Arrendetevi, siete circondati!!!

Ma perché quel dabben'uomo del vicino di casa deve sempre sbattere il portone con quella veemenza? Mi fa perfino tremare le chiavi di casa appese alla serratura. Ma perchè lo fa? Sua moglie non gli si concede? Il caporeparto lo prende in giro? Ha nostalgia di Timisoara? La Dinamo Bucarest ha perso 5-0 con il Parma la qual cosa già conferma: "Dumitrache fuori forma"?
No, ma un momento. Non sento l'inconfondibile botto del portone violentato con malriposta inusitata cattiveria. E le suppellettili non avrebbero ragione di cadere per una sbattuta di portone al piano terra.
Ancora il terremoto!
Una scossa ruvida, insistita, sembra che stia smettendo e invece ricomincia più forte.
Ma la cosa che mi inquieta quando accendo la radio per sentire notizie ufficiali è che questa scossa non appartiene allo sciame sismico della bassa reggiana (Brescello, Poviglio, Boretto, Gualtieri e via doncamillando e ligabuando) ma ha l'epicentro nell'appenino parmense. La magnitudo Richter è un rotondo 5.4. Di passaggio, vi ricordo che la scala Richter non è lineare ma logaritmica in base 10, e quindi la scossa è 7-8 volte più forte di quella dell'altro ieri (anche se soggettivamente, per me, più lontana di una quarantina di chilometri).
Nè posso dimenticare che in questi ultimi due giorni c'è un terzo focolaio sismico con epicentro nel veronese.
O i notiziari radiofonici fanno confusione e spostano l'epicentro con capricciosa ignoranza, o sta avvenendo una cosa inquietante e quasi epocale:
(lo so che dopo i due punti non si va a capo ma l'artificio è inteso ad accrescere l'enfasi e la suspance, quindi se non vi va bene passate sul blog di Flavia Vento)
Tre sciami sismici indipendenti ma vicinissimi fra loro su scala planetaria (poche decine di chilometri in linea d'aria, non pensate alle distanze stradali perchè le scosse sismiche non prendono l'autostrada) si stanno verificando in contemporanea.
Sembra che la Terra comunichi ai cittadini di Parma, Reggio Emilia, Mantova, Verona il preoccupante segnale "Arrendetevi, siete circondati!". Come sempre (e in tutto) da qualche anno a questa parte, fra le quattro minimetropoli in questione Parma è quella messa peggio. E stavolta non è colpa dei politici e delle infiltrazioni malavitose.
Terremoto!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

9.06 di un tranquillo mercoledì di ordinaria paura: la poltroncina dove stai facendo finta di lavorare (in fondo siamo all'inizio della giornata, non puoi mica sparare tutte le cartucce subito, che ciai pure una certa età...) comincia a comportarsi come un seggiolino del cinema dinamico di Gardaland.
Distrattamente pensi che non dovrebbe farlo, non c'è alcun motivo per assumere una simile condotta irrazionale e leggermente ribelle: la poltroncina sapientemente anatomica che accoglie il tuo bellissimo didietro (vabbè non più quello di 30 anni fa ma vedi sopra) dovrebbe starsene zitta e cuccia e fungere da supporto stabile ed immutante (Non devi cambiare, voglio vederti immutante diceva Ciccio a Franco che ci restava un po' male) alle tue professionali cogitazioni.
Il fatto è che sei talmente abituato ai terremoti che sei diventato un po' californiano (e la roba non ti dispiacerebbe) o un po' giapponese (e lì devi rifletterci un attimo come Maroni alle domande-trappola di Floris).
Loreto, primavera '72: la casa impazzisce. Tua madre ti abbraccia con l'aria di farti coraggio ma è chiaro come il sole che quell'abbraccio serve più che altro a far coraggio a lei. Peraltro tu sei già un ragazzone sui 70 chili e preferiresti l'abbraccio di quella stronzetta del banco a fianco che si fa passare le versioni di greco ma poi non mantiene le implicite promesse sottese all'ottenimento di quella prestazione.
Padova, primavera '76: il tuo amico Leo, che oggi fa lo psicoterapeuta in quel di Pieve di Soligo, si sta dando alla pazza gioia con una ragazza che a te ha dato il due di picche (e lo darà un'altra dozzina di volte negli anni successivi): nel sentire il letto che oscilla in maniera incontrollata ha un delirio di autoriferimento ed esclama Ciò tosi, che forsa che son!
Parma, quasi Natale del 2008: il solido palazzo dell'Oltretorrente si esibisce in un paio di passi di cha-cha-cha: una miriade di condomini provenienti da zone non sismiche dell'intero globo terracqueo emerge terrorizzata dalle proprie occupazioni per riversarsi per le scale scoprendone all'improvviso la strettezza e la ripidità. Tu assapori il tuo ruolo di terremotato professional e, quando la scossa è finita apri con studiata lentezza la porta e con assoluta calma ti limiti a dire "E loooooooooooooora!". E richiudi con altrettanta calma.
Ma alla fine l'incontro col terremoto diventa un rituale sacro e perfino terapeutico: come l'incontro con lo squalo martello che volteggiava molti metri sopra la tua testa nella gigantesca vasca dell'acquario di Trieste nel 1962; o come il ruggito della tigre siberiana a pochi centimetri dalla sua faccia (ma per fortuna con delle rassicuranti sbarre in mezzo) con annessa zaffata di alito carnivoro ancora più terribile del ruggito in sè, che ti raccontava pochi secondi prima di concedersi all'amplesso la più affabulatrice delle donne che hai conosciuto.
Come la visione del Monte Bianco o delle onde dell'oceano in una giornata di bonaccia (che sono il doppio di quelle dell'Adriatico in piena tempesta).
Una banale scossa di gradazione 4.9 Richter, per di più su un fondamento geologico sabbioso-paludoso che assorbe le oscillazioni e non roccioso come quello del Friiuli, dell'Irpinia o dell'Abruzzo, ti ricorda che Gea non è lì a fare da serva sciocca alle tue esigenze di Homo Non Semper Sapiens; è un sistema dinamico fisio-biologico che alle volte retroagisce alle corbellerie che provengono dalla biosfera (anche se magari stavolta non è questo il caso), ma in generale ha la sua misteriosa vita che non sempre si lascia studiare e prevedere.
E' la natura matrigna ed indifferente che faceva inquietare Leopardi, specie nei suoi ultimi mesi di vita passati sotto quello che allora era un vulcano serio e non uno sfondo da cartolina o da canzoncina di Sergio Bruni.
E' una partner che dovremmo imparare a conoscere e a valorizzare e forse la scopriremmo meno incazzosa di quello che può sembrare: ma lo sta scrivendo un povero ipocrita che spesso si scorda di fare la raccolta differenziata,
Semantica dell'analfabetizzazione.
La mia madre l'ho chiamata sasso,
perché fosse duratura sì,
ma non viva.
I miei amici li ho chiamati piedi,
perché ero felice solo
quando si partiva.
Ed il mio mare l'ho chiamato cielo,
perché le mie onde arrivavano
troppo lontano.
Ed il mio cielo l'ho chiamato cuore,
perché mi piaceva toccarci dentro il sole
con la mano.
Non ho mai avuto un alfabeto tranquillo, servile,
le pagine le giravo sempre con il fuoco.
Nessun maestro è stato mai talmente bravo,
da respirarsi il mio ossigeno ed il mio gioco.
Ed il lavoro l'ho chiamato piacere,
perché la semantica è violenza
oppure è un'opinione.
Ma non è colpa mia, non saltatemi addosso,
se la mia voglia di libertà oggi è anche bisogno
di confusione.
Ed il piacere l'ho chiamato dovere,
perché la primavera mi scoppiava dentro
come una carezza.
Fondere, confondere, rifondere
infine rifondare
l'alfabeto della vita
sulle pietre di miele
della bellezza.
Ed il potere
nella sua immensa intelligenza
nella sua complessità.
non mi ha mai commosso
con la sua solitudine
non l'ho mai salutato come tale.
Però ha raccolto la sfida,
con molta eleganza e molta sicurezza,
da quando ho chiamato prigione la sua felicità.
Ed il potere da quel giorno m'insegue,
con le sue scarpe chiodate di paura.
M'insegue sulle sue montagne,
quelle montagne che io chiamo pianura.
Nelle sue più recenti performance spesso Claudio Lolli recita piuttosto che cantare i suoi testi, con l'inseparabile Paolo Capodacqua alla chitarra classica che ne ripropone la sequenza armonica.
Con la sua voce da regno dei più o da festival del sottosuolo così piena di granchi di ragni di rane e altre cose un po' strane nel 1977 cantava (e tuttora canta) questa canzone.
L'anno prima aveva inciso il suo album più famoso e per certi versi leggendario "Ho visto anche degli zingari felici", la più epica e diretta trasposizione artistica di quello che sembrava stesse succedendo a Bologna la rossa, Bologna la dotta, Bologna l'umana già un poco Romagna e in odor di Toscana.
Siccome i miei principali se non unici lettori sono bolognesi e sufficientemente avanti con gli anni, non c'è neanche bisogno che spieghi quello che stava succedendo, al massimo vi linko un post
http://uncadunca.leonardo.it/blog/il_trentennale_del_1977.html
che contiene al suo interno altri link e vedetevela un po' voi.
Un anno e mezzo dopo, usciva "Disoccupate le strade dai sogni", titolo altrettanto emblematico del precedente.
Ma prima di disoccupare le strade dai sogni, lui e tutti coloro che nelle sue canzoni si ritrovavano con l'aria un po' giacobina un po' carbonara (e non è un caso che quando, in un suo celebre sketch, Maurizio Crozza cerca di rievocare quegli anni ormai paleolitici, non può che citare Lolli) non aveva potuto, e non possono tuttora, non declinare la propria semantica dell'analfabetizzazione.
Sedendosi dalla parte del torto e in direzione ostinata e contaria, come avrebbe detto un altro grande geniale scontroso leggermente più capace di lui, però, di vendersi sul mercato.
Non ho mai avuto un alfabeto tranquillo, servile.
Credo che lo sceglierò come incisione lapidaria, in entrambi i sensi del termine, quando avrò concluso questo sconcertante itinerario tra due secoli e due millenni.
Sono o non sono il Capitano Uncino?




Non pretendo assolutamente di essere io il primo ad affermarlo, ma ci sono delle inquietanti similitudini fra il tragico ma in qualche modo anche grottesco naufragio della nave da crociera Costa Concordia ed il tragico ma in qualche modo anche grottesco naufragio dell'Italia e forse dell'Europa intera.
La nave si avvicina pericolosamente all'isola del Giglio così come l'Italia si avvicina(va) pericolosamente al default: in entrambi i casi, il pericolo viene sfidato con allegra protervia; e anche quando le ispide scogliere del medio Tirreno, o l'aumento incontrollato dello spread, hanno ritagliato una ferita non rimarginabile nell'ossatura della nave o del Paese, il comandante non se ne dà per inteso, alle richieste di chiarimenti della Capitaneria di porto (debitamente allertata da una turista alla quale la strana pendenza della nave dà delle brutte impressioni) risponde che è tutto sotto controllo.
Quando c'è da organizzare le misure d'emergenza, il governo Berlusconi e la ciurma della nave non sanno che pesci pigliare (e nel caso della seconda non è una metafora) e non spiccicano una parola in nessuna lingua estera.
Poi, per atroce disgrazia della nave e per fortuna dell'Italia, la similitudine si smarca.
La nave che ha un nome quasi da mezza punta brasiliana, semispiaggiata come una balena stanca di vivere, conclude la sua esistenza spandendo kerosene come il toro ferito di una bella canzone di Sergio Endrigo. Turisti tedeschi innocenti vengono coinvolti nel disastro e la Germania si indigna anche se non lo dà a vedere.
L'Italia, il cui capitano cerca anche lui di andarsene senza dare troppo nell'occhio, si guarda bene dall'invitarlo a tornare sulla tolda e gli sostituisce un conducator più à la page.
Le acuminate scogliere dello spread fanno un graffio pesantissimo al rating che perde due punti in una volta sola: ma ad una prima perizia la nave non è (ancora) alla deriva. Turisti tedeschi non del tutto innocenti si compiacciono ma non lo danno a vedere.
Quasi in lacrime, il rappresentante ufficiale della Costa Crociere è a metà strada fra Monti e la ministra ipersensibile che fa fatica a pronunciare la parola "sacrifici".
La Costa Crociere recupererà la sua reputazione. L'Italia forse.
Metti una sera a cena...
Molti psicoterapeuti (specie quelli junghiani) sostengono che tutti i sogni fatti in un'unica notte sono in realtà un unico sogno che le censure dell'Io frammentano artificiosamente.
Non è chiaro se questo vale anche nel caso di un prolungato risveglio che include spuntino notturno e/o attività erotiche od autoerotiche (per mancanza, o manifesta inadeguatezza, di partner) e/o accensione di radio, TV, computer, microonde e scaldabagno elettrico. Ma possiamo sorvolare su questa vexata quaestio.
Qui non si tratta di sogni e neppure di perniciosi incubi ma di una incontestabile realtà: nel giro di pochi giorni se non di poche ore si sono intrecciate due ulteriori puntate della telenovela parlamentare.
Certo, col passaggio della compagnia di giro del capocomico Silvio dagli onori del palcoscenico ad un (loro sperano provvisorio, noi speriamo definitivo ma probabilmente hanno ragione loro) "dietro le quinte" la telenovela ha acquisito un diverso spessore più drammatico assomigliando quasi ai vecchi gloriosi sceneggiati di Anton Giulio Majano piuttosto che alle soap piene di intrighi e colpi di scena. O quanto meno, come non sostenerlo, alle commedie di Patroni Griffi. Ma sto parlando di Giuseppe.
Malinconico.
Vedete bene che già qui si percepisce il passaggio da una nomenclatura metaforica ed allusiva (Scajola che, avendo un nome da burattino del Ferrari, parla ed agisce in modo burattinesco) ad una nomenclatura assolutamente diretta ed esplicita, oserei dire didascalica.
Parafrasando l'intro, recitato per motivi misteriosi da Gene Gnocchi, di una canzone di Vecchioni e cambiando semplicemente il cognome, verrebbe da dire:
Direi che siamo quasi ai livelli di precognizione di Bennato che nel '77 scrisse una canzone il cui incipit (in questo caso regolarmente cantato) era
Cosi' non va, Veronica...
non ci sto piu'!
Quella tua trita polemica
non mi va giu';
e' un dato di fatto
che chi mi hai ridotto cosi'
sei stata tu.
e sembrava scritta per essere cantata da un illustre marito fedifrago, spesso colto in carfagna ma pronto al pentimento, una trentina d'anni dopo con accompagnamento chitarristico di Apicella.
Salvo non rifarsi a Celentano con la sua "Veronica verrai", laddove forse il concetto di venire poteva non alludere ad uno spostamento locomotorio. Ma come sempre qui si divaga.
Scajola che paga la sua casa un terzo del suo valore senza sapere che gli altri due terzi erano a carico di uno sconosciuto benefattore, Malinconico che soggiorna in un lussuoso albergo dell'Argentario e al momento di pagare il conto si sente dire "Tuttapposto dottò, hanno già provveduto...", Patroni Griffi (in questo caso Filippo) che riesce a comprare una casa vista colosseo a un ottavo del suo valore di mercato facendo passare la zona come a rischio sismico (del tutto incidentalmente con la consulenza legale dell'Avv. Malinconico) fanno parte dello stesso scenario. Del quale a questo punto fa parte anche il viaggiatore di commercio immaginato da Vecchioni, che fa la faccia dispiaciuta (o stupefatta) ma dentro... ride.
Perchè il punto è questo. Scajola, Patroni Griffi e Malinconico non appartengono ad una casta politica: appartengono ad una complessa collezione di etnie diversissime fra loro in tutto e per tutto salvo quando c'è da fare la furbata italiota e lucrare un privilegio.
Allora, e solo allora, lo Stivale non è più lacerato da mille tensioni e non è più percorso da mefitiche ventate di diffidenze reciproche (spesso finalizzate al trovare la categoria più debole sulla quale scaricare colpe ataviche): in quei momenti ci sono degli automatismi che attraversano le collocazioni geografiche, professionali e di censo.
Una delle gag preferite di Stefano Belisari in arte Elio al momento dell'ennesimo ultimo bis è "Gli altri bis facevano parte del prezzo del biglietto. Questo bis ve lo offriamo completamente gratis. Un applauso alla parola gratis.". E l'applauso è quasi sempre più stentoreo che per Tapparella, Cara ti amo o Servi della gleba.
La distinzione fra "politici" e "tecnici" è un grazioso gioco di retorica a buon mercato.
Specie adesso che una importante fetta di coloro che siedono in Parlamento non sono liberamente eletti ma semplicemente "nominati" e quindi devono rispondere al loro segretario politico piuttosto che agli elettori.
Forse solo nelle formazioni di estrema sinistra, spazzate via nel 2008 da qualsivoglia rappresentanza parlamentare anche grazie alla dissennata linea strategica che ha condotto alla nascita del PD, poteva capitare che arrivasse in Parlamento un operaio o un impiegato che si segnalasse solo per la sua passione e preparazione.
Oggi credo che non capiti più. E chissà se, quando e come ricapiterà....
Arriva il 2012, ragazzi niente panico..........

La notte sembrava ancora lunga quando Lucio Dalla incise questa canzone: eravamo esattamente a metà strada fra via Fani e la stazione di Bologna, dove questa volta non arriverà in un baleno la folkloristica notizia di un folle anarchico individualista che si è lanciato contro un treno.
Se vogliamo aggiungerci anche la strage di Ustica con una gamma di ipotesi che spazia fra il dramma e la fantascienza-horror-splatter, l'Italia era accerchiata dalla nera nuvolaglia del fanatismo di destra, di sinistra, da nord e da sud, da est e da ovest.
Mentre per l'ennesima volta in pochi anni, una nuova impennata del prezzo del petrolio faceva intuire che non ci si poteva cullare all'infinito nel sogno di un benessere generalizzato e progressivo.
Eppure, con la creatività e la fantasia di cui l'Italia non è mai stata avara, si stavano preparando i colorati e gioiosi anni '80 che certo non avrebbero moltiplicato pani e pesci ma avrebbero quanto meno moltiplicato le televisioni e le droghe aumentando con sapiente strategia l'illusione del benessere.
E' proprio in quegli anni '80 che Bettino Craxi (oggi ricordato a ragione come il prototipo del politico corrotto e faccendiere prodotto di una scandalosa Prima Repubblica, ma almeno capace di ricordare ai cowboys americani in gita premio a Sigonella che l'Italia non era un loro protettorato) rispolverò un concetto gramsciano spacciandolo simpaticamente come suo (come dire che la sua parte autenticamente socialista aveva preso il sopravvento ma non poteva essere dichiarata come tale): "Rivendichiamo l'ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione".
Dalla, che al massimo può essere criticato per aver spesso svenduto il suo straordinario talento artistico e compositivo sull'altare di produzioni di facile consumo, nel passaggio tra i plumbei ma intensissimi anni '70 e i colorati e un po' tanto fatui anni '80 conosce la sua fase di massima ispirazione. E anche lui molto a modo suo parla dell'ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione.
Con la sua impostazione da Ligabue della parola (e in questo caso alludiamo ad Antonio piuttosto che a Luciano), il buon Lucio compone un affresco minimalistico ma efficace di anni in cui "si esce poco la sera e si sta senza parlare per intere settimane", però alla fine ci si lascia cullare un po' dalle ruffiane promesse della televisione (Ah... Io sarei lo stronzo, quello che guarda troppo la televisione... Beh, qualche volta lo sono stato, l'importante è avere in mano la situazione, dirà in una canzone dell'anno successivo, Telefonami fra 20 anni) e un po' dalla tendenza congenita dell'essere umano a costruirsi utopie e viaggi pieni di speranza con l'implicita clausola che non si arrivi mai.
Il profluvio di promesse e di speranze, in ogni modo, non impedirà qualche misteriosa scomparsa di persone troppo furbe o troppo cretine. L'importante è stare tutti sempre in campana e ben preparati, a rialzi inopinati dello spread, ingiunzioni di pagamento equitaliote, taroccamenti del campionato di calcio, macchinazioni della casta mentre il professore colto e bocconiano fa con sussiego e compunzione tutto il lavoro sporco, perdita di sovranità popolare, perdita di potere d'acquisto, fuga dei cervelli mentre purtroppo i corpi restano in Italia, e contro ogni sorta di naufragi o di altre rivoluzioni.
Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po'
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c'è una grossa novità,
l'anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.
Si esce poco la sera compreso quando è festa
e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,
e si sta senza parlare per intere settimane,
e a quelli che hanno niente da dire
del tempo ne rimane.
Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
porterà una trasformazione
e tutti quanti stiamo già aspettando
sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,
ogni Cristo scenderà dalla croce
anche gli uccelli faranno ritorno.
Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno,
anche i muti potranno parlare
mentre i sordi già lo fanno.
E si farà l'amore ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,
e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.
Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
e come sono contento
di essere qui in questo momento,
vedi, vedi, vedi, vedi,
vedi caro amico cosa si deve inventare
per poterci ridere sopra,
per continuare a sperare.
E se quest'anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante
che in questo istante ci sia anch'io.
L'anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità.
Anno menzognero e lingua biforcuta


Io sarò una culona inchiavabile ma tu ce l'hai piccolo così. E adesso telefono a Giorgio!!!!
Sul fatto che un anno non finisce e non ricomincia come capita a un gioco o a un amore mi sono già pronunciato in tutte le fine d'anno precedenti, e quindi non ritornerò sulla faccenda.
La notte di San Silvestro non ha nè il fascino nè la magia di quella di Natale, mentre quella tende ad essere raccolta e familistica (con le amanti accantonate fino a tutto il 26, chiosava Paolo Rossi in una sua dimenticabile Canzonaccia, di nome e di fatto, scritta in strana coppia con Claudio Baglioni), questa è chiassosa e proterva ed in essa si scaricano anche pulsioni semiomicide attraverso piccoli conflitti a fuoco e il rituale ancora vivo in alcune zone di buttare dalla finestra quello che non si usa più (e molte mogli spiritose cercano di svitare l'aggeggio una volta da riproduzione al consorte ormai tutto Sky Calcio e rutto libero) senza peritarsi di poter colpire qualche passante.
La fine dell'anno, pur essendo del tutto arbitraria (potrebbe quanto meno coincidere con un solstizio, un equinozio o un prelievo forzoso di Equitalia, ma anche questo mi sa che l'ho già detto e non voglio ridurmi come il babbo Tonino che aveva negli ultimi anni di vita un ripetitivo repertorio di 7-8 frasi sentenziose che proferiva sistematicamente con l'aria di chi sta per fare un'inaudita rivelazione) serve comunque per collocarvi consuntivi e chiusure dell'esercizio finanziario, anche se spesso gli uni e le altre tracimano nell'anno successivo attraverso un autoreferenziale sistema di deroghe, proroghe e biechi mannelli.
E allora il 2011 è stato un anno menzognero, visopallido lingua biforcuta e probabile tifoso della Reggiana.
Cominciato con imperiosi venti di rinnovamento confluiti in un vero e proprio '68 nordafricano, proseguito (in Italia ma non solo) con venti di rinnovamento più di basso profilo a livello europeo (ma si sa, l'Europa è una vecchia signora che contempla se stessa e cambia meno che può mentre l'Africa è una giovane donna che ti fa innamorare e poi ti dice di no) nei quali poteva perfino sembrare che governanti incapaci fossero almeno capaci di chiedere scusa e togliere il disturbo, si è concluso con un grottesco corto circuito in cui le banche hanno per certi versi surrogato la volontà popolare, creando lo stesso groviglio per cui se una mamma dà del deficiente a suo figlio dalla mattina alla sera va tutto bene, ma se ci si prova qualcun altro (o addirittura un'altra mamma!) la genitrice salta su e si indigna in modo feroce.
C'è solo una consolazione. Che quando il 2012 si presenterà alla frontiera di Chiasso col Suv pieno zeppo di spread di contrabbando, verrà rispedito indietro e, in Italia, il 2011 durerà fino a nuov'ordine.
Sempre che si tratti di una buona notizia.
Buon anno a tutti.
Il giudizio non è più sospeso.
E' dal 16 novembre che sospendo il giudizio e, forse, mi turo anche il naso.
Questa immagine del "turarsi il naso", molti lo ricorderanno, è una sapida metafora di Indro Montanelli, che invitava a "turarsi il naso e a votare DC" come male minore.
In quel caso, comunque, chi si turava il naso lo faceva rispetto ad una propria scelta, nella convinzione (secondo me scorretta ed assurda, ma comunque liberamente elaborata dall'elettore) che una eventuale possibilissima vittoria del PCI avrebbe portato all'ingovernabilità o, peggio, ad una feroce dittatura.
Nel caso presente, viceversa, chi si tura il naso lo fa rispetto ad una scelta formalmente coerente col dettato costituzionale (visto che in ultima analisi il Professor Mari & Monti ha dovuto chiedere la fiducia al Parlamento e non è arrivato in cima a un carro armato) ma sostanzialmente molto anomala: un governo deciso in modo unilaterale dal Presidente della Repubblica e presentato come l'unico possibile.
Continuo a pensare che Giorgio Napolitano, prima di fare un passo simile, abbia valutato con assoluta attenzione tutte le ipotesi alternative. Mi darebbe un enorme dolore pensare che questa scelta sia discesa da ordini arrivati direttamente da Berlino, da dove una lievemente attempata ma ancora dinamica valchiria non avrebbe avuto problemi ad avere la meglio su un Primo Cittadino vecchio, stanco ed ormai bisognoso di riposo (come lo descrive con una certa bonomia Crozza e con molta meno bonomia il suo concittadino Grillo).
Anche se:
- l'autorevolezza della fonte
- e (soprattutto) la prontezza e virulenza delle smentite, per altro come la quasi totalità delle smentite totalmente prive di convincenti supporti documentali, un po' per la serie "la nostra parola di galantuomini della politica contro la parola di quei lestofanti della stampa"
lasciano più di un dubbio che il tutto possa essere drammaticamente vero.
Una analisi deduttiva alla Sherlock Holmes porta invece a ritenere che (del tutto indipendentemente da una telefonata imperativa della valchiria, che sarebbe gravissima sul piano etico-morale ma ininfluente su quello pragmatico) Napolitano possa aver ricevuto spontanee e libere dichiarazioni da parte tanto di Berlusconi che di Bersani sul non sentirsi, nè l'uno nè l'altro, in grado di stare al timone di una nave alla deriva.
E questo, attenzione, non lo ascriverei ad un vissuto di incapacità.
Lo ascriverei alla convinzione che chiunque fosse stato al timone in un momento in cui la nave andava per conto suo coi motori in avaria e (secondo alcuni) diversi vascelli pirata in accostamento, avrebbe visto precipitare il proprio credito elettorale, ed avrebbe catastroficamente perso le prossime elezioni.
Non è chi non veda che, in 17 anni che più bipolari non si può neppure col candeggio, nessuno dei due schieramenti è riuscito a vincere due elezioni di fila.
Che Berlusconi a un certo punto si sia trovato di fronte all'evidenza che la sua posizione di Primo Ministro incapace e incompetente nuoceva in modo concreto alla quotazione in borsa delle sue aziende è chiaro a tutti. E si può anche ipotizzare che perfino la sua posizione di imputato in un certo numero di processi che stavano raggiungendo la fase calda fosse aggravata, piuttosto che alleviata, dalla sua posizione di Presidente del Consiglio.
Meno evidente, certamente probabile ma non sicuro, è che il PD temesse come la peste l'eventualità di libere elezioni che avrebbe stravinto senza tenere le mani sul manubrio e forse senza neppure pedalare. Per rischiare di venire sbalzato via dopo pochi mesi dal mare montante della propaganda più di massa che un partito formalmente democratico abbia mai potuto vantare nella storia dell'umanità.
Il fatto che Bersani e Berlusconi abbiano stretto un perverso armistizio, votando da bravi fratellini virtualmente tutto quello che il governo tecnico super partes decide, fa veramente pensare che il lavoro sporco venga destinato a Monti.
Con una differenza, però.
Che la totale incapacità della Berlusca Band di dare dell'Italia un'immagine credibile sul piano internazionale (dato che comunque, euro o non euro e BCE o non BCE, l'interdipendenza delle economie mondiali è ormai un dato di fatto ineludibile) è stata acclarata oltre ogni ragionevole dubbio.
Mentre quello che emergeva dall'esito delle due ultime tornate elettorali (amministrativa e referendaria), insieme ai dati piuttosto espliciti dei sondaggi, dava la dimostrazione che l'Italia chiedeva a questo PD almeno di provarci.
L'attuale posizione del PD è perdente sul piano elettorale, perchè Berlusconi sta recuperando consensi e in questi ultimi giorni si sta rimangiando la sua poco pcredibile promessa di non volersi più ricandidare. Se Monti dovesse durare fino alla fine naturale della legislatura, è quasi scontato che la rimonta avrà tempo di completarsi. E questo è un problema del povero Bersani, che fa rimpiangere perfino i bizantinismi del Veltroni coi suoi insopportabili "Ma anche".
Ma la posizione del PD è perdente e dolosa sul piano dell'interesse nazionale, e questo è un problema di ogni singolo Italiano.
Un partigiano come giornalista.

"E vulive verè ca faciva pure delle storie" viene aggiunto da una mano anonima alla partecipazione a lutto di un 95enne "spentosi serenamente", nel libro e nel film "Così parlò Bellavista" di Luciano de Crescenzo, onesto ingegnere convertito alla rivista da Renzo Arbore (così come era capitato ancora prima all'architetto Mario Marenco).
Non credo che Giorgio Bocca si sia spento serenamente. Si sarà spento con quella sottile aria di indignazione che lo aveva accompagnato per tutta la vita, quella indignazione molto piemontese che sconfina da una parte con l'incazzatura e dall'altra con la rassegnazione; o, come direbbe un bravo psicologo (categoria nella quale non rientro nè ci rientrai mai, almeno per quel che concerne l'aggettivo), da una parte con una proiezione maniacal-paranoide del conflitto sul mondo esterno; dall'altra con una introiezione isterico-depressiva del conflitto medesimo.
I Piemontesi hanno fatto l'Italia; non contenti, hanno costruito la prima grande industria nazionale; rendendosi conto che ancora non bastava, le hanno affiancato una squadra di calcio dai colori evocativi di una contraddizione fra amore e odio che non ammette terze vie; per finire, hanno vissuto i doveri e gli obblighi di una lotta di liberazione (che non poteva tradursi in cerimoniali diplomatici alla Camillo Benso Conte di Cavour) con il rigore e la severità (i nostalgici fascisti la chiamano "ferocia") più alti.
Queste creazioni piemontesi tendono spesso a sfuggire di mano ai loro artefici, che non hanno l'abitudine di attaccarsi troppo alle cose che hanno prodotto.
L'Italia, la Fiat, la Juventus, i valori della Resistenza, soffrono un po' di crisi abbandonica, vanno in depressione, finiscono in serie B, hanno un difficile rapporto con lo Stato dal quale prendono volentieri ma poi si dimenticano di restituire, flirtano con gli stranieri e possono passare nel giro di pochi anni da Anastasi a Zavarov e da Mirafiori a Detroit.
Anche i valori della Resistenza hanno attraversato altalenanti momenti: diventati presto un'icona stucchevole e indifferenziata, una sorta di messa laica di cui si ripetevano le parole senza neppure più comprenderne il significato, hanno subito negli ultimi 20 anni attacchi sempre più serrati da parte di revisionisti, negazionisti, ipersemplificatori in balia dell'ignoranza e guastatori in balia della malafede; troveranno, io credo e spero, una sintesi più alta (secondo quella triade tesi-antitesi-sintesi che parte da Aristotele e arriva fino al marxismo meno stagnante) in quella nuova resistenza che parte dal basso ma non trova ancora traduzioni adeguate a livello politico. Hegelianamente (si può dire? Intanto lo dico) sarebbe un'idea che ritorna in se stessa e manda a cagare tesi ed antitesi.
Ecco.
Giorgio Bocca quei valori li portava, li indossava, come una imprescindibile prerogativa, ben convinto e consapevole che sarebbe stata di anno in anno più difficile da indossare, ma altrettanto convinto e consapevole che averli vissuti ed incarnati non era stato, e non sarebbe mai stato, una gloriosa parata che dava solo onori a buon mercato e non costosissimi oneri. Era un tesi impermeabile a qualsiasi antitesi al servizio di chi, più giovane e speranzoso di lui, volesse tentare una sintesi.
Un altro grande partigiano che aveva preferito la politica al giornalismo poteva indulgere a momenti di patriottismo un po' di maniera (come deve talvolta fare un suo successore). Lui no.
E' stato il giornalista più atipico e più indispensabile che la storia italiana potesse meritare.
In un paese in cui spesso il giornalismo sconfina in campi più o meno nobili (da quello improduttivo ma in fondo innocente del puro esercizio di stile, a quello tutt'altro che improduttivo e tutt'altro che innocente dell'attaccare l'asino dove chiede il padrone) il destino ha voluto che proprio un signore capitato nel mestiere attraverso un itinerario illogico e apparentemente casuale dovesse diventare l'icona del libero pensiero.
Per sessantacinque anni Bocca ha scritto quello che pensava, col suo stile antierudito ed antiretorico, che rifuggiva dalle citazioni e dalle frasi ad effetto (che invece, in altri due grandissimi del giornalismo come Montanelli e Biagi, spesso trovavano uno spazio perfino eccessivo, e qualcuno ricorderà le prese in giro di Stefano Benni all'illustre concittadino, immaginato a compilare articoli tutti all'insegna di "come disse il tale e come disse il tal'altro"). Prendendo talvolta colossali cantonate, delle quali a volte si scusava e altre volte no: ma in base a quello che gli dettava la coscienza, non l'opportunità.
E forse questo suo essere provocatoriamente "anti-italiano", come si intestava la sua famosa rubrica settimanale sull'Espresso, era il più alto tipo e livello di amor patrio: non un rassegnato amore per la patria com'è, ma un disperato amore per la Patria come potrebbe, dovrebbe e vorrebbe essere.
Non c'è altro da aggiungere.



