C'era una data, l'otto di maggio.
C'era una data, l'otto di maggio, recita il verso di una canzone che, partita dalle saghe celtiche ante litteram dei Moody Blues e passata attraverso una ormai dimenticata versione dei Profeti, ancora risuona nei concerti dei Nomadi, anche se l'accentuazione che a questi versi sapeva dare Augusto Daolio resta purtroppo inimitabile ed indimenticata.
Io penso, credo, spero, ritengo giusto che, a Parma e nel resto d'Italia, questa data resti per sempre impressa nei libri di storia come lo spartiacque di un vero grande epocale cambiamento.
Perfino la primavera, partita piena di entusiasmo a fine marzo con temperature quasi estive ma poi evidentemente costretta alla penalizzazione di un mese di sospensione, ha ritirato fuori timidamente la testa anche se con cieli ancora parzialmente nuvolosi e strane caliggini mattutine.
L'ex-caimano ormai ridotto a una lucertola in fuga può usare le sue adesive viscide zampette per arrampicarsi su tutti i muri che ritiene opportuni (dopo peraltro che il suo mortifero scudiero, alternativamente definito privo di quid e in grado di spalmare tutti gli altri segretari di partito sul panino come il fantasma formaggino, aveva lealmente ammesso la catastrofica disfatta a pochi minuti dall'uscita dei primi exit poll) ma l'8 maggio 2012 rappresenta la definitiva estinzione del suo abborracciato progetto di Destra Mediatica.
L'ex-sindaco che torna sul luogo del misfatto e subisce l'onta di non raggiungere neppure il ballottaggio contro il candidato del Pd rappresenta la palingenesi di una città che ritrova improvvisamente e quasi inopinatamente la sua forza e la sua antica saggezza e gratifica non solo lui ma tutta la destra di percentuali irrisorie ed imbarazzanti.
Che il candidato a 5 stelle sia omonimo di un costruttore partecipe (e non voglio usare parole meno educate per la mia inveterata signorilità) degli scempi politico-edilizi parmigiani di questi ultimi 15 anni ha la ferrea logica di un contrappasso dantesco.
Così come potrà avere la ferrea logica di un contrappasso dantesco uno scenario arduo ma non impossibile in cui, fra meno di due settimane, molti dei voti rimasti liberi vadano a premiare il giovane brillante esordiente Pizzarotti piuttosto che il semiveterano politico professional (con pregi e difetti della suddetta categoria) Bernazzoli, riducendo di moltissimo i 20 punti di divario percentuale.
Azzerandoli?
In questa miracolosa evenienza, finalmente Parma finirebbe sulle prime pagine non più per atroci omicidi o per tragicomiche crisi politico-finanziarie, ma finalmente per qualcosa di pienamente commendevole. Come laboratorio a cielo aperto non di antipolitica, ma di vera grande Politica.
Ma per ora accontentiamoci.
"5 maggio". Un inedito di Achille Campanile
Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta.
Ei fu. Raramente due microparole volutamente brevi (si poteva dire "egli morì", "lui venne a mancare", "il mondo lo perse" ma, suvvia, ammetterete che non è la stessa cosa) hanno trovato una tale forza evocativa.
Ei fu. Chi ha a suo tempo imparato malvolentieri questa poesia a memoria rischia di cadere in un curioso equivoco considerando "fu" la copula di un susseguente predicato nominale che non può che essere "immobile".
Ei fu siccome immobile. Andrebbe tutto bene se non ci fosse quel dispettoso "siccome" che, punteggiando in questo erroneo modo i versi iniziali, non si capisce cosa ci stia a fare.
E poi no, non andrebbe bene per niente perchè, anche esulando e prescindendo dal "siccome", un autore raffinato e attento al lessico come il Manzoni non si sarebbe mai sognato di proferire un "ei fu immobile" (al massimo, ma solo dopo reiterata ingestione di Barbera, un "ei restò immobile" comunque indegno di un grande della letteratura).
Leggendo con più attenzione, specie se il compito a casa non è imparare a memoria ma fare la famigerata "parafrasi", si capisce dopo un numero di secondi inversamente proporzionali all'interesse e all'acume, si capisce perfettamente che quel "siccome", dopo aver preso la tangenziale ed averci lasciato in penosa sospensione per quattro versi, dà la mano al "così" e si rivela come il primo termine di una involuta ma proprio per questo solennissima comparazione.
La spoglia (in generale si tenderebbe a dire "le spoglie", ma poi la metrica imporrebbe un "stetter le spoglie immemori" che obiettivamente assomiglia al lacerante cigolio di un gesso nuovo su una lavagna appena pulita) sta immobile e immemore, e vorrei ben vedere come potrebbe fare il contrario, mentre la terra, che a quei tempi godeva di ottima salute, non è nè immobile nè immemore ma percossa e attonita.
Esaurita questa magistrale esegesi dell'incipit del 5 maggio, possiamo dedicarci ai nostri risibili passatempi quotidiani.
Vaio

Quando il tempo e la storia si aggrovigliano su sè stessi e sembrano rifiutarsi di scorrere in maniera lineare e unidirezionale, succedono cose strane.

Tornare ad abitare lontano dalla città (nel mio post precedente ho parlato di Fidenza come sede di casa e lavoro, ma in realtà entrambi sono ubicati in un piccolo paesino a metà strada fra Fidenza e Salsomaggiore) è un'esperienza che mette alla prova lo spirito di adattamento, cancella inveterate abitudini urbane, ti costringe perfino ad interrogarti su come interpreti la vita.
Il paesino si chiama Vaio, con assonanza con una importante città etrusca poi accorpata dalla vicinissima Roma e (per gli appassionati di calcio) con un centravanti di manovra dal piede fatato che ha dato il meglio di sè lungo la Via Emilia e con totale consonanza con un risibile notebook.
E' minuscolo ma in compenso è sede dell'ospedale comprensoriale, di una piccola ma funzionale stazione ferroviaria, oltre che della comunità terapeutica La Lodesana che raccoglie schegge di disperazione da tutta Italia, e magari senza volerlo ne ha raccolto anche un po' della mia, che non sono mai andato oltre il lambrusco in modica quantità.
"Vieni da noi, guarda, esplora, fatti venire delle idee e poi parliamone...".
Per chi cercava lavoro da più di un anno ricevendo solenni porte in faccia poichè i suoi trent'anni di esperienza in quella bestia strana che si chiamerebbe Sociale lo facevano apparire obsoleto piuttosto che saggio (come lui, nel suo intimo, si ostina a considerarsi, ma non lo lascia trasparire se non su codesto disprezzabile blogghettino visitato molto più dagli sploggers che dai commentatori) poteva sembrare l'ultima umiliazione, e invece è stata l'ennesima (forse terzultima o penultima perchè gli anni sono un po' più di 18, anzi inevitabilmente diversi più di 30 in base a quanto detto sopra) sfida accolta con giovanilistico entusiasmo.
Sono andato da loro, sto guardando, sto esplorando, non devo sforzarmi per farmi venire delle idee anzi devo mettere il silenziatore ideativo perchè arrivano anche se non le chiamo, e di qui a qualche giorno ne parleremo.
E ve ne parlerò.
Ai miei attuali commentatori che posso chiamare uno per uno, in ordine di apparizione, Terry, Franz, Milvia, Rita, Annamaria, grazie per esserci e siateci ancora, perché nelle alterne fortune di questi ultimi 6 anni (quanti questo beffardo Elogio dell'Entropia sta per compierne) avere pochi ma fedeli amici virtuali (su Facebook, direbbe Gaber, la qualità non è richiesta: è il numero che conta, nel mondo un po' retrò dei blog avviene l'esatto contrario) mi ha aiutato a coltivare quel me stesso che mi permetteva di guardarmi allo specchio la sera senza abbassare gli occhi, salvo quando non avevo neanche uno specchio a disposizione.
Fidenza alfìn...
Fidenza: c'è una strana predestinazione in questo nome, così diverso da "Parma".
Specialmente "Parma" pronunciata con cadenza parmense, con quella "a" che sembra non finire mai.
Fidenza: fidarsi, confidenza, confidare come sinonimo soft di sperare.
Parma: nome musicale e scenografico che suona deliziosamente ma semanticamente significa poco.
A Parma ho dedicato gli ultimi 6 anni della mia vita.
Sì, lo so che sembra l'incipit della lettera d'addio di Luigi Tenco che saluta quel deficiente del pubblico italiano che ha preferito mandare in finale al posto suo "Io, te e le rose" di quella deliziosa rezdora prestata alla musica leggera di Orietta (Galim)berti da Cavriago.
A Fidenza ne avevo dedicati 4 e mezzo allo scadere del millennio scorso, ripagati (col senno di poi) da dolcezze e soddisfazioni fuori misura che però (per i miei parametri di quarantenne ancora in fase tardo-adolescenziale) sembravano insufficienti per il mio talento e i miei meriti presunti.
Ho compiuto azioni decisive, la marina inglese non c'era o se c'era dormiva e se era sveglia ha fatto finta di niente.
La mia vita si sposta 20 chilometri più a nord-ovest come casa e lavoro.
E la storia d'amore con Parma segue il destino di quella con Shirley, sua consequenziale figlia che ne rispecchia in pieno pregi e difetti.
E passerà sicuramente, nel tempo, per le stesse dinamiche.
"Ingrata patria, non avrai le mie ossa"?
O "Addio monti sorgenti dalle acque"?
Saperlo, saperlo...
Un sogno occasionale.
Non lo so se è stato elementare o del tutto ostico parlare di te. Ma soprattutto non so perchè l'ho fatto.
Guai a presentarsi, guai a raccontare la propria storia personale, sei bloccato, cambiare diventa difficilissimo.
Si potrebbe quasi dire che è impossibile sfuggire al destino di essere congelati nei pensieri degli altri.
Così si concludeva, ormai quasi 40 anni fa o forse il quasi non serve più, il monologo iniziale di "Anche per oggi non si vola", performance in formato teatro-canzone di Giorgio Gaber.
Il 28 aprile 2012 ancora non si vola. Però si svolazza nei cieli della speranza. Come spiegherò nel prossimo post che seguirà a ruota.
Mi son svegliato solo, poi ho incontrato te, l'esistenza un volo diventò per me. Come non ricordare che un paio di giorni prima della strana cena in cui ero convinto ci saremmo trovati in una dozzina di persone e invece (maliarda tentatrice!) c'eravamo solo io e te avevo postato questa medesima canzone. Sintomaticamente in inglese senza traduzione, e sintomaticamente pensando ad un'altra. Bella forza, tu non c'eri. O c'eri ma non lo sapevo. O non c'eri ma io sapevo che c'eri.
I sintomi si intrecciano e si sdoppiano in equivoca libertà. Ma la vita resta la vita.
David Bowie: An occasional dream (1969)
Ricordo come vivevamo
Sull'angolo di un letto
E parlavamo di una stanza svedese
Di juta e legno
E parlavamo con gli occhi
Della dolcezza nelle nostre vite
E di domani ricchi di sorprese...
Delle cose che avremmo potuto fare
Nella nostra follia
Abbiamo bruciato cento giorni
Ci vuol tempo per far passare il tempo
E ne conservo ancora le ceneri
Un sogno occasionale
E abbiamo dormito, oh, così vicini,
Ma i nostri occhi non erano davvero chiusi
tra le lenzuola estive
bagnate di blu...
nel dolce gemito della notte.
Era molto, molto tempo fa
E non posso ancora toccare il tuo nome
Perché i giorni della sorte
sono stati duri per te...
Ti hanno danzata lontano da me
Nella mia follia
Vedo la tua faccia nella mia
Conservo una fotografia
Che, con il tempo, brucia la mia parete
Tempo
Un sogno occasionale
Dei miei
Un sogno occasionale
Dei miei
Un sogno occasionale
Dei miei.
Servi della gleba a testa alta.
Ci si sveglia tutte le mattine con la solita inutile erezione che ti ricorda quanto sei distante dalla perfezione intellettuale e vittima di quell'odioso processo che si chiama spermiogenesi.
Sarebbe anche bello trovare un apposito idoneo pulsante per metterlo in standby quando razionalmente hai deciso che non hai nè tempo nè voglia di dedicarti alla ricerca di una compagna e neppure tempo e voglia di dedicarti alla procedura di renderti reperibile e lasciarti trovare.
Perchè è inutile girarci attorno: da quando nella grigia plumbea fatidica mattinata del 9 novembre 2008 hai inviato alla Shirley dell'Oltretorrente il per lei enigmatico sms "E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce" e lei lo ha interpretato come un sms d'addio (ma lo era? Boh!) hai deciso che sull'intera faccia del pianeta Terra non esisteva nessuna donna che potesse anche lontanamente essere alla sua altezza e hai in qualche modo messo fine alla tua carriera di playboy.
Il Giovane Anziano ha fatto il play-boy
così per provare, ma che male fa,
l'estate gli ha fatto scordare l'età
(errore marchiano col senno di poi).
Il Giovane Anziano ha fatto il bastardo
e giammai lo fece, mai più lo farà,
ha amato due donne ma non a metà
(che fosse impossibile lo capì in ritardo).
Il Giovane Anziano ha fatto lo stronzo
così, per vedere l'effetto che fa
e perché l'ha fatto davvero non sa,
bruciarsi siccome un qualsiasi bonzo.
Il Giovane Anziano ha fatto il cretino
per mesi ha obliato il suo bel savoir faire
l'ha solo ostentato (acsì par parlèr)
fingendosi un grande signore, perfino...
Il Giovane anziano ha scoperto con scorno
che forse gli manca quel physique du role
che se lo possiedi riesce da sol
a calamitar mille donne a te intorno.
E quando quel gioco in man gli scoppiò
il Giovane anziano si sentì un fallito,
un misero scarto, un uomo finito
del come e perché non si capacitò...
Il Giovane Anziano è stato punito
non dalle due donne, bensì da sè stesso
si è preso la colpa, si è dato del fesso
scordando la storia è scomparso nel mito.
E adesso quel mito lo accoglie e lo stringe
censura la voglia ed esalta l'orgoglio
promuove la gioia e rimuove il cordoglio
destino perverso dell'uomo che finge.
E adesso la vita la guarda dall'alto
di mille occasioni lasciate a marcire
di sogni perduti lasciati morire
dal suo monumento di marmo e basalto.
Si può sopravvivere a queste vicende?
Si può, l'hanno fatto in diversi milioni
di spenti narcisi, dannati coglioni
sconfitti dal Fato che tutto si prende.
Graziosa poesiola del gennaio 2009 che, a due mesi dalla conclusione della vicenda ma ad almeno 5 dal suo tumultuoso epicentro, trascinava il rischio di sciogliersi in un accorato pianto nelle sicure latèbre dell'ironia. Che vale la pena riesumare, sia perché è di assoluta attualità e rispecchia ancora il tuo vissuto come se fossero passate poche ore dalla sua stesura, sia perché i tuoi sparutissimi lettori mostrano di apprezzare il tuo modesto talento di acrobata delle rime.
A volte due antichi amanti si ritrovano e come due vecchi amici parlano della propria storia e magari rimettono a posto gli ultimi tasselli che erano scivolati via e facevano un po' male. Dopo, tutto è chiaro e restano solo i bei ricordi, il dolore quello no, ci sono ben altri motivi (purtroppo o per fortuna) per lacerarsi e macerarsi. Ma fra te e lei non succederà, perché siete entrambi un perverso monumento all'orgoglio.
E allora forse un giorno capirai da solo (in fondo sei un ragazzo in gamba, di buona cultura e di squisita sensibilità, che surrogano un'intelligenza della cui piena esistenza ci sentiremmo di dubitare) cosa ti ha indotto ad infliggerti la peggiore punizione che potessi scegliere, e a passare i tre anni e mezzo successivi a pentirtene.
Ma più probabilmente no.
Nel frattempo continua a sopravvivere.
Capo Matapan.
e le onde son leoni
marinaio di vent'anni
non guardare su nel cielo
il tuo cuore cederà.
Con le onde contro il viso,
con la prua della nave
che combatte contro il mare,
marinaio di vent'anni
non guardare su nel cielo
tra le scariche dei lampi.
Il mio papà vero, in quegli stessi giorni, era probabilmente in qualche trincea della Jugoslavia minacciato da partigiani che (e forse lo capiva già in quel momento) avevano ragione e lui torto, ma da giovane tenente impavido e anche lui un po' fascista non poteva darlo a vedere per non minare il morale delle truppe. Di azioni decisive non se ne aspettava nessuna e nessuna ne avrebbe fatta.
Le tue giovanilistiche attese andarono bruscamente e brutalmente deluse. Due giorni dopo la Regia Marina subì una umiliante disfatta per mano della Mediterranean Fleet angloaustraliana. Che tu avresti ovviamente attribuito al tradimento di qualche infame piuttosto che all'imbarazzante squilibrio delle forze in campo.
Il vostro itinerario si è da tempo concluso, e riposate a una manciata di chilometri di distanza l'uno dall'altro nella campagna emiliana. Il mio itinerario purtroppo o per fortuna è ancora lì, forse nelle acque dell'Egeo che aspetta le mosse della marina britannica o forse in una maleodorante fossa jugoslava circondato da cecchini che mi hanno già inquadrato nel mirino.
Nei periodici momenti di illogica maniacalità piace anche a me rianimarmi perchè mi aspettano azioni decisive, anche se potrebbero portarmi a una ventina di chilometri (ma comunque fuori e lontano)dalla città che amo senza che ella si degni di contraccambiarmi.
Nei più frequenti momenti di logicissima depressione, mi sento come Tonino in una trincea dalla quale non so quando e come uscirò. E soprattutto non ho voglia di chiedermi, e cercare di capire, come ci sono finito.
In un giorno di pioggia.

Venti giorni di giornate uggiose, di cielo padano plumbeo denso incantato incredulo, di freddo, di pioggia a tratti quasi graziosa altre volte sferzante come ulteriori schiaffi sulle tue disillusioni.
Il torrente che taglia la tua città in due sembra un fiume vero e professionale, un piccolo Tevere (e su Ponte Verdi fioriscono scenografici lucchetti di giovani parmigiani che non si lasceranno mai per i prossimi 2-3 giorni). Anche se il colore dell'acqua è identico a quello del cappuccino che hai appena sorbito dando una scorsa distratta alle notizie.
Sciopero.

Bandiere rosse in libera uscita, accuratamente depurate di falce e martello (oggi andrebbero meglio computer e cedola azionaria) tagliano anche loro la città. Partono da Piazzale Santa Croce, quella che fino a una quindicina d'anni fa era semplicemente "la rotonda" (con una integrale applicazione delle regole del codice della strada con precedenza a destra e quindi obbligo per chi la percorreva di agevolare l'afflusso dalle vie laterali, con qualche tragicomico fraintendimento del milanesone di turno) ed arrivano in Piazza Garibaldi, a due passi dal topos cittadino dal poetico-bucolico nome di "Portici del Grano" dove incessanti proteste in stile buenosairense hanno indotto il nostro fotogenico e promettente-non-mantenente sindaco ad indecorose dimissioni.
Dopo qualche minuto mi rendo conto che assisto al corteo con la stessa disposizione d'animo (e forse la stessa faccia) che si riserva ad un corteo funebre. Mi ricompongo, atteggio la faccia ad una smorfia che oggi voglio chiamare sorriso ma la disposizione d'animo quella no, quella resta plumbea.
Per motivi anagrafici (insieme alla mia interlocutoria generazione) ho perso la rivoluzione "giusta", quella che avevano fatto alcuni dei nostri prof più giovani e dieci anni dopo ancora se ne pavoneggiavano come non avessero fatto altro in vita loro, e ho vissuto come in trance quella sbagliata, quella un po' tecnopunk senza futuro ma con un rumoroso presente, quella in bilico fra la multicromia degli indiani metropolitani e tante, troppe dita atteggiate nel lugubre gesto della P 38, quella della rabbia e delle spese proletarie, del "riprendiamoci la vita, riprendiamoci la musica, riprendiamoci tutto, subito e costi quel che costi".
Microscopici eroi che cercavano di risalire le rapide della storia, non avevamo comunque dubbi che avremmo lasciato il segno. E invece siamo stati puniti da 30 anni di riflusso, i primi 10 quasi impercettibili e a modo loro gradevoli, gli ultimi 20 progressivamente sempre più scoperti e feroci, che ci chiedevano di lasciare ogni speranza e subire in silenzio una società sempre più squilibrata, ingiusta, rumorosa e volgare.
La primavera intanto tarda ad arrivare.
E ora la commozione mi ha sopraffatto.

Per ogni post in cifra tonda avevo qualche riferimento o avventurosa associazione d'idee (quelle che aiutano a risolvere con successo il gioco "Il bersaglio" della Settimana Enigmistica): ad esempio, per gli 800 avevo riesumato una canzone del De Andrè più immaginifico ma anche l'incoronazione di Carlo Magno (non Carlo Martello che conclude la sua avventura con una puttanona emiliana) nell'800 senza apostrofo, oltre agli 800 come epica gara di corsa o di nuoto; per i 600 avevo ironizzato sull'omonima autovettura sostenendo che aveva avuto un successo ben inferiore alla 500 (anche se la prima era stata citata da Vecchioni e la seconda da Elio e le Storie Tese) scatenando le violente reazioni di un sito di seicentofili, sempre ammesso che si possa dire così.
Per i 900 come non citare il "secolo breve" nel quale tutti siamo nati e che tutti più o meno rimpiangiamo, pur essendo stato teatro di due guerre mondiali, numerosi piccoli e grandi stermini etnici, feroci dittature di ogni ordine e grado, premesse e promesse di pace e prosperità vigliaccamente tradite? E' che il Terzo Millennio si è presentato talmente male (e 11 anni e un quarto cominciano a essere un campione rappresentativo, a volte si fanno proiezioni su campioni dello 0,0001 per cento e con delle allucinanti botte di culo ci si prende) che il '900 ormai è suscettibile di integrale rialbilitazione e di un principio di beatificazione nonostante tutto.

E adesso, come un atomo impazzito, mi fiondo verso i 1000 post senza fretta ma con immutata curiosità, circondato da 2, forse 3 attenti lettori e una massa inerziale di lettori che passano di qui e per motivi loro non osano commentare ma sono comunque i benvenuti.
E ora la commozione mi ha sopraffatto e mi porteranno via a braccia.

La pioggerellina di aprile revisited.
Se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare.
Le stagioni dell'anno e quelle della vita si intrecciano e si sovrappongono con bizzarra inverosimiglianza.
Mentre su quelle dell'anno (essendo uguali per tutti) il singolo individuo ha un controllo che potremmo definire minimo (nel senso che se hai un buon riscaldamento in inverno e un buon condizionatore d'estate ne attenui senza eliminarli gli effetti nocivi), su quelle della vita il controllo è più alto ma proprio per questo aumenta la rabbia quando esse non procedono secondo desiderata e previsioni.
Questo inopinato ritorno dell'inverno dopo un finto arrivo di una quasi-estate è una possibile metafora sulla quale ognuno può, se gli va e/o se proprio deve, far scorrere l'evolversi delle proprie personali stagioni esistenziali.
Per accorgersi che spesso ci si trova al punto di partenza, quando non in prigione senza passare dal via, e anni e anni di progetti e programmi è come non fossero stati fatti.
Allora con una obliqua sorta di triste allegria fai il rapido censimento di quel poco che ti è rimasto, lo raccogli e lo porti con te verso una primavera che può essere rossa, verde, gialla o blu (e tu, che ti credi chissà chi, sai dirmi come mai?) basta che la illumini qualche raggio del sol dell'avvenir e la smetta questa cxxxo di pioggia fuori stagione.

E, per consolarti nel tuo erratico cammino, rièsumi o riesùmi una, anzi due tue simpatiche poesiola rispettivamente del 2010 e del 2009 (quest'ultima in effetti dedicata alla più consueta pioggerellina di marzo), quando la pioggerellina primaverile, invece di farti venire voglia di sederti su una panchina appartata e piangerti anche l'anima, ti faceva venire voglia di scrivere. Come artificio retorico le fondi in una, anche se la cucitura si nota, ma fa decisamente lo stesso.
Buona lettura.
La pioggerellina d'aprile
odora di dischi in vinile,
seppure discreta e sottile
ne cade, alla fine, un barile.
La pioggerellina d'aprile
(d'autunno, se fossimo in Cile)
si abbatte con fare gentile
su fuor delle mense le file.
La pioggerellina d'aprile
talvolta la senti un po' ostile:
rallenta i lavori all'edìle,
riempie di ringhi il canile.
La pioggerellina d'aprile
di colpo ti allaga il cortile,
dovresti reagire con stile,
perché quel linguaggio scurrile?
La pioggerellina d'aprile
induce a travasi di bile,
ti fa scaricare le pile
odora di piombo e fenile.
La pioggerellina d'aprile che batte, che batte
indugia su tette rifatte
cancella risposte inesatte
e storie inadatte;
con modica furia si abbatte
su astuti industriali del latte
su gente che ormai se ne sbatte
su mal intonate cravatte.
La pioggerellina d'aprile che scende, che scende
e bagna gli infissi e le tende,
l'Italia che non si riprende
ma un po' si sorprende
trovandosi piena di bende,
sulle arrugginite serrande
di postribolari locande,
su ronde che inseguono bande
su bande che irridono ronde;
si ferma, riposa, riprende...
La pioggerellina d'aprile
ha poco da dire:
banale continua a cadere
e se anche volesse parlare
chi mai la starebbe a sentire?
Ma fa il suo dovere,
non prova dolore o piacere,
non ha alcuna forza o potere,
si ammassa in pozzanghere nere.
La pioggia che impregna
la tua bella giacca di Zegna
regala al tuo tempo spietato
l'odore di cane bagnato.
Poi, quieta, si arresta
e scopri con vago stupore
che amavi il suo dolce rumore
ma poi te la togli di testa.
Invade e confonde i pensieri,
rimbalza nell'anima stanca,
ti fa ricordar ciò che manca,
rimpiangere quello che eri.




