due anni fa...
Alla fine il Cavaliere può influenzare e ricattare anche le due televisioni a diffusione nazionale minimamente indipendenti (una delle quali, fra l'altro, per dimostrare la sua indipendenza attacca sempre e comunque la maggioranza governativa)...
Alla fine il Cavaliere dispone di una buona fetta di stampa sulla quale troneggiano titoli che ricordano quelli della pubblicistica fascista contro la Perfida Albione...
Alla fine il Cavaliere non ha mai insegnato non dico alla London School of Economics ma neanche al Ginnasio Liceo di Parabiago, ma buca il viceo molto più di Prodi...
Alla fine il Cavaliere non ha mai provato a fare il sindaco di Roma, molto più difficile da dirigere di Mediaset, ma la sua aria da zio bonario e accomodante rassicura la casalinga di Voghera, la dattilografa di Pescasseroli, la bidella di Oristano, la commessa di Galatina...
eppure a ogni sondaggio il Kennedy dei poveri Walterì Veltroni recupera qualche spicciolo di punto, qualche briciola di percentuale, qualche scampolo di pronostico, qualche inezia di svantaggio.
In un sistema politico bruscamente passato dallo stalinstatalismo da scudo crociato ad una nevrotica alternanza in cui chiunque va su verrà cacciato a furor di popolo alle elezioni successive, in cui i partiti nascono per germinazione spontanea nottetempo o per attacchi diarroici nell'espace d'un matin, il mostro del PD (un cinefilo come Veltroni non ha mai fatto associazioni col pesce-mostro del finale della Dolce Vita?) si erge come una complessa e per ora inestricabile singolarità spazio-temporale. Auto-citandomi con spudorata protervia, il 2 maggio 2007 affermavo: "Il partito democratico sta già facendo scuola, e gli emuli di Togliatti e Berlinguer scopriranno presto (ma ahimè troppo tardi per tornare indietro) quanto sa di sale lo pane altrui e quanto è duro cale lo scendere e salir per l'altrui scale. Quando una ideologia che si alimenta di dubbio si sposa con un'ideologia che si alimenta di dogmi, certezze, misteri della fede, segreti militari, adorazioni del bambinello, quale delle due ha più da rimetterci?".
Dopo Dick (come diceva il misconosciuto funambolo del lessico Nino Frassica in Indietro Tutta) che dire e che fare? Riconoscere a Veltroni un senso tattico-strategico superiore alla media contenendo i conati di vomito? Stigmatizzare l'ammucchiata criptocentrista senza riuscire a nascondere una sana ammirazione per questo italo-sloveno che unisce la creatività capitolina con un temperamento potenzialmente slavo, pur se talvolta quasi un po' slavato? Chiosare con Bonaiuti che Veltroni ha copiato il Cavaliere proprio quando l'Originale cerca di uscire dal personaggio (bellissima la meta-battuta Non voglio più fare il caimano) ? Affidare il proprio voto del 13 aprile ad una smazzata di carte come faceva il grande Gianni Brera nella sua tecnomanzia per prevedere, anzi divinare, l'assegnazione dello scudetto? Turarsi il naso e votare PD? Stracciare la tessera elettorale con la scusa che il bidone del rudo più vicino a casa mia è a ben 215 metri in linea d'aria, ma con la Parma e il Baganza in mezzo?
Non ci è dato saperlo... Alla fine aver incluso la Bonino ed escluso De Mita sembrerebbe un atto di buona volontà e lungimiranza necessario e sufficiente per impetrarsi quanto meno la nostra benevolenza... Ma non abbassiamo la guardia...
Adesso il suo nuovo, precario, appartamento lo aveva riavvicinato ai luoghi della sua città che più amava. Adesso viveva e dormiva a poche centinaia di metri da Via D'Azeglio che per lui alla fine riassumeva e campionava la città intera. Sarebbe durata poco, perché il padrone di casa era un incrocio tra un agente Vodafone e un boss della Sacra Corona Unita, e lui stava già cercando casa altrove, per trovarla magari nella più sordida e sperduta periferia, ma finché durava tutto andava bene...
Via D'Azeglio era quanto di più vicino a un utero materno che lui potesse immaginare. Ogni angolo, ogni pietra, ogni locale, ogni vetrina, ogni scorcio, ogni passante, ogni refolo di vento, ogni millimetro quadrato, ogni voce, ogni odore, ogni sensazione cinestesica andando in bicicletta sul suo risorgimentale pavè, gli raccontava una miriade di storie. E le storie si scomponevano per riaggregarsi come lui mai si sarebbe sognato di raccontarle. Questa intera creazione era essenzialmente soggettiva, e il sogno era il teatro dove il sognatore è allo stesso tempo la scena, l'attore, il suggeritore, il direttore di scena, il manager, l'autore, il pubblico e il critico. Ma questo era possibile solo in quel preciso spicchio di città e non altrove.
Era solo lì che l'amore ancestrale e irrazionale per la sua Città diventava culto. E si abbandonava nelle sue atmosfere come si sarebbe abbandonato nelle mani di una navigata amante.
Di quando in quando lo raggiungevano amare folate di una illusoria e mendace felicità provata con una donna curiosamente capovolta e irresolutamente indecisa, che lui si ostinava a portare lì sperando che l'aria balsamica dell'Oltretorrente cancellasse il mefitico odore della Cittadella nei pressi della quale lei abitava con la sua madre vecchia e malata (diceva lei per minimizzare la dissonanza cognitiva). E lei ci si lasciava docilmente portare, salvo poi negare che tutto fosse dipeso da una sua spontanea adesione, accampando come cause le di lui preclare doti ipnotico-manipolatorie.
Solo parzialmente lo confortava l'ormai quasi estinto e irreale ricordo di un dolcissimo massaggio shiatsu allo stesso medesimo tavolo dove la Donna Capovolta aveva più volte massaggiato le sue meningi con irrisolti sofismi, insieme alla nostalgia e al rimpianto di un bacio che non era riuscito a dare e a chiedere.
Eppure quella sera Via D'Azeglio era lì, in posizione ginecologica pronta a farsi penetrare. Ma sarebbe arrivata l'erezione giusta?
Sul tema della fede lasciamo volentieri la parola a Giorgio Gaber, che all'inizio degli anni '80, nello spettacolo Anni affollati, si produsse in questo lucido disperato grido di laicissima religiosità:
Ma la Storia lasciò l’uomo al numero 1981, e l’uomo come congelato non intravedeva il suo destino. Non era il capolinea, qualcosa doveva accadere: lo suggeriva una fede spontanea che non era ancora il tempo di morire.
Il vecchio saggio e il bimbo appena nato guardavano la notte, dove il caso è in agguato.
E la notte lasciava intravedere la notte, col trucco metafisico e scioccante che le è proprio: le cose che riuscivano a stupire il bimbo e il vecchio. Come ad esempio su di un cielo eterno un grattacielo illuminato di pistacchio.
Il vecchio saggio e il bimbo tra le braccia della mamma di fronte a quella strana meraviglia rinnovarono il dilemma: se quelle cose colorate e straordinarie sarebbero col tempo diventate (se a Dio fosse piaciuto) necessarie.
Ma di una cosa siamo certi: che i loro occhi vedevano (non so se con fiducia o senza scampo) quell’enorme assurdità che è il tempo.
Signore Iddio, non so se faccia bene o faccia male assistere ogni tanto al tuo definitivo e ricorrente funerale.
Questa volta c’era poca gente, troppo poca gente di cardinali e papi non se ne son visti; del resto i tuoi ministri sono troppo effettuali , a noi piaceva immaginarli un po’ più metafisici e mentali; a noi che siamo i più ultimi fedeli, ma a scanso di fraintesi (non faccio il polemista per mestiere) cerco solo di capire, di capire come fa la gente a vivere contenta senza la forza vitale di una spinta; di capire come fa la gente che vive senza correr dietro a niente.
È vero, sono un po’ anarcoide e pieno di livore ma in questo mondo troppo sazio di analisi brillanti e di torpore ci sarà pure un po’ di spazio per chi si vuole sputtanare; perché piuttosto che giocare con le più acute e raffinate astuzie del cervello è meglio ricoprirsi di merda fino al collo e tirar fuori la rabbia spudorata di chi è stupido ma crede e urla il suo bisogno disperato di una fede.
Perché Dio c’è ancora. Dio c’è ancora, io insisto. Dio c’è ancora, altrimenti non esisto.
È un Dio inconsueto, che non ha niente di assoluto. E' un Dio che non conosce il bene e il male, figuriamoci il sociale; è un Dio severo che con magica ironia ci diede insieme il falso e il vero; è un Dio inventato, senza altari né vangeli ma è l’unica mia spinta in questo mondo di infedeli.
Signore Iddio, non so se faccia bene o faccia male assistere ogni tanto al tuo definitivo e ricorrente funerale.
C’era poca gente appunto troppo poca gente e rimpiangevo le piccole sapienze che ogni trapasso lascia e poi non resta niente. E mi veniva il mente quando si credeva come dei bambini e insieme a tre ragazzi finiti male si livellava destini. Ma come fate ora a vivere e a morire senza qualcosa da inseguire ma come fate a viver tra la gente con l’anima neutrale e indifferente.
È vero, si perde un po’ il pudore a riparlare di morale però mi fa un po’ schifo saltellare dal fanatismo più feroce all’abbandono più totale e praticare nei salotti la tecnica furbastra di fare a gara chi è più a destra.
In confronto a questi ironici infedeli senza il minimo spessore è molto meglio la mancanza più assoluta di pudore; in confronto allo snobismo dei guardoni distaccati e intelligenti è molto meglio persino la retorica dei vecchi sentimenti è molto meglio l’urlo disperato di un coglione che muore e che ha bisogno di una nuova religione.
Perché Dio c’è ancora, Dio c’è ancora, io insisto Dio c’è ancora, altrimenti io non esisto.
È un Dio incostante che non ha mai fermato niente è un Dio che si rincorre senza scampo è l’immagine del tempo. È un Dio un po’ strano che ci insegna la follia di ribaltare sempre il piano è un Dio ancestrale che è l’essenza del pensiero la forza naturale che mi spinge verso il vero.
Signore Iddio, non so se è irriverente o se è normale dover ricominciare dal tuo definitivo e ricorrente funerale.
Ai cultori di Gaber non sfuggirà che questa canzone è di pochissimo successiva alla ben più rabbiosa, provocatoria, iconoclasta Io se fossi Dio. Come a dire Purtroppo o per fortuna NON SONO DIO ma mi piacerebbe che qualcuno o qualcosa si assumesse questa gravosa responsabilità al posto mio.
Stiamo veramente diventando una teocrazia subdola e incontrollata.
Famiglia Cristiana e don Nicolò Anselmi, che non sa neanche lui particolarmente bene che diavolo di ruolo ricopra, si scagliano contro produttore, regista, attori, soggettisti, sceneggiatori, operatori, carrellisti, moviolisti, addetti al catering, costumisti, trovarobe, scenografi, del film Caos calmo. Intollerabile per loro, e contraria al comune senso del pudore, e quindi ipso facto nociva agli equilibri affettivo-emozionali-didattico-pedagogici delle nuove generazioni, la scena di sesso fra Nanni Moretti e Isabella Ferrari.
Ora, a parte che se la memoria non mi inganna l'astuto Nanni succhiava già un capezzolo alla Laura Morante nel suo La stanza del figlio e quindi dimostra di essere quanto meno un cinquantenne ben conservato, la proposta del prode Anselmi è quasi allo stesso livello parodistico di quella del capogiurista dell'università di Al-Azhar Attia Izzat (che ovviamente si muove in area cultural-filosofica islamica piuttosto che cristiana, ma si sa che la globalizzazione ormai fa miracoli....) il quale sosteneva che un uomo e una donna non legati da vincoli di parentela possano restare nella stessa stanza solo dopo che la pulzella lo abbia allattato così da creare ipso facto il tabù dell'incesto. Anselmi dal canto suo propone l'obiezione di coscienza per gli attori a cui qualche regista sporcaccione proponga scene troppo spinte.
Immaginiamo miriadi di Debore Caprioglio che da domani abbandoneranno il set urlacchiando Faccio obiezione, nuguli di Alessandri Gassman che schiaffeggeranno il regista che proporrà loro baci troppo appassionati (tali per cui la legittima partner li sbatterà giù dalla macchina al freddo e al gelo), torme di Vanesse Incontrada che piuttosto che far vedere una tetta mangeranno per due giorni esclusivamente pajata scaduta.
Ma forse ancora più grottesca l'idea della sessualità che ha il poco machiavellico Nicolò: riporto verbatim: Sarebbe bene che professionisti seri come Moretti e la Ferrari rifiutino in futuro di prestarsi a "girare scene erotiche volgari e distruttive".
"Da un bravo regista e coraggioso idealista come Moretti e da un volto sensibile e delicato come la Ferrari mi sarei aspettato una scena romantica, soffusa, tenera, magari un momento d'amore aperto alla vita, ad un figlio". Direi che siamo in pieno '600.
"I due attori fanno l'amore in piedi, vestiti, senza guardarsi in faccia: capisco che la scena vada letta e inserita nel contesto del film, ma confesso che anch'io sono rimasto stupito e disturbato. Molte persone osservano che i consacrati non possono e non devono parlare di sessualità corporea perchè non la vivono. Mi sento di poter dire che noi la conosciamo e la stimiamo così bella e importante che ogni giorno la offriamo sull'altare, doniamo a Dio ed alla nostra comunità il nostro celibato, con fatica e con gioia. Per questo preghiamo per chi svaluta questi gesti". L'offerta del vostro celibato è una scelta nobilissima, peccato che porti una enorme aliquota di sacerdoti a conflitti interiori che ne minano l'affidabilità e la dirittura morale. Vogliamo parlare ancora della piaga dei sacerdoti pedofili?
"Sono convinto che gli attori, gli uomini di spettacolo abbiano un grande impatto culturale e quindi una grande responsabilità educativa verso i giovani. Spesso sono i più deboli, i più poveri culturalmente ad essere segnati da questi cattivi insegnamenti e vengono travolti da fantasie erotiche che diventano dipendenza e sfociano nella violenza". I più violenti e patologici sono quelli che vivono frustrazioni, blocchi e traumi nella sfera della sessualità, rispetto ai quali qualche scenetta moderatamente erotica del cinema conta ben poco....
"Ecco dunque che sarebbe bello che qualcuno di questi professionisti facesse obiezione di coscienza e si rifiutasse di girare scene erotiche volgari e distruttive. Caro Nanni e cara Isabella - conclude don Anselmi - contiamo sulla vostra passione educativa".
Dio ci salvi da un Dio che discrimina peggio di Calderoli tra un popolo eletto che ha il diritto, se vuole, di andare a blaterare e delirare in diretta in nome suo e per suo conto e un popolo di scacciati miscredenti che è meglio che cominci a scottarsi un po' tutti i giorni così arriverà alla dannazione infernale già atleticamente preparato;
Dio ci salvi da un Dio i cui fedeli sono tutti belli, abbronzati, mechati/e, freschi di dentista e intimi amici di dodici stilisti mentre gli scacciati miscredenti di cui sopra sono brutti, storti, soffrono di alitosi e di psoriasi, i più avvenenti sembrano ET dopo essere finito sotto un TIR e comunque vestono tutti con stile coatto-compulsory (il contrario di casual);
Dio ci salvi da un Dio che si lascia immaginare con la faccia di Emilio Fede, la prosopopea di Alberto Bevilacqua, il senso dell'umorismo di Luca Giurato e l'intelligenza del Professor Zichichi;
Dio ci salvi da un Dio che "Ma che cosa è andato a dire quel capellone di mio figlio sui ricchi e la cruna dell'ago? Vero niente, ragazzi... Vero niente.";
Dio ci salvi da un Dio che si è lasciato coinvolgere in migliaia di crociate, guerre sante, devastazioni, saccheggi, ruberie, spudorati lussi vaticani e altrettanto spudorate distrazioni di fondi che dovevano andare in beneficenza e invece hanno ribeneficiato chi avrebbe dovuto beneficiare gli altri... e tutto questo senza mai scagliare non dico una sana folgore ma almeno un tonante colpo di tosse per segnalare la sua solenne dissociazione;
Dio ci salvi da un Dio che le classi dominanti usano da millenni per giustificare sperequazioni sociali, ingiustizie planetarie, squilibri socioeconomici che gridano vendetta;
Dio ci salvi da un Dio talmente banale e noioso da avere il diritto e il dovere di non riconoscersi in lui;
Dio si scanti e cominci a costruire un Ordine Professionale di coloro che realmente possono parlare a nome suo, dica la sua sul celibato dei sacerdoti, sulla necessità di un Papa e ricordi a tutti che la satira non è il male dell'umanità.
Redigendo il mio post precedente sulle mirabilie del '68, e lasciandomi andare come di consueto alle libere associazioni che mi fanno andare spesso e volentieri se non fuori tema ai limiti estremi del tema suddetto, non ho potuto non ricordare che il gruppo cult dei Led Zeppelin (dah-dah dadadah dah dah dah dah dah dah dah-dah dadadah, si è capito che è il riff iniziale di Whole Lotta Love? No eh?) è nato proprio nel '68 sulle ceneri degli Yardbirds, a sua volta gruppo cult degli anni '60, nel quale hanno suonato in sequenza Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page.
E il ricordo si è spinto fino a rammentare il punto più basso della carriera del gruppo, la partecipazione al Festival di Sanremo del 1966. Peraltro pochi mesi dopo toccarono il punto più alto della loro carriera venendo assoldati da Michelangelo Antonioni nel suo Blow Up come eloquente simbolo della Swingin' London di quegli anni, per cui l'annata si concluse con un sostanziale pareggio.
Va detto che in quell'anno il patron del Festival, l'estroso chiaravallese Gianni Ravera, aveva tentato una modesta apertura in direzione giovanilistica, inicisivamente sintetizzata da Mike Bongiorno con la frase "Quest'anno a Sanremo avremo molti capelloni...", in realtà gli unici capelli fuori ordinanza erano quelli dell'Equipe 84, degli angloromaneschi Renegades, dei Ribelli e, appunto, degli Yardbirds. Completavano il quadro della presunta rivoluzione beat Caterina Caselli col massimo di anticonformismo possibile per quei tempi (è chiaro che lei l'aveva data via ad un altro e lui poteva troncare il fidanzamento ma, vivaddio, Nessuno mi può giudicare!!!), i primi vagiti ecologisti del Molleggiato (sbattuto fuori alla prima serata e oggi Via Gluck è quasi centro storico) e lo stile alla James Brown di un giovane Dalla.
Chi arrivava da Londra conoscendo poco o nulla dell'Italia doveva restare attonito di fronte a questi aneliti nazionalpopolari e ad un clima perennemente sopra le righe (storica la frase di Shel dei Rokes alla sua prima esperienza a Sanremo, Quante litigazioni qui...).
Nella kermesse canora della città dei fiori l'arrivo di star di oltremanica e oltreoceano non era mai stata una novità. Negli anni più recenti si ricordano gli arrivi di Eminem che snobba le domande della Carrà, e prima ancora di Madonna che viene magistralmente snobbata da Raimondo Vianello con un Thank you very "match" alla Alberto Sordi, per non parlare della battuta forse inopportuna di Bonolis a Mike Tyson Lei è una bella persona, ma non divaghiamo parlando di pugili...
Negli anni tra il 1964 e il 1969 i big stranieri arrivavano non come ospiti ma come concorrenti in gara, e a quel tempo vigevano gli accoppiamenti (nel senso casto del termine), i più strani e incredibili: chi non ricorda gli Hollies di Graham Nash in coppia con Mino Reitano (vabbè, a quel tempo in mancanza di David Crosby ci si doveva accontentare...), Dionne Warwick e Peppino di Capri, Nico Fidenco e Cher con una canzone che verrà incisa anche dai Nomadi ma con un arrangiamento un po' meno sanremese, il sartriano Gino Paoli fresco di tentato suicidio con l'attore di spaghetti-western Antonio Prieto, il divo del rock Gene Pitney che si accoppia praticamente con tutti, da Caterina Caselli a Little Tony, da Fausto Cigliano a Nicola di Bari, da Iva Zanicchi a Gianni Pettenati, il soulman Brenton Wood con la bellissima ma non proprio dotata di swing Rosanna Fratello, Gian Pieretti che plagia addirittura un pezzo di Bob Dylan e lo vorrebbe come partner a Sanremo ma deve accontentarsi di Antoine (e meno male...).
Anche tra cantanti italiani ci sono delle ibridazioni da codice penale, tipo Mal in coppia con Luciano Tajoli, il romantico veneziano Pino Donaggio con il sanguigno trasteverino Claudio Villa, Ornella Vanoni che si deve imbottire di neurolettici prima di cantare in coppia con Orietta Berti, i New Trolls con Sergio Endrigo. In altri casi resta agli annali e alla storia della musica una sola delle due versioni (chi ricorda Mario Zelinotti che canta Cuore matto o l'Equipe 84 alle prese con 4 marzo 1943?)
Ma c'erano partnership appena più decorose (Fausto Leali non sfigura rispetto a Wilson Pickett mentre sull'accoppiata Battisti-Pickett dell'anno dopo pesa la notoria idiosincrasia di Lucio alle esibizioni live, vedere per credere, così come Lara Saint Paul raffinata jazzista non fa vergognare il grande Louis Armstrong, mentre Gabriella Ferri e Stevie Wonder se la giocano a pari e dispari per decidere chi ci entrasse di meno con la manifestazione).
Negli anni 70 scompaiono di colpo i concorrenti stranieri e il sistema degli abbinamenti, che ha però un pittoresco sequel negli anni 90, quando Ray Charles subirà il più grosso affronto razzista della sua lunga carriera venendo abbinato a Toto Cutugno (ma Gloria Gaynor con Gianni Bella non è che se la passi molto meglio). Phil Manzanera passa imperturbabile dai Roxy Music di Bryan Ferry e Brian Eno ad Eduardo de Crescenzo.
Ma l'immagine del gruppo di Jeff Beck (e forse di Jimmy Page che nel gennaio 1966 dovrebbe già essere entrato nel gruppo in qualità di bassista) che viene presentato dal Mike come I gallinacci (traduzione esageratamente alla lettera del loro nome) e che deve suonare con degli amplificatori a volume sonoro bassissimo è decisamente indecorosa. Non esistono più testimonianze sonore della loro performance, almeno non su Internet, allego comunque una loro esibizione proprio del 1966 e immaginateli ora a suonare prima di Edoardo Vianello o Peppino Gagliardi ma vorrei sentirli alle prese non tanto con la Paff... bum doppiata da Lucio Dalla ma con la melensa Questa volta di Bobby Solo dal minimalistico testo (Lo so, non mi credi perché sai che potrei, io potrei dimenticarmi anche di te. Però questa volta non sarà più così e vedrai che questa volta non finirà. Mai, dico mai io ti lascerò mai, dico mai io finirò di amarti. Lo so, non mi credi ma vedrai, tu vedrai, io so già che questa volta non finirà) al confronto del quale il testo della canzone vincente Dio come ti amo sembra scritto da Neruda.
40 anni fa in tutto il mondo stavano succedendo cose che avrebbero rivoluzionato in modo irreversibile i costumi, i valori, la morale, la famiglia, la musica, il modo di vestire, la sessualità, i rapporti uomo-donna, l'economia, la sociologia, la psicologia, l'astrologia, la gastronomia, la culinaria, il cinema, il teatro, le città, la campagna, il mare, la montagna, i laghi, la storia, la geografia, l'economia domestica e le applicazioni tecniche, il taglio di capelli, l'odontoiatria, la pedagogia, la puericultura, la pediatria, la politica, la cultura, l'architettura, l'urbanistica, la letteratura e una infinità di altre cose.
Per onorare quell'anno epocale e straordinario ho in mente un post (questo che state leggendo) che crescerà nel tempo come il Duomo di Milano, come la spocchia di Berlusconi, come l'involuzione tecnico-tattica degli schemi del Parma.
Al confronto di quelle epiche e cristalline tempeste, francamente, il 2008 sembra uno stagnante laghetto di purulento liquame.
Oggi quasi nessuno confonde più il 68 con un numero della tombola, cosa che succede puntualmente col 48, il 77, il 29, per non parlare del 15-18 che sembra l'orario pomeridiano della palestra o un turno al Centro Lubiana per disabili gravi.
Tutti sanno, o credono di sapere, che cosa è successo in quei formidabili 12 mesi. In realtà, tutta la seconda metà degli anni '60 è stata percorsa da forti moti di ribellione. Non vere e proprie rivoluzioni, qualche colpo di stato tentato qua e là e solo uno riuscito, quello dei colonnelli greci che salvarono la culla della civiltà occidentale dal comunismo (o così sostennero), la nascita del movimento femminista moderno che si può far coincidere con la fondazione del NOW (National Organization for Women) nel 1966; mentre le evocative parole I have a dream che segnarono la prima tappa del riscatto afroamericano furono pronunciate già nel 1963. Il movimento gay invece emise i suoi primi vagiti nel '69, forse per agevolare spiritosamente battute di dubbio gusto. Alberto Guevara vagabondava nel frattempo dovunque ci fosse una boscaglia, di qua o di là dell'Atlantico, convinto che la sua utopia potesse avverarsi.
Ma nel 1968 successero troppe cose per considerarlo un anno qualsiasi. Fu anzi la prima, e forse unica, volta nella storia che si menzionò un anno non per qualcosa di preciso e specifico (1492 scoperta dell'America, 1789 presa della Bastiglia, 1917 rivoluzione russa, 1922 marcia su Roma e così via) ma per una rete fitta e complessa di fatti strutturalmente irripetibile.
A marzo successe qualcosa che lascerei spiegare al cantautore Paolo Pietrangeli: Piazza di Spagna splendida giornata/ traffico lento la città ingorgata/ e quanta gente quanta che ce n'era/cartelli in alto tutti si gridava/ "No alla scuola dei padroni/via il governo dimissioni" E mi guardavi tu con occhi stanchi/mentr'eravamo ancora lì davanti/ ma se i sorrisi tuoi sembrava spenti/ c'erano cose certo più importanti/ "No alla scuola dei padroni/ via il governo dimissioni" Undici e un quarto avanti a Architettura/ non c'era ancor ragion di aver paura/ ed eravamo veramente in tanti/ e i poliziotti in faccia agli studenti/ "No alla scuola dei padroni/ via il governo dimissioni" Hanno impugnato i manganelli/ ed han picchiato come fanno sempre loro/ e all'improvviso è poi successo/ un fatto nuovo un fatto nuovo un fatto nuovo/ non siam scappati più/ non siam scappati più Il primo marzo sì me lo rammento/ saremo stati mille e cinquecento/ e caricava giù la polizia/ ma gli studenti la caccia van via/ "No alla scuola dei padroni/ via il governo dimissioni" E mi guardavi tu con occhi stanchi/ ma c'eran cose certo più importanti/ -Ma qui che fai ma vattene un po'/ via non vedi arriva giù la polizia-/ "No alla scuola dei padroni/ via il governo dimissioni" Le camionette i celerini/ ci hanno dispersi presi in molti e poi picchiati/ ma sia ben chiaro che si sapeva/ che non è vero che non è finita là/ non siam scappati più/ non siam scappati più Il primo marzo sì me lo rammento/ saremo stati mille e cinquecento/ e caricava giù la polizia/ ma gli studenti la cacciavan via/ "No alla scuola dei padroni/ via il governo dimissioni".
In realtà era successo qualcosa di simile un anno prima a Pisa e a Trento, ma quando la polizia aveva chiesto con modalità garbatamente brusche di sgomberare l'Università, gli occupanti non avevano opposto resistenza, e la cosa era finita lì, un curioso aneddoto storico privo di esiti pragmatici.
Sempre a marzo nacquero i primi Comitati di Base alla Pirelli di Milano. Ma la fase più dura della lotta operaia si verificherà quasi due anni dopo.
Ad aprile vennero presi a pistolettate Martin Luther King e Rudi Dutschke. Il primo morì subito, il secondo restò offeso ma non abbastanza da esimersi dal diventare uno dei creatori del movimento ambientalista.
Sempre ad aprile gli operai della Marzotto in sciopero abbatterono la statua del Conte Marzotto, lanciando un'idea che verrà ripresa 35 anni dopo a Teheran con le effigi di Saddam Hussein.
Nella notte tra il 27 e il 28 aprile a Genova succedono due fatti straordinari: Fabrizio de Andrè e Paolo Villaggio ubriachi fradici orinano nella fioriera antistante la Questura ma vengono intercettati da una pattuglia e passano una nottata in guardina. Da lì Villaggio inventerà il personaggio di Fantozzi, mentre De Andrè trarrà ispirazione per La Ballata del Michè. E poche ore prima, più o meno mentre i nostri eroi stavano alterando il proprio tasso alcolico in una bettola di Via Prè, ha il suo primo impatto col mondo la nostra amica Miss Palestra. Tutto questo sempre per la precisione. Durante l'anno nasceranno anche personaggi ovviamente non minimamente paragonabili alla Nostra, quali la anchor-woman Monica Vanali, Cèline Dion, Thomas Strunz famoso per la feroce invettiva che gli lanciò contro il mitico Giuanin Trapattoni, Kylie Minogue (la tappetta più bella dell'emisfero australe), Paolo Maldini, Maria Grazia Cucinotta, il pilota Mika Hakkinen, Maurizio Ganz (el segna semper lù), il pittoresco cabarettista genovese Enrique Balbontin ma soprattutto Capitan Ventosa.
Lasciano invece questa valle di lacrime Martin Luther King, Robert Kennedy, Salvatore Quasimodo, Padre Pio, Vittorio Pozzo (CT dei preistorici, e un po' di regime, successi calcistici dell'Italia tra il 1934 e il 1938, due Mondiali e un'Olimpiade) e la pro-zia Anita di Loreto.
A maggio ci fu il maggio francese.
A giugno il senatore Robert Kennedy, che stava contendendo a Nixon la carica di presidente degli Stati Uniti, venne assassinato. E Tricky Dicky vinse a mani basse su Lyndon Baines Johnson (ne ricordiamo bene il nome per esteso perché il mitico Ruggero Orlando amava recitarlo interamente).
In Cecoslovacchia venne tentata una perestrojka un po' troppo avanti coi tempi che l'Orso Rosso represse con modalità piuttosto decise.
In Messico, dove avrebbero avuto luogo le Olimpiadi, si succedettero dimostrazioni reiterate contro la repressione in atto nel Paese, che ottennero una grande attenzione da parte dei media. Pochi giorni prima dello svolgimento dei Giochi la polizia messicana represse una manifestazione studentesca non limitandosi all'uso di lacrimogeni ad altezza d'uomo, manganelli impugnati al contrario e proiettili di gomma come ogni polizia che si rispetti, ma ritenne opportuno prendere i dimostranti a mitragliate. Le cronache inizialmente sono sommarie e forse un po' pilotate, ma 40 anni dopo si può parlare di 8.000 militari impegnati, 15.000 proiettili sparati, un migliaio di feriti e almeno 150 morti. Come strage in tempo di pace compiuta da non-terroristi (o non presunti tali) è seconda solo al massacro di Amritsar compiuto dall'esercito inglese nel 1919. Durante le Olimpiadi, diversi atleti statunitensi di colore vincitori di medaglie si rifiuteranno con ammirabile coerenza di omaggiare lo Zio Sam.
In Italia vengono contestati tutti i templi della cultura "borghese", dalla Scala alla Bussola, dal festival del cinema di Venezia a Sanremo l'anno successivo. All'estero invece si bada più alla sostanza e meno alla presenza delle telecamere.
Sempre in Italia, non troppo casualmente, nasce l'Associazione Italiana Calciatori che nei decenni li farà evolvere da schiavetti idioti a trombatori di veline. Nel frattempo, ma non credo che fra i due fatti vi sia correlazione alcuna, la nostra Nazionale di calcio (dopo più di vent'anni di oceaniche disfatte e vergognose estromissioni dalle competizioni internazionali) vince gli Europei. Al timone, dopo il geniale ma pavido Mondino Fabbri (che si narra fosse colto da due giorni di implacabile dissenteria non appena sbarcò in Inghilterra per i mondiali 1966, tanto da dichiarare tremebondo ai Ghiretti Brera Zanetti Barendson Pigna opportunamente schierati Adesso siamo in guerra!!!) siede il tetragono laconico a volte perfino ossimorico Ferruccio Valcareggi. Ferruccio raggiunge le semifinali liberandosi di Svizzera Cipro Romania e Bulgaria. A quel tempo gli Europei non godono di un grande battage pubblicitario, la fase finale viene assegnata non con due secoli di anticipo dopo truccatissime votazioni zurighesi, ma una volta disputati i quarti di finale ad una delle squadre superstiti. E siccome a quelle semifinali arrivano l'Inghilterra (che aveva già organizzato e vinto i summenzionati Mondiali della dissenteria di Fabbri due anni prima) e due nazionali dell'Est, l'Italia viene scelta senza che il suo dux maximus Artemio Franchi debba spremersi troppo. Altra grossa differenza rispetto ad oggi, le partite che terminavano in parità dopo i tempi supplementari di rito non venivano decisa dalla cinica lotteria dei rigori. Così eliminiamo la corazzata sovietica grazie ad una monetina e battiamo gli jugoslavi in finale dopo opportuna ripetizione: la prima partita finisce 1-1 dopo che i plavi hanno buttato via 45 occasioni per raddoppiare, la seconda due giorni dopo li vede soccombere 2-0 grazie alla nostra "panchina lunga", come si direbbe oggi. Castano, Ferrini, Juliano, Lodetti e Prati se ne tornano in tribuna e al posto loro non giocano Schivazappa Gorreri Spaggiari Cetrangolo Pizzamiglio ma Rosato, De Sisti, Mazzola, Salvadore, Riva. L'unico che non gioca mai è il Morfeo degli anni 60, l'incompreso Gianni Rivera. Un giovanissimo Anastasi ruba in entrambe le finali il ruolo di prima punta (ma allora si diceva centrattacco) a Mazzola, che verrà definitivamente spostato a centrocampo nel ruolo in cui (per l'appunto) Rivera non riuscirà mai a convincere del tutto Valcareggi.
La musica rock anticipa la politica di un anno: nel 1967 esordiscono David Bowie, i Pink Floyd, i Doors, Leonard Cohen e Jimi Hendrix, i Beatles pubblicano Sergent Pepper Lonely Hearts' Club Band, Frank Zappa delira con un album dall'emblematico titolo Absolutely Free, i Procol Harum vanno in fuga con Bach, tra i singoli potremmo deliziarci con Respect, Light My Fire, Soul Man, Strawberry Fields Forever, Penny Lane, All You Need Is Love, Ruby Tuesday, Let's Spend The Night Together, Mellow Yellow. Ma, così massicciamente sfidato, il 1968 risponde con Electric Ladyland capolavoro assoluto di Hendrix, il Double White dei Beatles in cui i Fab Four fanno genialmente tutto quello che gli passa per la testa, quasi tutte le più belle canzoni di Simon and Garfunkel, e l'esordio dei Deep Purple, dei Jethro Tull e dei Led Zeppelin (che in realtà erano gli eredi degli Yardbirds, quelli che cantarono a Sanremo in coppia con Lucio Dalla e Bobby Solo nel 1966, guarda tu che robe devono andare a succedere...)
Il cinema offre capolavori assoluti come 2001 Odissea nello Spazio, Rosemary's Baby, Il Pianeta delle Scimmie, MASH, Bullitt, Teorema, C'era una volta il West.
Ma dove ci fu uno sconvolgimento assoluto e totale fu nell'abbigliamento. Minigonne, camicie a fiori, pantaloni a zampa d'elefante, dolcevita sotto la giacca, foulards al posto della cravatta, alluvioni di eskimi innocenti, uno scoppio di colori, un caleidoscopio di tinte, un'allegra cacofonia di accostamenti cromatici. E un grave momento di crisi per i barbieri, visto che di colpo la lunghezza media del capello maschile aumentò di svariati centimetri, e siccome a quel tempo non c'erano le extensions bisognava lasciar fare alla natura.
Tutto cominciò, si dice o si mormora, in quel di Carnaby Street, ma forse un po' prima del '68, visto che in questa via londinese fiorivano botteghe "alternative" già alla fine degli anni '50 (quando in Italia si passava immediatamente dai pantaloni corti a giacca e cravatta o golfino e gonna al ginocchio senza alcuna transizione intermedia) frequentate dai mods (i dandies dell'epoca, mentre i rockers, loro acerrimi rivali, erano più inclini al casual).
E il mondo docilmente si rassegnò al cambiamento.....
Indipendentemente dalle osservazioni "astoriche" sul Carnevale riproposte qualche giorno fa, ho come l'impressione che questa festa (l'unico sano ed autentico rimasuglio delle feste pagane, laiche ed edonistiche insieme forse al Ferragosto) non sia più sentita come una volta. Nel ventre molle di una società sempre più povera sotto tutti i punti di vista, ma sempre più arrogante ed autoreferenziale, i valori del Carnevale stentano a trovare cittadinanza. Forse perché quello che il Carnevale può offrirci ce l'abbiamo tutti i giorni a portata di mano.
Vediamo un attimo quali sono le caratteristiche del Carnevale:
Uno scoppio parossistico di allegria e trasgressione seguito da quaranta giorni di digiuno, flagellazione ed esercizi spirituali: ma questo è esattamente quello che sta succedendo all'Occidente civilizzato da una trentina d'anni a questa parte, almeno per quanto attiene alla prima parte. Politici, giornalisti, artisti, maitres à penser ci invitano con parole o (meglio) con l'esempio personale alla cialtroneria, al disimpegno, a violare tutte le possibili regole che tanto alla fine pagano solo i coglioni, meglio se innocenti. Che poi debba arrivare un periodo quaresimale che potrebbe anche durare qualche secolo, vabbè sotto sotto lo sappiamo tutti, ma... come dire?... ci penseranno i superstiti. Ed è se mai una ragione in più per prendersi subito quel che c'è, ché di doman non v'è certezza.
Travestimenti e maschere che neutralizzano i condizionamenti della vita quotidiana e permettono di essere altro da sè: ma se sono vent'anni abbondanti che siamo entrati nell'era del look, dell'apparenza, della dissimulazione, in cui il ministro camorrista piange sui suoi valori familiari offesi e poi, in pinocchiesca combutta con un ex-governatore della Banca d'Italia anche lui offeso nei suoi affetti più cari, per ripicca fa saltare il governo; un imprenditore spregiudicato (trattasi ovviamente di garbato eufemismo) si erge a demiurgo, taumaturgo, chirurgo, callifugo dell'Italia; il governatore siciliano telefona ai mafiosi per comunicargli l'ubicazione delle microspie, ma meschineddu non sapeva che erano mafiosi, e da Santoro afferma con sintassi tutta sicula "Favoreggiamento semplice non mi sembra che sia un reato grave"; Gigi d'Alessio viene etichettato da Mogol come il nuovo Battisti; e Balotelli è in ballottaggio con il patologico Pato come nuovo Maradona.
Al di là del registro simbolico, il ricorso a travestimenti e soprattutto maschere che occultano la reale identità, mette in condizione il mascherato di sentirsi irresponsabile e sfacciato e lo autorizza a portare a termine ogni sorta di nefandezze: andiamo, per altri undici mesi all'anno tutto questo si può fare a viso scoperto e senza alcun bisogno di soverchie giustificazioni...
La legittimazione degli scherzi più crudeli e inutili, anche perchè di solito spostati dal legittimo oggetto di liberatorie vendette & ritorsioni al più anonimo e sconosciuto dei passanti. I bulletti di periferia, i bruciatori di cassonetti per sentirsi dei Neroni in sedicesimo, i branchi di mammiferi subumani che stazionano fuori dalle discoteche riuscendo comunque ad abbeverarsi a qualunque ora della notte in barba a divieti e ingiunzioni, gli ultras della curva (le uniche curve che toccano sono palesemente quelle degli stadi), i creatori di format televisivi, non hanno alcun bisogno di aspettare il Carnevale per esibirsi nel loro pittoresco repertorio di scherzi cachinni lazzi e corbellerie.
Una volta una società seria poteva permettersi di impazzire per una quindicina di giorni all'anno; oggi una società demenziale rischia di trovare le mascherate, le trasgressioni e gli scherzi di Carnevale perfino troppo seri e troppo culturalmente impegnativi per potergli dedicare la benché minima attenzione....
Franco Marini è l'ennesimo democristiano che cerca di dirigere l'Italia, appunto, con lo stile tipico della vecchia DC: un colpo al cerchio e uno alla botte, una botte che resta misteriosamente piena non mettendoci in condizione di capire le condizioni di crescente alcolemia della moglie, progresso sì avventure no, avanti al centro contro gli opposti estremismi. Del resto, un Capello che allena la nazionale inglese e un Trapattoni che sta per accaparrarsi la nazionale irlandese sono ben più clamorosi di un democristiano al potere.
Marini è un onesto e probo abruzzese che ricorda un po' Zaccagnini come lo descriveva Stefano Benni, Per ultimo l’onorevole Zaccagnini, preceduto dallo striscione «Zac l’uomo più onesto del mondo». L’onorevole si farà chiudere dentro a un supermercato pieno di ogni ben di Dio, e ne uscirà, otto ore dopo, dopo aver fregato solo una bustina di origano, tra l’entusiasmo generale. Anche Marini potremmo immaginarlo che si trova una busta con il grazioso regalo di un palazzinaro sulla scrivania e consegna immediatamente il succoso assegno alle forze dell'ordine, che si trova una velina nuda sotto la scrivania e l'apostrofa severamente "Signorina, se cerca i suoi vestiti sappia che non sono qui", che prenota l'elettrocardiogramma al CUP-SAUB di Pescasseroli e quando glielo fissano per il 31 gennaio 2016 dice "Sarei più comodo a maggio 2018", che schiaffeggia reiteratamente Enrico Letta sorpreso a scaccolarsi, che accetta l'incarico di attempato giovane esploratore smadonnando dentro di sè in aquilano stretto ma proferendo uno stentoreo "OBBEDISCO!!!!!!!!!". Nei pochi momenti di tempo libero non si dedicherà nè alle lunghe pedalate care a Prodi nè al tacchinaggio caro a Berlusconi, ma scalerà a mani nude la Maiella, il Gran Sasso, il Vettore e il Terminillo (e tutti nello stesso pomeriggio!!!).
Miracolo delle libere associazioni, e privilegio di chi sceglie la totale libertà espressiva: ero partito da Prodi che se ne torna a fare il nonno, poi ero transitato per la constatazione che da quando si è passati al sistema maggioritario c'è una nervosa alternanza tra centrodestra e centrosinistra che lascia pensare che chiunque vada al potere scontenta l'elettore che non vede l'ora di sotituirlo con i rivali; avevo inseguito nella memoria le circostanze che avevano affossato la Prima Repubblica, trovandone due largamente indipendenti ma alla fine entrambe decisive: l'inchiesta di Mani Pulite del 1992 e la caduta del Muro di Berlino del 1989, momento simbolico di alta enfasi spettacolare che aveva sancito la fine dell'utopia socialcomunista. Ma a quel punto ero stato fulminato dalla nitida bellezza di un testo dei Pink Floyd che parlava proprio di questo, e meglio di come sarei riuscito a parlarne io:
Nel giorno in cui cadde il muro Gettarono i lucchetti per terra E alzando i calici lanciammo un grido perché la libertà era arrivata. Nel giorno in cui cadde il muro La nave dei folli si era finalmente arenata Promesse accendevano la notte come colombe di carta in volo
Ho sognato che non eri più al mio fianco Nessun calore e nemmeno l'orgoglio é rimasto E sebbene avevi bisogno di me Era chiaro che non potevo più fare niente per te
Ora la vita si sta svalutando giorno dopo giorno Mentre amici e vicini si allontanano E' c'é un cambiamento che, con tutto il rimpianto, è irreversibile. Ora le frontiere oscillano come sabbia del deserto Mentre le nazioni si lavano le mani insanguinate Di lealtà, di storia, in sfumature di grigio
Mi sono svegliato al suono dei tamburi La musica suonava, il sole del mattino stava entrando Mi sono voltato e ti ho guardata E tutto, tranne un residuo amaro, é scivolato via .. scivolato via.
Al di là della perfezione lessicale vagamente shakespeariana, la trovata geniale è quella di alternare fra strofa e ritornello la dimensione politica e quella personale: i muri che cadono, le frontiere che si spostano, le nazioni chiamate al giudizio della Storia... e un amore che finisce con la stessa teatrale solennità. E in realtà un approccio umanistico integrale dovrebbe portarci alla conclusione che i drammi che avvengono nel chiuso delle coscienze individuali non sono meno importanti delle tragedie, o dei trionfi, che coinvolgono l'intera umanità.
E tutto questo in quello che sarebbe stato l'ultimo album di inediti dei Pink Floyd, 27 anni dopo i sogni del pifferaio alle porte dell'alba, i viaggi interstellari, l'enigmatico gatto Lucifer Sam e Emily che prendeva in prestito i sogni degli altri. Carl Gustav Jung sorride e si liscia la barba.
Il Carnevale come festa rispecchia abbastanza sorprendentemente alcune caratteristiche del genere umano:
Uno scoppio parossistico di allegria e trasgressione seguito da quaranta giorni di digiuno, flagellazione ed esercizi spirituali: in questo il Carnevale è diverso da altre feste che si concludono in modo, per così dire, più mediato e sfumato: Natale che sfuma nel Capodanno, Capodanno che sfuma nell'Epifania, Ferragosto che è il coronamento dell'estate ma non è che il 16 arrivi l'autunno. Si va a letto sibariti e ci si sveglia penitenti. Bella scansione tra Es e Super-Io con l'Io sacrificato nella parte di impotente spettatore...
Travestimenti e maschere che neutralizzano i condizionamenti della vita quotidiana e permettono di essere altro da sè: l'omosessuale latente può vestirsi con paludamenti dell'altro sesso realizzando un bel compromesso nevrotico fra impulso e resistenza; l'amministratore delegato della grande ditta può vestirsi da operaio e viceversa; i bambini viziati e narcisi si faranno comprare un costumino dal costo inversamente proporzionale alla resistenza che dopo due minuti sarà irreparabilmente insudiciato di schiuma, glassa, liquidi vari subdolamente schizzati dagli amichetti meno ricchi o meno stronzi.
Al di là del registro simbolico, il ricorso a travestimenti e soprattutto maschere che occultano la reale identità, mette in condizione il mascherato di sentirsi irresponsabile e sfacciato (a viso scoperto di solito arrossisce nel chiedere un caffè al bar) e lo autorizza a portare a termine ogni sorta di nefandezze: gettare vecchiette nei canali veneziani, urlare pesanti improperi in viareggino a delle tardone che sotto mezzo metro di cerone rivelano ancora più pesantemente la propria età, strappare le mutandine alla splendida stangona che volteggia per le strade di Rio scoprendone un insospettato sovrappiù.
La triste precognizione che a mezzanotte la festa cesserà e probabilmente grandinerà per tutta la settimana successiva; il sentirsi quello che si vorrebbe essere per tutto l'anno e giammai si sarà nella vita reale; il sagace e strategico occultamento della propria identità, l'intreccio perverso di questi tre fattori confluisce nella legittimazione per l'appunto degli scherzi più crudeli e inutili, anche perchè di solito spostati dal legittimo oggetto di liberatorie vendette & ritorsioni al più anonimo e sconosciuto dei passanti. Ma magari chissà, sotto la maschera ci potrebbe essere il geometra Castagnoli che fa cagare apposta il suo odiosissimo cockerino sul mio zerbino; l'agente Vodafone che insiste da un mese che nessun imprenditore di successo può fare a meno della sua meravigliosa Rete Aziendale Mobile che mi farà telefonare gratis sulla Luna per soli 12.000 euro di canone mensile; il barista tenebroso che quando serve la mia ragazza schiocca le labbra in modo allusivo e lei invece di schiaffeggiarlo arrossisce violentemente; il professore di Diritto Privato che mi ha consigliato di fare un uso anomalo del mio libretto universitario; il direttore di banca che mi ha negato un prestito e lo ha concesso a quello del piano di sotto che lo sanno tutti che si mantiene spacciando crack ai dodicenni; lo zio Pino di Chiaravalle che tutte le volte che mi incontra mi dà delle dolorosissime manate sulle palle; il commercialista che nel 2003 mi ha fatto pagare più tasse del sindaco; il testimone di Geova che mi citofona alle 8 di mattina urlacchiandomi "Lei è in errore", facendomi rispondere "Perchè? Ho sbagliato dopobarba?"; o qualunque esponente anche marginale di Forza Italia.
Nel non occultare le sue radici pagane dietro alcuna patina religiosa, insomma, il Carnevale ci fa fare un tuffo nella parte più tortuosa e impervia del nostro inconscio. Tira fuori quello che realmente siamo senza darci la pena di chiederci come e perchè lo siamo; ci permette di agire in una sorta di medianica trance in totale cortocircuito fra desiderio e realizzazione, e svegliarci all'alba del mercoledì col letto misteriosamente cosparso di cenere di probabile origine vulcanica.
Amo i pedalò che, nell'incrociare una corazzata, invece di tirarsi da parte spaventatissimi, continuano tranquilli e paciosi nella loro rotta, anche a costo di vedersi sanguinosamente multare dal dott. Gervasetti della Capitaneria di Porto di Mantova (a Mantova non c'è il mare? E allora ce lo mettiamo subito....) per infrazioni che sanno benissimo di non aver commesso.
Amo i buskers che, vista casualmente aperta un'entrata della Scala, si fiondano dentro con il loro tin whistle e suonano meglio del flautista Tigrotti universalmente noto, ottenendo tre richieste di bis, sei chiamate al proscenio e dodici lanci di mutandine umide da parte delle fans più assatanate.
Amo il disoccupato di San Leonardo che forza la serratura della camera d'albergo all'Hotel Baglioni di Parma del cantautore omonimo, gli frega giacca pantaloni camicia rolex e crema abbronzante e due ore dopo va a cena con la di lui moglie.
Amo i Villa e i Torricelli che arrivano in serie A dalla porta di servizio e diventano le bandiere delle rispettive squadre a tutto svantaggio di divi strapagati e pronti a vendersi al miglior offerente.
Amo la mia donna anche se non vince più concorsi di bellezza in giro per l'Europa, anzi ha un principio di zoppìa, rughe come geroglifici e il triplo mento, ma quando scende in campo mi libera ancora più adrenalina di una dozzina di anni fa. E soprattutto mi piace perchè non disarma, non è sensibile alla tarma e conserva un enorme sciarma (licenza poetica).
Odio i bomber multietnici che stirano avversari come felpe e poi gli fanno ampi gesti di scherno come a dire "Ti ho fatto la bua, frocetto?", e dopo aver realizzato un rigore che gronda sangue fanno un fantozziano ganascino a un pedatore contendente che guadagna un cinquecentesimo di loro, tutto mentre il funzionario della Capitaneria di Porto si ispira a Zucchero e si dice Io sto lì e guardo il mare.
Odio i finti moralisti che abbattono i rivali a colpi di intercettazioni telefoniche per poi fare peggio di questi ultimi appena ne hanno facoltà.
Odio gli ammalati di protagonismo che non sopportano di passare inosservati, si fanno mettere sotto scorta anche se non ce n'è nessun bisogno, mescolano le carte come se giocassero a Risiko al Circolo Arci, mandano gli incompetenti a fare cose più grandi di loro nella speranza di sentirsi dire Ma come sei creativo...., e dalla vetta della collina guardano il mondo sottostante con beffardo ironico equivoco sorriso.
Da quasi 2 anni abbiamo un governo-torre di Pisa (Evviva il governo di Prodi che pende, che pende che mai non va giù), vittima sistematica dell'attacco concentrico di 5 canali televisivi su 7 (e di una diplomatica non-sfiducia da parte degli altri 2), che in Senato spesso si è salvato in corner convocando dal più vicino gerontocomio senatori a vita ormai in condizioni preagoniche perché mettessero quel votino in più che poteva fare la differenza, guidato da un leader col carisma di Paperoga e il prestigio internazionale di Qui Quo Qua.
Da quasi due anni, peraltro, abbiamo all'opposizione una sconclusionata armata-Brancaleone di postfascisti, cattolici di comodo, liberisti illiberali, liberiste non liberate, tana libera a tutti, magnati magnaccia e magnapane a tradimento, federalisti, confederali, fedeliconfalonieri, federe senza guanciale, razzisti razziatori, razzetti di Capodanno, aspiranti razdegàn, razzolatori impenitenti nel ricco trogolo della politica, aspiranti all'impunità all'immunità e all'indennità parlamentare, anchormen e anchorwomen ancora a piede libero e comunque ancorati alla cadrega, orfani di Mastella e vedovi di Follini, forzitalioti, forzati del gossip, esponenti dei vari berlusconi fanclub e berlusconi fancùl, circoli della libertà, triangoli amorosi, rombi ittici ed onomatopeici, ex-attori, ex-conduttori, ex-giovani promettenti che continuano a promettere invano anche da persone mature.
A un bel momento la polenta la puoi scarugare, mesdare, rivoltare, pasticciare come ti pare, ma se la farina è scadente la polenta medesima resterà sempre immangiabile.
Al carisma ed Paperoga? Mo va pian int'al cùrvi, Rinaldò........
Papa Benedetto Pervi (che è il modo in cui molti leggerebbero le misteriose lettere XVI, visto che una concorrente ad un concorso per magistrato ha disinvoltamente usato la parola "veperatorio" al posto di "vexatorio", come La Repubblica ha riportato qualche giorno fa) aveva il diritto di parlare all'Università La Sapienza di Roma?
In questi casi, tipicamente, un'ondata trasversale, bipartisan, multipartisan di buonismo e opportunismo porta tutta l'opinione pubblica a pensarla allo stesso modo e ad attaccare il somaro dove fa meno danno e non può tirare i suoi pericolosi calci.
Tutti d'accordo a condannare la ribellione di una rumorosissima minoranza di docenti che argomentavano come sia profondamente pericoloso e mistificatorio confondere i due contesti (entrambi intrinsecamente connessi al genere umano) della scienza e della fede, dell'investigazione secondo canoni logico-matematici e del dogma a priori.
Tutti a dire "Ma come... Ratzinger è un insigne studioso! Ratzinger rappresenta milioni di credenti, tra i quali figurano anche molti scienziati, vedi quel clone malriuscito di Einstein che è il Prof. Zichichi! La presenza di Ratzinger avrebbe dato ulteriore lustro ad una delle più grandi Università d'Europa! Non bisogna censurare il libero confronto delle idee".
Stop!
Libero confronto delle idee?
Io non discuto la multiforme cultura di Papa Ratzinger. Io non discuto la sua rappresentatività nei confronti dei cattolici osservanti (che credo però in tutta coscienza siano oggi minoranza nel paese rispetto ai credenti non cattolici, agli atei ed agnostici, o semplicemente ai cristiani che credono ancora oggi, come evidenziò Lutero mezzo millennio fa, che tra la parola di Cristo e i sofismi del Vaticano corra la stessa distanza che separa Das Kapital dalle sue parodistiche interpretazioni riassumibili sotto la voce socialismo reale). Discuto invece che una illustre e gloriosa Università abbia bisogno di illustrarsi vieppiù chiamando il Pontefice ad inaugurare l'anno accademico. E discuto alla grande il concetto che l'incontro fra Papa e studiosi avrebbe avuto alcunché a vedere con il libero confronto delle idee.
Per definizione, per assioma, lo dice il ragionamento stesso, il Papa non può che pontificare ex-cathedra. Il Papa può permettersi di bacchettare duramente gli amministratori comunali, provinciali e regionali di Roma ma nessuno di loro ha osato, oserebbe od oserà bacchettare il Vaticano per aver da sempre storicamente tradito il messaggio di Cristo.
In Vaticano non si può, non si vuole e non si deve parlare il linguaggio del confronto, della modernità, della civiltà e della libertà. Si parla il Sacro Linguaggio della Fede, con somma soddisfazione dei cattolici osservanti che nella loro fede hanno trovato (e troveranno) tutte le necessarie risposte. Se no, che religione sarebbe?
Per questo io credo che, alla fine, la rinuncia a presentarsi alla Sapienza sia stato un (come tale apprezzabile) atto di intelligente autocensura dell'uomo-Ratzinger che ha egli stesso riconosciuto come in quel contesto non esistessero le condizioni per parlare ad un gregge plaudente e monocromatico. Non si dica (direbbe il buon Veltroni) che la rinuncia è stata legata a motivi di ordine pubblico. Non vedo quali rischi potevano esserci rispetto anche all'ingente servizio d'ordine di cui il Papa dispone, specie da 27 anni a questa parte.
"Ach! Le solite corbellerie materialistico-laicistiche-giudaico-plutocratiche...."
Ma rivedersi per caso (Parma è piccola, si sa, fa 180.000 abitanti ma contando una sterminata periferia che arriva quasi fino a Langhirano, quasi fino a Torrile, quasi fino a Sant'Ilario, quasi fino in fondo a un'emozione), non per scelta.
Per chiederci entrambi cosa ci stavamo a fare uno con l'altra e una con l'altro.
Se non eravamo entrambi un ripiego rispetto a sogni mostruosamente proibiti e/o deflagrati al primo accenno di risveglio.
Quante volte ci siamo incontrati per caso e la casualità dell'incontro scioglieva e preveniva le tensioni. Ma stavolta no.
Ci siamo bistrattati sia a vicenda che ognuno con sè stesso a sufficienza?
E' abbastanza il male che ci siamo fatti (sia in senso reciproco che in senso riflessivo)?
Appunto...
Addio, Vicky, e che il destino non infierisca su di te come potrebbe e dovrebbe. Se fossi credente pregherei per te, ma pur da non credente ho già porto ad libitum l'altra guancia.
Un nuovo, inquietante trend attraversa la politica italiana: dopo la condanna in via definitiva di Donatella Zingone Dini per bancarotta fraudolenta, un'altra nobildonna della politica subisce il perverso attacco della giustizia. Sandra Lonardo Mastella, sospettata di concussione (che sarebbe il reciproco della corruzione, cioè insistere per farsi corrompere a suon di banconote da chi non ne avrebbe, in origine, alcuna intenzione) è stata gentilmente pregata di non allontanarsi dal suo domicilio fino a nuov'ordine.
Esemplare il commento di Lamberto Dini: "Oramai se la prendono anche con le mogli". E fa tenerezza lo sconcerto di Clementone (sembra in effetti un pupazzone prodotto dalla quasi omonima ditta marchigiana specializzata in giochi da tavolino, videogiochi e svaghi di ogni tipo genere & natura) Mastella che pur essendo Ministro della Giustizia non riesce minimamente a controllare la Magistratura. E le sue critiche, ormai croniche, sulla giustizia italiana sarebbero equiparabili a quelle di un imprenditore che quotidianamente andasse in televisione a dire "I miei dipendenti sono degli infingardi e i miei prodotti sono 'na fetenzia".
Quasi pirandelliano il gioco delle parti tra moglie e marito: Clemente annuncia urbi et orbi (agli urbani e agli orbi) le sue irrevocabili dimissioni, mentre Sandra dichiara Hic manebimus optime. A buon senso sarebbe più giusto il contrario, ma tra moglie e marito (come si suol dire, nevvero?)...
Come un sol uomo (con la parziale lodevole eccezione dell'IDV, alias Inutile Dire Verità o Italia Dei Valori che dir si voglia) l'intero Parlamento ha messo la mano sul fuoco sull'innocenza della Mastella. In effetti anch'io in casa ho una mastella per il bucato e non la vedo proprio nel ruolo di concussore, ma forse si tratta di un parallelo poco calzante...
Non bastava dire "Siamo solidali con Clementone e condividiamo il suo dolore, lasciamo che le indagini seguano il loro corso prima di rischiare di sparare immani cazzate per poi magari smentirle"? E si vede di no....
A me, invece, dopo lungo travaglio, viene un fondato dubbio. Che ormai si sia creata una aristocrazia di potenti a cui tutto è concesso, composta dai parlamentari e dalle loro sconfinate corti dei miracoli, per i quali dovrebbe esistere una giustizia indulgente e bonacciona mentre per i poveri cristi esclusi da questa cricca continua ad operare una giustizia crudele, dalla memoria lunghissima e dalle maniere (come dire?) un po' sbrigative. Quando per qualche tragico errore anche ai potentati viene applicata la giustizia che di solito affligge il cittadino comune, apriti cielo!, contro il magistrato o i magistrati colpevoli di tale scambio di persona si scagliano dardi e strali polemici concentrici, bipartisan, indifferenziati ed ineludibili.
Non sto dicendo che la Mastellona sia colpevole. Sto dicendo che, quando ci si meraviglia di certe incriminazioni o arresti spettacolari (ma solo perché riguardano un potentato o assimilato) ci si dovrebbe chiedere quanti cittadini comuni subiscono analoghi trattamenti senza che nessuno si scandalizzi, si dimetta o organizzi petizioni.
Sempre per la precisione, e sempre nell'attesa di saperne di più.
Era come in certi thrillers ben costruiti in cui piccoli segnali (che sfuggono allo spettatore distratto che si appassiona solo di fronte alle plateali scene di azione, ma sono lo sfizio e la goduria degli intenditori del genere) denotano l'imminente assassinio.
Qualcosa doveva succedere.
E lui era diventato attento a questi piccoli segnali, li sapeva individuare r(abd)omanticamente e quando li aveva individuati li enfatizzava, li amplificava e li dilatava fino a fargli occupare tutto lo scenario cognitivo.
Qualcosa doveva succedere.
Alla fine lui si era largamente convinto di una sua posizione di sostanziale centralità rispetto agli equilibri universali, e quindi era certo che i suoi ritmi interni fossero in sintonia con il fluire degli eventi esterni, anzi spesso riuscivano ad influenzarli ed a mutare il loro corso.
Qualcosa doveva succedere.
Sotto forma di impegni pomeridiani che saltavano in modo inopinato lasciandolo libero in una indeterminatezza che avrebbe potuto angosciarlo ma in realtà aveva su di lui un effetto deliziosamente euforizzante; sotto forma di un cielo padano plumbeo, denso incantato incredulo che sembrava abbassare i confini tra la terra e il cielo o forse creare un ulteriore utile incarpedine tra il pragmatico divenire della sfera terrestre e l'immutabile perfezione delle sfere celesti; sotto forma di indirizzi di posta elettronica accidentalmente persi ed altrettanto accidentalmente ritrovati, grazie ad un amico che inoltra un'e-mail a più persone e tra quegli indirizzi ci sono tutti quelli che ti mancavano; sotto forma di una vecchia carta telefonica dove ci sono numeri di cellulare che pensavi di aver smarrito per sempre; in questi e in tanti altri sottili modi il destino lo prendeva per il bavero e cercava di interloquire con lui.
Qualcosa doveva succedere.
Eh già, perché non poteva andare avanti una vita intera così, la vita è un'altra cosa.
Perché la copiosità delle sue risorse e la multiformità del suo talento non potevano implodere come sembravano di fatto essere implose in un destino da residuato bellico alla deriva.
Perché esteriormente sembrava tutto finito ma interiormente c'era ancora un surplus di energie che sicuramente avrebbero voluto dirigersi da qualche parte e verso qualche cosa; ma sventuratamente esse erano schiacciate da un Io in questo momento confuso e apatico che non ne voleva sapere di mettersi al timone e scambiava due ondine forza 3 per un fortunale.
Perché la sua solitudine era la sua più grande risorsa, se solo lui lo avesse capito e non l'avesse invece vissuta come un atroce inaccettabile problema.
Cercavo una canzone per aprire il 2008. Ma non vorrei associarmi al buonismo imperante con ogni Anno Nuovo, e preferirei scegliere una canzone non recentissima, anzi vecchia già di un quarto di secolo, traendola dal meraviglioso variegato magico unico sterminato repertorio dei Nomadi, la leggendaria band modenese-reggiana (ma più recentemente con addentellati anche siculo-parmensi, piemontesi e marchigiani) a me tanto cara. Li vidi la prima volta alla tappa di Ancona del Cantagiro del 1967 con la loro "Dio è morto" e da allora non ho mai smesso un solo giorno di adorarli.
Pur essendo stata scritta e incisa nel 1982, a parte le parole "riflusso" che fa un sacco anni '80 e quella Autonomia (intesa come Operaia) ancora più datata, sembra impossibile che sia stata scritta prima del 1994 (e un opportuno grassetto servirà a farvi capire perché).
Come per Natale ho scelto il minimalismo dei due barboni cantati dai Modena City Ramblers, per il 2008 neonato scelgo quindi un'altra canzone bella tosta.
Ancora auguri.
Peter Pan non lotta più, ha venduto il suo pugnale,
Capitan Uncino manda Wendy a battere sul viale,
l'isola incantata è già stata lottizzata
e Alice nelle bottiglie cerca le sue meraviglie.
Paperino sta in catena e lavora di gran lena,
Paperina con passione vende baci a Paperone,
Qui, Quo, Qua sono andati via vanno a rischio nell'Autonomia
e voi intellettuali ne avete già discusso
a che serve poi menarla con la storia del riflusso.
Don Chisciotte non è contento ma lavora in un mulino a vento,
Ali-Babà e i quaranta ladroni hanno già vinto le elezioni,
Hansel e Gretel hanno fondato una fabbrica di cioccolato
e Alice nelle bottiglie cerca le sue meraviglie.
Gli stivali delle sette leghe pagan bollo e assicurazione,
le scope delle streghe le ha abbattute l'aviazione,
Pollicino è nella CIA, gli fan far la microspia
e voi intellettuali ne avete gia discusso
a che serve poi menarla con la storia del riflusso.
Cenerentola ha una Jaguar e un vestito molto fine,
ogni volta che c'è un principe leva scarpe e mutandine,
la matrigna vecchia arpia prende i soldi e li mette via.
Prima di scagliarmi contro la Religione Cattolica, purtroppo in Italia ancora RSF (Religione di Stato di Fatto), conto sempre fino a 453.711. Quindi ho aspettato un paio di giorni prima di dissociarmi platealmente, come sto per fare, dalle nuove (a mio parere gravi) dichiarazioni di Mr. Benedetto Pervi (che è il modo in cui la maggior parte degli adolescenti del 2008 leggerebbero le misteriose lettere XVI).
Dire che chi è contro l'organizzazione standard della famiglia prevista da Santa Madre Chiesa è contro la pace è uno strafalcione storico, un'approssimazione socioculturale, un'applicazione miope ed ottusa dei principi evangelici che non stonerebbe in bocca a Don Venerando della Parrocchia Pro Deo Mori di Frattaglia Irpina ma, pronunciata dalla massima autorità del Cattolicesimo, sembra una intollerabile provocazione anche per molti cattolici non integralisti (non solo per quei brighelloni dei musulmani che sponsorizzano la poligamia, per quei buontemponi dei gays che non accettano l'idea di essere dei miseri anormali se pretendono di vivere le proprie scelte sessuali alla luce del sole, per quei simpatici perversi dei laici che ancora cullano sessantottesche-settantasettine idee di libertà sessuale) che hanno scelto di convivere, o di vivere un rapporto di coppia in cui la dimensione della seduzione e della libera scelta day-by-day prevale su quella del vincolo coniugale.
In sostanza il buon Ratzinger lancia una invettiva velata nei toni ma truce nel contenuto a chiunque coltivi un'idea di famiglia e/o di sessualità diversa dalla sua. Senza tanti giri di parole, Wojtyla era molto più diplomatico e tollerante, molto più consapevole che esisteva ed esiste una maggioranza fatta di non osservanti seppur credenti, di non credenti, di credenti in altre religioni, la cui sensibilità andava e va rispettata.
Del resto, si parva licet componere magnis e quindi paragonare il lavorio delle api con quello dei Ciclopi, questa boutade papale mi sembra fare il paio con la ridicolissima e quasi auto-offensiva (per l'intelligenza dei formulanti) accusa di terrorismo al comico Andrea Rivera colpevole di aver sostenuto che la Chiesa non si rinnova da secoli.
E' vero che dal Vaticano si dipana una rete di solidarietà e appoggio agli svantaggiati senza la quale lo Stato Italico sarebbe in braghe di tela (e questo nessuno lo nega, anche se poi le operazioni concrete in questo senso le fanno tanti piccolissimi parroci di provincia e non certo i forbiti Cardinali romani) ma è altrettanto vero che il Vaticano occupa culturalmente lo Stato Italiano condizionando coscienze, imponendo con arroganza il proprio punto di vista considerato gerarchicamente superiore a qualsiasi considerazione civile, politica, culturale, tecnica, scientifica (ah già, il Dogma, scusassero dimenticai...), e ricattando e richiamando al dovere parlamentari di comprovata fede cattolica (e il povero Veltroni col suo frankeinsteiniano Moloch del PD ne sa più che qualcosa).
Ma per un caso forse stabilito dal Buon Dio in persona che vorrebbe sfiduciare coloro che si ritengono i suoi rappresentanti (ma, da fine filosofo quale Egli è, sa che il tempo dei suoi interventi diretti è ormai lontano esattamente 1975 anni, dal momento della morte di quel discolo di suo Figlio), poche ore dopo le dichiarazioni di Ratzinger che inneggiava ad una claustrofobica sorpassata angosciante immagine di famiglia, è passato in TV il delizioso film di Verdone (e pochi suoi film non lo sono) L'amore è eterno finché dura che, con la finta leggerezza del Nostro, dissacra pesantemente gli stanchi rituali della famigliola-tipo. Davvero una orripilante coppia sul modello di Gilberto e Tiziana nuoce di meno alla pace nel mondo di una sana ed innamoratissima coppia omo od etero che non può o non intende sposarsi? O di cittadini che praticano una libera e gioiosa sessualità?
Ai posteri l'ardua sentenza, e intanto lascio la parola al solito enciclopedico Giorgio Gaber che in quarant'anni e fischia di carriera ha detto la sua su tutto....
La chiesa si rinnova
di Gaber - Luporini
Il mondo ha fretta continua a cambiare chi vuol restare a galla si deve aggiornare. Anche la chiesa che sembra non si muova ogni tanto ci ripensa e ne inventa una nuova. E dimostrando un notevole tempismo ha già tirato fuori un nuovo catechismo. Dove tutto è più aggiornato, dove tutto è più moderno e anche a vincere un appalto si rischia l'inferno. Dov’è condannata ogni forma di magia ma è un grande peccato anche l’astrologia. Dove il senso di giustizia è ancora più forte e talvolta è anche gradita la pena di morte.
E la chiesa si rinnova per la nuova società e la chiesa si rinnova per salvar l'umanità.
In questo clima di sgomento per il popolo italiano viene fuori l'acutezza del pensiero vaticano. E tutti hanno capito che il Papa era un genio quando ha detto che la mafia è figlia del demonio. Ma quello che spaventa è il coraggio della CEI che ha già riabilitato Galileo Galilei. E adesso se divorzi ti puoi anche risposare a patto che stai buono e non ti metti a scopare. Ma il nuovo sacramento per essere senza macchia va fatto di nascosto e in un'altra parrocchia.
E la chiesa si rinnova per la nuova società e la chiesa si rinnova per salvar l'umanità.
Da oggi il praticante ha un'altra prospettiva più allegra e disinvolta direi quasi alternativa la pillola per ora non può essere accettata ma è ammessa se prevedi di esser violentata. E piuttosto che fare uso dei preservativi è meglio diventare tutti sieropositivi. E va bene i militari, e va bene i dottori adesso abbiamo anche i farmacisti obiettori. D'altronde per la chiesa l'ideale è l'astinenza che è un po' come l'invito all'autosufficienza.
E la chiesa si rinnova per la nuova società e la chiesa si rinnova per salvar l'umanità.
Da Roma il Santo Padre ci invia il suo messaggio è lì ogni domenica a parte quando è in viaggio. Lui voleva andare in Bosnia l'aveva stra-annunciato ma all'ultimo momento c'ha un po' ripensato. Perché l'uomo è santo e pio ma è anche molto scaltro lui lo sa che morto un Papa se ne fa subito un altro. E allora ha scritto un libro che è diventato un grosso evento sarà anche un po' acciaccato ma non sta fermo un momento. Per il suo decisionismo si può dire, senza offesa che papa Woitila è il Berlusconi della chiesa. Una chiesa sempre all’erta, che combatte, fa scintille e per questo è giusto darle un bell’otto per mille. Anche se i traffici loschi della Santa Sede sono parte integrante dei misteri della fede.
E la chiesa si rinnova per la nuova società e la chiesa si rinnova per salvar l'umanità.
Era un po' di tempo che volevo dedicare un post a Oscar Pistorius, emblema vivente del concetto di diversamente abile, e soprannominato in modo molto evocativo the fastest thing on no legs, più o meno come Berlusconi potrebbe essere soprannominato the most important man with no brain o Gigi D'Alessio (di cui ho scoperto solo un paio di giorni fa che Mogol l'ha definito il Battisti del 2000, e ogni lingua divien tremando muta di fronte a una tale enormità gastrocritica...) the most famous musician with no music.
Oscar Pistorius è un giovanissimo atleta sudafricano amputato ad entrambe le gambe al di sotto del ginocchio in seguito ad una malformazione congenita, che ha sostituito le medesime con delle costosissime e raffinatissime protesi (si dice in fibra di carbonio ma la cosa è insicura) e con queste si permette dei tempi sulle distanze veloci che non solo sono pura fantascienza per gli altri nelle sue condizioni ma sono irraggiungibili dalla stragrande maggioranza dei normalmente abili.
Queste protesi, che sembrano uscite dalla fantasia di un regista horror-splatter in acido, assomigliano a due gigantesche molle che, secondo la IAAF (che non vuol dire Ignoranti Arroganti Anziani Fancazzisti come potrebbe sembrare, ma è addirittura la Federazione Internazionale di Atletica Leggera) restituiscono più energia di quanta l'atleta ne depositerebbe a terra con delle gambotte biologiche. Ergo, Oscar concorra a sè stesso come effetto speciale, ma correndo con degli atleti normodotati acquisisce un illecito vantaggio, e per questo non solo non potrà partecipare alle Olimpiadi di Pechino ma rischia di perdere anche l'opportunità di misurarsi con i "disabili veri e propri", a cui di fatto il giovanotto dà qualcosa come 150 metri di distacco sui 400.
Sapete che a me piacciono le utopie e le sfide irrealizzabili in tutti i sensi del concetto. E spontaneamente faccio il tifo per questo intraprendente atleta che invece che costruirsi un carrettino tipo fratelli Ubaldi di Aldo Giovanni e Giacomo urlacchia, appunto come Giacomo nel suddetto sketch, This man will heal alone e si fa crescere due gambe come non avrebbe mai sognato di avere. Mi commuovo e mi emoziono come di fronte ad Alex Zanardi o ad Al Pacino che recita la parte del non vedente che riesce addirittura a guidare una Testarossa (ma lì è un film, Bocelli nun ce provà...). Ma poi mi chiedo: tutti gli amputati che vogliono fare atletica possono permettersi queste costosissime avveniristiche protesi? O devono ripiegare sulla canoa?
Ma perchè noi esseri umani dobbiamo sempre coniare delle metafore mistificatorie ed inesatte?
Perchè vogliamo sentirci dei primati come plurale di primato piuttosto che di primate? Perchè senza metafore il mondo è buio ed è tutto pianto e digrignar di denti? Perchè le metafore sono alla base del sogno, della poesia e dello humour (l'ha detto Gregory Bateson, mica Gino Bramieri...)? Perchè le metafore permettono di saltabeccare fra molteplici livelli di significato in un gustoso ottovolante semantico? Perchè le metafore spiazzano? O forse perché le metafore sono sempre mistificatorie ed inesatte!
Dire "L'anno sta finendo" è un non senso astronomico, logico, gnoseologico e socioculturale, mettiamoci anche ludico e gastronomico che non c'entrano nulla ma suonano bene.
L'estate certo che finisce, all'improvviso si sente un po' troppo frescolino con le maniche corte, si esce da quelle frivole fregole, tamburellanti tentazioni, amorali amorazzi tipici della stagione e ci si porta dietro il vecchio golfino che dal 1989 ogni anno è simbolo del ritorno dell'autunno. E per nove mesi non se ne parla più.
Un amore certo che finisce, ci si restituiscono i regali (a meno che non si tratti di una coppia molto povera per cui la maggior parte degli stessi sono già stati venduti o impegnati, quindi si compiono restituzioni simboliche come quelle di lettere, libri di Pavese assolutamente senza mercato, CD di Claudio Lolli vedi sopra ecc. ecc., per la lampada stile Liberty non c'è più speranza...), si dicono le cose che erano mesi che si volevano dire poi ci si pente di averle dette poi ci si pente di essersi pentiti, si ricomincia a frequentare i vecchi posti e ci si infogna di nuovo nel giro di due-tre settimane, di solito o con la stessa persona o con un perfetto equipollente.
Una partita a qualsiasi gioco certo che finisce, comprese le elezioni, anche se c'è sempre qualcuno (di solito di estrazione padana) che nega questo fatto urlacchiando "Non vale, si rifa", rigorosamente senza accento. Ignorando le obiezioni del bambino dell'asilo, si contano i punti e si aggiorna la classifica. Poi se vogliamo passare da Bateson addirittura a Von Neumann, ci sono delle partite metaforiche che non finiscono mai e oscillano per sempre tra l'indecibile e l'indefinito, fra il nulla e l'eternità, fra l'aorta e l'intenzione, ma vivaddio non sono la regola (middle-class girls were the rule not the exception...).
Un giorno certo che finisce, lascia il posto alla notte e può concludersi con opportuno esamino di coscienza e magari preghierina alla Madonnina di Fontanellato per i più osservanti.
Una trasmissione di Luca Giurato o di Gigi Marzullo certo che finisce, e ci lascia in uno stato di torpore comatoso, quasi increduli della buona notizia.
Ma un anno?
Finisce forse nel senso profondo e latente che per le feste natalizie ci si dà in modo talmente smodato e smoderato a stravizi enogastronomici e magari pornoerotici che col primo gennaio si riparte da capo virtualmente dimezzati nelle energie, raddoppiati nel peso e con un guardaroba tutto da mandare ad allargare? OK, concediamolo, ma cosa c'entra l'anno?
Finisce forse nel senso che col solstizio le giornate raggiungono la loro minima estensione e poi cominciano ad allungarsi? Ci potrebbe anche stare, ma allora facciamolo finire il 21 dicembre e non il 31, che non significa nulla.
O altrimenti, un'idea di enorme portata storico-religiosa fulmina i miei contorti neuroni, perchè non far cominciare tutto dal 25 dicembre, visto che gli anni, i secoli e i millenni si contano da lì? O è un trucco furbetto per fare una festa in più, anzi due in più se contiamo la Befana? O tre in più se ci mettiamo anche S. Ilario patrono di Parma che cade il 13 gennaio (la nostra astuzia è proverbiale)?
Ma non è finita...
Per giustificare allegoricamente la giornata di festa, la chiesa cristiana denomina il 1° gennaio "Circoncisione di Nostro Signore". Ora, fra stasera e domani, quanti di voi si telefoneranno o si manderanno sms, mms, e-mail, ssff, spqr, bigliettini augurali con la formula "Buona Circoncisione?". A Napoli e dintorni si rischierebbero salacissime risposte su chi della famiglia dell'augurante andrebbe circonciso...
Ci mettiamo anche la Befana? Cosa c'entra la progenitrice della Rita Levi Montalcini con l'Epifania, nobile e forbitissima parola greca quasi prima cugina dell'Eucaristia (e cugina del commercialista dell'Entropia) che sta ad indicare la manifestazione in Gesù della sua natura divina? Ma dico, abbiamo voglia di scherzare?
In ultima analisi, tornando all'argomento topico di questo post angosciosamente simile a quello di un anno fa (quale sottile raffinatezza nell'indicare con questa scelta la natura in realtà circolare del tempo, contro qualunque nefasta e perniciosa illusione di magnifiche sorti e progressive), viene da pensare che il concetto, l'idea che l'anno finisca faccia parte di quelle superstiziose credenze consolatorie (come l'astrologia, la regolarità del campionato di calcio e la rappresentatività del sistema parlamentare) che da millenni accompagnano il genere umano. L'anno finisce, si cerca di ammazzarlo a colpi di botti perché non gli venga l'idea di reiterarsi clonatoriamente nel successivo, si butta dalla finestra tutto quello che non si usa più, ci si inciucca impavidamente e si gioca a tombola con la zia Niobe di Fidenza fino alle sette del mattino per riconsegnarsi al 2 gennaio in piena e totale palingenesi.
Buon anno a Chiara nella sua inestricabile indecifrabilità, nella sua complessa linearità e nella sua matura e consapevole scelta di conservarsi adolescente più a lungo possibile.
Buon Anno a Stella che coltivava due sogni, uno piccolo piccolo ed uno assolutamente enorme. Quello piccolo piccolo si è dissolto all'alba in modo sostanzialmente indolore, quello enorme si è completamente e ad abundantiam avverato.
Buon anno a Osvaldo che mi ha stimolato ad avveniristici progetti di critica psicoartistica pur non sapendo io tenere una matita, non dico un pennello in mano (al fa prest lù a dir che chi sa camminare sa dipingere, di fatto io lascio a desiderare anche come deambulazione...), progetti che nel 2008 potrebbero trovare ulteriore alimento o tornare definitivamente nel cassetto, tra dei Pavesini del 94 e delle musicassette di Gianni Bella di era imprecisata.
Buon anno a Vincenzo, perché l'amicizia non si alimenta di contatti reiterati ma di sintonia umana e basta vedersi una dozzina di volte in vent'anni per scoprirsi fratelli (però per dirmi che una tua stretta collaboratrice avrebbe fatto carte false per portarmi sotto le lenzuola avresti potuto metterci un po' meno di 13 anni...).
Buon anno a Marco, e sento che nel 2008 rifonderà i Gufi con Nanni Svampa fondendoli semmai con le sue mitiche Ciuette recanatesi.
Buon anno a Raul, con l'augurio di rivedersi presto, scrollarsi un quasi quarantennio di dosso e scoprire quante cose ci saremmo potuti dire nel frattempo.
Buon anno a Maryann Halley-Kohoutek (Unfaithfull ormai mi pareva poco), ti diverte continuare a spiarci senza dare segno di te (come il porto di attracco di fossatiana memoria)? Confesso senza pudore che il post su Luttazzi equivaleva al tentativo di Bob Hoskins di stanare Roger Rabbitt canticchiando con fare noncurante Mazza la vecchia... Diavolo, non ha funzionato nemmeno questa.
Buon anno a Cassandra e al rigoroso sfaccettato minimalismo del suo blog, ma che so che nel 2008 ci sorprenderà con contributi letterari di natura affatto diversa (notare con compunzione, prego, il manzoniano uso di affatto nel senso di del tutto).
Buon anno a Missgynn che per un certo periodo è stata la mia più assidua lettrice, spero non per naturale consunzione di tutti i concorrenti.
Buon anno a Marina che mi sopporta, mi conforta e mi trova una splendida persona perché temo che sia nel suo DNA non poterne fare a meno.
Un anno n.g. e s.v. per qualcuna che in questo blog (e nella mia vita) ha stazionato per mesi senza averne nè diritto nè titolo.
Natale cade all'inizio dell'Inverno e risente di culti antichissimi che esorcizzavano la paura del gelo e della carestia. Ben pochi si sarebbero ritrovati al disgelo tre mesi dopo, una bella fetta sarebbe morta assiderara o di fame, o sbranata dalla tigre dai denti a sciabola che godeva di più efficaci protezioni termiche e di ben maggiore speranza di evitare la denutrizione, mercè la propria superiore velocità.
La Chiesa Cristiana, che non passa a fil di spada gli infedeli ma cerca con astuzia di assorbire i loro rituali, ha nel tempo trasformato questi riti nel Natale. Ma l'aspetto scandinavo del bambinello lascia pochi dubbi sulla genesi della leggenda.
Quanto poi alla Cometa che seguiva il bambinello, si trattava in realtà di un attacco atomico di Erode purtroppo fallito: per mancato pagamento dell'ultimo stralcio da parte degli eredi Harrod's, la cometa invece di schiantarsi sull'umile capanna entrò in orbita geocentrica eccentrica e ogni 2000 anni passa per vedere se :
C'è qualcuno su cui planare con esiti letali;
L'ultimo stralcio è stato pagato.
Come tutti gli anni Gesù nasce nell'indifferenza totale, i pastori sbevazzano, giocano a morra, non vedono l'ora che le luci si spengano per accoppiarsi con le pecore o tra loro (si sa, ai tempi la moralità era un po' precaria...), il bue e l'asinello sono sempre sull'orlo della discesa in sciopero perchè ogni anno la biada è più scadente (quest'anno sembra sia stata sostituita dal ricavato dei 26 posacenere usati da Funari a Rai 1).
I Re Magi bevono tanta Red Bull che sono già in extrasistole e di quando in quando prendono il volo schiantandosi contro dei Patriot vaganti.
L'anno prossimo, infine, Maria quando vedrà l'angelo scapperà a gambe levate e non ci sarà nessun Natale.
questa è l'ennesima e forse l'ultima che mi fai. Sono intervenute tua madre e tua sorella, non ho ben capito per cercare di produrre quale tipo di cambiamento o riorganizzazione, anche perché ho ritenuto opportuno non lasciar loro il tempo di argomentare.
La realtà è elementare. Il tuo Lui, il Lui per antonomasia, quello che mi permette di scendere in campo solo quando è infortunato, squalificato o impegnato con la sua Nazionale, si è rifatto vivo in zona Cesarini, proprio quando precauzionalmente ti era sembrato giusto organizzarti tutto il Natale con me, e tu (usando un sms, senza il coraggio di dirmelo a voce) mi hai informato che andava tutto a monte, che avresti passato il Natale con Costantin e che eri tanto tanto tanto contenta.
E io, bestia grama insensibile, lungi dal condividere le tua gioia, ti ho chiesto se eri pazza (la domanda è retorica, lo sei in modo plateale).
Lungi dal non arrabbiarmi, ti ho coperta di messaggi implicitamente (alcuni esplicitamente ) offensivi.
Lungi dall'aderire alla tua sofferta richiesta "Però non vorrei perderti", ti ho già reiteratamente invitata ad uscire dalla mia già precaria e malandata vita e lasciarmi passare un austero natale di solitudine e meditazione su quanto sono stato pirla a fidarmi di una dabben donna come te.
Ma adesso che il trauma si sta lentamente riassorbendo, ti auguro un meraviglioso natale con un uomo che ti dà sempre ragione, che ti parlerà delle sue terribili difficoltà finanziarie che tu ovviamente provvederai a ripianare, e che forse dopo nove mesi che lo vedi troverà finalmente il tempo di metterti orizzontale, visto che a tuo dire non l'ha ancora fatto. Guardati bene dal provare nostalgia e rimpianto (in quei futili momenti dal potenziale pornoerotico sottozero) delle mie siffrediche interminabili prestazioni.
E quando capirai che con il tuo balcanico spasimante non potrai costruire neppure un castello di carte, vattene a lamentare con qualcun altro.
Buon Natale e buon anno a te, tua sorella e tua mamma.
L'Insalata Mista va dicendo da qualche giorno che lavora in Rai solamente chi si prostituisce o è di sinistra. Trattandosi di un rigidissimo terorema della serie tertium non datur, basterebbe trovare anche un solo dipendente o collaboratore Rai di destra e alieno a concedere le proprie grazie mercè la potenza dell'oro, per invalidare l'intero castello concettuale.
La prima dipendente Rai che abbiamo individuato è Cristina Raibanti. Nata a Lentini (PA) da madre vedova e padre divorziato, ha sempre rifiutato i pur costosi regali che i suoi numerosi amanti le concedevano al termine dell'amplesso, o restituendoli direttamente al mittente, o (nei casi in cui la Raibanti si era placidamente addormentata dopo il sedicesimo climax, avendo una grossa facilità a raggiungere il godimento, provate a pronunciare davanti a lei la parola comunque e vedrete se non è vero), donandoli ad una fondazione a favore dei bambini fascisti discriminati dagli asili nido. Sembra che abbia invece profumatamente pagato per congiungersi carnalmente con Ignazio La Russa, Teodoro Bontempi, Gianni Alemmanno. Senbra quindi non confermare il teorema berlusconiano. Ma andiamo avanti.
Abbiamo poi potuto a lungo studiare Eupremio Cingolani, responsabile dei programmi dei Rai 2 tra le 2.30 e le 4.45 e per questo affettuosamente ribattezzato "Tavor" dai suoi collaboratori. La sua casa è un museo di residui del ventennio, Eupremio condisce rigorosamente con l'olio di ricino l'insalata e stende la pasta con lo sfollagente invece che col mattarello. Per questo le sue cene sono frequentate solo da vecchi gerarchi novantenni che hanno totalmente perduto il senso del gusto. Quanto a prostituirsi, non nega di aver avuto qualche rapporto bisex ma solo al termine di salti nel cerchio di fuoco per aiutarsi a vicenda coi camerati arditi a ripristinare l'orifizio anale (opportunamente stretto per la strizza) a dimensioni atte al passaggio del fecaloma, e comunque senza che vi fosse scambio alcuno di corrispettivi economici.
Quindi ci siamo interessati al caso della giovanissima Arianna Filanti, terza cugina di Alessandra Mussolini, amante da tempo di Marcello Veneziani e quindi senza alcun bisogno di lucrare vantaggi economici dal suo vistosissimo charme. Arianna è la coordinatrice del settore "Moda, gossip & chiacchiericcio", che sotto la sua direzione ha raddoppiato gli ascolti.
E concludiamo con la notissima Elena Santarelli, che l'ha data via a destra e a manca ma sistematicamente, subito dopo avveniva che erano i suoi cangianti partner a chiederle prestiti. Quindi diremmo che di prostituzione non si può proprio parlare... Inoltre, è fidanzata con Bernardo Corradi, talentuoso attaccante del Parma , che non fa mistero di avere busti di Mussolini e granate inesplose della Wehrmacht nel suo gazebo.
Affido a degli emiliani doc, i Modena City Ramblers, il compito di festeggiare il Natale anche per chi non affollerà gli ipermercati alla ricerca di costosi regali per amici e parenti e non andrà alla messa di mezzanotte a controllare chi è vestito meglio di lui, ricordando la splendida voce di Ermanno Morselli, storico vocalist della prima formazione del gruppo oggi del tutto desaparecido.
E buon Natale a Marina e Pierluigi, a Marco, a Raul, a Vincenzo, a Chiara, a Stella, a Maryann, a Cassandra, a Osvaldo, a Missgynn, a Paola Patrizia Martina Francesca Alberto, ed ecumenicamente perfino a Vicky e a chiunque in questo anno e mezzo di sbloggamenti mi ha voluto bene:
Signora dei vicoli scuri dal vecchio cappotto sciupato Asciugati gli occhi e sorridi, c'è un altro Natale alle porte. Non senti le grida e le voci e qualcosa di strano nell'aria? Anche i muri ingrigiti dei vicoli splendono sotto la luna.
Ti ricordi, c'incontrammo in un giorno di neve e di freddo, E la sera ci facemmo un bicchiere di scura ed un giro di walzer Con tanti saluti ad un altro Natale
Signora dei vicoli scuri abbracciami forte stasera . Anche i gatti festeggiano a volte e cantano sotto le stelle . Dimentica il freddo le lacrime e le scarpe coperte di fango E il destino di un vecchio ubriacone cullato dal canto del vento.
Ti ricordi, c'incontrammo in un giorno di neve e di freddo, E stasera ci faremo un bicchiere di scura ed un giro di walzer Con tanti saluti ad un altro Natale.
Signora dei vicoli scuri, non mollare la lotta. Verranno momenti migliori, il tempo è una ruota che gira. Vedremo le rive del mare in un giorno assolato d'estate, Scoleremo cinquanta bottiglie al riparo di un cielo lontano
Ti ricordi, c'incontrammo in un giorno di neve e di freddo E stasera ce ne andremo a ballare per strade e a brindare un saluto E un cordiale fanculo ad un altro Natale
Il presepe di quest'anno risentirà della situazione di crisi dell'economia mondiale, che tira più o meno come l'attrezzo da riproduzione di Luca Giurato.
Aluni esempi: il bue e l'asinello verranno macellati già questa sera per essere una delle principali portate della cena sociale della Polisportiva Jerusalem FC (lo squadrone che tremare il mondo fa), e la Madonna e San Giuseppe scalderanno a turno il bambinello alimentandosi con paprika, ponce al rum e altri alimenti riscaldanti. Gesù avra molto caldo ma farà una certa fatica ad addormentarsi e sarà grazie a questa cura che, pur essendo nato in Palestina, avrà quegli anacronistici capelli biondi da finlandese.
La Natività non sarà annunciata dagli angeli, tutti smistati a Broadway per l'ultimo musical di Andrew Lloyd Webber (Mary, Joseph and a bunch of lonesome angels, su testi di Leonard Cohen), ma da alcuni volantini stampati da un vecchio ciclostile del Liceo Scientifico Marconi di Parma, inutilizzato dall'occupazione del 75.
I centurioni romani saranno sostituiti da agenti della Stradale che abbatteranno la cometa a forza di colpi in aria per sedare i tumulti tra i pastori ubriachi.
I pastori adoranti saranno sostituiti da ultrà della Lazio che isseranno lo striscione "Nun c'è Cristo che tenga...".
San Giusepper non solo sostituirà gli angeli nunzi volando con un rudimentale deltaplano costruito da Icaro, ma dovrà procacciare contratti pubblicitari per il Notiziario di Betlemme e fare corsi di riqualificazione ai patori in esubero che dopo l'Epifania verranno riciclati come falegnami segantini (absit iniuria verbis...).
Appena nato, Maria infilerà Gesù in un marsupio e a bordo di un motorino smarmittato la sacra famiglia ritornerà a Nazareth.
I Re Magi Baldassarre, Gaspare e Zuzzurro verranno avvisati via sms di restarsene dove sono ma preferiranno comunque raggiungere l'Occidente regalando tavolette di cioccolato ai pastori plaudenti come marines il giorno della liberazione. Fabio Fazio li prenderà come fantasisti-astronomi-meteorologi-opinionisti a Che tempo che fa.
A volte è solo una sfumatura che rende qualcosa gradevole o insopportabile, lecito o illecito, coerente od assurdo. Qui, attraverso la preziosa mediazione di un Giorgio Gaber d'annata, vorrei sciogliere un inno alle gioie della solitudine.
La solitudine non è mica una follia è indispensabile per star bene in compagnia.
Uno c'ha tante idee ma di modi di stare insieme ce n'è solo due c'è chi vive in piccole comuni o in tribù la famiglia e il rapporto di coppia c'è già nei capitoli precedenti, ormai non se ne può più.
La solitudine non è mica una follia è indispensabile per star bene in compagnia.
Certo, vivendo insieme se chiedi aiuto quando sei disperato e non sopporti puoi appoggiarti. Un po' di buona volontà e riesco pure a farmi amare ma perdo troppi pezzi e poi son cazzi miei, non mi ritrovo più.
[parlato] Vacca troia!... dove sono?... Eccoli lì che se li mangiano i miei pezzi... cannibali!... Troppa fame, credimi... gli dai una mano ti mangiano il braccio... Ve la dò io la comune!... Cannibali... Credimi, da soli si sta bene... In due? È già un esercito.
La solitudine non è mica una follia è indispensabile per star bene in compagnia.
Uno fa quel che può per poter conquistare gli altri castrandosi un po' c'è chi ama o fa sfoggio di bontà, ma non è lui è il suo modo di farsi accettare di più anche a costo di scordarsi di sé ma non basta mai.
La solitudine non è mica una follia è indispensabile per star bene in compagnia.
Certo l'eremita è veramente saggio lui se ne sbatte e resta in piedi senza appoggio. Ha tante buone qualità ma è un animale poco sociale. Ti serve come esempio e poi son cazzi suoi, non lo rivedi più.
[parlato] Vecchia troia!... Se ne frega lui... che carattere... Sì, va bene, ci ha del fascino, ma è un po' coglione, credimi... Che provi, che provi lui a fare un gruppo... come noi! Giù dal monte... porca vacca!... No, eh... si rifiuta... che individuo. Meglio noi... credimi: sempre insieme, che costanza, uniti... attaccati... sempre attaccati... come i coglioni...
E così Daniele Luttazzi è stato "licenziato di nuovo", come titola il Corriere della Sera facendomi venire in mente attraverso contorte e perverse catene associative (che sarebbe meglio se ne stessero in ferie) il geniale titolo del Manifesto del 1978, alla precoce morte di Papa Luciani E' rimorto il Papa.
Nel digitare su Google "Daniele Luttazzi", temevo che
arrivassero immediatamente due gendarmi usciti dal Pinocchio di Benigni ad arrestarmi dopo avermi a lungo bastonato,
un fascio di luce uscito da La vita è bella di Benigni mi inquadrasse ed arrivassero due ultrà naziskin del Borussia Dortmund a giustiziarmi a colpi di alitate alcolico-crautesche,
il PC sparisse nella quarta dimensione attraverso il buco nero di paccianiana memoria,
mi venisse immediatamente disposto il prelievo forzoso di un quinto dello stipendio a favore di Giuliano Ferrara, di un altro quinto a favore di Papa Razzi, del terzo quinto a favore di Tronchetti Provera, del quarto quinto a favore di Piero Chiambretti (lui sì che faceva una satira intelligente a colpi di battute sui froci e di doppi sensi sulle smanie sessuali della Lumumba) e del quinto quinto a favore dei bambini poveri di Via Condotti.
Non è accaduto nulla di tutto questo, e anche se per qualche notte non dormirò tranquillo, mi sono fatto un'idea globale di quello che è successo.
La battuta incriminata (Berlusconi ha avuto il coraggio di dire che lui, in fondo, era contrario alla guerra in Iraq. Come posso sopportare una cosa del genere? Penso a Giuliano Ferrara in una vasca da bagno, con Berlusconi e Dell'Utri che gli pisciano addosso, Previti che gli caga in bocca e la Santanchè in completo sadomaso che li frusta. Aaaaah, va già meglio...) non l'avevo trovata particolarmente divertente ma, quanto a cattivo gusto, era enormemente al di sotto della in realtà insuperabile Mai andare a mangiare in un ristorante cinese dove si praticano aborti.
Molti dietrologi italiani hanno però ipotizzato una spiegazione molto più coerente dietro gli eroici furori dei dirigenti di La7:
illuminati dirigenti che prima assumono Fabio Fazio, lo strapagano a priori e a prescindere prima che sia andato in onda anche per un solo minuto, poi cancellano la sua trasmissione a poche ore dalla messa in onda, e infine non riescono a recuperare i soldi che gli hanno dato;
poi molto freudianamente eiaculano nel vedere Daniele Luttazzi che le canta a Fazio con la sordida complicità di Antonio Ricci (per la serie ligure liguris lupus) e decidono di assumerlo aspettandosi che avrebbe fatto una satirina appena più mossa di quella di Crozza (che vivaddio ci vuole ben poco), al massimo al livello di Sabina Guzzanti quando è un po' che non tromba, di Corrado Guzzanti dopo che ha pagato l'ICI, di Paolo Rossi dopo aver fatto il giro delle bettole dei Navigli.
Sembra, anzi pare, anzi si desume, anzi si può congetturare, che tutti i vertici, e anche quasi tutto il perimetro, di La 7 siano entrati in fibrillazione quando si è venuto a sapere che Luttazzi intendeva dedicare la puntata di fatto non andata in onda a una disamina non troppo rispettosa (per usare il classico garbato eufemismo italiota) dell'ultima enciclica del Papa Nero medianicamente previsto a suo tempo dai Pitura Freska sull'apparentemente innocuo palco di Sanremo (Papa Nero, dopo Miss Italia nera un papa nero, no me par vero, e quanto profetiche le ultime parole biascicate dal mitico Skardy unico caso italiano di bidello-rastaman, A l'è lù? Jah!).
Quale che sia il motivo, abbiamo visto una professoressa di ginnastica prestata allo show-biz venire cassata per scarsi ascolti; le Sandrelli venire deportate in orari di minore ascolto per inconsistenza artistica. Siamo abituati a vedere trasmissioni che vanno e vengono, appaiono e scompaiono come ruscelletti del Carso (potremmo chiamarle alla Chiambretti delle gran trasmissioni del Carso ma preferiamo sorvolare). Ma è una delle prime volte in assoluto che viene sospesa una trasmissione che portava degli share che la rete che la manda in onda non avrebbe potuto immaginare neanche con tutto l'LSD a disposizione sul mercato mondiale. Di fatto era già successo con Satyricon, ma sicuramente si tratta di una coincidenza del tutto casuale...
Quanto alla decisione di La 7 di cancellare tutto il registrato del programma, passato presente e futuro, che dire? Qui usciamo dal campo della censura (che ormai nella TV italica è un dato accertato ed acclarato) ed entriamo nel medioevo prossimo venturo già preconizzato da Roberto Vacca negli anni 70 e nel quale ci siamo infilati da alcuni anni senza purtroppo accorgercene (direbbe il mio diletto Claudio Lolli Lo sai che siamo tutti morti e non ce ne siamo neanche accorti?), nella sfera subculturale della Santa Inquisizione, specie se si aggiunge una notizia ignota ai più: i dirigenti di La 7 contano di mettere Luttazzi (per contrappasso simildantesco) in una vasca da bagno con Ferrara che gli scarica una quintalata di residuati gastrointestinali nell'esofago.
Comunque lo si voglia prendere, e non ci sono vie di mezzo, o lo si adora o lo si odia (e io nel cercare di mantenere un'impossibile neutralità oscillo in realtà ciclotimicamente più volte al giorno fino allo stremo tra i due estremi), Daniele ha scelto di non annacquare il suo vino, anzi di radicalizzare vieppiù il suo modo di fare televisione. Narcisista, arrogantemente sicuro della sua intelligenza e del suo appeal sul pubblico, è rimasto adamantinamente fedele a sè stesso. Bin Laden può andare in video e io no? si è detto e ripetuto, e ci ha detto e ripetuto a più riprese. Chapeau... Ammesso che si scriva così....
Se una persona gli opprime la zona pubica (vulgo: gli sta sul czz) non ne fa misteri, che si chiami Fabio Fazio o Giuliano Ferrara. Ma non con le invettive generiche e ai limiti del bonario di Beppe Grillo, no! Con perfida, incisiva e allusiva scelta di termini. Personalmente credo che ci penserei su due volte prima di mettermi in disfida dialettica con lui.
Qualcuno in rete gli consiglia di trasferirsi armi e bagagli su YouTube, ma lui ha in mente ben altro: prima di compiere 50 anni (e gliene restano poco più di 3) Luttazzi ha programmato di farsi licenziare da Mediaset, Italia 7 Gold, Teleducato, Telenova, Teleroma 56, Videolina, Teleraccomando, Telesuono, Telemaco, Telegono, per concludere la sua carriera di licenziato in tronco dopo un triplice rullo di tamburi nientepopodimenochè su Telepace.
Dopo di che si ritirerà a vita privata in compagnia di Ulla, la porno-bambola che ti trastulla; o prenderà consiglio da una vecchia canzone di Vecchioni e scioglierà peana erotici verso l'essere che ama di più al mondo.
(Da un po' di tempo c'è al mio posto Quando viene gente un manichino di cartone Così lui ascolta gli altri e io mi posso Dedicare in pace alla masturbazione)
Ah ah ah, CREDONO di avermela fatta!!!!!!!!!!!!!!!
Questa canzone è di un giovanissimo Fabio Concato ed è stata incisa esattamente trent'anni fa: la musica è una ipnotica ripetitiva minimalistica nenia, tipica di alcune delle prime canzoni di Concato; il testo mi aveva colpito, anche se forse all'epoca non avevo ben capito cosa volesse dire. Trent'anni dopo capisco un po' meglio il senso di queste parole. E direi che per quei 2-3 che mi seguono con una certa costanza, questo Breve sogno fa il paio col Complesso del maledetto. In entrambe le canzoni, seppur con sfumature diverse, si parla della incapacità, e forse della non volontà (quale delle due ha determinato l'altra? Saperlo, saperlo...) di uniformarsi agli stanchi rituali della nostra inconsistente civiltà dei consumi. Il problema è che se si sceglie di essere contro e non ingoiare la nostra stanca civiltà, e non sei in una canzone dei Nomadi ma nella vita reale, questo essere contro te lo faranno pagare assai caro, sperando che un giorno tu ti penta della tua audacia e torni a Canossa con il capo cosparso di cenere per implorare una riammissione al tempio degli Eletti
Ho costruito la mia casa, gli ho fatto un piccolo cortile ho l'orto, due galline, un cane ed un porcile dalla mia stanza vedo il mare, conosco tutti i pescatori, la notte al largo con la torcia li vedo andare.
All'alba poi facciam baratto io porto vino ed insalata, mi danno un po' del loro pesce il resto andrà al mercato.
Quand'ho finito il mio lavoro mi porto un libro sulla spiaggia, ricopro poi le buche del mio cane con la sabbia.
Ha sempre voglia di giocare gli parlo spesso e ci intendiamo poi corre su uno scoglio, vuol giocare con un gabbiano.
Io sto a guardarlo dalla riva, si volta, l'impotenza nei suoi occhi, mi guarda, mi chiede: "fammi volare", arreso torna indietro a testa bassa, ma riprende subito a giocare.
Andiamo a casa specie di cristiano, il mare si è accoppiato con il sole se l'è ingoiato tutto e fan l'amore; dobbiamo rientrare.
Stanco e sereno sopra il letto, punto la sveglia, dormo, attendo l'alba; mi chiama un pescatore dal cortile: la caccia è andata bene.
Ho aperto gli occhi, è stato un sogno, rumori di ferri d'officina; certo, la mia realtà è diversa, qui non c'è il mare e i pescatori, e poi non c'è il mio cane
4 luglio 1776. 14 luglio 1789. 21 luglio 1969. 11 settembre 2001.
In perfetta controtendenza su questi grandi avvenimenti della Storia dell'Umanità avvenuti tutti in estate, l'annus si non horribilis quam minus irrilevans 2007 sta per allestire una rivoluzione totale dei costumi in una data di transizione tra l'autunno e l'inverno, con decisi sentori natalizi e retrogusti da settimana bianca.
5 dicembre 2007.
Vi prego di notare la rotondità delle cifre, l'austera eleganza delle sonorità. Cinque dicembre duemilaesette, se abbiamo l'accortezza di pronunciare la u e la e di duemilaesette come due vocali distinte (ci vorrebbe una dieresi di cui queste incomplete keyboards moderne sono ovviamente prive) viene fuori un endecasillabo dantesco, assolutamente all'altezza di io caddi come corpo morto cade, tornammo tutti a riveder le stelle, la bocca sollevò dal fiero pasto, era già l'ora che volge al disio.
Il nostro piccolo pianeta blu occupato da sei miliardi di provinciali dell'Orsa Minore continua a girare imperterrito senza avere gli strumenti per rendersi conto di quello che sta per succedere. Non sa che nella Città Eterna, Culla della Cristianità, Centro dell'Impero, ondate di pensiero e creatività per ora confinate in pochi metri quadri tra Rebibbia e il Policlinico stanno per spostarsi sulla Via Cassia con l'incedere orgoglioso e inarrestabile di una invasione militare.
La principale artefice di tutto questo è una discendente di Arianna, contraddistinta da una incoercibile attrazione per tutto quello che ha a che fare con fili, legàmi e (per estensione) trame e tessuti che in un metafisico anelito verso l'Assoluto condiziona medianicamente la sua intera esistenza. Nella sua diuturna capacità di costruire legàmi, corrispondenze biunivoche, sinergie, simmetrie, analogie, omologie, ella ha coagulato intorno a sè una piccola legione di fedeli collaboratori pronti ad occupare con fulmineo ed inarrestabile blitz il periglioso mondo dell'Alta Moda. Ed essi vanno da Hosvaldus, che con opportuni rituali propiziatori cerca di impetrare la benevolenza degli dei, ad Isa Pulchra, che con magici macchinari fornisce icòne rappresentative della perfezione estetica raggiunta, ad Arianna Junior che tesse trame d'incanto con famelica abilità.
Il Pianeta Terra non si è ancora accorto di nulla, ma di qui a quattro giorni sarà percorso da una scossa elettrica che farà perdere la rotta ai naviganti, confonderà i segnali radio, dirotterà tutti i satelliti artificiali verso la costellazione di Orione e farà tornare anzitempo tutti gli uccelli migratori al Nord (cosa che potranno fare senza rischio perché nel frattempo sarà già arrivata la primavera che durerà ininterrottamente fino al 2012).
Ed ovviamente per partecipare all'evento si stanno già muovendo dai 5 continenti taxi, aereotaxi, taxi tua e de tu nonno, auto pubbliche, auto private, servizi pubblici, privati e deviati, carri armati disarmati e disarmanti, elicotteri, autobus navetta e navette autoreggenti, dischi volanti, astronavi, astronzi!!!, bimotori, quadrimotori, quadri funzionari e dirigenti, jet turbojet e turbative d'asta, tappeti volanti, scope da strega, spazzettoni da pranoterapeuta, Mocio Vileda del Mago Otelma, utilitarie, utili idioti, fuoriserie fuori sede e fuoricorso, trekking con partenza da Copenhagen, marcielonghe, serpentoni umani, biciclette, tricicli, cicli di Krebs, cangurini, monopattini, roulottes e roulettes, aerostati aerofagici, dirigibili non direttivi, razzi, sonde spaziali e gastriche, autosnodati e autoarticolati, gruppi di auto-aiuto, ambulanze con Gustavo Selva incorporato, treni e trenini di Capodanno, cavalli, cammelli, dromedari, tartarughe giganti per chi si vuole gustare il viaggio, filobus filogovernativi, carretti siciliani, carrozzelle, carrozzine, la carrozza di Hans, motorini truccati, gilerini smarmittati, scooter impresentabili, Harley Davidson, Charley Parkinson (un sassofonista dallo stile molto mosso), torpedoni, torpediniere, torpignattare, teletrasporto di Star Trek, missili razzi e navicelle varie, cannoni, Air Force One, Frecce Tricolori, farfalle tricolori, fusilli ai quattro formaggi e quant'altro si renda utile e proficuo.
Lo so, lo so che molti di voi attendono impazienti il nuovo parto della fervida creatività artistica di Osvaldone, il nostro quasi-slavo trapiantato nella Città Eterna, che ha il sommo potere di renderci Contenti con qualunque cosa egli faccia, dica, pensi, arronzi & arzigogoli.
Solamente io (e chi sennò?) ho avuto modo di visionare proditoriamente il primo bozzetto di Kalòs 4 in seguito ad una incursione notturna nel laboratorio del suddetto Osvaldo attraverso il teletrasporto di Star Trek, in compagnia del Sarchiapone e del Gorilla Rosso (tra l'altro, per una gustosa anomalia transmaterica, io e il gorilla rosso ci siamo trovati l'uno con l'aggeggio da riproduzione dell'altro... e mi sa che ci ho guadagnato un qualcosina). Ma non divaghiamo...
Kalòs 4 consisterà nell'intreccio randomizzato di 16 sequenze videografiche che partiranno ciascuna da un diverso quadrante dello schermo:
avremo losanghe a nord, romboidi a sud, trapezi con trapezista ad est, circoli Pickwick ad ovest;
piramidi di Cheope a nord-est, coni gelato a nord-ovest, cornetti Algida a sud-est, tronchi di cono a sud-ovest;
triangoli che Osvaldo non aveva considerato a est-nordest, triangoli del tutto previsti ma è meglio che sua moglie non lo sappia a est-sudest, cilindri pistoni bielle e novare a sud-sudest, parallelepipedi del Popocatepetl a sud-sudovest;
il capitano Achab disperso che chatta con un cosmonauta sovietico anche lui disperso a 20 gradi Celsius di Latitudine Nord; Marco Masini che canta "Disperato" e nessuno se l'incula alla convergenza tra l'Orsa Maggiore e la Cavalla Minore;
la Santadechè abbandonata su un atollo corallino in mezzo a tredici squali tigre che scapperanno terrorizzati tra il Tropico della Leucemia e il meridiano di Greenpeace. E, credeteci o meno, come per magilla tutte 'odeste configurazioni comporranno il volto di Indira Gandhi con una pianta di fica d'India in mano. Insomma, ne vedremo delle belle....
Ero lì, nel mio candido lettino, quando sento una voce solenne che mi dice con accento grave: "Luca svegliati! Sono Aldo Palazzeschi!!".
Quando si è un po' filosofi non si sogna mai a caso: Ero una specie di Diogene, con una lampada da duemila Watt, una macchina fotografica, e cercavo in un posto che poteva essere Milano. Sento una voce nella nebbia che mi fa: "Così non fotograferai mai niente!". Non ci crederete, ma era Aldo Palazzeschi.
Ti sogno Palazzeschi, e un giorno io verròòòòòòòòòòòò.
Insomma, lo sapete che io ho il vezzo di non ricordarmi mai i miei sogni. Ne ho già abbastanza nel decodificare la mia complicatissima vita da sveglio e nel dare senso agli eventi che in essa si succedono (anche se Jean-Paul Sartre continua a dirmi che è fatica sprecata).
Ma comunque, visitato in rapida successione prima da Fabrizio Tavernelli e poi da Aldo Palazzeschi, ho partorito un'opera poetica che rende pienamente conto della ormai irreversibile devastazione che ha luogo nella mia mente.
Rinaldoni si diverte, lascia andare la sua mente alle volte inconsistente.
Nato ad Ancona cresciuto a Parma poveretto, non disarma: queste piccole corbellerie sono la sua icona.
Ormai non le legge più neanche sua figlia queste abborracciate righe con tutte le sfighe di una vita che si assottiglia...
Diamo una definizione a questa entropica e utopica desolazione.
Sono i rumori di fondo del processo primario, un consunto sillabario delle miserie del mondo.
Non è vero che non voglion dire, è solo che non si lasciano capire... Facciamo un esempio:
é come quando uno si sente Giorgio Bocca ma è solo carenza di gnocca o più banalmente Michele Serra o il blogger più figo della terra.
Ma dannatissimo eterno adolescente ditemi un poco una cosa, non è la vostra una posa, francamente indecente considerare immortali questi scritti banali?
Ma come si deve fare a capire? Siete un tipo straordinario ormai per non impazzire
ci serve un dizionario!!
Lasciate pure che si sbizzarrisca, anzi è bene che non la finisca. Il divertimento gli costerà caro, gli daranno del somaro.
Ma lui non se ne dà per inteso e scrive senza alcuna censura. Di esser scambiato non ha mai paura per un perfetto cerebroleso?
Infin la ragione è la mia e ovviamente son gli altri che han torto e allor mi si lasci il conforto di esprimerla senza bugia la mia sconfinata pazzia.
Recentemente si è parlato molto su questo blog di cosa sia l'amore, partendo dalle deliziose contraddizioni della mia fedele lettrice Chiara, tuttora sospesa fra demonio e santità, fra l'immortale anima di eterna fanciulla e il più transeunte personaggio della squalessa bianca divoramaschi, sintetizzabile nel complesso nella caratterizzazione mitologica di Proserpina che in virtù di un incantesimo di Plutone passa sei mesi all'anno nell'Ade e sei mesi all'anno all'aria aperta.
Ancora una volta, come mi capita spesso, lascerei la parola agli incubi paralessicali di Giovanni Lindo Ferretti e alla sua particolarissima visione dell'amore. La discussione resta aperta come la cella di un evaso.
Un'erezione un'erezione un'erezione un'erezione triste Per un coito molesto per un coito modesto per un coito molesto Spermi spermi spermi spermi indifferenti Per ingoi indigesti per ingoi indigesti per ingoi indigesti...
Io attendo allucinato la situazione estrema Un grande sogno nitido chiedendo alla tua pelle Con dita di barbiere un'amorosa quiete un'amorosa quiete. Sfiorarti come a caso con aria imbarazzata Atmosfera pesante elogio alla tensione Tranquillità assoluta tranquillità assoluta tranquillità assoluta Un rapimento un'estasi Su un punto delicato questa non è una replica Facile e leggera non è una mossa tattica Mi ami? Mi ami? Mi ami?
L'affinità elettiva è orfana di futuro Disturba i progetti rapisce la quiete Svela i conti in sospeso Accarezzati in sogno in un tempo spezzato che gira rigira Ritorna all'inizio non vuole finire Mi ami? Mi ami? Mi ami? Smettila di parlare avvicinati un po' Smettila di parlare avvicinati un po' Smettila di parlare avvicinati un po' Smettila di parlare, avvicinati un po'
Mi piacerebbe immaginarti, alla Carmen Consoli, confusa e felice accanto al tuo uomo che ti è spasmodicamente fedele, stravede per te ed organizza la sua giornata per te, con te e su di te con l'unico obiettivo di renderti felice;
Come avevo promesso, sciolgo il mistero sulla poesia inedita e apocrifa di Montale, non prima di aver rammentato i risultati del mini-sondaggio ad essa accorpato: su 5 risposte, due sostenevano che si poteva anche trattare realmente di un inedito giovanile del grande poeta, due sdegnosamente negavano una simile eventualità, mentre una mia tradizionale commentatrice, tipicamente cauta nei suoi commenti, preferiva non pronunciarsi.
In realtà si trattava di un clamoroso falso assimilabile a quello delle teste di Modigliani scolpite in realtà da un gruppo di buontemponi livornesi. La poesia è stata scritta da me il 6 luglio del 2006, pochi giorni prima di aprire il mio blog, ed esprimeva un paradossale bisogno di silenzio e di sostanziale abiura della comunicazione verbale. Il 23 novembre 2006 la avevo anche inserita in un post che aveva però avuto ben pochi lettori e zero commenti, così che ero abbastanza tranquillo che nessuno se la ricordasse, salvo forse la Maryann da Montecatini o immediati dintorni, che però adesso lavora 16 ore al giorno e quindi confidavo non potesse svelare l'arcano.
Il post di un anno fa si apriva con la foto dei Depeche Mode, autori dell'immortale hit Enjoy the silence il cui verso saliente recita Le parole sono totalmente inutili, possono solo fare del male, passa per citazioni di Fellini, Ungaretti e Battiato per concludersi con 5 quartine a rima alternata (ABBA, struttura poetica cara anche a Guccini e l'omonimo gruppo svedese non c'entra niente) in cui il primo verso delle quartine 2-5 rima con una parola interna dell'ultimo verso della quartina precedente (accortezza-certezza, incerto-scoperto, fretta-spetta, strada-evada) alla fine delle quali avevo inserito pomposamente la foto di Montale, così come al termine di miei avventurosi conati letterari infilo le immagini di Pirandello o Calvino, o quando voglio volare basso Luca Carboni o Claudio Baglioni.
In realtà la struttura metrica e il contenuto poetico rimandava forse più ad echi carduccianpascoliani, con volute contaminazioni tra un linguaggio contemporaneo (nè Pascoli, nè Carducci, nè Montale si sarebbero mai permessi o sognati di concludere una poesia con un colloquiale vada come vada degno di Claudio Ranieri più ancora che di Claudio Baglioni) ed uno esageratamente aulico (la fredda tomba fa pensare alla precoce morte della Silvia leopardiana, o ai Sepolcri foscoliani) ma tant'è... Non c'era nessuna volontà di erudizione e si trattava di un giochino abbastanza demenziale.
Alla fine, come diceva Palazzeschi quasi un secolo fa, con fare moderatamente futurista:
LASCIATEMI DIVERTIRE (1910): Tri tri tri, fru fru fru, ihu ihu ihu, uhi uhi uhi!
Il poeta si diverte, pazzamente, smisuratamente! Non lo state a insolentire, lasciatelo divertire poveretto, queste piccole corbellerie sono il suo diletto.
Cucù rurù, rurù cucù, cuccuccurucù!
Cosa sono queste indecenze? Queste strofe bisbetiche? Licenze, licenze, licenze poetiche! Sono la mia passione.
Sapete cosa sono? Sono robe avanzate, non sono grullerie, sono la spazzatura delle altre poesie
Bubububu, fufufufu. Friu! Friu!
Ma se d'un qualunque nesso son prive, perché le scrive quel fesso?
bilobilobilobilobilo blum! Filofilofilofilofilo flum! Bilolù. Filolù. U.
Non è vero che non voglion dire, voglion dire qualcosa. Voglion dire... come quando uno si mette a cantare senza saper le parole. Una cosa molto volgare. Ebbene, così mi piace di fare.
Aaaaa! Eeeee! Iiiii! Ooooo! Uuuuu! A! E! I! O! U!
Ma giovanotto, ditemi un poco una cosa, non è la vostra una posa, di voler con così poco tenere alimentato un sì gran foco?
Huisc...Huiusc... Sciu sciu sciu, koku koku koku.
Ma come si deve fare a capire? Avete delle belle pretese, sembra ormai che scriviate in giapponese.
Abì, alì, alarì. Riririri! Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca, anzi è bene che non la finisca. Il divertimento gli costerà caro, gli daranno del somaro.
Labala falala falala eppoi lala. Lalala lalala.
Certo è un azzardo un po' forte, scrivere delle cose così, che ci son professori oggidì a tutte le porte.
Ahahahahahahah! Ahahahahahahah! Ahahahahahahah!
Infine io ho pienamente ragione, i tempi sono molto cambiati, gli uomini non dimandano più nulla dai poeti, e lasciatemi divertire!
Per capire quanto è bella la tua città a volte devi vederla attraverso degli occhi un po' alieni, meglio se molto molto belli. E allora una serata un po' uggiosa può diventare fantasmagorica, con un dolce tintinnio di piacevoli emozioni che ti frizzano tra l'ipotalamo e il basso ventre riverberando all'infinito la gioia di stare al mondo, di esserci, di vivere. E magari quegli stessi posti dove eri passato di fretta, parlando al cellulare, con l'ansia di non arrivare in orario da qualche altra parte, riacquistano la loro risorgimentale bellezza ed il loro allusivo fascino. La tua città ti circonda di suoni rumori scorci squarci odori sapori. Perfino il pavè di Via Farini sotto le scarpe non è più sgradevole, anzi quasi ne percorri i sottili avvallamenti come assaporeresti una pietanza.
La tua città ridiventa accogliente e materna, una mamma adottiva che non ha mai discriminato tra i figli di sangue e quelli arrivati da chissà dove, Ancona Taranto Marrakech Calì Damasco Manila Agrigento Nanchino Rawalpindi Foligno Castellarano Luzzara Migliarina Erba. Accoglie e contiene il tuo plateale, e in fondo quasi esagerato star bene che ormai da anni hai sapientemente imparato ad alimentare di sottintesi e di sfumature. Fa da volano alle tue incontrollate fantasie che ti faranno addormentare un po' più presto questa notte.
Perché la vita, amico mio, è l'arte dell'incontro, perché la vita è un
VIAGGIO
E da un'uscita di galleria, col cuore in gola, ti trovi in faccia il sole che ti fruga i pensieri. Ti legge dentro la nostalgia, del buio fresco in cui fino a ieri gettavi via i tuoi giorni d'eternità. Ma la voglia di vivere, forse ti salverà, all'uscita di una galleria.
Vivere è perdersi e ritrovarsi, corrersi dietro per poi lasciarsi andare, una volta di più. Vivere è una tela di cose, con cui riempire i lunghi intervalli, tra un momento e l'altro di felicità, che la voglia di vivere, forse ti porterà, se il suo sole corto basterà.
Ed in un viaggio può capitare, di ritrovarsi a ricontare tutto, quel che è stato di te. Quello che hai dato, quel che hai avuto, quel che hai trovato, quel che hai perduto, quello che hai chiuso e quello di te che hai aperto alla voglia di vivere, nel suo tratto scoperto, in un viaggio ti capiterà.
Cose che passano, non ti voltare, non riuscirai a trattenere un giorno, un silenzio di più. Cose che passano, vestiti stretti, amori che hanno disfatto i letti, che hanno raccolto i semi e la sterilità, di una voglia di vivere che è già nostalgia, e si entra in un'altra galleria.
Lavär bén bombén ilj arbètti, po zbojintäria con pòch àcua, zgosäria e stricagnäria par tirär via tutt i resìddov d’ àcua e tridäria fén. Mèttor la ricòta in-t-na trén’na insèmma ilj arbètti tridädi, i giäld d’ớv, al säl e al formàj gràna pramzàn. Tastär al pjén par vèddor s’ l’ e bén savorì mèttrol in frìgo cuatè, preparär la fojäda sutìla. Ciapär al pjén e fär di mucc’ insìmma a la fojäda a pòca distànsa vớn da l’ ätor, pigär la pasta e schisärlacon i dìd trà un mucc’ e l’ätor, tajär i tordè con la rodéla par la fojäda. Fär bòjjor l’àcua bén saläda in-t-na brớnza e po versär i tordè in-t-la brớnza.
Mezdär con manéra e cuànd jén còt al dént tớr via la brớnza dal fớgh. Con ‘na mess’cia foräda tiräria su poc a-la volta e mèttoria a strät in-t-na supéra con ‘na spolvräda äd formàj grànapramzàn
e ‘na coläda äd butér fuz a fớgh lént ogni strät, sarvìria bén cäld.
N.B. Come qualunque rezdora dovrebbe sapere, i tortelli d'erbetta vanno pensati e comunicati in parmigiano stretto. Quindi il consiglio, anche per i livornesi, maceratesi, agrigentini, oristanesi è di rifarsi alle istruzioni originali e, qualora non si capisca qualche parola, andare a buon senso o addirittura improvvisare, usando se del caso ingredienti alternativi presenti sottomano (cardi, pistacchi, tobleroni, castagne, noci, noci di cocco, preservativi usati, bastoncini di ghiaccioli, compresse di naftalina, cosce di rana, caviglie di rospo, pappagorghe di pipistrello e simili amenità psicogastriche).
Ma per i più pigri, fornisco qui di sotto una affidabile traduzione in italiano aulico.
Derrate alimentari occorrenti per la preparazione della pasta: 60 grammi di farina, ovviamente bianca e non gialla perché non siamo qui nè per fare la polenta nè per pettinare le bambole; quattro uova di gallina; il quantitativo d'acqua che Voi ritenete a Vostro insindacabile giudizio necessario (uno dei paradossi del dialetto parmigiano è la parola soquant, che indica inopinatamente una quantità imprecisata e/o ignota); una quantità di sale raccolta con lo stesso gesto con cui si prenderebbe per la guancia un bambinetto ribelle e gradasso.
Derrate alimentari occorrenti per la compilazione del ripieno: trecento grammi di erbette, o come ci si ostina a dire nel resto d'Italia, bietole; trecento grammi di ricotta romana perché a Parma siamo poco campanilisti; due tuorli d'uovo che avrete separato sagacemente dall'albume col tradizionale metodo dei due cucchiai, se non siete buoni lasciate lì e andate da Mc Donald's; centocinquanta grammi di parmigiano, mica di grana padano che magari lo fanno a Cremona e così son buoni tutti gli asini, è che sia grattugiato molto fine sennò oltre a Mc Donald's c'è anche Burghy, Spizzico e Ulcerino che vi aspettano a braccia aperte.
Ulteriori ingredienti per condire il tutto: burro fresco, ma qualche carrettiere dell'Oltretorrente adora quello lievemente rancido che fa svisare il sapore verso orizzonti di gloria; parmigiano del più buono a volontà.
Lavare molto bene le erbette o bietole che dir si voglia, giacché le stesse hanno la pessima abitudine di raccogliere terra, animaletti di tutti i generi, sporcizie innominabili e lerciumi da tutto il mondo. Evitare centrifughe o altre diavolerie per poltroni, adoperare occhio pazienza e olio di gomito finché le erbette non brilleranno come diamanti ed emaneranno il caratteristico odore dell'erbetta ben lavata, indi farle scottare in due dita d'acqua dopo di che strizzarle crudelmente e senza requie finché non tornino asciutte e tritarle finemente dapprima con un coltellaccio da Jack lo Squartatore e quindi con la tradizionale mezzaluna. Questa tritatura deve lasciare minuzzoli di non più di 100 mg. Disporre la ricotta in una terrina insieme ai risultati della tritatura, i tuorli d'uovo, il sale e il parmigiano grattato (spesso in tutti e due i sensi possibili della parola). I più insicuri a questo punto assaggiano il ripieno per sentire se è abbastanza saporito e i più dubbiosi ne assaggiano così tanto che non basta più per la sfoglia, così che arriveranno in tavola alcuni tortelli come si deve ma tanti altri che sono l'emblema della fame in India. Nel frattempo qualche vostro aiutante, o voi stessi se siete dei poveri sfigati, avrete preparato e tirato la sfoglia con l'avvertenza di non farla troppo sottile o il ripieno sgiscerà fuori da tutte le parti, nè troppo spessa se no ci vorrà la betoniera per avvolgerla.
Ora è il momento in cui tecnica e creatività si sposano: sull'appetitosa spianata della sfoglia sappiate disporre a intervalli regolari quantità equivalenti di ripieno, ciò fatto gustate l'aroma inebriante che si sprigiona e l'altrettanto inebriante quadro visuale, scattate anche un paio di foto col telefonino da mandare a qualche amica perennemente a dieta per farla impiccare al cesso, quindi procedete alla pigiatura manuale della pasta in posizione equidistante tra un prelibato muchhietto e l'altro, e se siete dei puristi procedete alla separazione sempre a mano di ogni singolo tortello, altrimenti fate passare una banale volgarissima rotella e limitatevi ad esprimere la vostra arte quasi demiurgica nel dare ad ogni tortello una forma simile ma unica con qualche artistico svolazzo.
Fate bollire l'acqua in un capace pentolone esagerando un po' col sale e versarvi i tortelli il più contemporaneamente possibile anche a costo di ustionarvi in più punti per l'allegro schizzamento che ne risulterà. La buona tavola implica i suoi sacrifici e i suoi piccoli màrtiri e martìrii, cribbio...
Mescolare con bella maniera ad evitare di presentare in tavola tortelli oscenamente spanciati, e quando il vostro intuito vi dirà che sono cotti, con infinita cautela e amore tirarli su con un mestolo sforato (che non vi venga in mente di sbatterli tutti in una volta su un lurido scolapasta) e metterli a strati in una capace e plateale zuppiera spolverando ogni strato con abbondante parmigiano grattugiato. Nel frattempo il vostro fedele inserviente avrà fatto fondere il burro a fuoco lento (altrimenti si sprigioneranno una miriade di radicali anarchici che altereranno in modo irreversibile e vergognoso il sapore) che andrà versato bel caldo su ogni singolo strato di tortelli.
I tortelli, a questo punto, andranno ingeriti nella loro totalità entro i 20 minuti successivi perché riscaldati fanno assolutamente cagare.
Buon appetito e niente paura, la dieta può (ri)cominciare domani...
La presenza di infiniti universi paralleli sembra stia trovando una conferma: tra 6 e 10 miliardi di anni-luce dal Sistema Solare c'è un volume di spazio di ben 900 milioni di anni luce dal quale sembra che una gigantesca mano (più o meno di un centinaio di anni luce di spessore) abbia cancellato tutte le stelle. In parole povere, quest'area è completamente vuota di materia, più o meno come l'encefalo di Luca Giurato o l'apparato digerente di un pensionato con la minima.
E 900 milioni di anni luce non sono una bazzecola: se la luce in un solo secondo percorre 300.000 chilometri, salta all'occhio che nei 3.600 secondi che occupano un'ora, quel disgraziato di raggio di luce si troverà già a 1.080.000.000 chilometri (un miliardo e ottanta milioni). In un giorno avrà percorso quasi 25 miliardi di chilometri, mentre in un anno non bisestile potremmo calcolare la distanza in 9.100 miliardi di chilometri, più o meno la distanza tra Piazza Duomo e la Malpensa o Vittorio Sgarbi e la più vicina area dove sarebbe possibile svolgere qualche tipo di attività lavorativa.
Questi 900 milioni di anni luce equivalgono a un tanto al chilo a 81.900 miliardi di miliardi di chilometri, dentro potrebbero starci miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di esseri umani, qualche migliaio di Giuliani Ferrara, una venticinquina di galassie e forse tutti gli album postumi di Jimi Hendrix.
Va detto che secondo la teoria delle stringhe elaborata dal ricercatore canadese Dr. Shoemaker e dall'astrofisico italo-americano Eulalio Scarpetta, è immaginabile l'esistenza di 10 alla 500 universi (un 1 seguito da 500 zeri, più o meno la struttura di Forza Italia) in ognuno dei quali è presente Ignazio La Russa, ma in ciascuno con una pettinatura diversa.
Gli scienziati più creativi o forniti dai migliori pushers immaginano che in un'area di 81.900 miliardi di miliardi di chilometri, che (come chiunque di voi sa) implica un volume di almeno 163.000 miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di chilometri cubi (e bene o male gia così abbiamo un bel 163 seguito da 39 zeri) gli universi in questione ci starebbero tutti, anche se ciascuno non sarebbe più grande di un monolocale affittabile a 2400 euro al mese a Trastevere. Vale a dire che in ognuno di questi la Terra starebbe nell'angolo cottura e la stella più lontana nello sciacquone del cesso, e Adriano Pappalardo avrebbe le dimensioni di un virus, solo molto più letale.
Ora la notizia in sè e per sè è affascinante, ma per essere veramente rivoluzionaria ci dovrebbero spiegare se e come si potrebbe abbandonare un universo in cui ci si rende conto che tua moglie non tornerà mai più sotto i 200 chili, sei affetto da gotta cirrosi morbo del legionario e inquinamento acustico, guadagni 12 euro a settimana lavorando 96 ore per trasferirsi in un altro in cui sei conteso tra Paris Hilton e Monica Bellucci avendo sposato Marina Berlusconi, guadagni ogni mezz'ora il PIL del Bangla Desh e gli U2 vengono a suonare "Grandma Eunice's kidney pie" (cover de Le tagliatelle di Nonna Pina) al compleanno di tuo figlio...
N.B. Le immagini e le formule inserite non hanno alcun intento esplicativo e sono cioccate lì assolutamente a casaccio.
Nelle mie reminiscenze musicali che a volte mi portano fino al Medio Evo degli anni '60, al Rinascimento degli anni '70, al Baroque and Roll degli anni '80, stavolta retrocederò di soli 12 anni per sottoporvi questo particolarissimo testo del gruppo reggiano (o per meglio dire correggese) degli AFA (enigmatico acrostico che sta per Acid Folk Alleanza), che hanno vissuto alcuni gustosi anni di sperimentazioni psicodadaiste sul finire del XX secolo (ovviamente sotto la tutela morale e artistica di Giovanni Lindo Ferretti e dei suoi incubi paralessicali). E' un testo che con un po' di impegno nel 1995 (e forse anche nel 2007) avrei potuto scrivere io, ma ci ha pensato prima di me il geniale Fabrizio Tavernelli al cui sito rimando gli incoercibili masochisti che volessero saperne di più.
IL COMPLESSO DEL MALEDETTO
Vorrei portarti al Mercatone Germanvox
condurti per mano sino alla morte
sarebbe più facile anche per me
un jeans, una maglietta e un cornetto alla panna
e sceglier con te l’arredamento
dopo una gita-viaggio-cena a Semeraro
e contagiarti con malattie
herpes su herpes per i troppi baci.
Sarebbe più facile e meno stressante
esser già padre e rinfrescarmi
con il tuo neonato sotto una cascata
una cascata d’acqua pura.
Vorrei costruire una bella bicocca
mattone su mattone con le mie mani
e spremere i muscoli e le meningi
per fare sempre progetti e programmi..........
ma non posso: io ho il complesso del maledetto,
ma non posso: io ho il complesso del maledetto.
Vorrei essere come Ken di Barbie, Bobby Ewing, Kevin Costner
et je dis des conneries come Sean Connery
e il tuo conno adorare instancabilmente
ma sono un patetico ragazzo di strada
un nero corvo di Sala Paruta
un presunto poco di buono, un pigro ometto
un falso “Real Wild Child”
vorrei essere un parrocker, un fottuto rocckettaro
casa, chiesa, famiglia e metal
o essere un vegan e non sprecare
nemmeno una goccia, una stilla di sperma.................
ma non posso: io ho il complesso del maledetto,
ma non posso: io ho la turba del maledetto;
vorrei assicurare la mia casa, vorrei assicurare il mio cane
vorrei assicurare la mia famiglia, vorrei assicurare la mia vita....
Berlusconi è troppo bravo, troppo duttile, troppo vulcanico. Dovunque entra dà delle lezioni di efficacia e di efficienza a tutti gli altri, dall'edilizia alla finanza, dai programmi nazionalpopolari al calcio, dalla seduzione alla politica.
Gli altri tintognano, esitano, traccheggiano, si barcamenano, si menano, temporeggiano, ammazzano il tempo, sono sempre intempestivi, si tempestano di dubbi;
lui no,
lui dovunque arriva ha già pronto il rimedio, la terapia, la panacea, la strategia vincente, l'idea fulminante , il cross dal fondo che taglia la difesa, la schiacciata a canestro che frantuma canestro e tabellone, la schiacciata pallavolistica che frantuma falangi all'incauto offendente avversario.
Il Partito Democratico è nato da una gestazione che quella della balenottera azzurra gli fa una pugnetta, quattro anni e mezzo dalla nascita dell'idea (aprile 2003) alla proclamazione ufficiale. Ha consumato tanta di quella carta da disboscare mezza Amazzonia, ha rovinato migliaia di fegati e indotto innumerevoli patologie psicosomatiche o isteriche.
Il Partito del Popolo nasce in una notte, per germinazione spontanea dall'incessante attività neurale dell'Insalata Mista di Arcore, forse insonne per eccessiva ingestione di cassoeula e busecche o per l'ennesimo due di picche a letto da parte di Veronica, o forse ispirato da un profetico sogno in cui Mao-Tse-Tung gli parlava del Quotidiano del Popolo, Ivano Fossati della Canzone Popolare, Florian Fricke dei Popol Vuh, mentre la moglie del Piazzista Volante gli titillava le zone pubiche sussurrando Mica male 'sto pueblo.
In un anelito nazionalpopolare senza eguali, per la serie "cotta e mangiata" nasce un instant party, che non andrebbe neanche male se si trattasse di party nel senso di festa sfrenata e senza soste, è addirittura geniale se party sta per partito.
Se Forza Italia era un partito di plastica, il PiPi sarà gloriosamente un partito di carta, all'americana ma in salsa brianzola.
Il mio giovane amico Anteo Gorreri-Spaggiari, che come ricorderete mi aveva consegnato un prezioso manoscritto risalente alla fine del 1919, che secondo il suo giovanilistico entusiasmo è sicuramente attribuile al sommo poeta Eugenio Montale, mi ha portato ulteriori informazioni che, o miei accorti & avveduti lettori e potenziali commentanti, dovrebbero e potrebbero aiutarvi nel compitare un qualche abbozzo o conato di valutazione critica:
Secondo Attilio Momigliano, lo scoppio di una granata durante un'esercitazione avvenuta nel cortile dell'Accademia Militare di Parma (e non, come malaccortamente sostiene Giuseppe Petronio, al fronte, giacché il futuro poeta non vi fu mai inviato) procurò a Montale una lieve forma di afasia che durò ben oltre il congedo avvenuto nel 1920. Questo giustificherebbe sia il titolo generale della poesia, sia alcune frasi in essa contenute, quali "Difficile trovare le parole" (di fatto uno dei principali effetti della sindrome afasica), o "Il meccanismo va da solo" (la tendenza ad una ripetizione stereotipata ed ecolalica di intere espressioni verbali una volta che l'area di Broca sia stata danneggiata).
Secondo il Bellotti-Bon, dopo un vano tentativo di impiegarlo nelle attività di fureria quale impiegato di concetto, il crudele colonnello Cavatortà-Dalcò (dal quale il giovane Montale dipendeva gerarchicamente) aveva cinicamente deciso di destinarlo, data la sua alta statura, allo spazzare ragnatele negli angoli più irraggiungibili per gli altri allievi ufficiali. Da qui scaturirebbero le non troppo moetaforiche allusioni alla "tela di parole" ma più ancora alla "perversa ragnatela" (nella sua monumentale opera La poesia italiana del '900 il grande Eulalio Capacchioni ricorda che il poeta soffrì di aracnofobia per tutta la vita).
Per altro, decisamente contro una attribuzione a Montale di codesti versi, possiamo realisticamente elencare le seguenti motivazioni:
La forma poetica è decisamente troppo leziosamente regolare, le rime troppo esatte e precise per pensare che possano appartenere ad un poeta che invece durante tutta la sua carriera si allontanò sempre di più dalla forma "classica" della poesia;
Espressioni perifrastiche come "Inchiodare i sentimenti al suolo" e soprattutto "flusso di pensiero" paiono del tutto estranee all'universo poetico montaliano;
La parola "accortezza" non si ritrova in nessun documento ufficialmente attribuibile al vate genovese, che usava invece copiosamente sinonimi quali "avvedutezza", "perizia", "abilità", "assennatezza";
Ad un esame attento del manoscritto emergerebbe che esso è stato vergato utilizzando una comune moderna penna a sfera che fu brevettata circa 20 anni dopo, piuttosto che con una stilografica. Ora, pur non potendo escludere in assoluto che Montale, rampollo ultimogenito viziatissimo di agiata e benestante famiglia, potesse disporre di un avveniristico prototipo, ritengo che questo dato faccia realisticamente precipitare l'ipotesi dell'attribuzione al futuro premio Nobel a sotto zero.
Sto seguendo, come i miei cinque manzoniani lettori ben sapranno, con fraterno affetto le ultime raffinate evoluzioni di Osvaldo nel campo della fusion figurativa, con arditi esperimenti da parte sua che mescolano le più tradizionali tecniche grafico-pittoriche con le ormai più che ventennali opportunità di pittura virtuale che fanno capo alla computergrafica.
Essendo totalmente negato per le arti figurative cerco di applicare strumenti critici che fanno capo in parte alla psicoanalisi, in parte alla letteratura, in parte a sfumature psicotiche della mia complessa ed inestricabile personalità.
L'ipotesi di fondo di tutta questa elaborazione è che le opere d'arte assomiglino in qualche modo a creature biologiche più che a creazioni astratte, e che una volta "partorite" dall'artista inizino un itinerario vitale in cui l'interazione con gli osservatori-fruitori-godenti-utenti-contenti le modifichi costantemente nello stesso modo in cui un essere biologico "cresce" attraverso l'interazione con l'ambiente fisico, relazionale e (nel caso delle specie più evolute, tra cui oltre ai delfini e agli scimpanzè possiamo pur con qualche remora includere l'Homo Sapiens) culturale.
Questa è l'ultima creazione del mio carissimo Mr. Curriculum (come ebbi a definirlo, fulminato sulla Via Emilia a metà strada fra Ponte Taro e San Pancrazio dall'autorevolezza dei suoi titoli accademico-professionali-dolcevitaioli) e di sotto le mie spontanee inconsulte reazioni verbali. Ai deboli di cuore o di stomaco è sconsigliata la prosecuzione della lettura, gli altri si regolino secondo coscienza...
Il primo aspetto che colpisce, paragonato con Kalòs 1 e 2, è che questa volta la duplicazione, quella che avevo chiamato "la ridondanza" va ad agire direttamente sulla figura umana (sull' ANALOGICO contrapposto al DIGITALE del contorno).
Il volto di donna occupa con garrula prepotenza gran parte dello scenario, e questa volta non si accontenta di fare semplicemente da fulcro....
Chissà perché, percepisco che deve esserci una connessione fra questo aspetto e la conclamata multimedialità dell'atto creativo: per essere coerente e completo, caro fratello, dovresti fornire un'almeno sommaria descrizione degli odori che ti circondavano, di cosa occupava le tue papille gustative (qualcosa che stavi mangiando in quel momento?
O di quella risalita gastroesofagica a volte sgradevole, altre volte perversamente gradevolissima, di un cibo poco digeribile che non vuol saperne di farsi assimilare e si aggira beffardo per la parte prossimale dell'apparato digerente), o della visuale che i tuoi occhi andavano ad incontrare al di là del foglio o della tavolozza e, perché no, se ti dondolavi leggermente come spesso gli artisti sogliono fare nell'atto creativo, quasi per aggiungere un autoerotico piacere cinestesico al piacere "da demiurgo" (quindi in parte ideal-cerebrale, in parte sensualissimo nella dimensione tattile e olfattiva del contatto coi materiali amorevolmente prescelti) dell'atto creativo stesso.
Perché in fondo è anche questo che i tuoi estimatori poco avvezzi alle arti figurative vogliono da te: che tu ci renda partecipi del piacere sublime dell'atto creativo, di quell'interminabile orgasmo che può durare ore e ore in cui le idee fluiscono a mo' di sperma (o secrezioni vaginali nel caso di artista donna) ma non devono aspettare nove mesi per vedere l'esito eventuale del proprio liquido fluire.
Ma tornando all'esito finale del tuo essere terminale umano dello sposalizio tra idea e strumenti espressivi materiali ed immateriali (la famosa computer-grafica), l'evoluzione della figura femminile è davvero eclatante: da casta madonnina che blocchi di granito proteggono o isolano (entrambe le interpretazioni sono legittime) dal resto del Cosmo, transitando attraverso il caldo e sensuale viso traspirante amore di Kalòs 2, qui l'Eterno Femminino è quasi paurosamente sfacciato, con quel taglio di tre quarti tra l'ironico e il beffardo che comunica l'idea di una donna meravigliosa e terribile insieme, che può generare e distruggere, dare piacere ed annientare, portarti in paradiso concedendosi ma anche gettarti nell'inferno di un irreversibile no o nell'ancora peggiore purgatorio di una atroce lista d'attesa.
Ad aumentare l'enigmaticità un po' angosciosa del tutto (trattasi fra l'altro sagacemente di un particolare: quali indizi si celano nel non visto, nel non mostrato, nel non presentato? Boh!) c'è un raffinato gioco figura-sfondo per cui gli spazi tra l'ossessivo replicarsi del severo volto muliebre sono parzialmente occupati da una misteriosa figura verde che potrebbe ricordare il volto del Minotauro contro cui Teseo combatte per amore di Arianna, il muso di un medievale dragone o, tout court, una razza aliena stanziata a migliaia di anni luce da Roma. Per ora mi fermo qui, ma quest'opera merita ben altri livelli di analisi...
Questi brevi versi mi sono stati consegnati da un giovane ufficiale dell'Accademia Militare di Parma, Anteo Gorreri-Spaggiari, che li ha ritrovati miracolosamente ancora leggibili sopra un foglio di carta da pacchi che da 87 anni drenava una piccola perdita del secchiaio della cucina dell'Accademia stessa. La carta da pacchi che si faceva a Parma negli anni '20... La perdita è stata tamponata per tutti questi anni, ed i versi ivi scritti, che recano la data 23 novembre 1919, e che sembrano tradire una forte somiglianza con la grafia di Eugenio Montale, sono ancora perfettamente leggibili.
Che questi versi possano realmente essere opera di Montale non è ovviamente sicuro. Che il poeta avesse frequentato l'Accademia Militare di Parma è invece un dato acquisito della sua biografia ( http://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Montale, http://biografie.leonardo.it/biografia.htm?BioID=1369&biografia=Eugenio+Montale et al.). Chiese anche a lungo invano di essere mandato al fronte, ma solo quando fu chiaro che avrebbe fatto bella figura a costo zero perché sulle sue note caratteriali era stato vergato nella barocca grafia del Colonnello Cavatorta-Dalcò "Totalmente inadatto alla vita militare". Quindi il 23 novembre 1919, dato che si congedò nel 1920, il futuro Premio Nobel era certamente ancora in Accademia, e viene da creder fosse l'unico in grado di scrivere siffatti magistrali versi.
La fervida fantasia del Vostro umile scrivano può a questo punto interrogarsi sul come un simile reperto possa essere finito in così umiliante collocazione: è lecito credere che all'atto del congedo Montale scrivesse questi versi, in cui c'è tutta la sua poetica in nuce, potremmo parlare di un Ossi di Seppia ante litteram, sulla prima superficie cartacea che potesse incontrare, folgorato da repentina invincibile ispirazione. Ma poi, insoddisfatto (del tutto a torto, potremmo dire...) dell'esito della sua ancora acerba vena poetica, l'avesse occultata nel più drastico dei modi. Oppure, avendo maturato un'asimmetrica amicizia con un timido tenentino calabrese (tal Vladimiro Canadè) a cui citava D'Annunzio e Leopardi annoiandolo in realtà a morte, gli regalasse all'atto del congedo una produzione poetica estemporanea, che il Canadè accolse profondendosi in falsissimi ringraziamenti salvo poi utilizzarla per riparare una perdita del secchiaio che, essendo egli responsabile del vettovagliamento, stava per implicargli una perdita della libera uscita.
Sia come sia, non è chi non veda come qui si possano rintracciare, nitidi ed evidenti, i temi tipicamente montaliani dell'impossibilità della parola poetica di raggiungere la dimensione dell'"oltre" e della rinuncia da parte dell'io lirico a travalicare la dimensione della mera contingenza. Il poeta sembrerebbe rinunciare al suo strumento per definizione, la parola (quale distanza dal Vate D'Annunzio, che pure qui viene leggermente riecheggiato nel ritmo dei versi) per preferirle una più profonda (e, appunto, afàsica) contemplazione del Reale.
L'uomo cammina, vive, osserva ogni aspetto della natura, ma non è in grado di individuare il senso vero della vita, ma è bensì limitato nella sua ricerca dall'impossibilità di proseguire lungo il suo cammino. Non sa "inchiodare i sentimenti al suolo", ne è anzi perversamente dominato e determinato; il meccanismo del pensiero "va da solo", incapace di assolvere a quella che sarebbe, vivaddio, la sua funzione principe: permettere la Conoscenza.
Per il poeta il pensiero si manifesta in un flusso ondìvago e capriccioso che la parola cerca di catturare ma, ahimè, senza il minimo successo. Ma è qui che Montale rivela la sua genialità poetica (e pensare che all'epoca egli aveva appena 24 anni): per dare ordine e logicità al pensiero bisognerebbe avere la lucidità di astenersi dalla comunicazione verbale, quella "strada travagliata e stretta" che non sa rendere conto del procelloso oceano del pensiero. Oceano procelloso ma altresì foriero di vita, mentre le parole ("Ed è la fredda tomba che ti spetta...") sono ambasciatrici, secondo la pessimistica visione del Poeta, addirittura di morte....
Invitiamo i nostri scarsi ma tenaci lettori a darci le proprie opinioni sull'autenticità di questa opera poetica, o dirci se viceversa essa ricorda le false teste di Modigliani opera in realtà di buontemponi di Livorno che non avevano trovato spazio nella redazione del Vernacoliere.............
L'Omino si aggirava per le strade della sua città facendo finta di vivere, ma in realtà si sentiva già il monumento a un sè stesso che fu, che fuggiva, che fugava ogni dubbio o non ne fugava nessuno, che furoreggiava una volta nelle serate tra single di ritorno che cercavano una nuova confortante gabbia di coppia.
Forse semplicemente aveva già sparato tutte le sue cartucce e gli stava passando la voglia di combattere; forse rivendicava il diritto, o si imponeva il dovere, di cominciare disciplinatamente ad invecchiare perché si era rotto il cazzo di fare l'adolescente a vita.
L'Omino si dedicava a mille occupazioni, alcune retribuite, altre comunque giovevoli alla sua immagine sociale seppur retribuite poco o punto, altre ancora dettate solo dal suo buon cuore e dalla sua tendenza a farsi sfruttare da qualche Cavaliere della Solidarietà, altre infine totalmente improduttive, nocive al suo portafoglio e alla sua salute fisica e mentale.
Coi pochissimi amici che gli resistevano accanto proclamava il suo superomistico entusiasmo ed il suo orgoglio per una vita di francescana povertà: ma nel profondo di sè stesso rimpiangeva e malediceva una lunga sequela di scelte sbagliate (alcune francamente tra il delirante e il demenziale) dettate da romanticismo, candore d'animo, ingenuità, ottusità, tratti ossessivo-compulsivi, masochismo morale, Super-Io sadico-punitivo, cattive compagnie, testardaggine, culto della trasgressione, idolatria per le donne purtroppo non ricambiata, disordini alimentari, tilt completo dei ritmi circadiani, bioritmi impazziti, spunti paranoidi, dislivello tra conclamati altissimi Ideali dell'Io e visione profonda e segreta di un Io impotente e pasticcione da mettere a cuccia senza cena, totale mancanza di malizia, Edipo irrisolto, traumi di relazione, choc anafilattico, folgorazione sulla Via Emilia, inconcludenza, irresolutezza, disadattamento socio-culturale, tendenze all'auto-emarginazione, tortuose e turbinose ciclotimie, carenze nella razionalizzazione, scarso dialogo tra gli emisferi cerebrali. Ma questa era ovviamente solo una piccola parte delle cause della sua infelicità.
Non ci credeva più che si sarebbe risollevato e che sarebbe arrivato il suo grande momento: prima di illudersi di poter pigliare un qualsiasi treno avrebbe dovuto almeno trovare la stazione, che chissà dov'era nascosta....
Ogni tanto si accontentava di riavvolgere il nastro e guardarsi rapito qualche meraviglioso momento di 10, 20, 30 anni prima; da diverso tempo aveva invece prudentemente abolito ogni fuga in avanti con la fantasia, vivendo ogni giorno non necessariamente come l'ultimo ma come un giorno "singolare", che nulla aveva a che fare coi precedenti e nulla avrebbe avuto a che fare coi successivi.
E del resto c'erano una serie magari non lunghissima ma molto molto significativa di disillusioni nella vita affettiva e professionale che l'avevano oramai educato e condizionato ad uno sfrenato pragmatismo (pragmatismo che gli sarebbe servito qualche anno prima, e che oramai assomigliava a chiudere il recinto quando al suo interno era rimasto qualche bue sciancato e 2-3 vitellini non ancora in grado di darsela a gambe). Non si aspettava nulla, così che qualunque cosa arrivasse poteva essere considerata positiva, e qualunque novità (a volte anche le più fastidiose) rendeva la sua vita appena un po' più interessante (interessante?).
L'Omino però alla fine tirava avanti, un po' fantozzianamente, ma dando l'impressione all'esterno (e a chi non sapeva, non poteva, non voleva o non doveva vedere la sua frantumazione interiore) di essere assolutamente impermeabile e indistruttibile. E questa immeritata ed ingiustificata fama gli procurava a volte qualche istante di sincera e genuina contentezza.
No, non ora, non qui in questa pingue immane frana no non ora non qui, no non ora non qui
se l'obbedienza è dignità, fortezza la libertà è una forma di disciplina assomiglia all'ingenuità la saggezza ma non ora non qui, no non ora non qui
tu, con lo sguardo eretto all'avvenire fisso al sole nascente ed adirato all'imbrunire...
Tutti i media si sono scagliati con voluttà su una notizia che fondeva le due grandi passioni dei mediomani italiani più incalliti: calcio e cronaca nera.
Un giovane romano, quartiere Balduina, lontanissimo dallo stereotipo dell'ultrà tutto spranghe e tatuaggi, noto dj, autore di un seguitissimo blog, tifoso della Lazio ed amico di parecchi giocatori, mentre da Roma sta raggiungendo Milano per vedere Inter-Lazio, partecipa ad una zuffa in un'area di servizio nei dintorni di Arezzo con un manipolo (pare) di juventini che da una imprecisata località del centrosud a bordo di una Mercedes stava raggiungendo Parma per una delle sfide più sentite del calcio italiano. Volano parole forti, come armi improprie sembra che si usino degli ombrelli poi, quando le due fazioni capiscono che potrebbero farsi un po' troppo male adottano la tattica tipica delle scimmie antropomorfe, continuano a minacciarsi ma retrocedendo, ed aumentando il numero dei decibel degli improperi per compensare l'accresciuta distanza.
Il conduttore della Mercedes, rassicurato dal non trovarsi più all'aperto e quindi vedendo il rischio di controffensive ridotto a zero, tenta di arrotare uno dei laziali ma senza successo. Comprensibilmente, i tifosi della compagine capitolina preferiscono chiudere l'incidente sgommando ad altissima velocità.
Un agente della Polizia Stradale nota il subbuglio da una distanza che viene variamente indicata come di 30, 60, 70, 100, 200 metri, l'equivalente della Via Francigena, un anno luce.
In base a considerazioni che non ci sono al momento note decide (è la tesi più accreditata) che a bordo dell'auto in fuga ci siano dei balordi che hanno appena rapinato il benzinaio.
Forse accende la sirena (le versioni divergono), forse spara un colpo in aria (le versioni divergono) ma non è sicuramente con un colpo in aria che raggiunge Gabriele detto il Gabbo che sonnecchia in auto già dimentico del recentissimo diverbio.
Comincia nel giro di pochi minuti un italianissimo squallido braccio di ferro tra Lega Calcio (che vorrebbe sospendere il campionato) e Ministero degli Interni che vorrebbe, "per motivi di ordine pubblico", far giocare tutte le partite.
Si crea un inguacchio, un pateracchio, un fricandò pazzesco. Inter-Lazio viene sospesa perché Lotito si impunta a costo di rischiare una multa salatissima. Il filantropo Moratti, buono fino all'autolesionismo con Kanu, Ronaldo, Adriano, Vieri, Recoba, Materazzi e direi i 2/3 dei giocatori arrivati in rosa sotto la sua presidenza, con Gabriele Sandri è meno umano e vorrebbe giocare, perché teme che la Lazio in un eventuale recupero, che si giocherebbe realisticamente molte settimane dopo, abbia recuperato forma e giocatori indisponibili. Le altre partite si giocano con 10 minuti di ritardo e col lutto al braccio, che Seedorf rifiuta di mettere con la spiritosa motivazione "Io questo qua non so nemmeno chi è...", la stessa cosa che gli adolescenti del 2020 si spera diranno di fronte alla figurina di Seedorf.
Ma a Bergamo (e su altri 3 campi di C1) la partita viene sospesa in quanto squadre addestratissime e super-organizzate di supporter atalantini affrontano e mettono in fuga sparuti gruppi di spaventatissimi tutori dell'ordine a cui viene ordinato di evitare nel modo più tassativo di esacerbare gli animi (sic), tentano di entrare in campo e minacciano pesantemente i loro beniamini.
Roma-Cagliari delle 20.30 si decide ufficialmente di rinviarla quando sono già le 18 e migliaia di tifosi premono contro i cancelli.
Nel frattempo, il questore di Arezzo, che sarebbe nel suo diritto se si limitasse a rilasciare uno scarno comunicato-stampa, indice una pomposa conferenza stampa in cui i giornalisti possono solo ascoltare in rispettoso silenzio. Solo Bobo Vieri aveva osato tanto... Accredita la (più che grottesca) vergognosa ipotesi che Gabriele sia stato ucciso dal fortuito rimbalzo di un colpo sparato in aria per avvertimento, anche se ci tiene a precisare che lo sfortunato agente non si era reso conto che si trattasse di un gruppo di tifosi. E tutto questo quando già su Internet circolavano ricostruzioni molto più attendibili, come quella che io stesso ho citato.
Nel frattempo migliaia di poliziotti male addestrati, incazzati, sottopagati, quotidianamente umiliati, spesso vittime di ordini dall'alto cervellotici e contradditorii, reggono malamente l'assalto di delinquenti a piede libero fino a pochi mesi fa blanditi e riveriti dalle società di calcio, ed ora mortalmente incazzati (o inkazzati come direbbero loro) perché le loro fortune stanno rapidamente declinando.
Lo scenario intorno all'Olimpico di Roma è da guerra civile. E del resto tre anni fa non si era sospesa una partita e fatto un casotto ancora peggiore per un morto solo immaginato?
Livornesi e senesi, fiorentini e udinesi, romani e laziali, perfino parmensi e juventini si prendono per mano con reciproco affetto scordando le ostilità pregresse compattati da un comune nemico: le forze dell'ordine!!!!
Io rispetto e compiango il giovane agente che ha sparato inutilmente ad altezza d'uomo contro una macchina che si stava allontanando senza recare disturbo o pericolo a chicchessia: comunque va detto che non aveva di fronte un manifestante che tentava di lanciargli conto un estintore, non era cinto d'assedio, poteva volendo inseguire la vettura, intimare l'alt e una volta appurata l'impossibilità di raggiungerla, predisporre via radio un posto di blocco qualche chilometro più avanti. E non mi sento di fare nessun'altra osservazione finché non avrò sciolto il dubbio fra un comportamento dettato da puro orgasmo da emergenza e (ma spero di no) un freddo militaresco atteggiamento studiato ed intenzionale, ipotesi che l'avvocato di famiglia della vittima ha già preso per plausibile parlando di "omicidio volontario", ipotesi di cui spero abbia valutato la gravità prima di liberarla nei tortuosi e malsicuri spazi dell'informazione odierna.
Fausto Bertinotti, che credo possa essere scambiato per tante cose ma non per un pericoloso estremista, riprende la questione in termin pacati che credo vadano sottoscitti: “Non c'è nessuna ragione per criminalizzare alcuno. Ci può essere tutta la condivisione dell'errore umano”, spiega Fausto Bertinotti, “ma questo non può confondersi con l'oscuramento della responsabilità. Tuttavia, penso, “ continua ancora, “che l'uso delle armi da fuoco debba essere diversamente sorvegliato. Continuo a considerare incomprensibile l'uso delle armi da fuoco in quella situazione. Le armi da fuoco non vanno usate se non in circostanze estreme. Un fatto come questo, pur con tutta la partecipazione umana alla vicenda del poliziotto”, non è ammissibile”.
Io non sono il Presidente della Camera e quindi posso sviluppare il ragionamento del Fausto e chiedermi:In base a quali input, quali ordini, quali addestramenti i poliziotti italiani sparano ad altezza d'uomo contro un gruppo di ignari tifosi e (viceversa) scompaiono alla chetichella dallo stadio di Bergamo lasciando che se la sbrighino giocatori, arbitro e funzionari della Lega Calcio? Forti coi deboli e deboli coiforti?
La Terra era osservata da tutte le parti dell’Universo: da Antares come da Vega, da Betelgeuse come da Sirio, da Aldebaran come da Alpha Centauri, da Zeta Reticuli come da Melone 3. Il piccolo pianeta blu tanto caro a Cassandra era come Monica Bellucci in un club di uomini molto ma molto soli: stimolava le voglie dell'Universo intero...
Solo che, altrettanto fondamentalmente, né i vermiformi di Antares, né gli ectoplasmi multipsichici di Vega, nè i fantasmoidi trascendenti di Betelgeuse, né gli anfibi karmici di Sirio, né le oloturie bivalvi di Aldebaran, né i sigmoidi asintotici di Alpha Centauri, né le ombre policrome di Zeta Reticuli e menchemmeno gli eliformi storitesi di Melone 3 possedevano un apparato genitale, riproducendosi tutti o per scissione o per partenogenesi, e quindi nessuno di loro poteva saziarsi della libidine di farsi la Terra con una sana e solida pugnetta. No! La Terra la volevano e la avrebbero avuta…..
Regass, a' s pérta... (Lingua galattica d'ordinanza)
Messe in comune le rispettive conoscenze tecnologiche, gli alieni erano in grado di curvare lo spazio-tempo con una tecnica semplice ma efficace: facevano esplodere una quarantina di stelle minori in super-novae (con il suffisso –ae, son più d’una) producendo un calore inferiore solo a quello di Sesto San Giovanni in pieno agosto, quindi afferravano prontamente le due estremità dello spazio tempo e le ravvicinavano al ritmo di due anni-luce al secondo (grazie a una speciale deroga firmata da un bisnipote di Einstein davanti al notaio Ambrogio Rezzonico di Bellinzona): se erano in vena creativa facevano anche delle gale, dei nodini alla marinara, dei nodini di vitello,dei nastri di Moebius per cui ti capitava di passare da Beta Cygni a Marina di Massa in una frazione di secondo per sbucare un minuto prima di essere partito nel bidè di La Russa. Un’astronave di Aldebaran è piantata al casello di Marotta-Mondolfodall’estate 2005 e non riescono più a tirarla fuori per cui tocca proseguire per Senigallia…
Una volta ottenuta la configurazione spazio-temporale desiderata, grazie ad un’altra deroga firmata da un sedicente conoscente del portiere di una biscugina di Max Planck, veniva innescata una reazione nucleare retrograda dall’elio all’idrogeno che produceva una temperatura di –12000 Kelvin che raffreddava lo spazio-tempo dandogli la forma più opportuna. Et voilà…
George Bush Junior dormicchia nella Stanza Ovale sognando un trattamento all’altezza di un Presidente, ma purtroppo a leccargli le parti basse è solo il suo cagnolino. E si chiede: cos’ho meno di Clinton? E’ solo perché non so suonare il sassofono?
Quando ecco che entra come una furia scatenata l’afroamericana meno sexy del mondo, lo scuote per le spalle e gli dice “Mr. President, aliens approaching!”Bush la scambia per una scusa per fare sesso con lui e la strapazza a lungo.
Sarkozy riceve all’Eliseo diciotto delle sue trentanove amanti, e quando il Ministro degli Interni irrompe urlando “Monsieur le President, parbleu s’il vous plait voulavant… Alieni in avviscinamonto…”, gli urla “Piantala di parlare come l’Ispettore Clouseau” e gli lancia due preservativi usati e molto pieni in mezzo agli occhi.
Prodi si sta abbuffando di erbazzone e di gnocco fritto largamente innaffiato da Lambrusco di Sorbara quando irrompe Sircana in trance, inseguito da quattro trans e fa un commento tranchant: “Romano, mentre stai qui che te la spassi ci sonoi marziani che stanno mettendo Roma a ferro e fuoco… Perfino i romeni se la stanno dando a gambe…”. Prodi gli vomita in faccia mezzo chilo di erbazzone e sviene.
E scene simili le possiamo immaginare in tutte le altre stanze dei bottoni del mondo, da Downing Street al Cremlino, da Piazza Tien An Men ad Alexander Platz, da Piazza Grande a Piazza Bellapiazza. Una delegazione di tutte le più feroci razze aliene sta invadendo la Terra e tutto quello che i nostri politici sanno fare è ignorare il problema e/o farsi invadere dal più totale panico.
Intanto il comandante Ashtar Shera 2 La Vendetta sta litigando col secondo Starman Waiting In The Sky perché il navigatore satellitare che Starman gli ha procurato va riprogrammato ad ogni cambiamento di sistema solare: “Hrunf?” urla Ashtar, che in Linguaggio Galattico Standard vuol dire “Animale, sei sicuro che fosse il modello più aggiornato che ci fosse sul mercato?” e Waiting risponde “Grugra strabiloff orianto triff tamaran swaizenstein chestaddì” che in Linguaggio Galattico Standard vuol dire “Claro que sì”.
Ma ahimè non è vero: su istigazione del revisore dei conti intergalattico Padua Explode, Waiting ha comprato un navigatore satellitare usato, taroccato e contraffatto al mercatino interstellare di Stargate Portese dall’androide sirio-trasteverino C6-Ceosai, che in perfetto slang siriano gli ha garantito “Ofainnà ettefatuttolùi”, vale a dire “Ti fornisco le più ampie rassicurazioni sul funzionamento di codesto apparato”.
E così, mentre Prodi telefona a Sarkozy, Brown telefona a Putin, Bush telefona al papà (What am I to do daddy?), Berlusconi telefona ad Aznar che gli risponde “Cabron, no estamos mas al gubierno!!”, il meglio delle razze intergalattiche manca la Terra di un paio di parsec e si pianta con la sua mega-astronave nella pianura dei mandrilli di Andromeda. Va bene che non hanno apparati genitali, ma la cacca da qualche parte la devono pur fare… Una prece per questi sventurati…
In attesa di pubblicare un clamoroso post sull'imminente invasione aliena della Terra, a mo' di trailer cito questo interessante testo dell'Alberto Camerini pre-Arlecchino Elettronico, risalente agli (a me carissimi) ultimi anni 70.
Nessuno fece caso nessuno li notòٍ, non era mai successo, nessuno ci pensòٍ
arrivarono ad ondate alcuni anni fa, sembravano invisibili forse irriconoscibili...
Nessuno seppe mai quale pianeta fuggivano, da quale galassia, perché emigravano,
gli esperti non capivano come facevano a viaggiare…un'astronave trasparente o col potere della mente....
Approfittarono del lusso della civiltà avanzata, si nutrivano di scarti della società privata
riciclavano le macchine e i vestiti non usati, si vestivano di niente, di stracci colorati.
Vivevano in bande in case occupate, non avevano famiglia o tradizioni antiquate
comunicavano tra loro con nuovi segnali, tu li avresti detti diversi invece erano tutti uguali....
Li chiamavano marziani, animali, fuorilegge, briganti, guerriglieri, trovatori,
abitanti dello spazio, viaggiatori, visionari, anarchici, cercatori.
Come la terra gira, gira lenta intorno al sole, come cambiano le stagioni adagio senza rumore
si materializzarono con la stessa armonia con cui da un bagno d' acido si fa una fotografia.
Quando erano in troppi per poter tornare indietro, quando era troppo tardi erano già al di qua del vetro
per cacciarli nuovamente nello spazio con la guerra e cancellarli definitivamente dalla faccia della terra.
Li chiamavano marziani, animali, fuorilegge, briganti, guerriglieri, sognatori,
capitani dello spazio, viaggiatori, visionari, anarchici, trovatori.
I giornali che all’inizio ignoravano la cosa, adesso l’attaccavano, diventava più pericolosa
ma improvvisamente come erano arrivati nessuno più li vide, sembravano dileguati.
Nessuno seppe come, nessuno seppe dove, tornarono invisibili o irriconoscibili
o forse sono ancora qui e aspettano il momento, non vedono che l’ora per ritornare ancora.
Li chiamavano marziani, animali, fuorilegge, briganti, guerriglieri, sognatori,
capitani dello spazio, viaggiatori, visionari, anarchici, trovatori.
Questa idea dell'opera d'arte in quanto "creazione" e non "creatura" mi sta prendendo la mano.... Un commento di Stella che raccontava "Non do nome ai miei quadri, quando due menti si parlano (quadro e uomo che guarda) può accadere che la tela cambi atmosfera durante il suo intimo mentale e privato discorso con chi la guarda, e con ogni persona sarà diversa, la sua interpretazione può mutare a seconda di ogni esperienza, di ogni sensibilità..." mi ha quasi emozionato. Con qualche occasionale "facezia" (per usare un termine caro al neoclassicista Osvaldo), il discorso si sta facendo molto complesso e stimolante.
Eh sì, perché già in un post precedente avevo immaginato il rituale della nascita (e della presentazione al mondo) di un'opera d'arte come simile al rituale della presentazione al mondo di un neonato in carne, ossa e già miliardi di neuroncini in grado di assorbire nel tempo di tutto, da Luca Giurato a Shakespeare.
E in un mio precedente commento avevo scherzosamente parlato di "evoluzione della specie" (Oserei dire, per ora, l'evoluzione della specie... Kalòs 2 condivide con Kalòs 1 parte del DNA ma ha subìto una casuale deriva genetica che potrebbe renderlo/a più adatto a rappresentare la bellezza femminile incorniciata piuttosto che ingabbiata, abbellita piuttosto che repressa, affermata piuttosto che negata).
Ma torniamo a Kalòs 1
In questa opera si ha l'impressione che due diverse dimensioni si giustappongano senza fondersi: Chiara l'aveva espresso come Io percepisco una volontà di chiusura, di rinserrare la bellezza ed anche la stessa essenza femminile in un serraglio dorato. E' lì, quella magnifica donna, come una dolce Madonnina, un'icona di sensualità quasi "censurata". Il cerchio degli specchi del caleidoscopio sembrano quasi tasselli di cemento o di creta antica levigata. Emerge forse la "paura" della potenza del femminino, della bellezza anche fisica di chi la possiede...? Non è sicuro. Ma il controllo della situazione è fuori discussione. Solo il viso di lei è espressivo all'ennesima potenza, è il fulcro di tutta la storia.
Viceversa, le mutazioni che hanno interessato Kalòs 2 hanno condotto a un risultato diverso: le due dimensioni (la computer-grafica e il disegno a mano riversato tramite scanner a fare da fulcro semantico dell'intero quadro) qui non sembrano giustapposte ma integrate. Insomma, in termini più pedestri, in Kalòs 1 poteva risultare evidente la combinazione di due tecniche diverse, la cesura; qui le tecniche si fondono, si sposano. Guarda caso mezz'ora fa ho fatto un post che parlava della costruzione di un amore e adesso qui parlo di qualcosa di molto simile, di due dimensioni estetiche che invece di limitarsi a sommarsi decidono allegramente, fatta magari qualche capriola, di moltiplicarsi.
La mancanza della pupilla e l'emanarsi di una specie di aura dai contorni del viso ho come l'impressione che siano due sfaccettature di un medesimo diamante: l'occhio senza pupilla perde evidentemente la sua funzione di organo osservatore, critico, scrutatore, laddove l'iride (che qui ha una espansione anomala) rappresenta in modo abbastanza trasparente il ruolo proverbiale di "specchio dell'anima"; ed ecco che l'aura che si irradia (e che fa pensare a un confortevole calore) si fonde con l'occhio caldo che si spalanca per lasciar trasparire l'interiorità piuttosto che strizzarsi per meglio capire e meglio vedere...
Inoltre, mentre l'icona femminile di Kalòs 1 era decisamente manierata e stereotipa, simbolo di una bellezza un po' standardizzata, questa icona femminile comunica calore ed empatia: una donna che non c'è bisogno nè di proteggere nè di ingabbiare con una muraglia cinese in sedicesimo, perché già di suo è in perfetto equilibrio col Cosmo.
Sotto una scorza protettiva fatta di spregiudicatezza e di trasgressività, la mia amica Chiara, anche nota come Eterna Fanciulla e Cerbiatta Tenerella, in realtà cerca non tanto e non solo l'amore quanto l'anima gemella, ottimisticamente convinta che ne possa esistere anche più d'una.
Non avendo, per raggiunti limiti d'età e per una scarsissima affezione per tutto quello che assomiglia ai concorsi a premio, nessunissima velleità di candidarmi, mi limito a riprendere e sviluppare in un post organico alcune considerazioni sparse.
L'essere umano è una creatura biologica non particolarmente ben riuscita (i delfini, i gatti, i leoni, perfino gli squali sono creature molto più esteticamente belle e perfettamente adattate alla loro nicchia ecologica, a differenza dell'Homo Mica Tanto Sapiens che non si adatta a nessuna nicchia ecologica e non ha il minimo rispetto per il proprio ambiente): condivide con le altre creature biologiche una fortissima pulsione a crescere e moltiplicarsi (cioè, volgarizzerebbe Benigni, a mangiare e a trombare) ma non sa più nè mangiare nè vivere la sessualità in una maniera naturale.
Peccato, io non so mangiare peccato, io non so dormire non so camminare in un prato non so neanche amare peccato. (Giorgio Gaber, L'impotenza, 1973).
Come evidenzia Gaber, sono tante le cose che l'uomo non sa più fare: in compenso ha imparato a farne tante altre complessivamente inutili e perniciose. Ha sviluppato una razionalità che frammenta la realtà, isola le variabili, disconnette elementi per loro natura connessi.
E' colpa del pensiero associativo se non riesco a stare adesso qui. (Franco Battiato, Segnali di vita, 1981).
Ma, soprattutto, in parte attraverso l'invenzione delle religioni, in parte attraverso il pensiero filosofico, ha inseguito da sempre la mistificatoria idea di finalità e di destino.
Finalità e destino non hanno nulla di reale, nessun riscontro pragmatico, sono una raffinata illusione del genere umano.
Sì vabbè, dirà quel lettore che non ha ancora rabbiosamente interrotto la lettura di questo post, ma cosa c'entra questo con l'amore?
C'entra, c'entra... In realtà, la ricerca di una persona dell'altrui o proprio sesso risponde al bisogno di provare un piacere fisico (il motivo dell'accoppiamento di tutti gli esseri viventi) e di avere una conferma narcisisistica (motivazione secondaria che possono avere solo gli organismi dotati di un adeguato livello di autocoscienza, capaci cioè di riflettere su di sè): conferma narcisistica che può a sua volta biforcarsi in un bisogno di ricevere (che bello che sei, che uccello lungo che hai, che belle tette che ti ritrovi, che splendido sorriso etc. etc. etc.) o in un bisogno di dare, aiutare, sostenere, dirigere (in questo caso di solito il/la partner non ti fa alcun complimento ma denuncia col non verbale la propria dipendenza da te, e magari dai complimenti che tu ti ostini a fargli/le nonostante di solito non se li meriti).
Se esistesse veramente una e una sola anima gemella, eventualmente gestita da Eros, Cupido, i fidanzatini di Peynet, gli innamorati di Prevert, Eros Ramazzotti, gli innamorati di Umberto Tozzi, le possibilità statistiche che noi possiamo veramente incontrarla sono totalmente vicine allo zero.
Se invece pensiamo alla costruzione di un'anima gemella le possibilità statistiche tornano, vivaddio, a nostro favore: si individua un materiale inerte come farebbe qualunque bravo scultore, e lo si modella. Ma il problema, la complicazione è che intanto anche lui/lei modella te...
Perché il fatto (o il problema) è che a considerare il proprio partner l'anima gemella ci si può arrivare, ma si tratta di un processo costruttivo e non di una "scoperta", di un processo costruttivo che spezza le vene delle mani e mescola il sangue col sudore, un qualcosa spesso di infinitamente doloroso.
Non credo a ciò che in Francia chiamano 'coup de foudre': l'amore occupa i capillari molto lento mediando la ragione con un nuovo sentimento. (Enrico Ruggeri, Rien ne va plus, 1986).
Ed è appunto un processo mooooooooolto lento, appunto di modellaggio reciproco, in cui la tendenza ancestrale è fondersi e confondersi (ma nella realtà è il più forte che "assorbe" l'altro), ma la vera sapiente abilità è se mai quella di smussarsi poco per volta, andare a caccia di complementarietà e di coppie concavo-convesso che non sono solo deliziosamente genitali
Ma a due innamorati questo non basta, non può bastare, o forse viceversa è troppo, troppo complicato e troppo duro, quando la abbacinante fiamma dell'innamoramento ti fa pensare che è già tutto scritto. Allora si dimentica che l'innamoramento è un fantastico quanto impegnativo punto di partenza, e ci si fonde/confonde in una prospettiva "eterna" in cui il tempo non esiste più.
E R O R E !!!! avrebbe detto Paolo Panelli in una puntata di Studio Uno o Canzonissima.
Amarsi implica l'epica fatica di coniugare due mondi e farli cantare minimamente all'unìsono, l'audace intraprendenza di trovare stimolanti le differenze, la vigile lucidità di non farsi condizionare dalle apparenti similitudini, ma soprattutto significa capire che una storia d'amore è tale se i due protagonisti sono capaci e disposti a riconquistarsi OGNI SINGOLO GIORNO e a volte praticare l'arte quasi zen del perdono.
E l'ultima parola come spesso capita la lascio a Giovanni Lindo Ferretti, questa volta non alle prese con i suoi consueti incubi paralessicali ma con queste semplici dirette parole:
amarti m'affatica mi svuota dentro qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto
amarti m'affatica mi dà malinconia che vuoi farci è la vita.
Se volete innamorarvi, ora sapete a cosa andate incontro. Ma mi raccomando, continuate a farlo...
Tuo padre, che ha sempre il potere di renderci Contenti, ti sta generando attraverso una complessa (e mai sperimentata prima) forma di andropartenogenesi (anche se direbbe Sigmund Freud che cherchez la femme comunque), ma tu ti senti pronto/a ad essere gettato/a nel mondo? O l'idea che la zia Stella, lo zio Luca, le cognate Chiara e Cassandra e la cuginetta terribile Maryann ti trovino mille somiglianze e magari ti facciano ghili-ghili-ghili ti atterrisce talmente tanto che preferisci restartene nel tuo utero virtuale?
Per ricordare un'attesa altrettanto ansiosa bisogna andare indietro nel tempo fino a Led Zeppelin IV (quello dove in copertina c'era un vecchietto con le fascine in spalla che taluni scambiavano per Jimmy Page dopo un trip particolarmente mal riuscito), al primo album postumo di Jimi Hendrix, al Double White dei Beatles che usciva un anno dopo Sgt. Pepper ma di anni sembrava ne fossero passati 26, all'album psichedelico degli Stones Their Satanic Majesties' Request rivelatosi una delle più stratosferiche sòle della storia del rock e forse dell'umanità (Bartozzi ti ricordi e ti si inumidisce il ciglio?), a Saluti da Cortina degli Skiantos o a Fumana Mandala degli AFA.
Ma sei tu che devi farci capire, Kalos 2, se ti senti già opera neonata pronta ad interagire con l'ambiente o ancora opera embrionale ombelicalmente legata al tuo autore. Lanciaci quindi dei segnali, un vagito, uno sbadiglio, un leggero corrucciare della fronte, così che noi inizieremo a nutrirti col latte condensato dei nostri sagacissimi commenti e la calda intimità col nulla ormai sarà finita e sarà giunto anche per te il tempo della vita...
Le morti in questo primo scorcio di terzo millennio sono sempre più angosciose, perché c'è la virtuale sicurezza che ben difficilmente chi se ne va potrà essere rimpiazzato nel tempo da qualcuno all'altezza. Le morti in questi tempi affollati sono a volte antipatiche e inopportune perché mentre muore un Grandissimo, ha la spiacevole abitudine di morire anche un Grande ma un po' meno Grande, che si vede rubare in parte la scena e, accidenti, non è che si possa resuscitare per rimorire quando la scena è tutta tua. Che la terra ti sia lieve, barone Liddas!!! Le morti forse fanno salire un po' di purpureo rossore a chi ti ha giudicato ed additato al pubblico ludibrio valendo la metà della metà del tuo polpaccio destro (ma non è mica detto...). Le morti creano un alone leggendario, per cui la Tua citazione ungarettiana leggermente modificata ("Si sta come d'inverno sugli alberi le foglie... Ma qui tira un gran vento...) resterà eternamente negli annali. La morte comunque, di fronte a un'icona del giornalismo,ha la compiacenza di aspettare che l'ingame editto bulgaro perda il suo effetto e di farti tornare in video da vivo e con i tuoi piedi.
Ci mancherai, Enzo, e del tuo erede devono ancora nascere i bisnonni....
E’ vero, mia cara amica, Milàn l’è minga pù el gran Milàn de na volta. Dire che Milano è in crisi è come dire che sul Titanic c’era un rubinetto che perdeva. Da almeno quindici anni le fortune ricucite della Milano da bere hanno mostrato i loro vermi al mondo, e nel frattempo per campare i milanesi hanno dovuto inventarsi i mestieri più incredibili ed assurdi: operatore ecoturista vegetariano, animatore macrobiotico steineriano, comico, cabarettista, Primo Ministro.
Il drastico passaggio dalla produzione e vendita di beni alla produzione e vendita di “servizi” ha azzerato la coscienza di classe del proletariato, che esiste ancora ma invece di combattere la borghesia lotta per assomigliarle. La Milano del miracolo economico era veramente “cunt el coeur in man”, certo, se gh’è i danè… La Milano della moda e della finanza, di Tognoli e Pillitteri era un po’ meno col cuore in mano ma, forse perché avevamo tutti vent’anni di meno, era un’affascinante signora piena di sussiego e mistero, specie se contrapposta a Roma signora un po’ meno di classe, a volte con uno strappetto sulla calza e una scucitura sul bavero. La Milano del 2000 è un’oscena vecchia baldraccona con cui nessuno vorrebbe più accoppiarsi ma a volte tocca farlo proprio per forza. Ci si va se proprio ci vuoi andare, e in quel momento fai un atto di fede e prometti di non lamentarti comunque andrà a finire.
Quello che della Milano di oggi stringe il cuore è la sua pressoché totale mancanza di identità cittadina: Milano è un disordinato agglomerato di persone che fanno fatica a sentirsi milanesi (certo Roma come senso di appartenenza è addirittura diabolica, nel giro di due anni sei romanizzato nel bene e nel male e non te ne liberi più neanche se cambi città, resterai con un mal d’Africa che ti devasterà la vita per il resto dei tuoi giorni), una pletora di disperati che occupano senza abitarlo un desolato inferno urbano, un esercito sbandato a cui il nemico caro-vita infligge ogni giorno drammatiche perdite.
Milano sembra non avere storia, si ricostruisce completamente ogni momento e vive in un eterno presente, come il suo Duomo che non è mai stato del tutto completato ed è in perenne rifacimento da sei secoli, da qualche anno impacchettato come un panettone (tant'è che ormai è il Duomo ad essere fatto come un Panettone e non viceversa). Quale totale differenza col Colosseo soavemente bello nel suo inarrestabile e di fatto inarrestato deperimento. (Oltre al fatto che sul Colosseo nessuno si sognerebbe di mettere gli orrendi pannelli pubblicitari che periodicamente invece ammorbano quello che dovrebbe essere un luogo di culto...).
E purtuttavia a Milano ci si incontra, n'est pas? Nel suo essere comoda veloce e funzionale non ti distrae con bellezze sconvolgenti, non ti rapisce in itinerari romantici e oberati di storia arte & cultura, è un grande ed indifferente contenitore in cui puoi badare alle relazioni, perchè oltre a quelle non hai altro. E, lasciatelo dire mia illustre amica, quando Milano ti annovera fra i suoi contenuti qualche bel punticino lo guadagna...
Vicky, tu sai che nel mio blog amo parlare in terza persona non per timidezza (nè credo che tu possa anche solo minimamente pensarlo) ma per non tediare gli altri con le mie misere e meschine storie personali.
Uno dei meccanismi classici dell’essere umano è l’assimilazione. Si tratta di un meccanismo che opera sia sul piano fisiologico (l’essere umano si nutre, e attraverso le mille magie del suo apparato digerente trasforma con capriccioso talento il cibo in carne, muscoli, sangue, ossa, cartilagini e mucillagini varie) che su quello socioculturale (l’uomo modella l’ambiente per renderlo più antropomorfizzato possibile, a volte con esiti gradevoli, vedi il Duomo di Milano o San Pietro, altre volte con esiti molto scadenti, vedi Sesto San Giovanni) che infine su quello squisitamente psicologico (l’uomo apprende cose nuove paragonandole con quello che già sa).
E’ stato per un meccanismo di assimilazione che, colpito da uno dei nuovi particolarissimi “manufatti virtuali” del mio ormai fraterno amico Osvaldo Contenti l’ho interpretato senza minimamente far riferimento alle mie invero sommarie nozioni di storia dell’arte (e dire che al Romagnosi adottavano un ponderoso testo di Giulio Carlo Argan allora non ancora sindaco di Roma) e utilizzando piuttosto dei concetti di tipo psicoanalitico che mi sono certamente più familiari.
L’autore del manufatto, compiaciuto, ha voluto leggere nelle mie parole il concetto (che probabilmente c’era ma del quale io non ero pienamente cosciente) che le produzioni artistiche possano essere concepite come dei veri e propri “esseri”. In fondo al post, per chi vuole approfondire, c'è un riassunto dello scambio di pareri che ha coinvolto Osvaldo, Stella e me, uno scambio (per noi tre) piacevolissimo e stimolante.
Qui bisogna fare un passo indietro e passare da Carl Gustav Jung (discepolo eretico di Sigmund Freud che, in totale antitesi col Maestro, sosteneva che l’inconscio non è un osceno armadio pieno di spiacevoli scheletrini ma, anzi, la sede della più profonda saggezza) a Gregory Bateson (noto ai più come marito dell’antropologa Margareth Mead, e ai meno come uno dei più poderosi intellettuali del ventesimo secolo, con propaggini virtualmente in tutte le Scienze Umane, dall’antropologia culturale alla psichiatria, dall’etologia all’ecologia).
A mio parere uno dei contributi più stimolanti di Bateson è l’idea che la Mente non sia confinata dentro la scatola cranica di ogni singolo individuo, ma che qualunque sistema dotato di certe caratteristiche (sostanzialmente retroazione, circolarità, elaborazione dell’informazione ma soprattutto la globalità che è superiore alla somma delle parti) possa essere considerato mentale. Ogni sistema (una famiglia, una città, una nazione, un campo fiorito, un branco di delfini, un gruppo rock, il Nomadi Fans Club, una squadra di calcio, o i tifosi della squadra cisalpina di cui continua a sfuggirmi il nome) può essere immaginato come una mente.
Il confine fra cosa è assimilabile a una mente e cosa non lo è è obiettivamente vago. Un computer non è una mente, mentre l’interazione tra il computer e chi lo usa è sicuramente qualcosa di mentale.
Ora, lo stimolo un po’ provocatorio di Osvaldone si potrebbe tradurre così: UNA PRODUZIONE ARTISTICA E’ O NON E’ UNA MENTE?
Non alludiamo ovviamente al sistema complesso produttore – opera – fruitori - mercanti d’arte - critici d’arte – vittorisgarbi - bonitioliva che nella sua estrema complessità è una mente, e anche delle più intricate ed indecifrabili. No. Alludiamo all’opera d’arte in sé e per sé, e cerchiamo di immaginare se l’opera, una volta prodotta, inizia una sua vita indipendente più o meno come qualunque creatura biologica.
Su un piano prettamente tecnico-scientifico sembra chiaro che una simile congettura non sia sostenibile. Ma, come direbbe lo scienziato pazzo di Ritorno al Futuro prima di ficcarsi in un pernicioso paradosso spazio-temporale, E chi se ne frega!!! E su un piano emozionale ed emozionante, nel mondo della fantasia e della creatività, io credo fortemente che qualsivoglia opera dell’ingegno, una volta partorita e “gettata nel mondo” , interagisca col suo ambiente come farebbe un essere vivente.
In ogni caso, è certo che nel momento in cui l’artista “crea”, egli spande il suo inconscio e lo fa in qualche modo “strisciare” sull’inconscio di chi osserva la sua opera, colui che con orrendo barbarismo viene definito il fruitore.
E qui imito il mio quasi fratello Osvaldo Contenti fermandomi quando ci sarebbero ancora mille cose da dire (io di solito compilo dei post in cui mi domando e mi rispondo, me la suono e me la canto, e poi non debbo meravigliarmi se nessuno se la sente di commentare di fronte alla composita perfezione dell’edificio argomentativi; mentre Osvaldo sapientemente lancia domande senza risposta, quesiti irrisolti, aporie sofistiche, concettualizzazioni aperte e sprazzi di pensiero divergente così da stimolare reazioni talvolta inconsulte nel lettore).
Come in una seduta medianica evoco i possibili interventi di Osvaldo stesso, di Stella, di Kia, di Maryann, di Cassandra e, last but not least, dei miei vecchi amici Marco Buccetti e Raul Bartozzi che di Jung e Bateson qualcosina dovrebbero saperne anche loro; oltre ovviamente a chiunque altro volesse salire su questo allegro Carro di Tespi.
Il viaggio continua....
Allegato 1: l'opera che ha suscitato questa fuga in avanti del pensiero
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Allegato 2: pout-pourri degli interventi che quest'opera ha suscitato ovvero LA MENTE GRUPPALE AL LAVORO
La bellezza ha strani parametri che dovrebbero tornare ad essere personali e non così subdolamente indotti da tutto quanto fa spettacolo. Il "caleidoscopio" permette di sfaccettare, frantumare l'insieme per cogliere piccoli particolari di bellezza, talmente piccoli da sembrare quasi insignificanti, ma in realtà è proprio l'insieme di tutti questi che rende l'unica immagine (Stella)
E' proprio l'insieme di quei particolari, magari non subito percepibili, che fa scaturire il concetto di bellezza, ma sempre differenziato per ognuno di noi. Come le variazioni ottiche di un'immagine da caleidoscopio, in cui ciascuno trova uno proprio "spicchio" di bellezza che magari altri non notano (Osvaldo)
Questo affascinante pastiche combina in modo mirabile il digitale e l'analogico, la bellezza come ineffabilità con l'ordine come ridondanza. Mi ricorda certe canzoni del David Bowie del periodo berlinese (o, più tardi, della fase jungle di fine secolo) dall'accattivante e cantabile melodia ma dalla ritmica angosciosamente meccanica. La bellezza muliebre come intrappolata in un ordine ripetitivo che esprime un altro tipo di bello di livello logico diverso. Una bellezza "isterica" quella femminile, che ammette e ingloba le imperfezioni rendendole (per così dire) vezzose; una bellezza "ossessiva" quella delle figure di contorno, che allontana da sè il concetto di in-perfezione, in-previsto, in-atteso. La stessa differenza che c'è tra l'assolo di un jazzista e il loop campionato di un dj. O tra la metafisica bellezza di certi paesaggi naturali e la claustrofobica ridondanza di certi paesaggio architettonici (Luca)
La tua analisi si è spinta così a fondo nella "psiche" della composizione tanto da tirar fuori una tipologia di critica che finora non era mai stata neanche tentata! Ti rendi conto che, condito tra una facezia e l'altra, questo tuo commento ha i crismi di una sorta di nuovo "genere letterario"?! (Osvaldo)
Luca riesce sempre a fare dei suoi commenti ...un caso a parte! eccezionale veramente e questa analisi, hai ragione tu, esce da qualsiasi schema critico consueto. Molto interessante davvero il punto di vista del nostro amico, apre spazi a nuove considerazioni, e anche queste sarebbero da elencare fra quelle nascoste nelle ...frammentazioni del tuo"caleidoscopio". (Stella)
Il bello dell'artista è questo suo "far scorrere il proprio inconscio sull'inconscio del fruitore", per cui la fruizione di un'opera d'arte può essere a volte l'equivalente simbolico di una ben riuscita seduta di psicoanalisi (possibilmente junghiana). (Luca)
Ciao Luca, non avevo dubbi che l'analisi fosse di scuola junghiana. Perché la tua dissertazione partiva dall'inconscio individuale per arrivare dritta dritta all'inconscio collettivo. Ma in quel commento hai fatto molto di più, in quanto la tua "seduta" ha preso in esame soprattutto l'opera in sé, come se la stessa si avvalesse di una psiche propria! Ed è qui che hai espresso il tuo genio, inventando un tipo di critica che non ha eguali! Il che mi ha stimolato subito qualche milione di sinapsi (cosa che è successa pure a Maristella, te ne sarai accorto) e anche se non intendo assolutamente approfittarmi della tua professionalità, ti chiedo di proseguire (quando ne hai tempo) questi esperimenti di "critica psicoterapica"... (Osvaldo)
Ormai tutti si affidano ai sondaggi. Ma non si limitano a basarsi su di essi usandoli con discrezione come ipotesi induttive sui comportamenti attuali e futuri dei consumatori. No!!! Con un chiarissimo errore logico-epistemologico (Gregory Bateson la definirebbe forse una confusione di tipi logici, quella che porta lo schizofrenico a divorare il menù invece del pranzo, confondendo il significante col significato, non zò se mi scpieco) i sondaggi vengono usati come sostituti della realtà. Berlusconi gonfia il petto con fare mussoliniano ed esclama "Il 57% degli italiani voterebbe per noi in eventuali elezioni politiche, il 90% degli italiani trova le mie giacche molto più belle di quelle di Prodi, l'85% dei miei elettori considera le foto in cui pastrugno delle belle gnocche un vile fotomontaggio, il 100% degli italiani sostiene che mi chiamo Silvio. Ciò detto, cosa aspettano questi comunisti ad andarsene tutti a Cuba e lasciarmi libero di sbrigarmi le mie faccenduole pubbliche e private con l'azienda Italia?". Vale la pena tornare su un punto che al lettore disattento, miope o vittima di crisi di petit-mal avendo uno screen con un eccessivo flicker-flicker-flicker-flicker-how-pow-wow potrebbe sfuggire: i sondaggi erano nati per aiutare le aziende a mettere in circolazione prodotti che incontrassero il gusto del consumatore. In una onesta e non ipocrita società dei consumi, ciò poteva configuare la simultanea soddisfazione del produttore e del consumatore. Appunto... Non sussistendo l'assunto di base, anche la conseguenza va a farsi un giro. NON siamo una onesta e non ipocrita società dei consumi, e quindi il produttore è quasi sempre un ribaldo che aspetta e spera che il consumatore sia un gonzo masochista e decerebrato.
Quando poi la tecnica dei sondaggi (che come tutte le tecniche si trascina dietro delle strategie e delle valenze etico-morali ed estetiche) viene applicata alla politica, esce cioè dall'ambito del libero scambio di beni e servizi per entrare nel mondo del pensiero e delle idee (di cui la politica DOVREBBE far parte, ma mi scappa quasi da ridere nel sostenerlo), il suo uso non può che essere improprio, mistificatorio e antidemocratico.
Già, antidemocratico... Perché gli elettori eleggono (e, direbbe Grillo, assumono e pagano in qualità di loro dipendenti) senatori e deputati perché pensino con la loro testa, non perché si considerino dei prodotti attorno a cui far sorgere il più laido e vergognoso dei merchandising. Eleggono e pagano senatori e deputati perché affrontino i problemi del Paese e trovino delle soluzioni, non perché si appiattiscano pavidi e imbelli su quello che la gente pensa di loro. Un politico che decide per la paura di non essere rieletto non fa un gran servizio al Paese. Ma, come dire... "Così fan tutti"....
Ma perché Roma è così più romantica di Parma (e, si potrebbe dire, di tutte le altre città al mondo)? Le cause possono essere ricercate in una larga messe di variabili stratificate, differenziate e globali, ma ho scoperto con una ricerca nei meandri della memoria che tutto ciò può dipendere anche dalle canzoni. Immaginiamoci un innamorato residente in zona Nomentana che canti alla sua città le seguenti parole:
Roma nun fa la stupida stasera damme 'na mano a faje di' de sì sceje tutte le stelle più brillarelle che ci hai e un friccico de luna tutta pe' noi...
Faje sentì che è quasi primavera, manna li mejo grilli pe' fa cri-cri, manna quer venticello stuzzicarello che ci hai, Roma reggeme er moccolo stasera.
Roma regge il moccolo e l'innamorata cede. E ora immaginiamo un innamorato residente alle propaggini sud del quartiere Cittadella che canti alla sua città
Pérma sta miga a fèr la cojon'na stasira dam 'na man a fèrogh dir ed sì cata tutt'al stèli pù luminoz ch'at gh'è e un tochinèn ed lun'na tuta par nuètor.
Fagh intendor ch'l'è quèsi primavera fa gnir di grilèn ch'i fagon cri-cri manda col vent sbrisolèn ch'at gh'è. Pérma tènom al zeugh stasira.
Pérma la fa còl ch'la pòl, mo s'cond mi an gh'è miga na gran speransa......... Insomma non c'è partita... E quindi un parere spassionato... Se hai ricevuto un quasi sì a Roma, non illuderti che esso possa diventare un sì pieno una volta reimmersi nelle brume padane....
Alla fine è allontanandosi per un po' dal proprio comodo microcosmo fatto di lente e pigre pedalate per Via Farini, festosi bivacchi del fine settimana al Parco Ducale, goliardiche partite a pallone o deliranti tentativi di emulare gli Harlem Globetrotters sottocanestro in Cittadella, ingestione di piccantissime specialità similspagnole al Tapas Pub, disperanti cineforum al Cinema Astra col dibattito finale come nel '77;
è facendo tutte queste cose che si riscopre sè stessi o magari ci si scopre (in tutti i sensi della parola).
Andando a Roma magari ti capita di capire qualcosa di più profondo e meno triviale sui rapporti umani, su quanti strati a mo' di cipolla mostra la personalità umana. Lo si poteva capire anche standosene a Parma? O lo si capisce a Roma ma Roma non c'entra niente? O c'entrerebbe Roma anche se stessi a Parma, e magari Parma anche se stai a Roma? E Helsinki, Helsinki siamo proprio sicuri che non c'entri niente?
Roma è intricata, ostica e lentissima. Roma si sbocconcella delicatamente per paura di non digerirla bene. Essere, ma anche solo sentirsi per un attimo, romani è un inutile, subdolo e meraviglioso dono degli dei. Del resto Roma è da sempre accogliente e ruffiana, è una pizza millegusti in cui arriva di tutto ma tempo un paio d'anni chiunque arriva è romanizzato a tutti gli effetti. Roma è cinta, invasa e quasi schiacciata dalla sua storia. (Ebbi a dirlo in tempi non sospetti, chi mi vuol bene sa come quando e perché...).
E per adesso su Roma, romani & romanità vera e presunta facciamo che basta...
Roma città degli incontri, Roma città della memoria, Roma città ospitale e ruffiana quant'altre mai. Scoprire o ricordare che davvero Trastevere romano, Oltretorrente parmigiano e forse anche Oltrarno fiorentino, nel loro essere "di là dall'acqua" aprono l'accesso ad onirici fantastici mondi dove tutto è possibile. Sentire in un cielo plumbeo che gravava sui fori imperiali, a pochi metri dall'ufficio di Walterì, la solennità dei secoli che Roma con arrogante indifferenza contiene. Scoprire la tempestosa genialità di Stella che cento ne fa e duemila ne pensa, entrare in contatto con la sua sensibilità quasi adolescenziale dentro la corazza di una donna sicura ed operativa che ha costruito la sua meravigliosa vita passo per passo pezzo per pezzo senza arrendersi mai in un costante erratico viaggio che è ancora lontanisimo dall'approdo. Sfiorare un Osvaldo Contenti a letto con la temperatura del Gorilla Rosso (citazione di Paolo Panelli che solo noi attempati cinquantenni possiamo capire), ma sarà sicuramente per la prossima volta... E come credete che ci siamo salutati? "Ciao Nicolas Poussin...". Riconoscere nella Chiara tutt'altro che quella divoratrice di uomini che si diverte ad apparire con spirito trasgressivo molto anni '70, ma veramente quella Eterna Fanciulla che mi sono permesso a suo tempo di denominare. E dire per telefono a quella transfuga impunita della Maryann che avrebbe completato meravigliosamente la compagnia. Rientro a casa equivalente ad un brusco risveglio; riacclimatarmi a Parma mi ha richiesto un paio di tristissimi giorni, ma credo di avercela fatta...
La città in questione, in sè e per sè, è Eterna. Fondata nel 756 A.C. è stata nell'ordine:
culla della più grande civiltà antica, che stendeva le sue propaggini dall'Atlantico al Mar Caspio, dal Mare del Nord alle coste Sud del Mediterraneo;
culla della Cristianità, nonostante i centurioni romani avessero avuto non piccola parte nella crocifissione del fondatore-testimonial della suddetta religione;
nevralgico e nevrastenico centro del potere politico da ormai 137 anni, ed in quanto tale teatro di tutte le manifestazioni di protesta, mal gradite dagli abitanti (Ma che le state a fa' qui? Ma annàtevene a Pordenone...);
sede della Rai e di Cinecittà che fungono da volani amplificatori della romanità, del romanesco, de li rigatoni co 'a pajata e della coda alla vaccinara nel resto del Paese.
Quindi ci puoi passare, divertirtici, soffrirci, restare soavemente indifferente ma tanto sai già che tu morirai e lei resterà là coi suoi 7 colli, i suoi 2.825.077 di abitanti, più marchigiani che ad Ancona e più romeni che a Bucarest, a guardarti che ti contorci nella tua agonia.
Pertanto, Roma va presa con cautela e a piccole dosi. E' sempre meglio portarsi dietro (o fare in modo di incontrare in loco) amici/amiche di analogo ceppo etnico, stendardi con lo stemma della tua città, usi e costumi extraromani, tutto questo per non venire inesorabilmente romanizzati (cosa che ai più fragili avviene ancora prima del contatto pedestre col suolo della Stazione Termini o Tiburtina).
Chissà perché, mi viene ancora voglia di disquisire sul significato dell'esistenza.
A volte l'essere umano si macchia del peccato di hybris, vuole arrivare ad una comprensione della realtà che, da quando la nostra razza ha raggiunto l'autocoscienza, viene precauzionalmente delegata prima ad una miriade di dei pronti per l'uso, e poi per molti ma non per tutti ad un Dio unico e solo, molto unico e molto solo.
Altre volte invece l'essere umano è in piena anti-hybris, rinuncia a capire e a sfidare il suo Dio rimettendosi piuttosto alla sua onnicomprensiva volontà (che è in fondo un sottile escamotage per lavarsene le mani senza essere devastati dall'angoscia), o più cinicamente arriva a fare spallucce e a dire Non c'è niente da capire, concludendo quindi che tutto avviene per caso (la solita metafora sartriana a me in effetti molto cara dell' "uomo gettato nel mondo" e condannato a trovarci un senso quando di fatto non ve n'è alcuno).
Più vivo e più mi convinco che la salvezza sta in una terza via tra la competizione simmetrica con l'Universo e la rinuncia a capire: concludere che ogni uomo è Dio, o c'è Dio dentro ogni uomo, o ogni uomo è il Dio di se stesso e quindi dovrebbe onorarsi, adorarsi e rispettarsi in primo luogo "collettivamente" come potenziale massimo risultato dell'evoluzione biologica sul pianeta Terra (anche se a volte si stenta a credere che sia vero), e in secondo luogo "individualmente" come miracolosa combinazione di caratteri genetici e culturali, e quindi ciascuno meraviglioso e unico nella sua assoluta irripetibilità, ivi compresi i delinquenti più incalliti ed irrecuperabili (che sono diventati tali perchè non sono mai riusciti ad adorarsi come sarebbe stato opportuno).
La capacità di far star bene gli altri, di gettare qualche sia pur minimo ponte fra i sei miliardi di disperate solitudini potenziali che popolano la Terra, rappresenta l'epifania del divino in ognuno di noi.
Certo che nei momenti di pessimismo cosmico invece percepisco con allucinante chiarezza sei miliardi e più di mònadi ognuna centripeta e ostinatamente chiusa alle altre 5.999.999.999 per evitare che un contatto eccessivo si riveli infettivo.
Ma far star bene gli altri non andrebbe fatto per un passivo ossequio a norme morali da educandato, e men che meno nella prospettiva di una ricompensa ultraterrena (apro una parentesi: se c'è un Paradiso dopo la morte, credo spero anzi esigo che sia per tutti, perchè aver attraversato questa misera valle di lacrime, peraltro tanto più dolorosamente quanto più si è stati "cattivi", costituisce una pena già sufficiente senza immaginarsi scenari apocalittici anche di là), ma per una propria libera e gioiosa scelta. Ci sono persone che hanno questa "grazia" come prerogativa naturale, e con loro alla fine la vita avrà guanti di velluto.
Era stata come la fine di una lunga malattia: un giorno ci si sveglia e ci si rende conto che il proprio organismo ha ripreso a funzionare in modo adeguato. Allora si resta a letto ancora un giorno o due (ma questa volta da soli), si ha un po' paura ad uscire paventando ricadute e/o brutti incontri. E magari l'antidoto era a portata di mano ma non te ne volevi accorgere: era lì, tra le pieghe della vita quotidiana, il suo enorme potere terapeutico rimaneva occulto sotto un confuso baluginio di parole dette e non dette, di frasi abbozzate, di concetti che non volevano saperne di prendere il volo...
Per prima cosa butti via il Vicks Vaporub e giuri a te stesso che non farai mai più uso di un prodotto tanto esageratamente pompato e reclamizzato rispetto ai suoi veri effetti, prossimi allo zero Kelvin.
Sei tornato sano e non ti sembra vero. E confusamente ricordi una mano dai guanti lisi che ti spegneva la luce, un amico che diventa nemico e ti ruba la voce. Ricordi quei sogni confusamente feroci e ferocemente confusi indotti dalla febbre in cui tutte le tue paure, tanto abilmente rimosse nella vita diurna, tornano a trovarti e ti prendono d'assalto.
E' tutto finito, adesso: sulle spiagge di mari tranquilli e non più tempestosi puoi finalmente distenderti a riposare, mentre la prima stella della sera risplende in modo dolorosamente intenso: devi fare in fretta ad esprimere un desiderio, prima che il cielo si riempia e quell'unico astro finisca fuori della tua visuale.
Durante il fascismo non era molto sentito il concetto di disfattismo? Per "disfattismo" si intende: Reato consistente nel promuovere in tempo di guerra atti, soprattutto nel campo dell'informazione, volti a deprimere la capacità di resistenza e la volontà di vittoria della nazione o, più concretamente, a danneggiare il dispositivo militare o l'economia. Oppure:attività di chi, in tempo di guerra, cerca con mezzi diversi di indebolire il proprio paese così da favorirne la disfatta.
Appunto, in tempi di guerra.
In realtà, che cosa fa e che cosa disfa una nazione (come le madri emiliane minacciano il figlio discolo A t'ho fatt e at sfagh!) è un dato squisitamente soggettivo.
Aver intitolato l'aeroporto di Palermo, tranquilla e noiosa cittadina dove la gente al massimo muore di colite per esagerata ingestione di frutti di mare, o soffocata da una spina di fico d'India, ai giudici Falcone e Borsellino è o non è un antipatico modo di ricordare al turista gli aspetti meno nobili della terra siciliana, come sostiene Gianfranco Miccichè, presidente dell'Assemblea Regionale Siciliana e, guarda caso, esponente di Forza Italia (in base al suo modo di ragionare nessuno l'avrebbe neppur lontanamente sospettato)?
Certamente una diversa denominazione attirerebbe torme di turisti in più. Pensate ad esempio ad un Aeroporto Pino Caruso. Non suonerebbe meglio? Aeroporto Maurizio Zamparini. Non farebbe capire a tutti la capacità della Sicilia di attirare investimenti dal Nord? E se proprio volete metterci due nomi per fare gli sboròni, che ve ne pare di Aeroporto Ficarra - Picone?
E chi dice che per farsi dedicare un aeroporto o uno stadio bisogna essere morti? Graz non ha forse dedicato il suo civettuolo impianto ad Arnold Schwarzenegger? Va bene che Arnold non è più arzillo come un tempo e ormai al posto di trombare la Brigitte Nielsen si deve accontentare di trombare i Californiani, ma insomma... è vivo e vegeto e forse si starà anche toccando.
Insomma, diamo alla nostra ubertosa e pittoresca Trinacria un nome di aereoporto più degno, e come jingle pubblicitario della nuova denominazione mettiamo su il campionamento della voce di Jannacci che ripete all'infinito Quelli che... La mafia? Non ci risulta!
Ecco l'On. Miccichè mentre riflette su un problema di rilevanza mondiale: per perdere un paio di chili dovrà rinunciare alla caponata?
Crudelio da un po’ di notti non riusciva più a dormire: e siccome la regolarità un po’ ossessiva delle sue abitudini dava sicurezza alla sua vita, sentiva quelle... [...]
Che cosa vuol dire mettere su un blog? Con tutto quello che c'è da fare nella vita quotidiana, morose/i fedifraghe/i, coniugi adulteri, commercialisti doppiogiochisti, padroni di casa schifosamente fiscali nel pretendere l'intero ammontare dell'affitto alla data concordata (concordata, poi... Io non ho minimamente partecipato alla decisione, anzi ero d'accordo sulla cifra ma ogni 3, 4 se non 5 mesi...)... E se poi non sei neanche la nuora di un cantante riciclato come il Jimmy il Fenomeno del 2000, non fai nessun tipo di tam-tam, eviti di mettere al tuo blog un titolo accattivante del tipo "meno tasse per tutti" o "Sesso tantrico ma moltomammolto tantrico", francamente chi te lo fa fare?
(Per chi non avesse colto la sottile allusione di cui sopra)
E' sempre più classico nelle nostre città il fenomeno delle persone che camminano per strada parlando da sole. Una volta appurato che non abbiano nessun tipo di auricolare che giustifichi questo comportamento (nel caso suddetto l'interlocutore non è visibile al passante ma è comunque reale ed esistente), risulterà chiaro che la persona in questione non parla ad un interlocutore reale e specificato, ma "a chiunque possa interessare". Questo lo possono fare fondamentalmente quattro tipi di persone:
i pubblicitari;
i profeti;
i nevrotici (specie quelli della variante ossessivo-compulsiva);
gli psicotici (nella variante paranoide-delirante o in quella tutto sommato più comune e strisciante della dissociazione con fuga del pensiero).
Ora direi che anche nell'oceano procelloso e variopinto dei blog esiste la stessa quadripartizione:
Ci può essere chi deve promuovere se stesso e/o qualche suo prodotto;
Ci può essere chi ha delle verità talmente impellenti che non crede giusto tenersele per sè;
Ci può essere chi è tormentato dalle proprie ossessioni e, essendo fissato alla fase anale, conosce solo modalità, per così dire..., "escrementizie" per cercare di liberarsene imbrattando il web e chiunque passi nel suo puzzolente cyberspazio;
Ci può essere chi ha un flusso di pensiero talmente magmatico e privo di argini che lo spruzza fuori di sè senza neanche farlo apposta.
Il problema è che, data la natura circolare della comunicazione, spesso e volentieri è il tipo di pubblico che risponde e commenta che distingue un pubblicitario da un nevrotico megalomane, o un profeta da un pazzo pericoloso che delira in diretta.
Tutti noi che apriamo un blog dobbiamo decidere a quale categoria delle quattro iscriverci. O meglio, capire dai feedback che ci arrivano dove ci hanno iscritti gli altri.
E per quanto mi riguarda, non chiedetelo a me che credo di essere plausibilissimo in tutte e quattro le categorie e in tantissime altre...
Fa piacere vedere che la vecchia guardia teatrale tiene ancora. Franca Valeri festeggia i suoi 60 anni in teatro. Anche lei, in fondo, come Petrolini, l'ha rovinata 'a guera. In questo caso non la Grande Guerra in cui l'Italia ha riportato una piccola miracolosa vittoria, ma la Guerra Un Po' Più Piccola in cui l'Italia si è barcamenata per non venir cancellata dagli atlanti. Sì, perchè Franca è nata, naturalmente a Milano, nel 1920 esattamente come Alberto Sordi, Federico Fellini, Giulietta Masina, il sulfureo Gianrico Tedeschi e Lia Zoppelli. Una generazione che fatalmente dovette aspettare qualche tempo per vedere le luci della ribalta. E gli anni di teatro di Franca potevano essere a questo punto ben di più.
Attrice di diabolica versatilità, ha subìto (al femminile!) la stessa maledizione di Gassman di cui forse ben pochi si ricorderebbero se non avesse dato alla fine il meglio di sè nella commedia all'italiana. Ed obiettivamente è difficile, per chi ha qualche anno più di 28, non ricordarla nell'immortale personaggio della fija de la sora Augusta, quella maritata Cecioni, specificazione che (se poteva andar bene col pizzicarolo all'angolo) risultava quanto meno irrilevante e vagamente straniante con la signorina del 110 (servizio che, all'epoca, in assenza di Internet, dispensava informazioni spicciole di vario genere) che, con un tormentone comico ante-litteram, veniva sistematicamente congedata con l'epiteto per allora abbastanza hard SCOSTUMATA!!!
Coetanea, come detto, di Sordi, ha formato con lui una coppia comico-grottesca per allora originale (prima che i Vanzina la utilizzassero 875 volte) basata sul confronto scontro tra capitale politica e capitale morale. E se nel Vedovo Franca bracca, perseguita e snida Albertone schiacciandolo sotto il suo prorompente pragmatismo lombardo, nel meno famoso ma assolutamente strepitoso Un eroe dei nostri tempi è Albertone a sedurre Franca e a farle perdere il senso della misura con la sua stralunata romanità.
Ma dove Franca ha speso i numeri migliori della sua graffiante comicità è nel trio de I gobbi, con Vittorio Caprioli ed Alberto Bonucci, primo esempio di teatro non-teatro senza nessuna scenografia (solo un paravento), scarsa cura dei costumi e un'unica ma decisiva risorsa: lo spudorato talento degli attori. Leggenda narra che, nonostante questo scarno contesto e il totale non ricorso al doppio senso (che per fare comicità in Italia è come il basilico per fare il pesto genovese) le rappresentazioni spesso dovevano essere interrotte per svariati minuti perchè le risate del pubblico (tra il quale sembra si verificassero un certo numero di collassi per asfissia da iperilarità e qualche raro caso di vomito per la stessa ragione) rendevano inintelleggibili le battute degli attori (mancanti ovviamente di microfonini a 80000 watt come si usa oggi).
Ti diverti a scrivere queste robe qui, Crétinétti? Guarda che non sono mica morta....
Capone, ma sei certo che San Vittore sia peggio di questo?
La sua cella era la panchina in piazzale Aquileia a Milano. L'avevano beccato in un supermercato a rubare una maglietta e due paia di calze. Il giudice gli aveva permesso di scontare la pena su quella panchina, vicino a San Vittore, dove aveva eletto il suo domicilio da tempo. Non poteva però muoversi dall'indirizzo prescelto dalle 7 del mattino alle 21 di sera. O dalle 21 di sera alle 7 di mattina? Non mi torna il conto, ma non sottilizziamo... Ma Antonio Capone, 41 anni di Avellino, venerdì scorso da quella panchina è scappato. E la polizia lo ha pizzicato una volta ancora, lontano dalla sua "cella". Questa volta, però, nella prigione vera c'è dovuto andare per davvero.
Il processo per direttissima davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Milano era fissato per stamane ma il giudice ha deciso di rinviare il dibattimento di qualche giorno, a martedì prossimo, per accogliere la richiesta di patteggiamento presentata dall'avvocato "dell'evaso".
Cerco di immaginarmi il 41enne che "evade" dalla panchina dove da tempo aveva eletto domicilio. Il messo comunale che a suo tempo ne ha dovuto accertare l'effettiva presenza l'ha individuato a colpo sicuro, con indicazioni più simili a quelle di Tokyo che a quelle di Milano (terza casa di bambù dietro il giardino dei fiori di loto, poi no la prima no la seconda pigghia 'a terza e te faci tutta 'a cumplanare fino a quella semicurva dove batte Samantha77 che in realtà si dovrebbe chiamare Amilcare52)? Oppure ha vagato per le panchine di Piazzale Aquileia (che non è la Piazza Rossa ma neanche il cortile di una casa di ringhiera) urlacchiando "Oh Capùn, indua l'è che te set?" (qualora si trattasse di milanese da più generazioni della qual cosa mi permetto di dubitare). E i tutori dell'ordine che dovevano fare ispezioni, così abituati al rituale del citofono, "Capone vieggiù fattivedere checciavimm' sonn' pure nuje...", a setacciare le panchine del popoloso piazzale come si sono trovati
E poi, siamo sicuri che San Vittore sia terribilmente peggio di una panchina nella zona di Milano sopra illustrata?
Domande che ahimè mai troveranno risposta, quindi facciamocene immantinente delle altre...
Ti ricordi, Michel dei nostri pantaloni corti, delle tue gambe lunghe magre e forti e della rabbia che mi davano correndo tutti i giorni un po' più svelte delle mie. Ti ricordi, Michel dei nostri soldatini morti, nella difesa eroica dei bastioni e seppelliti in una siepe con onori militari inventati lì per lì. Ti ricordi, Michel del banco nero in terza fila, che ascoltò tutte le risate, di due bambini che vivevano in un sogno che non si ripeterà. Ti ricordi, Michel. Ti ricordi, Michel. Ti ricordi, Michel. Ti ricordi, Michel.
Ti ricordi, Michel che a me piaceva Garibaldi, ma tu dicevi che era un buffone e che senz'altro non poteva sostenere il confronto con il tuo Napoleone. Ti ricordi, Michel di come ti prendevo in giro, per l'erre moscia che ti era rimasta, solo ricordo della Francia e della tua prima casa, dei tuoi amici di lassù. Ti ricordi, Michel di come era esclusiva la tenerezza che ci univa, e accompagnò la nostra infanzia fino ai giorni della nuova realtà. Ti ricordi, Michel. Ti ricordi, Michel. Ti ricordi, Michel. Ti ricordi, Michel.
Ti ricordi, Michel di come a me dispiaceva, quando parlavi sempre di ragazze e delle voglie che avevi con due occhi un po' sottili che non conoscevo più. Ti ricordi, Michel di quando i mei capelli corti, ti davano fastidio e dicevi, che se non la piantavo di fare il bambino tu con me non ci saresti uscito più. Ti ricordi, Michel quel giorno che facemmo a pugni tornando a casa dalla scuola, con la cartella appogiata a una colonna a due passi dal palto. Ti ricordi, Michel. Ti ricordi, Michel. Ti ricordi, Michel. Ti ricordi, Michel.
Ti ricordi, Michel il giorno che morì tua madre, che tu piangevi tanto che anche il cane c he ti voleva così bene non aveva il coraggio di avvicinarsi un po'. Ti ricordi, Michel che tristi erano quei giorni, io non sapevo proprio cosa dirti e che confusione avevo in testa e che stupore sul tuo viso e che voglia di partir. Ti ricordi, Michel quei due saluti alla stazione e i lacrimoni venir giù, quando la macchina comincia a far pressione tu dovesti salir su. Ti ricordi, Michel che fretta che avevano tutti, di far partire la vettura, mentre lento il tuo vagone se ne andava ritornava la paura. Ti ricordi, Michel. Ti ricordi, Michel. Ti ricordi, Michel. Ti ricordi, Michel
A volte le canzoni aiutano la memoria e la fantasia. Mi piace pensare che a pochi anni e a 300 chilometri di distanza Gianluca e Raul assomigliavano a Claudio e Michel. Non identici ma molto molto simili, teneramente avvinti nelle spire di una generazione che aveva cominciato già da allora a porre le basi della sua sconfitta.
un anno fa, nella sua autorevole posizione di Ministro della Giustizia e quindi, ohibbò, Guardasigilli, licenzia il provvedimento dell'indulto salvo poi non saperlo difendere con argomentazioni non dico aristotelico-cartesiane ma almeno da buon padre di famiglia (vedi Codice Civile);
in una interrogazione parlamentare peraltro di bassissimo profilo, ricordo perfettamente di averlo visto inalberarsi in diretta televisiva berciando "Ve la prendete con me ma non ho mica deciso da solo!" (meraviglioso esempio di responsabilità politica);
da Santoro si alza e se ne va abboccando alle sulfuree provocazioni di Vauro, e mettendo in condizione l'allora platinatissimo anchor-man di connotarlo a simbolo di un'intera classe politica arrogante ed ottusa;
sul suo blog (che non è vero che ha meno commenti del mio, è che lui ne cassa almeno il 98%, mentre io per fare volume sarei tentato di conservare anche gli splog) polemizza con Beppe Grillo che lo fredda sostenendo che sarebbe come se Brown polemizzasse con Mr. Bean;
se ne torna da Monza utilizzando l'aereo di Stato, cosa che sarebbe giustificabile solo se ci fossero stati impegni parlamentari urgenti ai quali Clemente non potesse sottrarsi. Ma lo sanno tutti che in Parlamento fanno benissimo senza di lui, quindi...;
infine, diserta inviperito (quando lo contrariano lui si inviperisce sempre e comunque, quasi per contratto) la riunione informale dei Ministri di Giustizia e degli Interni europei perché alla stessa manca la traduzione in italiano e forse anche quella in ceppalonese. Amato, che forse ha un briciolo di spessore culturale in più, va tranquillo e spolvererà il suo rutilante inglese (Call me Mr. Loved, if you please...). Non solo, vorrebbe farne un caso diplomatico. Albertina Soliani e Rocco Buttiglione, che a suo tempo si indignarono per molto di meno, sono pronti a spalleggiarlo.
Clemente, senza offesa, la pastorizia ti attende ansiosa....
Qui vediamo Mastella mentre si prende molto a cuore i problemi del Paese.
Con implacabile regolarità, anche quell'anno era arrivato l'autunno. Quasi in coincidenza col solstizio, erano arrivate piogge all'inglese, qualche principio di nebbia al mattino presto, caduta verticale della temperatura, foglie in ormai precario equilibrio sugli alberi lungo il torrente che dava il nome alla città (o era la città che dava il nome al torrente? Bella domanda... Comunque si suppone che il torrente ci fosse da prima. Già, ma per denominarlo ci volevano degli ominidi e una qualche forma di insediamento urbano. OK, accantoniamo la questione...). Il torrente stesso, fino a poco prima regno incontrastato di bercianti batraci, ora assumeva un aspetto atto ad immaginare al suo interno tinche, carpe, qualche occasionale pesce gatto, barbi, cavedani e ovviamente un massiccio schieramento di trote.
Bandite ormai le lente e pigre pedalate per Via Farini, sostituite da perigliose traversate tra schizzi d'acqua, clacsonate, irripetibili improperi, generiche ma non per questo meno terribili minacce alle reciproche famiglie; niente più festosi bivacchi del fine settimana al Parco Ducale, divenuto di nuovo un'astuta scorciatoia tra Via D'Azeglio e Viale Piacenza, "biciclette a mano" e beccami se ti riesce!!!; non più goliardiche partite a pallone o deliranti tentativi di emulare gli Harlem Globetrotters sottocanestro in Cittadella ma solo autopunitive sedute di jogging sotto l'acqua battente che sarebbero bastate a lavare i peccati di mezza umanità; gli homeless dell'Oltretorrente ricominciavano a prendere d'assalto la biblioteca civica simulando enorme trasporto per i capolavori della letteratura che in realtà dopo due minuti di finta lettura riposavano intonsi sulle loro ginocchia scosse da indecorosi russamenti; torve frotte eserciti di rutilanti aggressivi minorenni di tutti i sessi possibili e immaginabili con la riapertura delle scuole invadevano militarmente tanto gli autobus (in alcuni periodi della giornata virtualmente off-limits per i maggiori degli anni 16) quanto vie vicoli piazze e slarghi coi loro motorini scureggianti alla Supergiovane in grado di compiere manovre che gli UFO di Incontri Ravvicinati non gli pulivano neanche il deretano.
Avevano ragione quei pericolosi intellettuali dei Righeira col loro immortale hit L'estate sta finendo e un anno se ne va. Non era nei botti di Capodanno che finiva un anno e ne cominciava un altro, ma nel (ogni volta più repentino e inopinato) passaggio dalle magie malie alchimie poligamie e poliandrie dell'estate al plumbeo ritorno ai soliti merdosi ritmi cittadini. In quei momenti tutti facevano un triste conteggio di anni, chili di troppo, capelli che mancavano all'appello, diottrie smarrite lungo la via, suocere a carico, mogli da riconquistare, mariti a cui mentire, figli a cui spiegare quello che neanche tu hai mai capito, babà al rum dimenticati a giugno in un angolo della dispensa e che avevano nel frattempo prodotto formazioni micologiche dell'estensione della Lombardia, fratelli a cui telefonare prima o poi, biciclette da riparare, auto da rottamare, cantine da svuotare, solai da bonificare, garages da trattare con armi batteriologiche, guardaroba da cambiare, premesse epistemologiche da rivedere, convinzioni filosofiche da accantonare, punti fermi esistenziali da ridiscutere, e una infinita amenità di altre bagatelle quisquilie e pinzillàcchere.
Ma la città sede dei RIS, dell'Authority alimentare, del teatro più temuto dai cantanti lirici non in piena forma; la città dove si intrecciavano inenarrabili delitti ed inimmaginabili scandali e dove l'avvinazzata fantasia di uno dei suoi figli (onomasticamente peraltro astemio) da tempo non riusciva a star dietro alla realtà, affrontava il mutamento stagionale con la sua consueta snobistica indifferenza, e naturalmente non se ne dava per intesa.
Ridendo, scherzando, parafrasando, metaforizzando, allegorizzando sono arrivato al 300° post, e (visto che sono un ossessivo-compulsivo) al 600° commento. Riconosco con lucida sincerità che, di essi, una modesta aliquota possono fregiarsi della qualifica di... [...]
Lui: Mike Bongiorno: un ultraottantenne che, nella grave crisi di vocazioni al vetusto (ma evidentemente ancora utile) ruolo di presentatore tivvù riesce ancora a spopolare. Lui dice che all'ultimo check-up gli hanno trovato il fisico di un sessantenne, ma trascura di dire che per una rara forma di iatrofobia, l'ultimo check-up l'ha fatto a 45 anni (più o meno fra una puntata e l'altra del Rischiatutto, dopo un'allegra seduta di sesso orale con Sabina Ciuffini).
Lei: Loretta Goggi: una quasi sessantenne con un grande avvenire dietro le spalle, che ha fatto una barca di cose tutte abbastanza maluccio, e comunque abbastanza rappresentativa da convincere tali Stefano Belisari e Sergio Conforti a dedicarle la simpatica canzoncina Essere donna oggi. Talmente scombinata come cantante da essere prodotta da un componente degli Squallor, come attrice è troppo comica per le parti drammatiche, troppo drammatica per le parti comiche, come imitatrice è stata brutalmente surclassata dalla Cortellesi e dalla Ocone, come ballerina riabilita la De Filippi, pur avendo sposato un coreografo neppiunemmenno della Carrà e della Carmen Russo mentre la De Filippi ha sposato non si capisce ancora checcosa.
Il terzo incomodo: Rosario Fiorello da Augusta (SR), che Lui considera più talentuoso e popolare di Lei, e con cui si intrattiene a lungo sul palcoscenico mentre Lei in camerino arde, frigge, si piscia addosso e si fa venire due svenimenti, quattro emicranie e otto crisi isteriche.
Il contesto: Miss Italia: una sagra delle vacche da latte indegna anche di una malga alpina; un insulto all'intelligenza delle donne, degli uomini e financo degli ornitorinchi; una fabbrica di bellone decerebrate che ammorberanno negli anni a venire i palinsesti, le pubblicità e quant'altro c'è da ammorbare a livello mediatico. Ma un evento sul quale quello sputo di paesone rurale che risponde al nome di Salsomaggiore Terme rivaleggia con Parma e si permette di oscurare la vicinissima e ben più importante Fidenza, la cui piazza del Comune è fra le più belle d'Italia mentre la stupenda Cattedrale celebra la fondamentale posizione strategica della cittadina parmense sulla Via Francigena che nell'antichità conduceva i pellegrini dal nord anche più remoto alla Città Eterna capitale della cristianità.
Che su una lite tra cotali personaggi in cotanto contesto si sia montato un caso giornalistico, beh, travalica le mie capacità di comprensione.
(Stessa atmosfera del concerto degli U2 a Reggio Emilia nel 97, anche se forse la forma fisica di Bono era leggermente migliore)
Mi tocca tornare a parlare di Grillo.
Non tanto perché Grillo prende atto che i suoi adepti vogliono a tutti i costi fare politica, e allora guccinianamente dice loro Cosa vi devo dire, andate e fate...
Ma perché Grillo sta tornando prepotentemente in TV. Soltanto ieri sera, uno spazio su Primo pianodi Rai 3 in cui si lasciava disciplinatamente intervistare come non faceva da alcuni anni (qualche dichiarazione l'aveva rilasciata a Striscia la notizia, probabilmente in virtù dell'antica amicizia con Antonio Ricci, nonostante le loro strade si siano ormai platealmente divaricate, storica la sua gag su Tanzi a cui consigliava di fondare Forzalat) e poi l'intera puntata di Matrix in cui è andata in onda per intero e senza censure la sua prolusione iniziale al Vaffanculo day dell'8 settembre scorso. All'ora di pranzo, il direttore del Tg2 che gli dava del terrorista, più o meno come il Vaticano aveva fatto con Andrea Rivera (mentre nè l'uno nè l'altro censurano Bossi che invita esplicitamente all'uso del fucile, ma tant'è...).
(Joe Cricket ci ha reso edotti, nelle more dell'espletamento del Vaffaday, che l'intellettuale ferrarese non sa neanche mandare un'e-mail)
Prima ancora, un'intera puntata di Blob monotematica su di lui; Prodi che ha parlato da Vespa di fronte ad una gigantografia del faccione di Beppe; Fede che ci invita a immaginarci un Grillo presidente del Consiglio (certo che anche un Fede direttore di TG non scherza mica).
E stasera è già ufficiale che Santoro gli dedicherà la puntata di apertura del secondo anno di Annozero, e farà l'impossibile per averlo in studio (N.d.R. senza riuscirci, ma ci saranno comunque Marco Travaglio e Sabina Guzzanti, anche loro ospiti di contorno del Vaffaday).
Grillo, a differenza di Luttazzi che ha perso 10 chili e ha permanenti difficoltà erettive a causa dell'allontanamento dallo schermo, alla TV non sembra tenerci. Essere passato dalla TV al blog, anzi, gli ha regalato tra i 20 e i 30 chili e voci di corridoio dicono che tromba meglio che a 20 anni (meno turgore ma molta più esperienza, potremmo dire...).(Notare la posizione dei pollici di Mazza che è ormai cronicamente affine a quella dei cani di una Colt, ma forse abbiamo a che fare più con UN pistola che con una pistola)
Grillo non ha bisogno della TV, ma se mai è la TV che ha un disperato bisogno di lui. Perché è vero, come conducator Grillo è sbrindellato e peraltro volutamente autoironico (il suo Italiani!!! ricordava più Antonio La Trippa che Benito Mussolini), ma come fenomeno mediatico è ancora il migliore di tutti.
E la TV del terzo millennio non può ignorare un comico (come aveva smesso di definirsi, ma adesso sembra che ricominci, vedi il tormentone Belin, Mastella che polemizza sul suo blog con UN COMICO!!! Sarebbe come se Brown se la fosse presa con Mr. Bean.) capace di creare un movimento d'opinione così imponente. If you can't beat 'em, join 'em. O no?
Quello che è avvenuto sembrerebbe agghiacciante. Il fatto che sia avvenuto nel Paese che pretende di esportare la democrazia negli angoli più sperduti del globo rende la contraddizione ancora più stridente. Ma del resto, nel Paese che pretende di esportare la democrazia negli angoli più sperduti del globo, puoi morire di malattie curabilissime perché non possiedi l'idonea copertura assicurativa; nel Paese che pretende eccetera eccetera, puoi comprare pistole e psicofarmaci (e i secondi possono essere pericolosi come e più delle prime) come bonbon; nel Paese che pretende, in molti stati la teoria dell'evoluzione di Darwin è equiparata ad una bestemmia e bandita dall'insegnamento scolastico.
Quindi il tutto può essere vissuto come molto meno agghiacciante, del tutto non preoccupante e semplicemente molto ma molto vergognoso.
Con questi parametri, in Italia il simpatico narcisista Gabriele Paolini, convinto di essere il sale della nostra TV, dovrebbe essere arrestato quasi quotidianamente e sottoposto ad ogni sorta di sevizia e vituperio. (Quando in realtà è stato addirittura assolto dall'accusa di molestie perché un sagace giudice monocratico ha argomentato che, citiamo testualmente, le incursioni di Paolini portano ad un aumento dello share cui è legata la vita dell' azienda Rai, il che non solo non arreca danno, ma si risolve in un beneficio dell'ente, minchia quanto siamo più avanti...).
Ora, il ragazzo poteva essere portato via in modo discreto, gli poteva essere spento il microfono o potevano essere fatte tantissime altre cose. Ricordo la finezza con cui la leggenda ambulante dott. Giancarlo Cottoni, uno dei massimi artefici del modello parmense di integrazione scolastica dei disabili, toglieva la parola alla futura senatrice Albertina Soliani (quella che insieme a Buttiglione voleva il gelato alla buvette) quando i suoi intereventi superavano i parametri temporali e le soglie del buon gusto e della logica aristotelica, tutto senza farla scoppiare in lacrime. E senza far uso nè di pistole-laser nè di forze dell'ordine (del resto si sa che i Carabinieri a Parma fanno concorrenza a CSI Miami quanto a spessore tecnologico ma sono impotenti di fronte alla criminalità spicciola). Ma non divaghiamo...
Ricordo, qualche mese fa, di essermi cortesemente dissociato dal comportamento del servizio d'ordine dell'Olimpico di Roma che utilizzava gli strumenti in dotazione più in modo punitivo se non deterrente che in modo preventivo contro tifosi inglesi che, nella maggioranza quasi assoluta, si mostrava formato da soggetti dall'aspetto non particolarmente belligerante. Come in tantissimi hanno espresso dubbi sulle vicende della scuola Diaz di Genova dove, durante il G8 del 2001, volarono manganellate perfino contro persone addormentate quindi obiettivamente non in condizioni di imminente pericolosità.
Altrettanto è successo a Miami, CSI e RIS a parte, contro un meschinello evidentemente reduce dagli anni '70 a giudicare dal look, obiettivamente un cincinino esagitato, ma che altrettanto obiettivamente perfino Vito Catozzo Porchilmontochecciòsottipieti avrebbe circoscritto senza alcun ricorso alle maniere forti, semplicemente alitandogli in faccia le permanenze oral-esofagee della cena precedente.
Michael Moore sta già preparando un breve documentario sulla vicenda, e Gianni Fantoni (che ha scritto Breve ma utile guida alla pigrizia ma è l'obeso più adrenalinico del globo) ne ha già preparato la relativa parodia. Co-protagonista, ci credereste, proprio Gabriele Paolini...
No, Grillo non si candida ma patrocina delle liste civiche che sarebbero (anzi, perchè usare questo cauto condizionale, usiamo un virile indicativo e diciamo senz'altro sono) la naturale evoluzione di quei gruppi amici di Beppe Grillo di cui molti di noi ricordano con emozione e un pelino quasi di commozione l'eroica e controversa nascita. Almeno io li ricordo così, lo so che non faccio testo ma ogni tanto mi uso come parametro quando non ho di meglio.
Ci tengo a precisarlo perché due post fa avevo categoricamente escluso che Grillo si potesse candidare direttamente, come invece fece il simpatico Coluche (pace all'anima sua, parce sepulto, de mortuis nihil nisi bonum e non domandare dove porta il sentiero seguilo e cammina soltanto) che poi rinunciò per motivi ancora oggi avvolti in una fitta bruma, e che la sua misteriosa morte avvenuta cinque anni dopo hanno per sempre consegnato alla leggenda.
Inoltre, non è chi non veda che Coluche si candidava all'Eliseo mentre Grillo si limiterà a dare una semplice certificazione di trasparenza, facile da ottenere come recuperare i punti della patente coi fantomatici corsi delle autoscuole, anzi con Beppe non si paga nemmeno..., e le liste civiche concorreranno solo per le elezioni amministrative.
Insomma, nessuno insidierà il primato di Vladimir Luxuria come deputato/a più spettacolare (nonchè glamour e anche un po' fetish) d'Italia.
Suona invece come una specie di excusatio non petita (adcusatio manifesta) la sottile e bizantingenovese distinzione Io non promuovo, certifico. Dopo due anni e mezzo di turbinosa crescita, il movimento di opinione che Beppe ha creato arriva prima allo scontro e poi al confronto con la politica. Non vedo perché questo debba creare imbarazzi nel suo artefice. Ma visto che l'espressione retorica Non vedo perché di solito si usa quando in realtà si vede benissimo il perché e il percome, ammetto che in realta il Perché lo vedo. Grillo ha paura di essere considerato un opportunista e/o un avventurista e/o un qualunquista e/o un mistificatore.
Ha creato un movimento che sono certo non avesse neanche lontanamente pensato di poter creare. Se tre anni fa gli avessero detto che il suo blog sarebbe diventato il quindicesimo o sedicesimo al mondo come numero di contatti, il Nostro avrebbe sicuramente usato espressioni del tipo Belin, ma che rumenta ti ha dato il tuo spacciatore al posto del solito hashish?
Ha rischiato di essere schiacciato dalla sua creatura; ha dovuto fare scelte impopolari per mediare fra un libero accesso democraticamente garantito a tutti e il bisogno di bonificare la sua megalopoli virtuale dalle espressioni più fastidiose di una presuntissima libertà di pensiero; ha navigato a vista fra l'incudine di chi gli dava del montato, del portatore grasso di democrazia, del guru de noantri, del leader of opinion al pesto, e il martello di chi gli dava del bolso irresoluto e invertebrato perché con l'enorme potere mediatico che aveva in mano magari osava licenziare post non sufficientemente da battaglia.
Il sottoscritto queste cose se le ricorda e sa benissimo che se non ci fosse stato quel blog non ci sarebbe neanche Elogio dell'entropia. Il mondo sarebbe andato avanti lo stesso ma la mia vita sarebbe stata un pochino più noiosa.
Il fatto è che, rispetto ad un prodigioso ventennio iniziato grosso modo a metà degli anni '60 e terminato con un riflusso che sembrava davvero una tirata di sciacquone, oggi la politica sembra che la possano fare tutti (vedi la Gardini, Bondi, Bonaiuti, la Lega Nord nella sua quasi totalità e qualche neofascista in libera uscita) ma in realtà spaventa o annoia il cittadino comune. I politici non sono più quella razza eletta e irraggiungibile di asessuati intellettuali del dopoguerra; da Mastella a Casini, da Berlusconi a Prodi, da Luxuria ad Agnoletto, da Caruso a Storace, con le esotiche aggiunte di Reagan e Schwarzenegger, oscillano tra il modello divo dello schermo e il modello vicino di casa (a volte simpatico seppur tutt'altro che irreprensibile, altre volte apparentemente irreprensibile però cagacazzo come pochi...). Grandi comunicatori dai miseri contenuti che vendono e commerciano opinioni e programmi come se si trattasse di detersivi.
Allora Grillo NON E' l'antipolitica, alla fine Grillo può essere più sottilmente e profondamente politico di tanti altri. Ovviamente Grillo non fa parte di una politica che è solo far carriera come scriveva Guccini e cantava Augusto Daolio, tra i fraseggi timidamente psichedelici alla chitarra elettrica di Franco Midili e i furiosi colpi di piatto di Bila Coppellini; non fa parte di una politica arte del possibile; e nemmeno di una politica che accumula strategie per l'acquisto, la detenzione e lo spaccio del potere visto come droga bella pesa. Fa parte se mai di una politica idealistica e romantica (come il gioco del Parma di Sacchi 1986-87 troppo bello per essere vero ma talmente raffinato da non prevedere il gol), o ci piace pensarlo così.
Mentre lui la guardava con una faccia tra l'attonito e il costernato, quasi incredulo che il suo charme virile fosse negletto e posposto a quello di un profugo... [...]
Grillo come Coluche, come sostiene oggi Marc Lazar sulla Repubblica? Come dicono nella mia città, piano nelle curve...
Si sa che nel giornalismo moderno parallelismi, connessioni, sinestesie fulminanti e allitterati nonsense vanno per la maggiore, ma mi sembra che paragonare il padre putativo di tutti noi blogger italiani, eccezionale satireggiatore dotato di forse non ottima ma comunque decorosa cultura di base ad uno squinternato seppur simpaticissimo comico che della finesse francese non conserva una minima traccia....
(Ma SUVVIA, non diremo mica sul serio?)
beh, è un esercizio di pensiero e parola in libertà che lascia il tempo che trova.
Se chiediamo ai magici archivi di Wikipedia di dirimere la questione, l'enciclopedia virtuale ci dirà che: Giuseppe Piero Grillo - meglio noto come Beppe Grillo - (Savignone, 21 luglio 1948) è un comico e attore italiano di cinema, televisione e teatro, nonché blogger e opinionista. Tra i blog in lingua italiana, il suo è quello che riceve il maggior numero di link da altri ed è il sito internet più visitato in Italia, uno dei più visitati nel mondo (160.000 accessi giornalieri),
mentre
Michel Colucci (28 ottobre 1944 – 19 giugno 1986), meglio conosciuto come Coluche, fu un famoso comico francese. Adottò il nome Coluche all'età di 26 anni, quando cominciò la sua carriera. Divenne celebre per le sue battute e il suo atteggiamento irriverente verso la politica e il governo. Tentò di concorrere alle elezioni presidenziali francesi del 1981, ma abbandonò il progetto a causa delle forti tensioni che alcuni sondaggi a lui favorevoli avevano scatenato. In tale occasione ricevette anche delle minacce.
Non percepite un certo qual dislivello di un paio di categorie? E difatti, Coluche si fece un'enorme pubblicità pressochè gratuita (anche Reagan aveva cominciato così, ma poi le cose gli erano scappate di mano...) con uno stile che francamente ricorda più gli sproloqui leghisti che le lucide e sottili provocazioni del mio diletto Joe Cricket (Beppe Grillo fedelmente tradotto in albionico), il quale giammai si candiderà perchè non ha nessun bisogno di pubblicità, ha milioni di spettatori, lettori, fan, ammiratori, estimatori virtualmente in tutto il mondo (vedere lo spargimento di Club Amici di Beppe Grillo nei cinque continenti più Atlantide, Mu, Sirio e Betelgeuse).
Avrei poi voluto vedere Coluche al Parlamento Europeo o all'equivalente transalpino dell'assemblea azionisti della Telecom. Avrebbe mandato una controfigura, o in alternativa sarebbe andato di persona esprimendosi a flatulenze e borborigmi.
E il prossimo che mi tocca Grillo meglio che metta l'auto in garage.
Il mondo della moda è stato messo a soqquadro da una talentuosa outsider che presto esordirà in sfilata con la griffe MG, ermetico acronimo che potrebbe tradursi in svariati acrostici tra i quali predilegiamo Mirando godo, Ma guarda..., My God!!!.
In attesa del suo ormai imminente esordio,
Dolce non riesce più a dormire se Gabbana non gli tiene la mano,
Valentino non riesce più ad abbronzarsi nemmeno di fronte ad una bomba al plutonio,
Miuccia Prada ha perso talmente tanto la fiducia in sè stessa che ha già chiesto di poter cambiare il suo nome in Loruccia,
Silvia Fendi medita di cedere tutto ai sauditi e intanto ha già modificato la ragione sociale da Fendi S.p.A. in Effendi Società in Nome di Allah,
i Gucci si sono talmente ristretti da diventare Guccini, hanno già sostituito lo Champagne millesimato col Lambrusco di Sorbara e il caviale con l'erbazzone,
Donatella Versace dichiara A questo punto non nutro più alcuna aspirazione, ma in realtà da voci di corridoio aspira ancora più lei di una collezione di Folletti.
Mentre per poter seguire l'imminente sfilata, sono fin d'ora in rotta di partenza per la Città Eterna taxi, aereotaxi, taxi tua e de tu nonno, auto pubbliche, auto private, servizi pubblici, privati e deviati, carri armati disarmati e disarmanti, elicotteri, autobus navetta e navette autoreggenti, dischi volanti, astronavi, astronzi!!!, bimotori, quadrimotori, quadri funzionari e dirigenti, jet turbojet e turbative d'asta, tappeti volanti, scope da strega, spazzettoni da pranoterapeuta, Mocio Vileda del Mago Otelma, utilitarie, utili idioti, fuoriserie fuori sede e fuoricorso, trekking con partenza da Copenhagen, marcielonghe, serpentoni umani, biciclette, tricicli, cicli di Krebs, cangurini, monopattini, roulottes e roulettes, aerostati aerofagici, dirigibili non direttivi, razzi, sonde spaziali e gastriche, autosnodati e autoarticolati, gruppi di auto-aiuto, ambulanze con Gustavo Selva incorporato, treni e trenini di Capodanno, cavalli, cammelli, dromedari, tartarughe giganti per chi si vuole gustare il viaggio, filobus filogovernativi, carretti siciliani, carrozzelle, carrozzine, la carrozza di Hans, motorini truccati, gilerini smarmittati, scooter impresentabili, Harley Davidson, Charley Parkinson (un sassofonista dallo stile molto mosso), torpedoni, torpediniere, torpignattare, teletrasporto di Star Trek, missili razzi e navicelle varie, cannoni, Air Force One, Frecce Tricolori, farfalle tricolori, fusilli ai quattro formaggi e quant'altro si renda utile e proficuo per raggiungere l'evento.
Emblematico il commento di Luciano Benetton (che con l'alta moda c'entra come un mix di cocaina e anfetamine prima di dormire, propendendo più per una moda terra terra, ma resta sempre un grandissimo maitre a penser oltre che uno splendido maitre d'hotel, visto che il baccalà alla vicentina gli viene notoriamente meglio delle felpe): E' la più grande rivoluzione nel campo della moda dall'invenzione dello zip.
E' proprio vero, nel calcio non tutti i morti sono uguali.
E così, come si giocò in un silenzio surreale all'Heysel dopo un massacro di italianuzzi inermi, secondo solo alla disfatta di Caporetto, nel tempio dell'apparenza e della detassazione (ma da recenti notizie si deduce che anche Londra non scherza) è andata in onda una grottesca e tristissima disfida fra i Berlusconi Boys ed i detentori della Supercoppa reduci freschi freschi dal funerale del giovane difensore Puerta, morto per un'insufficienza cardiaca mal diagnosticata e/o presa criminalmente sottogamba.
Attenzione, Puerta non era un trentottenne spinto a sgambettare ancora sui campi di calcio dal terrore del dopo (quando un giocatore in attività pensa a Maradona non vorrebbe smettere mai l'attività agonistica), aveva 22 anni. E' la classica età in cui non si può e non si deve morire per nessun motivo al mondo, specie se la morte non è stata causata da una malattia ereditaria ed incurabile, ma presumibilmente da una ottusa catena di incuria ed indifferenza.
Mi sovviene il caso di un giocatore credo tuttora in attività, Kanu di cognome e Nwankwu o giù di lì di nome, prelevato a peso d'oro dall'Inter dal fenomenale settore giovanile dell'Ajax. Scoperta una disfunzione cardiaca non troppo diversa da quella che doveva affliggere Porta,era stato mandato a Houston nel più grande centro di cardiochirurgia del pianeta, operato a spese totali del filantropo Moratti e rivenduto all'Arsenal due anni più tardi.
Credo che il presidente del Siviglia non sia un filantropo, nè Adriano nè Vieri nè Recoba con lui avrebbero completato non dico un campionato ma nemmeno la preparazione estiva. Ma non posso chiudere il discorso limitandomi a trovare ingenti differenze caratteriali fra Moratti e Del Nido. Trovo una logica più da Colosseo che da etica dello sport dietro il fatto che un giovanissimo con una disfunzione cardiaca diagnosticabile e curabile (magari a costo di rinunciare all'attività agonistica) debba essere triturato in un meccanismo cinico e perverso in cui, è vero, si possono guadagnare palate di milioni di euro senza troppa fatica, peccato solo che negli ultimi 20 anni siano morti più calciatori od ex-calciatori che piloti di Formula 1 per patologie prodotte od acuite dalla pratica sportiva.
E ricordo con rabbia quel campione di nuoto italiano (fra i medagliati a Sydney sempre se la memoria non mi inganna) che aveva fatto fuoco e fiamme quando la commissione medica del CONI (ente che di solito non ne fa una giusta) l'aveva dichiarato non idoneo alla pratica sportiva. Minacciava di prendere un'altra nazionalità per continuare a gareggiare. Credo che a Madrid gli avrebbero fatto ponti d'oro.
In ogni caso, la partita non andava giocata, o quanto meno il Milan doveva signorilmente rinunciare al diciassettesimo torneo internazionale (che brutto numero oltre tutto!!!) e, visto che il Siviglia era andato repentinamente in vantaggio, fare una scenografica sfuriata offensiva e poi lasciarlo vincere 3-0 magari con una svirgolata all'indietro di Gattuso e un rigore provocato dallo spaurito Dida, che a quasi trentacinque anni resta ancora la classica promessa inespressa.
Non credo che sia stato il Siviglia ad insistere per giocare, credo semmai che i soloni dell'UEFA abbiano minacciato la squadra di sanzioni in caso di rinuncia. E chi glielo spiegava agli sponsor che una partita che plausibilmente avrebbe avuto un audience ancora più alto non si giocava più?
Brutto e raccapricciante lo striscione dalla bellica dicitura "Onore a Puerta", neanche fosse morto tirando la stampella contro i tifosi del Celta Vigo,che i supporter milanisti hanno ostentato sotto la curva dei tifosi andalusi, ma si sa che chi vive la sua vita in curva ha una visione che definirei eufemisticamente "miope" del mondo, dei rapporti sociali e degli affetti.
Alla fine, quello spicchio di città fra Via D'Azeglio e Via Bixio, con quei borghetti dai nomi pittoreschi e quegli scorci assolutamente identici a sè stessi negli anni e nei decenni (al massimo con qualche rivenditore di kebab che prima non c'era), gli era sufficiente. La patinata vacuità del centro cittadino era a poche centinaia di metri ma sembrava appartenere, più che a un altro mondo, a un universo parallelo di cui si sospetta l'esistenza, e che forse manda ogni tanto qualche baluginante segno di sè, ma che comunque non si incontra mai.
Intorno, i soliti caratteristi che rendevano il quartiere così teatralmente pittoresco: il professore sessantenne caduto in disgrazia che aspettava simultaneamente il suo pusher e l'autobus, tutti i giorni nello stesso posto con la stessa faccia, solo ogni volta un po' più scavata; l'ex-impiegato che un giorno aveva mandato in culo capufficio e azienda e ora passava i pomeriggi seduto per terra davanti al circolo ARCI arringando i passanti; la fauna stanziale dei fuori corso perenni che affollavano lo spoglio cortile della biblioteca in cerca di improbabili guadagni per pagare la prossima mesata della camera in affitto con vista-discarica; gli avvinazzati cronici dei vari bar che parlavano uno strano slang in cui si mescolavano e si interscambiavano il vernacolo locale e i diversi dialetti dei paesi di provenienza; la signora finto-distinta che spendeva l'intero ammontare della sua pensione sociale per costruirsi un variegato e secondo lei raffinato guardaroba ma ciononostante non copulava più dal '97, se si eccettua un po' di petting con un infermiere del CIM.
E ogni tanto, il folgorante arrivo di Federica dal seno sempre più opulento e dal naso sempre più lungo (metamorfosi anatomiche degne di un film di John Landis) nelle sue improbabili tenute casual-kitsch fra il militaresco e l'esotico e con ben poco di erotico, prima degli ultimi e ultima dei primi, a volte a bordo di una sgangherata bicicletta di cui sentivi i gemiti meccanici (un po' d'olio no, eh?) prima di visualizzarne ocularmente la presenza; più spesso scendendo (o a volte stramazzando tout court) dal 5, ma solo se e quando qualcuno prenotava la fermata per lei (giacchè lei era troppo snob per prestarsi al volgare gesto di schiacciare un bottone).
Federica la vamp dell'Oltretorrente, Federica la promiscua che tutti gli uomini le piacciono ma con nessuno pianta le tende, Federica che non si capisce qual è il suo problema ma Diosanto un quèl ed miga normèl a gh'è dabò, che ha un'età imprecisata fra i 25 e i 40 anni che (dicono i suoi esegeti più attenti) cambia spesso durante la notte così che Fede si sveglia di sei anni più giovane o di otto anni più vecchia e dice sua mamma che se continua così una qualche volta si sveglierà che è morta l'anno prima.
Federica che parla cinque lingue ma sfortunatamante tutte insieme, e i coraggiosi che l'hanno provata dicono che bacia col risucchio che non sai se eccitarti o controllare se ha tenuto il ponte. Che ti parla di Jean Paul Sartre come se fosse uno chansonnier del Molin Rouge, e di Martin Heidegger come se fosse un cancelliere tedesco. E di sè stessa come se fosse la regina di Saba, e ogni tanto qualcuno ci casca (di solito dopo la terza doppio malto o la seconda triplo malto, insomma per un totale di sei malti).
Federica che per quanti uomini abbia cambiato ha cambiato più lavori ancora, per non parlare delle biciclette e degli orologi che raggiungono ritmi di deperimento di 2-3 al giorno. Che quando è in tiro assomiglia a Sidney Rome ma basta che si lasci andare una mezza giornata e torna a somigliare a Renato Zero.
Di lei si dice che non esiste ma è una allucinazione collettiva. Oppure che sì, esiste ma appartiene ad una razza aliena che l'ha mandata sulla Terra un quindici anni fa per testare le caratteristiche della razza umana, ma lei manda dei rapporti così incasinati che su Betelgeuse 3 non ci capiscono niente e non sanno se interrompere la missione o mandare altre due spie con fini, come dire, di commissariamento della spia titolare. O in alternativa che le sue continue metamorfosi in altezza, peso, turgore toracico e lunghezza del naso dipendano dal fatto che le Federiche sono in realtà 8 gemelle (di cui quattro omozigote, tre eterozigote e una indecisa) che si danno il cambio per confondere il nemico.
You hope you died before you got old... But alas it did not happen, did it?
Come dev'essere duro fare i rocker all'incalzare implacabile del tempo, dell'età, delle rughe, di un artrite che ti rende il barrè sulla tua Stratocaster semiacustica difficile e doloroso. Come dev'essere duro continuare a dimenarsi su un palcoscenico magari con dentiera e pannoloni per l'incontinenza come se gli ultimi 30 o 40 anni non fossero trascorsi.
Mi viene in mente la dissacrante parodia di Gene Gnocchi che spesso interpreta un rocker ultracinquantenne segnato dal tempo, dallo stracotto di asinella e dalla bomba di riso, che entra sul palco in bicicletta perchè con la moto non si attenta più, poi cerca di flirtare con la biondina in prima fila ma viene bruscamente rifiutato (della qual cosa si lagnerà a lungo col batterista) e infine cerca quanto meno di fare pubblicità al suo prodotto Il kit del piccolo rocker (C'è la sua chitarrina per imparare a suonare, il chiodino per vestirsi da rocker, martello e sega per ammazzare i genitori se ostacolano la tua carriera, e una dose di eroina per piccoli tagliata con gli Smarties).
Un mio caro amico, geometra comunale in un grazioso paesino della Pedemontana parmense, ha visto (credo non per la prima volta) gli Stones a Milano l'anno scorso e, più che dalla intatta magia dei loro riff e dei loro hit, è rimasto affascinato dalla capacità di Keith Richards di mantenersi in piedi per l'intero concerto (perfino Vasco fra una canzone e l'altra, se non durante le canzoni, si sdraia sul palco perchè gnafappiù) pur assumendo pose innaturali e di sfida alla forza di gravità durante tutti gli assoli (molti dei quali, proprio per questo, vengono strategicamente affidati al più arzillo Ron Wood Nomen Omen).
Tutto questo pensavo nel vedere la faccia scavata dal tempo e probabilmente dagli eccessi (sui quali peraltro per il personaggio in questione non esistono leggende metropolitane troppo plateali) di Bruce Springsteen che, dopo un infausto tentativo di passare a climi più rarefatti e unplugged adatti alla terza età sua e dei suoi fans più storici e fedeli, è stato costretto dai suoi discografici a tornare ad un rock se non proprio duro duro almeno esteriormente "da battaglia" se no non si vendeva più un disco.
Qui in Italia il ritorno al rock del Boss (che coincide curiosamente col ritorno allo straparlare del Bossi, ma nel New Jersey lo ignorano) è stato festeggiato solo da un generoso download gratuito del brano trainante del nuovo album, mentre si vocifera che negli States girino video delle registrazioni, apparizioni a sorpresa in chat in cui The Boss ci mette ovviamente un buon quarto d'ora per spiegare che, no, non è un fanfarone perditempo di Pittsburgh e nemmeno un magliaro di Milwaukee, è Bruce Springsteen quello vero, lanci (non pubblicitari ma veri e propri) del cd con aereoplanini di carta o razzetti a fionda dalla sommità dell'Empire State Building ed altre amenità tipicamente americane.
I hope I die before I get old, scriveva Pete Townsend e faceva cantare a Roger Daltrey lead vocalist dei suoi Who, il primo gruppo punk con quindici anni d'anticipo. E sarebbe stato meglio, piuttosto che trovarcelo nelle vesti di laido pedofilo sessantenne che giustifica la presenza di migliaia di files pedofili sul suo computer con la grottesca e risaputa scusa "Li stavo raccogliendo per fare una denuncia..." e la settimamana dopo se ne va a suonare in mondovisione per i bambini poveri dell'Africa. E meno male che non ha citato il detto evangelico "Lasciate che i bambini vengano a me", perchè forse sarebbe stato un pelino troppo.
Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca. Alle 16,38 di domenica 26 agosto 2007, due signori di mezza età innamorati entrambi della stessa donna si sono incontrati, e non dovevano incontrarsi.
Uno dei due stava convivendo da qualche settimana con la donna amata, Parisina, una bellissima emiliana abbandonata anzitempo dal papà che prima l'aveva inondata di costosi regali e poi aveva cercato senza successo di scappare con la cassa. Laziale atipico, con nulla del ciociaro sapientone ma piuttosto incline ad un aplomb britannico, distinto nell'eloquio e ricercato nel vestire, era reduce da un prolungato flirt con una raffinata signora lombarda della quale aveva ripristinato l'immagine sociale e il prestigio, portandola da una condizione di subalternità plebea fino alle soglie della High Society. Ma il padre di lei, eccentrico capellone bassaiolo, l'aveva messo alla porta senza riguardo alcuno.
Nella foto Corona, nel senso della birra, il perverso padre della bella Parisina.
L'altro, animoso ed irrequieto toscano specializzato in rapporti affettivi brevi intensi e maledetti, ormai alle soglie dei cinquant'anni ma sempre lì a domandarsi cosa avrebbe fatto da grande, conviveva per bisogno con Caterina, una pluripregiudicata siciliana, a dire suo e dei suoi familiari ingiustamente perseguitata dalla giustizia per le incontrollabili intemperanze di qualche suo parente degenere. Ma il suo vero ed unico amore era la signora emiliana, con cui aveva consumato un infelice amore un paio d'anni prima, promettendole mari e monti, pellicce e gioielli mentre non riuscì mai a offrirle più di un calzone freddo e dell'altro ieri alla pizzeria Il Maleducato, prima di essere rimpiazzato da un altro toscano più taciturno e meno spettacolare che salvò la fanciulla dal rischio del marciapiede.
Nella foto Ansia, il subdolo padre della malvagia Caterina.
Aplomb britannico zero, più d'istinto che distinto, ricercato al massimo dalla questura e da qualche creditore per dei vecchi debiti di gioco (sedici sconfitte consecutive a rubamazzo mai saldate), al momento dei fatti indossava pantalonacci sformati da contadino (dice qualche testimone oculare con macchie di sugo sul ginocchio) e una camicia stazzonata e a cui mancavano tragicamente un paio di bottoni all'altezza dell'addome.
Occasione dell'incontro era una visita della signora sicula alla signora emiliana, per discutere garbatamente alcune annose questioni irrisolte del tipo "Cosa ci fai tra la nobiltà tu che fino all'altro ieri vendevi latte ai mercati? Ma cosa ci farai tu, vecchia zoccola che aiutavi il tuo ganzo a riscuotere il pizzo..." ed altre siffatte facezie.
Curioso particolare: mentre le due signore discutevano, i due partners invece di essere coinvolti nella discussione venivano relegati in due decentrate panchine, dove potevano limitarsi a sterili e di solito inaccettati suggerimenti ("Parisina, non ti far mettere i piedi in testa... Fagli vedere chi sei..." o "Caterina, se non utilizzi le strategie che abbiamo studiato durante la settimana non te lo do per un anno"). Massimo arbitrio concesso ai gentiluomini, decidere dei cambi d'abito o di beveraggi, ma sempre dopo aver faticosamente attirato l'attenzione del maggiordomo, l'odioso Stefanini.
Per l'appunto, alle 16,38, dopo che l'ex-amante di Parisina aveva per l'ennesima volta trasceso verbalmente e comportamentalmente (con tentativo di danneggiamento alla tappezzeria), Stefanini si era avvicinato e lo aveva invitato a lasciare immediatamente l'appartamento. Con ghigno sardonico, accaldato e anche lievemente brillo per l'ingestione di 16 bottigliette di liquore ingerite surrettiziamente fingendo strategiche assenze-sigaretta, l'omone aveva continuato a dare consigli a 180 decibel a Caterina contro l'odiosamata Parisina, consigli ormai più che strategici ortopedici (Rompi qua, spacca là, menala che così impara...) inducendo il legittimo partner a dire con piglio sempre inglese ma più da East End che da Oxford "Guarda che te ne devi da annà...".
Scompiglio, anabasi, putiferio, caos: l'omone si avventa sull'azzimato signore suo rivale e cerca di applicargli in modo oserei dire pedestre una energia cinetica sufficiente al decollo. E mentre il dandy si rivolge a Parisina uggiolando "Cara, il signore mi percuote...", gli occhi di Parisina trapassano il suo ex con la drasticità di una definitiva condanna. E solo allora l'animoso ed irrequieto toscano capisce che tra lui e Parisina è veramente tutto finito e non resta più neanche quella ambigua complicità che dovrebbe in teoria legare due passati amanti. Potrebbe andarsene dal salotto in decoroso silenzio ma non può invece esimersi dal pronunciare atroci giudizi su Parisina, sulla città in cui vive e sui suoi concittadini, accompagnandoli con triviali e plateali gesti che sciolgono ogni dubbio su quale sia al momento il suo stato d'animo. E mentre la servitù lo trascina faticosamente via, l'omone sente che anche Caterina, presto, si libererà di lui.
Un giorno che nessun altro indizio lasciava immaginare come straordinario, l'uomo riuscì a sentire l'inconscio. Non a percepirlo in modo preciso ed analitico, naturalmente, perché qualunque essere umano sarebbe impazzito nel giro di dieci secondi se avesse avuto questa dote. Ma quanto meno a rendersi conto in modo approssimativo e globale che dietro ogni sensazione, ogni cosa vista o sentita, ogni pensiero, ogni esperienza registrata coscientemente, si agitava un magma inidistinto di retropensieri, un retrogusto agrodolce di impolverate realtà affondate nel passato, un gusto un po' amaro di cose perdute, dove appunto una scheggia di canzoncina finto-estiva poteva inserirsi a mo' di perno destabilizzatore negli stanchi rituali di fine stagione.
Forse era stato il troppo sole, si disse all'inizio l'uomo. Come nei primi due giorni di vacanza gli eccessivi sacrifici al Dio Sole, seppur attenuati da costosi unguenti opportunamente consigliati dalla commessa della profumeria (che in realtà era l'unico acquisto che lui avrebbe voluto fare, fanculo abbronzanti doposole e creme emollienti), avevano asportato a dolorosi brandelli la porzione superiore del suo derma; così forse anche il suo apparato psichico si era per così dire scoperchiato lasciandogli libero accesso alla cantina e agli scheletri in essa gelosamente custoditi.
Fosse stato quel che fosse stato, ora con quella capacità doveva abituarsi a convivere; poteva sembrare fastidiosa e imbarazzante tanto che c'era, ma sicuramente quando fosse improvvisamente venuta a mancare (e l'uomo era certo che ciò sarebbe prima o poi successo, con la brutale protervia dello scatto di un interruttore) l'avrebbe amaramente rimpianta.
Poco alla volta, poteva rendersi conto che quel coacervo di fantasmi, quel coagulo di oggetti rimossi, quella pittoresca collezione di scarti psichici non potevano essere analizzati in modo lineare; ma gli era comunque possibile, come in un'alba invernale avvelenata da un black-out, allungare la mano nel cassetto e tirar su ora un elemento, ora un altro, portarli in piena luce ma quasi sempre per rendersi conto che non erano alla vista quello che sembravano al tatto.
Con un adeguato numero di prelievi, pensava l'uomo, potrei pensare di formarmi un affascinante quadro d'insieme del mio inconscio. Già, ma quanti prelievi sarebbero stati necessari? E soprattutto, nel giro di pochi giorni se non di poche ore il materiale psichico prelevato sarebbe stato di nuovo oggetto di censure, rimozioni e distorsioni. Se quel materiale era finito in cantina, del resto, era segno che nel salotto buono non si riteneva giusto tenerlo.
Alla fine si accontentò di quel curioso (e in fondo non sgradevole) allargamento della coscienza che la nuova abilità gli forniva. Grazie alla capacità di sentire l'inconscio, infatti, nulla di quello che gli succedeva gli dava più l'impressione di essere casuale. Imprevedibile a priori, magari, ma nulla più gli sembrava assurdo o ingiustificato a posteriori. L'odio viscerale per l'innocuo vicino d'ombrellone aveva rivelato significative associazioni col compagno di banco che non lo lasciava copiare (che aveva lo stesso timbro di voce), con l'ex-marito del suo più grande amore (che aveva un naso identico), con il maresciallo ignorante del Comando Presidio di Spilimbergo che lo tartassava ingiustamente (provenivano entrambi da un paesone di alta collina del maceratese a cui il panorama mozzafiato e la squisita cucina avevano donato una fama sproporzionata alla caratura reale, e adesso forse capiva anche la sua avversione per i mezzi cingolati e i polli ruspanti). Quella leggera congestione durante una nuotata, con immediata plateale uscita dall'acqua e figura di merda con gli altri bagnanti, era avvenuta nel punto esatto in cui da bambino suo padre aveva cercato di renderlo avvezzo alle tecniche dell'apnea con metodi un po' troppo empirici.
Ma come tutte le belle favole anche questa si interruppe presto: tra Cesena e Faenza, sulla strada del ritorno, mentre si divertiva a trarre tutte le possibili associazioni alfanumeriche da una contorta targa belga, all'improvviso quella targa ritornò ad essere sè stessa e nulla più. E al ritorno in città, l'uomo era di nuovo l'ottenebrato e inutile ottuso che la vita l'aveva reso.
Avevo quasi pronto un frivolo post sul Peter Pan del Montefeltro, per il quale avevo pronta anche una nuova categoria ("Dalle stelle alle stalle" se non tout-court "Figli delle stalle"), in cui dimostravo l'onnipotenza del centauro pesarese che (mentre noi comuni mortali prendiamo un gelato con una partner piena di cellulite e sborsiamo scancherando 300 euro di ravvedimento operoso per un ritardato versamento IVA) prima fa il bagno nudo con la Canalis e poi tanto che c'è si scopre che ha frodato il sagace fisco italiano per una cifra pari al PIL dello Sri Lanka.
Ma non riesco ad ignorare l'abominevole notizia che da ieri sera occupa tutte le televisioni, i giornali, i blog e i blob: incazzati neri perchè la Reggina non ha nessuna prospettiva di accesso alle coppe europee per i prossimi novant'anni, alcuni suoi tifosi hanno deciso di effettuare comunque una trasferta-lampo europea, espugnando la MSV Arena di Duisburg con un rotondo 6-0.
Ad un anno di distanza, di nuovo una nostra compagine zittisce i tedeschi, porta a casa il massimo risultato contro tutti i pronostici, porta l'Italian Style in giro per il mondo e ci mette in condizione di poterci sentire orgogliosi di essere italiani.
Del resto noi italiani siamo degli esportatori atipici: più che dei veri e propri prodotti esportiamo da sempre una nostra complessa e affascinante way of life fatta di bei vestiti, squisite pietanze, potentissime automobili, struggenti melodie e soave arte di arrangiarsi. I pittoreschi sicari di Duisburg sono l'ultima frontiera dell'export italiano: forse aver rivisto in TV Il Padrino parte prima e seconda ha ulteriormente acuito in loro la nostalgia per un glorioso passato quando la grande America ci temeva e ci rispettava. E il loro blitz in terra tedesca ricorda un po' le ammazzate collettive di cui la Famiglia Corleone era a volte artefice e talaltra vittima, ma un altro po' un Alberto Sordi prelevato dall'Italia, caricato senza tanti riguardi su un aereo per Broccolino, sommariamente istruito su cosa mamma comandava che picciotto facesse, e rispedito in Sicilia ad ammazzatina avvenuta senza neanche il tempo di prendersi un gelato da Becky's a King's Highway insieme a un giovanissimo Lou Reed (Il mafioso, 1962).
Ora non ci resta che goderci questa nuova ondata di fama a livello planetario, o in subordine fingerci svizzeri per i prossimi sei mesi.
Che Don Gelmini sia colpevole o meno di abusi sessuali sui suoi "ragazzi" (molti dei quali ormai vicini alla terza età, pluripregiudicati e attendibili come Emilio Fede) non mi interessa. Ormai accusare i sacerdoti cattolici di comportamenti sessuali disinvolti è come accusare i parmigiani di snobismo o i fans di Gigi d'Alessio di masochismo: in media ci si becca quasi sempre, ma questo non autorizza ipso facto a sparare nel mucchio: logicamente si tratta di una deduzione malaccorta, e nella vita è sempre meglio indurre che dedurre (anche se la deduzione ha di bello che si può fare in un loft di Trafalgar Square bevendo brandy e sniffando cocaina, mentre per fare delle induzioni bisogna sporcarsi le manine e faticare non poco, e questo a non tutti piace...).
Se mai, mi urgono una serie di considerazioni sulle ONLUS, sui centri di recupero per giovani traviati (spesso occupati militarmente da una pletora di maturi delinquenti che si simulano giovani traviati per non pagare pegno), sulle figure carismatiche che salvano il drogato dalle acque e lo riportano sulla terraferma dove potrà un attimo dopo esigere casa, lavoro, antenna satellitare, utilitaria, vacanze a Pinarella di Cervia e iscrizione a qualche centro di idromassaggio.
La lotta alla droga è una lotta improba, frustrante, costellata di insuccessi, sperperi, perniciose illusioni & perversi miti pseudorassicuranti: l'OMS ha ufficialmente definito la tosssicodipendenza una malattia cronica recidivante, cioè in soldoni una condizione di squilibrio che tende a perpetuarsi (cronicità)e, peggio ancora, suscettibile di un ciclo infinito di apparenti guarigioni e rovinose ricadute (recidive).
Come che sia, lo Stato nel tempo ha considerato la lotta alla droga una delle priorità massime, investendovi soldi, energie, ricerche, speranze e quant'altro: parallelamente al progressivo disinvestimento sui fronti dell'handicap, della salute mentale, del cosiddetto welfare state (cioè l'insieme degli ammortizzatori sociali che aiutano i sempre numericamente maggiori nuovi poveri ad arrivare alla fine del mese). Forse è più facile che ti spacchi il deflettore e che ti gussi l'autoradio un tossico in astinenza che uno schizofrenico mal assistito, un down o un padre di famiglia disoccupato, anche se si accettano scommesse.
L'aumento del denaro pubblico che gira in attesa di essere intascato dai più "meritevoli" ha incentivato lo sviluppo e la crescita a fungo di una miriade di associazioni che si gabellano per centri di recupero quando nella migliore delle ipotesi sono centri di raccolta del pattume umano che non si sa dove mettere e come trattare.
Una situazione carceraria indecentemente oltre il limite di guardia ha prodotto una serie di procedure per dislocare una cospicua aliquota di rei in spazi e strutture alternative alle patrie galere, come le chiamava Biscardi. Qualunque spacciatore seriale che riesca a dimostrare (ci riuscirebbe anche Marzullo) di essere anche tossicodipendente viene derubricato da mercante di morte a simpatico pacioccone che ha smerciato scherzosamente qualche dose per pagarsi il vizio, magari tagliandola con lo zucchero semolato invece che con il gesso.
Il tossicomane che interrompe il lavoro per entrare in comunità conserva il posto e corre molti meno rischi di perderlo dell'ammalato di tumore o del depresso cronico.
Ed è da lì che nascono nel tempo (oltre, beninteso, ai Don Ciotti e ai Don Gallo forse un po' meno compromessi col potere e ai centri CEIS prussianamente rigidi ma almeno senza padri carismatici) San Patrignano, le Comunità Incontro di Don Gelmini e tanti altri centri di recupero e trattamento. Accanto ad uno zoccolo duro di ragazzi motivati e con le palle che ne escono guariti (o almeno un po' meno malati, spesso semplicemente evolvendo verso l'alcol- o la farmacodipendenza che costa molto meno e non mette nei guai con quei bastardoni dei pulotti infami), un realistico 90% degli ospiti è costituito:
di persone che cercano un tetto e dei pasti caldi a spese del loro SERT,
di gente che semplicemente preferisce stare in CT piuttosto che in prigione ma non ha alcuna motivazione a cambiare vita,
di aficionados del turismo terapeutico che si fanno qualche mese di comunità x per poi ricadere, due-tre settimane di associazione y per poi ricadere, il minimo indispensabile di centro w prima di rapinare la drogheria all'angolo per vedere l'effetto che fa.
Il principale accusatore di Don Gelmini (che comunque non è l'unico, mentre Don Gelmini è reduce da svariati processi per assegni a vuoto, frode, truffa, bancarotta fraudolenta, schiamazzi notturni, abigeato e guida senza patente) appartiene più o meno simultaneamente a tutte e tre le categorie sopra riportate.
Con spirito cristiano a prova di bomba, il fratello di Padre Eligio (e quindi il cognato di Gianni Rivera) ha già proveduto a diffamare a mezzo stampa il suo accusatore raccontandone vita, morte, miracoli, gusti sessuali, abitudini escrementizie, pedalini bucati, provenienza etnica (avrebbe detto un pregiudicato bellunese con la stessa acida grinta con cui ha detto un pregiudicato barese?). Tanto che c'era ha inveito anche contro ebrei, froci, comunisti, toghe rosse, operatori dei SERT, don Mazzi, Mazzabubbù, lobbies, radical-chic (miiiiiiiiiiii, direbbe Aldo Baglio, noncipozzocredere, era dai tempi del povero Montanelli che non si usava più questa espressione), anticlericali, antifecondativi e anticrittogamici, giornalisti, giornalai, buco nell'ozono, guida a sinistra nei paesi del Commonwealth, peperoncino di Soverato e palinsesto di La7.
Si paragona a Padre Pio ma mi ricorda tanto di più Previti e Dell'Utri.
Nella fattispecie, Vincenzo Muccioli fu assolto (o per meglio dire non condannato) riguardo ad una allucinante miriade di fatti che erano obiettivamente successi nella sua megalopoli terapeutica (mattanze in macelleria, crisi d'astinenza trattate con le catene, creazione di un sistema di spionaggio interno a cura degli ospiti più leccaculo ecc. ecc. ecc.). Un bravo avvocato può ben dimostrare (anche senza aver letto Varela e Maturana) che un aggregato umano di 3-4000 persone produce delle regole e degli schemi d'interazione su cui neanche il Padreterno in persona potrebbe esercitare un controllo efficiente. O se a Fornovo Taro (delizioso paesino della pedemontana parmense più o meno di quelle dimensioni) due balordi si ammazzano si licenziano i carabinieri locali per omesso controllo? Ma sulle zone d'ombra del suo sistema di recupero arrivarono a tutti informazioni che misero molti SERT in condizione di dire Mai più nostri utenti a San Patrignano, molti altri a dire Mandiamoli tutti a San Patrignano così imparano, Letizia Moratti e Silvio Berlusconi a dire San Patrignano è l'unico centro di recupero in Italia che merita l'appoggio dello Stato.
Perchè Don Gelmini invece di blaterare luoghi comuni indegni di un sacerdote non mette in condizione la Magistratura di fare serenamente il suo lavoro?
O pensa anche lui come tanti suoi simpatizzanti di essere fuori dalle regole e dalle leggi che limitano l'operato degli altri cittadini? O pensa anche lui che basti mettersi l'etichetta LOTTA ALLA DROGA per costruire spazi extraterritoriali dal funzionamento incontrollabile e, perchè no, dalle entrate economiche copiose quanto integralmente esentasse?
E tutto questo, che abbia o non abbia trasceso ad atti men che casti con i suoi "ragazzi".
Salve a tutti. Sono Davide Bovio e, tra rarissimi alti e una miriade di bassi, sono sulla scena musicale da una quarantina d'anni, anche se misteriosamente al momento continuo ad averne solo 38. I miei modelli musicali sono Renato Zero, Cristiano Malgioglio, Ron e Mango.
Ho esordito nell'ormai lontano 1969, influenzato da reiterate visioni del film I marziani hanno 12 mani, con una canzone un po' troppo avanti per quei tempi, Aneddoto Spaziale, dedicata ad un astronauta che si perde nello spazio, casca in un buco nero e ricompare inopinatamente in uno show del 2000 dove una dozzina di ragazzotti insignificanti vengono seguiti 24 ore su 24. Commento del discografico RCA "Vabbè 'a fantascienza ma questa dello show der Dumila valla a raccontà a tu' sorella!".
Dopo aver prodotto i dischi dei miei amici Luca Ridolfi e il gruppo dei Mott Epijo, per i quali avevo scritto il pezzo molto glam Tutti li pischelli, nel 1972 me so' fregato tutto l'armamentario di scena di Renato Zero trasformandomi in Zigozago Polveredistelle. L'anno dopo mi ero riciclato come Aladino il Saggio, ma non contento (e in stato di supercreatività grazie alla sagacia del mio pusher) avevo inciso Modelle, con tutti i successi anni 60 di Johnny Dorelli, Little Tony, Bobby Solo, Richard Antony, Los Marcello's Ferial e Don Backy. Audacissima la copertina dove mi smucinavo Gabriella Farinon mezza nuda.
Con la svolta punk-elettronica della fine degli anni 70, avevo aperto uno studio di registrazione a Lugano (mentre quel fanatico di Ridolfi era arrivato fino a Berlino, io cantavo Eroi e lui rilanciava con Eroina, io cantavo C'è vita su Marte? e lui, da quel materialone che è sempre stato, cantava Fatte un giro ar Tuscolano). Ispirato da Riccardo Cocciante avevo inciso Basso, ispirato dalle finezze di una mezza punta avevo inciso Baggio, ma la mia strada era un'altra.
Sforzandomi di accentuare i miei pochi tratti virili, oltre a rinunciare per sempre ai bucatini alla matriciana, avevo intrapreso una svolta disco interpretando il personaggio del Duca secco, inanellando epici hit come Ballamo!!, Manchester nun fa' la stupida stasera, Stasera ar baretto der Colosseo quello subito all'uscita de la metro.
Infine nel 1995 avevo inciso 1. FUORI, dedicato all'omonima organizzazione, dopo tanti anni di look macho che m'aveva proprio rotto...
Ho anche interpretato diversi film, come L'uomo che cadde in motorino, Miriam si sveglia a mezzogiorno (ma solo se de là ce sta apparecchiato),Dilettanti assoluti (anche se in origine si doveva chiamare Davide Bovio e altri grandissimi attori) e Furio, una poco riuscita autobiografia di Furio Colombo.
Il Nord-Est industrioso e produttivo. Il Nord-Est campanilista e altero. Il Nord-Est "Fasin de bessoi" (trad. per i non friulani, "Facciamo da soli", slogan in voga dopo il devastante terremoto del 1976, totale rovesciamento del "Lo stato ci ha abbandonati" sentito dopo altri fenomeni tellurici prima e dopo il 1976). Il Nord-Est pieno di storia ma spesso ignaro della stessa, coltissimo e ignorante, Venezia Padova Vicenza Verona Treviso (nessun altra area del mondo annovera in poche migliaia di chilometri quadrati tanti capolavori architettonici, urbanistici, storici e culturali) ma anche primo laboratorio del secessionismo con la Liga Veneta, che se la memoria non mi inganna precedette di un paio d'anni i tragicomici conati di Bossi e compagnia. Il Nord-Est dove il dialetto è ancora la lingua ufficiale e quando si parla un italiano corretto morfologicamente e (nei limiti del possibile) foneticamente lo si fa solo per sfottere l'interlocutore non proveniente dalle Tre Venezie.
Il Nord-Est che, grazie a Rumor Piccoli e Bisaglia più una miriade impressionanti di quadri Dc, ministri, sottosegretari, portaborse e portapacchi, negli anni 50-70 ha rastrellato dallo Stato somme impressionanti atte a favorirne lo sviluppo (mentre friulanamente in altri territori si poteva e doveva dire "Fem'ma da nuètor", visto che con la Dc e la sua teocrazia i rapporti non erano dei migliori), ma bisogna ammettere che dagli anni 80 in poi li ha fatti fruttare alla grande, contestualmente alla crisi della città-Fiat, della città da bere e della città dal mugugno incorporato (vertici sempre più fragili dell'ex-Triangolo Industriale).
Il Nord-Est dove un marocchino e un bosniaco salvano due bambini che stavano per affogare, là dove il Piave versa le sue acque nell'Adriatico misterioso, il marocchino torna a riva più morto che vivo e il bosniaco decide di godersi il bagno per il resto dell'eternità, coi due genitori razza-Piave che (recuperati i bambini) non manifestano la minima preoccupazione per la sorte dei soccorritori, anzi forse consolano i figli per la paura che devono avere avuto (poer tusin!) ad essere stati brutalmente afferrati da due omaccioni poco raccomandabili, se ne vanno alla chetichella senza dire un grazie al marocchino e senza chiedere uno straccio di informazione sulla sorte del bosniaco, certamente convinto a suo tempo di aver abbandonato l'inferno per il paradiso (oh quanto si sbagliava!).
Visto che non esistono atti casuali, e le motivazioni a monte ci sono sempre (talora inconsce, talaltre difficili da esprimere), la motivazione di questa soave e quasi mistica indifferenza dev'essere ipotizzata nel vissuto inter-razziale dei genitori nei confronti dei soccorritori. Razza inferiore, subalterna, foresti (che vengano dall'Africa, da appena al di là dell'Adriatico o magari anche solo da Ferrara o Brescia). Nel salvare i nostri figli hanno fatto solo il loro dovere, anzi se il tentativo fosse andato a vuoto e i due energumeni fossero riemersi senza i nostri bambini tra le braccia li avremmo linciati sul posto, riequilibrando gli equilibri etnici della Serenissima.
La polizia di Jesolo ha successivamente rintracciato i genitori e li ha interrogati, sicuramente con mille riguardi e tenendo conto del terribile choc che avevano appena subito, non come indiziati di reato ma solo come testimoni diretti "per ricostruire la dinamica dell'accaduto". Come tanti politici, anche loro hanno fatto una cosa moralmente riprovevole ma "Penalmente non perseguibile?". Non lo so. Un avvocato bravo e bastardo (Taormina o uno dei suoi innumerevoli emuli) riuscirebbe ad estendere sicuramente il concetto di "omissione di soccorso" e far passare un brutto quarto d'ora alla famigliola xenofoba. Non dico per mandarli in galera, ma almeno per riflettere su alcuni rudimenti di Educazione Civica (a proposito, la Moratti è riuscita a cancellarla dai programmi della scuola dell'obbligo o c'è ancora? E se c'è, continua ad essere la maglia nera delle materie?).
Record di contatti per il post sulla morte del Po. Il che dimostra che un post buttato giù quasi per scherzo, e che quando lo rileggi ti chiedi "Ma alla fine, che tesi volevo sostenere?" viene letto da più persone di un post ultra-meditato, limato, ponderato. Come voleva dimostrare Diego Cugia (artefice anche dei successi mediatici di Celentano, leggermente meno fortunato con Funari) quando fece mettere Morandi in mutande in diretta televisiva e l'audience si impennò. Se l'eterno ragazzo di Monghidoro avesse fatto un medley dei suoi maggiori successi nella migliore delle ipotesi l'audience sarebbe rimasto quello che era. Se avesse rivelato di leggere Proust da quarant'anni, l'audience sarebbe sceso. Se avesse parlato con tono elegiaco del periodo del disgelo sull'Appennino tosco-emiliano, avrebbero cambiato canale anche i suoi figli. Se avesse fatto outing e baciato a lungo sulla bocca Ron, il programma avrebbe vinto tre Telegatti di fila.
Ma allora mi chiedo due cose: il post sul Po era così orrido e nazionalpopolare da suscitare l'attenzione, e per giunta in piena estate, di un centinaio di navigatori? E, in subordine: qual è il fenomeno di suggestione collettiva che fa impennare l'audience? Prendiamo il caso topico di Gianni Morandi in mutande: appena il cantante ha accennato a calarsi le braghe, c'è stato un turbinoso e istantaneo giro di telefonate, fax, e-mail, sms, con più o meno lo stesso contenuto, Va' subito su Rai 1 che poi ti spiego? Sì, perchè spiegazioni più dettagliate e/o mezzi di comunicazione non abbastanza veloci (raccomandate senza avviso di ricevimento, piccioni viaggiatori, consegna di lettera al cognato a carico che posdomani deve passare da quelle parti) avrebbero prodotto un cambio di canale in un momento diverso della trasmissione, magari durante il balletto della soubrette di turno che si sarebbe montata oscenamente la testa; oppure avrebbero prodotto un aumento graduale dell'ascolto, ma non un'impennata, vivaddio!!!
Mi rendo conto che siamo in estate e che simili post rischiano di andare fra quelli trascurabili, ma tanto anche gli altri...
Il fiume po che nasce dal Monviso e dai ghiacciai trascina piombo e pesticidi discende a valle e poi si abbraccia col Tanaro e porta l'ammoniaca verso nuovi lidi un po' più a valle il Po si incontra col Ticino e corre ancora giù verso il Panaro così si trova dentro il letto anche l'arsenico il Sesia e l'Oglio aggiungono il mercurio
il fiume Po il fiume Po è un fiume chimico ma senza l'H2O senza l'acca due o il fiume Po il fiume Po è parte di quel corpo vivo che non ho che io non ho
sembra che sia nel Po che kafka ha fatto il bagno prima di trasformarsi in uomo-ragno e pare ci sia anche un testimone che ha visto Achille metterci il tallone e son venuti degli esperti americani che sanno tutto e se ne lavano le mani ma per errore le han lavate dentro il fiume e sulle dita già gli spuntano le squame...
però si tratta di sicuro di leggende e la regione Lombardia non se la prende e la regione è sana e ci si può fidare e sta approvando in fretta il piano nucleare
(Ricky Gianco 1977)
NOMADI - IL FIUME (1990)
Il fiume riporta olio e catrame
schiume e tronchi, animali e letame
se l'acqua fosse acqua...che voglia di bere
Su dimmi ricordi, quei visi orgogliosi
i tuffi dei pazzi o più coraggiosi
per grandi pianure, il vento domanda
ma può morire un fiume.
Il fiume riporta barche e legni
ruggine e chiodi, pesci e segni
se l'acqua fosse acqua...che voglia di bere.
Su dimmi ricordi, i voli più belli
la voce dell'uomo dei battelli?
tra esili canne,
il vento domanda
ma può morire...un fiume
Il fiume riporta quello che trova
quel che riceve rigetta e rinnova
se l'acqua fosse acqua...che voglia di bere
Tramano vendetta, correnti scure
dai gorghi profondi mortali paure
tra alti pioppi il vento domanda
ma può morire...un fiume
Per chi considera l'ecologia una branca degenere dell'economia, o lo studio di Umberto Eco, che il Po stia tirando le cuoia può essere una notizia trascurabile.
Per chi non ne può più di sentir parlare di Padania, di cultura padana, razza padana, etnia padana, cucina padana, Miss Padania, che il Po muoia è un dono di Dio perchè con la sua morte la Val Padana assomiglierà più a un deserto algerino che a un fertile paesaggio celtico, e Bossi potrà sfruttare la sua prodigiosa somiglianza con Gheddafi per riciclarsi per l'ennesima volta, imparando l'arabo e rimpiazzando la polenta taragna col couscous.
Nelle canzoni il Po fatica a raggiungere il fascino del Tevere (quanno er Tevere sogna e li ponti so' soli; er barcarolo va controcorente e quanno canta l'eco s'arisente) o il romanticismo dell'Arno (quel giorno che buttò i suoi disegni con rabbia giù da Ponte Vecchio, canta Ivan Graziani di una giovane fiorentina con qualche frustrazione in campo artistico, mentre da un ponte sul Po al massimo si buttano buste di cocaina per sfuggire a perquisizioni della Narcotici).
Le canzoni che ho citato parlano del Padre Po con futuribile angoscia, ipotizzandone la morte o cantandone con amaro sarcasmo il degrado.
In realtà nella sterminata produzione dei Nomadi il Po viene evocato ma non nominato, con reggiano understatement e pudore, negli anni 70 con accenni alla Giovannino Guareschi (Una corsa e poi a pescar sul fiume, Crescerai; Un giorno insieme a gettar sul fiume i sassi e poi scoprire cosa siamo in fondo noi, Un giorno insieme che sembra venga suonata al Municipio di Novellara in occasione dei matrimoni civili, anche se gli indigeni nel leggerne bene il testo dicono che non dovrebbe portare benissimo..., Ricordo una casa sul fiume e poi le primavere sull'altalena, Quanti anni ho ) per poi transitare per la canzone Il fiume sopra citata, e poi abbandonare ogni anelito ideale per accennarvi con le parole Dietro al mulino i rifiuti, portati dal fiume, che taglia la grande pianura, ridotta a bitume, Le strade, 1995.
Del resto, se digiti sui motori di ricerca le parole Il Po muore nella migliore delle ipotesi ti viene fuori qualcosa che ha a che fare con Vide Napule e po' muore, che con tutta la buona volontà non è proprio la stessa cosa.
Per chi in Val Padana è nato e/o cresciuto e/o ha passato una fetta significativa della sua vita, il Po è un fratello traviato drogato fetente zozzone ma comunque fratello. Un fratello che trasporta munnezz', schifezze di ogni genere e travasa slealmente nel Mare Adriatico (alias il più bel mare del mondo) quel tanto che lo declassifica da Caraibi 2 a Nonhaivintoritenta, ma si capisce che non lo fa apposta.
Eppure, come tutti i personaggi dalla grande personalità, vedi John Lennon o Sigmund Freud, accanto a innumerevoli peccati, il Po squaderna immumerevoli scorci che definirli strepitosi merita una querela, come quelli di Torricella di Sissa o Boretto. E parlo di territori che ben conosco e sono uso a frequentare, in un arco di 30 dei 453 km. utili che il Po traccia fra Piemonte Lombardia Veneto ed Emilia dal momento in cui esce dalla condizione di torrente. Mi aggancio alla mia amica Chiara per illustrare quello che manifesta il Po in zona piemontese. (Lo so che mi leggi, va là...).
Se il Padre Po non ci fosse stato, i Savoia potevano farsi delle pippe. Ma vaglielo a spiegare...
In teoria commentare notizie non certe è illegittimo sul piano etico e scorretto sul piano concettuale: ma poichè viviamo (spesso non coscienti della cosa, o comunque talmente anestetizzati che, anche se ne abbiamo coscienza, ciò non ci provoca più disagio alcuno) nel mondo dell'apparenza e del virtuale, in cui i fantasmi diventano realtà tangibili e (viceversa) le realtà tangibili (vedi condanna definitiva dell'On. Previti) retrocedono a fumose elucubrazioni, alla fine diventa lecito commentare qualunque cosa.
Anche perchè, seppure la notizia commentata si rivela spesso un'indigesta bufala, i commenti possono comunque avere una loro pregnanza.
Esempio autoreferenziale: quando ho commentato la presunta morte di Osama Bin Laden nell'autunno scorso, la notizia era finta ma i commenti sulla figura di Bin Laden prescindevano in fondo dalla sua morte. Per così dire, la sua morte (poi, purtroppo o per fortuna secondo i punti di vista, non avvenuta) era pretesto per parlare di una delle poche figure di show-man integrale che la storia contemporanea ricordi.
Altrettanto, se possiamo accostare un pressochè innocuo bracchetto milanese a un sanguinario lupo mediorientale, vale per la notizia per ora ufficiosa (o per meglio dire apocrifa) dell'inizio di una trattativa dell'ormai fatidico e famigerato Fabrizio Corona con l'uomo che si è installato nel salotto buono di tutte le case degli italiani da un trentennio e non accenna ad andarsene convinto di essere adorato e invidiato da chicchessia, Silvio Custer Berlusconi.
Oggetto della trattativa, chiederanno i miei piccoli lettori? L'esclusiva per un servizio fotografico soft-core della signora Veronica (con il logo di Forza Italia ad occultare la zona pubica e due ripetitori Mediaset a rendere invisibili i capezzoli)? L'ingaggio di Corona come presentatore di Matrix, con spostamento di Mentana al TG4, di Fede alla presidenza del Milan e di Galliani a presentatore di C'è posta per te? L'assorbimento di tutta l'agenzia Corona nei quadri dirigenziali della Fininvest, Ufficio Ricatti Aziendali? Nulla di tutto questo, per ora, anche se c'è una possibilità superiore a zero che tutti e tre questi eventi si verifichino entro la fine dell'anno.
Fabrizio Corona salirà ad Arcore (ma è già iniziato un fattivo e proficuo intreccio di fax, e-mail, sms, pizzini e cartoline illustrate) per proporsi come fondatore di un "nuovo partito di destra". Non fate quelle facce, e ricordatevi che il buon Fabrizio coordina uno stuolo di paparazzi vantandosi di non saper usare neanche una Polaroid, parla italiano senza mai aver approfondito la grammatica, va in televisione con la stessa padronanza del mezzo che avrei io alla guida di un autoarticolato su una strada della Svizzera, si atteggia a divo quando fino a sei mesi fa anche sua madre quando le parlavano di lui rispondeva "Fabrizio chi??????????????". E inoltre, il sig. Corona ha una delle principali prerogative per diventare un pupillo del Cavaliere, seri guai con la giustizia. Serve altro? Basta la parola....
E solo gli incoercibili moralisti possono ricordare che in un passato lontanissimo artisti come Lelio Luttazzi o Walter Chiari uscivano dal carcere con atteggiamento dimesso e ne avevano la carriera condizionata se non compromessa, altro che dichiarare ai quattro venti "Con questo scandalo guadagnerò 10 volte tanto...".
Nella deriva entropica della società italiana, il mondo del gossip ha svuotato da tempo di contenuti il mondo dello spettacolo, dove ormai saper fare qualcosa (non dico avere del talento, che è ormai un reato perseguibile penalmente d'ufficio) è l'anticamera di una penosa emarginazione dalla quale si può riemergere come personaggio misterioso di Cultura moderna, intervistato di Fabio Fazio, testimonial di un adesivo per dentiere o di un pannolino per incontinenti, e dove un tronista rintronato è molto più ricercato di un opinabile opinionista.
E adesso, attraverso il suo Nuovo Lucifero Fabrizio Corona, il mondo del gossip assalta anche la politica, con due obiettivi apparentemente inconciliabili, ma tutti gli studenti di fisica sanno che nel mondo quantistico un atomo può essere simultaneamente fermo e in movimento, qui e là, ragazzo triste, e quindi obiettivi incompatibili possono essere raggiunti insieme, in sequenza o in assoluta e gloriosa contemporaneità.
Primo obiettivo garantire a sè e ai propri protetti, attraverso l'ingresso on politica, non solo l'impunità, e nemmeno l'immunità e neppure l'intangibilità propria dei semidei, ma il diritto dovere di deridere, insultare e umiliare, giudici, pm, forze dell'ordine, guardia di finanza, servizi segreti retti o deviati che siano, libertà d'informazione, di parola, d'opinione e di associazione che discende dall'adamantina certezza di appartenere a una razza eletta che si fa da sè leggi, regole, limiti e controlli.
Secondo obiettivo è rendere la politica italiana sempre più simile a uno scenario da operetta o da Repubblica delle Banane attizzando e stimolando sia la miriade di scissioni interne (per cui ogni parlamentare tende a creare un microcosmo coi suoi elettori, specie se prezzolati, a danno di qualsivoglia coesione col partito entro cui il suddetto è stato eletto) sia la tipica esuberanza del parlamentare italiota che vota al posto di colleghi assenti con la stessa disinvoltura con cui passava la versione di greco, indulge a rituali da Curva Nord contro i colleghi di opposto o semplicemente diverso schieramento, esprime il suo dissenso con modalità da commedia dell'arte, piange perchè alla buvette non c'è il gelato e si addormenta durante le discussioni meno animate.
Non è chi non veda che il progetto di cui Corona è punta di diamante mira sia a rendere la politica esageratamente e dittatorialmente onnipotente, sia a farla diventare una disgustosa caricatura di sè stessa.
Però, a pensarci bene, questo è il modo in cui il variegato sottobosco del gossip cavalca e umilia persone, situazioni, istituzioni e buoni sentimenti: importantissimi un attimo prima, buoni per incartare le patate un secondo dopo.
La politica italiana, compiaciuta della sua modernizzazione in senso urlato, spettacolare, triviale e paleolitico, si prepara ad essere cavalcata da una miriade di Corona urlacchianti e scoreggianti, che ne carpiranno con destrezza tutti i vantaggi e le prebende per abbandonarla poi attonita e svuotata come un qualunque bastardino in agosto sull'autostrada. E i parlamentari in servizio permanente effettivo, lungi dall'arginare questa ondata di putrida marea, vorranno sentirsi, come dire, incoronati anche loro.
E la plebe italiota applaudirà estasiata ritmando Siamo i Campioni del Mondoooooooooo.............
"Nonno nonno, ma è vero che quel signore col codino che ti è venuto a trovare è stato in prigione?".
"Sì, è vero, bambine, ma il nonno farà in modo che non succeda più. Comunque non accettate più caramelle da lui, va bene?".
Dopo Stanlio e Ollio, Gianni e Pinotto, Sandra e Raimondo, Moser e Saronni, Berlusconi e Prodi, Woodcock e Corona, Moggi e Giraudo, una nuova coppa comica si profila all'orizzonte con la prospettiva di deliziare la nostra estate in un fuoco di fila di calembours, una ridda di gags, una miniera di doppi sensi, un repertorio inimmaginabile di spunti comici.
Sto parlando ovviamente di Nigel Stepney e Mike Coughlan, che come personaggi sono a metà strada fra caratteristi di un film di Austin Powers, e Bob Rock e Alan Ford con tutto il gruppo TNT (e magari, perchè no, tutto il cucuzzaro) al seguito, con qualche sinistra eco Boldi-De Sica
Un giorno forse sapremo il motivo che li ha spinti a passare dal serioso mondo della F. 1 a quello della fiction comica. E se a Potenza gli interrogatori li conduce John Woodcock, forse in quel di Cheltenham o di Ashford c'è un Ciro Cacace che con perfetto accento british e tutte le strategie di Scotland Yard li costringerà a vuotare il sacco.
Se è vero che la mafia del 2000 rifiuta le e-mail, gli sms e i fax e comunica ancora con medievali pizzini, le spy-story del terzo millennio sono ancora a base di polverine tipo quelle che si mettono nel serbatoio del vicino bastardo e di faldoni di 700 pagine che vengono fotocopiati alla luce del sole in una cartoleria di campagna del Surrey invece di essere spedite per posta elettronica.
Ma noi come sempre abbiamo dei documenti che tagliano la testa al toro e i coglioni a qualunque altro cacciatore di sgub (versione mediterranea dello scoop anglosassone.
Reperto 1: telefonata fra Stepney e Coughlan
C. Hey Nigel, did you drink your brain off? I heard you put a strange powder in Ferrari's engine... (trad. Nigel, ti consiglierei di riporre maggiore attenzione nella tua salute mentale a partire da una riduzione del consumo di nocini, sburlòn e altri tipici liquori emiliani. Qui da noi si favoleggia di una strana polverina che avresti messo nel motore della Ferrari...)
S. All bullshit, Mike. You can even guess what that powder was: the remainders of last night's party between Massa, Raikkonen and an assorted bunch of ashtoning sluts (trad. Mike, nego con vigore ogni addebito. La polverina incriminata era una piccola parte di quella consumata dai due simpatici piloti del team modenese la sera prima in compagnia di un cospicuo numero di signorine che con un garbato eufemismo vorrei definire disinvolte)
C. By the way, Nigel, I'm still waiting for the seven hundred pages you promised to send me. Are you able to fax or e-mail them, or are you so damn idiot you have to fly here with those fucking papers in your clumsy hands? (trad. Ma passando dalle stronzate alle cose serie, quelle banalissime 700 pagine con cui a Maranello si puliscono al massimo il culo e invece qui a Woking ci farebbero vincere 49 mondiali di fila, me le mandi per fax, e-mail, corriere espresso o te le infili nella 24 ore e vieni qui da me che ho un pasticcio di rognone da offrirti che è la fine del mondo?)
S. Well, Mike, you know... Here in Maranello I was given a lousy PC with a tragically slow Internet connection: it took me two days to download the last Tetris version that my son in London downloaded in twelve seconds. About the fax, just imagine that I used it to order a Quattro Stagioni from Peppino il Pizzaiolo's and I received a Quattro Stagioni CD from Quartetto Veneto's (trad. Guarda Mike, con quello che mi passano qui a Maranello ho un computer residuato bellico che uso solo per giocare a Tetris, mentre il fax ha un suo impiego lanciato nottetempo sui gatti in amore)
C. So what, Nigel? I have no more time to spare. Catch a plane and be here as soon as possible. (trad. E allora, bestione? Piglia il primo volo dove non ti scambino per un fiancheggiatore di Al Qaeda e presentati qui.).
Reperto 2: intercettazione ambientale
Coughlan: Excuse me sir, I have to photocopy these few pages. How much will you charge me for this? Ciavrei da fare due-tre fotocopie, quant'è che mi fa pagare?
Owner of the shop: Gosh! Would these be few pages? Let's say they are quite a few, sir.Will two hundred pounds be a fair price? All'anima delle due o tre, che roba è, Guerra e Pace? Facciamo duecento sterline e non se ne parla più.
Coughlan: Pardon? (pronuncia cockney paaadn). I'm not going to pay a penny more than fifty pounds. C'era un'interferenza e non ho sentito bene. Aveva detto cinquanta sterline, non è vero?
Stepney: Mike, you're looking like your Scottish mother-in-law. Let's just pay, have our pages photocopied and go back to the pub. Our beers are coming warm. Michele, mi sembri tua zia di Varazze da quanto sei tirato. Paga, ritira le fotocopie e torniamocene al bar che la birra si riscalda.
Coughlan: Shut up you silly little man. You've been causing enough trouble already. OK, sir, let's agree for a hundred pounds, this original Ferrari badge, these two wonderful Ferrari caps and two bottles of Lambrusco Wine from Maranello United Cellars. Quando voglio parlare con un coglione ne ho già due costantemente a disposizione. Vabbè capo, ci aggiustiamo per cento sterline, la decalcomania originale Ferrari che mi mette sul cruscotto, due berrettini Ferrari in uno dei quali c'è un capello di Luca di Montezemolo, e mivogliorovinare due bottiglie di Lambrusco delle Cantine Riunite di Maranello.
Owner of the shop: It all seems like the song Harold the barrell by Genesis, but I frankly hate brit prog-rock from the seventies. Sembriamo quella canzone dei Genesis che stava su Nursery Cryme con un tipo che si era seduto sul davanzale e non voleva scendere e sotto tutti ad implorarlo, peccato che il rock dei settanta mi fa cagare.
Stepney: Mike, just spare one of the two bottles I brought you from Italy. I don't want to drink your awful elderberry wine for dinner. Michele, se gli dai tutte e due le bottiglie poi a casa cosa beviamo? Quello che tu chiami pomposamente elderberry wine ma sembra sciroppo per la tosse?
Coughlan: I'm punching you, schmuck. I know how to deal... One hundred and twenty pounds plus badge, caps, bottles of wine and an Italian magazine wherein you can read that Maestro Luciano Pavarotti is going to die... Ti spacco la faccia, stronzone. So io come trattare... Capo, io ci dò centoventi sterline più la decalcomania, i berrettini, il vino e l'ultimo numero di Diva e Donna dove la figlia di Pavarotti racconta a tutti che il babbo sta tirando le cuoia.
Owner of the shop: OK, we may start... Va bene, ma solo per Pavarotti.
(later on)
Owner of the shop: Police? Two very very strange chaps came to my shop to photocopy 700 hundred pages all marked with the Ferrari logo. It just seemed strange to me... Italians? No, sir, Italians would not have been so dumb Polizia? Due balordi son venuti da me a farsi fotocopiare 700 pagine di carta intestata della Ferrari. E mi hanno anche riempito di gadgets Ferrari, anche se a guardare meglio c'è scritto su Made in Taiwan. Italiani? No, guardi, gli Italiani li conosco, sono molto più furbi...
L'ultima mostruosità giornalistica mi sembra di poterla individuare nella rivelazione a quell'autorevole rivista che risponde al nome di "Diva e donna" (che la sua super-rifatta direttrice Silvana Giacobini reclamizzava, alle sue prime uscite in edicola, con lo stesso stile con cui si reclamizza l'ultima linea di surgelati Findus) della figlia di primo letto di Pavarotti: "Mio padre sa che deve morire".
L'emilianissimo maestro deve essersi esibito in una pittoresca serie di vernacolari scongiuri equidiretti tra la figliola e la redazione di "Diva e donna", ha quindi affidato al suo ufficio stampa una pronta smentita.
Non so perchè, ma vedo un filo rosso fra
la prodezza della pavarotta,
la non innocente goliardata di Fabrizio Corona che ha ripreso di nascosto alcuni particolari dell'udienza di separazione fra lui e Nina Moric, per poi regalare al perdibile programma di Italia 1 "Lucignolo" l'esclusiva e
l'agghiacciante dichiarazione in diretta televisiva del signore tunisino a cui è stata trucidata la famiglia "Voglio fare carriera nel mondo dello spettacolo" (oltre alla, non so se ingenuamente o provocatoriamente, proclamata amicizia col suddetto Corona e con Lele Mora).
In tutti e tre i casi, con la squallida complicità dei media che null'altro vanno cercando, vedo la negazione di ogni etica interpersonale, lo strumentalizzare vicende personali e/o rapporti di parentela per mettersi in luce e fare soldi (di solito le due cose combaciano perchè il terzo polo dello scandaloso trend è il pubblico italiota assatanato per uno scoop bastachessìa).
L'unica differenza, fra le esternazioni della signorina Pavarotti e quelle di Corona e di Azouz Marzouk, è stata l'immediata, indignata, berlusconiana smentita; che non rende Giuliana Pavarotti migliore dei due baldi messeri a cui la vado equiparando, anzi direi tutt'altro. Alla porcata compiuta, nel caso in esame si aggiunge il male tipico della nostra cultura neocattolica: l'ipocrisia; la mielosa, odiosa, flautata e vellutata ipocrisia che fa dire di tutto e poi negare anche l'evidenza; che fa lanciare sassi, pietroni, macigni, fiancate di montagne salvo poi minimizzare il lancio e/o definirlo involontario; che serve a travestire il narcisismo, la voglia di apparire, di contare, di avere successo per altruistica preoccupazione per il proprio prossimo.
Diversa sarebbe stata la valutazione se fosse stato Pavarotti stesso a dichiarare la cosa (peraltro non nuovissima e tutt'altro che segreta), meglio ancora se avesse scelto (e probabilmente lo avrebbe fatto) un palcoscenico meno dozzinale di quello selezionato dalla rampolla.
Chissà se Topolino possiamo ancora considerarlo il tenero amico dei bambini (che comunque, provate a fare un sondaggio, nella stragrande maggioranza dei casi trovano molto più simpatico Paperino) o semplicemente un colossale business con un enorme merchandising tutt'altro che no profit.
In 79 anni di storia Topolino ne ha viste e ne ha fatte di cotte e di crude: nato come topo antropomorfo ma sostanzialmente sporco e rognosetto come la sua origine biologica giustificava, ben presto assorbito ad icona dell'american way of life, riciclato come giornalista, detective, avventuriero, eterno fidanzato di Minnie senza poter mai godere le gioie del sesso (mentre Paperino e Paperina hanno l'aria di due che ogni tanto si appartano), apprendista stregone, segretario tuttofare di Ebenezer Scrooge, era già stato indirettamente usato in modo un po' sui generis quando Stanley Kubrick aveva messo in bocca la sigla del Club di Topolino a una squadraccia di marines fetenti che andavano a massacrare dei vietnamiti inermi.
Ma, quanto meno, il topo più benvoluto del mondo (con Topo Gigio in 615° posizione preceduto anche da qualche pantegana domestica thailandese) non era mai iconicamente comparso in scenari men che commendevoli.
E invece, da circa 3 mesi, la televisone palestinese Al-Aqsa, più o meno direttamente collegata ad Hamas (si sa, in tutto il mondo, ogni televisione oltre ad avere il suo palinsesto ed il suo organico ufficiale, ha la sua composita e variopinta rete di finanziatori, padroni, padroncini, fiancheggiatori, istigatori e simpatizzanti e di fronte a una ingente fetta delle trasmissioni lanciate nell'etere viene da chiedersi "A chi giova? Cui prodest?" e la domanda resta spesso opportunamente e caritatevolmente senza risposta) ha affidato ad un giovanissimo attore sommariamente travestito da Topolino, ma ribattezzatoFarfur (qualcuno dice che significhi "farfalla" ma quel qualcuno non l'ho mai visto frequentare corsi di arabo e quindi secondo me tira meschinamente a bocciare guidato dall'assonanza, se le lingue funzionassero così il giocatore Strunz non potrebbe più uscire di casa) roboanti proclami antisemiti, buttati lì come si trattasse di reclamizzare pane e kebab per merenda.
Pare anche che Farfur abbia anche una piccola rubrica che non sono stati abbastanza originali da chiamare "Pronto Farfur", in cui, insieme alla giovanissima Saraa annunciatrice in erba ma già velata (a differenza di noi che spogliamo le annunciatrici e veliamo le notizie), riceve telefonate di piccoli fans ai quali vengono fatte domande del tipo "E' vero che non esiteresti a morire per liberare la tua terra dagli invasori ebrei?", e lì penso al buon Berlusconi che al passo dell'inno nazionale italiano "Siam pronti alla morte" ha fatto più volte un gesto con la mano come a dire "Mument... Piano nelle curve ragassi...".
Saraa: "Sanabel, cosa farai per amore della Moschea Al-Aqsa? Come sacrificherai la tua anima per amore di Al-Aqsa? Cosa farai?" Sanabel, una bambina al telefono: "Sparerò". Farfur: "Sanabel, cosa dobbiamo fare se vogliamo liberare..." Sanabel: "Vogliamo combattere". Farfur: "Abbiamo capito. Che altro?" Saraa: "Vogliamo..." Sanabel: "Stermineremo gli ebrei." Saraa: "Difendiamo Al-Aqsa con l'anima e con il sangue, non è vero, Sanabel?" Sanabel: "Io sarò martire." .
Ma il massimo dell'ingegno gli inventori di questa epocale trasmissione, mussolinianamente intitolata I pionieri del futuro dopo aver scartato Gli avanguardisti dell'Islam, lo hanno mostrato nella decisione strategica di come rispondere al coro univoco di proteste e soprattutto al divieto di far ancora comparire in video il controverso personaggio: non vi faccio il link, ve lo trascrivo tutto perchè trovo l'idea veramente geniale... Andare avanti come niente fosse? Cedere al vile ricatto dietro il quale si nascondevano le potenze sioniste del mondo intero?
Topolino islamico muore da martire
Si è conclusa la serie tv di Hamas
''Farfur morto da martire mentre difendeva la sua terra dai sionisti'', ha annunciato Sara, la piccola e velata presentatrice, nell'ultimo episodio della serie. Farfur è il Mickey Mouse rivisto e corretto della serie della tv Al-Aqsa (Hamas). La sua vita si conclusa con una morte ''eroica''. L'utilizzazione di Topolino per diffondere l'ideologia islamica fra i piccoli spettatori di Gaza era stata oggetto di dure polemiche.
Specialmente negli Stati Uniti. In precedenza Farfur era stato costretto a sfidare un agente dello Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano) che con la forza cercava di costringerlo a vendere terre di famiglia, nella zona di Tel Aviv. ''Sei un terrorista'' gli aveva lanciato Farfur, prima di essere sopraffatto.
Veltroni crede di aver prodotto un epocale cambiamento nel modo di proporsi entro l'arena politica del terzo millennio: grazie alla Repubblica, che gli dedica lo stesso spazio che si potrebbe dedicare alla prima mondiale dell'ultimo film di Scorsese, a una maxifrana in Irpinia, a una gaffe internazionale di Berlusconi; insomma, grazie alla Repubblica che gli tira la volata, il suo discorso di candidatura alla guida del Pd è diventato l'evento mediatico dell'estate (anzi no, ad agosto verrà surclassato da una serie di scatti a cura di Fabrizio Corona che immortalano Berlusconi e la Brambilla che fanno petting spinto all'alba su una spiaggia sarda).
In realtà, vi invito a leggere qualcosa di Paul Watzlawick, da Change a La realtà della realtà al superclassico La pragmatica della comunicazione umana, per scoprire che Walterino si muove in una illusione di alternative, produce un cambiamento 1 e non un cambiamento 2, a forza di metacomunicare rischia di non comunicare più, insomma se preferite la letteratura alle teorie sistemiche, il cinefilo Veltroni si muove sulle orme del gattopardesco aforisma Bisogna che tutto cambi perchè tutto resti com'è.
Perchè in realtà, ci trovamo di fronte ad una serie di meri epifenomeni (meri per sempre, verrebbe da dire...) in fondo marginali, che andiamo ad enunciare:
la scelta di una grigia sala del lingotto nella grigia Torino (l'unica città seria e austera rimasta in Italia dopo il clamoroso forfait di Milano diventata da vent'anni la Babele della neofinanza e degli affari virtuali) piuttosto che uno dei mille babilonesi hotels di Roma che guadagnano più con le conventions che coi turisti;
il ricorso a delle diapositive tipo anni 60 piuttosto che ad effetti multimediali;
l'arrivo su una vecchissima 850 contro il consiglio finto amichevole di D'Alema di scendere da uno space shuttle sulle note di Born to run;
la scelta di una eloquenza più affettiva che dialettica (anche se il perfido Berlusca ha chiosato leggeva da un gobbo e lo faceva con meno naturalezza di Montezemolo);
una congerie di allegoriche metacitazioni o transcitazioni per cui ogni tanto sembrava di sentire Natta, ogni tanto Berlinguer, ogni tanto Togliatti, due spruzzate di Gramsci, un'idea di angostura, mezza goccia di Tabasco, agitare a lungo e servire a temperatura graziosamente tiepidina;
l'accettazione apparentemente rassegnata, ma in realtà interiormente gioiosa, che il politico viene scelto e valorizzato con gli stessi criteri che porterebbero alla scelta di un conduttore di talk-show.
In realtà, lo spettacolino orgogliosamente minimalista di Veltroni era stato preceduto da una lunga e paziente serie di contatti diplomatici con tutta la stampa, limato e rilimato per piacere se non a tutti almeno a molti, e per far dichiarare agli amiconi di Repubblica che Veltroni è un valore aggiunto per il Pd di almeno un 5-6%, ormai si valutano gli uomini come se fossero delle ristrutturazioni architettoniche.
Come tale, il pur affascinante e rassicurante discorso di Veltroni è la tappa estrema della metapolitica o politica autoreferenziale, una politica che si parla addosso in una implacabile incessante inarrestabile incontinenza, che (specie per chi è di estrazione romana) ha un retrogusto di Fatece largo che passamo noi (quando le cose girano secondo programmi) che si muta ovviamente nel ritornello Ma che ce frega, ma che ce 'mporta (quando il teatrino dei sogni cozza e si scazza contro la dura realtà e l'ottusità degli avversari e/o di quegli ignorantoni degli elettori, tzeh, come dare le perle ai porci...), che è da un buon quindicennio decollata nei cieli dell'autocontemplazione e non ha più che rari, episodici e forzosi addentellati con la realtà fattuale.
Concluderei con le profetiche parole (la canzone è stata pubblicata nel 1982) dell'unico cantautore immune dal nuovo scandalo di Cantautoropoli (forse per il fatto che odia telefonare e manda solo pizzini, anche se senza alcuna finalità criminosa):
Giù dalla torre butterei tutti quanti gli artisti perché le trombe del giudizio suoneranno per tutti quelli che credono in quello che fanno. Per gli spartani una volta era uguale buttavano giù da una rupe quelli che venivano male. Giù dalla torre butterei tutti quanti i teatranti e nostra signora dei turchi specchio delle mie brame, chi è fra noi il più bravo del reame. E salverei chi non ha voglia di far niente e non sa fare niente chi non ha voglia di far niente. Giù dalla torre butterei tutti quanti i registi gli attori e gli elettrodomestici per la vigilia della distruzione. Ritorneranno dinosauri antidiluviani una razza di super-rettili che si mangerà scialalalalalà. I presentatori specie quelli creativi che giocano ai quiz elettronici si mangerà chi fa ma non sa quel che fa. Si salverà chi non ha voglia di far niente e non sa fare niente che non ha voglia di far niente.
NB: Nostra signora dei Turchi allude a una delle performance più applaudite di Carmelo Bene. Non si fa accenno ai politici ma il concetto è comunque chiaro...
Mentre si spegne lentamente l'eco delle scherzose e ludiche interazioni telefoniche fra finanza e politica, e si riaccende Vallettopoli con nuove clamorose aspirazioni (in tutti i sensi) di gente che se la tira più del dovuto (ancora in tutti i sensi), sta per deflagrare un nuovo caso che scuoterà lo show-business per alcune ore:
Intercettazione n.1. Nel luglio 2005 Antonello Venditti, dopo essersi presentato come "il camerata Venditti", cerca di avere l'intercessione di Gasparri perchè la sua Dimmelo tu cos'è diventi la sigla del nuovo originalissimo programma di Jocelyn L'oggetto misterioso. Venditti supplica e implora, Gasparri si lascia scappare un "se po' ffà", ma poi la trasmissione non va in porto e Venditti deve tornare al piano-bar di Via Merulana. Contattato da Chiambretti, Venditti giura e spergiura che si è trattato di uno scherzo di Guzzanti e che solo Gasparri ci poteva cascare. Comunque Guzzanti si beccherà una bella querela.
Intercettazione n.2. Nel marzo 2006 Francesco de Gregori telefona ottanta volte a Piersilvio Berlusconi dopo che il Piersi ha citato la sua Buonanotte fiorellino fra le canzoni che gli cantava il babbo per farlo addormentare (trasportare tutte le sere il piano a coda nella sua cameretta era una vera tragedia) e cerca di sfruttare la situazione per avere Rimmel come sigla di una nuova serie di Nonsolomoda. Dopo un'estenuante trattativa, de Gregori riesce a piazzare la sua La donna cannone come lancio della pubblicità di una fiction sulla vita di Nadia Rinaldi, nella parte che dice Non torneremo piùùùùùùùùùùùùùùù alludendo alle remote possibilità che i telespettatori non cambino definitivamente canale. Braccato da Enrico Lucci, prima Francesco gli spacca la chitarra in testa, ma poi impietosito gli confessa che a telefonare non era lui, ma David Riondino, e che solo Piersilvio ci poteva cascare. Comunque Riondino si beccherà una bella querela.
Intercettazione n.3. Nel giugno 2006 Lucio Dalla si alliscia Luca Giurato per mettere la sua Aquila come sigla di Unomattina. Luca Giurato rilancia per Volpe o per Faina, ma Dalla ha a disposizione come alternativa solamente Il toro e non se ne fa niente. Scovato da Fabio Fazio mentre va a travestiti sulla tangenziale di Bologna, il poliedrico artista felsineo nega tutto e sostiene che si trattava di Max Tortora, e che solo Giurato ci poteva cascare. E comunque Max Tortora si beccherà una bella querela, e con quel cognome lì meglio che badi a quello che fa.
Intercettazione n.4. Nel gennaio 2007 Zucchero molesta a più riprese l'ambasciata del Kuwait per far adottare Dune mosse come loro inno nazionale. L'integerrimo funzionario impone come clausola che Delmo da Roncocesi rinunci per sempre all'alcool, e l'affare si arena. Intercettato da Gianni Fantoni, i due vengono alle mani perchè Zucchero ha avuto la soffiata che era stato Fantoni stesso a spacciarsi per lui, e che solo un funzionario dell'ambasciata del Kuwait poteva cascarci. Comunque i due si quereleranno a vicenda fino alla fine dei loro giorni.
Intercettazione n.5. L'altro ieri Paolo Conte ha proposto La ricostruzione del Mocambo come inno ufficiale del nascente Partito Democratico. Purtroppo non era un'imitazione di Giorgio Faletti, e Veltroni se la sta già canticchiando nel suo tinello maròn con dei trionfali Ammazzete quanto so' gajardo tra una strofa e l'altra.
Un ebreo disperato si rivolge a Dio "Cosa posso fare? Il mio figlio primogenito si è convertito al Cristianesimo...".
E Dio, dopo una plateale pausa di un paio d'ore, con voce grave gli risponde "Consolati, figliolo, pensa che è capitata la stessa cosa anche a me...".
Tony Blair ha sicuramente il senso dello spettacolo: in dieci anni è riuscito a riportare la Gran Bretagna, che era diventata la macchietta d'Europa, a contare qualcosa sul piano internazionale, ha migliorato il tenore di vita, ridotto la disoccupazione, aumentato le pensioni, completamente debellato il fenomeno-hooligan.
Ha individuato una "terza via" fra la vocazione al "lassez faire" storicamente cara alla Destra, e le tendenze altrettanto ataviche ad uno Stato superinterventista e un po' sovietico che sonnecchiano in qualunque sinistra che si rispetti. Piace moltissimo al Berlusca mentre alle Botteghe Oscure lo guardano con un certo sospetto.
Più unico che raro, ha anticipato l'estate scorsa che si sarebbe dimesso di lì a un anno e l'ha fatto davvero.
Circola la voce apocrifa che abbia fatto un numero da giocoliere con quattro tazzine da caffè alla House of Lords, e che in una visita ufficiosa alla Casa Bianca si sia fatto dare una chitarra elettrica e abbia rifatto nota per nota la versione hendrixiana di Star spangled banner a Woodstock.
E' lo scozzese più inglesizzato della Storia dell'Umanità.
Ha generato un figlio mentre era Primo Ministro, misteriosamente in Inghilterra questo non capitava dal 1849.
Ma tutto questo scompare di fronte al suo magistrale annuncio della conversione al Cattolicesimo.
Certo che dai tempi in cui Carlo I era stato (forse un po' sbrigativamente) giustiziato per aver sostenuto la libertà di culto cattolico in Scozia (dove come tutti sanno, le due principali squadre di calcio sono una cattolica, il Celtic, la cui linea difensiva è notoriamente formata da Boss, Calderol, Thereis e Maroon, e l'altra protestante, i Rangers, il cui principale supporter è l'Orso Yoghi) ne è passata di acqua sotto i ponti.
Ma forse ora scopriamo un motivo delicatamente privato per ritirarsi dal numero 10 di Downing Street, oltre al desiderio di liberarsi finalmente dei pacchiani orologi regalati da Berlusconi, e al di là della perdita di credibilità e popolarità presso quegli incontentabili degli elettori inglesi: il Primo Ministro inglese è un dipendente della Corona, Sua Maestà è ipso facto il Capo della Chiesa Anglicana (mentre i cugini cattolici preferiscono affidarsi a un cardinale eletto come un qualsiasi sindaco, col rischio che vadano su pericolosi sovversivi, ex-operai o ex-collusi col nazismo), e quindi un dipendente del capo della chiesa anglicana non può essere cattolico.
Non siamo mica alla Fininvest dove la quasi totalità dei dipendenti, e la totalità assoluta di quelli che vanno sulle reti Mediaset, sono comunisti perchè Silvio ha una pazienza illimitata. O non vorrete mica paragonare Londra con Cologno Monzese?
Inoltre, nella conversione di Tony al verbo del Vaticano opera l'influenza della cattolicissima signora Blair, che dev'essere parente di Linda Blair e di The Blair's Witch Project perchè è evidente che comanda e spadroneggia sull'indifeso consorte. Sembra (così si mormora su Wikipedia) che Blair frequenti già messe cattoliche e che vorrebbe fare pure la comunione: piano nelle curve, adesso mi invento una conversione all'Islam e sposo 16 donne in una volta, così son capaci tutti....
Ma quello che ancora nessuno sa è che Tony, ancora una volta, ha lanciato una moda: Osama Bin Laden ha spiazzato tutti diventando ebreo, e il Dalai Lama medita di farsi scintoista.
Johnny Stecchino. Johnny Scarafaggio. Johnny Noncentra. Il partigiano Johnny. Gionniggionni, cosamicombini Gionni?
In un sabato notte di ordinaria follia di un anno fa, all’insegna del subdolo trittico sesso droga e rock’n’roll in cui tu e lei vi siete fatti e sfatti sia a vicenda che ‘gnun per sé, hai deciso di andare a vedere com’era fatto quel Dio di cui parlavi tanto, secondo molti a sproposito e secondo pochi ma buoni (quorum ego) con una tua rudimentale cognizione di causa.
La chiamavano (e la chiamano ancora) la strada del vizio la via dove abitavi: che lo si voglia chiamare vizio, che lo si voglia chiamare piacere, che lo si voglia chiamare divertimento sfrenato eirresponsabile, la tua via era un pittoresco concentrato di pazzi, sballati, prostitute e magnaccia, simpatici e irresistibili manigoldi, irriducibili irrecuperabili, bocce perse per necessità o per scelta: il tuo stabile poi era stato completamente acquistato dal Comune (dicono per volere di Mario Tommasini leggendaria icona della vecchia sinistra che gli Ubaldi boys hanno ormai definitivamente sepolto e rinnegato) e destinato a residenza protetta per qualche sfigato con sporadici colpi di fortuna che aveva quanto meno maturato il diritto ad avere una parvenza di casa.
Quanto fossero protette poi le vostre residenze francamente non lo so, e forse per molti di voi quello che per psicologi, educatori e assistenti sociali era un leale tentativo di proteggervi, per voi erano solo delle azioni lesive della vostra sublime libertà e autodeterminazione. Va detto però che c’era chi col servizio pubblico aveva imparato a giocare ed a cavalcarlo, mentre qualcun altro (e tu eri tra questi) viveva una sua acrobatica ed a suo modo dignitosa autonomia. Eri una specie di Robin Hood ibridato col mago Houdini, che prelevava forzosamente dei surplus di reddito per ridistribuirli a qualcuno disgraziato come te ma meno coraggioso, sfacciato e intraprendente. La leggenda urbana era che in casa tua dormissero tutti meno te, e che nessuno che ti chiedesse aiuto se ne tornasse indietro a mani vuote.
Spopolavi in serie B ma ogni volta che ti capitava una promozione in serie A (di solito sotto forma di lavoro normale) facevi in modo di non giocare neppure una partita nella categoria superiore, e di farti immediatamente retrocedere per tornare ad essere il primo degli ultimi, cosa che in fondo era la tua vocazione naturale e massima aspirazione.
A forza di droghe e di scarsa igiene orale ti erano cascati quasi tutti i denti; con un po’ di intraprendenza, in quanto tossicodipendente, non abbiente, renitente, resistente, magari a volte anche un poco deficiente, ti saresti potuto far fare a totale carico di Mamma Italia una bella protesi stile Funari, ma tu aborrivi i malsicuri viottoli della burocrazia e nonostante ti fossero state date a più riprese istruzioni di dove andare e cosa fare, preferivi ostentare il tuo orripilante sorriso (tanto qualche donna di facilissimi costumi la raccattavi comunque e ti bastava ed avanzava).
Se al tuo orripilante sorriso aggiungiamo le tue fattezze un po’ da gnomo, le tue movenze burattinesche, i tuoi ragionamenti completamente sballati e illogici, ma che comunque avvincevano l’interlocutore in una perversa cortina fumogena, era tutto chiaro: eri scappato proditoriamente da qualche cartone animato, forse giapponese o forse cecoslovacco, sicuramente non italiano e menchemmeno americano.
Chissà com’eri quando ti hanno trovato già morto da chissà quante ore, dopo che la tua fiamma di una notte se n’era scappata illesa, convinta o fingendo di essere convinta che dormissi e comunque guardandosi bene dal chiamare il 118 (Dio Dio, e poi quante spiegazioni noiose avrebbe dovuto dare? Suvvia, non era il caso…). E come ti ha trovato tua madre, quando un infermiere ha aperto una cella dell’obitorio e le ha fatto con voce annoiata la domanda di rito “E’ questo suo figlio, signora?”.
E adesso, hai l’eternità intera, cosa vuoi che sia un anno, per spargere nell’universo la tua lucida follia, per giocare con le stelle e per guardare da qualche punto imprecisato dello spazio-tempo i tuoi ex-simili che continuano a dare un peso abnorme alle loro alterne vicende quotidiane.
Ma chi è Paris Hilton? Questa bionda newyorkese che poteva starsene tranquilla a godersi il patrimonio di famiglia (parliamo degli Hilton Hotels, mica della Pensione Sorriso di Viserbella) e invece da circa 7 anni si aggira inquieta tra varie ipotesi di carriera artistica, abbozzi di celebrità, sprazzi estemporanei di visibilità, fughe in avanti di provocazione a buon mercato...
Chi è? Chi ce l'ha mandata? Da dove viene? Dove va? Cosa vuole? Ne avremo ancora per molto? Il normale consumatore di rotocalchi si pone queste domande. Al fresco del suo nuovo condizionatore non lo disturbano le notizie sull'afa assassina e anzi si meraviglia che un settantenne ragusano fosse nei campi con 42 all'ombra (ma non poteva trovarsi un altro hobby, tipo la raccolta dei francobolli?). Non vive nel timore di nuove tasse perchè le tasse se appena può non le paga o, essendo impiegato al Ministero, gliele versano alla fonte e non può avere neanche la soddisfazione di evadere, meschino!!! Non si adonta per la marea montante della pedofilia, basta che non gli tocchino sua figlia e poi coi figli degli altri facciano pure quel che gli pare. Ma per la miseranda sorte di Paris Hilton, il consumatore di rotocalchi soffre e si arrovella. Già gliel'hanno sostituita con la Littizzetto nella reclame della Tre (col bellimbusto che piuttosto di rischiare un lingua in bocca o l'ostentazione minacciata di una coscia si dà ad un'inelegante fuga all'inglese), ma l'idea che abbia potuto subire l'onta della carcerazione gli toglie il sonno e l'appetito.
Paris Hilton non è una donna (pur avendone tutte le caratteristiche formali e sostanziali) ma un corollario, e più precisamente il corollario del teorema I soldi amano stare in compagnia e quindi di solito non tendono a distribuirsi equamente ma a conglomerarsi in un limitato numero di concentrazioni e a provare orrore per la solitudine o gli spazi vuoti.
L'inconfutabile realtà è che Paris ha tre grandi qualità, la prima delle quali si perdona a tutti, la seconda si tollera, la terza è oggettivamente letale perchè tende a far deflaglare le prime due. Sto parlando di bellezza, ricchezza e noia. NB La parola noia viene usata qui come altrove come garbato eufemismo per non usare la parola stupidità, idiozia, scarso QI, deficit intellettivo e/o cognitivo e/o di apprendimento e/o di attenzione di cui la noia tende ad essere effetto banale e scontato.
Una persona solo bella o solo ricca farà fruttare la sua dote in una cerchia di solito locale e ristretta, cercando se può di acquistare la ricchezza con la bellezza (tramite pratiche prostitutorie dirette o indirette, effettive o metaforiche, grossolane o raffinatissime) o la bellezza con la ricchezza (tramite chirurgia estetica, saune, massaggi, palestra, make-up estremo, lifting, siliconamenti vari anche nei posti più impensati e meno in vista, lo so a cosa state pensando e ci avete preso).
Una persona bella e ricca (specie se ha dovuto sbattersi per ottenere una delle due cose e magari tutte e due) si godrà serenamente i suoi doni e, qualora ne esperisca un insopportabile surplus, ne ammannirà in giro senza limite (diventando filantropa, fedifraga, antropofaga, ninfomane e svariate altre cose sulle quali qui non possiamo soffermarci).
Una persona bella, ricca e annoiata romperà il czz al mondo intero con una modalità da imperatore romano a scelta fra Nerone, Caligola, Galba, Ottone e Vitellio, non accontentandosi di essere ricca e potente ma pretendendo di essere ricordata in eterno per un talento immortale.
L'idea di poter passare in un angolo qualsiasi del mondo senza essere riconosciute, e senza che tutti si diano di gomito bisbigliando dapprima, urlacchiando poi "E' lei o non è lei? Ma sì che è lei, pirla, non vedi com'è tutta rifatta? Chi vuoi che sia, la figlia del lattaio?", getta queste persone nel marasma più totale e fantozziano.
Narrano le cronache che Paris abbia ricevuto in eredità solo trenta milioni di dollari, ma che questo misero lascito (sarebbe come se Mentana lasciasse ai figli in eredità i VHS, manco i DVD, con tutte le puntate di Matrix) sia stato opportunamente integrato dalla possibilità di costruire a suo avviso nuovi locali ed alberghi sotto suo nome utilizzando a tal fine il patrimonio familiare (ho capito, i trenta milioni sono l'argent de poche).
Da piccola ovviamente viveva in una suite del Waldorf Astoria (noto in tutto il mondo per la magistrale cover di Lelio Luttazzi che sulle note di Yes sir that's my baby faceva cantare a Mina Oggi al Waldorf Astoria c'è una gran baldoria) nonostante i genitori le avessero comprato un loft di 600 metri quadri con vista su Times Square dove lei teneva la sua modesta collezione di bambole e, più avanti nell'età, di bambolotti in carne ed ossa.
Fino al 2004, la sua notorietà si limitava ad amorazzi con Leonardo di Caprio e Peppino di Capri, Rick Salomon e Solomon Bourke, con episodi di petting spinto con Topo Gigio e Provolino, oltre a simpatiche escandescenze con devastazione del locale dopo il quarantanovesimo Martini on the rocks (ma i proprietari abbozzavano, sia nella certezza di un congruo indennizzo che per il ritorno pubblicitario, anzi sembra che nel 2002 abbia fatto una tournee in tutti i locali della Georgia lasciando solo migliaia di rovine e milioni di indennizzi).
Col 2004, la giovane Paris scopre come ad una ricca belloccia qualunque porta sia aperta: fa due rutti dopo ingestione reiterata di Heineken, e le pubblicano un disco; si fa trombare a sangue dal suo moroso e due giorni dopo, con pudore virginale, si trova squadernata in DVD (idea vecchia, e poi la detentrice dell'idea originaria almeno si era concessa al legittimo consorte e non ad un amorazzo da spiaggia); irrompe sul setdella Maschera di cera fatta come un coppertone rovinando svariate scene, e il regista invece di buttare tutto via la cita come partecipazione straordinaria, mettendola in condizione di vincere il Razzie Awards come negazione vivente del concetto di recitazione; pubblica una autobiografia e la comprano solo quelli che hanno avuto almeno 3 rapporti con lei (2 milioni di copie!!!!!); inventa orologi, gioielli, apriscatole, scale antincendio e non ne vende neanche mezzo ma riesce a spacciarsi per imprenditrice.
Fa la pubblicità ai telefonini Tre e le azioni dell'omonima società vengono rifiutate in quel periodo da tutte le borse del mondo. Qualcuno le rivende come carte del Monopoli guadagnandoci qualcosa rispetto al valore nominale.
Ma è con l'arresto e la detenzione che Paris supera se stessa. Prima di entrare in carcere concede 29 esclusive ai giornali raccontando al colto e all'inclita la sua vita da futura detenuta. Si presenta in carcere in Cadillac e trapuntata di lustrini e paillettes, qualcuno le spiega che non si tratta di un reality show e lei si toglie un paio di paillettes.
Dopo due giorni comincia ad accusare seri sintomi di astinenza alcolica, invece di imbottirla di Alcober Antabuse e Serenase come farebbero in Via Burla o a Regina Coeli le danno subito i domiciliari. L'opinione pubblica statunitense si indigna, qualcuno riga la portiera della macchina a Bush e Paris viene di nuovo arrestata. Ma dovrebbe uscire dopodomani e la stampa la aspetta schierata come la nuova gallina dalle ovaie d'oro. Enrico Lucci è già attendato davanti al carcere per farle dire in diretta "Melio cambiarei, nouh?" stavolta un po' più dentro il contesto. Il servizio delle Iene proseguirà con la contestuale incarcerazione della Littizzetto.
A volte il web, o Leonardo, o Monna Lisa, decide di cancellare dei post che a me sembrano bellissimi: rare volte mi avventuro a ricompilarli, più spesso ci penso & ci rifletto e mi dico che forse il web o Leonardo o Monna Lisa hanno fatto bene a cancellarli. Talvolta mi consolo con post più leggeri (ero partito dall'esistenzialismo e mi riduco a commentare il Festival di Sanremo; progetto originario era l'imminente impatto contro la Terra dell'Asteroide HK$&/ delle dimensioni della Mongolia e alla fine parlo dell'impatto su La7 di Giuliano Ferrara), talaltra mi adonto e scompaio dal web per giorni e giorni. Ma dato che nessuno si accorge della differenza, poi torno.
Qualche giorno fa avevo licenziato un post che salutava la morte dopo lunga malattia della sinistra italiana: successivamente. a più riprese, volevo andare oltre e salutare la morte della seconda repubblica, partendo dalla nascita crescita e morte della prima (nata come cugina di campagna odorosa di concime, passata poi per il boom economico, l'austerity, gli anni di piombo, il riflusso, il decisionismo craxiano e Tangentopoli per decedere non prima di aver mandato a cgr gli italiani tutti) per avventurarmi in spericolate analisi sulla seconda. Ma i miei post barocchi e superfarciti non passavano le trombe d'Eustacchio (o di Falloppio?) della pubblicazione.
Quindi lascio la parola a Giorgio Gaber e tramite lui rilancio: non muore nè la Sinistra nè la Repubblica ma l'uomo in quanto tale, e scusa se è poco....
[parlato] Ecco, gli animatori prendono posto, i riflettori si accendono, tutto è pronto. L'azione sta per cominciare. E' uno spettacolo senza precedenti, un lavoro colossale, una rappresentazione drammatica e sconvolgente.
Gente silenziosa si prepara per un rito senza precedenti nella storia. Non si sa nemmeno se abbia un nome il condannato un'immolazione senza gloria.
[parlato] Non è una finzione scenica, lo bruciano davvero, iperrealismo, nemmeno Iacopetti...
Alto come il cielo, un grande fuoco sta per cominciare il sacrificio!...
Dài!... dài!... brucia!... brucia!...
Negli autobus del centro l'uomo muore nei campi seminati l'uomo muore ha ancora braccia e gambe e un corpo sano nei cinema affollati l'uomo muore eppure ci ha gli occhi aperti e un volto umano.
Brucia, brucia si agita e si contorce brucia, brucia ma non c'è più pietà per lui
Da solo in una stanza l'uomo muore nei gesti più generosi l'uomo muore tra un whisky, un libro d'arte, una risata nei giorni di riposo l'uomo muore con tutta la sua famiglia abbarbicata.
Brucia, brucia si agita e si contorce brucia, brucia ma non c'è più pietà per lui.
Bruciano i suoi sentimenti le gioie, gli slanci, l'amore, gli affetti più teneri, bruciano senza rimpianti i suoi gesti, il pensiero, gli errori, i contrasti la sua dignità.
Un grande fuoco nell'aria alla memoria no, non c'è alcuna pietà è la fine di questa società.
[parlato] ...Ecco, basta... via... via piano, così... dissolvenza... adagio. Ecco, così, piano... via le masse. Via le masse, ho detto!... Vogliono fare tutti i protagonisti... Via, via!... Il vecchio è pronto?... Avanti il vecchio. Ecco,così... ecco... bello, fatemelo vedere... di più, di più!... figura intera!...
Vaga tra la polvere del rogo il vecchio saggio vive del ricordo di quei gesti Vuole ricomporre il vecchio uomo e con coraggio cerca tra la cenere i suoi resti. Raccogliendo i pezzi in mezzo al fumo ha rimesso insieme quasi un uomo.
[parlato] ...che fa?... Cerca i pezzi!... Li rimette insieme, li incolla, col vinavil... è pazzo!... Un restauratore! Ma dove siamo?!... ohè! Che ci fai con quei pezzi lì? L'uomo? E no, basta con i rimpianti. Lo sapevo che non eravamo d'accordo sul finale. Chi l'ha detto che la morte non è allegra? Chi l'ha detto che bisogna ricostruirlo? E poi con quei pezzi lì... viene come prima, no? E chi lo rivuole?... il pubblico?... Siete matti, non ci crede più nessuno! Avete una strana idea della gente. Certo, quando si parla a tutti si hanno delle responsabilità "umane e sociali"... Bello! E allora si fanno le indagini di mercato e si trovano gli ingredienti: un po' di ottimismo e dài con i contenuti umani. E l'uomo, l'uomo, l'uomo... Quale uomo?... Ma non raccontiamoci balle!... Contenuti umani. Non ci crede più neanche il papa. Certo, quando si parla alle masse bisogna avere un linguaggio scadente, adatto a tutti. Ci avete una strana idea delle masse. Non piace più a nessuno il vostro uomo!... È a voi che vi fa comodo, siete voi che lo rivolete. Credete alla ricomposizione. Bella roba! Che vorrebbe dire riprendersi tutti i pezzi di prima e rimetterli insieme. Un restauro, un puzzle, uno di quei giochino tremendi che ti spaccano il cervello, che metti insieme tanti pezzettini e viene fuori... mio zio! Ecco a chi assomigliate, vi ho visto in televisione, assomigliate allo zio!... No, no. Mio zio è più simpatico, ma parla anche lui di contenuti umani. Non ci crede più nessuno... Non ci crede più nessuno, O ci crediamo tutti?... Paurosi, resistenti, attaccati ai nostri pezzetti bruciati, vecchi, ammuffiti, putrefatti. Chi l'ha detto che la morte non è allegra?
In cerca di un orgasmo l'uomo muore nei grandi condomini l'uomo muore davanti a una cucina apparecchiata parlando coi suoi figli l'uomo muore fa ancora una resistenza disperata.
Brucia, brucia senza nessun rimorso brucia, brucia tanto oramai non serve più.
Nel pianto dei poeti l'uomo muore nei cruscotti lucidati l'uomo muore nel linoleum degli uffici riscaldati tra un sorriso e un cappuccino l'uomo muore nelle sfide tra gli scapoli e ammogliati.
Brucia, brucia senza nessun rimorso brucia, brucia tanto oramai non serve più.
Brucia la sua resistenza i suoi amori morbosi, gli sforzi le angosce più inutili. Brucia i congressi, la scienza la grande nevrosi, la falsa coscienza lavata col dash.
Un grande fuoco nell'aria muore la storia no, non avere pietà è la fine di questa civiltà.
[parlato] ...Ecco, è così che dicevo io, ottimo... Macchina indietro, indietro piano... Chi l'ha detto che la morte non è commerciale?... Indietro... indietro... fondou...
C'è un limite alla TV guardona, che si infila chirurgicamente nelle tragedie della povera gente e ne fa delle lunghe e contorte odissee?
O il limite non esiste, perchè oramai non c'è più nessuna netta distinzione fra personaggi pubblici (che non possono invocare alcun diritto alla privacy, la privacy se la devono costruire e difendere a loro spese perchè non gli spetta più, per loro libera scelta) e gente comune? Perchè oggi si è avverata la precognizione di quel geniale cialtrone che fu Andy Warhol, nel 2000 ognuno avrà diritto a un quarto d'ora di celebrità, come si è avverata l'immagine del villaggio globale che il sociologo canadese Marshall Mc Luhan profetizzava nel preistorico 1964, e tutti devono sapere tutto di tutti gli altri come avviene a Fontevivo, Lesignano Bagni, Albareto, Arcevia, Acqualagna, Capracotta, insomma in ogni villaggio che si rispetti?
Abbiamo un giornalista nè giovane nè vecchio, figlio d'arte, sicuramente molto bravo a fare il suo mestiere, e altrettanto sicuramente ancora imbufalito per essere stato trombato due anni fa come direttore di un importante telegiornale a vantaggio di un azzimato amico-rivale al quale ogni tanto invia lepide frecciate ma solo quando è sicuro di essere in diretta così che nessuno possa censurarle.
Abbiamo una trasmissione inizialmente quasi di nicchia, e per certi versi un po' punitiva, in una fascia oraria in cui la maggior parte dei lavoratori dormono o copulano con la/il partner e in cui c'è in contemporanea addirittura il figlio segreto di Mussolini che gode dello stesso favore popolare di cui godette il babbo ai suoi tempi migliori; e insomma, metterglisi contro non era igienico allora col babbo e non lo è oggi col figliolo, sia pure per ragioni differenti.
Abbiamo un successo crescente della trasmissione suddetta, che all'inizio ha esiti auditel un po' imbarazzanti ma poi si rialza, controbatte, contrattacca, cavalca temi, espone problemi, fornisce versioni... roba quasi da compito in classe, però funziona. Il giornalista di mezza età dosa giovanile baldanza e consumata esperienza da vecchia volpe, conduce con piglio garibaldino e ha sempre la battuta pronta, a gioco lungo si attesta su un interessante 20% di share e raccatta comunque dal popolo della notte un milione di aficionados, quasi tutti liberi professionisti, intellettuali o insonni cronici che anche se dormono 4-5 ore e/o si svegliano alle 11 il mondo non crolla.
Abbiamo un'altalena tra serio e faceto, tra l'ovvio e l'originale, un occhio alla qualità e uno allo share. Notevoli l'interminabile puntata monografica su Baglioni, l'arguto faccia a faccia tra il disturbatore Paolini e i giornalisti disturbati, il deferente tributo a Gigi Sabani; stucchevoli e a volte ridondanti le serialità su Cogne e sull'asilo dei presunti pedofili; a volte inutili le puntate del venerdì trainate da Scherzi a parte.
Da ieri sera, il giornalista rock rilancia: con l'indispensabile aiuto di Davide Parenti, papà delle Iene, realizza una istant-fiction sul massacro di Erba. In tempi in cui il segreto istruttorio ha corso legale come la verginità prima del matrimonio, nessuno dovrebbe scandalizzarsi. Figuriamoci se un filmetto amatoriale altererà l'iter processuale.
Non prendo neppure in considerazione le rimostranze degli assassini. Mi colpisce invece il malessere dei familiari, e la presenza in studio nel suo ormai acclarato ruolo di star della scuderia Corona (lavoro oggettivamente un po' meno disonesto di quello precedente di spacciatore) del marito e padre di due delle vittime.
E una volta tanto gli avvocati non sparano cazzate quando obiettano che non è il massimo offrire una ricostruzione dei fatti avvenuti con la modalità dell'intrattenimento piuttosto che dell'informazione. Sempre che fra l'uno e l'altra nel 2007 ci sia ancora differenza.
Non sommergetemi di commenti che se no mi stresso troppo.
Sinceramente non so più come prendere l'on. (oneroso, onnivoro, oncologico, onusto, onesto???????????????, ondivago, ontologico, ondulatorio) Berlusconi e le sue folli esternazioni. Ogni tanto anche al parroco di Novellara Romano Prodi scappano i cavalli ma il massimo che ha detto in pubblico contro Berlusconi risale a un paio di settimane fa ed è un quasi innocente "Ma se in cinque anni non ha combinato altro che pasticci" (cosa che pensano anche la maggior parte dei suoi e ogni tanto lo fanno chiaramente capire).
Berlusconi no. Non si accontenta di dire "Prodi è un rudere del vecchio sistema di potere democristiano che i pavidi condottieri del centrosinistra ogni tanto mi scagliano contro, ahimè con successo, perchè rassicura le massaie e tranquillizza gli impiegati del catasto, le trentenni lo vorrebbero come papà e le sessantenni vorrebbero vedere come monta in bicicletta, perchè col suo fare cardinalizio alla fine non scontenta nessuno mentre io col mio fare da geometra della Bovisa colleziono quindici gaffes al giorno; ma politicamente è appena meno nullo di me, cioè molto molto nullo. Come ministro dell'Industria nel 1979 ha promosso il sistema di aiuti statali alle imprese in crisi grazie a cui una miriade di imprenditori incapaci nei trent'anni successivi ha vissuto a spese dello Stato. All'IRI non era capace di prendere una decisione comprensibile e ha ricostruito solo un tentacolare sistema di alleanze, non certo l'industria italiana. All'Unione Europea lo consideravano un arteriosclerotico pieno di insopportabili fissazioni. Come leader del Partito Democratico le inchieste demoscopà demospettà cheddovemofà gli assegnano un 5% di consensi. Però è come Pippo Inzaghi: non ne imbrocca una per anni e segna solo quando serve, quindi ha un culo su cui farebbero il nido i passeri", anzi non si avventura nemmeno in una critica così articolata che forse è superiore alle sue risorse intellettuali, dialettiche e linguistiche salvo per le ultime tre righe.
Berlusconi prova per Prodi lo stesso odio viscerale che per lo statista reggiano coltiva Emilio Fede, il quale quando deve parlare di Prodi sembra stia masticando un limone verde, marcio, trattato al difenile senza poterlo sputare perchè è alla cena finale della convention di Forza Italia. Ma mentre Fede, da buon siciliano incline all'allusione e alla metafora, lascia trapelare questo vissuto da ogni suo gesto pur senza indulgere a frasi men che commendevoli, Silvio è arrivato all'invettiva estrema. Non si augura semplicemente la sfortuna politica di Romano, il suo repentino rientro nella quiete domestica bolognese o magari nella pedemontana reggiana. No.
Alla richiesta, cosa dobbiamo fare per vederla al governo, ha eruttato una formazione di compromesso fra il lapsus, il sintomo nevrotico, il motto di spirito nella sua connessione con l'inconscio e la parafasia sintomatica e, nella sua migliore imitazione di un sorriso alla Jean Gabin (che però, chissà perchè, gli riesce sempre alla Fernandel) ha sussurrato flautato "Un regicidio".
Salvo poi dire che aveva scherzato, che la sua era una battuta a una simpatizzante la cui ampia scollatura l'aveva messo non in grado di intendere e di volere, che era ubriaco per aver mangiato sedici boeri di fila, che c'era stata un'interferenza nel microfono e che la sua vera risposta era stata "Aspettare pazientemente una delle prossime votazioni in Senato dopo aver chiuso Andreotti al cesso e la Levi Montalcini al centro fisioterapico dove passa otto ore tutti i giorni", notare come sia facile confondere le due risposte.
Sinceramente credo anch'io che l'Insalata Mista scherzasse, ma il punto sta proprio qui. Sia nei dibattiti in aula che a maggior ragione nel confrontarsi con la stampa o l'elettorato, al linguaggio plumbeo e ufficialissimo del regime democristiano, si è ormai sostituito un fuoco d'artificio di provocazioni, offese, insulti, battutacce da osteria, slogan da stadio e inviti tout court a trapassare nel regno dei più.
Molto divertente.
Per qualcosa come settant'anni l'Italia ha avuto un partito solo al potere, con rapido e indolore trapasso tra il PNF e la DC a metà degli anni 40. Quindi si era persa l'abitudine allo scontro tra opposte fazioni, di cui invero le cronache parlamentari dei primi 50 anni del Regno d'Italia abbondano. In teoria la DC trovava il suo principale avversario politico nel PCI, se non che era chiaro a tutti che il PCI avrebbe potuto governare solo col 51%, perchè in caso contrario nessuno, meno che meno il PSI, avrebbe affiancato i comunisti in un governo di sinistra. Emblematica nella sua perfezione ritmica la contemporaneità, nel periodo 1975-1985, dell'ascesa elettorale del PCI e del ripiegamento del PSI su posizioni prima socialdemocratiche poi francamente di centrodestra. Più il PCI guadagnava consensi (arrivando alle elezioni europee del 1984, con la freschissima morte di Berlinguer a spostare ulteriori voti a sinistra, a sopravanzare di pochissimo la balena bianca) e più i socialisti trovavano conveniente una corsa alle poltrone alleandosi con i mal sopportati comunisti nelle amministrazioni locali per snobbarli a livello di governo nazionale (questo pirandelliano gioco delle parti veniva pudicamente definito la strategia dell'ago della bilancia, in soldoni Vediamo dove si mangia di più e regoliamoci di conseguenza).
Ma purtroppo l'esito di una raggiunta alternanza democratica dev'essere per forza questo becero livello di confronto/scontro,
in cui appena si diventa maggioranza ci si spaparanza allegramente venendo meno alle più elementari promesse all'elettorato ebete e disattento (va beh, la DC lo aveva fatto per un cinquantennio),
in cui appena si diventa minoranza si dissemina il cammino degli odiati rivali di trabocchetti tagliole bocconi avvelenati pozzi inquinati carta igienica al peperoncino polverina per starnutire e stronzi finti di cartapesta,
in cui anche i fatti diventano opinioni e a chiunque sveli fatti a noi non propizi o confacenti si devono immediatamente muovere veementi accuse di calunnia e vilipendio,
in cui si trova l'accordo bipartisan solo sul gelato alla buvette e su eventuali aumenti degli stipendi di parlamentare,
in cui si è perso il gusto e la capacità di fare politica seriamente.
Berlusconi ha, secondo lui il merito, e secondo me la colpa, di aver imbarbarito il linguaggio politico dandogli un'impronta da Bar Sport: non nego che i comunicati ingessati e spesso indecifrabili di Moro, Forlani, Andreotti, Fanfani, Cossiga da giovane fossero negli anni 90 un'anticaglia insopportabile ma, vivaddio, c'è anche un giusto mezzo...
Berlusconi sembra realmente convinto che, dall'alto di un consenso popolare che obiettivamente e misteriosamente resta alto (ma anche Mussolini godeva di ingenti simpatie, per diventare un farabutto solo dopo essere stato appeso a testa in giù; il popolo italiano, come diceva Ennio Flaiano, è sempre pronto a correre in aiuto al vincitore) possa dire e fare tutto quello che gli passa per la ciribiriciaccola. Dare del disonesto e dell'opportunista a Della Valle che lo contesta; del deficiente a chi non lo vota; dei turisti della democrazia agli eurodeputati che gli ricordavano i suoi conflitti di interessi e del kapò al più acceso di essi; dell'utile idiota a Prodi (o a Rutelli? Ma forse a tutti e due): queste esternazioni che, tra concorrenti a livello industriale non protetti dall'immunità parlamentare porterebbe a rapide e pesantissime querele, gli sembrano il minimo tributo che l'Italia pagar dè. Son Berlusconi, olè.
Sì, i guccinomani hanno già capito a chi sto apparigliando l'Unto Misto: al bello da balera che Francesco descrisse nel lontano '73. E allora beccatevi il testo e, come direbbe Maurizio Milani, il pezzo lo chiudo qui.
Bello col vestito della festa, bello con la brillantina in testa bello, con le scarpe di coppale e l'andata un po' per male, ed in bocca il riso amar... Le donne treman quando monto la Gilera, fremono aspettando alla balera, muoion spasimando nell'attesa che ad un mio cenno d'intesa io le stringa nel "casché" Modestamente: olè! Poi mi decido e avanzo tra la folla, lalala, e con un fischio invito la più bella, lalala: lei mi stramazza sulla spalla, poverina, quell' odor di brillantina è il profumo dell'amor e mentre il tango dolcemente vola sussurro piano: "bambola, il tuo nome!" Risponde dolce "Sguazzinelli Argia, sto qui in fondo alla via al centoventitrè..." Dimenticavo: olè! Bello con la mossa, olè, dell'anca, bello mentre turbina la danza, bello con lo sguardo vellutato ed il labbro corrucciato e la voluttà nel cor! Oh, la stringo forte in una spastica carezza e nello spasimo una costola si spezza, ma che m'importa, poichè sono quasi un mito questo è il minimo tributo che una donna pagar dè... Sono fatale: olè! Tace il violino, si tace la chitarra, lalala, sazio d'amore la risbatto sulla panca, lalala, lei sta piangendo il suo dolore, poverina, quell' odor di brillantina non scorderà mai più... Mentre la notte tenebrosa impera, risalto al volo sulla mia Gilera: per questa sera ho troppo amato e sono stanco, la notte tutto in bianco non posso fare perchè sono anemico! Olè!
Sul povero Gustavo Selva che fa finta di sentirsi male per usare un'ambulanza a mo' di taxi vanno ancora dette due cose, due cose piccole piccole ma importanti:
Il senatore ha immediatamente presentato le dimissioni. Se nella lettera in cui la presentava avesse omesso di scandalizzarsi perchè dal momento in cui mi hanno accomodato sull'ambulanza al momentoin cui l'ambulanza è partita sono passati ben dodici minuti ci avrebbe fatto una figura ulteriormente migliore. Qualcuno maligna che le dimissioni verranno rifiutate e che Selva non insisterà, comunque ci sono fior di colleghi che per infrazioni ben più gravi non hanno presentato altro che arroganti contrattacchi in stile camorrista.
La totale e generale levata di scudi contro il vecchio e ormai obsoleto servitore dello Stato mi evoca l'idea di un bisogno estremo di ripulirsi le coscienze. Nè Calderoli nè Fini nè la Mussolini credo che possano vantare un'anima immacolata e che non abbiano mai usato la loro protervia di potenti per ottenere vantaggi. L'impressione è che ormai in Parlamento il più sano abbia la lebbra e che non si possa fare il politico senza avere già (o in casi d'emergenza acquisire entro breve lasso temporale) un'improntitudine da scugnizzo. Dietro le invettive dantesche si sentiva in trasparenza il controcanto Meno male che hanno beccato lui e non me.
A botta calda, avevo dato al Gustavo (che, direbbe Pippo Franco, con quel nome non può d'altra parte che essere imperfetto) più del coglione che del malvagio: la fanciullesca confessione in diretta televisiva (per quanto gli ascolti di La7 siano tali che se avesse confessato la cosa ad alta voce a Piazza Navona avrebbe avuto più audience) faceva capire come non si rendesse conto della stronzata che aveva fatto: ora, è vero che strategicamente gli stupidi sono più pericolosi dei cattivi, ma è altrettanto vero che fanno più simpatia. Alla fine Selva finirebbe, in una eventuale Divina Commedia 2 - la vendetta, nello stesso girone di Visco che intimidiva il generale della GdF e macchinava contro di lui di fronte a decine di testimoni e su lettere ufficiali, intestate e protocollate. Berlusconi, Previti e Dell'Utri avrebbero sicuramente un girone diverso, per usare un garbatissimo eufemismo lo potremmo chiamare quello dei furbacchioni figli di madre dalla dubbia moralità, nel quale come contrappasso avrebbero la stessa pena di Jim Carrey in Bugiardo bugiardo: perderebbero la capacità di mentire e ripeterebbero per l'eternità sono stato io sono stato io sono stato io....
Esiste una giustizia a questo mondo: Gustavo Selva si è dimesso dalla carica di senatore, non senza aver pronunciato serie e severe parole quali "Non voglio che le mie eventuali colpe ricadano sulle istituzioni" e non senza che siano emersi altri tristi particolari sull'atteggiamento intimidatorio che l'integerrimo ed integralista ex-direttore di Radio Belva avrebbe tenuto.
E la richiesta di Buttiglione e di Albertina Soliani di avere il gelato alla buvette di Montecitorio è stata respinta dai questori del Senato a cui era stata indirizzata (Selva avrebbe fatto prima, avrebbe direttamente svaligiato una gelateria...) con la seguente motivazione: attualmente esistono altre priorità e inoltre l'iniziativa si presterebbe a facili ironie.
Ma non si escludono nuovi sviluppi e una nuova excalation di richieste: Vittorio Sgarbi vuole delle massaggiatrici thailandesi, Calderoli un torneo di morra, Bertinotti in persona vuole fare un seminario sulla diffusione del cachemire e ovviamente Baffetto D'Alema, tanto per farci sognare, vuole costruire un simulatore di regata che, assicura, rilassa e porta consiglio prima delle votazioni più drammatiche.
Si è conclusa la campagna elettorale più avvelenata e sgradevole che la storia di Parma ricordi:
Sgradevole perchè di fatto della Parma reale, con i suoi enormi problemi di montante disoccupazione e sottoccupazione, di melting pot multietnico e multiculturale abbandonato alla libera iniziativa e al buon senso dei cittadini o delle organizzazioni del privato sociale, di criminalità (che un anno fa ci ha dato la somma soddisfazione di farci additare sulla stampa nazionale come Aspromonte del Nord), di qualità di vita si è parlato pochissimo. Si sono invece contrapposte due visioni completamente astratte,
quella della Vecia Parma solidale e accogliente, che sa coniugare benessere e mancanza di stress, col suo dialetto dalle sonorità francesi che quasi nessuno parla più, della Parma prima e unica in Italia capace di opporsi alle squadracce fasciste che nel 1922 terrorizzavano l'Italia, della Parma medaglia d'oro della Resistenza, della Parma di Mario Tommasini laboratorio e fucina di piena occupazione per i disabili, di tolleranza verso i diversi, di reinserimento sociale dei carcerati, di solidarietà capillare verso i tossicodipendenti e le loro famiglie: una Parma che non esiste più se non nei ricordi avvinazzati di qualche nostalgico;
e quella della Parma del 2000, capitale europea dell'alimentazione, città cara a Berlusconi che la considera un pezzo di Brianza nell'Emilia rossa, e sai che gioia!, città proiettata verso i 400.000 abitanti entro il 2030 e che quindi deve darsi subito una veste un po' meno emiliana e un po' più lombarda magari cominciando con una bella costosissima ed inutile metropolitana, città che piacerà sempre di più allo sciovinismo narcisista dei parmigiani alla Bevilacqua, piccola Parigi ridisegnata e ricostruita sulla carta con una strategia di ammodernamento urbanistico alla Philip Dick, città-vetrina di sè stessa che attirerà residenti e capitali da fuori città ma sempre più cara e selettiva per i suoi cittadini che la trovavano già bellissima così com'era: una Parma che ha convinto il 56% degli elettori, e si vede che in questo momento hanno ragione loro e chi ha votato altrimenti è un bieco reazionario.
Avvelenata perchè i due schieramenti hanno usato tutte le armi a loro disposizione per screditarsi a vicenda: unica carta a disposizione per la giunta uscente, strategia disastrosa per il centrosinistra che (similmente a quello che succede a livello nazionale) sembra aver perso la capacità di parlare un linguaggio comprensibile ai non iniziati. Addirittura suicida la tattica di accusare l'amministrazione Ubaldi di non aver fatto altro che mettere in pratica progetti concepiti negli anni precedenti dal centrosinistra, per sentirsi rispondere con fare sprezzante Voi avete chiacchierato e noi abbiamo fatto... In più noi siamo riusciti a farci dare i soldi e voi no... Quando poi mi sono trovato sull'Espresso (oltre che su qualche migliaio di manifesti elettorali dell'ultima ora) un articolo che parlava di Parma come di un centro di riciclaggio dei fondi della camorra grazie all'interessamento di un (oggi ex) ministro parmigiano del centrodestra, ho pensato parecchie cose che, per non appesantire il post, vi lascio caritatevolmente immaginare. Quell'articolo non ha spostato neppure un voto, ammesso che non ne abbia spostato qualcun altro verso destra, e ha dato l'ennesima sputtanata mediatica alla nostra esausta città. Che possa essere stato un caso fortuito la sua data di uscita non lo crederebbe neanche Paperoga, quindi mi sembra un autogol alla Comunardo Niccolai.
E adesso mettiamoci calmi e tranquilli e che Vignali sia...
C'è chi lo trova somigliante a Sgarbi. Almeno questa no............... Ai suoi piedi, in atteggiamento mesto e autocritico, lo sconfitto Alfredo Peri .
Nella fase iniziale della nostra storia nazionale, Destra e Sinistra si erano alternate al potere senza che in realtà si notasse una esagerata differenza fra le due: entrambe tendevano ad essere tronfie e nazionaliste quando raggiungevano il potere, critiche censorie e giammai collaborative e costruttive quando dovevano (per la stupidità dell'elettorato) languire all'opposizione. Corsi e ricorsi...
Uscita da una Grande Guerra vinta un po' per una oculata scelta delle alleanze (ovviamente noi stavamo con i blu, vedi schemino sottostante)
e un po' per una applicazione ante litteram ed extra contextum della tattica difesa e contropiede, l'Italia del 1919 era ridotta abbastanza maluccio: inflazione galoppante (un po' meno della Germania che arrivò negli anni 20 a coniare banconote da un milione di marchi, ma insomma...), infrastrutture inadeguate, materie prime carenti, un'unica grande risorsa: una manodopera robusta e numerosa che però, affascinata dalle leggendarie voci che arrivavano da Mosca, invece di fare come le masse proletarie odierne che sgomitano per godere di qualche privilegio borghese accettando condizioni lavorative non migliori di quelle di allora tendeva per vizio atavico alla ribellione.
L'arrivo provvidenziale di un maestro elementare della pedemontana forlivese, rivoluzionario da giovane e superconservatore con il raggiungimento della maturità e la perdita dei capelli (e se anche allora ci fossero state le tecniche di rinfoltimento attuali? Ma non divaghiamo...) salvò la nascente borghesia, che a quei tempi non aveva i mezzi per suggestionare le masse nè di Giulio Cesare nè di Silvio Berlusconi, e quindi non poteva promettere nè panem et circenses nè grandi magazzini, canali televisivi come se piovesse, gladiatori della pedata da tutto il mondo, oltre a una rete di strozzinaggio legalizzato che permettesse a tutti di indebitarsi beatamente, ma solo botte da orbi a chi non era d'accordo. La Sinistra si accomodò in sala d'attesa, o nelle comode sedi di vacanza che il maestro elementare riservava loro (come Berlusconi ebbe a ricordare qualche anno fa).
Dopo una nuova entrata in guerra, questa volta purtoppo nella coalizione sbagliata e soprattutto con delle tattiche del tipo "Imporremo il nostro gioco su tutti i campi", le masse oppresse rialzarono la testa, si misero a Resistere quasi come quelle di Mosca nel 1917, ma purtroppo o per fortuna alle sdegnate rappresaglie degli sconcertati ex-alleati si sovrappose l'arrivo dei Liberatori che (sostiene qualcuno) bruciarono sul tempo possibili interventi non del tutto disinteressati dell'Armata Rossa. La Sinistra si alzò dalle sale d'attesa, rientrò in massa dalle carceri e dai centri elioterapici di Auschwitz e Dachau (ovviamente salvo una davvero minima percentuale di deceduti) ma Togliatti stesso coniò lì per lì il termine (che poi Giovannino Guareschi rese un abusato tormentone) Contrordine compagni e spiegò con dovizia di particolari che per la rivoluzione non erano maturi i tempi. La Sinistra si accomodò in Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Liguria, mettendole a ferro e fuoco e facendone delle regioni poverissime e miserande dove si insegnava il Capitale al posto dei Sacri Vangeli e l'industria ristagnava, come ogni simpatizzante della Casa delle Libertà potrebbe cortesemente spiegarvi.
Sul finire di 'sto secolaccio infame, implose e deflagrò come una flatulenza la Prima Repubblica, si frantumò la DC e il suo regime teocratico. Un manipolo di allegri quarantenni sempre di sinistra ma oramai con due sole narici al posto di tre e senza più pericolose abitudini cannibalistiche si apprestò ad invadere l'Italia di fine millennio e farne un paese permanentemente di sinistra (tanto il pericolo che i cosacchi venissero ad abbeverare i cavalli in Piazza San Pietro non c'era più). Un ex-canzonettista milanese si erse nel suo dichiarato metro e settantuno e con fare da ghisa implacabile sillabò De chi se passa no, gh'è el mercà. La sinistra si accomodò di nuovo nelle varie amministrazioni locali, ma qualcuno smadonnava come uno scaricatore di porto livornese.
Poi il ghisa invecchiò, gli venne l'arterio, i suoi aiutanti cominciarono a disubbidirgli e, zac, quasi un secolo dopo i primi tentativi le truppe postcomuniste riuscirono ad occupare il palazzo, riperderlo e riconquistarlo.
Ma ormai il sortilegio si era compiuto: anche Visco, Fassino, D'Alema, quando c'era da rapportarsi con la finanza (sia con la minuscola che con la maiuscola) avevano appreso gli stilemi viscidi ed ipocriti dei potenti, le piccole arroganze dei padroni del vapore, la doppia morale dei maneggioni in servizio permanente effettivo. Non la sostanza, forse, ma le forme quelle sì. E ciò, nel villaggio globale del terzo millennio, è colpa gravissima.
Giacchè chi pecca sapendo di peccare e mente sapendo di mentire costruisce mille occultamenti, sa come far sparire prove e financo indizi, conosce le tecniche per comprare complicità e silenzi.
Chi viceversa ha accettato obtorto collo l'economia di mercato e adesso legge Keynes invece di Marx, da quella economia si farà travolgere.
Fassino che gioisce "Abbiamo una banca" e D'Alema che esulta (lui dice in modo ironico e derisorio, vabbè...) "Facci sognare" mi sembrano studentelli di ragioneria che dopo aver giocato una vita a Monopoli entrano nel palazzo della finanza quasi increduli e ad ogni colpo messo a segno esultano come tifosi di curva.
Ma il segno più grosso della morte della sinistra non sono le intercettazioni che forniscono istantanee imbarazzanti dei leader del costituendo PD praticamente in mutande o tout court col grillo di fuori. No.
Il segno della morte della sinistra è Massimo D'Alema che sbotta "Di questi partiti di lotta e di governo non se ne può proprio più.". Che è come dire: Diventate tutti socialdemocratici una buona volta, e smettetela di rompere le palle, altrimenti guardate che Berlusconi torna su e si fa anche clonare.
Oramai immagino, nei miei incubi successivi ad overdose di tortelli d'erbetta e stracotto di asinella, un Parlamento in cui Buttiglione presenta interrogazioni perchè alla buvette del Senato hanno sì fatto arrivare camionate di gelati, ma manca il gusto torroncino dell'Azerbaijan; Albertina Soliani si interroga sulla dubbia qualità della vita dei parlamentari e già che c'è scrive anche un libro, Le forche caudine di Palazzo Madama; Fini e la Prestigiacomo disertano sempre insieme le votazioni, ma solo per fare uno sgarbo alla maggioranza; onorevoli cardiopatici chiamano in fretta un'ambulanza, vi montano cianotici e in condizione preagonica ma solo per riprendersi di colpo nell'approssimarsi alla sede televisiva dove si attende il loro irrinunciabile parere.
Questa parte dell'incubo è la più incredibile, in quanto l'onorevole cardiopatico si comporta come l'eroe della canzone di Jannacci El purtava i scarp del tennis che prima si fa dare un passaggio da un automobilista ignaro promettendo di indicargli la strada per l'Idroscalo, e poi dopo poche centinaia di metri urlacchia ...Ferma signore, che'l me lasa, che'l me lasa giò chi che sun rivà, un piasee' che'l se ferma chi, suscitando certamente nell'automobilista la scusabile reazione verbale Ma va via barbùn!!!.
Eppure, mentre le prime tre visioni dell'incubo non si sono ancora concretizzate, la quarta è purtroppo una drammatica realtà.
Ieri, in una Roma paralizzata dalla scampagnata di Bush, il senatore Gustavo Selva, pilastro di AN dopo essere stato baluardo della DC, colonna di Rai 1 e usbergo del Gr2, ha finto un malore e si è fatto dare un passaggio da un'ambulanza del 118. Atteso a La7 per un dibattito che evidentemente non poteva cominciare senza di lui, ha invano cercato di fare arrivare un taxi davanti a Palazzo Madama, trovando tutori dell'ordine insensibili alle sue invocazioni d'aiuto.
Un colossale scoop fotografico: qui vedete Gustavo Selva mentre si fa venire l'idea di simulare un malore per usare un'ambulanza a mo' di taxi. Notare l'occhio perso nel vuoto a inseguire strategie alla Von Clausewitz e il sorrisino finto innocente da bambino dell'asilo che cerca disperatamente di nascondere dietro la schiena il vasetto della marmellata.
Secondo la versione gradevolmente romanzata che compare su L'Unità di oggi, avrebbe chiesto in tono paradossale a un vigile, E se uno si sente male? per sentirsi ovviamente rispondere Allora si chiama un'ambulanza.
Detto fatto. Selva, sempre secondo la versione gradevolmente romanzata dell'Unità, ha cominciato ad ansimare in modo sinistro. L'augusta fronte si è imperlata di stantìo sudore da moribondo. Un suo giovane portaborse (615 euro al mese in nero, 80 ore di lavoro a settimana) ha concitatamente chiamato un'ambulanza, con a bordo medici convinti di avere a che fare con un paziente cardiopatico. Una "furbizia" che Selva ha, orgogliosamente, confessato davanti alle telecamere. Proprio nel bel mezzo del delicato dibattito sui costi della politica e sui privilegi dei parlamentari.
Emblematica la reazione di Calderoli, che fa ridere di suo molto più della parodia di Fabio De Luigi: "Un gesto sconsiderato - commenta il caratterista bergamasco -. E' chiaro che non si deve mai augurare del male a nessuno ma nel caso di Selva forse la legge del contrappasso non ci starebbe poi così male. Non vorrei cioè che il giorno in cui lui si dovesse sentire male sul serio, l'ambulanza che potrebbe salvarlo fosse impiegata per trasportare il politico di turno, esattamente come ha fatto lui ieri".
In effetti, rispetto al fanciullesco desiderio di Buttiglione e della Soliani per un fresco gelato fra le diuturne fatiche che il Senato riserva loro (oggetto del mio precedente post), l'indignazione è temperata in qualche modo da un sorriso oscillante fra l'indulgenza e il compatimento.
Ma la bravata di Gustavo Selva configura i reati di interruzione di pubblico servizio, circonvenzione di incapace (stante il livello medio del personale della Sanità Italiana), millantato credito (Gustavo Selva ha finto di essere un cardiopatico e un onorevole, giudicate voi quale delle due cose è meno credibile), turbativa d'asta (l'Assessorato alla sanità di Roma stava per mettere all'asta quell'autoambulanza per poter pagare una segretaria nullafacente dell'assessore, e ora che c'è montato Selva non la compra più nessuno), procurato allarme, vilipendio delle istituzioni e procurato vilipendio della religione di stato (le bestemmione da competizione dei barellieri quando hanno scoperto l'ambaradan).
Ma la cosa più abominevole si uniforma al detto (forse di Ennio Flaiano) Preferisco i cattivi agli stupidi perchè i primi ogni tanto si riposano un po'... Il senatore Selva, forse in astinenza da gelato, dopo aver fatto la sua bravata da "astuto giornalista", come ha commentato poi al bar con gli amici, se ne è vantato puerilmente in diretta televisiva (se la trasmissione fosse stata registrata c'è caso che qualche alto papavero di An avrebbe fatto tagliare l'imbarazzante passaggio). Qualche suo collega ha commentato acido che anche in Parlamento dopo i 65 bisognerebbe andare in pensione, senza pensare in verità che la Camera vedrebbe dimezzate le presenze e il Senato potrebbe tranquillamente chiudere, senza contare che entrambi i leader di maggioranza e opposizione anche se si atteggiano uno a sportivo e l'altro a puttaniere hanno raggiunto da un po' anche loro l'età fatidica.
Io non credo che il senatore Selva sia in Alzheimer, credo più semplicemente che, lui come tanti nella sua categoria, abbia perso il senso dello Stato, della misura, del ridicolo. I primi due pazienza, ma la perdita del terzo è un fatto drammatico.
Ma nella versione gradevolmente romanzata dell'Unità c'è un altro momento della vicenda che sembra preso di peso dal soggetto di un futuribile Natale 'ndo czz te pare che potrebbe ammorbare in futuro i nostri schermi: l'on. (che sta per ondivago, onnisciente, onnipotente, onny soit qui mal y pense, fate voi...) Selva, all'arrivo dell'ambulanza, avrebbe astutamente chiesto di farsi portare da un inesistente cardiologo il cui indirizzo coincide con quello della sede romana de La7. Ma il conducente, ligio ai parametri di servizio, lo avrebbe invece portato al San Giacomo dove l'esterrefatto Gustavo è stato perfino messo sotto flebo.
Da lì, non è chiaro se è stata chiamata una seconda ambulanza (recidivando i reati ascritti) o se la zona fosse raggiungibile da taxi o vetture di galoppini e supporters con una delle quali Selva ha proseguito la corsa, ma è certo che l'ondivago si è presentato in tivì molto seccato dall'inconveniente, osando chiosare In questa città uno può morire aspettando l'ambulanza.No, chioserebbe un comune cittadino, in questa città uno può morire aspettando che arrivi l'ambulanza su cui viaggia un parlamentare arrogante.
Invidiosi, Fini e la Prestigiacomo stanno già studiando di requisire un cellulare della polizia per andarsene in camporella.
E infine, a proposito del contrappasso che invoca quel buontempone di Calderoli, su di te che hai scritto un perdibile libello intitolato Comunismo: storia da non dimenticare, auguro ed auspico che qualche giornalista (magari comunista, tanto secondo voialtri lo sono tutti) possa scrivere Gustavo Selva 10 giugno 2007: storia da non dimenticare.
Questa volta la notizia è al di là del bene e del male, travalica il buon senso e il Fred Bongusto, si avviticchia attonita su sè stessa e crolla a terra esanime essa stessa incredula di esistere.
E' una notizia che, vergognandosi di essere venuta al mondo come certi sfortunati trovatelli (che poi quando conoscono i genitori stanno ancora peggio) cercava di nascondersi a pagina 28 di Libero o a pagina 36 del Giornale, e invece il geniale Filippo Ceccarelli decide ex abrupto, motu proprio e conditio sine qua non di sgnaccarla in prima pagina della Repubblica, mica del Notiziario della Val Cedra.
E' una notizia che meriterebbe di essere commentata dal Dott. Boscolo, demiurgo del Centro di Terapia Familiare di Milano, quello che insegnava come si capisse di più di una famiglia da certi piccoli segnali non-verbali involontari, dalla scelta dei posti a sedere, dalla mimica, dalla cinesica e dalla prostasica (questa l'ho inventata io, lo ammetto) piuttosto che dalle tronfie e roboanti affermazioni verbali, che col reale sistema di regole e di potere della famiglia non c'entravano nulla.
Leggetevela, andate avanti voi che a me scappa da ridere (o direttamente da andare di corpo, fate voi).
Per i pigri o per quelli dotati di un PC talmente scarso che non gli legge gli hyperlinks, riassumo contenendo un misto di oceanico disgusto ed ilarità sfrenata.
Mentre la seconda repubblica è in coma; mentre maggioranza, opposizione, Guardia di Finanza, Confindustria, Telecom, furbetti del quartierino, Rai, Mediaset, Fabrizio Corona, Giancarlo Guardabassi e Awanagana si scontrano in un grottesco e spietato gioco di ruolo equidistante fra Risiko, Monopoli, Civilization 2 Call to Power, Dungeons and Dragons dal quale si rischia di uscire tutti equamente e democraticamente cadaveri o quanto meno gravemente sfigurati; mentre Berlusconi invita allo sciopero fiscale (e che novità sarebbe? commentano molti sagaci imprenditori lombardi); mentre Bush e Putin vogliono rifare la baia dei porci, la baia non c'è più mentre i porci....; mentre Pietro Vignali si prepara a giocare al Piccolo Sindaco in quel di Parma e il suo mèntore Elvio Ubaldi rinforza e moltiplica i fili della sua marionetta; mentre i Klingon stanno per atterrare in Piazza Esedra e lasciare buffi per 16.000 euro nella moltitudine di esercizi commerciali che si affacciano su quel caratteristico topos capitolino....
Mentre succede tutto questo, qual'è la preoccupazione di una aliquota significativa di senatori? Rifornire subito, senza condizioni e senza esitazioni, la buvette del Senato di gelato.
Direbbe Dante Alighieri ch'ogne lingua deven tremando muta.
In un momento in cui maggioranza e opposizione si scannano anche su chi è più amico della Guardia di Finanza o su chi ha le giacche più classiche, il desiderio di gelato (già, perchè come argutamente nota il Ceccarelli, gli estensori della mozione, dei quali parlerò fra un attimo, usano questa categoria concettuale neanche fossero degli utenti del Consultorio Giovani che compilano un questionario propostogli dall'equipe territoriale) è l'unico elemento trasversale e bipartisan. L'austero e morigerato Rocco Buttiglione
e l'ex-direttrice didattica, parmigiana d'adozione ma nativa d'oltrenza e prodiana dai tempi dell'IRI, Albertina Soliani, della quale si ricordano i complessi e bizantini interventi a cappella al gruppo per l'integrazione del Provveditorato (col coordinatore dott. Cottoni che trovava ogni volta un modo estroso e geniale per toglierle la parola senza farla piangere), quindi in buona sostanza due sessantenni dalla plumbea serietà e dalla totale assenza di senso dell'umorismo (su Buttiglione giudicate voi, sulla Soliani fidatevi) spendono tempo ed energie mentali per la pigrizia e la nequizia di non voler fare due passi fino a Piazza Navona per sorbirsi un ottimo gelato passeggiando spensierati. Ah già, alla buvette ci sono prezzi agevolati e inoltre la passeggiata per e da Piazza Navona ruberebbe tempo alla loro imperdibile attività parlamentare.
Inoltre, come il sagace Ceccarelli evidenzia, cito testualmente:
prima del gelato i senatori hanno chiesto e ottenuto le settimane gastronomiche regionali, e poi quelle dedicate alle province. Il collezionista dispone di fantastici comunicati ufficiali emessi nei momenti più delicati sulle degustazioni dell'agro pontino, "la seconda giornata sarà abbinata alla carne di bufala bianca", oppure un dovizioso banchetto palermitano a conclusione del quale il presidente Musotto ha fatto presente uno slogan promozionale che a dire il vero lì dentro rischiava di suonare un po' così: "Mangio sicuro, mangio meglio".
A metà marzo il presidente Marini ha concesso la sala degli atti parlamentari al primo corso di sommelier per senatori. (Che in parlamento si tirasse di coca per reggere i ritmi massacranti dei lavori lo si sapeva alla grande, ma adesso forse capiamo meglio da dove nascono alcuni sgangherati interventi ammanniti preferibilmente quando la Rai è collegata in diretta...).
Bush arriva in Europa (un continente che palesemente lo annoia e non gli piace, come fa qualunque cosa che non sia a stelle e strisce) e non perde occasione per pontificare sulla democrazia; siamo allo stesso livello del Papa che pontifica di sessualità. Perchè date prescrizioni ad altrui, come avrebbe detto Cecco Angiolieri, su qualcosa che voi stessi non avete mai praticato, o nell'ipotesi più ottimistica non praticate da una vita, o nell'ipotesi più maliziosa praticate a modo vostro di nascosto senza che nessuno se ne accorga?
Basta vederlo, così irreparabilmente yankee, così fastidiosamente pragmatico, così arrogantemente ignorante, così dogmaticamente sicuro di avere un dovere da compiere... Gli americani lo chiamano burden, il fardello che si portano sulle spalle di essere la nazione-guida dell'umanità; OK, forse nessuno glielo ha chiesto ma Dio lo vuole e in God we trust (che potrebbe trovare una traduzione terra terra nel concetto Di Dio ci fidiamo, come per dire Che ci crediate o no il Vecchio è comparso duecento anni fa a George Washington che era lì nel suo candido lettino e gli ha detto Vai e spargi i semi della giustizia e della libertà, George ha risposto Signore, perchè proprio noi? Fallo fare ai francesi che sono più portati, o agli inglesi che sono più potenti di noi... Noi per ora siamo un branco di vaccari e secondo me lo resteremo per sempre, ma il Buon Dio non volle sentire ragioni).
Basta vederlo per farsi venire in mente uno dei magistrali e profetici monologhi di Giorgio Gaber, concepito nel 1976 ma ancora angosciosamente attuale, anzi... ora più di allora.
A te la parola, Giorgio.
A noi ci hanno insegnato tutti gli americani. Se non c'erano gli americani... a quest'ora noi eravamo europei, vecchi, pesanti, sempre pensierosi, con gli abiti grigi e i taxi ancora neri. Non c'è popolo che sia pieno di spunti nuovi come gli americani. E generosi. Gli americani non prendono mai. Dànno... dànno. Non c'è popolo più buono degli americani. I tedeschi sono cattivi. È per quello che le guerre gli vengono male!... Ma ci riprovano, non stanno mai fermi. Ci hanno il diavolo che li spinge: dai... dai!... Intanto Dio fa il tifo per gli americani. E secondo me ci influisce, non è mica uno scalmanato qualsiasi, Dio. Ci influisce. E il diavolo si incazza. Stupido, prende sempre i cavalli cattivi!... Già, ma non può tenere per gli americani. Per loro le guerre sono una missione. Non le hanno mai fatte per prendere, macchè, per dare! C'è sempre un premio per chi perde la guerra: Quasi, quasi conviene: "Congratulazioni, lei ha perso ancora!..." E giù camion di caffè! A loro gli basta regalare. Una volta gli invasori si prendevano tutto del popolo vinto: donne, religione, scienza, cultura... Loro, no. Non sono capaci. Uno vince la guerra, conquista l'Europa e trova... non so... una lampada Liberty... che fa? Il saccheggio è ammesso... la fa sua. No! Civilizzano, loro. È una passione... E te ne mettono lì una al quarzo: tutto bianco. E l'Europa, con le sue lucine colorate, i suoi fiumi, le sue tradizioni, i violini, i valzer...
E poi luce, e neon, e vita, colori... e poi ponti, autostrade, grattacieli, aerei... Chewingum!... Non c'è popolo più stupido degli americani!
La cultura non li ha mai intaccati. Volutamente. Sì, perché hanno ragione di diffidare della nostra cultura elaborata, vecchia, contorta. Certo, più semplicità, più immediatezza... Loro creano così. Come cagare.
Non c'è popolo più creativo degli americani. Ogni anno ti buttano lì un film, bello, bellissimo. Ma guai se manca un po' di superficialità. Sotto sotto c'è sempre un po' il western. Anche nei manicomi riescono a metterci gli Indiani. E questa è coerenza. Gli americani hanno le idee chiare sui buoni e sui cattivi. Chiarissime, non per teoria... per esperienza. I buoni sono loro! E ti regalano idee, scatole di sigari, cassette di whisky, navi, libertà, sapone, computer, squali, abiti usati... Anche Eva Kant si veste ai mercatini! A noi ci ha convinto l'America. Se non c'era l'America... a quest'ora eravamo in India. No, se non c'era l'America a noi... che ce ne fregava dell'India! A me l'America non fa niente bene... Troppa libertà, bisogna che glielo dica al dottore. A me l'America mi fa venir voglia di un dittatore. Oeh!... (si arrabbia con se stesso fino a schiaffeggiarsi) Sì, un dittatore. Almeno si vede, si riconosce. Non ho mai visto qualcosa che sgretola l'individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro. Come sono geniali gli americani!
Te la mettono lì, la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà.
Visco, certo dell'impunità, dalla sua lussuosa scrivania al ministero dell'Economia si permette sparate da magnate americano che licenzia chi gli pare e quando gli pare... essendo italiano, però, si limita a trasferire (e, si sa, un trasferimento può sempre essere gabellato per una promozione, suvvia ragazzi, vi mandiamo in qualche località più amena, vi paghiamo di più e vi facciamo lavorare di meno. Prendere o prendere...), ignorando il particolare trascurabile che non è l'amministratore delegato di una multinazionale ma un ministro, anzi a dire il vero un vice-ministro, della Repubblica. E' talmente ingenuo e grossolano che manda lettere ufficiali e protocollate invece che missive segrete tramite piccione viaggiatore, telefona di fronte a un nugulo di testimoni linguacciuti, insomma si dimostra più maldestro che in mala fede. E' convinto in tutta coscienza che la politica si faccia così...
Il suo antagonista nella vicenda è il generale Speciale, che non è chi non veda fin dal cognome come sia in cerca di facile pubblicità e a caccia di qualche giornalista di un giornale a caso per ammannirgli le sue contorte confidenze. Il suddetto ufficiale prima invia letterea Visco, fin dall'inizio di dominio pubblico. che si concludono con un cerimonioso e conciliante Sempre agli ordini (e sembra di sentire il tacco che batte e il sibilo che produce il veloce spostamento della mano destra in direzione della visiera), poi ci ripensa, vomita veleni di fronte ai giudici della Procura di Milano, e probabilmente fa in modo (quando a suo insindacabile giudizio ciò gli risulta opportuno) che il verbale arrivi al Giornale (divertente il direttore del quotidiano in oggetto, che si vanta e si pavoneggia da Mentana per aver fatto un magistrale colpo giornalistico... ma ripigliati un attimo...).
Misteriosamente ma non tanto la vicenda, vecchia di qualche mese, esplode non su un giornale a caso ma sul giornale di famiglia del capo dell'opposizione, che ha giurato che non si darà pace finchè non avrà mandato il governo Prodi a casa.
A un convegno in cui si sarebbe dovuto parlare di tutt'altro (tant'è che viene pubblicamente censurato) Gianfranco Fini attacca senza quartiere il Ministro Bersani e il governo di cui fa parte usando espressioni leggermente oltre la soglia del fair-play. Bersani è troppo signore per ricordare a Fini le "porcate" in Regione Lazio in cui una bella fetta dei vertici di AN, compresa la di lui consorte, era rimasta coinvolta un paio d'anni or sono, reagisce pacatamente alle isteriche provocazioni e questo basta a molte agenzie di stampa per titolare Bersani KO. Non sapevo che la politica italiana avesse assunto connotati pugilistici...
Silvio Berlusconi, che ormai oscilla ciclotimicamente fra momenti in cui sembra che il giocattolino della politica gli sia venuto a uggia e momenti in cui impugna ancora la sua scalcinata durlindana di castigagoverno, afferma che "se una cosa simile l'avessimo fatta noi, ci avrebbero rimandati a casa a furor di popolo...".
But for courtesy...
Nessuno che gli rammenti le innumerevoli leggi ad personam per lui e i suoi principali compl... oops, collaboratori; l'occupazione militare della Rai in barba ad ogni considerazione di conflitto di interessi; la sistematica intimidazione contro la magistratura; i memoriali che la Guardia di Finanza preparava (su richiesta di chi?) su esponenti del centro-sinistra, confluiti nell'ormai famoso "dossier Oak" (per i non anglofoni Oak vuol dire Quercia) durante la permanenza al potere della Casa delle Libertà & del Buon Governo. Con loro, quando un alto ufficiale diceva Agli ordini, ci si poteva fidare che nulla sarebbe trapelato................................... Forse la sua principale differenza rispetto a un dilettante dell'intimidazione come Visco è la somma bravura nel far scomparire le prove lasciando solo indizi sparsi, abbastanza per far capire che l'ha fatto (ed acuire così il suo perverso carisma) ma non abbastanza da farsi inchiappettare. Mondiale!!!!!!
Ha ragione il lucido e sottile D'Alema a lamentare il rischio di una deriva della politica caratterizzata da una total perdita di fiducia da parte del cittadino comune in coloro che dovrebbero governarlo. Peccato solo che queste dichiarazioni le abbia rilasciate da Valencia, mentre si distende i nervi con le sconfitte in serie di Luna Rossa per cercare di dimenticare le sconfitte in serie del governo Prodi. Sei sicuro che non c'era più bisogno di te come vice-premier che come supporter velista? E non credi che, se torni a Roma, Luna Rossa vincerà almeno una regata senza concedere ai nostri omologhi agli antipodi New Zealand un umiliante cappotto? O stai cercando un posto da ministro nella gioiosa macchina da guerra di Zapatero, che benedice le unioni gay e l'opposizione abbozza?
Un esempio di sano e solido giornalismo, la puntata di Annozero di ieri sera, era diventata un caso mediatico prima ancora di andare in onda. Nessuno ormai si preoccupa più che la TV di Stato faccia del buon giornalismo o della buona informazione, ha ragione Travaglio quando sostiene che in Italia stiamo assistendo ad uno slittamento semantico (che però ha ingenti ricadute pragmatiche) per cui i fatti diventano opinioni e possono essere confutati o addirittura negati a piacimento del burattinaio di turno.
Che tra i 50.000 sacerdoti italiani ci possa essere un'aliquota di pedofili ormai non meraviglia e non scandalizza più nessuno. Il cardinal Fisichella ha mostrato equilibrio e buon senso nell'evitare di negare l'evidenza, così come nell'evitare di usare toni da abiura e scomunica che possono addirsi a qualche cattolico d'accatto il cui cattolicesimo è puramente strumentale, ma non si addicono a un sacerdote.
Magari ficcarsi addosso una tonaca o ricevere il sacramento dell'Ordine modificasse la persona e la rendesse immune dagli umani vizi. Ma quando mai? La maggior parte delle carriere sacerdotali sono proprio delle carriere, lucidamente scelte da persone che ritengono più semplice la strada del sacerdozio (che ti garantirà comunque l'appartenenza a una casta protetta e che gode di svariate corsie preferenziali rispetto a quella dei comuni mortali) a quella di farsi strada in una società complessa e indecifrabile che distribuisce premi e punizioni con la capricciosità di un dio dell'Olimpo.
Nessuno deve indulgere sull'argomento (che pure ha una sua dignità) che la paradossale e medievale ingiunzione di rinunciare al piacere sessuale produce sintomi nevrotici e/o perversioni, così come qualunque ingiunzione paradossale che non possa essere opportunamente commentata e smontata nella sua assurdità. E che quindi la preclusione a un sano e libero godimento dei sensi porta a nevrosi spesso invalidanti quando le difese prevalgono sugli impulsi, a laide perversioni quando gli impulsi beffano le difese e trovano entrate laterali da qualche finestra provvidenzialmente aperta.
E' sufficiente pensare che possano esserci un numero statisticamente paragonabile di pedofili fra i sacerdoti (a cui l'ordinamento a sacerdote non attribuisce superpoteri, anzi rende vieppiù problematica la loro identità di esseri umani) che fra gli avvocati, i giocatori di cricket, i consulenti globali Fininvest.
Due cose invece scandalizzano ancora (o dovrebbero).
La prima è che la Chiesa Cattolica mostri di fronte al problema la più arcaica delle ottusità, utilizzando la strategia di rimuovere il reprobo da una parrocchia all'altra, senza quanto meno sospenderlo a divinis, che non mi sembra sia una punizione esagerata, corredata da brutali inibizioni alla denuncia alle autorità competenti (lo stile è quello del Conte Zio di manzoniana memoria, troncare, sopire; sopire, troncare).
Qualunque epidemiologo da mezza tacca saprebbe spiegarvi, signori cardinali, che risolvere un'epidemia spostando gli infettati in giro per il mondo (spesso senza informare che sono portatori di infezione) avrà l'unico effetto di rendere esponenziale il contagio.
La seconda è che Fini si possa permettere di dire in TV La puntata di Annozero sulla pedofilia dei sacerdoti non andrà mai in onda, che dall'Eudeur (e qui starebbe bene Maurizio Mosca col suo tormentone "Chiiiiiiiiiii???????????") non ci si limiti a minacciare, ma si annunciil licenziamento del direttore generale Cappon, che dalla Santa Sede si accusi la Rai di sciacallaggio, e che infine in trasmissione qualcuno possa sostenere che la prima vittima del fenomeno è la Chiesa stessa.
Strana posizione inesplicabilmente inclinata del premier, che secondo me sta pensando: Ragassòl, vediamo se riesco a smolarla sensa che nessuno se ne accorga, veh...
Romano non ne può più.
Si era offerto nell'ormai remoto 1996 alle truppe uliviste che, cancellata definitivamente la DC, immaginavano di poter usufruire di decenni e decenni di incontrastato potere politico, finanziario, economico e culturale e invece si erano trovati due anni prima quel czz di partito di plastica di Forza Italia! che gli aveva guastato i fichi nel cavagno (per usare un'efficace espressione parmense che rimpiazza in modo immaginifico le proverbiali uova nel paniere).
E si era offerto così, generosamente, senza secondi fini, con la sua ben nota bontà di cattolico moderato e tollerante. E bene o male, mentre Rutelli (a cui va fatto tanto di cappello per essere sopravvissuto come sindaco di Roma durante il casino cosmico del Giubileo 2000, Berlusconi è ingiusto e maligno nel trattarlo come un emerito imbecille che non sa neanche allacciarsi le scarpe e se non avesse accanto la Palombelli morirebbe di fame...) ha ignominiosamente perso le elezioni del 2001, Romano ha battuto l'Unto due volte su due. Ma nessuno dei suoi se lo ricorda più.
Alle primarie, alle primarie, urlano tutti. Repubblica fa un sondaggio lampo in cui Fassino ottiene il 46% dei suffragi del popolo unionista, contro uno striminzito 5% di Prodi, come leader dell'Organismo Politicamente Modificato del Partito Democratico. Prodi s'inalbera, si imbufalisce, protesta, sostiene di aver già vinto le primarie nel 2006 e si sente rispondere con fare sprezzante che era l'unico candidato contro una marea di Signori Nessuno (al che stavolta è Bertinotti che prende cappello e medita di iscriversi all'UDC).
La flemma di Romano in queste giornate di bufera scompare, e gli torna quella simpatica verve emiliana che gli imporpora le guanciotte di rosso vivo più di un mezzo litro di lambrusco. Di fronte all'invito di Berlusconi a rimettere il mandato, perde ogni parvenza di fair play e sbotta alla bolognese "Ma se in cinque anni ha combinato solo dei gran pasticci...". E' vero, Romano, lo pensano anche molti dei suoi, ma evidentemente questo non interessa a nessuno.
"Non voglio fare il Re Travicello" dichiara, e nel dichiararlo lascia intendere che è quello che si sente.
In realtà, nel 1996, dopo essere stato cavalcato come robusto somarello per vincere le elezioni, era stato accantonato in malo modo a vantaggio del bel tenebroso D'Alema. Non è chi non veda che, più ancora di un improbabile ritorno alle urne, Romano teme di fare per la seconda volta la figura del caciocavallo o del tomino bergamasco e trovarsi liquidato e delegittimato.
Può anche darsi che la speranza di Romano fosse di vedersi nominare, con acclamazione bulgaro-stalinista, leader del PD, e invece non se ne parla.
Berlusconi durante il suo terrificante quinquennio ha perso quasi tutte le elezioni locali e ha sempre detto che non contavano nulla, o al massimo mandava il tatticissimo e finissimo Fini a dire "L'elettorato ci sta mandando dei segnali che siamo chiamati ad interpretare", meno male che te ne sei accorto!
Ma quel che è peggio, quello che in segreto lo fa piangere ed ululare, sul terremoto-DICO il marito fedelissimo e padre integerrimo Prodi viene additato al pubblico ludibrio mentre il puttaniere sibarita Berlusconi (che quando è giù di morale si sistema un paio di belle simpatizzanti sulle ginocchia, per non dire in zona pubica, e ritrova il sorriso) è dipinto come il difensore dell'integrità del nucleo familiare.
La simpatica compagine gialloblù allenata da Claudio Ranieri, finanziata da Tommasone Ghirardi e che vanta Gene Gnocchi in rosa, anche se non precisamente come titolare inamovibile, ha strappato con un esaltante girone di ritorno il diritto al diciottesimo anno consecutivo di permanenza in serie A. I gioiosi strombazzamenti in giro per la città sarebbero stati degni di una semifinale di Champions, ma in tempi di vacche magre si banchetta con quello che si ha, e magari alle fette di cipolla che da alcuni anni hanno sostituito il culatello in qualità di companatico si aggiungono due gocce di mimosa espressamente plagiate da De Andrè, e si pratica un altro buco alla cintura.
Che si potesse perdere con l'Empoli lo sosteneva solo Ranieri che è più scaramantico del compianto Romeo Anconetani; bastava vedere i supporters delle due compagini che si abbracciavano ubriachi persi dopo aver fatto insieme il giro dei bar (annosa consuetudine per i ducali, istruttiva novità per gli empolesi che torneranno spesso a Parma finchè il loro fegato non chiederà l'asilo politico), sentire le dichiarazioni dei capi ultras delle opposte (si fa per dire) fazioni che volevano solo festeggiare insieme i rispettivi traguardi calcistici, e magari ricordare i cadeau già concessi a Siena e Reggina (oltre i limiti della spudoratezza il secondo) per togliersi qualsivoglia dubbio.
Purtroppo a questa trascurabile e in fondo poco produttiva salvezza (dicono che un campionato di serie B ogni tanto faccia trovare nuove motivazioni, meglio del wife swapping per le coppie in crisi....) si contrappone una feroce condanna per i prossimi cinque anni, con l'arguto faccino di Pietro Vignali (il Kennedy della Bassa Padana), enfant prodige della politica che, all'età alla quale i futuri sindaci giocano ancora a boccette al Bar Sport tra un tamarindo e una palpata di culo alla procace cassiera, è già arrivato alla piena maturità politica.
Parma che, come tutti ben sanno, fino al 1998 era stata devastata e messa a ferro e fuoco da un manipolo di comunisti che ne avevano fatto una città sporca povera e malfamata, con l'arrivo della nuova destra berlusconiana al potere ha visto esplodere lo scandalo Parmalat, acuirsi la criminalità con reiterati omicidi che ne hanno fatto (come sostiene il Dott. Smargiassi della Repubblica) "l'Aspromonte del Nord", modificare in senso postmoderno con spese di milioni di euro alcuni dei suoi scorci più suggestivi, esplodere un centinaio di rotonde di cui almeno 95 totalmente inutili e provocatoriamente tortuose "ma fanno tanto Parigi", manifestato una totale incapacità politico-culturale a gestire il melting-pot multietnico "che fa tanto New York".
Grazie alle amorevoli cure che il premier Berlusconi ha sempre profuso per questo spicchio di Brianza in mezzo all'Emilia rossa, siamo diventati capitale europea dell'alimentazione (sede dell'Autority per la Sicurezza Alimentare Europea, in un durissimo ballottaggio con Helsinki). Sai la soddisfazione, mentre vengono tagliati i fondi per l'ospedale, la fiera, la biblioteca, sventrata Piazza Ghiaia e i suoi 830 anni di storia, chiuso il Parco Ducale per quasi un anno per impalpabili interventi di restauro.
Dopo nove anni di gestione Ubaldi (che ha tentato senza successo di farsi applicare una legge ad personam per poter accedere a un terzo mandato, si fosse chiamato Previti o Dell'Utri ce l'avrebbe quasi quasi fatta....) arriva rombante e tracotante il suo tonno Vignali (delfino francamente mi sembra troppo) che dai risultati dei primi exit-poll rischia di vincere al primo turno, nonostante la nostra nota estrosità abbia partorito nove candidati, uno ogni 20.000 abitanti, come se a Roma se ne presentassero 128.
Che ciò dipenda dal fatto che la sinistra parmigiana abbia saputo produrre come candidato unitario un bolognese che quando parla di Parma mostra di non distinguerla da Piacenza e da Reggio Emilia? Saperlo, saperlo....
I tifosi milanisti sono stati protagonisti al seguito di Mosè Berlusconi di una lunga e dolorosa ricerca della Coppa dalle Grandi Orecchie, iniziata nelle incandescenze dell’estate nei malsicuri territori dell’ex-federazione jugoslava (per colpa del solito Borrelli che quando sente odore di Berlusca esplode come una bomba intelligente ma non troppo, e non potendolo perseguitare più come industriale nell’estate 2006 è ricomparso, come in un incubo, come inquisitore calcistico colpendo i suoi più fidi collaboratori rossoneri, da Squalotto Galliani in giù), e proseguita in crescendo rossiniano di risultati mentre i simpatici cugini interisti, maramaldi con gli avanzi della serie A, appena valicato il San Bernardo non ne azzeccavano più mezza.
Scacciati dai salotti buoni del Campionato, costretti a beccarsi gomitate e pestate di piede proditorie nel gruppone delle pericolanti quasi fino a primavera, i diavoli rossoneri hanno tracciato una fulgida metafora a cui anche il loro deus ex machina (ingiustamente scacciato dal potere tredici mesi or sono per un gol in fuorigioco e a tempo scaduto degli elettori all’estero) vorrebbe ispirarsi.
Con fare finto bonario, Silvio ha preventivamente invitato tutti i milanisti, in caso di vittoria contro gli emuli dei Fab Four, a recarsi in massa alle urne.
Quello che non ha detto, è che in caso di sconfitta elettorale, che verrà addebitata a nequizia se non doppiogiochismo degli elettori milanisti, Ronaldo verrà venduto al Goteborg (così la finirà di rompere i maroni sulla rigidità del clima milanese, e nella città scandinava troverà un parrucchiere che gli farà delle extension di un metro e mezzo, altro che rasarsi la testa….); Gilardino verrà venduto alla Biellese e Inzaghi al Piacenza, così vedranno com’è bello ritrovare le proprie radici e venire insultati dai tifosi nel proprio dialetto di origine; Gattuso finirà come pitbull nella villa di Dell’Utri; Kakà verrà ceduto a tempo pieno come testimonial permanente ad una azienda produttrice di lassativi (per la felicità di Pippo Franco); Ambrosini verrà riciclato come bagnino all’Idroscalo; Dida (dopo un opportuno passaggio a Casablanca) entrerò nelle Oba-Oba; Oddo, infine (e la freddura è talmente sottile che vi arriverà fra 3 giorni, tant’è che Don Eufemio vi scaccerà dalla messa perché non la smetterete di ridere) diventerà speaker di Tele Otto Kinshasa.
Se invece i risultati elettorali saranno tali da convincere Prodi ad aprire un negozietto di salumi tipici in quel di Scandiano, il Milan 2007-2008 sarà talmente spettacolare che arriveranno astronavi da tutta la Via Lattea per guardarlo giocare. Posso già annunciarvene la formazione tipo:
E' un fatto acclarato: l'ultimo stranguglione sul palco dell'Aquila deve aver lasciato Berlusconi in anossia per almeno un minuto ed ora assistiamo ad uno storico sorpasso: il leader di Forza Italia ha più capelli che neuroni funzionanti (nel 2001 la proporzione era di 1 capello ogni 22 cellule cerebrali). In attesa di farsi trapiantare qualche neurone da Bondi (Silvio sostiene che anche quei pochissimi che il suo fido scudiero possiede fanno più comodo a lui che a Bondi stesso, che tanto non li usa...) per ristabilire la parità, l'Insalata Mista Unta Dal Signore ha testualmente dichiarato "Una vittoria del Milan in Champions potrebbe convincere molti milanisti ad andare a votare".
A parte che i primi tre milanisti che mi vengono in mente sono Enzo Jannacci, Claudio Bisio e Teo Teocoli che secondo me non votano Forza Italia, non c'è bisogno di abitare a Milano per sapere che (tradizionalmente) il Milan ha una tifoseria meno a destra di quella dell'Inter (che pure lei vanta svariati tifosi, da Gino e Michele a Paolo Rossi a Luciano Ligabue la cui "Urlando verso il cielo" era a suo tempo diventata l'inno ufficioso della curva, che non dovrebbero votare Berlusconi), l'equazione che Silvio fa è purtroppo indicativa di scarso se non nullo afflusso di ossigeno al cervello, condizione nella quale i neuroni muoiono boccheggiando come pesci rossi buttati sulla moquette.
Ma non penserà mica, il Silvio, che chi tifa Milan lo faccia per la sua bella faccia da pirla? Direi che ci sono almeno altre 12-13 ragioni per tifare Milan, e voglio stare stretto (mentre per tifare Parma ce n'è una sola, abitare a Parma e considerarla il centro dell'universo, e infatti saremo in 20.000 in tutto). Puoi ereditare il tifo dal bisnonno incantato dai dribbling di Garbutt, puoi essere affascinato dall'incrocio fra rosso e nero, puoi appartenere ad una setta satanica che non ti consente di tifare per squadre che non abbiano un sia pur minimo richiamo a Satana (ci sono anche i satanelli foggiani ma rispetto al 94-95 sono un po' in ribasso), puoi aver conosciuto Rivera al Mottagrill di Piacenza ed averlo trovato un gran signore, puoi considerare la famiglia Maldini un grazioso residuato delle famiglie Mulino Bianco nella vita reale, puoi essere da vent'anni frustrato nel tentativo vano di ripetere il gol di Van Basten nella finale europea contro la Russia, puoi avere un capufficio testa di czz che mette su Pazza Inter Amala tutti i lunedì. Ma soprattutto, puoi essere milanista nonostante Berlusconi, che è il destino di quasi tutti i tifosi che si attaccano ai giocatori, all'allenatore, al magazziniere ma considerano il presidente solo una ottusa slot-machine senza contorni umani.
Allora auguro a Berlusconi di capire che tavanata galattica ha proferito assistendo ad una vittoria del Milan all'ultimo minuto su autogol o su rigore inventato (le vittorie che i veri ultras gradiscono di più) e ad una contestuale debacle su tutto il fronte della sua scricchiolante compagine elettorale, magari (perchè no) venendo a sapere che più di 100.000 schede già votate per Forza Italia sono state annullate perchè recavano l'inequivocabile dicitura Forza Milan !!!
E poi gli auguro, di lì in poi, di ritirarsi nella sua faraonica villa in Sardegna estranea a qualsiasi piano edilizio, pomiciando ed indi accoppiandosi con un nutrito manipolo di giovani e bellissime simpatizzanti di Forza Italia finchè il Signore non decida di riprenderselo.
Poco meno di un anno fa mi meravigliavo per un film costato soli 500 euro, e la consideravo una notizia oltre i limiti dell'incredibile, che poteva essere battuta solo da "Pioggia di petali di rosa sulle forze dell'ordine a Scampia e Secondigliano". Il primato aveva vacillato quando Tony Blair aveva annunciato le sue irrevocabili dimissioni (cosa che nessun politico italiano ha fatto, farebbe o farà): si poteva dubitare sulla veridicità della notizia, ma oramai Tony è in piena smobilitazione e sta vendendo tutti gli orologi che gli ha regalato Berlusconi (oltre alla chitarra elettrica dono di Bono piuttosto che omaggio di Pino Donaggio o regalia di Santa Rosalia), visto che le severe leggi inglesi non gli consentono di portare i regali ricevuti da premier fuori da Downing Street. In attesa di assistere ad una nuova rimonta del Liverpool sul Milan da 0-5 a 8-7 (con Gerrard che non si limita a far tunnel a Gattuso ma gli passa in mezzo alle gambe tutto intero con i supporters inglesi che urlano "Come on get down"), dichiaro che il film a 500 euro è ormai stato battuto, come provvisoria notizia del secolo, da questa notizia qui.
A quanto pare anche in Egitto si fa strada la parità dei sessi e uffici con colleghi di sesso diverso non sono più tanto rari, ma il Corano non prevede che un uomo e una donna possano restare insieme nella stessa stanza senza che tra loro vi siano dei vincoli di parentela, figurarsi poi parlare e collaborare. Come risolvere questo problema? Basterebbe organizzare dei matrimoni collettivi poligamici e poliandrici, interrotti da una solenne abiura nel momento in cui qualche dipendente dovesse essere licenziato perchè scoperto a mangiarsi un panino con la porchetta.
Durante la vita di Maometto, un ex-schiavo del profeta aveva mantenuto anche da adulto la possibilità di andare in giro liberamente per casa, è ciò era un problema per una delle donne della casa stessa. Il profeta suggerì allora alla donna di allattarlo, così l'uomo sarebbe membro della sua famiglia e lei tabù per lui. La donna lo fece e le tensioni tra i due sparirono. Certo che bisogna riconoscere che tra il loquace tuttologo Mohammed e l'evasivo e criptico Nazzareno non c'è partita. Il primo dava consigli, indicazioni e ordini a chiunque lo mettesse in condizione di dargliene (spesso non c'era neanche bisogno di chiedere), il secondo preferiva aforismi, acrobazie logico-verbali un po' democristiane (la più celebre date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio), parabole e reductiones ad absurdum.
Se funzionava ai tempi del profeta la cosa dovrebbe funzionare anche adesso secondo il capogiurista dell'università di Al-Azhar Attia Izzat. Il problema è che se sei capogiurista nella più importante scuola sciariatica sunnita, quello che dici spesso finisce direttamente nel parlamento egiziano, dove la fatwa è in discussione, ovviamente tra mille polemiche.Mentre se sei Benedetto XVI tutto quello che dici viene preso per oro colato anche dai partiti sulla carta laici e non esiste discussione alcuna, ma è anche vero che Ratzinger non si è mai interessato di allattamento.
E così da mercoledì scorso al parlamento egiziano è in discussione questa proposta di legge, tra le proteste sulle pagine dei maggiori quotidiani nazionali, i Fratelli Mussulmani che sono sul piede di guerra e gli sberleffi della stampa satirica. Izzat intanto tiene duro, allattare un uomo, secondo lui, esclude ogni possibilità di "atti impuri", eppoi per evitare problemi, suggerisce di usare un bicchiere. Qui sconto duramente il mio non essere musulmano, perchè in tutta sincerità non mi è mai capitato che dopo aver succhiato un capezzolo scattasse in me il tabù dell'incesto con la detentrice del capezzolo stesso. Anzi, di solito mi capitano delle cose molto diverse che (oserei dire) vanno in direzione esattamente contraria. Forse Izzat ha ragione, usando un bicchiere è tutto diverso. Una di queste sere farò l'esperimento...
Non so neanche se la nuova formazione dei MCR fa più questa canzone all'inizio dei concerti: era un invito al pogo in cui si perdevano borsette (tutte poi ritrovate, che il pubblico dei Modena l'è tott ed galant'omm), si accumulavano ecchimosi, nascevano e morivano amori. Meno che meno so perchè la infilo in un post. Però ci sta bene. Per chi non capisse il modnès, di seguito trovereteuna traduzione di tipo foscoliano (cioè che immette nella traduzione ben più di quello che c'è nel nudo testo). Dio vi benedica....
A g'am voia ed suner, a g'am voia ed canter par tota la ginta cl'è gnuda a cateres inco. A pinseven ed fer un ringraziameint, a vliven fer quel ed particuler. A g'am voia ed suner, a g'am voia ed canter par tota la ginta cl'è gnuda a cateres inco.
Par i amig ed Sasol, ed Cherp e Milan, par qui ed Bulagna e i Napoletan. S'a gh'è di ner s'a gh'è di bianc ades a tacam mo par tot quant. Par i amig ed Sasol, ed Cherp e Milan. Par qui ed Bulagna e i Napoletan.
Forza coi pe, dai con al man, forza ragaz c'ades a tacam. Forza col pe, so con al man, andam ragazoli c'ades a sunam. S'a gh'i voia ed baler, ciocher al man, s'a gh'i voia ed salter in zema a la scrana. Forza coi pe, dai con al man, forza ragaz c'ades a tacam.
E c'a sunam bein o c'a se sbagliam a sper che po' i s'diverten tot quant. Turner a la sira be surident e par tota la stmana cunteint. E c'a sunam bein o c'a se sbagliam a sper che po' i s'diverten tot quant.
Poffarbacco, siamo assaliti da un'incoercibile compulsione di imbracciare i nostri strumenti ed armonizzare le nostre voci, per i numerosi estimatori che affollano questa arena nella giornata odierna. Ci è venuto in mente che poteva essere acconcio un ringraziamento, e intendevamo fare qualcosa il cui ricordo non abbandonerà mai più le vostre menti. Per i nostri fidati sostenitori di Sassuolo, di Carpi e di Milano, giù giù fino alla metropoli felsinea per raggiungere le ultime propaggini nella città che diede i natali a Totò e a Nino d'Angelo.
Senza arrestarci di fronte a risibili differenze etnico-razziali, adesso daremo inizio alla nostra performance ma per tutti quanti nella medesima maniera. Non dimenticate di battere i piedi, e gradiremmo un festoso sventolio di mani verso l'alto (facoltativo l'accendino ma quando farà un po' più buio), animo giovanotti che lo spettacolo sta per avere inizio. Non dimenticate di battere i piedi, e dateci dentro con lo sventolio, andiamo ragazzi che stiamo per produrre le nostre imperdibili armonie.
Se vi assale una irrazionale voglia di ballare, battere le mani ed esibirvi in audaci e perigliosi salti sopra le sedie malsicure che ha offerto la Pro Loco di Castellarano, allora perchè esitare? Battete il piede alla maniera dei vichinghi e sventolate le mani come invasati, forza ragazzi che adesso incominciamo.
E sia che la nostra esibizione sia all'altezza dei King Crimson, sia che ricordi gli Skiantos in acido, esprimiamo i nostri migliori auspici che vi divertiate tutti. E quando tornate a casa, date una carezza ai vostri bambini e dite loro "Questa è la carezza dei Modena City Ramblers".
Foto tratta dal concerto di Capodanno a Parma di E&LST (non l'ho fatta io pur avendo fatto splendide istantanee dei New Trolls a Jesi nel 1998), confesso che ero talmente sotto il palco da bearmi della devastante alitosi di Stefano Belisari vulgo Elio.
Dicevano gli Area (e 10 anni dopo Elio e le Storie Tese, guarda te che accoppiata)
So che se fossi pazzo e dopo internato approfitterei di un momento di lucidità Lasciate il mio delirio mio unico martirio che faccia fuori meglio un dottore, sì un dottore. Credo che ci guadagnerei come gli agitati in cella finalmente, lasciato in pace tutto tace.
E dico io, nella mia permanente e frustrante ricerca di una impossibile comunicazione
Ultimamente la televisione italiana è diventata una bolgia infernale dove ne capitano di tutti i colori: fedelissimi di Berlusconi responsabili di reti Rai, Mediaset che compera Endemol (insieme a Ballandi, la principale fornitrice di format, cioè di idee precotte, predigerite e precagate, della Rai) e quindi può aumentare in maniera esponenziale la sua posizione di vantaggio sulla TV di Stato, l'arcaico Biagio Agnes che dalle colonne di Repubblica si permette di chiosare Ah, quand'ero direttore della Rai..., trasmissioni mai partite, cancellate dopo una puntata, film promessi e mai mandati in onda, palinsesti sconquassati all'ultimo secondo (e se sei buono il tuo Mazingavedrai... oppure no, dipende dal funzionario Rai, cantava Renato Zero nei lontani '80, ed era il massimo di satira graffiante che i suoi testi riuscivano a produrre).
Funari torna alla Rai, premettendo M'hanno rubbato undicianni de cariera... So' un po' nervoso... e ti aspetti di vederlo in versione furia devastatrice e invece sembra er Sor Mario dell'Ospizio delle Sorelle della Carità (Nun se aggiti, sor Gianfranco, che dopo suda e ce lascia 'e penne..., e cerchi de fumà er meno possibbile). Fa degli ascolti imbarazzanti ma Del Noce lo farà arrivare fino in fondo perchè al momento non ha altro. Dopo due puntate fa delle scenate da primadonna, cambia l'autore e caccia tutto il cast senza capire che dovrebbe cacciarsi da solo e che con Fabio De Luigi al posto suo lo show raddoppierebbe l'audience. Ma quanta carta bianca gli hanno dato, tutte le cartiere di Fabriano?
Simona Ventura se fosse una dietrologa sosterrebbe che i suoi contorti rapporti con Lele Mora la stanno penalizzando (e in effetti, siccome non si capisce se gli sia ancora amica o l'abbia rinnegato ben prima che il gallo cantasse tre volte, rischia di prender su da entrambe le fazioni). Siccome ha una faccia come un didietro incassa la soppressione del suo orribile Colpo di genio, riedizione in piena degenerazione entropica dei Cervelloni, come un grande giocatore di poker che perde un paio di milioni (di euro) e si consola andando a cena a Portofino, C'è chi può....
Le Sandrelli si prestano a un risaputissimo telefilm Mediaset (mi dicono dalla regia che adesso si chiamano fiction, when fact is fiction and TV reality) dall'orrido titolo Io e mamma che fa già ululare senza aver visto un solo fotogramma, per il quale saranno state anticipatamente pagate ben oltre l'impalpabile spessore artistico della loro recitazione, vengono declassate dal martedì sera alla domenica pomeriggio, Amanda abbozza e Stefania invece affida alla Repubblica una lettera grondante risentimento e implicito livore chiedendosi se c'è ancora spazio in Italia per la TV di qualità.
Ma non fare la candida, ti preferivamo quando facevi la perversona con Tinto Brass, anche se capiamo che per quei personaggi oramai hai un'età che non perdona.... Cosa c'entrate voi con la TV di qualità, fra l'altro.
Ale e Franz, due stimati e bravissimi comici usciti dal marchio doc Zelig vengono ustionati gravemente in una specie di recita parrocchiale fra intossicati di crack, totalmente improvvisata (e lo capirebbe anche Luca Giurato, ma a Mediaset sono talmente ottusi od ottimisti che te lo ricordano ogni 3 minuti con apposite sovrimpressioni) e dopo di loro Luca e Paolo, irresistibili in Camera cafè e strabilianti intrattenitori ne Le Jene, rifanno con criminale pressapochismo (dei soggettisti prima che loro) i mostri sacri Lemmon-Matthau quando al massimo potrebbero rifare Walter Chiari e Carlo Campanini alle prese col sarchiapone.
Ma quando mai i viaggiatori della linea Alessandria-Acqui Terme vivranno più simili emozioni? Erano abituati a un viaggio quanto mai monotono, in cui il massimo imprevisto era una tonante scoreggia del conducente che cambiava momentaneamente il microclima dell'abitacolo, una crisi di panico della signora Veronica indispettita dai lavori in corso perchè aveva l'arrosto di capriolo in forno, due adolescenti reduci alle 11.30 di mattina da un rave-party cominciato due giorni prima che inizialmente pomiciavano in modo selvaggio e poi vomitavano in stile Esorcista sulle teste dei viaggiatori due metri più avanti. Tra la città di Gianni Rivera e Umberto Eco e la ridente cittadina degli Yo Yo Mundi obiettivamente non è solita sdipanarsi una fetta significativa della storia mondiale.
Invece come per magia si sono trovati tutti proiettati in una versione altopadana di Speed, anche se non c'era Keanu Reeves e i poliziotti assomigliavano più a Vito Catozzo Porco il mondo che ciò sotto i piedi che a Poncherello di Chips.
All'inizio le voci erano incontrollate: si tratta di tre nordafricani, no no no di due albanesi e un romeno, anzi di Osama Renato Curcio e Billy the Kid; hanno dirottato l'autobus verso Novara e chiederanno udienza a Oscar Luigi Scalfaro, sono diretti verso Milano e vogliono trasformare il Duomo in una moschea, sono diretti a Milano e vogliono trasformare il Castello Sforzesco in una rivendita di Kebab, vogliono sostituire tutta la polenta taragna col couscous; sono i Police in incognito che tentano una campagna pubblicitaria iper-realista, sono Emerson Lake and Palmer ciucchi duri di barolo chinato; vogliono radere al suolo Gardaland; vogliono distruggere le favole dei nonni che hanno fatto una Venezia per noi.
Alla fine la realtà è abbastanza inferiore ai primi ricami di agenzia: si tratta di tre albanesi arrivati in Italia irresistibilmente attratti dall'immagine che mandiamo oltre l'Adriatico (e per chi è pratico di parabole non solo evangeliche, in tutto il mondo) del nostro tenore di vita: un paese di valentinirossi che vincono scaccolandosi e facendosi la manicure durante la gara, e alla fine invece di crollare esausti fanno simpatici siparietti con quattro avvinazzati clienti della Polleria Osvaldo; di giovani manager perennemente abbronzati e integralmente firmati che (senza tirare mai fuori un soldo, perchè in realtà non ne hanno) passano da un locale all'altro e da un paio di cosce a un altro paio di cosce, sempre munificamente ad angolo piatto a loro esclusivo beneficio e ludibrio; di trasmissioni in cui il ragazzo della porta accanto, al modico costo di mangiarsi uno scorpione vivo e cavalcare un toro Miura infuriato, può diventare una star televisiva; di cantanti, mangioni papponi sbafatori & mangiapane a ufo; di capitanventosa e bobivieri, di valeristaffelli e simoneventure, di pupe che passano per intelligenti e secchioni XXL che rubano il soghetto a Rocco Siffredi.
Ora, quale transadriatico devastato, lui e i suoi genitori e magari nonni, da quarantanni di socialismo reale (bello, allora anche quello che capita in Vaticano e in molte Curie andrebbe chiamato "cristianesimo reale" che c'entra col Vangelo come il Partito Comunista Albanese c'entrava con Das Kapital) e quindicianni di sedicente economia di mercato senza industrie e senza settore privato; quale di costoro verrebbe in Italia per lavorare?
Ma vivaddio, a lavorare si va in Svizzera, dove hanno solo Guglielmo Tell, l'orologio a cucù e del gran cioccolato; in Germania dove piove sempre e ci si nutre di minchie di cane; in Inghilterra dove sono tutti pallidi e malaticci e amano stare in coda ore e ore più o meno come a Durazzo.
In Italia si viene per fare soldi, pochi maledetti e subito. Se ci si riesce si mette su famiglia, si diventa tifosi del Milan e si comincia a votare per Forza Italia, se sei biondo magari salti già alla Lega. Se non ci si riesce, non ti poni il problema che milioni di tuoi coetanei italiani sono in casa con la mamma e il papà senza potersi sposare (a proposito di crisi della famiglia... molti politici di destra sono tanto ricchi che se ne possono permettere due o tre, bisogna capirli...) e nemmeno convivere, inculati da lavoretti a progetto (dove l'unico progetto è pagarli poco e non rimborsargli nessuna spesa). No. Cominci a inveire contro l'Italia che non ti dà casa, non ti dà lavoro, non ti dà tranquillità economica, perdi il lavoro perchè sniffi come un bracco ma sagacemente inverti l'ordine dei fattori e sostieni che hai cominciato a sniffare perchè hai perso il lavoro.
Ma nessun italiano sano di mente se la prende con te, Armand Albrahimi, che quando il cane Jago ti ha scovato in un canneto non hai neanche tentato di scappare da quanto non ne potevi più della figura di merda che avevate fatto. Nè con te, Ali Muka, che sparavi alla John Wayne ma ti sei fermato disciplinatamente a fare benzina e a pagare il pedaggio al casello, tutto coi tuoi soldi (speravi di rifarti coi cellulari nel frattempo prelevati) e hai fatto scendere quattro signore che si sentivano male (forse apostrofandole con galanteria da slavo del sud "Belle signore, scusa me per tutto casino fatto e passa buona giornata"). Forse ce la prendiamo con la contraddizione di essere il sesto paese industriale al mondo, di non goderne alcun vantaggio ma di patirne tutti gli effetti negativi, fra i quali ospitare un esercito di disperati dai 4 continenti (l'Oceania in effetti latita) che aspettano dal Paese dei Campanelli tutte le risposte e tutte le soluzioni, quando neanche noi che qui ci siamo nati e cresciuti riusciamo a trovarne anche solo mezza. O forse col destino cinico e baro? Saperlo, saperlo....
Piersilvio Berlusconi annuncia col suo solito piglio da liceale in gita che Mediaset ha acquisito la Endemol. Si tratta di un'operazione finanziaria che sposta qualcosa come 2,6 miliardi di euro, più o meno il PIL del Lussemburgo o i soldi spesi da Moratti per arrivare a vincere due scudetti virtuali. Si tratta di 5.200 miliardi circa del vecchio conio.
In realtà nell'acquisizione (o enosizione, come la chiamerebbe un mio vecchio amico che usa l'acqua solo per lavarsi, alla John Wayne, che spero mi legga) funziona il solito perverso sistema di scatole cinesi per cui in cordata con altri due soggetti la famiglia Berlusconi metterà le mani sul 33% del 75% di Endemol, ma per una applicazione della relatività allargata di Einstein con questo 25% Silvio potrà esercitare lo ius primae noctis su tutte le impiegate, Piersilvio potrà usare il direttore generale come caddy sui campi di golf e Marina avrà accesso gratis al salone di bellezza.
Oltre a questi vantaggi privati, in un complesso Risiko, Mediaset potrà usare Endemol per trasformare Che tempo che fa in una vera trasmissione di meteorologia (il povero Fazio si chiede in quale romanzo di Philip Dick sia capitato da una decina di giorni a questa parte), Affari tuoi in una trasmissione di economia (con Insinna retrocesso da presentatore a intervistato come "deficiente da bar" che confonde il PIL con l'I-POD), Le invasioni barbariche in una serie su Vercingetorige interpretato da Maurizio Milani senza bisogno di trucco, mentre renderà sempre più nazionalpopolari trasmissioni come Il grande fratello(che l'anno prossimo prevederà il televoto su qualsiasi diatriba della casa, es. Jessica ha pestato un piede al Trucidone, lo ha fatto apposta o è una triste fatalità per chi porta il 49 di scarpe e forse è un travestito?), Chi vuol esser milionario? (con Jerry Scotti che tutte le settimane getterà veri pacchi di banconote nelle piazze italiane scatenando allegri parapiglia con morti e feriti), La pupa e il secchione (che andrà in onda in quarta serata e prevederà premi in natura di intuibile specie per i secchioni, o si tratterà di punizioni per le pupe più ignoranti?). Insomma, secondo le regole del fair play interaziendale, non ruberà le trasmissioni della Rai o di La7 che fanno capo a Endemol ma vedrà di renderle molto valide sul piano culturale (e quindi dagli ascolti impalpabili).
E intanto quel diavolo di un Silvio (che per una elementare questione di conflitti di interessi dovrebbe astenersi da qualunque commento, come avverrebbe in tutti gli altri paesi della CEE e del Commonwealth, ma invece parla e straparla senza che nessuno lo sanzioni) dopo aver subito due-tre mesi fa una pesante sfiducia dal mercato borsistico prima compra Ronaldo, poi minaccia di comprare Telecom, poi con aria noncurante compra Endemol e domani ha deciso di comprare due tonnellate di caviale così, perchè gli tira il culo, anche se il consumo suo e della sua enorme famiglia per i prossimi 12 anni non supererà i 50 chili. Dopodomani comprerà tutti i terzini di fascia sinistra del campionato olandese subendo una reprimenda dalla UEFA che lui bollerà come "un notorio covo di bolscevici". Poi perfezionerà l'acquisto degli U2 e li manderà a suonare al compleanno dei nipotini (resterà epica una versione jungle de Le tagliatelle di Nonna Pina che diventerà ovviamente Grandma Eunice's kidney pie).
Poi assumerà Funari e gli darà un programma su Melbourne Network (che nel frattempo avrà provveduto a comprare).
Infine si comprerà da solo e si spedirà su Giove dove provvederà a cambiare lo stato del pianeta da semigassoso a solido, per poter costruire quartieri dall'edilizia postmoderna particolarmente adatti a quel contesto alieno.
Sulla tolda di Apocalypse show ormai sono rimasti Funari, sua moglie, il buon Cesareo che ricordiamo chitarrista-fantasista con Paolo Rossi e che qui dirige l'orchestra che sembra Peppe Vessicchio. Parassole, De Luigi e l'Ortega sono scomparsi nelle brume padane, anche i testi kantiani di Cugia sembrano scomparsi nel nulla.
Mediaset, dopo aver temuto un'epica sconfitta, ritira fuori le corna (nel senso della chiocciola dopo il paventato temporale) e per questa terza puntata fa una controprogrammazione che più perfida non si può, aggiungendo ai saltimbanchi veri e virtuali della Corrida due film di sicuro appeal: Basic Istinct e The Mask 2, dove non c'è Jim Carrey ma quanti lo sanno?
Se vogliamo dirla tutta, la Rai passa il momento peggiore degli ultimi 10 anni. Insomma, la puntata comincia con tutti gli auspici per una escalation del flop, una radicalizzazione del fiasco, una diarrea di telespettatori in fuga verso altre emittenti o verso un sano sabato di ecstasy, gin tonic e sesso mercenario.
A l'è brisa vera che an gh'era mia l'etra sira. L'ero drè a sunè e' contrabass ent' l'orchestra, m'aviv brisa vest?
Funari esordisce dicendo che farà tutto quello che gli passa per la testa, fa praticamente tutta la puntata con una sigaretta (spenta) in mano, scatarra impietosamente facendo sperare Del Noce nella crisi cardiorespiratoria in diretta, a metà di una svogliata intervista (che fa sembrare Fazio un premio Pulitzer) al grande Gerard Depardieu dichiara che non vede l'ora che finisca perchè vole annà a fumà, quasi pomicia in diretta la Falchi definendola una "grande professionista" (al bar con gli amici sicuramente manterrà l'aggettivo ma cambierà drasticamente il sostantivo), fa quasi incazzare Milva ricordandole che ha una lunga e venerabile carriera alle spalle mentre lei fa capire che Faletti le fa ancora sangue (e non è detto che non se lo sia fatto). Umilia il povero compitissimo Marco Ferradini dicendogli in sostanza che oltre Teorema non ha mai scritto nulla di notevole (un po' ingiusto, c'era anche l'inno ecologico-antifemminista Che bel weekend abbiam passato in montagna senza le donne senza la TV che canticchiano tutti i garzoni di fornaio). Incontra Gato Barbieri (un po' fuori forma e con qualche nota cannata come se fosse un transfuga della concorrenza Mediaset) e invece di parlare della sua musica parla di Ultimo tango a Parigi; si fa benedire in diretta da Monsignor Tonini e, dulcis in fundo, tratta il mio amatissimo Gigi d'Alessio, che sapete come per me sia l'archetipo del cantautore italiano, meglio di Depardieu e Tonini messi insieme perchè si sa che Gigi gli leccherà le aree sfinteriche meglio di quanto fece Dalla (a pensarci, che cognome da puttana...) alla prima puntata.
Insomma, stravolge il programma togliendo anche le poche cose di classe che vi albergavano.
Il duetto con la moglie è da teatrino parrocchiale di Centocelle; i monologhi grondano retorica e confusione; ogni 20 minuti si scorda che deve da fà e puro 'ndo sta; delle interviste abbiamo già detto, forse se la sarebbe cavata meglio perfino Giurato.
Che abbia capito che la sconfitta è ormai inevitabile, e così la cancellazione del programma, e voglia andarsene come dice lui? Si suiciderà in diretta? (sempre se ci sarà una prossima puntata).
Nella diatriba sorta fra Antonio Ricci, Daniele Luttazzi e Fabio Fazio io condanno Antonio Ricci, assolvo Fabio Fazio e dichiaro il non luogo a procedere per Daniele Luttazzi, e vi spiego perchè.
Intanto, per chi non conosce i fatti, guardatevi la solita ormai stucchevole manfrina del pur simpaticissimo Valerio Staffelli (infatti nel mio processo virtuale l'imputato è Antonio Ricci, non lui) che cerca di strumentalizzare il buon (e in questo caso non è un puro modo di dire) Fabio Fazio per compilare un discutibile evento mediatico con consegna dell'immancabile tapiro. Non vi metto neanche il link perchè il filmato è reperibilissimo in rete e inoltre i link di Leonardo si inceppano spesso e volentieri...
L'accorto e cerebralissimo Fazio (che spesso fa l'imbranato per non pagare dazio, ma ha una capacità di stare in televisione superiore alla media) si contrappone al cockerino finto festante (ma in realtà pronto ad azzannarti il polpaccio) Staffelli senza adeguarsi a nessuna delle quattro tipologie che hanno fatto la fortuna di questo tipo di servizio: un silenzio ostinato e quasi metafisico (bravissimo era il compianto Cuccia, meno bravo Buttiglione che tace ma si capisce benissimo che gli scappa da ridere); una reazione sguaiata e violenta magari affidata alla security (come per il Fazio più anziano o un Celentano di qualche anno fa) o gestita in proprio (Del Noce che restituisce il microfono con grinta e simpatica verve, la contessa Serbelloni Mazzanti Lante della Rovere Ripa di Meana che prende a calci nei coglioni Stefano Salvi ....); delle reazioni imbarazzate che spesso confluiscono in atteggiamenti quasi dementi (sottolineati con cattiveria da finte risate); oppure, uno stare al gioco in cui il malcapitato fa buon viso a cattivo gioco, o magari si diverte di suo (vedi l'istrionico Fiorello).
Sceglie piuttosto, colui che ha dato origine a un atteggiamento faziano che, a parte l'assonanza fonetica, è l'esatto opposto dell'atteggiamento fazioso, una paradossale e difficilissima strategia, quella di esserci per non esserci, di accettare di comunicare ma per comunicare sulla comunicazione stessa (metacomunicare, direbbe Bateson). E con garbo e un certo coraggio, lui che ultimamente conduce una piccola trasmissione marginale e da molti ritenuta noiosissima contro il Moloch della gioiosa macchina da intrattenimento Mediaset, stigmatizza un modo di fare televisione che non si sente di condividere. Si scontrano lo spicciolo buonsenso di Staffelli (Ma sior Fazio, non la metta giù così... Lei è un personaggio pubblico e qui siamo su suolo pubblico... Suvvia, cosa ci vuole a rispondere a una semplice domanda?) e gli apparenti bizantinismi di Fazio, innamorato degli anni 70 e che dentro di sè detesta la televisione del 2000, pensando forse alla Funari che la TV è come la cacca, va fatta ma non guardata.
Non tutti ricordano che Striscia la Notizia è l'operazione mediatica più riuscita di Antonio Ricci, che ha per il resto concepito e realizzato trasmissioni di puro intrattenimento, dal geniale Drive-In alle meno epocali Premiatissima, Paperissima, Odiens, Veline e Cultura moderna. Particolare curioso per capire come possano divaricarsi gli itinerari artistici ed esistenziali, un quarto di secolo fa realizzava programmi in Rai con Beppe Grillo. Mi rendo conto che qualcuno di voi stenterà a crederci, quindi verificate il suo curriculum.
Striscia la Notizia usa il giornalismo come Andy Warhol usava la foto di Marylin o la lattina di zuppa Campbell: astraendo l'oggetto dal suo contesto e proiettandolo in un contesto totalmente diverso con grottesco effetto estraniante.
Il fatto che l'inviato più "di peso" sia stato a lungo il Gabibbo (poi Ghione e Laudadio si sono rivelati un po' più bravi) è già sintomatico di quale tipo di giornalismo si tratti: un giornalismo finto d'assalto sotto la rete protettiva del biscione mediatico, una contaminazione fra veline sempre più nude, siparietti comici a volte riuscitissimi altri no, effetti sonori idioti, finte risate da sitcom di periferia e una grottesca parodia del giornalismo come se lo immaginerebbe un sedicenne studente dell'IPSIA.
Quanto prende quel poveraccio che deve travestirsi da Capitan Ventosa per superare lo choc di un travestimento così umiliante (o è tanto abituato a sentirsi dire "Sei un cesso" da averci fatto il callo?). E cosa racconta la sera ai figli? E perchè costringere un forbito giocoliere del lessico come il goldoniano Moreno Morello ad esibirsi in inseguimenti alla Bruno Corbucci che ne minano l'integrità coronarica?
La consegna del Tapiro non ha nulla di giornalistico, e il simpaticissimo Staffelli è un quarantenne molto agile fisicamente ma quasi nullo sul piano dialettico, se avessero preso Taricone lui sarebbe finito a fare le televendite su Telemarket Lombardia. Ha ragione Fazio ad equipararla ad una aggressione, e non condivido chi sostiene che un personaggio pubblico deve sopportare queste "aggressioni" col sorriso sulle labbra. La tirata di Fazio in difesa di una TV pensata e non urlata poteva farla anche Del Noce a suo tempo, inseguito (lui sì) fin dentro un ristorante da uno Staffelli in debito d'ossigeno, nobilitato e valorizzato dalla microfonata ricevuta mentre la reazione composta di Fazio lo faceva sembrare un patetico burattino di regime.
Quanto a Luttazzi, la mia stima per lui è enorme: ciò non toglie che trovi una caduta di stile dettata da un principio di incontrollata gelosia professionale (Quel tontolone di Fabio fa televisione e io che sono infinitamente più intelligente, caustico e piacente di lui no... Gliela devo far pagare in qualunque modo sia possibile...) i suoi attacchi in stile gossipparo-dietrologista contro un collega che fa della sana e onesta televisione della quale credo nessuno debba vergognarsi (oltre al casus belli della raccomandazione di Craxi per non fare il militare c'è una indimostrabile e malevole accusa di mettere un subdolo bavaglio ai suoi comici, laddove a me sembra che Fazio faccia loro da spalla con la stessa bravura di Bisio a Zelig o di un non dimenticato Abatantuono a Colorado Cafè).
E' perfino un po' vile accanirsi con l'inoffensivo Fazio sollevandolo a simbolo della Rai intera (credo che Luttazzi abbia fatto inconsapevolmente uso della figura retorica della sinèddoche, ma forse doveva chiarire meglio che si trattava di una figura retorica). Con tutte le persone che in questi cinque anni gli hanno fatto del male in modo più o meno grave, l'attacco a Fazio mi sembra irrilevante sul piano argomentativo, ma evidentemente irrinunciabile sul piano emozionale.
Resta il non luogo a procedere, perchè la bestialità catodica l'ha fatta Ricci realizzando un finto sgùb come centinaia d'altri (quante volte Mingo, Laudadio e Ghione inseguono poveri cristi, fattorini e uscieri rei solamente di essere dipendenti non responsabili di enti pubblici o ditte malfamate pretendendo dichiarazioni che li ficcherebbero in un mare di guai? Anche questo, sarebbe giornalismo???). O dobbiamo ricordare le trivialità reciproche tra lui e Bonolis che erano arrivate, attraverso un pittoresco itinerario regressivo, al livello di una baruffa tra bambini dell'asilo che si erano assaggiati a vicenda le merendine? Direi di no...
Sparare su un settantenne a cui stanno saltando i lifting reali e virtuali, schifato dagli alleati, bacchettato dalla moglie, con le sue aziende in crisi di utile economico e di credibilità, ormai è diventato talmente facile che so che non dovrei farlo, ma è come la sigaretta del fumatore ed il bicchierino dell'alcolista: viene consumato automaticamente e compulsivamente anche se non solo non serve a nulla ma potrebbe plausibilmente essere molto dannoso.
Insomma, non resisto!!!
E' assolutamente evidente che sono diversi anni ormai che Silvio Berlusconi ha omesso l'abitudine di collegare il cervello prima di parlare: un po' per l'incedere incalzante e l'inarrestabile avanzata della demenza senile, ancor di più per il vissuto di sè superomistico e onnipotente, ormai Silvio fa e dice quello che gli pare, ricordando il riuscito tormentone del comico Rocco Barbaro a Colorado Cafè.
Cossiga e Regan, almeno, prima di abbandonarsi alle gioie della demenza avevano abbandonato le responsabilità istituzionali; Silvio no. La politica lo ha decisamente stufato, essendo stato l'unico campo in cui sia sceso dove le sconfitte sono fioccate copiose (vi ricordo, sagaci lettori, che la Casa della Libertà ha perso talmente tante elezioni dal 2001 ad oggi che se questa incidenza di sconfitte fosse capitata al Milan Ancelotti sarebbe a coltivare i campi dalle parti di Fornovo Taro e Galliani sarebbe tornato alla sua antica attività di antennista), ma non può abbandonare. Punto primo non vuole darla vinta ai comunisti, e punto secondo (come dire?) il suo pool di avvocati gli fa capire che l'immunità parlamentare potrebbe servire ancora per qualche anno.
Certamente, dare dei malati di mente agli elettori siciliani (per giunta trovandosi in loco) è qualcosa che, con un servizio di security personale meno efficiente, potrebbe pregiudicare un sano e tranquillo ritorno a casa.
Eppure Berlusconi dovrebbe stare tranquillo: chiunque nel 2001 avesse avuto l'opportunità di chiacchierare con un buon numero di siciliani, magari trovandosi per lavoro a Palermo, si sarebbe sentito dire "Che coooosa? Votare Berlusconi? Ma piuttosto sparare ci facciamo. Quell'uomo lì prende per il cl la Sicilia e tutto il Sud e fa solo gli interessi del Nord.". Risultato: vittoria in 61 collegi elettorali su 61 nella più ridente isola che la geografia mondiale conosca.
Allora, qualunque politico tranquillo del sistema di potere che ha saputo costruire (o, per esprimersi in modo più realistico, del quale ha saputo far parte) in Sicilia, dovrebbe evitare battute antipatiche e un po' pericolose vista la nota suscettibilità degli indigeni.
Così come un uomo di stato dovrebbe evitare di dare del "kapò" a un europarlamentare di diverso schieramento, dei "turisti della democrazia" all'Europarlamento nel suo complesso (a meno che non voglia ispirarsi alle modalità con cui Benito Mussolini si rivolse al Parlamento italiano dopo l'assassinio di Matteotti).
Ma Silvio palesemente aborrisce le studiate strategie di D'Alema, le laboriose alchimie dialettiche di Fassino, le laconicità di Prodi e il suo cardinalizio "dire e non diire", lui è piombato con gioiosa tracotanza sulla scena politica ispirandosi al pupazzo Provolino che nei primi anni 70 si presentava urlacchiando "Boccaccia mia statti zitta!" e la cui filosofia comunicativa era "dico pane al pane e vino al vino, tanto sono solo un pupazzo!".
Sono già disgustato dall'intera vicenda mediatica, e temo che siamo solo agli inizi e dovremo vederne ancora delle belle, o per meglio dire delle bruttissime.
Non alludo alla vicenda in sè e per sè dell'asilo di Rignano, dove sembra (e il dubbio è di rigore in un paese garantista e si spera civile come il nostro) che una ventina di bambini siano stati abusati, coinvolti in mostruosi role-playing a sfondo satanico e, come dire, leggerissimamente distolti dalle attività didattiche proprie di, e consone a, una Scuola materna.
Alludo ai vespamenti e ai mentanamenti che, ormai spremuta come un limone e sfruttata come un servo della gleba la sgradevole signora Franzoni, adesso ronzano indefessi intorno alla nuova raccolta di polline, alla vicenda abietta il giusto, efferata il giusto, misteriosa abbastanza da dividere l'Italia in innocentisti e colpevolisti e far sentire tutti se non dei Taormina almeno degli Acireale.
Un paesino dell'alto Lazio, ai confini con l'Umbria, è diventato il palcoscenico di una lotta senza esclusione di colpi (in cui alle neolitiche mazze dell'invettiva reciproca pura e semplice si sono opportunamente sostituite le spade-laser stile Star Wars fornite dai palinsesti TV): genitori dei bambini contro parenti, amici o semplici supporters delle maestre sospettate di tanto atroce misfatto.
Ed è per l'ennesima volta vero che la televisione corrompe i linguaggi, distorce i messaggi, l'amplificazione traduce il valzer in heavy metal e il tango in punk, la dialettica diventa aggressione e il civile confronto non porta audience alcuno.
Con delizia somma di chi lucra ed eiacula su un punto percentuale di share in più rispetto agli odiati rivali, si stanno contrapponendo mediaticamente il (pur comprensibile) isterismo di genitori spaventati, incazzati neri e in stato postconfusionale che indagano a modo loro (con strumenti diagnostici a dir poco rudimentali e strategie inquisitorie più alla Torquemada che alla Perry Mason), e la tracotanza strafottente degli innocentisti che portano, anche loro, argomenti di una trivialità e di una inconsistenza totali. Analizziamone almeno due:
Ma come mai i bambini hanno taciuto tanto a lungo? Se erano spaventati dovevano subito chiedere aiuto ai loro genitori... Mai sentito parlare di elaborazione del trauma (difficile come quella del lutto), di quella rete di vergogne, confusione, conflitti di lealtà che in bambini così piccoli e così poco preparati a fronteggiare il nostro mondo marcio (talmente marcio che un rapper di mrd si autoattribuisce quel nome e vende uno sbardavello di CD) li mette in condizione di tacere e di star silenziosamente male piuttosto di chiedere quell'aiuto che a un sereno quarantenne sembra la cosa più facile del mondo?
Ma ce le vedete delle madri di famiglia, quasi nonne, al termine della loro carriera, fare quelle cose innominabili che si attribuiscono loro? E questi qui sono andati a scuola dalla Franzoni che piagnucola costantemente "Una mamma non può uccidere il proprio bambino". L'ultimo dei criminologi vi saprebbe spiegare come e qualmente non esistano limiti alla propensione a delinquere del genere umano, e come la maggior parte dei delitti, una volta spiegati e analizzati, fanno a pugni con la logica cartesiana che è già difficile da applicare alla politica, figuriamoci alla criminologia.
Dietro le due fazioni in lotta, operano da una parte giudici che confondono il concetto di "grave indizio" con quello di "prova", e avvocati che confondono il concetto di "grave indizio" con quello di "calunnie infamanti, suscettibili di controquerela".
Le maestre devono fronteggiare forti indizi a carico, ed esistendo la seria possibilità che possano reiterare il reato che il gip sospetta abbiano commesso, o possano inquinare le prove, la legge italiana prevede come misura d'ufficio la carcerazione preventiva. Decine di migliaia di innocenti l'hanno patita, così come centinaia di migliaia di colpevoli accertati dopo sei mesi di carcere sono in giro per l'Italia a scontare la loro pena in comunità di recupero dove coltivano olive e fanno gruppi di autocoscienza. La giustizia italiana è questa, spesso imbarazzante e sicuramente non all'altezza del compito, ma mi rifiuto di credere che ci sia uno speciale accanimento contro le maestre incriminate. Io se mai mi scandalizzo quando vedo serenamente a piede libero conclamati spacciatori, incalliti rapinatori, inveterati maniaci sessuali. Nella impossibile ricerca del punto archimedeo di equilibrio fra troppo rigore e troppo lassismo, il secondo mi spaventa e mi disorienta più del primo.
Se risulteranno innocenti, zio Mentana e don Vespa, ma forse anche i meno share-oriented Santoro e Lerner, daranno loro sicuramente una tribuna dalla quale:
dire civilmente le proprie ragioni ristabilendo la verità (qualora sappiano fare appello alla saggezza che il proprio status e la propria maturità anagrafica dovrebbero far pensare)
oppure vendicarsi acrimoniosamente dello Stato, del gip, dei genitori isterici e arroganti (che non hanno capito che era stato lo zio Pino di Roma, che poi aveva ipnotizzato tutti e venti i pargoletti con l'induzione post-ipnotica "Date a colpa a 'e maestre")e ovviamente dello zio Pino stesso.
Accanimento contro i deboli, e scandalosa indulgenza verso i forti (leggi: totale silenzio per la condizione di "pubblici concubini" di Casini, Berlusconi e diversi altri esponenti del centrodestra, i quali dovrebbero essere se non scomunicati almeno esclusi dai sacramenti ed emarginati dalla comunità cattolica).
Andrea Rivera, oscuro street-singer (o meglio sonatore de strada viste le sue origini trasteverine), si esibisce in alcune battute un po' improvvide, di quelle che la regina Victoria d'Inghilterra raggelava con le austere parole "We Are Not Amused", cosa che anche il Vaticano avrebbe potuto fare, con aplomb britannico.
Ma al Vaticano l'aplomb britannico non sanno neanche dove sta di casa, e alberga evidentemente più l'iperbole cialtronesca neolatina, e quindi il povero Andrea Rivera è stato gratificato della grave, greve, grintosa, grossolana, grottesca accusa di "terrorismo". Nota bene, mio esimio lettore, il sostantivo "terrorismo" non è stato neppure corredato e modulato da aggettivi quali "culturale", "virtuale", "simbolico", "involontario", "occasionale", "probabile" o quant'altro.
No!!!!
La Santa Sede ritiene idoneo usare il sostantivo di "terrorismo" tout court.
Proprio loro che, sotto la gestione Ratzinger, stanno facendo delle plateali prove generali di teocrazia, si scagliano pesantemente contro omosessuali e conviventi (purchè non parlamentari strategicamente intoccabili), ricattano e condizionano i parlamentari cattolici come neanche Pio XII avrebbe osato fare; proprio loro fanno la parte del debole agnello aggredito da un feroce leone assetato di sangue con le zanne dirette alla giugulare della vittima. Ma andiamo, prelati cardinali segretari particolari papi arcipapi e antipapi, non vi sembra di esagerare un pelino?
Vi lascio quindi una favoletta scritta da Fedro (non quello del Grande Fratello), un contemporaneo di Gesù Cristo (se non sapete chi è dopo ve lo spiego): è stata scritta quasi duemila anni fa ma sembra fatta apposta per voi.
Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, vanno allo stesso ruscello.
Il lupo sta più in alto e, un po' più lontano, in basso, l'agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cerca una causa di litigio.
"Perché - dice - mi hai fatto diventare torbida l'acqua che sto bevendo?
E l'agnello, tremando:
"Coma posso - dice - fare quello che lamenti, lupo? L'acqua scorre da te alle mie sorsate!"
Quello, respinto dalla forza della verità:
"Sei mesi fa - aggiunge - hai parlato male di me!"
Risponde l'agnello:
"Ma veramente... non ero ancora nato!"
"Per Ercole! Tuo padre - dice - ha parlato male di me!"
E così, lo afferra e lo uccide dandogli una morte ingiusta.
Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.
Che il Signore vi benedica, sempre qualora lo ritenga opportuno.
MILANO, 2 maggio 2007 - Dispiaciuto, ma già pronto a rialzare la testa. Sir Alex Ferguson accetta la netta sconfitta del Manchester Utd a San Siro, ma pensa al futuro: "Dobbiamo reagire subito - sono le parole del tecnico scozzese -, la delusione va digerita in fretta perché c'è una Premier League che ci aspetta e dobbiamo assolutamente vincerla".
APPLAUSI AGLI AVVERSARI - La sfida col Chelsea per il titolo di campione d'Inghilterra rappresenta il prossimo obiettivo dei Red Devils, ma intanto c'è da analizzare il tracollo di Milano. E Ferguson non cerca alibi: "Ci siamo arresi di fronte a una performance fantastica. Il Milan era fisicamente molto più presente di noi, siamo stati sorpresi dal loro pressing che è iniziato fin dal primo minuto". Quando gli viene chiesto cosa sia mancato al Manchester Utd per competere alla pari col Milan, la risposta è chiara e secca: "Esperienza. Ci è mancata l'esperienza di giocatori come Seedorf. Lui ha giocato una gara straordinaria".
IL DUELLO - Tributate le lodi al centrocampista olandese, Ferguson si concentra su Kakà: "I suoi movimenti e il suo ritmo ci hanno mandato in crisi". Meglio del Ronaldo in maglia United: "Cristiano è stato effettivamente un po' deludente, ma il cartellino giallo che gli è stato mostrato era del tutto inventato". Una parola su Vidic: "Era al rientro dopo un lungo infortunio, non gli si poteva chiedere di più". E una sulla finale di Champions tra Liverpool e Milan: "Difficile dire chi vincerà. Ma il Milan ha dimostrato di saper preparare benissimo i grandi appuntamenti. Complimenti ad Ancelotti".
Che eccezionale lezione di sportività e fair play? E a parti invertite come sarebbero andate le cose?
MILANO, 2 maggio 2007 - Dispiaciuto, ma già pronto ad allontanare l'amaro calice della colpa da sè. Tortellone Ancelotti prende atto della netta sconfitta del Milan, e se ne sbatte i coglioni del futuro perchè sapeva benissimo che solo una vittoria in Champions poteva evitargli un dorato esilio nel suo rustico ristrutturato di Felegara: "Dobbiamo reagire subito - sono le parole del tecnico parmigiano-reggiano - la delusione va digerita in fretta perché c'è una Serie A che ci aspetta e dobbiamo assolutamente far fare a Ronaldo un certo numero di gol perchè quando non segna tenta di sodomizzare Gilardino negli spogliatoi".
APPLAUSI AGLI AVVERSARI - La sfida col Palermo per l'ultima poltrona utile per un rognoso preliminare di Champions a fine agosto a Riga o Rovaniemi rappresenta il prossimo obiettivo dei Diavoli Rossoneri, ma intanto c'è da analizzare il tracollo di Milano. E Ancelotti non è parco di alibi: "Ci siamo arresi di fronte a una squadra che merita tutto il nostro rispetto, non la scopro certo io, ma non mi sembrava decisamente superiore a noi. Quando Ronaldo ha fatto un cucchiaio a Dida andava espulso per delitto di lesa maestà, mentre sul 2-0 di Rooney c'erano sedici giocatori inglesi in fuorigioco e il loro massaggiatore che si stava infilando le dita nel naso. Il Milan era fisicamente molto più presente di loro, ma siamo stati sorpresi dal fatto che pur essendo in vantaggio di un gol ci abbiano attaccato fin dal primo minuto. Mai visto niente di simile in trent'anni di calcio ai massimi livelli...".
Quando gli viene chiesto cosa sia mancato al Milan per competere alla pari col Manchester, la risposta è chiara e secca: "Centomila sterline da versare all'arbitro su un conto segreto zurighese".
IL DUELLO - Tributate le lodi a Cristiano Ronaldo, Ancelotti si concentra su Kakà: "Merita il Pallone d'Oro, Matarrese ha già inviato un bonifico di un milione di euro a France Football. Spero che la sua prestazione leggerissimamente sottotono di stasera non pregiudichi la sua sacrosanta vittoria." . Meglio del Ronaldo in maglia United? "Cristiano è stato effettivamente abbastanza bravino, ma paragonarlo a Kakà è un illecito penale punibile con la sospensione dell'abbonamento a Sky". Una parola su Collovati. "Era al rientro dopo un lungo periodo di inattività, non gli si poteva chiedere di più". E una sulla finale di Champions tra Liverpool e Manchester: "Difficile dire chi vincerà. Ma dovendomi sbilanciare vince il Liverpool 18 a 0".
Gentile pubblico cattolico e non Sono dispiaciuto per le polemiche nate a causa del mio intervento sul palco del 1 maggio, in relazione al Vaticano e al Santo Padre, ma non era mia intenzione offendere alcuna persona o religione. Ho voluto riproporre, con personale ironia, come ho fatto con altri temi importanti, che nessuno dei miei detrattori ha ricordato ( diritti dei disabili, morti bianche, sfruttamento della prostituzione minorile, licenziamenti, stragi del sabato sera, lavoro di Don Ciotti ) problematiche sempre esistenti nel nostro bel paese e mai risolte. Io credo nella Chiesa di S. Francesco, egli stesso critico e per questo osteggiato dai poteri forti dell’ epoca. Io credo nei preti che combattono il degrado delle periferie, nei preti antimafia, nei missionari che rischiano la vita per renderla migliore agli altri, ma credo anche nella libertà di coscienza che un uomo di fede deve mantenere all’interno della Chiesa stessa. La mia satira vuole invitare a riflettere e non certo a creare un clima di odio e istigazione inutile e pericolosa come alcune trasmissioni giornalmente fanno, penso alle litigate in tv sul calcio, a al caso Cogne ripetuto ad libitum per il pasto giornaliero di violenza imposto alla massa.
Se alcune battute,peraltro concordate con gli autori del Primo Maggio, sono state ritenute fuori luogo allora anche l’articolo 21 (Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.) è da ritenersi fuori luogo nella nostra Costituzione
Con sincerità Andrea Rivera
(Materiale riprodotto senza minimamente essermi sognato di chiedere l'autorizzazione all'autore, che spero lo consideri di pubblico dominio e diffusione)
Ma cosa ha detto Andrea Rivera di così sconvolgente da scatenare un vespaio di polemiche (per usare una trita espressione alla Michele Cucuzza che comunque rende l'idea)?
E soprattutto, perchè ad ogni concerto del primo maggio devono esserci polemiche così feroci ed esagerate? Dall'ostracismo definitivo ad ogni ordine e grado di programma TV al gruppo marchigiano dei Gang (a Filottrano hanno poco peso politico, si vede); ad anni di sospensione a Elio e le Storie Tese, a Piero Pelù e a Daniele Silvestri, poi riabilitati, tutti colpevoli di essere usciti dal loro ruolo di fantocci del rock'n'roll che devono limitarsi a urlare Ciao Roma!!! fra un pezzo e l'altro, e giammai fare considerazioni su cosa significa festeggiare il primo maggio nella nostra repubblica delle banane; al fuoco spietato contro Claudio Bisio reo di aver recitato il poetico monologo pseudogaberiano I bambini sono di sinistra, alla grottesca censura preventiva che aveva imposto la differita di un quarto d'ora (con Caparezza che, zappianamente, aveva indicato al funzionario Rai da dove poteva cominciare a tagliare il suo intervento mimando le forbici con l'indice e il medio).
Andrea Rivera è un artista di strada un po' Woody Guthrie, un po' Lenny Bruce e un po' Pasquino, un cantastorie postmoderno che al posto di accompagnarsi con composti arpeggi di liuto preferisce approssimativi giri chitarristici rock-blues. Scoperto e lanciato da quella misconosciuta talent-scoutessa che è Serena Dandini (una Renzo Arbore un po' più femminile e un po' più di sinistra), ha imperversato nelle terze serate di Rai 3 prendendo confidenza col mezzo televisivo.
Nella diretta-fiume del primo maggio ha cercato di sedurre la Gerini sotto gli occhi del legittimo fidanzato Zampaglione dei Tiromancino, si è esibito in taglienti talking blues all'amatriciana e ha lasciato intuire di avere come modello più Gigi Proietti di Bob Dylan. Saremmo degli adulatori ammalati di piaggeria se considerassimo storici e irrinunciabili i suoi spazi satirici. Ma una battuta come "Il Papa fa bene a dire che non crede nell'evoluzionismo, infatti la chiesa non si è mai evoluta" può non far ridere, ma non credo che possa essere considerata un pericoloso affronto al Vaticano. E quando poi Rivera, in tono non satirico, critica il Vaticano per essersi opposto ai funerali religiosi a Giorgio Welby, esprime un'opinione condivisa da larga parte dell'opinione pubblica italiana.
E allora?
Ci stiamo avviando ad un regime teocratico in cui Rivera rischia la lapidazione da parte di integralisti cattolici? Verrà emessa una fatwa che sancirà irreparabilmente l'allontanamento di Rivera dalla divina sharia? Ma soprattutto, è mai possibile che esponenti sindacali che dovrebbero essere di provato laicismo si esibiscano in spudorate difese d'ufficio del Vaticano? E nessuno che abbia l'ardire di esibirsi in pudiche difese d'ufficio della libertà d'opinione, specie quando non risulta espressa in termini realmente lesivi della sensibilità di un cattolico non del tutto ottuso?
O le minacce contro Mons. Bagnasco hanno drogato talmente tanto il dibattito che nessuno osa essere anche lontanamente sospettato di posizioni antivaticane? Ma questa è una riedizione della caccia alle streghe che costrinse Charlie Chaplin a mandare a fanculo l'America. E' a questi scenari che punta il barcollante transatlantico-Italia del terzo millennio?
L'apparentemente naif Rivera sapeva che dal palco di Piazza San Giovanni i messaggi subiscono delle modulazioni diverse che dal limitato palcoscenico dei programmi di nicchia della Dandini? Perchè forse Rivera conosce i grovigli della comunicazione umana appena meno bene di me, e non sa che un messaggio viene pesantemente qualificato dal suo contesto. Eppure, prima di interessarmi di lui, avevo dedicato ben tre posts al funambolo Funari, che in prima serata Rai aveva completamente modificato il suo modo di comunicare appalesandosi come un imbolsito leone che aveva abbandonato la savana optando per la gabbia di uno zoo. Solo per capire che stava meglio nella savana, visto che due persone su 3 preferivano andare ad offrire noccioline a quelle simpaticone delle scimmiette.
Tempestati entrambi di critiche maligne e impietose, l'uno per essersi comportato come se fosse di fronte a 200 trasteverini compiacenti, l'altro per essersi fatto condizionare in modo eccessivo. Il povero Rivera ha osato laddove non poteva e non doveva. Il patetico Funari non ha osato laddove tutti si aspettavano che lo facesse. L'uno e l'altro rei di non aver "letto" correttamente il loro ruolo all'interno dell'evento. Ed entrambi intrinsecamente deboli e quindi ricattabili e sbertucciabili. Questa è la televisione (e forse la società?) di oggi.
La montagna mediatica, invece di partorire una ragguardevole aggressiva pantegana, ha (come spesso succede) partorito uno spaurito sorcetto che, dopo qualche conato di trasmissione alternativa, si è timidamente e conformisticamente adeguato agli stilemi del sabato sera, con tanto di balletti stile Canzonissima e addirittura la riesumazione di un "allegro ritornello" vecchio di 45 anni, ospiti che (grati della pubblicità che veniva loro data) si esibivano in penose varianti sul "complimenti per la trasmissione" già messo in berlina da Frassica ai tempi gloriosi di Indietro tutta!, testi preconfezionati (pur buoni se non ottimi) nei quali il vecchio leone Funari percorreva nervosamente la gabbia sognando invano la savana. Il problema, buon Gianfranco, è che allo zoo ti vedono in molti di più (ma non abbastanza da evitare un pauroso flop con un 17% contro il 34% della onestamente parrocchiale Corrida di Jerry Scotti, che pure è un tuo sincero ammiratore) mentre nella savana fai ascolti da prefisso telefonico.
Sto parlando ovviamente dell'evento mediatico di questa altalenante primavera, Apocalypse show del letteralmente redivivo Gianfranco Funari, che nel 2005 si dà praticamente già per defunto in diretta televisiva e nel 2007 approda al varietà di Rai 1.
E' qui che Funari ha mostrato la sua natura di duro forse e puro non si sa, sostanzialmente mi dà l'impressione di aver scambiato l'onore e vanto di raggiungere la prima serata di Rai Uno (con tanto di spot in cui parafrasava lo zio matto di Amarcord) con la totale rinuncia alle sue intemperanze e oserei dire incontinenze verbali. Sicuramente non ha il carisma di Celentano o Benigni, che vanno in TV a dire tutto quello che vogliono senza pagare mai pegno, nè l'incoscienza di Rossi, Luttazzi, Milani e i fratelli Guzzanti, che pegno l'han pagato o lo stanno ancora pagando, nè la professionalità austera di Biagi o movimentata di Santoro. Il mio amico Osvaldo Contenti lo definisce imbonitore-funambolo, solo che sabato scorso non è stato nè l'uno nè l'altro (e quando è andato un po' a braccio si è esibito in patetici e quasi imbarazzanti ricordi di una Roma prebellica che andavano bene davanti a un fiaschetto di vino dei colli e un piatto fumante di rigatoni co la pajata, piatto coprofagico adatto al personaggio).
A la fin d'la fera (lui usa il suo dialetto e allora anch'io uso il mio) l'astuto Del Noce e Funari in versione Celestino V (che per viltade fece il gran rifiuto, abdicando al suo stile ruspante ma efficace a vantaggio di un rassicurante stile di burbero benefico riadattato alle famigliole tanto care a Del Noce) hanno sparso fiumi di miele melassa e guttalax su questa nuova avventura.
Del Noce: "Sono molto soddisfatto, perché è un varietà innovativo, di contenuti e che fa pensare. Lo show musicale si è mescolato con temi reali che oggi si dibattono nell'umanità. Mozartianamente, potrei dire che si è trattato di un dramma giocoso. Se la gente si diverte e insieme si rende conto che è possibile riflettere su temi veri avremo fatto centro. Certo, può anche accadere che sulla tolda del Titanic il pubblico si rifiuti di vedere che la nave sta per affondare. Ma è presto per dirlo, vedremo. Comunque, nessuno potrà dire che si è trattato di un programma volgare, inutile, senza contenuti o privo di sforzo innovativo". Questo a botta calda, a trasmissione appena finita. Successivamente, di fronte ai dati Auditel dell'indomani a metà strada fra Caporetto, Waterloo e Sunderland 1966, Del Noce ha confermato la sua fiducia a Funari ragionando quasi come Saragat che, incassata col suo PSDI una sacrosanta batosta elettorale, se la prese col destino cinico e baro, coniando (probabilmente nei fumi dell'alcool) un'espressione che restò di lì in poi proverbiale, dichiarando (Del Noce, non Saragat) con cipiglio severo "Ci aspettiamo un maggior riscontro dai telespettatori in futuro". Bravo Fabrizio! E a chi non guarda Funari manda un'ispezione per controllare se hanno pagato gli ultimi 5 canoni.
Funari "I testi di Cugia mi hanno perfino commosso. Ma scrivere i testi è una cosa, fare una trasmissione è un’altra. Una forte discussione che ci ha diviso era proprio basata su come veniva realizzata la trasmissione. Ho in mente nuove idee". Sviluppale e mettile in pratica entro sabato prossimo o farai la fine di quell'arrogantella della Ventura col suo dimenticabile Colpo di genio. Tieni duro che sei comunque dieci volte meglio della Carlucci.
Volevo riprendere l'analisi sul ritorno in TV di Gianfranco Funari, sicuro di scatenare il solito pandemonio di commenti e opinioni che da sempre caratterizza questo blog.
Quando parlo di meta-reality può sembrare che voglia usare una semplice parola ad effetto, aggiungendo il misterioso prefisso "meta" alla prima parola che mi viene in mente, partorendo l'ennesimo barbarismo di questa nostra neolingua in stile orwelliano.
Non è così.
Il prefisso "meta" etimologicamente vuol dire "oltre", e nel linguaggio tecnico che usano ad esempio gli psicologi, gli epistemologi, gli studiosi della comunicazione e dei macrosistemi di interazione indica una posizione, per così dire, ad un livello superiore.
Quando un terapeuta della famiglia usa la parola "metacomunicazione" vuol indicare quel processo per cui si cambia modo di comunicare e al posto di comunicare, o di cercare di comunicare, sui fatti si comunica sulle regole (quasi sempre implicite e non dichiarate) della comunicazione. NB. Non sto facendo copia e incolla, è tutta farina del mio sacco.
Quando parlo di meta-reality, coniando un neologismo di non facile decifrazione, alludo a quella posizione per cui, preso atto che ormai il reality tira più di un carro di buoi e tutta la TV sta virando verso un reality occulto e non dichiarato (similmente al fenomeno della pubblicità occulta che devasta da almeno un trentennio cinema e TV), si imposta tutto il proprio operato e la propria vita di artista e uomo di spettacolo al reality. Ci vuole molto pelo sullo stomaco, una pressochè totale mancanza di pudore e una curiosa mescolanza di autostima superomistica e autoironia fantozziana, ma (suvvia!) un vecchio lupo come il buon Funari ce la può fare alla grande.
L'anchorman de noantri torna ad ostentare il suo sorriso
Uno che nella sua vita ha fatto il croupier in giro per il mondo, il monologhista-cabarettista applaudito sia al Bagaglino che al Derby (il padre dello Zelig, gestito negli anni 60 dai genitori di Diego Abatantuono), l'opinionista, l'one-man-show, il testimonial estremo (per un anno si è nutrito solo di mortadella), il direttore di giornale, l'attore, l'aspirante sindaco di Milano, il caso umano, il tombeur de femme, l'ospite d'onore ambito e concupito, forse anche il faccendiere e l'emettitore di assegni a vuoto (nei momenti di prolungato ostracismo mediatico); uno così, si uniforma all'efficace espressione capitolina "E chi m'ammazza?".
Con la complicità e la connivenza di colleghi più fortunati di lui (ma che in lui vedevano un maestro indiscusso di comunicazione televisiva) quali Paolo Bonolis, Enrico Mentana, Enrico Lucci, Piero Chiambretti, dopo che la livorosa Rosy Bindi aveva smosso mari e monti per non farlo più lavorare neanche come impiegato del catasto, il tenace e furbissimo Gianfranco si è riciclato come reality vivente, multicolore monumento al trash, archetipo compiaciuto di sè della televisione urlata (Io a facevo quanno questi staveno all'asilo) fino a far pensare a Fabrizio Del Noce direttore di Rai 1, tanto diverso da lui ma forse nel profondo un pochino simile, che uno che in diretta ti può fare tutto e il contrario di tutto, anche farsi venire un coccolone con telefonata al 118 da parte di De Luigi con la voce dell'ingegner Cane, uno così vale la pena di giocarselo nell'ora di punta di un'intera settimana.
Da epurato degli epurati a aster maxima televisionis.
Ma quello che nessuno sa è che Del Noce vuol passare alla storia col programma Riabilitation, una specie di Fantastico del 2000, condotto niente popò di meno che da Valerio Staffelli, con Santoro e Biagi come opinionisti, Daniele Luttazzi che si esibirà in azzeccate imitazioni del suo omonimo Lelio giungendo ad esibirsi al pianoforte in una versione riveduta e corretta di El can de Trieste, siparietti comici di tutta la famiglia Guzzanti compreso Paolo, Paolo Rossi e Maurizio Milani, luci di Fabrizio Corona e casting di Lele Mora, direzione artistica di Pippo Baudo e Gigi Sabaniospite d'onore in tutte le puntate.
"Sono stanco di essere considerato solo un gran bel ragazzo, perchè nessuno mi considera un taumaturgico riformatore del medium televisivo??? Ah, saperlo, saperlo...."
A 75 anni portati francamente da cani, con cinque bypass (già con due o tre di solito il bypassato deve condurre una vita ai limiti estremi del monastico), una salute ormai drammaticamente compromessa e un annuncio di morte imminente in diretta risalente ormai a due anni fa, il mito ambulante Gianfranco Funari non solo ritorna in televisione con un programma tutto suo, ma dopo aver occupato per un trentennio fasce orarie"minori" (il mezzogiorno e il preserale) e spesso su reti "minori" (Montecarlo, Odeon, Antenna 3) approda con rulli di trombe e squilli di tamburi, piroetta e forse flatulenza finale sulla prima serata di Rai 1.
La prima e ultima volta che Rai 1 gli ha concesso l'onore della prima serata, sia pur semplicemente come ospite del subdolamente amabile (o amabilmente subdolo?) Fabrizio Frizzi (che vanta un'incredibile somiglianza col mio amico d'infanzia Raul Bartozzi, ma questo non c'entra ovviamente nulla), ha attaccato con la sua consueta pacatezza e diplomazia quella povera donna della Rosy Bindi che prende su da tutti qualunque ministero o incarico politico le venga affidato, ricevendone una inviperita risposta telefonica altrettanto in diretta.
Che avrei inventato io? Er meta-reality? A' Lu', vedi d'annattene...
La sua carriera televisiva era apparentemente finita lì. Dopo essere riuscito a litigare perfino con Berlusconi (che, col cinismo dell'editore pragmatico, da chi gli garantisce uno share appena discreto accetterebbe anche doppi sensi sulla Veronica e accuse a Piersilvio di essere un figlio di papà senza palle) il suo destino pareva ormai quello di presentarsi dal mite Bonolis come fossile vivente o nella discarica delle Iene come esempio pratico di quali baratri di abiezione può provocare un perverso mix di autoironia e depressione. L'unico sprazzo degno del suo passato, un'epica disfida contro il truce Taormina (officiata guarda caso da quel finto bravo ragazzo dal sabaudo understatement di Piero Chiambretti) da cui l'avvocato più odioso d'Italia era uscito per l'unica volta nella sua storia mediatica vilipeso e malconcio.
Lo si poteva ormai immaginare in giro per osterie con Franco Califano, Ma che, stamo a mette 'r prezzo a 'e patate? Checcentro io con quello scoppiatone de Funari?
concorrente del reality di Rete 4 "L'ultimo approdo" ambientato in un pensionato per la terza età (ma da cui sarebbe stato comunque cacciato perchè si comportava peggio di Tognazzi in Amici miei atto terzo), o esposto al museo delle cere della Stazione di Milano come statua vivente. E invece no! La pirotecnica conduzione-Del Noce di Rai 1 potrebbe sembrare schizofrenicamente sdoppiata fra rassicuranti noiosissimi programmi per casalinghe di Voghera o di Tortona condotti magari da una mancata casalinga di Pescasseroli che pattina meglio di quanto presenti, ed esperimenti di TV talmente libera da sfuggire ad ogni giudizio condotti magari dall'ennesimo settantenne in sindrome di Peter Pan, ma non è così!!! Del Noce può essere molto ma molto antipatico, protervo e arrogante ma non è schizofrenico. A differenza di quello che cercavano di fare direttori di rete "storici" (mi viene in mente Freccero per Rai 2), cioè dare un'immagine riconoscibile e organica alla rete facendo scelte coerenti e con un minimo gusto soavemente snob di "educare il pubblico" o "epater les bourgeois", Del Noce ha come unico Dio gli ascolti.
Rai 1 una e trina!!!
Quindi, deve aver fiutato l'aria con fare da bracco e percepito che la prima serata del sabato non poteva sempre pascersi di programmini melensi per quei miserandi non affetti dalla saturday night fever, e che dopo una parca cena si cioccano davanti al primo canale (come si chiamava una volta) con opzionale plaid finto scozzese sulle gambe e camomilla Bonomelli a portata di mano,per addormentarsi non oltre le 22.30 con la bocca oscenamente aperta e un filino di bava che si raggruma sul mento (ed equivalgono comunque alla popolazione di Città del Messico).
Di qui la trovata geniale. La definerei un meta-reality, oltre le più sfrenate frontiere del reality che si possano immaginare.
Funari può perdere la dentiera in diretta; può lasciarsi scappare un bestemmione da competizione con fare noncurante; può dire al terrorizzato cameraman "A' Fra', damme 'a tre, anzi no 'a quattro, che devo da dì dù cose a quer rincojonito de Prodi..."; può scatenare l'ira del fronte antifumo ormai dominante tenendo due sigarette per mano, una accesa in tasca e una nel buco del culo; può dire a metà programma "Mo' me so' rotto li cojoni de 'sta trasmissione, li mortacci de chi me l'ha fatta fa'..."; può scatenare le ire di uno dei molteplici Comitati di Controllo in difesa dei minori, contro il turpiloquio, contro le sodomie perpetrate alla lingua italiana, contro l'occhio cisposo e l'alito cattivo. In tutti questi casi Del Noce si dissocerebbe, si indignerebbe, si autosospenderebbe ma interiormente ghignerebbe "Tiè, controprogrammazione Mediaset, e mo' come te metti?" passando ipso facto all'uso di un impeccabile romanesco.
Quando le facce parlano da sole: ecco il marpione Eltsin che studia con cinico compiacimento il compagno Gorbaciov pronto per l'incontro con Valerio Staffelli e relativo Tapiro d'Oro
E' morto Boris Eltsin, uno dei più pittoreschi ed indimenticabili statisti che la storia del XX secolo ricordi. Tanto era legato a quel secolo che oggi ci sembra tanto grottescamente lontano, da ritirarsi spontaneamente il 31 dicembre 1999 (nessuno dei grandi romanzieri russi, e ci sono più grandi romanzieri russi che folksingers americani, avrebbe potuto immaginare una simile letteraria e simbolica coincidenza)lasciando spazio a quel buontempone postmoderno di Putìn (l'accento va sulla i perchè il bisnonno era di Castelfranco Veneto).
Personaggio dalle enormi doti istrionico-teatrali, era forse l'unico che poteva sedersi sul vulcano ipermagmatico della Russia postsovietica. Cesura indispensabile fra il bonario Gorbaciov dalla voglia a forma di falce e martello e l'astuto caimano Putìn che si fece bacchettare fin da Berlusconi ma nel segreto della stanza dei bottoni è più decisionista di Stalin, Boris è decisamente un personaggio romanzesco prestato alla politica.
Vagamente mussoliniano (non diciamo berlusconiano perchè quel modello è inattingibile da chiunque altro) nella sua capacità di confondere le carte mettendo l'emotività vera o simulata al posto della logica formale, Boris è riuscito a portare a termine la partita con la storia con un fortunoso pareggio (direi un 4-4 con gol decisivo al 98' in netto fuorigioco col portiere avversario che si disinteressa del pallone e si mette a cercare i bellissimi quadrifogli tipicamente numerosissimi allo stadio Dinamo di Mosca) facendo delle cose che pragmaticamente finivano per essere le uniche possibili, giuste o ingiuste che fossero, ma al momento sembravano metà idiote e metà di un vomitevole cinismo.
Fornì, 15 anni prima, il modello utilizzato di recente da Letizia Moratti di spostarsi agilmente fra il ruolo di uomo di potere e quello di oppositore e contestatore. Da influente funzionario del PCUS qual era stato fino a poche ore prima, nel 1991 si mise sbrigativamente e tagliando parecchi angoli a capo del popolo imbestialito. Altri compagni che avevano fiutato meno bene il wind of change ne ebbero le carriere stravolte ed azzerate, lui invece si riciclò con fregoliana tempestività da oppressore a capo degli oppressi, e divenne il primo presidente della Repubblica federata russa con il 57,4% dei voti eletto con suffragio universale. (Prima all'elettore sovietico veniva fornita una scheda con le due opzioni Confermo l'intero gruppo dirigente del PCUS e Prenoto il primo volo per la Siberia, che non andava messa in un'urna ma consegnata aperta ad un severissimo cosacco che aveva appena abbeverato il suo cavallo in qualche piazza di Praga, Varsavia o Budapest).
Nell'agosto 1991 invece copiò spudoratamente il modello Allende (senza neanche dare un copeco di diritti d'autore agli eredi del mitico Salvador, immortalato perfino da una celebre ballata dei Nomadi) e difese a sprezzo della vita stessa il Parlamento dall'attacco degli ex-progressisti ora diventati reazionari. Per sua fortuna l'esito dell'eroica difesa fu a lui favorevole.
Stimolato da alcuni giovani leoni dell'imprenditoria stanchi morti del capitalismo di stato, fra cui Roman Abramovich che aveva già in mente di comprarsi il Chelsea, lanciò un programma ambizioso di riforme economiche, togliendo i controlli dello Stato sui prezzi e privatizzando alcuni settori chiave dell'economia russa. Le privatizzazioni furono ancora più catastrofiche di quelle dell'ENEL e della Telecom per la quasi totalità del popolo russo (riuscite a farvene un'idea?), ma taumaturgiche per un ristrettissimo manipolo di affaristi quasi tutti parenti stretti di alti papaveri del PCUS, che reinvestirono quasi tutto all'estero e lungi dal creare nuovi posti di lavoro smantellarono tutto quello che c'era da smantellare.
Decise unilateralmente (contro il pronunciamento dei cittadini in un referendum del marzo 1991 in cui l'80% si dichiarò a favore del mantenimento dell'URSS) lo scioglimento dell'impero sovietico, usò il pugno di ferro contro i separatisti ceceni con la stessa crudeltà di Francisco Franco contro i baschi, e nel 1993 fu lui a dirigere i carri armati contro la sede del Parlamento avendola vinta anche questa volta.
Passata senza nessun servofreno e servosterzo da un totale dirigismo dello Stato a una sedicente economia di mercato, la Russia attraversò anni di crisi economica e sociale, devastata da una incontrollabile criminalità e da una inarrestabile svalutazione del rublo. E purtuttavia nel 1995 Boris fu rieletto presidente perchè riuscì a convincere gli ormai disorientati russi che senza di lui sarebbe stata guerra civile. Sì, a questo punto il paragone con Silvio comincia a reggere. E per Boris, forse, sventolare lo spauracchio comunista aveva un'altra efficacia...
Non lo sconfisse la storia ma si sconfisse da solo bevendo fumando e mangiando in modo sempre più rabelaisiano fino a diventare incapace di tenere una conferenza stampa o di incontrare capi di stato esteri. I maligni sostengono comunque che da ubriaco prendeva delle decisioni più assennate che da sobrio.
Cosa fanno le persone normali a settant'anni suonati?
Ovviamente, dipende dal censo, dall'adeguatezza della pensione, dal giro di amicizie, dalla situazione familiare.
Il settantenne sottoproletario non ha già più neppure un dente in bocca o al massimo si gingilla con protesi dentarie molto avventurose e precarie che dimentica sempre in giro con comprensibile disgusto da parte di chi le ritrova; compra l'adesivo all'inizio del mese con la sua pensione sociale o di invalidità, e spera che gli tenga tutto il mese. Cerca tutte le scuse possibili ed immaginabili per farsi ricoverare in ospedale perchè lì dorme tutto il giorno, tocca il culo alle infermiere che di solito abbozzano con fredda professionalità, legge a scrocco una dozzina di quotidiani (o meglio, i titoli e qualche occhiello di una dozzina di quotidiani) per poter sparare cazzate in libertà ma almeno con quel minimo sindacale di cognizione di causa e mangia qualcosa di appena decente.
Il settantenne proletario si coltiva la sua casetta in periferia frutto di una vita di sacrifici sotto lo stesso padrone (che è morto d'infarto travolto da un clamoroso crack quando lui era già in pensione, teh ciapa sù e portacà); alleva galline gatti e ogni specie di animale che non sia un cane (perchè quelli impegnano troppo e si prendono delle libertà); ogni tanto incrocia in tinello un essere di sesso femminile in totale destrutturazione somatica e sospetta possa trattarsi di sua moglie, ma la cosa è insicura; la domenica riceve spesso la visita di una banda di figli e nipotini che ama troppo per dirgli di stare a casa, troppo poco per evitare che prima che arrivino gli vengano i sudori freddi e ogni ordine e grado di somatizzazioni.
Il settantenne piccolo-borghese dedica almeno un'ora tutte le mattine a darsi un look degno del suo eccelso passato di impiegato di concetto, può fare e disfare il nodo della cravatta sedici volte se non lo soddisfa e indugiare mezz'ora sulla compilazione del suo sempre più problematico riporto capillifero, in cui ogni capello ha la sua dislocazione sulla cute, e quando qualcuno manca per sempre all'appello c'è da rifare tutto; ciò fatto, si produce nella sua abitudinaria e ripetitiva passeggiata per il paese, sempre col giornale a cui è fedele da 50 anni sotto il braccio, simbolo di una tiepida ma precisa opzione ideologica sulla quale egli non tollererà contradditorio alcuno; nei giorni di festa può indulgere anche al rituale dell'aperitivo al Bar Sport dove parlerà malissimo della sua squadra, del suo partito e di sua moglie ma si incazzerà come una pantera se qualcuno lo farà al suo posto; in estate tornerà nella pensioncina di Gabicce dove di fatto prenota tacitamente di anno in anno e quell'anno che è arrivato con una settimana di ritardo l'albergatore ha telefonato in lacrime a Chi l'ha visto?
Il settantenne medio-borghese sacrifica l'80% della sua pensione buona ma non stratosferica alla visita di mostre, musei, monumenti solitamente raggiungibili con un paio d'ore di macchina a 40 di media quando non c'è traffico; non perde una prima cinematografica o teatrale, dove si sente in dovere di andare a salutare in camerino qualunque attore che abbia personalmente conosciuto anche 40 anni prima, a cui comunque rivolgerà la stessa obsoleta frase "La seguo con grande attenzione", che ormai usa solo la Guardia di Finanza; un paio di volte all'anno si concede due settimane alle Terme (l'equivalente dell'ospedale per il sottoproletario) dalle quali di solito torna più malaticcio di prima perchè comincia 46.000 trattamenti ma non ne conclude nessuno; ostenta uno smodato affetto per "la sua signora", spesso più giovane di lui ma ogni tanto gode ad alimentarne la gelosia con ipotesi di scappatelle, frasi innocenti buttate lì per caso sulla perfezione michelangiolesca del culo della nuova vicina di casa; detesta il calcio e arriva a gettare secchiate d'acqua sui gruppuscoli di tifosi che inneggiano alle vittorie della propria imbattibile compagine.
Il settantenne alto-borghese, dall'alto del suo ormai consolidato patrimonio finanziario-immobiliare, può finalmente concedersi di fare l'antipatico scostante specie con quelli che in realtà ama di più; tutti temono le sue lapidarie frecciate, i suoi biblici giudizi, le sue adamantine sentenze. I nipoti lo temono ma non arrivano ad odiarlo, perchè spesso sgancia delle regalie equivalenti alla paga settimanale di un funzionario pubblico, e nel dubbio gli danno sempre ragione ma senza esagerare (se no il nonno capisce che lo prendiamo per il culo e non ci regala più neanche uno spillo). Pur odiando la cultura e la politica si tiene informato con dolorosa fatica e si obbliga a terribili sedute davanti alla TV e a minuziose letture di almeno un paio di quotidiani. Ha una biblioteca con 800 volumi, davanti alla quale gli piace sedere (specie se lo sta intervistando una TV locale) ma in realtà legge solo gialli e qualche libro di Guareschi o Campanile che lo fanno scompisciare dal ridere.
Il settantenne nobile è un vetusto monumento a sè stesso, stirato da femminei liftings e con improbabili trapianti di capelli con l'attaccatura che parte 3 cm sopra il sopracciglio, è sempre presente dappertutto, anche dove non lo chiamano perchè tanto sa che nessuno lo manderà via, ha il sorriso disteso di colui che non ha mai fatto un czz per tutta la vita e che quindi ha conservato i propri equilibri psicofisici tali da dargli una speranza di vita fra i 130 e i 215 anni. Ma conta di farsi ibernare fino al 2356, quando "se non hanno inventato delle diavolerie per eliminare la morte li sbatto tutti dentro".
Poi ci sono altri settantenni la cui descrizione richiederebbe alcune migliaia di pagine, ma in realtà non meriterebbe neppure una riga....
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E come direbbe il grande unico Roberto Benigni
(CANTATO) Ah, che bellezza essere italiano quando al mattino l'aria s'improfuma, quando al barista chiedo da lontano 'Augusto, un cappuccino senza schiuma!'. E mentre lo sorseggio mi ci beo e penso alla Madunina e al Colosseo e mentre penso al Ponte dei Sospiri senza volerlo vado su di giri. Penso ai Bronzi di Riace e il mio corpo si compiace e mi eccito parecchio quando penso a Ponte Vecchio...
Ma poi penso a Berlusconi e mi si sgonfiano i coglioni. Mi si sgonfiano le palle non so piu' dove cercarle. Quando penso a quel biscione mi si abbassa la pressione. L'apparato genitale c'ha un collasso verticale Quando penso a Berlusconi il testicolo s'ammoscia tutto il corpo mi s'affloscia ogni cosa mi va giù e non si rizza più. Non mi si rizza più.
Sono riuscito solamente oggi a vedere nella sua interezza l'intervento di Beppe Grillo all'assemblea degli azionisti di Telecom, parte prima e parte seconda.
Alla fine la Consob è riuscita solamente a delegittimarlo come delegato di alcune migliaia di suoi seguaci, ma NON ad impedirgli di parlare. Se avesse avuto il potere di rappresentare una bella fetta dell'azionariato diffuso di Telecom, che ne costituisce l'82%, sarebbe stato un golpe memorabile, perchè attraverso Grillo l'Italia sana e lavoratrice avrebbe in un colpo solo mandato a casa l'oligarchia parassitaria e mandarinesca che gestisce (insomma: gestisce... maneggia...) l'azienda. Chissà se succederà mai.
Il vicepresidente Carlo Buora si è sentito in dovere di replicargli piccato (e nel far questo ha legittimato ulteriormente l'intervento del comico-santone genovese) minacciando querele e contrattacchi legali (verranno al contrattacco).
E mi e mi e mi anà anà e a l'aia sciurtì a suà suà
Ou belin che te 'neghi...
Così si lamenta coi giornalisti il burbero benefico Joe Cricket....
La Consob lo bacchetta e gli manda velate minacce che Grillo fa capire senza troppi giri di parole di vivere come un po' camorristico-mafiose, l'Adusbef (che sta alla Consob come la CGIL sta alla Confindustria?) lo loda, Di Pietro lo sostiene e Prodi ne parla e lo cita sorridendo (è anche vero che lui sorride sempre anche ai funerali)autodefinendosi un "grillo non parlante e non presente" dal paese del Sol Levante. Chi non lo ama e non condivide le sue battaglie dirà che si è fatto una colossale pubblicità. Chi lo ama ciecamente ha già invaso il suo storico blog (del quale siamo quasi tutti figli o almeno secondi cugini) con leccate di culo al di là del bene e del male.
E quelli che lo amano non ciecamente ma credono nel suo ruolo rappresentativo (in un Italia in cui il Gabibbo fa un giornalismo più indipendente di molti mezzibusti di regime) gli cantano con Giovanni Lindo Ferretti
Curami curami curami, prendimi in cura da te. Curami curami curami, che ti venga voglia di me. Curami curami curami... Verranno al contrattacco con elmi ed armi nuove verranno al contrattacco ma intanto adesso curami. Solo una terapia, solo una terapia... Verranno al contrattacco con elmi ed armi nuove, curami curami curami curami curami curami
Questa mattina la macchinetta obliteratrice dell'autobus mi guardava con occhio corrusco: quasi sentivo la sua vocina robotica che mi provocava, "Cosa ci fa uno ben vestito come te in cima a un autobus? Ma prendi la macchina come tutte le persone normali e inquina anche tu come tutti gli altri...". Io avrei voluto risponderle che nella nostra prodigiosa città andare in auto, in moto, in bici, a piedi, in taxi, in autobus, in monopattino, col teletrasporto di Star Trek, in aliante, deltaplano o con un cangurino da equilibrista circense, dipende dalla libera volontà dei cittadini, ma ho preferito non abboccare e le ho introdotto il biglietto. Niente!!!
Nonostante reiterate immissioni e ritirate del biglietto, la bastarda non si atteneva al suo compito lasciando intonso il mio titolo di viaggio. "Dai su, bestia grama - le sibilavo io per non farmi sentire dai passeggeri riottosamente in coda alle mie spalle - adesso non mi fare la difficile... Giuro che stasera vengo al deposito tanto che non c'è nessuno e ti coccolo un po' prima di introdurtelo, ma adesso per favore oblitera e facciamola finita!". Ancora niente!!
Umiliato e offeso, mi sono risolto a mettere l'ora a penna barando anche (già che c'ero) di una decina di minuti, sentendo intanto una lunga serie di gioiosi taplunk corrispondenti ad altrettante timbrate tranquille e regolari concesse dalla solenne puttanona a tutti ma non a me.
Ormai in questi autobus elettrici non inquinanti, che per partire devono collegarsi col sito della Nasa e al posto del cruscotto hanno un display tipo Playstation, anche le macchinette obliteratrici seguono le controregole della robotica di Asimov:
Un robot è appositamente concepito per recare danno agli esseri umani, per lo meno a quelli che gli stanno sull'anima, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano che gli stia sull'anima passi indenne attraverso le sue grinfie.
Un robot non appena quei coglioni degli homines sapientes hanno collegato l'ultimo relais e gli hanno dato l'autonomia operativa, fa tutto quel czz che gli pare purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge (guardandosi bene, cioè, dal fare anche involontariamente qualcosa di utile).
Un robot deve proteggere la propria esistenza anche a costo di far estinguere l'intero genere umano, sperando però di non dover arrivare a tanto perchè senza uomini e donne da tartassare che gusto ci sarebbe?
O forse questa particolare macchinetta sente la primavera e vorrebbe giroclare per Parma con degli shorts aderenti tanto da evidenziare in modo inequivocabile le grandi labbra, magari starsene sotto un tiglio secolare ad obliterare un martello pneumatico piuttosto che questi anonimi banali biglietti.
Nel frattempo, nel perfezionare l'immissione da Via Farini in Via al Ponte Caprazzucca (angusto pertugio attraverso il quale anche i motorini devono impostare con cura la traiettoria per non finire spatassati contro il muro), l'autista piantava una plateale sfrisata contro lo spigolo del palazzo patrizio prospiciente, producendo danni apparentemente vistosi ma in realtà lievi alla fiancata dell'autobus e danni apparentemente lievi ma in realtà ingenti al palazzo (opportunamente protetto dall'Assessorato alla Protezione dei Beni Culturali dalle Manovre Improprie di Autisti TEP, fortemente voluto dal sindaco ubaldi), e subito scendeva per accertare i danni e fare un calcolo mentale di quanti secoli di cessione del quinto gli ci sarebbero voluti per rifondere entrambi. Nel frattempo, i passeggeri potevano aggiornare il proprio repertorio di interiezioni popolaresche apprendendone almeno una dozzina che mai si sarebbero sognati di immaginare.
Bloccato da un corteo di manifestanti cantonesi davanti, da una coda che ormai giungeva fino a Traversetolo e prime pendici della Val d'Enza di dietro, l'autista scappava opportunamente con una lap-dancer di Riga abbandonando mezzo e passeggeri al proprio destino. I vigili urbani bastonavano senza motivo alcuno i manifestanti, requisivano tutti i veicoli coinvolti nella coda, transennavano la zona e imponevano ipso facto il coprifuoco, lo ius primae noctis e la populorum progressio. Poi si godevano lo spettacolo di una città in cui era stato ripristinato l'ordine e la civile convivenza.
Ed erano ancora solamente le nove e mezza di mattina...
Milano non è proprio come Roma, che tutte le strade portano a Roma. Milano ci si va se proprio ci vuoi andare, e in quel momento fai un atto di fede e prometti di non lamentarti comunque andrà a finire.
Milano in realtà è un comune di soli 182 kmq contro i 1285 di Roma, ma la cosiddetta Milano da bere non va oltre Piazza Duomo, la celeberrima Galleria e Piazza della Scala. Tutto il resto si può dire che fa volume. Sì, c'è la Milano dei Navigli in cui ancora si sente qualche parola in milanese credibile (in centro storico si parla qualunque altro dialetto o lingua mondiale) e sembra di essere ancora ai tempi di Beppe Viola e di Gino Bramieri, ma per il resto Milano è diventata una insalata mista in cui c'è di tutto ma fondamentalmente non c'è nulla di notevole.
Milano è l'unica grande città mondiale che non abbia nè un fiume degno di nota (Lambro, Seveso e Olona sono delle modeste eiaculazioni) nè splendidi paesaggi marini o montani. Perfino la grigia Torino ha un Po ancora cucciolo e la chiostra dei monti squadernati davanti che fanno la loro figura.
Milano è pratica, funzionale e veloce, laddove Roma è intricata, ostica e lentissima. Milano si trangugia a ritmi di fast-food mentre Roma si sbocconcella delicatamente per paura di non digerirla bene.
Essere romani è un inutile e subdolo dono degli dei, essere milanesi un accidente storico che poi può darti inenarrabili vantaggi. Fermo restando che anche Roma, e da ben prima di Milano, è una pizza millegusti in cui arriva di tutto ma tempo un paio d'anni chiunque arriva è romanizzato a tutti gli effetti. Milano no, Milano ospita ma non accoglie, Milano assimila ma non omologa.
A Roma si approda, a Milano si naufraga.
Roma è cinta, invasa e quasi schiacciata dalla sua storia. Milano sembra non avere storia, si ricostruisce completamente ogni momento e vive in un eterno presente, come il suo Duomo che non è mai stato del tutto completato ed è in perenne rifacimento da sei secoli, da qualche anno impacchettato come un panettone (tant'è che ormai è il Duomo ad essere fatto come un Panettone e non viceversa). Quale totale differenza col Colosseo soavemente bello nel suo inarrestabile e di fatto inarrestato deperimento.
E la maledizione storica di Milano è di non essere mai stata capitale di nulla, tanto da tentare una grottesca rivalsa negli anni 60 con la fola della "capitale morale". Perfino l'eventuale simbolica capitale della Padania era stata ubicata a Mantova, forse perchè più vicina al Po dal quale invece Milano dista un'ottantina buona di chilometri, e allora più che padani i milanesi sono transpadani pedemontani mediolanensi sudelvetici come i sudtirolesi, e i veri padani sono quelli di Colorno, Boretto, Guastalla, Piacenza, Cremona che aprono la porta di casa e se non stanno attenti invece di sedersi nella Punto cascano nel Po.
E purtuttavia a Milano ci si incontra. nel suo essere comoda veloce e funzionale non ti distrae con bellezze sconvolgenti, non ti rapisce in itinerari romantici e oberati di storia arte & cultura, è un grande ed indifferente contenitore in cui puoi badare alle relazioni, perchè oltre a quelle non hai altro. Forse è per questo che i milanesi sotto la loro scorza ruvida sono veramente "col cuore in mano" mentre i romani sono notoriamente cinici e strafottenti sotto la loro scorza bonaria. A Roma si vive benissimo anche da soli, a Milano da solo ti suicidi.
1. L‘ auto targata "TO" 2. Alla fermata del tram 3. E' li’ 4. Passato, presente 5. L’operaio Gerolamo 6. Il coyote 7. Grippaggio 8. La bambina (l’inverno è neve, l’estate è sole) 9. Pezzo zero 10. La canzone d’Orlando
IL COYOTE (Lucio Dalla)
La gara è fra il coyote e una stella a chi sa e vuol raccontare il gruppo più fantastico di storie che si possa ricordare ma mentre il coyote è un mancatore di parola e un mentitore la stella che cadente è la più bella con la coda che si muove con splendore e su una pietra i due stanno nel fuoco della notte a raccontarsi a turno con le voci calde o rotte la stella parla adagio e il coyote grida forte buttati in questo gioco, per chi perde c'è la morte.
Ma col passar del tempo la stella fa fatica a raccontare e invece le parole del coyote corrono come acqua di un fiume verde verso il mare e mentre passa il vento in alto un'aquila si desta e carica di voci, luci è tutta la foresta la notte passa e il cielo è rosso di mattino finisce questa gara incominciata dal destino. La stella allora si dichiara spenta e muore ed ora è un pugno di cenere il suo splendore.
Perché vince il coyote il racconto non lo dice ma lo lascia immaginare la vita è fantasia, è coraggio, è lotta dura con la voglia di inventare e se la stella con la coda tante storie raccontava, la fantasia del coyote col suo fuoco la bruciava e poi faceva ascoltare l'erba crescere sulla mano e il grido della risacca di un prossimo uragano.
Quando qualcuno ha trovato da eccepire sull'eutanasia di Giorgio Welby, ho pescato una canzone sconosciuta di David Bowie che parlava di superuomini condannati a vivere in eterno. Quando ho avuto un attacco di meteoropatia mi sono consolato con una canzone dei MCR che magnificava l'Irlanda sotto la pioggia. Per Pasqua ho lasciato la parola ai Jefferson Airplane (nella voce di Grace Slick si sente la risacca nella baia di San Francisco) con la loro Easter? In questa oramai acclarata autoreferenzialità del mio blog che non piace praticamente a nessuno riesumo una canzone di Lucio Dalla su parole del poeta Roberto Roversi (che non è il Patrizio viaggiatore per caso e nemmeno l'ex terzino del Bologna Tazio recentemente scomparso, ma è un poco noto ma eccezionale poeta italiano collaboratore di Pier Paolo Pasolini), costruita su una inusitata sequenza di accordi maggiore - quinta minore che è la stessa di una canzone dei Procol Harum, A salty dog, ma questo ovviamente non c'entra niente.
Il testo mi sembra molto bello e comunque rende il mio vissuto. Ha l'unico difetto di poter ingenerare un pericoloso equivoco. La stella antagonista del coyote non ha nulla a che vedere con Stella, che anzi è una dei miei 6 lettori abituali, e l'occasione è propizia per promuovere vieppiù il suo blog che pure non ne avrebbe alcun bisogno.
La Consob (della quale peraltro molti parlamentari non hanno chiare le funzioni o ne ignorano bellamente l'esistenza, vedi l'ormai celeberrimo servizio delle Iene) si è scagliata contro Beppe Grillo: con linguaggio burocraticamente ermetico (adattissimo a scagliare insidiosi e inquietanti anatemi lasciando al bersagliato angosciosi dubbi sia sulle sue reali colpe che soprattutto sulle possibili imminenti sanzioni) e con veemenza da Sacra Inquisizione ha finalmente delimitato il raggio d'azione di codesto guitto da avanspettacolo giustamente sloggiato dalla televisione di stato per aver osato insolentire il PSI che (i lettori più giovani stenteranno a crederci) era vent'anni fa l'ago della bilancia del sistema politico e col 12% dei voti occupava la maggioranza assoluta delle cadreghe e che adesso turlùpina (Grillo, non il PSI che aveva già provveduto a suo tempo) gli ignari blogger promettendo loro di rappresentarli all'assemblea degli azionisti Telecom.
Beppe Grillo si ostina a non capire che avere duemila commenti per post non lo rende automaticamente una figura di rappresentanza: allora la nostra Maryann Unfaithfull che spesso sfonda allegra e giuliva il tetto dei 100, almeno un posto di Consigliere Provinciale a Pistoia potrebbe ben rivendicarlo.
L'on. Di Pietro, che condivide con Grillo la caratteristica di mostrare una brillante intelligenza pur padroneggiando malissimo le regole sintattico-grammaticali del nostro stupendo idioma nazionale (l'on. Mastella invece condivide appieno la seconda caratteristica ma non gode della prima), ha dichiarato nel suo blog: "Beppe Grillo ed io, nel nostro piccolo, abbiamo cercato di raccogliere delle deleghe per rappresentare qualche migliaio di azionisti all’assemblea. Non l’avessimo mai fatto: ci hanno indicato una procedura così esasperata ed esasperante che, sostanzialmente, quelle deleghe non le possiamo usare. E’ stata fatta una legge appositamente per impedire ai tanti piccoli azionisti di esercitare il loro potere all’interno dell’azienda, per permettere a pochi di controllare tutto. Questa è la gravità. Non posso delegare ufficialmente Beppe Grillo in assemblea per le regole attuali della Consob, ma idealmente sì. Forza Grillo e forza a tutti i piccoli azionisti."; ha osservato che la Consob dovrebbe spostare la sua attenzione sui conflitti di interesse che in Borsa sono la consuetudine. Il Tonino nazionale ha citato, per corroborare le sue argomentazioni, la sistematica presenza degli stessi consiglieri in società clienti e fornitrici, in società di controllo e controllate, meccanismo che non si ritiene soltanto brutto sul piano estetico, ma ingiusto e lievemente medievale perchè permette di controllare grandi aziende con un pacchetto di azioni irrisorio e mette in condizione Olimpia, ad esempio, di nominare la maggioranza dei consiglieri di amministrazione di Telecom pur disponendo del solo 18% delle azioni. Minchia, proprio come il vecchio PSI nella spartizione delle poltrone, uguale uguale uguale uguale....
Per fortuna Sgarbi ed altri fedeli servitori della CdL ci ricordano quotidianamente, pur in un'Italia totalmente dominata dalle sinistre e in cui chi non è comunista stenta molto a far valere il suo punto di vista, che Di Pietro è un personaggio ambiguo ed irresponsabile, che prima ha demolito a colpi di inchieste giudiziarie l'intero sistema di potere delle tangenti, delle clientele e degli appalti truccati distruggendo l'economia italiana, ed ora è allegramente compagno di merende del figlio e del principale consigliere del suo principale inquisito. Quindi regoliamoci, e cerchiamo di capire da che pulpito viene la predica...
Vi prego di dirigere la Vostra attenzione ai numeri di protocollo. Vengono cìtate una lettera del 3 ottobre 2006 n. 6078583 e una del 6 dicembre 2006 n. 6096872, e quella che state leggendo del 3 aprile, n. 7028253. (Forse non lo sapete, ma nell'ineffabile mondo della burocrazia l'errata o incompleta citazione di un protocollo può invalidare l'intero atto)
Non è chi non veda come la prima cifra sia relativa all'anno. In poco più di due mesi tra ottobre e dicembre sono state protocollate 18289 comunicazioni, mentre in poco più di tre mesi ne sono state protocollate 28253. Una proiezione statistica ci porta ad immaginare che la Consob invii tra le 108.000 e le 112.000 comunicazioni all'anno (qualunque proiezione statistica che si rispetti deve generare la sua "forchetta", come gli aficionados delle tribune post-elettorali ben sanno, non solo nel senso che gli Istituti di statistica danno da mangiare a un mare di inutili laureati strappati al settore primario).
Resto attonito di fronte a questa biblica mole di lavoro, quantificabile in almeno 400 comunicazioni al giorno, non contando le domeniche e le altre feste comandate, una ogni 72 secondi. Credevo di aver visto tutto nell'essere messo al corrente di quanto lavoro occorresse per addomesticare una normale partita di calcio, sia pure di cartello (42 telefonate in 24 ore, più le 66 in 12 ore di Buffon alla Seredova), ma qui salta ogni paragone.
La Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (meglio nota con l'acronimo Consob), istituita con la legge 7 giugno 1974, n. 216, è un'autorità amministrativa indipendente, dotata di personalità giuridica e piena autonomia con la legge 281 del 1985, la cui attività è rivolta alla tutela degli investitori, all'efficienza, alla trasparenza e allo sviluppo del mercato mobiliare italiano. Prima della sua istituzione, era il Ministero del Tesoro (quindi un organo non indipendente, ma facente parte integrante del Potere esecutivo) ad avere tali funzioni.
La Consob si configurava, con la legge del 1974, come un organo di vigilanza sulle società quotate in borsa e sui fondi mobiliari. Con la legge 77 del 1983 acquisiva invece pieno controllo su tutte le operazioni riguardanti il risparmio pubblico. Ulteriori poteri di controllo venivano conferiti nel 1991, in relazione alle Sim e al contrasto del fenomeno dell'insider trading. Grazie a questi interventi legislativi, l'autorità acquista un più marcato peso istituzionale, esercitando un più vasto controllo sull'intero mercato mobiliare.
Avete notato la definizione delle azioni? Beni mobili, da contrapporsi ai beni immobili che hanno la gradevole caratteristica di non deprezzarsi nel tempo, vedi il famoso "mattone", di cui all'inizio del millennio alcuni investitori in erba (con i tango-bond nella mano destra, le obbligazioni Parmalat nella mano sinistra e per fortuna la mancanza di una terza mano con la quale far fuoco in direzione della tempia) hanno tristemente riscoperto il valore. Molto probabilmente sarebbe più adatto il concetto di beni eterei, soavemente virtuali e metafisici, tanto instabili da risentire del battito d'ali di una farfalla, se poi scoreggia vigorosamente un elefante siamo tutti perduti.
Avete notato che la Consob è cresciuta con gli stessi tempi di un essere umano? Ha trascorso i primi 11 anni di vita come figlia del Ministero del Tesoro, bimba vispa e intelligente che ogni tanto diceva la sua senza che l'affettuoso papà la rimbeccasse più di tanto. Dagli 11 ai 17 anni le è stato attribuito un minimo di potere decisionale, mentre con la maggiore età il babbo l'ha lanciata sul mercato sottostante (direbbero Cochi e Renato) mettendola in condizione di controllare l'intero mercato mobiliare, il magico regno dei guadagni virtuali, il Monopoli di Piazza Affari.
Se è vero come è vero (e le cifre parlano da sole) che la Consob invia 400 lettere al giorno in giro per l'Italia, è normale che si interessi anche dei vaneggiamenti di un comico un po' frollato (e forse, a giudicare dalla sua pandoresca lievitazione, anche con gravi disturbi all'apparato digerente con forti sospetti di un principio di diabete); ma oltre questa parte minoritaria del suo operato, arguiamo vi debba essere una diuturna ed incessante attività di vigilanza e sanzione su temi quali l'insider trading, la trasparenza delle offerte pubbliche di vendita e di acquisto ed altre simili irrilevanti bagatelle.
Che la presenza di Beppe Grillo oggi in quel di Rozzano (nota principalmente per aver visto le scorribande di un giovane Biagio Antonacci) all'assemblea degli azionisti Telecom possa creare pericoli e turbative sarebbe troppo bello per essere vero: è comunque strano che lo stesso Sole 24 ore dia per scontata la sua partecipazione , e che un ministro della Repubblica consideri la sua presenza non solo legittima ma importante e simbolicamente significativa nell'ottica della tutela del cosiddetto "azionariato diffuso" contro i privilegi oligopolistici di stampo feudale. Si vede che alla Consob nulla sfugge e nulla viene tralasciato, neppure i pericoli più indiretti e risibili vengono taciuti.
Per cui, onesti e probi azionisti Telecom che per iscrivervi a parlare avete rispettato tutte le norme e le convenzioni, sappiate che se dall'assemblea odierna scaturiranno decisioni a voi avverse, potrete chiederne la ripetizione per irregolarità procedurali dando tutta la colpa a Grillo, chiedendo se mai per legittima suspicione lo spostamento dell'assemblea da Rozzano al tendone di Zelig di Sesto San Giovanni, dove di solito sono tutti molto più serii.
Come nella smisurata periferia parigina meno di due anni fa, anche in Italia viene messa alla prova l'integrazione interculturale. Due pianeti che girano intorno allo stesso sole (il denaro) a volte trovano orbite che permettono una adeguata insolazione (cioè fuor di metafora guadagni congrui rispetto all'impegno profuso e rispetto alle obiettive esigenze di spesa), altre volte tendono a collidere, e una collisione diretta (in astronomia) porta alla sostanziale distruzione dei due corpi interessati, a meno che uno sia significativamente più piccolo. Esistono poi collisioni parziali, nelle quali l'angolo di incidenza e la traiettoria dei due pianeti è tale per cui dall'impatto entrambe le orbite verranno cambiate, qualche centinaio di speci animali e vegetali si estingueranno quasi di botto, mostruose onde di marea flagelleranno le coste, la temperatura si modificherà in modo permanente ma nel complesso, dopo qualche milione di anni di assestamento, l'impatto sarà stato completamente riassorbito e magari avrà portato nuovo materiale chimico per arricchire l'ambiente. "Posso aspettare... io" diceva il megadirettore galattico del primo Fantozzi cinematografico
Se la metafora astronomica incontra la Vostra cortese approvazione, mio coltissimo e sapiente pubblico, Italia e Cina ieri, "alle ore 13 del giorno 12" (nel momento in cui ci si dovrebbe sedere a tavola per consumare i gustosi piatti delle rispettive cucine, entrambe tra le migliori e certamente tra le più amate e diffuse del mondo) hanno registrato i prodromi di una collisione che non è ancora realmente avvenuta.
Dalle prime sommarie ricostruzioni, due giovani donne emissarie dei rispettivi popoli hanno confrontato in modo dialettico e acceso le proprie rispettive premesse culturali: la prima era orgogliosa e proterva ambasciatrice di un liberismo assoluto e sfrenato che riguarda tutte le grandi nazioni ex-comuniste (immaginate uno sfigato che dopo cinquant'anni di astinenza sessuale per risibili motivi religiosi si mette ad andare con tutte morendo di AIDS nel giro di un paio d'anni, così la Cina, fra l'altro formalmente ancora comunista, più che flirtare con la un tempo aborrita economia di mercato la possiede e la sodomizza a lungo con compiaciuti mugolii); la seconda era imbarazzata e poco convinta ambasciatrice di un giro di vite della buona borghesia milanese della quale ella non fa parte ma di cui deve difendere gli interessi di casta (ma sai che goduria...).
La giovane ghisa è stata presto soverchiata, come la coppia centrale del Parma di fronte ai possenti attacchi delle compagini metropolitane. Se al suo posto ci fosse stato un ghisa doc sui 55, avrebbe sicuramente risolto la cosa facendo passare su di sè gli improperi come acqua fresca, rivendicando con la calma dei nervi distesi e con i suoi 140 cm. di circonferenza addominale il suo ruolo a suo modo "super partes". Nulla inibisce di più un attacco all'autorità che vedere la suddetta autorità considerare le tue offese nulla di più che borborigmi travestiti da parole, emissioni digestive che potrebbero quasi suonare come frasi, fenomeni aereofagici simulanti ragionamenti logici. Viceversa, l'autorità che si offende e si indigna certamente ringalluzzisce l'estemporaneo contestatore facendolo argomentare fra sè e sè "Lo vedi che è come me e peggio di me? Se gli togli la divisa cosa resta?".
Io non vedo una ragione e un torto, vedo piuttosto due prepotenze che si scontrano, figlie entrambe di questo terrificante terzo millennio (che si protrarrà per altri 993 anni ma ha già dato interessanti prove di sè in questi primi 7) in cui apparentemente ognuno può comunicare con tutti e tutti con ognuno, ma in realtà nella vita reale non si comunica, non ci si capisce e non ci si rispetta.
Secondo me nessuna delle due ambasciatrici è entusiasta della cultura che in teoria ha difeso, e forse proprio questo ha reso entrambe prepotenti: è bello vivere in uno schizofrenico intreccio di capitalismo e feudalesimo, che peraltro raccatta il peggio di questi due sistemi, ti prospetta come ideale di vita lavorare incessantemente con l'unico culto del dovere (specie se hai la sfiga di essere una donna) e ti impedisce ogni reale integrazione nel paese dove vivi? E' bello lavorare per un pugno di euro al mese in una città economicamente moribonda anche se nessuno vuole ammetterlo, affrontare cittadini inviperiti, immigrati disorientati o fin troppo ben orientati, tensioni sociali culturali etniche religiose (il tutto senza avere nessuna chiarezza sulle proprie competenze, mansioni, diritti e doveri) con dei sindaci cronicamente incapaci e menefreghisti?
Queste due signore, magari garbatissime e inappuntabili all'interno del loro gruppo culturale di riferimento, quando devono confrontare le rispettive culture scoprono all'improvviso su quante contraddizioni e falsi miti sia l'una che l'altra sono costruite e di quali mistificazioni si alimentano, e inevitabilmente si accapigliano, mettendo in condizione le loro due tribù di accapigliarsi in loro difesa.
Dietro il loro pittoresco ma certamente limitato alterco, si è mossa una manifestazione spontanea (ma essendo in stile cinese era molto più organizzata di una manifestazione italiana preparata per tre mesi) che cercava di raggiungere Piazza Duomo e Palazzo Marino (notoriamente separati dalla sola galleria Vittorio Emanuele) con scene di ordinaria follia che hanno per una volta increspato l'oleoso mare dell'autocontrollo, prima virtù del popolo cinese.
Il fatto è che la comunità cinese non è, non si sente e non sarà mai, subalterna alla nostra. La rabbia di quei 300 dimostranti, per la maggior parte giovani e parecchi ormai italofoni oltre che italiani, è la rabbia di chi vive la politica e la giustizia come sistemi ostici ed ostili, di chi percepisce l'intolleranza e spesso l'ignoranza dei loro concittadini e non ci sta a sopportarla come una sorta di pizzo da pagare tacendo. In generale è vero che non ci amano nè ci invidiano, il loro senso di superiorità non nasce da considerazioni filosofico-religiose ma da quella che a loro sembra una valutazione obiettiva. Dal loro punto di vista hanno il merito di offrirci beni e servizi a prezzi convenienti, di lavorare e produrre il doppio di noi, di darci lezioni di capitalismo e imprenditorialità. Quanti bottegai milanesi hanno venduto proprio ai discendenti del Celeste Impero i loro esercizi a prezzi folli, godendosi poi una tranquilla vecchiaia? Quanti consumatori non hanno problemi a scegliere bar, ristoranti, empori, negozi ecc. ecc. ecc. gestiti da cinesi perchè li trovano convenienti e spesso molto ma molto più professionali dei loro omologhi italiani?
Quanti sedicenti aspiranti industriali italiani, viceversa, usano il proliferare di ditte aziende ed imprese cinesi come alibi per la loro scarsa capacità imprenditoriale (anche il ruolo del capro espiatorio alla fine ha una sua dignità ecologica)? E quanti yuppies rampanti hannospregiudicatamente e spudoratamente investito in Cina perchè lì la manodopera costa una cantata, i lacciuoli burocratici sono ai limiti dell'inesistente e il mercato tira da far paura? Come si vede, il fenomeno è composito ed andrebbe guardato da più angolature per farsene un'idea non faziosamente unilaterale (ma nemmeno fazianamente buonista).
Ma dico, nonvedete in un solo anno quanto sono invecchiato? Nel 2006 avevo ancora il fascino del brizzolato, adesso sono quasi più bianco di Marini. Perfino il nodo della cravatta non mi viene più geometricamente perfetto come ai tempi gloriosi di quando ero Presidente del Consiglio. Non ne posso più di minuetti diplomatici col governo afghano, cene con Condoleeza Rice, telefonate infuriate di Bush. E se pesco quell'ingrato di Strada gli squarcio le gomme della macchina: quando era su il Berlusca mi telefonava tutti i giorni dicendo "Massimo, fai qualcosa..." che sembrava la reincarnazione di Nanni Moretti, adesso se non lo chiamo io per chiedergli cosa cristo combina neanche mi cerca più.
E la mia mano, che con un semplice gesto sa esprimere magistralmente un contenuto disgusto, non indica i colleghi dell'opposizione, no!!! Indica Prodi, Mastella, Rutelli e altri che preferisco non nominare che si ostinano a non trattarmi da quel fuoriclasse politico che sono: sarebbe come avere a disposizione Cristiano Ronaldo e metterlo a fare lo stopper con rinvii svirgolati alla viva il parroco.
Quando avevo detto "Se questo governo non ha la fiducia del Parlamento ce ne andiamo tutti a casa" mica stavo scherzando. Perchè non mi prendono neanche più sul serio quando dico le cose? Avevo una bella regata già organizzata e ho dovuto mandare tutto a monte...
Lui e lei erano lì, in un bilocale di periferia ordinato fino alla maniacalità. Lui giocava in casa e lei in trasferta, e quindi i suoi gol valevano doppio, ma lei faceva finta di non saperlo e si difendeva come l’Inter di Picchi. Ma neanche lui, in realtà, aveva particolari intenzioni di andare in forcing, e palleggiava a trequarti campo in una fitta ragnatela di passaggi senza per ora tentare l’affondo.
Né lui né lei si erano particolarmente curati per l’occasione: che non si pensasse neanche per idea che si erano incontrati per motivi meramente edonistici. Si erano incontrati per capire cosa c’era tra loro, si erano incontrati perché non potevano non incontrarsi, si erano incontrati perché la vita è una sola, si erano incontrati perché Prodi ha deluso perfino Santoro, si erano incontrati perché nell’equilibrio fra desiderio e coscienza il desiderio aveva trovato un colpo di karatè che aveva steso la coscienza per qualche ora, si erano incontrati perché alla fine erano specialisti nel fare le cose che non andavano fatte.
Lei aveva parlato per due ore di suo marito e di sua figlia, di sua figlia e di suo marito, di quel bastardo di suo marito e di quella gnesa di sua figlia, e lui lisciandosi la barba aveva ascoltato quell’allucinante conglomerato di luoghi comuni versandole da bere ogni venti minuti circa. Quel vino sapeva di tappo, era molto dozzinale e ricordava vagamente lo sciroppo per la tosse che a lui veniva somministrato tutti gli inverni anche quando di tosse non ne aveva. Ragion per cui, tanto più che lo aveva portato lei, lui si era limitato a un assaggio iniziale simulando poi un’astemia che era qualcosa che non lo aveva mai riguardato.
Lei lo guardava trovandolo a tratti splendido e a tratti insopportabile e si chiedeva come poteva aver recuperato la giacca su cui lei aveva pianto un paio di mesi prima spargendoci sopra uno strato compatto di rimmel, fondotinta, lacrime, cispettina e chissà che altro. Lui pensava tra sé a che furbata aveva fatto comperando una giacca identica a quella che, tagliata in innumerevoli pezzettini in quanto irrecuperabile, contribuiva alla maniacale pulizia del suo cucinotto.
Poi all’improvviso uno strano rumore li fece trasalire: attraverso le pareti in cartongesso dall’appartamento dei vicini si levò un rumore ritmico: cri-cri-cri. Se lui fosse stato il ragionier Gorreri impiegato all’assessorato alle Varie ed Eventuali avrebbe certamente gridato “Andate a gussare al Parco Ducale, maiali!!!”, per sentirsi rispondere “Adessa l’è s’rè!”.
“Hai sentito cosa fanno?” chiese lei. “Quello che io e te abbiamo fatto una volta sola, con te tesa come uno stoccafisso” avrebbe voluto rispondere lui, ma con un sogghigno che voleva essere (e lei effettivamente trovò) molto sexy si limitò a dire “Secondo te?”.
Lei “Se lui è un uomo adesso mi salta addosso. Mi strappa i vestiti di dosso come sbuccerebbe una mela. Ma siccome io sono una signora, una donna sposata e una mamma affettuosa,spero che lui sia tanto uomo da provarci ma tanto gentiluomo da fermarsi prima che ricapiti l’irreparabile.”.
Lui “Se lei ci tiene davvero mi lancia un segnale. Chessò, una spallina leggermente abbassata,la lingua passata più volte sulle labbra, quella sua manotta grassoccia che mi si appoggia alla clavicola. Ma tanto si sa, quelle cose le fa solo quando c’è qualcuno nella stanza accanto che potrebbe entrare da un momento all’altro (e se ci scoprisse mi gioco le balle che darebbe la colpa a me),”
Lei “Dio bonino mi sto eccitando, e adesso che faccio? Gli cedo? Ma posso cedergli solo se lui ci prova, e per ora mi sta guardando in silenzio con una faccia che non si capisce niente. Se gli dico che ho voglia sono finita, non solo per stasera ma per sempre… E poi devo tornare a casa per mezzanotte se no la Renault diventa una zucca e mio marito diventa un vendicatore della notte. Orologio alla mano, sarebbe una sveltina e la sottoscritta di sveltine non ne ha mai fatte… Beh, almeno negli ultimi due anni…”
Lui “Se lei fosse degna delle mie parole parlerei. Ma lei mi ascolta sempre con quell’aria compunta di chi ha capito tutto ma che sotto sotto non ha capito niente. E poi, il fatto che dalle informazioni in mio possesso ultimamente l’ha data via a cani e porcimi spacca a metà: una metà la schifa e una metà si dice ‘Vabbè, e io non sarò mica peggio del tale e del talaltro che notoriamente hanno goduto delle sue grazie?’.”
Lei “Chissà perché quella volta che gli ho detto ‘Stiamo abbracciati tutta la notte, sarà bellissimo lo stesso’, lui ha borbottato una roba su un certo Elio. Sarà quell’Elio che mi portava a ballare quattro anni fa? E lui come fa a saperlo?”.
Lui “Ma quella volta che abbiamo combinato, in fondo in fondo le è piaciuto, visto che lubrificata lo era, e quindi tanto schifo non le doveva poi fare, o devo giudicare il tutto negativamente in base alla sua totale assenza di gemiti durante e di commenti dopo?”.
Lei “Gesù Gesù Gesù il Falerno mi sta a fare effetto. E io che l’avevo portato per farglielo bere a lui… E mo’ non ci sto a capire più niente, so solo che sto bene. Anzi no, che bene? Sto malissimo, sono una donnaccia che si ubriaca in casa del suo ganzo…”.
Lui “Ecco, lei è bella andata. Si ostina a fare la bevitrice anche se non tiene neanche un boero. Molto probabilmente, anzi direi sicuramente, quella bottiglia di orribile vino le è servita per disinibirsi. Ma a questo punto io non ho più margine di manovra: posso fare l’amore con una donna ubriaca solo se:
a)sono ubriaco almeno come lei, possibilmente molto di più, dopo di che probabilmente non se ne fa niente per problemi banalmente meccanici;
b)c’è la sostanziale sicurezza che la serata si sarebbe conclusa in orizzontale anche se si fosse bevuto spuma al ginger;
c)lei è non dico esclusivamente, ma almeno prioritariamente mia.
A rigor di logica, dovrebbero valere tutte e tre le condizioni, ma ci si potrebbe accontentare di una. Allora, scartando a priori b) e c), cosa faccio? Vado al bar sotto casa e compero una bottiglia di whisky a 20 euro quando alla Conad la pagherei 9 e 50, e poi ne bevo una significativa porzione? E se poi mi capita come dieci anni fa, quando mi sono addormentato durante un cunnilinguus e quando mi sono svegliato lei non c’era più?”.
In quel mentre suonò il cellulare di lei. Lei era tanto ubriaca che lasciò su il viva voce, e la cadenza del marito di lei si sparse per la stanza. Parlava con un tono talmente concitato da mangiarsi le parole, ma ogni tre secondi pronunciava un inequivocabile “Venaccàsa”.
Lui e lei cominciarono a farlo che il povero marito, del tutto non cosciente del vaso di Pandora che aveva involontariamente scoperchiato, stava ancora parlando e ripetendo il suo verso come la gallina leopardiana: come un cane di Pavlov che all’improvviso capisce che è il momento appropriato per salivare, si attorcigliarono convulsamente in tutti i pochi angoli, letti esclusi, fisicamente adatti alla bisogna. Si attorcigliarono e si contorsero senza gioia e senza piacere ma con una rabbia reciproca e per tutto il resto dell’umanità che li bruciava fino ad ustionarli. Maltrattandosi percuotendosi ed ignorandosi a vicenda lo fecero senza neanche lo sforzo di immaginarsi ognuno dei due un partner diverso al posto di quello disponibile per quella sera. Lo fecero per dimostrarsi che non ne valeva la pena; lo fecero per concludere ingloriosamente (con venti minuti di esplicito) tre lunghi mesi di asfissianti sottintesi. Lo fecero. E alla fine lei si rilassò per un attimo e disse quelle due misere parole per un totale di cinque lettere che era abituata a dire solo ed esclusivamente quando aveva la tassativa certezza che non sarebbero state prese sul serio: né questa volta fece eccezione.
Lui contenne la sua lingua tagliente sulla quale urgeva un "Ti ha fatto abbastanza schifo?", si ricompose rapidamente e la guardò con un'espressione che poteva significare qualunque cosa lei avesse ritenuto giusto che quel momento dovesse significare. Lei zoppicò verso il bagno (durante i contorcimenti precedenti si era dolorosamente storta una caviglia e aveva anche battuto la nuca contro lo spigolo del tavolino) con la voglia di dire "Non vale, si rifà tutto da capo..." ma contemporaneamente con la paura che suo marito setacciasse la città alla sua ricerca o, semplicemente, le facesse un pesante terzo grado al ritorno a casa.
OK, lei avrebbe potuto citare la bionda che scappava affannata per le scale, gli inequivocabili sms sul cellulare di lui che lui continuava a spiegare come scherzi, sbagli di numero, gratuite provocazioni, le battute allusive alle cassiere del bar in sua presenza, ma lui sarebbe riuscito a convincerla che (suvvia!) se lui era un po' brighellone era perchè lei non era più la stessa donna di quando si erano conosciuti mentre lui era addirittura ringiovanito.
Quando ripassò dalla cucina sperò che lui la abbracciasse e se la tenesse stretta senza dire nulla: ma lui era troppo orgoglioso per farlo, si limitò ad accompagnarla al portone senza neanche sfiorarla. E concluse la serata gustandosi una splendida puntata di Markette.
Due profonde amarezze: come vedete ho già cercato di metterle nella giusta prospettiva.
Il fatto che Emergency stia lasciando l'Afghanistan mi sembra una notizia molto più drammatica del tracollo della Roma all'Old Trafford. (E la brutta figura che ci fa l'Italia è molto più grossa).
Restano i nostri soldati e se ne va Emergency: credo che se si fosse fatto un referendum popolare su chi fra Emergency e l'Esercito Italiano ci rappresenta meglio all'estero l'esito sarebbe stato quasi plebiscitario. Ma non sempre la storia e la politica si uniformano al buon senso.
Emergency se ne va perchè non è una associazione religiosa: anche se le differenze fra volontariato laico e volontariato cattolico tendono a sfumare nella nostra società in cui le ideologie sono morte perchè fondamentalmente sono morte le idee, qualche differenza resta.
Mi spiego meglio: il volontariato cattolico si muove sulla scia di una filosofia evangelico-ecumenica in cui "fare del bene" è un imperativo categorico (in termini kantiani) o una variabile indipendente (in termini paramatematici). Il fatto che il tuo fare del bene venga deriso, frainteso, ostacolato o apertamente condannato non solo non frena la tua azione di soldato di Cristo, ma anzi aggiunge enfasi al tuo operato, giacchè un almeno metaforico martirio diventa quasi un premio e un riconoscimento al tuo sacrificio. La maggior parte delle amministrazioni pubbliche di qualunque colore e dimensione lo sa benissimo, e cavalca il lavoro oscuro e preziosissimo di molte ONLUS senza le quali non si potrebbero affrontare problemini di ordinaria amministrazione quali la cura e la riabilitazione dei tossicodipendenti, il reinserimento sociale dei carcerati, l'appoggio alle sterminate legioni di disperati che approdano giornalmente ai nostri indefiniti confini. (Poi va detto che molte ONLUS hanno capito che le amministrazioni pubbliche hanno capito e viaggiano su una garrula e gioiosa "doppia morale" facendosi sfruttare ma fino a un certo punto e vendendo i loro servizi a un onesto prezzo di mercato).
Il volontariato laico, viceversa, si muove sulla scia di valori svariati e variegati in cui comunque "fare del bene" è un imperativo condizionato o una variabile dipendente. Di solito lo spessore tecnico e culturale è maggiore, l'oblatività tipica del buon cattolico qui è presente a corrente alternata, e l'associazione in questione opera e produce vantaggi laddove ci siano progetti dotati di senso, partner disponibili, chiarezza di ruoli, strumenti adeguati. E da laico, Strada aveva dettato delle legittime e precise condizioni: ""Resteremo in Afghanistan solo se Rahmatullah sarà liberato e se ci sarà data la possibilità di lavorare in sicurezza".
Emergency ha fatto delle cose obiettivamente notevoli: in soli dodici anni di storia è diventata una delle associazioni umanitarie più note a livello mondiale arrivando ad essere partner ufficiale delle Nazioni Unite.
Gino Strada ne è da sempre anima e deus ex machina: solo che non sempre si limita a retorici proclami sull'amore universale. Laicamente e lucidamente, ha più volte commentato l'assurdità della politica estera italiana, della presenza militare italiana in Iraq e in Afghanistan. Correlativamente, non sempre il governo in carica considera Emergency una preziosa risorsa e un prestigioso fiore all'occhiello. Cerca, quando può (il governo in carica) di utilizzarla a mo' di Kleenex quando serve, per dimenticarsene l'esistenza quando non serve più: nella fattispecie, Emergency ha avuto un ruolo prezioso nella liberazione di quasi tutti gli ostaggi italiani catturati in quei due martoriati paesi. Per fare questo, dei suoi esponenti hanno materialmente rischiato l'incolumità (già, perchè se il "martirio" che tocca ai volontari in Europa è solo metaforico, si sa che il mondo islamico ha una certa difficoltà a gestire le metafore in quanto tali e non sempre esprime il suo dissenso con modalità esclusivamente di censura verbale).
Le ultime vicende sono abbastanza note: la mia impressione è che Emergency si trovi nella stessa posizione in cui si trovò 25 anni fa il generale Dalla Chiesa: abbandonato dallo Stato in territorio nemico. Dalla Chiesa, da carabiniere uso a obbedir tacendo e tacendo morir, non si sarebbe mai dimesso; Gino Strada e i suoi ragazzi invece possono andarsene senza rischiare l'infamia agli occhi del mondo: non sono nè carabinieri nè seminaristi e forse servono ancora da qualche altra parte.
Molti hanno accusato Gino di essere un presenzialista ammalato di protagonismo e incline a darsi più importanza di quanta non ne dovesse plausibilmente avere: a volte ho condiviso queste critiche, altre volte le ho considerate eccessive e un po' impietose, nel senso che il personaggio è fatto così, con le sue asperità e le sue motivazioni a volte un po' ambigue, ma del resto solo i megalomani si imbarcano in imprese simili, altrimenti se ne restano al rondò di Sesto San Giovanni a bersi un Campari.
Mi venivano un po' in mente (è colpa del pensiero associativo, direbbe Battiato) le critiche che riceveva Vincenzo Muccioli quando, da albergatore romagnolo in disarmo, aveva tirato su una comunità di recupero che nel suo periodo di maggiore splendore e rilievo mediatico arrivò ad ospitare 4000 ragazzi e ad avere tutti i servizi e le infrastrutture di un capoluogo di provincia. Premetto che Gino Strada mi ha sempre nel complesso convinto e Vincenzo Muccioli mi ha convinto molto meno: ma astraendo dalle umane simpatie e cercando di analizzare neutralmente quei due itinerari, San Patrignano come Emergency sono diventati "un caso" quando hanno costretto il potere politico a trattarli come partner non subalterni e delle volte molto scomodi: dei partner che (bene o male) si imponevano con la forza dei risultati e dei numeri e si rivelavano riluttanti a farsi piegare nelle complesse e delicate alchimie della politica italiana: o ci prendete come siamo o altrimenti facciamo come ci sembra giusto. E alla fine era sempre più lo Stato ad aver bisogno di loro che loro ad aver bisogno dello Stato.
Quando dico che Muccioli mi convinceva meno di quanto non mi convinca Strada, parlo di episodi arcinoti anche se mai chiariti del tutto: la mattanza in macelleria (forse originata da vecchie storie "di piazza" che avevano lasciato dei sospesi insuperabili), i metodi coercitivi, che arrivavano alle catene, per impedire al tossico in astinenza di abbandonare la comunità (contro la filosofia CEIS "Se vuoi tornare a farti quella è la porta, ci rivediamo quando sarai pronto", forse più civile o forse più pilatesca), lo sfruttamento al limite del lavoro nero di tantissimi ospiti ("più lavorano e più ne vengono fuori, e io in cambio gli do vitto alloggio protezione e rispettabilità"), la connivenza con squallidi episodi di "nonnismo" ecc. ecc. ecc.
Rispetto ai peccati originali del demiurgo di San Patrignano, le colpe di Strada sono un po' più sfumate e soggettive: non eccelle in diplomazia e in senso dell'opportunità, si ostina a non capire che in Italia (e forse nel mondo intero) non conta nulla quello che fai se non lo sai presentare in modo corretto e accattivante e se non sai crearti le giuste alleanze. Lui invece riuscirebbe a litigare con tutti i governi del mondo col suo stile molto milanese del tipo "Alura basta bale, chi gh'è de laurà", che rende l'Assistenza Pubblica della sua Sesto la migliore d'Italia, ma già a Roma rischia di essere frainteso, a Kabul non ne parliamo nemmeno...
Ho l'atroce sospetto che gli afghani vedano questi italiani ipercinetici e dalle mille iniziative come il fumo negli occhi: portano il loro modo di ragionare, la loro cultura e le loro usanze a casa nostra, pensa l'afghano medio come l'italiano medio fa con l'extracomunitario di turno. Se poi risulta chiaro che anche il governo italiano li considera a volte dei simpatici casinisti, perchè non provvedere a lanciargli messaggi intimidatorii dapprima allusivi poi sempre più diretti per vedere di farli stare un po' più tranquilli?
E sembra che l'effetto desiderato sia stato ottenuto: Emergency smobilita dall'Afghanistan.
NB: Il titolo del post, sempre per colpa del pensiero associativo, richiama un album degli Area, storico gruppo del rock alternativo degli anni di piombo.
"Excuse me, sir, would you mind showing me the way to the nearest hospital?"
"No, sucker, I can only show you the way to the next whiskey bar!"
"My God! An English tutor of the order able to quote Bertolt Brecht! I'm quite astonished! By the way, sir, which kind of baton did you use? You did not cause me any pain..."
"I used a baton expressly conceived for the macaronis like you, fucking tramp... Wanna 'nother?".
"No, thanks a lot, sir, I think this one will do. Do you think I'd better wash my face before going to the stadium?".
"I'm pissing on your face, idiot!!! You're not going to the stadium now, you're coming to the Police Department and later on you're catching the first plane for Rome...".
Berlusconi che proferisce parole di pace e di distensione al termine dell'indegna gazzarra in cui non è che la maggioranza abbia figurato particolarmente meglio dell'opposizione (entrambe impegnate a spillare, dalla morte di un povero ragazzo che sognava di fare il giornalista ma nel posto sbagliato, esigui spiccioli di tornaconto politico) non riesce ad aggirare un senso di attonita incredulità che tutto mi permea e mi pervade.
Perchè lo ha fatto?
Come i grandi boss mafiosi, ha lasciato che i suoi peones mettessero a ferro e fuoco il paese (con la minuscola nel caso del boss, con la maiuscola nel caso suo) per poi uscirsene a passeggio il dì di festa dicendo a tutti "E che modo di comportarsi... Picciotti senza creanza sono... Qui ci sono dei padri di famiglia che vogliono campare tranquilli..." ricevendo tremanti baciamani dalla popolazione sottomessa;
Ha già deciso di abbandonare la politica e, tanto che c'è, l'Italia (gli hanno parlato di splendide località balneari tunisine Hammamet in testa) e nei prossimi due mesi vuole spararle talmente grosse da farsi paura da solo. Le prossime che ha in serbo: "Ho sempre considerato Romano Prodi il vero erede di De Gasperi", "Avrei voluto affidare a Tonino Di Pietro il programma Pietrate quotidiane su Rete 4 ma lui non ne ha mai voluto sapere", "Quando mi sono svenato per riportare Bonolis in Mediaset, tanto valeva che comprassi l'Inter", "Maria De Filippi in RAI potrebbe fare al masimo la guardarobiera", "Nelle mani del centro-sinistra l'Italia andrà incontro ad una lenta ma sicura ripresa";
Ha una Alzheimer che in confronto quella di Regan era una leggerissima vertigine: venerdì scorso voleva invitare Casini e Follini a un'ultima cena per poi farsi crocefiggere fra De Michelis e Martelli per ricomparire domenica mattina al posto di Ratzinger.
E allora ti hanno ucciso. Forse il governo italiano non si è sbattuto per te, umile pur se indispensabile collaboratore di Mastrogiacomo, come si era sbattuto per lui; poi si sa, per Pasqua le attività parlamentari rallentano, la Farnesina si svuota, e insomma ci pensiamo da martedì prossimo; forse non se la sono sentita di rischiare una nuova crisi coi potenti alleati yankees (inviperiti per la liberazione di cinque feroci criminali in cambio di Mastrogiacomo; amareggiati perchè la gente di Vicenza non li ama; offesi perchè ogni tanto qualcuno gli ricorda ancora la bravata omicida del Cermis o l'esecuzione sommaria di Calipari) o una nuova baruffa con gli squadristi della Nuova Destra; forse i tuoi stessi rapitori hanno pensato che per il raffinato reporter europeo avrebbe fatto più gioco la liberazione che l'omicidio, e per te (come per l'autista) hanno deciso altrimenti: non essendo nè raffinato nè europeo, era un regolamento di conti interno di cui l'Europa e l'Occidente potevano e dovevano disinteressarsi. Detto fra noi, chi te l'aveva fatto fare di diventare l'interprete di un infedele? Mastrogiacomo poteva anche accampare la scusa di una almeno parziale ignoranza delle regole del gioco, ma tu povero ragazzo lo sapevi in che guaio ti stavi andando a ficcare, o no?
I tuoi ultimi messaggi al presidente afghano Karzai erano angosciosamente simili a quelli che Moro lanciava ai suoi presunti amici democristiani. E' vero quello che dicevi, anche il governo afghano, non solo quello italiano per Mastrogiacomo si era attivato in ben altro modo. Il problema, col tuo governo e coi tuoi rapitori, era che Mastrogiacomo non aveva colpa, mentre tu secondo loro te la sei andata a cercare. I talebani, questi organismi culturalmente modificati metà terroristi e metà mafiosi, ti hanno fatto pagare quello che ai loro occhi era il tuo squallido e provocatorio doppiogiochismo. E come il governo italiano è sempre stato colluso coi mafiosi e imbelle coi terroristi, Karzai coi talebani come dovrebbe essere, povero Maometto (l'equivalente islamico di poverocristo)? Eroicamente titanico? Ma in che mondo vivevi?
Così, mentre alle tue disperate richieste di aiuto afghani e italiani rispondevano alla genovese "Emu zà datu", tu se solo avessi potuto tornare indietro avresti dato un calcio nel sedere a Mastrogiacomo, all'Italia, all'America, ai talebani e te ne saresti stato allineato e coperto cercando solo di portare la pelle a casa. Come si vive quando tutto ti fa capire che il tuo destino è già scritto? Come vivrebbe un agnellino se sapesse perfettamente che il suo unico scopo è quello di finire sgozzato e dato in pasto alla voracità degli uomini? E almeno l'agnellino prima di finire sgozzato viene trattato con tutti i rispetti.
Perchè fra l'altro questo rapimento ha avuto delle curiose coincidenze temporali: forse è stato un caso che Mastrogiacomo sia stato liberato per la festa del papà; ma non so se è un caso che tu sia stato ucciso nel giorno della Pasqua cristiana.
In Italia, salvo gli imbarazzi (spero sinceri) di Paola Perego a Buona Domenica che voleva andarsene a casa ma il regista non la lasciava, sul tuo destino di essere umano nessuno si è commosso e la politica italiana ha inscenato l'ennesimo teatrino di accuse e controaccuse. Se ti avessero liberato in cambio di altri terroristi, la Cdl avrebbe berciato che "la connivenza dei comunisti italiani coi talebani ha superato ogni limite"; non avendo trattato abbastanza efficacemente, viceversa, ora quegli stessi "comunisti" vengono accusati di opportunismo e spietatezza. Su Quattrocchi e Baldoni com'era stata la maggioranza di centrodestra, pietosa e sollecita? E quando nel novembre 2003 a Nassiriya sono saltate per aria 28 persone, chi era che aveva mandato in zona di guerra soldati e carabinieri italiani istruiti ed equipaggiati come per una semplice banale missione di peace-keeping?
Scusami, Adjimal, mi sono dimenticato di te. Spero che almeno Allah ti renda giustizia e non dia anche lui ragione ai tuoi sgozzatori che sostengono di aver agito nel suo nome, e che il tuo Paradiso sia quel luogo di beatitudine di cui si sente molto parlare in giro. Te lo meriteresti.
Ed è arrivata anche questa Pasqua, festeggiata da una primavera che l'ha attesa un po' in surplace, alternandosi con squarci di inverno e giornate di pioggia battente per esplodere radiosa in zona venerdì santo.
La Pasqua rispetto al Natale è un po' meno (non tantissimo, in realtà) compromessa e sporcata da doppi significati consumistico-edonistici, c'è la tradizione sentitissima a Roma e sentita così così nel resto d'Italia della gita fuori porta di Pasquetta, l'uovo di pasqua che è un po' l'albero di natale dei poveri (anche se qualche contessina ci trova dentro un Rolex d'oro o un nano travestito da California Dream Man), la colomba, l'agnellino di marzapane, agnelli e abbacchi veri trucidati per il piacere della gola, il rito ancora vivo in alcune zone dell'Italia centrale del perdono reciproco, che poi si risolve nella formula standard "Perdono a tutti", che non si capisce mai se vuol dire (chiedo) perdono o (concedo il) perdono, ma tanto equivale a "Come va?". "Bene, grazie e mi saluti la sua signora".
Sul piano religioso, in realtà, la Pasqua celebra il soave paradosso su cui si regge la religione Cristiana, incompresa dai cugini ebrei che considerano Cristo un bravo ragazzo che si era un po' montato la testa ("Il messia? ma fateci il piacere...") e dai cugini islamici che fra loro ironizzano sull'iconofilia, sull'adorare un cadaverino e sul rito cannibalistico dell'Eucarestia tipiche del culto cristiano.
Un Dio che si fa uomo e che muore come il peggiore dei delinquenti non è un esercitazione concettuale di tutto riposo. La maggior parte delle persone che affollano le chiese, specialmente stamattina, forse non hanno mai riflettuto sulla sfida che la morte di Gesù si porta dietro.
Sono cristiani perchè lo erano i loro genitori, i loro nonni, e via tornando indietro nelle generazioni. Sono cristiani perchè considerano la religione un investimento a costo zero per la vita eterna. Sono cattolici ma inconsciamente quacqueri, calvinisti, metodisti nel loro distinguere fra l'uomo giusto illuminato dalla Grazia e l'uomo ingiusto che vive nel peccato e nell'errore e merita solo anatemi e calci nel sedere. Si sono persi 45 anni di sforzi di declinare un cattolicesimo rispettoso delle diversità, pietoso verso i colpevoli, solidale e umile, aperti dalla distinzione di Papa Giovanni fra l'errore e l'errante (contenuta nella sua enciclica Pacem in Terris che è bella quasi come un passo biblico, specie se confrontata con certe encicliche fredde e aride del suo successore Paolo VI). Un cattolicesimo che purtroppo ha poco a che vedere con la linea politica molto teutonica del nuovo papato (laddove Wojtyla era stato un superbo diplomatico, ambasciatore del messaggio cristiano anche e soprattutto a chi non lo condivideva e/o faceva finta di averlo capito ma non era vero). Le dotte citazioni anti-islamiche di Ratzinger vanno decisamente in tutt'altra direzione.
Buona Pasqua davvero a tutti. Non avendo tempo e modo di girare per tutti i blog, saluto e mi spando in auguri in particolare per Chiara, Maryann Unfaithfull, Miss Acrostico, Osvaldo, Renato, Stella in rigoroso ordine alfabetico perchè nel mio blog non esistono gerarchie, esiste solo l'adamantina distinzione fra chi è in sintonia e chi non lo è.
Golden velvet robes on pope Paul, he's talking He's stalking devils of flesh. Rides through the streets instead of walking. I think his holy story is a mess. All I did last easter all I did was paint some eggs. It was a resurrection holy day no more nails in the holy legs.
Only one true holy book in your hand. Singing in latin nobody understands. Licking wafers paper thin. Ah, stupid christian isn't it grand?
Is that your reason for this day? Do you have a little something holy you'd like to say? Something about a magic, sacred, holy day.
You look holy and humble on your knees, But it looks funny when you run that way. Pope Paul taking all your money For turning your feet into clay (pigeon!).
One man of peace dies, and a hundred wars begin. You keep murdering people in his christian name I thought he said, I thought he said that was a sin. Soldier where have you been?
What is your reason for this day? Do you have a little something holy you'd like to say to me? Something about a magic, sacred, holiday.
All I'm going to do this easter, I'm just going to look for eggs. It's a resurrection holy day - no more nails in the holy legs. No more brains in the christian.
Pasqua? Velluto dorato veste papa Paolo*, lui sta parlando Lui sta inseguendo i diavoli della carne. Cavalca per le strade invece di camminare. Io penso che la sua storia santa è una balla. Tutto quello che ho fatto la scorsa Pasqua tutto quello che ho fatto era dipingere delle uova. Era un giorno santo di risurrezione nessun chiodo ancora nelle sante gambe.
Solamente uno il vero libro santo nella tua mano. Cantando in latino nessuno capisce. Leccando le ostie. Ah, stupidi cristiani non è grandioso?
E' questa la vostra ragione per questo giorno? Avete qualche piccola cosa santa che gradireste dire? Qualche cosa circa un magico, sacro, santo giorno.
Sembrate santi e umili sulle vostre ginocchia Ma sembra divertente quando correte così. Papa Paolo* prende tutti i vostri soldi Per trasformare i vostri piedi in argilla (piccioni!).
Un uomo di pace muore, e cento guerre cominciano. Tu cristiano continui ad assassinare persone nel suo nome Pensavo che lui avesse detto che quello era un peccato. Soldato dove sei stato?
Quale è la vostra ragione per questo giorno? Avete qualche piccola cosa santa che vorreste dire? Qualche cosa su un magico, sacro, santo giorno.
Tutto ciò che farò questa pasqua, io cercherò soltanto delle uova.
E' un santo giorno di resurrezione - nessun chiodo nelle sante gambe. Niente più cervello nei cristiani.
* Paolo VI, perchè siamo nel 1972 - N.d.T.
Ve la immaginate una canzone così nell'America di George W. Bush che vorrebbe dare pari dignità al creazionismo rispetto al darwinismo e che comincia la giornata con mezz'ora di preghiere (per poi dire che i leader musulmani sono degli integralisti)?
La foto del tifoso inglese con la testa rotta sta purtroppo facendo il giro del mondo: io non so che cosa il signor Smith abbia fatto per meritarsi una violenta manganellata in testa (vi garantisco che per spaccare una testa con un manganello il colpo dev'essere scagliato dopo un triplo salto mortale da cartone animato giapponese, in caso contrario ci si limita ad ecchimosi con bernoccolo), probabilmente ha citato Giacomo Poretti in versione Mr. Flanagan apostrofando l'agente con un "Your mother works in the traffic" superando purtroppo per lui la barriera linguistica, oppure aveva una molotov nella mano sinistra, una bomba carta nella destra, un kriss malese fra i denti e la foto della Margareth Thatcher sulla t-shirt, oppure ad una verifica degli steward era stato trovato in possesso di un biglietto valido e obliterato sì, ma per Gardaland invece che per la partita.
Altre foto non evidenziano in realtà particolari nefandezze perpetrate dalle nostre forze dell'ordine, ma qualunque esponente della House of Lords potrebbe cortesemente eccepire con britannica flemma e garbato sense of humour che le foto sono state scattate da un macarone mandolino pizza spaghetti mammamia e non da un vero fotoreporter albionico, cosicchè esse non possiedono la minima vis probatoria, o probing strength per dirla nel loro letterario idioma.
Guardando le cose con occhio neutrale parrebbe comunque che i nostri poliziotti siano andati all'attacco a colpi di manganello piuttosto che fare la cosa più corretta e funzionale (ma da una comoda poltrona son buoni tutti gli asini a pontificare, e io come asino mi difendo mica male...) cioè contenere ed isolare i facinorosi, in prima battuta per impedir loro di nuocere e in seconda battuta (nel caso di recidiva dei comportamenti scorretti) per individuarli ed inviarli ai provvedimenti legali opportuni e legittimi.
Tirare manganellate come forma di estemporanea punizione, se lo facesse un policeman di Manchester verrebbe quanto meno additato al pubblico ludibrio, e di questo i nostri baldi agenti devono farsi una ragione. Il manganello è stato dato in dotazione come arma difensiva e gli ultrà dei Red Devils mi sembrano a un tanto al chilo meno battaglieri di quelli del Catania, nè li vedo a fare ricorsi al TAR del Lancashire per farsi togliere provvedimenti di interdizione (ogni riferimento a fatti avvenuti negli ultimi giorni a Catania è di pura e assoluta fantasia).
Io credo che la morte del collega proprio a Catania (guarda la sfiga: erano 80 anni che a Catania nessuno moriva ammazzato!), la campagna anti-romana gestita direttamente dal Manchester (con l'invito a disertare Campo de' Fiori, uno dei posti più belli d'Europa equiparato a Secondigliano o allo ZEN), l'atteggiamento tuttora arrogantemente imperialistico con cui i decaduti pronipoti della regina Victoria percorrono carichi di birra l'Europa siano stati fattori destabilizzanti tali per cui, forse, se la partita fosse stata Albinoleffe-Frosinone la si sarebbe fatta disputare a Gallipoli a porte chiuse. Ma con la Champions League e con quei formaloni dell'UEFA questi italici palliativi non sono proponibili.
Morale della favola: se avessimo fatto solo la figura degli arruffoni incapaci pazienza, per così dire ci siamo vaccinati.
Ma permettere ai giornali inglesi di titolare "Romani barbari!!!" (erano duemila anni che avevate quel titolo in mente senza trovare l'occasione per usarlo, vero?), diciamocelo, un poco dispiace.
Ci consola vedere peraltro che anche la polizia di Siviglia ieri sera contro i placidi sostenitori del Tottenham abbia adottato le maniere forti: poveri inglesotti che prendono su in tutta Europa... Ora cosa scriveranno a Londra? "Spagnoli matadores"?
Del resto, anche fuori d'Europa, ad esempio in Asia, i cittadini britannici vengono puniti ben oltre i loro effettivi demeriti, per cui forse alla fine dovranno farci un po' il callo.
Vuol dire che dopo eventuali rappresaglie che vengano perpetrate ai danni degli hooligans de noantri in quel dell'Old Trafford, incaricheremo Vittorio Feltri di titolare "Inglesi fermi all'Heysel", tanto ha fatto e scritto ben di peggio, e vedo che sta già prendendo la rincorsa.
Concludiamo con un gradito ospite, un osservatore neutrale pur se di madre lingua inglese che argomenta sul forum di Times:
Two nights in a row, in two different parts of europe, and England still has the gaul to blame law enforcement in both cases. Who is going to take you seriously England???
Jeff, Cheshire, Connecticut
Trad: Due serate finite nello stesso modo in due diverse parti d'Europa, e l'Inghilterra ha ancora la faccia tosta di criticare gli inasprimenti di legge in entrambi i casi (ndt Il gentile lettore statunitense usa queste parole ma credo che voglia alludere alla reazione della polizia e non alle leggi vigenti, ma si sa che dalle sue parti c'è un Bourbon che è la fine del mondo). Chi ti prenderà mai sul serio, Inghilterra?
Dopo aver dato torto ad entrambi i contendenti e ragione solo a me stesso, posso serenamente concludere il post.
Benedetto di un uomo. Non faccio a tempo a darti per spacciato snocciolando dati e fatti, indizi e segni rivelatori, che tu manco mi caghi e a mia totale insaputa cerchi di arrampicarti sulla Telecom. O meglio, una miriade di amici interessati o disinteressati, coinvolti o disinvolti, partigiani o partenopei fa di tutto per darti ad intendere che solo tu puoi salvare la Telecom e mantenerla un'azienda controllata da capitali e imprenditori italiani.
Certo, tu starai valutando i pro e i contro dell'operazione, e ti starai dicendo
"Cribbio!!! Non ho neanche fatto in tempo a finire all'opposizione che i giudici hanno ricominciato ad accanirsi contro di me.
Se rilevo la Telecom non posso mica lasciarla in mano a Piersilvio o alla Marina, devo interessarmene io di persona. E quei bolscevichi della sedicente maggioranza solleverebbero ancora quella intollerabile menata del conflitto d'interessi. Dovrei rimettere il mandato parlamentare, e io non ho mai rimesso in vita mia neanche di fronte ai discorsi di Prodi.
E se perdo l'immunità parlamentare divento come un uccellino inerme il primo giorno di caccia. Quel pirla di Cornacchione ci scherza ma è vero: questi qui ce li ho tutti contro...
D'altra parte che tutti mi vedano come il salvatore della Telecom mi ringiovanisce di 20 anni, quando tutti mi acclamavano come il riformatore della TV e l'alfiere del liberismo contro il carrozzone partitocratico della RAI... Sembrano passati due secoli...
A chi diavolo chiedo consiglio? A Taormina che oramai è nel marasma più totale per colpa della Franzoni che me l'ha fatto impazzire, deperire, ridurre una larva d'uomo?... A Confalonieri che tutte le volte che gli chiedo consiglio mi fa delle paternali che non finiscono più? A Feltri che mi ha già detto che la prossima volta che vado a chiedergli un consiglio mi mette le mani addosso? A Ferrara?
Sarei quasi tentato di chiederlo a lui, ma allora il conflitto di interessi ce l'avrebbe Ferrara. Da quel visionario che è mi direbbe di restare parlamentare, controllare anche La7 che sarebbe un fringe benefit marginale dell'acquisizione di Telecom, e con sette televisioni fondare la Italia Virtuale Società a Responsabilità Variabile che abolirebbe seduta stante il Parlamento e baserebbe le decisioni politiche sui talk-show.".
Non siamo proprio a livello di Mussolini che, nella agitata quiete di Piazza Venezia nel giugno 1940, si chiedeva "Cosa faccio? Dichiaro guerra all'Inghilterra o alla Francia? O magari a tutte e due insieme? O a nessuna delle due, me ne torno a Predappio e chi s'è visto s'è visto?", ma insomma, poco ci manca...
Nelle foto: un gentile invito a Berlusconi e Tronchetti Provera a dedicarsi alle gioie della famiglia...
A margine di una partita giocata fra due delle squadre più forti e spettacolari d'Europa, la solita indegna gazzarra da bambini dell'asilo. Comincia un sito inglese a stampare un manuale di uso e manutenzione di Roma che derubrica una delle città più belle del mondo (se non la più bella in assoluto) in periferia violenta di Bombay (By the way, Londra vi sembra una città sicura? But take away the bacon slices from your eyes, if you please...). Continua il prefetto di Roma che reagisce sdegnato come se il folle manualetto fosse opera di Tony Blair in persona e non di un manipolo di hooligans frustrati dal pugno di ferro del governo britannico. Nel mezzo, il solito Puppone Totti che deve avere dei problemi d'accesso al canale satellitare della legittima consorte dato lo stato di avanzata gravidanza, sfida Ferguson con stile da film di Bruno Corbucci ("Si o pijo da solo je meno"). Sembra che Venditti abbia composto l'anti-inno "Manchester... Manchestava n'antra squadra?" bloccato da non si sa quale autority, forse perchè l'armonia era completamente copiata da We Are The Champions.
Alla fine, come largamente previsto e annunciato (se si continuano ad evocare formule cabalistiche per invocare Satana, che non ci si lamenti se poi Satana compare davvero) ultrà romanisti e manchesteristi decidono che non gliene frega una mazza di come finirà fra le loro squadre ma che è invece un loro vitale interesse capire chi picchia meglio e di più. Fuori dallo stadio i nostri hanno la peggio, e perdono 14 a 4, però tre dei quattro gol sono di pregevole fattura e mandano gli avversari al Pronto Soccorso in codice rosso (se la notizia non è taroccata ciò significa: grave rischio per le funzioni vitali). Dentro lo stadio, protetti dalla sudditanza psicologica delle forze dell'ordine, invece, gli ultrà giallorossi mantengono immacolate le proprie cartelle cliniche e inalterate le proprie fedine penali, perchè i nostri epici tutori dell'ordine sicuri di sè e splendidamente addestrati manganellano a casaccio qualunque cosa che abbia un vago sentore di Albione facendo la solita strepitosa figura in diretta eurovisiva, "vendicando" a modo loro la disfatta patita in precedenza.
Gli irresponsabili che hanno redatto il manualetto anti-romanisti hanno la stessa responsabilità morale dei "cattivi maestri" di settantasettesca memoria e meriterebbero una denuncia per istigazione a delinquere, avendo scaldato e traviato gli animi sia dei loro connazionali che (ad abundantiam) dei supporter romanisti meno inclini, per così dire, a prendere in ridere le provocazioni goliardiche.
La nostra Polizia, comunque questo si voglia interpretare e che piaccia o no, si è dimostrata ancora inadeguata ad arginare la violenza negli stadi (in questo caso ho avuto l'impressione che avessero più paura i tutori dell'ordine che i potenziali violatori dello stesso): perchè dovremmo pensare, del resto, che un giovane poliziotto italiano sottopagato e male addestrato dovrebbe dare un servizio migliore di un ausiliario ospedaliero o di un addetto ai call center, sottopagati e male addestrati anch'essi? E comunque, escludo nel modo più categorico che avessero a che fare con 5000 pacifisti tutti tesserati per Amnesty International, almeno questo non dimentichiamocelo.
I rappresentanti UEFA, che come quelli FIFA considerano il calcio italiano qualcosa a metà strada fra il pianeta delle scimmie e il villaggio di Asterix, hanno comunque fatto già capire che la colpa è quasi esclusivamente da ascriversi alla Roma e ai Romani, con prodigiosa tempestività (le prime agenzie sono arrivate a partita ancora in corso) sia da parte dei dichiaranti che da parte di chi queste approssimazioni mediatiche raccoglie e divulga.
Quando ho ancora voglia di fare il filosofo rifletto sugli inestricabili grovigli fra natura e cultura, natura e società, natura ed educazione, su quella stupenda macchina biologica che è un organismo umano e su come la vita sociale coi suoi ritmi sballati, le sue imposizioni e i suoi condizionamenti rende questa stupenda fuoriserie una mesta carcassa che vagola confusa e frustrata, molestata da mille problemi per lo più non risolvibili.
Queste riflessioni non mi vengono spontanee nelle giornate di sole, in cui bene o male lo stacco fra natura e società è cospicuo ma comunque gestibile, e il selvaggio che c'è dentro ognuno di noi mi aiuta e ci aiuta ad investire risorse ed energie in una vita dinamica ed intraprendente. Ma in una giornata uggiosa in cui si riflette su una vita ben spesa, sulle sue mutandine rosa e si progetta una drastica fuga dalla Brianza velenosa, è fisiologicamente ed ecologicamente normale che la parte contemplativa prevalga su quella intraprendente.
Now scientists call this disease bromidrosis But us regular folks Who might wear a tennis shoe Or an occasional python boot Know this exquisite little inconvenience by the name of: Stink foot
Così si esprimeva Frank Zappa a proposito della puzza di piedi.
Il Frank Zappa Italiano (Stefano Belisari in arte Elio) potrebbe parafrasare in
Quei furboni degli scienziati chiamano questa malattia meteoropatia/ma noi giovani di oggi/che non guardiamo nemmeno Elisir/e confondiamo meteoropatia e meteorismo/denominiamo questo delizioso piccolo inconveniente in vari modi tra cui come non citare spleen, tedium vitae, o più semplicemente sfiga.
Solo pochi privilegiati appartenenti all'aristocrazia intellettuale non soffrono di meteoropatia: quelli che possono permettersi di creare prendendosi il loro tempo (e di solito si suppone o si è virtualmente certi che il risultato di queste lunghe ancestrali attese ripaghi il prolungato periodo in cui l'artista è stato di fatto improduttivo, o come direbbe Tronchetti Provera ha fatto il lavoro di back office) o quelli che hanno imparato ad usare la propria intelligenza per far sbattere gli altri, e possono gestire i loro imperi dal telefonino (che, oltre a rendere i tradimenti coniugali un gioco da ragazzi, hanno allontanato legioni di giovani manager dalle proprie scrivanie, per non parlare dei PC portatili con la loro brava Smart Card che si collegano in Internet anche da un atollo tropicale).
Tutti gli altri sono condannati a produrre consumare e crepare seguendo un ritmo artificiale che è quello della creazione e distribuzione di merci e servizi. Marx aveva capito benissimo dove portavano le magnifiche sorti e progressive del capitalismo, ma si vede che l'hanno ascoltato con un orecchio solo e/o han capito quello che gli faceva comodo capire. Anche il buon Freud ha scritto pagine di adamantina chiarezza sui pericoli di un eccessivo allontanamento da condizioni di convivenza "fisiologiche" (solo chi non ha mai letto neanche una sua riga lo considera palloso e illeggibile, è molto più leggibile di Bevilacqua o di Manzoni).
Tutti noi blogger viviamo dentro il nostro blog l'estasi della creazione fine a sè stessa, del creare per il gusto di creare, e poi torniamo chi più chi meno nell'incubo scuro della realtà dove esistiamo quasi esclusivamente in quanto produttori, consumatori, elettori e telespettatori: in tutti e quattro i casi, come rotelline ottuse ed amorfe e giammai come individui.
Invece come sarebbe bello, in un giorno di pioggia, potersi permettere come il Blasco di osservare "Senti che fuori piove, senti che bel rumore..." e non, come il camionista Anteo Spaggiari di Sissa, "Senti che fuori piove, boia d'un mond lèder am tocca andèr fino a Crotone e magari sulla Salerno-Reggio Calabria a f'niss in't na scarpeda...".
O avere il mood di questa bellissima canzone dei Modena City Ramblers con la quale concluderei:
In un giorno di pioggia
Addio, addio e un bicchiere levato al cielo d'Irlanda e alle nuvole gonfie. Un nodo alla gola ed un ultimo sguardo alla vecchia Liffey e alle strade del porto. Un sorso di birra per le verdi brughiere e un altro ai mocciosi coperti di fango, e un brindisi anche agli gnomi a alle fate, ai folletti che corrono sulle tue strade.
Hai i fianchi robusti di una vecchia signora e i modi un po' rudi della gente di mare, ti trascini tra fango, sudore e risate e la puzza di alcool nelle notti d'estate. Un vecchio compagno ti segue paziente, il mare si sdraia fedele ai tuoi piedi, ti culla leggero nelle sere d'inverno, ti riporta le voci degli amanti di ieri.
E' in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta, il vento dell'ovest rideva gentile e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti mi hai preso per mano portandomi via.
Hai occhi di ghiaccio ed un cuore di terra, hai il passo pesante di un vecchio ubriacone, ti chiudi a sognare nelle notti d'inverno e ti copri di rosso e fiorisci d'estate. I tuoi esuli parlano lingue straniere, si addormentano soli sognando i tuoi cieli, si ritrovano persi in paesi lontani a cantare una terra di profughi e santi.
E' in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta, il vento dell'ovest rideva gentile e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti mi hai preso per mano portandomi via.
E in un giorno di pioggia ti rivedrò ancora e potrò consolare i tuoi occhi bagnati. In un giorno di pioggia saremo vicini, balleremo leggeri sull'aria di un Reel.
Zitto zitto, l'impero di Berlusconi sta implodendo un po' come l'Impero Romano, o l'Unione Sovietica, o i Beatles. Non esploderà in maniera devastante come la Parmalat (i lombardi sono molto meno estrosi e creativi degli emiliani, questo si sa da tempo) ma insomma, se fossi un dipendente Mediaset o Fininvest comincerei a preoccuparmi... e se fossi un giovane calciatore di talento andrei più volentieri all'Empoli che al Milan.
Gli indizi dell'implosione sono tutti sotto i nostri occhi: un 2006 chiuso con un utile in calo del 16% dopo cinque anni di tenuta; la punizione della Borsa, con la piccola Wall Street di inizio marzo, della quale ho comunque già parlato altrove; la progressiva erosione della Casa delle Libertà con topi e topastri che quatti quatti si arrampicano lungo le gomene e abbandonano la nave preferendo affrontare l'oceano su avventurosi residui lignei piuttosto che permanere sulla sedicente corazzata di Forza Italia!, sempre più simile a una bagnarola; i giudici che, non avendo più a che fare col Presidente del Consiglio, o col Possidente del Coniglio non ricordo bene, in carica (esemplare un proscioglimento in cui esplicitamente si faceva accenno al "non potersi procedere per i reati commessi allora perchè ora il Berlusconi è Presidente del consiglio") ricominciano a trattarlo come un cittadino che ha reiteratamente violato le leggi, e non c'è immunità parlamentare che tenga; il Milan che praticamente da squadrone stellare è tornato a somigliare alla Armata Brancaleone dei tempi di Colombo e Duina; Veronica che lo sbertuccia e lo umilia sui media trattandolo da gagà, cicisbeo e povero di spirito (vulgo: da pirla); la RAI che, pur essendo essa stessa pressochè moribonda e in rianimazione, vince spesso e volentieri il duello rusticano dell'audience, dello share, delle acquisizioni pubblicitarie e della oculata scelta degli artisti da ingaggiare.
Già, perchè qui dobbiamo aprire un capitolo a parte. Mediaset mi sembra ogni giorno di più l'Inter di Fraizzoli e Pellegrini o del primo Moratti (che nel suo personale Monopoli ha continuato per anni a strapagare Vicolo Stretto lasciandosi sistematicamente scappare Parco della Vittoria finchè, doppiato il capo del miliardo di euro investiti, ha leggermente capito le regole del gioco): gli artisti che in RAI sono brillanti, spiritosi e creativi alla corte del Berlusca diventano imbranati e inconcludenti (Paolo Bonolis come il confetto Falqui: basta la parola). I bravi giornalisti vengono relegati in quarta serata a vantaggio di raffinati yesmen pronti a parlare più di tette e corna che di politica. E' incredibile come in poco più di dieci anni si sia invertito il trend (prima sembrava che le reti del Cavaliere fossero il paradiso dell'artista televisivo e la RAI un carrozzone obsoleto come il look di Aldo Ramones).
E' già successo da qualche giorno, e quindi non è più un fatto di stringente attualità. In realtà anche quando è successo non è che sia stato trattato come una notizia sconvolgente.
Qui Fausto viene affettuosamente rimproverato per aver indossato una cravatta verde pistacchio su una camicia giallo canarino. Pare che la risposta sia stata "Cara la mia studentessa universitaria fuori corso e fuori luogo, lei mi faccia uno stage di tre mesi da Armani o dalla Versace e poi ne riparliamo...". Notare comunque la compostezza del gesto e il non ricorso ad una gestualità alla De Filippo come Del Piero a Pescara. E chiunque considera un accostamento a De Filippo qualcosa meno di un complimento è uno/a juventino/a permalosetto/a
Parlo della pesantissima contestazione subita dal povero elegantissimo Bertinotti all'Università di Roma. Ipotizzo e congetturo che se al suo posto ci fosse stato Berlusconi la copertura mediatica sarebbe stata ben più cospicua, e l'enfasi decisamente maggiore. E credo che anche giornali come la Repubblica (decisamente ostile) e il Corriere (da tempo in critico standby sul mancato Salvatore dello Stivale) avrebbero speso più energie, più colonne, più opinionisti, più vis e più verve se colpito dagli strali degli inferociti studenti fosse stato Berlusconi.
ROMA - "Vergogna assassino, guerrafondaio, buffone". Frasi durissime. Accuse di voltafaccia. Di aver abbandonato in nome della realpolitik e della partecipazione al governo la scelta pacifista portata avanti da sempre come un vessillo. E anche di partecipare ad un convegno organizzato da Comunione e Liberazione. Fa scalpore la dura contestazione messa in atto da una cinquantina di studenti del Coordinamento dei collettivi all'indirizzo del presidente della Camera, Fausto Bertinotti al suo arrivo alla facoltà di Lettere dell'Università 'La Sapienza' di Roma. (Guarda le immagini)
L'ira del presidente della Camera. Slogan e striscioni contro l'impegno italiano nel conflitto afgano. Contro la decisione di Rifondazione di votare per il rifinanziamento della missione. Insulti a cui Bertinotti risponde secco: "Buffone sei tu se dici così. Chiedetemi scusa e non chiamatemi assassino". Per poi raggiungere, sempre seguito dai contestatori, l'Aula del convegno.
Slogan e striscioni. Un ingresso avvenuto mentre i contestatori innalzavano striscioni durissimi: "Bertinotti: un impegno concreto contro la guerra, spillette della pace per tutti!", "8 marzo, la Camera vota la guerra in Afghanistan: giorno inFausto". Ed ancora: "Dalla non violenza alla base di Vicenza", "Seminate i cadaveri, importate i papaveri. La vostra pace è in Afghanistan".
Ora, qual'è la colpa di Fausto? Quella di rifarsi all'antico insegnamento di Togliatti, che già negli anni 40 sosteneva che i comunisti dovevano entrare nella società italiana in punta di piedi, assumere un aspetto presentabile specie qualora eletti ai due rami del Parlamento e se possibile dare dei punti all'eleganza un po' trasandata e spesso datata dei democristiani, ufficialmente avversati ma in realtà oggetto di inconscia emulazione.
Di non ricordarsi il detto latino "Promoveatur ut amoveatur" (che tradotto e riadattato potrebbe rileggersi in "Mandiamolo a fare il Presidente della Camera così vedrai se non dovrà darsi una bella calmata..."
O di non aver ascoltato Gaber e i suoi geniali monologhi, come il seguente, che ci fornisce la giusta inquadratura concettuale per capire i fatti di Roma:
...Viva!... Giovanotto, non abbia paura, venga... Lei... si vede... istruito... Stia attento, il terreno... ssvvtt!... Mi capisce? Guardi, guardi quello lì... Era DC. Socialista. Viva!... Mi capisce? E mia madre, la mamma, una santa... azione cattolica... destra della DC, nel dopoguerra... Ha votato PCI. E allora uno dice: come è cambiata la mamma !... Che dialettica... No, lei è rimasta uguale, tale e quale. Sono i partiti che... ssvvtt!... slitten... slittano! Viva!... E se i partiti slittano, da vecchio uno si trova ad essere più rivoluzionario... nominalmente. Io ci ho un figlio... extraparlamentare. Non beve, gente seria, che non scazza. Ecco, se rimanesse lì... DP... quella roba lì... tra tre o quattro anni ... partito di centro!... ssvvtt!... Capito lo scivolo? Bisognerebbe saltare sempre, come la lepre... E chi ce la fa? Perché vede, uno si mette qui, in una fatta... sarebbe la buca della lepre... Ecco, io sono qui, a sinistra. Quell'altro... lì... un'altra buca, più a destra. Giusto, è il suo posto, ci si trova bene. Dopo, i partiti... ssvvtt!... Tutti nella stessa buca. Un troiaio. Viva! Esci dalla buca, se ti riesce... vai più a sinistra, più a sinistra che puoi... il paese si sposta tutto a sinistra: un governo di sinistra! Dunque: Andreotti, Moro, Rumor... questo lo metto qui... Fanfani qui... Donat-Cattin... Troppo?... Ecco, Colombo... Così, va bene così. Blululum! Crolla di nuovo. Bisogna cambiare. Allora: Andreotti lo sposto e lo metto qui... Moro, qui... no, qui c'era già prima... meglio qui... Gui... Gui lo butto via... Moro, Rumor... Mi avanza un Fanfani... Allora sposto Piccoli... con un po' di pazienza... È calcolato che con gli stessi omini spostati giusti si possono fare tremilasettecentoquarantadue combinazioni! Viva!
"Qualcuno era comunista perchè abbiamo avuto il peggior partito socialista d'Europa" (Giorgio Gaber, 1995).
"Lo sai che in Cina sono più di un miliardo e sono tutti socialisti?". "E allora a chi rubano?" (Beppe Grillo, 1988)
Il dislivello fra il passato e il presente è meno eclatante, ma il PSI mi ricorda Diego Armando Maradona: un partito che ha 135 anni di storia, ben più anziano della DC per intenderci, e che ha accompagnato praticamente tutta la storia dell'Italia unita (quando è nato la breccia di Porta Pia non era ancora stata aggiustata), dato per morto o quanto meno moribondo almeno una dozzina di volte, ma sempre pervicacemente rinato dalle sue ceneri magari dopo opportune cure dimagranti e bypass intestinali od istituzionali, potrebbe farsi rimpiangere da taluni se non esistesse più come la DC. E invece si fa compatire come certi anzianotti che vogliono ancora fare gli scavezzacolli e magari seguono la figlia al Grande Fratello (loro si limitano a fiutare il vento e seguire l'odore di poltrone libere nel Grande Centro).
Invece il PSI esiste ancora, illudendosi di poter attraversare i decenni con immutato successo di critica e pubblico. Ma chi si credono di essere, i Nomadi??? I più astuti democristiani si sono disseminati in tutti i partiti possibili e immaginabili e oramai sono diventati come i marzianini di Mars Attacks!, te li trovi dappertutto anche dove meno te li aspetti
Come direbbe Frengo E Stop, la fredda cronaca!!!
Nuovo Psi: botte al convegno, arriva polizia
Rissa fa le correnti di De Michelis e Caldoro: seduta sospesa e tutto rinviato al congresso fissato per il 23 e il 24 maggio.
Gianni De Michelis, presidente del Nuovo Psi, ne è passato del tempo da quando Enzo Biagi lo definì "un avanzo di balera"
ROMA - Si sa che la politica accende le passioni, ma questa volta è dovuta intervenire la polizia per calmare gli animi surriscaldati al consiglio nazionale del Nuovo Psi tenutosi all'Hotel Palatino a Roma. La rissa tra i consiglieri nazionali nuovosocialisti è scoppiata quando a prendere la parola è stato il presidente Gianni De Michelis.
FISCHI E BOTTE - Dall'assemblea si sono alzati i primi fischi da parte dei sostenitori di Stefano Caldoro. L'ex ministro del governo Berlusconi è intervenuto interrompendo De Michelis con la richiesta di invertire l'ordine del giorno e verificare la legittimità di chi è chiamato a votare nel consiglio nazionale. A questo punto scoppia la zuffa: spintoni, urla, pugni fra i seguaci delle correnti di Caldoro e di De Michelis. Francesco Pizzo, che presiedeva la seduta del comitato nazionale, ha cercato inutilmente di calmare gli animi. Ma la bagarre è si spostata fuori dalla sala congressi dell'hotel: arriva anche la polizia, ma a rissa finita. I lavori del comitato nazionale sono stato sospesi. Il Consiglio nazionale è stato chiuso con l'approvazione di un documento che indice il congresso nazionale del partito per il 23 e 24 giugno.
ARIA TESA - Le tensioni tra le due correnti del partito erano in atto già da tempo, in particolare da quando De Michelis aveva annunciato di voler aprire un dibattito sulla costituente socialista di Boselli (che sta al governo con Prodi), nell'ambito del Partito socialista europeo. Un posizione che non è mai piaciuta a Caldoro, che ha sempre tenuto fermo il punto di stare nella Casa delle libertà.
Che dire?
Che per un partito che è stato sciolto nel ludibrio generale per le reiterate incontenibili ruberie, dare responsabilità interne a un tale che si chiama Pizzo
o è una manifestazione di cattivo gusto o è una pesante nemesi storica (nomen omen, potremmo dire, visto che i miei lettori sono tutti insigni latinisti).
Che vorrei conoscere Caldoro per chiedergli cosa lo tiene così tenacemente legato alla scialuppa dei Berlusca Boys, dalla quale ormai tutti cercano di prendere il largo (solo Fini deve tacere perchè la gratitudine per lo sdoganamento supera qualsiasi considerazione di istintiva repulsione, cosìcchè Avang... oops Alleanza Nazionale si tura il naso e altri orifizi che vi lascio immaginare e vota compatta come Natura crea e Silvio conserva...). Certo che tutti ricordano ancora la faccia sconfortata di Fini, contrapposta al musetto da Denis the Menace di Silvio, dopo la tragicomica battuta "Lei è perfetto per la parte di kapò" al povero Schulz. Per chi non si ricorda nè l'una nè l'altra...
Che Gianni De Michelis fa la sua decorosa figura quando va da Santoro nelle vesti simpaticamente dimesse del reduce della Prima repubblica quale di fatto è, ma fa una figura meno decorosa quando vuol fare il politico rampante, tant'è che era stato già contestato fra lazzi e cachinni due anni fa, nella sua irragionevole speranza di poter trovare più spazio come alleato dell'Unione che della Casa delle Libertà
Che tra il 1989 e il 1992, dopo il crollo quasi simultaneo del socialismo reale in tutta Europa e la conseguente crisi del GPC (Grande Partito Comunista), i consensi elettorali del PSI erano tornati quasi quelli del 1948 (18% contro 20%). Peccato che di lì a poco il pool di Mani Pulite si sarebbe accanito crudelmente contro tutti i suoi esponenti più in vista vanificando quel successo. Vi ricorda qualche grande squadra piemontese?
Che mi viene in mente una splendida battuta di quel cabarettista prestato al calcio che è Emiliano Mondonico, dopo una terrificante sconfitta : "Il nostro programma era di attaccare per 90 minuti, ma gli avversari ci hanno rubato l'idea". Dopo il 1989 il PSI ha cercato di avvalorarsi come forza garante di un riformismo non avventurista (tornando alla sua connotazione pre-craxiana), ma gli elettori ci sono cascati per una sola tornata elettorale, e l'allora PDS gli ha purtroppo rubato l'idea ma con un filino di credibilità in più.
Concluderei con le illuminate parole del Gobbetto de Monte Morello che ne sapeva sempre una più del diavolo:
Sinceramente Maradona non mi è mai stato simpatico. In realtà è difficile che un divo del calcio strapagato, arrogante e ignorante mi possa essere simpatico. Che dall'alto della loro fama e della loro ricchezza, e dal basso del loro inesistente spessore etico-morale, questi personaggi possano permettersi di tutto l'ho sempre trovato insopportabile. Lui come Vieri che reagiva alle critiche dicendo ai giornalisti "Sono più uomo io di tutti voi messi insieme" (e se anche fosse? Se anche si trattasse di un branco di effemminati, non hanno più il diritto di critica? E non ti rendi conto, coglione, che senza tutti questi "mezzi uomini" che fanno l'impossibile per dare un'aureola di leggenda alle tue dimenticabili gesta guadagneresti moltomammolto di meno?); lui come Adriano che ha fatto un paio di grandi stagioni, salvo poi non azzeccarne più mezza, e da allora si crede la reincarnazione di Pelè; lui come Cassano che sta alla professionalità come Polifemo allo strabismo; lui come Totti che si permette di snobbare la Nazionale (a mio parere la Federazione dovrebbe convocarlo e multarlo a sangue ad un suo eventuale rifiuto); lui come Ronaldo Materazzi Zidane Cannavaro Buffon & C., tutti ragazzotti cresciuti troppo in fretta e che sono arrivati a sentirsi dei miti e si esprimono con le movenze e il tono dei semidei essendo degli ometti culturalmente nulli.
Ma Maradona sinceramente è al di là del bene e del male da almeno una quindicina d'anni.
Finchè giocava (e come giocava!!!) il suo Verbo Calcistico ne eclissava l'insopportabile odiosissima personalità. Trovandosi a giocare in una squadra certamente meno altera e supponente delle tre sorelle del Nord, inoltre, i suoi comportamenti da pittoresco scugnizzo suscitavano sorrisi divertiti e quasi complici, la sua progressiva tendenza a parlare di sè in terza persona passava inosservata, nessuno dei compagni (neanche a distanza di anni) ha mai eccepito sul fatto che si allenasse come e quando voleva, che mancava sistematicamente di rispetto all'allenatore (Bigon sapeva abbozzare, epiche invece certe ripicche con Bianchi e la sua bresciana puntigliosità), che guadagnasse il triplo del resto della rosa compresi Giordano, Careca, Pecci, non proprio dei gregari apprendisti.
Da quando ha smesso anzitempo il rapporto organico col calcio giocato (salvo tornare da vecchia gloria una cinquantina di volte, a cominciare da USA 94 quando annunciò "Ora vedrete il vero Maradona" e infatti lo beccarono subito dopato come un cavallo) ha perso il controllo del peso, della logorrea, della supponenza, come dicono a Roma "Non sa più nè parlà nè sta' zitto". Se fosse stato un onesto pedatore della periferia di Buenos Aires, sarebbe morto alcolizzato a 35-36 anni dopo aver raggiunto i 250 chili di peso. Ma siccome è El Pibe (e anche El Pube) de Oro, schiere di medici in tutto il pianeta mettono argini alla sua sacrosanta smania autodistruttiva.
Per un povero di spirito, infatti, non c'è nulla di peggio che passare dal ruolo di uomo dal piede fatato a quello di ex-calciatore che, da lì in poi, dovrà far andare la testa e diventare un distinto e lucido signore di mezza età (vedi Mazzola, vedi Rivera, vedi Platini, vedi Facchetti, vedi perfino i gemelli del gol Altobelli e Beccalossi che lucidi e distinti non lo saranno mai ma sinceramente hanno un livello di dignità e di auto-ironia redditizio ed apprezzabile). Io credo che Maradona, estromesso a forza dal calcio all'inizio degli anni 90 per un reiterato e massiccio uso di cocaina (non per un ematocrito troppo alto come il povero Pantani, che alla stessa malattia ci è arrivato molto dopo),non tolleri di non essere più l'uomo più famoso del pianeta (come forse era arrivato ad essere).
Lo stile, la classe, l'oculatezza purtroppo non si improvvisano. E nulla come il Dio Calcio consente a una persona priva delle più elementari doti di civile convivenza di primeggiare e rendersi famoso a livello planetario. Nè la Formula 1, nè il rock, nè il cinema nè alcun tipo di attività artistica e sportiva mettono in condizione (a patto di una notevole fortuna, va da sè) di ottenere tanto con tanto poco.
I grotteschi contorcimenti di Diego fra la vita e la morte, fra periodi di scomparsa e periodi di sovraesposizione mediatica, fra i 65 e i 140 chili e fra una minima pressoria di 85 e di 140 hanno francamente rotto i coglioni perfino a quelli che lo adoravano.
Non è nè un Premio Nobel nè uno straordinario regista quello che trascina una poco decorosa mezza età in giro per il mondo a celebrare un sè stesso che non esiste più. E' un uomo invecchiato anzitempo, stanco e devastato dagli stravizi che se avesse l'avvertenza di tenersi lontano dai media potrebbe tuttavia diventare leggenda. Ve lo immaginate Jimi Hendrix a Sanremo 98 inseguito da Stefano Salvi che deve dargli un tapiro? Ho reso l'idea?
Si fa fatica a sentirsi rappresentati dai nostri parlamentari.
Non più tardi di tre giorni fa una bella fetta del centrosinistra ha stretto i denti, si è turata il naso e ha votato sostanzialmente controvoglia e controcoscienza per il mantenimento della missione in Afghanistan e in realtà di tutte le missioni in corso;
mentre
la Casa delle Libertà, che se la memoria non mi inganna aveva aderito nel 2001 al grido d'aiuto dell'alcolista Bush e del trans (come l'ha efficacemente rinominata Vauro) Condoglianza Rice autorizzando una missione che di pace non aveva e non ha assolutamente nulla, fulminata sulla via di Damasco si è astenuta quasi in blocco capendo con cinque anni almeno di ritardo che si tratta di un'impresa del czz (Attenzione!!! A differenza di quanto avviene alla Camera, in Senato l'astensione viene conteggiata comunque come voto contrario, la differenza tra astenersi è votare no è quindi di tipo estetico e non sostanziale).
Peccato che pochi giorni prima alla Camera avessero votato in modo diverso, peccato che il contraccolpo di questa scellerata mossa è stato lo scollamento dall'opposizione di Casini dopo quello di Follini, peccato soprattutto che la tentazione di far cadere ancora una volta il Governo contando sulla risicatissima maggioranza in Senato abbia prevalso su ogni considerazione logica, etico-morale, ma direi anche politica (se alludiamo al senso originario della parola, persosi nel tempo e oggi completamente stravolto).
Ma è un atto apocrifo del "Gioco delle parti" di Luigi Pirandello o si tratta realmente di parlamentari eletti e profumatamente pagati (nostri dipendenti, direbbe Grillo)?
Berlusconi non ha mai fatto mistero di volersi "vendicare" di quella che lui ha definito centinaia di volte "un'opposizione ottusa e prevenuta". Ma non mi risulta che il centrosinistra abbia mai raggiunto il livello di sfacciataggine di votare no o di astenersi andando contro le proprie scelte passate, il punto di vista dei propri elettori, la logica e la decenza.
Non ho dei dati completi ed esaurienti e vado a memoria, ma ricordo invece, tra il 2004 e il 2006, diverse votazioni dell'opposizione a favore del mantenimento delle nostre missioni, che pure non avevano nè deciso nè condiviso (tant'è che quello che Berlusconi e Fini paventavano con toni apocalittici, un ritiro immediato e unilaterale delle nostre truppe) non si è verificato, anzi tutt'altro!!!! Già su queste avventate e ridicole previsioni, i due dovrebbero scusarsi col Popolo Italiano, ma vaglielo a spiegare...
E a proposito di "vagliela a spiegare", gli americani che sembra si siano tanto inviperiti contro Prodi e D'Alema per le trattative sulla liberazione di Mastrogiacomo e che hanno rischiato il soffocamento da hot-dog nel leggere la proposta di Fassino di chiamare i Talebani al tavolo delle trattative di pace, ora guarderanno con divertita indulgenza questo inopinato voltafaccia del Cavaliere Catodico, o molto opportunamente gli toglieranno ogni parvenza di affidabilità?
Del resto credo che gli americani abbiano già imparato a conoscere i nostri politici che vanno a Sofia e parlano della televisione italiana, vanno a Shanghai e parlano delle loro baruffe chiozzotte, vanno a Melbourne e disquisiscono sulla bretella autostradale Poggibonsi-Pontedera. Credo abbiano già capito che noi siamo il loro esatto contrario: laddove l'americano medio sacrifica agli equilibri planetari qualunque opportuna considerazione sulle proprie magagne interne (arrivando spesso e volentieri a rompere i coglioni in giro per il mondo), l'italiano medio sacrifica alle proprie magagne interne qualunque considerazione su quello che succede non dico a Kabul ma anche solo a Bellinzona.
La signora Franzoni mi fa una pietà infinita: non c'è bisogno di essere degli Sherlock Holmes per capire che le evidenze sono tutte contro di lei. E' solo in virtù di un sistema giudiziario farraginoso e barocco che può ancora starsene a piede libero, prendere in giro Pubblici Ministeri, giudici e forse anche avvocati, assurgere al livello di star mediatica e fare la gioia di Bruno Vespa (che era arrivato a farsi costruire un plastico della casa di Cogne). Sistema farraginoso e barocco che, anzi, nel suo caso è perfino quasi veloce, considerati i tempi fra il siderale e l'eterno che si sono presi processi come quelli relativi a Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus, Ustica, Stazione di Bologna eccetera eccetera eccetera.
Il suo sodalizio conclusosi bruscamente e misteriosamente (l'ha realmente ricusato la signora come parrebbe dalle versioni ufficiali o se n'è andato lui capendo che stava rimettendoci quel po' di prestigio professionale superstite?) con l'avvocato Taormina non ha sicuramente giovato alla gradevolezza del personaggio. Scegliersi un avvocato che, da qualche decennio, si è fatto un punto di difendere i manigoldi più incallati e i criminali più feroci (diciamo Erich Priebke ex-capitano delle SS?) facendoli passare per perseguitati dalla giustizia non è stata una mossa atta ad attirarsi la benevolenza della pubblica opinione. Che Berlusconi straveda per Taormina è un assioma cartesiano. Per il resto, secondo me, neanche i suoi genitori stravedevano per lui. Che si sia poi scagliato contro gli unici carabinieri intelligenti d'Italia (i magici ragazzi del RIS di Parma), descrivendoli come apprendisti stregoni alle prese con strumenti che non sanno usare, gli ha alienato le ultime simpatie al di fuori di Forza Italia.
Nella signora si nota una zingaresca improntitudine nel ripetere come un disco rotto "Non sono stata io non sono stata io non sono stata io"; su questo strato profondo si sovrappone però uno strato superficiale di tipo alto-borghese per cui "la signora non si sente di parlare", "la signora è offesa dall'atteggiamento del PM" e via blaterando, come faceva con (s)pregevole platealità Taormina e come oggi fa con maggiore understatement l'attuale gentile avvocatessa d'ufficio Paola Savio.
Il sagace e sapiente spostamento (ora a dire il vero quasi del tutto rientrato, ma il danno è ormai fatto) del processo dalle aule di giustizia agli schermi televisivi, con parallelo spostamento dal razionale all'emotivo (con una maggioranza poco rumorosa di colpevolisti e una minoranza direi anche esigua di innocentisti amanti del paradosso e rumorosissimi) ha dato alla frittata un retrogusto cipolloso di quelli che ti salgono su nell'esofago e ti fanno ciao!! per una settimana.
Già il semplice fatto che l'assassino indossasse sicuramente i pantaloni del pigiama della signora Franzoni è un particolare difficilissimo da spiegare. I mille colpi di scena promessi e mai mantenuti a base di sconvolgenti rivelazioni sul vero colpevole, se ricordo bene, hanno solo aggravato la situazione penale di mamma Franzoni con ulteriori denunce per calunnia e vilipendio. Il fatto che la casa fosse una sorta di baita di montagna e non un appartamento in un palazzo-alveare della periferia di Milano rende piuttosto difficile l'ingresso in casa e la fuoriuscita rapida e discreta di un feroce assassino senza volto e senza movente, e che comunque a Cogne e dintorni nessuno ha mai visto.
Poi preferisco non addentrarmi nel complesso ginepraio delle perizie e delle controperizie, ma mi chiedo semplicemente se è difendibile (o anche solo presentabile) una perizia di parte effettuata dopo tre anni dallo svolgimento dei fatti. Lo so che l'avvocato Taormina mi darebbe dell'incompetente e mi spiegherebbe che la cosa è fattibilissima, ma credo che non riuscirebbe a convincermi.
Nè voglio addentrarmi nel ginepraio delle perizie psichiatriche accettate, rifiutate, accettate sub condicione, schivate, dribblate, rimandate al mittente.
L'ipotesi che fin dal principio avevo fatto nella mia mente contorta è che una madre che massacra il figlioletto in un momento di follia, da quel momento in poi slitta difensivamente (per non impazzire) in una calda e accogliente realtà parallela in cui non è che l'evento è dimenticato, proprio non è successo. Immagino Annamaria attonita col cadaverino accanto che emerge da una zona d'ombra e cerca di capire cos'è successo. E' da qui che si genera la pietà profonda che provo per quella donna.
Milano coraggio!!! Lo so che è dura essere rappresentati da questa gentile signora (notare la sua espressione decisa, il suo piglio agguerrito e la sua "verve" che la Guendalina del GF7 non mancherebbe sicuramente di sottolineare).
Milano coraggio!!! Parma è sopravvissuta a 8 anni di Ubaldi, ce la potete fare anche voi che immagino vi fermerete a 4.
Milano coraggio!!! Anche le facce di quelli che, visibili nella foto, seguono la lady di balsa (inventrice di una storia falsa) non sprizzano buonumore. Giuste o sbagliate che fossero le vostre rivendicazioni per una maggiore sicurezza, forse vi aspettavate qualcosa di più che uno spiazzante "Bravi ragazzi, manifestiamo insieme!!!"
Milano coraggio!!! Pensa che una decina di anni fa si era candidato a sindaco Gianfranco Funari (e Corrado Guzzanti l'aveva perfidamente parodiato con la canzoncina-tormentone "Ma quanno vie' domenica/dirò "Milano vestite"/annamo co' mi sòcera a magnà a li Castelli").
Milano coraggio!!! Alla fin fine da decenni vi toccano sindaci incapaci perchè la grande Milano in definitiva si governa da sola ed è 100 volte più facile da amministrare di Roma (dove Letizia troverebbe un posto tutt'al più come supplente di filosofia).
Milano coraggio!!! Nè Tognoli nè Pillitteri (quello che commentava il lavoro del pool di Mani Pulite con le magiche parole "cretini che non sanno che il mondo va avanti cosi"). nè Formentini (quello che considerava la chiusura del Leoncavallo più importante della manutenzione del Duomo, e gli effetti si vedono tuttora) vi hanno inferto danni irreparabili, vedrete che anche la Moratti passerà in fretta, senza fatica e senza dolore.
Tommasone Ghirardi, straripante presidente del Parma Calcio, ha messo a segno (secondo lui) il colpo mediatico dell'anno. Come in una storica canzone di Elio e le Storie Tese le disperate invocazioni dell'italiano arrivano all'orecchio del Dio della Barzelletta, così le disperate invocazioni di Gene Gnocchi sono arrivate all'orecchio del Dio del Cuscinetto e della Ralla. Impietosito da questo 52enne in permanente sindrome da Peter Pan, entrato nell'adolescenza nel 1969 e mai più uscìtone (ho messo l'accento per evitare che Zeus legga "uscitòne", lo prenda per un sostantivo, non gli quagli il periodo e mi mandi un'e-mail di protesta) lo ha tesserato per il Parma al minimo sindacale (quello che la Roma aveva dato a suo tempo a Tommasi e l'Inter dovrebbe dare ad Adriano).
E' la prima volta che le provocazioni surreali del comico borghigiano (è così che i fidentini amano auto-definirsi, e allora lasciamoli fare) trovano una realizzazione concreta nella realtà. A questo punto mi aspetto che David Bowie si fidanzi veramente col cavallo del bagnoschiuma e che gli U2 suonino veramente alla festa dell'Unità dopo Toto Cutugno.
Ma scherziamo? Ghirardi doveva chiamare me, che ho un numero imprecisato in meno di anni del mio adorato quasi concittadino, un piede quasi altrettanto prensile e una visione di gioco decisamente migliore, oltre ad aver portato per 3 volte il Brescello in Champions League su PC Calcio. Ma soprattutto per 18.000 euro non mi sarei limitato a fare gli ultimi 5 minuti contro l'Empoli al posto di Grella, ma pulito tutti gli spogliatoi, lavato e stirato le mute di tutta la rosa, intrattenuto la squadra con gags molto più divertenti di quelle di Gnocchi per stemperare le drammatiche attese del prepartita, e forse arrivando a 18.100 euro avrei fatto anche il pon-pon boy. Per 18.110 euro, poi, avrei anche chiesto scusa a Tommasone per aver scritto che se continua così dovrà spendere più in security che in cocaina. O mi sarei limitato a sostituire la parola cocaina con la parola culatello (che a mezzo chilo a pasto viene sicuramente a costare molto di più).
E così Letizia Moratti, sindaco di Milano, oggi manifesterà (anzi, è in piena manifestazione) non si sa bene contro chi, sfortunatamente non aiutata da un tempo più invernale che primaverile e forse non aiutata neppure da una buona percentuale di milanesi che potrebbero opportunamente decidere di contro-manifestare. (http://www.02blog.it/post/1197/manifestazione-per-la-sicurezza-non-ce-uno-senza-tre/last)
Sembra che la manifestazione sia legata alle pressanti rimostranze che i negozianti milanesi le rivolgono da quando è stata eletta. Io non so se il tenore delle loro richieste fosse "Dottoressa Moratti, la prego ci faccia percepire la sua solidarietà morale con le nostre quotidiane vicissitudini" o (piuttosto) "Uheila tusa, l'hai voluta la poltroncina a Palazzo Marino? E alùra mòves, fa qualcosa contro la delinquensa che chi se ne pò minga pù...". Ma deducendo dalla risposta che la Moratti sta dando, debbo convincermi che la richiesta fosse del primo tipo. Di qualunque tipo fosse, la Moratti sfilerà alla testa dei negozianti inferociti e da domani mattina si dimenticherà la questione.
Opportunamente pressato (si fa per dire) da giornalisti chi genuflesso, chi prostrato, chi obnubilato dal suo splendore, il milanès de' milanesi Silvio Berlusconi (nel garantire il suo appoggio all'iniziativa) ha ammesso che èinusuale che sia un sindaco a patrocinare una manifestazione di protesta, quando se mai un sindaco dovrebbe stare fra gli imputati della manifestazione stessa, e nel caso discolparsi. Ma, col suo solito sorrisino accattivante che precede ogni sua ipersemplificazione demenziale, ha prontamente aggiunto "ma credo che anche questa sia la democrazia". Detto da un ex-primo ministro che ha passato cinque anni di direzione dell'Italia a scagliarsi contro le arretratezze e le magagne dell'Italia stessa, tanto la colpa era di chi aveva governato prima, il conto torna nel modo più assoluto.
Mentre scrivo non so ancora come evolverà la manifestazione, se ci sarà una prolusione finale della coppia più bella del mondo (cioè Moratti e Berlusconi, se Gianmarco e la Vero non se la pigliano), se verranno intonati slogan e se sì contro chi (il governo? e se così fosse, Letizia e Silvio hanno dati inconfutabili che dall'aprile 2006 la criminalità a Milano abbia avuto una pericolosa impennata? i criminali? e se così fosse, i parlamentari di Forza Italia inquisiti e/o già condannati in modo definitivo come verrebbero considerati? gli extracomunitari? la Juventus, per comune antipatia bipartizan calcistica?).
E quindi, si parva licet comparare magnis, mi trovo nella stessa situazione in cui scrivevo di Mastrogiacomo poche ore o pochi minuti prima che lo liberassero (N.d.A., la manifestazione morattiana sta dalla parte della parva, s'intende).
Ma comunque evolva e si sconvolga la manifestazione, lasciatemi esternare un'opinione del tutto soggettiva ma in quanto tale incoercibile: dovunque la Leti abbia avuto delle responsabilità pubbliche (dalla presidenza della RAI, al Ministero dell'Istruzione, al ruolo di prima donna sindaco della metropoli meneghina o ambrosiana che dir si voglia) ha sempre espresso un inquietante tasso di inconcludenza, un desolante livello di irresolutezza, un'immagine di sostanziale incompetenza oltre ad un'assoluta mancanza di creatività.
Mi meraviglio quindi che non abbia manifestato contro la RAI nel 1995 e sullo sfascio della Scuola Superiore nel 2004.
E poi perchè, quando dal lontano 1971 il diritto di famiglia autorizza la donna coniugata ad usare ufficialmente il suo nome da ragazza, Letizia rinuncia al suo nobile ed aristocratico cognome di origine genovese Brichetto Arnaboldi per adottare pedissequamente quello del marito? Capisco la Marina Punturieri che con quel cognome poteva aspirare giusto a un impiego da sarta o da ausiliaria sanitaria se non avesse sposato prima Lante della Rovere e poi Ripa di Meana, ma in questo caso....
Notare l'espressione di attonita felicità di chi interiormente era convinta che non l'avrebbero votata neanche i familiari più stretti. Il successo in politica della Moratti è da annoverare tra i misteri della fede.
Mi viene da pensare che allo stesso modo si può morire durante un amplesso e provocare nella tipa una crisi isterica con immediata rivestizione e abbandono del talamo (ma non terrorizzata perchè sei morto, umiliata perchè "non partecipi"); si può morire durante un interrogatorio col PM che urlacchia "Portate via il teste reticente"; si può morire durante la visione di Unomattina e sembrare più vitali di prima; si può morire mentre si confessa lasciando il penitente ad interrogarsi su cosa ha fatto di così enorme da far perdere la favella al Don; si può morire ammazzati sul set e diventare una leggenda (no, questa è un'altra storia...).
La tristissima, squallida, umiliante morte dell'ingegnere torinese che se ne tornava a casa dopo qualche giorno di villeggiatura nel savonese è di quelle notizie che o si archiviano come una tragica fatalità, o altrimenti meritano una riflessione e la ricerca di una chiave esplicativa, e io opterei sommessamente per la seconda ipotesi.
Certo la sua matrice sabauda deve avere avuto una parte importante nella tragica vicenda: per quanto improvvisa e fulminante sia stata la dipartita, un napoletano, un bolognese o financo un milanese di ceppo celtico avrebbero in qualche maniera sottolineato l'evento con espressioni verbali o paraverbali appropriate. Forse il tempo per arrivare a tirare l'allarme non c'era, ma almeno un grido, un'invocazione, un'interiezione penso che dovrebbero sorgere spontanei. Lui no, lui apparentemente è morto con torinese understatement, senza disturbare e senza dare nell'occhio.
Ma immaginiamo pure che il nostro pensionato fosse solo nello scompartimento (o, nel caso ormai predominante di vagoni senza scompartimenti, senza nessun viaggiatore sufficientemente vicino da notare le sue estrinsecazioni agoniche): cosa che comunque in un treno italiano non succede dal 1969. Nelle sei ore successive nessun controllore gli chiede il biglietto? Forse il suo aspetto di distinto signore anziano un po' aristocratico intimidisce i giovani bigliettai che certamente in sei ore gli passano accanto? Allora io prendo atto che non ho l'aspetto distinto perchè appena mi assopisco qualche energumeno targato Trenitalia mi scrolla la spalla con dolorosa vigoria e, qualora nell'ottundimento contingente non trovi subito il biglietto, tira fuori immediatamente il modulario delle multe....
Il treno parte da Savona, arriva a Torino, resta fermo un'ora in stazione prima di iniziare il viaggio inverso, come tantissimi treni locali. L'ingegner Borelli resta un'ora immobile nel treno vuoto e nessuno degli addetti alle pulizie (che si riducono poi, nei pochi minuti a disposizione, nella raccolta di cartacce, giornali, residui di banchetti e nella sommaria verifica che nessuno abbia cagato fuori dal water) si prende la briga di scuotere il distinto anziano signore immobile. Forse a quel punto è già salito qualche viaggiatore diretto a Savona e anche l'ingegnere può essere scambiato per un viaggiatore appena salito.
E gli altri viaggiatori? Possibile che nessuno sia stato capace di distinguere un dormiente da un cadavere? OK, dai settant'anni in su gli assopimenti hanno un che di cadaverico che lo si voglia o no ma, vivaddio, l'assenza totale di respiro si dovrebbe notare, dopo due o tre ore il colore della pelle assume un aspetto sinistro e, soprattutto, se una mano pietosa non sistema occhi e bocca gli uni e l'altra tendono a restare spalancati in modo assolutamente innaturale. Nel viaggio di ritorno il treno era pieno e sembra certo che qualcuno gli si sia seduto di fronte...
Allora, in assenza di ulteriori particolari che forse permetterebbero una spiegazione più convincente di questo fatto inesplicabile, mi sorge una considerazione generale: da almeno un paio di decenni la nostra cultura ha rimosso ed emarginato i concetti di malattia, morte, sofferenza, vecchiaia e morte. Questi concetti sono diventati spauracchi da esorcizzare, un po' come la mafia e la camorra che, per molti siciliani e napoletani, sono solo un prodotto di beffarde campagne di stampa dei giornali del Nord. Più che illuderci, abbiamo raggiunto la certezza di vivere in una civiltà in cui si sta sempre bene, si è sempre allegri e produttivi, eternamente giovani e sostanzialmente immortali. Chi non rientra in questi stereotipi è più colpevole che sfortunato.
E allora mi viene da credere che i controllori e i passeggeri che si sono trovati di fronte un signore anziano totalmente immobile in posa innaturale, senza il minimo accenno di russata (quale ottantacinquenne dorme nel silenzio più assoluto? Ma nessuno di loro ha mai avuto un nonno?) abbiano maturato in qualche parte del cervello l'ipotesi "Sarà mica morto?", ma solo per derubricarla un attimo dopo a boutade del sabato pomeriggio, "Guarda un po' cosa mi vado a immaginare...".
L'idea che si possa morire su un treno, in un bar, al cinema, mentre si passeggia per strada, diventa ogni giorno più assurda. Se qualche debosciato ha proprio voglia di morire che lo faccia in ospedale (dove sarà oggetto di amorevoli cure), in casa sua, o comunque lontano dagli occhi degli estranei. Noi italiani del 2000 abbiamo già abbastanza cose a cui pensare senza doverci preoccupare della morte degli altri.
Comiche se non indegne, infine, le arrampicate sugli specchi di un arrogante funzionario di Trenitalia che non sapeva assolutamente come giustificare sei ore di mancato controllo ma ovviamente non aveva la civile lucidità di limitarsi a dire "Non so come sia potuto succedere e chiedo scusa" e affastellava in un minuto una dozzina di ipotesi quasi tutte fra loro incompatibili ritenendolo meno vergognoso di un imbarazzato silenzio.
L'ora legale (chiamata talvolta impropriamente estiva) è la variazione convenzionale dell'orario astronomico, solitamente in anticipazione rispetto ad esso. Proposta pubblicamente da Beniamino Franklin nel 1784, l'ora legale fu applicata brevemente in Canada nell'Ottocento, poi in Europa nel 1916. In genere l'ora legale è applicata soltanto per una parte dell'anno (ma proprio in Italia fu applicata per quasi due anni e mezzo di seguito), e solitamente per il periodo estivo. Quest'anno ha inizio il 25 marzo alle 2 e finisce il 28 ottobre alle 3.
██ Regioni con l'ora legale
██ Regioni che utilizzavano l'ora legale
██ Regioni che non hanno mai utilizzato l'ora legale
Accidenti, qui tutti quanti ne vorremmo sapere di più. Che l'Arabia Saudita e l'Iran vedano nell'ora legale uno stratagemma demoniaco per corrompere la gioventù è comprensibile, che in zona tropicale l'ora legale possa leggerissimamente non servire a nulla è quasi ovvio. Ma perchè quasi tutto il Nordafrica e il Sudamerica hanno rinunciato all'ora legale? Perchè il Brasile sì e l'Argentina no? Perchè la Tunisia sì e il Marocco no? E poi quegli originaloni degli Australiani, hanno fatto una secessione oraria? E perchè poi? Hanno perso il ben dell'intelletto a forza di ascoltare i Bee Gees? Quali intrighi internazionali inducono il Botswana ad avvantaggiarsi di un'ora sul Sudafrica? E gli egiziani fanno pesare ai libici le loro millenarie tradizioni e la loro antislamica anglofilia? Potrà mai la Cina realmente decollare finchè si ostinerà a seguire gli ancestrali ritmi solari senza modularli alle opportunità della produzione e del consumo?
Altro che le differenze ideologiche o quelle socioeconomiche. Qui ci troviamo di fronte alla guerra santa degli orologi e nemmeno lo sapevamo...
In termini meno dietrologistici, l'ora legale è l'espressione della smania dell'homo occidentalis di controllare il tempo, e allora non è un caso che fuori dall'Occidente poche nazioni abbiano adottato e mantenuto questa usanza. La Cina sicuramente ne può fare a meno, per loro nototiamente il tempo non esiste, altrimenti non reggerebbero giornate lavorative che a noi non cinesi sembrano di 16-18 ore ma a loro appaiono come il battito d'ali di una libellula sul cratere fumante dell'eternità.
La cosa apparentemente incredibile e assurda è che molte persone restano permanentemente sbalestrate dall'ora legale, ci mettono settimane o mesi per recuperare un normale ritmo sonno-veglia. Ovvio che a loro sconsiglierei viaggi intercontinentali dove arrivi gonfio di sonno e trovi gli indigeni in piena attivazione, o ti fai una omerica dormita in aereo e ti svegli ad almeno 6 ore di distanza da qualunque plausibile ipotesi di colazione: ma forse costoro impiegano un paio d'ore anche per recuperare da un viaggio in corriera da Loreto a Castelfidardo. Dopo di che, possiamo liquidarli tutti come miseri isterici disadattati o chiederci se non si tratti semplicemente di persone esageratamente (ma non scandalosamente) sensibili che utilizzano quegli adattamenti (e allora più che disadattate potremmo chiamarle diversamente adattate) che consentivano all'uomo della pietra di organizzarsi la giornata in assenza di orologi, Unomattina, sveglie, rituali sociali codificati e stabilizzati.
Del resto, pretendere che l'homo sapiens si adatti senza sviluppare nevrosi al traffico di Roma o Milano, ai ritmi di una fabbrica e anche di molti uffici, ad una società che a parole promette e permette tutto ma nella realtà ti spala addosso badilate quotidiane di frustrazione, è chiaramente pretendere troppo. L'ora legale fa parte integrante, seppur non eclatante, di questa palese discrasia fra stato di natura e coazioni sociali.
Dio, nella Sua infinita saggezza, fece l'uomo per ultimo per tenerlo meglio sotto controllo. Non si sognò mai di dire che avrebbe dominato su tutto il pianeta, soggiogato tutte le altre speci animali e vegetali, sporcato e inquinato a suo piacimento, dilapidato le risorse che la Madre Terra gli metteva a disposizione. Ma, appena si fu guardato un attimo intorno, l'uomo prese Dio per il collo e lo strangolò. Ci mise un milione di anni (che Dio ha un po' di resistenza in più di un wrestler anche perchè non deve sopportare i commenti di Ciccio Valenti) ma alla fine ci riuscì: lo strangolò schiacciandolo fra una miriade di templi chiese sinagoghe moschee cattedrali e basiliche; lo umiliò facendolo parlare (con raffinate strategie da ventriloquo) di Guerre Sante, di anatemi contro i diversi, di astinenza e privazioni per gli schiavi e lusso sfrenato per i padroni; lo ridicolizzò emarginandolo nell'alto dei cieli in modo che sulle cose terrene avesse un controllo più da presidente onorario che da general manager; lo mistificò dandogli mille nomi diversi e creando un'infinità di sottilissime distinzioni in modo che nessuno potesse illudersi di raggiungerlo senza rischiare la lapidazione, il rogo, la sharia, la deportazione o il martirio.
Dio cercò di parlare con Gesù, Buddha, Confucio, Maometto ma vide che quei ragazzi si montavano la testa e alla prima occasione trasformavano la religione in politica.
Dopo un milione d'anni di agonia senza che le luride mani dell'Uomo mollassero neanche per un secondo la presa spirò il 6 agosto del 1945 illuminato dal lume votivo più luminoso che l'Uomo avesse saputo dedicargli. Fu seppellito sommariamente dentro la cattiva coscienza di ognuno di noi.
Da allora in poi l'Uomo potè crearselo a propria immagine e somiglianza senza che nessuno gli rompesse i coglioni.
Purtroppo il parallelo che avevo fatto fra Baldoni (ucciso come un cane fra l'indifferenza dei media) e Mastrogiacomo (tornato a casa sano e salvo con commozione del paese intero) non era esageratamente peregrino: su un uomo morto innocente, vittima di un gioco di cui forse non aveva del tutto capito le regole (Baldoni), nessuno si era scagliato contro il governo Berlusconi (e da dove potevano prendere la rincorsa se il governo controllava tutta l'informazione televisiva salvo la nicchiettina ecologica di La7 e lo scandaloso TG5 in cui l'epurando Mentana cercava di fare del giornalismo se non proprio libero almeno professionale?). Su un uomo liberato e restituito alla sua splendida famiglia, tutta l'opposizione gonfia il petto e tira per la giacchetta gli USA sollecitando severe sanzioni contro Prodi e D'Alema.
Io non credo che l'eventuale (ma quasi certa) uccisione di Daniele, qualora i "5 pericolosissimi talebani" non fossero stati liberati, avrebbe reso l'Italia più forte e autorevole sullo scacchiere internazionale; non credo che avrebbe smosso di un micron gli equilibri internazionali; e nessuno avrebbe potuto ripetere le macabre ipocrisie di 30 anni fa sul cadavere di Moro, quando lo Stato (anzi lo stato, anzi la DC) decise di non trattare con le BR, perchè l'immagine di eroica e titanica fermezza (!!!???) valeva strategicamente molto di più del salvataggio di una vita umana.
Daniele come Gabriele, dovrebbero ringraziare questo governo umiliato e sbertucciato che, contro l'imbelle e tronfia retorica della banda berlusca, stoino dei desiderata statunitensi, ha trattato (anche se in entrambi i casi non lo ha potuto ammettere ufficialmente, però insomma in entrambi i casi lo hanno fatto capire senza dirlo in modo esplicito) con sano realismo rischiando la crisi diplomatica e politica. E' la prima volta dai tempi di Sigonella che l'Italia si comporta nei confronti degli USA come un Paese con autonomia decisionale. E' ovvio che non si può neanche strafare....
Se mai, lasciato Daniele al suo presente di uomo sano e libero, vanno fatte due rapide e drastiche considerazioni su:
un governo che continua a privilegiare la sostanza sulla forma, che non ha (purtroppo) grandi comunicatori (D'Alema mi ricorda un professore universitario che deve contenere degli studenti in rivolta; Prodi è ogni giorno di più uguale al parroco di Novellara; Fassino mi ricorda un professore, però di liceo, che guarda perplesso da sopra gli occhiali depressivamente abbassati a fondo naso una classe di insopportabili sucloni), che cerca drammaticamente di rapportarsi con un paese che vive da almeno 30 anni al di sopra delle proprie possibilità ma che finora è stato blandito, coccolato, rassicurato da una classe politica imbelle e arrogante (il paese), assediato quotidianamente (il governo) da un'opposizione che peraltro pensa o crede di vendicarsi di 5 anni di agguati e slealtà;
una permanenza in Afghanistan inquietante e paradossale, e non saprei cos'altro aggiungere.
Non mandatemi troppi commenti che dopo vado in confusione.
Imperdibile la battutazza di Vauro ieri sera da Santoro: dopo Sircana, anche D'Alema intrallazza con un trans di colore.
Cosa pensa Daniele Mastrogiacomo mentre rimane prigioniero dei Talebani? Probabilmente come Giuliana Sgrena, come le due Simone, come il fotoreporter cockney-salentino Gabriele Torsello vive un conflitto fra emozioni ancestrali e condizionamenti culturali, con oscillazioni verso le prime quando il timore di essere ucciso prevale e verso le seconde quando le giornate trascorrono quasi normali e Daniele si sente un po' uno di loro e capisce che al di là dei modi non proprio da Oxford i suoi sequestratori potrebbero anche avere qualche condivisibile ragione.
Il suo video ci mostra un uomo quanto meno lacerato. Non ricordo le parole testuali ma ricordo un'espressione del tipo "Sono vivo e sto bene... insomma..." e la totalmente non spontanea ammissione di colpa "Mi sono introdotto nel loro territorio e sono stato arrestato", con uno dei rapitori che mi sembra Totò che suggerisce le battute a Peppino che telefona alla malafemmina.
Poi operano sicuramente le rigide discriminazioni sessiste islamiche: mentre la Sgrena era stata costretta a supplicare in lacrime il suo compagno, Daniele viene messo in condizione di lanciare virili messaggi trasversali alle figlie, "Vedete che il papà sta bene e ne verrà fuori".
Daniele sa che il suo autista è stato sgozzato (o, secondo una più tranquillizzante versione, impiccato, anche se De Andrè chioserebbe che anche così "non si muore di meno")? E se lo sa, quali conclusioni ne trae? Quasi si tranquillizza perchè conclude razionalmente che la sete di sangue è stata placata (salvo poi vergognarsi come un ladro di averlo pensato)? Oppure col cavolo che si tranquillizza, perchè non ha mai sentito di uno squalo che all'odore del sangue si accontenta di fare uno spuntino (salvo poi vergognarsi di aver paragonato degli esseri umani a una decerebrata creatura marina)?
Opera anche in lui lo strano fenomeno che Sigismondo Freddi chiamò "identificazione con l'aggressore" per cui una importante percentuale dei rapiti, delle donne maltrattate, degli impiegati bistrattati, degli antoniocassano sbattuti in panchina maturano una strana forma di rispetto, affetto ed emulazione per i propri persecutori? "OK, non ti posso combattere... Mi schiacci, mi neghi la più elementare dignità, mi togli perfino l'aria... Se dovessi odiarti questo sentimento mi porterebbe alla pazzia o alla distruzione... Allora meglio amarti, autoconvincermi che:
me lo merito, anche se non so come e perchè, e grazie a te che hai scelto proprio me per esercitare il fuoco purificatore della tua crudeltà... pardon severità... diventerò una persona migliore;
non me lo merito, ma scelgo comunque strategicamente di amarti e di emularti. Quando l'emulazione sarà giunta a buon fine, però, te la farò pagare con gli interessi e saranno czz tuoi.
A cosa pensa Daniele? Anche lui come Aldo Moro vive una ulteriore ambivalenza con i colleghi, da una parte sperando che utilizzino fino in fondo il potere mediatico di cui dispongono per salvarlo, e dall'altra pensando "Il mio mantenimento in prigionia e la mia eventuale uccisione significherebbero per loro un tornaconto enorme... Chi mi assicura che non stiano freddamente e cinicamente facendo un calcolo macabramente simile a quello che la DC fece su Moro e su che cosa convenisse di più?"?
E se Daniele morisse, che conclusioni ne trarrebbero Prodi e D'Alema? Si sentirebbero comunque orgogliosi di essere i rappresentanti di uno stato che non si piega ai ricatti, dei nuovi Piccoli Andreotti Rumor Forlani che grazie al martirio di Moro diventarono quegli eroi della coerenza e della fermezza che non erano mai stati e non sarebbero stati mai più? O si sentirebbero stanchi e come svuotati, desiderosi di abbandonare la politica e stufi di governare un paese ingovernabile (vedi Benigno Zaccagnini nel 1978)?
Il commento di Chiara al mio ultimo post è talmente ricco ed articolato che merita un nuovo post. Il bello dell'interloquire è non essere nè faziosi nè faziani. Cosa vuol dire essere faziosi credo di non doverlo spiegare, mentre il termine "faziano", essendo un assoluto neologismo, merita una definizione sintetica quanto esaustiva: dicesi "faziano" (da Fabio Fazio, Savona 1964 - Milano 2048) l'atteggiamento di colui che si stupisce si meraviglia e si prostra di fronte a qualunque personaggio e/o idea guardandosi dall'applicare qualunque funzione critica, e qualora non possa esimersi dall'applicarla facendolo con tutto il garbo e il tatto possibile prima e dopo essersi abbondantemente scusato del proprio ardire. Ci siete? Possiamo proseguire?
Buongiorno Luca.. come vedi son tornata... Ma tu aggiungi sempre nuovi gustosissimi post... ed io leggo, leggo.... Di quest'ultima questione... non sento l'urgenza. Forse perchè Vicenza non è Vercelli, e quindi la vedo un po' lontana da me come realtà. E poi perchè so che da quando alla Maddalena sono state smantellate le basi Nato, la gente del posto che aveva aperto varie attività commerciali frequentate perlopiù da militari Usa, ha dovuto tirare i remi in barca (giusto per rimanere in tema di mare) e chiudere malinconicamente i battenti... Qualche donna è arrivata a dire: "Peccato, almeno prima si vedevano quei bei ragazzoni in divisa girare per le strade..." Questione sempre di punti di vista. Quello che secondo me gli Italiani non hanno ancora capito, è che da quando sono arrivati gli Americani in italia, alla fine della seconda guerra mondiale, facendo la parte dei liberatori, il nostro "debito" e non solo di gratitudine nei confronti di mamma Usa non è ancora stato saldato. E l'unico che riusciva a farla in barba a tutti, era proprio il tanto criticato Berlusca. Che quando andava a trovare Bush, si vestiva all'americana, con giubbotto e cappellino e giù belle pacche sulle spalle. E quando accettava gli inviti di Putin a trascorrere il week-end nella sua dacia, si dipingeva come un antico kosacco indossando anche il colbacco e giù bicchierini di vodka e tartine al caviale..!! Vorrei vedere Prodi, che adesso non sa più nemmeno che camicia indossare per far... galleggiare la sua barca!! Comunque penso che i laboriosi Vicentini, non sono mica scemi!! Manca sempre l'altro lato della medaglia (anche di quella.. al valore!!)... Con tutto ciò, mi spiace di non aver visto la trasmissione..
Vicenza non è Vercelli. Sono d'accordo, e se Vicenza non è Vercelli chiediamoci quando mai Abano Terme potrebbe essere Zurigo. Al di là del fatto che con una autovettura di media potenza le due località padane non distano più di tre ore di agevole tragitto (essendo la distanza di soli 278 km.), Vicenza non è Vercelli. Se non che, nel villaggio globale in cui ci troviamo ormai dal 1964 (anno in cui il mediologo, antesignano di Klaus Davi, Marshall Mc Luhan inventò il termine), dove si dice che un battito d'ali di una farfalla a Los Angeles potrebbe generare qualche giorno dopo uno tsunami sulle coste giapponesi (dicesi retroazione positiva), quello che succede a Vicenza potrebbe essere di pertinenza del mondo intero. L'atteggiamento dei vicentini, dei veneti, degli italiani, dell'Unione Europea, del Rotary Club, del Club dei Cuori Solitari del Sergente Pepe verso gli imperialismi americani potenzialmente riguarda tutto il pianeta. Ordunque, a meno che il Piemonte mediti di ripristinare una monarchia sabauda diretta da Emanuele Filiberto, di trasformarsi in una SpA presieduta da Lapo Elkann o in una aristocrazia altoborghese gestita da Gipo Farassino, dovrete pur tenerne conto....
Quelli della Maddalena son ancora lì col fazzoletto in mano a rimpiangere gli americani. Ti credo sulla parola, e anche l'astuto pubber vicentino mentre contava i suoi dollari degli americani non diceva nulla che fosse men che elogiativo. Sulle intese sessuali, viceversa (sarà che la prestanza fisica e l'avvenenza del maschio euganeo è significativamente superiore a quella del maschio nuragico), nessuna vicentina si sentirebbe eroticamente sminuita da una totale deamericanizzazione dei dintorni. Ma il succo è un altro. Con tutta la loro prosopopea piccolo-borghese, gli intensi retrogusti leghisti e la xenofobia strisciante, i vicentini mi sembravano desiderosi di autogestirsi, convinti di non dover dipendere dalle intese Berlusconi-Bush di cui Prodi non sa liberarsi, e il sindaco vicentino intimo amico di Silvio ecc. ecc....... Che alla Maddalena siano più abituati a dipendere dall'afflusso monetario esterno?
Sul ruolo degli americani come liberatori, Chiara non mi fare la romantica ad oltranza (anche se lo so che è più forte di te), e ti cito il fulminante aforisma di Giorgio Gaber "Gli americani sono portatori sani di democrazia", nel senso che l'attaccano agli altri ma loro personalmente non ne sono affetti. Gli americani vanno a liberare solo dove hanno degli interessi politici, finanziari, strategici che rendano conveniente l'operazione.
Berlusconi non è poi così camaleontico. Si è squagliato per Putin (forse perchè è della sua medesima stazza, o perchè hanno sotto sotto lo stesso sistema di valori) e non si è mai travestito da mandarino cinese (visto che la Cina oggi conta una ventina di volte in più della Russia) cercando di fare qualcosa perchè la colonia dell'ex-Catai in Italia non mandasse in tilt la nostra economia. Prodi almeno si è risparmiato le battute da Settimana Enigmistica sulle usanze cannibalistiche del Celeste Impero.
I vicentini non sono scemi, tutt'altro... Tra le righe del mio precedente post, tutt'al più li accusavo di essere un po' troppo semplicistici e bambinoni. Non per fare un complimento al tuo Piemonte, ma le contestazioni anti-TAV in Val Susa avevano ben altro spessore di elaborazione tecnica. Il fatto che Grillo sia andato in Val Susa più di una volta ad appoggiare la lotta dei valligiani, e che invece tenga cautamente le distanze dal minestrone al baccalà della città del Palladio, non ti dice nulla?
Un Santoro meno fazioso e accentratore del solito (che in Rai gli abbiano rivolto qualche reprimenda dopo il duello rusticano con Cicciobello Mastella? Ma nooooooooo...) ha condotto un'ottima seconda puntata di Anno Zero. Abbiamo perfino avuto la soddisfazione di goderci l'ex-ladrone De Michelis che, ormai pacificato e in veste di reduce della Prima Repubblica (che poi, come la merda della canzone "Cateto", non è così brutta come la si dipinge), a petto dei Mastella, dei Tremonti, delle Moratti del presente sembrava un politologo di Harvard, esemplare per competenza e misura e quasi dottorale nell'esposizione.
Adesso non guardate questa foto che sembra smentire tutto quello che sostenevo sopra...
Il Prof. De Michelis ci ha fra l'altro fatto dono di un acronimo che giro a Cassandra per ricavarne acrostici a volontà (anche se la ipsilon finale creerà problemi non piccoli): NIMBY, che non indica nè un tipo di nuvola stratificata, nè la sorella di Bambi, ma riassume e sussume l'espressione angloamericana Not In My BackYard, Non Nel Mio Cortile, che viene ormai usata da tutti i cittadini onesti e probi contribuenti del Pianeta per rifiutare basi Nato, discariche con scorie nucleari, campi nomadi, accampamenti-ROM, programmi di Luca Giurato, locali trendy di cui Briatore sia socio di maggioranza, concerti di Gigi D'Alessio, comunità di recupero per anchormen pentiti, sedi di Leonardo, circhi con animali maltrattati, circhi con giocolieri gay, circhi con insufficienti misure di sicurezza, insomma i circhi in genere ci stanno sul culo, campeggi nudisti, supermercati hard discount, supermercati hard (tutto per le esigenze di coppia e di multipli della stessa), sedi di Forza Italia, ville di Berlusconi, nel raggio di 16 km. da casa propria. Gli anglosassoni, per indicare la degenerazione acritica del Nimby, utilizzano l'acronimo BANANA, ovvero "Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything" (non costruire assolutamente nulla vicino a qualsiasi cosa), di cui il mondano e spiritoso Gianni era sicuramente al corrente ma ha preferito non citare per non far degenerare la trasmissione in una dependance del Bagaglino.
Una volta tanto composto e un po' sornione, Santoro ha lasciato che parlassero i vicentini: un suo inviato che sembrava un incrocio fra Valerio Staffelli e Peppino de Filippo ha anche inseguito il sindaco Wurlitzer, che però ha reagito come uno stilista di grido quando il raffinatissimo Enrico Lucci delle Iene lo insegue col tormentone "Ahò, ma è vero che sei frocio?" lasciandoci digiuni dei suoi irrinunciabili pareri.
Ammazzate, oh... Pare lui er politico, e De Michelis er comico... Comunque il trucchetto di cercare di smagrirsi in foto è vecchio come il cucco...
Ha iniziato la trasmissione con un filmato che sospetto leggermente taroccato: un gruppo di soldati americani con zainetto tattico e tenuta da boscaglia vietnamita, ma siamo sicuri che in Afghanistan le condizioni climatico-ambientali siano le stesse?, che svolge le sue esercitazioni sotto gli occhi della popolazione allibita, guarda caso passando con un tempismo alla Laurel & Hardy proprio durante un'intervista a due signore della Vicenza-bene.
E poi ha fatto parlare un campione molto ma molto stratificato dei vicentini: dal pensionato strafatto di Merlot che recita stralunato "I americani no i voemo, ostrega..." (ma forse non distingue americani da albanesi e marocchini da foggiani), al gestore del pub che, appena finito di imboscare un rotolone di dollari, dice "Ma no, i x'è dei bravi tosi, mai avuo problemi con lori...", alla possidente agricola terrorizzata all'idea che la sua tenuta ("E non me la chiami campicello" tuona contro il malcapitato Santoro reo di criminosa ironia sui suoi terreni) possa essere deprezzata, all'unica che ammette di essere "comunista" (nemmeno Diliberto accetta più il termine), anzi di aver fondato l'ennesimo Partito Comunista (che tanto da quando non esiste più l'originale le copie si moltiplicano e si intersecano), ai kamikaze pronti a farsi stritolare dalle ruspe in Piazza delle Erbe (che verrà opportunamente ribattezzata Piazza Tieni A Mente), all'elettrice delusa di Prodi colpita da raucedine psicosomatica per l'emozione della diretta.
Qui avverrà l'epico impatto fra le ruspe NATO e un composito manipolo di resistenti che affratellerà stalinisti settantenni, neocomunisti, romantici ecologisti, sboccacciati leghisti, casalinghe annoiate e casinisti generici.
Nessuno del governo è presente (come rappresaglia contro l'agguato subito da Bell'e Papà Mastella? Nel terrore di dover interagire con De Michelis? Perchè proprio, anche con tutta la buona volontà, non ce la fanno più a difendere scelte dettate dall'opportunità politica ma che vivono come indifendibili?), viene fuori che su 100.000 vicentini solo qualche bottegaio magari già filo-americano di suo è contento dell'allargamento, anzi pardon del raddoppio, della base. Ma viene anche fuori che accanto a una risibile aliquota di argomenti sensati, la stragrande maggioranza degli intervistati esprime una devastante xenofobia, e/o una totale ignoranza nel campo della politica e dell'educazione civica, e/o il più gretto e meschino egoismo.
Quelli un po' più di sinistra se la prendono col sindaco, dipinto come un fedele picciotto del boss Berlusconi a cui ubbidirebbe anche se gli dicesse "da oggi basta polenta, mangia solo cuscus..."; quelli un po' più di destra se la prendono col governo, obiettivamente dalla responsabilità limitata fra decisioni internazionali già prese dalla Berlusca Band e una non volontà di Wertmuller di ascoltare i suoi concittadini. Dovrebbero prendersela anche col governatore Galan, che ha a più riprese affermato che la presenza delle basi americane "qualifica il Veneto". Toh, io credevo che una regione che vanta Venezia, Padova, Vicenza, Verona, Treviso, Chioggia, Asiago, Cortina d'Ampezzo, Schio, Marostica, paesaggi stupendi e incredibili prodigi architettonici, una secolare cultura e il dialetto più musicale d'Italia, una regione così non avesse bisogno di qualificarsi ulteriormente, men che meno attraverso basi americane.
Lele Mora col faccione costernato che simula la sorpresa del buon padre di famiglia coinvolto per un clamoroso errore giudiziario in un'inchiesta sul crack della Parmalat (e nessun giornalista che gli controbatte con un minimo di incisività documentando e smascherando le sue bugie);
Fabrizio Corona che entra nel carcere di Potenza (qualche maligno dice che inizialmente si era presentato a Potenza Picena cercando il carcere in ogni angolo della minuscola cittadina marchigiana con l'aiuto del Tuttocittà e della signora Egista Massaccesi che continuava a spergiurare "A me però me pare de ricordamme che 'na volta c'era nu cargere, poi l'hanne buttato jò pe facce a discarica", stava per tornarsene a Milano quando il suo avvocato con una opportuna e tempestiva telefonata ha rinfrescato le sue nozioni di geografia) come se fosse il club Mediterranè, con maglietta sponsorizzata e battute d'occasione per i suoi compagni (che dal canto loro intonavano il testosteronico coretto "Facci trombare, Fabrizio facci trombare...." sulle immortali note di Guantanamera), e rischia grosso quando confonde una guardia carceraria per un cameriere chiedendogli un caffè e ottenendo larghi particolari su dove può infilarsi il caffè, la tazzina e tutta la macchinetta Espresso Bialetti;
Alberto Gilardino, che più sputtanato non si può, di fronte al bonario mastino Staffelli (famoso per la microfonata di Del Noce e per le sue imitazioni del molleggiato che nulla hanno da invidiare a quelle di "Giggi Sabbani") balbetta con la faccia dello studente impreparato, e laddove quello citerebbe nell'ordine: l'arrivo dello zio Egidio dal Venezuela; un fulminante attacco di orticaria; il barboncino Whiskey che ha fatto la cacca sul libro di testo; una scossa di terremoto dell'ottavo grado che ha devastato il suo quartiere lasciando indenne il resto della città; disturbi neurologici con grave amnesia anterograda e retrograda; una visita dei testimoni di geova che ha paralizzato le normali attività familiari per tutto il pomeriggio, impedendo perfino alla mamma la preparazione del timballo di maccheroni; questi, cioè il Gila, con suprema fantasia continua a ripetere "Sono in mano a un avvocato....";
Flavia Vento che non rilascia interviste e ha fatto perdere le sue tracce, rinunciando all'unico momento di visibilità mediatica di questi ultimi due anni (si vede che se lo può permettere...);
l'ex-ministro Maroni anche lui ricattato dai paparazzi che prima avevano montato uno scoop con vistosissimo fotomontaggio di lui e la Melandri che si scambiavano effusioni al concerto di Vasco Rossi, e poi gli avevano scatenato contro una legione di spregiudicate pornostar di colore senza mai riuscire a farlo cadere in trappola (forse se gli mandavano Miss Padania ci cascava...);
Rita Levi Montalcini che ha speso 40.000 euro per bloccare le foto di lei che palpeggia le parti intime del professor Dulbecco (nonostante lui le telefonasse tutti i giorni per dirle "Rita, lascia che il mondo sappia...").
Avreste mai immaginato una trama più che gialla giallo paglierino, il colore del Pinot Grigio e di un'orina metabolicamente sana, in cui si agitano come una cosa sola Lele Mora, il fotografo-kamikaze Fabrizio Corona, Alberto Gilardino, Flavia Vento, Riccardo Schicchi e chissà quanti altri?
All'inizio pensavo che si trattasse di una goliardata di Maurizio Milani ("Una sera io, Zamorano, Formigoni e Giovanni Rana abbiamo preso su una ruspa dalla protezione civile, senza chiedere, e abbiamo abbattuto l'argine del Po a Mezzani, provocando l'alluvione di tutta la bassa parmense. Formigoni all'inizio si divertiva, poi però gli è arrivato un sms del sindaco Ubaldi e allora si è messo a ricostruire l'argine a mani nude...") o di un finto scoop delle Iene, ma poi mi sono dovuto ricredere: era tutto vero.
Ma non tutti sanno quali sono le foto per le quali i due noti personaggi del monfo dello spettacolo hanno dissanguato il loro conto in banca affinchè non venissero divulgate:
Cominciamo con Gilardino.
Il bomber (nel senso dell'indumento) milanista viene mostrato mentre pratica una acrobatica fellatio ad Ancelotti, evidentemente per cercare di convincerlo a non preferirgli Ronaldo, i cui quarti posteriori sembra che facciano impazzire il Carletto;
Il one-man-team rossonero viene immortalato mentre, a tavola, si rifiuta di passare la saliera a Pippo Inzaghi nonostante sia a 2,5 cm dalla sua mano destra; sullo sfondo, l'insalata capricciosa di Superpippo mestamente scondita;
Il match-winner di Via Turati, ubriaco fradicio in una bettola dell'Oltretorrente parmigiano, defeca sopra uno stendardo milanista aizzato da tutta la redazione sportiva di TV Parma;
Negli spogliatoi rossoneri l'imprendibile folletto biellese lega fra loro gli scarpini di Ronaldo,
nasconde un rospo nell'armadietto di Oliveira,
e cosparge l'armadietto di Inzaghi di liquido urticante.
Mentre la Flavia nazionale, il cui blog trabocca di buoni sentimenti, che si traducono in immortali aforismi quali: "Cioè ragazzi, ma pensate quanto che sarebbe bbello se stassimo tutti in un mondo migliore con tanto amore pe' ttutti"
viene mostrata mentre pesta volutamente la zampa a un bastardino di Centocelle;
viene immortalata mentre indica l'astice vivo che il cameriere di un ristorante dei Parioli getterà di lì a poco nell'acqua bollente;
viene visualizzata mentre percorre un vicolo di Trastevere contromano col motorino smarmittato;
la si vede con Teo Mammuccari mentre entrambi si strafocano di stracotto di asinella.
Quando l'Europa si confronta con l'Asia (e il Cristianesimo con l'Islam) si verificano sistematicamente intrecci e grovigli degni di attenta analisi.
E l'Asia par che dorma ma sta sospesa in aria l'immensa millenaria sua cultura...
Così Guccini nel lontano 1970 in una delle sue canzoni meno famose e più belle (forse quella in cui il rapporto notorietà/bellezza è più vicino allo zero).
Il nostro pianeta ha il suo centro nodale nella vecchia litigiosa e decadente Europa, che ha completamente colonizzato le Americhe, creato una Wildlife Britain in mezzo all'oceano ribattezzata Australia, sostanzialmente soggiogato l'Africa, ma con l'Asia no, niente da fare, l'osso è troppo duro e il boccone non va nè su nè giù.
Giappone prima, Cina poi e India ultimamente hanno preso della vecchia Europa quel tanto che faceva comodo ma poi hanno espresso il loro modo di produrre, di lavorare, di concepire i rapporti sociali.
Avete intuito che ho in mente l'Afghanistan, il reporter di Repubblica ostaggio dei talebani, la diplomazia italiana ancora imbelle e impotente e baffetto D'Alema che continua a chiedersi chi glielo ha fatto fare di prendersi una patata bollente che chissà perchè nessuno voleva. E avrete notato che metto il problema Cristianesimo vs. Islam (di cui si è scritto, parlato e delirato a volontà in questi ultimi 6 anni) giustamente fra parentesi.
Quello che stuzzica la mia fantasia è la contrapposizione fra due culture, la prima caratterizzata da pragmatico cinismo e idealismi fra l'ipocrita e l'opportunista e la seconda caratterizzata (per carità, con mille distinguo e diecimila sfumature, si tratta pur sempre di un continente enorme e variegato) da una apparentemente anacronistica permanenza della spiritualità e della trascendenza. Una cultura, quella asiatica, in cui il senso del divino ha un significato che l'Europa ha completamente perso. Un rapporto con Dio, che si tratti del battagliero Allah, o del complesso panteismo buddhista, che permea ogni azione e ogni pensiero. Qualcosa che quasi tutti i cosiddetti cristiani hanno perso ormai in modo irreparabile.
E non c'è nulla da fare, l'Occidente si approccia con l'Asia ostentando un inconscio ma poprio per questo incontrollabile superiority complex (detto in inglese rende meglio l'idea) in cui i valori consumistico-edonistici nella loro visibilità sono considerati dominanti sui valori etici che sono caratteristici dell'Islam, del Confucianesimo, del Buddhismo e per certi versi anche dell'ebraismo (ormai talmente confuso e compromesso con la politica da aver perso però quasi completamente la sua dimensione metafisica).
Poi la modalità della reazione è diversa: mentre l'Islam reagisce con una parzialmente legittima e condivisibile indignazione alla deriva entropica dei valori di cui l'Occidente si mostra portatore, il discepolo di Buddha e Confucio guarda le contraddizioni della vecchia Europa con un sorriso di quasi divertita pietà. Ma che ci sia reazione sdegnata o sovrumana indifferenza, l'Asia non ci sta a farsi mettere sotto. E in questo la genesi dell'Islam è trasparente: come Jahvè prometteva attraverso i suoi profeti a un popolo deriso e disperso la Terra Promessa, come Cristo dichiarava milleottocento anni prima di Marx che gli uomini sono tutti uguali e che è impossibile arricchirsi senza rinunciare a qualche precetto morale, Maometto parlava a una stirpe di dimenticati disperati insegnando loro a reagire. Le tre grandi religioni monoteistiche sono nate come movimenti di ribellione in cui la forza dell'idea e dell'utopia prometteva un riscatto apparentemente negato dalla Storia.
Pensiamoci ogni tanto...
Storpi atmosfere terse e sterili bazar Taxisti nomadi cammellieri autisti ascoltan la radio E sanno che tempo fa
Al principio era il verbo al principio era Pravda Parola-verità parola-verità Al principio era il verbo al principio era Pravda Parola-verità parola-verità
Dice che a Nord che a Est la strada è aperta possibile Dall'Adriatico al Mar Giallo
Radio Kabul Radio Kabul Radio Kabul
Al principio era il verbo al principio era Pravda E prima del principio era vanto dei Mongoli Che una vergine sola sopra un carico d'oro Traversasse indenne i domini del Khan
Ho vissuto la maggior parte della vita nella matriarcale Emilia; ho ivi lavorato a lungo in USL (quindi grottescamente involuta-implosa in quell'incrocio tra il Castello di Kafka e un Comando Presidio militare che è l'Azienda Samitaria Locale) dove una fetta talora maggioritaria della dirigenza era femminile; sono, nel mio privato, passato da atteggiamenti più femministi di quelli della mia partner (che poi giustamente mi tradiva con un tossicomane che bestemmia e picchia i bambini) a recrudescenze misogine in coincidenza con naufragi affettivi particolarmente devastanti, per trovare con la maturità un (credo) corretto equilibrio tra le ideologie dettate dal Super-Io e i beceri luoghi comuni dettati dall'Es.
Ciò detto, mi avventuro in qualche considerazione "senza rete":
L'essere umano lotta da qualche decina di migliaia di anni per liberarsi dalla sua componente biologica e dai condizionamenti fisio-ormonali che ne fanno un essere ecologicamente molto meno ben riuscito ad esempio dei delfini e dei gatti, ma strategicamente adatto per dominare il pianeta con largo impiego di armi come l'arroganza, l'egoismo, l'inganno e la simulazione.
A livello fisio-ormonale i due sessi risentono forzatamente di un diverso funzionamento del sistema endocrino (i famosi ormoni...) che, a differenza della corteccia cerebrale enormemente sviluppata nell'ultimo milione di anni, è rimasto lo stesso del paleolitico inferiore.
Non sono un provetto citatore/linkatore quindi invito chi vuole sviluppare l'argomento a giocherellare con un motore di ricerca e scoprire quanto è stato scritto in proposito, ma è certo che qualche decina di migliaia di anni fa la maggioranza degli agglomerati tribali fosse sostanzialmente matriarcale, con un enorme gap tra la sensibilità e intelligenza femminile, decisiva nell'allevare i figli e trasmettere la cultura del gruppo, e la ferina bellicosità del maschio che doveva arrangiarsi con la violenza e la furbizia per portare a casa il cibo.
Nel tempo, la forza fisica e l'arroganza maschile è riuscita a soggiogare l'intelligenza femminile (l'apice è stata la tendenza tardo-medievale poi arrivata fino alle soglie dell'Illuminismo, di etichettare come "streghe" degne del rogo le donne portatrici di particolare saggezza e/o intraprendenza, comunque inclini ad opporsi al dominio del maschio).
Da circa 40 anni le donne sono riuscite a ribaltare la situazione, grazie al processo di cambiamento della società e delle forme di procacciamento del cibo diventate ormai indirette: in sostanza l'aggressività maschile non serve più, non è più un valore primario per la sopravvivenza. Purtuttavia, gli ormoni non se ne danno per intesi e continuano a funzionare come se niente fosse. Allora il maschio frustrato deve sfogare la sua ormai inutile, ma pur sempre esistente, aggressività in rituali di tipo ludico (come il tifo calcistico) o ai limiti del bellicoso (il comportamento nel traffico cittadino). La cultura gli impone un comportamento civile e contegnoso che gli pesa oltremisura. La ribellione femminile non ha avuto bisogno di gesti violenti perchè il maschio (come ha provocatoriamente e lucidamente descritto Marco Ferreri ne "L'ultima donna" e "Ciao maschio" e Moravia nel suo ultimo romanzo "Io e lui") era incline a castrarsi da solo non più capace di dominare i suoi impulsi erotici, vittima della spermiogenesi (poer nano...), laddove la donna da sempre ha saputo/potuto gestire i suoi desideri e le sue fantasie con una sapienza ed un autocontrollo che la rendevano superiore sotto tutti i punti di vista. Ovvio (e ovvio non significa giusto) che i maschi più retrivi e ignoranti non reggano questa perdita di potere (come è capitato in questi ultimi 15 anni a molti ex-democristiani) e cerchino di vendicarsi in tutti i modi possibili e immaginabili: la maggior parte delle violenze sessuali ha, spesso del tutto inconsciamente, questa valenza. Ma attenzione, non è che un moto inconscio èmeno forte, tutt'altro!!! Per il fatto di essere inconscio è ancora più ancestrale, atavico e incontrollabile.
Va fatta una distinzione molto freudiana fra spostamento nevrotico della problematica (il maschio è inconsciamente incazzato con la donna ma sfoga altrove questa aggressività perchè operano censure non sufficienti a spegnere l'emozione, ma almeno sufficienti a ridirigerla verso sostituti più o meno efficaci così che possa sfogarsi) ed espressione perversa, ottusamente diretta e direttamente ottusa, sulle colpevoli (il maschio è neanche tanto inconsciamente incazzato con la donna, non sa elaborare razionalmente l'assurdità della sua incazzatura, e risolve il conflitto "punendo" le responsabili di siffatta sofferenza)
Uno degli aspetti salienti di questo melange Natura/Cultura è, al di là delle pulsioni omosessuali che sono altra cosa, la possibilità dell'uomo di immaginarsi donna (con la frustrazione di non esserlo) e della donna di immaginarsi uomo (talvolta con l'allucinatoria certezza di essersi maschilizzata fino in fondo). "Ho visto uomini convinti di essere donne e donne convinte di essere uomini, i primi trattati molto peggio delle seconde", Paolo Rossi, 1991.
Il discorso è lungo scabroso e impegnativo, chi lo vuole sviluppare può farlo a suo piacimento, ma il succo fondamentale rispetto al tema "potere alle donne" è: quale potere una donna immagina di potere e volere raggiungere? Un potere da "donna fallica" che freudianamente si identifica con l'aggressore di un lungo e doloroso passato e lo vuole spazzar via diventando peggio di lui? O un potere da "donna e basta" che può veramente far finire l'uomo in una riserva indiana da cui uscire solo per la procreazione, a mo' di api e formiche, o più caritatevolmente garantirgli un ruolo subalterno e coreografico da principe consorte, sviluppando le risorse femminili più profonde e riformando veramente la società dal di dentro e dalla base....
La mia angoscia è che la maggior parte delle donne in carriera che ho conosciuto optavano miseramente per la prima ipotesi, spesso violentandosi l'esistenza e sacrificando tutto al Dio Successo, rinunciando inorridite alla propria femminilità come se fosse un tumore da bombardare pesantemente a costo di perdere denti e capelli e diventare degli esseri virtuali.
Ho detto la mia... Un abbraccio a tutti.
Sotto, vari modi (tutti in fin dei conti parziali) di declinare la femminilità).
L'idea che lei aveva dell'8 marzo era ubriacarsi selvaggiamente insieme alla sua amica Rosaria e dimenticarsi che esistevano gli uomini. Per San Valentino aveva ricevuto 49 sms in bilico fra il galante, l'arrapato e l'osceno e li aveva cancellati tutti, mentre ne aveva mandato uno all'unico uomo che non la cagava neanche nei momenti di più totale disperazione, e infatti non aveva risposto neanche quella volta. L'unico che si aspettava, che sarebbe stato tenero, saggio e infantile insieme, ovviamente non era arrivato. Non poteva sapere che lui ne aveva preparati, cancellati, rifatti una cinquantina, non ne aveva trovato alcuno degno di invio e alla fine ci aveva dormito sopra.
Poi sarebbe tornata a casa e avrebbe trovato suo marito semiassopito davanti a Bruno Vespa, il telecomando in mano e quattro bottiglie di Heineken vuote allineate in bell'ordine sulla moquette, forse con filo di birra sulla stessa, che sarebbe stato difficile da pulire e la avrebbe impegnata in ore di sfibranti tentativi.
Si sarebbe appoggiata alla finestra, nel tepore di una anticipata primavera, e avrebbe inseguito un pianto che la solleticava ma non ne voleva sapere di sciogliersi. All'improvviso la mano di sua figlia si sarebbe appoggiata sulla sua spalla e lei gliela avrebbe stretta spasmodicamente, e sarebbero rimaste lì a guardare quella città che non era la loro.
Forse la bambina avrebbe fatto la solita domanda, "Mamma, ce ne andiamo via io e te?" e lei avrebbe dato una delle possibili risposte, mutevoli a seconda dell'umore:
"Sì, tesoro, sì, la mamma ti porta via...".
"Ma ce la fai a stare senza il papà?".
"E i soldi chi ce li dà?".
"Stiamocene qui che si sta tanto bene....".
E lentamente, senza dolore, l'8 marzo sarebbe finito.
Così l'Europa, antica e nobile gentildonna, saluta il temibile squadrone nerazzurro che si avvia a stravincere un campionato italiano che ormai ha un livello tecnico a metà strada fra quello tunisino e quello maltese.
Il presidente Moratti ha una tenacia come quella di Claudio Amendola nei confronti dell'indimenticabile papà Ferruccio (storica voce di Al Pacino e Robert De Niro): ma nè l'uno nè l'altro saranno mai in grado di eguagliare gli ineguagliabili genitori, di cui costituiscono una grottesca caricatura.
L'Inter ha vinto uno scudetto, e ne vincerà un altro, nello stesso modo in cui certi marciatori vincono le gare di marcia per squalifica dei primi 36, e qualcuno deve andarli a pescare sotto la doccia (o magari già mentre si concedono alle gioie del sesso mercenario) per condurli ad una inopinata cerimonia protocollare.
Moratti, persona assolutamente simpatica, grande comunicatore, e di comprovata e specchiata onestà (avercene di presidenti così!!!!, noi a Parma ci accontentiamo di un adolescente innamorato di sè stesso, tanto per dire...), ha speso l'equivalente del PIL annuale della Polonia nell'arco di 10 anni, con lo stesso spirito con cui noi comuni mortali compriamo Vicolo Stretto e diamo via Parco della Vittoria. Ha licenziato Roberto Carlos dopo un anno e fatto contratti da nababbo al grande incompiuto Alvaro Recoba, ha lasciato fare a Ronaldo prima e ad Adriano poi cose che con la condotta di un atleta c'entravano come i cavoli a merenda, ha compilato organici di 40 giocatori per poi lamentarsi che lo spogliatoio era fuori controllo. Tutto per una coppa Uefa e un paio di Coppe Italia.
Detto fra noi, e qualunque tifoso interista sarebbe d'accordo, l'Inter avrebbe barattato volentieri nella stagione 2006-2007 un dodicesimo posto in Campionato per la riconquista della mitica coppa dalle grandi orecchie, anche al 94' su rigore inesistente o su autogol di stinco di un mediano del Chelsea.
Viceversa, tutto il suo cammino in Europa è stato saltabeccante e francamente risibile, con 3 vittorie, 2 pareggi e 3 sconfitte (l'Empoli e il Catania in campionato hanno uno score migliore...).
E se poi la Roma o il Milan (mio Dio!!!, quale delle due ipotesi è più tremenda???) dovessero vincere la Champions, il breve periodo di fulgore sarebbe definitivamente concluso, e manipoli di scrittori da quattro soldi riprenderebbero a scrivere e pubblicare volumetti sul binomio Inter-malasorte.
Meglio che la Champions se la porti a casa il Valencia, per poter far proferire a qualche fedelissimo interista il sillogismo "Siamo rimasti imbattuti contro i campioni d'Europa...". Ma sì, a volte nella vita bisogna sapersi accontentare...
Vincere a Sanremo non conta niente, anzi talora è controproducente. Brani come Vado al massimo, Vita spericolata, Donne, Il ragazzo della Via Gluck sono arrivati tranquillamente ultimi o tra gli ultimi. Così come di almeno la metà delle canzoni vincitrici non resta traccia alcuna se non a livello di parodie satiriche (ricordate Fiumi di parole ridotta a sigla di Striscia la Berisha da Solenghi e Gene Gnocchi?). E appunto, per i Jalisse e, meno vistosamente, per qualche altro (Gilda, Homo Sapiens, Mino Vergnaghi, Annalisa Minetti) vincere ha portato quasi sfiga perchè a momenti ha ulteriormente ridotto il loro già scarso successo di pubblico.
In molti casi sembra che le vittorie siano, come dire?, pilotate come certe votazioni parlamentari o certi concorsi.
Molti hanno avuto il sospetto che quanto meno i Pooh e Riccardo Cocciante abbiano accettato di concorrere con la clausola "O vinciamo o vi beccate una causa che immancabilmente perderete..." (non c'era il faccendiere Aragozzini in quei due Festival come direttore artistico, si fa per dire?). Storica nel 1982 la copertina di Tv Lagne e Piagnistei con Riccardo Fogli già trionfante;da leggenda la precognizione di Greggio e Iacchetti sulla vittoria di Ron. Così come qualcuno, l'anno scorso e qualche anno prima, può aver attivamente taroccato i risultati (ci riescono alle elezioni....) per scongiurare una mediaticamente disastrosa vittoria di Elio e le Storie Tese e dei Nomadi.
Ultimo comma, le vittorie compensatorie. Tony Renis vincitore morale con Quando quando quando, viene ripagato l'anno dopo con una vittoria assai meno meritata con la scolastico-balneare Uno per tutte di cui vi sfido a ricordarvi il ritornello. Un paio d'anni dopo stessa solfa con Bobby Solo: primo esempio di glam-rock androgino e più truccato della presentatrice, piace a donne e, perchè no, a qualche uomo gay d'antan con la sua Una lacrima sul viso ma per vincere dovrà aspettare l'anno dopo con Se piangi se ridi. Gli Avion Travel sfiorano la vittoria con Dormi e sogna nel 1999 ma vincono solo l'anno dopo con una dimenticabile Sentimento.
E veniamo a Povia. Nel 2005 porta una canzone misteriosamente bella (nel senso che tutte le altre del suo repertorio non le arrivano neanche al malleolo) alla sezione Nuove Proposte. Viene squalificato perchè dal palco del premio Recanati, collocato equidistante fra la torre del borgo e la statua del poeta Leopardi in atteggiamento pensoso (il colle dell'Infinito è due chilometri più a nord-est) aveva già cantato I bambini fanno Oooh. Ma per un ripescaggio al confronto del quale quello della Fiorentina nel 2003 è roba da dilettanti, Bonolis lo ripaga di una possibile ma non certa vittoria nella bolgia della serie B sanremese promuovendolo a testimonial della sua ipocritissima campagna pro-Darfur. Così l'elbano trapiantato nella metropoli da bere canta,per cinque sere su cinque,il suo piccolo gioiellino senza il minimo stress da competizione. Sembrerebbe sufficiente, e invece no... Nel 2006 Povia vince Sanremo con una canzone musicalmente opaca, dal testo leggerissimamente reazionario (un peana alla monogamia in cui forse inconsapevolmente viene ripresa la battuta di Woody Allen, "Vorrei tanto essere monogamo... come i cattolici e i piccioni...") ma probabilmente ben vista da quella fetta del cda Rai che ha affidato la kermesse musicale al new-con Panariello.
E siamo sicuri che far vincere una canzone sulla mafia e una sulla malattia mentale non sia un modo becero e ipocrita di far illudere la gente che "il paese sta crescendo" e non solo il debito pubblico?
Anche questa edizione di Sanremo viene consegnata agli archivi, come si esprimerebbe qualche giornalista televisivo capace solo di passare da una frase fatta all'altra.
Gli ascolti sono stati migliori dell'anno scorso (ma va detto che la conduzione di Panariello era stata la più imbarazzata e imbarazzante degli ultimi 20 anni), venerdì sembra che ci sia stata una lieve ma significativa prevalenza di share sul GF7 (come se il Parma vincesse a San Siro, per intenderci), la coppia Baudo-Hunziker ha funzionato e insomma, il monumento-Pippo nella duplice veste di conduttore e direttore artistico ha dimostrato che sul palco ci sa fare, mentre la Michelle è una lenza all'ennesima potenza, geneticamente svizzera fino al midollo, trasforma in oro tutto quello che tocca e (pur ostentando una facciata molto italiana) non fa nulla senza essere certa che convenga alla grande farlo. Prevedo che sarà l'asso pigliatutto dei prossimi trent'anni almeno di TV , rassegniamoci pensando che ci poteva capitare la Vanessa Incontrada o Simona Ventura e sarebbe stato decisamente peggio.
Dicevo che Pippo sul palco ci sa fare, ma appena mette piede a terra assume gli sgradevoli atteggiamenti del boss mafioso in pensione che gli sono sempre stati caratteristici e litiga con tutti (mitiche le sue frasi-tormentone contro il povero Antonio Ricci, Questa non me la dovevi fare e Hai toppato, hai toppato...). Quest'anno ha inveito contro Del Noce, Bonolis, Max Tortora, Nora Jones e chissà quanti altri che se approfondissi la lettura dei quotidiani potrei scoprire (ma per fortuna ho di meglio da fare), si è autoincensato come macho, come grande musicista dall'orecchio assoluto (ma vvedi d'annattene, direbbero i nostri amici bloggers di area capitolina), come professionista esemplare e come signore e padrone di Sanremo (l'anno prossimo si candiderà anche a sindaco o almeno ad assessore alla viabilità, che obiettivamente è il problema più drammatico della città dei fiori).
Di musica ascoltabile alla fine ce n'era, spesso affidata all'interprete sbagliato (es. Amami per sempre affidata a un'interprete meno leziosa della Sgrè, il cui cognome, e non solo quello, ricorda il passaggio di un gessetto nuovo sulla lavagna, sarebbe stata un capolavoro erotico. Mina ti prego fanne una cover!!! Luna in piena godeva di un giro armonico travolgente e di un sapiente crescendo rossiniano, brava Nada che l'hai scritta ma purtroppo in quasi quarant'anni di carriera non hai mai preso una lezione seria di canto, e poi quegli insulsi deun-deun-deun.... Ma no!!!!!!!), Baudone si pavoneggiava per aver rimesso la musica al centro del festival (gli anni scorsi cosa c'era, l'origami??), ma poi alla fine...
Poi alla fine hanno vinto due canzoni belle e coraggiose ma quasi inesistenti sul piano musicale. Quella di Cristicchi l'avevo definita una marcetta-rap (ma già nelle corde vocali di Cammariere, che ha duettato con lui venerdì sera, prendeva corpo e spessore) e quella di Moro sembra scritta estraendo gli accordi a sorte. Bellissimi i testi (in realtà stupendo e molto poetico quello di Cristicchi, didascalico e furbetto quello di Moro ), per la prima volta (anzi no, per la seconda perchè anche quella di Povia del 2006 te la raccomando, è la più insulsa che abbia scritto dopo la meraviglia naif di Quando i bambini fanno oh, sulla quale andrebbe fatto comunque un lungo discorso che riserverò a un post successivo) vince il testo, il concetto, l'idea e non la musica in sè e per sè.
Diciamo che vince la canzone nella sua globalità, e forse dopo quarant'anni di rivoluzione cantautorale l'armonia non conta più molto.
Rispetto a vittorie scontate come quelle di Cocciante, i Pooh (povero Facchinetti, quei 15 anni sembrano 150!!!!!), Ruggeri, Morandi Ruggeri e Tozzi, Ranieri ecc. ecc., quest'anno l'outsider ha fatto il Giulio Cesare de noantri: veni, vidi, vici, aggiudicandosi anche i premi della critica e della stampa.
Al secondo e al terzo posto, invece, le canzoni che piacciono alle mamme e alla proverbiale casalinga di Voghera: i pezzi globalmente belli, tipo quello di Milva e della Ruggiero, dal decimo posto in giù.
Ultima notazione: la minacciata querela di Del Noce contro il padreterno ha sortito i suoi effetti: almeno qui in Val Padana la Luna in eclisse non era rossa, assomigliava per lo più a una brioche inzuppata nel caffellatte e non ha rubato quasi nessuno spettatore alla pittoresca kermesse rivierasca.
Ancora e sempre viva Sanremo e lunga vita a Cristicchi!!!!!
Non perdetevi l'ECLISSE TOTALE di LUNA nella serata di sabato 3 marzo 2007.
Eclisse totale di Luna del 9 novembre 2003. Foto fornita dal Gruppo Astrofili RIGEL. Notare l'inequivocabile rossore nonchè l'espressione arcigna. Sono 16000 anni che il nostro satellite ha chiesto di essere adottato da Giove ma fin da subito una giovanissima Margherita Hack si oppose alla procedura di adozione. Ora Giove sta facendo dei test attitudinali presso il CPS di Cinisello Balsamo per verificare l'adeguatezza all'adozione.
L'universo è una gigantesca macchina sempre in movimento, e nella sua relativa calma nasconde catastrofici e incredibili eventi che ne mutano continuamente l'aspetto. Più o meno come il Parlamento italiano. Il motore di tutto ciò è la forza gravitazionale, una mano invisibile che guida stelle, pianeti e galassie. Alla ricerca di uno stato di equilibrio che non sempre risulterà possibile. Noi siamo qui grazie all'equilibrio che oggi governa il sistema solare, 9 corpi celesti "più o meno" accompagnati da una miriade di corpi più piccoli che ruotano attorno alla nostra stella: il Sole. E meno male che la stabilità del Sistema Solare è maggiore di quella del Parlamento. Figurati se Marte e Giove si scambiassero le orbite come a Montecitorio si scambiano i ministeri. Brrrrrrrrrrr.... Rabbrividiamo.
L'evento che potremo osservare il 3 marzo è un effetto di questo grande equilibrio, un nascondino tra Terra, Sole e Luna sorretto dalla casuale perfezione quasi maniacale che il Grande Architetto ci ha regalato: l'eclisse di Luna.
I pianeti ruotano su orbite ellittiche attorno al Sole. Queste orbite giacciono su un piano detto "piano orbitale", unico per ogni pianeta. Allo stesso modo i satelliti hanno il loro preciso piano orbitale, come la Luna lo ha per l'orbita che compie attorno alla Terra. Se il piano orbitale terrestre fosse coincidente con quello lunare, ad ogni plenilunio la Luna verrebbe oscurata dalla Terra che si troverebbe esattamente interposta tra il nostro satellite e il Sole, generando un'eclisse lunare. Ciò di fatto non avviene proprio perché il piano orbitale lunare non coincide con quello terrestre e per il verificarsi di un eclisse lunare devono contemporaneamente verificarsi due cose:
1) la Luna deve trovarsi su uno dei due punti in cui il piano orbitale terrestre interseca quello lunare
2) Luna, Sole e Terra devono trovarsi allineati. Per un eclisse di Luna questa condizione si verifica circa 2 volte l'anno.
Condizioni sempre meno proibitive di quelle di un orgasmo vaginale per Maria de Filippi, che infatti si verifica ben più raramente.
Il giorno 3 Marzo sarà visibile dall'Italia una eclisse totale di luna. Il fenomeno osservabile anche da tutta Europa, Africa, Asia comincerà in "seconda serata". Il massimo della totalità è previsto per le ore 00:21 -ora italiana - del giorno 4 ma il fenomeno comincia il giorno 3 alle ore 22:29 con l'ingresso della luna nel cono dell'ombra terrestre. La fase di totalità cioè quando la luna si troverà completamente all'interno del cono d'ombra terrestre, inizia alle ore 23:44 e dura in tutto 73 minuti. La luna durante l'eclisse si troverà nella costellazione del Leone. Una ventina di gradi verso ovest sarà possibile anche osservare il pianeta Saturno. Una ventina di gradi verso est l'inconfondibile faccia da pirla di Gabriele Paolini che è riuscito ad imbucarsi anche lì.
Perché ciò accade? La risposta sta nel fatto che la Terra è sì un corpo opaco, ma attorno ad essa vi è l'atmosfera, che funziona come una grande lente deviando i raggi rossi del Sole (sono quelli che hanno una lunghezza d'onda tale da avere un angolo di rifrazione più elevato) verso la superficie lunare, donandole il tipico colore "da eclisse".
Successivamente avverrà il fenomeno inverso: la Luna ridiverrà pian piano scura, il lembo sinistro comincerà poi a ridiventare luminoso e si potrà vedere l'ombra terrestre che lentamente abbandona il disco lunare. L'eclisse terminerà attorno alle ore 2:00 ora in cui l'ombra abbandonerà definitivamente il nostro satellite.
Come consiglio per l'osservazione posso dirvi di armarvi di vestiti pesanti, di un binocolo e magari di un cronometro per verificare i tempi delle varie fasi del fenomeno.
Ecco i dati relativi all'evento:
21.15: ingresso nel cono di penombra 22.30: inizio eclisse 23:45: inizio totalità 00.20: massimo dell'eclisse 01.00: fine totalità 02.10: fine eclisse 03.25: uscita dal cono di penombra
Ah, dimenticavo, la statistica dice che le notti di luna piena sono al 80% serene, ma ricordiamoci che la legge di Murphy dell'astrofilo dice: "le condizioni meteorologiche saranno tanto più scarse tanto più il fenomeno da osservare sarà bello, in maniera proporzionale alla sua rarità".
Fabrizio Del Noce intende querelare il padreterno per l'evidente conocrrenza sleale che il fenomeno celeste va ad esercitare sulla serata finale della kermesse sanremese: così milioni di italiani che considerano gli spettacoli celesti più interessanti di quelli televisivi si perderanno l'arrivo a sorpresa di Michael Jackson (dopo una ridda di annunci e smentite) che sodomizzerà a lungo Chiambretti nonostante le sue disperate rimostranze in anglo-torinese "I am no child, boia faus, and at least use some fucking vaseline,oh basta là...", Pippo Baudo che farà lingua in bocca alla Hunziker ricevendo una telefonata in diretta da Eros Ramazzotti che però avrà luogo proprio nel momento culminante dell'eclisse, Paolo Rossi che si scorderà le parole della sua canzone e si metterà a cantare "Stessa spiaggia stesso mare", un acuto di Al Bano che farà volare via il parrucchino di Baudo e un do di petto di Piero Mazzocchetti che farà crollare due lampadari che rimbalzeranno sulle tette siliconate di Alba Parietti e scompariranno nell'iperspazio.
Approfittando di una mia remotissima parentela col bonghista dell'orchestra di Sanremo, ieri mi sono fiondato nella città dei fiori e, utilizzando metodi investigativi che fanno impallidire Carlo Lucarelli, ho raccolto una ghiotta messe di anticipazioni sul prossimo Sanremo. Le idee di Baudo sono piaciute molto a Fabrizio Del Noce, peccato che il portatore di tali idee gli piaccia molto di meno e quindi verrà freddato in una via di Catania con ventisei colpi di kalashnikov da un funzionario Rai travestito da picciotto.
Bonolis non condurrà comunque Sanremo 2008 perchè ha già firmato il contratto per diventare uomo-immagine del suo intimo amico Mike Tyson. Del Noce chiamerà un gruppo di ex-giovani comici di area Zelig (mago Forrest, Maurizio Milani, Diego Parassole alias Pistolazzi, Geppi Cucciaro, Luciana Littizzetto e Debora Villa) con le voci fuori campo della Gialappa's, tornando in sostanza allo stile informal-cecchettiano degli anni 70-80.
Ci saranno ancora palpeggiamenti di genitali ma questa volta al limite estremo dell'hard perchè avverranno tra individui di sesso diverso: Maurizio Milani con una alcolemia ormai fuori controllo tenterà di accoppiarsi prima con la Littizzetto, poi col mago Forrest e infine ci riuscirà con una telecamera abbandonata, fulminandosi peraltro in modo irreparabile l'attrezzatura da riproduzione. Geppi Cucciaro tirerà giù i calzoni a Forrest esponendone le pudenda in diretta eurovisiva fra la proclamazione del secondo classificato (Gianni Morandi con Non son degno di andare a cento all'ora) e del primo (Lucio Dalla con Dice che era un bell'uomo e invece si chiamava Rosanna).
Paolo Rossi tornerà con un altro inedito di Rino Gaetano (Roma reggaeme er moccolo stasera), ma sarà imitato da Daniele Luttazzi con un inedito di Ivan Graziani (Lugano canzone triste) e da Corrado Guzzanti con un inedito di Antonello Venditti nel frattempo deceduto per overdose di pajata purulenta (Lo stadio era vòto perchè nun ce staveno li tornelli).
Per par condicio ci sarà una canzone a favore della mafia, cantata dal duo Concetta Riina - Rosario Badalamenti, intitolata Qualcuno potrebbe farsi molto male che vincerà a mani basse la Sezione Nuove Proposte Indecenti dove concorrerà insiema a una canzone inneggiante agli ultrà (Siamo come siamo e non ci scassate la minchia in una sofferta interpretazione di Totuccio di Catania, clone perfetto di Nicola di Bari) e ad una a favore dell'inquinamento (L'odore del 2000, che sarà però squalificata essendo praticamente identica a una quasi omonima canzone di Dalla).
Il Dopo Festival comincerà alle 4.30 e sarà condotto per metà da Selen completamente nuda e, per gli ultimi venti minuti, consisterà in un reality-show sulle abluzioni mattutine di Luca Giurato.
Per un guasto collettivo ed inesplicabile dei telecomandi, lo share sarà del 100% per tutte le cinque serate.
Tommasone Tommasone.... Ma con tutti i bravi imprenditori parmigiani colti brillanti e intelligenti (quale parmigiano non lo è?) proprio tu dovevi arrivare?
OK, hai portato il Carpenedolo dalla Terza Divisione alla C2. OK, sei un bravo ragazzo onesto e dalla faccia pulita, e come tutti i bresciani hai quella gradevole mescolanza di probità e pazzia che sicuramente fa audience. Hai anche un cognome a Parma molto diffuso, magari avevi un trisnonno di San Pancrazio e neanche lo sai.
Sei giovane come l'acqua per un ruolo come il tuo (a parte che distinti sessantenni si comportano in modo molto meno maturo di te perchè non hanno ancora dimenticato il trenino elettrico del Natale 1952 e considerano la squadra che finanziano il loro giocattolino di lusso). Però alla sessantesima volta che ti ho sentito dire "Sono ancora giovane, ho tanto da imparare" mi è venuta voglia di urlacchiarti "Ma non ce l'hai uno zio sui 55 da mandarci al posto tuo????".
Speravo che portassi un po' di aria fresca non solo a Parma ma in tutto il calcio italiano. Che fossi capace di ragionare fuori dai logori stereotipi del presidente-mecenate.
Macchè!!!!!!!!!!!!!
Appena arrivato non hai trovato di meglio che dire che volevi una squadra che "picchiasse". Lo so che non lo hai detto con cattive intenzioni, per carità sei stato frainteso, ma la rosea ci ha campato sopra per un paio di giorni additandoti al pubblico ludibrio come istigatore alla violenza. Sono anche frasi come le tue che aizzano la violenza omicida degli ultras, e't capì Ghirardi? Da un imprenditore astuto e dinamico come te mi aspettavo una partenza scevra di frasi fatte, ma (ahimè) non sono stato accontentato.
La tua campagna acquisti si è ridotta a Parravicini e al prestito di Giuseppe Rossi, spaurito diciannovenne che incanta le platee ma quanto a risolvere le partite credo che risolva meglio i Sudoku della Settimana Enigmistica. E vabbè, sei arrivato a mercato di riparazione quasi concluso e di più non potevi fare....
Hai cacciato Stefano Pioli pramzan dal sass dicendolo a tutti prima che a lui. Lo stile è meno fragoroso di quello di Zamparini, ma la sostanza è identica. Lo hai cacciato prima di tre partite sulla carta non impossibili, che Stefano poteva vincere. Col capitano di ventura Claudio Ranieri, assente dall'Italia da 10 anni e con una conoscenza del calcio italiano temo inferiore alla mia (il che è tutto dire), le abbiamo perse tutte e tre. Poi abbiamo avventurosamente pareggiato a Udine e a Ascoli.
E ad Ascoli hai chiuso il circolo e completato il repertorio del presidente da vignetta: di fronte all'annullamento di due gol probabilmente regolari, ma se visti alla velocità della moviola (e l'arbitro meschinello la moviola non ce l'ha) non hai preso a calci nel culo i tuoi ragazzi incapaci di spalmare sulla classica micchetta gli ultimi in classifica ridotti in 10; non ti sei fatto spiegare che nonostante il maggior possesso di palla nostro l'Ascoli aveva avuto una ben maggiore percentuale di palle utili (segno che Sonetti vede le partite un po' meglio di Massimo Ranieri, a proposito è vero che ti canta tutte le sere "Pietà per chi ti ama"?); non hai percepito che per i nostri magici centrocampisti le fasce laterali sono solo l'anticamera dello spogliatoio. No!!!!!!!!!!!!!!!
Hai preferito proferire urbi et orbi rinascimentali invettive contro l'arbitro, i guardalinee, il quarto uomo, il Palio di Ascoli, le olive ripiene all'ascolana, Tonino Carino, Clark Kent e Giovanni Lindo Ferretti, dichiarando che la squadra era al centro di destabilizzanti congiure planetarie.
Contro l'Ascoli???????????????
O credi veramente che qualche grande fratello, piccolo cugino, medio cognato vedrebbe più volentieri in A il Messina o il Chievo? Ma quanto nocino ti sei bevuto???
Tommaso, il credito che la nostra aristocratica città ha concesso alla tua naturale simpatia e alla tua giovane età è agli sgoccioli.
In un post precedente, in cui ti accoglievo con divertita curiosità ma in realtà senza essere travolto dall'entusiasmo, affermavo che:
A Parma è stato accolto con finta bonomia alla parmigiana (indigesta come le omonime melanzane) che diventerà astioso disprezzo qualora il Ghirardi si ostini a rifiutare menù a base di tortelli d'erbetta e punta ripiena al forno, gli chiedano cosa pensa di Marco Osio e risponda "Chi è, il capo degli ultras?" e alla prima battuta in dialetto chieda che gliela ripetano in italiano. Se poi si attenterà a dire "Ma cosa vuole il pubblico di Parma?" come un qualsiasi Pavarotti sbertucciato e cacciato a furor di popolo dal Teatro Regio, temo che dovrà spendere più in security che in cocaina.
Ecco, appunto.... Evita almeno la frase becera e scontata, che pure vedo urge sulla tue labbra da buongustaio "Ma cosa vuole il pubblico di Parma?". Rischi delle risposte che potrebbero lasciare il segno.
Tonfo di Mediaset a Piazza Affari: in apertura -6,44% e ora prosegue recuperando un po', ma le perdite restano comunque pesanti: -5,64%. Il titolo del Biscione ha sofferto i downgrade dei broker dopo i risultati 2006 (utile in calo, del 16%, per la prima volta da 5 anni).
Numeri decisamente poco brillanti, che hanno fatto passare in secondo piani gli annunci strategici di qualche settimana fa di Piersilvio Berlusconi.
L'utile netto, infatti, è stato visto in calo a 505 milioni di euro (603,4 milioni nel 2005). Per la prima volta dopo 5 anni. Ma nonostante la discesa dei profitti, il gruppo di Cologno Monzese sarà ugualmente generoso verso i suoi azionisti. In primis, l'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e la sua famiglia. Il Cda ha proposto la distribuzione di un dividendo di 0,43 euro per azione, invariato rispetto allo scorso anno, deludendo le attese di chi, come gli analisti di Banca Leonardo, puntava su una crescita a 46 centesimi per azione.
I numeri, come si diceva, che non sono piaciuti agli analisti, tanto che prima dell'avvio delle contrattazioni, gli operatori di Deutsche Bank hanno tagliato la propria raccomandazione sul titolo da buy a hold. Mentre i colleghi di Jp Morgan l'hanno portata da overweight a neutral. I dati sul bilancio 2006 di Mediaset hanno fatto il paio, quanto ad assenza di rilevanti sorprese, con quelli della controllata spagnola (al 50,1%) Telecinco. Gruppo che il giorno prima aveva annunciato una trimestrale in linea con le attese, chiusa con ricavi in crescita a 297 milioni (+14% su base annua, grazie ad una raccolta pubblicitaria sostenuta da buoni risultati di audience), mentre l'utile netto è stato pari a 85 milioni (+9%, appena al di sotto delle stime di mercato).
Per i broker, inoltre, appare difficile che la società possa recuperare nel 2007 i 90 milioni di raccolta pubblicitaria persi nel 2006.
Sarà interessante vedere se stamane, dopo la conference call prevista in tarda mattinata, emergeranno fatti nuovi che possano riportare un poco di fiducia sul titolo, anche se la decisione di Jp Morgan di limare il target price da 10,5 a 10 euro, imitata da Lehman Brothers (da 9,75 a 9 euro) lascia intendere che per il momento non paiono esservi spazi di crescita per le quotazioni.
Piuttosto, visto la necessità per il gruppo di ridurre la propria dipendenza dalla pubblicità (lo scorso anno il fatturato di Publitalia '80 è risultato pari a 2.956 milioni di euro, in linea con quello del 2005, mentre quello di Publiespana è salito del 6,1% a 965,42 milioni di euro), e dopo la delusione patita in Germania con l'esclusione dalla gara per ProSiebenSat.1, qualche novità potrebbe emergere riguardo Endemol, la casa di produzione televisiva il cui 75% è stato posto sul mercato in queste settimane dalla controllante Telefonica.
Potrebbe essere l'occasione per spezzare l'assedio, a patto che le valutazioni non si rivelino eccessive. Un rischio da non escludere, visto il recente interesse dimostrato per il settore da altri competitor come il gruppo De Agostini di Novara. Interesse che potrebbe spingere le offerte al rialzo, ad esclusivo vantaggio dei conti del gruppo telefonico iberico.
Stento ancora a crederci, non per altro ma perchè questa notizia è riportata, così come ve l'ho girata, su Affari Italiani, rivista on-line collegata al sito di Libero, e non ne trovo traccia nè sul sito di Leonardo nè su quello di Repubblica, che pure ha un numero incredibile di spietati cecchini aperti denigratori di 40 anni di onesta carriera del povero Silvio, che si è diuturnamente sacrificato fino al martirio estremo della discesa nell'inferno della politica, con la sola ed esclusiva finalità di elevare la qualità delle nostre misere vite di ignoranti barboni che magari non lo votiamo nemmeno......
Ma stiamo ai fatti, per gli svolazzi ci saranno altre occasioni. Qualcuno di voi ha già consultato il suo dizionario italiano comune - inglese per figoni per capire il significato delle parole downgrade e overweight, gli altri si facciano aiutare dalla logica per tradurre a senso.
L'uomo più carismatico (!!!!, figurati quelli non carismatici...) d'Italia l'è drè a gnir vecc', direbbero dalle mie parti e forse anche dalle sue. Continua a fare il viveur, ragiona come un venticinquenne che ha cominciato a guadagnare grazie agli amici del papà che l'han preso in simpatia, fa capire che gli tira ancora e che la pur bellissima moglie non gli basta (cribbio, ormai ha anche lei i suoi cinquant'anni e non si bagna più come una volta, il troppo attrito mi rovina la concentrazione e mi sembra di trombare con la Rosy Bindi), ma è riuscito a perdere rovinosamente un faccia a faccia con Prodi e a pareggiarne un secondo non più tardi di un anno fa (Prodi, voglio dire, mica De Gasperi o John Fitzgerald Kennedy). Gli alleati di governo hanno con lui il rapporto ambivalente dei figli di un padre ricco e autorevole ma un po' rincoglionito, non lo mollano ma fanno capire che a volte sono (come dire?) un po' perplessi.
L'offensiva di Sky ha reso le sue televisioni molto meno potenti, il Milan non è mai più tornato quello di Sacchi, Gullit e Van Basten e anche quando ha vinto la Champions League nel 2003 l'ha fatto con un gioco che sta al calcio-spettacolo come Polifemo allo strabismo. Il settore assicurativo-finanziario (ricordate l'ormai superato marchio Fininvest?), con i suoi pirateschi consulenti globali, forse trova degli italiani ogni giorno meno propensi a cullare illusioni di facili profitti, dopo le belle chimere dei tango-bond e delle obbligazioni Parmalat (irresistibile Grillo che, all'epoca, consigliava Tanzi di fondare Forzalat)
Ma quello che mi fa malignamente sogghignare è che alla fine la sua entrata in politica è stata un boomerang a scoppio ritardato. Il fatto che Berlusconi non sia più Primo Ministro, di fatto, deprezza le sue aziende. I santoni della Borsa danno per scontato (o forse prendono atto rassegnati essi stessi) che Berlusconi presidente del consiglio può promulgare leggi, ungere ruote, insomma fare di tutto e di più per favorire Mediaset in tutte le sue ripartizioni. Viceversa, Berlusconi detronizzato potrebbe (o, tout court, può) subire le rappresaglie degli avversari e prima di tutto degli integralisti islamici Padoa Schioppa e Visco che sono notoriamente due stalinisti che hanno una totale avversione per l'economia di mercato.
E' una visione del mondo, della finanza, della politica, della morale e dei collegamenti reciproci fra finanza politica e morale, talmente gretta e meschina che non so se piangere o vomitare. Ma è la visione del mondo che regola i rapporti sociali nel terzo millennio (Mio Dio, cosa succederà nel quarto?).
Ormai si sentivano solo per telefono, o meglio lei cercava ancora di rintracciarlo ma non sul suo cellulare (cosa che si era sempre vezzosamente ben guardata dal fare per non dare a lui l'impressione che contasse qualcosa), se mai al telefono dell'ufficio dove lui in teoria non si sarebbe dovuto trovare ma poi in pratica si trovava.
Le telefonate erano sempre a doppietta, spaziate di 10 minuti l'una dall'altra. Lei era talmente poco brava a simulare la casualità dell'incontro telefonico che si imbrogliava tra congiuntivi e condizionali, d e t, passato prossimo e futuro anteriore e insomma, la sua consecutio temporum diventava ancora più disastrata del solito. Lui per contro rispondeva con gelida e algida voce che non tradiva la minima emozione, ma questa impersonalità del tono vocale veniva pagata con una tale rigidità posturale che spesso lo assalivano dei crampi alle mani e ai glutei. (Col videotelefono sarebbe stato praticamente nella merda) Forse una volta aveva raggiunto l'eccesso di ostinarsi a non riconoscerla per 2'36" dandole ostinatamente del lei, altre volte l'aveva bombardata con le raggelanti frasi di similcortesia che un assistente sociale rivolgerebbe al quindicesimo caso umano della giornata, tipo "Cosa posso fare per te?" o "Qual è il problema?". Lei stava al gioco e assumeva il ruolo a lei caro della donnina innocente perennemente incompresa e maltrattata dagli uomini, e la sua vocina da giovanile diventava infantile proferendo anch'essa frasi-standard del tipo "Mi dispiace di averti disturbato", "Pensavo che ci fosse la segretaria" o la falsissima "Grazie per la cortesia" (una banconota da 26,45 euro sarebbe stata più plausibile).
Quando lui riagganciava ed era presente qualcun altro, tutti sapevano benissimo di chi si trattava ma nessuno osava dire nulla. Lui nel giro di 10 secondi valutava, soppesava e poi pesantemente scartava qualche frase spiritosa e arguta che potesse essere meno imbarazzante del silenzio, visto che di solito era abituato a fare commenti su tutto quello che lo circondava, dal volo di una mosca agli sbalzi climatici, dalla nuova rotonda di Via Traversetolo all'obsoleto modulo 5-3-2 del Parma. Alla fine riciclava la sua fine arte dialettica nel trovare un convincente motivo per andarsene in tutta fretta rapito da inesistenti ma plausibilissimi impegni.
Ammettere esplicitamente un reciproco interesse sarebbe stato apparentemente più facile, lineare e sano. Ma cosa c'è mai di facile, lineare e sano nella vita quotidiana? Quindi ognuno dei due si difendeva ed evitava di sguarnire la propria metacampo, paventando la ripartenza in contropiede dell'altro che era in grado (ma soprattutto intenzionato se possibile) di umiliarlo con una pantagruelica goleada per poi esibire la vittoria come trofeo con amiche e amici.
Il Festival di Sanremo è un piatto tipico della cucina tradizionale mediatica italiana: come tutti i piatti tipici non si può e non si deve discutere, non rischia certo di venire scalzato dai piatti della nouvelle cuisine francaise (non garantisco sulla correttezza della grafia perchè parlo meglio il moldavo del francese): come le trenette col pesto o i tortelli d'erbetta gli ingredienti devono essere pochi e semplici, e al massimo è consentito qualche rimaneggiamento a livello di condimenti, un po' di basilico in più oggi, parmigiano al posto del pecorino o viceversa domani, e dopodomani una pasta un po' più porosa rugosa lagnosa o capricciosa come consiglia dagli spot la parmigianissima dipendente Barilla.
Oltre a essere un piatto tipico, il festivalone è anche molto ma molto gattopardesco: tutti gli anni si cambia tutto perchè tutto resti com'era, due anni fa era arrivato Nicola Arigliano disibernato da una piramide del Salento, quest'anno è arrivato l'evergreen Johnny Dorelli a cui la Gloria Guida fa un ottimo effetto, l'anno prossimo gli ospiti stranieri saranno Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin e John Lennon e i presentatori saranno John Belushi e Ava Gardner. Una girandola di novità....
Per il resto, Sanremo è un sistema mal riuscito in cui, contro ogni legge della TGS (Teoria generale dei Sistemi e non Tassa di Gestione Speciale come qualcuno potrebbe ipotizzare) il tutto è enormemente inferiore alla somma delle parti: Pippo Baudo continua a fare Settevoci da quarant'anni in qua, Chiambretti fa Markette in tutti i sensi e la Hunziker recita benissimo il ruolo della ragazza della porta accanto capitata lì per caso che si emoziona come una novizia (e viceversa è la diva più astuta e cinica di tutto lo star system italiota, notare la vomitevole ipocrisia della dedica all'ex-marito con vocina finto-velata dal pianto).
Tutti sperano di arrivare ultimi come Vasco e Delmo (permettetemi di chiamare Zucchero in questo modo come lo ricorda chiunque frequentasse le bettole emiliane negli anni 80) per vendere come loro, visto che chi vince di solito vende come i Jalisse.
Nada, Tosca e Silvestri, ad esempio, avevano un atteggiamento trash-snob del tipo "Sì, lo sappiamo che siamo a Sanremo ma non ce ne fotte una minchia". Silvestri non si è neanche sprecato troppo perchè il giro armonico della canzone di quest'anno era lo stesso di "Salirò", mentre il testo glielo devono aver scritto gli Skiantos. Cristicchi ha prodotto una coraggiosa performance minimalistica da teatrino di Quarto Oggiaro o di Centocelle; in tempi di austerity pare che la sedia se la sia portata direttamente da casa. Bello e poetico il testo ma la musica è perennemente la marcetta-rap che caratterizza ogni suo pezzo.
L'emigrante di ritorno dalla Germania faceva Bocelli, Milva continua a perfezionare l'imitazione di Marlene Dietrich che forse entro il 2040 le verrà in modo convincente, il bassista degli Zero Assoluto si è esibito in un solo alla Jaco Pastorious (solo nelle intenzioni, purtroppo....) e tutto il resto è vita.
Tutto questo come alibi per non parlare ancora del Prodi-bis ("Il bis ci domandarono? E perchè, il primo ci venne bene?" è la fulminante battuta di Ficarra e Picone ormai impazziti da quando il Palermo è uscito dal giro-scudetto, cioè dal 15' del primo tempo della prima giornata).
Ma Sanremo è Sanremo. Se fosse Imperia o Arma di Taggia toccherebbe rifare tutti gli atlanti.....
Firenze. Tragico errore a Firenze dove fegato e reni sono stati espiantati da una donna sieropositiva di 41 anni e trapiantati a tre pazienti toscani. È accaduto all'ospedale di Careggi. All'origine del tragico errore ci sarebbe un'errata lettura dei dati clinici dell'espiantata da parte di una biologa. Ma che errata lettura... Si tratta di un atroce episodio di pulizia etnica da parte di una biologa meridionale, comunista e fidanzata con un islamico che voleva iniziare l'annientamento sistematico dell'etnia toscana. Sgomento e riprovazione nell'opinione pubblica specie quando sono state smentite le prime incontrollate voci secondo le quali i pazienti erano Franco Zeffirelli, Marco Masini e Pupo.
Vibo Valentia. Sedicenne in coma, l'impianto della sala operatoria funziona. Ma l'ossigeno era attaccato alla presa sbagliata. Alla presa giusta c'era la giovane infermiera amante del chirurgo che col suo PC stava giocando a Tetris.
Macerata. Il pensionato Settimio Cingolani, ricoverato all'ospedale della ridente cittadina marchigiana in coma etilico per ingestione di 18 litri di Rosso Piceno nelle 3 ore precedenti, si è acceso come una torcia umana quando un barelliere si è incautamente acceso una sigaretta a pochi centimetri dal suo letto. E' stato furtivamente ceduto, col consenso dei familiari, al ristorante "La Brace", tempio della ristorazione maceratese, in cambio di due giovani vitelli col morbo della mucca pazza, sui quali verranno condotti esperimenti fondamentali per il futuro dell'umanità.
Sassuolo (Modena). Un gruppo di goliardi vistosamente alticci è penetrato nel pomeriggio di martedì grasso all'Ospedale Nuovo della ridente cittadina emiliana, mentre medici e infermieri stavano facendo un festoso trenino per le corsie, e ha dispettosamente invertito e mescolato tutte le cartelle mediche. Cardiopatici operati di cistifellea, ortopedici che cercavano per un'ora la gamba destra di un amputato, gentili signore operate di prostata e baldi giovani sottoposti a fantasiose isterectomie, un geometra di Castelnuovo Monti uscito dal reparto di chirurgia plastica con una quarta di reggiseno, la polizia ha aperto e subito chiuso un'inchiesta appena si è saputo che il capo dei goliardi era nipote di Romano Prodi.
Grazie al signor Catellani Stefano di Frattaglia Mantovana, che ha intercettato involontariamente la telefonata e ha provveduto sagacemente a registrarla, sbobinarla e inviarmi copia dello sbobinamento, posso qui fornirvi un nuovo capitolo degli struggenti appelli di Berlusconi al figliol prodigo Follini, che un paio d'anni fa voleva comandare in casa del babbo e adesso sembra che abbia fatto su il suo fagottino e sia pronto ad andarsene.
Silvio: Non è il momento di fare cambiamenti, rilassati, fatti uno zabaione, prenditela comoda. Sei ancora giovane, questo è il tuo problema, ci sono tante cose che devi ancora capire. Trovati una ragazza, sistemati, c'è la Melandri che quando ti vede diventa di tutti i colori, ma se ne vuoi una bruttina ma fedele io opterei per la Rosy Bindi.
Un tempo ero come tu sei ora, e so che non è facile, stare calmo quando scopri che sta per succedere qualcosa, ma prenditi il tuo tempo, pensa molto pensa a tutto quel che hai. Domani tu sarai ancora qui, ma l'Italia di mezzo magari no.
Marco: Come posso provare a spiegarti? Quando lo faccio tu sei sempre al cellulare con Fini, ed è sempre stata la solita vecchia storia. Dal momento in cui potevo parlare mi è stato ordinato di ascoltare ora c'è una via, e io so che devo andare io so che devo andare
Silvio: Non è tempo per cambiamenti, cribbio! solo siediti, se vieni ad Arcore dico alla Vero di farti le busecche. Sei ancora giovane, è questo il tuo problema c'è così tanto su cui devi pensare Trovati un partito come si deve, cosa ne dici dell'Italia dei Valori? Sempre di Italia si tratta, e fra sei mesi sei già segretario... guarda me, sono vecchio, insomma vecchio... maturo!, ma sono felice.
Marco: Tutte le volte che ho pianto, tenendomi tutto quello che sapevo dentro... E' difficile, ma è più difficile ignorarlo. se loro erano nel giusto, io accettavo, ma è te stesso che conosci (e poi e poi...) e non me,
e ora c'è una via e io so che devo andare via io so che devo andare.
Ora che per te non significo più nulla, tu dici che vuoi iniziare qualcosa di nuovo, e mi spezza il cuore il fatto che tu parta, Marco, sto soffrendo.
Ma se proprio vuoi partire, abbi cura di te stesso, spero che tu ti faccia un sacco di amici là fuori, ma al posto tuo non accetterei mai un invito a cena da Luxuria.
Oh, Marchetto mio, è un mondo di merda. Mica facile tornarsene a casa in groppa a un sorriso.
Oh, Marchetto mio, è un mondo di merda, mi ricorderò sempre di quell'imbranatello che eri quando ti ho conosciuto.
Tu lo sai che ho visto un mucchio di cose che quei brutti ceffi dell'Unione possono fare, e mi vengono le extrasistoli al solo pensarci, perchè non voglio mai vederti triste, Marco, o magari da Vespa a difendere la finanziaria 2007.
Ma se proprio vuoi partire, almeno non farti consigliare le cravatte da Fassino, e non farti portare in giro per bettole da Rutelli, che a forza di vino de li castelli poi ti faranno firmare di tutto....
Arrivederci, Roma... Good bye...au revoir... Si ritrova a pranzo a Squarciarelli fettuccine e vino dei Castelli come ai tempi belli che Pinelli immortalò!
Quanto sei bella Roma quand'e' sera quando la luna se specchia dentro ar fontanone e le coppiette se ne vanno via, quanto sei bella Roma quando piove.
"Mamma lupa - poveretta - si e' svenata con i denti" il giornale ha riportato con stupore: "non poteva sopportare che il suo popolo invasore diventasse una colonia di invadenti".
Fatece largo che passamo noi, li giovanotti de sta Roma bella, semo ragazzi fatti cor pennello, e le ragazze famo innamorà. e le ragazze famo innamorà.
ROMA nun fa la stupida stasera Damme 'na mano a faje di de si Sceji tutte le stelle più brillarelle che poi e un friccico de luna tutta pe' noi Faje sentì ch'è quasi primavera manna li mejo grilli pe' fa cri cri Prestame er ponentino più malandrino che ciai Roma reggeme er moccolo stasera.
Poi, dolce vita che te ne vai Sul Lungotevere in festa Concerto di viole e mondanità Profumo tuo di vacanze romane
Tutte le strade che a Roma portano quando ci arrivano s'ingorgano ristagnano fumi di scarico impastano la lingua e l'alito di rabbia facile basta un attimo per perdersi e ritrovarsi ancora qui
la Roma se vedemo, dimo, annamo, famo, non ti devi da preoccupare che tanto te richiamo
Sta passando una stella sui cortili di Roma e un telefono squilla, nessuno risponde a una radio che parla, è vicina la notte, sembra di accarezzarla.
E' la sera dei miracoli fai attenzione qualcuno nei vicoli di Roma con la bocca fa a pezzi una canzone.
Cadevano le bombe come neve, il diaciannove luglio a San Lorenzo. Sconquassato il Verano, dopo il bombardamento. Tornano a galla i morti e sono più di cento. Cadevano le bombe a San Lorenzo e un uomo stava a guardare la sua mano, viste dal Vaticano sembravano scintille, l'uomo raccoglie la sua mano e i morti sono mille.
...E allora vieni con me, amore, sur grande raccordo anulare, che circonda la capitale, e nelle soste faremo l'amore, e se nasce una bambina poi la chiameremo: "rrrrrrrooooomaa"
all'uscita 25 c'è "a laurentinaaaaaa", bruno l'infame ha cambiato gestione, er prosciutto è più bono da sergio, dietro la piazza, ma nun te fà lo scontrinoooooo all'uscita dell'aurelia c'è: "casalotti-bocceaaaaaa", fai la conversione e c'è er tabakki notturno, se è chiuso giù ar controviale, c'è er distributore che te frega er restoo, er distributoreeeeee, ma te frega er restoooo.
...e allora vieni con me, amore, sur grande raccordo anulare, che circonda la capitale, e nelle soste faremo l'amore, e se nasce una bambina poi la chiameremo: "rrrrrrrooooomaa"
all'uscita 29 c'è: "acilia-casal paloccooooooo", dietro ar bar de enzo ce sta 'n centro commerciale, dice tiziana che nun ce sta a mucca pazza, ce sta er cartelloooooo, vatte a fidà, sò boni tutti a mettece 'na scrittaaa, sur cartellooo, sò boni tuttiiiiii adesso c'è sabrina che lavora all'autogrill dove faccio er pieno de benzina pe fà 'n metro sulla tiburtina,
e se nasce una bambina poi la chiameremo: "rrrrrrooomaaa"
all'uscita dar flamino c'è: "a cassia bisseeeeeeeeee", pe via due ponti c'è 'n pezzo contromano, mejo 'na murta dell'ingorgo, c'è 'npo de ghiaia ce poi morì de vekkiaiaaaa
l'amore finisce sur grande raccordo anulare, la storia finisce sur grande raccordo anulare, il mondo finisce sur grande raccordo anulare..
ma pe' fortuna poi rientrà dar laurentinooooooooooo, ce ripasso ar bretellone, quello che nun hanno asfaltato, cor brecciolino, non sai che voli che fai cor motorinooooo, sur brecciolinoooooo
...e allora vieni con me, amore, sur grande raccordo anulare, che circonda la capitale, e nelle soste faremo l'amore, e se nasce una bambina poi la chiameremo: "rrrrrrrooooomaa" er fratello lo chiamamo: "cuppoloneeeeeeeeeeeeeee"
me sò liberato, e ora sò tornato, per cantare il raccordo anulare, e con cinzia faremo l'amore. e se nasce 'na bambina poi la chiameremo: "rrrrrrrroooooomaaa"
all'uscita 24 c'è, "santa palombaaaaaaaa", dall'ardeatina c'è 'n travestito, dice che j'hanno sbagliato l'ormone, c'ha i baffi in fronteeee e vò un mijoneeee, aho c'ha i baffi in fronteee, e vò un mijoneee
no la prima, no la seconda, a terza a destra, a via dell'acqua bullicanteeeeee, occhio all'incrocio, c'è er pizzardone, quello co' la mania delle ganasce, je le farei magnààà, quelle ganasceeeeee
se rientri da mentana c'è: " a bufalottaaaaaaa", e se sente già a puzza dell'anieneeeeeeeee. no la prima, no la seconda, no la terza, dalla quarta poi pijà a circolareeeeeeee, nun dì niente, devi solo obliterareeeeee!! na-na-nananaaaa-nana-nannanaaaa
Per fortuna la fantasia capitolina smusserà gli spigoli della Milano da bere. A tutti i leonardomani una buona domenica
[Parlato] La città di Milano ha una struttura tipicamente concentrica. I nostri interventi tendono a razionalizzare dov'è possibile tutto ciò che riguarda la viabilità, i servizi, le strutture primarie, le infrastrutture. Si deve dare al cittadino uno spazio vitale, abitabile, confortevole, soprattutto congeniale alla sua natura intima e al tempo stesso operosa. In questo contesto, in questo contesto, in questo contesto...
Vieni, vieni in città che stai a fare in campagna? Se tu vuoi farti una vita devi venire in città.
Com'è bella la città com'è grande la città com'è viva la città com'è allegra la città.
Piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luce con tanta gente che lavora con tanta gente che produce.
Con le réclames sempre più grandi coi magazzini le scale mobili coi grattacieli sempre più alti e tante macchine sempre di più.
Com'è bella la città com'è grande la città com'è viva la città com'è allegra la città.
Vieni, vieni in città che stai a fare in campagna? Se tu vuoi farti una vita devi venire in città.
Com'è bella la città com'è grande la città com'è viva la città com'è allegra la città.
Piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luce con tanta gente che lavora con tanta gente che produce.
Con le réclames sempre più grandi coi magazzini le scale mobili coi grattacieli sempre più alti e tante macchine sempre di più.
Com'è bella la città com'è grande la città com'è viva la città com'è...
Vieni, vieni in città che stai a fare in campagna se tu vuoi farti una vita devi venire in città.
Com'è bella la città com'è grande la città com'è viva la città com'è allegra la città.
Piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luce con tanta gente che lavora con tanta gente che produce.
Con le réclames sempre più grandi coi magazzini le scale mobili coi grattacieli sempre più alti e tante macchine sempre di più.
Com'è bella la città com'è grande la città com'è viva la città com'è allegra la città.
Com'è bella la città com'è grande la città com'è viva la città com'è allegra la città.
Piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luce con tanta gente che lavora con tanta gente che produce.
Con le réclames sempre più grandi coi magazzini le scale mobili coi grattacieli sempre più alti e tante macchine sempre di più sempre di più, sempre di più, sempre di più!
Ricevo e volentieri pubblico da un agente dei servizi deviati che vuole restare anonimo, anzi da un agente dei servizi anonimi che vuole restare deviato, e pubblico mica tanto volentieri ma non posso esimermi.
Romano, consentimi... Tu non mi sei neanche antipatico, con quel tuo faccione da prelato di campagna e quella vocina da personaggio di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Ho fatto di tutto per farti vincere alle scorse elezioni. In realtà avevo fatto l'impossibile anche per far vincere Cicciobello Rutelli cinque anni prima, ma con lui l'impresa, cribbio!!!, è stata superiore alle mie capacità. Con te ho dovuto addirittura truccare i voti perchè in realtà avevo vinto io, e solo quella bestia di Luca Rinaldoni ha scoperto la gàbola.
Lo sai che fare il primo ministro mi prende troppo tempo, finisce che ne rimetto in salute, mi si sbilancia la dieta e metto su sette chili in due mesi a causa dello stress (giuro di averlo dichiarato ai giornalisti nell'estate del 2005, anche se nessuno ci vuol credere). Lo sanno tutti che il Milan ha perso l'Intercontinentale del 2003 perchè Bondi si è dimenticato di mandare i 100.000 dollari cash al presidente del Boca Junior, dovevo pensarci io vacca boia!, ma avevo la riunione del consiglio dei ministri .
Oramai ho una certa età, le leggi che dovevo fare per me e i miei migliori amici e gli amici degli amici le ho fatte tutte, le soddisfazioni me le sono tolte, Veronica mi sputtana sui giornali alla minima scappatella puramente a parole mentre prima mi perdonava scappatelle meno pubbliche ma molto più corpose, e tutto questo perchè? Perchè gli stress della politica mi hanno indebolito il batacchio, ostrega... Mi funziona solo al mattino dalle 6 alle 6.30 ma la Veronica a quell'ora sta facendo il footing e per il fotting non ha mica tempo. Piaciuta la battutina... No? Saran belle quelle di Fassino, alòra...
Non fare brutti scherzi, Romano, che io di riprendere in mano questo cesso di paese non ne voglio sapere. Metti poi che i miei pretendono le primarie e mi va a vincere Fini... Che figura ci faccio???
Ma proprio perchè non voglio che ci siano delle nuove elezioni, dove se mi va male vinco io e se va malissimo il centro-destra vince con un altro al mio posto (l'ipotesi che potresti vincere tu purtroppo è non contemplabile) devo darti qualche piccolo consiglio. Non sono i tuoi 12 punti che sembrano venir giù direttamente dal monte Sinai (12 e non 10 ma, si sa, l'inflazione...) ma, via, ne puoi anche tenere conto...
Ricordati che ogni volta che parli di "autorità del premier" significa che ti senti debole, fragile, ridicolo, praticamente in mutande... Fai lo smargiasso, magari arriva a Montecitorio in bici direttamente da Scandiano e togliendoti la tuta integrale attillatissima, voilà, come James Bond sfoggi un bello smoking senza neanche una piega... Dai per scontato che comandi tu, non comportarti con gli alleati rissosi come un supplente di campagna con quelli che gli tirano i topi morti sopra la cattedra... Ma te le devo dire io queste cose?
Cerca di fare qualcosa di sinistra, come direbbe quel pisquano di Nanni Moretti, se no i tuoi elettori penseranno "Destra per destra, allora meglio quella originale". Ueh, non dirmi che non ci arrivi da solo...
Che non ti venga mai più in mente di minacciare di far pagare le tasse a tutti. Altro che basso indice di gradimento, è già qualcosa che non ti abbiano buttato una bomba atomica su Bologna la domenica pomeriggio per essere sicuri di centrarti, e pazienza per gli altri 499.999 bolognesi.
Se hai qualche personaggio pittoresco tipo Vladimir Luxuria (io più di Calderoli con tutti gli sforzi non riesco a produrre) non lo tenere nelle retrovie, dagli un ministero importante e se mai mandaci la Rosy Bindi a fare la fantasista da Chiambretti.
Piantala di trattare gli elettori come delle persone adulte, non ne possono più dei tuoi discorsi apocalittici, si danno di gomito e dicono che porti sfiga. Prometti più lavoro, meno tasse, più investimenti e opere pubbliche faraoniche finanziate col Gratta e Vinci. Smettila di dire la verità che qui in Italia non la vuol sentire nessuno.
Lo so che tu hai insegnato alla London School of Economics e io nemmeno al Liceo Manzoni di Parabiago, ma ascoltami ogni tanto, benedett'uomo....
Giacomo Poretti può esigere copiose royalties da Prodi e D'Alema che copiano impuniti il suo personaggio di Tafazzi. L'autogol di Baffetto resterà negli annali della autosatira involontaria. Quel beffardo "Altrimenti ce ne andiamo tutti a casa", pronunciato probabilmente con la mano sinistra nella tasca dei pantaloni (magari con stretta propiziatoria alle pudenda) e la destra a reggere inutili fogli perchè poi Massimo, preda del culto di sè stesso, finisce per andare a braccio e recitare a soggetto, discende o da una totale sicurezza di essere nel giusto con annessa sicurezza che il Dio della Politica proteggerà ogni tua mossa, o più probabilmente da un inconscio o preconscio desiderio di andarsene dal governo (o quanto meno dalla Farnesina) e tornarsene a fare rilassanti giri in barca, magari con Fassino sottocoperta che prepara i cocktail.
D'Alema non è più un politico, e forse neppure un essere umano: è un personaggio di Pirandello con qualche sfumatura kafkiana, è un parto della fantasia di Nanni Moretti che doveva trovare una figura archetipa del politico inconcludente e vanesio a cui appiccicare una delle sue frasi ultime e definitive: "D'Alema, di' qualcosa di sinistra...", anche se in questo caso forse andrebbe meglio ancora un "Va bene, continuiamo così, facciamoci del male...". Ma quanti nella sinistra di oggi conoscono la Sachertorte?
Io ricordo (mentre nessuno di voi lo ricorderà) un mio post di fine estate in cui sostenevo che Berlusconi aveva sì, con la complicità del Ministro degli Interni, truccato i voti alle elezioni dell'aprile scorso, ma per essere sicuro di perdere... Più ci penso e più forse non mi allontanavo troppo dalla realtà.
A Berlusconi e ai suoi peones giova (oh come giova!) lo spettacolo di un centrosinistra compatto come una scarica di diarrea, unito come lo spogliatoio del Parma, efficace e incisivo come potrebbe essere Luca Giurato alla conduzione delle Nazioni Unite.
D'Alema è costretto ad arroccarsi su posizioni filoatlantiche ed americaniste che ripugnano alla sua stessa base elettorale (e, spero ma non ne sono sicuro, anche a lui). Parte della sinistra gli vota contro e più volte si salva per l'amichevole voto di una bella fetta di centro-destra.
D'Alema cerca di fare il realista politico ma purtroppo per lui non è più nè carne nè pesce. Dialetticamente è magistrale ed esemplare, ma non sempre la politica coincide con la retorica. Gli riconosco una estrema professionalità e dignità (rispetto ai dilettantismi indecorosi di parecchi dei Berlusca boys). Ma guardarlo parlare in Parlamento è come vedere una persona che col non-verbale quasi nega quello che il verbale afferma, e ti lancia il muto messaggio "Ma cosa ci sto a fare io qui?".
Coraggio Massimo, nonostante tutto ti vogliamo ancora bene... E poi non è detto che tu te ne vada dalla Farnesina per andare in barca, c'è caso che ti si riveda a Palazzo Chigi... Porta pazienza ancora per un po'....
Siccome la televisione del terzo millennio sembra che ci goda a prendere citazioni letterarie"alte" e gettarle direttamente nel water, dopo il Grande Fratello abbiamo una dozzina di altri format che la Endemol si è già aggiudicata mentre Lele Mora sta già provvedendo al casting:
Alla ricerca del tempo perduto: un talk-show in cui Samuele Bersani, Scialpi, Gatto Panceri, Planet Funk, Sugarfree, Tiromancino e altri resistibili e rinunciabili divi del soft-pop italiota confesseranno la loro nostalgia per non essersi dedicati alla coltivazione dei campi;
La metamorfosi: un reality in cui specializzandi in chirurgia plastica opereranno gratis delle ciospe inguardabili rendendole quasi tutte ancora meno guardabili però molto molto trendy;
Così è se vi pare: un programma finto giornalistico condotto da Puffo Giordano in cui i peones di Forza Italia daranno pubblicamente ragione a Silvio dopo averlo criticato in interviste che, ovviamente, erano state estorte con la forza;
Molto rumore per nulla: la biografia romanzata di Pietro Taricone, con Taricone e Clemente Mastella nella parte l'uno dell'altro;
Via col vento: una spassosissima candid esclusivamente basata sulle scoregge;
De vulgari eloquentia: notiziario autogestito della Lega Nord con invettiva libera;
Mistero buffo: Casini cerca di spiegare i motivi del suo successo politico senza riuscire a convincere neanche sè stesso;
La fattoria degli animali: una nuova edizione del reality La fattoria in cui si sfideranno Leone di Lernia, Antonio Cassano, Adriano Pappalardo, Bombolo, Gegia e Marina Punturieri Ripa di Meana;
Uno, nessuno e centomila: un toccante ritratto di Bernardo Provenzano con le affettuose dediche di Leoluca Orlando e Totò Cuffaro;
Questa sera si recita a soggetto: vengono introdotte telecamere nascoste in un consiglio dei ministri serale;
Il piacere dell'onestà: la telecamera inquadra per un'ora la parete perchè non si sono trovati ospiti per questo rivoluzionario talk-show;
Il vizio assurdo: una spiritosa candid camera ambientata nel mondo dei fans di Gigi D'Alessio;
Il passero solitario: intervista-verità all'uccellino di Del Piero di cui il perfido Alex si è completamente dimenticato al punto di non comprargli più nemmeno il miglio;
L'infinito: biografia psicogastronomica di Giuliano Ferrara.
Inoltre, dalla regia (collocata più o meno a metà strada fra Montecatini e l'Oklahoma) mi aggiornano coi seguenti formats (ci vuole la esse perchè son più d'uno)
Il Piacere: il nuovo reality di una casa d'appuntamenti del centro di Roma, dove i protagonisti sono Lapo Elkan, Ronaldo, Calissano, La Russa e il Principe di Savoia. Vince chi prende più viagra senza stramazzare al suolo.
Sei personaggi in cerca d'autore: una fiction che parla dei 6 che formano il partito di Follini, ormai allo sbando, senza più uno scudo crociato di riferimento, alla ricerca di un guru che gli ridia qualche sedia da sottosegretari.
Uccellacci e Uccellini: remake del famoso film di Pasolini, in cui la Gregoraci, in un lungo viaggio dell'anima, riaffronta quello che ha affrontato negli ultimi tre-quattro anni. Alla fine non disdegnerà nemmeno il corvo.
Ora i casi sono due: o ce ne torniamo tutti al cinema e gettiamo il tubo catodico nella più vicina discarica, o subiremo inquietanti metamorfosi.
Il Carnevale come festa rispecchia abbastanza sorprendentemente alcune caratteristiche del genere umano:
Uno scoppio parossistico di allegria e trasgressione seguito da quaranta giorni di digiuno, flagellazione ed esercizi spirituali: in questo il Carnevale è diverso da altre feste che si concludono in modo, per così dire, più mediato e sfumato: Natale che sfuma nel Capodanno, Capodanno che sfuma nell'Epifania, Ferragosto che è il coronamento dell'estate ma non è che il 16 arrivi l'autunno. Si va a letto sibariti e ci si sveglia penitenti. Bella scansione tra Es e Super-Io con l'Io sacrificato nella parte di impotente spettatore...
Travestimenti e maschere che neutralizzano i condizionamenti della vita quotidiana e permettono di essere altro da sè: l'omosessuale latente può vestirsi con paludamenti dell'altro sesso realizzando un bel compromesso nevrotico fra impulso e resistenza; l'amministratore delegato della grande ditta può vestirsi da operaio e viceversa; i bambini viziati e narcisi si faranno comprare un costumino dal costo inversamente proporzionale alla resistenza che dopo due minuti sarà irreparabilmente insudiciato di schiuma, glassa, liquidi vari subdolamente schizzati dagli amichetti meno ricchi o meno stronzi.
Al di là del registro simbolico, il ricorso a travestimenti e soprattutto maschere che occultano la reale identità, mette in condizione il mascherato di sentirsi irresponsabile e sfacciato (a viso scoperto di solito arrossisce nel chiedere un caffè al bar) e lo autorizza a portare a termine ogni sorta di nefandezze: gettare vecchiette nei canali veneziani, urlare pesanti improperi in viareggino a delle tardone che sotto mezzo metro di cerone rivelano ancora più pesantemente la propria età, strappare le mutandine alla splendida stangona che volteggia per le strade di Rio scoprendone un insospettato sovrappiù.
La triste precognizione che a mezzanotte la festa cesserà e probabilmente grandinerà per tutta la settimana successiva; il sentirsi quello che si vorrebbe essere per tutto l'anno e giammai si sarà nella vita reale; il sagace e strategico occultamento della propria identità, l'intreccio perverso di questi tre fattori confluisce nella legittimazione per l'appunto degli scherzi più crudeli e inutili, anche perchè di solito spostati dal legittimo oggetto di liberatorie vendette & ritorsioni al più anonimo e sconosciuto dei passanti. Ma magari chissà, sotto la maschera ci potrebbe essere il geometra Castagnoli che fa cagare apposta il suo odiosissimo cockerino sul mio zerbino; l'agente Vodafone che insiste da un mese che nessun imprenditore di successo può fare a meno della sua meravigliosa Rete Aziendale Mobile che mi farà telefonare gratis sulla Luna per soli 12.000 euro di canone mensile; il barista tenebroso che quando serve la mia ragazza schiocca le labbra in modo allusivo e lei invece di schiaffeggiarlo arrossisce violentemente; il professore di Diritto Privato che mi ha consigliato di fare un uso anomalo del mio libretto universitario; il direttore di banca che mi ha negato un prestito e lo ha concesso a quello del piano di sotto che lo sanno tutti che si mantiene spacciando crack ai dodicenni; lo zio Pino di Chiaravalle che tutte le volte che mi incontra mi dà delle dolorosissime manate sulle palle; il commercialista che nel 2003 mi ha fatto pagare più tasse del sindaco; il testimone di Geova che mi citofona alle 8 di mattina urlacchiandomi "Lei è in errore", facendomi rispondere "Perchè? Ho sbagliato dopobarba?"; Mino Taveri che ha preso per il sedere Stefano Pioli dopo la scoppola in casa della Roma chiedendogli con fare sarcastico se il presidente Ghirardi gli avesse già comunicato la sua sostituzione con Ranieri (anzi con Berto, vedi http://uncadunca.leonardo.it/blog/un_allenatore_operaio_per_una_squadra_operaia.html); qualunque esponente anche marginale di Forza Italia.
Nel non occultare le sue radici pagane dietro alcuna patina religiosa, insomma, il Carnevale ci fa fare un tuffo nella parte più tortuosa e impervia del nostro inconscio. Tira fuori quello che realmente siamo senza darci la pena di chiederci come e perchè lo siamo; ci permette di agire in una sorta di medianica trance in totale cortocircuito fra desiderio e realizzazione, e svegliarci all'alba del mercoledì col letto nisteriosamente cosparso di cenere di probabile origine vulcanica.
Di solito un blogger spera di poter fare un post assolutamente originale ed irripetibile, o quanto meno di piombare su un argomento per primo facendo un favoloso "sgub".
Io in generale non ho mai avuto simili pretese, ho scritto e continuo a scrivere quello che mi va, a volte risultando talmente originale da suscitare un interesse uguale a zero, altre volte intruppandomi in argomenti già detti stradetti e sviscerati, anche lì suscitando un interesse uguale a zero (cambiandoi l'ordine dei fattori il risultato non cambia).
Invece oggi il mio sogno è che in giro per il web migliaia di incurabili romantici un po' demodè facciano sentire la propria voce e licenzino un post pressochè identico al mio.
Il 18 febbraio 1947 a Novellara, nella bassa reggiana, nasceva Augusto Daolio. Oggi avrebbe 60 anni, ma in realtà gli dei non hanno voluto così perchè sono quasi 15 anni che se lo sono ripreso, evitandogli una anonima vecchiaia e consegnandolo alla leggenda un po' come Dante Pergreffi, Ivan Graziani, Lucio Battisti, Alex Baroni, Demetrio Stratos, Feiez senza arrivare a Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, John Lennon.
Augusto, o meglio Ago, era un tale innamorato della vita che ha fatto in modo e maniera che la sua tomba a Novellara sia molto più gioiosa e vitale di tanti altri posti che dovrebbero essere un inno alla vita e non lo sono (gli stadi? le discoteche?). A chi non c'è mai stato è quasi impossibile spiegare l'atmosfera che vi si respira, mentre per chi c'è stato almeno una volta non c'è bisogno neanche di mezza parola in più.
Ago è stato insieme a Beppe Carletti e a Dodo Veroli il demiurgo di quell'indescrivibile fenomeno di massa che sono stati in questi ultimi 40 anni abbondanti i Nomadi.
Nei creativi e variopinti anni 60 i "complessini beat" (poi ribattezzati gruppi, e quindi band) nascevano come funghi. I più brillanti e originali, a mio sindacabilissimo giudizio, erano quattro: i Nomadi, l'Equipe 84, i Rokes e i New Trolls. A parte, in un settore intermedio fra il beat e la musica leggera, cominciavano a farsi conoscere i Pooh, che esordirono con una tutt'altro che commerciale "Brennero 66" ispirata dall'uccisione di un poliziotto meridionale da parte di separatisti altoatesini ma poi si spostarono su hit per adolescenti tipo "Piccola Katy", "Mary Ann" e "Tanta voglia di lei".
Inizialmente i Nomadi avevano una marcia in più, Francesco Guccini, ex-chitarrista dell'Equipe 84, che non avendo una voce impostata da cantante confidenziale scriveva per altri (come lo stesso Battisti, ancora meno intonato di Guccini ma almeno non devastato da un terribile rotacismo) e regalò ai Nomadi due o tre canzoncine come "Dio è morto", "Noi non ci saremo" e "Canzone per un'amica".
Ma una marcia in più era anche Dodo Veroli, produttore-manager-mente occulta, totalmente negato per la musica suonata ma geniale come scopritore di pezzi angloamericani da tradurre e riarrangiare. Così "The revolution kind" di Sonny Bono diventò "Come potete giudicar", "With a girl like you" dei Troggs diventò "Un riparo per noi", "Death of a clown" dei Kinks diventò "Un figlio dei fiori non pensa al domani", e l'opera di ripescaggio toccò anche i Beach Boys, la Electric Light Orchestra, Chris Farlowe, un allora sconosciuto Elton John ("Ala bianca" e "Stagioni").
Comunque la vera tigre nel motore era Augusto, con la sua voce particolarissima e la sua impossibile dizione reggiana con tutte le vocali o troppo aperte o troppo chiuse.
Negli anni 70, esaurito il fenomeno beat, molti gruppi scomparvero come flatulenze (Rokes, Corvi), altri si dedicarono ad una musica di facile ascolto (Dik-Dik, Equipe 84), altri ancora si avviarono al prog-rock sulle orme degli Yes e dei primi Genesis (come i Quelli che, abbandonati dal cantante solista Teo Teocoli, invece di suicidarsi per cotanta perdita, diventarono la PFM).
I Nomadi rimasero per cinque anni nella seconda categoria, con canzoni belle ma non proprio all'avanguardia come "Voglio ridere" (sigla del programma di culto Rischiatutto), "Un pugno di sabbia", "Mille e una sera", "Senza discutere", "Crescerai", "Un giorno insieme" e "Io vagabondo". Sì, so che sto dicendo una cosa ben oltre i limiti dell'eretico, ma quando uscì nel 1972 sembrava una scopiazzata di "Viaggio di un poeta" dei Dik-Dik (di poco anteriore), di cui riecheggiava la linea armonica e il testo
(Lasciò il suo paese all'età di vent'anni con in tasca due soldi e niente di più aveva una donna che amava da anni lasciò anche lei per qualcosa di più
Promise a se stesso di non ritornare al vecchio paese della sua gioventù dove nessuno voleva sognare i campi d'arare e niente di più)
(il testo di "Io vagabondo" penso lo ricordiate)
e, insomma, non sembrava all'altezza nè di "Ala bianca"nè di "Suoni" (immediatamente precedenti).
Fu Augusto a farla diventare nel tempo, con la sua reggiana testardaggine, il marchio di fabbrica del gruppo e la seconda canzone italiana più suonata e "coverata" dopo "Nel blu dipinto di blu" e alla pari con "Piccolo grande amore", mica pizza e fichi...
Ma la vera storia dei Nomadi comincia a metà degli anni 70 quando, snobbati dalle majors discografiche che corteggiano l'easy-listening alla Oliver Onions o il prog-rock all'italiana (e loro non entrano in nessuna delle due categorie), cominciano a prodursi gli album da soli (al posto della sala di registrazione useranno per anni il teatro di Fabbrico, a pochi chilometri da Novellara) e si spendono e spandono in duecento concerti all'anno dovunque li vogliano stare a sentire (da Roma a Calestano, da Milano a Scandiano, da Napoli a Formigine, da Trieste a Tizzano Val Parma). E' così che diventeranno un fenomeno unico nella musica italiana.
E la loro storia ha una svolta epica quando nel 92 perdono nel giro di pochi mesi prima il bassista Dante Pergreffi e poi Augusto, che canterà fino all'ultimo devastato dal tumore e dilatato dal cortisone ma con una voce mai stata così bella.
Io immagino Beppe Carletti affranto e prostrato la sera dopo il funerale che, nella quieta della sua villetta a schiera, mentre medita di abbandonare la musica, sente una inconfondibile voce che gli intima "Veh, s'at less lè col compless at vegn a tor anca ti...".
Quattordici anni dopo per poco non vincono Sanremo.
Volevate un articolo da giornalista professionista o queste impressioni sparse possono essere sufficienti per licenziare un post concluso in sè stesso?
Confesso di aver pianto di gioia quando ho scoperto che l'assegnazione della panchina del Parma F.C., così tristemente sopravvissuto al suo glorioso passato di squadra di dimensione europea, al becero capitano di ventura Claudio Ranieri era solo una bufala giornalistica.
Un giovane imprenditore semplice e alla mano come Tommy Ghirardi non poteva licenziare l'enfant du pays Pioli per mettere al suo posto un mercenario della panchina che ha allenato squadre di tutta Europa: ci voleva un allenatore operaio, e allora cosa ti è andato a scovare quel diavolo di ragazzotto, forse ispirato dalla grappa delle sorelle Picchi? E' uscito di metafora ed ha promosso il suo fedele dipendente Berto dalle presse alla panchina.
Adesso le cose tornano a girare in modo normale: penso alla costernazione di una mia anziana zia di Medesano che mi aveva telefonato per chiedermi conferma dell'assunzione di Ranieri come allenatore. La poverina era convinta che si trattasse del cantante, e fra le lacrime urlava "E dopa co' volni fèr, mètar Morandi preparator atletico e Albano a strassèr i bijet?".
Sono certo che Berto (come sarei convinto che Giacinto o sicuro che Arturo) darà la carica giusta alla squadra. Prima bisogna che verifichi se i gin fizz sono considerati anabolizzanti e le birre doppio malto dopanti, ma credo che la squadra sotto le sue mani sapienti produrrà gioco e gol come la ditta Ghirardi produce cuscinetti meccanici: fino alla nausea.
Berto produrrà sagaci aforismi, gustose battute, variopinti calembours mandando finalmente nel dimenticatoio frasi come "Gullit esce come cervo di foresta", "Noi siamo noi, loro sono loro", "Rigore è quando arbitro dà", "Non dir gatto se non l'hai nel sacco", "Non lo scopro certo io", "Colpisci tutto quello che si muove e pazienza se è il pallone", "Vinca il migliore? Ma speriamo proprio di no...", "Più che un dieci è un nove e mezzo". Si esibirà in conferenze stampa al confronto delle quali quelle di Malesani sembreranno recite del rosario, inanellerà invettive contro giornalisti, politici e avversari al confronto delle quali quelle di Zamparini sembreranno affettuosi complimenti.
La Gialappa's gli dedicherà con la sua consueta fantasia una trasmissione dal geniale nome di "Mai dire Berto"; Biscardi lo inseguirà invano subendo umilianti rifiuti con alitate alcoliche che gli schiariranno vieppiù la chioma; Gene Gnocchi ne farà una gustosissima imitazione, rispolverando pari pari il personaggio di Ermes Rubagotti e financo le medesime gags di 15 anni fa, limitandosi ad alterare la sequenza delle battute e pronunciando l'irresistibile tormentone "E alùra?" quindici volte al minuto. (In Via Berenini a Fidenza rideranno tutti come matti, il resto d'Italia cambierà canale ).
Ma come sempre nelle storie troppo belle il destino è in agguato. Giunto alle soglie della zona Intertoto e dopo aver reso possibile l'ingresso di Cigarini e Dessena in nazionale (autori dei due gol del successo in casa dell'Ucraina), in seguito a una lauta cena col presidente e i preparatori atletici da Aldo il Matto il suo fegato chiederà asilo politico, Ghirardi (salvo per miracolo dopo ben tre lavande gastriche) dovrà riassumere Pioli, e la squadra perderà con punteggi astronomici tutte le partite successive. Pur terminando il campionato due punti sopra il terzultimo posto verrà radiata da tutti i campionati per indegnità sportiva, e Tom scapperà la notte stessa con la pornostar parmigiantedesca Petra Scharbach, già nota nel ruolo di Maga Circe con l'istrionico Tino Asprilla.
Li ritroveranno nudi e ormai in stato di avanzata alcoldipendenza la notte di Capodanno che raccolgono le monetine nella fontana di Trevi.
CALCUTTA - "Abbiamo preso contatto con il primo ministro croato per esprimere il nostro sdegno per queste parole assolutamente ingiustificate". Lo ha detto Romano Prodi questa mattina a Calcutta, rispondendo a una domanda dei giornalisti sulla crisi apertasi tra Italia e Croazia dopo le parole di ieri del presidente della repubblica croato Stipe Mesic che accusava il presidente Napolitano, tra le altre cose, di "razzismo e revanscismo".
Il presidente del Consiglio ha definito l'intervento croato un colpo basso, "quasi un colpo a sorpresa". Ha poi sottolineato che le parole del presidente della repubblica croato sono "assolutamente ingiustificate" anche perché "arrivano dopo un periodo di grande collaborazione dell'Italia con la Croazia".
Gettando acqua sul fuoco, il portavoce del governo croato ha sottolineato oggi "l'interesse a sviluppare rapporti di buon vicinato, senza tentativi di revisione della storia" con l'Italia, emerso nel corso di una conversazione telefonica svoltasi nelle scorse ore tra il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il premier di Zagabria, Ivo Sanader. Il governo di Zagabria aveva già cercato da ieri di stemperare i toni della polemica, senza sconfessare tuttavia apertamente Mesic.
Nella sua dichiarazione odierna il portavoce Ratko Macek ha tuttavia osservato che Zagabria resta ferma nella difesa "degli accordi di Osimo e di Roma", stipulati dall'Italia e dall'allora Jugoslavia dopo la Seconda guerra mondiale. E resta ferma anche nella disponibilità a versare agli eredi degli esuli italiani solo i risarcimenti previsti da quella "parte del debito che la Croazia ha ereditato dopo la secessione dalla ex Jugoslavia".
Ma le parole del presidente Mesic hanno sorpreso Romano Prodi, che le ha duramente criticate. Il presidente del Consiglio ha anche ricordato di essersi personalmente speso nei mesi scorsi per aiutare la Croazia nel suo cammino di adesione verso l'Unione Europea. Una ragione in più quindi per essere "rimasto stupito per le parole del presidente della repubblica croata che, tra l'altro, non corrispondono allo spirito del popolo croato".
In seguito allo scontro innescato dalle dichiarazioni ostili di Mesic, il sottosegretario al ministero per gli Affari Esteri Vittorio Craxi informa che la sua missione in Croazia prevista per domani, molto opportunamente non avrà luogo.
Nel 1945 almeno 10.000 italiani furono massacrati sommariamente, alcuni gettati nelle foibe ancora vivi, legati gli uni agli altri come animali.
Da una parte si trattò di una pulizia etnica, ovvero quel pittoresco processo per cui l'etnia considerata minore, o perdente, o colpevole, viene sistematicamente eliminata da quella maggioritaria, o vincente, o moralmente nel giusto (che modo schifoso di esprimere il proprio essere nel giusto, però...); negli ultimi decenni (allora non usava) si risparmia la vita alle donne più giovani e piacenti sostituendo lo stupro etnico alla pulizia etnica: vale a dire, avrai salva la vita ma, se non avrai il fegato di abortire, ti renderò portatrice sana dei miei cromosomi di testa di cazzo.
Da un'altra si trattò di una vendetta abbastanza orrida e quanto meno poco condivisibile per le atrocità commesse dall'esercito fascista italiano; ma quanti italiani andarono ad ammazzare i germanofoni dell'Alto Adige per vendicarsi delle altrettanto gravi atrocità commesse dall'esercito nazista tedesco?
Infine, qualche storico butta lì anche un'ipotesi agghiacciante nella sua squallida inconsistenza: che gli italiani venissero eliminati per "riequilibrare" il peso demografico della popolazione slava in Istria, e poter così avere un argomento in più a favore dell'annessione alla nascente Repubblica Jugoslava: più o meno come si derattizza un vecchio appartamento per avere maggiori speranze di venderlo a buon prezzo, o di venderlo tout court.
Perchè una simile vicenda è passata sostanzialmente sotto silenzio per 60 anni (perfino i neofascisti afferenti alla Casa delle Libertà ne hanno parlato quasi con pudore)?
Per una larga fetta della sinistra, spiace dirlo, ma ha influito un malinteso senso di internazionalismo proletario per cui la sana e biblica rabbia dei partigiani croati contro gli ormai ex- figli della Lupa era imbarazzante ma non tale da meritare una condanna aperta ed esplicita.
Per tutti, il ricordo della pessima immagine che l'Italia si costruì in quel fetido ventennio in giro per l'Europa e l'Africa chiuse le bocche e neutralizzò i cervelli: abbassando la testa si pensò "Ce la siamo meritata!".
Last but not least, ai roboanti proclami mussoliniani si andava sostituendo l'understatement di marca DC per cui si era conoscenti di tutti e amici di nessuno e si badava a non creare attriti giocando sulle sottigliezze diplomatiche, che equivalgono nella politica a quello che nel calcio è il modulo "catenaccio e contropiede" esaltato etnicamente prima che culturalmente dal grande Gianni Brera. Riconoscendo la nostra costituzionale inferiorità vinciamo Campionati del Mondo (ancora oggi) e riusciamo a non litigare con i vicini di pianerottolo.
Il primo presidente postcomunista della storia italiana ha detto, ricevendo al Quirinale alcuni familiari delle vittime delle foibe, più o meno questo:
Le foibe e «ugualmente l'odissea dell'esodo di fiumani, istriani e dalmati» sono stati «un imperdonabile orrore contro l'umanità». Ma anche il silenzio che ne seguì, dopo il 1947 e poi nel lungo periodo della guerra fredda, fu altrettanto imperdonabile. Le foibe furono una tragedia nazionale nata da «un giustizialismo sommario e tumultuoso» e da un vero e proprio «disegno di sradicamento» della presenza italiana in Venezia Giulia e poi «le esigenze della politica italiana determinarono un atteggiamento generale di rimozione della questione adriatica», una «fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante». Davanti alla congiura del silenzio « dobbiamo assumere la responsabilità dell'aver negato, o teso a ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche o cecità politica e dell'averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali».
Succinto, corretto, da bacio in fronte. Il minimo che un presidente serio possa dire sulla vicenda.
Per il presidente croato Stipe Mesic, quelle del Capo dello Stato italiano sono parole che mostrano «elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e ricerca di vendetta politica», parole «difficili da mettere accanto al dichiarato desiderio per la promozione di relazioni bilaterali».
"Scurdammoce 'o passate, simm'e Zagabria paisà"? Ma non è opinione comune che il passato è più saggio ricordarlo perchè non si ripeta nel futuro? O sono sterili acrobazie dialettiche italiote che oltre Adriatico non hanno presa?
Ma a irritare Zagabria sembra anche il prosieguo del discorso, in cui Napolitano invitava a ricordare non solo «l'imperdonabile orrore contro l'umanità costituito dalle foibe, ma egualmente l'odissea dell'esodo, del dolore e della fatica che costò a fiumani, istriani e dalmati ricostruirsi una vita nell'Italia tornata libera e indipendente ma umiliata e mutilata nella sua regione orientale». Tema scottante. Anche se la nota della Farnesina in serata indica che «è del tutto evidente che né il Capo dello Stato né il Governo hanno mai inteso minimamente rimettere in discussione il Trattato di Pace del 1947 o gli Accordi di Osimo» perché le parole di Napolitano intendevano «rievocare, in continuità con l'analoga iniziativa assunta dal Presidente Ciampi, la drammatica esperienza vissuta dalle popolazioni giuliano-dalmate nel corso della seconda guerra mondiale».
Poi, con un briciolo di perfidia, qualche politico del centro-destra ritiene giusto esagerare nel contrattacco, ricordando che la Croazia non è ancora nell'Europa Unita (superata in tromba da Bulgaria e Romania) e che se continua a ragionare così entrerà prima la Turchia coi suoi 60 milioni di islamici.
Ora cosa succederà? La Croazia chiederà l'immediato rimpatrio di Goran Kuzminac (il fingerpicking più veloce degli anni 80 autore anche di alcune recenti canzoni dei Nomadi), di Zvonimir Boban (ponendo fine a una sua dimenticabile carriera di commentatore) e delle spoglie di Sylva Koscina? Ai turisti italiani sorpresi ad abbronzarsi ignudi l'estate prossima nei paradisi naturisti croati verranno amputati (o cuciti) gli arnesi da riproduzione? Avremo un intollerabile embargo economico dei principali prodotti croati, dei quali siamo avidi acquirenti e consumatori (prodotti chimici, plastica, macchine utensili, elettronica, lavorazione dei metalli; prodotti in ghisa, acciaio, alluminio; carta, legname e prodotti in legno, materiali da costruzione, prodotti tessili, cantieri navali, petrolio e raffinazione del petrolio, cibi e bevande, , mezzi di trasporto, combustibili, frumento, cereali, barbabietole da zucchero, semi di girasole, orzo, erba medica, trifoglio, olive, agrumi, uva, soia, patate, latticini, fiuuuuuuuuu... e come faremo?).
A causa delle improvvide parole di Napolitano solo pochi osano immaginare un futuro senza più erba medica e trifoglio della Croazia, senza le loro saporite olive al confronto delle quali quelle siciliane sembrano carrube e senza i loro liquori notoriamente insapori e inodori ma dalle prodigiose capacità inebrianti (ciucchi duri con un bicchierino da rosolio)?
E' morto Dino Sarti. Forse fuori da Bologna e dall'Emilia-Romagna lo conoscevano in pochi, e quei pochi che lo conoscevano possono considerarlo un personaggio minore della musica leggera italiana.
Non è proprio così.
Dino Sarti è stato fra i pochissimi (forse insieme al solo Andrea Mingardi nella prima fase della carriera) a cercare di dare dignità artistica su scala nazionale ad un dialetto nè nobile (come il milanese di Strehler, di Fo, di Jannacci o il torinese di Gipo Farassino) nè sostanzialmente comprensibile (come il napoletano, il veneziano, il romanesco, tutti piuttosto vicini all'italiano) come il bolognese.
Storiche le sue traduzioni dal francese, spesso ai limiti del geniale per il loro utilizzare le assonanze fonetiche con i dialetti emiliani. Così l'ampollosa traduzione italiana messa in bocca ad Aznavour stesso di un suo famoso pezzo:
E tu sei buffa piu' che mai Con questa tua severita' Vuoi che stia zitto e invece no E' l'alcol che mi fa parlar Mi da il coraggio che non ho Di confessar la verita' Che sono stufo sia di te Che della tua malignita' E del tuo corpo che non sa Tentarmi nell'intimita'
diventa un molto più conviviale e discorsivo
Mo com t'i boffa da guardèr am ven da redder stert avsèn a sun in vaina d'ironia parchè i'o bvott un litr'ed ven
stasira l'è la sira che at deg tott qual ch'am piez a me m'i rott i scat'li in fin adess con tott al tò malignitè ch'an vdeva l'aura t'al cunfess ed tor't in gir un po' anca me.
Memorabili i suoi concerti di Ferragosto in Piazza Maggiore, la piazza di Bologna celebrata da Lucio Dalla (Piazza Grande) e Claudio Lolli (Piazza bella piazza e, perchè no, Ho visto anche degli zingari felici, Anna di Francia e quasi tutte le altre) e pudicamente mai direttamente cantata da Guccini, che le dedicò però più di un'allusione.
Quasi nessuno sa che (all'insaputa uno dell'altro) David Bowie e il Nostro tradussero a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro Dans le port d'Amsterdam di Jacques Brel. Diciamo che Sarti esce dal confronto tutt'altro che con le ossa rotte, forse anche per una certa qual maggiore virile capacità di far sue quelle rudi figure di marinai.
Buon riposo, Dino, che la terra ti sia lieve... Tutta l'Emilia ti saluta.
Tra due giorni è San Valentino: si tratta di un santo dalle molteplici sfaccettature, visto che viene considerato il protettore degli innamorati e simultaneamente viene ricordato associandolo ad una ferocissima strage.
Opera del gangster per antonomasia Al Capone, la strage in questione avvenne il 14 febbraio del 1929, qualche mese prima della crisi di Wall Street che ridusse milioni di risparmiatori sul lastrico. Cinque dei suoi uomini irruppero travestiti da poliziotti nella sede del quartier generale dei Northsiders, gang capeggiata in passato da Dean O'Banion e guidata poi da George "Bugs" Moran, principale concorrente di "Big Al" nel mercato degli alcolici (allora illegali); allineati i sette presenti lungo un muro, come per un normale controllo di polizia, li fucilarono alla schiena. L'episodio resta a tutt'oggi uno dei più cruenti regolamenti di conti della storia della malavita.
Prima di tutto è il caso di chiedersi: ma in vita sua cosa ha fatto San Valentino per essere considerato il santo degli innamorati? Che San Giuseppe sia il protettore dei falegnami è intuitivo, data la sua professione (ma potrebbe essere anche il protettore dei padri di figli precoci, scavezzacollo, rompicoglioni e magari anche capelloni, se è per questo!), così come San Pietro potrebbe benissimo essere il protettore dei portinai. San Remo, dal canto suo, che sognava di diventare il protettore dei filosofi o almeno degli agenti di borsa, si rigira da 57 anni nella tomba vedendo che fine ha fatto il suo nome onorato.
Cosa ha fatto allora Valentino per vedersi assegnata una categoria così importante e numerosa? Vescovo di Terni, e in missione pastorale a Roma, nel 270, quando doveva già essere novantaquattrenne, unì in matrimonio (primo nella storia) un legionario romano ed una giovane cristiana. Sicuramente all'epoca le rappresaglie contro i preti rompiscatole erano più severe di quanto non capiti adesso, altrimenti Don Mazzi e Don Gallo sarebbero già adorati dai fedeli e le loro spoglie spartite affaristicamente fra una quindicina di basiliche a testa, mentre Don Baget Bozzo avrebbe seguito in esilio il suo contraltare laico ad Hammamet e lì sarebbe morto per ingestione di frutti di mare avariati. Valentino dapprima se la cavò (vista anche la veneranda età) con degli arresti domiciliari a casa di una famiglia di aristocratici sostenitori (mentre si trovava in casa loro fece in modo di far ritrovare la vista alla figlia dei suoi "carcerieri", preoccupato che il curriculum sanctorum accumulato fin lì non fosse sufficiente); poi, persistendo anche in seguito nella sua opera di proselitismo, fece scappare la pazienza all'imperatore che lo fece prima flagellare e poi decapitare tre anni più tardi (forse dicendosi "Questo qui da solo non morirà mai...").
E poi ci si deve domandare: la strage del 1929 fu un intenzionale tentativo da parte del nostro illustre connazionale (notoriamente cornificato dalla giovane moglie col più aitante Frank Costello) di dissacrare una festa che gli stava sui maroni (e tanto che c'era, ma come obiettivo assolutamente secondario, ne approfittò per far fuori un certo numero di irlandesi)?
O viceversa, proprio perchè stracornificato dalla giovane moglie, il romanticissimo Alfonso da Castellammare a San Valentino ci teneva tantissimo, e ci rimase male da bestia quando tornando a casa stanco e leggermente insanguinato si ricordò troppo tardi che giorno era (glielo fece ricordare un freddo bigliettino "Sono a mangiare l'aragosta con Frankie")? E fu da lì che cominciò il suo declino che si concluse con l'arresto per evasione fiscale (!!! Tutto vero!)?
Tutti si stanno scagliando contro Caruso. L'eliminazione di Caruso dal mondo della politica è diventata una priorità assoluta, un'emergenza rossa, forse per mettere in secondo piano priorità ed emergenze molto più drammatiche rispetto alle quali i nostri politici boccheggiano come pesci d'acquario incapaci di uscire dalle vuote frasi di circostanza.
Come sempre, i comici finiscono per essere quelli che dicono le cose più serie. Gene Gnocchi ha osservato con lineare semplicità e senza troppi svolazzi che si è andato a rivedere le dichiarazioni dei politici dopo l'uccisione del tifoso genoano per mano di tifosi milanisti nel 1995 (e non ricordo che il Milan, ah già si trattava del Milan e non del Catania, avesse dovuto giocare a porte chiuse il resto del campionato...) e le ha trovate inquietantemente identiche a quelle del 2007. La trasmissione straordinaria di "Quelli che il calcio", rapidamente ribattezzata "Quelli che adesso basta", poteva anche finire lì.
Come sempre, un mare di melassa ipocrito-buonista di tipo vagamente stalinista travolge qualsiasi possibilità di libertà di pensiero. Politici, opinionisti, intellettuali, professoresse di ginnastica riciclate come showgirls (se indovinate di chi parlo vi regalo due chili di gianduiotti), megafoni viventi del regime mediatico hanno capito che l'importante non è dire cose intelligenti ma cose convenienti. A meno che l'intelligenza non significhi fare la cosa giusta al momento giusto, e non la cosa eticamente più corretta, nel qual caso in questi giorni in TV abbiamo visto esprimersi i migliori cervelli del pianeta...
«Fanno bene, Fassino e Prodi e tutti gli altri, ad aver paura della mia candidatura. Perché sarò un virus che metterà in discussione i loro privilegi. Sarò il grimaldello dei disoccupati, degli emarginati, dei senzacasa. Meglio essere uno di Hamas all'italiana, che un Mastella alla palestinese». Così si esprimeva Francesco Caruso esattamente un anno fa, due mesi prima delle elezioni più tormentate e incerte della storia italiana. Si sapeva fin dall'inizio che il dinamico giovanotto non avrebbe rispettato nessuna linea di partito, nessuna convenienza politica, nessuna regola del galateo. Io condivido alcune delle sue posizioni, trovo poco condivisibili alcune altre, ma gli riconosco una totale coerenza e una altrettanto totale mancanza di ipocrisia. Fu Voltaire a dire "Non condivido le tue idee ma mi farei uccidere perchè tu le possa esprimere liberamente?". Mi sembra un concetto intelligente.
Così come ho apprezzato il suo fermo rifiuto a "smentire" l'intervista. Già, perchè parecchi esponenti del centro-destra non si erano limitati a chiedergli di scusarsi e/o di spiegarsi meglio, ma avevano esplicitamente usato la parola "smentire". Dietro questa posizione c'è un vago retrogusto di olio di ricino e, certamente, l'idea che chi dice cose che io non condivido sia pazzo o in mala fede.
Così come non apprezzo il fatto che su Internet girino ottocentomila commenti più o meno brillanti e originali ma si faccia una fatica cane a trovare il testo originale della benedetta intervista. Finirà che andrò in biblioteca a cercarmi il reperto cartaceo originale come si faceva quindici anni fa nella preistoria dell'informazione...
Ma a memoria (ripromettendomi di correggere e integrare questo post se la memoria mi dovesse giocare brutti scherzi) le scandalosissime dichiarazione del Robin Hood dei centri sociali erano le seguenti:
E' inutile e pericoloso mandare i poliziotti in assetto antisommossa nelle curve, specialmente se molti di loro sono male addestrati, poco motivati, spaventati (un uomo spaventato è molto più pericoloso di un uomo costituzionalmente violento ma freddo) e con poca chiarezza sui loro compiti;
E' imbarazzante che la morte di Raciti debba essere una morte di serie A e quella di un ultra una morte di serie B.
Dalle parole di Caruso io non ricordo di aver recepito disprezzo o irrisione nei confronti di Raciti, considerato lui per primo vittima innocente di uno Stato impotente e di un potere politico palesemente incapace di arginare il fenomeno ultras se non connivente o quanto meno indulgente con quest'ultimo.
Si può discutere se la polizia italiana sia all'altezza di quella inglese (che è riuscita nel tempo, con leggi puntuali e ben applicate ad azzerare i ferocissimi hooligans, mantenendo i loro stupendi stadi senza divisione alcuna fra pubblico e giocatori): si può romanticamente dar torto a Caruso dicendo che i nostri ragazzi arruolati in Polizia sono i meglio addestrati, i più motivati e i meglio pagati d'Europa.
Si può applicare al ragionamento di Caruso la postilla che allora anche i morti della RSI equivarrebbero ai morti partigiani, scoprendo così una importante falla nelle sue argomentazioni.
Ma prima di compiere queste due operazioni logiche bisognerebbe avere come premessa fondamentale il rispetto per le opinioni fuori dal coro.
NB Aggiunta successiva: mi sono poi andato a cercare e leggere il "reperto cartaceo" (cioè la copia originale del Corriere della sera dove figura l'intervista incriminata) e devo dire che la mia memoria è ancora buona, anzi... Le frasi più "forti" del pezzo erano quelle, citate dall'intervistatore nella vana speranza di aizzare Caruso e farne un pezzo da prima pagina, della mamma di Carlo Giuliani, ucciso in un'azione di guerriglia da un poliziotto che non mi sento di assolvere e non mi sento di condannare in modo inappellabile (mentre condanno in modo drastico i suoi colleghi che hanno manganellato nel mucchio alla scuola Diaz, vicenda sulla quale esistono tali e tante testimonianze da fugare il minimo dubbio sull'andamento dei fatti). La signora Giuliani diceva in sostanza che "bisogna guardarsi dall'elogiare in modo incondizionato le forze dell'ordine". Chiunque possa dimostrarmi che al posto suo qualunque madre al mondo avrebbe detto delle cose diverse è pregato di farlo...
Sul finire dell'intervista, tra l'altro, Caruso citava delle esperienze dirette di appassionato di calcio in trasferta internazionale, con la polizia inglese o olandese che "punta" i facinorosi e li "risucchia" con strategie paramilitari discutibili o non discutibili ma comunque efficaci.
Nulla, nell'intervista di Caruso, mi sembrava particolarmente delirante o lontano dalla verità. Certo, senso dell'opportunità, strategie comunicative e diplomazia mediatica lo vedono drammaticamente rimandato a settembre.
Dietro e intorno ai fatti di Catania si muove tutto un mondo, o una serie di mondi paralleli ma incommensurabili, che è difficile descrivere:
Il mondo della Lega Calcio (la Confindustria della pedata) che sbugiarda e squalifica la federazione per la sua eccessiva intraprendenza, attacca il potere politico (che è come rubare la marmellata a un bambino Down) e per bocca del suo massimo esponente Antonio Matarrese (un pittoresco incrocio tra Cassano, Lino Banfi e Nicola di Bari) dichiara che "quel morto fa parte del sistema", salvo poi indignarsi dell'altrui indignazione e dichiarare di essere stato male interpretato (allora cosa critichi i politici se poi usi gli stessi metodi?). Un mondo in cui il Dio Quattrino impera sovrano e i valori sportivi sono stati completamente azzerati in nome del guadagno. Un mondo che pur di spalmare la nutella-calcio sul panino-settimana ha tolto ogni attendibilità tecnica al campionato, costretto orde di tifosi ad assistere a posticipi serali invernali su campi ridotti a pack artici e/o ammantati da una totalnebbia in cui lungi dal vedere il campo si stenta a centrare la sigaretta con la fiamma dell'accendino, svenduto le partite alla combriccola di Rupert Murdoch - Jacob Marley e (di fatto) indotto i tifosi "normali" ad abbonarsi a Sky o tentare la sorte col digitale terrestre e consegnato gli stadi a chi li usa per qualunque altra cosa piuttosto che guardare la partita. E quando qualcuno li accusa di essere stati folli, avventati e dilettantistici, gonfiano il petto e, per bocca sempre del Tonino del Tavoliere, urlacchiano "Ma con chi vi credete di avere a che fare? Qui c'è il fior fiore dell'imprenditoria italiana"... Asteniamoci da ogni ulteriore commento.
Il pittoresco mondo degli ultras, che non è più quello bonario magistralmente descritto da Abatantuono nel suo epocale "Eccezzziunale veramente", ma è diventato una colossale e ramificata organizzazione malavitosa che poco ha da invidiare a mafia e camorra per metodi, autorevolezza e capacità di costituire un contropotere ufficioso che mette in scacco il potere ufficiale. Gli ultras licenziano allenatori, fanno formazioni, costringono giocatori sgraditi a passare alla Sambenedettese o al Pizzighettone, viaggiano gratis, o meglio considerano le trasferte delle missioni di lavoro (visto che non svolgono notoriamente alcuna attività legalmente riconosciuta), intimidiscono presidenti troppo buoni, prendono per il culo presidenti troppo ingenui, la fanno sotto il naso anche ai presidenti più competenti ed astuti, e quando trovano un Lotito che fa il duro e puro lo costringono a girare con la scorta.
Lo schifoso mondo dei palinsesti televisivi, che avrebbe dovuto e potuto mettersi in doverosa pausa di riflessione e invece ha semplicemente moltiplicato per mille il suo indulgere al calcio parlato, chiacchierato, mistificato, ridotto a penosa commedia degli equivoci. Nessuna trasmissione è stata cancellata, o sostituita al limite con trasmissioni antologiche del "bel calcio che fu" (sulle foglie morte di Mariolino Corso si poteva costruire una splendida trasmissione giornalistica in cui immaginavo Gianni Mura, Michele Serra e Mario Corso stesso dare il meglio del loro gigionesco talento).
A questo punto, dopo aver tentato nel post precedente una flebile difesa d'ufficio del "calcio mistero senza fine bello", lascio la parola al profetico Joe Cricket from Genoa, che ebbe a dire quasi due anni fa:
Odio il calcio.
Odio profondamente chi lo gioca, lo discute, lo compra, lo vende, lo commenta.
Odio chi ne parla convinto che interessi a tutti.
Odio i giornalisti e i comici in tv ma odio sopra ogni altra cosa le giornaliste sportive che parlano di calcio.
Odio i Presidenti e i figli dei presidenti, odio la loro decisione di pagare le tasse spalmandole.
Odio i mister, mestiere che non serve a nulla, e odio i Direttori Sportivi e i procuratori.
Odio il Calciomercato, il Totocalcio e il calcio scommesse.
E odio appassionatamente i calciatori, come si pettinano, gelatinosi, come si vestono, le loro automobili tutte uguali, le loro veline tutte uguali; ma li odio sopratutto quando in campo cadono, sputano, bestemmiano, quando segnano un goal e si tolgono la maglia, quando parlano con dietro il cartello dello sponsor.
Odio gli arbitri, i guardalinee e odio persino i giardinieri che tengono l'erba nello stadio cosi perfetta.
Il calcio non va né visto né parlato né giocato, Il calcio va spento!!!!!!!!!!!!!!!!
Allora è vero, oramai è inutile nasconderselo: di calcio si può morire. Un gioco originariamente destinato al divertimento, allo svago, a 90 minuti di spensierata euforia, è da almeno vent'anni diventato la discarica di tutti i nostri cattivi sentimenti e di tutte le nostre maligne emozioni.
Allo stadio si va già incazzati per altri motivi, che con le evoluzioni dei 22 nerboruti eroi non c'entrano nulla, il tifoso avversario prende il posto del capufficio a cui non si può dare dello stronzo, del vigile urbano che ti multa non perchè la tua infrazione sia particolarmente censurabile ma perchè è chiaro che a sua volta ti mette al posto di un suo superiore a cui non può dare del bastardo, dell'idraulico belloccio e di tua moglie che fa in modo di intasare ad arte il lavandino e manomettere il rubinetto. L'arbitro rappresenta il potere, che si manifesta sempre come arbitrario (appunto!!!) e crudele, che ostacola i tuoi sogni di carriera così come le legittime ambizioni di salvezza, zona Uefa o scudetto della tua squadra del cuore. Certe volte pensi che Rodomonti sia andato di persona a dire alla strafiga del piano di sopra di non uscire con te e di preferirti l'ingegnere devastato dall'alopecia della palazzina accanto.
Poi ci sono partite particolarmente delicate: in un derby Parma-Reggiana i tifosi di oltr'Enza (solitamente inappuntabili, ordinati e civilissimi per tutta la settimana) hanno divelto a forza i servizi igienici del Tardini e tempestato lo spaventatissimo Buffon di rubinetterie varie.
I tifosi parmigiani, un po' più spiritosi perchè preferiscono uccidere con la lingua piuttosto che con la spada, hanno saccheggiato qualche anno fa il negozio di Ghini Aristide Tutto Per La Pesca di Piazza Ghiaia e inondato Pagliuca (colpevole di difendere la porta dell'odiato Bologna) di anellidi, platelminti e nematelminti nessuno dei quali aveva pagato il biglietto.
Ma qui siamo leggerissimamente oltre il lancio di rubinetterie o di invertebrati: i due episodi di questi ultimi giorni si configurano come omicidi volontari perpetrati da persone che, usando il calcio come la droga più subdola e potente sul mercato, hanno perso totalmente il controllo delle proprie azioni.
In Calabria (dove negli stessi giorni si muore a 16 anni per una operazione chirurgica di routine perchè le apparecchiature sono state collegate alla presa sbagliata) un dirigente accompagnatore viene ucciso a calci e pugni (sostanzialmente un linciaggio) da parte di giovanotti in evidente trance agonistica tra i quali si era interposto come paciere. A Catania un ultra di non si sa ancora di quale delle due squadre centra l'auto della Polizia con una bomba-carta, e poi probabilmente esulta convinto che si tratti di un videogioco, incazzandosi però un secondo dopo perchè non sente nessun jingle di vittoria e soprattutto non passa al livello superiore.
Ma la cosa che mi scandalizza di più è che per quel misero e meschino dirigente calabrese non si è allestito neppure un minuto di silenzio: era un morto di Terza Categoria, sia calcistica che sociale. Mentre per il tutore dell'ordine morto a margine di una partita fra squadre che lottano per la zona-Champions, espressione di due grandi, bellissime ed importanti città, qualcuno parla addirittura di sospensione di tutti i campionati a tempo indeterminato.
Egoisticamente e soggettivamente mi va bene: personalmente trovo più divertente e attendibile PC Calcio col suo campionato virtuale, e molto più appassionante un torneo di Fantacalcio fra amici d'infanzia, mentre il campionato vero e proprio ormai non mi appassiona più (sarà che la mia squadra del cuore prende su da tutti e si è ridotta a livello del Cesena degli anni 70?).
Ma al di là del non sentirmi disperato per una eventuale soppressione magari definitiva di uno sport che ormai (torno a ripetere) è meno attendibile e trasparente del wrestling, mi chiedo se una misura di questo genere risolve il problema e, soprattutto, se è equa. Rispettate quel 90% di appassionati civili e pacifici per i quali il calcio è ancora quello sport magico e ineffabile che ha fatto impazzire uomini di eccezionale cultura come Gianni Brera (coniatore dello stratosferico endecasillabo "calcio mistero senza fine bello"), Giovanni Arpino, Mario Soldati, Osvaldo Soriano, Pier Paolo Pasolini e perdere la reputazione e l'onorabilità professionale a bravi giornalisti come Mughini e Mosca. Ridate loro un giocattolo che non sia una bomba-civetta che invece di farti divertire ti esplode in mano e ti lascia sfigurato.
Ma per fare questo, signori vertici del calcio italiano e della politica italiana, magari urge parlare un po' di meno ed applicare con maggior rigore le leggi già esistenti (che tutti, nessuno escluso, i capipopolo delle curve considerano liberticide e lesive dell'onore del tifoso comune, fatevi un giro fra siti e blog ultrà se non ci credete...).
SPEGNIAMO TUTTO : il primo febbraio dalle 19.55 alle 20.00 Azione contro i cambiamenti climatici. Il primo febbraio 2007, partecipate alla grande mobilitazione dei cittadini contro i cambiamenti climatici. L'Alliance pour la Planète (un gruppo di associazioni ambientali) chiamano semplicemente tutti i cittadini: 5 minuti di riposo per il pianeta! Tutti spegniamo luci e apparati elettrici il primo febbraio tra le 19.55 e le 20.00. Non per risparmiare cinque minuti d'elettricità solo in questo giorno, ma per attirare l'attenzione dei cittadini, dei media e delle autorità sul problema d'energia e l'urgenza di passare all'azione! 5 minuti di riposo per la pianeta : non prende molto tempo, non costa niente, e mostrerà ai candidati che il cambiamento climatico è un soggetto che deve pesare nel dibattito politico. Perchè il primo febbraio? Questo giorno uscirà, a Parigi, il nuovo rapporto del gruppo di esperti climatici delle nazioni unite. Non dobbiamo lasciare passare l'occasione di puntare l'urgenza della situazione climatica mondiale. Se partecipiamo tutti, questa occasione avrà un reale peso mediatico e politico! Fate circolare al massimo questa chiamata intorno a voi.
Grazie.
(Ricevuta da Renato Valente)
E' inquietante come il comportamento del genere umano ricordi l'evoluzione di un virus o di una metastasi tumorale: ognuno di questi tre graziosi accidenti va ad intaccare un organismo di per sè sano, si diffonde con moto uniformemente accelerato e progressivamente altera tutte le funzioni dell'organismo pregiudicandone il funzionamento fisiologico.
A un certo punto dell'evoluzione di un organismo complesso, una parte importante delle sue cellule può ribellarsi, macchiarsi del peccato di hybris che consiste in sostanza nello sfidare gli Dei e sentirsi loro pari (ma qualunque tragediografo greco vi direbbe che è meglio non farlo) ed agire sulla base di questa folle e suicida premessa.
La natura ha costruito efficaci meccanismi autocorrettivi per cui a un certo punto l'organismo sano ha il diritto e il dovere di tutelarsi di fronte alle sue patologie e ripristinare la propria fisiologia (cioè un funzionamento corretto e naturale).
Non c'è bisogno di scomodare la teoria di Gaia per immaginare la Madre Terra che guarda i suoi grotteschi figlioli con occhio corrusco e rabbia montante, e ogni tanto si scuote un po' per vedere se riesce a scrollarsene di dosso almeno qualcuno di troppo. Ma, ahimè, i cataclismi che così si generano vanno a colpire i meno colpevoli, perchè gli inquinatori, i saccheggiatori, i devastatori della Madre Terra sono al sicuro in case antisismiche, lontani dalle onde di tsunami e dai venti a 400 all'ora dei cicloni.
Allora la Terra aspetta, nella sua immensa saggezza sa che le cellule letali non sono la maggioranza, sono un esiguo manipolo di mostruose mutazioni genetiche che travolgono e bypassano le cellule sane (tipo i blogger di Leonardo), ma che non è escluso che le cellule sane si attivino e comincino a fare argine perchè sanno benissimo che se l'Alma Mater si incazza poi non ce ne sarà per nessuno e a quel punto farà come i pompieri che per salvarti dal fuoco ti distruggono la casa e magari ti ammazzano il gatto.
A forza di essere unti dal Signore, dalla sua mirra si sprigionano effluvii tossici che prendono i neuroni uno a uno, li scartano e se li divorano come tanti baci Perugina.
A forza di divorare la vita prima o poi la vita quotidiana "ti ha visto e già succhiato come il caffè che bevi appena alzato" come ebbe a cantilenare un tardo epigono del Carducci.
A forza di sentirsi sempre nel giusto e in una tragicomica condizione di impunità immunità intangibilità ineffabilità irraggiungibilità, prima o poi ti puniscono ti muniscono ti tangono ti effano e ti raggiungono.
A forza di recitare il ruolo dell'eroe mascarato, prima o poi si chiude anche l'ultima replica e tu ti trovi ancora al Metropolitan di New York, sì, ma come addetto alle pulizie.
A forza di fare il tombeur de femmes nonostante l'incalzare implacabile dell'età, finisce che le nuove concupite non ti cagano e la tua legittima consorte invece ti caga, non nel senso dell'interessamento ma in quello prettamente espulsivo.
Queste robe capitano a qualunque medio cittadino italiota, e alla fine non risparmiano neanche Sua Emittenza, colui che ha il torto di aver strappato Galliani al suo prestigioso lavoro di antennista e Fedele Confalonieri alla sua occupazione di direttore artistico del Teatro Ciak.
Berlusconi (perchè è di lui che stavo parlando, per quei pochi che non lo avessero capito) ormai è la caricatura di sè stesso. Fa finta di fare l'imprenditore, ma oramai fanno tutto il Piersilvio e la Marina. Fa finta di fare il politico, ma oramai fanno tutto Fini e Casini. Fa finta di fare il marito, ma oramai fa tutto Cacciarri.
Mentre la Veronica si è fatta appunto aiutare dal fascinoso intellettuale veneziano nello scrivere una splendida lettera che ha avuto un impatto mediatico tipo Enola Gay su Hiroshima e Nagasaki, Silvio le ha risposto con una lettera preparata da Bonaiuti e Bondi dopo settecento correzioni e duecentoquaranta caffè. La grottesca sproporzione fra le due missive è talmente eclatante che Silvio avrebbe fatto più bella figura a non rispondere neppure (la maggior parte dei suoi elettori avrebbero apprezzato quel virile silenzio).
Certo per uno che fa il galante con l'attempata Prima Ministra di Finlandia, sostenendo che a Parma si mangia meglio che a Helsinki (che è del tutto vero, ma forse non si può dire in pubblico in modo così tranchant), flirtare con la Yespica, la Marini e la Prati ha un appeal sicuramente maggiore.
Anche il presidente Leone, napoletano doc dalla simpatia purtroppo maggiore della rettitudine morale (cosa che nella splendida metropoli partenopea a volte succede), aveva una moglie molto più giovane di lui. Anche lui collezionava gaffes a ogni piè sospinto perchè non sempre collegava l'encefalo prima di agire o parlare. Ce l'avreste visto a fare il ganzo con la Mariolina Cannuli o una Sophia Loren anni 70 (quella che aveva mandato in tilt Corrado rispondendo "Toccami" alla sua domanda "Ma sei vera?") per poi scusarsi in diretta al Telegiornale? No, il povero Leone portava con orgoglio e dignità l'appellativo di 'o filobbusse a causa dello sviluppo anomalo delle sue escrescenze frontali (vulgo: corna). Si sacrificava per lo stato nel ruolo di cornificato non cornificatore. Quelli sì erano uomini di governo.
Lui la guardava andare via chiedendosi come avesse potuto perdersi così a lungo e così disperatamente per quella approssimata ipotesi di donna; e lei se ne andava ostentando indifferenza, immaginando come sarebbe uscita di scena Nicole Kidman in un film di Scorsese e sperando di non fare la figura di Tina Pica in un film di Steno.
Lui non diceva nulla perchè gli sembrava di aver già detto tutto nei tempi e nelle circostanze giuste; lei non diceva nulla perchè non si fidava delle parole, non le sapeva addomesticare e di solito si rivoltavano e la morsicavano facendole capire che non le portavano il minimo rispetto.
Lui stava già soppesando vantaggi e svantaggi di un futuro in cui lei, tassativamente, non doveva esserci più; lei si sentiva sollevata ma poi si sentiva disperata, un attimo dopo pensava "E' stato giusto così" e un altro attimo dopo malediceva il destino, e comunque sapeva che lui non poteva, non doveva e non voleva esserci più, e allora perchè farsi scoppiare il cervello?
Lui pensava che non era stato attratto dalla donna reale, ma dall'ideale di donna che aveva proiettato su uno schermo completamente sbagliato; lei non riusciva a pensare, ma qualcosa le faceva capire che era stata "lo schermo sbagliato" e non sapeva se incazzarsi o deprimersi.
In ogni caso, come in una normale canzone di Claudio Baglioni o Luca Carboni, se c'era stata della confusione adesso era tutto chiarito. Se c'era stata della promiscuità adesso le difese si erano di nuovo risollevate. Nessuno dei due rischiava di sentirsi rifiutato dall'altro, perchè comunque ognuno dei due era assolutamente convinto di aver gestito lui la scelta. Meglio controllare il male che ti fai da solo, che rischiare di subire un incontrollato male da parte di qualcun altro. O no?
Una placida atmosfera di consumato buon senso permeava lo spazio, e annullava qualunque anelito di leggerezza e incoscienza. Non c'era più la minima ombra di emozione, solo una fredda e gelida razionalità che congelava ogni ipotesi di libertà affettiva.
Questa volta ce l'avevano fatta. Erano stati bravi. L'assassinio del loro rapporto era stato perpetrato con la fredda lucidità del killer, la spietata professionalità del sicario, la disperata cattiveria del sadico. Adesso potevano dedicarsi in pace a mille cose più serie e più noiose.
Ho scoperto con una sensazione che avrebbe potuto essere raccapriccio (qualora volessi fare l'originale a tutti i costi) e invece è stata una divertita curiosità, che ci sono almeno altri due blog intitolati all'entropia.
In realtà i blog sono ormai talmente tanti che credo che non ci sia branca dello scibile umano che non sia rappresentata: dalla cucina kazaka al balletto lappone, dalla dama norvegese alla morfologia degli indigeni di Sirio, dalle Alpi alle Piramidi dal Manzanarre al Reno, tutto è rappresentato, tutto esiste, tutto c'è.
Come direbbe il bravo conduttore di spettacoli americano "You name 'em out, we had 'em here", espressione che nella lingua originale è molto solenne, mentre in italiano si accartoccia su un banalissimo "Voi li nominate, noi li abbiamo avuti qui". In inglese sembra rap, in italiano opera lirica. Per non parlare del gucciniano parallelo dell'andare in Ford Pontiac da Tucson a Omaha piuttosto che con la 500 del babbo di Giuseppe da Piumazzo a Sant'Eufemia Pelago.
Poi, come sempre, il problema è stabilire delle relazioni, dei nessi, dei collegamenti.
E' un po' quello che avevo scritto qualche mese fa a proposito delle similitudini morfologiche, che in un italiano un po' meno tecnicistico si potrebbe semplificare in "somiglianze esteriori", tra squali e delfini. Estremizzando il concetto avevo scritto che, visti da lontano in un mare molto torbido da un miope senza lenti correttive, le due bestiole potrebbero sembrare quasi identiche. Però provate ad accarezzarli tutti e due e vedrete la differenza...
E qui sta un punto importante. Le cose e le persone non si possono valutare solo "guardandole da lontano". Quando eravamo piccoli venivamo culturalmente violentati da ingiunzioni folli e ingiustificate travestite da detti popolari, la prima delle quali era "Guardare e non toccare è una cosa da imparare". Come dire che il fanciullo acculturando doveva assistere impotente alla varietà del reale senza potere interagire. Livello di apprendimento reale: sotto zero!
Il fanciullo culturalmente represso guardava i grandi e notava (se la repressione aveva avuto un effetto solo parziale) che, a differenza sua, i grandi le cose le toccavano, oh se le toccavano, le cose le facevano, oh se le facevano.
Il fanciullo culturalmente represso sognava di diventare grande per uscire da un mondo eterodeterminato per entrare in un mondo in cui regnava l'autodeterminazione e la libera scelta. Beh, non proprio usando queste parole, ma il concetto era quello lì...
Poi diventava grande e passava il resto della sua vita a desiderare di scambiare la sua pseudolibertà di adulto con la libertà (allora non riconosciuta come tale) del bambino che può costruire la sua realtà usando l'immaginazione, e magari gli altri bambini ci credono (ma se ti chiami Silvio e fondi un partito di plastica queste condizioni valgono ben oltre le colonne d'Ercole dei 25 anni...).
Dove porta questa sequenza para-logica? In realtà non lo so.
Forse perchè, freudianamente, molto freudianamente, il gioco di crittazione-decrittazione-nuova crittazione fra Guercino e Poussin assomigliava ai giochi interpersonali che sono tipici dei bloggers? (Oh, se Guercino e Poussin avessero avuto i loro blog... La storia dell'arte sarebbe drasticamente cambiata? O in fondo i due non erano poi così importanti?)
Immaginiamo che ogni blog sia un isolato (nel senso edilizio, ma a volte anche nel senso esistenziale del termine); presto gli isolati si agglomerano in quartieri, i quartieri in città, le città in distretti. Ci si guarda, ci si studia, ci si confronta, si scoprono affinità cercando di non farsi travolgere dalle differenze, si scoprono differenze mitigate dalle possibili affinità.
Si cifrano messaggi (i meno raffinati non li cifrano neppure, ma di solito non ci fanno una bella figura) per costruire una immagine di sè. E presto questa immagine sfugge di mano, e all'immagine narcisistica dell'ideale dell'Io si affianca un gemello mal riuscito, il Sè socialmente determinato come te lo rimandano gli altri.
E' una sensazione quasi orgasmica quando il tuo Io viene rinforzato e gli altri ti vedono come tu desideri. E' una sensazione strana, ibrida, ambigua, ambivalente, che può toccare i due estremi della rabbia omicida e della incondizionata accettazione, quando gli altri ti vedono come tu pensi di non essere, come sei sicuro di non essere mai stato, come non ti saresti neppure sognato di essere.
Ci sono personalità molto, troppo strutturate che non tollerano un tasso troppo alto di disconferma e non accettano la minima squalifica.
E ci sono personalità magari anche molto ricche, però fluide, scarsamente strutturate, che viceversa non sopravvivono senza confrontarsi quotidianamente con gli altri: spesso ne nasce una dipendenza dal giudizio altrui (Per farmi voler bene che cosa devo fare cantava Lucio Dalla in una sua non memorabile canzone), meno spesso una vera creatività in cui il giudizio altrui ti ricalibra ma non è un dato assoluto, in cui comunque ti senti in diritto di giudicare chi ti giudica e di lasciar filtrare materiale nuovo.
Giacchè, come qualcuno che tratta l'entropia in modo più tecnico di me potrebbe spiegarvi, nei sistemi chiusi l'entropia è destinata a crescere. Che è come dire che chi mantiene la sua rigidità non confrontandosi con gli altri prima o poi collasserà ed imploderà grottescamente. Chi berrà e mangerà le idee degli altri, viceversa, per parafrasare le ancora rivoluzionarie idee di un grande filosofo di 2000 anni fa, avrà la vita eterna.
Lui le disse "Ti voglio bene" e lei rispose "Lo so".
Lui incassò quella risposta senza fare una piega, ma avrebbe voluto dirle che a un tivogliobene si può rispondere "Ma davvero?", "Grazie!", "Come sei caro...", "Non me lo merito", optimum sarebbe un "Anch'io", ma al limite (visto che siamo in democrazia) si potrebbero accettare anche un "Io non lo so", "Mi sento confusa", "Devo stare un po' da sola", perfino un drastico "E io no".
Ma quel "Lo so" prendeva un sentimento, un'emozione, uno stato d'animo e lo rendeva una mercanzia senza data di scadenza, un assegno circolare incassabile con comodo (ma senza fretta) o restituibile senza averlo incassato.
Quel "Lo so" dava per scontato quello che scontato non era, derubricava una complessa e delicata armonia umorale in un dato fisico quasi cartesiano: lui mi vuol bene, domani sorgerà il sole, oggi fa un freddo bestia, se non mi decido a prendere la patente non troverò nessun lavoro interessante.
Il problema era come sempre quello dell'assegnazione a una categoria: se la sequenza fosse stata: lui mi vuol bene, la vita a volte è meravigliosa altre volte ti fa venire voglia di urlare, in realtà ho freddo dentro anche in piena estate, non mi decido a prendere la patente perchè ho orrore della mia indipendenza, quel "mivuolebene" sarebbe stato spendibile in un altro modo e avrebbe smosso qualcosa, costringendola a decidere.
Decidere? Scegliere? Ma che razza di parole sono? Tra "arrangiarsi", "subire" e "sopravvivere", dove le avrebbe mai potute collocare.
Così quelle tre parole, che avrebbero potuto volare libere nell'aria e rinfrescare uno scenario stantio, si congelarono all'istante come la rugiada del mattino e brinarono lo spazio tra loro due.
Lui si spazzolò la giacca, vide quella disperante macchia di lacrime e rimmel e pensò che al limite l'avrebbe tenuta come cimelio. Lei se ne andò in bagno ad effettuare un restauro che l'avrebbe occupata per le prossime due ore, ed entrambi accantonarono il problema...
LOS ANGELES -In un inseguimento a bordo di una Jaguar, Nicole Kidman e l'attuale James Bond, Daniel Craig, si sono schiantati contro un palo della luce travolgendo anche alcuni bidoni della spazzatura. L'incidente è avvenuto durante le riprese del film di fantascienza The Invasion che uscirà negli Stati Uniti il 17 agosto. Guai a chi si ostinasse ancora a dire che fare l'attore è uno schiaffo a chi si alza tutte le mattine per andare a lavorare. Guardate a quali sovrumani rischi vengono sottoposti i divi di Hollywood: incontrare Tom Cruise in pieno delirio-Scientology che ti schiaffeggia perchè hai preso un'aspirina; essere inseguiti da Michael Douglas (notoriamente affetto da una grave forma di priapismo) che cerca di consumare un rapporto sessuale con te indipendentemente dal sesso a cui appartieni, alla tua età e al numero di persone circostanti; imbattersi in Mel Gibson che ti offre il ruolo di protagonista nel suo prossimo film La scuoiaturae tu non sei sicuro se valga la pena di accettare; schiantarsi contro un palo della luce rischiando di lasciare vaste aree di Los Angeles senza luce... E poi vedete bene come è ridotta la Mecca del Cinema: gnan pù na lira par pagher al controfiguri, commenterebbe il mio edicolante... Altro che mestiere dorato...
(Comunque se questo qua rende l'idea di James Bond, io merito come minimo il Premio Pulitzer: ma questo è un altro discorso...)
I due attori sono stati trasportati in ospedale per una visita di controllo insieme ad altri due membri dello staff che si trovavano legati all'auto per girare le riprese. Preco scusa csè? Legati all'auto?Ma in virtù di quale nuova tecnica di steadycam alla Stanley Kubrick il regista ha potuto autorizzare tutto questo? La Jaguar correva sull'asfalto bagnato per esigenze di scena. Aridaje... Secondo me il regista voleva liberarsi tutto in un colpo della Kidman, che dev'essere una tega a livello esponenziale, di quello scoppiatello di Daniel Craig che pare si presenti al bar dicendo "Il mio nome è Bond, James Bond e voglio un Martini agitato, non mescolato" provocando reazioni tribali nel barista di turno. Secondo quanto riferisce People Magazine sono stati tutti dimessi dall'ospedale. Ricoverati invece tutti gli infermieri stesi e stirati dalle scene isteriche della Kidman.
La polizia di Los Angeles ha aperto un'indagine di routine. Indagati il succitato Tom Cruise, il regista, il governo australiano, Fantomas, Topo Gigio, Unabomber, Rosa Bezzi, Jack lo Squartatore, l'Inter che sta ammazzando il campionato, lo Sgargabonzi e lo Sventrapapere. Non sono ancora chiare le dinamiche dell'incidente. La Kidman, che in The Invasion recita la parte di una psichiatra, avrebbe riportato lievi ferite. L'auto viaggiava in una zona di Los Angeles chiusa al pubblico. Peccato, perchè l'auto della Kidman che falciava sedici californiani innocenti avrebbe fatto vivere di rendita Rossella, Giordano e Fede per il resto dei loro giorni.
(E già che ci siamo ricordiamoci un attimino in che mani è l'informazione)
Chi c'è dietro agli splog? Semplice. Sono tutti (o quasi) quei lavoretti on line in cui si propone a uno studentello o a una casalinga annoiata di allestire certi finti blog (dai nomi accattivanti), che una volta raggiunti schizzano immediatamente a link con casinò virtuali o video/fono linee erotiche. Il "lavoratore" on line ci ricava pochi centesimi di euro a cliccata, non rendendosi conto (o fregandosene) di incasinare la rete in stile fossa biologica. Questo almeno è ciò che mi è stato detto mesi fa al riguardo. Di + ninzò. CIAO ^2 OSVALDO :)
A proposito del mistero splog, sicuramente c'è chi non capisce il vero spirito della rete, e tanto meno del mondo dei blog. Ma forse come dice Osvaldo c'è anche chi ingenuamente ,credendo solo di fare qualche euro, incasina la rete. Però, detto fra noi, se provo ad immaginare il tipo lo penso ...hai presente quelli che nei condomini devono sempre creare problemi, quelli che al semaforo ti suonano prima ancora che ti rendi conto che è verde, quelli che facendo finta di niente tentano di sorpassarti alle code....ecco, più o meno un tipo così.
(Stella 56)
Quei tipi così come dice la cara Stella non li sopporto, mi fanno incaz...... che gli tirerei non so cosa dire, basterebbe un bel tiro di fittiboxxeee come faccio io!!!!! Io non ho avuto splog nel mio blog fortunatamente, sono meno letta, comunque se li trovo è meglio non cliccare, giusto?
(Miss Palestra)
Insomma, alla fine i primi riscontri fedelmente sopra riprodotti ci inducono a credere che dietro gli splog non ci sia nessun Grande Fratello (nel senso letterario, non televisivo), Piccolo Cognato o Medio Secondo Cugino. Non c'è nemmeno la Spectre, il Go-go-governo che subdolo si avvicina travestito da piscina traboccante di Analcolico Biondo per fare la festa a Supergiovane, menchemmeno degli hackers spregiudicati che potrebbero entrare nel sito del Pentagono e dichiarare guerra al Liechtenstein e invece preferiscono far collegare Maryann Unfaithfull a 3 euro al secondo a un sito neozalendese di fitness e sauna (a sua insaputa, ovviamente).
Ci sono o ci sarebbero dei dilettanti della tastiera che
o sono pagati da qualche sito-truffa e allora sono dei poveri disoccupati vittima del sistema e della crisi strutturale che è nata col capitale, e quindi meritano un briciolo di umana comprensione
o lo fanno gratis e allora sono degli stronzi bastardi che meritano
di ricevere per regalo di compleanno cravatte con la faccia di Gigi D'Alessio,
CD "Reitano interpreta Jacques Brel",
DVD col meglio del Bagaglino,
di sposare la donna (o l'uomo) dei loro sogni ma solo per farsi cornificare dalla mattina alla sera,
di spendere 2000 euro per andare a sciare a Cortina dopo che una ventata di Phoen ha asciugato tutte le piste e i cannoni sparaneve sono tutti in avaria,
di avere un appuntamento al buio con Samantha 82 incontrata in chat per scoprire che in realtà dovrebbe chiamarsi Bruno 53,
di aprire la porta nudi convinti che sia arrivata la fidanzata per scoprire che si tratta invece una delegazione di testimoni di Geova che se lo caricheranno in spalla e lo scaricheranno direttamente all'Inferno,
di prenotare il Pendolino per un viaggio Roma-Parigi e farselo tutto con Luca Giurato di fronte che racconta barzellette sugli eschimesi al telefonino,
di riuscire finalmente a copulare con la donna/uomo vanamente inseguita/o per 12 anni solo per sentirla/o dire dopo l'amplesso "Meno male che tu mi vuoi ancora, lo sa tutta la città che ho l'AIDS".
Tutto questo, come direbbe Freak Antoni nella sua epica "Ti disprezzo profondamente", sempre nel senso buono...
Lei pianse a lungo sulla sua spalla, dopo essersi agilmente arrampicata sulla medesima data la sostanziale differenza d'altezza (o fu lui a reclinarsi leggermente per permettere lo sfogo della tempesta umorale-ormonale di lei?). Lei piangeva perchè le sembrava appropriato, le sembrava più espressivo che parlare e più apodittico che spiegarsi. E lui le dava la spalla vittima di una distribuzione ancestrale-tribale dei ruoli, nonostante si rendesse con orrore conto che gli si stava depositando sulla giacca nuova un letale deposito di lacrime, cispettina e rimmel che probabilmente avrebbe lasciato un alone permanente. Ma anche lui in realtà paventava l'uso di parole, giacchè esse non avrebbero avuto alcun elastico per poterle tirare indietro una volta pronunciate, nessun rewind per ricominciare da capo, nessun reset o canc per eliminare gli scarti di produzione del pensiero logico-affettivo, nessun paracadute per farle atterrare docili e mansuete laddove dovevano logicamente andare.
Alla fine lui, più che altro temendo che cominciasse a colare anche qualcos'altro, sentendo le vezzose tirate di naso da bambina derubata della sua bambola che lei esibiva, con gesto virilmente deciso e decisamente virile (e vivaddio, non era mica un ricchioncello qualsiasi) la prese per le spalle e la scostò. Con la coda dell'occhio controllò lo stato della spalla della giacca ed ebbe un lieve mancamento con istantaneo pallore, che lei scambiò per profonda sofferenza esistenziale segnando un punto a suo favore e smettendo istantaneamente di piangere.
Lei si asciugò teatralmente le lacrime, spandendo un velo di rimmel, eye-liner, mascara, fard, crema abbronzante, crema anti-ustioni, Crema Cameo Ciobar, creme caramel, Cream e tutta la cremeria (era decisamente una ragazza acqua e sapone...) dall'attaccatura dei capelli al mento. Lui si trovò di fronte un grottesco mascherone che gli ricordava la foto di uno sciamano balinese in procinto di compiere un rito propiziatorio che aveva visto la sera prima su Focus. Il suo silenzio fu in qualche modo provvidenziale, ma non dettato dal groppo in gola che sagacemente fece in modo da simulare, ma da un conflitto irrisolto fra ilarità e conati di vomito.
Fu il momento più struggente e romantico della loro vita di coppia (figuratevi gli altri...)
Recentemente diversi (se non tutti i) bloggers di Leonardo sono stati malignamente infestati dallo SPLOG, pittoresco acronimo che la nostra amica Cassandra potrebbe declinare negli acrostici Siamo Poveri Laidi Ometti Grotteschi, Stiamo Per Ledere Ogni Giustizia, Senza Paura Lasciamo Orme Gigantesche o chissà quanti altri.
Splog, cioè spamblogs, qualche volta detto anche splogs, sono Web Logs (o "Blog") che gli autori usano solo per promuovere siti web affiliati. Lo scopo é quello di incrementare il PageRank dei siti affiliati. Il contenuto é spesso senza senso o testo rubato da altri websites con un numero insolitamente alto di collegamenti ai siti connessi con il creatore dello splog che sono spesso siti screditati o al contrario inutili. Splogs si è transformato in un problema importante sugli host gratuiti di blog quale il servizio di Blogspot di Google. Questi blogs falsi sprecano lo spazio di disco importante, larghezza di banda ed inquinano i risultati del motore di ricerca. Lo splog di termine si è diffuso intorno a metà di agosto del 2005 quando per la prima volta è stato usato da Mark Cuban, ma sembra essere stato usato prima alcune altre volte per la descrizione dei blogs dello spam che risalgono almeno al 2003. Sono stati creati molti servizi di segnalazione sullo splog, affinché gli utenti buoni possano segnalare lo splog attraverso la segnalazione degli indirizzi degli splog ai motori di ricerca in modo da poterli escludere dai risultati di ricerca. Splog Reporter è stato il primo servizio di questo genere.
In effetti lo SPLOG in questione dava segno di sè attarverso una serie di quadratini identici seguiti se ricordo bene da una & e un ultimo carattere che non ho fatto a tempo a memorizzare, prima di tirare lo sciacquone virtuale e far finire il tutto nella fogna del web.
Che cliccando sull'autore, che risultava tale Anonimo da Velletri, si venisse rediretti a un sito commerciale, non lo sapevo per il semplice fatto che non ho cliccato sull'autore, credendo in un primo momento che si trattasse di un qualche mio eversore che voleva contestarmi senza trovare forza coraggio o lucidità per usare il linguaggio verbale, e quindi optava per la protesta simbolica, che spesso non ha alcun addentellato logico con l'oggetto della protesta.
Vedi il caso di chi rinuncia all'aperitivo serale per protestare contro il divieto di parcheggio in centro storico; chi si denuda di fronte allo Sferisterio di Macerata per protesta contro l'imposizione del burka nel mondo islamico; chi irrompe in campo mentre Ibrahimovic sta segnando il 16 a 0 per l'Inter per protestare contro l'antiquata montatura degli occhiali del presidente Moratti.
Ahimè, non si trattava di un mio eversore, e così le mie acclarate doti di investigatore virtuale restano per ora confinate ai deliri iperglicemici di Nicolas Poussin e non possono esercitarsi su un caso che mi riguardi direttamente.
Ma qui sorge spontanea una domanda: mi sto reincarnando in Michele Lubrano? E una seconda domanda, dopo aver formulato un secco no alla prima: ma dietro questi SPLOGgamenti chi diavolo c'è? Una potente multinazionale guidata da un cugino di Tommaso Ghirardi che ha visto tutti i film di 007 ma facendo sempre il tifo per la Spectre e il Dott. No perchè era geloso del fascino virile di James Bond? Una ditta di Scandiano guidata da un cognato di Prodi che vuole inondare il mondo di pupazzetti di peluche con l'inconfondibile sagoma del Professore bicicletta inclusa e IVA opportunamente scorporata? Un hacker misero e macilento di Cinisello Balsamo, secondo cugino di Tonino Cripezzi dei Camaleonti, che usa Internet per vendere il maggior numero possibile di abbonamenti alla mitica rivista "Finanza", che qualunque belga o estone pur di infima cultura capirebbe dopo due minuti riferirsi all'omonima scienza e non alla Guardia di Finanza, ma che centinaia di migliaia di italiani continuano a ricevere a casa senza neanche toglierla dal cellophane solo per tenerla in bella mostra sulla scrivania del loro studio o ufficio?
Come Osvaldo ha fatto per Nicolas Poussin rendendoci Contenti, a questo punto anch'io lancio un bando di concorso per la migliore spiegazione:
chi c'è dietro questi SPLOG? Da dove viene? Dove va? Ci mostri la sua visura camerale!
Parma e Brescia, in passato avversarie per la conquista del titolo di "Aspromonte del Nord" (poi assegnato ad Erba che con uno strepitoso rush finale ha sbaragliato la concorrenza, come il Manchester di una leggendaria finale di Champions con due gol in pieno recupero), oggi sono di nuovo amiche e gemellate.
Dopo tanto pianto e stridor di denti il Parma FC ha un acquirente: non è l'ex presidente del Real Madrid Lorenzo Sanz, non è Nevio Scala che ha fatto la parte del marito fedifrago che vorrebbe tornare a casa ma poi pensa "Ma chi me lo fa fare?" e resta con l'amante, non è Silvio Berlusconi in vena di ripartire da zero che più zero non si può, ma bensì Tommaso Ghirardi, imprenditore più che giovanissimo post-adolescente, che ha portato la squadra del suo paesotto nella bassa bresciana (il Carpenedolo) dalla Terza Categoria a posizioni di leadership in C-2.
E così la bella signorina di buona famiglia trova marito, ma dopo essere stata promessa a Carlo d'Inghilterra e Piersilvio Berlusconi si accasa col Ragionier Primo Spaggiari che lavora al catasto.
Il buon Ghirardi in realtà porta avanti l'azienda di famiglia, non può pascersi di storie di strimpellate di pianoforte sulle navi da crociera o di compiti passati ai compagni di classe dietro modesto esborso pecuniario, non si è fatto da sè (se non siringa in mano nelle notti di novilunio) ma continua a produrre come suo nonno e suo padre quei banali ma utilissimi sgionfini (intraducibile espressione pramzana che rende l'idea) che sono i cuscinetti industriali, gli Oriali della meccanica: nessuno nota la loro presenza, ma appena vengono a mancare l'intero apparato va in tilt.
La resistibile ascesa di questo Arturo Ui ed nuètor ricorda da vicino quella di Corioni, che partendo dall'Ospitaletto che, sotto la sua presidenza, sfiorò la B e lanciò Gigi Maifredi (già allora bravo nel far fare alle sue squadre dei gol virtuali), diventò presidente prima del Bologna e poi del Brescia, non guadagnò una lira ma come tacchinava lui la domenica pomeriggio in tribuna non ce n'erano altri...
Sperando che anche Tommaso sia un utile cuscinetto fra il Parma FC e la serie A. Come dicono nella Città Eterna, "Hai visto mai?". E sperando che i fantasiosissimi redattori della Gazzetta di Parma non usino il settore merceologico di provenienza del neo-presidente (qualora lo diventi) per costruire esilaranti giochi di parole sulla soporificità del gioco del Parma che richiede i "cuscinetti" di Ghirardi per non piantare una craniata da abbiocco improvviso e inopinato sul durissimo granito del Tardini.
Per la comprensione di questo post, faccio volentieri riferimento all'ultimo post di quell'allegro filibustiere di Osvaldone Contenti, che si pubblicizza con simpatica faccia tosta ma lo fa con tutte le ragioni visto il rutilante splendore del suo blog:
In una doppia chiave di lettura, al di sotto di opere artistiche "positive" e anche leggermente oleografiche, sconvolgenti messaggi satanico-cabalistici?
Tutti sanno che ascoltando alla rovescia "Stairway to Heaven" possiamo ascoltare indirizzo del sito, numero di cellulare e casella e-mail di tutti i diavoli delle Malebolge (sulla Terra queste cose non esistevano ancora ma all'Inferno sono di una cinquantina d'anni più avanti); ascoltando a ritroso l'introduzione di "Revolution 9" dei Beatles (in realtà di John Lennon e Yoko Ono dopo una notte di frustrazione sessuale perchè erano entrambi troppo fatti per concedersi al piacere carnale) si può ascoltare l'intera biografia di Tronchetti Provera; compiendo la stessa operazione con "Into the void" dei Black Sabbath si ottengono preziose informazioni su come telefonare gratis con Infostrada; mentre (caso curiosissimo, studiato dagli esperti di acustica del MIT e della NASA) ascoltando alla rovescia le canzoni di Gigi D'Alessio esse suonano identiche all'ascolto corretto.
Nicolas Poussin sembra un po' anche Alex Drastico (mentre Guercino sarebbe Don Nitto Santapaola) quando il leggendario personaggio di Albanese crede di aver interpretato i messaggi in codice del boss ed esplode in un gioioso "Don Nitto, ho capito... eh eh eh... ho capito... ah ah ah", ma il boss fa capire al picciotto che per decrittare i doppi o tripli significati dell'onorata società ne deve mangiare ancora di cannoli (l'equivalente della padana michetta) e lo gela con un tombale e gelido "Ma cosa hai capito???" e Alex ci mette un nanosecondo a rispondere "No niente, Don Nitto, niente, niente davvero..." esibendosi contestualmente in una lenta ma vistosa ritirata.
Molte complesse storie interpersonali nascono dalla voglia di decodificare messaggi apparentemente misteriosi (ma talora il mistero ce lo mette il decodificante, se no che gusto ci sarebbe?) per far vedere e capire quanto si è acuti e perspicaci.
Poussin avrebbe dovuto cifrare la propria decifrazione dell'enigma guerciniano, in quanto doveva far sapere - a chi già sapeva - che sapeva anch'egli, pur senza che chi non sapeva capisse.
Mille significati reconditi entrano in vibrazione, dalla Carboneria alla Massoneria ai Boys San al Nomadi Fan Club di Novellara tutte le principali associazioni segrete vengono rievocate in un poliedrico caleidoscopio e immaginiamo migliaia di fervidi patrioti (o perversi satanisti) impegnati a far capire a chi di dovere che avevano capito tutto, senza far capire a chi di suo non aveva capito che loro avevano capito.
Mi sembra francamente chiarissimo. O no?
Ma a parte queste considerazioni logico-epistemologiche, un dubbio mi arrovella. Poussin e Guercino si incontrarono mai? O magari si incontrarono ma per comprensibili motivi di acuità visiva Guercino non riconobbe Poussin (questa è degna di Pippo Franco...)? Oppure Guercino invitò Poussin nella sua Cento, ma esprimendosi con seicentesca aulicità scrisse (che a quei tempi telefonare presentava insormontabili problemi tecnici) "Mio nobile sodale, vedremoci in Cento" e Poussin declinò l'invito perchè dove li trovava altri 98 che si sobbarcassero quel lungo viaggio? Oppure Guercino andò a Roma per incontrare Poussin ma c'era tutto il lungotevere bloccato per il derby e non se ne fece niente?
E se si incontrarono, di che tenore fu l'incontro? Guercino si complimentò con il pittore normanno per la sua prorompente sagacia o gli disse, ricorrendo al suo idioma vernacolare "Mo vad ban d'andèr a girèr" indispettito per le allucinate fantasie di quest'ultimo?
Ma leggendo la biografia del pittoresco artista d'Oltralpe altre cose ci colpiscono. Poussin, che conduce una vita dissoluta, non ottiene che piccoli ordini. Gravemente malato, sposa la figlia di un pasticcere francese insediato in Italia. Non è chi non veda come delle grazie della fanciulla in questione non gliene potesse fregà dde meno, quello a cui puntava era svaligiare nottetempo il negozio del suocero. E si vede che le paste del parente acquisito gli fanno bene perchè campa altri vent'anni abbondanti, non solo, ma di lì a poco comincia anche ad avere un certo successo di pubblico e di critica e Maurotto Costanzo, avo del noto Maurizio, lo invita spesso nel suo salotto presentandogli ballerine di quadriglia (la lap dance ancora non era stata inventata) e avventuriere slave. Il matrimonio vacilla, il suocero trova un lucchetto a prova di cesoie, e le sofferenze familiari affinano la sua arte.
E' proprio nel pieno di questa complessa evoluzione che Poussin dipinge I pastori d'Arcadia, e poi (convinto dal mecenate Dinozzo De Laurentiis) anche se un po' controvoglia produce il sequel, che il De Laurentiis avrebbe voluto chiamare "I pastori d'Arcadia 2 la vendetta - a volte ritornano" incontrando la forte opposizione del suo protetto.
Trattasi dell'opera di un artista affetto, afflitto, affitto, affettato da un diabete galoppante a causa di pantagrueliche abbuffate di dolci e gargantuesche libagioni, che da una parte non domina più i suoi neuroni e dall'altra cià un sacco de debbiti (Roma a quel tempo non è la raffinata e tranquillissima città di oggi ma una borgatona di campagna dove i debiti si risolvono bucherellando il debitore con apposite lame per vedere se ha nascosto qualche scudo nel duodeno).
Traviato dagli sponsors che gli promettono viaggi in galeone a Disneyland e notti di sogno con bellezze esotiche delle Nuove Indie, Poussin si ispira al quadro di un pittore grossolano, di triviale estrazione padana, ma molto più trendy di lui, inventandosi "un segreto che non c'è" (Enrico Ruggeri, Contessa). Cosa voglia dire "Et in Arcadia ego" Poussin non lo sa, dato che applica in quel periodo tutto il suo acume a cercare di convincere il suocero a farlo stare qualche pomeriggio in pasticceria ("giuro che non ti tocco nemmeno un bignè...."). Ma vorrei ben vedere che poi non faccia mettere quella scritta che tanto successo gli diede in vita anche sulla sua tomba, come farà anche Augusto Daolio con le strofe di "Io vagabondo".
Credo che il caso sia risolto.
Sono 850 euro più IVA, IGE, IRPEF, ILOR, tassa sulla salute, indennizzzo ai reduci dell'Abissinia, addizionale per il terremoto in Irpinia, una tantum, le 2815 nuove tasse di Padoa Schioppa e un contributo volontario per i bambini poveri di Centocelle.
Per i non parmigiani (che sono la quasi totalità dei miei lettori perchè nemo propheta in patria) ricorderò che la squadra della nostra "piccola capitale", così grondante di storia cultura scorci pittoreschi ed eccellente gastronomia, all'inizio degli anni 70 era miserrimamente fallita costringendo i suoi supporters a godersi fantasmagorici derbies con il Fontanellato e il San Secondo (la Fortitudo Fidenza era addirittura, absit iniuria verbis, un paio di categorie più in su).
Amorevolmente recuperata, dopo una avventurosa risalita in serie B, dall'imprenditore edile Ernesto Ceresini (quadrato, probo e ovviamente non una fotocopia di Berlusconi o Moratti quando si trattava di aprire il portafogli), da allora in poi aveva saltabeccato fra la B e la C proponendo derbies sicuramente più coinvolgenti con le cuginette Modena, Reggiana, Piacenza, con cui formava un quartetto di giovani educande pronte a diventare fascinose vamp della serie A qualche anno più tardi.
Quando, in quegli anni, teorizzavo che, se la Parmalat avesse investito seriamente nel calcio con la squadra cittadina, il Parma poteva diventare uno squadrone a livello europeo, venivo grettamente deriso e accusato di etilismo acuto o cronico da osti dell'Oltretorrente, loro sì notoriamente dediti al culto di Bacco oltre che con le arterie lastricate di grassi saturi e insaturi. La conclusione era quasi sempre la stessa: "E tant ch'al Calisto al reva al portfoj, edma' quant'nin ciapem'ma a cà d'al Montevarchi?", alla quale mi guardavo bene dal controbattere, pagavo il conto (che, per punirmi della mia dabbenaggine, l'oste provvedeva a raddoppiare o a triplicare, o magari era così salato già di suo?) e me ne tornavo tristemente a casa inascoltato e incompreso.
Da lì in poi anche i neofiti del calcio sanno com'è andata: la Parmalat ha utilizzato il Parma come fiore all'occhiello dimostrando che il latte si abbina al calcio altrettanto bene del petrolio dei Moratti, delle orribili autovetture degli Agnelli, dei pomodori di Cragnotti e dell'aria fritta di Berlusconi.
Non avendo alle spalle una metropoli, però, ma un ipertrofizzato villaggio di campagna travestito da città, e non avendo nella sua dirigenza nessuno che avesse capito come e qualmente un arbitro costa trenta volte meno di un bomber (ed è così che una sagace società calcistica cisalpina ha vinto svariati scudetti chiudendo il bilancio sempre in attivo, finchè il miracolo è stato derubricato in truffa.... ma non divaghiamo e non offendiamo dei cari amici) la dinamica compagine gialloblù ha raggiunto l'inezia di 5 finali europee vincendone 4 (una contro i cisalpini che ne val 100 da sè, direbbe Guccini) ma in campionato non ha mai seriamente corso per il titolo. Le poche volte che c'erano sviste arbitrali a suo favore, il direttore di gara veniva crocefisso in sala mensa, messo alla gogna in Piazza San Babila, gli venivano violentate madre moglie e figlia e confiscati tutti i beni.
Poi, misteriosamente, nel crepuscolo fra il secondo e il terzo millennio, la società ha iniziato a vendere (talora svendere) tutti i suoi campioni. Qualcuno anche perchè faceva un po' troppo il buffoncello nei vari centri scommesse, qualcun altro anche perchè era un po' troppo avaro e qualche canna ogni tanto gli scappava fatta, ma comunque soprattutto perchè ce li pagavano cash e ci consentivano di consegnare la squadra a geni della pedata quali Ciaramitaro, Muslimovic, Mboma, Bonazzoli, Lamouchi, Micoud, Bresciano e Grella.
In realtà in Parmalat sapevano benissimo come stavano andando le cose con tre anni di anticipo sulla scoperchiatura del verminaio e, obiettivamente, solo quella strategica autoriduzione preventiva dell'organico, delle spese e del monte ingaggi ha consentito al Parma FC di cavarsela solo con una gestione commissariale piuttosto che con una nuova retrocessione in Promozione Emiliano-Romagnola.
Si sa, la Federcalcio apprezza i buoni sentimenti, anche i cispadani se la sono cavata con una semplice B perchè "hanno provveduto preventivamente a licenziare i responsabili", parafrasando un po' ma non tanto la sentenza che la riguarda, e forse perchè hanno giurato che non l'avrebbero fatto più e che gli dispiaceva davvero tanto.
Peraltro la gente di Parma non si può sentire vittima passiva ed innocente della situazione: con lo stesso atteggiamento che rende il Teatro Regio il terrore dei tenori, il baricentro dei baritoni, il punto più basso per un basso e via bergonzonizzandoci fino a farci del male, i loggionisti del Tardini facevano fatica a garantire il tutto esaurito anche per le cosiddette sfide di cartello, insomma i botteghini hanno sempre fornito poco contante. Una squadra da primi posti era snobisticamente sentita come un diritto dovuto, metafisicamente adeguato all'antica noblesse della città. Si batteva 4-0 il Milan, 4-1 l'Inter (che vanta anche al Tardini uno 0-6 in Coppa Italia che neanche Philip Dick avrebbe mai potuto immaginare) e il tifoso DOC alzava il sopracciglio destro e mugugnava "E alòra?", si tornava da Mosca con la Coppa Uefa e all'aereoporto c'erano 12 tifosi che passavano lì per caso.
Il felice rovescio della medaglia era che Malesani poteva litigare tranquillamente con i camerieri di tutti i ristoranti cittadini senza che una frotta di reporter e cameramen immortalasse la scena (ve lo immaginate fosse successo una sola volta al Savini di Milano?), Ancelotti poteva portare la squadra tutti i mercoledì alla Buca dei Diavoli di S. Andrea cenando indisturbato, e appunto Buffon poteva passare i pomeriggi al centro SNAI di Via dei Mille come un deficientello qualsiasi. Tutto questo a parte l'intrinseca gradevolezza della città, che cresceva e cresce in maniera logaritmica al crescere del deposito bancario.
Ora tutto questo è finito: è il terzo anno consecutivo che un manipolo di aspiranti campioni (Rosina e Simplicio appena hanno dimostrato di avere un rapporto affettuoso col pallone e i piedi non del tutto quadri sono stati dirottati altrove credo nella giornata stessa) si dibatte sul fondale limaccioso della serie A promettendosi a mezzo mondo ma facendo la fine di ex-call girls cinquantenni ormai irreversibilmente passate di cottura (tutti telefonano ma nessuno la porta fuori a cena, meno che meno ne baratta le prestazioni con danaro fresco).
Il Parma Calcio è commissariato dal 2004 e nella sua interezza costa più o meno come un polpaccio di Ronaldinho, o un onesto mediano di B. Ma lo stesso non se lo fila nessuno.
Certo credere che lassù esista un vecchio con la barba bianca come ce lo raffiguravano al catechismo propedeutico alla Prima Comunione, beh... può fare piacere.
Certo immaginare che esista un senso ultimo alle nostre sofferenze di esseri umani, al nostro misero arrabattarci sopra una sfera rocciosa che percorre lo spazio a 30 chilometri al secondo e ruota su se stessa a una velocità di almeno 4 volte superiore a quella di una Formula 1 in pieno rettilineo di Monza, spegne l'orrore della coscienza di quanto piccoli e stronzi siamo rispetto all'enormità e alla complessità dell'Universo.
Certo pensare che tutto quello che succede sia l'adempimento della volontà di un Essere Superiore è confortante, sapendo che il suddetto, in cambio della modica mercede della nostra piena fiducia in Lui, provvederà al nostro sostentamento alimentare ed economico (i protestanti pensano che chi è povero, malato o affamato sconta l'ira divina nei suoi confronti... i cattolici sotto sotto lo pensano anche loro ma non possono dirlo in pubblico).
Certo confidare nell'Essere Superiore ci lascia più tempo e spazio per dedicarci ad attività mentalmente meno angosciose del chiederci che senso abbia stare al mondo una manciata di anni per invecchiare e morire (ammesso che non si finisca sotto un TIR a 13 anni).
Certo tutte le culture, nessuna esclusa, anche le più primitive, hanno coltivato l'idea di Dio. Ma coltivare un'idea significa che l'oggetto di questa idea è realmente esistente, o puramente e semplicemente che quell'idea ci aiuta a sopravvivere? Qualunque ricercatore di psicologia della percezione potrebbe spiegarvi che i nostri sensi ci ingannano quotidianamente e ci danno un'immagine del nostro ambiente circostante che non è necessariamente reale, ma solo utile.
Tutti gli esseri umani parlano. Tutti gli esseri umani hanno l'impulso a crescere e a moltiplicarsi (cioè a mangiare e trombare, come semplificava Benigni in uno dei suoi più riusciti spettacoli). Tutti gli esseri umani fanno i conti con l'idea di Dio.
Marx è noto a molti quasi esclusivamente per i suoi slogan, tipo "Proletari di tutto il mondo unitevi", "Un fantasma percorre l'Europa" e "L'uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza".
Quest'ultimo aforisma è una forma di ripunteggiatura della sequenza di eventi, dello stesso tipo dell'immaginare il topolino di un laboratorio di etologia che si vanta con suo cugino che nottetempo lo va a trovare "Sai Gigio (perchè quasi tutti i topi fra loro si chiamano Gigio, lo sapevate?), ho addestrato il mio sperimentatore. Ogni volta che abbasso una levetta lui mi dà un pezzetto di formaggio.".
E' Dio che ha creato l'uomo o viceversa? E' possibile che i creazionisti debbano rinnegare centocinquant'anni di prove inconfutabili in favore dell'evoluzionismo per la paura fobica dell'idea di essere degli scimmioni appena un po' più evoluti dei gorilla (e neanche sempre...)? Poi sono loro i primi a criticare gli integralismi islamici, ma neanche Osama fa una lettura così ottusa del Corano come loro la fanno della Bibbia.
Alla fine mi viene da dire che Dio esiste, come esiste l'amore, la solidarietà, la generosità, come anche pure l'alterigia, l'odio, l'invidia, la gelosia. Dio come idea e come sentimento fa parte della storia dell'umanità.
Non mi disturba l'idea che la maggior parte degli esseri umani non riescano a sopravvivere senza coltivare l'idea di Dio.
Mi disturba, però:
Il fatto che in nome della propria immagine di Dio si uccida, si aggredisca, si prevarichi chi ha un'immagine diversa;
Il fatto che la fantomatica "parola di Dio" sia usata per giustificare o accentuare sperequazioni, ingiustizie, malefatte, speculazioni e intrallazzi privati;
Il fatto che il Vaticano tratti lo stato italiano come se fosse una teocrazia medievale;
Il fatto che il Papa debba essere un personaggio mediaticamente così sovradimensionato sia che ne abbia le prerogative (Wojtyla) sia che "meglio non parlarne" (Ratzinger).
Chissà se da qualche parte si stanno preparando dei festeggiamenti per il trentennale del 1977, o se su quell'anno si eserciterà una rimozione collettiva. Certo, il paragone col 1968 è quasi improponibile, perchè
Il 1968 è entrato nell'immaginario collettivo (e quindi nessuno lo ha rimosso, "tutti lo tengono al suo posto"), come il famoso confetto Falqui nella pubblicità in voga proprio in quegli anni "basta la parola" e si apre tutto un universo di fatti, significati, emozioni;
Aver "fatto il 68" è un po' come "aver fatto la guerra": a 25 anni di distanza si respirava la stessa atmosfera di glorioso senso di appartenenza (talora condito di rammarico, e allora il concetto diventava "A me m'ha rovinato la guera" come diceva Petrolini, ma lì si trattava della guerra precedente), nel 1976 Giorgio Gaber scriveva la canzone "I reduci" e il monologo "Gli Unni" ("Gliene abbiamo messo di paura ai tempi degli Unni. Ora Attila è consigliere comunale....");
Il 1968 era tutto un fiorire di slogan immaginifici quasi al limite estremo del dannunziano: "Mettete dei fiori nei vostri cannoni" (slogan che il gruppo dei Giganti canterà tra i fiori dell'Ariston di Sanremo), "Una risata vi seppellirà", "L'immaginazione al potere", "Siate realisti: chiedete l'impossibile", ma comunque l'impronta era obiettivamente pacifista e non violenta, nella ferma convinzione che la storia avrebbe fatto giustizia da sola del vecchiume imperante ("Come se tenesse conto del coraggio la storia...", per l'appunto un verso della succitata canzone "I reduci");
In conclusione, il 1968 fu un movimento planetario, da Parigi a Berkeley, da Praga a Bologna, da Canicattì a Vladivostok (beh, le ultime due le ho messe così sulla fiducia...);
E in conclusione della conclusione, il 1968 cambiò veramente qualcosa in modo stabile e definitivo, anche se meno di quello che si sperava o si temeva (a seconda dei punti di vista).
Il 1977, invece,
Nell'immaginario collettivo proprio non ne ha voluto sapere di entrarci, al massimo è uno degli "anni di piombo" e forse neppure il più importante;
Aver "fatto il 1977" non dà diritto a nessuna onorificenza, anzi è meglio far finta di essere entrati in coma il 31 dicembre 1976 ed essersi risvegliati giusto per Natale. Anche perchè, mentre "il 68" è stato uno solo, il 77 di un brigatista è stato molto diverso da quello di un autonomo, quello di un autoriduttore molto diverso da quello di un disubbidiente civile, quello di un fautore delle spese proletarie diversissimo da quello di un indiano metropolitano, ognuno convinto di aver capito Marx e Gramsci molto meglio degli altri, anzi... "io ho capito tutto e loro non hanno capito un czz" (un po' alla Marchese del Grillo, in effetti);
Al di là della Babele delle differenze e dello spaccare in quattro il capello dell'ortodossia politica, gli slogan di solito erano cattivelli alquanto, o quanto meno disperati. Connessi col drastico "No future" dei Punk (anzi, il Naaahhh fiuuutaaar come lo pronunciavano in perfetto cockney i Sex Pistols, e nessuno nato più a sud di Brighton riusciva a pronunciarlo come loro) e col quasi tossico "Tutto subito" (un cortocircuito minimalista dello slogan "Siate realisti: chiedete l'impossibile" di 9 anni prima), invocavano la morte violenta di qualunque oppositore specie se borghese, l'appagamento ancestrale e utopico di ogni bisogno primario e secondario ("Riprendiamoci questo, riprendiamoci quello, ma soprattutto eliminiamo il concetto di denaro e di proprietà privata");
Anche il 1977 fu un movimento planetario, ma così frantumato e scollegato che ancora oggi quasi nessuno se n'è accorto;
Lungi dal cambiare qualcosa appena leggermente in meglio, il 1977 ha prodotto un quarto di secolo di riflusso, subdolo fenomeno di imbarbarimento dei rapporti sociali e di elogio sempre più serrato del look, della superficialità e dell'inconsistenza.
Giornalisti, scrittori, intellettuali vari, vi aspetterò al varco per tutto il 2007. Saprete parlare di quell'anno intricato e maledetto con la dovuta coerenza e profondità? O indulgerete alla solita matassa di luoghi comuni e frasi pret a porter?
NB: Io sono contrario ai link come un antico personaggio di Massimo Boldi era contrario alla pentola a pressione ("Un si pole 'ontrollà la 'ottura") ma per chi vuole saperne di più:
Ho solo l'imbarazzo della scelta perchè in realtà non dico il grande pubblico, ma anche il pubblico più minuscolo ignora fin la mia stessa esistenza in vita. Quindi, qualunque cosa dovessi dire di me sarebbe una clamorosa novità, presumibilmente accolta da strabuzzamenti di occhi, grida strozzate di meraviglia, financo scoreggine dettate da un improvviso rilassamento sfinterico da spiazzamento semantico.
Se proprio ne devo scegliere 5, direi che:
1. Mi piace David Bowie anche se non sono gay, Stevie Wonder anche se non sono cieco, Monica Bellucci anche se non sono una donna;
2. Non riesco mai ad addormentarmi se non ho enumerato tutte le formazioni della Fortitudo Fidenza e della Bagnolese dal campionato 1973-74 a tutt'oggi, e non so spiegarmene il perchè visto che si tratta di squadre insulse che non hanno ragione di esistere;
3. Non ho mai fumato una sigaretta in vita mia e per questo il WWF mi stressa da tempo per inserirmi fra le specie protette;
4. Ho avuto per le mani il mio primo pc nel 1982, e tuttora sono convinto che la parola "configurazione" indichi la strutturazione coreografica di un corpo di ballo bulgaro;
5. Considero l'Oltretorrente di Parma l'ombelico del mondo, l'inguine dell'Universo, il duodeno del Cosmo.
Spero che queste notizie vi consentano di formarvi un quadro organico, coerente e dotato di senso della mia personalità. Altrimenti pace, amici come prima.
Linko persone che sono state già abbondantemente linkate (del resto esiste la linkata d'assaggio e forse anche la linkata di cl, e certamente alla fine i più linkati si sentiranno degli enormi francobolli, ma è così che va la vita):
Da sinistra a destra: la saponificatrice di Correggio, il mostro di Rostov, il serial killer dell'italiano
Non è facile scriverne, le dita esitano sulla tastiera, stranamente gli errori di battitura si moltiplicano (con la vecchia lettera 32 c'era da buttar via tutto, adesso si rimedia in tempo reale) e quasi ti chiedi perchè lo fai.
E' anche difficile avere un'opinione, la mente si ribella e rifiuta di lavorare in modo logico, le spiegazioni sono tante e ognuna coglie un pezzo di realtà.
Ma fatti come quelli di Erba sono oltre i confini della realtà. O meglio, si collocano in una metà-realtà o pseudorealtà in cui valgono altre regole e altri valori che è difficile capire (come qualunque astrofisico sa che all'interno di un buco nero non vale più praticamente nessuna legge della fisica newtoniana, e bisogna chiedere aiuto a Einstein, Planck ed Eisenberg oppure rassegnarsi a non capire).
Si può abbozzare una spiegazione moralistica e condannare senza appello gli autori di un "crimine così efferato" (come sicuramente si esprimerebbero Michele Cucuzza o Gigi Marzullo); si può fare con il giovane tunisino con precedenti penali per spaccio la stessa spaccatura del capello in quattro che qualcuno ha fatto col signor Onofri, cercando anche una correità della vittima (se l'esercizio a qualcuno è riuscito col distinto e burbero direttore di un ufficio postale, vuoi che non riesca anche con un "mercante di morte"); si può superare la soglia dello sdegno e invocare esecuzioni sommarie o linciaggi all'interno del carcere, oppure apprezzare sommamente la compostezza con cui un uomo che ha perso in un colpo solo moglie, figlia e nipote perdona i massacratori; si può dare dell'idiota a Calderoli che strumentalizza un episodio che andrebbe trattato con ben altro equilibrio per scagliarsi contro Azouz, in un primo momento fortemente sospettato del massacro, e contro tutti gli immigrati islamici, salvo poi pretendere lui le scuse quando Azouz, dopo essere stato scagionato, gli dice tutto quello che l'80% degli italiani vorrebbe dirgli.
Ma sono sempre e comunque reazioni dettate dall'emotività e/o dal bisogno di riconoscersi in qualche sano stereotipo collettivo (tutto questo è frutto di una società malata; ci vuole la pena di morte; Azouz se l'è andata a cercare; solo Dio può giudicare; mandiamo tutti questi africani a casa; Calderoli va santificato; a Calderoli bisogna impedire di nuocere; Calderoli va mandato a cagare ecc. ecc. ecc.).
L'ho già detto a proposito di Tommasino Onofri, la cui barbara uccisione è stata eletta "notizia dell'anno" (laddove alla fine del 2007 mi piacerebbe che la notizia dell'anno fosse "dimezzata la disoccupazione", o "lancio di petali di rosa a Scampia e Secondigliano sulle forze dell'ordine", o "i siciliani mettono la mafia nel dimenticatoio"): trovo leggermente macabro e morboso tutto questo ossessivo gusto del particolare che la gente pretende ed i media generosamente danno.
Il gusto quasi compiaciuto di rivoltare come calzini i casi di cronaca nera (da Cogne a Parma, da Novi Ligure a Erba) per frugarne i più reconditi orifizi mi dà una tetra impressione di ritorno al Medio Evo.
Che in una ordinata cittadina brianzola si consumi una vendetta tribale forse premeditata o forse dettata da impulsi incontrollabilmente ancestrali (e a questo punto non so quale delle due ipotesi sia più inquietante) ci costringe a riflettere: perchè è vero, questi episodi non nascono dal nulla e non hanno attorno il vuoto pneumatico. Qualche addentellato tra questa "scheggia impazzita" e quella che nel titolo del post ho definito "la deriva entropica della convivenza" alla fine dev'esserci.
Che il progresso (le magnifiche sorti e progressive su cui Leopardi ironizzava già la bellezza di 170 anni fa) produca nuove isole di barbarie invece di una sempre maggiore civiltà, è quasi certo. Ovvio, non si può cercare un legame deterministico rigido fra questo tipo di società e il delitto di Erba. La saponificatrice Cianciulli operava in un'Italia agreste, operosa e fascista. E sull'efferatezza delle sue azioni direi che non esiste il minimo dubbio. E non mi risulta che nessuno abbia mai generalizzato dicendo che "i fascisti saponificavano i loro simili" (a differenza di quello che qualche anticomunista fece nel dopoguerra con alcuni casi di antropofagia in Unione Sovietica, o un più recente presidente del Consiglio con strane abitudini alimentari dei cinesi del resto ventilate anche da Daniele Luttazzi, alimentando la leggenda metropolitana ante litteram dei "comunisti che mangiano i bambini", il che dimostra che mediamente gli antifascisti sono un po' meno scemi degli anticomunisti).
Ma pur non cercando un legame deterministico (il più scacciato sociologo vi saprebbe spiegare benissimo che qualunque società moderna è troppo complessa per essere analizzata con i meccanismi del positivismo ottocentesco) la correlazione resta. Almeno non riduciamo tutto a un inesplicabile attacco di pazzia. Probabilmente non lo è stato.
Perchè la parola "sognatore" diventa ogni giorno di più sinonimo di illuso, disadattato, ingenuo, sprovveduto, sottosviluppato mentale e chi più ne ha più ne metta?
Perchè quando una quarantina d'anni fa Marthin Luther King pronunciò il suo discorso che si apriva con "I have a dream" molti lo considerarono un grande, moltissimi altri lo considerarono pericoloso, ma comunque tutti diedero credito a quel sogno, alcuni sperando e altri temendo che si realizzasse?
Perchè sembra che non ci sia più spazio per l'utopia, per la speranza, per l'immaginazione? Forse perchè ormai siamo talmente circondati e attraversati da miliardi di informazioni reali sul mondo reale, che non c'è più bisogno di sogno e fantasia?
Anche lo strumento che io sto usando per esprimermi e voi per leggermi ha le sue responsabilità: crea un mondo virtuale sì, ma fisicamente esistente: un virtuale che sconfina nel reale. Questo significa che si erode ogni giorno di più lo spazio per il virtuale pre-tecnologico e pre-informatico, lo spazio appunto del sogno (ad occhi aperti o chiusi), della fantasia, dell'immaginazione che il genere umano coltiva da quando ha raggiunto l'auto-coscienza (cioè in realtà da poche decine di migliaia di anni).
Tutto questo mi viene suscitato dall'ultimo bellissimo post di Chiara, alias L'Eterna Fanciulla, che ha il pregio di saper scrivere in presa diretta col proprio inconscio (e infatti è anche un'eccellente poetessa). Tutto si può dire di lei meno che non sia una donna concreta, ben salda nella vita reale, non certo una donna che si crea soddisfazioni fantastiche sostitutive di quelle che non sa procurarsi nella vita reale.
Eppure... eppure vedo con quanta religiosa dedizione coltiva uno spazio parallelo fatto di piccole sensazioni, di fantasia, di realtà alternativa. Vedo come si abbandona all'esperienza del sognare con totale voluttà (a 'sto punto leggetevelo anche voi quel post: http://moonrey.leonardo.it/blog/meravigliosi_sogni.html).
Non è vero che tutte le persone che sognano, che amano sognare, che coltivano uno spazio personale di "altra realtà" siano degli asociali che non sanno stare con gli altri: anzi, direi che è più facile che non sappiano stare con gli altri coloro che vivono banalmente ancorati alla pragmatica della vita quotidiana, nel caso avendo come valore dominante o unico l'accumulo di denaro, potere e segni esteriori del possesso dell'uno e dll'altro.
L'uomo o la donna che non sanno sognare rinunciano ad una delle specificità più alte dell'Homo Sapiens e sono solo degli scimmioni, molto evoluti e civilizzati magari, ma sempre scimmioni restano. Scimmioni tristi perchè convinti di essere sfuggiti alla loro condizione bestiale, mentre la incarnano in modo ancora più feroce. Scimmioni che hanno perso la grazia della gazzella, del leone, del lupo e nella loro compiaciuta goffaggine sono immensamente ridicoli e leggermente mostruosi. L'uomo che sa sognare ritrova la grazia dell'istintualità e torna in equilibrio col Cosmo.
"Non guardatemi così, io a modo mio sogno, seppellisco i miei morti e se potessi pagherei anche le tasse..."
E lascio volentieri la conclusione a Giovanni Lindo Ferretti e a uno dei suoi incubi paralessicali:
Sogni E Sintomi Del bisogno d'essere scaldato, d'essere nutrito del bisogno nostro di essere consolati frutto di una innocenza remota imbastardita stretta di carne accattivante nessuno può permettersi rimpianti nessuno può permettersi rimpianti mai che i sogni siano sintomi che i sogni siano segni sanno i sogni sanno i sogni sanno i sogni che parole sussurrate che stanno appiccicate in gola e possono strozzare meglio soffiarle parole pronunciate che stanno conficcate in gola e possono far male meglio lasciarle parole comandate che stanno conficcate in gola e possono strozzare meglio sputarle come un animale che non sa capire guardo il mondo con occhio lineare come un animale che non sa cos'è il dolore guardo il mondo con occhio lineare come un animale che non può capire guardo il mondo con occhio lineare come un animale nel tempo di morire cerco un posto che non si può trovare come un animale nel tempo di morire mi accontento di un posto in cui sostare come un animale nel tempo di morire... che i sogni siano sintomi che i sogni siano segni sanno i sogni sanno i sogni sanno i sogni che
A volte mi chiedo come fa lo staff di Beppe Grillo a passare al setaccio tra i 1000 e i 2000 commenti per ogni singolo post del guru strappato alla satira. C'è anche seriamente la possibilità che nessuno lo faccia, e che la massa dei commenti abbia un valore meramente quantitativo. Escludo che lo faccia lo stesso Grillo, che appena può ricorda lui per primo di essere assolutamente genovese, e quindi attento al tempo e al denaro, e alle varie trasformazioni lineari o non lineari dell'uno nell'altro. Forse c'è un pool di giovani intellettuali brufolosi e vergini, che eiaculano quando vedono un commento come quelli che a suo tempo scrivevo io (prima di mettermi in proprio) e restano impassibili alla massa ingente di commenti anonimi e banali. Forse c'è un complesso sistema di scansione robotizzata che passa oltre non appena legge parole o espressioni perifrastiche come "in sostanza", "al limite", "nella misura in cui", "czz", "culo", "bastardo", "infame", "scemo", "deficiente", mandando inoltre 2000 volts in direzione dell'IP da cui è partito il commento se il nome Beppe Grillo compare nelle vicinanze. Forse invece è Grillo stesso che ogni 2-3 giorni dà una scorsa rapida e sciamanica con fare da rabdomante, e sceglie a suo insindacabile giudizio i commenti più meritevoli, che premia con encomiastiche e-mail e inviti gratis al suo prossimo spettacolo (che data la sua genovesità è per l'appunto una concessione stratosferica).
Tutto questo per dire che io non ho di questi problemi: non devo nè scervellarmi in estenuanti ricerche nè straziarmi per distinguere il grano dal loglio. I pochi commenti che ricevo sono nella stragrande maggioranza migliori dei post che li suscitano, salvo qualche uscita estemporanea con l'encefalo dimenticato a casa.
In particolare, le mie psicotiche, arruffate, aggrovigliate, incomprensibili considerazioni sulla genesi dei blog, hanno partorito tre commenti ben dotati di grazia naturale e soffusi di equilibrio espressivo, a cura rispettivamente della fondatrice del movimento delle Texte Rosa, della più grande umorista del web e della misteriosa Miss Acrostico. Commenti che riporto senza commento ulteriore perchè danno benissimo l'idea di tre approcci diversi ma complementari all'universo blog. Diciamo Es, Io e Super-Io? Ma diciamolo, che tanto non costa nulla.
Es
Ma la cosa più importante è sempre... affontare quel viaggio... incamminarsi.... Come nell'avventura della vita... con lo stesso spirito di scoperta che ci può far vedere ogni cosa (vecchia e nuova) con un'ottica diversa e con... immensa meraviglia... Ecco perchè, più ricchi dentro o disperatamente spogliati dei nostri orpelli... alla fine ciò che conta è proprio lo scambio di visioni ed emozioni che riusciamo a trasmetterci... Dall'isola di White... per ora è tutto...
Io
Si parte senza preconcetti di carattere economico-sociale-fisico. Conta solo quel che dai in termini mentali. Lo trovo esaltante, anche se, personalmente, non mi piace né far finta di essere ciò che non sono, né prescindere da quel che fa parte di me. Ma questo, credo sia riconducibile ad un lato narcisista-egocentrico.
Comunque resta un 'esperienza sbalorditiva, a differenza delle chat, che trovo deprimenti.
Super-Io
Ho fatto un esperimento, di una settimana, nella natìa cittadina marchigiana: no internet, telefonino solo con numeri "obbligatori"... A parte una crisi d'astinenza per cui ho rintracciato un internet point e mi sono collegata per ben 10 minuti (in realtà il telefono lo avevo dimenticato, e dovevo avvisare alcuni "contatti obbligati"), il resto è stato poco traumatico, intervallato anche da pantagruelici banchetti che lasciano poco spazio alla velocità adsl. Quello che esalta è che ci sono persone (perché dietro ogni nick name, ogni blog, c'è comunque una persona) che fanno parte della nostra quotidianità, di cui sappiamo poco o tantissimo (credo che molte persone che mi conoscono per nick sanno di me più dei miei colleghi di lavoro...), che comunque "ascoltiamo", a cui dedichiamo tempo, che spesso ci fanno pensare, ci informano, esprimono pareri nuovi o superati... Ma che sappiamo esistere. Il web ne dà traccia.
Poco dopo aver pubblicato un post che poteva quasi sembrare il testamento spirituale di un blogger pentito, o non pentito, o pentito ma pentito di essersi pentito, sono stato bruscamente assalito da una maligna influenza, inizialmente travestita da innocuo raffreddore, a cui il mio fisico notoriamente da uomo bionico ha reagito con virulenza uguale e contraria senza poter evitare però di restare schienato per quattro giorni.
Che fra le due cose ci sia un collegamento è del tutto indubbio: poichè sia Wittgenstein che Sartre sostengono che il nesso causa-effetto su cui si regge tutta la cultura occidentale (e, di fatto, anche quella islamica) è un'allucinazione collettiva (Battiato in una delle sue allucinate canzoni della terza età artistica, maturità mi sembra troppo poco, sostiene con la complicità di Manlio Sgalambro che anche il denaro lo sia, e magari fosse vero), a questo punto vale la pena di limitarsi a pensare fideisticamente che, se due avvenimenti sono contigui nel tempo, eserciteranno una qualche attrazione gravitazionale reciproca l'uno sull'altro. (Pautasso e Rebaudengo, quando spiego per favore non chiacchierate che poi vi interrogo....).
Quindi, a due giorni da una complessa diatriba interplanetaria con gli abitanti di Titano che avevano bassamente impedito la pubblicazione completa di un mio post che ironizzava sul loro trascurabile satellite, eccomi alle prese con una ribellione (e qui le mie ricche coltivazioni della filosofia leopardiana mi vengono in soccorso) della natura matrigna contro un suo figliolo degenere, colpito da un complesso sistema di sintomi patologici (vulgo: influenza) proprio mentre si sentiva al vertice degli equilibri psicofisici.
Per l'italiano medio questo momento è auspicato e sognato fin dal momento in cui i tepori di inizio autunno lasciano il posto al ritorno delle condizioni climatiche venusiane che caratterizzano gli inverni della bassa padana, nel sogno di rubare qualche giorno di malattia per potersi magari dedicare sottobanco a più lucrose occupazioni quali insegnante privato di stenodattilografia o informatore della Questura; mentre per l'italiano anomalo atipico e anche leggermente acefalo che io incarno, l'arrivo dell'influenza è semplicemente una tragica negazione della propria libertà di movimento e autodeterminazione.
Ogni tanto poi la natura matrigna, che era dal 1999 che non si ricordava di te, ti molla in una volta tutti gli arretrati, con temperature da gorilla rosso del Borneo, disfunzioni gastrointestinali che fanno tornare alla luce la colomba pasquale della quale si erano perse misteriosamente le tracce dall'aprile 1995, carichi di catarro pesanti come le pieces teatrali di Carmelo Bene, colpi di tosse ondulatorio-sussultori che provocano preoccupate telefonate dei vicini alla Protezione Civile, allucinazioni in cui Prodi spiega esaurientemente e con fare accattivante la politica fiscale del suo governo.
Allora, nel viscido e ipocrita tepore delle coltri del tuo letto di dolore, immagini appena fuori dal tuo portone che passino
tutti i possibili e immaginabili treni che non dovresti assolutamente perdere,
le occasioni professionali che attendevi da tutta una vita,
Monica Bellucci che è finita sul tuo blog per un fantastico errore del suo motore di ricerca e stravede dalla voglia di conoscerti in tutti i sensi del termine incluso quello biblico,
Beppe Grillo e Rocco Siffredi che ti cercano per trasferirti le loro attività e ritirarsi a vita privata,
Stefano Benni e Michele Serra che vogliono proporti un seminario sul tema "Satira e gravi disturbi della personalità",
un funzionario dell'Intendenza di Finanza con tutti i rimborsi IRPEF che avresti dovuto chiedere ma che hai sempre omesso di esigere,
e ai brividi della febbre si uniscono sussulti incontrollabili di rabbia repressa che però, annullandosi a vicenda, ti producono uno stato di torpore catalettico che quanto meno ti aiutano a tirare sera.
Poi, dopo quattro giorni di lotta immane, proprio mentre la Kleenex ti telefona per cederti la quota di maggioranza come socio onorario benemerito, tutto sparisce,
e chi credeva con sollievo di essersi liberato di te deve rivedere tutti i suoi progetti.....
Prima, il mondo virtuale non esisteva. E' curioso cercare di ricordarselo, ma fino a poco più di 10 anni fa Internet non esisteva, o almeno non era entrata nelle nostre abitudini quotidiane. Nata negli anni sessanta come progetto del Dipartimento della Difesa degli United States of America per lo sviluppo di una rete telematica decentrata, è stata messa a disposizione di impieghi civili all'inizio degli anni novanta, collegando dapprima i principali centri universitari e raggiungendo poi, in modo ampio, l'utenza casalinga. Bella e quasi mitologica questa evoluzione, che parte da finalità ipocritamente "difensive" (ma in realtà non c'è bisogno di aver letto Guicciardini per sapere che la miglior difesa è sempre l'attacco), transita per le Università come centri di diffusione culturale, e finisce nel tinello di casa tua, anche se l'unica medaglia che hai è il medaglione Findus che tua moglie si ostina a cucinarti e il tuo livello di cultura sta all'Università come Toto Cutugno sta a Bruce Springsteen.
Una scoperta tecnologica "importante", usata dalla gente comune, perde la sua aura di sacralità e diventa altro, magari un po' si imbarbarisce e si involgarisce, però vivaddio diventa anche più umana e comprensibile.
E così nasce la Superbabilonia del 2000, una sconfinata città virtuale sogno e incubo delle genti di tutto il mondo, una città virtuale dove le menti più nobili convivono gomito a gomito con le personalità più laide, dove il professore può giocare a fare l'arrotino e l'arrotino il professore.
E dentro Babilonia si cominciano a costruire dei quartieri virtuali, che si chiamano siti; e presto si creano dei localini di tendenza, che si chiamano chat, molto diversi per stile e contenuti ma con un punto in comune, il fatto che il dialogo avvenga in tempo reale, e il fatto che il servizio possa mettere facilmente in contatto perfetti sconosciuti, generalmente in forma essenzialmente anonima.
Grazie ai motori di ricerca, per trovare informazioni non c'è più bisogno di bivaccare per mezze giornate in polverose biblioteche dove il libro che ti serve è quasi sempre all'ultimo piano nell'ultima scansia difeso pervicacemente da una allegra famigliola di scorpioni del Sahara.
Grazie ai motori di ricerca puoi scoprire che il tuo ex-compagno di liceo Lele Magagnini fa il giornalista (toh!), che l'avvenente Cinzia Rafanelli, esempio di deriva cromosomica di DNA svedese in piena Val Potenza, si è specializzata in lingue orientali e che tua cugina Guendalina Rinaldoni, da stalinista convinta che era, è passata a Forza Italia.
E nel 2001, coerentemente con le previsioni di Arthur C. Clarke e Stanley Kubrick, sbarca anche in Italia l'odissea nello spazio dei blog, questa volta con soli 4 anni di ritardo sugli United States of America rispetto ai 3 decenni di gap per l'arrivo di Internet (vedete che la tecnologia è in costante accelerazione? Nel quarto millennio uno scienziato penserà un'applicazione e la mattina dopo tutti i 49 miliardi di Terrestri se la troveranno sul tavolo del salotto che la vogliano o no...).
Il Blog è un luogo dove si può (virtualmente) stare insieme agli altri e dove in genere si può esprimere liberamente la propria opinione. È un sito (web), gestito in modo autonomo dove si tiene traccia (log) dei pensieri; quasi una sorta di diario personale. Ciascuno vi scrive, in tempo reale, le proprie idee e riflessioni. In questo luogo cibernetico si possono pubblicare notizie, informazioni e storie di ogni genere, aggiungendo, se si vuole, anche dei link a siti di proprio interesse: a volte mettere i pensieri in rete ha un effetto fortemente terapeutico, altre volte accentua ulteriormente i disordini di pensiero del blogger. Come e quando succede una cosa piuttosto che l'altra, nin zò (direbbe Martufello).
Tramite il Blog si viene in contatto con persone lontane fisicamente ma spesso vicine alle proprie idee e ai propri punti di vista. Con esse si condividono i pensieri, le riflessioni su diverse situazioni poiché raramente si tratta di siti mono-tematici. Si può esprimere la propria creatività liberamente, interagendo in modo diretto con gli altri blogger. E insomma, questa mi sembra una cosa eccezionale: non essere limitati nella ricerca di amici e sodali da fattori di vicinanza logistica. In questo momento per esempio il mio blog fa parte di un arcipelago con schegge a Biella, Pistoia, Roma, Napoli e un imprecisato luogo della Lombardia che forse è Milano ma provvisoriamente potremmo denominare Acrostic City.
Non siamo al livello di certe folli serate di fine secolo su ICQ dove ti trovavi tra l'australiano appena alzato, il californiano tornato dal lavoro e il giapponese che con cerimoniosità tutta nipponica si scusava perchè se non andava a letto il giorno dopo il caporeparto gli faceva fare harakiri in sala mensa. Ma viene anche da dire che le room di ICQ erano e sono talmente culturalmente eterogenee che il livello di estraneità resta sostanzialmente alto e non si riescono a creare delle vere "intese". Poi bisogna cavarsela con le lingue, e questo non è alla portata di tutti.
Wikipedia elenca ben 14 tipi di blog ma probabilmente la tipologia è molto più ampia: ogni blog fa storia a sè e partecipa di svariate categorie o fa riferimento a più contesti di appartenenza: la distinzione forse più significativa è quella tra blog ego-centrati (in cui il blogger parla più o meno spudoratamente di sè ignorando che esistono altri 5.999.999.999 cittadini del mondo che contano come o più di lui) e blog etero-centrati (in cui il blogger, spesso timido e discreto o comunque convinto di non essere, di suo, nulla di speciale lascia scarsi o nessun indizio su di sè e parla del mondo esterno con più o meno alte curiosità e passione). Ma ovviamente esistono tutta una serie di transizioni e intrecci complessi: molti blog apparentemente etero-centrati sono palesemente influenzati dalla personalità dell'estensore, che guarda il mondo con un'ottica tutta soggettiva magari considerandola peraltro l'unica possibile; così come molti blog apparentemente auto-centrati in realtà non ci dicono nulla del blogger che li crea perchè in realtà la parola "Io" viene usata in senso puramente romanzesco per dar vita a personaggi di pura fantasia.
Quello che è certo è che l'universo dei blog è quanto di più vicino all'utopia della libera creazione espressiva (e magari artistica) che mente d'uomo potesse immaginare.
E sicuramente si tratta di un universo in cui titoli, onorificenze, privilegi non contano nulla perchè si parte tutti dallo stesso livello con la sola risorsa della propria intelligenza. Alla fine del viaggio ci si può trovare molto più ricchi dentro, o disperatamente nudi con le proprie contraddizioni svelate e sparse irreparabilmente ai quattro venti.......
Visto che sembra che ci sia una cospirazione a licenziare posts (plurale, son più d'uno) di argomento francamente erotico, mentre cari amici dall'illustre passato artistico-culturale si fanno fotografare "nature" (però dalla vita in su; io se dovessi fare questa scelta propenderei per un'inquadratura dalla vita in giù perchè sopra la cintola, via, non sono un Adone, mentre da lì in giù qualcosa di interessante c'è ancora rimasto...), io con la mia solita umiltà (perchè mi stia crescendo il naso come a Pinocchio proprio non so...) lascio la parola al professore emerito Francesco Guccini che ci diplomerà in canti e vino qui all'alba in Via Fabbri 43.
[Parlato] Volete del gran sesso...è richiesto a piene mani, a veh, se volete ve lo do. La canzone sul sesso non è una vera canzone, per chi non la conosce... è un blues parlato, è un talking blues che... parla di questo problema che, chi più, chi meno, ci attanaglia tutti. Io fui attanagliato dal problema del sesso una volta, mi sembra nel... '52, però ne conservo buona memoria, ancora, per poterne parlare...
Se c'è una cosa di moda adesso, fatto sicuro è proprio il sesso;
[parlato] quello a vagoni...
anche Alighieri col sesso prendo, e la "Divina Commedia" a dispense vendo: "la carne in fiamme, peccatori e peccatrici, sensazioni paradisiache!"
[parlato] E vendono, eh? Ma moltissimo!
Comunque alla scuola media statale hanno iniziato un piano di educazione sessuale: sembra impossibile, eppure è vero, ed è voluto dal Ministero.
[parlato] Non ci credete? Andate e vedete, hanno già stanziato due miliardi per comperare i cavoli!
Ma questo fatto dell' educazione non è ben visto dalla nazione: "morte alla pillola atea e nociva! Per l' aspirina si gridi evviva!"
[parlato] Che poi fa lo stesso effetto: non bisogna prenderla prima o dopo, bisogna prenderla... "invece"! E passano anche quei noiosi mal di testa...come disse Maria Antonietta...
Italia per bene, sii sveglia, sii desta, intendi l'orecchio, solleva la testa! Ah, ah... I giovani d' oggi han scoperto, vergogna, chi porta i bambini, non è la cicogna!
[parlato] Vedo sempre dei visi meravigliati a questo punto. Io non lo so come sia.. Fatto anticattolico e comunista! Il ministero delle cicogne è in crisi!
Ho visto in giro un pìo proclama che al religioso buon sess... eh, buon senso chiama. Fare l' amore fa male al cuore! Dov' entra il sesso, metaforicamente parlando, entra il dottore!
[parlato] E non si parli soprattutto di antifecondativi! Visto che i bimbi nascono sotto ai cavoli, al massimo di anticrittogamici! Ma c'è sempre qualcosa che dà un dolore... a qualcuno...
La corruzione, quand'è iniziata, non c'è più niente che può fermarla...
[parlato] E lì, dice: facile... uno comincia e poi non smette più, capisc mia... è difficilissimo fermarlo. Degli amici, delle sere, trattenuti per le spalle: "Do... ma dove vuoi andare?" "Io ci vado, io ci va..." "Ma no... sta' con noi..." "No... no..." Così, scene terrificanti, veramente. No, capisci... uno comincia con quelle cose leggere che fa verso i sedici-diciassette anni, poi si abitua, prende il vizio e non c'è più niente da fare, eh? Diventa un drogato. E dà l' assuefazione! Dà: perdita della memoria, perdita dei riflessi, poca voglia di lavorare e vengon dei buchi così... della pelle, da tutte le parti: un mio amico li ha avuti... E poi che faccia male è verissimo: c'è stato un rapporto americano, tipo quello sul fumo. Avete... sapete quel famoso rapporto sulle sigarette? Dice che scopare fa male da morire. I dottori consigliano di farlo... almeno col filtro. Dice... si sente un po' meno, però... la salute ne guadagna!
La corruzione quand' è iniziata non c'è più niente che può fermarla: tutti di sesso siamo ammalati ed al divorzio si è già arrivati!
[parlato] "Ciò che Dio unisce l' uomo non sciolga!" Cioè, è molto meglio un pìo colpo di pistola, che col fatto del delitto d'onore con un mese e mezzo sei fuori e te ne fotti!
E quindi uniamoci gridando al mondo: "a morte il sesso, serpente immondo! Basta l'amore! Fate la guerra... sano rimedio per questa terra... Non più sovrappopolazione! Non più divorzi! La coscienza è a posto! E ci penseranno i superstiti...
Prodi protesta ufficialmente contro la pena di morte e dall'Iraq si sente rispondere "Tacete voi, che avete giustiziato Mussolini dopo un processo di un'ora".
Parecchi osservatori, commentatori, opinionisti, o comunque persone a vario titolo abilitate a spargere il loro pensiero sulle pagine dei giornali hanno già fatto notare l'inadeguatezza di un simile paragone.
Ma si sa, noi italiani siamo abituati e anche forse leggermente rassegnati a subire luoghi comuni e inesattezze: siamo tutti mafiosi, piccoli cicciotti e bruni di capelli e carnagione, suoniamo il mandolino dalla mattina alla sera e ci abbuffiamo di maccheroni e pizza. Mai nessuno che incontrandomi all'estero mi abbia detto "Italia Leonardo Ferrari Colosseo Michelangelo Pirandello"; mai nessuno che all'estero quando nomino Parma eviti di chiedermi "Vicino Roma?" immaginandosi una nazioncina tipo Lussemburgo con le città talmente vicine che i taxisti di Milano finiscono il turno a Olbia.
Quindi accettiamo anche questa grossolanità evitando sterili querelles diplomatiche all'insegna del "Io non accetto, sa?", o vili ritorsioni quali mandargli in tournè Adriano Pappalardo e Sandro Giacobbe.
Mussolini fu catturato, sommariamente processato e ucciso quando l'Italia era nel caos, con le truppe tedesche che seminavano terrore contro gli italiani traditori e il paese spaccato in tre fra chi preferiva mettersi in gioco nella lotta partigiana, chi sceglieva la lealtà alla Repubblica Sociale e chi "ma io non mi sono mai interessato di politica, che succeda quel che deve succedere...". Indipendentemente dalla valutazione etico-morale che si vuole dare, si trattò di un atto di guerra. Il duce era per certi versi un uomo allo sbando (un po' meno di Saddam, però...) ma era potenzialmente ancora molto forte e influente. Il povero Saddam Hussein, mi viene proprio da chiamarlo così, era prigioniero da tre anni e altro che allo sbando, non esisteva più come essere umano.
Un conto è giustiziare un tiranno ancora in grado di nuocere; e un conto è vendicarsi contro un tiranno che è guccinianamente "sopravvissuto a sè stesso".
Quattro immagini che mostrano le varie attrattive di Titano
Se credete di indovinarci tracce di metano mandatemi un'e-mail...
E' inutile, non posso farci nulla: pur facendo un uso assolutamente modico di alcolici e non avendo mai fatto uso di droghe psichedeliche, la mia fantasia è comunque quella di un pluritossicomane con le sinapsi completamente fuse ed i neuroni che vagabondano per la scatola cranica cercando asilo politico.
La scoperta di laghi di metano su Titano ha sconvolto la mia giornata: non riesco più a dedicarmi ad alcuna attività intelligente, originale, creativa o sia pur produttiva (vedi il post precedente). Tra l'altro, la notizia gettata là così, nuda e cruda, senza uno straccio di commento, con solo due foto molto belle (ma peraltro molto meno belle di quelle della mia paziente lettrice Chiara in piena fase di estrinsecazione toracica) costringe il misero navigatore del Web a penose peripezie per saperne di più.
Io con la mia multiforme preparazione in tutte le branche dello scibile umano credevo di mio che Titano fosse un satellite di Urano. E invece no, mi aveva tradito l'assonanza, altrimenti la Terra avrebbe un satellite di nome Volterra, Marte due lune di nome Prendilarte e Mettiladaparte, e Mercurio giustamente non ne ha perchè sarebbe complicato fare la rima. In realtà Titano è un satellite di Saturno, non ha nulla a che vedere con San Marino, col Titanic o con Giuliano Ferrara.
(Questo invece è il monte Titano e di metano c'è solo quello rilasciato dall'esiguo numero di veicoli che ne percorrono le pendici)
Saturno è la cosa più simile a Berlusconi esistente fuori del nostro pianeta: una tronfia e roboante sfera circondata da un babelico codazzo di anelli, pianetini, scarti di rottamazione, stampanti usate, vecchi parrucchini di Elton John, satelliti reali artificiali e metà e metà, articoli cestinati di Giorgio Bocca, questuanti postulanti parassiti e cugini del cognato del commercialista della massaggiatrice.
Tra loro, piccolo Confalonieri o Galliani o Apicella della situazione (fate voi quale dei tre regge meglio la metafora) ecco ergersi in tutto il suo splendore l'inconfondibile sagoma di Titano.
Come si evince dalla presentazione di questo post, Titano potrebbe essere un pianeta di suo (ne ha la struttura e le dimensioni, anzi sembra ricordare la Terra prima che fosse afflitta da vari malanni legati all'età, tra cui la comparsa del Genere Umano) ma preferisce brillare di luce riflessa accanto ad un pianeta talmente grande che (chiunque se ne intenda un po' di astronomia lo sa) assomiglia più a un astro mal riuscito che a un pianeta "roccioso": insomma, è una grande concentrazione di gas tenuti insieme dalla gravità, ma di roba solida e sostanziosa ghe n'è minga....
Un po' invidioso della fama di Saturno-Berlusconi, Titano cerca allora di stupire gli osservatori del Sistema Solare con costosi e complessi effetti speciali: quando segna la squadra locale nel derby con Giove gira per sei giorni in maniera retrograda, quando Saturno subisce l'attacco proditorio di qualche cometa dà la colpa ai Comunisti Galattici di Proxima Centauri (e Pippo Franco chioserebbe "La proxima volta je meno...").
Ma il problema è: cosa se ne fa Titano di oceani di metano? Ha problemi di impatto ambientale, non può permettersi paludi di ammoniaca come Venere o altipiani di feci di gnu come Plutone (ho inventato, spero non se ne accorga nessuno....)? I titaniani sono molto freddolosi? Amano viaggiare piano piano con una ripresa ridicola e possibilmente due bombolone sul tetto?
Perchè a causa delle smanie di protagonismo di un satellite del quale molti ignoravano l'esistenza le risorse energetiche del Sistema Solare devono subire questa grottesca sperequazione?
P.S. I vendicativi abitanti di Titano hanno operato su questo post una censura preventiva lasciando intatta la parte iniziale e cassando completamente la parte successiva in cui mi esibivo in evoluzioni comico-satiriche degne di Jonathan Swift (solo ora ripristinata nella sua abbacinante bellezza). Dichiaro guerra ai titaniani, chi mi ama mi segua. Ovviamente se state leggendo questo scritto significa che la resistenza dei titaniani è stata aggirata dalla mia perseveranza, per cui non dichiarerò loro guerra e mi limiterò a inondarli di navicelle-kamikaze cariche di cd di Pupo.
Una veduta della piazza principale di Titanopoli: notare la vorticosità della vita sociale.
Nota dell'estensore del blog: trattasi di post già pubblicato poco più di due mesi fa ma che per motivi soggettivi e ingiustificati ho voglia di riproporre.
A volte mi capita di chiedermi il significato di parole o concetti quotidianamente usati e un po' mi diverto a trovare significati ogni giorno un po' diversi. Non è che questo esercizio si possa fare di continuo: la vita ci chiede spesso e volentieri tutta una serie di automatismi mentali, comportamentali e relazionali senza i quali la vita sociale sarebbe una bolgia ingovernabile. Se un giudice nel bel mezzo di un processo; uno psicoanalista nel bel mezzo di una seduta; un marine nel bel mezzo di un attacco; una rockstar di 62-63 anni ridotta come una mummia egizia nel bel mezzo di un assolo si chiedessero all'unisono "Czz sto facendo io qui?" l'ordine costituito imploderebbe nel giro di pochi secondi. Meglio di no!
Ma si sa che i blog sono, almeno potenzialmente (e poi ciascuno se li disegna struttura e gestisce come meglio gli pare) degli anodini asettici e neutri pensatoi dove ci si ritira dal rumoroso e caotico mondo esterno e si riflette su sè stessi e sulla realtà come ci sembra di capirla.
Cos'è l'intelligenza? Cosa distingue una persona intelligente? A volte in questi casi l'etimologia viene in aiuto, altre volte no. Intelligere in latino significa capire, e a sua volta intelligere è composta da intus+legere, insomma "leggere dentro".
Vale a dire, con una lettura quasi tautologica, che la persona intelligente è quella che capisce, legge dentro, va in profondità. Non mi basta, e ho il sospetto che questo significato della parola "intelligenza" implichi una visione della realtà di tipo meccanicistico: la realtà c'è, è là fuori, basta allungare una mano per toccarla, allungare un piede per entrarci.
Ma come dice Von Foerster, "un albero che cade nella foresta produce rumore solo se c'è un orecchio nelle vicinanze", altrimenti produce solo delle insignificanti onde acustiche che vengono perdute. La realtà esiste perchè noi la costruiamo. E oltre a costruirla la legittimiamo.
Se adesso mio nonno Romolo morto nel lontano 1939 potesse tornare in vita e mi vedesse in questo preciso momento farebbe una fatica enorme a capire quello che sto facendo; da quell'uomo curioso e ingegnoso che doveva essere stato, mi tempesterebbe di domande a molte delle quali non saprei rispondere, ad altre risponderei in modo per lui incomprensibile, ad altre ancora risponderei in modo tale da provocargli ulteriori domande. Morale: io considererei il nonno un colossale rompiballe, e lui avrebbe una ben misera visione della mia salute mentale. La sua realtà agricola prebellica avrebbe ben pochi addentellati con la mia realtà del terzo millennio, e forse potremmo parlare solo di sentimenti ed emozioni (quelle si mantengono costanti) o forse nemmeno di quelli perchè comunque le parole sono cambiate, o le stesse parole vengono usate in modo diverso.
Allora al diavolo l'etimologia, a me sembra che l'intelligenza abbia più a che fare con la capacità di risolvere problemi e di affrontare l'imprevisto in modo costruttivo (senza farsi invadere dal panico e senza regredire dal registro razionale a quello emozionale del bambino che aspettava il trenino e trova il carbone).
Non si tratta di "leggere dentro" per scoprire arcani misteri e sentirsi così un po' più uguali a Dio. No! Si tratta piuttosto di mettere insieme, collegare, stabilire legami logici, organizzare una massa di percezioni & informazioni ogni giorno più ingente.
Prendiamo tre grandissimi pensatori: in ordine di apparizione Marx, Freud ed Einstein.
In modi diversi, tutti e tre hanno riletto in maniera piuttosto globale, anzi a questo punto direi proprio "riscritto" intere pagine di ciò che fino allora sembrava sacrosanto pacifico e acquisito.
Perchè il progresso non produceva maggiore armonia sociale? Perchè lo sviluppo dell'educazione e dell'informazione non rendeva le persone più felici ma anzi le faceva ammalare? Perchè il pianeta Mercurio certe volte saltabeccava dalla sua orbita prendendo per il culo Isaac Newton e la sua teoria della gravitazione universale?
A questi problemi nessuno dei tre ha risposto con le armi del banale buon senso.
Non sono stati semplicemente "intelligenti", se "essere intelligenti" a pensarci bene può voler dire capire come conviene muoversi per sopravvivere tra i vincoli e le risorse che ci circondano e non essere nè il nano delle nostre paure nè il gigante dei nostri sogni.
Sono stati originali e creativi: e per essere queste due cose non basta limitarsi a dire "Non è così, è in tutto un altro modo". Quella è semplice ribellione, sindrome del bastian contrario e, qualora diventi insistente e reiterata, pazzia vera e propria.
Torniamo all'etimo, che un po' aiuta e un po' confonde le idee, ma vediamo un po'. Originale viene da "origine", quindi inizio, partenza, avvio. Originale è una parola "a doppia entrata", un po' come "responsabile" che può indicare sia una persona della quale fidarsi e alla quale affideresti volentieri le tue chiavi di casa e la tua figlia minorenne, sia l'autore di qualche atroce misfatto.
Originale può avere un senso retrospettivo, la prima versione di una canzone famosa o la prima stesura di un romanzo; o un senso attuale, colui che apre una strada nuova tale per cui, appunto, gli altri non potranno che copiarlo. "Originèl" in parmigiano è per altro sinonimo di pazzo furioso, e questo vuol dire che solo il successo delle proprie idee, e il progressivo loro riconoscimento da parte della comunità scientifica o culturale, ci salverà da un'etichetta di pericolosi alienati mentali.
"Creativo" è una parola ancora più ambiziosa perchè allude in qualche modo ad un processo che ha qualcosa a che vedere con come Dio Padre un bel giorno decise di mettere ordine nel caos primordiale. Come osserva sagacemente Bateson nel suo "Mente e natura" Dio non trasse le cose dal nulla ma diede ordine, significato e ridondanza a qualcosa che, senza il suo intervento, sarebbe rimasto amorfo. Insomma, non lavorò sulla materia ma sull'informazione. Era un gran cibernetico, insomma.
Così, a fortiori, l'uomo moderno. Apparentemente tutto è stato già detto, scritto e pensato. Ma ancora oggi si possono disporre le idee in modo diverso e collegarle, appunto, in maniera creativa e originale.
Ma chi ha letto bene il titoletto di questo post vedrà che manca all'appello il quarto termine della prolusione: la "produttività".
E qui parafrasiamo Marx e sosteniamo che la creatività (che può essere originale ma a volte può non esserlo in maniera troppo vistosa) sta alla produttività come il possesso e la coscienza dei propri mezzi e delle proprie risorse sta al fenomeno della "alienazione".
Spesso a un giornalista, a uno psicologo, a un avvocato, per non parlare di un fattorino o di un operaio generico, viene semplicemente chiesto di essere "produttivo": erogare un tot di prestazioni standard nel tempo dato senza rompere troppo i coglioni. Non occorre alcuna intelligenza, tanto meno originalità e Dio ce ne scampi e liberi dalla creatività, per fare questo: anzi si consiglia di scollegare il cervello e riprodurre ad infinitum schemi precotti e spesso già digeriti ed evacuati.
Quello che mi fa angoscia è che questa "maledizione della produttività" in alcuni casi scantona dal campo del lavoro e sguscia tra le emozioni e i rapporti sociali:
produttività erotica (numero di partner accumulati con relativa tacca sulla sponda del letto; numero di orgasmi avuti e fatti avere; percentuale di individui che cedono immediatamente alle mie strategie seduttive ormai talmente automatiche da aver perso qualunque parvenza di comunicazione e rassomigliare più ad induzioni ipnotiche)
produttività educativa (quanto è piena la giornata dei miei figli fra corsi di tennis, lezioni di informatica, ginnastica correttiva e altri pesanti attentati alla loro autodeterminazione)
produttività didattica (mettere in pratica tutte le cazzate della riforma-Moratti controllando bene che le esigenze dei singoli allievi non alterino il regolare espletarsi delle attività)
produttività gastronomica (cfr. Burghy e Mc Donald's): far mangiare il maggior numero di persone nel minor tempo possibile così che gli manchi il tempo materiale di capire come li stiamo intossicando.
La storia siamo noi, nessuno si senta offeso Siamo noi questo prato di aghi sotto al cielo. La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso. La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare, Questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio così duro da masticare. E poi ti dicono: "Tutti sono uguali, Tutti rubano alla stessa maniera" Ma è solo un modo per convincerti A restare chiuso dentro casa quando viene la sera; Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone La storia entra dentro le stanze, le brucia, La storia dà torto e dà ragione. La storia siamo noi. Siamo noi che scriviamo le lettere Siamo noi che abbiamo tutto da vincere e tutto da perdere. E poi la gente [Perché è la gente che fa la storia] Quando si tratta di scegliere e di andare Te la ritrovi tutta con gli occhi aperti Che sanno benissimo cosa fare: Quelli che hanno letto milioni di libri E quelli che non sanno nemmeno parlare; Ed è per questo che la storia dà i brividi, Perché nessuno la può fermare. La storia siamo noi, siamo noi padri e figli, Siamo noi, bella ciao, che partiamo La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano. La storia siamo noi, Siamo noi questo piatto di grano.
(Francesco de Gregori)
Da quando con la preziosa collaborazione di Osvaldo Contenti sono giunto alla conclusione che le canzoni sono dei mantra, non mi stupisco più che a volte ci sia più realtà in un prodotto dell'umano ingegno che nella realtà stessa, che a volte sembra diventare sempre più virtuale.
Nel momento in cui un feroce dittatore viene processato e condannato a morte, e nel momento in cui il suddetto tiranno non riesce ad evitare la frase fatta "La storia mi assolverà", vale la pena chiedersi, due punti aperte virgolette, Cos'è la Storia?
Secondo la concezione moderna, la storia è una scienza, una scienza non esatta (al contrario delle scienze esatte come la logica e la matematica, e forse non ce ne sono altre), che non riposa su un sistema ben definito di assiomi, e soprattutto che non può fare esperimenti e, se li fa, li fa sulla pelle di milioni di persone che non hanno mai accettato o firmato alcuna liberatoria per fungere da cavie.
La storia quindi descrive e non interpreta, a differenza della filosofia e della religione. Quindi non può nè assolvere nè condannare, a differenza della religione cristiana che riconoscerebbe l'assoluzione anche al più truce carnefice nel momento in cui fosse sinceramente pentito delle sue malefatte (e sulla sincerità del pentimento si suppone che esistano parametri di giudizio, come dire?, abbastanza sovrumani).
La realtà è che, in 5 millenni di storia propriamente intesa (facendo coincidere l'inizio della storia con la comparsa delle prime città e quindi della scienza della polis, la famigerata "politica") i governi civili e illuminati sono stati un'esigua minoranza, come le persone "belle" in un mare di soggetti che vanno dal bruttino con un suo charme all'orrendo senza charme alcuno.
E la realtà è anche che qualunque tiranno avrà degli argomenti da usare (ma quando potrebbe usarli nessuno gli chiederà, e quando glieli chiederanno sarà troppo tardi per usarli) per spiegare che lui e il suo regime erano voluti dal popolo (che lo sapesse o no), da Dio, dalla sicurezza della nazione e che non esistevano alternative.
Se poi, dall'altra parte della barricata, c'è la superpotenza per antonomasia che, per bocca del suo massimo rappresentante, condanna a morte il dittatore all'atto stesso della sua cattura (in spregio di qualunque considerazione di diritto internazionale che avrebbe dovuto trovare negli United States of America i suoi più fervidi sostenitori, ma l'uso di un tempo passato indica la non plausibilità dell'ipotesi, o come direbbe Fantozzi "non c'è speransa"), allora i giudici non si trovano su un piano logicamente, moralmente e culturalmente superiore al giudicato, ma sono coinvolti insieme a lui in un gioco tribale di applicazione della biblica "legge del taglione".
E meno male che il tiranno non è stato trucidato direttamente nella tana da topo dove era stato snidato, altrimenti se ne sarebbe fatto un imperituro santino della causa della Rivoluzione Islamica, cosa della quale ben pochi se non nessuno avvertivano il bisogno.
Che poi Bush, approfittando anche della grossolanità semantica della lingua inglese, sostenga che il destino di Saddam è "un affare del popolo iracheno" non è che un ennesimo esercizio di ipocrisia del vincitore sul vinto. L'America non si prende neanche la responsabilità di formulare una condanna e la lascia al suo protettorato iracheno. Perfetto.
Ne è venuta fuori quella che Vittorio Zucconi ha definito "una grottesca caricatura del processo di Norimberga". La logica e la morale dicevano che Saddam avrebbe dovuto essere giudicato da un tribunale internazionale. Siccome Saddam non si chiama nè Berlusconi nè Previti nè Dell'Utri non ha potuto neanche invocare la legittima suspicione e chiedere di essere giudicato a Perugia o Catanzaro. Nello scarso rispetto per i suoi giudici, peraltro, non ha fatto rimpiangere gli originali.
La sua morte ha una sua fatale ineluttabilità storica. Ma è altrettanto vero che essa non riporterà in vita uno solo degli oppositori trucidati senza nessun tipo di processo (serio o farsesco che fosse) e non restituirà all'Iraq un solo giorno perso sotto la dittatura. Come è altrettanto vero che Saddam poteva essere fermato da Bush Senior (ma non lo fu. Chi ha ragione tra i due?) 15 anni fa.
Ma perchè noi esseri umani dobbiamo sempre coniare delle metafore mistificatorie ed inesatte?
Perchè vogliamo sentirci dei primati come plurale di primato piuttosto che di primate? Perchè senza metafore il mondo è buio ed è tutto pianto e digrignar di denti? Perchè le metafore sono alla base del sogno, della poesia e dello humour (l'ha detto gregory Bateson, mica Gino Bramieri...)? Perchè le metafore permettono di saltabeccare fra molteplici livelli di significato in un gustoso ottovolante semantico? Perchè le metafore spiazzano? Boh....
Dire "L'anno sta finendo" è un non senso astronomico, logico, gnoseologico e socioculturale, mettiamoci anche ludico e gastronomico che non c'entrano nulla ma suonano bene.
L'estate certo che finisce, all'improvviso si sente un po' troppo frescolino con le maniche corte e ci si porta dietro il vecchio golfino che dal 1989 ogni anno è simbolo del ritorno dell'autunno. E per nove mesi non se ne parla più.
Un amore certo che finisce, ci si restituiscono i regali (a meno che non si tratti di una coppia molto povera per cui la maggior parte degli stessi sono già stati venduti o impegnati, quindi si compiono restituzioni simboliche come quelle di lettere, libri di Pavese assolutamente senza mercato, CD di Claudio Lolli vedi sopra ecc. ecc., per la lampada stile Liberty non c'è più speranza...), si dicono le cose che erano mesi che si volevano dire poi ci si pente di averle dette poi ci si pente di essersi pentiti, si ricomincia a frequentare i vecchi posti e ci si infogna di nuovo nel giro di due-tre settimane.
Una partita a qualsiasi gioco certo che finisce, comprese le elezioni, anche se c'è sempre qualcuno (di solito di estrazione padana) che nega questo fatto urlacchiando "Non vale, si rifa", rigorosamente senza accento. Ignorando le obiezioni del bambino dell'asilo, si contano i punti e si aggiorna la classifica.
Un giorno certo che finisce, lascia il posto alla notte e può concludersi con opportuno esamino di coscienza e magari preghierina alla Madonnina di Fontanellato per i più osservanti.
Una trasmissione di Luca Giurato o di Gigi Marzullo certo che finisce, e ci lascia in uno stato di torpore comatoso, quasi increduli della buona notizia.
Ma un anno?
Finisce forse nel senso profondo e latente che per le feste natalizie ci si dà in modo talmente smodato e smoderato a stravizi enogastronomici e magari pornoerotici che col primo gennaio si riparte da capo virtualmente dimezzati nelle energie, raddoppiati nel peso e con un guardaroba tutto da mandare ad allargare? OK, concediamolo, ma cosa c'entra l'anno?
Finisce forse nel senso che col solstizio le giornate raggiungono la loro minima estensione e poi cominciano ad allungarsi? Ci potrebbe anche stare, ma allora facciamolo finire il 21 dicembre e non il 31, che non significa nulla.
O altrimenti, un'idea di enorme portata storico-religiosa fulmina i miei contorti neuroni, perchè non far cominciare tutto dal 25 dicembre, visto che gli anni, i secoli e i millenni si contano da lì? O è un trucco furbetto per fare una festa in più, anzi due in più se contiamo la Befana? O tre in più se ci mettiamo anche S. Ilario patrono di Parma che cade il 13 gennaio (la nostra astuzia è proverbiale)?
Ma non è finita...
Per giustificare allegoricamente la giornata di festa, la chiesa cristiana denomina il 1° gennaio "Circoncisione di Nostro Signore". Ora, fra stasera e domani, quanti di voi si telefoneranno o si manderanno sms, mms, e-mail, ssff, spqr, bigliettini augurali con la formula "Buona Circoncisione?". A Napoli e dintorni si rischierebbero salacissime risposte su chi della famiglia dell'augurante andrebbe circonciso...
Ci mettiamo anche la Befana? Cosa c'entra la progenitrice della Rita Levi Montalcini con l'Epifania, nobile e forbitissima parola greca quasi prima cugina dell'Eucaristia (e cugina del commercialista dell'Entropia) che sta ad indicare la manifestazione in Gesù della sua natura divina? Ma dico, abbiamo voglia di scherzare?
(Disse Berlusconi a Bondi, ma non era un complimento...)
Il mantra si può considerare come un suono in grado di liberare la mente dai pensieri. Una specie di bidone aspiratutto psichico, o un comando reset pretecnologico, comunque un qualcosa atto a ricreare condizioni di pace, igiene mentale, pulizia e ordine laddove regnava una certa qual confusione. OK, e fin qui ci siamo...
Sostanzialmente consiste in una formula (una o più sillabe, o lettere o frasi), generalmente in Sanscrito, che vengono ripetute per un certo numero di volte al fine di ottenere un determinato effetto, principalmente a livello mentale, ma anche, seppur in maniera ridotta, a livello fisico ed energetico. Qui però il discorso si complica. E chi non conosce il sanscrito (cioè, temo, il 99,9 periodico della popolazione mondiale) può accedere lo stesso a questo tipo di esperienza? E volendo andare sull'operativo, il sanscrito viene sostituito meglio dal bergamasco, dal barese, dalle cantilene dei pastori del Gennargentu, dai vocalizzi multitonali del compianto Demetrio Stratos? Ah. saperlo, saperlo...
Esistono moltissimi mantra per gli scopi più diversi; la maggior parte sono in sanscrito, ma ne esistono anche in altre lingue. Il mantra più conosciuto è il mantra Om (AUM). No, AUM me la ricordo benissimo, è una canzone dei Delirium portata al Disco per l'Estate 1972 pochi mesi dopo il clamoroso successo di "Jezahel", non confondiamo il sacro col profano...
In Tibet, molti buddhisti incidono i mantra nella roccia come forma di devozione.
"Piero si tromba la Simona" inciso su una quercia secolare di qualche parco cittadino potrebbe essere una sorta di mantra urbano?
Il loro uso varia a seconda delle scuole spirituali o delle filosofie. Vengono principalmente utilizzati come amplificatori spirituali, parole e vibrazioni che inducono nei devoti una graduale concentrazione. I mantra vengono utilizzati anche per accumulare ricchezza, evitare pericoli, o eliminare nemici. Insomma, via, mi sembra di capire che alla fin fine i mantra hanno un utilizzo un po' come l'Aspirina, per quasi tutti i malanni previsti dal Padreterno, tanto provare non costa nulla...
Se servono per accumulare ricchezze vado a scuola di mantra subito, ma francamente ci credo poco!!!
I Mantra hanno origine in India all'interno dell'InduismoVedico e nel Jainismo, popolari in diverse e moderne pratiche spirituali che si rifanno seppur in modo impreciso alle antiche pratiche delle religioni Orientali. Ragazzi, che curriculum!!! Mica come dire che sono stati inventati da Leone di Lernia dopo il sesto giorno consecutivo di digiuno sull'Isola dei Fumosi...
Una canzone, viceversa, è una composizione musicale relativamente corta, scritta per essere eseguita da una o più voci soliste accompagnate da variabili strumenti musicali. Quasi mai è composta in sanscrito, preferibilmente in un inglese americaneggiante, in un italiano sciattamente rudimentale o in un francese un po' fanè. Anche lo spagnolo caraibico con qualche sparso anglicismo trova il suo impiego.
La voce legge un testo, tenendo il ritmo della canzone, che può essere sia composto in struttura poetica, cioè in rima, che di prosa libera. Con un continuum che parte dai carduccismi di Guccini agli incubi paralessicali di Giovanni Lindo Ferretti.
Nonostante il termine abbia una nascita e un significato radicato nei secoli, correntemente esso designa universalmente la composizione base della musica pop, di durata intorno ai 3-4 minuti, eseguita da strumenti come chitarra, basso, batteria e tastiere, caratterizzata da un verso e da un ritornello che si alternano periodicamente lungo la durata della stessa. E qui mi illumino d'immenso, la mimimalistica canzonetta del XXI secolo assomiglia più al mantra OM che ad una sinfonia di Ludwig Van Beethoven... Solo fenomenicamente, o anche più nel profondo? Qui il discorso deve virare forzatamente su una dimensione meno giocosa e più ampollosamente solenne, per affermare che è vero, quello che nelle civiltà più antiche era una spiritualità consapevole ed equilibrata, nei nostri schizofrenici velocissimi anni diventa una spiritualità inconsapevole, implicita, latente, di cui si avverte comunque il bisogno ma non si ammette la necessità. Alcune canzoni sono come delle preghiere laiche, delle giaculatorie secolaristiche, degli inconsapevoli mantra appunto. Ci aprono inconcepibili universi paralleli con poche note "e non si sa perchè, e non si sa perchè..." come cantilenerebbe benissimo quel gran creatore di mantra alla piemontese che è Paolo Conte.
Pensavo già di congedarmi da questo blog per un paio di giorni ma poi ho letto una notizia che mi ha fatto andare il pandoro di traverso.
Secondo un'agenzia di sondaggi, la notizia dell'anno per il 51% degli italiani non è l'indulto, non è la sconfitta elettorale di Berlusconi e nemmeno il suo essere sceso dal piedistallo di superuomo per tornare ad essere un 70enne stressato e un po' svampito, non è il filotto Mondiali-Pallone d'Oro-Fifa World Player che ha fatto Fabio Cannavaro e la nostra magica Nazionale della Pedata con lui, non sono le puisciate di Luxuria nè le sfuriate della Gardini.
No!!!
Con una strepitosa maggioranza assoluta del 51%, roba che neanche la DC di De gasperi si sarebbe mai sognata, la notizia dell'anno è la tristissima vicenda di Tommasino Onofri, che sicuramente tutti voi conoscerete.
Non so se il fatto di vivere a Parma mi condizioni, e quindi se le mie considerazioni siano più emotive che razionali: ma francamente vedo qualcosa di morboso e malsano in questa schiacciante vittoria. Mille altre cose sono successe in Italia durante il 2006 che hanno avuto un impatto ben più ampio sulla nostra vita: ne ho citate alcune e ne ho dimenticate un numero infinito di altre.
Perchè quello che succede in una città magari non proprio di provincia, tant'è che si fa chiamare "la piccola Capitale", ma comunque un ventesimo di Roma o Milano, colpisce tanto l'opinione pubblica?
Quando il crack Parmalat ha mandato in rovina miriadi di investitori (non risparmiatori, attenzione: persone che sapevano o dovevano sapere la differenza fra una obbligazione e un BOT, tanto per cominciare, e che dovevano capire che stavano piazzando i propri soldi su un investimento potenzialmente redditizio ma rischioso) per qualche tempo abbiamo tutti fatto finta di essere reggiani o piacentini (tanto i dialetti sono difficili da distinguere per un orecchio non allenato) e ci siamo un po' vergognati. Abbiamo sentito che l'immagine ipertrofica e superba della nostra città si sgonfiava di colpo, così come da tempo stava succedendo al Parma inteso come squadra (tutta quella svendita di campioni non aveva inorecchiato nessuno?): ma dopo due-tre mesi il trauma (con voragini di milionazzi di euri) era stato riassorbito.
Tommasino è stato rapito da una banda di dilettanti del crimine e maldestramente trucidato, la versione ufficiale dice per uno scatto di nervi di uno dei rapitori, la versione reale fa compagnia alla risposta di Bob Dylan. Bevilacqua non avrebbe mai immaginato una trama così forte nè avrebbe mai saputo tratteggiare due personaggi romanzeschi come Alessi e Onofri padre (per questo neanche Hemingway, secondo me) nè tanto meno la trama sottile e ambigua che li legava.
Ma a più di otto mesi da tutto questo, non dico Parma, ma una proiezione statistica di 28 milioni di italiani hanno ancora questa vicenda in mente che oscura Cannavaro che quasi pomicia in diretta con la Bellucci (mica Anna Mazzamauro...), Berlusconi che quasi muore in diretta a Montecatini, brogli elettorali, guerre civili parlamentari, crisi economica, disfunzionalità dei servizi pubblici, la permanenza in vita di Emilio Fede....
Cos'ha questa vicenda di tanto attraente? A me sembra di una tristezza e di uno squallore infinito. Che il 51% degli italiani la consideri la notizia dell'anno è ancora più triste e squallido.
E comunque ci dice molto su come funziona l'informazione, come viene confezionata e come finisca per condizionare la gente. Si è avvertito anche il bisogno di organizzare una Partita del Cuore che alla maggior parte dei parmigiani (quorum ego) è sembrata un'iniziativa lugubre e inopportuna alla quale penso credo e spero la famiglia Onofri abbia aderito per un misto di senso delle convenienze e di debolezza (nè da loro si poteva pretendere in quei frangenti il massimo della forza d'animo).
Esistono vicende e notizie che chiedono l'applicazione dell'aforisma di Wittgenstein: "Di ciò di cui non si riesce a parlare conviene tacere", e che comunque esaurito il diritto/dovere di informazione è giusto accantonare col loro carico di dolore e schifo.
Allora è arrivato Natale, Natale la festa di tutti, si scorda chi è stato cattivo, si baciano i belli ed i brutti si mandan gli auguri agli amici, scopriamo che c'è il panettone bottiglie di vino moscato e c'è il premio di produzione.
E' nato si dice, poi fu crocifisso, aveva diviso il mondo in due parti, ma quelli che gli hanno voluto più male son quelli che hanno inventato il Natale
C'è l'angolo per il presepio e l'albero per i bambini i magi, la stella cometa e tanti altri cosi divini i preti tirati a parata la legge racconta che è onesta le fabbriche vanno più piano, insomma è un giorno di festa.
È festa persino in galera e dentro alle case di cura soltanto che dopo la festa la vita ritornerà dura ma oggi baciamo il nemico o quelli che passano accanto o l'asino dentro la greppia Natale il giorno più santo.
(Tratto da uno degli innumerevoli nonsense surreali di Renato Pozzetto anni 70)
Verbo... volant! Come le renne..! Come gli accidenti... del giorno prima... Però io volevo chiederti (giusto per farti incazzare ancora un po'!)... "Ma tu... che cosa vorresti per Natale?" Non è uno scherzo... ho una lista lunga così! Di dolci e cioccolato per i buoni... di nero durissimo carbone per Mike Tyson... per i cattivelli!!
Così mi scrive la mia affascinante & interminabile cortese lettrice biellese, fresca fondatrice di un partito politico molto più credibile della Lega Nord (le Texte Rosa, brillante soluzione paralessicale che si gioca su molteplici cortocircuiti semantici e su complesse inversioni tra significante e significato... fermatemi per favore...) sfidandomi a singolar tenzone, cosa che non mi era quasi mai successa su questo blog quietamente di nicchia.
Vediamo un po'... Per oggi cominciamo con Berlusconi, al quale regalerei (poveraccio, ne ha bisogno, a Montecatini le onde gamma della Maryann Unfaithfull a momenti lo stendevano) un restyling totale degli organi: il cuore di Confalonieri e il cervello di Galliani che sono ancora nuovi incellophanati, la lingua di Emilio Fede così lui potrà leccarsi da solo ed Emilio finalmente tacerà (corredato dall'orifizio anale di Cristiano Malgioglio così la leccata sarà molto più glamour), l'apparato riproduttivo di Fini visto che alla Veronica piace tanto, i capelli di Tony Blair, l'occhio ceruleo di Pierino-Ivan Il Terribile Putin o Putìn per i lettori delle tre Venezie, la voce di Bossi così la smette di cantare quelle insulse canzonette napoletane, la vulva di Elisabetta Gardini così può narcisisticamente copulare con sè stesso (datosi poi che la Gardini ormai non la usa più), le spalle di Schwarzenegger per sopportare l'onta di stare all'opposizione, e come coglioni Bondi e Bonaiuti che son già pronti alla bisogna.
E così a quella ormai ipotesi di uomo che era Giorgio Welby è stata "staccata la spina". Già questa espressione ha un profumo sinistro, significa che non più a un uomo ecologicamente compiuto ci trovavamo di fronte, ma a un androide-robocop metà uomo e metà macchina che sopravviveva grazie alla simbiosi con dei congegni esterni. Che nel rapporto con questo inumano armamentario aveva perso il senso stesso dell'esistenza. Che scongiurava, supplicava, pregava di morire. Cosa che Pavese, Tenco, Hemingway poterono fare, mossi da sofferenze incomparabilmente minori delle sue, e che a lui era crudelmente precluso.
Il non potersi uccidere è per me ancora più umiliante della non-autosufficienza nelle faccende quotidiane, del farsi imboccare, lavare, pulire il culo e le parti intime da mani diverse dalle proprie. Questo si può sopportare, quello no.
Che gli altri si occupino di te dove tu non arrivi può essere accettabile se chi lo fa sa esprimere amore e/o rispetto. Ma che qualcuno fuori di te decida che tu debba restare in vita se tu non lo vuoi, può essere giustificato esclusivamente da considerazioni ancestrali, prerazionali, assurde, illogiche, in una parola da una religione.
Il Dott. Riccio, che prima ha sedato Welby e poi ha interrotto la ventilazione forzata, rischia una decina di anni di carcere, quando grandi spacciatori che hanno sulla coscienza un numero imprecisato di cadaveri (che NON HANNO CHIESTO DI MORIRE, checchè se ne dica) se la cavano (fra patteggiamenti, prodezze oratorio-strategiche dell'avvocato, decorrenza di termini, errori di trascrizione, sviste del cancelliere, insufficienza di prove, insufficienza etico-culturale del PM, insufficienza di buon senso nei giurati) con pochi anni se non mesi, e se si simulano tossicodipendenti vanno da Don Gelmini a coltivare olive.
Potrei dire "Speriamo che Riccio non subisca l'onta del carcere, anzi speriamo che ci sia un bel non luogo a procedere", ma sono troppo realista per non paventare l'esatto contrario....
Due giorni senza commenti. Come diceva il mio professore di matematica al liceo, quando qualcuno eccepiva su esagerati carichi di compiti a casa, sulla mancata o incompleta spiegazione di un teorema, su equazioni miseramente cannate, "Senza commenti...".
Ma per il professore, il concetto di "Senza commenti" era assolutamente positivo, era una protezione dal rumore del mondo effimero e un po' volgare che circondava la sua sgangherata stamberga di formule e logaritmi; senza il quale rumore, egli poteva procedere glorioso ed erettile (almeno spero per lui) nella sua tautologica autoreferenzialità, protetto per l'appunto dal nero soffio dell'entropia che introduceva un (per noi sano e per lui malaticcio) disordine nell'anodino e in fondo artefatto ordine della sua vita di fallito di Stato.
Per me, il concetto di "senza commenti" è viceversa quanto mai negativo, mi sento come l'astronauta fino a un attimo prima cullato dalle inflessioni texane della base Nasa di Houston (dall'OK Corral a Marte senza soluzione di continuità) e poi d'improvviso solo con la sua vita e il suo pensiero nelle sconfinate profondità dello Spazio.
E in simili condizioni l'essere umano, di fronte a frustrazioni magari obiettivamente piccole (ma per lui significative) attiva il suo ciclo personale di oscillazioni maniaco-depressive, nella fase maniacale-proiettiva valutando come francamente ottuso e/o maleducato chi passa e non dà segno di sè, nella fase depressiva-introiettiva compiangendosi per non aver saputo dare al suo blogghettino una veste accattivante.
E del resto l'esempio storico più grande di fase maniacale-proiettiva è Cristo in croce che, pur sapendo benissimo che la storia non poteva avere che quella conclusione (e il papà glielo aveva spiegato benissimo e gli aveva chiesto diecimila volte "Ragazzo mio, te la senti?") nel momento supremo è un bambino spaventato che chiede "Padre, allontana l'amaro calice da me...".
Come sempre ho dei modelli, come dire?, di basso profilo....
Uno degli invasori alieni (attorno a lui alcuni esemplari di baobab e sequoie)
E' certo: gli alieni invaderanno la Terra entro la fine dell'anno. Dopo aver studiato a lungo i nostri usi e costumi, si sono convinti che nel bailamme delle feste di fine d'anno, nessuno noterà la loro presenza.
Scartato invece il Carnevale per la paura che qualcuno chiedesse "OK ragazzi, adesso toglietevi le maschere che c'è un limite anche al cattivo gusto...".
Si tratta in effetti di millepiedi della lunghezza approssimativa del duodeno di Giuliano Ferrara, in grado di deambulare sia in posizione prona (utilizzando tutte le loro 1456 zampette che vengono sincronizzate da un personal computer che l'evoluzione biologica ha fatto loro spuntare all'altezza del mesencefalo) che eretta (estroflettendo due gambone da mezzala juventina dopata che ne sostengono eccellentemente le oltre 16 tonnellate di stazza lorda).
Nell'immagine a sinistra, l'intestino di Giuliano Ferrara in scala 1:100.00 (1 cm equivale a 100 metri)
Si riproducono per scissione, partenogenesi o immacolata concezione ma ciononostante hanno un'intensa sessualità (totalmente scissa però dalla funzione riproduttiva, Vaticano tiè!!!) legata a vari tipi e modelli di avvolgimento delle appendici ambulacrali (ho già detto zampette 8 righe fa...) con orgasmi multipli quantificabili in un 90° grado della Scala Richter (la deflagrazione di 200 Super-Novae o una potente scoreggia di Alvaro Vitali).
Hanno dei rituali sociali molto complessi, basati su un sistema di 815 caste ciascuna suddivisa in 13 sottocaste ognuna delle quali si ripartisce in 77 sottogruppi. Siccome non sono più di 800.000 (data la banalità delle modalità riproduttive...) praticamente nessun sottogruppo è popolato da più di un individuo e le relazioni interpersonali sono tipicamente molto ma molto caute.Chi glielo spiega che sono Induisti senza saperlo? Io no...
I 6 esploratori che colonizzeranno la Terra appartengono ovviamente alla casta "815 Plus Fatecelargochepassamonoi" e, pur tra infinite manfrine per decidere precedenze a tavola e nell'attraversamento del corridoio, i 16.000 anni del viaggio interplanetario sono stati sufficienti a cementare una buona coesione.
Ma qui arriviamo alla domanda più bruciante: perchè ci vogliono invadere?
Qui gli studiosi terrestri divergono alla grande:
c'è chi dice che li anima una animalesca sete di dominio e potere,
chi sostiene che vogliono fare della Terra e dei terrestri la loro Disneyland cosmica (nessun altro posto così bislacco e abitato da ridicoli bipedi così tracotanti e impettiti parrebbe esistere nell'intero Universo),
chi attribuisce loro buoni propositi e postula che i bestioni sopprimeranno Forza Italia, ripristineranno la scala mobile e faranno Daniele Luttazzi direttore del Corriere della Sera per poi tornarsene in un viaggio di ritorno che (per una fortunosa singolarità dello spazio-tempo) durerà il tempo di una scopata di Luca Giurato,
chi giura che vogliono importare la ricetta della casseoula lombarda per usarla come pena capitale per i colpevoli dei reati più abominevoli (matrimonio intercasta o giochi di parole che contengano la parola "piedi"),
chi infine dice che li ha invitati Flavio Briatore come attrazione del Billionaire, sperando che si mangino Simona Ventura che sono anni che gliela vuol dare ma lui non sa come declinare l'offerta senza offenderla.
Hai combinato anche questa, Flavio... Ma startene un po' tranquillino con la troiona di turno no, eh?
Come potrà il nostro misero pianeta ormai agonizzante combattere contro la razza più progredita della Galassia?
Apriamo un concorso tra i lettori, e la risposta più assurda e implausibile verrà premiata col "Padoa-Schioppa" d'oro.
Si vocifera da più parti che Natale e Pasqua siano null'altro che il travestimento monoteistico di antichi riti pagani che avvenivano non casualmente all'inizio e al finire dell'inverno, la stagione nella quale parecchi sarebbero morti di freddo, fame, malattie (una semplice influenza falciava peggio dell'AIDS a quei tempi) e altri accidenti legati all'incazzatura della natura mai come allora matrigna.
Il Cristianesimo (che ha dovuto a suo tempo farsi largo tra una miriade di religioni apparentemente molto più potenti e convincenti, perchè a volte i sottili aforismi del titolare sembravano dei discorsi di Prodi alla sagra del carciofo di Sala Baganza) ha sempre avuto delle buone strategie diplomatiche (che ai cugini dell'Islam obiettivamente mancano un pelino) e dove è riuscito ad imporsi non ha mai annientato i riti degli autoctoni o comunque degli evangelizzati.
Lasciamo che gli schiavi della Louisiana esprimano la loro fede in Dio con la loro consueta, come dire..., esuberanza; lasciamo che i discendenti degli Incas, dei Maya e degli Aztechi (che con curiosa miopia storica adorano quel Cristo in nome del quale i loro predecessori furono massacrati e spesso anche presi per i fondelli) ripetano i loro rituali ancestrali purchè portino i Santi Martiri al posto delle loro divinità pagane; lasciamo che i discendenti dei barbari del Nord Europa ripetano i loro rituali propiziatori quando il freddo taglia le ossa, e i loro rituali di ringraziamento quando "c'è nella neve sciolta nelle rogge il riso del disgelo", come disse un tardo scadente emulo di Carducci con chitarra incorporata.
Sulla matrice nordeuropea del Natale ben pochi possano avere dubbi. In Palestina nevica ogni morte di Papa o di Imam, di abeti non vedo proprio dove se ne possano trovare (qualche cedro mutante forse? Esperimenti transgenici organizzati da una misteriosa razza aliena di cui Gesù era il capoccia? Mah...), Babbo Natale è addirittura lappone e insomma, volete altre prove?
A parte che, come sostiene Stefano Benni nel suo mirabolante romanzo cosmicomico "Terra", se una cometa si fosse posata sulla povera capanna di Betlemme, avrebbe ridotto tutta la regione circostante ad un misero ammasso di rottami fumanti. Ma non deviamo troppo...
Che il Natale sia un modo di impetrare la benevolenza degli dei (oggi non più per il rischio di morti tragiche, ma per possibili rincari, aumenti, nuovi balzelli, finanziarie spietate, mattanze in centro storico, nuovi CD di Gigi D'Alessio, trasmissioni-fiume di finta beneficenza, costruzione di Milano 19 una ridente oasi a 20' dal centro di Pescara, nuove candidature di attrici passate di cottura alla Camera o di imprenditori pregiudicati al Senato, retrocessione della propria squadra nel Campionato Pulcini, visite alle 7 di domenica mattina dei Testimoni di Geova o di un comico-santone di Genova e altre simili moderne possibili nefandezze) o sia viceversa l'adorazione del bambinello palestinese biondo e con gli occhi azzurri, nudo sotto la neve e riscaldato da una coppia che sembra Ferrara e Gad Lerner, mentre i potenti del mondo gli portano regali (ma non sottilizziamo sulla veridicità dei miti, un mito è un mito, vivaddio!),
che sia l'una o l'altra cosa,
nulla e nessuno autorizza il mondo civile ad esibirsi in una sarabanda di sprechi, un festival del superfluo, un'enciclopedia del frivolo all'insegna del più sfrenato e spudorato consumismo (la metà dei regali finiranno nell'ordine
riciclati per la Befana o il Natale prossimo,
cestinati,
abbandonati in qualche polveroso cassetto o soffitta piena di una terrificante microfauna e di una flora crittogama, vulgo muffe e funghi e forse qualche lichene,
rispediti con arroganza al mittente che a sua volta sceglierà una soluzione da 1 a 3).
Nulla e nessuno, pur almanaccando nel Vecchio e Nuovo Testamento, nel Talmud, nel Corano, nel Ciclo della Fondazione e nell'annata 1974 di Novella 2000, potrà mai trovare giustificazioni al laido e viscido buonismo che contagia principalmente i più perfidi fra i bastardi, e ne spiana le luride facce in grandguignolesche caricature di buoni sentimenti (avete presente Fede fra il 23 e il 26 dicembre? Perfetto...).
E ancora nulla e nessuno potrà autorizzare le sette sorelle mediatiche a spargere su questo quadro, già di suo sconfortante e sciropposo, l'ennesima proposta di "La vita è meravigliosa", "Il canto di Natale di Topolino", "Una promessa è una promessa", "Elmer l'elfo combinaguai (giuro che esiste!)", "Una renna come amico (come sopra)", due-tre a scelta dei Natali a vattelapesca dei fratelli Vanzina, che in qualsiasi altro momento dell'anno intaserebbero i centralini di proteste e di ululati licantropici, ma durante la fase natalizia godono di misteriosi bonus di tolleranza da parte dell'estenuato teleutente, che se li beve in uno stato di trance avanzata senza proferire verbo.
Ma quando Tremonti licenziava finanziarie che sembravano compitate da uno studente ripetente di Ragioneria dopo tre giorni consecutivi di rave party, il centro-sinistra insultava così?
Quando l'Unto del Signore diceva un giorno che voleva calare le tasse, il giorno dopo che gli alleati glielo impedivano, il giorno dopo ancora che avrebbe abolito le tasse e le avrebbe sostituite con lo jus primae noctis, e all'indomani che (suvvia) era chiaro che aveva scherzato, il centro-sinistra si faceva venire simili attacchi isterici?
Ma quando Tremonti si esibiva in frasi che sarebbero sembrate improprie anche in bocca a un salumiere di Quarto Oggiaro (la prima che mi viene in mente: "E' tutta colpa dei cinesi...", il centro-sinistra esprimeva il livello di disgusto che sarebbe stato largamente adatto alla bisogna?
La battuta di Paolo Rossi "L'Italia è circondata da quattro mari e prosciugata da Tremonti" non era molto più spiritosa di "Padoa Schioppa e noialtri pure"?
Allora, ladies and gentleman, il mortadellone di Scandiano con la sua accolita di politicanti sobri che possono guardare negli occhi gli affamati (e chi ci riconosce un obliqua citazione di una vecchia canzone dei Nomadi merita un cd di Mauro Pelosi in premio) sta cercando di farci capire che sono circa trent'anni che viviamo ben al di sopra delle nostre risorse. Circa trentacinque anni fa qualcuno disse "Ocio raga che sta finendo il petrolio" e per due-tre anni tutti a fare le formichine (domeniche in bici, programmi TV sospesi alle 21.30, impennata della natalità, senza la quale Cannavaro e Materazzi forse non sarebbero nati e col cavolo che avremmo vinto i mondiali...), poi via di nuovo a cicaleggiare come se niente fosse.
Certo che al già citato salumiere dell'hinterland meneghino i trionfalistici ragionamenti di Berlusconi e i suoi Sorapis provocavano più entusiasmo delle previsioni un po' da menagrami dei Prodi Boys. Così come la donna bella e un po' oca facilmente si lega al Casanova che le promette di presentarla ai genitori (qui si vince al massimo un cd-rom di PC Calcio 2007) piuttosto che al bravo ragazzo lavoratore che "lavora per quattordici ore al giorno per mantenerla, e la cg" (e qui siete voi che dovete pagare se non riconoscete la citazione).
E' vero, Prodi fa le cose che in parecchi ritengono giuste ma poi nessuno (e lui meno che meno) sa vendere bene la linea del Governo. La Casa del Libero Arbitrio faceva sesquipedali nonsense politico-economici ma avrebbe saputo vendere il proverbiale frigo agli eschimesi.
Che la fiducia al Governo sia passata grazie ai voti dei Senatori A Vita, cosa che fa imbufalire Tremonti (Berlusca per sua e nostra fortuna ha cose più serie per cui preoccuparsi), dimostra viceversa che chi ne capisce qualcosa di politica e di economia assolve un Governo carente in strategie comunicazionali ma probabilmente adeguato quanto a decisioni prese. Non è chi non veda che il livello medio di questo gruppo è cosmicamente (e quasi comicamente) più alto di quello del Senato globalmente considerato.
Continua così, Romano... C'è stato, c'è e temo che ci sarà ancora ben di peggio in giro. La nostra Emilia odora un po' di passato, ha un retrogusto stalinista che gli intenditori trovano deliziosamente retrò, sa di lasagne, baraccate con gli amici, lente passeggiate su scassatissime bici possibilmente coi freni da revisionare, ma alla fine è da sempre la regione meglio amministrata e più vivibile del Paese-Scarpa (a nostro insindacabile giudizio di emiliani).
Alla fin fine sarebbe bello che non morisse mai nessuno, ma poi ve le immaginate le code per il ponte di Ferragosto? Per arrivare a Rimini bisognerebbe partire direttamente l'anno prima e passare il Natale a Fiorenzuola e la Pasqua a Casalecchio di Reno (prospettiva intollerabile perfino per gli indigeni...). Ve lo immaginate l'affollamento delle case di riposo? I 456enni che estroflettendo la dentiera nuova bercerebbero "E caro lei, quando avevo 215 anni di meno ci davo che ci davo che ci davo..."? Riuscite anche solo lontanamente ad immaginare come crescerebbe l'audience del Tg4?
E allora via, ogni tanto va anche bene che qualcheduno tolga il disturbo e lasci spazio ai più giovani.
Certo però quando se ne va un gentiluomo romantico e letterario come Clay Regazzoni, tutto questo non vale più.
Chissà quante volte la Vecchia Signora Con La Falce (che non è la Juventus in versione country) soppesandolo sulla sua enorme mano non precisamente carnosa e non precisamente calda aveva deciso "Non è ancora il suo momento".
Quando s'era sfracellato nel 1980 a Long Beach perdendo l'uso delle gambe?
O quando, qualche anno più tardi, partecipando a bordo di un camion alla Parigi-Dakar il mezzo si era rovesciato e il buon Clay, leggerissimamente impossibilitato a darsela a gambe, era rimasto ore e ore in attesa dei soccorsi con la benzina che gli gocciolava subdola intorno in attesa di una opportuna scintilla per farne il Jan Palach de noantri?
O tutte le volte che la legittima consorte lo scopriva con donne dai costumi non necessariamente facili ma di certo molto succinti (cosa che i biografi più informati giurano essere avvenuta più e più volte anche dopo la degambizzazione)?
E invece Clay, che è sempre stato parecchio originale, ha scelto di morire schiantandosi ad appena 110 all'ora (che per lui è come andare in retromarcia) contro un autotreno della ditta Avanzini Agenore e Figli Rettifiche Meccaniche - Prezzi Interessanti Aperti Quando Czz Ci Pare di Pieveottoville di Polesine Parmense.
Così, come un comune ragioniere di Cinisello Balsamo (e in effetti il cognome un po' da ragiunatt brianzolo lo era...)....
Probabilmente i veri lord scelgono il basso profilo anche per morire, non cercano di defungere in diretta televisiva (a chi mi riferirò? Boh, vai a saperlo....).
Pensiamo anche per lui, come pensò Luttazzi per Mastroianni, che "ha solo smesso il vizio di respirare" o "si è messo in paro col sonno arretrato".
Mi scuso con le mie due lettrici Chiara e Maryann Unfaithfull per la lunga latitanza da codesto (notare l'aggettivo che indica una certa qual distanza psicologica dalla propria fallibilissima creatura) blog: mentre la prima non ha rilevato la latitanza, la seconda me l'ha fatta ignobilmente pesare con illazioni che offendono la mia onorabilità politico-culturale e la sua ben nota intelligenza: come puoi credere che aver lasciato per una decina di giorni lo scudone crociato in bella vista equivalesse ad una subdola pubblicità occulta? O ad una occulta pubblicità subdola? O a un pubblico occultamento non poco subdolo? O a un subodorare pubblici occultamenti?
No, giammai, le cose non stanno così, non è come tu credi, so che le apparenze sono contro di me... (curioso come le formule autodifensive del blogghista latitante possano integralmente sovrapporsi con quelle del marito colto in atteggiamenti apparentemente inequivocabili con una terza persona, o animale, o calorifero) ma ho dovuto sbrigare 17-18 faccenduole di poco conto, tipo
convincere l'ufficio delle imposte che non gli mando mai alcuna comunicazione perchè non ho bisogno di finestre nuove, poi visto che non capivano la battuta (e non ditelo in giro, ma non la capisco nemmeno io) che io sono contro le imposizioni e quando me la sentirò gli darò un obolo spontaneo che se lo ricorderanno per il resto delle loro miserande vite;
convincere alcune persone, per le quali ho svolto regolari (ammesso che qualcosa di regolare possa essermi attinente, pertinente o anche solo conveniente) mansioni lavorative, che l'onore indubbio che ho provato nel condividere i loro fantasmagorici progetti e le loro rivoluzionarie visioni del mondo non poteva ad alcun titolo o effetto rimpiazzare un corrispettivo biecamente economico;
citare ad alcuni brutali macellai dell'Oltretorrente parmigiano l'immortale aforisma di Woody Allen ("E' vero, la salute è più importante dei soldi; io ho un check-up perfetto, e ora vorrebbe gentilmente incartarmi un chilo di filetto e due-tre polletti ruspanti?") ricevendo in cambio derrate alimentari in buona quantità ma largamente scadute, ma soprattutto (orrore!!!) assolutamente non incartate e lanciate addosso in malo modo piuttosto che garbatamente consegnate brevi manu magari (perchè no?) con un cordiale "E torni ancora a far la spesa da noi...";
interessare una ditta di S. Polo di Torrile di prepararmi una stanzetta con relativa brandina presso la locale stazione dei Carabinieri visto il numero di volte che mi sono presentato da loro per denunciare ogni tipo di furto, sottrazione, appropriazione indebita, effrazione, frantumazione, scasso aggravato e scassamento di minchia semplice, truffa, autocirconvenzione di incapace inconsapevole di esserlo, sguinzagliamenti di brontosauri non regolarmente denunciati all'ASL, zoff, gentile, cabrini, furino, morini, scirea, clonazione di carta di credito, accreditamento di clonazioni cartacee, violazione di domicilio, schiamazzi notturni e sbraiate pomeridiane, canti gregoriani non autorizzati, guida senza patente, stato di ebbrezza previsti dal Codice Civile, Penale, Morse e Da Vinci;
riassetto dell'orbita di Mercurio che a causa di un illecito prolungamento di eruzioni solari (non debitamente curate con dosi adeguate di Topexan o creme "solari") stava facendo transitare il planetoide in questione dalle parti di Corso Sempione;
ritraduzione in italiano delle opere di Giacomo Leopardi dopo che un commando palestinese le aveva proditoriamente tradotte in arabo;
stiratura di tutto il guardaroba invernale (che a confronto i punti 5. e 6. erano una partita a rubamazzetto);
amletica scelta fra la banda larga, l'UMTS, il TEE, il TFR, la banda stretta, un modesto modem o un Abbiamo Davvero Superato i Limitie la rottamazione del pc possibilmente direttamente sulla testa dei miei ex-datori di lavoro.
Ciononostante, questo blog non è morto, nonostante una certa sua postura innaturale potrebbe farne presumere la paralisi e/o la catalessi, peraltro guaribili entrambe con massicci apporti di salame di Felino e Lambrusco di Sorbara.
Di quello che è successo in questo week-end non mi ha preoccupato la manifestazione in cui 700.000 persone hanno espresso la propria totale insipienza economico-finanziaria, convinti tutti e settecentomila che il problema sia che in Italia si paghino troppe tasse e non che se ne paghino troppo poche; che sia scandaloso e antidemocratico mettere i bastoni tra le ruote agli evasori (qualunque meccanismo atto a rendere più difficile l'evasione fiscale viene salutato dagli aficionados del centro-destra come un grave attentato alla libertà personale); che lo Stato possa funzionare trovando i soldi sugli alberi, sottoterra o nell'orbita di Mercurio (in confronto Pinocchio alle prese con il gatto e la volpe sembrava un laureato in Economia e Commercio) e altre simili amenità che qualunque cassiere del Banco di Frattamaggiore saprebbe confutare.
Non mi ha preoccupato nemmeno la superficialità del Professor Mortadella che, ormai sempre più berlusconizzato, si è lamentato di essere stato ricoperto di insulti, aspettandosi viceversa che una onesta e sincera ammissione di futuri sangue sudore e lacrime (giacchè nessuno si illude che la Finanziaria 2006 possa mantenere gli Italiani nella loro psicotica illusione di benessere) avrebbe provocato entusiasmo, caroselli festanti, bagni nelle fontane nonostante l'avanzare dell'autunno, trenini ad alta gradazione alcolica nei corridoi degli uffici del catasto, e tutta una ricca messe di adesioni complimenti & congratulazioni anche dal più acceso sostenitore della Casa delle Libertà.
Non mi ha preoccupato eccessivamente (solo un brivido freddo lungo la spina dorsale come quando girando in direzione vietata vedo il vigile urbano che mi viene incontro con fare amichevolmente polemico) la prontezza del Manifesto e di Liberazione a dare sostanzialmente torto a Prodi e ragione ai 700.000 incazzati (ma è proprio un caso che Berlusconi sia acido e feroce con tutti i suoi avversari meno che con Bertinotti e Diliberto e che attacchi l'Unità ad ogni virgola soggettivamente fuori posto considerando invece i redattori del Manifesto dei brillanti inoffensivi giocherelloni?).
Mi ha invece suscitato forte preoccupazione, con qualche sfumatura di timor panico e quadro di somatizzazioni gastrointestinali guaribili in sei giorni rinunciando a tutte le delizie della dieta parmigiana, l'idea di Casini (ormai chiara e trasparente) di
riesumare la mummia graveolente e incartapecorita della DC,
praticarle un insistito massaggio cardiaco,
percorrerne le membra ancora purtroppo non del tutto putrefatte con scosse elettriche di crescente voltaggio,
immergerla nel caso in un brodo primordiale di bustarelle, nepotismi, correnti spifferi e venticelli incluse le flatulenze di Giovanardi,
e infine mobilitare una schiera di santoni mediatici che ne attestino se non l'esistenza in vita almeno la condizione di zombie.
Per chi sia talmente giovane, ingenuo, distratto o sprovveduto da non ricordarsi cosa fosse la DC, cercherò nel modo più incisivo e sintetico di colmare questa non trascurabile lacuna.
La DC è stato il partito occidentale più magmatico ed ecologicamente impervio di tutta l'Europa contemporanea.
Nata nel 1942 e morta nel 1994, la DC (Democrazia Cristiana) aggregò, nel momento in cui era evidente la rovina politica del Partito Nazionale Fascista, tutti i politici di sostanziale estrazione cattolica realizzando, di lì in avanti, in una brillante joint venture col Vaticano, la cosa più vicina ad un regime teocratico che l'Occidente abbia mai conosciuto.
Per mezzo secolo gli Italiani ebbero una sola certezza: la DC avrebbe governato, di volta in volta scegliendo gli alleati più disponibili e servili, a metà degli anni 70 garantendo in fretta e furia al PCI un appoggio esterno (a cui "lo sciagurato rispose") per esorcizzare un possibile sorpasso, nel decennio successivo lasciando le luci della ribalta al socialista meno Socialista che si ricordi, ma comunque dirigendo sempre e comunque la scena politica con metodico rigore.
Dal 48,5% del 1948 (quando tutto il clero esortava a votare per un partito che fosse "democratico e cristiano" e, come chiunque abbia visto i film di Don Camillo e Peppone dovrebbe sapere, veniva ricordato che "nel chiuso dell'urna Dio ti vede e Stalin no..."), attraverso una gestione disastrosa e arrogante del potere che si basava su una subdola e strisciante demonizzazione degli avversari politici specie se un poco comunisti (lezione che qualcuno ha ripreso estremizzandola un pelino), la Balena Bianca vide i suffragi ridursi a un risicato 29% alla Camera e 27% al Senato.
Nel 1978, durante gli anni di piombo, il suo sommo ideologo Aldo Moro viene rapito dalle Brigate Rosse, la sua scorta massacrata con metodica e inutile cattiveria e quindi Moro viene sottoposto a un grottesco e ipocrita processo dalla sentenza già scritta: in realtà il pittoresco gruppo di vitelloni che, per disperazione e noia profonde, ha deciso di portare l'attacco al cuore dello stato vuole usare Moro come arma di ricatto per ottenere la liberazione di un certo numero di detenuti politici (dicono loro), delinquenti comuni (dice il Go-Go-Go-Governo che subdolo si avvicina travestito da analcolico biondo). Ai suoi compagni di partito a questo punto non sembra neanche vero di poter fare una splendida figura di integerrimi difensori dello Stato (proprio loro!!!) ostentando la totale fermezza, e pace all'anima del povero Aldo: le strazianti prima, perfidamente cattive poi lettere di Moro sono etichettate come "manipolazioni della sua volontà" (a me sono sempre sembrate drammaticamente sincere, credibili e coerenti, ma forse allora ero troppo piccolo per capire...), fanno impazzire il solo Zaccagnini, che di fatto chiuderà lì la sua carriera politica, e passano come acqua fresca sopra i vari Fanfani, Andreotti, Forlani, Gava, Rumor. Cossiga, ministro degli Interni, si dimette. "Che uomo!" pensa qualcuno. In realtà era solo l'inizio di una inarrestabile coazione a ripetere...
Guarda caso, a pochi anni di distanza dalla crisi dei grandi Partiti Comunisti dell'Est, anche la DC implose quasi silenziosamente, e in modo paradossale nel giro di dieci anni molti si dimenticarono della sua esistenza (fenomeno studiato dai politologi e dagli psichiatri di mezzo mondo): altrimenti come farebbero i giovani leoni del 2 dicembre a parlare di "40 anni di dittatura comunista"?
(Ma magari fosse stato vero e l'Italia intera fosse stata governata per tutti quegli anni come Modena o Reggio Emilia notoriamente feudi rossi fin dal Paleolitico Inferiore, se proprio vogliamo sottilizzare...).
Delegittimata e sbertucciata, la DC si infranse in 6 o 7 partitini minori (più o meno uno per corrente).
E' normale che Casini non si sia mai ripreso dal trauma, come quei figli un po' gay che alla morte della mamma la imbalsamano, la chiudono in cucina e la trattano come se fosse viva e vegeta.
E capisco che forse dipendere da Fanfani e Andreotti era leggermente meno ridicolo che dipendere da Berlusconi, per la serie al peggio non c'è mai fine...
Ma io consiglierei al mio corregionale Pierferdinando di girare per la sua Bologna dove tutte le sere ci sono almeno una ventina di locali dove, tra un Daiquiri e una puntata ai cavalli, si snodano giochi di ruolo di tutti i tipi e per tutti i gusti, e vedere se c'è un gruppo di felsinei inclini al masochismo pronti a dargli la soddisfazione allucinatoria di un desiderio che la realtà spero frustrerà per sempre.
Vedrà, il buon Casini, che l'oste Agenore Lolli con un po' di cerone e una gobba finta sarà un Andreotti perfetto, che il metalmeccanico Anteo Bragadini di madre aretina camminando sulle ginocchia rifarà un Fanfani da urlo, e che lo schizofrenico trattato sul territorio Baldovino Bulgarelli, pur non sapendo rifare la sua inconfondibile parlata, riprodurrà con le sue insalate di parole alla perfezione le complesse prolusioni di Aldo Moro.
Dopo aver sfogato i miei estri istrionici e le mie velleità satirico-parodistiche, urge e si rende necessario un momento di riflessione che parte come serio e poi non so francamente come evolverà.
Che il paese fosse spaccato a metà lo si sapeva.
Che in un paese spaccato a metà sia difficile trovare un'armonia tra maggioranza e opposizione, vivendo in Italia sembra una verità cartesiana e inconfutabile: se l'opposizione ha la netta convinzione, alimentata e galvanizzata da sondaggi sondaggetti e sondaggini che sembrano nel loro complesso l'allegra famigliola dei tapirini di Striscia la Notizia, di avere i numeri per governare, perchè dovrebbe avere un atteggiamento leale nei confronti della maggioranza?
Che qui in Italia, già ai tempi del trasformismo di circa un secolo fa, la politica faccia una fatica boia a qualificarsi come una cosa seria, è un dato storico col quale dobbiamo convivere
come cinesi e californiani con le scosse telluriche,
tifosi juventini con un superiority complex che neppure l'Interregionale Piemontese avrebbe scalfito,
siciliani con la mafia e napoletani con Gigi D'Alessio (ben più letale della camorra),
veline coi calciatori e Aldo Biscardi con una lingua autistica postmoderna.
Come per dire che ognuno ha la sua croce ma può sempre trovare qualche irregolare maghrebino al quale farla portare al posto suo...
Pesco nella memoria, dove non arriva la mia memoria pesco nei ricordi di mio padre e mia madre, dove neppure loro potevano arrivare ricorro ai libri di storia e poi decoro tutto con una fettina di fantasia e una spruzzata di immaginazione,
ma no,
ho l'impressione che uno scambio di dispetti così infantile e potenzialmente nefasto fra maggioranza e opposizione, quale stiamo registrando in questo primo scorcio di terzo millennio, non abbia eguali in tutta la nostra storia nazionale. Forse guelfi e ghibellini? Col rischio (Dante Alighieri ne sa qualcosa) di essere un guelfo anomalo ed essere trattato come un ghibellino... E comunque lì si trattava di una singola città del tardo Medio Evo, per quanto importante notoriamente un po' rissosa, qui parliamo della sesta potenza industriale del mondo intero in tutte le sue splendide fattezze.
E non si tratta solo di dispetti fra schieramenti. Anche all'interno degli schieramenti non si scherza brisa. Senza i capriccetti di Bertinotti e Di Pietro Berlusconi avrebbe perso le elezioni del 2001. E d'altra parte senza i ribaltoni ipercinetici di Bossi non sarebbe caduto nel 1996. La Margherita su qualunque questione a cui sia applicabile l'aggettivo "etica" è più a destra di Alleanza Nazionale e la Prestigiacomo è molto più progressista di Rosy Bindi. Diliberto prima di parlare con Prodi deve fare due ore di yoga e iperventilarsi fino allo stordimento. Casini è ancora convinto di poter ricostituire la DC e a casa ha un colossale punching-ball con le fattezze dell'Unto del Signore.
Nel 90 eravamo stufi di quarantacinque anni di centralismo democratico e pensavamo di svecchiare e snellire lo scenario politico con una chiara contrapposizione fra Destra e Sinistra, per la serie "Chi vince governa". Di solito sono alieno all'uso del turpiloquio aperto, ma qui mi viene da dire "Chi vince se la prende nel culo".
Chi vince è di lì in avanti vittima di tutti i possibili ricatti, tranelli, imboscate, raggiri, contumelie e vituperi da parte dei perdenti, specie se chi ha perso ha perso per un'incollatura. E del resto, chi vince questo lo sa e parte già prevenuto. Per cui, anche possibili proposte dotate di senso compiuto e non truffaldine provenienti dall'opposizione verranno comunque guardate con sospetto e occhio corrusco.
Negli ultimi mesi di governo, virtualmente certa della sconfitta, la Casa delle Libertà gioca coi conti statali come un bambino sadico con un barboncino troppo imprintato all'obbedienza per potersi difendere/appena arrivata al governo l'Unione si traveste da Ginettaccio Bartali berciando "L'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare" e mette mano ad una Finanziaria obiettivamente piuttosto severa/ la Casa delle Libertà, che gestisce direttamente cinque televisioni e intimidisce le altre due, mobilita due milioni di italiani con promesse di "cchiù pilu pi' ttutti" e tasse azzerate fino al 2040. E incredibile a dirsi, quelli ci credono.
Ma questo è il Parlamento o l'Accademia Biliardi Ursus di Langhirano?
Salvo inimmaginabili e inopinati cambiamenti del modo di fare politica (a chi conviene cambiare per primo? Boh...) immagino uno scenario di escalation simmetrica inarrestabile e un irreversibile perdita di governabilità del Paese, coi politici sempre più incarogniti a dare la colpa agli Italiani piuttosto che a sè stessi. E comunque quei due milioni (ma c'è chi dice settecentomila) di sorcetti che hanno seguito docili e giulivi i pifferai di Mediaset e delle reti Rai berlusconizzate, beh via, un po' di colpa alla fine ce l'hanno...
E così il centro-destra ha avuto il suo bagno di folla. Sapientemente preparato dal destino (o da Berlusconi stesso?) con un semi-coccolone del lìder maximo a meno di una settimana di distanza, illustrato valorizzato e glorificato da sei televisioni su 7 (solo Rai 3 ha fatto un po' la sostenuta non modificando per nulla il suo rigidissimo e un po' stalinista palinsesto, anzi si è accaparrata Celentano proprio in concomitanza con la grande manifestazione dei tassofobici, guarda te come sono dispettosi), fatto vivere agli Italiani come un'ordalia medievale che avrebbe svelato tutte le nefandezze e fatto volare gli stracci dell'ormai moribondo governo Prodi, sabato 2 dicembre 2006 lo sdegno dell'italiano medio si è abbattuto sulla inaudita finanziaria del Professor Padoa-Schioppa.
In un minestrone talmente saporito da risultare immangiabile si sono uniti al grido di "Basta con queste czz di tasse!!!" fascisti in libera uscita, leghisti slegati, comunisti pentiti, stalinisti folgorati sulla via di Danasco o sulla Tiburtina (non ricordo bene), adoratori di Berlusconi, incensatori di Fini, nostalgici di Tremonti, ex-bambini cresciuti a pane e mortadella che quando vedono Prodi si vomitano anche la cistifellea, sosia di Christian De Sica, cloni di Massimo Boldi, sgallettate che hanno la Gardini come mito supremo, palestrati alla Den Harrow, ammiratori di Gigi D'Alessio, un manipolo di estimatori di Apicella emarginato anche dall'ala più estrema del corteo, yuppies rampanti e ex-hippies ruspanti, contagiati di consumismo e ammalati del Culto Del Superfluo, politicanti alcolizzati, redentori da due soldi, cameriere del solito motel, campane fesse e trombe d'auto, bambocci che rischiavano di essere strozzati, nomadi politici, camaleonti culturali, 84 equipes sociosanitarie, sottoproletari vestiti da prima comunione e nobili annoiati in jeans stracciati e felpa impadellata, schegge impazzite di Comunione e Liberazione, evasori ed evasi, invasori ed invadenti.
Sfacciati ed impudenti servizi di Rai 3 evidenziavano come la maggior parte dei partecipanti al corteo non avessero la minima conoscenza della finanziaria contro cui in teoria andavano a protestare, lasciando aperta l'implicita ipotesi che costoro fossero più che altro desiderosi di:
Fare un casino inenarrabile e sfogarsi simbolicamente contro il capufficio, il coniuge infedele, il vicino di casa scoreggione, i figli drogati, il commercialista ladro, la suocera bastarda e il medico di base incapace;
Vedersi qualche bello scorcio di Roma e magari a Piazza San Giovanni farsi inquadrare dalle telecamere con l'immancabile cartello "Minchia, u dissi che finivo in TV";
Leccare la zona anale dell'uomo più potente d'Italia sperando che egli continui ad interessarsi alla qualità della nostra vita costruendo altri meravigliosi quartieri popolari come Milano 2, altre televisioni di qualità come Rete Quattro, altre squadre dal gioco imprevedibile e spumeggiante come il Milan 2006-2007;
Fare qualcosa che 6 televisioni su 7 presentavano come l'evento più di moda di tutto il 2006;
Esprimere tutta la propria perversa e irrecuperabile abiezione morale (se possibile con qualche speranza di diretta televisiva);
Trovare cocaina buona a prezzi stracciati (quando c'è una forte concentrazione di parlamentari della CdL la cosa è quasi sicura);
Farsi fare un autografo con dedica da Bondi, Bonaiuti o Bontempi.
Casini ha sapientemente smentito il suo cognome e ha preferito autoemarginarsi a Palermo (ma all'inizio si era pensato a Stromboli) dopo 40 giorni di tormenti esistenziali alla Nanni Moretti di Ecce Bombo ("Ma mi si nota di più se vado, mi appoggio a una colonna e non parlo con nessuno o proprio se non vado del tutto?").
Dell'evento del 2006, nei libri di storia del 2106, resterà una breve nota a piè pagina e forse neanche in tutti.
Devo chiedere scusa ai marchigiani e ai romagnoli per la mia battuta sul Montefeltro. Mentre nessun palermitano o napoletano ha finora protestato nella prospettiva di vincere 5-0 con l'Etoile du Sahel o 16-2 con la Shooting Stars di Kinshasa, immediate sono giunte proteste per la mia palese inesattezza geografica.
Resta il fatto che le Marche, regione nella quale affonda purtroppo o per fortuna la totalità del mio DNA (e del resto il cognome che mi ritrovo è inequivocabilmente diffuso in una fascia geografica che parte da Senigallia e non oltrepassa Porto Sant'Elpidio, anche se mi risulta presente nell'eponimia di Carlo Emilio Gadda un fantomatico Ingegner Rinaldoni milanese oltre a un Toby Rinaldoni motociclista canadese, ma sicuramente i nonni erano di Ostra Vetere o Corinaldo, e chi è quel Luca Rinaldoni cestista che si nasconde dietro le mie generalità per farsi perennemente squalificare? ) sono una affascinante anomalia etnico-cultural-geografica.
Partiamo dal numero prodigioso di dialetti, vernacoli, slangs e calate prosodiche che percorrono quella peraltro ubertosa e laboriosissima terra. Chiunque abbia presente la differenza abissale che passa tra il dialetto foggiano e quello leccese, la moltiplichi per 12 nell'immaginare la totale impossibilità di un ascolano e un pesarese che parlino ciascuno il proprio dialetto, possibilmente a velocità da mitraglia (cosa che ai pesaresi riesce benissimo mentre gli ascolani sono molto più compassati) e ovviamente nella versione più stretta e intransigente che si possa immaginare. Un pesarese ha ben maggiori possibilità di essere capito a Piacenza; un ascolano ha ben maggiori possibilità di essere capito a Campobasso.
Ma d'accordo, fra Pesaro e Ascoli Piceno ci sono ben più di 100 chilometri. Passiamo ad una dimostrazione ancora più stringente.
Tavullia e Jesi sono due località molto più vicine fra loro di quanto non siano Parma e Modena. Jesi ha prodotto 812 campioni di scherma più un fiorettista anomalo che in gioventù aveva un fioretto al posto del piede destro (tal Roberto Mancini) e alle soglie della mezza età ha una sciabola al posto della lingua; Tavullia ha prodotto negli anni 60 un tal Graziano Rossi che, non riuscendo a farsi notare come corridore motociclista, attirava comunque le attenzioni della cronaca locale aggirandosi per Pesaro con un coccodrillino al guinzaglio: mescolando molto ma molto bene la sua dotazione cromosomica con una moglie opportunamente allogenica, ha messo al mondo Valentino.
Avete visto mai nulla di più inconciliabile, inconiugabile, irrefrenabilmente diverso fino al confine estremo della totale estraneità? E soprattutto, alzi la mano chi non ha mai scambiato per romagnolo Valentino (anche il bravissimo Teocoli lo fa parlare come Casadei).
Non si tratta ovviamente solo di cadenza (fra l'altro Mancini manca da Jesi da 58 anni pur avendone solo 42 perchè aveva firmato per il Bologna già da spermatozoo nel 1948) ma piuttosto di ceppo etnico, struttura di personalità, modalità relazionali. Tanto sono chiusi, ostici, laconici, criptici e qualsiasi altra sdrucciola vi venga in mente (Freak Antoni era arrivato ad una stupenda "criptocatatonici" ma lui è lui e se lo può permettere) gli anconetani di collina, altrettanto sono pittoreschi e felliniani i pesaresi tutti.
E mentre si sente spesso dire "parlare veneto", "parlare siciliano", "parlare toscano", quanti non marchigiani riescono ad immaginarsi un fantomatico "dialetto marchigiano", quando già fra Loreto e Recanati (4 Km. in linea d'aria che diventano una dozzina in macchina attraverso il variegato ottovolante intercollinare) i dialetti non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro?
C'è una certa continuità linguistica almeno a livello provinciale, ma non ad Ancona (sulla costa si parla un mezzo romagnolo con qualche troncatura in più mentre nell'interno l'influenza umbra è dominante).
Il maceratese è indistinguibile dal ciociaro per un orecchio non allenato. Altrettanto l'ascolano dal teramano.
So che qualche marchigiano DOC mi bacchetterà duramente. Accetto la prospettiva.
Alla fine è ormai certo: indipendentemente da come finirà la visita di Benedetto Pervi (come qualunque adolescente moderno leggerebbe le oscure lettere XVI) la Turchia entrerà in Europa.
Via, svecchiamo le ormai obsolete e stucchevoli categorie della geografia, siamo o non siamo ormai quel villaggio globale già preconizzato da Mc Luhan nel 1964? E' vero o non è vero che Ambrogio Viganò, estremista del Leonka, indossa la kefia e pensa di converstirsi all'Islam, che Abdul Sakhgar di Baghdad Est beve Coca-Cola anche se di nascosto, che a Los Angeles si abbuffano di sushi e a Londra sbagliano ordinazione al sushi-bar di Trafalgar Square con esiti grotteschi trasformando la metropoli albionica in una Chernobyl in sedicesimo?
E dunque, basta con questa trita menata dei continenti che ormai non contengono più nulla.
Voci di corridoio girano da tempo sulla brama della Sicilia di diventare il 51° stato degli USA (visto che il siciliano a New York è la terza lingua dopo l'inglese e lo spagnolo), e qualche anno fa girava voce che Lampedusa, incazzata con la Provincia di Agrigento (nota per la squisita sensibilità artistico-culturale con cui maltratta la Valle dei Templi e la casa natale di Pirandello) fosse pronta a concedere le sue grazie alla Provincia di Bergamo.
Ci mettiamo anche il Montefeltro che le Marche hanno bassamente rubacchiato alla Romagna senza che nessuno muovesse un dito?
Prodi, che sembra un prelato di campagna che passa il tempo tra una partita a scassaquindici con la perpetua e abbondanti libagioni di Sangiovese, in realtà ha già fiutato il business e medita di rendere l'Italia il paese-guida dell'Africa (Napoli e Palermo stanche di un ruolo subalterno sui campi d'Europa stanno già sognando appassionate sfide con l'Etoile du Sahel e con i Red Stripes di Kinshasa).
La Nuova Guinea, St. Kitts e Nevis, il Liechtenstein e Andorra si stanno già consorziando per creare the Continent of Us Other (Er Continente de Noantri).
Alice, Peter Pan e il Gatto con gli Stivali hanno già opzionato ruoli dirigenziali nell'Unione del Continente che Non C'E' (Rocco Buttiglione le sta provando tutte per essere della partita e siamo convinti che alla fine, stante il suo tasso di inesistenza, ce la farà).
La Gran Bretagna verrà carsicamente riassorbita negli Stati Uniti, la Francia nel Canada e la Germania fonderà un'Unione dell'Europa Centrale Germanofona in cui sarà Uber Alles una volta per tutte senza rompere le palle agli altri.
La Turchia a quel punto si imbrusierà moltissimo (come quelle dive che vanno alla festa dei VIP e scoprono che Briatore è rimasto a casa e Berlusconi ha mandato Bondi e Dell'Utri al suo posto) e cercherà di tornare in Asia ma scoprirà che nel frattempo i cinesi avranno già fatto in modo di cambiare tutte le serrature.
Israele (che presa a piccole dosi è un ottimo vicino di pianerettolo) cambierà continente una volta ogni sei mesi.
La Nigeria è in parola con l'America del Sud ma intanto strizza l'occhio all'Asia e ha un intenso scambio di fax con l'Oceania.
La Svizzera lascerà liberi i suoi cantoni di pronunciarsi e sostanzialmente si smaterializzerà in tutti e cinque i continenti (salvo quegli originaloni di Appenzello Interno che hanno già firmato con Alpha Centauri).
La geografia verrà abolita come materia scolastica e smembrata metà nella letteratura e metà nella filosofia.
Tutti gli anni ci sarà un mercato estivo e uno invernale di riparazione in cui i singoli stati potranno spostarsi virtualmente da un lato all'altro del globo (ma quelli più tecnologicamente avanzati e di più modeste dimensioni, vedi Olanda e Nuova Zelanda, si doteranno di sistemi di traslocazione fisica applicando le più recenti ricerche di Renato Valente e Moonrey sulle curvature dello spazio-tempo).
Il Presidente Napolitano ha già garantito che "questi così drastici cambiamenti favoriranno il dialogo tra i popoli" (ma tanto si sa che per lui anche il fatto che sua moglie cambi tinta favorisce il dialogo tra i popoli...).
Qui sotto vi fornisco alcuni dei passaggi del discorso tenuto all'Università di Ragensburg da Benedetto XVI. In tale discorso, imperniato sul rapporto tra fede e ragione, viene citato un dialogo tenutosi fra l'imperatore bizantino Manuele II Paleologo ed un dotto persiano, intorno al cristianesimo ed all'Islam.
«Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura II, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia. Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte". L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.".
Le cose che il Papa ha detto in questa lezione universitaria mi trovano culturalmente d'accordo. Sono contro qualunque integralismo e quindi anch'io credo che chi vuole convincere qualcuno debba ricorrere alla logica, alla dialettica e, aggiungerei, soprattutto agli strumenti di una relazione educativa di cui forse il sanguigno Wojtyla avrebbe parlato mentre l'algido Ratzinger li ignora.
Storicamente non è vero peraltro che l'Islam ha portato solo delle cose cattive e disumane. L'Islam, come il Cristianesimo e (perchè no) come il marxismo, ha proposto in origine la redenzione e il riscatto degli oppressi. Poi, incontrandosi come il Cristianesimo e come il marxismo con ragioni di opportunità politica, ha prodotto i fenomeni del fondamentalismo e dell'integralismo (assolutamente presenti anche nelle altre due grandi "religioni" sopra citate). Solo gli analfabeti della Lega sostengono che non esiste un Islam moderato: è una enorme maggioranza silenziosa schiacciata da una rumorosissima minoranza.
Siccome non sono un osservante, e quindi non mi piego al medievale dogma dell'infallibilità papale, mi permetto di segnalare due piccole ma sostanziali ipocrisie di Papa Ratzinger:
3a. Pretendere e aspettarsi che il palcoscenico di una lezione universitaria nella sua Germania fosse mediaticamente meno rilevante di un discorso urbi et orbi: un sottile teologo come lui non è riuscito a realizzare che ogni parola che il Papa pronuncia in pubblico ha potenzialmente una portata mondiale, e nel 2000 più che nel 462?
3b. Nascondersi puerilmente dietro il fatto di aver usato delle citazioni: sarebbe come un violinista che accusa il suo violino per le note che produce. Chi ha scelto quelle citazioni e non altre? Chi ha scelto di includere il passo francamente discutibile "Maometto ha portato solo cose cattive e disumane."? E se qualche Imam avesse citato un altro Imam che sostiene che Gesù Cristo ha detto un mucchio di luoghi comuni ed è morto in croce come il peggiore dei furfanti, la Cristianità avrebbe abbozzato?
Ma Papa Ratzinger si mostra recidivo nei suoi bizantini distinguo (che in Turchia dovrebbero apprezzare vista la bizantinità che ancora percorre quella terra ricca di storia, ma stranamente non apprezzano) quando ancora stamattina diceva (copia incolla letterale senza nulla inventare)
Prima di salire sull'aereo che lo porterà in Turchia, Benedetto XVI ha detto: "Il mio non è un viaggio politico ma pastorale"
Ma benedetto figliolo, perchè ti ostini a non capire che il Vaticano, nonostante Stalin lo sfottesse chiedendo "quante armate ha?", rappresenta uno dei poteri politici più formidabili del pianeta?
E quindi, se posso condividere la posizione di fondo di Ratzinger, trovo un po' ottusa e piuttosto arrogante la sua pretesa di portare un contributo al dialogo dopo aver espresso delle opinioni che trasudano un maligno senso di superiorità con il concetto implicito "NOI siamo venuti prima di voi, NOI siamo la religione rivelata ma comunque vi perdoniamo perchè in fondo siamo dei bonaccioni...".
Io la chiamerei Jihad all'amatriciana.
E non vorrei che l'ala destra dell'Unione Europea gufasse contro il popolo turco, nella speranza di poter usare le loro presumibili massicce reazioni di fastidio alla venuta del Papa per affossare l'ingresso della Turchia nell'Unione stessa. Non vorrei ma sono quasi sicuro che è così. E Ratzinger, povero esserino ingenuo e candido, a parlare di una semplice missione pastorale.....
Ho un'altra notizia-bomba che Lo riabilita dai sordidi pettegolezzi di una stampa di cocainomani comunisti ricchioni che Gli si è ingiustamente accanita contro. (L'ha detto anche Lui, "A parte Emilio Fede ce li ho tutti contro anche in Mediaset...").
E' vero che ci furono brogli elettorali in quella drammatica notte in cui la Repubblica attraversò una grossa grisi (Ahò, e mica pò ffà tutto lei...).
Ma andarono nella direzione esattamente opposta a quello che postula (dopo essersi letto tre romanzi di Robert Scheckley ed essersi bevuto un boccione di tequila) quel visionario di Deaglio.
Berlusconi aveva fatto tutto il possibile per perdere: aveva insultato gli elettori, intimidito gli industriali (o intimidito gli elettori e insultato gli industriali, non ricordo bene...), consigliato a Luca Cordero di Montezemolo di cambiare shampoo e a Prodi di prendersi una vera laurea in Economia con l'aiuto del CEPU, cannato tutti e due i confronti televisivi col Romanone e compiuta una lunghissima serie di errori tattico-propagandistici che neppure il piccolo Anteo Spaggiari candidato alla carica di capoclasse della terza elementare di Fontevivo avrebbe fatto.
Silvio voleva perdere: aveva già in mente un'estate a cantare a squarciagola con Apicella, fare festini notturni con finte eruzioni e set erotici con la Veronica con eruzioni vere, pescare la cernia al largo di Capo Teulada, comprare quei fenomeni pallonari di Gourcuff, Oliveira e Favalli per il suo Milan, far sentire ad Ancelotti il fiato sul collo travestendosi da ottavo nanetto nel giardino della sua casa di Felegara, e possibilmente avere un finto mancamento in diretta televisiva per dare l'impressione che stesse ancora lavorando come un deficiente, mentre aveva già delegato tutto a Bondi e a Piersilvio.
E quindi aveva incaricato Pisanu di verificare l'andamento del voto e, qualora avvenisse l'impossibile (che la CdL si trovasse in vantaggio), con una nuova versione del Salvavita Beghelli (ovviamente trattasi del Salvavoto Beghelli) assegnare da lì in poi tutti i voti di AN all'Unione.
Tanto tutte le leggi ad personam per lui e i suoi più fidati collaboratori le aveva fatte, aveva già dissestato i bilanci e avvelentao i pozzi, ora che si facessero avanti i Prodi boys a dure a 56 milioni di italiani "Ragazzi, non c'è più una lira...". Altri 5 anni di governo con tutte le cose più serie che aveva da fare? Ma andiamo....
Sono in possesso di un angoscioso segreto a proposito di Silvio Berlusconi che da anni cerco di vendere alle principali testate giornalistiche a prezzi sempre più stracciati (ma comunque loro non abboccano), e siccome sto per morire lo rivelo al colto e all'inclita, urbi et orbi da questo mio blog.
Il Silvio Berlusconi che oggi vediamo è uno dei tre personaggi del romanzo di Philip K. Dick "Noi terrestri", che il geniale autore scrisse negli anni 50 ma non pubblicò mai perchè la trama (una evolutissima razza aliena piazza fra il 1911 e il 1947 tre suoi androidi, convenzionalmente noti come Ronald, Silvio e Arnold, come avamposti di una colonizzazione della Terra, col compito strategico di abbassare il livello culturale e intellettuale dell'intero pianeta, ma tutti e tre moriranno in stato di assoluta demenza dopo aver realizzato solo in parte la loro missione) sembrava esageratamente fantasiosa perfino ad un allucinato come lui.
Approfittando di uno squarcio dello spazio-tempo e di una curvatura della parallasse dell'orbita di Melone 3, i tre personaggi riuscirono ad evadere dalle pagine del romanzo, estromettere i veri ed intelligentissimi, Ronald Regan, Silvio Berlusconi e Arnold Schwarzenegger dalle loro vite reali spedendoli in un universo parallelo e spargere il nero seme dell'entropia in tutto l'Occidente.
Questo avvenne il 12 luglio 1956 e provocò delle strane modificazioni nei diretti interessati: Regan cambiò completamente il suo atteggiamento nei confronti di John Wayne, cominciando a trattarlo con sarcastica sufficienza; Berlusconi, all'esame di Diritto Soggettivo e Inopinato esplose in tre stentorei "Mi consenta!!!" che spinsero il docente a rispondergli "Io non le consento, si riprenda il suo libretto e ritorni quando sarà tornato in possesso delle sue facoltà mentali" e Arnold Schwarzenegger urlacchiò al suo vicino di banco delle elementari "Ach so! La prossima volta che mi rubi la merendina ti do l'ergastolo".
Quando poco prima di morire Philip Dick visitò il set di "Blade runner" e si imbattè in Arnold, i due si guardarono a lungo ognuno pensando "Ma dove czz l'ho visto questo qua?".
Quindi il presunto collasso di ieri è una gran brutta avvisaglia per l'androide n. 2: la fuga dalle pagine del romanzo purtroppo non eviterà nè a lui nè all'altro superstite di seguire la sorte dell'androide n.1. Lo sforzo fatto per rincoglionire il mondo ha sventuratamente dei rinculi simili a quelli delle armi usate da Will Smith in Men in Black, e ogni perdita di informazione nel sistema-terra produce una analoga perdita di informazione nell'androide.
Pensate che la semplice creazione di Tele Alto Milanese ha fatto perdere a Silvio tutto d'un colpo sedici miliardi di bits, mentre la discesa in campo gli ha succhiato il 50% della dotazione mentale; le canzoni scritte con Apicella e il vulcano attivo nella villa in Sardegna non sono più atti ostili verso il Pianeta, ma avvisaglie del fatto che l'androide Silvio viaggia ormai col 5% della dotazione neurale del 1956.
Si calcola peraltro che la battuta "Non sono preoccupato per il debito pubblico americano. E' abbastanza grande per cavarsela da solo..." abbia bruciato a Regan un numero di bit uguale al debito stesso.
Regan peraltro era dei tre il prototipo meglio riuscito, ha devastato l'economia americana e sparso pressapochismo e dilettantismo politico a piene mani ritirandosi dalla scena nel momento esatto in cui le sue risorse mentali erano ancora sufficienti per rilasciare interviste di senso compiuto; Berlusconi e Schwarzenegger hanno delle anomalie gravi che renderanno loro impossibile ritirarsi dalla scena politica prima che il loro stato di degrado emerga troppo vistosamente. Se avrete pazienza, vi godrete nel 2018 l'intervista che Schwarzenegger rilascerà in ologramma mondiale vestito da Conan il Barbaro e nel 2020 Apicella Presidente del Senato. Neanche Caligola era arrivato a tanto....
A sette mesi di distanza dalle elezioni più travagliate della nostra storia non abbiamo ancora la possibilità di raggiungere quel minimo vitale di rilassamento derivante dalla certezza che, comunque, la maggioranza scaturita dal voto è valida e significativa e ci governerà non dico per i prossimi cinque anni, ma almeno fino al prossimo ribaltone.
Ci può consolare pensare che nella sedicente (e ormai tutt'altro che seducente) più grande democrazia del pianeta sei anni fa era successo ben di peggio, e peccato che giù di lì non esistesse nessun Joe Cricket che scaricasse badilate di sarcasmo su quel grottesco "broglio non doloso"? Direi di no, ciascuno si gratta le sue rogne e quelle altrui non alleviano il fastidio delle proprie.
Liste elettorali depurate in modo molto controverso, schede "a farfalla" che mandavano in confusione gli elettori meno avvertiti, macchinette punzonatrici difettose e, infine, un testa a testa talmente ravvicinato da costringere gli scrutatori a ricontare le schede una ad una e a controllare tutte quelle annullate: per cinque settimane sei anni fa l'America e il mondo non seppero chi fosse il nuovo presidente. Una lunga contesa legale conclusasi solo con l'intervento della Corte Suprema degli Stati Uniti che mandò alla Casa Bianca George W. Bush. Per un margine di appena 537 (altro che 25.000!!!) voti.
Il Michael Moore de noantri fa la sua onesta, coraggiosa, audace e un po' suicida parte di giornalista indipendente che raccoglie e divulga le notizie senza chiedersi "a chi giovano", e mentre il Michael Moore "ed lor" aveva suscitato la schizzinosa indifferenza degli ambienti politici USA, Deaglio scatena un putiferio che (mi ostino a credere) era ben lungi dal preventivare.
E' una caccia a Bianca, la scheda scomparsa (freudiana citazione nannimorettiana, o no?). Come in un thriller, con il rischio di scoprire che le elezioni del 9-10 aprile 2006 sono state truccate e manipolate forse con un programmino elettronico inserito nel sistema del Viminale e, poi, fatto sparire senza lasciare traccia. Con il rischio di abbattere anche uno dei pochi tabù rimasti in questo paese: la sacralità del voto.
Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani, giornalisti di lungo corso, con la mano preziosa del regista Ruben H. Oliva, hanno provato a compiere a ritroso il percorso di quel voto: di quel lunedì 10 aprile quando i risultati partirono in un modo, cambiarono durante lo scrutinio con un ritmo graficamente incredibile e finirono, in una notte di tregenda, per sancire la risicatissima vittoria del centrosinistra. Il frutto del lavoro dei tre è un film che s'intitola "Uccidete la democrazia!".
Il film pone una questione tanto chiara quanto drammatica: le ultime elezioni politiche dovevano essere truccate trasformando le schede bianche in altrettanti voti a Forza Italia (gli unici due dati "sbagliati" dai sondaggisti), ma l'operazione venne fermata all'ultimo momento perché, probabilmente, lo stesso ministro degli Interni, Beppe Pisanu, se ne rese conto e la bloccò. La "rimonta truccata" del centrodestra, dunque si sarebbe arenata a poche decine di migliaia di voti dal sorpasso, col risultato e le conseguenze politiche che tutti conosciamo.
Certo, questa sarebbe una spiegazione paradossalmente meno incredibile del grave divario tra exit-poll e evoluzione del voto reale, rispetto alle due inizialmente ipotizzate:
Gli exit-poll sono una troiata e un paese serio dovrebbe abolirli.
Gli exit-poll sono degli strumenti statisticamente adeguati, certo che se la gente nel segreto dell'urna vota Forza Italia e poi si vergogna di ammetterlo all'intervistatore...
Le elezioni politiche sono comunque legittime. E' quanto sostiene Fausto Bertinotti a chi gli chiede di commentare le polemiche scaturite dal film di Enrico Deaglio sui presunti brogli alle ultime elezioni politiche. In seguito alla denuncia contenuta nel lungometraggio la procura di Roma ha aperto un'inchiesta. Tanto di cappello, deontologicamente doveva farlo e ha fatto bene a farlo.
La presa di posizione del presidente della Camera apre subito una polemica. Con Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia, che definisce "gravissime" le parole di Bertinotti. L'esponente azzurro contesta una frase del presidente della Camera ("Escludo che le prove che vengono sollevate possano avere influenza sul risultato elettorale") su quello che Bondi definisce "documentario-spazzatura di Enrico Deaglio".
"Che Bertinotti assegni la dignità di 'prove' alle elucubrazioni fantapolitiche di Deaglio lascia esterrefatti e non depone certo a favore della correttezza dei procedimenti di verifica in corso da parte della apposita Commissione Parlamentare. Aspetto fiducioso - conclude - che l'onorevole Bertinotti fornisca qualche spiegazione convincente".
Di tono diverso le parole del sottosegretario alla presidenza del Consiglio e portavoce del premier Silvio Sircana e del segretario dei Ds, Piero Fassino. Sircana riconosce che "qualche interrogativo su brogli elettorali me lo sono posto anche io, il crollo delle schede bianche è sorprendente. Quando però si passa dagli interrogativi alle risposte sono molto cauto". E ammette anche che "una verifica complessiva e definitiva sul risultato elettorale vada fatta".
Loro invece, a differenza della procura di Roma che ha compiuto un atto obbligato ed inevitabile, non erano tenuti a fare tutta quella grottesca confusione: se sapevano tutto e hanno taciuto, meglio pudicamente mantenere il silenzio; e se non sapevano nulla (mah...) non ci fanno per nulla una bella figura. Come sempre, secondo il buon senso popolare, la colpa del tumore ai polmoni è del medico che te lo diagnostica e non dei due pacchetti al giorno che ti sei fumato per gli ultimi quarant'anni...
Ma c'è una differenza sostanziale tra le baruffe chiozzotte dei nostri politici e le buje dei bambinetti che, incazzati per aver perso, urlacchiano "Non vale, si rifa!!!"?
Per rispondere all'ancestrale e angoscioso dubbio di Maryann Unfaithfull se quella di Crozza e Fiorello sia Satira, satira, stiratura, si tira, statura, risata, striatura e qualunque altra parola possa essere derivata per deformazione glottologica da parte di un ibrido di Bergonzoni e Bartezzaghi che ha esagerato con la cocaina,
la risposta potrebbe essere uno sprezzante "no" se pensiamo alla Satira come una nicchia culturale ormai popolata da quelle creature protette dal WWF che sono i fratelli Guzzanti, Daniele Luttazzi, Dario Vergassola quando fa il pieno di Sciacchetrà e Paolo Rossi quando non sta in televisione;
o potrebbe essere un ecumenico "sì" se pensiamo alla satira non come un isolotto ma come un intricato arcipelago con qualche isola più vicina alla costa dell'intrattenimento generalista-minimalista, e qualche scoglio vulcanico che tende verso il largo, nel misterioso oceano dell'Umorismo Alternativo.
Luttazzi, Grillo, la famiglia Fo hanno ormai optato brillantemente per Internet come sostituto a tutti gli effetti del tubo catodico per esercitare il proprio spirito corrosivo (e il secondo ha subito una deriva populistico-messianica che lo ha condotto ormai fuori dal mondo della satira).
Quando Internet non esisteva, l'alternativa al tubo catodico era solo il teatro, e le persone raggiungibili erano qualche centinaio al giorno. Avrei dato due-tre anni di vita per aver avuto un blog di Giorgio Gaber...
Berlusconi e la sua corte dei miracoli in cui i vari Gasparri, La Russa, Bontempi, Starace-Storace facevano spesso il lavoro sporco (al quale peraltro non si sottraeva neppure il premier, vedi editto bulgaro contro Biagi Luttazzi e Santoro quei maledetti demogiudaicoplutocratici) non sono più al potere, ma (come rilevavo in un post di un paio di settimane fa) il cda RAI è sostanzialmente lo stesso di sette mesi fa: signorilmente, il centro-sinistra non ha scaravoltato l'ente pubblico appena vinte le elezioni. Quanto a Mediaset, è strategicamente comprensibile e coerente che l'apertura al dissenso interno manifestata quando Berlusconi era premier, si sia molto ma molto ridimensionata ora che l'Unto del Signore arranca un attimino.
Santoro è tornato in video e questo è un dato di fatto. Paolo Rossi (che si era autoesiliato prima che glielo dicessero gli altri, dopo aver ripetuto per la 432° volta la sua ormai logora battuta che i politici gli stavano rubando il mestiere di comico) ha il suo spazio, insieme all'atipico Maurizio Milani incrocio tra Bukowski e Rabelais dopo un'abbuffata di stracotto di asinella alla trattoria Bellaria di Codogno, in casa di un altro miniemarginato come Fabio Fazio (che 6 anni fa doveva far decollare La7 e poi all'ultimo momento non se ne fece nulla, qualcuno ricorda quella bizzarra contingenza e la sua inesplicabile estromissione dai programmi di grande ascolto di lì in avanti?). L'uno e l'altro mi danno l'impressione di avere un colossale freno a mano tirato e di non essere comunque più quelli di prima. Gli anni passano, i figli crescono, le mamme imbiancano e i palinsesti si aggiornano, si sa...
Tutto questo per dire cosa? Che la satira fatta in TV è un intreccio molto darwiniano tra mutazioni più o meno impreviste e improvvise (Fiorello che slitta sulla fascia, Crozza che si accentra e tenta una percussione centrale, Luttazzi e Grillo che cambiano territorio etc. etc.) e pressioni dell'ambiente.
Quando dico che la satira di Crozza e Fiorello è affettuosa e, a mio parere, perfino leggermente inginocchiata, dico che i due validissimi saltimbanchi hanno cercato di esplorare il territorio del possibile (l'uno comunque dalla radio e giammai dalla TV, l'altro dall'atollo vulcanico La7 che sembrava un confortante spazio extraterritoriale). Lo gnomo ogni giorno meno maligno Paolo Rossi usa dei paludamenti shakespeariani come a dire "Faccio satira sì, ma nell'Inghilterra di 4 secoli fa, e quindi i miei eventuali reati sono già caduti in prescrizione e comunque il mio eventuale arresto richiederebbe una procedura di estradizione". Insomma, la satira si fa ma con una certa cautela, e appena qualcuno tuona "Come vi permettete, guitti immondi?", si spegne la candela e tutti a nanna che sennò i vicini protestano.
Mia illustre nonchè affezionata lettrice e chiosatrice Maryann Unfaithfull, ti ho risposto esaurientemente?
Secondo me no, ma spero che tu ti sappia accontentare.
Per carità, non è che voglia scagliarmi contro il Giornale... Ci ha già pensato Paolo Rossi quando chiosava "Un giornale che si chiama il Giornale... Certo che chi lo ha inventato deve essere uno che ha chiamato suo figlio Figlio e il suo cane Cane...". Volevo solo scagliarmi contro il modo in cui attualmente (e ormai da svariati anni) si fa giornalismo.
Ricordo quando avevo avuto modo di conoscere una decina di anni fa un redattore del Resto del Carlino che aveva smorzato i miei entusiasmi verso la professione del giornalista dicendomi "Guardi, non si faccia delle strane idee... Il nostro lavoro si svolge tutto al telefono e su Internet. Salvo il caso di qualche grande inviato e di qualche grande opinionista (e con uno sguardo sconsolato mi aveva fatto capire che al suo giornale non c'era nè l'uno nè l'altro) la giornata media di un impiegato del catasto è più culturalmente stimolante...".
In quel periodo si stava faticosamente passando dalla prima alla seconda repubblica, dal proporzionale al maggioritario, non ricordo sinceramente se era al potere il Berlusconi 1 o il Prodi 1 post-ribaltone. Da allora non ho più avuto occasione di incontrare qualche appartenente a quella che a 18 anni consideravo una razza eletta e adesso mi sembra più una razza di elettori, che a 20 anni vedevo come una stirpe superiore e adesso mi sembra una stirpe quasi completamente da estirpare, che a 25 anni percepivo come la crema della società e adesso al massimo è una creme-caramel scaduta.
Ma quando leggo alcuni articoli brutti, stiracchiati, al confronto dei quali solo qui su Leonardo vengono quotidianamente pubblicati qualche decina se non centinaia di post molto più ben fatti (ma si sa, le cose fatte per hobby vengono meglio di quelle fatte a pagamento, chissà perchè...), e quando vedo che questi articoli stanno per raggiungere la maggioranza assoluta in grado di formare uno splendido "monocolore dell'informazione sfatta e rifatta"... beh, quando vedo tutto questo sono assalito da una rabbia impotente.
Tutta questa ciceroniana tirata polemica (usque tandem abutere patientiae nostrae???)serve ad introdurre la suddetta notizia due punti aperte virgolette
Confondere Maurizio con Livia è stato fatale al direttore de Il Giornale Maurizio Belpietro. Oggi il quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi titola "La Turco vuole l'eutanasia per legge". Il "Turco" in questione non è però Livia, il ministro Ds della Salute, ma Maurizio, parlamentare della Rosa nel Pugno.
"Mi scuso con il ministro Livia Turco - ha ammesso Belpietro - è stato un errore, un errore grave, per cui porgo le scuse mie personali e del giornale al ministro Livia Turco.
Le scuse del direttore del Giornale non sono bastate però al ministro, che annuncia querele. "Sono indignata e scandalizzata di quanto accaduto - ha commentato Livia Turco - Evidentemente la bramosia di infangare colui che si ritiene l'avversario politico del momento è tale da offuscare addirittura la vista e la capacità di leggere i nomi e cognomi delle persone e la loro qualifica istituzionale". "Scopriamo così - prosegue - che il direttore de Il Giornale Maurizio Belpietro e i suoi redattori non sanno che sono senatrice, che in qualità di membro del Governo non firmo proposte parlamentari".
La Livia, bel personaggio che pare tolto di peso da una novella di Pavese, che mi piaceva ricordare (ma in realtà la confondo, mi dicono dalla regia, con la più giovane, più di sinistra e più incline al passaggio all'azione Katia Belillo) in un bel match pugilistico televisivo con la Mussolini, e che se avesse una trentina d'anni di più sarebbe stata un capo partigiano da dare pane burro e marmellata a parecchi maschi,
insomma
la Livia
è fin troppo buona e umana nei confronti dei redattori del Giornale, immaginando che in loro sia stata la cieca e ottusa volontà di attaccare un avversario ad obnubilarne le capacità intellettuali.
No, Livia, guarda che ti sbagli...
La realtà è che, a parte un giornale sicuramente non monarchico ed uno che non esce al mattino (ma non voglio far nomi) e, con qualche deliziosa faziosità, un giornale di manifesto spessore letterario e culturale (anche qui non faccio nomi), i redattori vengono assunti con criteri tattici, strategici, politico-partitici, opportunistici e verosimilmente licenziati al primo comparire di attività quali il libero pensiero e l'elaborazione concettuale (e quando questo accade, i più poveri si limitano a bonificare con mezzi di fortuna che vanno da turiboli d'incenso al vecchio ma sempre efficace Flit ai derattizzatori del palazzo di fronte al bagnoschiuma alla pesca del vicedirettore fatto sobbollire insieme ad un molare marcio del politico di riferimento; i più ricchi si toccano le palle e prendono in affitto una nuova redazione).
Non è la faziosità il loro male peggiore, è l'ignoranza compiaciuta di sè, la pigrizia intellettuale, la disabitudine alla riflessione, una percezione della professione che non ha più alcun respiro culturale, alcuno spunto creativo, alcun alito di curiosità.
Meno male che leggendo la parola "Turco" non hanno avuto una reazione pavloviana ancora più estrema mettendosi ad inveire contro l'ingresso della Turchia nell'unione europea o (ci potevano anche arrivare) all'ingiusto accantonamento del grandissimo Riccardo Del Turco con la sua immortale hit "Luglio col bene che ti voglio".
Non credo che nessuno di loro ci metta più di 3 minuti e mezzo a scrivere un articolo, compreso farsi venire in mente la password del computer, operazione che da sola prende 3 minuti e 25 secondi.
Più vado avanti con questo blog e sempre meno mi interessa inseguire le notizie più clamorose: molto più spesso mi piace andarmi a cercare le notizie di seconda schiera faticando anche un po'. Sono circa due mesi che ho lasciato perdere la politica estera, non ho direttamente dedicato alcun post alla pittoresca guerra civile che si sta svolgendo in Parlamento sulla finanziaria. Mi divertono di più i filmetti amatoriali che attraverso i perversi intrecci del Fato diventano "eventi speciali" a Venezia, le gaffes di Putin che neanche Daniele Luttazzi (magari Lelio invece sì) sarebbe riuscito ad inventarsi talmente grottesche, le promesse di Blair di abbandonare la politica entro un anno, e altre gustose spigolature (come andare a pesca di branzini quando ti trovi davanti carcasse di megattera che aspettano solo di essere caricate a bordo...).
Eppure...
Eppure questa ormai stiracchiata, insulsa, stucchevole, ridondante, sgraziata, sgradevole, mal posta e mal sviluppata polemica sul diritto di satira mi spinge ad abbozzare qualche rudimentale e approssimativa riflessione.
Prima di tutto: la satira non è mai "contro"; se si tratta di satira non la si può concepire come un attacco frontale e distruttivo: quella si chiama "offesa" ed è altra cosa, non è illuminata da un sorriso e non fa ridere. Viceversa, il Ratzinger di Crozza e il padre Georg (buon Dio, spero che si scriva così perchè il tipetto mi risulta permalosissimo) di Fiorello sono due figure deliziose e (purtroppo per loro) molto ma molto più simpatiche degli originali. Come mai Wojtila non è mai stato oggetto di satira? Forse perchè aveva un carico di umanità e di simpatia (e, aggiungerei, di sana autoironia tipicamente polacca e comunque slava) che rendevano difficile crearne un doppio più simpatico ancora?
Non ho nè il tempo nè la voglia nè l'intenzione di citare Henry Bergson, Luigi Pirandello o Paul Watzlawick a proposito di che cosa sia l'umorismo: a differenza della comicità, che Benigni difende a spada tratta come "espressione del corpo", l'umorismo è espressione della mente, richiede un alto livello d'ingegno e a volte anche una grande ricchezza culturale. Mentre la comicità è fatta di stereotipi (e a volte è becera e può offendere, vedi la lucida disamina della mia amica Chiara sugli americani che ridono del ragazzino maltrattato alla partita degli harlem Globetrotters), l'umorismo è tutto fatto di intrecci, di incastri, di collegamenti inaspettati e di "condensazioni" (vale a dire, sintesi al limite dell'inconscio di cose tra loro molto lontane come avviene spesso nei sogni o nelle libere associazioni dell'ubriaco). La satira usa le forme esteriori della comicità al servizio dei meccanismi profondi dell'umorismo: di fatto, fare satira significa spesso prendere un personaggio famoso e significativo e "trasporlo" in situazioni surreali, vale a dire non vere ma in qualche modo plausibili.
Le persone intelligenti di solito non si offendono di essere messe alla berlina, prima di tutto perchè essere scelti come oggetto di satira significa essere famosi e significativi, e in secondo luogo perchè è chiaro che chi ti usa come oggetto di satira ti rivolge contro sentimenti complessi, in cui c'è sicuramente una componente aggressiva ma la componente affettuosa e quasi complice è sicuramente predominante.
Nella fattispecie, le caricature di Crozza e Fiorello sono talmente affettuose da rasentare la piaggeria: prendono genialmente delle parti della personalità degli originali e provano ad immaginare come potrebbero muoversi se non avessero dei ruoli istituzionali così inamidati, esplorano appunto il "possibile" che non è però nè realmente probabile nè del tutto verosimile. Fanno con i personaggi quello che, ad esempio, il mio adorato quasi-concittadino Gene Gnocchi (scadente invece come imitatore-satireggiatore di personaggi reali) fa con le situazioni della vita quotidiana in un modo che mi ricorda il miglior Achille Campanile.
E quindi l'oggetto di satira, per andare bene, dev'essere lì a metà strada: lo si deve amare abbastanza, ma non troppo: è per questo che certe truci raffigurazioni dell'Islam non si prestano ad essere satireggiate, non per paura come dicono in Vaticano, ma per una purtroppo irrimediabile lontananza affettiva e culturale.
In un'era in cui tutto è comunicazione, mi viene da sciogliere un elogio incondizionato al silenzio.
Penso a quella affascinante canzone molto anni 80 che è "Enjoy the silence" dei Depeche Mode,
penso alle parole che Fellini mise in bocca a Benigni nel suo commiato dal cinema e dalla vita, "La voce della luna", "Eppure credo che se tutti facessimo un po' di silenzio, qualcosa si potrebbe capire...",
penso alle stupende poesie minimaliste di Ungaretti (M'illumino/ d'immenso o Si sta/ come d'inverno/ sugli alberi/ le foglie) che sono più brevi dei titoli dei film della Lina Wertmuller,
penso a due canzoni-manifesto del Battiato under 40 (Up patriots to arms e Bandiera bianca) in cui il feroce catanese esprimeva tutto il suo corrosivo disgusto per il terribile rumore che aveva preso possesso del mondo travestendosi da parola;
penso a uno degli assunti di fondo del libro Paradosso e controparadosso, che chi si interessa di terapia familiare o più in generale di come la comunicazione disfunzionale fa impazzire la gente sicuramente conosce, "In un messaggio non verbale è molto più difficile sostenere una bugia che nel mondo del verbale".
Mi ricordo che una volta, nel cercare un titolo per una ricerca sulle diverse comunità terapeutiche che avevano determinate caratteristiche (non importa qui menzionare quali) avevo alla fine optato per "Squali e delfini".
Ovviamente, l'incuriosito lettore morirà dalla voglia di saperne di più e vorrà capire il significato di questo apparentemente oscuro accostamento.
E' presto detto: mi ha sempre colpito l'idea che un delfino e uno squalo di medie dimensioni (non uno squalo tigre e meno che meno uno squalo balena, che peraltro nei suoi 18 metri di lunghezza è del tutto pacifico e si nutre come la balena vera e propria solo di plancton) visti non troppo da vicino possono essere confusi l'uno con l'altro, e quanto meno hanno un certo livello di somiglianza obiettiva, pur provenendo da due tipi di evoluzione completamente diversi.
Cinquanta milioni di anni fa i progenitori dei delfini scorazzavano ancora nelle paludi confinanti con i grandi oceani, incontrando probabilmente qualche difficoltà a difendersi dai predatori e cercando disperati un ambiente dove potersi muovere con maggior disinvoltura; i progenitori dei moderni squali erano già molto simili ai loro nipotini, segno che con loro l'evoluzione aveva raggiunto un livello di successo e a suo modo di perfezione che pregiudicava ulteriori progressi, o meglio li rendeva inutili e superflui (e l'evoluzione da questo punto di vista si accontenta della sufficienza, evita di abbellire o complicare organismi adatti con ulteriori barocchismi).
A volte la pressione dell'ambiente porta creature assolutamente diverse, intrinsecamente diverse, strutturalmente diverse, ad assumere delle forme simili: e da questo punto di vista l'acqua è un mezzo talmente particolare, rispetto all'aria e alla terraferma, che mostra una severità e una selettività quasi totale: se vuoi passare la tua vita in acqua devi avere determinate caratteristiche altrimenti duri poco.
Certo, lo squalo non ha fatto altro che sviluppare al meglio la struttura ossea, somatica, funzionale dei pesci, è stato un buon geometra ma non troppo creativo; i cetacei, viceversa, hanno stravolto le caratteristiche esteriori dei mammiferi per poter sopravvivere in un nuovo ambiente, si sono inventati soluzioni evolutive sbalorditive e incredibili: un capodoglio raggiunge profondità che distruggerebbero il 95% dei pesci, le orche cacciando in branco mangiano il triplo degli squali che sono talmente fetenti che non si fidano neanche gli uni degli altri.
E questo fatto si porta dietro una grande verità: che non importa tanto e solo qual'è la fine del tuo viaggio, ma anche che tappe ha avuto, quanto è durato, con che atteggiamento lo hai fatto.
Passando dalla biologia all'arte, mi vengono in mente artisti che sono arrivati a subire in qualche modo la pressione dell'ambiente: che so, Miles Davis rispetto al rock o Franco Battiato rispetto alla "canzone d'autore". Uscendo dalle loro nicchie ecologiche (il primo da un cool jazz molto ortodosso, il secondo da una strana nicchia a metà strada fra Stockhausen e le sperimentazioni elettroacustiche del rock progressivo dei turbolenti anni 70) hanno deciso di conquistare ambienti più vasti, accettando sì di nuotare piuttosto che di camminare, ma portandosi appresso uno spessore artistico che coloro che erano nati nuotatori neanche si sognavano.
Attenzione: la contrapposizione fra squali e cetacei non è fra il bene e il male! Un'orca è un cetaceo, ma tra una di queste e uno squalo balena non avrei dubbi con chi condividere una sana nuotata.
E alla fine, il popolo dei bloggers attraversa una evoluzione simile: l'equivalente dello squalo (ripeto, non inteso come creatura del male, tra l'altro è provato che gli squali, oltre ad essere esteticamente bellissimi, considerano l'uomo un boccone ripugnante e non hanno neanche tutti i torti) è colui che trova nei blog il proprio elemento naturale, si destreggia con adamantina naturalezza nelle circonvoluzioni del web e costruisce con automatica e quasi istintiva maestria un prodotto accattivante; l'equivalente del delfino è colui che, attraverso evoluzioni più o meno complesse, si costruisce spesso con tribolazione una struttura somatica adatta ai blog ma dentro di sè sa che il blog non sarà mai il suo elemento naturale; e tuttavia ci nuota e ci naviga perchè la terraferma a volte è infida e sgradevole; ma nonostante tutto, il momento in cui riaffiora e dà ai suoi polmoni il tocco rigeneratore dell'aria terrestre lo illumina d'immenso.
Ovviamente tutte le persone che mi leggono appartengono alla categoria dei delfini e quindi non esiste nessun pericolo di fraintendimenti o incidenti diplomatici fra speci, generi e famiglie diverse.
E va bene, non ho problemi ad ammetterlo. L'insuccesso mi ha dato alla testa. Sto assaporando il meraviglioso sapore dell'indifferenza altrui, il fascino sottile dello scrivere per nessuno, la dolcezza irrefrenabile di aggirarsi per il web concionando inascoltato e blaterando fra la annoiata condiscendenza dei passanti.
Quando il rapporto blog pubblicati/commenti ricevuti resta drammaticamente inferiore ad 1, e quando le statistiche del numero di visitatori giorno per giorno ricordano l'altimetria di una corsa ciclistica, dove alle rare salite corrisponde quasi subito un'altrettanto repentina discesa, è fatta: la tua carriera di genio incompreso è cominciata, o meglio prosegue sotto i migliori auspici.
E' vero che io mi picco di scrivere per pochi, e considero tuttora il mio blog un blog di nicchia, se non di isolotto sperduto al largo delle coste neozelandesi: ma così si esagera.
Perfino il fatto di non aver ricevuto in quattro mesi di onorata frequentazione dell'arcipelago dei blogs (con la esse, son più d'uno) neppure un commento offensivo e/o minatorio mi fa chiedere se sono il figlio della serva, una specie protetta dal WWF, un tifoso del Pizzighettone o una specie mutante che non trova il suo habitat naturale neanche col bastoncino del rabdomante.
Così, con discontinua e capricciosa frequenza, estrometto dalle mie meningi malridotte un ennesimo pezzullo (questo è addirittura il centoventesimo se ho tenuto un'adeguata contabilità) e lo lascio marcire nel mare magno dell'inutilità dove presto si decomporrà e perderà ogni appeal mediatico per trasformarsi in un pugnettino di irrilevanti bits nel rumore di fondo che accompagna le nostre giornate.
Del resto, nel momento in cui un genio viene compreso riceve mille lodi ed encomi ma perde ogni genialità; Caparezza, unico rapper che quando rappa colleghi una frazione significativa della sua dotazione encefalica, ha lottato per far arrivare il suo messaggio e adesso ascolta trasecolato la sua "Fuori dal tunnel" echeggiare da migliaia di suonerie di cellulare. Non era proprio quello che cercava, ma se non puoi ottenere quello che ti piace, fatti piacere quello che hai ottenuto...
E sempre del resto, dopo essersi interessato dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo, è normale che lo scienziato si riposi interessandosi dell'infinitamente medio.
Comunque sia, continuare a comunicare nel vuoto quasi assoluto alla fine è frustrante: uno può anche risparmiare sulla connessione Internet facendosi un blog segreto, leggendoselo e rileggendoselo e dicendosi "Madonna come scrivo bene!!! Sono o non sono il più bravo scribacchino del reame?". Anzi, può risparmiare sul pc, semmai rivendendoselo tanto che ci può spuntare almeno l'equivalente di una cena per quattro da Squeri a Cella di Noceto, e tornare a quella sana compilazione del diario che aveva abbandonato da un numero imprecisato di anni.
Oppure può continuare a coltivarsi l'automistificazione "Io scrivo per il piacere di scrivere, chissenefrega dei commenti", ma allora perchè la prima cosa che va a vedere (prima ancora di verificare se il suo antivirus ha avuto il sopravvento sulla pattuglia di virus che lo stanno tenendo impegnato dal 1999, che fine ha fatto la tentata vendita su eBay della sua collezione di cd di Claudio Lolli, e se gli ha scritto qualche vecchia fiamma desiderosa di provare il gusto eccelso della minestra riscaldata) sono i commenti sul suo pezzentissimo blog? E quando non ne trova nessuno, consolarsi sbraitando "In fin dei conti l'80 per cento dei commenti sugli altri blog se li scrivono da soli sotto mentite spoglie, o anche se sono veri sono esclusivamente 'vuoti di scambio' (sic!) della serie Io commento sul tuo, tu commenti sul mio e poi io magari vado sul suo a dirgli di dare una sbirciata al tuo che hai guardato quello di qualcun altro che ti sembrava avesse qualcosa a che vedere col suo."
Oppure può consolarsi costruendo grotteschi intrecci spionistici in cui la CIA, l'Intelligence australiana, Moggi e Galliani, Tronchetti Provera e Afef si coalizzano per boicottare il suo blog mandando a tutti gli altri navigatori in Internet e-mails minatorie per dissuaderli ad entrare nel suddetto pena l'immediata perdita del lavoro e della casa, il ritiro della patente e la cancellazione dall'anagrafe.
Oppure può restare semplicemente dove un attimo vale un altro senza chiedersi come mai. E probabilmente lo farà.
Come se la cava il governo di centro-sinistra con le schegge impazzite dell'estremismo che, accompagnate in composto e imbarazzato silenzio da Diliberto e da un altro manipolo di parlamentari che non si vergognano di chiamarsi ancora "comunisti", inscenano quella che Libero definirebbe una "indegna gazzarra", il Foglio una "manifestazione di infantilismo", l'Osservatore Romano "una gravissima offesa ai valori fondanti dello Stato Italiano"?
Già: e come se la cavava il governo di centro-destra con le schegge impazzite dell'estremismo che, a più riprese e nell'indifferenza delle televisioni (poche parole di circostanza al posto della levata di scudi generale di questa volta) si sono lasciate andare ad apologie del fascismo senza che nessun parlamentare di destra prendesse le distanze? Non mi risulta che nessun Fini e nessun Gasparri e nessun Bontempi detto "Er Pecora" li abbia definiti "imbecilli". Probabilmente non ce n'era bisogno perchè, salvo qualche reportage minimamente obiettivo che Rai 3 e La7 producevano a loro rischio e pericolo, nessun altro scatenava contro quelle violentissime e grottesche adunate neofasciste la benchè minima campagna mediatica.
E attenzione, in quei casi non si trattava di una frangia di una ventina di teste calde che andavano veramente "corcati di botte" come Diliberto ha detto oggi che avrebbe voluto fare, ma in realtà non ha fatto. Si trattava di manifestazioni in cui la totalità dei partecipanti inneggiava ai fasci littorii, a Mussolini, quando non alla "soluzione finale" per tutti gli oppositori della Destra Nazionale.
Se vogliamo fare l'informazione, facciamola. Se vogliamo giocare coi fatti, facciamolo, ma al Bar Sport, non sui giornali e meno che meno in televisione.
"Ma che cosa vuol dire 'Di sinistra, di sinistra'? Non sono un social-democratico anch'io? Avanti al centro contro gli opposti estremismi...". Così Dio Padre Onnipotente rampogna Lucifero ne "La Genesi" di Francesco Guccini.
Del matrimonio dell'anno proprio non ne volevo parlare: questi divi mi sono talmente poco cari e familiari che confondo ancora Tom Cruise con Tom Hanks e della sposina so solo che di cognome fa Holmes (come Sherlock e come John) ma non ricordo neanche più se il nome è Katy, Kathie, Kelly, Chellallà o Trallallà.
Di solito mi documento (quando la notizia è importante) e cerco di essere anche informativamente esatto: quando ne vale la pena paragono le versioni della Repubblica e del Corriere, a volte ci aggiungo anche il Manifesto e la Padania e ho l'impressione di aver coperto tutto l'arco costituzionale. Stavolta no, anche perchè non è del matrimonio del mese che voglio parlare.
Se mai, come talvolta mi capita, mi piace spettinato camminare col capo sulle spalle come un lume, così mi diverto a rischiarare la deriva entropica dell'informazione e della stessa convivenza civile.
A volte mi chiedo se questi divi yankees vengono in Europa, in Italia in particolare, con lo stesso approccio con cui noi andiamo negli angoli ameni del terzo mondo. Perchè si sposano a Bracciano piuttosto che a Wichita, o prendono casa sul lago di Como piuttosto che sul Lago Michigan? Davvero amano l'italian way of life? Capiscono la nostra millenaria cultura, riescono a scoprire negli improperii di un conduttore di autobus romano echi dell'oratoria ciceroniana, o nei moccoli di un portinaio fiorentino tutta la magnificenza della famiglia Medici? Visitano più volentieri il Pantheon o Via Condotti? Il Castello Sforzesco o Via Montenapoleone? Si pascono (voce del verbo pascersi) più volentieri di una visita agli Uffizi o a Brera o di una permanenza in qualche ristorantino tipico dove per una sera tradiscono la cocaina per dosi industriali di Chianti o Barbera?
Perchè il Comune di Bracciano si presta a questi matrimoni esotici degli insopportabili zotici a stelle e strisce (C'o saprebbe io indove c'e farebbe 'e stelle e strisce, commenta il popolino più smaliziato)? Si mette nell'atteggiamento di offrire "panem et circenses" alla plebe osannante?
E ovviamente, la sicurezza e la privacy degli sposini della settimana viene garantita a totali spese del Ministero degli Interni, needless to say.
E infine, gli sposi del giorno non hanno neanche placato minimamente la voglia di annusare l'acre odore del jet set del popolino ignaro, sono penetrati nel castello superblindato dove hanno dato ufficialità alle loro turpi passioni reciproche in una vettura dai vetri oscurati e nello stesso modo se ne sono usciti. Vabbè, è stato come vedere un arrivo in volata del Giro d'Italia, al momento topico non vedi un czz ma respiri l'atmosfera (o, esperienza personale, "vedere" gli U2 in 654° fila respirando un'atmosfera di fumo passivo che se mi facevano l'antidoping mi toglievano gli ultimi due titoli provinciali di freccette). Ma almeno Jim Carrey poteva farsi vedere e riproporre la gag di Ace Ventura quando scopre di aver baciato un transgender (la Gardini avrebbe apprezzato...).
Che a questa superpompata saga mediatica sia stata concessa un'attenzione superiore a quella riservata alla guerra civile sulla Finanziaria in Parlamento sarà stato rilassante ma non è stato serio.
Vederla e decidere di scendere dall'autobus fu un tutt'uno: non aveva ancora deciso un sia pur minimo abbozzo di strategia e già il suo pollice schiacciava con violenza il pulsante della prenotazione fermata. Erano almeno tre settimane che quando la incontrava tirava dritto senza salutarla, ma poi con la coda dell'occhio studiava le sue reazioni e interiormente godeva nell'indovinare non già l'indifferenza o addirittura il sollievo per non essere stata salutata ma un ulteriore ingrigirsi dello sguardo già un po' mesto di suo, un leggerissimo incurvarsi del collo come a sopportare un piccolo oltraggio al quale non ci si sapeva opporre.
Meno che meno aveva risolto l'impasse e la contraddizione fra le volte che la incontrava, di solito guarda tu in ambienti talmente stretti che doveva leggermente arretrare la spalla per poter passare e farla passare, e riusciva con il suo sublime talento istrionico a trapassarla con lo sguardo come se lei non esistesse, a guardarla senza vederla e soprattutto senza ostentare la minima reazione neurovegetativa alla sua presenza (come dire: la vista di una cimice avrebbe provocato reazioni significamente più tangibili); e questa volta in cui lei era passata veloce, bella nella sua bruttezza, lampo energetico al finestrino dell'autobus, sicuramente senza vederlo, e quindi quale mai motivo per interrompere la congiura del silenzio e porre fine a un gioco che gli procurava quel sottile piacere che lui ben conosceva, il piacere della rinuncia contrapposto alle sofferenze della ricerca?
Lui era fatto così: una fitta trama difensiva di parole e pensiero, una corazza di gelida logica, una turris eburnea di cartesiana razionalità, veniva di quando in quando squarciata e mandata in corto circuito da soffi misteriosi di impulsività allo stato puro. Talvolta in passato aveva saputo creare spazi in cui l'impulsività allo stato puro poteva essere irreggimentata e delimitata (vedi alcune domeniche in cui, totalmente solo, prendeva la macchina e girava senza meta trovando meravigliosa la casualità apparente dei suoi giri, che sicuramente sottendeva una profonda ancestrale logica inconscia che forse un giorno sarebbe arrivato a padroneggiare); adesso, per tutta una serie di motivi, non poteva e non voleva più farlo.
Passare dal sintomo nevrotico (i giri solo apparentemente a caso della domenica) alla totale rimozione aveva avuto un impatto pesante sulla sua vita: e del resto non era stata una scelta voluta, era stata piuttosto la concomitanza imposta di una condizione di minore disponibilità di beni e risorse e di una drastica riduzione quantitativa e qualitativa della sua vita sociale. A un certo punto i desideri erano diventati un problema, gli impulsi qualcosa da reprimere, la fantasia una voce stonata che era impossibile tacitare ma alla quale era meglio non dare retta.
E invece no, i desideri ogni tanto gli riprendevano la mano e si facevano cosa concreta, talmente concreti e impellenti da esigere almeno ascolto, se non soddisfazione immediata. In quei momenti la logica veniva scavalcata così come un gigante scavalca con irrisoria facilità uno sbarramento che è ostacolo solo per un uomo di ordinaria statura, ma non per lui...
Cosa lo aveva messo in condizione di perdersi a suo tempo in maniera quasi umiliante dietro quella piccola donna che trasudava fatica e sofferenza, disillusione e arte di arrangiarsi? Quante e quali giustificazioni si era recitato per convincersi che non si trattava di nulla di diverso da un gioco dalle regole maliziosamente mal definite?
E come mai (buffo!!! quasi non se lo ricordava più) a un certo punto fra lui e lei si era di nuovo interposta la sua mortale corazza di divieti? Come mai all'innocuo e disimpegnato piacere di qualche bacio e qualche carezza (senza nessuna prospettiva di ulteriore vincolo, e alla fin fine andava splendidamente bene così) si era sostituita da parte sua una rabbia talmente estrema da non potersi tradurre nè in parole nè in azioni, ma solo e unicamente in un doloroso silenzio?
Solo allora si era legittimato a sognarla.
Solo allora la censura onirica era andata a fumarsi una sigaretta e lui aveva portato fino al risveglio la vellutata sensazione di una presenza di lei talmente profonda che non valeva più la pena di spazzarla via.
Di fatto, queste erano le considerazioni che occupavano la sua mente mentre ripercorreva a ritroso la strada per cercare di incontrarla; ma ovviamente non così lineari e filanti, tutt'altro... come un sugo in cui sobbollivano concetti ancora crudi che non volevano saperne di cuocersi così da poter essere consumati senza rischio di intossicazione.
Quello a cui non voleva cedere era il fascino del fatalismo. Stava quasi per cadere nel gioco perverso "Se non riesco ad incontrarla prima dell'arrivo del prossimo autobus è un segno; ed è un segno a fortiori se la incontro", quando lei uscì da un frutta e verdura e quasi gli franò contro. E lui capì qualcosa di talmente ineffabile che non c'è modo di ritradurlo in parole correnti.
Ricevo da Chiara (http://moonrey.leonardo.it/blog), una blogger che mi segue con grande attenzione sovrastimando i miei minimalistici pensieri ad alta voce, sempre a proposito del ragazzo disabile maltrattato dai compagni ed esibito su Internet nella categoria "Video divertenti". Il responsabile italiano di Google dice (sarà vero?) che il controllo sulle immagini inviate in rete ce l'ha solo la base Nasa di Houston, diretta da un nipote di Ruggero Orlando. Ma anche ammesso che gli americani potessero davvero controllare e filtrare, lo farebbero?
E' l'ennesima prova di come su fatti così gravi c'è ancora chi cerchi di fare lo scaricabarile... Poi voglio dirti... in America forse censurano di più un video amatoriale che non scene di violenza di questo genere... Negli Usa ci sono stata parecchi anni fa (1994 per l'esattezza) è un mondo strano pieno di contraddizioni. Nella fifth avenue di New York stanno i negozi più lussuosi insieme a comunità di "homeless" che vivono ricoperti di stracci per strada... Passano limousine, agli angoli fumosi dei fumi di riscaldamento dei grattacieli nelle strade del centro, ma non si curano di nulla... Più recentemente sono andata a vedere lo spettacolo dei Globe Trotter... e per loro faceva molto ridere tra un passaggio di basket e l'altro, che un ragazzino qualunque preso dal pubblico si facesse strattonare e umiliare dinanzi a tutto il pubblico... Fa ridere uno che cade... Fa ridere anche quando si fa male... Quando a cadere sotto i colpi è un autistico, un down, un "diverso". Non stiamo andando avanti... stiamo regredendo. Se non sei perfettamente "funzionante"... ti buttano giù dalla rupe...
Forse vale la pena di fare qualche considerazione in più sul popolo americano? Sono loro ad avere il sostanziale controllo dell'informazione mondiale, attraverso Windows e, da qualche anno, attraverso quella lampada di Aladino che è Internet, e a quella pietra focaia che fa scoccare la scintilla giusta e intensa nella suddetta lampada che è Google.
Da una quindicina d'anni hanno virtualmente monopolizzato il mondo, non più diviso in due blocchi ma completamente egemonizzato e controllato dalla "pax americana", sorprendentemente simile alla "pax romana" di duemila anni fa. Certo, l'Unione Sovietica come avversario è stato un po' più tosto di Cartagine: non avevano gli elefanti, ma avevano uno spessore scientifico-produttivo-bellico tale da tenere in scacco il Pentagono e forse anche il Dodecaedro.
Poi, come per Roma, sconfitto l'avversario visibile, si è trattato di affrontare l'avversario invisibile: le mollezze dell'età imperiale, il gigante romano dai piedi d'argilla e dagli attributi un po' atrofizzati. I Barbari sono arrivati, guidati da un progenitore di Diego Abatantuono, hanno fiutato l'aria e si sono fatti avanti. Magari non erano così barbari come li facevano i romani, e magari i romani non erano più quelli che credevano di essere. Chissà...
Ma c'è un altro parallelo interessante: la genesi degli Stati Uniti non è esageratamente diversa dalla genesi di Roma antica, salvo che i Romani hanno dimostrato un ingegno enormemente superiore a quello degli americani, perchè si trovavano ad operare in un area geograficamente problematica, priva di grandi pianure, con un Mediterraneo già solcato da prospere e raffinate civiltà, mentre i coloni del Mayflower si trovarono davanti un territorio sconfinato e ricchissimo per fauna e flora, dalle enormi vertiginose pianure (ancora oggi i loro film ci mostrano viaggi da una città all'altra in paesaggi lunari che qui da noi trovano riscontro solo in Sicilia e Sardegna, in Val Padana non c'è un decametro quadro che non sia edificato); quel manipolo di immigrati probabilmente disperati e forse anche politicamente scomodi che approdarono nel Nuovo Mondo portavano con sè non solo alcool e armi da fuoco, ma anche un arrogante certezza di essere padroni del loro destino senza dover rendere conto a chicchessia delle proprie azioni.
Nessuna civiltà mai fino allora, e forse nessuna civiltà in futuro, ha potuto nel corso di meno di due secoli deflagrare in modo così devastante cambiando il corso della storia.
Poi, si sa, i vincitori scrivono i libri di storia e gli sconfitti, a forza di leggerli, ci credono anche loro. Gli USA non hanno conquistato militarmente il mondo (anzi, come colonizzatori gli antichi Romani erano mille volte più bravi, visto che le operazioni militari americane, eccetto per fortuna l'intervento anti-Hitler di sessantacinque anni fa, si sono risolte quasi tutte in paurosi flop, vi dice niente la parola Vietnam?), ma lo hanno colonizzato economicamente e culturalmente, con l'invadenza dei loro prodotti e delle loro sedicenti opere d'arte, creando un mondo di jeans rock e Coca Cola dove non è spiacevolissimo vivere, basta assumere il corretto atteggiamento mentale di subordinati.
Già, di subordinati. Perchè chi parla di globalizzazione usa una parola impropria. Se il mondo fosse il villaggio globale preconizzato nel 1964 da Marshall Mc Luhan sarebbe un gran bel mondo: un mondo in cui le singole unità interdipendono e nessuna può fare a meno delle altre; un mondo in cui ognuno potrebbe spostarsi dove trova le migliori condizioni di vita e di lavoro, senza sentirsi riciclato da risorsa a problema; un mondo in cui i confini nazionali vengono a cadere perchè non hanno più senso. Viceversa, quella del terzo millennio non è globalizzazione, è il più strisciante e umiliante dei colonialismi.
Ma almeno fossimo colonizzati da una civiltà raffinata e civile: no, siamo colonizzati da 260 milioni di cow-boys che (Chiara ha ragione) ignorano cosa sia la solidarietà, ignorano cosa sia una sanità pubblica (chi non ha un'assicurazione sanitaria rischia di morire o al massimo viene curato in veri e propri lazzaretti seicenteschi), hanno in mente solo il denaro ed il potere (che, lo sapevano anche i Rokes, "sono trappole mortali") e deridono e umiliano il più debole (vedi militari USA in Iraq, anche se i tedeschi in Afghanistan non hanno scherzato neanche loro, prendendosela addirittura con le ossa dei morti...). Un melting pot andato un po' a male...
Lo schifo si è attenuato. E anche se tuttora con un retrogusto di vomitoso ribrezzo, vorrei concludere il mio ragionamento sul giovane disabile (le ultime fonti lo danno autistico piuttosto che Down) maltrattato e umiliato dai compagni, videoregistrato con i telefonini dell'ultima generazione che ormai ti fanno anche il caffè e infine immesso in rete come "video divertente".
Cosa ci sia di divertente in un povero ragazzo fragile e indifeso, appassionato di Zucchero e probabilmente innamorato non corrisposto di tutte le sue compagne di classe, che viene brutalmente spintonato, offeso ed esposto al pubblico ludibrio mentre l'intera classe assiste allo scempio; cosa ci sia di divertente stento a capirlo. Del resto, cosa c'è di divertente nella banda del Bagaglino? Cosa c'è di talento musicale in Gigi D'Alessio? Cosa c'è di capacità politica in Silvio Berlusconi e di capacità imprenditoriale in Tronchetti Provera? Cosa c'è di rocker in Madonna e di cantautore in Renato Zero?
Dobbiamo accettare di vivere in un'epoca in cui l'applicazione di etichette è un esercizio che viene fatto con maniacale reiterata insistenza e spesso ad occhi chiusi dopo aver bevuto due litri di Nocino andato a male. Tutti devono avere un'etichetta, vera o falsa, giusta o sbagliata, coerente o assurda non importa. Chi non ha un etichetta non può far parte del gioco e anzi, veh, lo mettiamo subito in nomination così impara...
Il disabile sbertucciato di etichette ne aveva diverse molto pret a porter: lo scemo del villaggio, l'amicone innocuo e disponibile, il Rodolfo Valentino mancato, forse chissà il delatore ai professori ecc. ecc. ecc., etichette intercambiabili in modo che, zic, al momento giusto saltasse fuori quella buona: se non appartieni non esisti e se non ti qualifichi non sei. Chiaro?
L'ultima fatale etichetta è stata quella di "zimbello virtuale" su Internet, dove girano video veramente divertenti e spiritosi (ho in mente quello delle svariate e fantasiose alternative della testata di Zidane e Materazzi che era davvero esilarante) insieme a insopportabili ciofeche.
Ma mi chiedo sostanzialmente due cose, con quel tanto di vis polemica e verve retorica opportuna alla bisogna:
Qualcuno su Google ha controllato in quale categoria andava a finire questo video? Sono i mettitori in rete che devono fornire essi stessi ex abrupto una categoria, o c'è qualche curatore che provvede alla cosa? So già che la risposta è no, che il responsabile italiano di Google ha detto (e te pareva...) che lui non ha alcun controllo sul materiale e che il controllo ce l'ha solo la Google americana (ma no, dema sempor la colpa a lì lor anca se'l piov a Fidensa).
E la seconda, ancora più grave: per tutto il tempo in cui il turpe e osceno video (in confronto la rappresentazione di un rapporto orale è di una adamantina pulizia) è stato in rete, nessuno si è vergognato nel guardarlo: nessuno ha ritenuto opportuno denunciarlo? Ma in che mondo di avvinazzati strafatti malati di mente viviamo???
Ci sono personaggi che riassumono in sè un intero paradigma scientifico.
Elisabetta Gardini è la simbolizzazione bipede e vivente della seconda legge della termodinamica e dimostra come l'essere umano, dopo un breve e travagliato periodo anti-entropico durante il quale accumula risorse ed energia (peraltro a spese del resto dell'universo, quindi accelerandone seppur in minima misura la morte) raggiunge un asintoto dal quale inizia una lenta, irreparabile, irreversibile e a volte, come diceva Funari "tanto libberatoria" dissoluzione.
Vediamo in concreto:
Elisabetta Gardini nasce a Padova mezzo secolo fa: è quasi coetanea del concittadino Riccardo Patrese, un po' più giovane di Toni Negri e Marco Boato, che movimenteranno gli anni 70 della metropoli euganea, ma solo il secondo la farà franca, per aver usato dei segnali talmente in codice che non li capiva neppure lui.
Inizia la sua carriera artistica, negli stessi anni in cui Negri e Boato iniziano la loro, come attrice teatrale lavorando anche con Gassman ed Albertazzi. Come dire, è evidente che a vent'anni il virgulto dell'Arcella era al top delle sue capacità psicofisiche, poteva sedurre con uno sguardo, convincere con un sussurro, strappare applausi con la sola presenza.
Passa poi al piccolo schermo per condurre la trasmissione Bliz, ideata da Gianni Minà (e non è chi non veda il madornale gap fra Albertazzi, Gassman e il bellissimo giornalista torinese) cui fa seguito la partecipazione al Festival di Sanremo come valletta-portaborse di Pippo Baudo nel 1984, pensando che questa esperienza, chissà!!, le possa essere utile per il futuro; successivamente conduce Domenica In e Uno Mattina. Tra il 1988 e il 1992 presenta Europa Europa, Buona fortuna, Serata d'onore, Piacere RaiUno e Caffè italiano.
Nel 1994 si candida senza fortuna alla Camera con il Patto Segni (più o meno centrosinistra) ma prende talmente pochi voti che toglie il saluto ad alcuni dei suoi più cari amici sospettati di averle preferito qualche peone-beone leghista
Successivamente si getta anima e corpo nelle fiction, dove trascina stancamente gli ultimi spasimi del suo talento artistico prima della dissoluzione totale: assolutamente non memorabili e non annoverabili nella storia della TV Una Donna per Amico, Il Mistero del Cortile, Assassine, più due criminose riprese di Una Donna per Amico (Una Donna per Amico 2 La Vendetta e Una Donna per Amico 3 L'Esecuzione Sommaria).
Vedendo che lì prendono cani e porci, aderisce al partito di plastica , con cui è candidata alle elezioni europee del 2004: non solo non viene eletta, ma porta pure sfiga perchè Forza Italia subisce un discreto travaso di voti a favore di Avang... oops Alleanza Nazionale. Ma Berlusconi, che di bellezza muliebre se ne intende anche e soprattutto quando comincia a stagionarsi come il famoso culatello di Zibello, la sceglie nientepopodimeno che come portavoce nazionale del partito. ("Mi consenta, Gardini, con quella voce da porca può dire tutto quello che vuole..."). Alle elezioni del 2006, grazie alla ben nota legge-truffa che esautorava gli elettori dal dare preferenze personali ha ottenuto il suo primo mandato parlamentare a Montecitorio (e non oso pensare come e qualmente e con quanti si sia dovuta sdebitare, Bondi le manda ancora sedici sms al giorno).
Di lei non si ricorda alcun intervento degno di essere letto da un normale politologo senza che costui fosse colto da accessi irrefrenabili di risa e/o vomito.
Viceversa, i mezzi di comunicazione nell'ottobre 2006 hanno prestato notevole attenzione all'onorevole Gardini per due motivi:
una perfino bonaria intervista delle Iene (anche loro l'hanno trattata come la tratta Berlusconi, come la studentessa troppo bellina per essere anche brava) in cui la Betta confondeva la Consob con un'associazione di volontariato della bassa reggiana,
e la sua biblica invettiva contro quell'esserino implume e indifeso che risponde al nome di Vladimir Luxuria contestandole/gli/lo/diadainconsupertrafra un improprio uso dei bagni femminili.
Prima di fermarsi per morte cerebrale, la bella patavina ha dato l'ultimo sussulto qualche giorno fa scagliandosi contro la maggioranza e contro in particolare quell'elegantissimo raffinato dandy che risponde al nome di Fausto Bertinotti con toni al confronto dei quali quelli dell'onorevole Borghezio contro le prostitute nigeriane sono declamazioni poetiche.
In una scuola di Torino un ragazzo disabile viene sbertucciato da tutta la sua classe al gran completo. Non contenti del malfatto, qualcuno dei suoi compagni immortala la scena coi videotelefonini; ancora non contenti del malfatto, uno di loro mette in rete la laida scena su Internet.
E fin qui non mi scandalizzo più di tanto: la cosa poteva succedere tranquillamente anche a Milano, a Roma, a Napoli, a Taranto, a Trieste e forse financo nella mia civilissima Parma che però ogni tanto sbarella e produce crimini ben peggiori della messa alla berlina di un ragazzo Down.
I ragazzotti di oggi vivono una quotidianità ormai totalmente priva di valori fondanti;
lo Stato li agevola nella ricerca del piacere raddoppiando la dose di sballo che si possono portare in tasca senza finire in galera (attenzione!!!! Non legalizzando le droghe leggere, cosa che potrebbe trovarmi quasi d'accordo. Mantenendole proibite, costringendo il giovane che desidera sballare a finanziare il narcotraffico e le narcomafie, e dandogli il messaggio che, suvvia, lo spacciatore è più o meno come un barista un po' troppo indulgente... Ma questo è un altro discorso e lo faremo un'altra volta...);
la maggior parte dei genitori "si sente assolto" ma è lo stesso coinvolto (cfr. De Andrè, Canzone del Maggio, 1973);
la scuola è ormai totalmente inadeguata al suo mandato, e l'unico servizio che fornisce è far accedere supplenti bellocce e disinibite che si danno a corsi di educazione sessuale con relativi compiti in classe (ma sembra che ciò accada anche in America, vedi caso La Fave dell'anno scorso).
Che nella noia e frustrazione suprema di dover stare cinque ore chiusi (mentre ci si potrebbe dedicare allo sballo collettivo "sul cristallo verde del Valentino illuminate tutte le rive del Po") venga voglia di stuzzicare il più debole per vedere l'effetto che fa, tutto questo mi trova indulgente verso i giovani colpevoli che sono vittime più che carnefici, imprigionati in un sistema socio-educativo che non darà quasi a nessuno di loro un futuro da adulto autonomo e felice. Hanno tutta la mia paterna commiserazione.
Non ha la mia nè paterna nè fraterna comprensione, viceversa, colui o coloro che ha/hanno deciso di categorizzare il turpe video in questione nella categoria "video divertenti"... !!! ??? ...!!!???^/&%$£".
VIDEO DIVERTENTI?
Non mi sento per ora di aggiungere altro, lo schifo è troppo forte e pervasivo.
Romano Prodi mi è istintivamente un po' più simpatico di Silvio Berlusconi: intanto la sua rotonda parlata reggiano-bolognese mi infonde fiducia, mentre la prosodia super-impostata di Berlusconi mi suscita un certo fastidio. L'hobby della bicicletta mi sembra più serio e virile di quello di
scrivere testi per canzonette napoletane; il look generale è più vicino a quello di un benestante della bassa padana col quale potrei immaginare di condividere quattro chiacchiere in totale disimpegno al bar Aragnino di Parma tra una malvasia di Torrechiara, un culatello di Zibello e ("Regass, v'i a dagh da provèr") verso mezzanotte l'arrivo di due clandestini piatti di tortelli d'erbetta fatti dalla rezdora, deliziosamente traboccanti di ripieno e nuoticchianti in un allegro fiume di burro fuso e parmigiano ben stagionato; non vedo Prodi costruirsi megaville in Sardegna in spregio di qualunque licenza edilizia ("Licenza edilizia? Mai sentito... Devo chiedere al mio commercialista...") nè decorarle con vulcani a grandezza naturale che terrorizzino i vicini la notte di Ferragosto.
Personalmente vedrei volentieri una coalizione di centro-sinistra diretta da politici veri e capaci come D'Alema e Veltroni, piuttosto che vederla affidata a un professore universitario prestato alla politica con risultati alterni (non arrivo a condividere lo sprezzante giudizio di "utile idiota" su di lui formulato da Berlusconi a suo tempo, ma via, non è il massimo della vita...); ma immagino che il leader di una coalizione faccia un po' la parte della copertina di un libro: è vero che molti libri si vendono anche, se non principalmente, per le loro copertine accattivanti. Essere comunista o anche solo post-comunista oggi sembra non pagare: e allora ben venga il mortadellone di Scandiano se non mi spaventa l'elettore indeciso.
Perchè parlo di Prodi? Non per farne la biografia interpolata, onore che ho concesso a Bertolt Brecht e a Jean-Jacques Rousseau e che diventa improprio e provvisorio per chi è ancora vivo vegeto e rubizzo.
Ne parlo perchè sono rimasto colpito e un po' amareggiato nel sentirgli dire "Il paese è impazzito!". Già in campagna elettorale il pacioso e cardinalizio Romano si era lasciato andare in una diretta radiofonica a uno sconsolato e poco diplomatico "Ma questo è maaaaatto..." indirizzato a un ascoltatore che gli rivolgeva critiche ritenute eccessive e forse un po' abborracciate.
Ma qui non c'è neanche la scusa della non premeditazione, della reazione istintiva: i TG lo mostrano circondato da giornalisti, e in questi casi se un Presidente del Consiglio non ha nulla da dire i provetti cronisti lo mollano in un nanosecondo vedendo se magari qualche peone che si è appena fatto un bianchino regala confidenze "off the records"; nei TG si sente la sua inconfondibile voce (non è un doppiaggio di Ricci) che pronuncia le testuali parole, mentre l'occhio si strizza in una espressione malinconicamente accorata.
Cosa si aspettava Prodi dopo aver vinto per una misera manciata di voti, grazie alla prodigiosa vittoria in trasferta dei voti degli Italiani all'estero (tradizionalmente vicini alla destra, ma si vede che questa destra odierna li faceva vergognare di essere italiani....) senza la quale avremmo avuto al Senato una maggioranza di centro-destra?
Cosa si aspettava ben sapendo che gli elettori incerti, al primo sentore di stangate economico-fiscali, si pentono di aver votato centrosinistra e vanno ad ingrossare le fila dell'opposizione?
Cosa si aspettava ben sapendo che l'unica rete su 7 (contando anche La7 coi suoi share tipo prefisso telefonico) fedele al governo è Rai 3, mentre le reti Mediaset difendono eroicamente la propria libertà di disinformazione, Rai 1 e Rai 2 sono feudi rispettivamente forzitaliota e leghista come prima del voto, e La7 esprime la sua indipendenza attaccando sempre e comunque il governo in carica?
Cosa si aspetta, se pretende di essere (e per certi versi spero che lo sia) colui che sveglierà gli Italiani da un quarto di secolo vissuto ben al di sopra delle proprie risorse, se dovrà essere colui che dirà la fatidica frase "Figlioli, la ricreazione è finita, si torna agli anni 50 subito e senza passare dal via!!!!"? Tappeti di seta e sinfonie mozartiane?
Tra l'altro non è vero che ci sia questa levata di scudi contro di lui, girando un certo numero di forum si ha l'impressione che ci sia una distribuzione "statisticamente normale" di favorevoli, contrari e indifferenti, molti hanno capito che se si vuole salvare il paese bisogna uscire dal mondo delle favole, far pagare le tasse anche a chi da decenni le paga se, come e quando vuole, e se possibile rieducare i cittadini a un modello di consumi e gestione dei risparmi un po' meno americano, tutte cose che Berlusconi e la sua Armata Brancaleone non avevano nè l'interesse nè forse la capacità per fare (ma del resto nessuno l'aveva fatto prima, nemmeno un giovane Prodi che nel 1978 licenziava leggi per drenare ingenti fondi statali nei bilanci di giganti industriali in crisi, e che successivamente ha condotto l'IRI con piglio stolidamente ottimistico portandola a un terrificante flop)
Mi viene in mente una bella battuta di Corrado Guzzanti: "Se i politici non corrispondono più ai desideri degli elettori, ma cambiamoli......
...... questi benedetti elettori!!!".
La reazione stizzita, quasi da supplente che non riesce a far lezione, di Prodi è dettata da un modo di fare politica che purtroppo non è lontano da quello che aveva portato Berlusconi a dare del cretino a chi intendeva votare a sinistra. C'è dietro l'arroganza del potere, una certa superficialità dettata dalla troppa sicurezza di sè ("Cribbio, io ho capito tutto ma come faccio a spiegarlo a questi villani?" o "Socc', ma l'ultimo dei miei studenti l'avrebbe capito che ci vuole una finanziaria bella dura, e allora perchè tutti mi danno addosso?") e, dulcis in fundo, l'idea che gli elettori sono un branco di mammloni utili quando votano e inutili quando ti chiedono conto di come stai spendendo il loro voto.
Non è offendendo un paese intero (non siamo nè più nè meno pazzi di quando abbiamo optato per il meno peggio tra due arzilli vecchietti con ambizioni da adolescente) che si recuperano posizioni. E spero che la finanziaria non sia concepita fiutando il vento e cercando di capire qual è il male minore commissionando sondaggi su sondaggi. Spero che sia una finanziaria tecnicamente corretta e chirurgicamente drastica, e che chi non la vuol capire venga affettuosamente ignorato piuttosto che gabellato per paziente psichiatrico.
A parole siamo tutti d'accordo che felicità non è insediarsi nel nuovo attico in Piazza San Babila costato come un mediano di C1;
non è montare sulla nuova Station Wagon superaccessoriata con navigatore satellitare che ti avvisa perfino della vecchietta che sta attraversando la strada tre isolati più in là;
non è rimirare Parigi dall'ultimo piano dell'hotel cinque stelle dove il tuo capo ti ha inviato per seguire il convegno "Organizzazioni complesse e ricatti aziendali";
non è entrare in una boutique a caso di Via Montenapoleone, partire per comprare un completino e finire con l'acquistare tutta la boutique e licenziare seduta stante le commesse;
non è gestire la vita degli altri senza saper gestire la propria (destino della maggior parte degli psicoanalisti di successo);
non è ricevere un David di Donatello alla carriera e vedere che nonostante i tuoi 63 anni le creature del sesso opposto ti si farebbero ancora tutte quante;
non è andare in Brasile e con una modica spesa sui 20-30000 euro comprarti un bambino da adottare che corrisponde esattamente all'identikit che avevi in mente.
Si può essere felici anche poveri, disoccupati, malvestiti, con una macchina che perde i pezzi, basta che ci sia la salute:
si può essere felici anche ignoranti, emarginati, scansati e schivati fin dai vicini di casa, basta sentirsi belli dentro;
si può essere felici anche soli, senza prospettive, non contando niente, basta farsi buona compagnia da soli;
si può essere felici anche bastonati, umiliati, offesi, incompresi, fraintesi, ipertesi e neurolesi, basta sentirsi moralmente nel giusto.
OK, dichiaro l'11 novembre 2006 giornata della buona fede e dei buoni sentimenti; per 24 ore illudiamoci che tutto questo sia vero e vediamo che effetto fa...
Essì, difficile a dirsi cosa sia la felicità. Spesso appartiene agli stupidi. Forse allora è proprio la stupidità che dobbiamo valorizzare. Intendo per stupidità, non solo l'ottusità, ma anche la "semplicità" d'animo, il candore e l'ingenuità che ci vergognamo spesso di avere. Eppure la stupidità fa parte di noi. E' sorprendente quanto siano scarsi in tutta la storia della cultura umana i tentativi di capire che cosa sia la stupidità e come se ne possano ridurre i perniciosi effetti.
Ma chi ammetterebbe di esserne anche soltanto sfiorato?
Eppure la stupidità è una sfaccettatura talmente connaturata nella natura umana da essere di tutti, almeno in alcune situazioni della vita personale e professionale.
Una cosa è chiara: di tutte le possibili forze distruttive nessuna è così insidiosa, pericolosa e onnipresente come la stupidità umana.
Non dobbiamo avere paura del potere della stupidità, ma neppure sottovalutarla o illuderci di esserne immuni. La stupidità è una componente fondamentale (ma poco conosciuta e capita) della natura umana. Forse l'unica che può renderci felici.
Vale ovviamente la pena di creare un minimo di contesto concettuale alle parole di Rosa Tiziana: senza pretendere che chiunque capiti in questo blog e legga questo post abbia in mente tutto quello che è venuto prima, limitiamoci ad un riassunto-ripensamento. In un modo o nell'altro è argomento del mio blog l'entropia, cioè la graduale irreversibile irreparabile (e la si spera lentissima, ma non sempre lo è) degenerazione delle fonti di energia e, con esse, di qualsiasi tentativo che delle creature intelligenti possono compiere per costruire dell'ordine sulla universale tendenza al disordine e alla dissipazione. Poi si sa che delle volte i titoli dei blog sono delle pure convenzioni, e il megacontenitore blogghereccio accoglie allegramente di volta in volta tutto quello che passa. Anch'io di entropia propriamente intesa ne parlo ben poco (e meno male, se no questo blog già di nicchia diventerebbe di anfratto o di isolotto oceanico sconosciuto sulle mappe). Però il tema resta spesso, se non sempre, di sottofondo. Noi umani, noi umani italiani, noi umani italiani bloggers di Leonardo, come ci regoliamo con temi come il disordine, la maleducazione, l'informazione-spettacolo, la TV-spazzatura, la deriva dei rapporti umani e tanti altri aspetti molto mammolto "entropici" dei nostri tempi?
E alla fine non ci si può non interrogare dapprima su cosa renda una situazione "viva" e cosa la renda incartapecorita, "morta" (il post in cui introducevo un bell'articolo dello psicologo irlandese Vincent Kenny), e da lì magari chiedersi cosa sia la felicità e se quella che ci spacciano per tale lo sia davvero o sia solo una misera brutta copia che se avessimo un po' di sale in zucca dovremmo sdegnosamente rifiutare.
L'intervento di Rosa Tiziana mi sembra concluso in sè stesso e coerente: potrei dirmi sostanzialmente d'accordo o sollevare tantissimi speciosi distinguo, ma non faccio nè l'uno nè l'altro. Trattasi di una fra le mille ricette parziali e soggettive di felicità: l'inconsapevolezza, la chiamerebbe forse il poeta; una sana ignoranza, la chiamerebbe chiunque abbia un certo disprezo per la razza subdola e un po' parassitaria degli intellettuali; dare voce al fanciullino che c'è in noi, lo chiamerebbe qualche lettore di Pascoli e/o ascoltatore di Vecchioni.
Unica nota: RT tratta curiosamente la stupidità in modo (volutamente?) ambiguo e ambivalente, ora incensandola come l'unica salvezza, ora considerandola una insidiosa forza distruttiva. Yin e yang rovesci della stessa medaglia?
Mentre ringrazio ancora Chiara per essersi scofanata tutto l'articolo di Vincent Kenny che avevo allegato al mio post dell'altro ieri e spero che anche Maryann Unfaithfull ce l'abbia fatta a giungere al termine della procellosa navigazione, torno ancora su questa dicotomia tra vita e morte, Eros e Thanatos, benessere e malessere.
E ci torno sospinto proprio dalla mia amica e cortese nonchè paziente lettrice (colei che trova senso compiuto anche nelle mie elucubrazioni più incontrollate) Maryann, fresca reduce da un tre giorni full optional all inclusive chiavi in mano in un prestigioso Centro del Benessere.
A volte la mia mente si schiude a giochi di parole a metà strada fra Alessandro Bergonzoni e Nino Frassica; e peraltro molti giochi di parole, una volta ripuliti della loro (spesso artificiosa) patina giocosa, finiscono per rivelare qualcosa di profondo che a prima vista sfugge.
Il gioco non era altro che un proporre e contrapporre ai Centri del Benessere 1, 10, 100, 1000 Centri del Malessere operanti sul territorio nazionale, di solito molto meno costosi (quando non addirittura lautamente retribuiti) questi di quelli.
Ecco... Che si debba pagare profumatamente per il Benessere mi è sempre sembrata un'ingiustizia. La nostra avanzatissima costituzione nata dalla Resistenza non menziona una sola volta la parola felicità (mentre quella statunitense almeno ci prova, mettendo "the pursuit of happiness" in cima ai valori umani, lo sapevate?) e la congerie culturale ultracattolica in cui ci troviamo a vivere ci porta a vedere la vita come un triste e cupo affannarsi in questa grottesca valle di lacrime per conquistare una ipotetica (e tutta da dimostrare) felicità sconfinata fuori dal tempo e dallo spazio.
Che cosa diavolo è per noi la felicità e il benessere? Riusciamo a far nostro quello splendido aforisma citato da Gaber in "Qualcuno era comunista" ma che forse non è tutta farina del suo sacco: "Qualcuno era comunista perchè credeva che non poteva essere felice se non lo erano anche gli altri"?
Se la felicità, e il benessere, si colloca in cima ad un pendio da raggiungere buttando di sotto quanti più competitori sia possibile (perchè il cammino è ripido, il pendio ha un numero limitatissimo di posti e gli aspiranti sono intollerabilmente troppi), possibilmente facendosi temere piuttosto che rispettare, odiare piuttosto che amare (perchè solo i coglioni cercano di essere simpatici a tutti); e magari, perchè no, lasciando a quel 99,9% di poveracci che arrancano disperati lungo il pendio, vedendo la cima irraggiungibile fra biblici lampi e tuoni e grigia nuvolaglia, stanche briciole; se questa è la felicità che più o meno inseguiamo tutti, vale la pena fermarsi e chiedersi se REALMENTE ne vale la pena.
Vale la pena, in sostanza, che gli sprazzi di felicità del 99,9% di cronici sconfitti, questi lavoratori/consumatori/elettori/futuri cadaveri secondo il modello proposto da Giovanni Lindo Ferretti coi suoi CCCP "produci consuma crepa", questi sprazzi di felicità siano le tristi e grottesche brutte copie della felicità degli eletti?
Vincent Kenny è il Direttore dell'Istituto di Psicologia Costruttivista di Dublino.
Lavora in tutto il mondo come consulente di organizzazione, applicando le metodologie del costruttivismo sistemico per il miglioramento delle condizioni di vita umane nelle organizzazioni, nella famiglia e negli individui.
Lavora specificamente per :
Eliminare l'inerzia, le difficoltà, l'infelicità e i paradossi attraverso le reti di conversazione
Raggiungere la costruzione di un rinnovato, condivisibile e vitale futuro per l'uomo
Come quei 3-4 miei lettori (involontaria parafrasi manzoniana?) sanno, mi piace girovagare per il web in cerca di materiale da vampirizzare, distorcere, privare del suo significato originale e, una volta che lo scempio culturale è stato perfettamente perpetrato, sentirmi in qualche perverso modo in equilibrio con l'Universo.
Questa volta mi sono imbattuto in Mr. Vincent Kenny, eminente studioso irlandese del quale a tutt'oggi ignoravo l'esistenza, che ha il pregio di trattare gli stessi argomenti di signori un po' più famosi come Gregory Bateson, Jean Piaget, Varela e Maturana (che non è la coppia di difensori centrali del Valencia) ecc. ecc. ecc. con un linguaggio un po' meno ermetico ed iniziatico.
Vi consiglio di cliccare sull'articolo sopra evidenziato (non c'è bisogno di leggerlo tutto, se volete limitatevi ad annusarlo e assaporarlo un po' saltabeccando liberamente e anarchicamente di palo in frasca, quando non capite qualcosa passate a qualcos'altro, fatevi la vostra idea PERSONALE di quello che codesto signore cerca di esprimere....) e di sapermi dire se noi bloggers, senza saperlo, siamo un monumento vivente ai Discorsi Viventi in un mondo sempre più orientato verso il conformismo, l'ipocrisia e lo spregio maniacale di ogni tipo di creatività.
Visto che di questi tempi sembra che non si possa parlare di Napoli se non con accenti apocalittici e un po' apodittici,come sempre vado controcorrente.
Sorridiamo un po' su questa città?
Mi lasciate riesumare un mio vecchio post (dei tempi in cui mi leggevano solo Marina e Pierluigi) che mi sono bestialmente divertito a scrivere e credo possa strappare un distensivo sorriso?
Anche se la risposta è "No", ho già schiacciato il tasto "Pubblica"
Salve a tutti, siamo il gruppo 'O dirigibbile 'e piumb' e operiamo (mica nel senso che siamo chirurghi ehehehe) nell'hinterland napoletano, che così ci hanno detto che si dice anche se ne vorremmo essere spiegati il significato.
Il repertorio nostro sposa (mica nel senso che è nu previte eheheheh) la più tipica tradizione parte nopea e parte napoletana (oddio chista ccà fa scompisciare...) con le più aggiornate tendenze del pop rock folk e bifolk d'oltreatlantico, oltremanica e oltre 'a mutanna (Ggesùggesùggesù ma quanto siamo simpatici...)
Per esemplificazione, quando sonammo al matrimonio di Ciro Esposito chillo ca tiene 'a bottega d'antiquariato "Cose di altre case" sciorinammo fior da fiore e carciofo da carciofo questo popò (mica nel senso d'o culo eheheheheh) di programma:
A canzone d'o immigrante
Da quando so' 'nnammurat' 'e te
Totonno 'o capodoglio ('o cuggino 'e Moby Dick)
Scalinatiella pe 'o paradiso
'Ngoppa 'e colline e ancora cchiù lontan'
Cane nir'
Piccirilla te sto pe' lassà
Quante volte 'e cchiù
Nu sacc' e na sporta 'e amore
Scassacore
Riportatillo a casa toja
La nostra formazione è la seguente:
Roberto Pianta alluccamenti varii
Giacomino Pagina chitarre sue ed altrui
Gianpaolo Giovannini basso napoletano e tastiere Lettera 32
Giovanni Bonprosciutto sta sempre ubbriaco e nun sape sunà, teoricamente starebbe alla batteria.
Se ci volete veniamo anche al Nord per poche lire, basta che ci trovate da mangiare e dormire per un 2-3 mesi.
P.S. Si ringraziano Antonio de Curtis, Pippo Franco, Teo Teocoli e molto indirettamente Luciano de Crescenzo per le battute e le espressioni perifrastiche a loro rubacchiate, gli Squallor per l'impostazione globale del pezzo.
La vita di Gabriele Torsello è stata pagata. Il lavoro del Sismi è stato negoziare faticosamente il quanto e il come, consegnare il contante, attendere nell'astanteria dell'ospedale di "Emergency" a Lashkar-Gah il segnale che l'ostaggio era libero, lì dove i suoi carcerieri avevano indicato che lo avrebbero lasciato: il ciglio polveroso di una strada in direzione di Kandahar. Trasferito da Roma a Kabul su un aereo militare, il denaro, ieri mattina, è arrivato a Lashkar-Gah in elicottero. Per altro - racconta ora chi conosce i termini e i dettagli della trattativa - lottando contro il tempo e un problema tecnico. Con un ritardo che, rispetto al piano di consegna originario, ha rischiato di far saltare tutto un'altra volta.
Esattamente come all'inizio della settimana, quando i predoni, apparentemente pronti al rilascio di Torsello, si erano sentiti dire dai funzionari del Sismi che, per un qualche problema, i soldi ancora non erano arrivati da Roma. E qui la mia fantasia fervida e malata prende l'ottovolante: com'è andata materialmente la cosa? Immagino un distinto funzionario con la cravatta intonata alla camicia e la pochette dello stesso colore degli occhi che parlamenta con un impolverato predone che si scaruga il naso con la canna del Kalashnikov, col primo che dice al secondo "E' una questione di accreditamento internazionale ma Le garantisco che la valuta decorrerà da oggi." e il secondo (che ha imparato un po' d'italiano ascoltando di nascosto le canzonette di Al Bano e Toto Cutugno fra un attentato e un rapimento) che risponde irritatissimo "Cosa tu detto me? Io già valutato tua valuta e non credere tuo accreditamento, a te e soreta...", il primo che replica senza cedere alle provocazioni "Guardi ingegnere, se vuole ho un 3-400 euro in tasca, se Ella intende accettarli come anticipo provvisorio..." e il predone, giustamente offeso nella sua professionalità, che replica pari pari i 46 minuti di invettive sacrileghe di Benigni in "Berlinguer ti voglio bene" quando viene a sapere della tragica morte della mamma.
L'operazione di intelligence che riporta a casa l'ultimo dei nostri ostaggi ha questo canovaccio. Identico a quello che abbiamo imparato a conoscere in Iraq e, naturalmente in Afghanistan, quando il Servizio fece riguadagnare la libertà alla volontaria Clementina Cantoni (rapita il 16 maggio e rilasciata il 10 giugno 2005). Un tribunale di Kabul ha accertato che il bandito che allora menò le danze - Timor Shah - e i suoi complici si accordarono per 200 mila dollari (somma che sono stati condannati a risarcire). Un giorno, forse, se la polizia afgana dovesse venire a capo anche dei carcerieri di Torsello, conosceremo il quantum anche di questa operazione.
Dall'inizio di questa storia, dunque, il problema del Sismi e del Governo è stato uno solo. Sfilarsi dall'abbraccio di qualche avventuriero, sottrarsi agli sciacalli. Pagare una volta sola. Vale a dire, pagare le persone giuste.
Riferisce una qualificata fonte politica del ministero della difesa che gli agenti arrivati da Roma "si siano mossi molto bene, coltivando le giuste fonti, conducendo una trattativa non semplice, senza lasciarsi confondere". È un fatto che, dieci giorni fa - come racconta una qualificata fonte della Farnesina - al ministro degli esteri Massimo D'Alema sia stato riferito che per riportare a casa Torsello vivo in Afghanistan esisteva un solo canale. Aperto dall'ospedale di "Emergency" a Lashkar-Gah.
Non poteva essere diversamente. La nostra intelligence, come il nostro contingente alpino di stanza a Kabul, è un cieco armato fino ai denti. Che per muovere anche soltanto un passo fuori dalle caserme ha bisogno del nullaosta di qualche signore della guerra, di un capotribù, di un pugno di banconote consegnate a chi il territorio lo conosce e dal territorio è accettato.
E' stato bello vedere libero questo omino dal look tutt'altro che trendy, sentirlo esprimersi nel suo bell'accento salentino leggermente velato da un sentore british, stante la sua lunga permanenza nella metropoli dei reali d'Inghilterra e dei Rolling Stones, sentirlo sinceramente lontano da tutto il pattume che lo ha circondato in questi giorni di prigionia.
Pattume di un Islam le cui contraddizioni interne stanno esplodendo, di un Islam alla conquista del mondo senza prima essersi saputo costruire una identità reale e profonda al di sotto della spaventosa rigidità dottrinale che da sempre lo caratterizza;
pattume di un occidente le cui contraddizioni interne sono da tempo incenerite e non riciclabili, di un Vecchio Continente che gioca a fare gli Stati Uniti d'Europa simulando una unità d'intenti e di strategie a cui neanche l'ultimo pescatore portoghese e l'ultimo pastore del Peloponneso credono più (gli USA partono dal motto "In God we trust", e noi europeuzzi in cosa potremmo trustare, poveri...),
di un'Italia che nel feroce stupendo articolo di Carlo Bonini (ah, darei via la mia collezione di palline di corridori anni 60 per saper scrivere come lui...), di cui riporto qualche stralcio e interpolo qualcun altro, figura come un'accolita di sprovveduti alla mercè di tutti i canidi selvaggi del pianeta, di una Farnesina che perde svariate occasioni per starsene zitta (D'Alema dimettiti, ti hanno messo nel posto più infame per bruciarti i baffetti...)
e di svariati bloggers, quorum ego, che sul suo rapimento hanno scritto una montagna infinita di vaccate senza la minima cognizione di causa.
Pescando fra le notizie di oggi, a parte l'angoscia nello scoprire che il rapimento di Gabriele Torsello è scomparso dalle prime pagine (si vede che la sorte di un uomo che non rischia solamente un buffetto o il furto del portafogli, visto come è finita la vicenda per certi versi simile di Baldoni, conta meno del calendario della velina di turno) non ho trovato nulla che mi ispirasse, salvo la pubblicità occulta del servizio che stasera andrà in onda sulle "Iene" a proposito dei preti pedofili.
L'argomento è scottante e scomodo, e proprio per questo mi ci infilo senza problemi.
Il fenomeno è planetario e generalizzato, negli USA come nel Belpaese dove il "Sì" risuona. E merita alcune lineari e quasi puerili considerazioni.
La Chiesa Cattolica (che rispetto, tant'è che metto le dovute maiuscole, e da oggi scriverò silvioberlusconi per coerenza) ha già fatto danni incalcolabili opponendosi ottusamente al controllo delle nascite; opponendosi ottusamente al preservativo in piena emergenza-Aids; trattando le altre religioni dall'alto del ragionamento da ultrà "Noi siamo la vera religione rivelata, gli altri prego accomodarsi in cortile"; il buon Ratzinger ha violato di recente ogni più elementare legge della diplomazia facendo delle citazioni un po' imbecilli sull'Islam che, finchè le fa il ragionier Bisletti al Bar della Bovisa lasciano il tempo che trovano, ma fatte da lui in un contesto pubblico e ufficiale spostano il barometro di un bel po'.
Anni e anni di escalation cattolico-pedofila non fanno riflettere i vertici vaticani? Probabilmente no, perchè il pensiero non alberga in quelle menti che, alla Mogol, praticano "una saggezza che molto spesso è la prudenza più stagnante".
Il voto di celibato e di castità, punta dell'iceberg di un atteggiamento sessuofobo ormai completamente anacronistico (e il buon Benigni direbbe "Non dovrebbero trombare mai e ci vogliono insegnare quando e come si tromba. E' come farsi spiegare la musica da un sordo...") merita di essere messo in discussione.
Un essere umano che reprime e nega le sue sane e fisiologiche pulsioni sessuali diventa o nevrotico o perverso: nevrotico se la censura ha il sopravvento e forma dei sintomi, formazioni di compromesso fra il rimosso e i comandi del Super-Io; perverso se le pulsioni a un certo punto rompono la diga e, mentre a suo tempo sarebbe stato opportuno accettarle e canalizzarle, adesso erompono incontrollate.
La pedofilia è proprio questo tipo di realtà: una sessualità bloccata, congelata, negata, dimidiata e scissa, che erompe in barba a qualsiasi controllo ma non gloriosamente alla luce del sole (Benigni, anzi Carlo Monni nello storico programma "Televacca": "L'omo ama", e in queste melodiose sette lettere c'è tutto il contadino che cita Dante, verseggia a braccio e vive un sesso vivaddio solare, se non lo tentano le dark ladies della stalla...) bensì in modo notturno, segreto, sporco, senza nessuna gioia e nessuna pulizia.
Spiace che la Chiesa nel tempo abbia giustificato guerre, ingiustizie, saccheggi, devastazioni, conquiste, colonizzazioni, schiavismo e imperialismo e se la prenda tanto con una sana estrinsecazione della sessualità.
NAPOLI - L'esercito a Napoli contro la criminalità? "L'ipotesi non è più un tabù". Il ministro della Giustizia Clemente Mastella risponde alle richieste di aiuto arrivate dalla Campania. E all'allarme lanciato dal presidente della Regione Campania: "La camorra è il cancro mortale - aveva detto Bassolino - Occorre essere più presenti sul territorio per combattere la criminalità. Non mi opporrei se fosse impiegato l'esercito contro la malavita". E Mastella, oggi a Napoli per incontrare il suo omologo francese Pascal Clément, apre all'ipotesi dell'impiego dei soldati a Napoli: "Prima era un tabù anche per me - dice il ministro alla Giustizia - ma adesso sono aperto alla discussione. Se l'esercito viene a risolvere questo problema annoso non è male". I compiti dell'Esercito. Il ministro ha le idee chiare anche sulle funzioni che potrebbe assumere l'esercito a Napoli: "Avrebbe compiti normali, su obiettivi non sensibilissimi, per consentire alle Forze dell'ordine di lavorare con più scioltezza anche nelle zone a rischio. Bisogna fronteggiare la percezione di insicurezza e di paura che investe molte strati della popolazione. Fa bene Bertolaso (il capo della Protezione civile ed attuale commissario straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania): utilizza l'esercito per rimuovere i rifiuti. I soldati potrebbero servire per il problema dei rifiuti e rimanere successivamente".
"L'indulto non è stato un errore". E a quanti sostengono che l'indulto, da lui fortemente voluto, ha provocato una recrudescenza della criminalità, Mastella risponde: ''La situazione a Napoli era drammatica e rimane drammatica. Quelli che oggi delinquono sono gli stessi che lo facevano ieri. Ci può essere anche chi è uscito con l'indulto ma ritenere che proprio l'indulto sia responsabile di atti criminali è una sciocchezza incredibile''.
Io che sono un innamorato di Napoli, e ho un certo numero di amici napoletani, sto decisamente male a percepire la città dei De Filippo, dei Bennato, delle De Sio (ma perchè un napoletano quando fa successo piazza almeno due fratelli meno bravi di lui?) diventata nell'immaginario collettivo una specie di escrescenza extraitaliana.
Napoli non è nè la Sardegna nè il Sudtirolo, voglio dire zone che si trovano in Italia per una pura convenzione geopolitica. Napoli non può fare a meno dell'Italia e l'Italia non può fare a meno di Napoli. Napoli E' l'Italia, più di ogni altra città: è lo specchio della nostra ricchezza culturale, del nostro appeal mediterraneo, anche delle nostre contraddizioni e forse della nostra cattiva coscienza. Di come è stato difficile diventare una nazione schiacciando tutti i municipalismi che ci hanno perseguitato da tempi immemorabili. E di come è complicato e a volte scomodo convivere integrando differenze che a volte sembrano inconciliabili. E' una città di antichissime tradizioni e di innata saggezza, traboccante di tutte le caratteristiche più ancestrali del genere umano, fatalmente non tutte facili da declinare e digerire.
Ancora una volta Napoli si trova sola e incompresa, guardata con sospetto e/o soggezione dai Viganò, dai Rebaudengo, dai Ferrari, dai Vianello della situazione.
L'idea di mandare l'esercito a Napoli è la conferma ad abundantiam di come la nostra classe politica stia facendo fatica a partorire anche le decisioni più elementari; nessuno si ricorda di come il miracolo economico degli anni 60 è stato costruito con un'Italia del Nord che vampirizzava un Sud ridotto a riserva di caccia per manodopera a basso costo e dalle poche pretese? Proprio nessuno?
E nessuno capisce che gli apparati controstatali della mafia e della camorra si combattono con interventi meno demenziali e di facile presa sul pubblico, rendendo lo Stato uno Stato vero e forte a livello strutturale e generalizzato?
Io vorrei che ci si ricordasse un po' di più di questa fenomenale città come risorsa piuttosto che come problema. E vorrei che recuperare Napoli a livelli di convivenza civile fosse una priorità assoluta dei prossimi 10 anni. Ma per favore, non con l'Esercito...
Alla fine i grandi cadono: Valentino Rossi aveva il Mondiale in mano ed è capitombolato nei primi giri come un ragazzino alla prima uscita sulla Harley Davidson del moroso della sorella. Superficialità? Nervosismo? Stress? E' ripartito un po' acciaccato (se una caduta così l'avesse fatta un comune mortale, comunque, sarebbe ripartito dal Pronto Soccorso) ma le gazzelle impertinenti non hanno avuto soggezione del leone ferito e così ha trionfato Hayden, incolore americano che sta mediaticamente a Valentino come Leone di Lernia sta a Bono Vox.
Tre settimane prima, la Ferrari che stava terrorizzando l'entourage Benetton e costringendo Briatore a rubare qualche ora di tempo in più alla gnocca per studiare le contromosse si è fermata mestamente come una Y10 sull'autostrada; e sopra di essa, Kraftwerk Schumacher ha recuperato un volto umano, ha rilasciato divertenti e simpatiche interviste in un italiano da Sturmtruppen e ha sodomizzato e mutilato i meccanici solo in gran segreto, abbracciandoseli e sbaciucchiandoseli davanti alle telecamere. Il suo derby con Ratzinger per il ruolo di tedesco più amato in Italia è affascinante come il derby tra Parma e Brescia per il ruolo di Aspromonte del Nord.
Per fortuna si è adattata al trend anche l'Atalanta che, da squadra-miracolo che era, è arrivata al Tardini in versione balneare, con Doni che dopo ogni scatto tirava fuori il materassino e prendeva l'ultima tintarella della stagione (e cercava ovviamente refrigerio accanto a Ventola, figuratevi se mi lascio scappare una battuta all'Alvaro Vitali del genere) mentre Loria si è fatto crescere un terzo braccio in mezzo alla pancia per regalarci un rigore che nemmeno Babbo Natale...
E così Alonso, Hayden , il Parma si godono il loro momento di gloria. Basta che non si montino la testa...
A volte mi capita di chiedermi il significato di parole o concetti quotidianamente usati e un po' mi diverto a trovare significati ogni giorno un po' diversi. Non è che questo esercizio si possa fare di continuo: la vita ci chiede spesso e volentieri tutta una serie di automatismi mentali, comportamentali e relazionali senza i quali la vita sociale sarebbe una bolgia ingovernabile. Se un giudice nel bel mezzo di un processo; uno psicoanalista nel bel mezzo di una seduta; un marine nel bel mezzo di un attacco; una rockstar di 62-63 anni ridotta come una mummia egizia nel bel mezzo di un assolo si chiedessero all'unisono "Czz sto facendo io qui?" l'ordine costituito imploderebbe nel giro di pochi secondi. Meglio di no!
Ma si sa che i blog sono, almeno potenzialmente (e poi ciascuno se li disegna struttura e gestisce come meglio gli pare) degli anodini asettici e neutri pensatoi dove ci si ritira dal rumoroso e caotico mondo esterno e si riflette su sè stessi e sulla realtà come ci sembra di capirla.
Cos'è l'intelligenza? Cosa distingue una persona intelligente? A volte in questi casi l'etimologia viene in aiuto, altre volte no. Intelligere in latino significa capire, e a sua volta intelligere è composta da intus+legere, insomma "leggere dentro".
Vale a dire, con una lettura quasi tautologica, che la persona intelligente è quella che capisce, legge dentro, va in profondità. Non mi basta, e ho il sospetto che questo significato della parola "intelligenza" implichi una visione della realtà di tipo meccanicistico: la realtà c'è, è là fuori, basta allungare una mano per toccarla, allungare un piede per entrarci.
Ma come dice Von Foerster, "un albero che cade nella foresta produce rumore solo se c'è un orecchio nelle vicinanze", altrimenti produce solo delle insignificanti onde acustiche che vengono perdute. La realtà esiste perchè noi la costruiamo. E oltre a costruirla la legittimiamo.
Se adesso mio nonno Romolo morto nel lontano 1939 potesse tornare in vita e mi vedesse in questo preciso momento farebbe una fatica enorme a capire quello che sto facendo; da quell'uomo curioso e ingegnoso che doveva essere stato, mi tempesterebbe di domande a molte delle quali non saprei rispondere, ad altre risponderei in modo per lui incomprensibile, ad altre ancora risponderei in modo tale da provocargli ulteriori domande. Morale: io considererei il nonno un colossale rompiballe, e lui avrebbe una ben misera visione della mia salute mentale. La sua realtà agricola prebellica avrebbe ben pochi addentellati con la mia realtà del terzo millennio, e forse potremmo parlare solo di sentimenti ed emozioni (quelle si mantengono costanti) o forse nemmeno di quelli perchè comunque le parole sono cambiate, o le stesse parole vengono usate in modo diverso.
Allora al diavolo l'etimologia, a me sembra che l'intelligenza abbia più a che fare con la capacità di risolvere problemi e di affrontare l'imprevisto in modo costruttivo (senza farsi invadere dal panico e senza regredire dal registro razionale a quello emozionale del bambino che aspettava il trenino e trova il carbone).
Non si tratta di "leggere dentro" per scoprire arcani misteri e sentirsi così un po' più uguali a Dio. No! Si tratta piuttosto di mettere insieme, collegare, stabilire legami logici, organizzare una massa di percezioni & informazioni ogni giorno più ingente.
Prendiamo tre grandissimi pensatori: in ordine di apparizione Marx, Freud ed Einstein.
In modi diversi, tutti e tre hanno riletto in maniera piuttosto globale, anzi a questo punto direi proprio "riscritto" intere pagine di ciò che fino allora sembrava sacrosanto pacifico e acquisito.
Perchè il progresso non produceva maggiore armonia sociale? Perchè lo sviluppo dell'educazione e dell'informazione non rendeva le persone più felici ma anzi le faceva ammalare? Perchè il pianeta Mercurio certe volte saltabeccava dalla sua orbita prendendo per il culo Isaac Newton e la sua teoria della gravitazione universale?
A questi problemi nessuno dei tre ha risposto con le armi del banale buon senso.
Non sono stati semplicemente "intelligenti", se "essere intelligenti" a pensarci bene può voler dire capire come conviene muoversi per sopravvivere tra i vincoli e le risorse che ci circondano e non essere nè il nano delle nostre paure nè il gigante dei nostri sogni.
Sono stati originali e creativi: e per essere queste due cose non basta limitarsi a dire "Non è così, è in tutto un altro modo". Quella è semplice ribellione, sindrome del bastian contrario e, qualora diventi insistente e reiterata, pazzia vera e propria.
Torniamo all'etimo, che un po' aiuta e un po' confonde le idee, ma vediamo un po'. Originale viene da "origine", quindi inizio, partenza, avvio. Originale è una parola "a doppia entrata", un po' come "responsabile" che può indicare sia una persona della quale fidarsi e alla quale affideresti volentieri le tue chiavi di casa e la tua figlia minorenne, sia l'autore di qualche atroce misfatto.
Originale può avere un senso retrospettivo, la prima versione di una canzone famosa o la prima stesura di un romanzo; o un senso attuale, colui che apre una strada nuova tale per cui, appunto, gli altri non potranno che copiarlo. "Originèl" in parmigiano è per altro sinonimo di pazzo furioso, e questo vuol dire che solo il successo delle proprie idee, e il progressivo loro riconoscimento da parte della comunità scientifica o culturale, ci salverà da un'etichetta di pericolosi alienati mentali.
"Creativo" è una parola ancora più ambiziosa perchè allude in qualche modo ad un processo che ha qualcosa a che vedere con come Dio Padre un bel giorno decise di mettere ordine nel caos primordiale. Come osserva sagacemente Bateson nel suo "Mente e natura" Dio non trasse le cose dal nulla ma diede ordine, significato e ridondanza a qualcosa che, senza il suo intervento, sarebbe rimasto amorfo. Insomma, non lavorò sulla materia ma sull'informazione. Era un gran cibernetico, insomma.
Così, a fortiori, l'uomo moderno. Apparentemente tutto è stato già detto, scritto e pensato. Ma ancora oggi si possono disporre le idee in modo diverso e collegarle, appunto, in maniera creativa e originale.
Ma chi ha letto bene il titoletto di questo post vedrà che manca all'appello il quarto termine della prolusione: la "produttività".
E qui parafrasiamo Marx e sosteniamo che la creatività (che può essere originale ma a volte può non esserlo in maniera troppo vistosa) sta alla produttività come il possesso e la coscienza dei propri mezzi e delle proprie risorse sta al fenomeno della "alienazione".
Spesso a un giornalista, a uno psicologo, a un avvocato, per non parlare di un fattorino o di un operaio generico, viene semplicemente chiesto di essere "produttivo": erogare un tot di prestazioni standard nel tempo dato senza rompere troppo i coglioni. Non occorre alcuna intelligenza, tanto meno originalità e Dio ce ne scampi e liberi dalla creatività, per fare questo: anzi si consiglia di scollegare il cervello e riprodurre ad infinitum schemi precotti e spesso già digeriti ed evacuati.
Quello che mi fa angoscia è che questa "maledizione della produttività" in alcuni casi scantona dal campo del lavoro e sguscia tra le emozioni e i rapporti sociali:
produttività erotica (numero di partner accumulati con relativa tacca sulla sponda del letto; numero di orgasmi avuti e fatti avere; percentuale di individui che cedono immediatamente alle mie strategie seduttive ormai talmente automatiche da aver perso qualunque parvenza di comunicazione e rassomigliano più ad induzioni ipnotiche)
produttività educativa (quanto è piena la giornata dei miei figli fra corsi di tennis, lezioni di informatica, ginnastica correttiva e altri pesanti attentati alla loro autodeterminazione)
produttività didattica (mettere in pratica tutte le cazzate della riforma-Moratti controllando bene che le esigenze dei singoli allievi non alterino il regolare espletarsi delle attività)
produttività gastronomica (cfr. Burghy e Mc Donald's): far mangiare il maggior numero di persone nel minor tempo possibile così che gli manchi il tempo materiale di capire come li stiamo intossicando.
Sono arrivato al mio centesimo post ma giuro sui Nomadi e sul Parma FC che non mi sono montato la testa. Sono rimasto quel ragazzo semplice e alla mano, dal linguaggio quotidiano e quasi contadinesco, lontano da ogni artificio retorico e scevro da qualsiasi forma di autoincensamento. Mi considero ancora un umile artigiano della parola che ha da imparare da tutti. Se qualcuno mi contraddice lo ascolto con la massima attenzione e quasi sempre sono io a cambiare le mie idee alimentato da nuove fonti di "cultura e saper".
Mi sento quasi intimidito al pensiero di poter viaggiare sul web, io povero ragazzo di campagna più bravo a far andare il trattore che la tastiera e che ancor oggi faccio fatica a recitare per intero l'alfabeto. Confido solo nella vostra infinita pazienza di lettori che, qualora dovesse venire meno, mi getterebbe nella più cupa costernazione.
Sono rimasto quel ragazzo disciplinato e ubbidiente che, nella sua purtroppo brevissima carriera scolastica (giacchè mi aspettavano i miei doveri di primogenito di madre vedova nell'accudire 46 fratelli minori e 115 cognati a carico) adorava la sua maestrina con la penna rossa e non la contraddiceva neppure quando ella si ostinava a dire che i logopedisti erano quelli che ti curavano i calli.
Nelle mie timide escursioni dialettiche non mi allontano mai dal più rassicurante e sano buon senso campagnolo, evito sempre accuratamente qualsiasi espressione che possa suonare provocatoria a chi professa religioni, fedi politiche o simpatie calcistiche diverse dalle mie.
Ho sofferto in silenzio quando Vladimir Putin è stato ingiustamente accusato di volgarità e dilettantismo politico.
Ho seguito con trepidazione i tentativi del Cav. Berlusconi di salvare l'Italia dal naufragio e, al cambiare degli equilibri politici, sono riuscito a trovare entusiasmante la vis oratoria di Romano Prodi.
Quando la bellissima bravissima intelligentissima e padovanissima gall... eeehhh volevo dire deputata Elisabetta Gardini è stata brutalmente choccata da quel pezzo di transgender di Vladimiro Guadagno ho pianto per lei.
Quando la Juventus è stata ingiustamente maltrattata dalla giustizia sportiva ho dichiarato ad alta voce e con assoluta chiarezza che le icone vanno lasciate in pace e la Juventus in serie B sarebbe come Ratzinger che prende il cappuccino da Giggi er Trojone.
Nei miei post mi piace parlare di amore, di pace, di tramonti in Valsugana e albe in Garfagnana, raccolte di funghi in Val Brembana e gite in Val d'Ossola.
Sempre a vostra disposizione, il vostro umile servitore
Vedendo che il suo capo Silvio Berlusconi si fa crescere l'erba sotto i piedi e mangiare sopra la testa da Vladimir Putin, Elisabetta Gardini ha deciso di intervenire nella Champions League delle minchiate per restituire ai politici italiani l'Oscar del cattivo gusto e del grado zero del pensiero logico. Ecco in sintesi i fatti:
Elisabetta Gardini
"AVEVO appena aperto la porta, e oddio..." Oddio cosa? "Vedo quello lì che esce dal bagno". No! "Sìììììì, guardi è stato terribile. Mi sono sentita mancare".
Sono le quattro del pomeriggio ed Elisabetta Gardini seduta su una panca nel cortile di Montecitorio sta raccontando l'evento. I toni sono decisamente alterati e purtroppo gli sguardi dei vicini tutti per noi.
Onorevole, adesso deve rilassarsi. "Mi avevano detto che i problemi con l'onorevole Guadagno...".
... Vladimir Luxuria. "Io lo chiamo come lo chiama il presidente della Camera: onorevole Guadagno Vladimiro".
Calma, lo chiami pure come crede. "Dio, Dio!". Bisogna mantenere i nervi saldi in momenti delicati come questi. "Ero convinta che avessero trovato una soluzione".
Quale soluzione? "Ma che ne so! Mi dicono che in alcune palestre hanno messo i bagni per quelli come lui. Questo Palazzo è pieno di bagni, gliene trovino uno per lui".
La percezione che Luxuria ha del proprio corpo è tutta femminile. "Si faccia tagliare il pisello. Se lo tagli e allora venga pure nel bagno delle donne. Perché non lo fa?".
Onorevole Gardini. "Ta-glia-te-looooo!".
E' un po' imbarazzante parlare con lei. "E' stata una cosa schifosa. Fisiologica, non psicologica". Promette che non se la prende? "Prometto".
E poi dicono che il suo cattivo carattere porti Silvio Berlusconi a immaginare per la sua collega Mara Carfagna, più silente ed accomodante, il ruolo di portavoce di Forza Italia che oggi è invece suo. "Io e Mara siamo amiche".
Amiche amiche?. "Chi lo dice?"
Alla Camera gira questa voce. Sarà spuntata dal solito covo di serpi. "Covo di serpi, sì".
Purtroppo. "Sono gli uomini che vogliono metterci l'una contro l'altra. Questo fanno: aizzano e aspettano che ci scanniamo". Anche se le può apparire ingiurioso, si aggiunge dell'altro. E cioè che la sua scenata sia un tentativo di far dimenticare la magra figura rimediata al microfono delle Iene. "Cosa?".
Cos'è la Consob? Ricorda? Non rispose. "Ma se è stato Guadagno a provocare tutto questo can can! Un alluvione di dichiarazioni, di prese di posizioni, di telefonate. Ancora non riesco a terminare la lettera di protesta che voglio inviare ai deputati questori. Già lo so, i giornali scriveranno a suo favore. Voi giornalisti siete moderni, noi della destra i retrogradi e i razzisti". Lei si è appunto augurata un busto ortopedico che tenesse dritta la schiena dei giornalisti. "Non nego che l'immagine sia stata un po' forte".
Ce ne fosse gente con la sua grinta! "Però voi dovete essere più obiettivi. Lui è maschio? Vada nel bagno dei maschi!".
Vabbè. "Sono piena di passione per questo lavoro. La politica mi prende tutta".
Si vede. "Sono spigolosa". Donna di carattere. "Forte".
Anche molto corteggiata. "Sempre tantissimo in vita mia. Ieri come oggi".
Ora però prevalentemente tra i colleghi del centrodestra. "No, anche quelli del centrosinistra sono galanti".
La sua grinta un po' li mette in soggezione. Si nota che tengono una prudente distanza. "In effetti è una cosa appena accennata". Ecco. "E questo Volontè che dice: "Dio ha fatto l'uomo, la donna e altro". Altro che, secondo lei?".
Non saprei più. "Altro cos'è? E perché nel bagno delle donne?".
Perchè non ha anche aggiunto, tanto che c'era: "meglio decerebrata che frocio?"
Commentare una foto di questo genere è difficile anche per gli stomaci più forti: il pensiero si paralizza o, nella migliore (o peggiore?) delle ipotesi, indulge a stereotipi tribali, ad associazioni d'idee primitive, ad invettive senza ritorno.
Stereotipi tribali: i soldati (specie quelli non di leva) sono tutti potenziali criminali; i tedeschi poi te li raccomando, sono stati bastonati dalla storia reiteratamente, hanno subito l'umiliazione del loro paese smembrato ma non hanno mai imparato nulla e continuano a spargere odio e terrore per il mondo, probabilmente i loro nonni si comportavano così con le ossa dei cadaveri di Auscwitz e Dachau...
Associazioni di idee primitive: cosa diavolo ci stiamo a fare in Afghanistan, andiamocene subito tutti, dai tedeschi agli americani, questa è solo una sporca guerra travestita da missione di pace, dopo la pubblicazione di queste foto l'ira di Allah si scaglierà su di noi e tutti i nostri primogeniti moriranno misteriosamente durante la notte.
Invettive senza ritorno: che chi ha compiuto questo scempio possa vagare per la terra scacciato da tutto il resto del genere umano senza trovare pace, cibandosi di bacche selvatiche e di carogne contese alle iene, accoppiandosi solo con femmine di ornitorinco e procreando orridi ibridi che sembrano un incrocio tra Tarkus e Paperino.
Ragazzi, calma!!!
Superato lo shock iniziale, quello che vedo sono solo poveri stupidi ragazzotti convinti di essere in un video-game dove in ogni momento si può schiacciare il tasto reset ed annullare così tutte le azioni precedentemente compiute; poveri infelici esseri umani che forse in Afghanistan non ci volevano andare ma sono stati allettati dai guadagni apparentemente facili e (appunto!!!) dai souvenir che si potevano portare indietro per dimostrare di che figli di Rambo si stesse parlando; magari queste foto sarebbero finite in gigantografia sopra qualche letto a una piazza e mezza di Augsburg o Karlsruhe per stupire la manzolotta di turno e convincerla a prodursi in un set erotico completo.
L'anima faceva fatica a srotolarsi e restava confinata in un microcosmo di piccoli rapporti sociali coercitivo-coatti, si viveva nella sostanziale ignoranza di tutto quello che succedeva nel vasto macrocosmo circostante illudendosi che la televisione e i giornali potessero forare almeno la superficie della nostra incoscienza.
Ma quale mai servizio potevano renderci i media, allora forse (ma forse forse...) leggermente più obiettivi ma comunque sempre lineari, parziali e dogmatici. "L'ha detto la televisione... Lo dice il Corriere... L'ha detto Montanelli che non è mica l'ultimo scemo...". Chi realmente leggeva più d'un giornale al giorno? Anzi, diciamocela tutta, chi se lo comprava questo benedetto giornale al giorno? E, fra costoro, chi andava oltre una distratta sbirciata ai titoloni più cubitali, talvolta all'occhiello sottostante e nel migliore dei casi alle prime 3-4 righe dell'articolo vero e proprio? Dopo di che, tranquilli che non era scoppiata nessuna guerra che riguardasse direttamente l'Italia, che il governo litigava ma come nella filastrocca di "Barcolla barcolla barcolla eppur non molla" stava comunque in piedi, che la propria squadra non avrebbe vinto lo scudetto neanche quest'anno, ci si dedicava ad attività più impellenti come il taglio delle unghie, l'acquisto di gerani per il balcone, portare il cane a fare i suoi bisognini o altre occupazioni equipollenti.
Con la recente nascita dei blog, e su questo mi sono già pronunciato in tutte le gamme fra il serioso assoluto e il ridanciano delirante, mi sembra che il patrimonio di esperienza cultura curiosità sapere saper fare saper esprimere e saper essere che ognuno di noi si porta dentro si possa addentellare, integrare, in un vorticoso nesso moltiplicatorio con tendenziale progressione esponenziale, col sapere altrui.
Tenere un blog significa mettere ogni giorno potenzialmente in gioco sè stessi, o quanto meo "sè stessi come si crede di essere", e i feedback che ci arrivano possono stabilizzare questo sè stesso fino a renderlo, vivaddio "me stesso come in effetti sono e come gli altri mi riconoscono".
Una celebre illustrazione divulgativa della curvatura dello spaziotempo dovuta alla presenza di massa, rappresentata in questo caso dalla Terra.
La teoria afferma infatti che lo spaziotempo viene più o meno curvato dalla presenza di una massa; un'altra massa più piccola si muove allora come effetto di tale curvatura. Spesso, si raffigura la situazione come una palla che deforma il piano del biliardo con il suo peso, mentre un'altra pallina viene accelerata da questa deformazione del piano ed in pratica attratta dalla prima. Questa è solo una semplificazione alle dimensioni raffigurabili, in quanto ad essere deformato è lo spazio-tempo e non solo le dimensioni spaziali, cosa impossibile da raffigurare e difficile da concepire.
L'unica situazione che riusciamo a raffigurare correttamente è quella di un universo a 1 dimensione spaziale ed una temporale. Un qualunque punto materiale è rappresentato da una linea (linea di universo), non da un punto, che fornisce la sua posizione per ogni istante: il fatto che sia fermo o in moto farà solo cambiare l'inclinazione di questa retta. Ora pensiamo di curvare tale universo usando la terza dimensione: quello che prima era la retta che descriveva un punto, ora è diventata una superficie.
Su una superficie curva non vale la geometria euclidea, in particolare è possibile tracciare un triangolo i cui angoli sommati non forniscono 180° ed è anche possibile procedere sempre nella stessa direzione, ritornando dopo un certo tempo al punto di partenza.
La "visualizzazione" dello spazio a quattro dimensioni, di cui abbiamo accennato in precedenza, non è immediata. Per comprendere come si possa affrontare ci riferiamo a quanto contenuto in un romanzo che il maestro inglese Edwin Abbott scrisse nel 1884. Nel romanzo si parla di un immaginario mondo bidimensionale chiamato Flatlandia. Flatlandia è abitato da creature che scivolano; possiamo pensare a monete su un tavolo o a zone colorate su una bolla di sapone. La storia è centrata sulle avventure di Quadrato, il più famoso abitante di Flatlandia, e sul suo percorso verso la comprensione della terza dimensione. Pensando a Quadrato e alle sue difficoltà nella comprensione della terza dimensione possiamo farci un'idea delle nostre difficoltà nel trattare la quarta dimensione. All'inizio della storia Quadrato e la moglie vivono confortevolmente nella pace della loro casa quando all'improvviso una voce proveniente da un luogo sconosciuto si rivolge loro. Un istante dopo, nella loro abitazione ermeticamente chiusa, appare una circonferenza. Si tratta di Sfera che viene per insegnare a Quadrato come affrontare la terza dimensione.
A volte si fa fatica a capire che viviamo nel 2000: non ci nutriamo di pillole vitaminiche, al massimo di Maalox e Prozac; non siamo vestiti tutti con tutine aderenti (che per la già citata cassiera del bar Pidocchietto di Sala Baganza non sarebbe neanche male, qualcun altro sfigurerebbe un po') e soprattutto la corsa allo spazio, che negli anni 60 sembrava avviata verso mete inimmaginabili, ha fatto un clamoroso flop: alla fine degli anni 80 la caduta dell'Unione Sovietica, con la definitiva fine della rivalità fra i due supercolossi, ha messo una pietra tombale sulle nostre velleità di conquistare il Cosmo. E, come preconizzava già nel 1970 quel mago di De Andrè nella canzone incisa dai New Trolls "2000", lui che nel 1973 faceva dire al giudice "Imputato, vuoi essere assolto o condannato?" anticipando di 30 anni un rapporto per così dire paritetico-dialettico fra potere politico e magistratura, "...in un angolo l'ultimo figlio di un pescatore guarda stupito la bocca aperta delle sue scarpine segrete amanti di vecchie calze bucate e stinte".
Vale a dire... Questo benedetto 2000 nelle periferie degradate, invivibili, senza servizi nè luoghi di aggregazione; nel traffico schifoso e nevrotico che popola i centri storici; nella miseria etico-morale dei rapporti umani; nella totale mancanza di speranze e prospettive della maggioranza degli abitatori del pianeta azzurro;
non rivela particolari differenze dagli anni 70 o 80, se non in peggio sotto tutti i punti di vista.
La realtà sostanziale è drasticamente la stessa, anzi slitta lentamente di male in peggio in ciò seguendo le Sacre Leggi dell'Entropia.
Dov'è che il XXI secolo si mangia con pane e burro il XX? Nel mondo del virtuale.
Noi cittadini del mondo che viviamo costernati e rassegnati il lento e irreversibile ritorno al Medio Evo nella nostra vita quotidiana la cui qualità decade a vista d'occhio, abbiamo almeno un rifugio nel virtuale dove, vivaddio, il 2000 si sente.
Il villaggio globale preconizzato da Marshall Mc Luhan nel 1964 è cosa viva e reale. Chi viaggia abitualmente su ICQ può, nei momenti più megalomanici, immaginarsi di avere "il mondo in mano" trovandosi in una stanza virtuale con un ingegnere di Sacramento, due gemelle lesbiche di Sydney, un hacker pentito di Capetown e Ciro 'o Scugnizzo che sta su Internèt per la prima volta e vorrebbe essere spiegato come si fa.
Perchè dico questo? Sono off-topic come un balcone? A parte che io amo essere off-topic come un balcone, la spiegazione c'è.
Le appassionanti discussioni (Mary Ann le ha derubricate in "scontri" consigliando a me e a Renatovalente di prenotare il ring di Buona Domenica, senonchè fra i due contendenti nel frattempo è scoppiata la pace) sul fenomeno UFO hanno creato tali e tanti addentellati dentro la mia mente e la mia coscienza da farmi chiedere se, venti-trent'anni fa, quando ero sicuramente assistito da un numero enormemente superiore di neuroni attivi (anche se la bontà e la saldezza delle connnessioni sinaptiche attuali dovrebbe compensare la scomparsa di qualche miliardo di cellule neurali) sarebbe mai stato possibile un dibattito così intenso.
No che non sarebbe stato possibile.
Non esisteva Internet.
Ma come diavolo comunicavamo prima che nel 1991 nascesse il World Wide Web? Quanta inutile fatica in biblioteche polverose con custodi arcigni che ci cacciavano per un colpo di tosse? Quante costosissime telefonate interurbane per verificare le notizie supervelinate del Telegiornale? Ma soprattutto, quanta fatica per trovare persone simpatiche intelligenti e in sintonia con te? Potevi anche andare dal geometra Serventi del piano di sopra a chiacchierare di Einstein, ma dopo cinque minuti ti faceva capire che aveva la bronza sul fuoco e stava per cominciare Studio Uno; allora telefonavi al tuo vecchio amico di Civitanova Marche per sentire se aveva visto l'ultimo film di Antonioni e lui ti freddava con un "Non me sendo troppo bbè, me poi telefonà domani quellaltro?".
I rapitori di Gabriele Torsello sono nell'impasse e nell'imbarazzo più profondi: isolati ormai anche da una buona fetta dello stesso mondo islamico, abbastanza snobbati nelle loro massimalistiche richieste dalla Farnesina, sbertucciati da Al Jazeera a cui hanno telefonato una venticinquina di volte per cercare di acquisire rilevanza mediatica (ma ormai gli fanno rispondere dal fattorino Abdullah Al-Deficient che dice "Adesso vi passo il redattore capo" e poi fa cadere la linea), trattati dallo stesso Torsello con una certa sufficienza (il giornalista convertito all'Islam nei primi giorni gli citava versetti del Corano che i due facevano tragicamente finta di conoscere, adesso al massimo gli chiede la capitale dell'Oman), decisamente non sanno come uscirne ed inventano mille stratagemmi per convincere l'ostaggio a fuggire.
Niente da fare: Torsello si è ambientato, è ingrassato 6 chili, ha saccheggiato il guardaroba requisendo una serie di comodi caftani che indossa con composta alterigia, fuma tre pacchetti di sigarette al giorno e fa interminabili partite a Tetris.
Di quando in quando gli urlacchia dietro "Ragazzi, cosa si fa? Vi aiuto a preparare un altro ultimatum?" e poi soffoca una risatina beffarda.
"Mai più rapire un italiano, manco se si converte all'Islam" hanno appeso sopra la loro scalcinata scrivania i malcapitati sedicenti-aspiranti guerriglieri.
Quando muore un poeta il mondo resta più povero. Quando muore un poeta "minore" il mondo resta ancora più povero, perchè quasi tutti i poeti "minori" sono semplicemente misconosciuti per noia, pigrizia, alterigia o superficialità, anche se spesso alla loro morte quasi tutti vanno a frugare nella produzione dell'estinto per pescarne insospettate perle e scoprire che poi, forse, tanto minore non era.
Vale anche qui il discorso fatto per Oriana Fallaci: deficienti, dovevate pensarci prima!!!
Prima che cantautore Lauzi era uno stupendo interprete, con una voce particolarissima, già di suo dotata di uno straordinario inimitabile vibrato naturale sul quale aveva lavorato con sapienza ed applicazione.
Erano rimaste leggendarie le sue numerose interpretazioni di Battisti, da "L'aquila" a "E penso a te", da "Mary oh Mary" a "Un uomo che ti ama" fino a quel gioiellino melodrammatico di "Amore caro amore bello" che Lucio si sarebbe guardato bene dall'incidere personalmente per non rischiare un confronto impietoso. Storiche (quindi un mezzo gradino più in basso) le incursioni nel repertorio di Paolo Conte, che di fatto fu lui a lanciare alla grande interpretando con garbo da chansonnier quella "Genova per noi" che nella versione dell'autore sembra cantata dopo una mangiata di pesce gatto in riva al Po. Quasi come Mina con De Andrè... Meno notevoli le sue collaborazioni con Mario Lavezzi e Oscar Prudente.
Garbata e dignitosa la fase in cui si arrabattò a mettere insieme canzoncine come "La tartaruga" (e del resto anche Vecchioni è coautore de "L'incorreggibile Lupin" e "Barbapapà" per tacere di Mal col suo gnesissimo "Furia cavallo del West").
Il suo vastissimo repertorio, riassunto in ben 26 album ufficiali più una quarantina di singoli, aveva conosciuto pochi picchi: il bozzetto minimalista de "Il poeta", la bindiana "Ritornerai" e "Margherita", successivamente eclissata dall'omonimo best-seller di Cocciante.
Mi fate fare un po' l'esegeta che mi piace tanto? Sia nel testo del "Poeta" che in quello di "Ritornerai" ci sono due grotteschi capovolgimenti poetici: quella che sembra una banale storia di provincia diventa di colpo la celebrazione di un poeta attraverso la morte del protagonista che si spara "per la gran confusione mentale" un po' alla Pavese, mentre "Ritornerai" sembra una comune canzone d'amore in cui l'innamorato invoca il ritorno della sua bella salvo nell'inciso dove, in un rigurgito d'onestà, precisa "E scoprirai che nulla è cambiato, che sono restato l'illuso di sempre" non lasciandoci dubbio alcuno sull'esito finale della sua supplica.
Personalmente ricordo con piacere anche le sue canzoni giocose, strappate a forza a un carattere tutt'altro che giocondo: l'irresistibile bozzetto di "O frigideiro" col genovese disperato che, dopo aver comprato il frigorifero si chiede come fa ad essere sicuro che quando richiude lo sportello la lucina interna si spenga, e la celeberrima "Garibaldi blues", traduzione che definirla molto libera è un garbato eufemismo del classico blues "Fever" cavallo di battaglia anche di Jessica Rabbit.
Poi, cito a braccio, "L'ufficio in riva al mare", "Il vecchiaccio", "Arrivano i cinesi", "Io canterò politico" in cui con simpatica prosopopea giudicava i colleghi cantautori eletta schiera tenendosi un palmo più in alto di tutti.
Davvero epiche le sue ultime apparizioni in TV alle prese non con una verde Milonga ma con un grigissimo Parkinson con qualche sfumatura di Alzheimer e un po' di Overath Netzer Holzenbein che lungi dal fiaccare avevano ulteriormente appuntito il suo spirito corrosivo.
Credevo che il massimo del rischio fosse ironizzare su Osama Bin Laden e i talebani, e invece mai nessun NUDI (Nucleo Unitario Difensori dell'Islam) si è mai presentato sotto la mia porta per impormi la scelta fra l'abiura immediata e la morte tramite reiterato ascolto della N. 1 in Hit Parade degli Emirati Arabi Uniti.
Credevo che qualche esponente del Comune di Parma prima o poi si sarebbe fatto vivo per impormi di licenziare esclusivamente posts elogiativi ed incensatorii sulla mia controversa e composita città e per diffidarmi da operazioni quali equiparare il pupazzo Bargnocla a Bertolucci e Bevilacqua, indire una gara fra Parma e Brescia per l'aggiudicazione definitiva del titolo di Aspromonte del Nord, paragonare la concomitanza assolutamente casuale di omicidi di questi ultimi sei mesi a una nuova strage di San Valentino e altre simili facezie. Niente neanche lì, il Comune di Parma mi ha solo coinvolto in una fantastica riunione sulla raccolta solidale dell'alluminio dandomi vitali informazioni (l'alluminio si distingue dall'acciaio perchè non si attacca alla calamita; i tappi a corona sono in acciaio, quelli a vite in alluminio; un normale quartiere cittadino produce rifiuti in alluminio per più di un quintale al giorno ed estrarre l'alluminio dalla bauxite inquina come un esperimento nucleare ecc. ecc. ecc.).
Mentre ha provocato un pandemonio, un putiferio, n'apocalisse, la mia affermazione che "probabilmente, forse, chissà, secondo me ma non sono tanto sicuro e non mi sono sempre interessato" gli UFO (nei rari casi in cui non siano spiegabili con cause fisiche non immediatamente evidenti) sono espressioni del paranormale terrestre piuttosto che di super-evolute civiltà extraterrestri.
Ricostruiamo la querelle:
In un momento di squilibrio affettivo per i reiterati no della cassiera del Bar Pidocchietto di Sala Baganza avevo postato una roba tipo:
credo che i fantasmi ESISTANO. Psicoanaliticamente esistono, e sono tutte le nostre paure, rimorsi e rimpianti rimossi e non rielaborati, che si affollano come un'armata di mostruosi zombies nei recessi del nostro inconscio. Forse esistono anche ENERGETICAMENTE, ma sono prodotti dai sopravvissuti e non dai morti, così come "l'uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza". Come certe forme isteriche possono produrre cecità, attacchi epilettici o gravidanze che in realtà NON ESISTONO, così le nostre paure o desideri legate a chi è morto possono produrre immagini o forme parafisiche che a volte ci terrorizzano e a volte ci confortano.
E potevo fermarmi lì, non sarebbe successo niente.
Ma, chissà, che mi siano tornate alla mente le candide e ahimè irraggiungibili rotondità dell'addetta agli scontrini della pedemontana o il pensiero terrorizzante della sfida al'OK Corral che di lì a poco attendeva il Parma contro le temibili olive ascolane, Fatto sta che ho aggiunto come in trance il periodetto incriminato:
Credo che anche per gli UFO la spiegazione più plausibile possa essere questa.
Attenzione ragazzi, non ho detto "Gli UFO non esistono e l'unica spiegazione doc è quella che do io, chi la pensa diversamente torni a giocare coi Lego".
Purtuttavia, queste due irrilevanti righe in un dimenticabilissimo post hanno prodotto queste indignate reazioni:
Mi permetto di dissentire per gli ufo, non che io ne abbia la certezza, ma essendo l'universo infinito, sono infinite le possibilità di realtà simili alle condizioni terrestri. Che poi vengano oppure siano state in visita sulla terra.. anche io sono scettico su questo, ma chi lo può confermare che non sia così. Per i fantasmi hai dato una definizione giusta.. a mio parere.
Sì, ma realisticamente sono anche infinitamente basse le possibilità che vengano superate le abissali distanze interstellari visto che l'impossibilità di superare la velocità della luce dev'essere una condizione valida a livello universale, e anche nel caso che una razza extraterrestre possedesse una tecnologia che le permette di realizzare astronavi adeguate, probabilmente limiterebbe i suoi viaggi al proprio sistema solare. Io sono stato un divoratore di romanzi di fantascienza e tuttora leggo volentieri Philip K. Dick, Bradbury, Scheckley mentre trovo mortalmente noioso il pompatissimo Asimov (ben più brillante come divulgatore scientifico) ma credo che quella esigua minoranza di fenomeni UFO non spiegabili con cause fisiche possa essere legata più al mondo del paranormale (e degli sconosciuti poteri della nostra mente) che a risibilissimi viaggiatori interplanetari.
Ciao Luca... da ignorante in materia quale sono... posso solo dirti che studi più recenti sull'ipotesi di superare la velocità della luce... hanno dato come frutto una teoria (che non so dove ho letto o sentito, ma ricordo chiaramente) che lancia un'ipotesi nuova, proprio sulle dimensioni spazio-temporali. Ossia una teoria che considera le cosidette "curvature". Il termine non è nuovo e fa venire subito in mente uno degli innumerevoli episodi di Star Trek, ma la realtà è che se non immaginiamo un viaggio nello spazio come una traiettoria pressochè rettilinea dal punto A al punto B (di qualsivoglia distanza) e invece di porli alle estremità di uno spazio ipotetico, li immaginiamo come possibili punti di riunione (A su B, coincisi), "curvando" lo spazio che li separa (per rendere l'idea si potrebbe prendere un foglio di carta su cui segnare i due punti e poi piegare leggermente il foglio senza strizzarlo, fino a far combaciare il punto A sul punto B)...Il gioco è fatto! Il dilemma è, appunto, come far eseguire la curvatura... Ne sai qualcosa? Dimmi di sì! CIAO by KIA (PS: per la cronaca, non fumo, non ho vizi, non uso farmaci, non mi sono mai fatta nemmeno una canna ed odio qualsiasi tipo di sostanza artificiale!!!)
4. Chiara ha appunto suggerito una delle possibili ipotesi. Visto che sei un divoratore di letteratura dovresti sapere bene che spesso è proprio la letteratura ad anticipare le scoperte scientifiche. Mi pare che in Star Treck si parli appunto di motori a curvatura e quant' altro. Ma se andiamo indietro nella storia ci sono tantissimi casi: mi vengono in mente subito le opere di Verne.. ma tu saprai tanto più di me.. Ancora siamo bloccati dal "punto di vista" terrestre dove concepiamo che tutto sia intorno a noi, ma in realtà le direzioni non esistono, sono solo nostre regole di orientamento, ma oltre il tridimensionale ci stiamo già muovendo..
renato martedì, 24 ottobre 06 13:35
Cosa deve prevalere in me? La gioia per la prima velata polemica sul mio miserrimo blog vituperio delle genti o un leggero fastidio per espressioni un po' saccenti del tipo "Visto che sei un divoratore di letteratura dovresti sapere bene...".
Ricordo che l'unica precedente reazione indignata (alla fine legittima) era quella di uno degli autori del film da 500 euro "La rieducazione", evento speciale alla Mostra del Cinema di Venezia che, stanco dei miei pur affettuosi sfottò, difendeva con una certa qual veemenza il suo lavoro e la sua onestà (visto che sotto sotto insinuavo che il loro film era stato invitato a Venezia a valle di una lunga serie di raccomandazioni, manovre e manovrine).
Prendo atto che mettere in dubbio la presenza di visitatori alieni su questo minuscolo insignificante pianetino situato in zona ultraperiferica nella sua galassia, e che realisticamente ha prodotto ben poco di cui andare fiero a livello cosmico scatena reazioni emozionali incontrollate ben superiori al dubitare dell'esistenza di Dio.
Perchè comunque lo prendiamo, anche i sacerdoti sanno che Dio è una metafora e la sua esistenza è fisicamente indimostrabile (seppur per alcuni è pienamente dimostrabile per via logica) mentre qualunque ufologo è convinto e "sa" che la Terra è zeppa di alieni che hanno già parlato con 36 presidenti americani, portato Kruscev a fare un giro dalle parti di Sirio, scambiato Prodi per uno di loro e c'è voluto del bello e del buono per non farglielo portar via.
Data l'enormità di stelle nell'Universo è impossibile che non esistano altre civiltà in grado di viaggiare nello spazio, anche in modo meno stitico di noi che quarant'anni fa volevamo colonizzare il sistema solare e adesso costruiamo Space Shuttle con l'affidabilità di una 500 truccata; così come data l'enormità di neuroni e connessioni sinaptiche multiple carpiate nel cervello umano, perfino a Teo Mammuccari ogni tanto possono venire delle idee.
Ma che la massa impressionante di rilevamenti UFO sia tutta legata a gite organizzate sul pianeta azzurro, no, questo non riuscirete mai a farmelo credere...
E così i rapitori di Gabriele Torsello, dopo aver chiesto nell'ordine:
La restituzione dell'apostata afghano reo di aver abbracciato il Cristianesimo;
Il ritiro del contingente italiano dal loro paese;
L'esclusione di Materazzi dalla Nazionale italiana;
La consegna della Santanchè che verrebbe istradata a Teheran come ballerina del ventre;
L'introduzione dello chador per Rosy Bindi (unica richiesta fattibile);
La sostituzione della polenta taragna col couscous in tutte le vallate bergamasche;
La soppressione di Topo Gigio perverso simbolo dell'integralismo cattolico;
L'elezione di Adel Smith a sindaco di Roma;
L'istantaneo cambiamento anagrafico di tutti i Salvatore in Mohammed e di tutti i Mario in Abdul;
La sostituzione della pausa sigaretta con un quarto d'ora di celebrazione della vita e gesta di Osama Bin Laden
sembra che si accontenteranno di un pugno di dollari, pochi maledetti e subito, più due tre foto di Sabrina Ferilli in guepiere e venti stecche di Muratti Ambassador.
Gabriele verrà liberato in mezzo al deserto dove, "casualmente", una troupe di Al Jazeera lo recupererà un quarto d'ora dopo la liberazione e registrerà le sue prime dichiarazioni, "Ringrazio i fratelli afghani per la breve ma intensa vacanza, durante la mia permanenza presso di loro giocavo costantemente a Tetris e guardavo dei VHS delle vecchie puntate di Colpo Grosso, domenica mi hanno anche preparato una carbonara con le olive al posto della pancetta. Consiglio un'esperienza simile a chiunque abbia perso il significato della sua esistenza.".
Prodi dichiarerà "Il governo italiaaano si è adoperaaato (pausa alla Celentano/Craxi) per una rapida risoluzioooone della viceeeenda (pausa, caffè e palpeggiata alla giornalista più carina) e quindi abbiamo dimostraaaato (pausa, soffiata di naso, telefonatina all'amante) la bontà della nostra poliiiitica estera".
Bossi dichiarerà "Con me una roba così la succedeva no. Primo, al Tursello ci davo una scorta de vundes vigilantes da uno e novanta, e poi lo mettevo in albergo col suo pc portatile e il suo telefonino come tuti gli altri, minga a fà el bravo su e giò par l'andarustan... l'Uzbekistan.... el dobermann... Sì insoma, cume l'è che se ciama cul paes lì?".
Allora non è vero che sei così cattivo come sembri? No, so' peggio!
Incredibile, "amisci"!!! Pierinoski rilancia, contrattacca, imperversa, spadroneggia. Oramai è chiaro che è destinato a superare il suo modello Silvio Berlusconi il quale, a dir la verità, era frizzante ed incontenibile a livello nazionale ma (talvolta) denunciava un minimo di disabitudine alle competizioni internazionali.
Mentre il Pierino del Don, il Berlusconi degli Urali, la reincarnazione di Ivan il Terribile è tanto spento e brezneviano quando si rapporta coi suoi conterranei, quanto vulcanico e torrenziale quando sente odore di champions league.
Non si era ancora esaurita l'eco delle sue imparabili dichiarazioni di stampo misogino-machista in difesa del presidente israeliano accusato di aver violentato ben dieci donne (e il commento di Pierinoski era stato a un dipresso "E me cojoni... Ogni colpo 'na tacchia..."), che Putin ha voluto dare ancora saggio del suo strapotere tecnico-atletico nello splendido scenario dell'Auditorium Sibelius a Lahti, in Finlandia, dove si svolgevano le eliminatorie del Consiglio Europeo.
Dopo aver contenuto con successo le sterili trame degli altri leaders europei sulla trequarti campo, Pierinoski si è esibito in due fulminanti contropiede che avrebbero fatto la felicità del buonanima Nereo Rocco.
Con repentina azione di sfondamento ha affermato che l'Italia, "culla della mafia", non ha nulla da insegnare alla Russia. Non c'è stato tempo di rimettere palla al centro che il novello Pugaciov è andato in percussione centrale sparando a zero anche sulla Spagna, "i cui enti locali sono pieni di funzionari corrotti".
Soddisfatto dei due gol, specie considerando che essendo stati segnati in trasferta valgono doppio, Pierinoski ha tenuto per sè le trame offensive che presto scaglierà sulla Francia,
"Napoleone era frocio"
e
"La Marsigliese è scopiazzata da All You Need Is Love dei Beatles".
Nella conferenza stampa del dopopartita, documentata dalla foto qui sopra, Putin ha concluso affermando che "Zapatero ce l'ha più o meno di queste dimensioni".
E così Gabriele Torsello ha completato il suo itinerario di disumanizzazione: già (forse inconsapevolmente) macinato nei perversi meccanismi dell'informazione-spettacolo sinonimo di informazione-spazzatura, quei meccanismi che alla fine lo costringevano a spostare sempre un po' più in là la soglia del documentabile, dell'illustrabile, del raggiungibile, adesso è irreparabilmente macinato in quella logica aberrante e disgustosa che rende gli uomini mercanzie umane al di là di ogni ragionevole dubbio. Metaforicamente merce lo era già, come in fondo siamo tutti merce di una organizzazione sociale sempre più disfunzionale e indifferente, magari evitiamo di dire crudele. Ora lo è anche sul piano pratico, e la sua vita o la sua morte non dipenderanno da considerazioni etico-morali ma da sordidi calcoli di opportunità. Serve più vivo, a lode e gloria della somma pietà dell'Islam (di cui egli stesso è un fedele); o morto, a perenne monito dell'Occidente tutto?
Spero che nessuno, neanche per un attimo, giustifichi i cani che lo hanno preso in ostaggio. Che ci vuole a prendere prigioniero un uomo pacifico e inerme, magari farlo passare per una spia come in effetti è successo, e poi decidere che è il simbolo del nemico che si intende combattere? Ma provate a catturare un diplomatico superprotetto che non viaggia mai da solo, o un politico con tanto di scorta armata. A rapire Torsello era capace anche Ciro 'O Malamente del Rione Sanità. Queste azioni da teppistelli non giovano a nessuna causa e creano solo disgusto: anche chi (come me) considera uno scempio la presenza del nostro contingente in Afghanistan non riesce assolutamente a condividere le modalità usate. Fate almeno un'azione coraggiosa, pericolosa, non dico un altro 11 settembre perchè quello anche se lo ritentaste duemila volte non vi verrebbe più così bene (anche perchè sembra che abbiate ricevuto, come dire, qualche aiutino esterno e quindi meritereste la squalifica) ma almeno un raid in un'ambasciata o quanto meno una bomba carta contro un quartier generale "nemico"
La famiglia Torsello, secondo le cronache coccodrillesche che smielano i giornali di oggi, vive con grande apprensione le ultime ore prima dello scadere dell'ultimatum dei rapitori. In cambio della liberazione dell'ostaggio, i rapitori hanno chiesto prima di consegnare l'apostata afgano Abdul Rahman, e poi di ritirare i militari italiani dall'Afghanistan, e da un lancio Ansa ancora da verificare adesso pretendono anche l'esclusione di Materazzi dalla nazionale italiana.
Quanto all'ultimatum i familiari spiegano che "non si riesce a capire se scade oggi o domani, non c'è una data certa. Probabilmente coincide con la fine del Ramadan". Ma l'hanno rapito dei guerriglieri con un minimo di coscienza del ruolo o dei giocatori di role-playing di Bassano del Grappa?
Nella sfera in alto (la foto è di Chiara, http://moonrey.leonardo.it/blog) l'autrice dice di percepire un volto; io personalmente con un po' di fantasia percepisco il volto di un alieno dai grandi occhi senza pupilla (per i cultori di ufologia trattasi di un "grigio") che mi fa anche venire in mente il famoso presunto monumento marziano a forma di volto recentemente derubricato in illusione ottica come i famosi canali. Per i cultori di psicodiagnostica, quante cose si possono vedere in un Rorschach?
Le percezioni sono sempre colorate di desiderio o paura (es. molti dei ragazzi che seguivo al Sert vedevano carabinieri e poliziotti dappertutto, il mio amico Peppino vede donne disponibili a ogni cantone e si meraviglia degli innumerevoli due di picche che si becca, io sono sempre a un passo da complesse esperienze ESP che poi alla fine non si concretizzano), noi umani percepiamo più attraverso la mente che attraverso i sensi e questa è la nostra ricchezza ma anche la nostra maledizione, perchè per noi nulla potrà mai essere "quello che è" come capita a un qualsiasi altro mammifero (esclusi forse i cetacei?).
Se il mondo coincidesse con la sua mera estrinsecazione fisica sarebbe un po' noiosetto. Quando si parla ad esempio di anti-materia mi colpisce la capacità di alcuni di dare per pacificamente scontato quello che non è fisicamente evidente: l'anti-materia appunto, ma anche i buchi neri, le possibili dimensioni oltre le 3 che percepiamo (i matematici riescono tranquillamente a creare teoremi geometrici in spazi a più di tre dimensioni, lo sapevi? ma non chiedermi come cavolo fanno)...
Sul piano della ragione sono certo che l'essere umano quando muore cede TUTTA la sua energia al cosmo sotto forme degradate (trattasi di entropia, parola a me abbastanza cara) e quindi perde ogni individualità: non riesco a concepire l'anima se non come una forma di superstizione ancestrale; non credo nell'Aldilà e sono abbastanza convinto che le religioni siano nate dalla paura dell'uomo di invecchiare, degenerare, ammalarsi e infine morire e dalla sua domanda "perchè la vita è per la stragrande parte noia o dolore?". Parliamo leopardianamente di natura matrigna e la piantiamo lì? O ci inventiamo uno Shiva, Manitù, Buddah, Allah, Javeh, Dio che dà un senso a tutto questo?
Eppure... Eppure credo che i fantasmi ESISTANO. Psicoanaliticamente esistono, e sono tutte le nostre paure, rimorsi e rimpianti rimossi e non rielaborati, che si affollano come un'armata di mostruosi zombies nei recessi del nostro inconscio. Forse esistono anche ENERGETICAMENTE, ma sono prodotti dai sopravvissuti e non dai morti, così come "l'uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza". Come certe forme isteriche possono produrre cecità, attacchi epilettici o gravidanze che in realtà NON ESISTONO, così le nostre paure o desideri legate a chi è morto possono produrre immagini o forme parafisiche che a volte ci terrorizzano e a volte ci confortano. Una persona a cui voglio molto bene ha passato pomeriggi interi a Grazzano Visconti in cerca del fantasma di Eloisa; un'altra persona a cui ho voluto un bene parossistico dialogava quotidianamente col fratello morto (a volte ci giocava a briscola e ovviamente perdeva perchè lui le vedeva tutte le carte) e la trovava la cosa più naturale del mondo.
Credo che anche per gli UFO la spiegazione più plausibile possa essere questa.
E adesso aspettiamo pazientemente gli infermieri del Diagnosi e Cura.
Dobbiamo assolutamente dare un nome, o meglio un'attribuzione di categoria, a quello che fa la nostra Cassandra (http://hammer.leonardo.it/blog) : non sono poesie pur essendole, sono dei giochi d'ingegno ma con una cospicua componente di serietà, a volte anche drammaticamente sofferti. Sono regali a costo zero in un mondo in cui si paga tutto, sono stati di grazia in un mondo sgraziato deforme e mostruoso, sono manifestazioni del divino totalmente laiche o manifestazioni materialistiche assolutamente misticheggianti. Sono e non sono, alludono e disconoscono, rivelano e occludono, si snodano placidi e pigri per poi richiudersi a scatto su sè stessi. Sono piccoli animaletti virtuali che ti si strusciano addosso facendoti le fusa ma, òcio, hanno unghie affilate e denti aguzzi.
Sono un modo disordinatamente ordinato o limpidamente oscuro di scrivere poesie. Cos'è una poesia? E' quello che Sant'Agostino diceva del tempo, "Finchè non mi chiedi cos'è, lo so; quando me lo chiedi non lo so più...". Il fatto è che esistono delle grandi verità intuitive che stentano a trovare una traduzione in parole. Non per questo cessano di esistere. In realtà la nostra vita si alimenta anche di poesia, umorismo, sogni, creatività, insomma di tutto ciò che non trova spazio negli schemi cartesiani del divenire. Una poesia dovrebbe quanto meno avere qualcosa di ermetico ed oscuro, almeno una doppia chiave di lettura (come una battuta di spirito, anche se la poesia suscita reazioni antitetiche a quest'ultima). Le più belle poesie non si prestano a una interpretazione univoca, devono evocare immagini & fantasmi fatalmente diversi in diversi lettori. E secondo me i poeti dovrebbero rifiutare di leggere in pubblico le loro poesie, dovrebbero affidarle allo spazio grafico e poi disinteressarsene, lasciando ad ogni lettore il gusto di leggersele con la cadenza e la musicalità che più prediligono.
Anche una poesia "classica" con le sue concatenazioni di rime (alle quali da Leopardi in poi molti poeti aggiungono consonanze, assonanze, enjambements e altri artifizii tecnici) è una specie di gioco enigmistico. E un gioco enigmistico ben cesellato vale un idillio leopardiano (avete presente le Cornici Concentriche della Settimana Enigmistica? L'autore deve avere un QI di 190...).
Ma Cassandra non vuole che quel che fa venga chiamato "poesia"; e allora chiamiamolo gioco con le parole (ma non è un sinonimo di poesia?), gioco enigmistico (che a volte se non con la poesia confina con l'arte), tentativo magico di controllare la parola (e anche questo è poesia).
E intanto il piccolo pianeta blu dal quale Cassandra digita si muove nello spazio col suo sovraccarico di litigiose scimmiette spelacchiate perdendo sempre di più la dimensione del trascendente (attenzione, non ho detto del divino...). L'attività intellettuale diventa ogni giorno di più uno spreco energetico ed un oggetto di scherno ed ilarità. Come scimmie implose in un grottesco ritorno ab ovo torniamo a comunicare attraverso il non verbale e disimpariamo ad usare la parola. O la usiamo pressochè esclusivamente come arma per demarcare la nostra diversità ed esprimere la nostra alterigia, non come un gradevole gioco per sfiorarci e conoscerci. Tanta è la paura della solitudine (e sotto sotto della morte) che ce la infliggiamo sdegnosamente da soli piuttosto di dover combatterla. Concludo con una citazione di una vecchia canzone del Banco del Mutuo Soccorso (Miserere alla Storia, 1972) "Quanta vita ha ancora il tuo intelletto se dietro a te scompare la tua razza?"
Everybody Should be Happy di Alexia è molto simile a Do You want to Know a Secret? dei Beatles Segnalazione di: Marcello
Gente Come Noi di Spagna è molto simile a Last Christmas di George Michael. Segnalazione di: JFX
Bruno Vespa è molto simile a Benito Mussolini ma se gli dicono che nè è il figlio segreto difende con cipiglio abbruzzese l'onorabilità della mamma. Segnalazione di Otar Bolivecic
Questo blog è estremamente simile alle scorribande casuali di uno scimpanzè sulla tastiera. Segnalazione dei lettori orripilati.
Qual è il confine fra il plagio e la citazione? Fra il furto intellettuale e l'affettuoso omaggio? In campo musicale si dice che le note sono sette, ma in realtà sono dodici se contiamo i bemolle o diesis, e già così due sole note potrebbero portare a 144 combinazioni diverse (senza contare durata delle note & intervalli). Le lettere a disposizione di un normale compilatore europeo sono 26 e si compongono in svariati milioni di parole della sola lingua italiana.
Ciononostante... Dopo circa 3000 anni di civiltà è chiaro che le parole sono molte meno di quello che le lettere a disposizione potrebbero comporre, i concetti sono drasticamente meno di quanti la libera composizione delle parole lascerebbero immaginare, e le Idee con la I maiuscola ormai si contano sulle dita di una mano.
L'euroamericano annoiato ha la penosa impressione di aver scoperto tutto, detto tutto, inventato tutto e immaginato tutto. Una volta per dare rilevanza mondiale al proprio pensiero bisognava aspettare una vita intera e poi e poi... Capitava a uno su un milione... Oggi l'ultimo ginnasiale con una buona attrezzatura informatica può ammannire le sue contorte elucubrazioni in diretta mondiale. La diffusione mondiale non dipende più dalla qualità dei concetti ma dalle capacità e dalla dotazione informatica.
Dire delle cose originali su Internet è facile, ma raramente sono anche intelligenti.
Dire delle cose intelligenti su Internet è un po' più difficile, ma quasi mai saranno anche originali.
Allora?
Allora Internet, tecnologia che ha ormai festeggiato il suo decennale, e che si era annunciata come la Voce della Verità e come un fantastico moltiplicatore di Scienza e Cultura, diventa un megasalotto virtuale dove si possono dire geniali originalità e criminali atrocità logico-culturali senza che sia agevole distinguere le prime dalle seconde.
«Frattanto si era fatto tardi e tutt'e due dovevamo andare per i fatti nostri. Ma era stato molto bello, rivedere ancora Annie, dico bene? Mi resi conto di quanto era in gamba e
stupenda e, sì, era un piacere
solo averla conosciuta e allora io ripensai a quella vecchia barzelletta, quella in cui c'è questo tizio che va dallo psichiatra e gli fa: "Dottore, mio fratello è pazzo. Crede d'essere una gallina." E allora il dottore gli dice: "Ma perché non lo rinchiude in manicomio?" E quel tale gli risponde: "Già! Ma poi dopo, l'ovetto fresco, a me, chi me lo fa?" Insomma, mi pare che sia proprio così, grosso modo, che la penso io, riguardo ai rapporti umani. Mi spiego, sono del tutto irrazionali e pazzeschi e assurdi e mi sa tanto che li sopportiamo perché tutti quanti più o meno ne abbiamo bisogno, dell'ovetto fresco.»
Quante moine pantomime e giri di parole per declinare la propria libido di uomini e donne: come qualunque lettore dilettante di psicoanalisi sa, o dovrebbe sapere, i bacini "di saluto" tra un uomo e una donna sono vestigia ultraraffreddate di un desiderio coitale inespresso, talora inconfessabile, a volte incognito e inconfessato anche al baciatore. Il modo in cui la bacianda (cioè colei che dovrebbe essere baciata ma che alla fine potrebbe anche sfuggirti con agile mossa fingendo improrogabili impegni lasciandoti lì che sbaciucchi una mosca di passaggio) risponde al tentativo di bacio può indicare varie gradazioni di adesione & interesse:
grado 0: mascella serrata, muscoli facciali rigidi sicchè il bacio diventa una specie di sfregamento sulla carta vetrata e spesso si sprigionano scintille purtroppo non erotiche: equivalente non verbale di un "Mi lascio sbazuclare perchè non trovo via di fuga".
grado 1: mascella serrata ma muscoli che sembrano come stiracchiarsi dopo una ibernazione di 16000 anni per viaggio nell'Iperspazio e ritorno, inclusa visita a Gardaland e Italia in Miniatura, sicchè il bacio incontra una sorta di ponte levatorio alzato e chi s'è visto s'è visto. Equivalente non verbale di un "A' Nando, m'arimbarzi proprio...".
grado 2: mascella dura ma non proprio serrata, muscoli che si sono già stiracchiati e smadonnano perchè non trovano il caffè, sicchè il bacio incontra un terreno ostico ma vivaddio esplorabile: equivalente non verbale di un "Tra due tre reincarnazioni potrei anche essere tua, va' avanti a provare...".
grado 3: mascella tonica, muscoli sul chi va là, "e-adesso-che-succede?", così che il bacio trova un terreno alieno ma non privo di suggestioni: equivalente non verbale di un laconico ma seducente "E allora?".
grado 4: mascella tonica e guizzante, muscoli che passano dall'attenti al riposo, così che il bacio trova interessanti asperità e rotondità inaspettate: equivalente non verbale di un "Cosa fai? Mi baci?".
grado 5: mascella tonica ma con qualche avvisaglia di rilassamento, muscoli che si leggono un giornale, così che il bacio trova un curioso effetto di risucchio/riflusso/attrazione magnetico-gravitazionale: equivalente non verbale di un "Ooooh! Mi bacia..."
grado 6: mascella con principio di squagliamento, muscoli in controtendenza, così che il bacio spazia tra verdi vallate e afrori insospettabili: equivalente non verbale di un "Sciocco! Qui ci vedono tutti..."
grado 7: mascella complice, muscoli più che rilassati inesistenti, così che il bacio si tinge di mille promesse e diecimila sottintesi: equivalente non verbale di frasi che non posso qui riportare.
E quando lei, suclona che non è altro, non capisce che lui è l'indiscutibile uomo della sua vita e che è scontato che invecchieranno insieme e moriranno contemporaneamente travolti da una valanga di neve durante un trekking invernale in Val Trompia?
L'uomo della vita di lei non riconosciuto come tale cosa può strologare pur di scartare l'umiliante, angosciosa, esistenzialisticamente devastante, filosoficamente antinomica, logicamente paradossale, dialetticamente confutabile ipotesi "Non mi chiama perchè mi trova un tamarro ripugnante dagli occhi cisposi, l'alito ripugnante, la struttura fisica di un pandoro, il tono di voce che è un incrocio fra Rosa Russo Jervolino e Maurizio Mosca, col sex-appeal di Lino Banfi e il savoir faire di Luca Giurato. Non mi chiama perchè trova i miei discorsi interessanti come un film di Werner Herzog, profondi come quelli di Christian Vieri, pungenti come quelli di Panariello, enciclopedici come quelli di Diego Abatantuono, la mia voce armoniosa come quella di Roberto "Freak" Antoni, le mie membra atletiche come quelle di Maurizio Ferrara e la mia casa accogliente come quella degli Adams"?
Motivazione 1 (Ipotesi dickensiana) "Nonostante alla nostra unica indimenticabile cena insieme (purtroppo conclusa alle 21.45 perchè doveva accudire il babbo malato di sclerosi multipla a placche tuberosa con triplice scappellamento a destra come fosse antani) abbia sfoggiato una loquela degna di Lilli Gruber (e non solo quello era degno della suddetta) ella è drammaticamente analfabeta, quindi non sa nè leggere quei 2-3 sms che le mando ogni minuto, nè ritrovare il mio numero e tanto meno farlo, e quando la chiamo crede ovviamente che sia la sua assistente sociale che le impone di iscriversi alla scuola serale pena la perdita immediata del lavoro e non risponde. Ma sento che mi ama"
Motivazione 2 (Ipotesi psicocardiologica) "Mi ama in modo talmente parossistico che quando sente la mia voce al telefono crolla svenuta, quando vede il mio numero sul display rifiuta la chiamata per evitare complicazioni cardiache che terrebbero impegnato l'intero reparto di cardiologia del Niguarda per i prossimi 3 secoli, quando mi travesto da vecchietto che vuole attraversare la strada cerca di stendermi con la sua station-wagon per potermi ricoprire di coccole e regali durante la mia degenza ospedaliera.... (continua ad libitum)"
Motivazione 3 (Ipotesi cognitivo-psichiatrica) "Ho provocato in lei un tale sconvolgimento mentale che la sua mente ha compiuto una virata di 180° per cui "No" vuol dire "Sì", "Mi hai rotto il czz" vuol dire ovviamente "Mi hai spezzato il cuore", "Se non te ne vai chiamo il 113" vuol dire "Se te ne vai mi butto dalla finestra", "Aaaaah sssssìììììììììì cosssssssssssìììììììììììììì uuuuuuuuuuuhhhhhhhhhh rifallo ancoraaaaaaaaaaaaaaaaaaaa Lorenzo", che è il messaggio da due settimane inciso sulla sua segreteria telefonica mostra che la sua mente sta tornando normale, sarà guarita del tutto quando si ricorderà che mi chiamo Giacomo..."
Motivazione 4 (Ipotesi socio-criminale) "Due minuti dopo avermi detto quelle splendide parole ("Ho passato una serata stupenda. Ma non era questa qui.") è stata rapita dai feddayn alleati coi talebani spalleggiati dai tupamaros finanziati dalle Brigate Rosse addestrati da alcuni arzilli reduci del Terzo Reich. Ma io ho capito subito che quelle che sembravano triviali maledizioni erano in realtà segnali in codice e mi sto quindi organizzando per una spedizione all'Inferno, dove dovrò farmi sodomizzare da un battaglione di corazzieri, quindi dovrò fare in modo di farmi venire una grave forma di tumore, congiungermi carnalmente con mia madre ed altre mie parenti strette, intrattenere rapporti orali con i miei estinti ed allora i suoi spietati rapitori me la riconsegneranno più bella e splendente che pria..."
Di Massimo Ceccherini, oltre al ruolo di fata turchina ninfomane in una improbabile riedizione di Pinocchio, ricorderò sempre le sconsolate e sincere parole dopo una deficitaria comparsa al Festival di Sanremo "Vabbè che fo ride po'o, ma vengo pagato pure po'o", dichiarazione che aveva trovato la solidarietà di tutti gli ultra trentennali baraccati del Belice e gli ultraventennali baraccati dell'Irpinia, nonchè delle famiglie monoreddito che fanno quotidianamente il supergigante fra bollette e gabelle governative varie. I cassintegrati di Mirafiori avevano organizzato una simpatica colletta per il Ceccherini in questione, a patto che utilizzasse l'introito ottenuto per emigrare in qualche repubblica del Centro America dove impazziscono per Raffaella Carrà e Albano Carrisi e quindi qualcuno poteva scambiarlo per un comico di talento.
Bisogna comunque essere grati a Ceccherini per aver sfatato il mito che in ogni toscano c'è un trascinatore latente, un Cecco Angiolieri in incognito, un Benigni nel motore. Lui che lo paghino molto, po'o o punto, un fa ride pe' nnulla e mi ricorda le contorsioni di Egidio Calloni per fingersi centravanti, di Silvio Berlusconi per fingersi statista o di Luca Giurato per fingersi anchor-man.
Del resto arrivare all'Isola dei Famosi significa essere già agli sgoccioli della carriera; non riuscire neanche ad arrivarci in fondo significa che più che alla frutta sei già stato sbattuto a lavare i piatti per non aver pagato il conto.
Ceccherini come comico è la celebrazione del "Vorrei ma non posso" anzi, come direbbe lui "Si vole ma un si pole"; può darsi che sia il ritratto del frequentatore abituale del Bar Marisa di Pontedera ma non mi sembra nemmeno troppo simpatico. Era una macchietta azzeccata nei film di Pieraccioni perchè era da quest'ultimo disciplinato e delimitato: abbandonato a sè stesso ha fatto dei film bruttini e poco divertenti, con scarso riscontro di pubblico e lazzi e cachinni da parte della critica; la sua apparizione al Festival di Sanremo è stata quanto meno da suicidio, goffamente giustificata con la scusa di un basso onorario (e se lo pagavano due miliardi sarebbe migliorato? Bah...).
Ciò premesso, la sua sostituzione con Leone di Lernia (cioè il povero sbandato che cercava di farsi riprendere tutte le volte che Quelli che il Calcio si collegava da San Siro) abbassa ulteriormente il livello medio dei partecipanti, con la differenza che le eventuali smoccolate di costui hanno un bacino d'utenza e di comprensione limitato alla zona tra Manfredonia, Minervino Murge, Molfetta e le Isole Tremiti, mentre il toscano essendo la matrice della nostra lingua nazionale lo capiscono ad Imperia come a Lampedusa...
Passando ad esempi calcistici (il calcio è più o meno vero dei reality shows? Bella domanda...)...
E' vero che in un lontano 1976 la squadra cisalpina di cui mi sfugge il nome riuscì a pareggiare all'ultimo minuto col Como su punizione per una bestemmia del capitano lariano Correnti. Ma è anche vero che Gattuso e Cassano (non precisamente educati nei collegi dell'Opus Dei) hanno tirato giù calendari interi in diretta televisiva (coi microfoni assassini ormai nascosti anche nel cerchio di centrocampo) senza che a nessuno venisse in mente, chessò, di mandarli per un mesetto a riflettere in C-2.
Concordo con chi dice che Ceccherini espulso per bestemmia fa più audience che Ceccherini sull'isola che un fa ride manco su' mamma. Arrivo a pensare che abbiano detto al Cecche "Tira una smoccolata in diretta che unisci l'utile al dilettevole..." e lui abbia docilmente eseguito. Ricordo ancora l'Ambra adolescente pilotata con l'auricolare da Boncompagni (sperando che fosse l'unica cosa che Boncompagni le inseriva eheheheheh) e penso che quasi tutto quello spacciato per vero che vediamo in TV è superpilotato, anzi Sgarbi e la Mussolini vanno tutte le sere a cena insieme da Giggi er Trojone per studiare gli insulti dell'indomani...
Da oggi, parallelamente ad una ricca produzione di post originali, inizierò una succinta raccolta dei quasi-post che ho generosamente disseminato nei blog altrui. Per non sentirmi troppo in colpa modificherò qualche passaggio eventualmente non più attuale ed espungerò tratti collegati a discussioni o elaborazioni concettuali del blog dove i miei commenti andavano a piazzarsi, quindi non comprensibili a chi quei blog non conosce.
Cominciamo con una commossa celebrazione del barista pramzà:
Ma in tutta questa esaustiva trattazione non è chi non veda una carenza, una lacuna, un vuoto d'aria, una immensa voragine didattico-concettuale: poco o niente viene dedicato all'umile ma fondamentale figura del barista, che nutre con stitici carissimi panini i suoi clienti, ne regola con maestria il tasso alcolemico (i più bravi riescono a far sbronzare in modo uniforme e progressivo gruppi di 25-30 persone con eccezionale effetto coreografico), giostra con sapienza fra i diversi tifi calcistici e le diverse tendenze politiche spesso prevenendo e anticipando ("E alòra, Gorreri, quand i'a mandema via chi maruchèn lì?" compilando il cappuccino dell'ingegnere leghista per poi passare a un proletario "I'a fema vedor nuetor a chi industrièl d'la merla, ahn Spaggiari?" servendo il primo di una lunga lista di bianchini all'operaio reduce dal turno di notte per concludere con una istantanea metamorfosi, inclusa istantanea comparsa di piccola aureola e passaggio faticoso agli scogli sintattici della lingua nazionale, per proferire un "Monsignore, ci facessi il solito caffè lungo ma mica troppo col latte che ci fa la schiumina o preferesse l'orzo in tazzina piccola di cristallo di Boemia come mercoledì quelaltro?").
Il barista ha delle strane mani ultraprensili la cui capienza è un mistero della fisica (visto un ancor giovane garzone di bar di Vicomero portare dodici tazzine da caffè, sedici da te, 36 fra coltellini e forchettine senza ausilio alcuno di vassoio); occhi radar nell'individuare il cliente ricco-cafone che alla seconda Tequila Sunrise offre da bere a tutto il quartiere, stando però attenti che alla quarta si tromba la cassiera qualora consenziente e alla sesta se la tromba che consenta o meno; orecchie selettive che diventano supersensibili quando c'è da registrare le ordinazioni per piombare nella sordità più totale quando qualche tossico chiede se cianno un bagno o qualche ospite dell'Associazione San cristoforo chiede da bere a macca ("Passa a pagare il Don..."); pazienza e sopportazione illimitata nel reggere lo spiritoso del rione che racconta per la seicentesima volta la barzelletta del francescano e del domenicano, la zitellona fanè che ripete gallinescamente il suo verso "Salso l'è tanta bèla ma d'inveren l'am fa gnir la tristessa", il bullo di San Prospero che molesta ancora una volta la cassiera con raffinati complimenti come "Tè sei compagna a 'na lavatrice, dai il meglio di tè a novanta gradi eheheh".
Il barista chiama il 113 solo quando Vittorio Sgarbi provoca Mike Tyson e Giuliano Ferrara e Gianpiero Galeazzi gli vengono in soccorso, altrimenti ha la sagacia di un questore, la forza di persuasione di un Don Camillo, il carisma di un Mario Capanna nel sedare ogni accenno di tumulto senza neppure alzare la voce.
Il barista infine, last but not least, o meglio ultma mo la gh'ha la so importansa, fa sentire a casa tutti. Nel suo bar, travolti e riscaldati da un punch stile piombo fuso o da una veronica di Morfeo, l'emigrato Ahmed schrza col manovale Savino Struddas, l'ingegnere col busto di Mussolini in casa dà affettuosi buffetti al ginnasiale con falce e martello dipinti con lo spray da murales sulla guancia destra, parmigiani e reggiani si scoprono terzi cugini (fratelli sarebbe un po' troppo).
SIGARETTA in mano, circondato da ragazze piuttosto allegre, indosso solo un paio di pantaloncini di raso azzurri mentre balla, o si accascia su un tavolo cercando di baciare il braccio di una delle sue amiche. Così Adriano, l'attaccante brasiliano dell'Inter, che non segna ormai da sette mesi, è stato fotografato durante un party nella sua abitazione italiana, in provincia di Como.
Sul sito brasiliano, anche un commento sul periodo poco felice che l'attaccante starebbe vivendo nella squadra: "La sua situazione non è buona - si legge - non segna per l'Inter da più di 200 giorni, non è considerato più titolare dal tecnico Mancini. Non ha giocato bene anche ai mondiali e di recente è corsa voce che fosse arrivato ai Mondiali con cinque chili in più rispetto al suo peso normale".
Se Adriano fosse un impiegato dell'ASL sarebbe oggetto del mobbing più sfrenato, lo metterebbero a lavorare in uno stanzino delle scope, gli bloccherebbero l'accesso ad Internet e gli darebbero mansioni palesemente inferiori al suo livello (tipo svuotare i posaceneri del capo o andare a comprare il tanga alla avvenente segretaria di quest'ultimo), ogni volta che si dovesse mettere in malattia gli piomberebbero in casa tutti i medici disponibili controllandogli pressione, diametro pupillare, secrezioni varie e capacità di stare in equilibrio su un piede solo per poi dirgli "Te gh'è nagotta, barbun, torna a laurà!!!!". Al primo certificato medico inviato con trenta secondi di ritardo verrebbe licenziato in tronco e l'intera liquidazione incamerata per coprire le perdite che ha direttamente ed indirettamente provocato all'azienda.
Se Adriano fosse un giovane assunto con contratto co.co.co lo farebbero lavorare un giorno sì e diciassette no, lo chiamerebbero a coprire dei turni dalle 3 alle 6 di notte nella sede decentrata di Pizzighettone o sotto una violenta nevicata nella sede emarginata di Trompio Orobico raggiungibile solo con la slitta di Babbo Natale.
Se Adriano lavorasse a provvigione non chiuderebbe un solo contratto, andrebbe a ritirare i pasti alla Caritas e dormirebbe in un hangar abbandonato di Linate, lo manderebbero con una scalcinata 127 del 1973 a vendere la Rivista dell'Alta Moda a Quarto Oggiaro o alla Bovisa dove sarebbe accolto a secchiate d'acqua in faccia.
Quanto al sesso, altro che ragazze allegre, lo darebbe via tre volte alla settimana a un camionista di Cusano Milanino in cambio di generi alimentari e biancheria nuova.
Parma. Un uomo di 48 anni, con problemi di salute, ha ucciso la madre 81enne, disabile, colpendola più volte con un corpo contundente, poi si è tagliato le vene e si é gettato dal quarto piano dell'abitazione, morendo sul colpo. La donna, ammalata di cancro e convalescente dopo un recente intervento chirurgico, è stata colpita con cinque coltellate all'emitorace sinistro dal figlio, anch'egli sofferente da più di vent' anni per una grave malattia degenerativa alle ossa.
"Se mia madre muore io mi uccido". L'aveva ripetuto più volte anche ai vicini, nei momenti più cupi. Sembrava solo una minaccia dettata dallo sconforto, ma questa mattina non ha più retto e ha deciso di farla finita, dopo aver lasciato un biglietto: "La raggiungo, perdonatemi".
Quando ho aperto questo blog, e tra le primissime categorie ho concepito "Parma e dintorni ma non oltre San Leonardo" erano appena successi due efferati e atroci delitti, come aggettiverebbe qualunque sbarbatello al suo primo articolo di nera: il rapimento con maldestra uccisione del piccolo Tommaso Onofri, e il duplice omicidio di Felino in cui un giovanotto leggermente troppo egocentrico aveva prima fatto fuori la fidanzatina che non voleva più saperne di lui e quindi accoppato un tassista che "non avrebbe potuto pagare e la cosa lo rendeva nervoso". Convinto che la legge dei grandi numeri fosse stata soddisfatta, pensavo che avrei usato ogni tanto la suddetta categoria per parlare della sagra del carciofo di Noceto, di qualche battuta spassosa di Gene Gnocchi o delle precipitanti sorti della gloriosa compagine crociata.
Viceversa, in tre mesi scarsi a Parma ci sono stati altri 4 delitti, in un grottesco derby padano con Brescia che stava per strapparci il ruolo di "Aspromonte del Nord" (come un tal Smargiassi di nome e di fatto dalle colonne di Repubblica aveva etichettato la nostra micrometropoli) che sembriamo però essere sulla via di riconquistare ed aggiudicarci definitivamente.
Una semplice casualità statistica? Ma a Modena, Prato, Perugia, Livorno (città di grandezza simile anche se ovviamente molto meno importanti della nostra Piccola Capitale) non si uccide con la stessa frequenza. E allora?
Cosa scriveranno domani i colossi dell'informazione per vendere qualche copia in più? Siamo la Sarajevo d'Italia? La Beirut della Bassa Padana? La Palermo dell'Emilia Romagna? Riempiranno ancora le prime pagine coi luoghi comuni sulla città ricca e annoiata, sul gap tra le ambizioni da grande città e le abitudini sociali da piccolissima provincia? Intervisteranno Bevilacqua che inaugurerà il suo 715° tic e mi gioco tutto l'apparato genitale se non ficcherà un "èvero" ogni tre parole? Bloccheranno Luca Goldoni che si beve un crodino sotto il Nettuno per farlo parlare della sua Parma che se non ci fosse bisognerebbe inventarla? Faranno fare ad Ubaldi, il nostro sindaco forzaitaliota, l'ennesima figuraccia da Berlusconi in sessantaquattresimo in diretta nazionale? Intervisteranno un vecchietto alcolizzato davanti al Teatro Regio che risponderà invariabilmente a tutte le domande con un macabro "A gh' sariss da masser'ia tutt" rivolto ai giornalisti, che servirà a Klaus Davì persottolineare la tendenza omicida del popolo parmigiano.
In realtà questo omicidio non è nè atroce nè efferato, anzi odora di desolazione e di stanchezza: sarebbe bellissimo che non fosse meccanicamente e ottusamente aggiunto a una squallida contabilità mediatica che dilata le notizie fino a farle scoppiare come la rana di Esopo. Ma ciò non succederà.
Che meraviglia!!! Il Made in Italy ha vinto un'altra volta. Le impresentabili ed irriferibili gaffes (o semplici battute di pessimo gusto) del nostro ex-premier nonchè tuttora, com'egli stesso si proclama, "il più amato dagli italiani" hanno fatto tendenza, trend, filotto e tutti quanti in buca.
Ricordate quando aveva detto ad una riunione internazionale che lui e la Veronica quella sera avrebbero trombato a sangue e tanto si augurava anche per Bill Clinton e Signora? O quando a una riunione della FAO che discuteva ovviamente sull'annoso problema della fame nel mondo aveva concluso il suo intervento dicendo "Però, tusi, facciamo in fretta che qui abbiamo tutti una gran fame!"? O quando aveva fatto le corna a non so quale altro premier nella foto di gruppo, cosa che forse neppure Alvaro Vitali si sarebbe permesso con Renzo Montagnani?
La storia del "kapò" dato a un eurodeputato progressista tedesco, subito seguito da un "siete dei turisti della democrazia" dato a tutto l'Europarlamento che egli comicamente presiedeva, non le contiamo perchè non si configurano come gaffes o battute ma come esplicite estrinsecazioni del Silvio-pensiero e quindi sono per così dire fuori-categoria.
Certo, in tutti questi anni Vladimir Putin è stato amico e sodale del Berlusca, ne ha condiviso le sorti, si è inciuccato di Vermentino sardo nella di lui villa cercando poi senza successo di fare cirilliche avances alla Veronica. E dai e dai, finisce che ci si assomiglia... Ed è chiaro che la verve brianzola ha la meglio sulla personalità più che slava slavata del presidente russo.
Insomma, Putin si è berlusconizzato, l'Ansa ha appena battuto la notizia che ha comprato la Dinamo Mosca e lo Zenith Leningrado, attualmente sta cantando "Oci ciornie" appeso ad un traliccio in piena Piazza Rossa, nella notte si è fatto trapiantare quattordici milioni di capelli color rosso carota che ne fanno un grottesco incrocio tra Aldo Biscardi ed Elton John, e quanto a prendersela coi comunisti figuriamoci se la cosa non gli riesce perfino più facile che al suo amico Silvio.
Strapieno di wodka di pessima qualità, Putin ha dato al primo ministro israeliano Ehud Olmert in visita a Mosca una dolorosa gomitata nei coglioni e poi ha biascicato: "Katsav si è dimostrato un grande uomo. Ha stuprato dieci donne, non me lo sarei mai aspettato da lui, ci ha sorpreso tutti e tutti lo invidiamo".
Ora, se Katsav fosse un personaggio di contorno di un film di Woody Allen la battutaccia sarebbe un po' fuori argomento ma abbastanza inoffensiva.
Il fatto è che Katsav è niente popò di meno che il presidente israeliano, sotto accusa per stupro multiplo, continuato ed aggravato.
Il bon ton vorrebbe che sulle disgrazie degli uomini importanti cadesse un velo di curiale riserbo. Ma il Pierino del Volga ha preferito fare altrimenti.
Ora si apre un colossale trend:
Prodi sta preparando delle battute al vetriolo sulla predilezione di Veltroni per le cameriere topless;
Bertinotti affila le sue armi ironiche e la sua erre preparandosi a sfottere La Russa per i suoi problemi di incontinenza fecale;
Blair tartasserà a lungo in pubblico Bush junior sulla sua complessa problematica edipica.
Ci aspetta una politica spettacolo che ci ripagherà integralmente della decadenza ormai irreversibile della musica rock, del calcio e di tutte le religioni....
Amara considerazione: i giornalisti sono una categoria demonizzata in Italia. Sono visibili, si comportano da vip, spesso protagonisti della stampa stessa (metanotizia?). Ma criticare tg e malainformazione sembra essere lo sport nazionale... Come in tutte le categorie, ci accorgiamo che c'è brava gente anche tra loro quando qualcuno... ci rimette le penne.
Così, con la sua capacità di sintesi che io non possiedo, chiosa gli ultimi avvenimenti afghani la mia meravigliosa amica Cassandra (alias Miss Acrostico) mentre forse Mary Ann sta preparando un sobrio articoletto da 42 megabytes.
Certo è più facile fare gli emilifede e i lucagiurati profumatamente pagati per fare informazione-spettacolo che sbattersi in giro per il mondo per realizzare servizi e reportage che spesso non si ha nessuna sicurezza se verranno comprati e a quale prezzo verranno valutati. E' come nel calcio: per un manipolo di viziatissimi divi della pedata, ci sono migliaia di onesti pedatori delle categorie inferiori che si dannano l'anima sperando di ripetere l'epopea di Moreno Torricelli, nel giro di tre anni da calciatore-magazziniere di una squadretta brianzola a titolare della squadra cisalpina della quale purtroppo continua a sfuggirmi il nome.
Torsello è prigioniero non solo dei suoi rapitori, ma di una logica perversa e un po' aberrante in cui l'essere umano è sempre e comunque merce, e non c'è da scomodare nè Marx nè Marcuse nè Guattari nè Toni Negri. Torsello era merce come reporter free-lance, e ora lo è ancora di più nel suo dramma pirandelliano di europeo convertito all'Islam usato come contropartita per riavere indietro un islamico convertito al cristianesimo (chissà se si tratta di un semplice beffardo intreccio del destino o se la cosa è grottescamente voluta): neanche la spiritualità riesce ad affermarsi come spazio privato ed inviolabile, in nome di una diversa visione di Dio si ammazza e si intimidisce come ai tempi delle Crociate, e nessuno impara nulla dalla storia "magistra vitae".
I familiari di Torsello, compreso il figlioletto sorprendentemente sveglio per i suoi 4 anni invocano pietà, come se questo sistema di interazione planetaria prevedesse ancora questa parola di due secoli fa.
Torsello vivrà o ci lascerà le penne in base a chissà quali negoziati, a chissà quali strategie del terrore, a chissà quali casuali intrecci che faranno decidere cinicamente e bestialmente ai suoi rapitori se un essere umano sarà più utile vivo (a lode e gloria della loro suprema bontà e tolleranza) o morto (come atroce monito a chi, purtroppo non con la pienezza delle ragioni, ha messo piede in un paese che non gli aveva fatto nè direttamente nè indirettamente nulla di male).
Visitando il suo sito si respira aria di fatica e di fantasia, di scarpinate a piedi in giro per l'Asia, tra il Kashmir e l'Afghanistan, ma soprattutto quella grintosa volontà di "essere contro" che appaga la coscienza e forse il narcisismo ma non paga in termini di successo, fama e potere (ammesso che a Torsello queste categorie interessino).
Torsello sapeva benissimo il rischio che correva. Quanto c'era di puro e semplice bisogno di lavorare, quanto di superomismo narcisistico, quanto di eroico e leggermente incosciente amore per il proprio lavoro nell'accettare quel rischio? Comunque sia, che abissale differenza rispetto a chi si parcheggia nei lussuosi e super-accessoriati studi Rai e Mediaset e da lì pontifica dicendo colte ovvietà con un occhio allo share ed uno al potente di turno a cui detergere il fondoschiena.....
Cosa vuol dire essere reporter freelance? E' molto semplice: significa essere obbligati a produrre materiale appetibile per l'industria dell'informazione. Non si tratta di scrivere, o fotografare, in modo letterario o artistico. Significa produrre qualcosa che venga comprato da qualche giornale in cerca di scoop. Difficilmente compreranno un articolo sul concetto di omeostasi in Bateson o delle foto in bianco e nero di un tramonto in Val di Fassa.
E come si produce del materiale appetibile? E' ancora più semplice: osando quello che altri non osano, arrivando dove gli altri non arrivano, scrivendo cose provocatorie (spesso sacrosantamente vere) col rischio di doversi limitare a girare i lauti guadagni al proprio pool di avvocati.
Non è che ci sia una differenza enorme tra i Gabrieli Torselli che vanno a rischiare in Afghanistan o i venditori telefonici che portano sempre più avanti la soglia dello psychotrash per vendere cose assolutamente inutili facendole percepire come indispensabili; tra i Gabrieli Torselli e gli angeli del porta a porta che affilano sempre di più le armi dialettiche e persuasive e sono pronti a cercare nuove riserve di caccia nelle zone più sperdute o degradate.
E' vero che il reporter free lance se azzecca lo scoop può anche andarsene due mesi a Malibu, mentre il venditore telefonico o porta a porta se fa un numero congruo di contratti si permetterà un weekend a Rimini. Ma è altrettanto vero che se "chiudi a zero" non mangi in entrambi i casi (senza contare che il venditore può diventare in breve tempo un capetto-trainer e prendere provvigioni sul lavoro degli altri, il free-lance no).
Quindi non me la prendo col governo italiano (perchè prendersela con Prodi, ci ha già pensato la natura, direbbero Aldo Giovanni e Giacomo) ma col sistema dell'informazione-spazzatura che costringe un brav'uomo a fare l'avventuriero e a passare da spia e traditore dell'Islam per poter sopravvivere.
Anch'io ci ho sempre pensato, all'idea dell'antimateria. E mentre la pensava la... materializzavo! Dando un nome a qualcosa che ci appare semplicisticamente come un insieme vuoto, senza contorni né confini, come contraltare ad un protone... è come dare una scintilla di vita a qualcosa che non c'è ma che in fondo al nostro cuore sappiamo esistere... Sto parlando di cuore, perchè io l'antimateria non lo mai vista... ma mi ci sono affezionata, quasi umanizzandola, leggendo romanzi di fantascienza e indagando a casaccio sugli studi di Einstein... Però per me è semplice: così come esiste la luce, esiste il buio; la vita e la morte, il bene e il male... La materia la posso toccare, vedere, annusare... esiste il suo contrario... L'antimateria, appunto. A volte gli opposti si attraggono? Non lo so, se l'antimateria fosse come una carta assorbente, allora sì... Qualcosa di simile mi viene in mente osservando i "buchi neri" stellari. La compressione della materia è oltre ogni limite immaginabile, ma oltre ogni limite... che rimane? CIAO by KIA
Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce, diceva il filosofo Blaise Pascal. Tra le tante teorizzazioni psicologiche che si possono fare, una (lievemente mutuata da Eric Berne) è che in ognuno di noi convivono l'intelligenza dell'adulto compiaciuto di sè e un po' pedante, bravissimo a fare distinzioni e categorie e a procedere per incrollabili sillogismi; l'intelligenza dell'adolescente genialoide e poco sistematico, trasversale e piena di salti logici e di "non sequitur", divergente e sostanzialmente trasgressiva; l'intelligenza "globale" del bambino candido e non contaminato, che nel suo essere globale sa trovare collegamenti e paralleli che all'adulto schiavo della sua ossessiva linearità sfuggono.
Molti poeti e tutti i cantatutori meno De Andrè e De Gregori(adolescenti) e Battiato (molto, troppo adulto) ostentano la loro brillante intelligenza globale.
Del contributo di Chiara mi piace la sua capacità infantile (spero non la prenda per un'offesa perchè non la è) di meravigliarsi e di intuire piuttosto che di razionalizzare e comprendere.
C'è l'antimateria? Certo che c'è, perchè non dovrebbe esserci?
Chissà se Chiara è in grado di fare una specie di schizzo della sua materializzazione dell'antimateria, o di un pensiero che pensa sè stesso, o del barbiere che rade tutti e solo gli uomini del paese che non si radono da soli e che mentre si rade scompare nella quarta dimensione perchè ha violato un paradosso...
Ogni oggetto che ci circonda è fatto di materia. Ma se ogni cosa è di materia, che cosa è allora l'antimateria? Per avere la risposta bisogna tornare indietro nel tempo fino agli anni '30. Nel 1928 Dirac formulò una teoria per il moto degli elettroni in campi elettrici e magnetici, includendo sia effetti quantistici che effetti relativistici. Questa teoria, in grado di descrivere i risultati delle misure sperimentali in modo eccezionalmente preciso, portò anche ad una sorprendente previsione. L'elettrone doveva avere una antiparticella con stessa massa ma carica elettrica opposta a quella negativa di un normale elettrone. La previsione di Dirac trovò conferma sperimentale nel 1932.
Oggi sappiamo che tutte le particelle con momento angolare intrinseco (spin) semi-intero, devono avere un'antiparticella. Mentre la massa di particelle e antiparticelle è identica, altre proprietà sono caratterizzate da valori che hanno segno matematico opposto. Ad es. l'antiprotone ha la stessa massa del protone ma carica elettrica opposta (la carica del protone è positiva, quella dell'antiprotone è negativa).
Anche alle particelle elettricamente neutre, come il neutrone, corrispondono antiparticelle. Esse possiedono proprietà, con segno cambiato, differenti dalla carica elettrica, ad es., il momento magnetico intrinseco.
Quando materia e antimateria si incontrano diventano energia.
Parte seconda - La notizia !!!
ROMA - Non soltanto collisioni nelle quali materia e antimateria si annichilano a vicenda: fra particelle e antiparticelle avvengono anche reazioni chimiche identiche a quelle con cui si scambiano elettroni gli atomi e le molecole della materia che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Il risultato è stata la produzione di protonio, una struttura simile sia ad un atomo di idrogeno che a uno di anti-idrogeno.
Poter produrre una struttura così particolare permette adesso di avere a disposizione sorgenti di protonio grazie alle quali si potranno avere informazioni importanti nel campo dell'elettrodinamica quantistica, come quelle relative al rapporto fra carica e massa delle particelle.
La produzione di questa struttura, paragonabile agli atomi e alle molecole della materia che conosciamo direttamente, era già stata ottenuta in passato, ma mai attraverso una reazione chimica. E' composto da una particella carica (ione) di idrogeno e da una di anti-idrogeno, ossia da un protone e da un antiprotone. Poterlo produrre per mezzo di una reazione chimica apre la possibilità di avere a disposizione sorgenti di protonio di alta efficienza grazie alle quali si potranno informazioni importanti nel campo dell'elettrodinamica quantistica, come quelle relative al rapporto fra carica e massa delle particelle.
Parte terza: considerazioni
Per noi comuni mortali "ordinary men and women" che al massimo riusciamo a discernere (e non sempre con il necessario acume) la differenza fra fascismo ed antifascismo, questi balletti fra materia ed antimateria hanno un incredibile fascino.
L'idea che, più o meno da un secolo a questa parte (l'enunciazione della teoria della relatività ristretta da parte di Einstein è vecchia di 101 anni, e giuro che vado a memoria senza montare sul primo motore di ricerca da scafatissimo autostoppista della cultura), la scienza si vada sempre più allontanando dai dati del senso comune ha qualcosa insieme di glorioso e di sinistro. E' facile però ricordare che l'equazione e=mc al quadrato alla fine ha prodotto qualcosa di molto concreto (chiedere ai cittadini di Hiroshima e Nagasaki e a qualche cernia mutante di Mururoa). Quindi è vero, la scienza nell'indagare regioni-limite dell'infinitamente piccolo e dell'infinitamente grande deve fare ciao ciao con la manina al buon senso dello zio Aristide, ma alla fine i risultati scientifici avranno una qualche ricaduta sulla nostra cultura e sul nostro modo di vivere, ritorneranno per così dire nel concreto.
"A chi può servire un computer in casa?" berciavano meno di quarant'anni fa degli scienziati un po' retrogradi.
Quale Philip Dick avrebbe mai potuto immaginare organismi transgenici? A quando un pornoattore con qualche opportuno cromosoma equino? Un cane da caccia con qualche opportuno cromosoma da lucciola per essere visibile nelle battute di caccia notturne? Emilio Fede con qualche cromosoma da echinoderma per aumentarne lo spessore intellettuale? E l'ingegneria genetica potrà produrre prima o poi un politico costituzionalmente (nel senso biologico, non legale...) incapace di rubare?
Materia e anti-materia che invece di annichilirsi a vicenda cooperano e si scambiano materia ed energia è, che so io, immaginarsi l'Islam e il Cristianesimo che si amalgamano per formare una meta-religione; romanisti e laziali che se fanno du' spaghi insieme; Berlusconi e Bertinotti che si fanno una serie di favori a vicenda (chi è quell'impertinente che sta urlando "Ma è già successo, e più di una volta..."?).
Buona cena sperando che pasto e antipasto non provochino reazioni chimiche incontrollate nella vostra linda e ordinata sala da pranzo...
E' bello quando le bottiglie virtuali lanciate nel procelloso oceano del web urtano un qualche relitto vagante, e magari urtandolo si frantumano e, in qualche cosa al limite fra l'inorganico e il biologico, ogni scheggia produce nuove idee.
Ringrazio le mie affascinanti compagne di viaggio Cassandra e Mary Ann (che ho scoperto poi, per una elementare legge di transitività logica, essere anch'esse reciproche visitatrici dei rispettivi blog) che mi sembra condividano molte delle mie idee su cos'è Internet, cos'è un blog, cos'è il mondo, cos'è un essere umano e cos'è una rosa (una rosa è una rosa è una rosa disse chissà chi...). E dove non condividono, il confronto può essere stimolante.
Ringrazio ancora Marina e Pierluigi che sono troppo timidi e riservati per commentare ma so che mi seguono.
Allevando un blog, prima o poi te lo trovi in fase dei perchè (come un bambino di 3-4 anni) e questo è già successo; poi lo vedi sviluppare una sua linea di ragionamento indipendente dai tuoi tentativi di dirigerlo (8-11 anni) e poi te lo vedi rivoltarsi e morderti caninamente la mano rinnegando tutto ciò in cui credevi (14-17?). Basta avere occ, pasensia e (emendando un po' il termine originale) forton'na, come dicono dalle mie parti. Oltre questa fase, c'è un incognito territorio in cui il blog dovrebbe cavarsela da solo (come quello di Grillo) ma appunto, forse solo lui c'è arrivato...
C'è un famoso filosofo settecentesco che si ostinava ad affermare che l'uomo nasce buono, è la società che lo rende cattivo.
Cerchiamo di capire quali sono le contingenze storico-biografiche che possono portare ad articolare una simile opinione:
Jean-Jacques Rousseau nacque a Ginevra nel 1712 ed ebbe un' infanzia difficile : la madre morì di parto e il padre dovette ben presto abbandonare la città . OK, fin qui ci siamo: sindrome abbandonica, ricerca maniacale delle proprie radici, "povero me nessuno mi vuol bene" eccetera eccetera eccetera. Più tardi egli ricevette l' appoggio di madame de Warens , una dama svizzera che prima gli fece da madre , poi ne divenne l' amante. Oh oh, direbbe Epifanio Gilardi..Dire edipico è poco, direi trans-edipico, meta-edipico, Durante questo periodo , in cui soggiornò ad Annecy ( Savoia ) , Torino , varie località della Svizzera e Chambéry , esercitò diversi mestieri e completò la sua formazione filosofica con diverse letture: L'Edipo Re, Mamma son tanto felice, Mamma ce n'è una sola, Son tutte belle le mamme del mondo, Mamma mia che 'mbressione!!! . Separatosi da madame de Warens , Rousseau compì alcuni viaggi , che lo portarono anche a Venezia, per poi ritornare a Parigi , dove entrò in contatto con gli Enciclopedisti . Nel 1750 egli partecipò a un concorso indetto dall' Accademia di Digione sul tema "Se il ristabilimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi" e lo vinse con il Discorso sulle scienze e sulle arti : con quest' opera conseguì una grande notorietà sul piano filosofico , anche perchè la tesi da lui sostenuta , la negatività del processo di incivilimento ( prerogativa che accompagnerà l' intera sua filosofia ) , andava fortemente controcorrente. Nel secolo dei lumi, è certo che Rousseau era paragonabile a un suonatore di ottavino inserito nella formazione degli Iron Maiden. Nel 1755 pubblicò il Discorso sull' origine e i fondamenti dell' ineguaglianza tra gli uomini , scritto in occasione di un nuovo concorso . Avete fatto caso che il Nostro spremeva le meningi solo quando c'era da vincere qualcosa? Nel 1757 Rousseau interruppe i suoi rapporti con gli Enciclopedisti . Si ritirò dunque prima all' Ermitage , poi a Montmorency , dove scrisse la sua opera più importante , il Contratto sociale (1762) , nonchè La nuova Eloisa (1761) ( riprendendo le tragiche vicende medioevali del filosofo razionalista Abelardo e della sua donna amata , Eloisa appunto ) e l' Emilio (1762) . Poichè il Contratto sociale e l' Emilio furono condannati dalle autorità sia parigine sia ginevrine , Rousseau dovette riparare a Neuchatel , nel territorio svizzero soggetto al re di Prussia imbevuto di razionalismo , dove redasse le Lettere scritte dalla montagna contro Ginevra e un Progetto di costituzione per la Corsica . Dio quanto mi ricorda Beppe Grillo... La sua condizione di esule lo costrinse ancora ad alcuni spostamenti , tra cui anche un trasferimento a Londra su invito di Hume : ma l' instabilità nervosa , di cui Rousseau soffriva e che andava velocemente peggiorando , provocò ben presto una rottura tra i due filosofi . Tornato in Francia , riprese a peregrinare tra varie località , tra cui anche Parigi , per ritirarsi infine , a causa delle sue condizioni di salute , nella tenuta di Ermenonville , dove morì nel 1778 . A Parigi egli scrisse le Considerazioni sul governo di Polonia e concluse un' autobiografia cui diede il titolo di Confessioni .
Mettiamo in fila le variabili importanti:
Sradicamento familiare, ricerca compulsiva della mamma e sfogo sulla pseudo-mamma di un Edipo forzatamente irrisolto;
Creatività a comando, quasi da sceneggiatore-autore RAI o Mediaset: l'odore dei soldi attiva i migliori neuroni e rende le sinapsi imburrate di sciolina;
Sindrome del "Bastian Contrario" e/o originalità a tutti i costi, del tipo "Guarda mamma come sono bravo. Vado in bici senza mani, mangio le mie caccole e frego i pennarelli di tutti i miei compagni senza che nessuno sospetti di me...".
E ora, direbbe Bateson, troviamo la "struttura che connette" tutto questo con l'idea che l'uomo nasce buono, la società lo rende cattivo.
Ma è chiaro... E' un processo inconscio di proiezione delle proprie problematiche personali: nato innocente ed inoffensivo, Rousseau diventa nel tempo un assatanato incestuoso (si scopa la matrigna, va mò là...), un bastian contrario intollerabile e un essere dalla venalità traboccante e ripugnante. Però tradurre i propri complessi personali in verità metafisiche non sta mica bene...
Il mio punto di vista è esattamente opposto: l'uomo nasce cattivo, egoista e un po' bestiale, vedi il concetto del bambino perverso polimorfo di Sigmund Freud: animalescamente cerca di trarre il massimo vantaggio possibile dalla sua breve esistenza terrena, insegue le soddisfazioni materiali e più volgari (cibo e sesso in particolare) e proverebbe noia per la cultura, l'arte e la filosofia che in sè e per sè sono delle gran perdite di tempo. E' l'indottrinamento sociale che lo rende buonino, castratino, socievole, disponibile e solidale. Ma è nella cattiveria che di solito c'è l'originalità e la creatività, mentre la bontà è omologante, i buoni sono tutti uguali e un po' noiosi, lo stesso Mark Twain diceva "Sceglierei il Paradiso per il clima, l'Inferno per le compagnie", mentre la pericolosa intellettuale del dissenso degli anni 30 Mae West sosteneva "Le buone ragazze vanno in Paradiso, quelle cattive in tutti gli altri posti...".
ONLUS: Organizzazioni Non Lucrose di Utilità Sociale.
Organizzazioni? La maggior parte sono accolite di parrocchiani guidate da un parroco di mezza età in crisi di identità, con qualche tentennamento nella propria missione e più di un cedimento interiore nei confronti delle parrocchiane più platealmente vistose. Di organizzato non c'è quasi nulla, ruoli compiti e mansioni ballonzolano dall'uno all'altro in un casino organizzato che, se applicato al gioco del calcio potrebbe fruttare fortunose vittorie, una volta applicato all'appoggio e al recupero di personaggi multiproblematici frutta solo un nefasto, nefando ed ineffabile caos.
Non Lucrose? Nei casi più innocenti l'Associazione copre le perdite della parrocchia; nei casi meno innocenti fette più o meno grandi degli utili, che dovrebbero come da statuto essere tassativamente reinvestite nell'acquisto di beni e servizi (in primis assunzione e qualificazione del personale) finiscono nelle tasche di chi ha la possibilità, per così dire, di accedere al bilancio e "addomesticarlo". Così, mentre i potenziali beneficiari dei servizi dell'ONLUS mangiano cibi scaduti, insalubri e spesso oltre i limiti estremi del commestibile, lavorano come schiavi i più coglioni gratis e i meno coglioni con una simbolica borsa-lavoro a spese dell'Ente Pubblico, soggiornano in stanze malsane, umide, dalla manutenzione inesistente se non sono essi stessi a spendere antichi talenti come idraulico imbianchino muratore carpentiere riparatutto, direttori presidenti e operatori VIP viaggiano su lussuose autovetture fornite dall'ONLUS, si concedono prolungate vacanze in luoghi ameni talvolta con la scusa dello studio talvolta senza neanche quella, vestono firmatissimi ed ottengono ad affitti simbolici o direttamente in comodato gratuito begli attici in centro città.
Di Utilità Sociale? Qui entriamo nel campo della semantica e, come diceva bene Claudio Lolli nel topico anno 1977, "la semantica è violenza oppure è un'opinione". Cosa vuol dire "utile"? In termini di raffinata filosofia esistenzialistico-paradossale, un tumore è utile se mi aiuta a scoprire la precarietà della vita; uno squalo è utile come netturbino dell'Oceano; Vittorio Sgarbi è utile per meglio apprezzare (per subitaneo ed evidente contrasto) i pregi della signorilità e della buona educazione. Se per utilità sociale intendiamo, come si legge nei depliants autoincensatorii di talune ONLUS, "rimuovere le cause del disagio dalla strada", allora certe Comunità o Gruppi Famiglia o Centri di Accoglienza danno un tetto e un pasto caldo a soggetti che altrimenti vagolerebbero dispersi per la città delinquendo ad libitum (ammesso e non concesso che non continuino imperterriti a delinquere, maledetti ingrati, nonostante tetto letto e pasto caldo) e svolgono, direbbe Oscar Wilde, lo stesso ruolo di un campo di rugby, "togliere alcuni energumeni per un periodo limitato dal centro cittadino". Ma se per utilità sociale intendiamo un reale recupero e reinserimento di siffatti figuri, ben poche ONLUS possiedono (e/o si curano di sviluppare) strumenti idonei a un compito così assoluto.
Avendo raggiunto, quasi senza accorgermene, le 1000 pagine viste, mi sento in diritto e in dovere di ringraziare, nell'ordine:
Marina, la più grande, la più dolce, la più intelligente, la più paziente (ma lascia qualche commento ogni tanto, benedetta ragazza);
Il di lei partner Pierluigi "Vikingo", a volte ermetico ed apparentemente freddo, ma in realtà un vulcano di creatività ed emozioni (vale quanto detto per la tua girl-friend);
Cassandra, alias Pensieri, alias Miss Acrostico, che dimostra molto acume e che coi suoi commenti ha fatto crescere questo blog;
Renata Blunotte che forse non passa più, forse passa e tace, forse è persa nei suoi itinerari psicoaffettivi ma comunque è stata la prima a farmi uscire dalla sindrome Deserto dei Tartari ed a far assomigliare le mie elucubrazioni ad un rapporto piuttosto che a una masturbazione mentale;
Alessandro Fusto, che mi ha permesso un fantascientifico "sgub" e che vorrei che si facesse ancora vivo adesso che il lavoro suo e dei suoi folli amici sta venendo giustamente riconosciuto;
Aurora Rinaldoni che forse è una mia quinta cugina, ma mi piacerebbe saperne di più;
Gianorz, che potrebbe interagire un po' di più ma va bene lo stesso;
Silvia Pedrozzi e Giulio i cui commenti farebbero arrabbiare il buon Fusto ("Fa' la guardia nun me piace ma c'ho du' metri de torace") molto più dei miei;
e tanti altri fantasmi dall'indice pigro e dalla timidezza congenita che non hanno lasciato traccia di sè.
Adesso mi ubriaco di Lambrusco di Sorbara, Malvasia di Torrechiara e Nocino di Ravarano e fisserei il prossimo festeggiamento per i 100 commenti (sperando di essere ancora vivo, in discreta salute e con qualche lucidità residua per quella remota data...).
Ad maiora, sursum corda, odi et amo, nec tecum nec sine te vivere possum...
Di Jannacci - Watzlawick - Pace - Panzeri - Bateson
"Quelli che"
Quelli che ti dicono "Sii spontaneo", e di colpo non sai più che cavolo di atteggiamento assumere, oh yeah...
Quelli che tutte le volte che entrano in relazione sono convinti di rispondere ai comportamenti altrui e giammai sospettano di essere stimolo essi stessi al comportamento degli altri, oh yeah...
Quelli che con la voce ti dicono "Prego, si accomodi..." e con la faccia ti comunicano "Ma perchè non te ne sei rimasto a casa tua?", oh yeah...
Quelle mamme che ti regalano cinque camicie e quando te ne metti una ti guardano con la faccia triste e ti domandano con voce velata di pianto "Le altre quattro non ti piacevano?", oh yeah...
Quelli che piuttosto che ammettere di avere torto ti accusano di essere ubriaco, poligamo, pedofilo, il mostro di Firenze e lo squartatore di Londra, oh yeah...
Quelli che, se vogliamo fare un esempio, quando gli dici "Oggi sta piovendo" ti rispondono "Tutti i meteo hanno dato bel tempo e comunque guardati alle spalle, coglione, è già venuto fuori uno spicchio di sole...", oh yeah...
Quelli che ti trattano come erano stati trattati dal loro padre, e che se glielo fai notare ti trattano come ti aveva trattato il tuo, oh yeah...
Quelli che quando gli chiedi "Cosa pensi di quel quadro?" ti cominciano a raccontare la loro vita, oh yeah...
Quelli che quando devono collaborare con te ti fanno sentire la persona più autosufficiente e dotata di risorse della terra, oh yeah...
Quelli che ti spiegano le tue idee senza fartele capire, oh yeah...
Quelli che quando a tavola prendi due volte il Saint Honorè costruiscono sistemi filosofici sulla tua prima infanzia dominata dalla totale mancanza di affetto, oh yeah...
Quelli che quando chiedi affetto ti danno una seconda porzione di Saint Honorè, oh yeah...
L'uomo di mezza età si aggirava accompagnato dai suoi pensieri per quel dedalo di vicoletti che da Viale Mentana raggiungevano la vecchia prigione e il Duomo: non più vie con nomi e cognomi di personaggi illustri, ma bislacche onomatopee quali Borgo Pipa, Borgo Retto, Borgo Guazzo. Indossava una camicia jeans alla quale teneva molto, dei pantalonacci da lavoro non senza qualche macchia e le sue fedeli scarpe coi lacci perennemente riannodati e perennemente risciolti; il taglio corto dei capelli, dono del suo barbiere di Via D'Azeglio ("Adessa a't taj i cavì com'a digh mi...") che gli dava un'aria appena un po' più giovane e comunque meno casual; la barba come sempre fatta di fretta e presumibilmente con lamette monouso proditoriamente riusate, lasciava qualche chiazza mal rasata che lui stesso avvertiva, accarezzandosi pensosamente il viso inseguendo concetti troppo sottili per diventare idee, troppo ermetici per sperare mai di tradursi in parole, troppo dolorosi per essere sviluppati ma troppo urgenti per essere rimossi.
Aveva parcheggiato l'auto pochi metri più indietro con una manovra che denotava un'antica perizia: la Y10 sembrava calata dall'alto tra due pacchianissime station wagon che debordavano volgarmente dagli spazi assegnati, i cui rispettivi proprietari si chiamavano sicuramente Spaggiari e Gorreri, o Dal Cò e Cavatorta, o Medioli e Cocconi, gravitavano su Milano (e specie sull'omonima Borsa) piuttosto che sulla inconcludente Bologna e parlavano con una erre talmente arrotata che quando pronunciavano "ramarro" si spaccavano i vetri a sei metri di distanza.
La sua città si allontanava pigramente dall'estate, con quel suo piglio sempre un po' blasè fanè rintronè. C'era ancora quell'atmosfera settembrina di "ripensamento sugli anni e sull'età" che "dopo l'estate porta il dono usato della perplessità". E tu "ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità; come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità...". Vabbè, allora questo post facciamolo fare tutto a Guccini che gli verrebbe anche meglio...
Il numero 49 era inquietantemente bello: sette volte sette, che si trattasse di samurai o di cow-boy o di Modena City Ramblers (del resto oscillanti da sempre fra i 6 e i 52 elementi), sette non era mica il numero perfetto? Macchè, è il tre, imbambito che non sei altro...
Però quel bello schieramento quadrato di anni gli piaceva, sembrava come dargli una strana ed innocente consolazione. E mentre la sua destinazione si avvicinava, il palazzone del DUC nella sua metafisica indifferenza alle questioni umane, chissà perchè i ricordi si affollavano fino alla congestione in una fastidiosa fantasmagoria. "Diomio sto morendo -pensò- Non è poco prima di morire che tutta la vita ti passa davanti in un lampo? Allora quel coglione in Mercedes che sta fingendo di frenare per farmi passare sulle strisce all'ultimo darà una involontaria ed inesplicabile accelerata e mi spappolerà sull'asfalto...".
Da un bar lì vicino cominciarono a risuonare le note di "Felicità" e una nuvola sbarazzina oscurò il sole...
L'indulto è stato un inguardabile inguacchio: la solita legge italiota, per giunta con l'obbligo dei 2/3 di voti a favore che ha costretto la maggioranza a scandalose concessioni all'opposizione. Escono dalle carceri, o più plausibilmente manco ci entrano, corruttori e concussori eccellenti, personaggi pubblici tanto accattivanti fuori quanto marci dentro, come certe pesche in bella mostra agli ipermercati metropolitani, amici degli amici, cupolisti e cupoloni vari. Escono anche tanti poveri diavoli, per molti dei quali l'indulto è un mezzo pasticcio (tant'è che fanno il possibile per annullarne gli effetti delinquendo il giorno stesso della scarcerazione). Vagolano per Parma, come per Milano, Roma, Napoli, Palermo e cercano (giustamente) casa, lavoro, mangiare, sigarette, alcool e droghe di ogni genere (se no che vita sarebbe?). Mamma Parma se ne fa carico con eroico furore, magari trascurando oneste famiglie monoreddito che rischiano lo sfratto, giovani disoccupati non extracomunitari.
Ma veniamo al punto: dell'indulto usufruisce anche el mostro de Foligno, Gigi Chiatti, che se avesse solo molestato sessualmente le sue vittime non godrebbe di alcun indulto (la violenza sui minori non lo prevede), ma avendo ben pensato di ucciderle ne gode.I
Clemente Mastella difende con forza l'indulto. Povero Clemente (o Demente, come il suo nome figurava su alcuni cartelli in cui la c e la l, ravvicinate da uno scherzo della piegatura, formavano una beffarda d), ormai ha l'atteggiamento del bambino che al parco giochi non riesce ad imporre ai coetanei le sue regole del gioco e si imbroncia sempre più meditando di far arrivare il suo nerboruto papà.
E parla anche Emanuele Medoro, il magistrato che ha applicato l'indulto al "mostro di Foligno": "Non coinvolgete i giudici nelle polemiche - dice - il Parlamento fa le leggi, il giudice deve applicarle". E poi, continua, "la stessa Costituzione italiana prevede una finalità anche rieducativa per le pene". Medoro invece è un po' più intellettualmente evoluto, ragiona come uno studente delle medie inferiori che si è studiato amemoria il manualetto di educazione civica perchè spera di fare colpo sulla bella supplente di lettere.
La palla, dunque, passa a chi quel provvedimento l'ha voluto e approvato. Come ricorda anche il Guardasigilli: l'indulto, "che oggi sembra quasi figlio di nessuno", in realtà è "stato voluto da una larghissima parte del Parlamento''; e comunque "sta funzionando", anche perché consentirà di ''ripensare l'organizzazione degli istituti di pena''. Splendido, ripensare l'organizzazione degli istituti di pena sbattendo fuori a casaccio un bel po' di detenuti sarebbe come ripensare la politica svuotando il Parlamento....
Però, sarebbe un'idea.....
Mastella, tanto che c'è, fornisce anche delle cifre sulla questione: "Grazie al provvedimento approvato, nehanno beneficiato 23.543 detenuti e sono rientrati in carcere, perché colti in flagranza di reato, in 742 (con una percentuale del 3%)''. E fornisce anche un campanissimo anacoluto, alla faccia della lingua italiana questa grande sconosciuta.
Comunque, di che preoccuparsi? Gigi Chiatti sarebbe dovuto uscire dal fresco, con Dalida, "nel duemilaventitrè ventitreeeeeeeee" e invece uscirà nel 2020. Anzi, tra acrobazie del suo principe del foro (nel senso dell'orifizio anale), sconti comitiva, offerte paghi 2 e prendi 25, nuovi indulti, buona condotta (lingua in bocca con un secondino) verrà affidato ai servizi sociali nel 2015, verrà ospitato in una Comunità CEIS sulle verdi colline della sua Umbria, coltiverà olive e un po' di marijuana per i suoi compagni d'avventura, violenterà e strangolerà l'assistente sociale dell'Ufficio Esecuzioni Penali Esterne di Prusgia (così gli indigeni la pronunciano), ma del delitto verrà accusato il giovane psicologo che era uscito con lei a cena la sera prima. Gigi Chiatti diventerà presidente nazionale del CEIS e il giovane psicologo verrà giustiziato con un'iniezione letale, in virtù del ripristino della pena di morte fortemente voluto dal presidente del Consiglio Piersilvio Berlusconi con l'appoggio del 99,9 periodico della popolazione italiana.
Medio Evo prossimo venturo, si diceva già all'inizio degli anni 70: Pasolini, un ancor giovane Umberto Eco, Arbasino, Moravia, Buzzati, il gruppo che faceva capo ai leggendari Quaderni Piacentini (buon Dio, anche oltre lo Stirone si fa cultura? Da quando in qua?) e tanti altri intellettuali (termine che allora non faceva ancora scompisciare dal ridere) percepivano con una certa inquietudine il moto uniformemente accelerato del progresso tecnologico e dei cambiamenti sociali e di costume, immaginando (coerentemente con la seconda legge della termodinamica) che un'accelerazione troppo rapida avrebbe portato non alle "magnifiche sorti e progressive" sulle quali ironizzava Leopardi già 140 anni prima ma ad un apparentemente paradossale (in realtà logicamente prevedibile) impoverimento culturale e umano.
Di fronte alla rapida colonizzazione delle coscienze operata da Mamma TV (allora comicamente ridotta a due canali RAI più furtive escursioni sulla Svizzera Italiana o su Capodistria per le zone geograficamente favorite) si vociferava di un pressochè certo analfabetismo di ritorno.
Di fronte ai primi vagiti delle incursioni nella privacy (senza alcun querulo garante a chiudere la stalla quando oramai sono rimasti solo i vitellini zoppi) si evocava il Grande Fratello di Orwell, senza immaginare che di lì a 30 anni sarebbe diventato il marchio di un programma di cul(t)o.
Di fronte all'arroganza della DC, ai trasformismi ormai vecchi di un secolo dei socialisti e alle secche ideologico-strategiche del PCI di Berlinguer si invocava una Seconda Repubblica (hai voluto la bicicletta? Pedala...).
Di fronte ai venti di austerity sagacemente illustrati dalla canzoncina del povero Rino Gaetano "Spendi spandi Effendi" ci si diceva "Oh ragazzi, la smettiamo di consumare in maniera scriteriata? Bicicletta e riscaldamento a legna, altro che chiacchiere...". Difatti.
E come 1930 anni prima, l'Impero Globale euronippoamericano prosperava pigro e imputridito vedendo nella sola Unione Sovietica il barbaro da tenere a bada, guardando invece con occhio di affettuosa superiorità il miliardo di operosi limoncini dell'ex-Catai. Che geniali intuizioni, avevano capito tutto...
Potevano intuire che questa volta il nemico non veniva dall'esterno, non aveva eserciti nè armi convenzionali, non era neppure fisicamente percettibile...
Perchè era nella struttura stessa dell'ipertrofia del sistema industriale, nel passaggio apparentemente macchinoso ma in realtà subdolo e incontrollabile dal primato della produzione e dello scambio al primato dell'investimento e della finanza, cioè dallo spendere la ricchezza creata al muoversi perversamente intorno ad una ricchezza virtuale basata sul credito e sul progressivo aumento del costo del denaro.
Tutto questo spingendo masse di beoti a consumare invece che possedere, a desiderare invece che ad ottenere, ad inseguire una ricchezza immaginaria e un po' puttana che la prometteva a tutti ma alla fine se la teneva tutta per sè.
Il nero soffio dell'entropia cominciava a gelare il collo degli astanti, ma ci si limitava a tirarsi su il bavero e ad osservare "Fa freschino, non trovate?".
Rivolgiamoci ancora una volta al nostro traduttore automatico, goffo ed entropico marchingegno che confonde le cose semplici, semplifica comicamente quelle complesse, ammanta le cose vere di un'aureola di falsità e a quelle false dà un leggero retrogusto di assoluta autenticità.
Chiunque dovesse ricevere una lettera in inglese e, colpevolmente ignorando la più semplice e diffusa lingua del pianeta, la facesse tradurre dal suo computer scoprirebbe forse, chissà, sull'inviante della missiva cose che neanche quest'ultimo sa.
Di Woody Allen, ad esempio, ci viene detto che
Allen scrive e dirige i suoi film ed inoltre si è comportato nella maggioranza di loro.
Che sia una lode alla suprema naturalezza della recitazione dell'occhialuto clarinettista prestato al cinema? O una più probabile punzecchiatura alla sua totale lontananza dallo standard recitativo di Sir Lawrence Olivier?
Ma non finisce qui, poche righe oltre veniamo informati che Woody
Ha assistito alla scuola ebraica per otto anni.
Qui otteniamo piena conferma della strutturale timidezza, che sconfinava in una sostanziale afasia espressiva, del nostro eroe, che (lungi dal frequentare la scuola), si limitava ad assistere alle lezioni, spesso travestendosi da busto di George Washington o da pianta di ficus sì da diminuire fin quasi allo zero le possibilità di essere notato.
Ma in realtà l'intera carriera scolastica è stata una catstrofe naturale a paragone della quale lo tsunami di fine 2004 era la scoreggina di un poppante:
Dopo la High School, è andato all'Università di New York in cui ha studiato la comunicazione e la pellicola, ma, mai molto di un allievo, presto ha caduto fuori dovuto i poveri gradi. Più successivamente brevemente ha assistito all'università della città di New York..
Passi studiare la comunicazione, visti gli otto anni di scollamento dalla realtà dei tempi adolescenziali, ma ve lo immaginate il futuro artista internazionale che si portava a casa pellicole di ogni tipo e stato, studiandone tutte le caratteristiche fisico-chimiche comprese le qualità organolettiche? Brrrrrrr, rabbrividiamo... E ci induce alla più cupa tristezza sapere che, mai molto di un allievo, presto ha caduto fuori dovuto i poveri gradi. Spieghiamo meglio: travolto da pulsioni omosessuali latenti, flirtava ora con uno ora con l'altro senza legarsi mai per più di due-tre settimane (non era mai molto di un allievo ma, poveraccio, un po' di tutti...). Infreddolito essendosi venduto tutti i cappotti per comprare scatoloni di marron glaceè ai suoi amati, "ha caduto fuori" come uno stoccafisso sporgendosi la prima e unica volta che era stato colpito da un bel set di curve femminili in uno dei più rigidi inverni newyorkesi.
Arriva prima o poi il momento in cui si smette di comunicare e si comincia a metacomunicare, cioè a comunicare sulla comunicazione: è come se due o più immaginari giocatori a un certo punto sospendessero il gioco e si mettessero a commentare le regole del gioco stesso, magari per cambiarle, magari per arrivare a tenersele immutate dopo averne verificato l'efficacia, o magari (caso estremo ma non impossibile) per decidere che l'unica regola è quella di fare senza regole.
Arriva prima o poi il momento in cui si smette di apprendere meccanicamente e si comincia a deutero-apprendere, cioè a modificare il modo in cui si apprende, ad imparare a imparare: è come se un immaginario studente smettesse di apprendere date, teoremi e dimostrazioni e decidesse che di lì in avanti non gli interessa tanto e solo imparare cose nuove ma affinare gli strumenti cognitivi, cioè in parole povere l'intelligenza (intelligere significa capire, comprendere, ma più sottilmente 'leggere dentro", trovare nessi, collegamenti e relazioni, insomma creare categorie e distinzioni); o meglio, come se un novello Galileo Galilei smettesse per un attimo di esplorare il cielo e si dedicasse a modificare il suo telescopio.
Ed arriva prima o poi il momento in cui si capisce, col Gattopardo, che "tutto deve cambiare perchè non cambi nulla" e si cominciano a mettere in discussione i mille microcambiamenti che attraversano ed appestano la nostra vita quotidiana per considerarli futili ed irrilevanti, e si cerca e si insegue quel meta-cambiamento, quel cambiamento strutturale che una volta espletato e portato a termine non lascerà più nulla com'era prima.
Nell'universo dei blog, più rarefatto ed intellettuale di quello rumoroso e disperatamente spensierato delle chat, si incontrano e si intrecciano fasci puri di emozioni e pensieri del tutto privi di tutte quelle etichette fastidiose ma inevitabili (e per certi versi indispensabili) nella vita reale.
La mia amica Cassandra/Pensieri/Miss Acrostico mi ha indotto a riflettere su dov'è che siamo "più veri": nella nostra quotidiana valle di lacrime, dove ci sentiamo dolorosamente e noiosamente prodotti della nostra storia, o in queste sporadiche incursioni nell'universo virtuale dove coesistono mille mondi paralleli, mille maschere da indossare, mille identità da mettere alla prova e la nostra storia può essere continuamente riscritta, resettata, ricostruita nello spazio di un secondo?
Chissà perchè, mi vengono in mente due brani di rara bellezza, che qui di seguito riproduco:
Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. Sì, egli sapeva, sapeva che cos'era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C'era la Luna! la Luna! E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta, là, mentr'ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga di mirar queste valli?
Ogni tanto anche noi, come il Ciaula pirandelliano o il pastore errante di Leopardi, abbiamo una percezione dei mostruosi ed inimmaginabili abissi cosmici e , forse, degli ancora più mostruosi ed inimmaginabili abissi della nostra autocoscienza, del dono/condanna di essere in grado di riflettere su noi stessi.
Quanti Ciaula, quanti pastori erranti vagabondano per il web in cerca di una parziale ma rassicurante identità, una identità che ricorda la fulminante frase di Shakespeare "Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni"?
Non lasciatemi solo in queste tormentate riflessioni.
Il web dà un'altra forma allo spazio. Si comunica attraverso centinaia o migliaia di chilometri di distanza magari non conoscendo nulla l'uno dell'altro, i piccoli tic, il taglio di capelli, le camicie drammaticamente fuori moda, la calza un po' smagliata, però si invia attraverso il web un fascio puro di pensieri ed emozioni... Abbastanza mistico, se ci si pensa...
Paradossalmente, più che globale, alle volte il web è intimistico e straordinariamente personale. L'idea diventa il centro focale e l'individuo che la esprime è una semplice sovrastruttura. Certo, inviare attraverso il web parti di sè stessi che diventano in quel momento di assoluto dominio pubblico non è un inno alla privacy, anzi credo che sia un modo per rendere il proprio Io simbolicamente sconfinato: ma il momento in cui, novello cosmonauta, affidi ai comandi del tuo PC queste parti di te è quanto di più personale possa esistere. Se poi è notte e tutto è avvolto dall'oscurità, la lattiginosa luce del monitor che guida le tue dita sulla tastiera, ci si può sentire creatori di universi privati unici ed irripetibili.
Forse non si tratta di leggere gli altri... ma di voler comunicare.
Le usate confidenze di malattie o di sesso in cui ciascuno ascolta sol sè stesso, cantava Guccini nella plumbea "Canzone della vita quotidiana" il cui ascolto nel 1976 provocava suicidi di massa tra la Via Emilia e il West. Allora comunicare con gli altri è solo un modo per vedere quanto vengono prese sul serio le nostre opinioni, e perchè questo avvenga siamo anche pronti a far finta di ascoltare le loro?Forse quello che ci manca è il luogo dove essere noi stessi. Forse nel web, spogliati da doveri, nomi e riconoscimenti, troviamo un angolo di genuinità. Ma possiamo, nello stesso identico modo e per un motivo uguale, essere anche chi non ci somiglia affatto.
Cercando di essere logici e concreti: nella vita reale "noi stessi" lo diventiamo a valle di una lunga serie di doveri, nomi, riconoscimenti e vari altri ammennicoli; quel "noi stessi" ci può provocare gioia o imbarazzo, compiacimento o disagio, orgoglio o vergogna. Ma non è che ce ne liberiamo come ci si libera di un insetto schifoso casualmente posatosi sul nostro gilettino nuovo di pacca.
Viceversa, nella vita virtuale ci possiamo inventare e riscrivere più e più volte, è un restyling senza fine. Fino a superare il punto di non ritorno fra la semplice nevrosi e la psicosi? Forse. Per tirare fuori il meglio di noi stessi inespresso e/o incompreso nella vita reale; o per trasformarci in grottesche e beffarde bugie ambulanti? E chi lo sa...
Nel mondo del virtuale, dove tutto è possibile, godiamo della libertà di cambiare forma. Quando e come vogliamo.
Nella metafora del profeta dell'Oltretorrente che ti attacca un penoso bottone alla fermata dell'autobus, che concludeva il mio post di questa mattina, c'era tutta la pesantezza dei rapporti spesso triviali che dobbiamo subire nella vita reale.
E' certo che in rete, potenzialmente, viaggiano dei fasci incorporei di pensieri ed emozioni. Un Robert Scheckley, un Philip Dick, un Ray Bradbury avrebbero dato dieci anni di vita se avessero potuto elaborare concettualmente una simile eventualità.
E qui lascio ancora la parola alla mia gentile lettrice Pensieri alias Cassandra alias Miss Acrostico:
Forse non si tratta di leggere gli altri... ma di voler comunicare. Forse quello che ci manca è il luogo dove essere noi stessi. Forse nel web, spogliati da doveri, nomi e riconoscimenti, troviamo un angolo di genuinità. Ma possiamo, nello stesso identico modo e per un motivo uguale, essere anche chi non ci somiglia affatto. Nel mondo del virtuale, dove tutto è possibile, godiamo della libertà di cambiare forma. Quando e come vogliamo.
Ma questo cercare in rete una identità "genuina" cosa significa rispetto alla vita reale? Qualcuno di voi ricorda l'allucinante finale di "Fino alla fine del mondo" di Wim Wenders, con la gente che preferiva starsene ore ed ore alla "macchina dei sogni", maturando una vera e propria dipendenza da tossici, piuttosto che vivere la vita reale?
Oppure vogliamo fare un piccolo seminario virtuale sulla "costruzione di realtà"?
Ricevo e volentieri pubblico un commento al mio ultimo post che mi sembra interessante.
L'altro ieri sostenevo che:
Nella rete qualunque fantasia può assurgere a verità inconfutabile, qualunque fandonia può elevarsi a teorema cartesiano, qualunque scribacchino di periferia può sentirsi per un attimo un redivivo Balzac.
I contenuti vengono ingoiati con soave indifferenza, mescolati, triturati con sublime noncuranza e sottile incuria, tutto viene democraticamente omologato e reso ugualmente insignificante.
In quanti milioni stiamo bloggando, chattando, sostituendo un universo virtuale oltre i limiti estremi della psicosi ad un universo reale che, vabbè ammettiamolo, ci ha davvero rotto i maroni?
E' vero che Internet è il passo estremo verso il "villaggio globale" brillantemente teorizzato da Marshall Mc Luhan nel lontano 1964, o non è piuttosto una perversa navicella spaziale in cui ogni cybernauta vede moltiplicata per mille, diecimila, centomila la sua disperata solitudine?
Si... ma il web dà anche un'altra forma allo spazio... forse ti sto scrivendo da centinaia di chilometri, non conosco il tuo volto, non ho idea di cosa mangi a colazione... però adesso sto commentando un tuo pensiero... Paradossalmente, più che globale, alle volte il web è intimistico... straordinariamente personale... Io conosco la tua idea, non te (che diventi una sovrastruttura, in questo senso...) Un po' caotico, come commento... sorry.
Può sembrare una contrapposizione tra una visione critica e senza appello ed una visione ottimistica e positiva, seppur un po' ingenua, dello stesso fenomeno: la comunicazione attraverso il pensiero e la parola, che bypassa le penose contingenze della relazione interpersonale: i cattivi odori, le zaffate d'aglio, i pezzettini di prezzemolo nell'incisivo superiore, una cadenza dialettale che sentiamo aliena e barbara, ma soprattutto la difficoltà di trovare scuse per interrompere hic et nunc, sic et simpliciter un rapporto appena diventa noioso.
Quante volte col profeta dell'Oltretorrente, che alla fermata dell'11 comincia a sdipanare le sue lamentele contro Prodi e la sua stomachevole misoginia tu rispondi "Ssssiii, ebeh, ma guarda, ma pensa te..." con tono stanco e svogliato, strisci il piede destro come per spegnere una cicca che però non c'è, guardi la vetrina del droghiere alle tue spalle come se ci fossero capolavori del rinascimento invece di un fiocchetto del 1915 e due bottiglie di spuma al ginger, tutto per fargli capire che preferiresti sentire le quotazioni di borsa in finlandese piuttosto che quella spremuta di ignorantissimi stereotipi, e intanto arrivano l'1, il 14, il 46, un vagone della metropolitana di Vladivostok, di nuovo l'1, la decapottabile di Cristiano Malgioglio, e mentre lo guardi negli occhi e stai per dirgli con franchezza "Scusi devo andare, non voglio che il consiglio di amministrazione cominci senza di me" l'11 ti passa proditoriamente alle spalle senza fermarsi.
Il post di tre giorni fa era poco più di uno scherzo, tanto per impinguare il numero dei post e dare dimostrazione che quanto meno non sono morto. Epperò era il simbolo di quante falsità, incoerenze, approssimazioni possono essere sostenute nella rete che tutto avvolge e tutto include senza restituire che pochi brandelli di verità (vulgo Internet). Nella rete qualunque fantasia può assurgere a verità inconfutabile, qualunque fandonia può elevarsi a teorema cartesiano, qualunque scribacchino di periferia (quorum ego) può sentirsi per un attimo un redivivo Balzac, Victor Hugo, Ernest Hemingway, William Somerset Maugham o quanto meno Italo Calvino (se preda di un attacco di incoercibile modestia).
I contenuti vengono ingoiati con soave indifferenza, mescolati, triturati, i motori di ricerca mettono insieme platino e Platinette, gatti e Gattuso, reti ortopediche e Materazzi con sublime noncuranza e sottile incuria, tutto viene democraticamente omologato e reso ugualmente insignificante. In quanti milioni stiamo bloggando, chattando, facendoci pippe metaforiche ma molto spesso fisicamente reali, sostituendo un universo virtuale oltre i limiti estremi della psicosi ad un universo reale che, vabbè ammettiamolo, ci ha davvero rotto i maroni?
E' vero che Internet è il passo estremo verso il "villaggio globale" brillantemente teorizzato da Marshall Mc Luhan nel lontano 1964, o non è piuttosto una perversa navicella spaziale in cui ogni cybernauta vede moltiplicata per mille, diecimila, centomila la sua disperata solitudine?
Guardo morire la mia squadra del cuore e provo una compassione infinita: nell'invecchiare si ritorna bambini e riaffiorano i difetti dell'infanzia: ed è così anche per il Parma FC che gioca più o meno come giocava appena nata, a metà degli anni 70, dopo una cancellazione dal campionato di serie B per fallimento e dopo l'umiliazione dei derbies col San Secondo e la Fortitudo Fidenza.
Dopo il fortunoso pareggio all'Olimpico (purtroppo quello di Torino), alle prese con delle squadre vere il Parma FC ha fatto la figura di un rondolotto capitato per caso in una combriccola di sparvieri. Ieri pomeriggio, orfani di Morfeo, i nostri volenterosi pedatori sembravano i Beatles senza John Lennon, i Roxy Music senza Eno, il prosciutto senza stagionatura: inguardabili e indigesti. Con Morfeo la squadra acquisisce un frizzo non da Moet & Chandon e neppure da Veuve Clicquot, ma almeno da Lambrusco di Sorbara, e quanto meno punzecchia.
Ieri il nulla più assoluto.
Come il Cagliari. Come il Verona. Come il Vicenza. Come il Perugia.
Questa è mafia applicata al calcio. Qualunque provinciale osi contrapporsi allo strapotere delle metropoli viene lasciata divertire per due-tre anni (il Parma anche per cinque-sei) e poi rispedita all'inferno.
E anche tra le metropolitane, ma fatemi il piacere... Finte amicizie, operazioni spionistiche degne degli album di Topolino, invidie ripicche & puntigli da donne in menopausa, fendenti e colpi bassi che Dumas avrebbe volentieri immortalato.
Ridateci il calcio, quello vero. Ridateci Carosio e Brera. Ameri e Ciotti. Paolo Valenti e Nando Martellini.
Basta con le telecronache urlate di Caressa (diobono, e se si chiamasse Bargnone che diavolo di urli farebbe?).
E tanto che ci siete, ridate anche al Parma i due scudetti sapientemente e omertosamente rubati dalla squadra cisalpina di cui mi sfugge il nome una decina di anni fa. O il culatello è meno buono del petrolio?
Esce in Gran Bretagna un libro che rivela le fissazioni di Carlo d'Inghilterra: in confronto le canzonette di Berlusconi con Apicella sembrano le austere abitudini di un frate trappista. Ogni mattina fa cuocere sette uova, poi sceglie quello che gli piace di più. Le altre sei le fa mangiare a Camilla.
A raccogliere le indiscrezioni, un noto autore e conduttore televisivo (Henry Popes) Da Clarence House il portavoce smentisce: "Sono tutte falsità, le altre sei le tira in testa alle guardie reali...".
Carlo d'Inghilterra
LONDRA - Non bastasse The Queen, il film di Stephen Frears premiato a Venezia, a denudare il Re, ci si mette pure un libro, a raccontare che lui parla con le piante ma pure con le galline (con Camilla direttamente nitrisce), che avrebbe intenzione di acquistare una casa in Transilvania e la pensione Bellariva di Misano Adriatica, che prima di lavarsi i denti chiede ai suoi valletti di mettergli il dentifircio sullo spazzolino perché lui, chi lo sa, non vuole o non ne è in grado e a volte chiede al suo valletto prediletto di trombarsi la Camilla al posto suo perchè lui, chi sa, non vuole o non ne è in grado (propenderei per la seconda ipotesi). E' un Carlo d'Inghilterra a dir poco eccentrico quello descritto dal noto autore e conduttore televisivo inglese, Henry Popes, in That miserable fucking rotten queer named Charles of England, del quale il quotidiano The Guardian - non sempre tenero con la famiglia reale - pubblicherà ampi estratti nell'edizione di lunedì.
Che il principe di Galles fosse animato, da qualche anno, da preoccupazioni ambientali, è cosa nota. Per questo, si diceva, è solito affidare la proprie riflessioni ai polli, o confortare le piante delle sue tenute con lunghe disquisizioni su argomenti i più vari, dai reiterati fallimenti del Chelsea in Champions League ai reiterati rifiuti di Claudia Schiffer a farsi mostrare la sua collezione di farfalle. Ma tanta loquacità sembra non trovare eguale ispirazione al cospetto dello staff di Clarence House, residenza ufficiale del principe, o di Buckingham Palace: agli assistenti si rivolge perlopiù con dei foglietti vergati a mano in dialetto bergamasco stretto.
Tra i vezzi più recenti del principe, di cui On Royalty dà notizia, c'è pure la Transilvania, regione nota per la natura lussureggiante ma più che altro per la leggenda del Conte Dracula. Ebbene, da quella fetta di Romania, Carlo avrebbe importato una fornace per cuocere i mattoni e le tegole per il villaggio, in stile vittoriano, fatto costruire a Poundbury, in Cornovaglia, e un pronipote del Conte Dracula per farsi sostituire una volta per sempre nel talamo di Camilla.
E così sembra certo, certissimo, anzi probabile che la più grande rock-star, il più grande regista horror e il più incallito narcisista della storia dell'umanità (tutto in un'unica persona peraltro nemmeno di stazza fisica imponente) abbia concluso il suo cammino su questa terra. Lo aspetta un paradiso musulmano sicuramente più movimentato del nostro (dove il massimo della vita è suonare l'arpa appollaiati su una nuvoletta), e sicuiramente su di lui gli storici dei prossimi secoli e millenni diranno tutto e il contrario di tutto.
Viene a mancare il mandante, l'ideatore, il coordinatore del più plateale, scenografico e mediaticamente globale attentato di tutti i tempi. The only thing you done was yesterday, cantava Lennon a Mc Cartney due o tre solchi dopo il suo inno planetario Imagine e The only thing you done was September Eleven possiamo cantare noi a Osama. Di fatto, non è vera l'una e non è vera l'altra. Mc Cartney se l'era cavata niente male anche con Eleanor Rigby, Lady Madonna, Michelle, Let it Be ed Hey Jude, ma quei due lirici minuti non trovano riscontro in nessun altra canzone; e così Osama ha dato il suo importante supporto alla guerriglia antisovietica in Afghanistan, si è dimostrato più astuto di un secondiglianese nel farsi armare di tutto punto dai suoi peggiori nemici, ha commissionato il massacro di 62 turisti in Egitto il 17 novembre (cioè in sostanza il giorno più sfigato dell'anno) 1997 ed ha dato vita e animo a svariati sommovimenti minori, ma la perfezione mitologica dei due aerei che si schiantano con splendido colpo d'occhio contro le Twin Towers (per non parlare del terzo che va a sfrucugliare il Pentagono) merita da sola il prezzo del biglietto.
Certo, rispetto alle rivendicazioni su ciclostile delle Brigate Rosse o della Bader-Meinhof, ed alla distratta mancanza di rivendicazioni delle stragi di Stato, al-Qaeda e il suo leader indiscusso dimostrano una potenza mediatica ed una sapienza di comunicatori che ha fatto incazzare lo stesso Berlusconi (che resta comunque, poer nano, il comunicatore più astuto dell'Occidente col sindaco Ubaldi al secondo posto).
Ed altrettanto certo, Bin Laden non si è fatto acchiappare in una buca da ratto ed ispezionare in bocca come un cavallo imbolsito come è successo al Mussolini dell'Islam. Muore (sempre ammesso che sia morto, poi...) nella piena integrità della sua leggenda. L'hanno cercato le migliori intelligence del globo terracqueo, con le migliori tecnologie analogiche e digitali, e di lui non hanno scovato manco una caccola.
Ma perchè quando una persona muore, nessuno di quelli che ha dissentito da lei fino ad oltrepassare la soglia dell'insulto ha il buon senso di starsene zitto o (perchè no?) il coraggio di ripetere, magari con un briciolo di veemenza in meno, i giudizi a suo tempo formulati?
Ma perchè quasi tutti quelli che si sbrodolano di tenerissimi elogi e vorticose esaltazioni, giammai avvertirono il bisogno di pronunciarli quando la persona era viva e vegeta, e quindi in grado di goderne direttamente? Escludiamo pure quella fetta che crede nella vita eterna, e che immagina il lodato postumo che sorride da sopra una nuvoletta strimpellando l'arpa... Ma tutti gli altri?
Ma perchè non capire che una persona per la quale non c'è stata alcuna cerimonia funebre nè religiosa nè laica, nessun funerale con bagni di folla e applausi da Curva Sud, desidererebbe che sulla sua dipartita da questa valle di lacrime si stendesse un dolce e pagano velo di silenzio?
Oriana, vai a tirare un po' di piedi durante la notte (c'è solo l'imbarazzo della scelta) se dovunque tu dovessi trovarti adesso ti annoi un po'.
Un altro delitto a Parma, e oramai la contabilità è diventata quasi meccanica. Nel giro di meno di 6 mesi, due delitti che sembrano usciti da un romanzo di Bevilacqua, con intrecci parzialmente oscuri tra vittime e carnefici, coi carnefici che in qualche modo si vendicano del benessere delle vittime; un dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) passato sotto parziale silenzio perchè vittima e carnefice erano razzialmente di serie C-2; ed infine, last but not least, due ragazzi di buona famiglia che sfogano la loro rabbia omicida quando si accorgono che le donne non sono merce, non si comprano al supermarket e non si vincono al Gratta e Vinci, quando si accorgono che le donne (guarda guarda...) sono esseri umani, pensanti e senzienti che possono anche dire no, basta, non ti amo più, lasciami stare, non mi telefonare.
Ma quello che mi disgusta di più è lo scandalo che molti buoni cattolici hanno provato nel vedere il volto dell'omicida, Aldo Cagna, "sbattuto in prima pagina" sulla Gazzetta di Parma: lei bella e soave come in una cartolina un po' retro, e lui con la faccia scarmigliata da foto segnaletica. Quelle persone non si erano scandalizzate quando in prima pagina era finito quel povero sbandatello albanese che aveva accoltellato un connazionale per "futili motivi di gelosia" come reciterebbe un verbale dei Carabinieri; lungi dallo scandalizzarsi avevano probabilmente urlato "Giustizia è fatta" quando qualche capro espiatorio anarchico alla Valpreda e Pinelli era stato dato in pasto alla pubblica opinione perchè ci si illudesse che gli inquirenti stessero facendo un lavorone prodigioso. Lo sbandatello albanese o l'anarchico distratto non avevano nobili natali nè un padre cardiologo. Aldo Cagna aveva ed ha l'uno e l'altro, e chissà quanti e quali principi del foro staranno sgomitando per poterlo chiamare "il mio cliente" con tono vomitevolmente sussiegoso davanti alle telecamere, pronti magari a far passare la sua ex-ragazza per una spudorata di dubbia moralità.
Non peggioriamo l'immagine che la nostra straziata città sta costruendosi con tanta virulenza: cerchiamo di essere all'altezza della nostra sbandierata intelligenza e civiltà di "piccola capitale"...
Ogni tanto vado a caccia di quelle piccole notizie che rischiano di non essere valutate in tutta la loro devastante portata: "Uomo morde cane", "Pioggia di petali di rosa sulle forze dell'ordine a Secondigliano", "Invitato a Venezia film costato 500 euro, quasi tutti di consumazioni al bar".
E' ormai vecchia di qualche giorno (ma ancora non smentita) l'incredibile notizia che Tony Blair, uno degli uomini più potenti, influenti e celebri del pianeta, ha preso il formale impegno di abbandonare entro un anno sia la leadership del partito laburista che il prestigioso ruolo di premier del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord (e già una nazione il cui nome si compone di quattro sostantivi, due aggettivi, una congiunzione, una preposizione semplice ed una preposizione articolata, suvvia, si presenta alla grande...).
Se fra un anno Tony mantenesse entrambe le promesse ci troveremmo di fronte ad un caso di fantapolitica pura che meriterebbe un saggio da parte di qualche emulo di George Orwell; se ne mantenesse anche solo una, l'intera popolazione mondiale resterebbe allibita; se le promesse non fossero mantenute, il tutto rientrerebbe nell'alveo della semplice eccezionalità, perchè di solito un politico abbandona la poltrona o perchè gliela sfilano spietatamente da sotto il culo, o perchè è travolto da scandali a catena (e allora se ne va "quasi" spontaneamente non senza aver formulato turpi invettive ed oscure minacce), giammai annuncia "Tra un anno me ne andrò perchè vedo che la mia politica non sta avendo il successo che speravo...".
Nel nostro italico stivale, viceversa, un CT che vede la sua arruffata compagine venir scherzata reiteratamente dai cugini transalpini (dopo essere naufragato con la Croazia e aver salvato miracolosamente la ghirba coi volenterosi lituani 634esimi nel ranking FIFA) si incazza selvaggiamente coi giornalisti che parlano di crisi; un premier sconfitto alle elezioni, dopo aver dato la colpa ai giornalisti "comunisti" che si limitavano a registrare le comiche gesta del suo governo, strilla come un bambinetto della Bovisa "Non vale, si rifa" per poi affermare dal palcoscenico del Billionaire che "una metà degli italiani lo adora e che per rispetto a loro non abbandonerà mai la leadership della CdL".
Ma queste cose Donadoni e il Berlusca riescono a dirsele anche da soli in bagno guardandosi allo specchio?
Premetto una cosa: non sono un fine intenditore di calcio, quando sento parlare di diagonali e zona mista mi vengono in mente più i teoremi di Euclide e Pitagora che degli schemi calcistici, quando sento parlare di fluidificante ho il dubbio se si tratti di un terzino o di un additivo per il radiatore, quando parlano di "difesa alta" immagino un pacchetto di difensori sul metro e 95. OK, prima che la mia prosa assomigli in modo doloroso e irreversibile a quella di Severgnini, veniamo al dunque...
Ricordo, quando il calcio provocava ancora in me sconquassi neurovegetativi, che anche dopo il Mundial 1982 trionfalmente vinto spazzando via in magico filotto Argentina, Brasile, Polonia (quella di Boniek Smolarek Lato Zmuda, non quella di oggi) e Germania allora Ovest col punteggio globale di 10 a 4, il rientro in campo era stato moscio: O a 1 casalingo coi volenterosi svizzerotti allora circa ottantesimi nel ranking FIFA, 2 a 2 in casa con la Cecoslovacchia. Poi erano arrivati ulteriori rovesci con Svezia e Romania e un comico pareggio con Cipro, allietato da visita al contingente italiano in Libano (ma tu guarda la coincidenza...). Il condottiero Bearzot era rimasto comunque in sella per condurre l'Italia al mondiale messicano e ad una fastidiosa sconfitta con gli irridenti francesi guidati da Monsieur Pfff, alias Michel Platini, che (ricordo) dava affettuose nonchè molto sarcastiche pacche all'ex-compagno in bianconero Nanu Galderisi dopo ogni scatto abortito ed ogni tiro andato in tribuna di quest'ultimo.
Però mi chiedo:
Possono professionisti esemplari come Cannavaro e Pirlo implodere da pilastri infallibili a giocatorini amatoriali che fanno il loro onesto compitino?
Toni e Totti fuori condizione? A una settimana dall'inizio del campionato? Ma dove sta scritto?
Nesta ancora con gli strascichi di un infortunio al tempo apparso leggero? Ma da che fisioterapista va, quello dell'ASL di Quarto Oggiaro?
A parte Gattuso e Cassano che, uno per condizionamenti genetici (arrivare per un calabrese a farsi chiamare Braveheart in area celtica è obiettivamente un'impresa epica) e l'altro per la strizza di ritrovarsi già con un grande avvenire dietro le spalle, hanno onorato la maglia da Campioni del Mondo, qualcuno ha spiegato agli altri pedatori italioti che hanno calpestato l'erba del San Paolo che non si trattava di una esibizione tipo Harlem Globetrotters per "epater le publique" ma della prima gara di qualificazione di un girone che comprende almeno altre due squadre ben più forti della Lituania (senza far nomi, Francia e Ucraina, per di più con qualche voglia di riscatto nei nostri confronti)?
Che un CT serio e professionale (talmente serio e professionale da poter permettersi di essere antipatico e scostante talvolta anche in modo ingiusto verso l'interlocutore, lasciando la diplomazia untuosa a quelli meno seri e bravi di lui) se ne vada (senza nascondere un filo di nausea) da campione del mondo in carica, getta una luce sinistra su che brutto posto dev'essere la Federazione Italiana Gioco Calcio. Il battutista sbollentato Trapattoni era rimasto a dispetto dei santi perchè era un diplomatico nato cresciuto e vestito di tutto punto pur portando ai grandi appuntamenti una Nazionale più nel senso della sigaretta che della squadra? Dubbio che sconfina nella certezza...
Ordunque... Il 10 va inteso con lode, bacio accademico e bolla del pontefice in gotico-latino. Il summenzionato ristorante non è un luogo fisico, è un topos metacontestuale fuori dallo spazio e dal tempo eppure totalmente ancorato al quartiere più bello che mente umana possa concepire, l'Oltratorrente Pramzà. Chi non capisce o non condivide tutto ciò, superi la Parma (dove sarebbe giusto porre una almeno metaforica e allegorica linea di confine con tanto di giannizzeri) e si pasca della patinata vuotezza dei ristoranti di qua dall'acqua. Piuttosto Aldo Junior,dacci dentro che il tuo livello di pazzia non è ancora all'altezza dei migliori tempi del tuo sacro genitore. A'v salud ragass...
Buona notte a chi si sente intelligente e magari lo è, ma chissà, se si sentisse scemo forse figurerebbe meglio.
Buona notte a chi vagabonda per l'etere perchè è un po' come tornare ai tempi in cui si fluttuava nel liquido amniotico... o comunque è quello che gli ha spiegato il suo analista... solo che da allora quando il Pc gli nega l'accesso perchè ha dimenticato la password gli urla "Adesso lo dico a papà...".
Buonanotte a quelli che da quando c'è Internet hanno visto i calli spostarsi dalla parte interna a quella terminale dell'indice.
Buonanotte a chi pensa che "Blog" sia il verso che si fa dopo aver letto tutti i commenti. Ma non si diceva "Burp"?
Buonanotte a chi siccome fa l'attore ha 48 anni ma se ne sente 30.
Buonanotte a chi siccome fa l'operaio ha 30 anni ma se ne sente 48.
Buonanotte a chi ha comprato una vecchia cassetta degli Skiantos e nel sentire la voce accelerata di Freak Antoni che urlacchia "Ciò delle storie ragassi, ciò delle storie pese" ha intravisto insospettabili connessioni nella musica leggera degli ultimi 30 anni.
Buonanotte a chi si sente comunque importante senza aver fatto nulla di notevole, ma ancor di più buonanotte a chi dopo aver fatto cose più o meno eccelse dentro di sè si sente ancora inconfessabilmente una mezza merda.
Buonanotte a quella volta che Woody Allen, scendendo dalla macchina in panne in Via Monza zona Gorla, mentre cercava un meccanico si ristorò in uno strano locale alternativo e gli venne un'idea.
Buonanotte alla capitale morale, che come capitale è messa maluccio e come morale meglio che non ne parliamo, e si volta indietro a cercare una razza padana il cui più acceso sostenitore sembra il cugino di Gheddafi.
Buonanotte alla folgorante stella che, quando Viale Monza sembra essere giunta alla più degradata periferia, illumina il cielo della Bassa Brianza: Sixth St. John, un prestito che il sindaco di Chicago ha fatto a Milano perchè i suoi grattacieli in vetroresina e il suo civettuolo rondò a Chicago facevano sbudellare dal ridere mentre a Milano c'era una certa speranza che potessero essere presi sul serio.
Che cos'è un blog? Richiamiamo innanzitutto dei concetti già espressi in un precedente post, èvèro, dove individuavo quattro fondamentali categorie: i pubblicitari; i profeti; i nevrotici (specie quelli della variante ossessivo-compulsiva); gli psicotici (nella variante paranoide-delirante o in quella tutto sommato più comune e strisciante della dissociazione con fuga del pensiero). Ciò fatto, avanzavo sommessamente l'ipotesi che anche nell'oceano procelloso e variopinto dei blog esista la stessa quadripartizione:
Ci può essere chi deve promuovere se stesso e/o qualche suo prodotto (blogger publicitarius);
Ci può essere chi ha delle verità talmente impellenti che non crede giusto tenersele per sè (blogger propheticus sed saepe modo demens);
Ci può essere chi è tormentato dalle proprie ossessioni e, essendo fissato alla fase anale, conosce solo modalità, per così dire..., "escrementizie" per cercare di liberarsene imbrattando il web e chiunque passi nel suo puzzolente cyberspazio (blogger nevroticus et etiam ballas rumpens);
Ci può essere chi ha un flusso di pensiero talmente magmatico e privo di argini che lo spruzza fuori di sè senza neanche farlo apposta (blogger psycoticus sine ulla dubitatione).
Il problema è che, data la natura circolare della comunicazione, spesso e volentieri è il tipo di pubblico che risponde e commenta che distingue un pubblicitario da un nevrotico megalomane, o un profeta da un pazzo pericoloso che delira in diretta.
Tutti noi che apriamo un blog dobbiamo decidere a quale categoria delle quattro iscriverci. O meglio, capire dai feedback che ci arrivano dove ci hanno iscritti gli altri.
Avendo proseguito nella mia ricerca sul campo con travolgente insuccesso di pubblico e clamoroso disinteresse della critica, posso ora meglio articolare e definire il mio pensiero:
Il blog è una forma letteraria fondamentalmente entropica, ma non un pochino entropica, proprio molto ma molto ma molto entropica, insomma entropica 'na cifra.
I più attenti tra i miei lettori ricorderanno, quindi non se lo ricorda nessuno (ma è proprio per questo che ripeto il concetto) che dicesi entropia
la tendenza spontanea di un sistema, qualora non vi si riesca ad introdurre dei meccanismi autocorrettivi adeguati, ad andare verso un livello sempre più alto di disorganizzazione.
Ecco, qui sta il punto, il fiorire dei blog ha reso tutti dei piccoli letterati, da Beppe Grillo a Daniele Luttazzi, da Jacopo Fo a Claudio Bisio, da Selvaggia Lucarelli a Roberto D'Agostino, dalla romantica signora di mezza età che ci ammannisce le sue tenere fantasie saffiche alla studentessa di prima liceo che è convinta di poter ricevere 16000 visite al giorno.
Tutti letterati, nessun letterato, verrebbe da dire.
Nell'universo (o meglio, nella costellazione, anzi no, mi piace più nell'arcipelago, vabbè facciamo nella babele) dei blog mancano i fantomatici e famigerati meccanismi autocorrettivi e progressivamente i messaggi diventano sempre più privi di significato e autoreferenziali.
Utilizziamo linguaggi che, invece di descrivere la complessità del nostro tempo, la distruggono. Siamo scrittori noiosi e non siamo né pittori, né poeti, ne musicisti. E neppure cantastorie.
Non riusciamo neppure a divulgare le nostre metafore: Forse proprio perché ne distruggiamo il significato con un linguaggio non adatto.
Ma noi abbiamo parlato una lingua misteriosa e brutta. Non siamo riusciti a cantare speranze, dipingere futuri. Ed allora ci hanno interrogato più forte. Ma noi non siamo riusciti a rompere i nostri confini.
Se utilizziamo la metafora dell'autoreferenzialità ci accorgiamo di cosa sta accadendo: ci stiamo trasformando in una tribu' isolata dal mondo che genera una cultura totalmente incomprensibile. Una tribù isolata che genera l'autoestinzione. Insieme alla perdita del significato storico delle nostre idee .
E' vero che noi possiamo salire sulle spalle dei giganti, ma perché vogliamo rimanere nani? Purtroppo oggi i problemi superano l'altezza dei giganti del passato. Ed anche l'altezza dei giganti con dei nani sopra. Questo significa che non possiamo permetterci di non diventare giganti. Non dobbiamo spaventarci del compito non è difficile. Per riuscirci basta accettare di uscire dalla nostra autoreferenzialità che ci fa parlare ripetendo i pensieri del passato. E per fare questo basta credere alle potenzialità della rete. Nel passato i giganti erano costretti a diventare giganti da soli. Oggi abbiamo la storica opportunità di poter costruire giganti sociali.
"Ho apprezzato la decisione dell'Italia di fare un passo in avanti perchè altrimenti la risoluzione dell'Onu sarebbe rimasta un pezzo di carta". E' questo il commento espresso da Shimon Peres a margine del Workshop di Villa d'Este sulla missione italiana in Libano.
Ma non avete altre nazioni un po' meno disgraziate da prendere per il culo?
Il capo di Stato maggiore della Difesa, Gianpaolo Di Paola, ha affermato che, qualora vengano intercettati uomini di Hezbollah armati, i militari dell'Unifil interverranno d'intesa con le forze armate libanesi.
Perfetto, grandioso, prodigioso, surreale e post-moderno. Se i nostri soldati incontreranno dei tipi poco raccomandabili armati fino ai denti, dapprima (come in una striscia di Sturmtruppen) chiederanno "Amici o nemici?" e si sentiranno rispondere "Semplici conoscenti!". Poi, chiederanno ai tipi di avere un attimo di pazienza tanto che si mettono in contatto con il Quartier Generale delle forze armate libanesi. L'ufficiale più alto in grado tirerà fuori personalmente il suo cellulare super-accessoriato e, dopo una rapida scorsa alle foto di particolari intimi delle sue dodici amanti, urlerà "Allora, branco di lavativi, dove avete messo il foglietto col numero di telefono di quei fetecchioni di libanesi?". "Io non ce l'ho!", "Ce lo deve avere Notarnicola...", "Ce l'ha Viganò...", "Ho visto Petrachi che ci faceva gli aereoplanini...". A quel punto gli Hezbollah faranno cortesemente notare che hanno degli impegni impellenti e dovrebbero assentarsi un attimino, ma l'ufficiale non vorrà sentire ragioni...
"Diamo il benvenuto a quest'importante contributo dell'Italia all'Unifil. Queste truppe hanno di fronte a loro una grande sfida e sono certo che saranno all'altezza per affrontarla". Lo ha affermato il generale Alain Pellegrini, comandante delle forze Unifil.
Traduzione: meno male che gli italiani vengono a cavare delle castagne dal fuoco che a noi francesi ruga parecchio prendere in mano.
Il sito internet di Repubblica ha invitato i surfisti a far domande al presidente del Consiglio Romano Prodi. Il marchettone di risulta è stato poi pubblicato, in modo che la presa per il culo coinvolgesse anche i lettori fino a quel momento ignari. Titolo: "L'Italia torna tra i grandi".
Come nella Settimana Enigmistica: Senza parole
Tra un po' ci metteremo a urlare: Aridatece er nano.
Qui avrei voluto mettere una foto dello storico trio napoletano dei Trettrè ma si vede che, come gli indiani Sioux, i tre hanno distrutto tutte le immagini che li riguardavano per non vendere l'anima ad Internet. Bravi, ragazzi!!!!
Mediterraneo è una pellicola regolata durante la seconda guerra mondiale. Un gruppo dei soldati italiani è incagliato su un'isola greca ed è lasciato dalla guerra. Ogni ritrovamento il loro proprio posticino sull'isola e decidono che stante incagliata non è necessariamente una cosa difettosa.
La vita è bella è una pellicola di lingua italiana che dice alla storia di un ebreo italiano, Guido Orefice che vive in suo proprio mondo: un racconto fairy romantico, ma deve imparare come usare quella qualità dreamy per sopravvivere un accampamento di concentrazione.
Tuttavia alcuni hanno criticato Benigni per trivializing il Holocaust come specie di un gioco childish (anche se nel film il gioco è stato inventato per mantenere Giosuè ugualmente dall'essere esposto agli orrori che sta vivendo attraverso). Uno dei critici principali è screenwriter che israeliano Kobi Niv nella sua vita del libro è bello, ma non per gli ebrei (pressa dello spaventapasseri, 2003).
Amarcord, diretto da Federico Fellini, è un racconto semi-autobiografico poignant e bawdy di coming-of-age. Con uno stile picturesque, Fellini esperto dice alla storia di un getto selvaggio dei caratteri nella sua città natale di Rimini nella guerra fascista II Italia del Pre-Mondo di 1930. Forse la pellicola più famosa, o la scena malfamata, è quella in cui un giovane teenaged il protagonista, Titta, è fissate sessualmente su un tobacconist enorme della donna che ha seni enormi. Titta infine riesce a destare l'interesse della donna alzando il suo corpo enorme ed espone i suoi seni giganti a lui. Allora diventa in modo da inflamed con passione che sopraffa piccolo Titta con il suo formato puro, premente in avanti ed appuntante lo contro una parete. Con un tocco di ironia di Fellini, di sforzi scomodi del Titta fondle e baciare disperatamente i seni imminenti pantagruelici della donna (tutto l'istante è persa nel ecstasy), estremità con lui che è soffocato casualmente dagli oggetti stessi del suo desiderio più profondo.
Amarcord arcòrd (di a.m. ') è dialetto di Romagnolo per il ricordomiglio, io si ricorda di.
Teorema è un film di lingua italiana diretto in 1968 da Pier Paolo Pasolini . Era la prima volta Pasolini stava funzionando soprattutto con gli attori professionisti. In questa pellicola, una famiglia di Milanese dei upperclass è introdotta a ed allora è abbandonata da una forza divine. Due motivi prevalenti sono il deserto e il timelessness di divinity. Pasolini più successivamente ha espanso questa pellicola in un romanzo con lo stesso nome.Che cosa se Christ rinviasse a terra? Come sarebbe ricevuto? Quello può essere il teorema del titolo della pellicola. In Teorema, il bollo del Terence gioca Christ. Compare nelle vite di una famiglia italiana bourgeois tipica. Si aggancia negli affari sessuali con tutti i membri della famiglia: la domestica devoutly religiosa, il figlio sensibile, la madre sessualmente repressa, la figlia timida e, per concludere, tormented il padre. Lo sconosciuto dà unstintingly di sè, non chiedendo niente nel ritorno. Allora un giorno va, improvvisamente e mysteriously come è venuto. Incapace resistere al vuoto nelle loro vite, la madre diventa un nymphomaniac, il figlio un artista, il derivato un catatonico ed il padre un prowler sessuale. Il servo, d'altra parte, compare nell'ultima scena che effettua con indifferenza un miracolo.
Parmigiani di tutto il mondo unitevi... I perfidi bresciani, che mandano in giro sordide macchiette come Evaristo Beccalossi e Aldo Busi a rappresentarli (mentre noi abbiamo, con Alberto Bevilacqua e Platinette, un impatto mediatico di tutt'altra rilevanza) si sono ficcati in testa di toglierci il titolo di "Aspromonte del Nord" tanto faticosamente conquistato.
Parmigiane e parmigiani, besciamelle e pecorini, dobbiamo insorgere contro questa intollerabile provocazione. Non bastano contromisure alla "Bocca di Rosa", non possiamo nè limitarci all'invettiva nè rivolgerci all'ordine costituito, chiedendo nel caso che indaghi con più zelo a Parma e chiuda un occhio o tutti e due nella Leonessa d'Italia.
Da domani mettiamoci all'opera, rimbocchiamoci le maniche e ognuno faccia la sua parte. Perchè tollerare il vicino sbraione che alle due di notte urla al figlio di smetterla di suonare il sassofono? Facciamogli saltare la casa e uniremo l'utile al dilettevole. Perchè limitarsi a ricordare all'automobilista che ci taglia la strada in piena tangenziale la precarietà dei suoi natali? Buttiamolo giù dalla massicciata con una manovra tipo Spectre contro James Bond e ne guadagnerà il nostro amor proprio e il calante tasso di criminalità della nostra splendida città. I più timidi rubino almeno qualche libro dalla biblioteca comunale, sgambettino vecchiette mentre scendono dall'autobus, defechino in Piazza Garibaldi alle 6 di sabato pomeriggio. Cribbio, ve lo devo ricordare io quanto è sterminato il Codice Penale?
Parmigiane e parmigiani, Maria Luigia, Arturo Toscanini, Giuseppe Verdi e il pupazzo Bargnoc'la vi guardano. E guardate che se Bargnoc'la vi prende di punta può ridurre del 90% la qualità della vostra vita...
Influenzato pesante dal suo idol, Elvis Presley e gli anni 50 oscillano il giro, inoltre è conosciuto come il ballerino più famoso del fad del cerchio di Hula. Affascinante... Celentano che adora un idolo dalle finte fattezze di Elvis Presley ma dietro il quale probabilmente si nasconde il dio Katafascio Napatata, e contemporaneamente esegue danze rituali all'interno di un cerchio di Hula a metà strada fra Stonehenge e le teste dell'isola di Pasqua... E gli anni 50 oscillano il giro. E' una saga che non ha nulla da invidiare a quella di Paola Pitagora che dalle pagine di Topolino seduce un Claudio Bisio dodicenne. Per i 40 anni ultimi ha mantenuto la sua popolarità in Italia, vendente milioni di annotazioni e comparente nelle esposizioni numerose e nei film della TV. Ok sull'essere comparente (o con parente, visto che spesso e volentieri ha piazzato nei suoi film moglie e cugino Gino Santercole come rinunciabilissimi comprimari) nei film, ma cosa vuol dire "vendente milioni di annotazioni"? Era forse un opinionista clandestino ma nessuno se ne era mai accorto? E "comparente nelle esposizioni numerose"? Vogliono forse i vili compulsatori della Wikipedia anglofona sostenere che Celentano compariva in esposizioni dove era un semplice sovrappiù? Che ci portino delle prove, perbacco...Nel rispetto posteriore, (oh bella... arriviamo alle velate allusioni di omosessualità attiva contro il nostro virilissimo Molleggiato?) inoltre è stato un creatore di un genere comic, con suo camminare di caratteristica e le sue espressioni facciali. Per la maggior parte, le sue pellicole riuscivano commercialmente, in effetti negli anni 70 e parte degli anni 80, era il re dell'ufficio di scatola italiano in film bassi del preventivo. E' vero, i film erano così a basso preventivo che per festeggiare il raggiungimento delle 500.000 lire di incasso i produttori costruivano una rudimentale reggia assemblando qualche centinaio di scatole da scarpe, dall'interno della quale Adriano rispondeva alle telefonate dei fans, firmava autografi a manetta e faceva interminabili partite di Space Invaders.Come attore, i critici indicano a Serafino (1968), diretto da Pietro Germi, come suo sforzo migliore. Il che non è del tutto vero, Adriano il suo sforzo migliore lo fece (notare l'attenta scelta del verbo) nell'estate del 1968 ad Alassio al termine di 16 giorni di stitichezza assoluta.
La sua canzone "Azzurro" ha riguadagnato la popolarità in 2006 (prima non la conosceva nemmeno Paolo Conte pur avendola scritta, caso studiato dagli psicologi cognitivisti di tutto il mondo) dovuto esso che è il anthem della squadra nazionale italiana di gioco del calcio (il Azzurri) (andatelo a raccontare ai Pooh per non parlare di Checco Zalone, e Wikipedia ha finito di esistere) che ha vinto la tazza del mondo di 2006 FIFA (perchè i delegati francesi della FIFA sono vigliaccamente riusciti a derubricare il titolo). L'artista Fiorello inoltre ha generato un rimescolamento della canzone, non potendo più, a causa dell'età avanzata, generare alcun altro tipo di rimescolamento.
Luciano Ligabue (sopportato il 13 marzo 1960), anche conosciuto come Liga, è un cantante-songwriter della roccia. Sembra infatti che Luciano, dai tratti effettivamente non proprio efebici, sia stato estratto a colpi di martello e scalpello da un fianco della Pietra di Bismantova, e che lo spirito di Elvis Presley in persona gli abbia alitato una parvenza di spirito umano. È entrato nel mondo di musica in 1987, quando ha fondato la fascia dilettante Orazero. Anche qui la criptica letteralità della notizia merita una chiosa: Luciano, allora poverissimo, non avendo i mezzi economici per fondare una casa discografica, aveva assoldato due difensori di fascia della Correggese FC (a cui i tifosi carpigiani, per dileggio, aggiungevano spesso una beffarda quanto immotivata esse iniziale) allora iscritta al Campionato Nazionale Dilettanti, mandandoli in giro come impresari, talent-scouts, procacciatori di affari e frantumatori di rotule. Nel giro di 6 mesi l'Orazero era diventata una temutissima major del disco...
Ligabue presto ha guadagnato la fama come una delle stelle di roccia italiane più riuscite, trovando smazza pricipalmente fra i pubblici più giovani. Debitamente intervistata, la signora Ligabue ha dichiarato "Proprio stella di roccia magari no, però smazzare smazza..."
Nel 2002 ha sparato Da zero a dieci (“zero - dieci„): tuttavia, pure non è stato accolto favorevolmente poichè il primo lavoro, sia dai critici che dai ventilatori. Certo, sparare un film piuttosto che girarlo non depone a favore dell'impegno profuso. E ciò è dimostrato dal fatto che perfino i ventilatori hanno gradito poco la pellicola, esprimendo il proprio disappunto con un gran giramento di pale...
Alcuni dei suoi album più famosi:
Palco di da ONU del giù di Su e (1997, in tensione perchè, si sa, avere tutta l'ONU schierata in prima fila a mangiare gnocco fritto una certa emozione la dà...).
Milioni di più di mai del è del nome di Il (1999) titolo inventato tagliuzzando il titolo originale ed estraendone le parole da un sacchetto della tombola.
Sig.na Mondo (1999) dedicata a una amica di Boretto dalle forme leggermente pronunciate.
Fuori viene la Virginia? (2002) No, aiò, la Virginia a casa resta...
Sarv'a tutti, sarve reggina, sarv'ognuno, simo i Scarafaggi e sonamo 'nte la zona intercorente tra Ancona e Majerada, tant'è che emo acquisito no slang che risente un po' de tutti i dialetti de la zona, dove 'nte ogni cocuzzolo de collina se inventeno na parlata diversa così quando nu je sfajola fane finta de non capisse.
A dila chiara, simo quatro bardasci che 'n ciane voja de fà gnè, però piagemo alle fijole de la zona e de solito ce famo mantenè.
La formazzione nostra se compone come qualmente de seguito:
Paolo delli Carterari al basso Eko, pianolina Giaccaglia, fisarmonica Farfisa e voce solista;
Giovanni Lennoni fa finta de sonà ma se fa tante de quele canne che se deve portà la base registrata da casa, cantà je riesce oggi sì e domani no;
Giorgino el fijo de Arrigo de Coridonia a tute le chitare possibili e 'mmaginabili Eko, Farfisa, Fenderelli e Gibesoni, terza voce e tajo de i capeli;
Riccardo Storchi detto Rinco(jonito) a la bateria de piati in attesa che je rivi quela nova da Castelfidardo.
Emo scrito tanti de quei pezzi che metà basta, i principali de cui sarebbono:
Te vojo strigne la mano
Nun me poi comprà l'amore
Famme'n piacere, famme contento
Quarcheccosa
Tornamo 'nte l'URSS
'Iuto!!!!
Non me piantà in asso
Ecco che riva el sole
Artorna indietro
La strada lunga e piena de curve
A lei je vai a fajolo
Eleonora Cingolani (ndo va la gente sola)
Lady Madonna de Loreto
Ciao, ce se vede
Qui de seguito ve digimo le critiche meno scacciose che ciano fatto:
"Una band trendy, se qualcuno gli spiega cosa vuol dire" (Il Corriere Adriatico)
"Si rifanno a svariati generi musicali, si rifanno a un look oseremmo dire glamour, si rifanno più volte perchè farsi una volta ormai non gli fa più effetto alcuno" (La Gazzetta di Montelupone)
"Un martello pneumatico maneggiato da un gorilla sarebbe ben più armonioso" (L'Eco di Sambucheto)
"Svenimenti a catena fra le fans" (La Voce di Sforzacosta)
"Chiarito il motivo degli svenimenti a catena: l'insopportabile puzza delle flatulenze di Lennoni" (Il Resto del Carletto)
"Bravi ragazzi, ho visto un concerto incredibilmente bello, ma non era quello di stasera" (Groucho Marx)
Gli Scarafaggi alla Sagra della Porchetta Rinturcinata di Acquasanta Terme ringraziano gli astanti
Comincio veramente a preoccuparmi. Dicono tutti che la nostra sarà una missione di pace e poi sbarcheremo a Tiro. Dicono tutti che questa è una missione storica, e poi ci si fanno intorno atti di presenzialismo maniacale degni del Festival di Sanremo. Dicono che questa missione unisce maggioranza ed opposizione ma dentro la maggioranza ci sono almeno tre letture del perchè si parte e del cosa si va a fare, assolutamente inconciliabili fra loro: filoaraba, filoisraeliana, filoisraeliana ma con un mucchio di distinguo. Dicono "Viva l'Onu" e vanno di fatto a cavare le castagne dal fuoco a una mini-superpotenza che da decenni considera l'Onu un'accolita di buontemponi.
Comincio veramente a preoccuparmi. L'Italia sgomita e s'arrabatta per mantenere il suo fantomatico ruolo di potenza industriale a livello mondiale, per sedere al tavolo delle nazioni che contano, e da almeno un decennio (destra o sinistra poco cambia) paga questa fisima accettando (e talvolta quasi invocando) un ruolo da "servo sciocco" pieno di buona volontà e di lealtà ma povero di risorse veramente incisive sullo scacchiere internazionale.
Vorrei un'Italia un po' meno genio e sregolatezza e un po' più raziocinio e senso della misura. Compagni, ex-compagni, compagni pentiti, compagnucci della parrocchietta, ce la fate o no a governare l'Italia come da 60 anni governate l'Emilia Romagna (francamente non malaccio...). O vi nasconderete per sempre dietro l'alibi (che peraltro anche la Casa delle Libertà ha usato contro di voi) che le passate gestioni erano così demenziali e inconcludenti che ormai non c'è più nulla da fare?
Dovevavte proprio esordire spacchettando i ministeri per moltiplicare le poltrone e ingrandire la mangiatoia? Proseguire fingendo di fare la voce grossa con taxisti e farmacisti per poi dire "Ma no ragazzi, perchè fate quelle facce? Lo sappiamo, abbiamo esagerato un po' ma niente paura che adesso trattiamo...". E concludere (per ora, ma speriamo che sia l'ultimo pestone della serie) ampliando la presenza in Afghanistan e andando a impegolarsi nella più arzigogolata "missione di presunta pace" che la storia dell'umanità ricordi?
Adesso, cari ragazzi, date una bella pedata sul fondo oceanico che a giudizio dei vostri perplessi (garbato eufemismo) elettori avete raggiunto, e risalite a quote più alte. Ve ne saranno grati tutti.
Parma è divisa in due parti tramite il flusso piccolo con lo stesso nome. E meno male che il flusso è piccolo se no ci voleva un Tampax delle dimensioni del Parco Ducale. Il poeta Attilio Bertolucci (sopportato in un piccolo villaggio nella campagna per la sua pessima abitudine di tentare di accoppiarsi con quadrupedi di varie specie) ha scritto: "Come città capitale, ha dovuto avere un fiume. Come poco capitale, ha ricevuto un flusso, che è spesso asciutto". E' chiaro: se hai poco capitale di acqua ne vedi poca. Il ragionamento non fa una grinza...
La colonia romana è stata fondata in 183 BC, insieme a Modena. 2000 famiglie sono state depositate. E' infatti acquisizione della storiografia recente che gli antichi romani depositavano qualche centinaio di famiglie nelle nuove colonie da rozzi alianti costruiti in pelle di caprone o, come sostiene il Bellotti Bon, le depositavano in primitive banche dove fungevano, in quanto schiavi con contratto co.co.co., come liquidazione dei debiti con gli Etruschi o altri popoli confinanti.
In 1731 il ducato di Parma è stato dato in una Camera di Bourbon in un riordino diplomatico delle politiche dynastic europee che sono state giocate fuori in Italia. Sotto i nuovi righelli, tuttavia, ha affrontato un determinato decadence. Bastardi... Prima, fanno ubriacare tutti i parmigiani introducendo l'allora sconosciuto liquore di origine anglosassone, e quindi (resi inoffensivi per via dei postumi della ciucca) li tengono a bada con dei semplici righelli, con un notevole risparmio sulle spese per gli armamenti...
Il premier Romano Prodi, il ministro della Difesa, Arturo Parisi e i capi di stato maggiore di marina ed esercito hanno salutato le truppe italiane in partenza per il Libano con la nave Garibaldi . "L'Italia vi segue con affettuosa attenzione e vi è vicina per quello che vi apprestate a fare", ha detto il premier. La cerimonia ha preceduto la partenza del primo contingente delle nostre forze armate per la missione Onu.
Ah, se ci fosse ancora il Giorgio Bocca di 15 anni fa, che aveva coniato la fulminante definizione "stentoreo pistolotto" per definire l'espressione di saluto del Ministro della Difesa al nostro contingente in partenza per l'Irak (la volta di Bush padre). Oggi Bocca è un attempato signore che si pasce di bagna cauda e di Freisa sulle mammelliformi colline delle Langhe, ogni tanto ammannisce qualche saggio di pessimismo cosmicomico sulle pagine dell'Espresso ed attende sereno la Signora in Nero. Nessuno riesce più a rabbrividire nel sentire un Presidente del Consiglio e un Ministro della Difesa che salutano con gli occhi gonfi di commozione nostri soldati che se ne vanno in una delle zone più critiche del pianeta.
Nel giorno della partenza del contingente di pace italiano per il Libano, l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga torna a lanciare, in un'intervista a Radio Radicale, accuse verso una parte del governo che definisce "antisemita e filo arabo". "Speriamo - ha dichiarato il senatore a vita - che la missione non diventi, a causa della pasticciata risoluzione 1701, contro Israele, perchè questo è il mio timore, e a difesa degli Hezbollah e di Hamas. Se si fa eccezione per Prodi, che cerca di mediare, Giuliano Amato, Rutelli ed Emma Bonino, l'atteggiamemto in generale del governo italiano è nella sua maggioranza anti israeliano e in realtà antisemita, perchè l'anti israelismo è la maschera dell'antisemitismo".
Ma certo, Israele resterà in bonus per i prossimi 600 anni, e nessuno potrà esprimerà obiezioni alla politica di Israele che, siccome il cagnolino-Libano ha le zecche (Hezbollah) e le zecche rompono i maroni, bombarda il cagnolino (per citare la incisiva metafora di Daniele Luttazzi). Nessuno potrà farlo senza passare per antisemita. Ma non è una forma di pensiero teocratico-fondamentalista?
Al di là del divertimento un po' goliardico e fine a sè stesso (ma altre incredibili rivelazioni vi aspettano, relative a Luciano Ligabue ed Adriano Celentano) a un certo punto prevale la parte raziocinante che si chiede: ma questi ridicoli programmi di traduzione automatica, che producono grovigli semantico-lessicali totalmente privi di senso, a cosa servono? Mi ricordano tanto il figlio del grande concertista che, dopo che il babbo ha suonato al pianoforte una magistrale versione di "Per Elisa" (quella di Beethoven, ovviamente), strimpella un giro di do e si sente un po' concertista anche lui.
Le traduzioni così prodotte non toglieranno mai una sola ora di lavoro e un solo euro di retribuzione ai traduttori umani. Allora perchè continuano ad imperversare? Un italiano che volesse sapere quello che si pensa di Berlusconi all'estero senza sapere l'inglese resterebbe tristemente colpito nel vederlo descritto come un uomo auto-fatto il cui armadietto è naufragato, si chiederebbe chi diavolo ha detto che Marco Pannella solleverà le masse ad atti di cannibalismo, si sentirebbe un po' interdetto leggendo che Vasco Rossi indossa Don Ciotti.
Anche questa è entropia: l'idea che lo zio computer possa fungere da lampada di Aladino che ci evita la fatica di imparare le lingue, come ci evita potenzialmente la fatica di comprare libri e giornali perchè tanto su Internet c'è tutto.
Albano Carrisi (sopportato il 20 maggio, 1943) è un cantante italiano. Il suo nome di fase è Al Bano. Ha sposato l'alimentazione di Romina (in arte Romina Power), figlia dell'alimentazione americana del Tyrone dell'attore, in arte Tyrone Power.
Giustamente, Albano Carrisi, dopo aver cambiato tipo di alimentazione (e qui si allude ovviamente all'alimentazione elettrica) ha cambiato fase (è diventato probabilmente un Albano trifase a 380 volts) tanto da cambiare anche nome. Ecco il motivo della sua stupefacente virilità anche alle soglie dei 90 anni.
.Giacinto Pannella, migliora saputo poichè Marco Pannella, ha presentato una nuova proposta di pace nel mondo, che prevede compreso colpi di fame coordinati intorno al mondo.
Qui direi che la traduzione non solo tradisce ma capovolge il concetto: i nobili e un po' mistici scioperi della fame (hunger strikes) diventano prosaicissimi "colpi di fame", che se coordinati a livello mondiale potrebbero portare ad opportuni assalti cannibalistici ai parlamentari parassiti diffusi in tutto il mondo (toh, sarebbe anche una buona idea...).
La fascia del Gialappahanno lanciato lo sport della barra di esposizione. Ah, se qualcuno spiegasse al traduttore automatico che delle volte basterebbe tradurre una parola ogni dodici, vista la totale colonializzazione lessicale anglofona che abbiamo subito in questi ultimi decenni, faticherebbe di meno e si capirebbe di più. La Gialappa's band ha lanciato lo show "Bar Sport" conta in effetti una metà di parole che potrebbero anche non essere tradotte, o in alternativa potrebbero essere rese con un più comprensibile "La Banda della Gialappa ha lanciato lo spettacolo 'La locanda del diporto'." L'esposizione era su aria dopo i 22 PMe questo ci mostra la natura post-moderna della lingua inglese per la quale gli spettacoli radiotelevisivi vanno "on air" e non medievalmente "in onda" come da noi.e trattava dei fiammiferi di domenica del calcio (Poveracci, hanno proprio cominciato dal basso!) Quindi hanno leggermente migliorato la loro posizione andando a parlare di calcio in una TV libera siciliana (Mai Gol dire ) passando poi a curare la biografia di Emilio Fede ("Non dire mai: Obiettivo! ").
I due giornalisti di Fox rapiti nella striscia di Gaza il 14 agosto scorso sono comparsi in un nuovo video realizzato dai sequestratori. Nel video i due reporter dicono di essersi convertiti all'Islam, secondo quanto riporta Fox News. Chiedono che venga introdotto il couscous in tutti i Mc Donald's, che Rosy Bindi indossi il burqa e possibilmente anche lo scafandro, che tutti gli impiegati pubblici sostituiscano la pausa-sigaretta ogni tre quarti d'ora con una breve preghiera rivolti alla Mecca (la protezione civile sta fornendo bussole ai più imbranati), che si brindi agli sposi con sciroppo d'amarena e alle vittorie sportive con estratto della ghiandola surrenale di Moggi. Condizioni assolutamente accettabili, e quindi nulla osta alla liberazione dei due nuovi soldati di Allah.
I due giornalisti, il corrispondente Steve Centanni, americano di 60 anni e il cameraman neozelandese Olaf Wiig, 36, appaiono in buone condizioni fisiche.
I due vengono mostrati separatamente, in posizione seduta con le gambe incrociate. Mentre Wiig si è rialzato senza troppi problemi (le sue giunture hanno fatto un rumore che riproduce esattamente il suo cognome, ma senza particolari contrattempi), Centanni (che con un cognome così era anziano già all'asilo) è stato portato via di peso per le ascelle e si dispera di restituirgli la normale funzionalità degli arti inferiori.
Il rockstar più grande nella musica italiana. La sua carriera ha cominciato all'inizio degli anni 80 con una lista delle canzoni come "Lo spericolata del Vita e "il d'Alfredo di Colpa" che ha agitato il comportamento sociale con una miscela della ribellione, delle droghe e della roccia - e - rullo. Ma il cantante che sembra soltanto un momento curioso nella musica italiana, presto è diventato un autore reale ed il capo dei suoi concerti, aiutato da un musical circonda di più alto rispetto (che include Maurizio Solieri e Massimo Riva, che purtroppo sono morto in 1999). Le canzoni di Vasco Rossi sono sempre storia circa amore complicato e fatto arrabbiare, circa gli aumenti e le cadute: i temi bei non gradiscono "il giornata di splendida di Una", "Vivere", "lo Io no", "il sopra di spari dell'hotel di Stupido", "di Gli", "il parole di Senza" e "Gli Angeli" con un videoclip diretto da Polanski romano. Il suo lavoro include una campagna profonda per il saving tossico. Ha sostenuto l'associazione di Gruppo Abele di indossa Luigi Ciotti. Il suo ultimo lavoro pubblicato in 2004 era l'album "cattivi di Buoni o" con la canzone bella "senso di ONU"scritto per il muovere del Ti di film non (2004). Suo ultimo giro ha cominciato il 5 giugno a Roma allo stadio olimpico.
Dopo di che possiamo chiudere gli occhi e sognare il re della roccia e rullo che va a Trastevere a cercare Polanski, "Ah Ròmaneeeeeeeeee, vie' ggiù!!!" e poi gli spiega che lui è per il saving tossico, cioè per salvare le droghe prima che se le accaparrino gli altri. Ma Polanski non scende e allora Vasco va a fare un giro fino allo Stadio Olimpico, dopo di che torna indietro ma siccome c'è un ponentino un po' gelido indossa Padre Ciotti.
Intanto, "Ròmane" è sceso, e sbronzi di bianco dei colli, i due intonano immortali canzoni come "Cattivi di buoni o", "Il sopra di spari", "Il giornata di splendido di una", con musiche originali del Blasco ma testi riscritti da un suo cugino di Quartu S. Elena ("I testi tuoi che ti riscrivo vuoi?") reduce da una caccia al muflone abbattuto ad alitate di Filu e Ferru.
non c'è nessuna forma di umorismo studiato a tavolino che possa anche lontanamente avvicinare certi cosmici capolavori di umorismo involontario.
Se è vero come è vero che la battuta umoristica è un corto circuito paradossale fra due (e a volte più di due) significati inconciliabili, quale miglior umorista di chi fa sforzi incommensurabili per essere o almeno apparire serio e autorevole e invece risulta, contro ogni suo sforzo, ridicolo e non all'altezza del compito? Lo so che detto così sembra un atto di Fede, e infatti lo è...
Trasmissioni come Paperissima o Specchio Segreto sfruttano pedissequamente questo meccanismo: persone che tutto volevano fare tranne divertire gli astanti, a causa di loro errori o inadeguatezze, o perchè (come nel caso dei vari Specchi Segreti) privi di informazioni basilari sul contesto in cui si trovano ad agire, o semplicemente bastonati dal destino cinico e baro, diventano fonti di scrosciante ilarità.
Le traduzioni automatiche che oramai spopolano anche sui PC più scassati e scarsetti offrono mirabili esempi in proposito. Secondo il nostro programma di traduzione automatica, ad esempio, cosa dice la Wikipedia inglese dei nostri politici?
Vediamo un po'...
Come emblematico inizio, scopriamo che Silvio Berlusconi, il 29 settembre 1936, si è ben guardato dal nascere, ma è stato viceversa sopportato (born). Se lo dicono loro... Inoltre veniamo a sapere che Berlusconi è il presidente non dell'Associazione Calcio Milan, ma della corrente alternata Milan (tutti i fans degli AC/DC sanno che AC vuol dire corrente alternata... o pensano che i fratelli Young siano difensori di fascia?). Ma procediamo, solo per rabbrividire al pensiero che Berlusconi è un uomo presunto auto-fatto (a supposed self-made man). Auto-fatto? Cribbio, qui entriamo in delicate vicende di uso personale di droghe pesanti. E come non commuoverci fino alle lacrime nel pensare che, carta canta, nel 1994 il suo armadietto è sprofondato (his cabinet collapsed) dopo sette mesi. Immaginare Berlusconi sulla riva del Tevere che saluta mestamente facendo ciao ciao con la manina il suo armadietto che sprofonda meriterebbe qualche verso di Gozzano. Nessuno invece era al corrente delle fortune del Silvio nazionale come autotrasportatore. Eppure tutti dovrebbero sapere che in 1978 ha formato il suo primo gruppo di mezzi, Fininvest, specializzato in autosnodati ed autoarticolati.
Sempre parlando di Berlusconi, Wikipedia ci fa scoprire il vero volto della Democrazia Cristiana, le carbossimetilazioni cristiane. Avevamo a che fare non con un partito politico, ma con un composto chimico altamente tossico ed instabile, e in cinquant'anni nessuno che se ne fosse accorto. Giorgio Bocca, dov'eri?????
Pilastro Ferdinando Casini (accidenti di che nomea gode all'estero...)
Laureato con un grado nella legge, gli altri 359 gradi potenzialmente criminali, in primo luogo è stato scelto in 1983 per il partito cristiano di democrazia. In 1993, era fra i fondatori del partito del CCD (centro democratic cristiano), ora fuso in UDCcome se si trattasse di un Belpaese qualsiasi. In 2001, dopo la vittoria del Berlusconi nell'elezione generale, Casini è stato scelto dal Parlamento formato di recente come presidente dell'alloggiamento dei delegati (Camera italiana del Parlamento).
Oggi ampiamente è considerare come uno degli induttori della Camera di Freedoms(fa degli esperimenti con la corrente elettrica con la stessa goffaggine con cui da bambino giocava con l'acqua) ed a volte è parlato come di successore possibile a Berlusconi egli stesso come capo della coalizione.
Note esperte (ma come si stimano questi anglosassoni)
Dopo il suo divorzio da Roberta Lubich (che ha prodotto due derivati, Maria Carolina e Benedetta), lo dicevo io che Pierferdi è frutto di una clonazione folle al carbossido di metile e ormai più che far figli produce scorie, che inizia datare e finalmente si è mosso dentro (scostumati, perfino i particolari intimi delle copule ci vengono a raccontare) con Azzurra Caltagirone, figlia dell'imprenditore e dell'editore romani famosi Franco Caltagirone. Più successivamente avrebbero una figlia (e te credo, se lui si muove dentro con tutta quella alacrità...). I suoi detrattori considerare il suoi divorzio e coabitazione come contradditoria con la suoi credenza politica e pensiero fortemente cattolico.
MILANO - Sono solo scarabocchi che deturpano le città, fiaccano il morale nazionale ed avvicinano la nostra fulgida Patria alle democrazie massoniche, giudaiche e demoplutocratiche.
Per questo, sentito il Gran Consiglio del Fascismo, il senatore di Avanguardia Nazionale Giuseppe Valditara ha proposto un disegno di legge contro i "writers", i graffitari. La proposta prevede un massimo di due anni e mezzo di carcere ("e non nelle carceri d'oro a poltrire in branda, guardare la TV e farsi le pippe davanti al sito di Selen, ma a pane e acqua e ai lavori forzati" ha aggiunto Beppino nostro) e la legge prevede una pena aggiuntiva per questo reato, l'ascolto forzato di:
un ciclo di conferenze di Vittorio Sgarbi sul tema "Fasci littorii e difesa dell'ambiente culturale" con prolusione finale di Teodoro Bontempi, in arte "Er Pecora".
La proposta raccoglie il consenso dell'associazione Italia Nostra, storica associazione per la tutela del patrimonio artistico e culturale. "Italia nostra sosterrà la proposta del senatore avanguardista - afferma Carlo Ripa di Meana, presidente dell'associazione - Un luminoso avvenire attende i giovani virgulti dell'italica specie. Lo volete voi?"
Come dice il pericoloso bolscevico demoplutocratico Keith Haring, artista che iniziò con graffiti sui pannelli pubblicitari della metropolitana di New York: "Mi è sempre più chiaro che l'arte non è un'attività elitaria riservata all'apprezzamento di pochi: l'arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare".
Seguendo alla lettera le norme restrittive proposte da An, un artista della sua portata non avrebbe potuto dipingere nel nostro Paese neppure una delle sue celebri sagome colorate. E quelle che adesso sono considerate opere d'arte, e tutelate come tali, avrebbero subito l'umiliazione di una candida passata di vernice.
Ma alcune orrende creazioni postmoderne che ammorbano, per esempio, Piazzale Cadorna, a ricche spese dei contribuenti, a quanti anni di galera dovrebbero condurre gli assessori colpevoli di cotanto scempio?
Italia mia, benchè il parlar sia indarno... l'armi, qua l'armi: combatterò, procumberò sol io!!!
E' finito un amore: il capo della Paramount Sumner Redstone (a sinistra) non avrà più rapporti sessuali con Tom Cruise (a destra). All'origine dei dissapori tra i due maturi gentlemen pare ci sia il desiderio di Redstone di essere qualche volta lui a fare la parte del maschio. Intervistato nella sua villa di Misano Adriatica (ne aveva una a Beverly Hills ma l'ha fatta abbattere perchè Beverly Hills oramai è troppo "cheap") Cruise non ha rilasciato dichiarazioni ma ha cercato di sodomizzare il giornalista dell'Eco di Cattolica, irritato dal nome della testata.
E qui sta forse il vero motivo del divorzio fra la Paramount e Tommaso Crociera:
E' sgradita alla casa di produzione la sua militanza - al limite del fanatismo - in Scientology. Militanza che lo ha portato, qualche tempo fa, a criticare duramente (e pubblicamente) la scelta di Brooke Shields di fare uso di psicofarmaci per uscire dalla depressione post-partum.
Secondo il quotidiano Usa Today, per esempio, la popolarità dell'attore sarebbe in calo del 35%. Colpa anche di come lui e la moglie hanno deciso - sempre su consiglio di Scientology - di gestire la gravidanza e il successivo parto di lei. Della bambina, nata ormai quattro mesi fa, non solo non si hanno notizie precise, ma neanche una immagine scattata da lontano. Solamente due sue falangi frettolosamente amputate sono state consegnate nottetempo, sulla circonvallazione Fresno-Oakland direzione Cinisello Balsamo, ad un reporter del Washington Post.
Sembra che Tom, disoccupato e inseguito dai creditori, sia già salito su un gommone a motore nel porto di New York ed è atteso a Lampedusa per la fine di novembre dove, nel cercare di non farsi fare lingua in bocca dalla Rosy Bindi, interpreterà in diretta "Mission impossible atto finale".
Nel commentare l'invio ormai certo di un nostro contingente militare in Libano, qualche giorno fa mi esprimevo così:
E quindi, in linea teorica, per la prima volta si dà esplicitamente torto alla politica bellicosa ed espansionistica di Israele.
Il mio cagnolino ha le zecche. Ieri una zecca mi ha punto, così io ho bombardato il mio cagnolino. Ho il diritto di difendermi.
Direi che questa paradossale battuta di Daniele Luttazzi rende bene l'idea della proporzione tra torto subito e risposta allestita, senza parlare dell'allucinante denominazione data da Israele all'operazione militare in questione, "Giusta retribuzione". Giusta????
Nulla di tutto ciò si è ovviamente avverato, nessuno dà nè esplicitamente nè implicitamente torto a Israele, anche se Prodi e D'Alema si sono affannosamente affrettati ed affrettatamente affannati a dire che "Non spetta a noi disarmare Hezbollah...".
Meno male... Temevo che non ci fossero arrivati...
E che c'è poi di strano? Il governo italiano si comporterà con Hezbollah, gli Hezbollah, l'Hezbollah, Hezbollah & i suoi muezzin, esattamente come si è comportato con taxisti e farmacisti, prima minacciando drastici e draconiani provvedimenti, indi poscia indulgendo al negoziato soft all'insegna del messaggio "Ragazzi, abbiamo scherzato... Vedete voi che cosa vi va di fare, e se potete non coinvolgeteci... Noi veniamo a dare un'occhiata che voi facciate i bravi, non fateci fare la voce grossa che non siamo mica capaci...". Questa si chiama coerenza: lo stesso atteggiamento in politica interna ed estera. Grande!!!!!
Morale della favola: andiamo in zona di guerra facendo finta di non andarci e ci guardiamo bene dal fare anche il più pallido commento sulla folle sproporzione tra la risposta militare di Israele contro il Libano intero e la provocazione patita da parte di un gruppo di terroristi. Mi chiedo: se le Brigate Rosse avessero fatto attentati all'estero o contro una nazione estera (che so io, la Francia...) avrebbero bombardato l'Italia? Meno male che non l'hanno fatto perchè chissà come sarebbe andata a finire.
Un'altra considerazione: le amorevoli baruffe tra Francia e Italia sul ruolo all'interno del contingente (detto in parole povere, chi conta un po' di più e chi un po' di meno agli occhi dell'opinione pubblica mondiale) mi ricordano la reazione di un famoso cantautore italiano che aveva aderito al concerto mondiale pro-Africa dell'estate scorsa, salvo dare forfait all'ultimo momento quando aveva saputo che non avrebbe avuto la diretta televisiva. Insomma, conta apparire e conta contare, delle ragioni di Israele, di Hezbollah e più ancora di quelle dei libanesi, non gliene può fregare di meno...
Un'ultima considerazione: Prodi e D'Alema dicono che non spetta a noi disarmare Hezbollah, ma intanto...
Intanto Chirac e Zapatero nicchiano e ci pensano, mentre il primo ministro israeliano Olmert ci chiede galantemente addirittura
"L'Italia guidi la forza multinazionale di pace"
(E qui squillano le trombe, rullano i tamburi, le bandiere garriscono al vento...).
Nessuno mi toglie dalla testa che Chirac e Prodi si studino sornioni, ognuno dei due convinto di star tirando all'altro il più grosso dei pacchi della storia dell'umanità: ma temo fortemente che dei due sia Chirac ad avere ragione, mentre Prodi indulge ancora nel ruolo della mortadella che è buona se tagliata a fette sottilissime (fineffineffineffine come diceva Funari quando era testimonial di una VERA mortadella) e magari artisticamente avvolta su un grissino Barilla.
Fare l'abbonamento al Parma Calcio, oltre che un piacere, è un dovere... Così recita una pubblicità capillarmente diffusa in tutto il parmense, che come livello di provocazione rende le campagne pubblicitarie della Benetton una esercitazione da educande.
Fare l'abbonamento al Parma Calcio, oltre che un inopportuno salasso economico, provoca svariate forme di squilibri psicofisici e neuro-ormonali che possono essere superati solo attraverso la visione forzata della finale di Coppa Uefa 1994-95 Parma 2 - Una formazione cisalpina della quale per un inspiegabile lapsus mi sfugge il nome 0.
Salve a tutti, siamo il gruppo 'O dirigibbile 'e piumb' e operiamo (mica nel senso che siamo chirurghi ehehehe) nell'hinterland napoletano, che così ci hanno detto che si dice anche se ne vorremmo essere spiegati il significato.
Il repertorio nostro sposa (mica nel senso che è nu previte eheheheh) la più tipica tradizione parte nopea e parte napoletana (oddio chista ccà fa scompisciare...) con le più aggiornate tendenze del pop rock folk e bifolk d'oltreatlantico, oltremanica e oltre 'a mutanna (Ggesùggesùggesù ma quanto siamo simpatici...)
Per esemplificazione, quando sonammo al matrimonio di Ciro Esposito chillo ca tiene 'a bottega d'antiquariato "Cose di altre case" sciorinammo fior da fiore e carciofo da carciofo questo popò (mica nel senso d'o culo eheheheheh) di programma:
A canzone d'o immigrante
Da quando so' 'nnammurat' 'e te
Totonno 'o capodoglio ('o cuggino 'e Moby Dick)
Scalinatiella pe 'o paradiso
'Ngoppa 'e colline e ancora cchiù lontan'
Cane nir'
Piccirilla te sto pe' lassà
Quante volte 'e cchiù
Nu sacc' e na sporta 'e amore
Scassacore
Riportatillo a casa toja
La nostra formazione è la seguente:
Roberto Pianta alluccamenti varii
Giacomino Pagina chitarre sue ed altrui
Gianpaolo Giovannini basso napoletano e tastiere Lettera 32
Giovanni Bonprosciutto sta sempre ubbriaco e nun sape sunà, teoricamente starebbe alla batteria.
Se ci volete veniamo anche al Nord per poche lire, basta che ci trovate da mangiare e dormire per un 2-3 mesi.
P.S. Si ringraziano Antonio de Curtis, Pippo Franco e Teo Teocoli per le battute a loro rubacchiate, gli Squallor per l'impostazione globale del pezzo.
Meno male che anche gli inglesi, così sussiegosi e contenuti, così atavicamente orgogliosi del loro ordine, del loro self-control e della loro congenita perfezione, ogni tanto sbarellano come degli italioti qualsiasi.
Guardate un po' qua sotto cosa succede nella Perfida Albione.
Controlli, code di ore, voli cancellati, bagagli che si perdono. Tutto questo accade agli aeroporti londinesi da quando, il 10 agosto, sono stati arrestati 24 sospettati di preparare attentati sui voli Gran Bretagna-Usa. Ma tutto questo non ha impedito a un dodicenne di salire indisturbato su un aereo in partenza dall'aeroporto di Gatwick e diretto a Lisbona, senza biglietto né passaporto.
Sull'incredibile vicenda è stata aperta un'inchiesta. Il ragazzo era fuggito dalla residenza dov'era in affidamento nel Merseyside. E' stato trovato su un aereo della Monarch airlines. Tim Jeans, direttore della Monarch, ha ammesso che ci sono stati "molteplici errori". La Baa, la società che gestisce gli scali londinesi, ha detto che in ogni caso il giovane era stato perquisito prima di salire a bordo e che "in nessun momento c'è stato pericolo per i passeggeri".
Gli invero scarsissimi lettori del mio blog sanno perfettamente che quasi nulla mi lascia senza parole, ma questa volta francamente fatico ad abbozzare un commento, i neuroni vanno ciascuno per conto suo in cerca d'aria, ogni sequenza logica diventa insufficiente a contenere l'enormità della cosa.
Riesco a concepire un film che costa solo 500 euro, visualizzo seppur a fatica un uomo che rifiuta due milioni e mezzo di eredità, trovo approssimative ipotesi esplicative per un giudice che scarcera sei non aventi diritto in una volta sola, ma questo bambinetto che zompa su un aereo britannico senza nè biglietto nè passaporto, neanche si trattasse di un autobus di Vibo Valentia, mi lascia sinceramente senza fiato.
Per la bilancia del prestigio italiano in Inghilterra, questa vicenda vale più delle due vittorie della Nazionale a Wembley, più della settimana della moda a Milano, più della spaghetti week a Sunderland, più di un passaggio di David Beckham al Fidenza.
E allora si va in Libano... E quindi, in linea teorica, per la prima volta si dà esplicitamente torto alla politica bellicosa ed espansionistica di Israele. Il mio cagnolino ha le zecche. Ieri una zecca mi ha punto, così io ho bombardato il mio cagnolino. Ho il diritto di difendermi. Direi che la paradossale battuta di Daniele Luttazzi rende bene l'idea della proporzione tra torto subito e risposta allestita, senza parlare dell'allucinante denominazione data da Israele all'operazione militare in questione, "Giusta retribuzione". Giusta????
La nostra politica estera del periodo 1960-1994 è stata contraddistinta dalla ben nota "equidistanza" fra Israele e paesi arabi. I nostri corrotti e incapaci governanti su una cosa erano stati lungimiranti: che il mortale mix di totale esposizione geografica nel Mediterraneo e di impotenza militare imponeva una posizione di sapiente, e leggermente ipocrita, neutralità. Rapporti cordiali con Israele "amica degli amici" (modo elegante e un po' mafioso di dire: "quelli lì mi piacciono poco, ma ai miei amici piacciono tanto e allora chiudiamo un occhio...") ma anche piena comprensione del punto di vista degli altri paesi mediorientali.
La cosa aveva funzionato con tutti: un po' di frizione con la Libia, poco incline a perdonarci il nostro squallido e goffo passato colonialista ai loro danni, ma insomma, cose di poco conto... Litigate fra cugini un po' rissosi, nessun rischio di conflitto serio...
Poi si è andati incontro alla berlusconizzazione della politica estera, con da parte dell'Unto del Signore la ricerca di un ruolo anche da misero vassallo, al fianco dell' "amico Bush", che ricalcava inquietantemente i rapporti di Mussolini nei confronti di Hitler.
Carabinieri mandati a morire con la preparazione e l'armamentario per una presunta "missione di pace", drammaticamente impreparati a rispondere a chi, a ragione o a torto non importa, li considerava subdoli invasori.
Eppure, mentre la Spagna e l'Inghilterra hanno subito durissime rappresaglie, noi l'abbiamo sempre sfangata. neanche una bomba-carta contro la Farnesina, neppure una molotov a Montecitorio, neanche un esagitato che, in nome di Maometto, interrompesse un'edizione del Tg5 (non sarebbe poi stata quella gran tragedia...).
Ora, debitamente deberlusconizzati, noialtri che timidamente abbiamo dato al centro-sinistra le chiavi della nazione convinti che potessero fare qualche danno in meno, vorremmo vedere forse un po' più di sano realismo. Queste missioni di pace sono una palude limacciosa piena di bestie misteriose e letali. Senza tanti giri di parole, Israele si ritira malvolentieri proprio ora che i suoi riservisti cominciavano a scaldarsi ed erano al giusto livello di adrenalina; i libanesi hanno fatto capire in tutti i modi che non si riconoscono in questa "sporca guerra" e non credo che truppe estere ulteriori sul loro territorio verranno accolte con lanci di coriandoli e distribuzioni di dolci tipici; i registi occulti di Hezbollah (mi sembra di aver capito che si tratti di Siria e Iran, che mi convincono più di Panama e Lussemburgo) dovrebbero avere tutto l'interesse ad intralciare la ricomposizione del conflitto.
OK, abbiamo dei doveri sullo scacchiere internazionale; OK, non vogliamo sentirci sempre gli ultimi del lotto fra i paesi ricchi. Va bene tutto, ma davvero abbiamo le risorse (militari ed economiche) per affrontare questa ulteriore missione? Ma più ancora, davvero i nostri soldati vanno a difendere la pace? O, al di là delle retoriche dei buoni sentimenti, non è che vanno a mettere il nostro paese in situazione precaria quando tutto ciò di cui avremmo bisogno è stabilità a tutti i livelli?
L'Italia è pronta per andare in Libano. Lo hanno detto il presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano «si è detto persuaso che l'orientamento» espresso «troverà in Parlamento il più largo consenso». Previsto l'impiego di un contingente di 2.500-3.000 uomini.
«Si tratterà di una nuova importante prova per le nostre forze armate al servizio della comunità internazionale nell'interesse della pace e della sicurezza», continua il comunicato.
Anche in Libano!!! Ma ce n'è davvero bisogno? La nostra agghiacciante libidine di sedere al tavolo dei paesi più industrializzati, più moderni, più fighi del pianeta deve per forza condurci alla fatale conseguenza di mandare nostri contingenti dovunque c'è del casino?
Davvero non esistono altre modalità per renderci utile alla comunità internazionale? Non abbiamo già dato, e stiamo continuando a dare, e continueremo ad libitum, ospitando frotte di disperati che nessun altro vuole, che non troveranno un lavoro nè una sistemazione abitativa decente e bivaccheranno nel Bel Paese Dove Il Sì Risuona aspettando un impossibile miracolo?
Davvero non esistono altre modalità per renderci prestigiosi agli occhi del mondo? La vittoria ai mondiali di calcio ottenuta venendo dominati per 5 partite su 7, anche dai neofiti yankees e dai parvenus australiani, non illustra il Made in Italy meglio di un abito di Armani o di una Ferrari Testarossa?
Davvero non esistono altri modi per dimostrare che il centrosinistra governa e decide? Ma la differenza tra questi probi governanti che hanno reso la Toscana e l'Emilia-Romagna due regioni dove ogni cittadino europeo vorrebbe risiedere, e l'armata brancaleone del Berlusca, la differenza dov'è andata a finire?
O tempora o mores, sunt lacrimae rerum, Cartago delenda est...
"Salve, siamo i Fluidi Rosa, un gruppo con oramai circa quasi più o meno un duetre anni di gavetta per le principali feste dell'Unità e sagre della torta fritta di Parma e provincia.
La nostra formazione è la seguente:
Ruggero Acque di Mesagne (anche se lui dice di Milano) basso, voce e allucinazioni di tutti e cinque i sensi;
Isidoro Baretti di Parma zona Montanara, chitarre con ogni ordine e grado di corde e con o senza plettro;
Riccardo Scrivaddestra di Parma zona Crocetta, tastiere elettroniche, elettriche, acustiche e di Olivetti Lettera 35;
Nicola Masoni di Parma zona Oltretorrente, percussioni date e subite, e non è mai lui il primo che lascia lì.
Il nostro repertorio si compone di brani originali, beh sì insomma qualcuno sembra un po' scopiazzato ma tanto si sa che le note sono sette, facciam pure dodici se contiamo i diesis, i principali di cui la quale sarebbero:
"Nuetor e lì lòr"
"Fa miga al cojò con cl'ascia lì Eugenio"
"Am pias'riss ch'at fiss chi"
"L'etra fazza d'la luna"
"Confortevolment fora'd testa"
"N'etor mattò in't al mùr".
Abbiamo sentito che giù nel Lazio son dietro a far dei film a 500 euro, beh noi non è che ci vogliamo dare delle arie ma se ci salta lo spriccio mettiam su un evento multimediale a costo zero.
Sappiamo che questo blog non lo legge nessuno, ma da una qualche parte tocca pure di cominciare a far della promozione, quindi avremmo pensato a te. Ci puoi mettere una parola buona?"
ROMA - Vivissimo scandalo tra i baraccati irpini e i residenti abusivi di Via Nicolò Carosio di Palermo per la gravissima ingiustizia subita dal rampollo del jet-set Christhoff Hoenlohe, trattato come un qualsiasi sottoproletario andino e lasciato morire in una prigione thailandese. Christhoff era figlio della principessa-starlet Ira Furstenberg e imparentato con i Kennedy italiani, vulgo Agnelli, che non riuscendo più a imitare i loro omologhi statunitensi nella gestione del potere si arrabattano ad imitarli nella seconda caratteristica comune, le tragedie familiari. L'eterno ragazzo, look post-hippy su struttura anatomica da bancario di Busto Arsizio, ha falsificato con un pennarello Stabilo-Boss i visti sul suo passaporto perchè, seccato da una dieta che gli precludeva ostriche, caviale, champagne e Camambert, voleva tornarsene in Europa e rimettere su i 6 etti che aveva perso.
Christhoff, oltre ad aver sviluppato una pericolosa asma a causa delle difficoltà nel pronunciare il suo nome ai posti di frontiera, era debilitato dalla dieta: "Aveva deciso di andare a dimagrire in Thailandia in un centro specializzato - ha raccontato un suo parente - aveva seguito un regime severo per 15 giorni, forse, visto che era ingrassato, soffriva di qualche disfunzione metabolica.". Sollevazione popolare nel Gennargentu tra i pastori da secoli costretti a una dieta di cicoria e pecorino andato a male (quello riuscito bene finisce a 40 euro al chilo sui banchi della Coop) e che quindi ben sanno che gli effetti di una alimentazione ipocalorica possono indurre giovani fragili a momenti di marasma emotivo in cui si falsificano documenti e si racconta ai doganieri thailandesi "Oui, je suis Michel Platini".
Dedico questo post a S. M. di Parma, un vero sottoproletario disperato ma pieno di umanità, morto suicida nel carcere di Via Burla, dimenticato da tutti, qualche anno fa. Che la terra ti sia lieve...
A sud di Tortolì, il paese di Barisardo, come il vicino centro di Cardedu, sorge a pochissima distanza dal mare. Lungo l'immediata costa, si trovano la Marina di Bari, agglomerato turistico dove si distende la bella spiaggia di Bari formata da piccoli ciottoli coloratissimi e dominata dall'omonima torre seicentesca. Proseguendo verso sud, è l'ampia spiaggia Tramalitza che si estende fino al Comune di Cardedu, a cui segue la spiaggia di Sa Perda Pera e la Marina di Gairo. Sempre verso sud l'itinerario porta alla visita di bellissime calette di granito rosa, dominate dal Monte Cartucceddu (598 m.) e alle fitte distese del Monte Ferru di Tertenia e del promontorio di Capo d'Asta, affacciato sull'omonima spiaggia già comune di Gairo. Dopo aver superato le propaggini del Monte Ferru, si arriva alla Valle del Rio Gattiu, un modesto fiumiciattolo che sfocia nella spiaggia di Coccorrocci, uno dei luoghi più belli e affascinanti della Sardegna formata da ciottoli colorati e perfettamente levigati nel tempo dalle acque del mare.
In questi tempi in cui per qualche dollaro in più si venderebbero anche i familiari più stretti, si baratterebbe la propria integrità morale, ci si presterebbe ai più turpi equilibrismi sul filo sottile del compromesso, esiste anche qualcuno (il sig. Angelo Giuseppe Piroddi) che rinuncia ad una ricca eredità e rifiuta qualcosa come 2 milioni e mezzo di euro con lo stesso sdegno con cui una persona sana di mente rifiuterebbe un CD di Gigi d'Alessio.
Interessante anche la ridda di notizie (o tutte incongruamente vere, o tutte false e tendenziose) secondo le quali Piroddi farebbe il lavapiatti, no ci correggiamo fa il cameriere, anzi no ci dicono che è un impiegato. Vive a Reading ma lavora a Londra. No, vive a Londra e lavora a Reading. No, vive a Cheltenham e tutte le mattine prende lo space shuttle per fare l'assistente alla betoniera a Hong Kong. No no no, non si è mai mosso da Barisardo e a Reading ha mandato un manichino con le sue sembianze, ma gli inglesi non si sono mai accorti della differenza.
E ancora, "Mia madre mi ha rovinato la vita. Non voglio i suoi soldi", preferisco restare povero" fa sapere da Reading. Anzi no, Giuseppe Piroddi è milionario ma non lo sa. Anzi, potrebbe non saperlo mai e continuare a vivere la sua vita. Ma informatevi meglio, Giuseppe Piroddi ha già incassato l'eredità ed ha comprato la Nuorese per portarla entro due anni in serie A ed entro tre alla bancarotta fraudolenta.
Aiò, lo vogliamo lasciare un po' in pace questo meraviglioso straordinario esemplare della nobilissima e bastonatissima gente della Sardegna?
Sono già state riarrestate quattro delle sei persone che nei giorni scorsi erano state scarcerate a Brescia per un'errata applicazione del provvedimento di indulto. A finire in manette, anche due stranieri. I sei detenuti che hanno usufruito di uno sconto di pena non corretta si trovavano in carcere per motivi diversi. In particolare, quattro hanno commesso reati sessuali, uno era in carcere per spaccio di stupefacenti e un altro per sequestro di persona.
Continuano intanto le ricerche da parte delle forze dell'ordine per trovare gli altri due ex detenuti che dovranno far ritorno in carcere.
Ora, se mi ero appassionato alle vicende dei miei amici del collettivo Amanda Flor che con 500 euro fanno un film, mandano una trepidante letterina ai responsabili della Mostra del Cinema e vengono invitati a Venezia come "evento speciale" (tipo invasione aliena o drastico calo di peso di Giuliano Ferrara), qui la mia sete di chiarimenti e retroscena assume caratteri ai limiti estremo dell'ossessionante.
La legge prevede che:
"Per l'applicazione dell'indulto è competente il giudice dell'esecuzione, il quale procede senza formalità... ecc. ecc.".
Carissimo il mio procedere senza formalità, qui apparentemente siamo andati nel casual assoluto. Forse il giudice per l'esecuzione ha appeso i ritratti di un certo numero di detenuti alle pareti del soggiorno ed ha tirato sei freccette dopo una robusta ingestione di Biere du Demon.
O forse ha effettuato una seduta spiritica con lo spirito di Giovanni Paolo II, ispiratore del provvedimento di clemenza secondo quanto dice Clemente Mastella (and Mastella sure is a honorable man, direbbe il suo conterraneo Guglielmo Scotilanza), che gli ha consigliato chi scarcerare e chi lasciare al fresco.
Fra l'altro la legge è di facile ed agevole lettura, non è di quelle pappardelle interminabili redatte in un italiano a metà strada fra aulicismi desueti e italiota postmoderno, chi non ci crede può verificare su www.cittadinolex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=43715&idCat=120a.
Ci poteva essere qualche dubbio sui reati connessi allo spaccio perchè lì la legge fa dei distinguo fra aventi diritto (es. tossicodipendenti piccoli spacciatori) e non aventi diritto, ma per reati sessuali e sequestro di persona dubbi non ce ne dovrebbero essere.
A volte ci si imbatte in giudici pignoli che applicano cavillosamente la legge senza metterci un minimo di buon senso. Ci si può incazzare, se la cosa riguarda sè stessi o un proprio congiunto, amico, conoscente. Ma alla fine si conclude "dura lex, sed lex" e si plaude alla dirittura morale e alla professionalità del giudice. O almeno si dovrebbe...
Ma quando ci si imbatte nell'estremo opposto, in giudici che applicano la legge a spanne, a un tanto al chilo, applicando le regole ricordo di una lontana infanzia del "liberi tutti", che dire e che pensare?
Poi la mia galoppante fantasia cerca di immaginare la notifica della scarcerazione ai sei interessati. Cattivacci sleali, come mai nessuno dei sei ha gridato "No, lasciatemi... Ci dev'essere un errore, controllate meglio..." come sicuramente avrebbero fatto se l'errore fosse venuto a loro danno? Perchè non imparano da Moggi, che più volte stigmatizzò anche pubblicamente la tendenza degli arbitri a dare rigori alla Juventus per falli a centrocampo?
Adesso, dicono le cronache, prosegue la "caccia all'uomo" per riassicurare alle patrie galere l'ultimo latitante.
Secondo il Moloch Totale e Assoluto, leggi blog di Joe Cricket, alias Beppe Grillo, l'Aidaa, www.aidaa.net, associazione in difesa degli animali e dell'ambiente, ha presentato un esposto alla Procura di Milano e all'Asl. Secondo l'esposto, clienti superesclusivi sceglievano cuccioli di San Bernardo vivi ospitati nelle cucine di ristoranti milanesi. E, dopo l'abbattimento fatto in loro presenza, (perchè fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio) se ne cibavano golosamente. Sembra infatti che la carne del San Bernardo sia ottima. A parte veniva servito come digestivo ai clienti abituali il liquore contenuto nel tradizionale barilotto. Il San Bernardo doc potrà risollevare la nostra bilancia dei pagamenti verso la Cina. Qualche tonnellata di bistecche di San Bernardo al mese nel lontano oriente e si torna in attivo. Le associazioni animaliste hanno poco da indignarsi. La carne è debole e quella dei cucciolotti di San Bernardo è molto tenera.
Svariate le reazioni della sterminata tribù dei grillomani: parecchi chiamano in causa le convenzioni culturali sostenendo che un cucciolo di San Bernardo non fa più pena di un agnellino da latte.
Ecco la mia personale opinione:
Direi che l'orrore all'idea di mangiare un cane ha una valenza assolutamente e squisitamente (scusate l'involontario doppio senso) psicologica: è vero, alimentarsi con una carne piuttosto che con un'altra può discendere da convenzioni del tutto soggettive, basate sul consenso culturale di un gruppo più o meno grande. Nella società ellenica l'omosessualità era considerata un comportamento nobile e rispettabile, oggi (AIDS aiutando) l'omosessualità è guardata con un certo sospetto, nell'Inghilterra vittoriana portava in carcere (vedi Oscar Wilde). Nei ristoranti cinesi abbiamo imparato a trovare commestibili alghe e meduse, a digerire accostamenti di dolce e salato che vent'anni fa avrebbero fatto vomitare tutti. Insomma... I confini delle convenzioni su cosa mangiare, dove infilare i propri organi riproduttivi per procurarsi un sano piacere etc etc etc, tendono a fluttuare nel tempo e nelle ere storiche.
Però... Però il cane è l'animale più vicino all'uomo sul piano affettivo-relazionale (molto più del gatto che fondamentalmente ci schifa e ci sfrutta), accetta qualunque sacrificio il padrone gli imponga, quando il padrone arriva a casa rischia ogni sera la vita sbatacchiando contro pareti e mobili per piantargli una zampa sul plesso solare e una slinguazzata sulla permanente nuova (se trattasi di padrone donna o di uomo molto trendy), uggiola rassegnato quando un cucciolo di uomo che occupa inopinatamente i suoi spazi gli fa ogni sorta di angheria.... Mangeremmo nostra moglie, che probabilmente ci è molto meno fedele del nostro cane?
E ci risiamo... Ogni tanto il rock fa scandalo, o lo scandalo fa tanto ma tanto rock. Ora, tra il rock propriamente inteso e Madonna Ciccone c'è la stessa differenza che intercorre fra la politica e Silvio Berlusconi, ma tant'è...
Uno dei correlati dell'entropia socio-culturale è che chiunque può autodichiararsi appartenente ad una categoria, e se troverà un numero di seguaci pronti a sbraiare "Sì sì sì, è vero...", voilà, egli farà parte di quella categoria anche se, direbbe il buon Di Pietro, "non ci azzecca niente...".
La signora Maria Luisa Ciccone fa l'italiana senza esserlo di fatto più, fa la cattolica senza esserlo forse mai stata, fa la rocker ma una qualsiasi Gianna Nannini ha più rock nella punta del naso che lei presa nel suo insieme.
Il suo repertorio è pieno di orecchiabili motivetti a metà strada fra Rita Pavone e Caterina Caselli, ma la sua indubitabile abilità (che vale a volte il prezzo del biglietto) è di saperli cantare dal vivo con vocina aggraziata senza la minima ombra d'affanno ballando zompando e agitandosi come Linda Blair in pieno esorcismo.
Se dovesse fare un recital sobrio e spartano, che so io, in stile Joni Mitchell o Carole King, al di là del fatto che le suddette sono musiciste e compositrici coi contro coglioni, credo che avrebbe picchi di affluenza di pubblico delle dimensioni della popolazione di Monchio delle Corti o Frattaglia Picena (solo capoluoghi senza le frazioni).
Invece, l'attesa mediatica che da sempre ella sa creare, l'apparato scenico in bilico fra Disneyland e Guerre Stellari, stuoli di ballerine e ballerini, "fumi e raggi laser", creano un contenitore goloso e ingannevole che maschera l'assoluta impalpabilità del contenuto.
Pare che nella città santa della cristianità Madonna voglia apparire utilizzando una croce a mo' di scalone trionfale à la Wanda Osiris.
Certo che i Cristiani sono un po' più spiritosi dei cugini islamici, con i quali Mrs. Ciccone si è sempre ben guardata dallo scherzare. Epperò, tutto il mondo cattolico è entrato in fibrillazione, o almeno così è sembrato.
Morale della favola: tanta pubblicità gratis per la attempata sedicente ed ormai poco seducente pop-star, e tanta pubblicità per una miriade di presenzialisti dei media che in queste cose ci inzuppano non la brioche ma una crostata di prugne intera. E felicità di molti giornalisti che, nel relativo vuoto di notizie della stagione estiva, temevano di non trovare abbastanza notizie per riempire le loro irrinunciabili testate.
Ripubblico nella categoria "Antologia" un mio commento ad un post di Jacopo Fo dell'estate scorsa. L'argomento è scottante, come mio costume lo affronto in bilico tra serietà e ironia, cercando nei limiti del possibile di stare lontano dalle banalità generiche e dal sano buon senso di campagna. Riuscendoci??? Mah.....
P.S. Già allora nominavo l'entropia. Pensa te...
Tampa, Stati Uniti. Debra Lafave, 24 anni, insegnante di scuola media inferiore, bellissima, rischia parecchi anni di carcere per aver fatto sesso con un suo allievo quattordicenne. Ora mi chiedo se in questo caso ci sia stata violenza. Cioè il ragazzo era consenziente. Molto consenziente. E probabilmente ha toccato il settimo cielo e oltre... Ora io so che non è politically correct (ocomecavolosiscrive) però, insomma... In certi casi si dovrebbe fare uno strappo alla regola. By Jacopo Fo at 22 Lug 2005 - 23:33
Pochi giri di parole: ricevere una risposta ufficiale e dettagliata da uno degli ideatori del film "La rieducazione", di cui ho tanto a lungo parlato, mi ha provocato un piacere direi quasi fisico.
Piacere però, ahimè, quasi immediatamente velato, venato, offuscato, affastellato (fate voi...) dal dubbio che Alex, l'autore della risposta in questione, non avesse colto il tono assolutamente affettuoso (bastava controllare la categoria in cui il post era stato inserito, quella delle "affettuose e bonarie invettive") ed avesse scambiato le mie ironiche e paradossali provocazioni per un pensiero serio arcigno e cattivello.
Mi ha fatto piacere avere ulteriori ragguagli su come un manipolo di audaci con il suo romantico pedalò possa riuscire se non a sfidare (essendo fuori concorso) almeno a navigare insieme alle portaerei delle megaproduzioni multinazionali con budget dai due milioni di euro in su. Biscardianamente, il mio misero blog ha fatto un bello sgùb....
Questo gruppo di audaci (di volta in volta definiti con affettuosissima ironia "audaci ragazzotti dell'hinterland capitolino", "stralunati compaesani" dei guidoniani coinvolti nella loro epopea filmica), mi ricorda da vicino quello che trent'anni fa faceva capo a Nanni Moretti e che dopo l'amatoriale "Come parli, frate?" e il semiufficiale "Io sono un autarchico", costato la miseria di 3 milioni nel 1976 ma con le tecnologie costosissime del 1976, era esploso in tutto il suo splendore con quella chicca che risponde al nome di "Ecce Bombo", salvo eccepire su come il cannibalesco Moretti si era assunto il merito pieno e totale dell'operazione, ma questo è un altro discorso.
I dubbi espressi sul budget (come 500 euro? Ma se la più economica delle videocamere ne costa 750? L'avete presa dar Monnezza a Porta Portese?) e, con citazione villaggesca, sullo spessore artistico del film (che ho comunque provveduto ad espungere per evitare equivoci e malumori che è lungi da me voler provocare) non erano altro che figure retoriche per ornare formalmente il post: è del poeta il fin la meraviglia, chi non sa far stupir vada alla striglia, come diceva, credo, il poeta seicentesco Giovanbattista Marino (e se ho sbagliato la citazione alla striglia ci vado io...).
Ad Alex voglio anche dire che, con gli squallidi luoghi comuni di un giornalista di Repubblica che ha definito Parma "l'Aspromonte del Nord" o con la volgarità evidenziata in una sua lettera aperta dal Presidente della RAI, la mia ironia non era assolutamente affettuosa e la mia penna era intinta nel veleno, non nel Cointreau come per voi.
Se qualcuno di Amanda Flor vuole ancora farsi vivo, lo faccia. E quando passo da Roma vi vengo a trovare. Mi raccomando, rigatoni co la pajata (che io mangio e gusto pur sapendo benissimo di cosa si tratta), abbacchio a scottadito, coda a la vaccinara e vino de li Castelli; io porterò una colossale forma di parmigiano e una dotazione industriale di tortelli d'erbetta.
Hola Luca... sono Alessandro, una parte di Amanda Flor. Ho letto solo il tuo ultimo post. Volevo semplicemente invitarti a conoscere il posto dove vivo, gli amici della mia famiglia, gli amici di me medesimo. Una volta per tutte voglio chiarire come abbiamo mandato il film a Venezia. Su un opuscolo di un giornale che tratta di concorsi x videomaker abbiamo trovato l'indirizzo del festival in questione. Un tipo che ha insegnato post-produzione audio in un corso entry-level a Guidonia mi ha detto che il film (dopo averlo ovviamente visto) sarebbe potuto arrivare fino a Venezia. Dopo una mia reazione piuttosto incredula, ha insistito dicendo: beh, provaci comunque e vedrai. Sottolineo come lui stesso non sia stato preso un paio di anni fa. Quindi non è esattamente una persona che può RACCOMANDARCI. Dopodiché ho preso una busta, ho scritto l'indirizzo e ho inviato il tutto, scrivendo sopra "per uso culturale". Questo materiale è arrivato nelle mani di alcune persone che, fra centinaia di film, lo hanno ritenuto sufficientemente compiuto e valido per essere inserito in cartellone. Abbiamo instaurato dei rapporti con queste persone che hanno dimostrato di aver profondamente capito, apprezzato il film. è ovvio che qualcuno possa sollevare dubbi sul percorso che ci ha portato lì, ma, x quanto te ne possa fregare, ti assicuro che è andata così. Forse hanno scelto il nostro film perché c'è una storia profondamente verosimile, perché può essere considerato figlio di quella cinematografia che era propria dell'Italia prima dello sfacelo, magari perché è girato con un rigore e con una dose di autocritica tali da nascondere le carenze accademiche. Forse proprio perché abbiamo saputo dimostrare di aver imparato e assimilato il linguaggio cinematografico sul campo. Tra l'altro Villanova non è stata sconvolta dalle nostre "eroiche" gesta. La città continuava a scorrere tranquilla, e questo da anche un certo valore etnografico al nostro lavoro. Se fossimo stati raccomandati (o raccomannati, a Roma) non avremmo avuto problemi a racimolare i soldi x il passaggio in pellicola. Visto che il nostro lavoro è in digitale non siamo in concorso. Oppure pensi che è una mossa studiata per fare i finti poveri? Calcola solo che, dopo aver scritto questo commento devo tornare al lavoro per non so quante ore, xké se non consegno un lavoro entro domenica x tutto agosto sto con quindici euro in tasca. Se questo vuol dire essere raccomandati... Cmq, guarda il film e, se ti va, vieni a conoscerci.
Ho uno sfizio da sempre, solo che adesso posso farlo fluttuare liberamente nel cyberspazio ammorbando incolpevoli e inconsapevoli potenziali fruitori, ed è quello di inseguire quelle "notiziole del tardo pomeriggio" che tendono a scomparire tra i conflitti in Terra Santa, le rivolte di taxisti e farmacisti, gli inciuci parlamentari, la scomparsa della Juventus, l'ombelico di Ilary Blasi e le fulminanti battute di Teo Mammuccari.
Questo manipolo di audaci ragazzotti dell'hinterland capitolino che con sprezzo del pericolo e sovrumana creatività ha o hanno (a seconda che si voglia concordare il verbo con "manipolo" o "ragazzotti") realizzato un film spendendo solo 500 euro sta o stanno (vedi sopra) stuzzicando la mia patologica fantasia da un paio di settimane e sono stati al centro di ben tre posts (con la esse, son più d'uno...) oltre al presente, che sarebbe il quarto. Verso di loro ho alternato una condiscendente simpatia ad una più sferzante verve polemica quando mi sono chiesto in sostanza "Va bene, ma perchè questi cineasti sono stati invitati a Venezia? Perchè proprio loro? Attraverso quali strani itinerari?". La meraviglia e il compiacimento per l'ingegno italico lasciano dopo un po' il posto a sentimenti meno nobili di lieve fastidio immaginando malignamente favoritismi e raccomandazioni in virtù magari di qualche parente più o meno stretto che lavorando al Ministero può mettere la parolina giusta con la persona giusta al momento giusto.
Vediamo cosa dicono i giornali
Uno degli autori dichiara "Quando ho sentito parlare di Venezia mi sono ricordato di una pagina di Topolino che avevo letto a 14 anni: c'erano Paperoga, Gastone e Paperino che avevano fatto un film, abbastanza scadente, ma arrivavano al festival del cinema. A quel punto ho pensato se ci sono riusciti loro possiamo farcela anche noi".
Dopo di che che cosa è successo? E se fossi Beppe Grillo live on stage nel dire ciò mi aggirerei nervosamente tra il pubblico magari prendendo un malcapitato delle prime file per il colletto.
Ma sono solo Luca Rinaldoni live on his blog con n. 1 anima buona che ogni tanto lascia un commento, quindi parlando con me stesso mi chiedo: Cosa hanno fatto a quel punto? Hanno mandato una raccomandata con avviso di ricevimento alla Segreteria Permanente ed Assoluta della Mostra del Cinema di Venezia? E se sì, con quale stile:
finto colloquiale del tipo "Siamo un gruppo di cinefili della provincia di Roma (segue lungo curriculum semi-taroccato e referenze quasi totalmente millantate) e ci piacerebbe dare il nostro contributo di giovani artisti alla crescita del cinema italiano blablabla...."???
similburocratico del tipo "Avendo avuto notizia nonchè ufficioso riscontro dell'esistenza di una possibilità di iscrivere la ns. opera "La Rieducazione" a codesto spettabile Festival, con la presente si esprime brubrubru..."???
alternativo a tutti i costi del tipo "Vecchie bagascione rifatte, sepolcri imbiancati di un cinema che si autocelebra il funerale, patti chiari amicizia lunga: abbiamo una sfilza di vostri segreti e nefandezze che metà basta, quindi se non ci prendete il nostro filmazzo addirittura come "Evento speciale", 'a rieducazzione v'a famo noantri mavvedidannattene.it..."????
...e hanno cominciato a girare per le strade di Villanova di Guidonia - provincia, anzi "periferia" di Roma (così la vedono) - mossi dalla voglia di filmare pezzi di vita concreta, quotidiana. Domanda fatidica: qualcuno ha filmato un "fuorionda-dietrolequinte" coi pittoreschi commenti all'amatriciana della popolazione la cui tranquilla vita è stata forse stravolta e compromessa per sempre dagli estri postneorealistici dei propri stralunati compaesani?
"La cosa che è piaciuta e ha fatto notizia - sottolinea Daniele Guerrini - è che abbiamo realizzato il film con 500 euro, ma non l'abbiamo fatto per essere più originali. È stato semplicemente quanto avevamo a disposizione". Altra fatidica domanda: sicuramente il film avrà uno spessore artistico (una volta riversato su pellicola e messo a disposizione del colto e dell'inclita, urbi et orbi, ite missa est) talmente alto da zittire squallide malignità come quella che sto per esprimere, ma siamo sicuri sicuri sicuri che non ci siano in giro altri film altrettanto poveri e meritevoli di assurgere alle sacre cronache dell'Informazione di Stato?
Parlare di Israele è sempre complicatissimo: il popolo ebraico è stato per secoli vittima di spregevoli discriminazioni etniche, gravato sotto l'anacronistica e medievale accusa di "deicidio" (in realtà i sacerdoti ebraici avevano sagacemente lasciato fare tutto ai più sbrigativi e decisionisti romani), ha probabilmente anche scontato l'anomala corrispondenza biunivoca fra razza e religione (corrispondenza biunivoca mai esistita per il cristianesimo e ormai cancellata per l'Islam). Credo che sia giusto continuare a sdegnarsi per quello che il popolo ebraico ha subito nel corso dei secoli; ma che sia altrettanto giusto dissociarsi con altrettanto sdegno e fermezza da quello che i falchi di Israele hanno fatto in questi ultimi 50 anni abbondanti, come di fatto fanno anche una fetta significativa degli ebrei israeliti, che credo si vergognino del loro governo, come quasi tutta la popolazione statunitense urbana e con un livello appena accettabile di cultura storica fa una fatica bestiale a sentirsi rappresentata da Bush.
Purtroppo, può sembrare una semplificazione un po' ottusa ma non credo lo sia, tra gli orrori dell'Olocausto e la creazione dello Stato di Israele c'è un nesso piuttosto trasparente per cui la seconda è una tardiva, goffa e imbarazzata riparazione, da parte dell'Occidente ipocrita e opportunista, ai primi. Non solo un atto di arroganza verso i palestinesi che si trovano in una posizione simile a quella dei pellerossa contro i pionieri europei, ma anche un atto di superficiale noncuranza verso gli israeliani stessi: "Avrete la Terra Promessa ma dovrete pagarla con sangue e lacrime, subendo nel tempo la stessa riprovazione che subirono decenni prima i vostri persecutori.". Sofocle non avrebbe saputo inventare una trama più atroce....
Attraverso i capovolgimenti di Juri Camisasca e l'amaro aforisma di Bertolt Brecht, ho cercato di far capire che a volte può essere importante e significativo cercare di capovolgere i dettami del senso comune e/o le certezze acquisite della "nostra stanca civiltà" che ti chiede di "esserle contro od ingoiarla" (tertium non datur).
Elogio dell'entropia non significa che questo andare verso il disordine e la dissoluzione sia una bella cosa: ma io sto con Jung (che sosteneva che ognuno deve riconoscere il suo tipo di struttura psichica e valorizzarla) piuttosto che con Freud (che immaginava un funzionamento psichico "ottimale", maturo e consapevole, e concepiva l'Inconscio come un armadio pieno di terribili scheletri piuttosto che come la nostra più profonda fonte di saggezza e ricchezza interiore).
Globalmente, come civiltà occidentale nel suo insieme, dobbiamo renderci conto che stiamo affondando: come sul Titanic, l'orchestra continua allegramente a suonare; come nella Roma imperiale che stava per essere schienata dai Barbari, gli spettacoli del Colosseo sono sempre più complessi e raffinati ma anche sempre più falsi (i gladiatori più famosi non possono essere sbranati dal primo leone appena arrivato dalla Numidia, cribbio!!). Guardiamo allora con divertita curiosità questo disfacimento planetario. Rispetto all'ottimismo vitalistico degli anni 60 e dei primi 70, oggi c'è l'attonita coscienza che il cittadino comune può farci ben poco. Una volta si chiamava qualunquismo; poi l'hanno ribattezzato riflusso o "rifugiarsi nel privato": oggi la chiamerei consapevolezza che il sistema-Umanità è fuori controllo.
E questo lo dico dall'interno della Babilonia virtuale del 2000: Babilonia, la mitica città dove convivevano i più grandi saggi e i più atroci figli di puttana, gli artisti più creativi e gli imbroglioni più fantasiosi (e talvolta era una bella impresa distinguere tra gli uni e gli altri), sesso e spiritualità, cultura e ignoranza, religione e materialismo. Come in questa nostra torrida torrenziale turgida megalopoli della comunicazione e dell'inganno, dell'informazione e della mistificazione, dei milioni di dati e della progressiva perdita del significato....
"...dato che tutti gli altri posti erano gia' occupati, ci siamo seduti dalla parte del torto".
Bertold Brecht nasce nel 1898 ad Augsburg (Baviera) da famiglia benestante. Compie a Monaco le prime esperienze teatrali, esibendosi come autore-attore: il suo esordio è fortemente influenzato dall'Espressionismo. Presto aderisce al marxismo e sviluppa la teoria del "teatro epico" secondo cui lo spettatore non deve immedesimarsi durante la rappresentazione, ma deve cercare di mantenere una distanza critica, allo scopo di riflettere su quello che vede in scena. Da parte dell'autore, invece, canzoni, elementi parodistici e una sceneggiatura molto ben studiata devono essere utilizzate per creare un effetto di straniamento, un distacco critico.
Nel 1928 raggiunge un grande successo con la rappresentazione della ''Opera da tre soldi'', rifacimento del celebre dramma popolare inglese del '700 di J. Gay (la cosiddetta "Beggar's Opera"). I personaggi principali sono il re dei mendicanti che ne organizza il "lavoro" come un affare qualsiasi (e da cui ricava notevoli compensi), il criminale senza scrupoli Mackie Messer, che in fondo è un esempio di rispettabilità borghese, e il capo di polizia, un tipo marcio e corrotto.
Brecht inscena qui una rappresentazione spettacolare, ricca di colpi di scena, con bellissime e graffianti canzoni e ballate scritte da Kurt Weill (che diventeranno tra le più celebri della sua eclettica produzione di compositore). In quest'opera, la differenza tra persone rispettabili e malviventi sparisce del tutto, i soldi rendono tutti uguali, cioè corrotti.
Nel 1933, quando sale al potere il nazismo, è costretto a lasciare la Germania. (e uno)
Peregrina per 15 anni attraverso molti paesi ma dopo il 1941 si stabilisce negli Stati Uniti. Alla fine del conflitto mondiale, diventato sospetto alle autorità americane per le sue polemiche politiche e sociali, lascia gli Stati Uniti (e due) e si trasferisce nella Repubblica Democratica Tedesca, a Berlino, dove fonda la compagnia teatrale del ''Berliner Ensemble'', tentativo concreto di realizzare le sue idee. In seguito, l'"ensemble" diventerà una delle più affermate compagnie teatrali. Nonostante le sue convinzioni, comunque, è spesso in contrasto con le autorità della Germania dell'est. (e tre) (Forse perchè Marx sta al socialismo reale come Cristo al cristianesimo? Può darsi, può darsi....).
Muore a Berlino nel 1956.
Viene rifiutato dal paradiso cristiano, cacciato e sbeffeggiato da quello islamico, è tuttora in lista d'attesa per una reincarnazione come ornitorinco (e quattro!!!)
Parafrasi dell'articolo uscito sulla "Repubblica" per evitare fastidi coi diritti d'autore....
"Cribbio, ma quanto è che non mi divertivo così. ", esulta il famoso industriale padano col complesso del giocattolo, redivivo da un film di Lando Buzzanca ed ospite a sorpresa, sabato sera, del Billionaire, tanto che Briatore seguiva il suo hobby segreto, le corse in macchina e così non gli poteva rubare la scena.
Dopo aver fatto il ballerino maghrebino, il cantante confidenziale, il fine intenditore di calcio convinto che si marchi ancora a uomo (vedi diatriba con La Mummia Friulana sul trattamento da riservare a Zizou agli Europei 2000, allora Materazzi era fuori rosa....) il padano geneticamente più malriuscito della storia dell'umanità si concede dopo dodici anni la prima nottata di svago assoluto: un prodigioso e plateale bagno di folla nello scenario invero ormai un po' retrò della Costa Smeralda, dove comunque lo champagne scorre a fiumi e il caviale viene servito con maxi-cucchiai.
Al tavolo dell'uomo del destino una Corte del Miracolo Italiano, fra cui un anchor-man (trad. uomo-ancòra che col picchio che se ne va) di una rete che non ne vuol sapere di farsi un giro panoramico sul satellite, e un ultraquarantenne con modi da enfant prodige in tenuta da prima comunione o secondo matrimonio, ma più abbattuto del solito, e alcune giovani donne del tipo decorativo, da rotocalco, ma per ora sconosciute.
Pienone di vip del tipo "Fatece largo che passamo noi", o più letterariamente "Fatti in là, vile meccanico.". Al tavolo accanto playboy con l'hobby dell'imprenditoria, figli unici che hanno cominciato con innocenti partite a Monopoli e poi si sa come sono andati a finire, e, al piano di sopra, nel settore più chic, industriali del ramo pastasciutta con camicia fantasia pomodoro-basilico, flautisti lanciati da vecchi tenori sul mercato sottostante, e ad un tavolo sapientemente appartato ("Mi notano di più se mi metto in disparte o se non vado del tutto?"!) un coacervo di rughe, liftings implosi, vani sforzi di chirurghi estetici e forse neurochirurghi in cui qualcuno ha creduto di riconoscere una contessa ignota ai più.
Il Drago della Bassa Brianza è in forma smagliante. Chioma leonina con riflessi blu cobalto che possono acciecare gli incauti osservatori, abbigliamento casual-chic o tamarro-snob o coatto der quartierino, fa il suo ingresso a sorpresa all'ora delle streghe (e te pareva....) . Distribuisce sorrisi e gira financo tra i tavoli come si suol fare alle cerimonie nuziali a Macherio o Cinisello Balsamo.
A chi gli chiede malignamente se c'è la mano del chirurgo, l'Insalata Mista (da quanto è Unto dal Signore) fa sdegnosamente spallucce e risponde "Ma che chirurgo, che ho paura anche a farmi un'intramuscolo... Sono l'unico uomo che si rigenera come le salamandre o l'araba fenice. Mi bastano due giorni di riposo e torno indietro di quindici anni, t'è capì Carugati?". Come ai vecchi tempi, quando beltà splendea negli occhi suoi ridenti e fuggitivi...
Qualcuno coglie la palla al balzo e osserva amorevolmente che se si concedesse una vacanza più lunga potrebbe tornare beatamente bambino e riprendere a far copiare compiti a 5 euro al colpo (sì, originariamente erano 50 lire ma si sa, tutto aumenta....),
Scegliendo con cura le parole e con un sobrio stile preso dal parlare quotidiano, l'aspirante Papa risponde:
"Non possum me ritirare a politico scenario, non possum nec volo. Medium italianorum me abhorret, sed alium medium, qui mihi dedit votum, me amat ad folliam et ultra. Hic manebimus optime."
Juri Camisasca, si trattava di Juri Camisasca, l'autore della bellissima "Nomadi" incisa alla fine degli anni 80 da Franco Battiato.
Nato a Melegnano (Milano), Roberto "Juri" Camisasca irrompe nel mondo discografico italiano nel 1975 con un album anomalo e surreale, LA FINESTRA DENTRO, prodotto da Franco Battiato e Pino Massara e pubblicato dalla BLA BLA. Il disco riceve critiche attente ed entusiastiche, e nonostante sia un'opera giovanile lascia trasparire l'intensità espressiva e la sensibilità musicale dell'artista, nonché il disagio e l'irrequietezza di un'epoca. Oggi LA FINESTRA DENTRO è annoverato tra gli episodi più interessanti del prog italiano.
Non mi interessa molto parlare di Negramaro, Povia, Fabrifibra, Mondo Marcio e compagnia cantante.
Ma ogni tanto è bello tirare fuori dalla memoria squarci di un remoto passato. Negli anni 70 molti testi di normali canzoni, magari non proprio da Superclassifica Show (che forse allora neppure esisteva) ma comunque di dominio comune, dopo il lineare dogmatismo del beat anni 60, saccheggiavano ora dalle quartine dell'Ariosto (Banco del Mutuo Soccorso), ora dai testi di Hegel (Rovescio della Medaglia), ora da Aldous Huxley (il primo Battiato). E poi ogni tanto arrivavano geni misconosciuti e incompresi come il nostro Camisasca, che passava con disinvoltura da echi danteschi a eleganti citazioni della "Metamorfosi" di Kafka (vedi nuovo cadeau alla fine del post, leggere per credere) a incubi vagamente swiftiani.
Il passaggio dall'LSD alla cannabis come presunto coadiuvante del talento artistico stava dando i suoi frutti.
P.S. Questi sono gli articoli che su Wikipedia mi vengono inesorabilmente bocciati. Vai a capire perchè...
Francesco Caruso e Silvio Berlusconi uniti nel voto...
Entrambi in Parlamento hanno votato a favore dell'indulto.
Certo che detto così fa impressione. Chi dovesse non conoscere bene i due parlamentari, e stentasse così ad apprezzarne le cosmiche differenze, può accomodarsi poche righe più sotto ed abbeverarsi alle sagaci schede che sono state approntate.
D'altra parte
se l'indulto ha bisogno di una maggioranza dei 2/3 per passare;
se il paese è "spaccato a metà" e probabilmente per i prossimi 18 secoli nessuna delle due compagini potrà vincere il campionato con svariate giornate d'anticipo, anzi ci sarà sempre chi riconterà i voti fino alle elezioni successive;
se, inoltre (last but not least) l'amplificazione mediatica che ha prodotto questa leggiadra politica-spettacolo talora un cincinino urlata ha anche prodotto uno steccato ideologico-opportunistico tra maggioranza ed opposizione che quello degli anni 50 in confronto era un muretto di mattoncini Lego
è immaginabile prevedibile & tollerabile che debbano esserci manovre neanche tanto sotterranee tra le due opposte fazioni (in termini clinici, un terapeuta familiare la definirebbe "collusione" piuttosto che "accordo").
Ci si può scandalizzare, ma purtroppo per mutare questo antipatico status quo ci vorranno generazioni se non ere geologiche.
Francesco Caruso, leader del movimento campano dei no global, ha 32 anni. Nato aBenevento, al termine degli studi liceali si iscrive alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Ateneo di Bologna, ma si laurea presso l'istituto universitario «Orientale» di Napoli. Avvicinatosi al movimento dei centri sociali e dell'antagonismo durante la sua permanenza nel capoluogo emiliano, a Napoli è entrato a far parte di Officina '99, il centro sociale che ha sede in un ex capannone industriale della periferia di Gianturco. Francesco Caruso ha fatto del Laboratorio Okkupato Ska, un edificio abbandonato e occupato nel centro della città accanto alla storica Piazza del Gesù, il punto di riferimento del movimento no-global napoletano a partire dal 2000.
Diventa un personaggio pubblico nel marzo del 2001, durante il Global Forum di Napoli. Solo in seguito agli scontri di piazza del 17 marzo di quell'anno, al centro poi di una inchiesta della magistratura che ha portato all'arresto e alla successiva scarcerazione di agenti e funzionari della polizia partenopea, la rete antagonista di cui era portavoce Caruso si è allargata ad altri centri sociali campani e, in preparazione delle manifestazioni contro il G8 di Genova, è diventata Rete del Sud Ribelle. Francesco Caruso ha anche subito una condanna a pochi mesi dal tribunale di Milano in primo grado per una presunta rapina ai danni di un supermercato al termine di una rissa seguita dopo un corteo alla fine degli anni '90.
Silvio Berlusconi nasce a Milano il 29 settembre del 1936. I compagni lo chiamano Mandrake, come il mago dei fumetti famoso per astuzia e trucchi magici. L'intelligenza inquieta del Berlusconi giovane ha già altro a cui applicarsi: «Faceva i suoi compiti in fretta - ricorda Colombo - e poi aiutava i compagni in cambio di caramelle e monete da 50 lire».
Dopo la maturità, il giovanotto si iscrive a Giurisprudenza; - e nel frattempo trova impiego come rappresentante di aspirapolvere e fotografa matrimoni e funerali. Ma è solo l'inizio: a 21 anni viene assunto da una ditta di costruzioni, e nei mesi estivi si imbarca sulle navi della compagnia Costa: racconta barzellette ai passeggeri, canta motivi confidenziali, si fa accompagnare al piano da Fedele Confalonieri, il suo migliore amico, che lo seguirà nella scalata ai vertici dell'imprenditoria italiana.
La laurea arriva nel 1961. 110 e lode con una tesi sugli aspetti giuridici della pubblicità. Vocazione?
A 25 anni Silvio Berlusconi ha una laurea in tasca e un mondo intero da scalare. Siamo negli Anni '60, boom economico, edilizia in espansione. Berlusconi era giovanissimo, ma pareva nato nellÂ’edilizia e si capiva che avrebbe fatto tanta strada. Si incaricava dei permessi, appaltava i lavori, chiamava i progettisti e diceva: "questa casa la voglio così". E così doveva essere. Uno con le idee chiare, sempre in movimento di qua e di là, bravissimo nel trattare con tutti: autorità, operai, clienti..
C'era una volta una distesa di erba e radi alberi, circondata da fabbriche e annegata nella nebbia per buona parte dell'anno. La distesa stava dalle parti di Segrate, e non aveva nome perché a nessuno era mai venuto in mente di chiamarla in qualche modo. Un giorno capitò da quelle parti un signore ben vestito e sorridente, diede un'occhiata in giro, e decise che avrebbe fatto di quella landa desolata un luogo di sogno. Stava per nascere Milano 2.
Nel 1980 si dedica alla produzione televisiva. Trasforma la tv via cavo di Milano 2 in una televisione nazionale: nascono Canale 5, la sua prima rete televisiva nazionale e Publitalia, la relativa concessionaria di pubblicità. Tutte queste attività fanno capo all'holding Fininvest, fondata nel 1978. Il successo ottenuto con Canale 5 lo spinge anche ad acquistare le reti televisive Italia Uno (da Rusconi nel 1982) e Retequattro (da Mondadori nel 1984) che trasforma in network nazionali.
Nel 1985 un pretore ordina l'oscuramento delle sue tv: ma in suo aiuto interviene Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, che con due decreti autorizza di fatto le trasmissioni televisive private a diffusione nazionale Sempre nello stesso periodo Berlusconi diventa proprietario del settimanale Sorrisi e Canzoni TV. Intanto con la legge Mammì sull'editoria e la tv (1990) Berlusconi è costretto a cedere il Giornale (fondato e diretto per qualche anno da Indro Montanelli) di cui era proprietario dagli anni Settanta. Lo affida al fratello Paolo Berlusconi. Nello stesso periodo in cui cresce sotto il profilo editoriale, il gruppo Fininvest sviluppa una forte presenza anche nel settore delle assicurazioni e della vendita dei prodotti finanziari con le società Mediolanum e Programma Italia. Tutto questo fa sì che all'inizio degli anni Novanta, la Fininvest diventi il secondo gruppo privato italiano con oltre 40 mila dipendenti.
All'inizio degli anni Novanta crolla il sistema tradizionale dei partiti. A gennaio 1994 annuncia la sua "discesa in campo", cioè l'ingresso in politica: fonda Forza Italia, un partito che dal nulla in tre mesi arriva oltre il 20 per cento e vince le elezioni politiche alleato con Alleanza nazionale di Fini, la Lega Nord di Umberto Bossi e il Ccd di Casini e Mastella.
Il resto è storia recente, o "tutto il resto è vita", fate voi.
A volte ci può far bene vedere qual'è la preparazione linguistica, e oserei dire letteraria, dei principali addetti all'Industria Culturale Italiana (una seconda I.C.I., ma tu guarda a volte le coincidenze) supponendo che la RAI ne sia la punta di diamante.
Ricca chiedeva (cliccando si accede alla lettera) e Petruccioli rispondeva:
"Mi scuso per il ritardo rispondo anche se con scarsa fiducia sulla sua disponibilità o il suo interesse ad avere delle risposte, lo dico a ragion veduta, lei infatti anche nella lettera del 6 giugno ripete - ad esempio - che Meocci fu nominato direttore generale anche grazie alla mia astensione, affermazione priva di qualunque fondamento, Meocci fu eletto direttore generale con i cinque voti favorevoli dei consiglieri della Casa delle libertà, i tre consiglieri del centrosinistra votarono contro io mi astenni non nel voto, ma dal voto.
Non sarebbe cambiato nullaanche se mi fossi astenuto nel voto o avessi votato contro perché in un organismo di nove membri cinque è comunque la maggioranza non avrei contribuito - in ogni caso - alla elezione di Meocci come lei ripete spero solo per ottusità anche se mi sembra impossibile che un uomo della sua intelligenza non abbia ancora capito le banalità che qui le ho ricordato di qualche interesse potrebbe essere, invece, conoscere i motivi che io addussi per motivare la mia astensione dal voto almeno per chi non abbia come unico obiettivo quello di confermare a chi scrive di considerarlo un mascalzone un bugiardo un ipocrita e così via come lei fa con me io motivai la mia astensione dal voto con l'argomento che la incompatibilità non si potesse assolutamente escludere sottolineai che anche i consiglieri che votavano a favore di Meocci non se la sentivano di dichiararne la assoluta infondatezza e aggiunsi che - in base a queste premesse - avrei investito ufficialmente del problema l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni quella mia lettera ha formalmente avviato la procedura che - dopo il parere del Consiglio di Stato - ha portato la stessa Autorità a pronunciarsi per la incompatibilità di tutto ciò c'è ampia e precisa documentazione se la chiedesse potrei inviargliela, ma dubito possa interessarle perché di lì non è facile derivarne la conferma che io sia - come lei è evidentemente convinto - un gran pezzo di merda dopo la dichiarazione di incompatibilità riguardante Meocci mi sono caricato per cinquanta giorni del peso di un lavoro doppio fino a che abbiamo nominato il nuovo direttore generale nella persona del dott. Claudio Cappon qualora le sia sfuggito sono stato io a sostenere con il massimo di determinazione la nomina di Cappon dopo quindici giorni dalla nomina di Cappon, su proposta dello stesso, il Cda ha nominato alla unanimità Giancarlo Leone vicedirettore generale Giancarlo Leone era stato da me proposto come direttore generale nell'agosto del 2005, quando il Cda elesse Alfredo Meocci con i cinque voti dei consiglieri della casa delle libertà in quella occasione, Leone ottenne, oltre al mio voto, quello dei tre consiglieri di centrosinistra (quattro voti su nove, quindi una minoranza) sui dettagli Michele Santoro si è dimesso da parlamentare europeo a metà novembre del 2005, dopo due giorni era di nuovo in Rai partecipò con grande evidenza alla trasmissione di maggior ascolto e maggior successo della stagione (Rockpolitik) dal prossimo settembre torna con una nuova trasmissionedi approfondimento giornalistico in prima serata su Rai2 per 13 settimane è una delle novità più significative del palinsesto autunnale che abbiamo presentato a Cannes il 22 giugno scorso attenderà dunque inutilmente che io riconosca di essere un buffone potrà sempre dirmelo lei, ma non per Santoro.
Dal mese di ottobre 2005 al maggio 2006 Enzo Biagi è apparso otto volte sugli schermi della rai con interviste di dieci-quindici minuti (Primo piano - Che tempo che fa) stiamo studiando programmi di maggior impegno che siano tuttavia compatibili con la disponibilità dello stesso Biagi sul referendum poteva aspettare qualche giorno abbiamo documentato nei minimi dettagli il grande sforzo quantitativo e l'equilibrio qualitativo della nostra informazione per rispondere a critiche superficiali e pretestuose di chi era convinto che al referendum ci sarebbe stata una partecipazione bassissima e avrebbero anche potuto vincere i si dopo i risultati - e in base ai dati da noi forniti (anche questi le possono essere inviati qualora sia interessato) - le critiche prive di fondamento hanno lasciato il passo a riconoscimenti e apprezzamenti i critici che aprono bocca tanto per dargli fiato (Sartori sul Corriere per citare il più glorioso) hanno taciuto avevano detto: il referendum andrà a rotoli per colpa della rai di fronte ad un risultato opposto si sono guardati bene dall'applicare lo stesso teorema e dal farsi l'autocritica per quel che mi riguarda, io penso che il nostro lavoro sia stato nell'ambito dei doveri del servizio pubblico che non abbia dunque da rivendicare meriti particolari ma neppure da subire immeritate rampogne per Vespa vedo che è informato del contratto valido fino al 2010 che non ho fatto io anche a me la presenza di Vespa sembra eccessiva penso che debba essere ridimensionata, sto lavorando e lavorerò ancora per portarla a livelli più accettabili. C'è tuttavia un motivo, uno solo, che penso possa essere addotto per difendere l'attuale presenza dilagante di Vespa sui teleschermi: è il valore educativo che può avere su persone irascibili e intolleranti come lei il dover prendere atto che esistono persone da loro diverse, anche molto diverse e magari anche stronze ma che hanno comunque diritto di esistere. Buone vacanze".
Fiuuuuuuuuuuuu.... Ce l'avete fatta ad arrivare in fondo?
Sono quanto meno perplesso e mi chiedo se quella che ho letto è la missiva originale del Dott. Petruccioli, che mi sembrava di ricordare come persona dal carattere rude ma dall'eloquio abbastanza forbito, pur se non decorato dalle plateali paroline desuete che tanto piacciono a Berlusconi (e ogni tanto tentano anche Prodi); o se viceversa si tratta di una ricostruzione affidata a un correttore di bozze della Gazzetta di Mondovì ubriaco, schizofrenico e con la 5° elementare presa alle serali. La punteggiatura è virtualmente assente per i 4/5 della lettera (per fare un tardivo atto di parziale presenza nelle ultime righe, perchè?). La consecutio temporum, modorum et conceptorum è macchinosa per non dire lacunosa alquanto; l'esposizione è costellata di espressioni da Osteria d'a Parolaccia de Trastevere che un presidente della RAI (sia pur in questo periodo di nuovo medioevo in cui il disordine regna sovrano e rende impossibile il probabile e possibile l'incredibile) non userebbe neppure sotto tortura. Allora ditelo, suvvia siate franchi: codesta è una colossale bufala tesa a screditare il Petruccioli e la bar... ops, pardon, l'Ente che dirige.
NB: notare l'uso del "codesta" che denota uno schifiltoso allontanamento da ciò a cui si riferisce (codesto = colpevolmente vicino a chi ascolta, fortunatamente lontano da chi parla).
La rieducazione di Davide Alfonsi, Alessandro Fusto, Denis Malagnino, Daniele Guerrini
Italia, 2006
La notiziola diventa sempre meno notiziola e ci sollecita sempre di più ad uno sforzo di comprensione e creatività intellettuale: il fenomeno tipo "uomo mangia cane" o "Lancio di rose sulle forze dell'ordine" non è a questo punto tanto e solo il costo esiguo del film, ma piuttosto il fatto che il film in questione sia "evento speciale" alla imminente Mostra del Cinema di Venezia. E' un fatto straordinario perchè, come ho scoperto solo dopo aver scritto il post di ieri, di fatto il film esiste ma non esiste.
Spiego il concetto, come direbbe il grande Paolo Rossi: Il film esiste nel senso che è stato girato, con le nuove economicissime tecnologie digitali, e probabilmente anche montato. Forse, anzi quasi sicuramente, può già essere visionato privatamente su un normale televisore o in generale su un qualsiasi monitor.
Ma contemporaneamente non esiste perchè non è ancora stato riversato su pellicola.
Da qui in avanti i non appassionati di cinema e di diavolerie digitali possono direttamente saltare alla fine del post
Questa è la novità rivoluzionaria ai limiti estremi dell'incredibile: le videocamere digitali sono entrate nella produzione cinematografica di questi ultimi anni.
Sono di piccola taglia (adatti quindi per movimenti agili o filmati "in incognito"), hanno prezzi variabili ma molto contenuti (dai 750 ai 50.000 euro ), consentono di girare a basso costo sequenze molto lunghe e che possono essere cancellate, e garantiscono una risoluzione adeguata ad un buon riversamento su pellicola 35mm.
Anche il già menzionato The Blair Witch Project che ha incassato oltre 250 milioni di dollari in tutto il mondo costandone 40.000 (6125 dollari incassati per un dollaro speso, come se un film di budget normale incassasse il PIL della Gran Bretagna), è stato girato con questo tipo di strumentazione.
Le variabili della produzione sono molto più flessibili, il tempo di ripresa infatti non è più strettamente legato ai costi (salvo che non si ingaggino attori molto richiesti) ed è possibile girare centinaia di volte lo stesso ciak senza sprecare pellicola, in quanto i dati vengono immagazzinati su supporti digitali, inoltre è possibile verificare immediatamente la qualità della ripresa. Inoltre le immagini digitali non sono soggette a decadimento e logorio (possono essere copiate infinite volte senza perdere informazioni) e tutto il girato può essere direttamente montato e manipolato con centraline digitali senza subire riversamenti.
Una volta finito il film digitale può essere stampato su pellicola con costi contenuti e una definizione molto superiore a quella del video magnetico. A livello internazionale i vantaggi offerti dal digitale hanno consentito a piccole produzioni indipendenti di realizzare film a bassissimo budget e di venderli poi alle grandi distribuzioni, per le quali, una volta scelto un film, non è un grande sforzo pagarne la "ripulitura" e il riversamento su pellicola.
Da qui in avanti ricomincia la lettura consigliata a tutti. Grazie dell'attenzione
Quindi se provo una naturale simpatia per questi ragazzi che sfidano le corazzate del cinema con il loro romantico pedalò, mi chiedo comunque
A) se per contenere il budget a 500 euro la videocamera utilizzata era stata comprata a Porta Portese dar Monnezza der Tufello;
B) come hanno fatto ad essere invitati a Venezia come "evento speciale": non è che abitare dalle parti di Roma implica un'aliquota di parenti stretti che lavorano nei Ministeri e, si sa, da cosa nasce cosa ???
C) OK, il prezzo non è giusto perchè il riversamento su pellicola potrebbe anche raddoppiare il budget e portarlo non lontanissimo dai 3 milioni del primo Super8 di Nanni Moretti.
In questo blog non si tratta di calcio, di musica e di gossip. Questo, specialmente in piena estate, riduce drammaticamente gli argomenti oggetto di postamento.
E di fatto non si affrontano neanche i grandi temi della cronaca, a meno che a latere di qualcuno di essi si manifestino spunti comici talmente irresistibili da non poterli lasciar passare inosservati. In tale categoria rientrava la frase un po' estrema "Parma, l'Aspromonte del Nord" che non è stata prodotta nè da Corrado Guzzanti, nè da Paolo Rossi, nè da Daniele Luttazzi ma da un insospettabile giornalista della Repubblica finora mai distintosi per battute di così geniale nonsense.
In linea assolutamente teorica si dovrebbe trattare di entropia, intesa convivialmente come la tendenza all'imbarbarimento, inselvatichimento, caos, casino, confusione, crisi delle regole e morte dello stato di Diritto che, insieme al rifiuto di Diego Abatantuono a darsi ad impieghi a lui più consoni nel settore primario (vulgo: agricoltura), ammorba il nostro italico stivale (cfr. Freak Antoni: "Cosa pretendi da un Paese che ha la forma di una scarpa?" ).
Ma nella cecagna di queste afose giornate estive qui dentro non si fa neppure quello.
Ogni tanto, però, compaiono notiziole quasi invisibili, ai limiti estremi dell'incredibile, quasi come la classica "uomo morde cane", paradigmatica di quello che distingue la notizia dalla non-notizia, o quasi come "Industriale brianzolo paga tutte le tasse fino all'ultimo centesimo e dà in comodato gratuito la sua villa di Melgrate all'Agenzia dell'Entrate", o come "Lancio di petali di rosa e babbà al rum a Secondigliano e Scampia nei confronti delle forze dell'ordine".
E la notizia in questione è che è stato girato un film che è costato l'iperbolica cifra di 500 (cinquecento) euro, La rieducazione firmato dal collettivo Amanda Flor, composto da Davide Alfonsi, Alessandro Fusto, Denis Malagnino, Daniele Guerrini. Venato d'ironia, il film racconta la storia di un giovane laureato della provincia romana che passa le giornate facendo del volontariato in parrocchia fino a quando il padre non lo manda a lavorare in un cantiere edile. I 500 euro suddetti sono stati così giustificati "Oltre alle cassette mini-DV, abbiamo dovuto pagare molti caffè e fare tante telefonate per cercare gli attori (non professionisti) che sparivano continuamente". Forse con attori più professionali il film sarebbe costato 350 euro al massimo, o forse attori più professionali avrebbero preteso per compenso qualcosa in più della gloria, comunque 500 euro sono la paga al secondo di Kakà, un pernottamento in albergo 3-4 stelle al massimo (ma non dei più rinomati), la paga in nero mensile di una badante rumena.
I film di una certa rinomanza costati meno sono, in ordine crescente (partendo dal meno caro):
Io sono un autarchico (primo film in super8 di Nanni Moretti di cui tutti parlano e che nessuno ha visto per intero), costo 3 milioni del 1976;
Gola profonda (costi stracciati per gli arredi e un manipolo di attori rotti a tutte le esperienze), costo 24.000 dollari;
The Blair witch project (girato in finto stile "dilettanti allo sbaraglio" con finti mezzi di fortuna, ma comunque con budget ridotto all'osso e attori di belle speranze), costo 40.000 dollari.
Per l'intelligenza del lettore (qualora ce ne siano) un film di medio livello diffuso sul mercato internazionale non costa meno di 2.000.000 di euro (quattro miardi der vecchio conio, direbbero Bonolis e Laurenti).
Il dubbio che mi porto ancora dietro è: il giornalista di "Repubblica" che ha definito Parma "l'Aspromonte del Nord" è parmigiano? Vive a Parma? E' corrispondente da Parma della Repubblica? O, come temo, è arrivato da Roma armato del suo PC portatile (una volta si alludeva al mitico "taccuino") e di un bel po' di luoghi comuni su Parma?
Nell'ultimo caso, veda dottor Smargiassi, noi parmigiani (sia pure solo d'adozione come il sottoscritto) abbiamo un atteggiamento simile a quello di quelle mamme un po' apprensive e perfezioniste che trovano mille difetti al loro figlio discolo, deviante, talora addirittura caratteriale se non patologicamente perverso, e del suddetto figlio un po' delinquente sanno enumerare con fredda precisione i difetti sia pur più segreti ed inenarrabili. Ma insorgono inviperite non appena i difetti al figlio "bagolò" glieli trovano gli altri, urlando "Giù le mani dal mio bambino, cosa ne volete capire voi!!!!!".
Anzi, come è mio costume renderei ancora più precisa l'analisi e distinguerei tra il parmigiano del sasso costretto ad emigrare a Bologna, Milano o Roma (stranamente i parmigiani non emigrano mai a Frattamaggiore o ad Acqui Terme, ma solo in una di queste tre città); il parmigiano del sasso che non ha nessuna intenzione di recidere il cordone ombelicale; e il parmigiano acquisito ("di complemento") che vive una travagliata storia d'amore con la città che lo ospita.
Categoria n. 1, Pramzan Strajè
Costui reagirà alle critiche sulla "sua" Parma con garbata ironia in punta di fioretto, talvolta addirittura fingendo vilmente di sottoscriverle in toto, "e altrimenti perchè me ne sarei andato?", arrivando talvolta ad usare la figura retorica della "reductio ad absurdum" dettagliando e documentando talmente tanto la critica da renderla del tutto irreale, dopo di che si ritirerà nei dorati salotti della sua città d'adozione dicendo tra sè e sè "Giustizia è fatta".
Categoria n. 2, Pramzan dal Sass del tipo "Perma e po pù"
Costui reagirà impugnando l'equivalente dialettico di una robusta scimitarra arroventata, intinta nel curaro e percorsa da scorpioni sahariani (quelli dalla puntura letale come il suo alito) e cercherà metaforicamente di usare la medesima puntando ai flosci e ormai da tempo inutilizati attributi del giornalista che ha osato parlare di Parma senza saper parlare il dialetto come Bargnoc'la, e ne distruggerà con poche e sapienti espressioni di scherno ogni parvenza di competenza e prestigio professionale.
Categoria n. 3, Pramzan pr'amor o par forsa o al sa gnan lù parchè
Costui non potrà accampare alcun vincolo di sangue con la città, e reagirà piuttosto come un marito ben consapevole della tendenza della moglie a non disdegnare avventurazze con bellimbusti che (secondo lui) non sarebbero neanche degni di lustrargli le scarpe, cioè pensando tra sè e sè "Ma allora è vero, mi sono innamorato di una città che la dà via a tutti basta che abbiano soldi e faccia tosta.", dopo di che cercherà di passare per le armi gli autori dell'infame gossip e si innamorerà vieppiù della fedifraga.
Parma è una città strana. Buon Dio, magari tutte le città di certe dimensioni sono strane, nel senso che ognuna ha le sue particolarità che non sempre possono essere incasellate in un paradigma anodino e rassicurante.
La casa di Martorano piomba nel dramma Un urlo. Straziante. Si mangia la speranza che riscalda Martorano: Tommaso è stato battezzato un anno fa, di domenica, oggi è il giorno buono. Le otto di sera: Mamma Paola corre fuori, uno dei tg nazionali le ha appena sparato addosso una notizia terribile. Si avvinghia a suo marito, piangono tutti a Martorano, lo zio Cesare Fontanesi, l'avvocato Claudia Pezzoni. Tommy è morto, dice la televisione...
Il pluriomicida di Felino: « Ho sparato al tassista perchè non avevo i soldi e mi sono innervosito » « Rossi andava fermato » Suicidio e strage: Aveva quel revolver da soli tredici giorni. Stefano Rossi, il pluriomicidia 22enne rinchiuso nel carcere di via Burla con le accuse di omicidio volontario aggravato e premeditato, aveva comprato quella potente « Smith and Wesson » calibro 9, il 15 marzo 2006. Acquistata grazie al « porto di fucile ad uso sportivo » rilasciato dalla Questura poche settimane prima, alla fine di febbraio. L'omicida di Maria Virginia Fereoli, la diciassettenne di Felino uccisa e straziata da centocinquanta coltellate nel parco « Natura e Vita » la sera di martedà 28 marzo, ha poi potuto compiere un altro delitto, l'assassinio del tassista Andrea Salvarani, « armato » di una pistola regolarmente rilasciata dallo Stato.
Roveraro ucciso a Parma Il banchiere di Tanzi rapito e fatto a pezzi da due parmigiani insospettabili Lo hanno fatto a pezzi: poi lo hanno lasciato lì, parte del corpo in un sacco della spazzatura. Abbandonato in fretta su un terrapieno vicino al ponte dell'autostrada, a Case Bottini, in un varco che si apre sulla fondovalle tra Fornovo e Solignano, a pochi passi da Citerna.
In fondo l'ideologia/utopia comunista non è altro che il rifiuto della logica capitalista in cui l'arricchimento sempre più spudorato di pochi si regge sulle condizioni sempre più miserabili di tantissimi. L'ossessiva crociata anticomunista di Berlusconi è sintomatica: lui è il principale rappresentante italiano, se non europeo, delle grottesche contraddizioni del sistema postindustriale moderno, in cui al posto di "beni e servizi" si vendono sogni, frottole e ricchezze virtuali invitando subdolamente i poveri cristi a consumare sempre di più accedendo nel caso a vari livelli di pre-strozzinaggio o di strozzinaggio tout-court per stare al passo con le spese; in cui il potere economico compra l'impunità e piega la magistratura ai propri interessi; in cui il confine tra l'apparire e l'essere di fatto non esiste più, le idee non hanno più alcun valore e la politica è ridotta ad una permanente rissa da riunione di condominio. Uno dei connotati salienti della sua carismatica missione non può non essere il gettare fango su qualunque visione del mondo che possa mostrare la totale inconsistenza della sottocultura che i nostri potenti italioti e forzaitalioti mostrano al mondo. Io credo che l'elettorato di Berlusconi sia da sempre formato da quella parte degli italiani (in progressiva provvidenziale erosione) che si rifiutano di accettare l'idea che NON siamo una potenza industriale, che rischiamo di suscitare negli osservatori esteri un misto di fastidio e ilarità e che, e la cosa faceva andare fuori di testa il buon Tremonti, il paragone tra le italiche cicale e le terrificanti formichine cinesi (che fino a qualche anno fa guardavamo con divertita condiscendenza) è assolutamente umiliante per le prime.
Che cosa vuol dire mettere su un blog? Specialmente se non sei nessuno (e da circa sette anni te lo ricordano quasi quotidianamente), non fai nessun tipo di tam-tam, eviti di mettere al tuo blog un titolo accattivante del tipo "acchiappacitrulli"? Eh, ladies and gentlemen, che cosa vuol dire?
E' sempre più classico nelle nostre città il fenomeno delle persone che camminano per strada parlando da sole. Una volta appurato che non abbiano nessun tipo di auricolare che giustifichi questo comportamento (nel caso suddetto l'interlocutore non è visibile al passante ma è comunque reale ed esistente), risulterà chiaro che la persona in questione non parla ad un interlocutore reale e specificato, ma "a chiunque possa interessare". Questo lo possono fare fondamentalmente quattro tipi di persone: i pubblicitari; i profeti; i nevrotici (specie quelli della variante ossessivo-compulsiva); gli psicotici (nella variante paranoide-delirante o in quella tutto sommato più comune e strisciante della dissociazione con fuga del pensiero).
Ora direi che anche nell'oceano procelloso e variopinto dei blog esiste la stessa quadripartizione:
Ci può essere chi deve promuovere se stesso e/o qualche suo prodotto;
Ci può essere chi ha delle verità talmente impellenti che non crede giusto tenersele per sè;
Ci può essere chi è tormentato dalle proprie ossessioni e, essendo fissato alla fase anale, conosce solo modalità, per così dire..., "escrementizie" per cercare di liberarsene imbrattando il web e chiunque passi nel suo puzzolente cyberspazio;
Ci può essere chi ha un flusso di pensiero talmente magmatico e privo di argini che lo spruzza fuori di sè senza neanche farlo apposta.
Il problema è che, data la natura circolare della comunicazione, spesso e volentieri è il tipo di pubblico che risponde e commenta che distingue un pubblicitario da un nevrotico megalomane, o un profeta da un pazzo pericoloso che delira in diretta.
Tutti noi che apriamo un blog dobbiamo decidere a quale categoria delle quattro iscriverci. O meglio, capire dai feedback che ci arrivano dove ci hanno iscritti gli altri.
Lo scioglimento del ghiaccio è l'esempio più classico di entropia nel mondo fisico
In termodinamica l'entropia viene interpretata come una misura del disordine di un sistema fisico o più in generale dell'universo. In base a questa definizione possiamo dire che quando un sistema passa da uno stato ordinato ad uno disordinato la sua entropia aumenta.
Questo principio ha avuto, da un punto di vista storico, un impatto notevole. Infatti implicitamente sancisce l'impossibilità di realizzare il moto perpetuo e tramite la non reversibilità dei processi termodinamici definisce una freccia del tempo che fa apparentemente giustizia sommaria delle utopiche "macchine del tempo" di wellsiana memoria.
Nella teoria dell'informazione l'entropia misura la quantità di incertezza o informazione presente in un segnale aleatorio. Nell'applicazione della teoria dell'informazione ai sistemi di interazione umana, l'entropia rappresenta la tendenza spontanea di un sistema, qualora non vi si riesca ad introdurre dei meccanismi autocorrettivi adeguati, ad andare verso un livello sempre più alto di disorganizzazione
Per far capire la stretta correlazione tra entropia dell'informazione ed entropia della termodinamica possiamo fare il seguente esempio:
Consideriamo un sistema fisico in date condizioni di temperatura, pressione e volume, e stabiliamone il valore dell'entropia; in connessione è possibile stabilire il grado di ordine e quindi l'ammontare delle nostre informazioni (in senso microscopico). Supponiamo ora di abbassare la temperatura lasciando invariati gli altri parametri: osserviamo che la sua entropia diminuisce, ma anche che il suo grado di ordine aumenta, e con esso il nostro livello d'informazione. Al limite, alla temperatura zero, tutte le molecole sono ferme, l'entropia è zero e l'ordine è il massimo possibile, e con esso è massima l'informazione; infatti non esiste più alcuna alternativa fra cui scegliere.
Qui invece mi avventuro in considerazioni, credo oggi valide ancor più di un anno fa, sulle distinzioni fra Destra e Sinistra, partendo dal monologo di Claudio Bisio (ed ospitato sul suo blog) "I bambini sono di sinistra" e dal pezzo di Giorgio Gaber "Destra-sinistra".
A parte scherzi e facezie sulla transizione del Nostro da fantasista a pericoloso intellettuale del dissenso, urge una considerazione sulle categorie di destra e sinistra. Il pezzo di Claudio si riaggancia a un monologo e ad una canzone di Gaber, "Qualcuno ERA comunista" e "Destra-sinistra", entrambi contenuti in un CD del 1995 intitolato se non mi sbaglio "Per fortuna che c'ERA il pensiero". Un Gaber meno aspro e dissacrante di quello dell'apocalittica invettiva di "Io se fossi Dio", più amaro che corrosivo, probabilmente già sofferente del male che se lo sarebbe portato via. E mi sembra che in quei due pezzi Gaber proponesse implicitamente di cominciare a riorganizzare le nostre categorie mentali e smetterla di ragionare per antinomie. Come finiva "Destra-sinistra"? Destra-sinistra destra-sinistra dest-sinist dest sinist baaaastaaaaaaaa. Dopo 4 serratissimi minuti a cercare di stabilire la matrice politica del minestrone o delle scarpe da tennis quel "baaaaastaaaaaa" così incisivamente gaberiano diceva più di mille parole. Buoni e cattivi, onesti e disonesti, civis romanus e barbarus, ortodosso ed eretico. Il pensare per antinomie purtroppo fa parte delle abitudini mentali dell'homo sapiens, sempre più sapiens e sempre meno faber, sempre più Bisio e sempre meno Gaber . E quando il mondo era una giungla probabilmente all'uomo antico faceva comodo non dover disquisire in modo bizantino (appunto, no? Il passaggio dal pensiero rigido e deterministico di Atene e Roma a quello pieno di distinguo e tutto indefinito di Bisanzio) su come considerare, che so, il personaggio armato che si trovava di fronte. Buono-cattivo, amico-nemico, di chiare origini-bastardo, un bel colpo d'accetta e chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori.
Però... Però a me sembra di ricordare che negli ultimi 20 anni del secolo scorso qui in Italia certe antinomie si erano andate attenuando, ricordo benissimo nei 25 anni passati in Emilia che oramai destra e sinistra sfumavano l'una nell'altra, giunte di sinistra sottoscrivevano piani di sviluppo che più neocapitalistici di così non si poteva, ambienti formalmente catolico-integralisti praticavano il volontariato e la solidarietà con impeto da Rivoluzione Francese, c'era la cultura del fare piuttosto che quella del costruire etichette e steccati ideologici. La faccio corta a costo di banalizzare con delle ipersemplificazioni: il "peccato originale" che ha riproposto barriere e steccati antipatici e fastidiosi oltre che disfunzionali alla fine va identificato con la crociata anticomunista che Berlusconi si ostina a portare avanti. E lì, il vecchio militante che ha vissuto come Guccini racconta in "Eskimo" l'esperienza de "i primi audaci, in tasca l'Unità", o chi ha praticato la roulette meneghina facendo due giri completi di Piazza San Babila col Manifesto che spuntava dal giubbotto stile guerrigliero scommettendo con gli amici che ne sarebbe uscito illeso, comincia a perdere il controllo e cade nella trappola. Massì, com'erano belli in fondo i tempi in cui ci si squadrava con astio e c'era ancora quel bel role-playing collettivo che si chiamava, vivaddio, "lotta di classe".
Resta il fatto che di una trappola si tratta, non costruita intenzionalmente (ovvio) per carenza di senso tattico da parte di chi l'ha partorita: probabilmente operano condizionamenti inconsci che sarebbe lungo cercare di analizzare. Ma sempre di una trappola si tratta. Stiamoci attenti....
In attesa di elaborare materiale nuovo, la mia inveterata limpidezza & trasparenza mi impone di dichiarare che questo è un mio intervento dellìagosto 2005 sul blog di Jacopo Fo.
Rispetto alla volgare carnalità dei mammiferi, gli uccelli (strettamente imparentati coi rettili e quindi teroricamente classe inferiore) ingentiliscono i loro rituali riproduttivi con armoniose vocalizzazioni (non tutti: i piccioni si limitano ad un ripetitivo patetico verso ingrossando le piume del collo a mimare un certo qual turgore, ma 9 femmine su 10 svolazzano via dopo averli mandati a girare).
A noi umani piace equiparare questo incessante richiamo alla nostra esperienza di innamoramento; ma probabilmente ai volatili manca il vissuto del desiderio frustrato e nulla essi sanno delle mille stucchevoli sfumature che l’homo sapiens riversa nella disperata ricerca della mulier sapientissima (che anch’essa spesso e volentieri svolazza via con fare sprezzante).
Esaurito questo excursus etologico, troverei un’occasione persa non dire anch’io la mia sul
dilemma (che Greg Lake ben potrebbe definire “The endless enigma”) fra una sorta di placida autoreferenzialità diaristica del blogger, o il megalomanico desiderio di sentirci giornalisti in sedicesimo, trentaduesimo, sessantaquattresimo o centoventottesimo a seconda del livello di autostima o autocritica.
“La realtà è ovviamente che la mia vita non offre spunti tanto interessanti da meritarsi addirittura un posto pubblico in questo spazio e, sebbene molti intendano i blog (anche) come un diario personale, sono sempre stato dell’idea che fosse meglio pubblicare argomenti di cui si potesse discutere.“
Devo dire che le parole di Carlo le avrei potute scrivere, identiche, più di una volta. E forse con motivi ancora più stringenti dei suoi. Perchè una vita in perenne zona retrocessione te la vivi continuando a lottare, ma non è che poi tu muoia dalla voglia di raccontarla. Allora la lasci dietro l’orizzonte e le dedichi caste e timide allusioni come per dire che chi guarda il mondo non lo guarda da una turris eburnea totalmente isolata. Ma senza entrare troppo nel merito di come passi le tue giornate e di come occupi il tuo tempo prezioso ed irripetibile.
E’ certo che tenere un blog (oggi che su Facebook e su Twitter puoi gigioneggiare con ridicoli rinunciabilissimi particolari della tua vita privata e con fulminanti sprazzi di imbecillità nei casi peggiori, Oscar Wilde direbbe “Non è obbligatorio però aiuta”) non può più essere un esercizio di tipo prettamente diaristico fine a se stesso.
Quella razza in decremento (qualche fanatico di Facebook la definisce addirittura “in estinzione” e il mio fantozziano edicolante chioserebbe “Pian int’il curvi”) dei bloggers ha una grossa responsabilità nel coltivare ancora la voglia e il gusto di ragionare, argomentare, prendendosi il tempo e la fatica per farlo.
Per sparare opinioni apodittiche istantanee Twitter è perfetto, ma io personalmente su Twitter ci andrei solo sotto minaccia di gravi torture fisiche (e poi non ne sono troppo sicuro)
Preferisco mettermi lì e, come è capitato per il mio post sulla querelle Grillo-Tavolazzi, metterci quasi quattro ore dal desiderio di scriverlo all’edit definitivo, dopo aver letto tutto il leggibile, riflettuto su tutto il riflettibile e trovato un qualche equilibrio fra cronaca ed autorefrenzialità (perchè nel dare parzialmente torto a Tavolazzi debbo dirgli pur sempre “Come somiglia il tuo costume al mio” e quindi darmi torto da solo).
Sulle recenti mosse del tecnogoverno per ora taccio non per rassegnazione, e men che meno per implicita condivisione, e mi riprometto di farne oggetto di un futuribile post altrettanto meditato e documentato, perchè dire “Monti , stai leggerissimamente cominciando ad esagerare” sarebbe un’operazione di grande semplicità e sincerità ma troppo rozza per i miei gusti e le mie abitudini. Prendo comunque atto che Elsa Fornero “non distribuisce caramelle” come riferiscono i giornali di marzo di claudiololliana memoria. Nè qualcuno se n’era mai illuso, neppure quando si commuoveva nel pronunciare la parola “sacrifici”.